Quando pensiamo alle tentazioni, spesso immaginiamo qualcosa che arriva dall’esterno. Un pensiero improvviso, un desiderio sbagliato, una spinta verso il peccato. E certamente esiste una dimensione spirituale della tentazione. Il Vangelo ci mostra chiaramente che il demonio cerca di allontanare l’uomo da Dio. Tuttavia c’è un aspetto che spesso trascuriamo e che può aiutarci a comprendere meglio molte delle nostre lotte interiori.
Satana è molto meno creativo di quanto pensiamo. Nella maggior parte dei casi non inventa nulla di nuovo. Trova semplicemente una ferita già presente dentro di noi e ci gira il coltello dentro. Per questo motivo la tentazione è quasi sempre collegata alla nostra storia personale, alle nostre ferite relazionali e a quello che l’Analisi Transazionale chiama copione di vita. In altre parole, il demonio non costruisce da zero le sue strategie, ma sfrutta ciò che è già fragile, irrisolto o dolorante nella nostra interiorità.
Pensiamo a una persona che, fin da bambina, si è sentita poco considerata. Magari nessuno le ha mai detto apertamente che non valeva nulla. Eppure, attraverso sguardi, confronti, giudizi o mancanza di attenzione, ha interiorizzato un messaggio profondo: “Io non valgo”. Quel messaggio diventa una ferita che continua ad accompagnarla nell’età adulta. Ed è proprio lì che si inserisce la tentazione. Ogni critica diventa una conferma del suo scarso valore. Ogni fallimento diventa la prova che è incapace. Ogni errore diventa la dimostrazione che non sarà mai abbastanza. Il demonio non ha bisogno di inventare nuove bugie. Gli basta sussurrare: “Hai visto? È vero. Non vali niente“. La ferita parla e la tentazione amplifica la voce della ferita.
Oppure pensiamo a chi è cresciuto con la convinzione: “Io non merito amore“. Anche questa è una ferita molto diffusa. Queste persone spesso faticano a credere all’amore degli altri. Quando qualcuno le ama davvero sospettano, dubitano, si difendono o aspettano inconsciamente il momento in cui verranno abbandonate. E la tentazione arriva puntuale: “Vedrai che prima o poi ti lascerà”, “Vedrai che ti tradirà“, “Se ti conoscesse davvero smetterebbe di amarti“. Anche in questo caso il demonio non crea la ferita. La utilizza, la alimenta e la trasforma in sfiducia, paura e chiusura relazionale.
Pensiamo poi a chi porta dentro il copione: “Sbaglio sempre“. Sono persone che vivono sotto il peso del perfezionismo e che hanno paura di commettere errori perché ogni errore viene vissuto come una sentenza sul proprio valore personale. Quando sbagliano qualcosa, anche di piccolo, la tentazione non consiste soltanto nel peccato. La tentazione consiste nel credere che quell’errore definisca tutta la loro identità. “Hai fallito“, “Non cambierai mai“, “Non sei all’altezza“, “Lascia perdere“. Quante volte queste frasi sembrano provenire dall’interno della persona e invece rappresentano l’incontro tra una ferita antica e una tentazione presente che cerca di trasformare un errore in una condanna.
Oppure c’è il copione di chi si sente continuamente rifiutato. Basta una mancata risposta a un messaggio, uno sguardo distratto, una critica o un momento di distanza emotiva perché si riattivi immediatamente la ferita. A quel punto la tentazione rincara la dose: “Non gli importa di te“, “Sei sempre l’ultima scelta“, “Nessuno ti vuole davvero“. In realtà magari non è successo nulla di tutto questo. Ma la ferita filtra la realtà e la tentazione la deforma ulteriormente fino a far apparire vero ciò che vero non è.
