Trasfigurati nell’amore

Il Tabor non è una vetta solitaria riservata esclusivamente a mistici, eremiti o ascesi distaccati dal mondo. C’è un Tabor nascosto, intimo e profondamente luminoso, che si erge proprio al centro di ogni focolare domestico. È il monte su cui sale la coppia cristiana, chiamata a vivere il proprio cammino quotidiano non come una faticosa e grigia routine, ma come una progressiva e splendida rivelazione. Letta in chiave sponsale, la Trasfigurazione di Gesù diventa un’icona di straordinaria potenza per comprendere cosa accada davvero quando due cuori decidono di amarsi nel Signore.

Ricordiamo la scena evangelica: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, sale sul monte e, mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e le sue vesti diventano candide e sfolgoranti. Che cos’è questo misterioso evento se non la manifestazione visibile di ciò che è invisibile? Sul Tabor, l’umanità di Gesù non viene cancellata, ma viene illuminata dal di dentro, mostrando tutta la bellezza della sua divinità. Questa è esattamente la vocazione del matrimonio cattolico: essere un luogo teologico in cui l’amore umano, con tutte le sue fragilità, le sue fatiche e la sua carne, viene letteralmente investito dalla luce divina della Grazia, diventando capace di splendere di una luce che, altrimenti, non gli apparterrebbe. Ma, soprattutto, non potrebbe durare.

Nel sacramento delle nozze avviene una misteriosa trasfigurazione. Due persone comuni, con i loro difetti, i loro limiti e la loro storia terrena, vengono avvolte dalla nube dello Spirito Santo. Da quel momento, ogni piccolo gesto del quotidiano – preparare la tavola, accudire i figli, stringersi la mano dopo una discussione, condividere la fatica del lavoro – smette di essere una semplice azione quotidiana. Il matrimonio stesso viene illuminato, glorificato, trasfigurato. Il volto dell’altro, segnato dal tempo e dalle stanchezze della vita, agli occhi dello sposo e della sposa che amano con il cuore di Dio, brilla come il sole. Si impara a scorgere la presenza viva di Cristo proprio nei dettagli più ordinari dell’esistenza coniugale.

Signore, è bello per noi stare qui!” (Mt 17,4). L’esclamazione di Pietro sul monte è il grido profondo di ogni coppia che sperimenta la dolcezza della comunione coniugale. È l’esperienza di quei momenti di grazia in cui, pur in mezzo alle tempeste della vita, si sperimenta una gioia così piena, una complicità così totale e una pace così profonda da far desiderare che quel momento non finisca mai. È il “bello” del matrimonio, l’anticipo del Cielo sulla terra.

Tuttavia, il Vangelo ci ricorda che sul Tabor non si può piantare una tenda definitiva. Bisogna scendere dal monte, ritornare sulla strada, camminare verso Gerusalemme e affrontare il Calvario. L’amore trasfigurato non è un amore che fugge dalla realtà o che vive di sole emozioni spirituali. È un amore che fa il pieno di luce sulla vetta per avere la forza di attraversare le valli oscure della prova, della malattia e del sacrificio. Gli sposi scendono dal loro monte quotidiano fortificati da quella visione, sapendo che la gloria splendente vista sul Tabor è la stessa che sosterrà il loro amore quando si tratterà di salire sulla croce del dono di sé.

Essere trasfigurati dall’amore, allora, significa permettere a Dio di abitare le nostre stanze, di purificare i nostri sguardi e di rendere sfolgoranti le nostre vesti nuziali giorno dopo giorno. Non è un colpo di magia, ma il frutto di una preghiera condivisa, di un’Eucaristia vissuta come nutrimento della coppia, di un perdono rinnovato prima che tramonti il sole. Quando un uomo e una donna si amano così, la loro stessa vita diventa un Tabor vivente, un segno luminoso per il mondo che grida a tutti che l’amore eterno è possibile, che la fedeltà è sorgente di bellezza e che il matrimonio, se vissuto in Cristo, è davvero un pezzetto di Cielo spalancato sulla terra.

Fabrizia Perrachon

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