Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami

Forse questa frase può sembrare provocatoria, persino eccessiva: la santità di due sposi passa anche da come fanno l’amore. Siamo abituati ad associare la santità alla preghiera, all’Eucaristia, al servizio, alla carità, alla capacità di perdonare. Tutto vero. Ma per due sposi cristiani c’è un luogo molto concreto nel quale tutto questo viene messo alla prova: il loro corpo. Perché puoi recitare il Rosario ogni giorno, andare a Messa, fare volontariato, partecipare alla vita della parrocchia. Ma poi c’è una domanda dalla quale, nel matrimonio, non puoi scappare: come tocchi tua moglie? Come desideri tuo marito? Come vivi la vostra intimità? Perché da come fai l’amore si capisce molto di come ami.

Il rapporto sessuale non comincia a letto

Uno degli errori più frequenti è pensare che l’intimità coniugale cominci quando due sposi entrano in camera da letto. Non è così. Comincia molto prima. Comincia quando la mattina ti accorgi che lei è stanca e prepari tu il caffè. Quando gli mandi un messaggio senza dover chiedere niente. Quando la guardi mentre parla invece di continuare a scorrere il telefono. Quando torni a corteggiarlo. Quando gli fai capire che, dopo vent’anni, non è diventato semplicemente il padre dei tuoi figli o il coinquilino con cui dividi mutuo, spesa e bollette.

Noi la chiamiamo corte continua. Il matrimonio non dovrebbe mettere fine al corteggiamento. Dovrebbe renderlo più profondo. Prima delle nozze corteggiavi quella persona per conquistarla. Dopo le nozze sei chiamato a corteggiarla perché hai compreso che non puoi mai possederla. L’altro resta sempre un mistero da incontrare.

Anche psicologicamente funziona così. Il desiderio difficilmente cresce dove ci si sente ignorati, svalutati o utilizzati. Ha bisogno di attenzione, sicurezza, complicità, riconoscimento. Una carezza data in cucina può preparare un incontro molto più di qualsiasi tecnica imparata altrove. E qui cominciamo a capire qualcosa di importante: fare bene l’amore significa anzitutto vivere bene la relazione.

Posso desiderarti senza usarti?

Questa, forse, è la domanda decisiva. Perché desiderare il proprio coniuge è bellissimo. Il problema non è il desiderio. Il problema nasce quando il desiderio diventa pretesa. Quando non dico più, anche attraverso il corpo, «Mi dono a te», ma «Tu devi soddisfare me». La differenza può sembrare sottile, ma cambia tutto.

Posso vivere anche un rapporto sessuale all’interno del matrimonio in maniera profondamente egoistica. Posso cercare soltanto la mia soddisfazione. Posso non accorgermi dell’altro. Posso insistere quando l’altro non sta bene. Posso pretendere. Posso usare il suo corpo come strumento per calmare una mia tensione. Essere sposati non rende automaticamente puro tutto ciò che facciamo. La castità coniugale significa proprio questo: imparare a desiderare l’altro senza trasformarlo in un oggetto del nostro desiderio. Non significa desiderare meno. Significa desiderare meglio.

Anche la pornografia cambia il modo in cui facciamo l’amore

Per questo la pornografia non è un problema soltanto perché «la Chiesa dice che è peccato». C’è qualcosa di ancora più profondo. La pornografia educa lo sguardo. E lo educa nella direzione opposta rispetto all’amore coniugale.

La pornografia ti insegna a guardare un corpo separandolo dalla persona. Ti abitua alla ricerca continua della novità. Ti mette al centro. Tutto esiste per eccitarti. Il matrimonio cristiano dice esattamente il contrario: questa persona non esiste per soddisfarmi. È qualcuno che mi è stato affidato perché io possa imparare ad amarlo.

Ecco perché rinunciare alla pornografia non è soltanto togliere qualcosa dalla propria vita. È una forma di ascesi. È dire ai propri occhi: «Voglio imparare nuovamente a guardare mia moglie». È dire al proprio desiderio: «Non voglio consumare corpi. Voglio incontrare una persona». È dire al proprio cuore: «Voglio che il mio desiderio torni ad avere il tuo volto». Anche questa è santità.

Persino la fertilità può diventare scuola d’amore

C’è poi un altro aspetto molto concreto: il modo in cui gli sposi vivono la fertilità. I metodi naturali, quando sono vissuti dentro un autentico discernimento sulla paternità e maternità responsabile, non sono semplicemente un modo «cattolico» per evitare una gravidanza. Possono diventare una vera scuola relazionale.

