L’occasione speciale

Oggi ricorre il Santo di cui mio marito porta il nome quindi, mi sono detta, questa è l’occasione speciale per ricordargli tutto il mio amore e il mio affetto. Ma poi, pensandoci meglio, mi sono chiesta: c’è davvero bisogno di un giorno particolare per farlo oppure …? Ho cercato di andare un po’ più a fondo e la risposta che mi sono data è stata: no.

Non c’è assoluta, indispensabile e soprattutto unica necessità di una data speciale per manifestare i nostri sentimenti al coniuge perché dovremmo cercare di farlo costantemente, al di là di onomastici, compleanni, anniversari e quant’altro.

Nella formula del matrimonio cattolico, infatti, leggiamo: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Balzano subito agli occhi due particolari mica da ridere: “sempre” e “tutti i giorni”. Un piccolo approfondimento linguistico può esserci utile. Nell’enciclopedia Treccani online, troviamo quanto segue:

Con continuità ininterrotta, senza termine di tempo (cioè senza fine, e talora senza principio); estens., per un tempo lunghissimo, nel passato o nel futuro: Dio è s. stato e s. sarà (qui sempre coincide con eternamente); ora e s.; è s. stato così; la bellezza sarà s. ammirata […]L’avverbio che è in diretta contrapposizione a sempre è mai (ho s. sperato equivale a non ho mai disperato); talora collocati vicino per un’antitesi più o meno intenzionale […]Altre volte indica più espressamente la frequenza, spec. di fatti che si ripetono in modo da dar l’impressione d’una continuità quasi ininterrotta: hai s. da protestare!; è s. qui a darmi noia; ma se glielo dico s., io!; s. guai!, s. scenate!, s. rimproveri!, ecc. O di fatti e situazioni che, per essere soliti, si considerano come normali e ordinarî: è un posto dove tira s. vento; questo treno arriva s. in ritardo; li vedo s. insieme [1]

Dunque, anche dal solo punto di vista grammaticale, l’avverbio “sempre” indica qualcosa di potente,  duraturo e continuativo che, abbracciando il passato, avvolge il presente e si proietta nel futuro. Molto interessante è anche il richiamo al fatto che “sempre”, calato nel quotidiano, diventa qualcosa di ordinario, di abituale (dal latino habitus ossia cucito addosso a noi, fatto apposta per starci bene).

Ecco allora che il quotidiano dell’amore sponsale è qualcosa che ci ricopre come un vestito realizzato su misura, intessuto dal miglior sarto possibile: Nostro Signore. Abito che solo in Lui si può rinnovare pur continuando a essere se stesso, adattandosi ai cambiamenti che inevitabilmente attraversano, nell’arco dell’esistenza, qualsiasi coppia. Un abito che segue coloro che lo indossano, calandosi nella vita di tutti i giorni e diventando, così, un “sempre” conservativo e nello stesso momento in grado di innovarsi e rinvigorirsi.

Un “sempre” che diventa abitudine non per la noia degli anni passati insieme e la monotonia dell’uguale a se stesso ma in virtù della promessa di Dio di essere fondamento, sigillo e compimento dell’unione sponsale.

Un “sempre” che diventa “tutti i giorni” e che richiede il nostro impegno attento, devoto, sincero. Un “sempre” che non è «sei sempre così», «fai sempre così», «dici sempre così», «sei sempre stato/stata così», «hai sempre un motivo per lamentarti», «sei sempre il solito/la solita» e via dicendo. Ma un «desidero amarti sempre di più», «desidero camminare sempre più unito/a a te», «mettiamo sempre Dio al primo posto nella nostra coppia», «dimostriamoci sempre meglio il nostro affetto di coniugi».  

Quale momento migliore, allora, che farlo nel “tutti i giorni”? Non ci saranno più, semplicemente, occasioni speciali che, se pur belle, passano e volano via. “Tutti i giorni” diventeranno propizi per amarsi, nel sempre quotidiano come anticipo del sempre eterno. Questo non vuol dire sminuire i giorni particolari del calendario, quelli che cerchiamo di rosso o che sottolineiamo più volte. Questo significa riconoscere la straordinarietà del vincolo sponsale che dal “sempre” di Dio si fa “tutti i giorni” per te e per me. E che sta a noi cogliere, coltivare, far crescere, fortificare e testimoniare.

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione completa al link https://www.treccani.it/vocabolario/sempre/

Nove storie a Natale

Cos’hanno in comune un presepe che non piace a nessuno, una bambina capricciosa e un letto vuoto? Una manager in carriera, una biblioteca da poco inaugurata e la cometa dei Re Magi? E cosa, infine, un abete nano, un calendario dell’avvento sui generis e una gara di torte? Il mio nuovo libro, “Nove storie a Natale” è tutto questo e molto di più: nove tappe per grandi e piccini che faranno emozionare, ridere, piangere e riflettere, in maniera mai scontata, sul vero significato dell’evento più importante della storia, cui siamo chiamati a guardare con fiducia e speranza.

L’importanza di scrivere storie di Natale

Come spiego nell’introduzione:

Sono già state scritte centinaia, migliaia di storie di Natale; se questo, da una parte, potrebbe scoraggiare a pensarne di nuove, dall’altra significa una cosa fondamentale: non è solo un periodo dell’anno che, in un modo o nell’altro ci emoziona, ma qualcosa che ci coinvolge totalmente e profondamente. Ecco perché ha ancora senso scriverne e parlarne ed ecco perché Nove storie a Natale può essere un piccolo, fedele compagno di viaggio per questi giorni speciali, un amico silenzioso e discreto da condividere in famiglia, con i bambini o gli amici dato che la narrazione si rivolge a tutti e i contenuti sono davvero coinvolgenti per qualsiasi fascia d’età, dai racconti per bambini a quelli per i “grandi”, dalle riflessioni attuali a quelle senza tempo, dal dolore alla gioia, dal buio alla luce.

Nove storie a Natale può essere letto in Avvento, nei nove giorni che precedono il venticinque dicembre, durante l’intero periodo natalizio o, perché no, proprio a Natale, tra il presepe e l’albero, insieme con chi desideriamo condividere qualcosa di semplice ma solenne allo stesso momento. Un agile libretto che aiuterà a rallentare in mezzo alla frenesia con cui, troppo spesso, si vivono queste settimane, rischiando di perdere di vista ciò – ma soprattutto chi – è davvero importante, a cominciare dal Protagonista indiscusso. Nove storie a Natale scalderà il cuore, permettendo di riflettere, sorridere, piangere, ringraziare e sperare.

Un ringraziamento sincero

Un grazie sincero, fin da ora, a tutti coloro che lo acquisteranno, diffonderanno, regaleranno, leggeranno e recensiranno, condividendo così la bellezza del vero 25 dicembre, quello in cui Gesù viene ad abitare il cuore dell’uomo. Sì perché Natale non è solo un giorno, Natale è scoprire la potenza di una speranza che si è fatta corpo per permettere alla nostra anima di guardare al Cielo con gioia, felicità e abbandono.

Il Natale come aurora della liberazione

Il santo sacerdote Guido Maria Conforti (1865-1931) affermò:

“Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione.”

È proprio questo il senso della venuta di Gesù che sta a noi scoprire, o riscoprire, vivere e rivivere ogni giorno e non soltanto nel mese di dicembre ciascun giorno che ci viene donato. Troppe volte, infatti, diamo per scontato tutto e tutti mentre il Bambinello, nato umilissimo e poverissimo, c’invita a un cambio radicale di prospettiva, cambio verso la speranza, che non a caso sarà anche il tema del Giubileo 2025, ormai imminente.

Lasciarsi stupire dalla semplicità

Lasciamoci stupire ancora, con dolcezza e serenità, perché è nelle cose semplici che il Signore ci parla. E Nove storie a Natale ne è un’ulteriore piccola, grande dimostrazione.

Fabrizia Perrachon

P.S.: trovate il libro nello store online di Youcanprint a questo link, su Amazon a questo link e già disponibile anche nelle altre librerie online (Mondadori, Feltrinelli, ecc … ). Se preferite rivolgervi a un negozio fisico, potete farlo! Basta semplicemente comunicare titolo e autore (autrice in questo caso).

Non un pacchetto da scartare ma …

L’Avvento è iniziato e poche settimane ci separano, ormai, dal Santo Natale. Sì, mi piace definirlo così perché non è il Natale commerciale di pandori, panettoni, mangiate o quant’altro ma il giorno in cui ricordiamo, celebriamo, riattualizziamo l’evento degli eventi: la nascita di Gesù in questo nostro mondo. La nascita di Dio come uomo. L’eternità che si fa tempo. L’infinito che si fa finito nel corpo di un neonato. L’Onnipotente che si fa indifeso, tenero, bisognoso di una mamma e di un papà.

Incoerenza e distrazioni natalizie

Chiarito questo, purtroppo dobbiamo ammettere di essere – tutti – poco coerenti e poco costanti. Poco coerenti perché troppe volte e troppo spesso mettiamo in cima alla lista delle preoccupazioni quella di che doni fare. E poco costanti perché, distratti dalla frenesia e dalla corsa ai regali di questo periodo, preghiamo poco. Molto meno di quello che dovremmo. Perdiamo tempo in fila ai negozi ma ne passiamo poco in meditazione, pensando a ciò che Dio ha fatto per noi. C’importa di più riuscire ad accaparrare un’offerta, magari sfumata nel Black Friday, che l’occasione di una buona confessione. C’interessa di più l’apparenza delle cose che la verità dell’anima.

Un regalo originale e autentico

Ma un’alternativa c’è. È un regalo davvero originale. Che non c’è mai stato prima. Un regalo in grado di sopperire alla nostra scarsità di coerenza e di costanza di cui sopra. Non un pacchetto da scartare, non un gioiello da esibire, non un modello di smartphone da far invidia a tutto il vicinato. Molto, molto di più! Un dono. Dono nel vero, autentico, liberante senso della parola ossia qualcosa di gratuito, di bello, di spontaneo, senza aspettarsi nulla in cambio. Una carezza, un gesto bellissimo d’amore puro. E che, proprio come il sorriso della celebre poesia di Padre Faber, “Rende felice il cuore: arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona”.

La Cappella per i bimbi “nati in Cielo”

Si tratta della possibilità di dare il proprio libero contributo per un progetto straordinario. Ispirazione che i Padri Carmelitani Scalzi di Arenzano (GE) stanno realizzando proprio all’interno del loro Santuario, dedicato al Bambin Gesù di Praga. Sto parlando della Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti. I Padri Carmelitani sono sempre molto attenti a questo tema e a quello dell’infanzia sofferente, tant’è che da anni ogni 28 del mese (giorno che richiama il 28 dicembre, memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti) ci si riunisce con loro in preghiera proprio per questa intenzione. Ora abbiamo la bella (e imperdibile) opportunità per aiutarli concretamente con un gesto di carità ed accelerare, così, le tempistiche per la realizzazione della Cappella. Diventerà, senza dubbio, un luogo importantissimo di preghiera: sia fisico (perché chiunque potrà recarvisi) sia spirituale (perché con il cuore, a qualunque ora del giorno o della notte, potremo affidare le nostre preghiere, intenzioni, speranze). Un punto di riferimento, insomma, per quella che possiamo a tutti gli effetti definire la teologia del valore della vita dei bambini non nati e di quelli che soffrono. La costruzione è già partita e la durata dei lavori dipenderà dai contributi che arriveranno.

“A Natale puoi”: un invito alla generosità

Una celebre pubblicità viene trasmessa accompagnata dall’inconfondibile motivetto “A Natale puoi”. Già, possiamo. Possiamo fare qualcosa di nuovo, di grandioso, di generoso. Non servono chissà che cifre. Ognuno sa quel che è in grado di donare. Ma l’importante è farlo, e farlo con il cuore. Luoghi sacri come la Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti non sono ancora così diffusi. Mentre è assai alto il nome di persone coinvolte in tutto quello che essa rappresenta. E il Santo Natale è il momento propizio per aprire il cuore, non solo e non tanto il portafoglio spendendo per cose inutili, che lasciano un senso d’indifferenza e di vuoto nell’averle regalate o nell’averle ricevute. Il Santo Natale è il momento propizio per svuotarci del superfluo e accorgersi degli altri, delle difficoltà, delle fatiche, dei dolori degli altri. Gesù è nato proprio per questo. Facciamo nostro tale originalissimo dono! Partecipiamo e diffondiamo. Sarà molto più bello aver – e averci – dato tale opportunità piuttosto che scartare l’ennesimo pacchetto, magari contenente qualcosa che non è o non ci è piaciuto. Anche perché, c’è una cosa molto importante da ricordare: “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Fabrizia Perrachon

P.S.: chi volesse donare, può farlo trasmettendo la propria offerta tramite il seguente IBAN: IT21D0760101400000000002170 intestato a Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (già utilizzato da anni, per le offerte al Santuario di Arenzano. Consiglio di specificare nella causale il motivo della donazione).  Il sito ufficiale è: https://www.gesubambino.org/

Le date non sono mai casuali

Sono sempre stata convinta che le date, nelle nostre vite, non siano mai casuali. E sposo al cento per cento ciò che diceva San Pio da Pietrelcina: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Me ne rendo conto ogni giorno di più. Non solo nelle mie “coincidenze” ma anche in quelle di marito, figli, genitori, amici, ecc … Superstizione? Suggestione? Caso? Direi proprio di no! Direi un convinto “assolutamente no”! Non solo perchè non credo in nessuna di queste cose. Ma perchè c’è molto di più. C’è qualcosa di più. C’è Qualcuno di più. Amo dire che le “coincidenze” sono la firma di Dio, ossia il modo attraverso cui ci parla, nel quotidiano.

Attraverso cui comunica con noi. Attraverso cui vuole farci capire che non siamo soli ma che Lui c’è sempre. È con noi, accanto a noi. Anche se non lo vediamo. Anche se facciamo fatica ad accettare quello che succede. Anche se, a volte, saremmo tentati di gettare tutto al vento. Sogni, speranze, conquiste, persino noi stessi.

Pure in questo freddo mese di novembre ci sono delle coincidenze che accompagnano me e mio marito. Il giorno 27, in cui si ricorda la Medaglia Miracolosa, sarebbe stata la DPP (data presunta del parto) del nostro primogenito. Sarebbe dovuto/a nascere il 27 novembre 2012. Quando, rimasta incinta per la prima volta, ho calcolato la famigerata DPP e mi sentivo in una botte di ferro. Cosa può esserci di meglio che partorire in un giorno come quello?

Ma – lo sappiamo – Dio non ragiona così. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Ogni anno, il 27 novembre, per noi non è solo il ricordo del meraviglioso pegno dell’amore di Maria Santissima per l’umanità. Per noi è la data in cui ricordare quanto siamo piccoli davanti al Signore. E quanto dobbiamo imparare a fidarci di Lui.

Il 27 novembre 2012 non tenevamo in braccio un/una neonato/a, eravamo in attesa del nostro secondo figlio. Un’attesa tutt’altro che semplice. Minaccia d’aborto immediatamente dopo aver fatto il test. Avrebbe potuto essere il secondo aborto spontaneo in sei mesi. Una gravidanza passata a pregare, e sperare. Una gravidanza con appoggiata sul pancione l’immagine di Don Silvio Galli, Servo di Dio salesiano di cui è in corso il processo di beatificazione, e nei cui atti, tra tante, c’è anche la mia testimonianza.

E quel 27 novembre, giorno quasi in sospeso. Per noi ma non per Dio. Un giorno in cui ricordare non una “nascita mancata” ma la rinascita. La nostra rinascita. La rinascita della nostra fiducia in Gesù e Maria. La stessa a cui siamo chiamati tutti noi, ogni giorno. Anche attraverso la voce del Padre, che ci sussurra il suo amore e la sua onnipotenza attraverso le date, le coincidenze, le “Dio-incidenze”, come tanti le definiscono.

In tutto questo, una “coincidenza” nella “coincidenza”. Qualche tempo fa abbiamo conosciuto una bellissima coppia di giovani sposi. Anche loro, come noi, con una creaturina nata direttamente in Cielo. Parlando, abbiamo scoperto che le DDP di queste nostre “gravidanze celesti” erano vicinissime. Possiamo dire quasi le stesse. Così noi mamme abbiamo deciso di pregare la novena alla Medaglia Miracolosa l’una per l’altra. L’una per le intenzioni del cuore dell’altra. Senza sapere esattamente quali sono. Il Cielo le conosce. Ed è questo che conta.

Ecco come le prove della vita si possono trasformare da tragedie senza senso (prospettiva del mondo) a occasioni di resurrezione (prospettiva del Cielo). Se ci fermiamo esclusivamente al muro del dolore, troveremo davanti a noi una barricata che non riusciremo a superare. Peggio della Muraglia cinese. Ma se ci affidiamo a Dio, se ci abbandoniamo a Lui, tutto sarà diverso. In noi e in chi ci è vicino.

