C’è un dolore di cui molte mogli parlano sottovoce. Non sempre arriva con un tradimento consumato. A volte arriva con uno sguardo insistente, con la pornografia scoperta per caso, con chat cercate di nascosto, con immagini di donne giovani, belle, esposte, consumate nel silenzio di un telefono. E allora nasce una domanda tremenda: “Che cosa hanno loro che io non ho?”
È una domanda comprensibile. Quando una donna scopre che il marito cerca pornografia, guarda compulsivamente altre donne o si rifugia in fantasie erotiche mentre nella relazione è distante, freddo o aggressivo, la ferita è profonda. Non si sente solo tradita. Si sente sostituita. Umiliata. Invisibile. Come se il proprio corpo, la propria storia, la propria fedeltà, il proprio amore non bastassero più. Ma proprio qui occorre dire una parola chiara: il problema non è lei.
Non è il suo corpo che invecchia. Non sono i chili in più o in meno. Non è il fatto che non sia più giovane come un tempo. Non è perché un’altra è più bella, più provocante, più desiderabile. La pornografia e la ricerca compulsiva di immagini non nascono quasi mai da una mancanza della moglie. Nascono piuttosto da un disagio dell’uomo, da una fragilità, da una fuga, da una difficoltà a stare dentro la realtà. La pornografia, infatti, non è relazione. È pura evasione.
Non c’è incontro. Non c’è volto. Non c’è reciprocità. Non c’è tenerezza. Non c’è la fatica di amare una persona reale. Non c’è il rischio di essere conosciuti davvero. C’è solo un consumo rapido di immagini che permette, per qualche minuto, di non sentire il vuoto, la frustrazione, l’ansia, la fatica, la vecchiaia, la solitudine, la propria incapacità di stare in contatto profondo con sé e con l’altro. Lo psicoterapeuta Patrick Carnes, tra i principali studiosi delle dipendenze sessuali, ha descritto queste dinamiche come una ferita della capacità relazionale: non si cerca davvero una persona, ma un sostituto povero dell’intimità. È un punto decisivo. La pornografia sembra parlare di sesso, ma spesso parla di incapacità di relazione.
Anche la terapeuta Esther Perel, parlando del desiderio nella coppia, ricorda che l’erotismo autentico ha bisogno di vitalità, mistero, presenza, immaginazione, non di consumo meccanico. Dove tutto è immediatamente disponibile, esposto, accessibile, spesso non cresce il desiderio: cresce l’anestesia. Si cerca uno stimolo sempre nuovo, ma ci si allontana sempre di più dall’incontro reale.
Per questo una moglie non deve entrare in competizione con le donne viste dal marito. Sarebbe una gara impossibile e ingiusta. Quelle donne non sono rivali. Le attrici porno non sono rivali. Le ragazze viste in spiaggia non sono rivali. Perché non sono davvero “persone” dentro quella dinamica: sono immagini usate per fuggire. Questo non assolve l’uomo. Non rende tutto normale. Non cancella la responsabilità. Un marito che fissa altre donne davanti alla moglie, che minimizza il dolore di lei, che si chiude nel silenzio quando viene messo davanti alla verità, sta ferendo la relazione. E quella ferita va nominata.
Una cosa è notare una presenza. Altra cosa è fissare, indugiare, nutrire volontariamente lo sguardo, ignorando il dolore della propria sposa. Lo sguardo non è mai neutro. Lo sguardo può custodire o può consumare. Può dire: “Tu sei preziosa”, oppure può dire: “Io prendo ciò che voglio, anche se tu soffri”. San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha insistito molto su questo punto: il corpo umano non è oggetto da usare, ma segno della persona e della sua dignità. Il corpo è chiamato al dono, non al consumo. Quando lo sguardo diventa possesso, l’altro viene ridotto. Quando invece lo sguardo è casto, l’altro viene riconosciuto.
C’è poi un aspetto delicato che molte coppie incontrano con il passare degli anni. Quando si invecchia, il coniuge diventa anche uno specchio. Guardare l’altro significa vedere il tempo che passa. Le rughe. La stanchezza. Il corpo che cambia. Le energie che diminuiscono. La giovinezza che non torna. Per alcuni questo diventa occasione di tenerezza: “Siamo cambiati, ma siamo ancora qui”. Per altri diventa motivo di fuga: “Non voglio vedere il tempo che passa, non voglio accettare la mia fragilità, non voglio fare i conti con il limite”. Allora si cerca la giovinezza altrove, non tanto perché l’altro non basti, ma perché non si riesce ad accettare se stessi. Qui la moglie deve fare un passaggio doloroso ma liberante: non può salvare il marito al posto suo.
Può parlargli. Può dirgli la verità. Può chiedere rispetto. Può invitarlo a farsi aiutare. Può pregare. Può restargli accanto. Ma non può costringerlo a cambiare. Non può aprire lei la sua coscienza. Non può obbligarlo a riconoscere il proprio disagio. Non può fare terapia al posto suo. La soluzione, allora, non può essere: “Quando lui cambierà, io starò bene”. Sarebbe consegnare la propria pace nelle mani di una persona che forse non è ancora pronta a guardarsi dentro. La soluzione comincia dai confini.
Mettere confini non significa non amare. Significa amare senza distruggersi. Significa dire: “Io ti amo, ma non permetterò che il tuo disordine diventi la misura del mio valore”. Significa riconoscere: “Il tuo comportamento mi ferisce, ma non definisce chi sono”. Significa smettere di mendicare conferme da uno sguardo che in quel momento è malato.
Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ricorda che l’amore coniugale non è solo sentimento, ma anche cura concreta dell’altro. E la cura passa anche dalla responsabilità. Chi ama non può dire: “Sono fatto così”. Chi ama deve chiedersi: “Che cosa produco nel cuore dell’altro con il mio comportamento?” Per questo, davanti a certe ferite, può essere necessario un aiuto serio: un terapeuta, un sessuologo, un accompagnamento spirituale maturo. Non per colpevolizzare, ma per guarire. Perché la grazia non elimina il lavoro umano: lo sostiene.
E alla moglie ferita va detta una cosa con dolcezza e fermezza: tu non sei in gara con nessuno. Il tuo valore non dipende da quanto lui ti guarda. Non dipende dalla sua capacità, o incapacità, di riconoscere la tua bellezza. Non dipende dal confronto con corpi più giovani. Il tuo valore viene da Dio. Dalla tua dignità. Dalla tua storia. Dalla tua fedeltà. Dal tuo essere donna, sposa, figlia amata. Nessuna immagine potrà mai avere ciò che hai tu: una vita donata, un amore attraversato dalla prova, una presenza rimasta anche quando sarebbe stato più facile chiudersi. E forse la guarigione comincia proprio qui: quando una donna smette di chiedersi “che cosa hanno loro più di me?” e comincia a dire, davanti a Dio: “Io valgo. Anche se lui oggi non sa vedermi”.
Antonio e Luisa
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