Christopher Reeve era Superman, non soltanto perché aveva interpretato Superman al cinema, ma perché incarnava esattamente quell’immagine: bello, forte, atletico, capace di fare cose straordinarie. Poi, il 27 maggio 1995, durante una gara a cavallo, cade: una frazione di secondo e Superman rimane paralizzato; ha 42 anni, accanto a lui c’è Dana, sua moglie, hanno un figlio piccolo.
I medici gli comunicano la diagnosi in modo chiaro, senza addolcimenti: non camminerai mai più, non muoverai mai più le braccia, non respirerai mai più da solo e avrai bisogno di assistenza 24 ore su 24 per il resto della tua vita. Christopher, in ospedale, non vuole più vivere, la sua condizione è talmente devastante che pensa che sarebbe meglio morire e vuole far staccare le machine. Dana entra nella sua stanza, lo guarda negli occhi e gli dice: “Sei ancora tu. E io ti amo“. Poi si spiega con assoluta chiarezza: “Affrontiamo tutto insieme, faremo in modo che funzioni”.
Christopher scoppia a piangere, è il primo momento in cui vuole vivere. Questa frase “Sei ancora tu”, secondo me, contiene dentro tutto il matrimonio. Quando ci sposiamo, diciamo: “Ti amo”, ma spesso, senza rendercene conto, intendiamo: “Ti amo finché sei la persona che ho conosciuto, finché sei bella, desiderabile, sana, finché mi fai stare bene, sei affettuosa, sessualmente disponibile, finché condividi i miei interessi e mi dai quello di cui ho bisogno”. Quando queste condizioni saltano, cominciamo a parlare d’incompatibilità, di benessere personale, di diritto alla felicità, di “rifarsi una vita”, di non poter sacrificare la propria esistenza (addirittura di condanna da parte di Dio).
Non sto dicendo che chi vive una situazione matrimoniale drammatica debba semplicemente stringere i denti e sorridere, ma mi chiedo se abbiamo davvero capito cosa significa sposarsi. Dana ha 33 anni, è lì ogni singolo giorno, lo aiuta a mangiare, a respirare quando i macchinari si guastano; lo gira ogni due ore durante la notte per evitargli le piaghe da decubito. È una cantante e attrice con una sua carriera e i suoi sogni, ma mette tutto in pausa e diventa l’assistente a tempo pieno di Christopher, senza esitazione e senza lamentarsi, perché Dana, davanti a un marito completamente trasformato dalla malattia, guarda Christopher e lo riconosce, è ancora lui.
L’amore sponsale non è innanzitutto amare ciò che l’altro riesce a fare per me, è riconoscere l’altro, anche quando non può più darmi nulla, anzi, forse è proprio lì che si vede se lo amo davvero. Il contratto dice: “Io resto finché tu rispetti le condizioni”, la vocazione dice: “Io ti ho scelto e continuo a riconoscerti come il mio sposo, soprattutto quando è difficile”. Sono due mondi completamente diversi. Ed è per questo che mi dà fastidio quando sento parlare dell’indissolubilità del matrimonio come se fosse una specie di galera inventata dalla Chiesa per rendere infelici le persone.
L’’indissolubilità dice “tu non sei sostituibile”, non sei un prodotto che posso cambiare quando non funziona più, non sei un cellulare da aggiornare, non sei una relazione da sostituire quando ne trovo una più gratificante, sei mio marito, sei mia moglie. Davanti a Dio, ho pronunciato una parola che riguardava te, tutto te, anche quello che non conoscevo ancora, anche la tua vecchiaia, la tua malattia, le tue fragilità e le tue ferite, anche quelle parti di te che un giorno potrebbero diventare difficili da amare. Questo è lo scandalo del cristianesimo, perché Cristo non ci ha amati quando eravamo belli, perfetti e sistemati, ci ha amati sulla croce.
Il matrimonio cristiano non può essere semplicemente una bella storia romantica, è una piccola croce, non perché Dio voglia farci soffrire, ma perché l’amore vero prima o poi chiede di morire a qualcosa di noi stessi. Muore l’idea che l’altro debba essere come voglio io, che la mia felicità venga prima di tutto, che amare significhi ricevere continuamente, che se l’altro cambia allora automaticamente il mio amore debba cambiare.
