Il mito della ‘metà della mela’ sta rovinando l’amore

C’è un’idea sull’amore che ci portiamo dentro senza accorgercene. È l’idea che per essere felici abbiamo bisogno di qualcuno che ci completi, che colmi ciò che ci manca. È un’idea affascinante, poetica, ma non nasce dal Vangelo. Nasce piuttosto dalla cultura greco-romana, e in particolare da un racconto celebre di Platone nel Simposio: quello degli esseri umani originariamente interi, poi divisi in due da Zeus, condannati a cercarsi per tutta la vita. Da qui nasce il mito delle “due metà della stessa mela”.

Questa visione ha un grande limite: parte da una mancanza. L’altro diventa ciò che mi serve per sentirmi completo. È facile capire dove porta, nelle relazioni concrete: aspettative altissime, bisogno di essere riempiti, paura di perdere l’altro perché senza di lui “non sono niente”. È una visione che, alla lunga, crea dipendenza affettiva più che amore.

La visione biblica e cristiana è radicalmente diversa. Nella Genesi, Dio crea l’uomo e la donna non come due metà spezzate, ma come due persone complete, ciascuna portatrice dell’immagine di Dio: “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Non c’è un essere umano incompleto in attesa dell’altro. C’è una pienezza originaria che però non è chiusa in se stessa. È una pienezza chiamata alla relazione. Quando Dio dice: “Non è bene che l’uomo sia solo”, non sta dicendo che l’uomo è “mancante”, ma che la sua pienezza non può svilupparsi senza relazione. L’essere umano è fatto per uscire da sé, per incontrare un “tu” che è diverso, libero, non possedibile. E proprio questa differenza diventa lo spazio della crescita.

Qui sta il passaggio decisivo: non completamento, ma compimento. Nel paradigma greco-romano io amo perché mi manca qualcosa. Nel paradigma biblico io amo perché sono già qualcuno, e proprio per questo posso donarmi. L’altro non è la soluzione alla mia incompletezza, ma il luogo in cui la mia umanità può maturare, purificarsi, espandersi. Questo cambia tutto. Se cerco qualcuno che mi completi, finirò per chiedergli troppo: dovrà rendermi felice, darmi sicurezza, riempire i miei vuoti. Ma nessun essere umano può reggere questo peso. E quando inevitabilmente non ci riesce, nasce la delusione.

Se invece entro nella relazione da persona già “abitata”, già amata da Dio, allora posso incontrare l’altro non per usarlo, ma per accoglierlo. Posso lasciarmi mettere in discussione dalla sua differenza, senza viverla come una minaccia. La Bibbia insiste molto su questa differenza: l’uomo e la donna non sono identici, non sono intercambiabili. Sono complementari, ma non nel senso di “due pezzi che si incastrano”, bensì nel senso di due alterità che si richiamano. È proprio la differenza a generare relazione vera.

In termini più profondi, potremmo dire così: nella visione cristiana l’identità non si costruisce per fusione, ma per relazione. Non diventiamo noi stessi annullandoci nell’altro, ma incontrando l’altro restando noi stessi. Questo ha conseguenze molto concrete nella vita di coppia.

Significa, ad esempio, che il matrimonio non è il luogo dove smettere di crescere perché “ho trovato la mia metà”, ma il luogo dove crescere ancora di più. Perché l’altro, con la sua diversità, mette in luce le mie rigidità, le mie paure, i miei limiti. Non per distruggermi, ma per aiutarmi a maturare. Significa anche che l’amore non è possesso. Se l’altro mi completa, allora ho bisogno di trattenerlo. Se invece l’altro è un dono, allora posso lasciarlo libero. E solo nella libertà nasce un amore vero.

E qui emerge il cuore della visione cristiana: l’uomo non è fatto per essere riempito da una donna, ma da Dio (naturalmente vale anche per la donna verso l’uomo). Solo Dio può colmare il desiderio infinito che portiamo dentro. Quando questo ordine viene rispettato, la relazione umana si libera da un peso impossibile e diventa ciò che è chiamata a essere: un cammino di comunione. In questo senso, il matrimonio cristiano è profondamente realistico e allo stesso tempo altissimo. Realistico, perché non idealizza l’altro come soluzione a tutto. Altissimo, perché vede nella relazione un luogo di rivelazione di Dio.

Amare, allora, non è trovare qualcuno che mi salva dalla mia incompletezza. È incontrare qualcuno con cui camminare verso il compimento della mia umanità. E questo compimento non avviene perché l’altro mi riempie, ma perché, attraverso l’altro, imparo ad ama

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare

Lascia un commento