Ester: trasformare le ferite in missione

«Il loro dolore si mutò in gioia, il loro lutto in festa» (Est 9,22).

Possiamo riconoscere le nostre ferite senza lasciarci definire da esse e, con la grazia di Dio, trasformarle in una capacità nuova di amare e prenderci cura degli altri.Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

La storia di Ester avrebbe potuto concludersi con la morte di Aman. Il nemico è stato smascherato, la regina ha ottenuto ascolto e Mardocheo ha ricevuto dal re una nuova autorità. Eppure il racconto continua. Il pericolo non è ancora del tutto superato: il decreto emanato contro il popolo ebraico non può essere semplicemente cancellato. Occorre un nuovo intervento, capace di permettere ai Giudei di difendersi.

Ester, quindi, si presenta nuovamente davanti al re. Non si accontenta di aver salvato se stessa e Mardocheo. Il dolore del suo popolo è diventato anche il suo dolore; la sua posizione di regina è diventata una responsabilità. La giovane orfana che all’inizio del libro nascondeva la propria identità ora usa il proprio nome, la propria voce e la propria autorità per proteggere altri. Questa è una delle trasformazioni più profonde del libro di Ester. Ciò che l’aveva resa vulnerabile diventa il luogo della sua missione. Essere ebrea non è più un segreto da custodire per paura, ma un’appartenenza da dichiarare. Essere orfana non la condanna a rimanere per sempre fragile e dipendente: le consente forse di comprendere più profondamente la paura di chi si sente privo di protezione. La sua esperienza del pericolo non la chiude soltanto nel bisogno di mettersi in salvo; la rende capace di intercedere per un intero popolo.

Non significa che le ferite siano un bene. La perdita dei genitori, l’esilio, la minaccia e la paura rimangono esperienze dolorose. La Bibbia non ci chiede di chiamare bene ciò che è male. Ci mostra, però, che il male non deve necessariamente avere l’ultima parola. Dio può entrare anche nelle parti più ferite della nostra storia e aprirvi una possibilità nuova. I capitoli ottavo e nono raccontano proprio questo capovolgimento. Il giorno che avrebbe dovuto segnare la distruzione dei Giudei diventa il giorno della loro liberazione. La paura lascia spazio alla gioia, il lutto diventa festa e una memoria di morte viene trasformata nella festa di Purim. Mardocheo stabilisce che quei giorni siano ricordati ogni anno con banchetti, regali e doni ai poveri. La salvezza ricevuta non deve rimanere un fatto privato: deve diventare memoria condivisa e generosità concreta.

I Giudei non cancellano dalla loro storia ciò che hanno vissuto. Non fingono che la minaccia non sia mai esistita. Al contrario, scelgono di ricordarla, ma da una prospettiva diversa. Non ricordano soltanto il giorno in cui erano stati condannati; ricordano che quel giorno non ha avuto l’esito deciso da Aman. La ferita viene inserita in una storia più grande, nella quale il male è reale ma non è sovrano.

Anche noi possiamo vivere a lungo prigionieri di una storia incompleta. Ricordiamo l’abbandono, ma non le persone che in seguito ci hanno accolto. Ricordiamo il fallimento, ma non ciò che abbiamo imparato rialzandoci. Ricordiamo la parola che ci ha ferito, ma non il cammino attraverso il quale abbiamo ritrovato dignità. Ricordiamo la crisi attraversata dalla coppia, ma dimentichiamo le scelte con cui abbiamo ricominciato a prenderci cura l’uno dell’altra. Il dolore, allora, rischia di diventare l’unica chiave con cui leggiamo la nostra vita. Diciamo: «Sono quello che è stato tradito», «Sono quella che non è stata desiderata», «Sono quello che ha fallito», «Sono quella che è stata abbandonata». Ciò che ci è accaduto diventa la nostra identità.

Come già visto nei capitoli precedenti il copione di vita indica l’insieme di convinzioni, decisioni e aspettative che si formano soprattutto nei primi anni della nostra esistenza. Davanti alle esperienze vissute, il bambino cerca di comprendere chi è, che cosa può aspettarsi dagli altri e quale sia il suo posto nel mondo. Se è stato spesso ignorato, può decidere: «I miei bisogni non contano». Se ha ricevuto affetto soltanto quando era bravo, può concludere: «Per essere amato devo essere perfetto». Se ha sperimentato l’abbandono, può convincersi: «Prima o poi tutti se ne andranno». Se è cresciuto in un ambiente imprevedibile, può imparare: «Non posso fidarmi di nessuno; devo controllare tutto». Queste decisioni non sono ragionamenti consapevoli. Sono tentativi con cui un bambino cerca di proteggersi e dare un senso alla realtà. Nell’età adulta, tuttavia, possono trasformarsi in una prigione. Continuiamo a vivere secondo una conclusione formulata molto tempo prima, quando avevamo poche risorse e una comprensione limitata di ciò che stava accadendo.