Ed ecco perché dobbiamo riscoprire o imparare a leggere questi fatti, questi avvenimenti. Non come cultori della Smorfia napoletana ma come figli amati. Amati da un Padre che vuole il nostro Bene. Da sempre e per sempre. E che, se non capiamo in altro modo, ce lo dice anche così, attraverso le “combinazioni”.

Perché “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139, 1-7).

Le date non sono mai casuali. Non vi fidate di me? Fidatevi di Dio! Non resterete delusi.

Fabrizia Perrachon

La differenza del e nel matrimonio

Nelle ultime settimane mi sono trovata, con mio figlio, a ripassare regole, definizioni e proprietà delle quattro operazioni matematiche. Quando siamo arrivati alla sottrazione, il termine differenza ha attirato la mia attenzione. Lo utilizziamo moltissimo nella vita quotidiana, in espressioni come “Che differenza c’è/fa?”, “Non capisco che differenza fa”, “Vogliamo fare la differenza”, “Non c’è alcuna differenza”, “A differenza di”, “La differenza tra te e me”, “Per me non fa differenza”, “C’è una bella differenza tra”, ecc …

Ma allora questa differenza, è solo il risultato di una sottrazione di qualcuno da qualcuno, di qualcuno da qualcosa o di qualcosa da qualcos’altro? È sempre e solo sinonimo del termine matematico “resto”? Oppure può essere qualcosa di più?

Sono convinta che la differenza, del e nel matrimonio, sia molto di più che il semplice risultato di un’espressione o di un’equazione. Nell’unione sponsale la differenza la fa il sacramento.

Non il semplice patto tra persone, quasi fosse un accordo esclusivamente economico, materiale e di comodo. È l’alleanza tra un uomo, una donna e Dio, tra un “noi” e “Lui”, tra “noi” e “Te”. Dove il “noi” non è semplicemente un “io+io” o un “tu+tu” ma un mistero di unione fisica e spirituale che riceve una benedizione enorme, duratura, forte. La differenza è Cristo!

La differenza è che “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). La differenza è che “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2, 18). La differenza è che io senza di te sono meno che io con te. La differenza è che insieme siamo più che “1+1”, siamo una potenza, una potenza non solo matematica ma di cuore, di corpo, di anima. La differenza è che un uomo e una donna diventano l’immagine dell’amore di Dio.

Differenza che senza la benedizione del sacramento troppe volte si sgretola, si spezza, si deteriora, si consuma. Insinuando dubbi che il matrimonio sia realmente una cosa bella, che vale la pena fare o per il quale vale la pena lottare. Rompendo le speranze di quanti ci credevano. Ferendo il cuore, non solo umano ma anche quello divino.  

Certo, potrete obiettare, anche sposi cristiani di dividono. Purtroppo accade, non possiamo negarlo. Ma siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi “sposarsi in Chiesa”? Lo facciamo per convenzione sociale, per assecondare qualcuno o perché siamo autenticamente liberi e consapevoli della scelta? Sappiamo che senza la nostra partecipazione la Grazia non compie il miracolo? Sappiamo che senza la fede quella benedizione, non accolta nell’intimo, non può fare ciò che non facciamo noi? Come affermava Sant’Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te “(Sermo CLXIX, 13).

Siamo, dunque, ancora convinti che “Non c’è alcuna differenza” tra un’unione esclusivamente umana ed una arricchita, abbellita, adornata dal divino? Davvero ci poniamo ancora la domanda “Che differenza c’è/fa?” tra un matrimonio civile e uno religioso? Siamo ancora del parere che “Per me non fa differenza”, basta che due persone si vogliano bene? Altrettanto, sappiamo essere misericordiosi e non giudicare, affermando che “La differenza tra te e me” è che siamo sposati in chiesa e voi no? Oppure che “A differenza di” io sono bello e bravo e tu sei brutto e cattivo? Non possiamo promuovere la Verità accantonando la carità.

Un caro amico sacerdote me lo ha ripetuto più volte che nel dire la verità del Vangelo bisogna sempre usare modalità adeguate e un atteggiamento mite e cordiale perché non sempre siamo pronti ad accogliere la verità nuda e cruda. E sbatterla in faccia provocherebbe l’effetto contrario. Questo non significa che dobbiamo tradire, sovvertire o travisare la Parola ma diffonderla con dolcezza perché “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Il più delle volte è l’esempio a dire più di mille parole. Quasi sempre fa più la testimonianza di tanti discorsi. Non solo perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ma perché il Vangelo fatto carne tocca veramente i cuori. Anche quelli più induriti. Come magistralmente ha scritto San Paolo: “Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 22-24). La differenza, ben prima e ben più di noi, la fa il Signore. Noi possiamo farla se, e solo se, rimaniamo in Lui e noi il Lui. Il noi sponsale, il noi più grande, il noi più bello!

Fabrizia Perrachon

Nella salute e nella malattia. Quando l’amore sponsale è chiamato a qualcosa di più

Una formula solenne che va oltre le parole

Chiunque abbia assistito a un matrimonio cattolico conosce la formula dello scambio delle promesse, in cui gli sposi dichiarano:

«Io accolgo te [nome], come mia/mio sposa/sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».

Tuttavia, spesso la forte emozione di quel giorno rischia di ridurre questa formula a parole ripetute meccanicamente. In realtà, queste frasi contengono un impegno profondo e rivoluzionario che merita tutta la concentrazione e la preghiera possibile, perché un giorno “nella malattia” potrebbe bussare davvero alla porta.

Un’esperienza personale: quando l’amore diventa sostegno concreto

Recentemente, mi sono fermata a riflettere su questo impegno grazie anche a un episodio personale. Un mese fa, un forte mal di schiena mi ha immobilizzata a letto per giorni. In quei momenti difficili, il supporto di mio marito è stato fondamentale: mi aiutava ad alzarmi dal letto, mi accompagnava in bagno, mi vestiva, preparava i pasti, e si assicurava che avessi tutto ciò di cui avevo bisogno. Questi gesti, che possono sembrare banali nella quotidianità, sono diventati la dimostrazione tangibile dell’amore che va oltre le promesse.

“Nella salute e nella malattia”: il vero metro dell’amore

Il supporto reciproco nei momenti di difficoltà è il cuore dell’amore sponsale. Se non c’è solidarietà quando uno dei due è vulnerabile, come possiamo affermare di essere una cosa sola? Gli acciacchi e le difficoltà, sia fisiche che psicologiche, mettono alla prova ogni coppia, e la tentazione di scappare è sempre in agguato. Tuttavia, la formula nuziale ci ricorda che la promessa viene fatta “con la grazia di Cristo”. Questa forza divina è ciò che ci permette di rimanere, di agire e di sostenere l’altro anche nei momenti più bui.

L’esempio di Maria sotto la croce

Il Vangelo di Giovanni ci mostra un esempio di amore autentico e perseverante: “Maria stava sotto la croce” (Gv 19, 25). È l’immagine dello stare presente, del rimanere nonostante il dolore. Questo è l’amore a cui ogni coppia è chiamata. La vita matrimoniale non sarà sempre una passeggiata; ci saranno giorni difficili e momenti in cui la tentazione di abbandonare sembra più facile. Ma rimanere è una scelta consapevole e coraggiosa.

Non un segno di debolezza, ma di forza

Restare accanto al proprio coniuge nella malattia o nelle difficoltà non è segno di debolezza, ma di forza. Significa agire per amore, senza rassegnazione. È una promessa che si realizza ogni giorno, anche quando le circostanze sembrano remare contro. È in quei momenti che la benedizione del sacramento del matrimonio ci dona un “surplus” di coraggio, di pazienza e di forza.

Una metafora dal passato: la leggenda del “barbuto” di Praga

Un’immagine potente di questa resistenza e unione nella difficoltà ci viene dal “barbuto” sul muraglione del Ponte Carlo a Praga. Quando le acque del fiume Moldava salivano fino alla sua barba, era segno che l’inondazione era imminente. Similmente, “con la grazia di Cristo”, gli sposi sono dotati della forza necessaria per affrontare insieme le prove della vita, non per fuggire, ma per superarle e uscirne ancora più uniti.

Conclusione: l’amore che cresce nella prova

Gesù ha detto: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 6, 10). Questo principio è particolarmente vero nel matrimonio. Solo restando accanto al proprio coniuge nei momenti di fragilità, si riesce a godere appieno dei momenti di gioia e salute. Il matrimonio è una palestra in cui l’amore viene allenato, fortificato e reso più profondo proprio nelle sfide che la vita ci presenta. L’unione che si rinsalda nella prova è un “noi” che esce più forte. La promessa matrimoniale non è un semplice impegno, ma una scelta di vita che, sostenuta dalla grazia divina, diventa l’essenza stessa dell’amore.

Fabrizia Perrachon

Un anno da blogger

Da diversi anni, ormai, tutti sentiamo parlare di blog e di blogger. La definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani online può aiutarci a capire meglio chi è davvero un/una blogger: “L’autore di un blog, ossia la persona che mantiene e aggiorna un (v.). Con la crescita della (v.), nell’ultimo decennio questa tipologia di scrittore ha goduto di un periodo di grande fortuna, tanto da essere considerata significativamente innovativa dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali. La semplicità con cui un b. può operare nella sua funzione è stato uno dei fattori che hanno portato alla diffusione a macchia d’olio della pratica del (v.). I b. riportano sul loro sito contenuti personali, informativi, discutono temi specifici e di attualità”.

A inizio novembre 2023, esattamente un anno fa, partiva la campagna di pre-ordine del mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”. Iimmediatamente, la nostra cara amica Simona Arcidiacono (anche lei facente parte della “squadra” di matrimoniocristiano.org nonché conduttrice su Radio Maria del programma “Dio che progetti hai per noi”) mi contattò sui social invitandomi a seguire un blog sul matrimonio.

Fu così che conobbi Luisa e Antonio e quest’ultimo, a stretto giro, mi invitò a scrivere per questo loro progetto così bello, così grande e già così collaudato. Fu per me una sorpresa – e insieme – un onore enorme ricevere immediata fiducia.

Oggi, dunque, posso dire che è trascorso il mio primo anno da blogger, un anno in cui sono cresciuta moltissimo. Ho imparato moltissimo. Ho conosciuto moltissimi fratelli e sorelle nella fede con disparati carismi.Tutti che lavorano nella vigna del Signore. Vogliono far scoprire al mondo quanto è bello amarsi in Cristo. È magnifico vivere l’autenticità della famiglia insieme all’essere cristiani. Si prova a essere testimoni di una resurrezione possibile. Questa resurrezione è vera e concreta, emergendo dalle macerie di una società sempre più sgretolata e sgretolante.

Che meraviglia poter far parte di tutto questo. Attraverso gli altri scopro cose di me che non sapevo. Scopro anche cose che avevo dimenticato. Questo è il sostegno reciproco. Provare a fare il bene gratuitamente, nella certezza promessa da Gesù: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6, 38).

Essere blogger non è un passatempo, per me. È un impegno verso il quale convoglio tutte le mie energie. So bene che sono in cammino, come tutti noi. Essere blogger non vuol dire impartire una lectio magistralis da chissà quale cattedra. Significa mettersi in gioco, per primi. Si invita a riflettere insieme, a pregare insieme, a costruire insieme qualcosa di bello. Vale la pena dedicare non solo cinque o sei minuti alla lettura, ma anche un tempo di qualità durante tutta la giornata, la settimana o, perché no, persino un periodo più esteso.

Quando scrivo un articolo, chiedo sempre ispirazione allo Spirito Santo. Egli mi guida nella scelta dell’argomento, del contenuto e della forma. Penso costantemente a quanti leggeranno le mie parole. So bene che impiegheranno momenti preziosi. Essere blogger, per me, è una cosa seria! E quando mi chiedono perché lo faccio, dato che a livello economico non ci “ricavo” nulla, rispondo che non è il riscontro immediato che mi interessa. Il poco che faccio sarà sicuramente vagliato dalla valuta più importante: quella del Cielo. Questa valuta non funziona con le logiche economiche a cui solitamente siamo abituati ma secondo il “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 7).

Il blogger cattolico, in ultima analisi, cerca di elevare i propri articoli dalle banalità e dalle volgarità che troppo spesso invadono i social. Lo scopo è fornire uno spunto e lanciare un sassolino per favorire la riflessione spirituale. Il blogger tiene ben in mente che anima e corpo, cammino spirituale e cammino terreno non sono dimensioni slegate o a se stanti. Queste dimensioni viaggiano costantemente assieme e quindi, come tali, vanno sempre viste in un’ottica d’insieme.

Al blogger cattolico, certo, serve una buona dose di coraggio. Deve onorare, innanzitutto, le Verità di fede. Questo, molto spesso, si colora d’impopolaritá. Va a scontrarsi con le logiche del mondo. Queste logiche non devono mai, e sottolineo mai, essere un freno, un deterrente, uno spauracchio. Bisogna andare oltre i like e gli apprezzamenti temporanei. Per quanto possano far piacere, non pagano nel lungo periodo. Bisogna cercare di portare la Parola a noi stessi e agli altri. Magari si può facilitare la sua applicazione nella quotidianità, ma senza mai stravolgerla o tradirla.

Quello che scrive un blogger cattolico, insomma, non è solo teoria ma anche pratica, per aiutare se stesso e gli altri e vivere un’esistenza più piena e autentica, più degna di svolgersi sotto il cielo ma con lo sguardo costantemente rivolto al Cielo, come insegnano San Giovanni Bosco e (l’ormai prossimo santo) Carlo Acutis.

Il blogger cristiano può fare la differenza. Sostenete ciascuno di noi in questa missione attraverso le vostre preghiere. Sentendoci reciprocamente parte di quella meravigliosa, unica famiglia che è la Chiesa Cattolica!

Fabrizia Perrachon

Usiamo la zucca: scegliamo la Luce! (a cominciare dalla famiglia)

31 ottobre, vigilia di due ricorrenze liturgiche (e sociali) importantissime: la solennità di Tutti i Santi (1° novembre) e il ricordo dei defunti (giorno 2). Giorni carichi di significato, ricordi, preghiere, visite al cimitero, commemorazioni. Forse a molti sembrano due giornate stridenti, in contrapposizione, ma in realtà non è così. Sono due feste strettamente collegate, che hanno senso una insieme all’altra, una in funzione dell’altra.

La santità non è forse la meta a cui tutti siamo chiamati? E non si compie, pienamente, solo dopo la morte? Non è forse vero che la vita su questa terra è solamente un passaggio in vista della Vita eterna? E che morire a questa esistenza significa nascere al Cielo? I Santi vengono ricordati, tranne rare eccezioni, proprio in quello che è chiamato dies natalis. Ossia il giorno in cui sono nati definitivamente in Paradiso. Giorno in cui più non si muore, “l’ottavo giorno”, come viene definito. Il giorno in cui si è accolti dall’abbraccio definitivo del Padre. L’abbraccio inizia nel momento del concepimento. Si dispiega, in tutta la sua potenza e bellezza, quando l’anima giunge da Lui.

Ci ha detto Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.  E del luogo dove io vado, conoscete la via” (Gv 14, 2-4).

La santità non è per pochi eletti ma per ciascuno di noi. In modi differenti, percorrendo strade differenti, attraverso vocazioni differenti. Però è per tutti, altrimenti l’intera fede cristiana non avrebbe senso. San Francesco ha detto parole illuminanti: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. La santità è per la coppia. È per le mamme e i papà. È per i nonni e per i figli. È per i single, per i vedovi. Ed è per i sacerdoti. È anche per i religiosi e per le religiose, ecc… La santità è per tutti e per ciascuno, qualunque sia il nostro stato civile, qualunque sia il nostro passato. La santità guarda al presente, all’oggi del dono e dell’impegno. E guarda al futuro, della speranza e della certezza.

E la morte? La morte, umanamente, fa paura. È il distacco, la perdita, la parola stop. Ma, se vista nella prospettiva di fede, è soltanto il passaggio necessario per il compimento di quella meta – la santità appunto, ossia l’unione definitiva con Dio – per la quale siamo stati creati. E cui il Signore chiama, per cui il Signore ci sostiene e ci accompagna nel tempo della vita terrena.

La morte non è la fine di tutto ma il nuovo inizio, senza più fine, con Dio. Ci ritroveremo con quanti abbiamo condiviso l’esistenza. Saremo con i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori della fede: i Santi! La santità, certo, bisogna volerla. Bisogna lavorarci e pregarci su. Bisogna amarla e perseguirla anche, e nonostante, le fatiche, le cadute, i dubbi e le difficoltà che possono farci – a volte – rallentare.  

Mi ha sempre molto colpito il Messaggio che la Madonna a Medjugorje ha dato poco più di quindici giorni prima del fatidico 11 settembre 2021, in cui ci ha detto: “Cari figli, oggi vi invito tutti a decidervi per la santità. Figlioli, che la santità sia sempre al primo posto nei vostri pensieri e in ogni situazione, nel lavoro e nei discorsi. Così la metterete in pratica un po’ alla volta e passo per passo entrerà nella vostra famiglia la preghiera e la decisione per la santità. Siate veri con voi stessi e non legatevi alle cose materiali ma a Dio. E non dimenticate, figlioli, che la vostra vita è passeggera come un fiore”.

