Quando ami davvero, ami due volte

Quando ami davvero, ami due volte.” Così dice un antico detto turco, nato in una terra dove l’amore è sempre stato cantato come qualcosa che supera l’uomo stesso. E in effetti è vero: c’è un amore che appartiene al cuore umano — fatto di desiderio, presenza, tenerezza — ma quando questo amore diventa autentico, quando accetta di attraversare anche il sacrificio e la fedeltà, allora accade qualcosa di più grande. Non si ama più solo con le proprie forze: si comincia ad amare anche con Dio.

È lì che l’amore raddoppia. Non perché diventi semplicemente più intenso, ma perché cambia profondità. Si ama la persona non solo per ciò che dà, ma per ciò che è davanti a Dio. Si ama anche quando costa, anche quando ferisce, anche quando non restituisce subito consolazione. È un amore che parte dalla terra, ma impara a respirare il cielo.

La sapienza racchiusa in questo detto affonda le sue radici in una tradizione antica. Nella cultura turca e, più ampiamente, nel mondo persiano e ottomano, l’amore non è mai stato soltanto esperienza privata: è stato canto, poesia, cammino spirituale. I grandi poeti mistici, come Jalāl al-Dīn Rūmī, hanno parlato dell’amore come di una ferita luminosa, capace di aprire l’uomo all’infinito. Amare, per loro, significava uscire da sé stessi fino a perdersi — e proprio in questo perdersi, ritrovarsi più veri. Questo orizzonte, così lontano e insieme così vicino, sembra preparare il terreno a una verità che il cristianesimo rivela pienamente. Perché anche nella fede cattolica l’amore autentico non si esaurisce nel sentimento, ma diventa vocazione, dono, partecipazione a qualcosa di più grande dell’uomo. Quando un amore è vero, infatti, non rimane chiuso tra due persone. Si apre. Si dilata. Diventa spazio in cui Dio può entrare.

È qui che il detto turco acquista una luce nuova. Amare due volte non significa amare due persone, né amare con maggiore intensità emotiva. Significa amare su due livelli: quello umano e quello divino. È un passaggio sottile ma decisivo. Si continua ad amare con il proprio cuore, con tutta la sua fragilità e bellezza, ma nello stesso tempo si comincia ad amare con un cuore che non è più solo nostro.

La tradizione cristiana ha custodito con dolcezza e tenacia, fin da subito, questa esperienza. Sant’Agostino, riflettendo sull’amore, scrive che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio. Anche nell’amore più sincero, infatti, rimane una specie di nostalgia, un desiderio che nessuna creatura riesce a colmare del tutto. Non è un limite dell’amore umano: è il segno che esso è fatto per andare oltre. E ancora, San Giovanni della Croce parla dell’amore come di un fuoco che purifica e consuma, ma non per distruggere quanto per trasformare. L’amore vero passa attraverso notti, silenzi, prove. E proprio lì, quando sembra indebolirsi, in realtà si approfondisce. Diventa più libero, più puro, più simile a quello di Cristo.

Per questo l’amore, quando è autentico, non fugge davanti alla croce. Non si ritira quando finisce l’entusiasmo iniziale. Non si spegne quando l’altro mostra la sua fragilità. Anzi, è proprio in quei momenti che comincia ad amare davvero “due volte”: una secondo la misura umana, l’altra secondo la misura di Dio.

C’è qualcosa di profondamente romantico — nel senso più alto e meno superficiale del termine — in tutto questo. Perché l’amore non viene ridotto, ma elevato. Non viene negato nella sua passione, ma portato a compimento. Gli sguardi, le mani, la quotidianità condivisa: tutto resta, ma tutto si trasfigura. Diventa segno di qualcosa che non finisce. Forse il segreto più intimo è proprio questo: ogni amore vero porta dentro una promessa che non può mantenere da solo. Promette eternità, ma è fragile. Promette pienezza, ma resta incompiuto. Eppure, proprio questa sproporzione è la sua grandezza. È come una ferita aperta verso l’infinito.

Allora amare due volte significa anche amare nel tempo, sapendo che ciò che si vive non è destinato a perdersi, ma a essere custodito e compiuto in Dio. Significa credere che nessun gesto d’amore è inutile, che nessuna fedeltà è sprecata, che nulla di ciò che è donato con verità va perduto. Alla luce del Vangelo, tutto questo trova il suo centro in Cristo. È Lui che rende possibile questo “raddoppio” dell’amore. È Lui che prende ciò che è umano e lo innesta nell’eterno. È Lui che insegna ad amare non solo fino a un certo punto, ma fino alla fine. E così, quel semplice detto turco — nato lontano, forse sussurrato tra poesie e racconti — diventa quasi una piccola profezia: “quando ami davvero, ami due volte”. Ami con il tuo cuore… e ami con un cuore che, poco alla volta, diventa capace di infinito.

Fabrizia Perrachon

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