Nel matrimonio il copione emerge con particolare forza, perché la vicinanza affettiva riattiva bisogni e paure molto antichi. Una moglie che teme l’abbandono può interpretare ogni richiesta di spazio del marito come la prova che non è più amata. Un marito cresciuto con la convinzione di non essere mai abbastanza può vivere ogni osservazione della moglie come una condanna. Chi ha imparato che esprimere un bisogno è pericoloso può tacere per molto tempo e poi esplodere quando la tensione è diventata insostenibile. Senza accorgercene, possiamo cercare nella relazione la conferma del nostro copione. Se penso che nessuno mi ascolti, potrei esprimermi soltanto quando sono già arrabbiato, provocando nell’altro una reazione difensiva. Alla fine concluderò: «Lo sapevo, nessuno mi ascolta». Il copione sembra confermato, ma una parte dell’esito è stata costruita proprio dalle strategie che avevo imparato per difendermi.

Riscrivere il copione non significa negare ciò che è accaduto né raccontarsi che il passato non abbia più conseguenze. Significa riconoscere che una decisione presa in un altro tempo non deve guidare per sempre il nostro presente. Oggi possediamo risorse, relazioni e possibilità che allora non avevamo. Possiamo guardare la vecchia convinzione attraverso lo stato dell’Io Adulto e chiederci: «È ancora completamente vera? Quali fatti la contraddicono? Quale scelta nuova posso compiere?».

Alla frase «Non posso fidarmi di nessuno» possiamo sostituire una verità più realistica: «Non tutti sono affidabili, ma posso imparare a riconoscere chi merita la mia fiducia». Alla frase «Devo essere perfetto per essere amato» possiamo rispondere: «Posso essere amato anche mentre riconosco i miei limiti e mi assumo le mie responsabilità». Alla frase «I miei bisogni non contano» possiamo sostituire: «Ho il diritto di esprimere ciò di cui ho bisogno, senza pretendere che l’altro lo intuisca o debba sempre soddisfarlo». Il coniuge può avere un ruolo prezioso in questo cammino. Non è il nostro salvatore e non può guarire da solo tutte le nostre ferite. Non deve neppure diventare il nostro terapeuta. Può però offrirci esperienze nuove che contraddicono il vecchio copione: essere ascoltati mentre siamo vulnerabili, essere amati senza dover dimostrare continuamente qualcosa, ricevere un limite senza essere abbandonati, attraversare un conflitto senza che la relazione venga distrutta.

Ogni volta che una coppia affronta in modo nuovo una situazione che prima terminava sempre allo stesso modo, scrive una piccola pagina diversa. Il passato non cambia, ma cambia il potere che il passato esercita sul presente. La ferita non scompare magicamente, ma smette di decidere da sola la direzione della vita. A volte, con il tempo, ciò che ci ha ferito può diventare anche una forma di missione. Chi ha conosciuto la solitudine può sviluppare una particolare attenzione verso chi viene escluso. Chi ha attraversato una crisi matrimoniale può imparare ad accogliere senza giudizio altre coppie in difficoltà. Chi ha sofferto per la mancanza di dialogo nella propria famiglia può scegliere di costruire una casa nella quale sia possibile parlare. Chi ha ricevuto poco affetto può imparare, con pazienza, a esprimere tenerezza e a offrirla ai propri figli.

Questo non avviene automaticamente. Il dolore, da solo, non rende migliori: può anche indurire, chiudere e alimentare rancore. Per diventare dono, la ferita deve essere riconosciuta, attraversata e affidata a Dio. In alcuni casi è necessario anche un aiuto competente. Chiedere sostegno non significa avere poca fede; significa prendere sul serio la propria storia e non lasciare che continui a governarci nell’ombra.

Non tutte le ferite, inoltre, devono essere raccontate pubblicamente. Trasformare un’esperienza in missione non significa esporre ogni parte della propria vita o del proprio matrimonio. Alcune storie richiedono riservatezza, anche per rispettare il coniuge e i figli. Il dono può essere discreto: un ascolto, una presenza, una parola detta al momento opportuno, una maggiore compassione verso chi vive qualcosa che noi conosciamo.

Occorre anche evitare di fare della ferita una nuova identità. Non siamo obbligati a costruire tutta la nostra missione attorno a ciò che ci ha fatto soffrire. La libertà consiste anche nel poter dire: «Questa esperienza fa parte di me, ma non è tutto ciò che sono». Ester non rimane soltanto la donna minacciata da Aman. Diventa una donna capace di assumere responsabilità, custodire una memoria e generare speranza.

