“Polvere sei e in polvere tornerai”: queste le parole pronunciate dal sacerdote durante il rito dell’imposizione delle ceneri, con cui ha inizio la Quaresima. Eppure quante volte ci dimentichiamo di questa semplice verità. A volte è necessaria una malattia, un lutto, un evento improvviso per farci ricordare della nostra fragilità.
Se è vero che il nostro corpo tornerà ad essere polvere, è altrettanto vero che la nostra anima non morirà. Il nostro nome è già scritto nei cieli. “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi, erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno”, recita il Salmo 139 (16). Se ci ricordassimo ogni giorno della fine, la nostra chiamata all’amore diverrebbe sempre più urgente. Ognuno di noi sperimenta un grande desiderio di pienezza e vorrebbe vivere un amore felice; al tempo stesso facciamo i conti con il fatto che questo slancio, spesso, incontra degli ostacoli.
Il libro di Tobia ci presenta la storia di due giovani, Sara e Tobia, che incontrano diversi ostacoli nel loro cammino. Sara portava con sé una grande ferita, aveva avuto sette mariti ma “Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei”. (Tb 3,8) Era così disperata da pensare di porre fine alla sua vita. A fermarla è il pensiero del dispiacere che arrecherebbe al padre nel compiere un simile gesto. Vi è poi il giovane Tobia che, su consiglio del padre, è alla ricerca di una donna che appartenga alla stirpe dei suoi padri che possa diventare sua moglie.
Tobia deve fare un lungo viaggio per recuperare i beni del padre, ha bisogno di una guida esperta che lo possa guidare per le strade che lui non conosce e così gli si manifesta l’angelo Raffaele. Sarà proprio l’angelo a condurlo verso Sara per prenderla in sposa; durante il cammino Tobia e l’angelo incontrano un grosso pesce che tenta di divorare il piede del ragazzo. L’angelo gli ordina di non gettarlo via ma di conservarne il fiele, il cuore e il fegato. Il fiele, spalmato sugli occhi di chi ha macchie bianche, sarà necessario per guarire il padre di Tobia, diventato ormai cieco, mentre il cuore e il fegato serviranno a liberare una presenza dominata dal demonio. Ed è questo il caso di Sara.
Quello che poteva essere considerato un pericolo nel cammino di Tobia, il pesce, si trasforma in un potente strumento di liberazione. I due giovani si unirono in matrimonio. Giunti nella camera da letto, subito Tobia pose sulla brace il fegato e il cuore del pesce; così il demonio fuggì via. Poi pregarono insieme e dormirono tutta la notte. L’indomani Tobia si svegliò accanto a Sara: non era morto, come i precedenti mariti. Sara era libera dal demonio e poteva godere della presenza di suo marito.
Leggendo questa storia, sorge spontaneo un interrogativo. Quante volte Sara si sarà sentita abbandonata per la sua condizione? La Parola ci dice che persino la sua serva l’aveva accusata di essere lei ad uccidere i mariti. Eppure Sara non smette di pregare, di credere in Dio e di benedirlo. Non maledice la propria storia ma assume la postura eretta di chi non si stanca di chiedere con lo sguardo rivolto al Cielo. Per questo prega così: “Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guarda a me con benevolenza: che io non senta più insulti”. (Tb 3,15)
È una preghiera chiara: Sara consegna a Dio la propria disperazione ma al tempo stesso fa una richiesta precisa, quella di non essere più insultata. La sua preghiera sarà accolta insieme a quella di Tobia e in quel momento Dio manderà l’angelo Raffaele per guarire Tobi dalla cecità e per liberare Sara da Asmodeo. Proprio questo è il passaggio decisivo: Dio interviene nel momento di massima disperazione. Dio non toglie la sofferenza ma opera nella sofferenza. Dio salva mentre stai attraversando la croce. È la croce a diventare strumento di salvezza.
Tale salvezza non è mai qualcosa che riguarda solo il singolo: genera vita attorno a noi. Attraverso l’incontro tra i due giovani anche il padre di Tobia riacquisterà la vista e nel suo canto di lode dirà: “Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure, gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre”. (Tb 13,16) La croce, fonte di sofferenza umana, diventa gloriosa. Diventa il mezzo per raggiungere il Cielo. Tante volte, nei momenti di sofferenza, la reazione più istintiva è quella di abbatterci, di chiederci: “Perché, Signore, permetti questa situazione? Perché non esaudisci i desideri del mio cuore?”
Nella Parola il demonio è presentato anche come “l’accusatore”. Spesso tali pensieri si insinuano anche nella nostra relazione tanto da farci diventare noi stessi accusatori verso l’altro: “Perché ti comporti così? Perché non mi capisci?”. Questi pensieri possono diventare talmente intrusivi da minare la base stessa della relazione. L’amore è un cammino, un’arte sottile e, come tale, va appresa. L’amore è una scelta da rinnovarsi ogni giorno. Se basato sulle fragili fondamenta del sentimento, è destinato a perire: “Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce”. (Os 6,4) Se ci affidiamo alle nostre sole forze, l’amore sarà come rugiada: non sopravviverà all’inizio del nuovo giorno.
Non stanchiamoci di rivolgere lo sguardo a Dio, anche nella sofferenza. Assumiamo la postura eretta di Sara, che non si stanca di consegnare a Dio la sua disperazione e i suoi desideri. Alziamo i nostri sguardi verso Colui che ci ha creati, sicuri del fatto che il Signore ci farà incontrare gli angeli di cui abbiamo bisogno lungo il nostro cammino. Affidiamo a Lui le nostre croci, affidiamo la nostra fatica nelle relazioni, con la certezza che Lui volgerà la sofferenza a nostro favore e ci darà molto più di quello che possiamo immaginare.
Francesca Parlangeli
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