Dunque, usiamo la zucca (ossia la testa, il cervello): scegliamo la Luce, a cominciare dalla famiglia! A maggior ragione in questi giorni nei quali il mondo, con le sue lusinghe, attira molti verso le tenebre. Tenebre mascherate da giochi, travestimenti e formulette che sembrano innocenti ma non lo sono. Padre Amorth e molti altri sacerdoti ed esorcisti ci hanno messo in guardia, più e più volte. Distinguiamoci. Non omologhiamoci alla massa. Decidiamo da che parte stare. Pensiamo alle parole con cui si apre il Vangelo di Giovanni: “La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

Conviene accettare la Luce. Desiderare di scoprire e rimanere nella Luce. Vivere nella Luce (innanzitutto e specialmente con il coniuge). Educare i nostri figli alla Luce. Diffondere attorno a noi quanto è bello godere di questa Luce. Senza vergogna, anzi, gioendo nell’averla scoperta. E, come disse Maria Santissima nel Messaggio del 25 giugno 2006: “Sappiate, figlioli, non vi pentirete né voi, né i vostri figli. Dio vi ricompenserà con grandi grazie e meriterete la vita eterna”.

Fabrizia Perrachon

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo

Dodici anni e mezzo fa, mio marito ed io abbiamo affrontato la prova dell’aborto spontaneo. Allora, era qualcosa di cui si parlava pochissimo. Ancora oggi, in parte, è così anche se molto sta cambiando. Ogni giorno di più mi rendo conto di come questo tabù si stia sgretolando, portando splendidi frutti di speranza e resurrezione. Ho scritto nel mio libro[1]: “quella che dovrebbe essere la culla più accogliente e sicura dell’universo diventa la tomba di una vita spezzata”.

Le donne, le mamme che perdono spontaneamente una creaturina vivono dei forti sensi di colpa. Affrontano sentimenti contrastanti di devastazione, rabbia, impotenza. Inoltre, provano tristezza, smarrimento e incomprensione. Pure io ho provato tutto questo. Se ci si ferma davanti ad essi, poco succederà. Ancor peggio, se ci si nasconde dietro la trincea del dolore, nulla accadrà. O meglio, quel “lutto invisibile” sarà ancor più difficile da elaborare e superare.

Ricordo bene i giorni dopo il raschiamento. In quei giorni, cercavo informazioni che non conoscevo. Non ne avevo mai sentito parlare. Nessuno me le aveva mai dette. Anche se alcuni amici – purtroppo – avevano già perso i loro piccini, si comprende davvero nel profondo una simile sofferenza soltanto quando la si attraversa. Quanto tempo ci ho messo per mettere insieme i pezzi! Non solo quelli della mia anima. Anche tutte quelle cose umane, più o meno impattanti, che sono fondamentali per affrontare la morte prenatale.

È stato come mettere insieme le tesserine di un puzzle. Una dopo l’altra, sono riuscita ad avere un’idea della situazione. Mi sono detta: che disastro! Come può essere che sia lasciato tutto così, quasi al caso? Com’è possibile che si parli così poco, e male, dell’aborto spontaneo? Perché tutta questa mancanza di sensibilità e di empatia? Perché la paura, assordante e accecante, di parlarne?

Tutte domande che hanno avuto una risposta nella fede e nella speranza cristiana. Queste sono domande non solo mie, non solo nostre. Riguardano tutti i genitori che provano cosa significhi dire addio a un figlio ancor prima di conoscerlo. Domande che non cadono nel vuoto ma vengono raccolte e portate all’altare del Cielo e alle quali Dio risponde.

Magari non subito. Però non restano mai inascoltate. Se ci sembra che sia così, è perché stiamo sbagliando noi la sintonizzazione. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55, 8).  Sono dovuti passare dodici anni prima che il Cielo mi aiutasse a rendere realtà l’ispirazione, in moto che, fin da allora, avevo nel cuore: aiutare quanti fossero passati o stessero passando sullo stesso cammino.

Passi di sofferenza, certo, così come di speranza. Non l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa. Ho la certezza che quel Qualcuno sta già operando nella mia vita. Questo è sempre per un disegno di Bene più grande, nel tempo di questa vita e di quella eterna.

Donare per amore e con amore è sempre la scelta giusta. Mio marito ed io avremmo potuto tenere nostro figlio Chicco solo per noi; ma allora non si sarebbero compiute le parole di Gesù: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Parole che abbiamo sempre, fortemente, sentito nostre, nella la missione di annunciare al mondo la necessità di parlare di bambini non nati e aborto spontaneo nell’ottica della speranza e della fede cristiana. Siamo una coppia come tante, due genitori come tanti, che cercano di portare la propria testimonianza per far capire che “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37) . Lo facciamo raccontando ciò che ci è successo ma, soprattutto, la meraviglia del compimento della promessa di Dio. Che esiste per tutti e per ciascuno. Da sempre e per sempre.

Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre  […] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno” [Sal 139, 13 e 15-16).

Tutto ciò non può essere che Grazia, esclusiva opera della Provvidenza, che agisce in modi misteriosi ma potenti, onnipotenti. Da una sofferenza silenziosa, e quasi nascosta, a un movimento in costante crescendo per far capire, finalmente, al mondo il valore dei bambini non nati e la loro importanza. Tanti genitori sono passati e stanno passando attraverso l’aborto spontaneo. Usciamo dal silenzio, insieme! Facciamo sapere al mondo che questo lutto esiste, che è doloroso, che va compreso, va ascoltato, capito e consolato. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di parlarne perché aiuteremo chi ha bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di uni sguardo di empatia e di compassione ciò di “patire con”, di “soffrire con”.

Crema (CR), Chiari (BS), Ancona, Arenzano (GE), Sauze di Cesana (TO), Castel del Piano, Verona, Rutigliano (BA), la Scuola Nuziale sono solo alcune delle tappe di questo cammino di testimonianza che è possibile solo se lo percorriamo uniti. Come un’unica grande famiglia che ha compreso il valore della vita dal concepimento. Un cammino che vi aspetta, a braccia aperte. Un cammino al quale il Signore chiama tutti e ciascuno perché il Regno dei Cieli è dei piccoli.

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo si può. Anzi, insieme, lo stiamo già facendo. Con la benedizione e la presenza online di Don Francesco Buono, abbiamo aperto una chat di speranza. Questa chat è per chi desidera condivisione, un gruppo nel quale e con il quale parlare, supporto dopo la morte prenatale da aborto spontaneo, diffusione di informazioni e iniziative di preghiera specifiche in tutte Italia. Chat che è disponibile a questo link. E non finisce qui. Con l’aiuto di Dio siamo solo all’inizio!

Fabrizia Perrachon


[1] “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice, disponibile nelle librerie fisiche e online, nel sito della casa editrice e su Amazon a questo link https://amzn.eu/d/h8EK3sj

Quella coppia a Parigi

La Ville Lumière, che città! Parigi offre mille luci e mille contrasti. C’è tanta bellezza ma anche tanta povertà. Il lusso sfrenato convive con periferie disagiate. In questa città ci sono sogni, desideri, promesse e romanticismo. Tuttavia, ci sono anche violenze, dissenso e problemi d’integrazione.

Parigi è tutto e il contrario di tutto. È come un nome che, da solo, evoca per antonomasia la città degli innamorati. Mio marito ed io ci siamo stati più volte. Indubbiamente è una metropoli che attrae e che nasconde grandi tesori spirituali sotto la scorza di capitale chic. Questi tesori sono spesso taciuti e nascosti. Un esempio è la Cappella della Medaglia Miracolosa situata a Rue du Bac 140. All’esterno, passa quasi inosservata ma, all’interno, dispiega i tesori della Grazia immensa del passaggio di Maria nel 1830.

Parigi, quindi, non è solo Mouline Rouge e vita notturna ma anche preghiera e fede. Pensiamo all’adorazione perpetua – sì, h24! – che nel silenzio continua da decenni a Montmartre, nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, a cui è possibile prendere parte registrandosi a questo link.

Parigi rappresenta anche il vero amore. È un amore basato sulla roccia che è Cristo. Abbiamo potuto vederlo con i nostri occhi. Qualche anno fa, il giorno del nostro arrivo in città, avevamo trovato la Santa Messa serale presso l’Eglise de la Sainte-Trinité. Siamo entrati e ci siamo accomodati nella navata laterale, pronta per la celebrazione. Non ci siamo posizionati nei primi banchi, ma un po’ verso il fondo. Questo ci ha permesso di assistere a qualcosa che mi ha colpito molto. Questa esperienza è rimasta impressa nella mia memoria.

Pochi minuti prima dell’inizio è arrivata una ragazza. Lei si è diretta verso un banco. Era più avanti rispetto a quello dov’eravamo seduti mio marito, mio figlio ed io. Nel banco era già seduto un ragazzo. Non appena lui ha visto lei, si sono scambiati uno sguardo bellissimo, carico d’affetto. Dopo essersi seduti vicini, si sono teneramente abbracciati. Hanno scambiato gesti (preghiera del Padre Nostro, momento della pace) e sguardi dolcissimi ogni qual volta fosse loro possibile. Non parlavano. Quindi, non si disturbavano o disturbavano altre persone. Si dicevano tutto con gli occhi e con quella gestualità. Che gioia, che meraviglia essere stati spettatori di un amore così potente, bello e vissuto alla sequela di Cristo! I loro sguardi e la loro tenerezza emanavano un profumo di Cielo, santamente invidiabile, o meglio, santamente imitabile!

Non abbiamo mai saputo se fossero fidanzati o già sposati. Non li abbiamo conosciuti né mai ci abbiamo parlato. Tuttavia, il loro è stato un gran bell’esempio. Era un esempio di una relazione uomo/donna vissuta nell’ottica “noi con Dio”. Questo è stato dimostrato dalla loro presenza a quella Santa Messa feriale alla sera. Magari erano al rientro dal lavoro o in partenza per un turno notturno, chissà… . Molte volte mi sono tornati alla mente. Mi sono detto: “Come sarebbe bello se la maggioranza delle coppie fosse così!”.

Ho immaginato molte volte la loro vita insieme. Le loro giornate sono scandite dalla partecipazione così dolce e vissuta alla Santa Messa. Chissà, forse sono referenti di qualche corso matrimoniale. Oppure fanno parte di qualche associazione per le famiglie. Chi può dirlo! Vero è che diversi percorsi per coppie sono organizzati in quella Chiesa. Questo l’ho scoperto soltanto ora. I percorsi sono per tutte le tipologie e i momenti che si possono vivere in due. Includono dal fidanzamento al post-matrimonio, fino alla fedeltà oltre la separazione. Potete dare un’occhiata direttamente sul sito ufficiale.

Quello che posso dire con certezza è che ho pensato e penso spesso a loro. Sono persone sconosciute e mai più riviste, eppure così vicine nella condivisione della fede all’interno della coppia. La tenerezza di quanto si sono scambiati, tra loro e con Nostro Signore, è stato qualcosa che anche mio marito ed io abbiamo voluto rafforzare. Vogliamo portare avanti questo sentimento con ancora maggior slancio. La potenza dell’unione sponsale, benedetta dal sacramento del matrimonio, è qualcosa di bellissimo e magnifico. Non solo per i due ma per la Chiesa intera, essendo la dimostrazione visibile dell’amore di Dio per l’umanità.

Il nostro esempio può essere positivo oppure negativo. Questo ha un impatto non indifferente su quanti ci conoscono. Influenza anche chi ci è vicino o ci osserva, pur senza sapere chi siamo. Quanta responsabilità in questo! Curare l’unione con il proprio fidanzato o la propria fidanzata è un diritto/dovere imprescindibile. Lo è anche con il proprio marito o la propria moglie. Questo è necessario se si vogliono fare “le cose fatte bene”. Bisogna avere un’ottica cristiana di fede, carità e speranza sponsale. Guardate cos’è scaturito da un gesto di puro affetto di tanti anni fa! Riflettiamoci e cerchiamo di fare anche noi come quella coppia a Parigi.

Fabrizia Perrachon

“L’Onda di luce” del 15 ottobre

Molti sanno che il 15 ottobre si ricorda la grandissima Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo e dottore della Chiesa. Tuttavia, forse in pochi sanno che il 15 ottobre è anche la giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale.

Leggiamo nel libro del profeta Isaia un passo potente, emozionante: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”  (Is 49, 15-16). La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è nata in un contesto completamente laico. Tuttavia, si può arricchirla di speranza cristiana. Questa è un’attitudine, oltre che una virtù. Mi piace definirla come il compimento della promessa di Dio. Non è un’attesa passiva in cui si aspetta che qualcuno faccia qualcosa. È la certezza che quel Qualcuno sta già operando per un Bene maggiore in questa vita e nell’eternità. Concretamente che significa?

Dobbiamo fidarci del Padre anche quando ci sembra difficilissimo. Lo facciamo anche se è dolorosissimo e impossibile. È proprio attraverso le ferite che filtra la luce. È la stessa luce del mattino di Pasqua. Questa luce è passata attraverso i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù.

Umanamente, poi, significa che i primi a dover parlare di queste creature sono i loro genitori. Siamo noi genitori a essere testimoni di un amore che non finisce nelle poche settimane o nei pochi mesi di una gravidanza che non è giunta al termine. Questo amore, trasfigurato e rafforzato, scavalca i limiti e i confini del tempo. Lo fa per come lo conosciamo in un’ininterrotta cordata tra Cielo e Terra.

Da un lato, un certo tipo di propaganda vorrebbe vendere come “diritto” il poter scegliere di spegnere la vita nel grembo, più o meno consapevolmente. Dall’altro lato, migliaia di genitori soffrono per un figlio che vola direttamente Lassù dal pancione della mamma. L’aborto spontaneo, purtroppo, è ancora un tabù. Se ne parla pochissimo. Quello che fa più male è il silenziatore attorno ai bambini non nati. Essi sono persone a tutti gli effetti e portano impresso il sigillo del Creatore: l’anima immortale.

Grazie a Dio negli ultimi mesi mio marito ed io, genitori di Chicco in Cielo, possiamo affermare con gioia che qualcosa si sta muovendo … eccome! Non solo se ne parlerà a gennaio nella Scuola Nuziale. Sempre più coppie, famiglie e sacerdoti esprimono il grande desiderio di fare qualcosa per aiutare chi ci è passato, o chi ci sta passando. C’è anche il desiderio di valorizzare – finalmente – queste creature. Il loro grandissimo numero non può più essere ignorato né dalla Chiesa né dalla società civile.

Quella che ho definito come “cultura prenatale”, insomma, non si è soltanto definitivamente avviata. Sta finalmente suscitando quel cambiamento al quale personalmente auspichiamo da oltre dodici anni. Ossia da quando la fatidica frase Non c’è più battito ha cambiato completamente le nostre vite. Pur nella certezza che il Signore non ci stava togliendo un figlio ma ce lo stava donando in maniera differente.

La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è un’occasione particolarmente favorevole. Permette al mondo di comprendere l’importanza di parlare di questi bimbi e queste bimbe. Non è certo tacendo che si può eliminare il loro passaggio su questa terra. Soprattutto, non si può eliminare il loro essere vivi nel Cuore di Dio. Quel Padre Buono che li ha voluti e chiamati a Sé così presto. Questa Volontà, umanamente difficile da accettare e misteriosa, ha un ruolo determinante nella Comunione dei Santi e nell’economia della salvezza. Se anche non parlo di qualcuno, insomma, questo non significa che quel qualcuno non esista.

Ecco, la giornata del 15 ottobre serve proprio a questo: fermare la frenesia di una società perennemente di corsa e farla rallentare. La giornata invita a pensare a queste esistenze silenziose. Sono così preziose per i loro genitori e le loro famiglie. Sono preziose per l’intera umanità.

Uno dei gesti più semplici ma insieme più concreti di questa giornata è la cosiddetta Onda di Luce, a proposito della quale ho scritto nel mio libro (“Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice):

Un gesto molto significativo da compiere il 15 ottobre è quello chiamato “Onda di luce” e consiste nell’accendere una candela alle ore 19:00 e mantenerla per un’ora: ovunque ci si trovi, seguendo i fusi orari, questa scia luminosa brillerà dunque per ventiquattro ore e renderà visibile ciò e soprattutto chi è invisibile, aiuterà non soltanto a capire che i bambini non nati sono e devono essere parte costituente della società ma anche a far sentire meno soli quanti piangono una simile scomparsa”.

Alle candele accese non facciamo mancare una preghiera, una Santa Messa, un momento di raccoglimento. Quella luce, quindi, non sarà solo una fiammella che, dopo aver brillato, si spegnerà. Sarà un bagliore di Vita e Verità in un mondo sempre più buio. Questo mondo ha sempre più sete e fame di Dio. Solo così l’Onda di luce acquisterà il senso più bello e pieno. Accenderà i cuori non soltanto in una sera d’autunno. Continuerà per sempre, fino a ritrovarsi Lassù. Questi figli sono prima di essere nostri, figli di Dio.