La festa di Purim contiene un dettaglio particolarmente significativo: la gioia viene accompagnata dai doni ai poveri. La liberazione ricevuta apre gli occhi su chi è ancora vulnerabile. Il popolo non celebra chiudendosi nel proprio benessere; trasforma la memoria della paura in attenzione verso chi ha bisogno. Questo è forse il segno più autentico di una ferita redenta: non ci rende superiori agli altri, ma più capaci di riconoscere la loro sofferenza.

Anche la Pasqua di Gesù ci insegna che la redenzione non cancella le ferite. Il Risorto porta ancora nel corpo i segni della croce. Quelle ferite non sono più soltanto il ricordo della violenza subita: diventano il segno di un amore che ha attraversato la morte senza esserne sconfitto. Dio non elimina il venerdì santo dalla storia, ma lo conduce verso la risurrezione. Trasformare le ferite in missione, allora, non significa dire: «Sono felice che sia successo». Significa poter affermare: «Quello che è successo non avrà l’ultima parola sulla mia vita». Non siamo soltanto ciò che abbiamo subìto. Siamo anche ciò che, con la grazia di Dio, scegliamo di diventare.

Ester e Mardocheo consegnano alle generazioni future una festa, non una condanna. La memoria del pericolo diventa gratitudine, condivisione e cura per i più fragili. Anche la nostra storia può ricevere un significato nuovo. La ferita può smettere di essere soltanto il luogo nel quale abbiamo perduto qualcosa e diventare il luogo dal quale impariamo ad amare con maggiore verità.

Per dialogare insieme

  1. Quale esperienza dolorosa del mio passato continua a influenzare maggiormente il nostro rapporto?
  2. Quale convinzione ho maturato a causa di quella ferita: «Non valgo», «Non posso fidarmi», «Sarò abbandonato», «Devo essere perfetto» o un’altra frase simile?
  3. Quali fatti della mia vita presente mostrano che quella convinzione non è più completamente vera?
  4. In quale occasione il tuo amore mi ha aiutato a vivere diversamente da ciò che il mio copione prevedeva?
  5. Quale nuova decisione vorrei prendere per non lasciare che la mia ferita continui a guidare la nostra relazione?
  6. C’è un modo discreto e rispettoso con cui ciò che abbiamo attraversato potrebbe diventare accoglienza, servizio o sostegno per qualcun altro?

Ognuno completi tre frasi: «La vecchia convinzione che porto dentro è…»; «La verità nuova che desidero accogliere è…»; «Il gesto concreto con cui questa settimana voglio iniziare a viverla è…». Ascoltatevi senza correggervi e senza cercare immediatamente una soluzione. Al termine, scegliete un piccolo gesto attraverso il quale sostenervi nella nuova decisione.

Per pregare

Signore Gesù, Tu conosci tutta la nostra storia. Conosci le esperienze che ci hanno fatto crescere e quelle che hanno lasciato in noi paura, vergogna, rabbia e sfiducia. Conosci le ferite che sappiamo raccontare e quelle per le quali non abbiamo ancora trovato parole. Non permettere che il dolore diventi il padrone della nostra vita. Aiutaci a riconoscere le convinzioni che abbiamo costruito per difenderci e che oggi ci impediscono di amare con libertà. Donaci la luce per distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che sta realmente accadendo nel presente. Insegnaci a guardarci come Tu ci guardi. Fa’ che nessuno di noi pretenda di guarire l’altro, ma che possiamo accompagnarci con pazienza, rispetto e tenerezza. Rendici capaci di offrire esperienze nuove: ascolto invece di giudizio, presenza invece di abbandono, verità invece di silenzio, misericordia invece di condanna. Come hai fatto con Ester, trasforma le nostre fragilità in luoghi di responsabilità e di amore. Non lasciare che ci vergogniamo per sempre di ciò che abbiamo attraversato. Mostraci, nel tempo opportuno, se qualche parte della nostra storia può diventare consolazione per chi soffre, accoglienza per chi è solo e speranza per chi pensa di non poter ricominciare. Custodiscici anche dalla tentazione di esporre ciò che deve rimanere intimo o di trasformare le nostre ferite in motivo di superiorità. Donaci una missione umile, rispettosa e capace di fare spazio agli altri. Gesù risorto, Tu porti ancora i segni della croce. Insegnaci che una ferita può rimanere parte della nostra storia senza essere più una condanna. Trasforma il nostro lutto in festa, la paura in fiducia e ciò che abbiamo ricevuto in dono per gli altri. Fa’ che la nostra famiglia non tramandi soltanto il ricordo delle sofferenze, ma anche la memoria della Tua fedeltà. E che possiamo dire, guardando il cammino percorso: il male ci ha feriti, ma il Tuo amore ha scritto una parola nuova. Amen.

Antonio e Luisa

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