Richiedono conoscenza del corpo, dialogo, responsabilità condivisa, capacità di attendere. E l’attesa non è necessariamente nemica del desiderio. A volte lo educa. Ci obbliga a ricordare che esistono mille modi per dirsi: ti amo. Ci ricorda che il corpo dell’altro non è sempre disponibile secondo i nostri programmi. E soprattutto ci permette di custodire qualcosa di decisivo: il gesto sessuale continua a raccontare con il corpo ciò che il matrimonio ha promesso con le parole. Mi dono a te interamente.

Naturalmente anche i metodi naturali possono essere vissuti egoisticamente. Nessuna tecnica rende santo il cuore automaticamente. Ciò che conta è la logica che accompagna le nostre scelte: dialogo, responsabilità, rispetto reciproco e apertura alla vita.

Il letto matrimoniale può diventare un luogo spirituale

Forse qui qualcuno storcerà il naso. Eppure dovremmo avere il coraggio di dirlo: la camera da letto degli sposi può essere un luogo profondamente spirituale. Non perché durante l’intimità dobbiamo pensare continuamente a Dio o trasformare tutto in una pratica devozionale. Ma perché la spiritualità cristiana non consiste nel fuggire dal corpo.

Dio stesso ha scelto di prendere un corpo. E nel matrimonio quel corpo diventa linguaggio. Quando due sposi si donano realmente l’uno all’altra, il loro corpo dice qualcosa che le parole da sole non riuscirebbero a esprimere: sono tuo. Non: «sei mio». Sono tuo. È una differenza enorme. Quella stessa logica attraversa tutto il Vangelo. Cristo non prende. Si dona. Non usa. Serve. Non trattiene. Si consegna. Ed è per questo che gli sposi possono imparare qualcosa di Cristo persino attraverso la loro intimità.

La santità può avere il profumo della pelle di tuo marito

Forse abbiamo spiritualizzato troppo la santità. Come se per diventare santi dovessimo diventare un po’ meno uomini e donne. Invece no.

Per te che sei sposato, la santità può avere il profumo dei capelli di tua moglie. Può avere il sapore di un bacio dato dopo una giornata difficile. Può essere una carezza quando non arriverà nessun rapporto sessuale. Può significare aspettare. Può significare ricominciare a corteggiarsi. Può significare spegnere lo smartphone e guardarsi. Può significare chiedere perdono. Può significare imparare il corpo dell’altro senza pretendere di conoscerlo già. Può significare rinunciare a immagini pornografiche perché vuoi conservare i tuoi occhi per una persona reale. Può significare vivere la fertilità insieme invece di scaricarne il peso su uno solo dei due. Può significare cercare il piacere dell’altro e non soltanto il proprio. Può significare perfino fermarsi e chiedere: «Come stai vivendo tu la nostra intimità?»

Domanda pericolosissima. Perché potremmo scoprire che ciò che per noi funziona, per l’altro non funziona affatto. Ma proprio lì comincia l’amore adulto.

Dimmi come fai l’amore…

Alla fine torniamo alla provocazione iniziale. Dimmi come fai l’amore e ti dirò come ami. Non perché la qualità di un matrimonio si possa misurare dal numero dei rapporti sessuali o dall’intensità del piacere. Sarebbe un’altra forma di riduzione. Ma perché nella sessualità emergono molte delle dinamiche più profonde della nostra relazione.

So attendere? So ascoltare? So accogliere un no? So chiedere? So prendermi cura? So lasciarmi conoscere? So mostrarmi vulnerabile? So cercare il bene dell’altro? So donarmi senza possedere? Sono le stesse domande del Vangelo.

Ecco perché anche fare l’amore può diventare una strada di santità. Non perché il sesso diventi improvvisamente una preghiera in senso stretto, ma perché anche lì gli sposi possono imparare quella logica che Gesù ha mostrato per tutta la sua vita: «Questo è il mio corpo, dato per te».

Forse è proprio questo uno dei segreti più belli del matrimonio cristiano. Dio non aspetta gli sposi soltanto davanti al tabernacolo. Li aspetta anche nella loro casa. Nelle loro carezze. Nel loro desiderio. Nelle loro attese. Nelle loro fragilità. E perfino nel modo in cui fanno l’amore.

Perché per due sposi la santità non consiste nel diventare meno innamorati, meno appassionati, meno corporei. Consiste nell’imparare, giorno dopo giorno, ad amare con tutto se stessi. Anima e corpo. Fino a quando anche il loro modo di desiderarsi possa raccontare al mondo qualcosa dell’amore di Dio.

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Antonio e Luisa

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