Fabrizia Perrachon

Signore fa di me uno strumento. La preghiera di San Francesco in chiave sponsale

Siamo alla vigilia del quattro ottobre. È il giorno in cui la Chiesa celebra uno dei suoi più grandi Santi. Si tratta del Patrono d’Italia: San Francesco. Il poverello d’Assisi, come a volte è chiamato, è davvero un esempio mirabile di umiltà. È anche un esempio di fedeltà, pace, fratellanza e amore a Dio. Ha una concezione talmente rivoluzionaria di attenzione per il creato e per il Creatore che, forse, non riusciamo a comprenderlo pienamente nemmeno noi. Siamo uomini di ben ottocento anni dopo. Pur avendo tutto, forse non abbiamo capito ancora niente di quello che è riuscito a comprendere lui del Cielo. Ma anche della Terra.

Parlare di San Francesco vorrebbe dire aprire un trattato teologico. Non ne ho minimamente le competenze. Ciò che, semplicemente, desidero condividere con voi è qualche riflessione alla luce della Grazia che ho potuto vivere poche settimane fa. Per impegni di testimonianza sull’aborto spontaneo e i bambini non nati, sono riuscita ad andare nuovamente ad Assisi con mio marito.

Dico questo perché è la quarta volta che, insieme, torniamo in questo luogo sacro meraviglioso. In questo luogo, si può assaporare la spiritualità di un genio nella fede. Mi piace definirlo un genio che dona a piene mani a chiunque visiti questo paese umbro.

E siccome San Francesco parla al cuore di ciascuno di noi, ecco che possiamo analizzare in chiave sponsale la sua nota “Preghiera semplice”. Che in realtà non è sua. Trattasi in di una preghiera scritta nel ‘900, ma che riassume benissimo la sensibilità e la fede del santo. un Questa preghiera esordisce con l’invocazione “Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Non è forse il primo grande compito che si trovano ad affrontare marito e moglie?  L’armonia di coppia non è forse quel tesoro nascosto? Si può vivere in pienezza solo se la casa è costruita sulla roccia. Questa roccia è Cristo. La pace vera, nella coppia, non è l’assenza di problemi. È la duplice certezza di poter contare sull’altra metà e – insieme – su Gesù. La pace, già: parola usata e abusata. È cantata e strumentalizzata anche da chi non sa nemmeno cosa sia veramente. Viene usata come bandiera di un finto buonismo. Viene usata per un pacifismo esclusivamente di facciata. D’altronde ci aveva già avvisato Gesù, dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). Marito e moglie possono, anzi devono, anelare a essere strumenti della pace del Cielo. Questa pace diventa pace terrena nella fiducia che anche le cose più difficili possono diventare realtà. La pace deve irradiarsi anche verso i figli, i genitori e quanti stanno attorno alla coppia. Solo così, la coppia può dimostrare la solidità di un amore costruito nel Signore.

“Dove è odio, fa ch’io porti amore. Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Dov’è discordia, ch’io porti l’Unione.” Amore, perdono e unione sono i cardini del matrimonio! Potremo definirli la “Trinità sponsale” ossia ciò che rende non solo possibile ma vivo e vero il sacramento. Non è forse vero che per amare bisogna perdonare e che solo attraverso questo binomio ci può essere unione autentica? Non per forza, nella coppia, si è chiamati a perdonare gravi torti o tradimenti. A volte basta un banale litigio per il dentifricio o la tovaglia. Questo può graffiare l’unità familiare e la pace dei cuori. Ecco allora che la fede ci offre strumenti utilissimi di accoglienza e mediazione. Questi strumenti tra noi e la nostra metà sono in grado di superare le piccolezze della vita. Ci permettono di guardare al bene più grande. “Non sono più due ma uno”. L’Unione sacra e sposale del matrimonio appunto.

“Dov’è dubbio fa ch’io porti la Fede, dove è l’errore, ch’io porti la Verità, dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce”. Quante volte un coniuge deve aiutare l’altro nel cammino, come singolo e come metà della stessa parte! Non sempre si viaggia spediti e paralleli. Alcune volte la vita, l’infanzia e il passato causano disallineamenti nella coppia. La maturazione personale e spirituale può fare lo stesso. Se il sacramento è vissuto con piena coscienza, però, per un certo periodo uno dei due potrebbe dover “trainare” l’altro. Questo avviene per riportarlo vicino alla Verità che è il Signore. Dunque un marito può essere esempio di fede per la moglie. La moglie può essere esempio di fede per il marito. Questo avviene in un mutuo scambio simbiotico che porti sempre alla speranza. La speranza è, come mi piace definire, il compimento della promessa di Dio. Che sofferenza se, al contrario, la coppia cade in balia del dubbio, dell’errore e della disperazione! Ed ecco perché la Chiesa è la famiglia di famiglie. Le coppie sono chiamate ad aiutare le altre coppie nei momenti di difficoltà. Con il proprio esempio, devono rendere visibile che la rinascita con Gesù è sempre possibile per tutti. Il dolore non ha mai l’ultima parola se ci nutriamo di Lui. Solo così le tenebre torneranno ad essere luce e la tristezza si muterà in gioia. Crediamo fermamente nella potenza del sacramento matrimoniale!

“Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Poiché: se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna”. Quanto è vero questo, nella coppia! Il primo a dover comprendere l’altro è il coniuge. Il primo che va amato – se si decide con maturità di sposarsi – non sono più io. È l’altro e il “noi” che ne scaturisce. Il donarsi è il più grande gesto che rende marito e moglie una sola carne. Dono che non è, ovviamente, soltanto fisico. Ma totale nel senso più ampio del termine. Al coniuge devo donare affetto, amore, tempo, energie, anni, intelligenza, mente, corpo e anima. Ma anche i difetti affinché siano superati e trasfigurati nella resurrezione. Il Signore rende questa resurrezione possibile nell’impegno reciproco a un miglioramento. Questo è per un bene grande e duraturo a cui la coppia è chiamata. Ossia, la santità dell’unione. Solo così si raggiungerà la Vita Eterna promessa. Potremo dire: grazie, San Francesco. Con le tue parole hai illuminato anche noi sposi di ieri, di oggi e di domani.

Fabrizia Perrachon

Tra moglie e marito non mettere … gli Europei

Tutti conosciamo, e spesso utilizziamo, il detto “Tra moglie e marito non mettere il dito” . Ci siamo mai chiesti – seriamente – che cosa o chi sia questo famigerato “dito”? Si tratta di cose, situazioni o persone? O tutte queste messe insieme?

Come già nell’articolo del 16 agosto scorso (disponibile a questo link). Partiamo dalla separazione tra Álvaro Morata e Alice Campello. Questo ci permette di addentrarci in una riflessione seria e quanto mai urgente.

Il gossip intorno ai due vip non accenna a placarsi. Anzi, nonostante siano ormai passate diverse settimane dall’annuncio, è notizia ancora battuta e dibattuta. Ne parlano sia sui media che sui social. Cucendo e ricamando elementi veri con altri più improbabili, pare però che la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso (leggi Álvaro) sia stato l’out-out della moglie.

Subito dopo la finale Spagna-Inghilterra gli avrebbe urlato qualcosa come “Alla festa per gli Europei scegli: o me e i bambini o la tua famiglia”. Diversi testimoni – tra cui compagni di squadra e giornalisti – hanno dichiarato a suon di stampa che l’influencer italiana ha intimato questa scelta al marito il quale, appesantito da anni di simili “paletti”, abbia rapidamente preso la drammatica decisione.

Naturalmente non è stata la vittoria della nazionale spagnola – di cui Álvaro è il capitano – ad aver fatto capottare il matrimonio. Semmai è stato il pretesto. Ciò che colpisce, ancora una volta, sono le motivazioni. Queste motivazioni hanno portato questa coppia di bellissimi, famosissimi e ricchissimi a distruggere quanto di bello e buono avevano costruito. Hanno costruito tutto questo in otto anni di relazione. Hanno costruito un matrimonio in Chiesa e quattro figli.

E allora mi sono chiesta, penso insieme a moltissime altre persone, se davvero una moglie (o un marito) possa intimare al coniuge una scelta del genere, ponendolo davanti all’ingrato – ma oserei direi ingiusto – compito di dover scegliere tra la famiglia d’origine e quella costruita insieme. Mi spiego meglio: naturalmente possono esserci situazioni difficili e complicate tale per cui l’allontanamento può essere consigliato o consigliabile. Ma, in generale, si può davvero mettere all’angolo la propria metà su una questione di così grande rilevanza per la stabilità relazionale e psicologica non solo del singolo ma dell’intera famiglia? Può, un coniuge, uscire indenne dall’inverosimile scelta tra genitori e moglie/marito?

Certo, bisogna essere chiari e coerenti fin da subito nel sostenere che la nuova famiglia ha tutto il diritto – e il dovere – di edificarsi con i pilastri dell’autonomia e della libertà. Quest’ultima, anzi, è uno dei presupposti principali per la celebrazione del sacramento del matrimonio. Tant’è che la Bibbia ne parla fin da subito, già a partire dal secondo capitolo della Genesi quando, al termine del processo della creazione, Dio Padre proclama: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24).

Un’intimità sponsale inviolabile e sacra. Tuttavia, deve sapersi armonizzare con i vari equilibri familiari e generazionali. Non bisogna dimenticare di avere dei genitori. Se a propria volta lo si diventerà, quei genitori diverranno nonni e i coniugi padri e madri. Quindi, delle nuove creature entreranno a far parte della famiglia e avranno bisogno di una relazione con i nonni. Si può negare, forse, tutto questo? Davvero sposarsi significa tagliare completamente i ponti con le famiglie d’origine o, piuttosto, bilanciare l’indipendenza con l’accoglienza? La coppia viene prima di tutto. La coppia viene anche prima dei figli. Questo non significa però che il resto del mondo, una volta sposati, smetta di esistere. La Chiesa, d’altronde, non è una famiglia di famiglie?

Ci si deve sforzare di andare d’accordo. È semplice quanto è difficile, lo ammetto. Sposarsi non vuol dire cancellare completamente il passato né pretendere che il nostro uomo o la nostra donna faccia altrettanto. Non possiamo dimenticare a piè pari il legame affettivo che ciascuno di noi ha con mamma e papà.

Possiamo, poi, non considerare il grandissimo aiuto – materiale, economico, morale – con cui le famiglie d’origine supportano i nuovi nuclei, soprattutto nella gestione dei nipotini? Il matrimonio non dev’essere una gabbia. A quanto pare, per il bomber spagnolo si era trasformato in una prigione dorata. Non ha visto altra scelta che l’evasione. Da un errore della moglie si è generata quindi un’onda d’urto distruttiva e maligna che ha travolto tutto e tutti. Ha tarpato le ali a una soluzione matura e pacifica che sicuramente si sarebbe potuta trovare. Ha trascinato tre famiglie (la loro e le due d’origine) verso il baratro della divisione e della desolazione. Non saranno certo i soldi a nascondere o lenire quest’ultima. Il rifiuto netto delle opinioni e dei sentimenti degli altri. Il non volerne sentire o sapere dei pareri altrui e l’ingratitudine non hanno mai portato frutti buoni. Questo lo dice la nostra coscienza e lo dimostra la storia.

Equilibrio e buon senso sono la base di ogni relazione umana. Se comportamenti o atteggiamenti dei suoceri fossero realmente fastidiosi o sbagliati, è necessario aprirsi al dialogo con il coniuge. Bisogna spiegarsi con verità ma altrettanto amore. Bisogna cercare sempre di costruire invece che demolire. È importante unire invece che dividere. Dobbiamo essere adulti prudenti invece che bambini capricciosi. “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi” (Rm 12, 16-19). D’altronde se Gesù ha guarito la suocera di Pietro (Mt 8,14) un motivo ci sarà …

Fabrizia Perrachon

Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi

Ebbene sì: anche le madri soffrono (e tanto) a volte! Nella maggior parte dei casi, abbiamo un’idea della nostra mamma come donna forte e tutta d’un pezzo. La vediamo resistente alle fatiche. Resistente alle tante incombenze lavorative e familiari. Resistente alla stanchezza e ai momenti di sconforto … Poi, mano a mano che anche noi diventiamo adulti, capiamo che ogni madre è innanzitutto un essere umano. Quindi, è normale che possa attraversare difficoltà, malattia o momenti di tristezza. La mamma è la mamma, lo sappiamo, ma come reagiamo nel vederla soffrire? Qual è il nostro atteggiamento di fronte al suo dolore, di qualsiasi tipo esso sia?

Proprio un 19 settembre ma di centosettantotto anni fa – precisamente nel 1846 – due ragazzini, Massimino e Melania, si sono trovati davanti agli occhi una scena straziante. Questo accadde sedici anni dopo le apparizioni della Madonna a Rue de Bac a Parigi e dodici anni prima di quelle a Lourdes. Una donna, splendente di luce, comparire piangente davanti a loro. Immaginatevi quante e quali emozioni avranno scosso i due pastorelli! Questo accadde nei pascoli dell’alta montagna francese di La Salette, località pressoché sperduta, poco distante da Corps (nell’attuale Dipartimento dell’Isère). I due raccontarono nei dettagli quello che accadde, che ripercorriamo nelle seguenti parole:

Prima seduta e piangendo con la testa tra le mani, la “Bella Signora” si alza e parla a lungo. Spiega che piange per l’empietà prevalente nella società e li esorta a rinunciare a due peccati gravi che erano diventati molto comuni: la blasfemia e il non prendere la domenica come giorno di riposo e di partecipazione alla Messa. Predice punizioni spaventose che saranno date se le persone non cambiano e promette clemenza divina a coloro che cambiano. Infine, chiede ai bambini di pregare, fare penitenza e diffondere il suo messaggio. La Madonna disse ai pastorelli, tra le altre cose, che la mano di suo Figlio era così forte e pesante che non poteva più tenerla a meno che il popolo non facesse penitenza e obbedisse alle leggi di Dio. In caso contrario, avrebbero molto da soffrire. Le persone non osservano il giorno del Signore, continuano a lavorare senza sosta la domenica. Solo alcune donne anziane vanno a Messa in estate. E in inverno, quando non hanno nient’altro da fare, vanno in chiesa a prendere in giro la religione. Il tempo di Quaresima è ignorato. Gli uomini non possono giurare senza prendere invano il Nome di Dio. La disobbedienza e l’ignorare i comandamenti di Dio sono le cose che rendono la mano di Suo Figlio più pesante” .[1]

La Chiesa Cattolica ha da tempo riconosciuto la veridicità di quest’apparizione mariana. Tra le tante cose dette da Maria Santissima, mi ha sempre grandemente colpito questa frase: Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi”. E’ una frase dura. È straziante, carica insieme di amore e di dolore. È anche di forza e affetto, come solo il cuore di una mamma è capace di provare!

Una frase rivolta a tutti e a ciascuno di noi, una frase che potrebbe tranquillamente essere pronunciata da una qualsiasi delle nostre mamme, in un momento di umano sconforto. Ma torniamo a Maria: già, quante pene la Madonna ha sofferto nella vita! L’iniziale incredulità di San Giuseppe. Sicuramente, quella di tante persone che non hanno creduto alla sua maternità unica e santa. Il non essere accolti da nessuno a Betlemme (“non c’è posto per voi”). La fuga in Egitto. E, infine, il Calvario.

Quante madri vivono pene altrettanto strazianti e dolorose! Per figli che non nascono. Per figli che muoiono di malattie o incidenti. Per figli dilaniati dalle più terribili dipendenze. Per dispiaceri e fallimenti più o meno velati. Per la precarietà economica. Per un tradimento. Per essere anziane, sole o abbandonate … Potremmo continuare a lungo su questa strada.

Dobbiamo, quindi, essere sinceramente e profondamente riconoscenti nei confronti delle nostre mamme, (senza dimenticare quella del Cielo!), cercando di confrontarle e supportarle, portando un pochino anche i loro pesi, facendo scelte mature e consapevoli per non ferirle, umiliarle o dispiacerle più di quello che, purtroppo, già la vita a volte comporta.

Il dolore, però, non dev’essere il carattere dominante. Con la fede e la speranza si possono cambiare molte cose. Innanzitutto, partendo dai nostri atteggiamenti nei confronti degli altri e delle prove che, talvolta, li e ci colpiscono. Amiamo le nostre mamme, coccoliamole e asciughiamo le loro lacrime, se purtroppo dovessimo vederne scendere! Tutto questo senza dimenticare le parole di Gesù: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa dell’Apparizione al link: https://www.santiebeati.it/dettaglio/91496

L’importanza di dare e di possedere il nome (anche per i bambini non nati)

Ci siamo mai fermati a pensare al nostro nome? Ci piace oppure no? Ne siamo affezionati? Lo usiamo per intero oppure ci facciamo chiamare con nomignoli o soprannomi? Abbiamo mai chiesto ai nostri genitori come e perché hanno scelto proprio quello e non un altro? Oppure siamo stati in difficoltà nel decidere come chiamare i nostri figli? Non sono domande banali. Dietro al nostro nome, al nome che possiede ciascun essere umano, c’è un mondo. È un mondo meraviglioso a cui vale la pena dare un’occhiata.

