Ci sono convegni dai quali torni a casa con qualche appunto in più e altri dai quali torni con qualcosa dentro che ti ha ricaricato e aperto il cuore.
Il XIII Convegno della Fraternità Sposi per Sempre, vissuto quest’anno a Bagheria, dal 20 al 24 agosto, per me è stato proprio così e ne avevo proprio bisogno. Siamo partiti per parlare di fede, speranza e carità, seguendo le tracce di testimoni come il beato Pino Puglisi e Biagio Conte e sono tornato a casa chiedendomi quanto credo davvero che Dio sia fedele alla mia vita.
Perché parlare di fede quando tutto va bene è abbastanza semplice, il problema arriva quando la vita prende una direzione che non avevamo previsto, quando il matrimonio che pensavamo sarebbe durato per sempre si spezza, quando il coniuge se ne va e noi rimaniamo con una promessa pronunciata davanti a Dio che improvvisamente sembra diventata impossibile da vivere.
Durante il Convegno, parlando della testimonianza del beato Pino Puglisi, è emersa una cosa che mi ha colpito: lui non pensava di fare qualcosa di straordinario, semplicemente cercava di vivere ciò che il Vangelo gli chiedeva, anche quando questo significava andare controcorrente e accettare di fare il parroco a Brancaccio, dopo che cinque persone prima di lui avevano rifiutato. E’ proprio qui che dobbiamo collocare anche la nostra fedeltà: non nel sentirci degli eroi perché siamo rimasti fedeli, ma nel riconoscere che, senza la grazia di Dio, quella fedeltà non riusciremmo nemmeno a sostenerla.
Quando una persona che amiamo ci lascia, quando il progetto familiare si rompe e quando tutto quello che avevamo costruito sembra non avere più senso, quale motivo umano abbiamo per continuare a essere fedeli? Forse proprio nessuno ed è questo che rende la fedeltà cristiana così difficile e, nello stesso tempo, così bella. Il Sacramento del matrimonio non smette di interrogare la vita degli sposi semplicemente perché la convivenza è terminata o perché il rapporto umano è stato ferito. La promessa rimane e, proprio per questo, la fedeltà può continuare a essere una testimonianza concreta dell’amore di Dio.
Abbiamo parlato di speranza e qui ci è stata ricordata la frase alle nozze di Cana “Non hanno più vino”; quante volte questa potrebbe essere la frase della nostra vita: non ho più vino, non ho più entusiasmo, non ho più la forza di ricominciare, non ho più nemmeno voglia di pregare. Eppure Maria non dice che tutto andrà bene, dice semplicemente: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.
La speranza cristiana non è pensare: “Speriamo che”, ma sapere nelle mani di chi abbiamo messo la nostra vita, anche se non conosciamo come andrà a finire.
Riguardo alla carità, siamo entrati nella realtà di Biagio Conte e della missione Speranza e Carità. Non siamo andati semplicemente a visitare un luogo, abbiamo incontrato una vita che ha scelto di farsi dono. Se rimango fedele soltanto per me, a cosa serve? Se la mia fedeltà mi rende triste, arrabbiato, giudicante, chiuso, a cosa serve? La fedeltà cristiana non può essere sterile. Allora capisco anche una cosa che per me è fondamentale: essere fedeli non significa mettere la vita in pausa aspettando che torni il coniuge, significa continuare a vivere, ad amare, a servire, a pregare, permettendo a Dio di trasformare anche una ferita in qualcosa di fecondo.
Altrimenti rischiamo di trasformare la nostra fedeltà in una prigione: possiamo diventare quelli che “sono stati abbandonati”, quelli che “sono stati traditi”, quelli che “sono rimasti fedeli”, fino a fare della nostra ferita la nostra identità; ma la nostra identità non è essere separati, né essere stati lasciati, né essere fedeli: la nostra identità è essere figli amati da Dio.
Allora, se Gesù è davvero il Signore della mia vita, come vivo la mia separazione? Come parlo del mio coniuge? Come guardo i miei figli? Come affronto la solitudine? Come reagisco alle provocazioni? Come prego? Come perdono? Come amo?
Abbiamo incontrato persone e testimonianze diverse, da padre Pino Puglisi (testimone di fede) a Biagio Conte (testimone di carità), ai mosaici di Monreale (ogni tassello richiama alla speranza) e ciascuna di queste esperienze ci ha mostrato concretamente come le virtù teologali possano diventare vita.
Abbiamo parlato di fede, speranza e carità, ma abbiamo capito che sono tre modi diversi di vivere la stessa certezza: Dio mi ama, Dio non mi abbandona e l’amore che ricevo da Lui non può rimanere soltanto dentro di me.
Non so cosa succederà domani, non so se la mia storia matrimoniale cambierà, non so quali strade aprirà Dio, non so nemmeno perché alcune cose siano accadute, ma so che Dio non ha ancora finito di stupirmi. Forse Dio vuole far nascere qualcosa proprio dentro questa sofferenza, perché magari quello che io chiamo la fine della mia storia, agli occhi di Dio è soltanto il punto dal quale Lui ha deciso di cominciare a scrivere qualcosa di nuovo. Per chi ha scelto di essere sposo per sempre, non è una speranza qualsiasi, è la ragione per cui vale ancora la pena fidarsi.
Un ringraziamento particolare per l’ottima riuscita del Convegno va ai tre sacerdoti che ci hanno guidato e fornito spunti di riflessione, Padre Andrea Giustiniani, Don Salvatore Bucolo e Don Cristian Nuccio, oltre a Rosa Maria Foti, responsabile della fraternità locale siciliana.
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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