Non basta indignarsi. La vera risposta nasce in famiglia

La vicenda della chat ATM emersa in questi giorni ha suscitato indignazione e preoccupazione. Secondo quanto riportato dai giornali, alcuni dipendenti avrebbero condiviso in una chat privata immagini di donne riprese dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnandole con commenti volgari e sessisti. Se le responsabilità saranno confermate, ci troveremmo di fronte a un comportamento grave, che rappresenta una violazione della dignità delle persone coinvolte e della fiducia che ogni cittadino dovrebbe poter riporre nelle istituzioni e nei servizi pubblici.

È giusto indignarsi. È giusto chiedere chiarezza. È giusto pretendere che simili episodi vengano affrontati con serietà. Tuttavia, una volta superata la reazione immediata, dovremmo porci una domanda più profonda: come si costruisce una cultura nella quale una donna non venga percepita come un oggetto da osservare, commentare o consumare con lo sguardo?

Molto spesso il dibattito pubblico offre una risposta che appare semplice e immediata. Si parla di cultura patriarcale, di maschilismo, di uomini educati a considerare le donne inferiori o funzionali ai propri desideri. Esistono certamente dinamiche culturali che hanno contribuito e contribuiscono ancora oggi a deformare il rapporto tra uomo e donna. Negarlo sarebbe ingenuo. Il rischio, però, è che l’analisi si trasformi rapidamente in una contrapposizione. Da una parte gli uomini, considerati il problema. Dall’altra le donne, considerate le vittime. Una lettura che può generare consenso mediatico ma che spesso non aiuta a costruire soluzioni vere.

Se la risposta diventa la criminalizzazione dell’uomo in quanto tale, il risultato sarà soltanto una crescente diffidenza reciproca. Gli uomini si sentiranno accusati per il solo fatto di essere uomini. Le donne si sentiranno sempre più costrette a guardare l’altro sesso con sospetto. E così si alimenterà una guerra dei sessi che non produce rispetto, ma soltanto distanza. La storia ci insegna che nessuna relazione si ricostruisce attraverso la contrapposizione permanente. Le relazioni umane crescono quando si riscopre un’alleanza, non quando si identificano dei nemici.

La domanda decisiva, allora, è un’altra: dove impara un ragazzo a guardare una donna? La risposta più importante è sorprendentemente semplice: in famiglia. Prima ancora della scuola, dei social network, delle serie televisive e delle campagne educative, un bambino osserva suo padre. Lo osserva ogni giorno. Osserva come parla alla madre. Osserva il tono della voce. Osserva i gesti. Osserva il modo in cui affronta i conflitti. Osserva se la tratta come una collaboratrice, una serva, un’avversaria oppure come una compagna amata.

Molti genitori sottovalutano enormemente la forza educativa dell’esempio. Pensano che i figli imparino soprattutto dalle parole. In realtà i figli imparano soprattutto da ciò che vedono. Un ragazzo che cresce vedendo un padre capace di rispetto, di gratitudine e di tenerezza verso la propria moglie sta ricevendo una lezione che nessun corso scolastico potrà mai sostituire. Sta imparando che una donna non è un oggetto da utilizzare ma una persona da amare. Sta imparando che la forza maschile non consiste nel dominare ma nel proteggere. Sta imparando che l’amore autentico è incompatibile con ogni forma di disprezzo o umiliazione.

Quando invece un figlio cresce assistendo a continue svalutazioni, battute offensive, tradimenti, aggressività o indifferenza, rischia di interiorizzare una visione deformata delle relazioni. Anche senza volerlo, imparerà che quel modo di comportarsi è normale. Per questo la battaglia culturale più importante non si combatte nei talk show, nelle polemiche social o nelle dichiarazioni indignate. Si combatte nelle case, nella quotidianità apparentemente banale delle relazioni familiari.

Ogni sera, a tavola. Ogni volta che un marito ascolta sua moglie con attenzione. Ogni volta che le manifesta affetto davanti ai figli. Ogni volta che la tratta con rispetto anche quando è stanco, nervoso o ferito. Sono questi i gesti che costruiscono una cultura diversa. Sono questi i gesti che insegnano ai figli che l’altro non è un oggetto ma una persona.

Per chi vive la fede cristiana, poi, esiste una motivazione ancora più profonda. La donna non è soltanto una persona da rispettare perché lo richiede l’etica civile. È una figlia di Dio. È una creatura amata dal Signore. È qualcuno che porta impressa in sé un’immagine unica della bellezza divina. San Giovanni Paolo II ha dedicato gran parte del suo insegnamento a mostrare come il corpo umano non sia mai un oggetto ma il segno visibile di una persona. Ogni volta che riduciamo qualcuno a oggetto di piacere, di consumo o di possesso, tradiamo la verità più profonda dell’essere umano.

Per questo il cristianesimo non propone una semplice educazione al rispetto. Propone una conversione dello sguardo. Invita l’uomo a guardare la donna non come qualcosa da prendere ma come qualcuno da accogliere. Non come un mezzo per soddisfare i propri bisogni, ma come un mistero da contemplare. Non come una conquista, ma come un dono. Questa rivoluzione dello sguardo nasce soprattutto nel matrimonio.

Quando un marito guarda la propria moglie con gratitudine, quando continua a vedere in lei una meraviglia anche dopo anni di vita insieme, quando la serve e la custodisce, sta trasmettendo ai figli una visione dell’amore infinitamente più efficace di qualsiasi discorso. I figli imparano allora che l’amore non è possesso. Che la forza non è dominio. Che la mascolinità non consiste nell’usare gli altri ma nel donarsi. Imparano che una donna merita rispetto non per paura delle conseguenze o delle sanzioni, ma perché la sua dignità è un valore assoluto.

Di fronte a episodi come quello raccontato dalla cronaca, la tentazione è cercare risposte immediate, slogan semplici e colpevoli da additare. Ma le vere trasformazioni culturali richiedono pazienza e profondità. Abbiamo bisogno di uomini migliori. Abbiamo bisogno di donne rispettate. Ma soprattutto abbiamo bisogno di famiglie capaci di mostrare ai figli la bellezza dell’alleanza tra uomo e donna.

Perché il contrario della cultura dell’oggetto non è la guerra dei sessi. È la comunione. È un padre che guarda sua moglie con amore. È una madre che si sente valorizzata e custodita. Sono figli che crescono respirando rispetto. È una casa nella quale ogni persona viene riconosciuta per ciò che è: un dono prezioso. Ed è proprio lì, molto prima delle leggi, dei social e delle campagne mediatiche, che nasce la cultura capace di cambiare davvero il mondo.

Antonio e Luisa

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