Partiamo dalla giornata di oggi, 12 settembre, in cui la Chiesa celebra la Festa del Santissimo Nome di Maria. Quanto si è scritto, detto e pregato sul nome della Santissima Madre di Gesù e Madre nostra! Un nome diffusissimo non solo in Italia dove, statistiche alla mano, lo portano ben 4.562.515 persone. Ossia il 7,5% della popolazione, tanto da farne il nome proprio femminile più utilizzato [1]. E’ un nome diffuso in tutti i Paesi del mondo, declinato secondo le varie lingue in Maryam, Mariam, Miren, Marie, Myriam, Marija, Máire ecc …

Perché il nome di Maria è così importante? Ce lo spiega bene un articolo pubblicato sul sito Holyart, di cui riporto i passaggi principali:

“La festa del Santissimo Nome di Maria ha radici antiche, risalenti almeno al XIII secolo. È stata ufficialmente introdotta nel calendario liturgico universale solo nel 1684 da papa Innocenzo XI. Questa festa, che nei secoli ha acquisito significati profondi non solo per la storia religiosa, ma anche quella politica dell’Europa, è stata istituita in risposta all’urgente bisogno di rendere omaggio alla Madonna e al suo nome, considerato un simbolo di grazia divina, speranza e protezione.

Originariamente nata in seno alla diocesi spagnola di Cuenca, dove veniva onorata il 15 settembre, la celebrazione si è diffusa per volontà di diversi pontefici ad altre diocesi spagnole. È diventata una festività universale della Chiesa Cattolica, durante il pontificato di Papa Innocenzo XI Odescalchi. Egli nel 1685 emise un decreto. Il decreto riconosceva la Festa del Santissimo nome di Maria come festa universale di tutta la Chiesa Cattolica. Esso spostava la data alla domenica all’interno dell’Ottava della Natività. Questo fu per commemorare l’alleanza. Essa fu siglata il 12 settembre del 1683 a Vienna dall’imperatore Leopoldo I d’Austria e il re di Polonia Giovanni III Sobieski. Erano uniti contro i Turchi che assediavano Vienna. […]Fu Papa Giovanni Paolo II, nella terza edizione del Messale Romano post-conciliare nel 2002, a ripristinare la festa come memoria facoltativa il 12 settembre”.[2]

I nomi di Maria o di Gesù non sono soltanto sequenze di lettere e suoni. Evocano la loro stessa natura di Cielo non appena li udiamo o li pronunciamo. La funzione del nome proprio è fondamentale nell’uomo e nella donna di tutti i tempi. È fondamentale in tutte le culture e le latitudini. Il nome ci caratterizza profondamente e fa di noi quello che siamo realmente. Io sono Fabrizia e mi sento Fabrizia, Fabrizia sono proprio io! E se anche ci sono altre bambine, ragazze o donne che si chiamano così, mi sento unica e speciale. Quando mi sento chiamare così o vedo scritto il mio nome, esso parla di me e mi identifica. Il nome mi identifica ai miei occhi – esteriori ed interiori – come a quelli degli altri.  Dare un nome significa esserci, per noi stessi e per quanti ci sono vicini. Ci dovranno chiamare e dovranno scriverci. Inoltre, avranno a che fare con noi. Per questo è basilare, e nello stesso tempo fondamentale, dare un nome ai bambini non nati; come scrivo nel mio libro, “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”[3]:

Dare un nome è un’esigenza stessa dell’uomo che, dalla notte dei tempi, ha sempre voluto chiamare le cose, gli animali, le manifestazioni della natura ed i suoi stessi simili perché nominare sottintende innanzitutto due concetti fondamentali: che qualcosa o qualcuno esistono e che potendoli definire a livello lessicale significa che li conosco, che posso farne esperienza, che sono catalogati e, per quanto riguarda le persone, sono definite in modo univoco e specifico con una parola in un certo senso “nobile” quale appunto è il nome proprio. Chiamare quella creatura, dunque, non solo la rendeva più nostra ma ci permetteva di rivolgerci a lei con sei meravigliose lettere che nessuno in famiglia aveva né avrebbe avuto: insomma, da quel momento in poi sarebbe stato Chicco, per tutti e per sempre”.

Diamo, quindi, sempre un nome a queste creaturine perché esistono e vivono nel Cuore di Dio! Chiamandole, infatti, non solo le sentiremo più nostre e più vicine. Le pregheremo di più e meglio. Faremo sapere a tutto il mondo che non solo ci sono state ma che ci sono, splendenti più che mai. E che sollievo sarà, per i genitori che hanno attraversato un aborto spontaneo, chiamare per nome quel loro figlio. Sarà come un dolce sussurro. Questo è sulla scia di quanto leggiamo nella Bibbia: “Non temere: ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1).

Fabrizia Perrachon


[1] Dati disponibili al link.

[2] Articolo completo al link.

[3] Disponibile in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della Tau Editrice e su Amazon al link

La campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia

I primi istituti scolastici hanno riaperto i battenti questa settimana. I restanti lo faranno tra la prossima e quella successiva. Possiamo, insomma, trasformare il famoso verso poetico “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” in “Settembre, andiamo. È tempo di tornare in classe”. Meteorologicamente parlando siamo ancora in estate. Ormai il profumo del mare o gli aromi dei boschi sembrano solo un lontano ricordo. Quando la macchina dell’istruzione riparte, ricomincia un grande impegno non solo per gli studenti. È un grande impegno anche per i lori genitori ed i loro nonni.

Non è possibile scindere tempo e le energie utilizzate da nostri ragazzi nell’apprendere e nel fare i compiti. Questi sforzi non possono essere separati dagli sforzi che tutti i familiari compiono nell’accompagnarli a scuola e andarli a riprendere. Questo include l’impegno economico che l’istruzione stessa comporta. Include anche l’impegno mentale del supportarli nello studio. Ciò comprende interrogarli e aiutarli quando le espressioni o la consecutio temporum li mettono in difficoltà. A tutto ciò si aggiunge l’onere, in verità piuttosto antipatico e spiacevole, di riprenderli qualora dedicassero scarse attenzioni nella preparazione.

Possiamo quindi affermare che la campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia. I membri sono uniti per un obiettivo comune, importante e imprescindibile.

Studiare è un dovere ma anche un diritto. È un dispendio di energie ma anche una soddisfazione. È un sacrificio ma anche un potente strumento di emancipazione. E cos’è che nella vita si ottiene senza sforzi? Anche se la società sembra volerci dire – e soprattutto far vedere – il contrario, sappiamo che non è così.

Per questo ritengo che noi genitori dobbiamo mettercela tutta nel far capire ai nostri figli che l’impegno nello studio ci allena ai tanti impegni – ancor più importanti e gravosi – che la vita stessa a volte ci chiede e altre ci impone. Questo inizia proprio da quello nei confronti della famiglia stessa. Un impegno sano, però, deve essere costruttivo, motivato e motivante. Non si alimenta di premi “se prendi il massimo dei voti.” Questo impegno loda il provarci, lo sforzarsi e il dedicarsi. Se reali, questi sforzi non potranno che portare al risultato sperato (e voluto).

Nel matrimonio è lo stesso. A volte entrambi i coniugi s’impegnano al massimo. Altre volte sarà il marito a dover supportare la moglie e viceversa. Se si lavora per l’obiettivo comune, la promozione ci sarà. Con essa intendiamo il conseguimento di quanto desiderato, ossia la santità della famiglia, nella famiglia e per la famiglia. La scuola, insomma, è una grande maestra di vita. Ci abitua a dare il massimo. Ci allena a superare ostacoli e difficoltà. Ci mette in relazione con gli altri. Ci fa crescere.

Nella scuola ci facciamo “le ossa” per ciò che verrà dopo. Ci prepariamo per le tante prove – più o meno grandi – con le quali inevitabilmente c’imbatteremo. Solo se avremo imparato a prenderci carico con responsabilità dei compiti via via assegnati saremo in grado di superarle. A volte sbatteremo il naso, ahimè. Ma sapremo che possiamo rialzarci. Soprattutto nella forza e nella consapevolezza che non siamo da soli. Il Signore ci è accanto se sappiamo darGli il tempo e l’amore che merita per primo, sempre e comunque. Non è questa l’immagine stessa della coppia che vive con amore e sollecitudine la propria unione sponsale?

Tutto ciò, però, non deve farci perdere di vista che la vera meta non è unicamente una pagella perfetta a fine anno. La vera meta è l’aver imparato dei valori. È anche avere imparato delle nozioni le quali, se svuotate da quelli, a poco valgono e per poco tempo si ricordano. Non diamo priorità alla forma, insomma, senza il contenuto!

Insegniamo a nostri figli, o ai nostri studenti, che non si studia per fare un piacere a mamma e papà o ai professori. Studiare è per se stessi e nel continuo ringraziamento al Signore per averci donato l’intelligenza. Trasmettiamo ai giovani e ai giovanissimi la bellezza di crescere “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52) proprio come Gesù. Devono spendere le proprie capacità per qualcosa di impegnato, di concreto, di utile, di meritevole.. Se è vero che essere bravi a scuola non significa automaticamente essere delle brave persone, è altrettanto vero che se non si riescono a gestire piccoli impegni rapportati alla propria età si rischia, un domani, di diventare adulti sfuggevoli alle proprie responsabilità sociali, lavorative e familiari.

La campanella non suona solo in classe ma nella vita. Ci indica scadenze imprescindibili, orari da rispettare e impegni da mantenere. Ma com’è bello tutto questo se vissuto all’interno della famiglia, la scuola per eccellenza!

Fabrizia Perrachon

“Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”

Ventitré anni fa un noto gruppo musicale italiano pubblicava una canzone. Ben presto divenne un tormentone estivo, passato in tutte le radio e canticchiato da persone di tutte le età. Una delle frasi del ritornello recitava: “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima nella lunga estate caldissima”.

Risentendolo, dopo tanto tempo, mi ha fatto venire in mente alcune domande che desidero condividere con voi: in questa lunga estate caldissima (tra l’altro non ancora terminata!) abbiamo lasciato posto a Dio? Il nostro cuore si è riempito solo di svaghi, divertimenti e buona compagnia o anche di momenti spirituali?

Abbiamo curato la salute spirituale o solo la tintarella? Ci siamo riempiti di buon cibo o anche di buoni momenti di preghiera? Siamo riusciti a ritagliare attimi di qualità con Lui e il coniuge, i figli, il fidanzato o la fidanzata?

Le risposte non sono, evidentemente, banali né scontate. Esse toccano le note più intime e importanti del nostro io interiore. Influisce infatti il nostro “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”. L’estate troppo spesso è un pretesto per mettere in standby i buoni propositi. Per mettere in standby le buone abitudini o i progressi spirituali che avevamo – più o meno faticosamente – raggiunto nei mesi precedenti. Rischiamo di perdere tempo prezioso e slanci autentici che ci avevano sorretto e incoraggiato.

L’antidoto, dunque, quale può essere? Secondo me sono importanti almeno tre “farmaci spirituali”: la preghiera, la Parola di Dio e la condivisione della vita interiore con il proprio partner.

Andando nell’ordine, sappiamo bene che senza l’orazione la nostra anima si assopisce e atrofizza. Si riduce fin quasi a seccare. È come una delle tante piantine che, se non annaffiate, rischiano di morire sui nostri balconi proprio mentre siamo in vacanza.

L’anima è viva e per questo motivo va alimentata continuamente. Le tante bellezze del creato, che durante i mesi estivi possiamo apprezzare e sfruttare appieno, non devono trasformarsi in divinità neo-pagane o entità a se stanti. Devono trasformarsi in tramiti attraverso cui accorgersi del Creatore, lodandolo ed esaltandolo per ciò che ci ha donato.

La preghiera, insomma, non deve andare in vacanza ma venire in vacanza con noi. È il contenuto principale del nostro bagaglio spirituale. Nel quale non può certo mancare la Parola di Dio. Può essere ascoltata durante la Santa Messa. Può essere letta all’ombra di una pineta, a bordo lago o sotto l’ombrellone. La Parola di Dio è una compagnia soave. È un dolce ospite dell’anima. Permette di elevarsi fino al Cielo pur abitando ancora questa terra.

Infine, il mutuo scambio con la persona con cui condividiamo la vita è l’ingrediente speciale per una ricetta di successo. Questo ci allontana dal rischio di chiuderci in noi stessi e nella nostra autoreferenzialità.

Sarebbe triste e riduttivo, infatti, comprimere “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” in sprazzi d’illuminazione dalla durata estemporanea. Lasciamoci guidare e approfittiamo delle rimanenti giornate lunghe e soleggiate prima dell’inverno. Facciamo scorta non soltanto di sole e aria aperta ma del bello che ancora c’è attorno a noi. Questo bello resistite al buio e al sudiciume di cui questo mondo è così minacciosamente circondato e inquinato.

Facciamo di “Questo senso di vita che scende e che va” non un’inquietudine di fine estate. Facciamolo uno slancio che ci dia la forza per affrontare l’inverno. Non tanto e non solo quello meteorologico ma piuttosto quello dell’anima..

Disfiamo le valige senza gettare quanto di vero e autentico abbiamo raggiunto, portandolo con noi tra i ricordi più preziosi e come proposito concreto per il prossimo mese di settembre, da molti considerato un secondo capodanno.

Non gettiamo al vento, in questi ultimi scorci d’estate, ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Non gettiamo al vento ciò che abbiamo ricevuto. Non gettiamo al vento ciò che siamo riusciti a donare agli altri. Prendiamo questo generico “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” e facciamocene un tesoro prezioso. Facciamocene un bagaglio che senza pesare sulle spalle sarà in grado di sorreggerci, giorno dopo giorno.

Non dimentichiamo che “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito. Fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4, 12). L’intento della canzone, forse, non sarà stato esattamente questo. Cogliamone lo spunto e impariamo ad apprezzare – in noi come negli altri – tutti gli istanti benedetti. In questi momenti, pur camminando nel mondo, sappiamo di appartenere al Cielo.

Fabrizia Perrachon

Una regina umile? Possibile, se ti chiami …

La giornata odierna può sembrare un giovedì come tanti. È un giorno in cui l’estate, ancora nel pieno, inizia però ad avere il sapore del rientro dalle vacanze. Si percepisce già la normalità del quotidiano che sta per tornare. C’è il rientro a scuola e il termine ormai prossimo della tanto desiderata stagione calda. Un giovedì che può passare inosservato. In realtà, ha una protagonista assolutamente sui generis e diversa da ogni altra. Questa protagonista è una regina umile. Com’è possibile, vi chiederete? Si è mai sentita una sovrana tanto importante quanto modesta e semplice?

Le regine, fin dai tempi più remoti, hanno attirato interesse e curiosità. Componimenti epici, favole, fiabe e anche la Bibbia pullulano di queste figure femminili apicali. Spingono ciascuno di noi a fantasticare sulla loro bellezza e sulle loro virtù, ma anche sui limiti e sui difetti. Pensiamo anche alle loro crudeltà e ai lati oscuri. Queste figure riempiono sogni o incubi, immaginari e aspirazioni d’intere generazioni. Ci sono, infatti, sia regine buone che regine malvagie. Ciò che è molto raro da incontrare, però, è il binomio regalità-umiltà. Questo perfetto incontro si trova solo in Maria Santissima. Oggi, 22 agosto, festeggiamo Maria come Regina del Cielo e della terra, Regina dell’universo, nella gloria degli angeli e dei Santi. Un bellissimo articolo pubblicato nel sito internet di Famiglia Cristiana nel 2021 ben sintetizza quella che, a prima vista, può apparire come un’antitesi:

Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Ma è lei l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Ecco cosa c’è da sapere sulla festa mariana di oggi. Dovuta a papa Pio XII che la istituì con la lettera Enciclica Ad caeli Reginam nel 1954, la festa della Regalità di Maria Vergine nel calendario liturgico era inizialmente prevista il 31 maggio, a conclusione del mese mariano per eccellenza. Oggi, si celebra sette giorni dopo il 15 agosto e questa collocazione va letta come uno speciale prolungamento della celebrazione dell’Assunzione, con cui si contempla Colei che, assisa accanto al Re, splende come Regina. La data del 22 di agosto è dovuta a papa Paolo VI che, con l’attuazione delle norme generali per l’Anno Liturgico e il nuovo Calendario Romano, ha felicemente collocato la regalità di Maria a breve distanza dalla sua Assunzione in Cielo, facendola diventare una logica conseguenza del dogma promulgato da papa Pio XII nel 1950. Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Per gli Atti degli apostoli Maria dopo l’Ascensione si trova in mezzo agli Undici raccolta con essi in preghiera; ma non è lei che impartisce ordini, bensì Pietro. E tuttavia proprio in quella circostanza ella costituisce l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Maria è Regina perché è madre di Cristo, il Re, e distribuisce regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Re poiché lo stesso Cristo ha disposto che ogni grazia passi per le sue mani di Regina. Per questo la Chiesa invita i fedeli a invocarla non solo col dolce nome di madre, ma anche con quello ossequioso di regina. 1

Non se la prendano le regine – attuali o future – di cui abbiamo fatto riferimento nell’immagine di copertina: non c’è nessuna stoccata nei loro confronti a livello personale perché ciò che ci interessa è riflettere insieme sul ruolo istituzionale che ricoprono; la regalità puramente umana, infatti, è composta da un mix di potere e di ricchezza, condito dalla gara senza sosta a chi è più bella, elegante, acculturata. Ma dal punto di vista squisitamente spirituale, tutto questo si ribalta completamente: nell’ottica di Dio, infatti, “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11) e difatti Maria, l’umile ancella del Signore, può a ragione proclamare “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc , 52), preghiera che è parte del Magnificat.

