Ci sono due esperienze che l’uomo moderno rifugge quasi istintivamente: la solitudine e la noia. Appena si affacciano alla nostra giornata, facciamo di tutto per scacciarle. Prendiamo in mano il telefono, accendiamo la televisione, cerchiamo qualcuno a cui scrivere, riempiamo l’agenda di impegni, mettiamo musica, apriamo i social, cerchiamo continuamente qualcosa che tenga occupata la mente e pieno il cuore. Siamo diventati bravissimi a non restare mai davvero soli e, soprattutto, a non annoiarci mai.
Quando ero adolescente, capitava spesso di rimanere solo, perché i genitori lavoravano, gli amici avevano da fare o da studiare e magari nella noia ti mettevi a riflettere, fantasticare, sognare e anche creare: magari con un pezzo di legno o un sasso inventavi un nuovo gioco o li usavi per dare noia alle formiche. I ragazzi di oggi non sono più abituati a questo, lo vedo anche con quelli del catechismo; se una volta provi a portarli in chiesa e chiedi di stare fermi, in silenzio, non arrivano nemmeno a un minuto di orologio: chi ride, chi fa i versi, chi fa cadere qualcosa, chi chiacchiera, chi si alza in piedi.
Eppure, se ci pensiamo bene, questa fuga continua dice qualcosa di profondo: abbiamo paura del vuoto. Quando tutto ciò che ci distrae perde forza, restiamo davanti a domande silenziose: adesso, chi sei? Cosa porti dentro? Cosa cerchi davvero? La noia ci mette davanti alla nostra interiorità e spesso quello che troviamo non ci piace: inquietudine, ferite, desideri frustrati, rabbia, domande senza risposta, nostalgia di qualcosa che non sappiamo nemmeno nominare. Per questo la noia ci infastidisce, per questo la combattiamo.
Pensiamo anche alla vita di coppia: quante volte, dopo l’innamoramento iniziale, arriva la quotidianità, arriva la routine, arrivano giornate che sembrano tutte uguali. Arriva perfino la noia e subito pensiamo che ci sia qualcosa che non va: forse non la amo più, forse ho sbagliato persona. Ma spesso non è così, spesso abbiamo semplicemente confuso l’amore con l’emozione continua. Perché la noia, come la solitudine, può diventare una porta, una porta stretta, certo, scomoda da attraversare, ma capace di aprire su qualcosa di grande. Quando non abbiamo più stimoli esterni, quando il rumore si abbassa, quando restiamo in silenzio e apparentemente non accade nulla, lì può emergere la verità più profonda del nostro cuore: siamo fatti per l’infinito.
Nessuna distrazione riesce davvero a saziarci, nessun passatempo riempie completamente quel vuoto, nessun consenso umano, nessuna gratificazione immediata, nessuna relazione, nessun successo può placare fino in fondo quella fame di pienezza che portiamo dentro; certo, possiamo anestetizzarla per un po’, ma poi torna. E così chiediamo troppo al coniuge, troppo agli amici, troppo ai figli, troppo alle persone che ci circondano. Mettiamo sulle loro spalle un peso che non possono portare: renderci completi.
Ma nessun uomo e nessuna donna possono farlo. Sant’Agostino lo aveva capito bene quando scriveva che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio. È esattamente così, quella inquietudine che sentiamo nella solitudine, quella noia che ci pesa, quel senso di vuoto che a volte ci assale non sono necessariamente un male da eliminare. Possono essere un richiamo, una bussola interiore che ci dice: stai cercando nel posto sbagliato ciò che solo Dio può darti. L’amore maturo conosce anche il silenzio, la normalità, i giorni ordinari. Se invece cerchiamo continuamente stimoli, emozioni forti, novità, rischiamo di inseguire un’eterna adolescenza affettiva che non costruisce nulla.
Anche nel matrimonio la noia può diventare una maestra. Può insegnarci a scavare più in profondità, a ritrovare il gusto delle cose semplici, a riscoprire la bellezza di una presenza fedele, di una carezza, di un dialogo vero, di una preghiera condivisa. Può insegnarci che la felicità non è vivere sempre emozionati, ma imparare ad amare anche nella ferialità.
Lo stesso vale per la solitudine. Quando restiamo soli, magari perché una relazione è finita, perché i figli sono cresciuti, perché gli amici hanno altro da fare, perché attraversiamo un tempo di deserto interiore, subito pensiamo che manchi qualcosa. E spesso è vero: manca qualcosa di umano, ma forse proprio quel vuoto può diventare spazio per Qualcuno di più grande.
Dio spesso ci aspetta proprio lì dove noi non vorremmo stare: nel silenzio, nella solitudine, perfino nella noia, perché solo lì smettiamo di correre e iniziamo finalmente ad ascoltare. Forse dovremmo smettere di riempire ogni istante e imparare ogni tanto a rimanere nel vuoto senza scappare; spegnere il telefono, stare in silenzio, annoiarsi persino, restare soli senza sentirci abbandonati. All’inizio sembrerà faticoso, ma poi, piano piano, scopriremo che quel vuoto non era un nemico, era uno spazio sacro che aspettava di essere abitato.
Perché la solitudine non sempre è abbandono e la noia non sempre è perdita di tempo, a volte sono il linguaggio discreto con cui Dio ci sta dicendo: “Adesso che hai smesso di riempirti di tutto, forse finalmente posso riempirti Io.” La solitudine che fa paura è anche quella che può salvarti. Questo non significa chiudersi agli altri o idealizzare l’isolamento, Dio ci ha creati per la comunione, abbiamo bisogno di relazioni vere, di fraternità, di amici, di una comunità che ci sostenga, ma è molto diverso vivere le relazioni come dono oppure come stampella senza la quale crolliamo.
Chi ha imparato a stare solo con Dio, poi riesce ad amare gli altri in modo più libero, non li possiede, non li usa per riempire vuoti, non mendica continuamente conferme e paradossalmente diventa anche un marito migliore, una moglie migliore, un amico migliore, un genitore migliore, perché smette di chiedere all’altro di salvarlo e inizia a condividere con l’altro una pienezza ricevuta.
Se oggi ti senti solo, non pensare subito che sia soltanto una disgrazia, chiediti piuttosto: che cosa vuole insegnarmi Dio in questo tempo? Dove mi sta aspettando? Quale verità su di me vuole rivelarmi? Perché a volte proprio nella stanza che ci sembra più vuota, scopriamo la Presenza più vera.
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Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)