Dana ha sposato Christopher e quando Christopher si è ammalato, lei non ha smesso di vedere Christopher, questo è il centro. Quante persone, dentro un matrimonio, hanno bisogno di sentirsi dire proprio questo? “Sei ancora tu”, anche se hai sbagliato, anche se sei invecchiato. Ti amo perché sei tu.
La storia di Christopher e Dana, però, non finisce nella stanza dell’ospedale, Christopher sceglie di vivere: torna a casa, inizia una vita completamente diversa. Diventa un instancabile sostenitore della ricerca sulle lesioni spinali e dei diritti delle persone con disabilità. Insieme a Dana costruisce anche una grande opera di sensibilizzazione e sostegno alle famiglie colpite dalla paralisi, La Fondazione Reeve che continua ancora oggi questa missione.
Questo mi fa pensare che a volte noi pensiamo che la fedeltà significhi semplicemente “non andarsene”, ma la fedeltà cristiana è molto di più, è aiutare l’altro a diventare ciò che può ancora diventare. Dana non ha semplicemente assistito Christopher, l’ha aiutato a vivere e Christopher non si è semplicemente lasciato assistere, ha trasformato la propria tragedia in una missione per altri. Questo è matrimonio: due persone che, anche nella sofferenza, continuano a dare la vita.
Nel 1996, Christopher fa la sua prima apparizione pubblica dopo l’incidente ai Premi Oscar, arriva sul palco in sedia a rotelle e parla dei diritti delle persone con disabilità. Nel backstage, Dana lo aiuta con il tubo della respirazione, si avvicina e sussurra: “Sono così orgogliosa di te”. Christopher dirà poi ai giornalisti: “Dana mi ha salvato la vita, non una volta, ogni singolo giorno”. Quante volte siamo orgogliosi del nostro coniuge? E invece ci lamentiamo per le piccole mancanze e perché non è come lo vorremmo?
Il 10 ottobre 2004 Christopher Reeve muore per arresto cardiaco, ha 52 anni: sono passati dall’incidente nove anni che Dana avrebbe potuto dedicare a costruirsi un’altra vita con qualcun altro, a vivere qualcosa di più facile e meno doloroso. Invece ha passato ciascuno di quegli anni a prendersi cura dell’uomo che amava. Le chiedono se abbia mai preso in considerazione l’idea di lasciarlo. Sembra davvero sorpresa dalla domanda: “Lasciarlo? Perché mai avrei dovuto lasciarlo? Era sempre Chris, l’uomo che avevo sposato”. Dana Reeve muore all’età di 44 anni per un cancro ai polmoni, meno di due anni dopo Christopher: mi piace pensare che un Amore così grande e immortale non poteva tenerli separati per troppo tempo.
A distanza di anni, guardiamo l’eredità di quella che a suo tempo è stata considerata una tragedia, quasi una beffa di Dio, visto che l’uomo d’acciaio si è ritrovato paralizzato su un letto: La Christopher and Dana Reeve Foundation ha raccolto oltre 200 milioni di dollari per la ricerca sulle lesioni del midollo spinale, finanziando veri e propri progressi nel trattamento della paralisi e migliorando la qualità della vita di migliaia di persone che vivono con lesioni simili.
Nel 2020, i ricercatori hanno raggiunto qualcosa che Christopher aveva sognato per anni: usare la stimolazione elettrica per aiutare un uomo paralizzato a rimettersi a camminare. Christopher e Dana non hanno vissuto abbastanza per vederlo, ma il loro lavoro lo ha reso possibile. Oggi il figlio, Will Reeve, ha 34 anni e ogni anno, in occasione dei loro anniversari, pubblica foto di loro insieme, sorridenti e scrive sotto la stessa, silenziosa verità: ”Amore non significa arrendersi quando le cose si fanno difficili, Amore è ciò che avevano i miei genitori”.
Allora mi chiedo: quell’incidente è stata una condanna per una coppia o una benedizione ancora oggi per migliaia di persone?
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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