Ed ecco perché oggi, 22 agosto, non è un giorno come tanti ma quello nel quale vediamo compiersi il trionfo della regalità di cuore, di animo e di spirito, il ribaltamento delle prospettive del mondo e la vittoria di quelle celesti. Care e amate regine, non preoccupatevi: continuerete a popolare la letteratura e i sogni, le notizie dei mass media e i gossip ma d’ora in poi sapremo che l’unica vera Regina – unica e vera perché umile – è la Beata Vergine Maria, incoronata , pregata e venerata come la Regina dei nostri cuori.

Fabrizia Perrachon

1 Articolo disponibile al link https://www.famigliacristiana.it/articolo/beata-vergine-maria-regina—santo-del-giorno.aspx

Inna[Morata] per sempre? L’instagrammabile leggerezza delle apparenze

È notizia di questi giorni che la famosissima coppia vip formata da Álvaro Morata e Alice Campello si sia separata; letteralmente un fulmine (gossipparo) a ciel sereno. A partire da questa triste news, e senza voler giudicare nessuno, penso che sia utile avanzare alcune riflessioni, più ampie e più profonde del singolo caso in questione, perché ciascuno di noi possa fermarsi a pensare a quelli che sono i valori profondi sui quali dovrebbe basarsi il matrimonio.

Innanzitutto mi colpiscono l’innaturale spettacolarità, di cui i vari social sono saturi, nell’ostentare amori, sentimenti  ma anche effusioni, momenti di tenerezza o di passione che dovrebbero far parte dell’intimità di una coppia, intesa non solo come riservatezza ma come spazio “solo nostro” di cui si deve necessariamente nutrire una relazione, a maggior ragione se suggellata dal sacramento del matrimonio.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa (Sal 128, 4), infatti, non è solo un meraviglioso versetto di un altrettanto meraviglioso Salmo ma una ricchezza, una profondità della dimensione sponsale che si sta ahimè perdendo. In un mondo patinato in cui sembra che si esista solo apparendo, abbiamo completamente smarrito il senso della misura nell’esporre e nell’esporci, in una spasmodica bulimia del voler esserci sempre e comunque, dappertutto e qualsiasi condizione.

Che senso ha, infatti, pubblicare foto di corpi perfetti e giovani, troppo spesso impegnati in improbabili acrobazie amorose quando poi, alle prime difficoltà, ci si lascia? Che senso ha apparire bellissimi, ricchissimi e felicissimi quando poi, a conti fatti, tutto questo è solo esteriorità? Che senso ha perdere così tanto tempo nell’osservare, con curiosità ai limiti del morboso, coppie super patinate che oggi ci sono e domani si separano? E, infine, perché siamo attratti da questa fiera mediatica che altro non è che l’instagrammabile leggerezza delle apparenze?

Sono convinta che le tante immagini di cui siamo quotidianamente invasi siano lo specchio di un’aridità interiore impressionante nonché di un vuoto spirituale quasi totale che sta pericolosamente attaccando tutti noi e le nostre famiglie, i nostri matrimoni e qualsiasi tipo di relazione, con gli altri ma anche con noi stessi.

Chi si espone sui social dovrebbe sapere che, volenti o nolenti, si diventa un punto di riferimento: ma che esempio possiamo ricavare da persone che stracciano i propri solenni impegni davanti a generici “piccoli litigi stupidi e mal gestiti[1]? Che cosa possono pensare i ragazzi e le ragazze che si affacciano all’età adulta e iniziano ad avere le prime relazioni serie? I nostri figli e le nostre figlie possono forse ricavare un modello di impegno maturo e costruttivo da comportamenti simili?

Purtroppo passa il messaggio che davanti alle prove è meglio lasciarsi piuttosto che cercare di ricucire un rapporto e “di non arrivare mai al punto di farci del male o di essere tossici e di finire la relazione prima di arrivare a tutto ciò2. Ma ci rendiamo veramente conto della gravità di tali dichiarazioni? Siamo consapevoli del vuoto e della distruzione che portano appresso simili parole? E se anche ci fossero dei periodi difficili causati da problemi di salute (fisica o psicologica) non sono forse proprio quelli i momenti in cui stare più vicino al coniuge (“prometto di esserti fedele sempre, in salute e in malattia”)?

Naturalmente questo non è il contesto per valutare casi di eccezionale gravità che meritano il vaglio di esperti che ne abbiano le competenze e/o situazioni limite che effettivamente debbano arrivare alla necessità che intervenga la Sacra Rota o quant’altro ma – in generale – è bene che cerchiamo un antidoto alla superficialità con la quale, attualmente, numerosissime coppie si lasciano; una fittizia facilità nel separarsi che fa paura, e tanta. E mette tristezza, una grande tristezza nel veder sacrificata così – non si sa bene per chi o per che cosa – la potenza del matrimonio, il sacramento per eccellenza dell’amore umano, quello profondo e radicato che s’innalza dalle banalità del mondo per sfiorare concretamente il Cielo ed essere riflesso dell’Amore che ha dato la vita al mondo.

E, ancora, fa riflettere e scaturire una domanda: ma quand’è che abbiamo iniziato a sminuire così la santità dell’unione sponsale, e perché? Non è che, se togliamo Dio dal primo posto, tutto a rotoli nella nostra vita, matrimonio compreso?

Che dire, infine, delle frasi fatte del tipo “tutto ciò che si è visto fino ad ora nelle foto di Instagram che abbiamo pubblicato è la verità, in nessun momento abbiamo finto nulla3? Così come il parlare al passato quando fino a pochi giorni prima si pubblicavano foto di baci e abbracci appassionati: ma che realtà può esserci in un comportamento simile?  Potremo anche essere social-dipendenti ma un po’ di intelligenza ci sarà pur rimasta!

Dichiarare un “ti amerò per sempre”, “saremo uniti per il resto della vita” ecc … non serve a nulla se utilizzato unicamente come sterile commento di un post ma ha un significato autentico solo se scritto nei cuori, nel proprio e in quello del coniuge,  per rendere vero e attuale il sigillo divino del matrimonio. Che tanto, poi, si è facilmente smentiti … ma nel frattempo si è andati a inquinare, per se stessi e per gli altri, la grandezza di un sacramento che è stato creato da Dio per la salvezza e la gioia in questa vita e nell’Altra e che, se celebrato religiosamente, ferisce dolorosamente sia Nostro Signore che l’intera Chiesa.

Non vale proprio la pena, quindi, farsi abbagliare da simil-mirabolanti coppie che scoppiano prima, e peggio, delle bolle di sapone! Non valgono niente il denaro, le case di lusso, le cene di gala, il successo, il jet privato, i vestiti griffati e il volerlo pubblicare a tutti i costi sui social se poi va tutto a rotoli nel peggiore dei modi e con tempistiche lampo, difficilmente credibili.

Tariamo bene il tempo che Dio ci concede e dedichiamolo a coltivare il nostro amore, il nostro matrimonio e la nostra famiglia senza essere invidiosi o gelosi di tanta ostentata vanità perché quello che salva non è il conto in banca o il numero dei followers ma la dedizione, la serietà e l’affetto sincero con cui avremo amato nostro marito o nostra moglie e saremo stati in grado ci costruire, con lui o con lei, la nostra scala verso il Cielo.

Fabrizia Perrachon

[1], 2, 3 : dichiarazioni pubbliche di Alice Campello, rese note sul profilo pubblico attraverso una storia Instagram del 12 agosto 2024 e rimbalzate poi su tutti i rotocalchi.

 

Ferragosto vs solennità dell’Assunta: per un 15 agosto consapevole

In Italia, da decenni, uno dei più famosi “giorni rossi” del calendario è oggi, il 15 agosto: conosciamo, però, la differenza tra Ferragosto e solennità dell’Assunzione? Un excursus etimologico è nostro prezioso alleato per la corretta e completa comprensione:

ferragósto s. m. [lat. feriae Augŭsti «ferie d’agosto»]. – Festività popolare, che in origine era celebrata il 1° d’agosto, e fu trasportata poi dalla Chiesa cattolica al giorno 15 del mese, in coincidenza con la festa religiosa dell’Assunzione: è il giorno tipico delle ferie, cioè della breve sospensione del lavoro nel pieno dell’estate, che si estende in genere anche ai giorni contigui, e che conserva l’antico carattere popolare, con l’uso delle scampagnate e delle mance: passare o trascorrere il f. al mare, in montagna; augurî di buon f.!; dare al portiere la mancia di f. (ma anche, per ellissi: dare o ricevere il f.; eccovi il f., e sim.). [1]

Ferragosto, nel Belpaese, è sinonimo per eccellenza di ferie estive: la stragrande maggioranza delle aziende sono chiuse e quasi tutti sono via di casa, se non per soggiorni prolungati almeno per qualche giorno di meritato relax oppure per una gita fuoriporta. Di pari passo, i prezzi lievitano e potersi permettere una vacanza in tale periodo sta diventando un lusso per pochi; anche se sono lontani i periodi in cui il 15 agosto tutti i negozi erano chiusi e per trovare, ad esempio, una panetteria aperta bisognava magari vagare per chilometri, il “sapore di sale, sapore di mare” che possiede questo giorno è qualcosa di talmente radicato nello spirito italico, da permeare costumi sociali e vocabolario. Forse meno persone sanno precisamente che cosa sia, invece, la ricorrenza religiosa su cui si erge il tutto, ben descritta nell’articolo di Antonio Sanfrancesco e pubblicato nel 2022 nella versione online di Famiglia Cristiana:

“Il 15 agosto si festeggia l’Assunzione della Vergine Maria al cielo. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per la vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione ed è anticipazione della risurrezione della carne che per tutti gli altri uomini avverrà dopo il Giudizio finale. Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine.  […] L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine. Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.” [2]

E’ perciò molto importante sottolineare il fatto che, a monte di queste giornate riconosciute dallo Stato, ci siano eventi, avvenimenti o dogmi cristiani, con buona pace della cancel culture! Quando si esamina il calendario di un Paese, infatti, è buona abitudine quella di ragionare sulla religione che lo caratterizza, o che lo ha caratterizzato, perché così si può comprendere con più facilità come essa non sia soltanto una traccia nascosta, un’orma lasciata da un passato più o meno lontano, ma anche una radice che il mondo contemporaneo, se anche proverà a sradicare, deve, se non accettare, almeno conoscere.

Quando ci esprimiamo, ne parliamo o scriviamo, proviamo ad indicare questo giorno come quello dell’Assunzione invece che semplice Ferragosto: susciteremo una sana curiosità, spingendo qualcuno a scoprire, magari, qualcosa di nuovo, riempiendo così i discorsi del periodo con qualcosa di cui vale veramente la pena parlare ma, soprattutto, Qualcuna che – al di là dei gossip esiti – merita davvero la nostra attenzione e il nostro tempo: Maria Santissima!

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione al link https://www.treccani.it/vocabolario/ferragosto/ (pagina consultata il 18/07/2024).

[2] Articolo completo disponibile al link: https://www.famigliacristiana.it/articolo/festa-dell-assunta-ecco-le-cose-da-sapere.aspx (pagina consultata il 18/07/2024).

Rege o Maria: App Innovativa per la Consacrazione a Maria

Alcune settimane fa mio marito ed io abbiamo avuto la gioia di ritrovarci con un carissimo seminarista nell’Istituto del Verbo Incarnato, rientrato in famiglia per qualche giorno di riposo. Ci lega una splendida e solida amicizia di vecchia data nonché l’appartenenza alla stessa parrocchia anche se, per ragioni di studio e di vocazione, ormai il nostro amico vive, ormai da diversi anni, nel seminario di Montefiascone (in provincia di Viterbo ed è confratello di Raúl Chasco, molto noto per un magnifico gioco di carte con cui spiega la storia di Gesù, ospitato anche a Tv2000); prossimo all’emissione dei voti perpetui, ci ha fatto conoscere un’app davvero innovativa:  Rege o Maria.

Con la tecnologia bisogna fare attenzione, si sa, perché i rischi di povertà intelletuale e di banalità nei contenuti – quando non peggio – sono sempre dietro l’angolo, senza considerare eventuali bug di sistema, costi, obbligo di sottoscrivere un abbonamento, ecc … Rege o Maria, invece, è straordinaria e illuminante, semplice, intuitiva e davvero utile in quanto propone un percorso a tappe in preparazione alla consacrazione a Maria secondo l’insegnamento di San Luigi Maria Grignon de Monfort. Come leggiamo nell’introduzione della stessa app, infatti, essa “è destinata anzitutto a chi vuole iniziare un cammino di vera conversione. Spesso ci si chiede: «Padre, voglio cambiare vita … voglio lasciare il peccato … voglio conoscere meglio la mia fede …» o addirittura «non conosco quasi niente» … «non so da dove cominciare». In breve: questa preparazione è destinata a qualsiasi persona voglia un mezzo concreto ed efficace per tendere alla santità. In qualunque stato si trovi. Non spaventarti riguardo le esigenze. Come in ogni cosa, ci saranno momenti dove si farà un po’ di fatica, ma sarà facilmente realizzabile da chiunque desideri arrivare a Gesù per mezzo di Maria”.

Parafrasando il titolo di un noto film degli anni Ottanta, scusate se è poco! Nel far west del digitale, simili applicazioni sono un’oasi nel deserto spirituale che sembra dominare la società ma che, a ben vedere, ha sempre più fame e sete di Bellezza, Verità e vita di fede. I download di Rege o Maria, infatti, sono già numerosissimi e questo percorso personalizzato – sì, perché, pur partendo da una base comune, si adatta ai tempi di ogni singolo utilizzatore – sta aiutando sempre più persone a scoprire o riscoprire la profondità di una religiosità troppo spesso ridotta al dovere di timbrare un cartellino settimanale per sentirsi a posto in coscienza ma che, si sa, è molto molto di più.

La vita spirituale, infatti, è qualcosa di vivo, in costante evoluzione e che va coltivato se si desidera progredire in essa e vedere dei frutti spirituali maturi, duraturi, importanti, per se stessi e per gli altri. Sarebbe bello, per esempio, proporre il cammino di consacrazione attraverso qusta app al proprio fidanzato o fidanzata, al marito o alla moglie, ai figli, ai genitori, agli amici! Non per innescare un’innaturale sfida virtuale ma per stimolare una crescita dell’anima che davvero può fare (e farci) del bene.

Non dimentichiamo, infatti che – utilizzando il titolo di un’altra pellicola cinematografica – “Nessuno si salva da solo”, che altro non è che il senso profondo dell’esperienza cristiana, che trova il suo fondamento proprio nella parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). Essere testimoni e missionari dell’amore non significa solamente partire per terre lontane e inospitali ma prendersi cura della spiritualità propria e dei propri cari, a cominciare innanzitutto dal coniuge e dai figli. Come disse Santa Teresa di Calcutta: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”.

Quando la tecnologia aiuta la vita spirituale si possono, quindi, ottenere dei risultati concreti e in linea con i tempi nei quali viviamo, tempi duri e difficili ma che non devono scoraggiarci: Dio è sempre accanto a noi, e solo se anche noi ci mettiamo attivamente in cammino con Lui, per Lui e in Lui, potremo rendercene conto e sperimentare la gioia, la pace e la felicità a cui tanto aneliamo e che troppo spesso cerchiamo altrove, nei qualcosa e nei qualcuno più disparati ma quasi sempre, ahimè, con esiti deludenti, passeggeri o quant’anche negativi.

Scarichiamo, utilizziamo e diffondiamo l’app Rege o Maria perché, sempre citandone l’introduzione, “mentre il mondo cerca di attrarti offrendoti dei mezzi e segreti per una vita più comoda, spensierata e lontana da Dio e dal tuo destino eterno, suscitando in te la bramosia di maggiori benefici nell’ordine materiale, tu invece ti accingi a conoscere un «segreto» che recherà alla tua anima «tante ricchezze e tante grazie che ne resterai meravigliato e la tua anima ne sarà colma di gioia»”.