Potremmo fare molti altri esempi. C’è chi porta dentro la convinzione di dover sempre essere forte e allora vive come una sconfitta ogni momento di fragilità. C’è chi si sente responsabile della felicità di tutti e finisce per caricarsi pesi che non gli appartengono. C’è chi ha imparato che per essere amato deve sempre compiacere gli altri e allora non riesce più a dire di no. C’è chi si sente irrimediabilmente sbagliato e interpreta ogni caduta come la prova definitiva della propria inadeguatezza. In tutti questi casi il demonio non crea la ferita. La trova già presente e la utilizza come punto di ingresso privilegiato.
Lo stesso accade nella vita di coppia. Un marito che porta dentro la convinzione di non essere importante interpreterà facilmente una giornata storta della moglie come una mancanza d’amore. Una moglie che porta dentro una ferita di abbandono vivrà con particolare sofferenza ogni distanza emotiva del marito. Un coniuge che si sente costantemente inadeguato vedrà in ogni osservazione dell’altro una critica alla propria persona. La tentazione non nasce nel vuoto. Trova una porta aperta. E quella porta molto spesso è una ferita che non è stata ancora riconosciuta e guarita.
Per questo motivo non basta dire alle persone di pregare di più. La preghiera è fondamentale. I sacramenti sono indispensabili. La grazia è il cuore della guarigione. Ma è importante anche conoscere il proprio cuore, capire la propria storia, riconoscere i propri copioni e individuare le ferite che continuano a influenzare il presente. Senza questa consapevolezza rischiamo di combattere per anni i sintomi senza comprendere davvero le radici del problema.
Per questo fede e psicologia non sono in contrasto. La fede ci aiuta a riconoscere l’esistenza della battaglia spirituale. Ci insegna che esiste un nemico che cerca di allontanarci da Dio e dalla verità su noi stessi. La psicologia, invece, può aiutarci a comprendere meglio il terreno sul quale questa battaglia si combatte. Può aiutarci a riconoscere le ferite, i bisogni affettivi insoddisfatti, i meccanismi di difesa e i copioni che ci rendono particolarmente vulnerabili a determinate tentazioni. La grazia non sostituisce il lavoro umano e il lavoro psicologico non sostituisce la grazia. Le due dimensioni collaborano. La psicologia può aiutarci a capire dove sono le ferite. La fede può aiutarci a guarirle in profondità attraverso l’incontro con Cristo.
Molte volte ciò che chiamiamo tentazione è proprio una miscela tra una ferita psicologica e una battaglia spirituale. Le due cose non si escludono ma si intrecciano continuamente. Anzi, spesso il demonio utilizza proprio ciò che nella nostra vita non è ancora guarito. È interessante osservare come Gesù si comporta nei Vangeli. Quando incontra una persona ferita non si limita a dirle di combattere il male. Prima la guarda, la ascolta, la accoglie e la guarisce. Perché sa che molte schiavitù nascono da ferite profonde e che la vera liberazione passa attraverso una guarigione del cuore.
Anche noi siamo chiamati a fare lo stesso con noi stessi. Non per giustificare il peccato e nemmeno per negare la responsabilità personale, ma per comprendere dove il male trova spazio dentro di noi. La santità non consiste nel fingere di non avere ferite. Consiste nel permettere a Cristo di entrare proprio lì, nel punto esatto in cui continuiamo a sentirci inadeguati, non amati, sbagliati o rifiutati. Perché il demonio entra nelle ferite per convincerci che non cambieremo mai. Cristo entra nelle stesse ferite per dirci che siamo amati e che possiamo finalmente guarire.
Forse la vera vittoria sulle tentazioni non consiste soltanto nel resistere. Consiste nel permettere a Dio di guarire quelle ferite che rendono la tentazione così convincente. Perché quando una ferita viene illuminata dalla verità, accolta con misericordia e gradualmente guarita, il demonio perde gran parte del potere che aveva su di noi. E ciò che prima era una porta aperta al male può diventare il luogo in cui sperimentiamo più profondamente l’amore e la guarigione di Dio.
Antonio e Luisa
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ciao grazie del commento. È ci fossero state delle violenze nel passato che hanno portato a una separazione e quindi a una continua infelicità,quello che hai scritto vale anche in questa situazione? C’è modo per rimediare?
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