Fabrizia Perrachon

P.S: l’app è disponibile sia per Android che Mc nei relativi store online. Per saperne di più clicca qui. Per conoscere la Congregazione del Verbo Incarnato consiglio il sito ufficiale.

Un festival dove nascono famiglie e vocazioni

I primi giorni di agosto sono molto importanti: non tanto e non solo perché, per tanti, rappresentano l’inizio delle ferie estive o di un periodo di riposo ma perché alcune Grazie celesti sono pronte a colmare i nostri cuori. Dal mezzogiorno del 1° agosto e fino a tutto il giorno 2, infatti, il nostro patrono San Francesco ha chiesto per la Chiesa intera l’indulgenza plenaria nota come il “Perdono di Assisi” e poi perché, a Medjugorje, è in corso il Festival dei Giovani.

Con ogni probabilità ne avrete sentito parlare ma, forse, c’è qualcuno che ancora non sa di cosa si tratta; consiste in una settimana meravigliosa che, dal 31 luglio all’alba del 6 agosto, raduna centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze da ogni parte del mondo ma non solo: ogni anno aumentano le presenze di senior così come d’intere famiglie – dai neonati ai nonni – che si danno appuntamento in questo angolo di Bosnia-Erzegovina per pregare, per confessarsi, per riscoprire una fede assopita o per cambiare completamente vita.

Le guarigioni spirituali che scaturiscono da questi momenti così intensi non si contano più e il loro eco ha raggiunto ormai tutti i continenti; le testimonianze, scritte o video, sono moltissime e facili da reperire attraverso la diffusione sempre più capillare nei vari social network. Persone di ogni età, estrazione socio-culturale e situazione di vita si recano a Medjugorje e al Festival dei Giovani, portando con sé un bagaglio variegato e sfaccettato: gioie e dolori, speranze e angosce, progetti per il futuro e fallimenti, propositi di cambiamento e desiderio di cambiamento, ricerca di un’oasi di pace e tranquillità.

Per non parlare, poi, di quanti arrivano scettici, quasi contrari all’intenso programma di preghiera, persino recalcitranti … per poi mutare totalmente nel giro di poche ore o di pochi giorni.  

Una nota canzone recita: “C’è un’altra aria, c’è un altro sole sulle colline di Medjugorje, un’altra luce sopra le case e tanta pace dentro le chiese […] C’è un’altra aria, c’è un altro sole e sguardi nuovi tra le persone, chi ti è vicino ti da una mano ed il pensiero va … a chi è lontano […]Parlami, confortami o Vergine Maria, Madre Mia Purissima confido solo in Te. Quanta dolcezza nelle tue parole guardami negli occhi e solo non sarò più mai più. Spirito santo porta l’amore sulle rovine che ho dentro al cuore; tienimi stretto come un bambino Spirito santo stammi vicino. E mille stelle si sono accese solo per te, Regina della Pace”.

Quanto sono vere queste parole! È una grande gioia, per me, testimoniarlo e confermarlo, a seguito dei miei (per ora!) tredici pellegrinaggi in questo cantuccio di Paradiso sulla terra; e, soprattutto, non posso nascondere l’entusiasmo straripante e la felicità profonda che mi avevano pervasa dopo la prima esperienza, che fu esattamente vent’anni fa, proprio al Festival dei Giovani del 2004.

Come ho raccontato a Radio Maria il 3 maggio scorso all’interno della trasmissione “Interviste a coppie cristiane” della carissima Cristina Tessaro (chi fosse interessato può ascoltarla a questo link), nella primavera del 2004 avevo già prenotato un pellegrinaggio a Fatima, in Portogallo, insieme ad una mia cugina. Quando poi fu annullato, il Cielo mi mandò l’ispirazione di andare a Medjugorje, luogo mariano che già conoscevo e di cui seguivo le vicende ma nel quale non ero mai stata.

A noi giovani partiti da Torino (TO) si affiancò un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da Crema (CR) tra cui Dario, che il 13 maggio 2007 è diventato mio marito. Come amo dire, nel 2004 la Madonna “ha corretto il tiro”: in quel momento ben sapeva che la mia destinazione non doveva essere Fatima … e con un salto chilometrico da ovest a est mi ha portata a Medjugorje. Quel pellegrinaggio mi ha cambiato la vita, ci ha cambiato la vita.

La nostra non è l’unica esperienza di questo tipo: solamente tra noi partecipanti a quel pellegrinaggio dell’estate 2004, si sono formate e spostate ben cinque coppie e si è concretizzata una chiamata al sacerdozio; ecco perché posso affermare che quello di Medjugorje è a tutti gli effetti un festival dove nascono famiglie e vocazioni!

I rumori del mondo sono di tutto altro tipo ma il suono della voce di Dio ci chiama a ben altro; come Maria stessa ha affermato: “Vi guardo e vi invito: ritornate a Dio perché Lui è amore e per amore ha mandato Me a voi per guidarvi sulla via della conversione. Lasciate il peccato e il male, decidetevi per la santità e la gioia regnerà; e voi sarete le mie mani tese in questo mondo perso. Desidero che siate preghiera e speranza per coloro che non hanno conosciuto il Dio d’amore” (dal Messaggio del 25 maggio 2021).

Medjugorje è tutto questo, il Festival dei Giovani è tutto questo! Andateci, consigliatelo, sperimentate in prima persona l’abbondanza dei suoi frutti spirituali: il vostro cuore e la vostra anima non potranno che esultare e ringraziare. E, soprattutto, farete esperienza concreta della bellezza, della freschezza e della gioia di credere in un Dio vivo che ci vuole forti e felici nella fede, non musoni e accartocciati attorno alle nostre magagne, più o meno piccole e più o meno dolorose. Le prove della vita non spariranno ma sapremo con Chi affrontarle; e se i nostri figli, i nostri ragazzi e i nostri nipoti proveranno tutto questo, allora davvero il mondo avrà ancora speranza.

Fabrizia Perrachon

P.S: per tutte le informazioni su Festival dei Giovani è attivo il sito ufficiale della Parrocchia di Medjugorje https://www.medjugorje.hr/it/

Santiago: l’invito a un cammino che ci rinnova

Oggi, 25 luglio, la Chiesa Cattolica festeggia San Giacomo il Maggiore. Quando si pensa a questo apostolo e si pensa quasi automaticamente al viaggio e agli spostamenti: non solo perché è il patrono dei viandanti ma in quanto, attorno alla sua figura, si è sviluppata l’essenza stessa dell’andare ossia il pellegrinaggio. Dalle fonte storiche sappiamo che Giacomo predicò nella penisola iberica, all’inizio con scarsi risultati, tant’è che, nel 40 d.C., Maria Santissima in persona lo visitò per confortarlo ed esortarlo a non abbandonare la sua missione.

A ricordo dell’evento, di quella che teologicamente parlando fu “la venuta della Madonna” – non un’apparizione perché la Vergine non era ancora stata assunta in Cielo – fu eretta la Basilica di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, ancora oggi la seconda meta di pellegrinaggio più visitata di Spagna. Giacomo prima di morire tornò a Gerusalemme ma poi il suo corpo venne riportato in Galizia e, a partire dal Medioevo, Santiago de Compostela (nome spagnolo dell’apostolo) diventò la meta per eccellenza dei pellegrinaggi europei.

Cos’è che attira così tanti uomini e donne di tempi, culture e religioni differenti a mettersi in viaggio verso questa località? Cos’è che spingeva, allora, a mettersi in viaggio tra mille pericoli, senza alcuna certezza? E cos’è che spinge, ancora oggi, persone di qualsiasi età, estrazione sociale, cultura e provenienza a rinunciare alle comodità per affrontare un cammino a piedi, sotto l’acqua o sotto il sole, con il caldo o con il freddo, carichi di uno zaino contenente solo il minimo indispensabile?

Sicuramente la curiosità non basta, e nemmeno la voglia di fare un’esperienza alternativa. Partire è innanzitutto lasciare le certezze per raggiungere qualcosa di ancora più importante o verso il quale tendiamo ma non solo: partire significa fidarsi, di noi stessi e delle nostre capacità di farcela ma soprattutto fidarci degli altri come di Dio.

Abramo, che si sentì dire “Lascia la tua terra” (Gn 12,1), fece esattamente così. Questo atteggiamento di fondo ci aiuta a comprendere qual è la differenza tra viaggio e pellegrinaggio: mentre il primo può essere per lavoro, per svago o per piacere, il secondo presuppone fiducia in qualcosa – o meglio in qualcuno, con la Q maiuscola – più grande di noi. Ecco l’essenza, ecco il cuore del pellegrinaggio: affidare a Dio, attraverso i passi, ciò che portiamo nel cuore – sia le gioie che i dolori, sia le aspettative che le delusioni, i rimorsi e i rimpianti – perché è proprio nell’andare che si possono comprendere pienamente passato, presente e futuro e soprattutto il senso profondo dell’esistere, delle persone che fanno parte della nostra vita e degli eventi che la contraddistinguono, quelli lieti così come quelli dolorosi. I passi, dunque, non sono fini a stessi ma strumento e mezzo di comprensione, propria e altrui. Il pellegrinaggio, dunque, non è un andare qualsiasi ma un viaggio dalla duplice valenza perché compiuto attraverso il mondo ma soprattutto attraverso noi stessi. Il pellegrinaggio, in ultima analisi, è metafora della vita stessa e delle tappe che la costituiscono.

Tante storie della Bibbia sono quasi sempre contraddistinte da viaggi dalla duplice valenza terrena e celeste, veri pellegrinaggi che hanno portato l’uomo dall’Eden alla Terra di Canaan, dall’Egitto alla Terra Promessa, dall’esilio in Babilonia a Gerusalemme. Maria stessa è stata protagonista d’innumerevoli spostamenti: a casa della cugina Elisabetta, a Betlemme per il censimento, andata e ritorno dall’Egitto, lungo le strade della Palestina duranti gli anni della vita pubblica di Gesù e, infine, il viaggio più doloroso, quello che l’ha portata sul Calvario, fin sotto la croce.

Non possiamo non ricordare, poi, gli apostoli stessi che, al passaggio di Cristo, “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 11); così come è importante fare memoria delle parole di Gesù che profetizzò a Pietro: “In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane […] andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio […] un altro […] ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18).

Il movimento, insomma, pervade e contraddistingue l’esistenza di coloro che, consapevolmente o meno, ne cercano il senso vero e pieno; a volte il cammino della vita è semplice e lineare mentre altre volte i passi inciampano in cammini più tortuosi e in salita. E, proprio come qualsiasi pellegrinaggio terreno, ci sono giorni più facili e giorni più difficili, momenti di slancio ed entusiasmo alternati da altri pesanti nei quali i “piedi stanchi” rendono il proseguire quasi impossibile.

San Giacomo, allora, porge a tutti noi un invito ben preciso: quello a un cammino che si e ci rinnova, spronandoci ad andare oltre il disinteresse, la delusione e la paura per incamminarci su vie nuove, inattese, autentiche. Scendere dal piedistallo delle proprie piccole e parziali sicurezze, dunque, significa accettare la sfida, antica quanto nuova, di mettersi in movimento, corpo e anima per accettare l’incontro con le persone, le situazioni e innanzitutto con noi stessi, incontro che ci condurrà a quello più bello e importante, nel tempo di questa vita e nell’eternità.

Fabrizia Perrachon

L’aborto spontaneo alla Scuola nuziale

Dall’autunno 2024 non si potrà più dire che non si parla di aborto spontaneo nei corsi per coppie perché la Scuola nuziale sarà un apripista innovativo nell’intero panorama nazionale. I nostri cari Antonio e Luisa hanno già introdotto il corso in un recente articolo (a chi fosse sfuggito, lo trova a questo link) ma ci tengo anch’io a parlarne, oggi, per dare risalto a ciò che viene ancora troppo spesso messo in secondo piano ossia la perdita involontaria di un figlio prima della nascita.

Chi mi conosce già sa che mio marito ed io siamo passati attraverso questa prova dodici anni fa e che, nel maggio scorso, è stato pubblicato il mio libro dal titolo “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, edito da Tau Editrice; ma non è questo l’argomento di cui desidero parlare in questo articolo quanto piuttosto della portata rivoluzionaria che rappresenta la sua introduzione all’interno di una vera e propria scuola “per un matrimonio felice”. Ma come? Vi chiederete: parlare di un evento tanto drammatico può forse migliorare un’unione sponsale? La risposta è sì, decisamente, assolutamente sì. Nessuna unione aperta alla vita, infatti, può avere la certezza di non imbattersi in questo “lutto invisibile” anzi, statistiche alla mano, una gravidanza su cinque/sei all’anno, solo in Italia, ha esito con aborto spontaneo. All’alto numero di creaturine non nate, però, non corrisponde un accompagnamento altrettanto attento ed efficace; ecco allora che aver pensato finalmente di parlarne in un corso per coppie merita tutta la nostra attenzione e l’impegno alla diffusione.

Troppe volte, in questi anni, ho pensato “se solo l’avessi saputo”, “se solo qualcuno me ne avesse parlato” … ma sappiamo bene che non sono i rimorsi né i rimpianti a darci forza e vigore per proseguire il cammino. Il perdono cristiano e la fede, infatti, non possono essere degli alibi per l’immobilismo anzi, devono essere la benzina per farci portavoce di una realtà che non possiamo modificare ma sulla quale c’è tanto, tantissimo da fare.

Ecco allora che la Scuola nuziale rompe finalmente l’indugio a parlare di queste creaturine ed introduce un supporto efficacissimo per tutte quelle persone e quelle famiglie che sono passate, che stanno passando o che passeranno attraverso l’aborto spontaneo. Se nei corsi per coppie – siano esse di fidanzati o di coniugi – s’iniziano a diffondere informazioni utili su come comportarsi, su quali sono i diritti, le tutele e i supporti in casi simili sono certa che quella che ho definito “cultura prenatale” avrà uno slancio senza precedenti e potrà dispiegarsi in tutta la sua enorme portata.

Sono profondamente convinta, infatti, che solo imparando il rispetto per la vita dai suoi primissimi albori si potrà essere davvero in grado di apprezzare, gustare e valorizzare l’esistenza nella molteplicità delle sue forme, manifestazioni ed età; non possiamo affermare di essere amanti della vita se poi giriamo la faccia, chiudiamo gli occhi o ci tappiamo le orecchie di fronte ad una mamma ed un papà che non riescono a seppellire il loro bambino non nato perché nessuno ha detto loro che hanno il diritto di farlo!

D’ora in poi non potremo più fingere di non sapere e preferire annegare nel mare della mancanza d’informazioni perché la Scuola nuziale si propone di fare esattamente ciò che significa il suo stesso nome: fare scuola, ossia insegnare, istruire e accompagnare le coppie alla una maturità piena del loro stesso esistere, in tutto quello che può capitare, nel bene e nel male. Parlare del fatto che si può perdere un figlio prima che nasca non significa fare la Cassandra della situazione o quant’altro ma dire semplicemente la verità e mettere le coppie davanti al fatto che, qualora il Signore dovesse dar loro questa prova, non saranno sole ma avranno persone e strumenti a loro disposizione per affrontare con serenità anche un momento così doloroso.

Troppe volte mio marito ed io ci siamo sentiti soli e incompresi davanti al dramma che ci aveva colpito; per troppo tempo il pensiero che il corpicino del nostro Chicco fosse finito tra i rifiuti ha maciullato il nostro cuore ferito; in troppe occasioni siamo passati per “esagerati” nell’esternare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo accettato con grande gioia l’invito a entrare a far parte della squadra dei formatori della Scuola nuziale; non perché abbiamo particolari meriti o pregi, anzi, ma perché finalmente ci siamo sentiti capiti, capiti proprio laddove il dolore si era già trasfigurato in speranza e certezza che “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”, come magistralmente affermò il Manzoni.

La Scuola nuziale farà tanto, ne sono certa, insieme a tutti coloro che ne faranno parte, tanto da una parte quanto dall’altra dello schermo di un pc perché, con l’aiuto di Gesù e Maria, si diverrà insieme una grande e bellissima famiglia.

Fabrizia Perrachon

P.S.: per info e iscrizioni è attivo il link

L’infanzia: eredità e dono di Gesù

Tempo fa, su Instagram, ha attirato la mia attenzione l’immagine che è la copertina dell’articolo di oggi (tratta dalla pagina Il diario della mamma), in cui leggiamo: “Un bambino è un essere che viene nel mondo per insegnarci, con un corso accelerato, come amare qualcuno più di noi stessi”. Devo ammettere che mi ha colpito parecchio e mi ha aiutato a riflettere su quanto di profondo e di vero c’è in quest’affermazione.

Chi è genitore lo sa bene ma tale contenuto non si limita a chi, biologicamente, ha avuto dal Cielo il dono di procreare perché la sua importanza di estende a tutti in quanto chiunque di noi, più e più volte nel corso dell’esistenza, ha a che fare con i bambini, proprio a partire dal periodo in cui lo si è. Certo, da piccoli l’auto-riflessione non è possibile ma, crescendo, spendere ogni tanto cinque minuti tra considerazioni e preghiere è più che necessario. Ognuno di noi, infatti, ha a che fare con i bambini vuoi per parentela, amicizia, professione o volontariato o vuoi perché è Gesù stesso che ne ha parlato più volte; il cristiano, dunque, non può esimersi dal pensare a questa fascia d’età non solo come una condizione transitoria dell’essere umano, da proteggere e custodire con tutte le forze e l’impegno possibile, ma come una caratteristica spirituale imprescindibile.

I richiami all’infanzia, riportati nell’Antico Testamento, sono espliciti quanto significativi: “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo” (Sal 127,3); i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa” (Sal 128,3); “Chi ama il figlio è pronto a correggerlo” (Prov 13,24); “i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò;  in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66, 12-13); “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti   affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,  per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Salmo 8,3); “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli” (Sal 78, 3-4); “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre,  come un bimbo svezzato è l’anima mia (Sal 131, 2).

È nel Nuovo Testamento, però, che l’infanzia assume un ruolo fondamentale in quanto Gesù stesso afferma: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:  «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.  Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.  Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.»” (Mt 18, 1-6); “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio.  In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso».  E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva. “(Mc 10,13-16); “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 18,10).

L’essere piccoli, per Gesù, non è soltanto la prima tappa dell’età umana ma la conditio sine qua non per essere degni della salvezza eterna, perché simbolo di purezza d’animo e di cuore. Questo è un monito diretto alla nostra società, distante anni luce dalla piccolezza evangelica, dalla purezza e dall’innocenza. In un mondo in cui la verginità – fisica e spirituale – è vista quasi come un ostacolo o un impedimento ad una vita adulta, il richiamo evangelico è profetico, rivoluzionario  e moderno perché solo imparando l’umiltà dei bambini – che si fidano ciecamente di chi si prende cura di loro – possiamo conservare o recuperare la bellezza di una fede semplice e autentica che si abbandona al Padre, sapendo che tutto ciò che è accade è per un Bene maggiore.

L’infanzia, quindi, è insieme eredità e dono di Gesù perché ci permette di riscoprire un dono del Cielo da cui ci stiamo pericolosamente allontanando ma che, al contrario, rappresenta la via maestra per la salvezza eterna. Il nostro impegno, dunque, sia quello di difendere i bambini dai pericoli e dalle brutture della vita come pure quello di riscoprire in loro dei valori unici e preziosissimi in grado di aiutarci nel pellegrinaggio verso il Cielo. Tornare bambini non dev’essere l’imitazione grottesca degli eterni Peter Pan quanto il richiamo ad un amore confidente e tenero verso di Dio, affinché ciascuno di noi possa sentire propria questa invocazione: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131, 2).

Fabrizia Perrachon

P.S.: parlando d’infanzia non si possono dimenticare i bambini non nati perché anche loro hanno un’anima immortale donata da Dio. Per saperne di più non perdete il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, disponibile nelle librerie fisiche e online e su Amazon a questo link.

«Io non conosco mio figlio!»

I genitori sono certi di conoscere davvero i propri figli? La descrizione che fanno di loro è reale, al rialzo oppure al ribasso? Una storia vera, di quasi un secolo fa, può aiutarci in questa riflessione, mostrandosi più attuale che mai.

Pochi giorni dopo il 4 luglio 1925 una folla immensa – e inaspettata – si riunì a Torino per i funerali di un giovane che aveva lasciato la vita in questo mondo ad appena ventiquattro anni, stroncato da una poliomelite fulminante. Nel caldo di quella giornata e della chiesa della Crocetta si trovarono fianco a fianco membri dell’altra borghesia cittadina, come quella da cui proveniva la famiglia, conoscenti, amici, vicini di casa, giovani ma anche tanti poveri sconosciuti quelli che, senza clamori né manifesti, aveva aiutato nella sua breve esistenza. Tra l’incredulità per ciò che era successo e lo stupore per i numerosissimi presenti, il padre – capendo solo in quel momento chi era stato e soprattutto ciò che aveva fatto il suo primogenito – disse: «Io non conosco mio figlio!». Figlio che risponde al nome di Pier Giorgio Frassati.

Proclamato beato il 20 maggio 1990, Pier Giorgio era nato a Torino il 6 aprile 1901 in una delle famiglie più altolocate del tempo: il padre, Alfredo Frassati, era uno dei fondatori del quotidiano “La Stampa” nonché senatore del Regno d’Italia e poi della Repubblica e la madre, Adelaide Ametis, famosa pittrice. Sua sorella Luciana, più piccola di solo un anno, fu la sua prima compagna di studi e di giochi nonché, poi, instancabile testimone della sua breve quanto eccezionale vita. Fin da piccolo Pier Giorgio dimostrò un trasporto speciale per la fede cattolica, trasmessagli solo dal lato materno. Cresciuto nell’amore per Gesù, si dice che davanti al Santissimo Sacramento assumesse un aspetto ancor più bello del consueto, pur essendo già un giovane sportivo e dotato di una corporatura forte e scattante. Oltre alla fede aveva altre grandi passioni: l’amicizia, la montagna e l’aiuto a chi era nel bisogno tant’è che trovava sempre il modo per donare quanto possedeva ai poveri, anche di nascosto dai genitori, pur di fare qualcosa per gli altri con totale gratuità, rispetto, discrezione e amore. Si pensa che fu proprio nell’assistenza a qualche malato che contrasse il morbo che lo portò via in pochissimi giorni.

Pur essendo di famiglia molto ricca, Pier Giorgio riceva poco denaro e lo spendeva quasi tutto per i poveri al punto che, più volte, gli amici lo vedevano rincasare a piedi perché non si era tenuto per sé nemmeno i soldi per i mezzi pubblici. Un giovane uomo che avrebbe avuto davanti a sé una brillante carriera e un futuro agiato ma che aveva capito come quelli non fossero né i veri valori né la moneta per guadagnarsi il Paradiso; Pier Giorgio, al contrario, aveva compreso appieno l’insegnamento di Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21). Un esempio, il suo, che ricorda molto da vicino quello di un altro giovane gigante della fede, Carlo Acutis; due perle, questi ragazzi, che saranno entrambi dichiarati santi nell’Anno Giubilare 2025.

Dalla brevissima biografia sopra riportata emergono elementi importanti che possono aiutarci a riflettere sulla capacità, o meno, dei genitori di comprendere i propri figli e di lasciarli liberi nell’abbracciare la fede in Cristo, qualora manifestassero questa disposizione. Ci sono stati e ci sono, purtroppo, molte mamme e molti papà che non hanno compreso – se non addirittura soffocato – la vocazione del proprio ragazzo o ragazza, ritenendo non adatta la scelta di dedicarsi totalmente a Dio; ma non adatta a chi: a loro o ai loro figli? Ai progetti futuri che avevano immaginato o perché davvero quei figli non erano pronti, o adatti, alla vita religiosa? Bisogna rendersi conto che il frutto del grembo, prima di appartenere dei genitori, è di Dio e quindi è giusto che sia libero di rispondere alla chiamata, qualora arrivasse. L’evento traumatico di aver perso Pier Giorgio in pochi giorni e in circostanze completamente inaspettate ha aperto il cuore di Alfredo Frassati ma a che prezzo! E noi, siamo pronti a lasciar andare i nostri figli sulle vie del Signore e, più in generale, ad accompagnarli e sorreggerli nella scoperta della loro vocazione? Siamo restii oppure pronti a camminare con loro “Verso l’alto”, come fece Pier Giorgio?

Fabrizia Perrachon

Le vacanze come ricarica familiare e spirituale

Con l’estate ormai avviata è innanzitutto la nostra mente che inizia a viaggiare e fantasticare: l’attesa della partenza per le vacanze, le aspettative per giorni allegri e spensierati, la speranza che vada tutto bene nonché l’assaporare in anticipo la gioia e il piacere che i periodi di ferie donano a ciascuno di noi sono pensieri e sensazioni comuni. Proprio per questi motivi alcuni anni fa cercai in rete una preghiera da poter recitare prima di partire per le tanto desiderate ferie, in modo da offrire tutto al Signore; fu così che trovai il testo seguente:

Ti ringrazio o Dio per queste vacanze! Sono un tempo di svago, di divertimento e di relax … Ma non mi dimentico di Te, perché so che Tu in ogni momento sei con me. Non importa se sono al mare, al lago, in montagna: ovunque io vada Tu mi vedi e mi ami. Grazie Signore per tutto ciò che hai fatto. Grazie per le persone che mi hai messo vicino. Sono felice di essere di un tuo piccolo amico. Ti ringrazio, o Dio, per le ferie estive che anche quest’anno mi dai la gioia di usufruire! Sono un tempo salutare per me e per quanti altri hanno la possibilità di farle. In questi giorni di totale distensione, mi sia, o Dio, di conforto la Tua benefica Parola. In questo tempo propizio, desidero solo essere libero, di quella libertà che rende ogni uomo un vero uomo. Libero di pregare, di pensare e di agire al di fuori di orari tassativi, lontano dal caos cittadino, immerso nella bellezza del creato. Grazie, Signore, per tutto ciò che hai fatto di bello e di buono. Grazie del riposo. che ci concedi in questi giorni! Proteggi quanti per via, per mare e nei cieli si muovono in cerca di refrigerio! Amen! Signore nostro Dio veglia su coloro che si mettono in strada perché arrivino incolumi al termine del loro viaggio. Che questo tempo di vacanza sia per tutti un momento di distensione, di riposo e di pace. Sii per noi Signore, l’amico che ritroviamo sulla nostra strada, che ci accompagna e ci guida. Concedici il dono del tempo bello perché le giornate soleggiate ci restituiscano il gusto di vivere. Donaci la gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici. Rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita.” 1

Che dire: me ne sono completamente innamorata e, da allora, la recito prima di ogni vacanza sotto forma di novena. Lo spessore di questa preghiera, infatti, è molteplice: iniziando dal ringraziamento, ci porta a riflettere sul fatto che il periodo di stacco sia un “tempo salutare […] per quanti hanno la possibilità” quindi ci aiuta nel prendere consapevolezza che tutto è dono di Dio, cominciando dal denaro, dalla salute e dai giorni che sono necessari per un viaggio. Si prosegue poi con il pensiero che le vacanze devono essere uno staccare la spina dalla routine quotidiana ma non dalla vita spirituale, anzi, servono proprio a ricaricare le pile dell’anima! Lontani dalla frenesia di ogni giorno, abbiamo la possibilità di vivere in modo più rilassato non soltanto i tempi personali ma anche quelli familiari, potendoci dedicare maggiormente – in quantità ma soprattutto in qualità – al coniuge, ai figli o agli eventuali amici che sono con noi, non dimenticando la prima e più importante compagnia, quella di Dio.

Ecco allora che si apre la prospettiva di una vacanza come occasione per un pieno di energie per il corpo ma anche per l’anima, di un momento propizio per una revisione delle priorità e un ri-allineamento sulle cose davvero importanti, magari da impostare al ritorno; in questo modo la vacanza non è solo un momento di sballo o di evasione ma un periodo contraddistinto dalla “ gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici” nonché un tempo “di distensione, di riposo e di pace”. La vacanza, allora, può davvero trasformarsi in qualcosa di più: un piccolo ma importante ritiro dagli affanni del mondo per gustare le bellezze del creato, della coppia e della famiglia anche se non dovesse trattarsi di un vero e proprio pellegrinaggio o ritiro spirituale; anche in spiaggia o durante una passeggiata in montagna, al lago o in collina possiamo gustare e percepire la potenza di Dio perché in vacanza possiamo renderci maggiormente conto di cose che magari non vediamo all’interno della rutine quotidiana che, troppo spesso, rischia al contrario di farci allontanare dal Bello e dal Vero.

Impossibile, infine, tralasciare la frase finale della preghiera in cui leggiamo: “rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita”; penso che non servano ulteriori commenti! L’invito e l’augurio è quello di riuscire a fare nostre queste invocazioni non solo perché costruite da frasi molto belle ma perché possiamo utilizzarle come una riflessione autentica e profonda sul senso delle vacanze e scoprire  la differenza tra il vivere un viaggio come un momento esclusivamente egoistico oppure come un’occasione di crescita personale, familiare e spirituale.

Fabrizia Perrachon

1 Testo disponibile a questo link

La Consolata che consola: una storia da riscoprire

È possibile essere consolati e, poi, essere in grado a propria volta di consolare? Avete mai sentito parlare della “Consolata”? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo sfruttare un fatto comune: nella vita di ognuno di noi ci sono dei giorni speciali, scolpiti nel cuore e nella mente, giorni che evocano non solo ricordi di eventi passati ma che modellano presente e futuro sulla scia di fatti che ci hanno irrevocabilmente cambiati, fatti crescere, maturare.

Giorni che per il mondo scorrono  forse uguali a se stessi, impastati d’indifferenza, ma che per ciascuno hanno un valore unico e prezioso.  Per esempio oggi, 20 giugno, non è solo l’ultimo giorno di primavera ma una data speciale in cui s’intrecciano ricorrenze che desidero condividere con voi perché possono aiutarci a leggere la vita non come una sequenza di “cose che capitano” ma un piano della Provvidenza che si dispiega potente, benedicente, onnipotente.

Il 20 giugno è un giorno importante per la Chiesa piemontese, e non solo; sì perché Torino, città in cui sono nata, non è solo ricca di storia, arte, cultura, patria di Santi del calibro di Giovanni Bosco, Madre Mazzarello, Giuseppe Cottolengo o Giuseppe Cafasso o per essere il luogo che custodisce la Santa Sindone ma anche perché città che ha per patrona specialissima: la “Madonna Consolata”. È un titolo unico e legato a doppio filo con quello della città.

Chi è esattamente la “Consolata” e perché, qui, Maria è onorata con questo nome? Il titolo ufficiale sarebbe quello di Santa Maria della Consolazione ma per tradizione, derivata probabilmente dal dialetto locale, è diventata per tutti la Madonna Consolata. Si narra che la chiesa paleocristiana che sorgeva dove si trova l’attuale Santuario andò in decadenza e il quadro mariano che conteneva andò perduto. Un ragazzo francese non vedente di nome Jean Ravais sognò una signora che gli disse: “Vai nella città di Torino, trova il mio quadro e ti tornerà la vista“. Dopo diverse vicende, il fatto di non essere creduto e altre peripezie, Jean Ravais arrivò in città e avvenne quando preannunciatogli. Il Vescovo di Torino, presentando il ritrovato quadro alla comunità, esclamò: “Santa Vergine Consolata, prega per noi!” e proprio nello stesso istante il ragazzo tornò a vedere. Era il 20 giugno 1104.

Nel centro città si trova attualmente l’omonimo Santuario – il più importante non solo di Torino ma dell’intera Arcidiocesi – nel quale vi è la scritta latina “Augustæ Taurinorum Consolatrix et Patrona”, cioè “Consolatrice e protettrice della Città di Torino“. Dunque che consola o che è stata consolata? In Maria Santissima si fondono entrambe le cose perché, consolata dall’essere Madre di Gesù, diventa consolatrice dell’intera umanità. Ma non siamo chiamati, forse, a essere tali anche noi? Non è forse vero che siamo stati, più volte, consolati da Dio nel corso della nostra vita e che dobbiamo farci non solo testimoni ma portatori noi stessi di consolazione, di aiuto, di carità, di fraternità nei confronti degli altri? E il prossimo più prossimo – ossia più vicino – non sono forse il coniuge o i figli o i genitori? Ecco quindi che la Madonna Consolata ci svela la missione del cristiano autentico ossia ricevere e dare, che altro non è che ricevere la consolazione dal Padre per poi essere in grado di consolare chi ne ha bisogno.

Se, dunque, questo giorno è solenne per la Chiesa e in particolare per la comunità piemontese, per me e mio marito lo è ancora di più; infatti il 20 giugno del 2012 il nostro piccolo non nato, Chicco, ricevette il Battesimo di desiderio ed esattamente un anno dopo, il 20 giugno 2013, nacque il nostro secondogenito. Casualità? Sono convinta di no perché, come diceva Padre Pio: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Anche se non abito più a Torino da quasi due decenni, la Consolata mi è stata vicina, donando ai miei due figli – proprio il 20 giugno – la vita: ad uno quella che più non muore e all’altro quella terrena. La consolazione arriva per tutti, magari in tempi e modalità differenti, ma non esclude nessuno; ecco allora che il riacquistare la vista dopo una Grazia significa è metafora di riacquistare quella spirituale ossia allenare il nostro cuore a riconoscerla ed accettarla, a ringraziare e a testimoniare, a viverla e a donarla, in un incessante flusso tra terra e Cielo.

Fabrizia Perrachon

P.S.: non c’è nulla di casuale nella vita e la fede deve insegnarci a leggere negli eventi quotidiani la mano di Dio che guida i nostri passi. Nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” (disponibile in tutte le librerie fisiche e online nonché su Amazon) parlo approfonditamente di questo, oltre che dell’aborto spontaneo e dei bambini non nati. Leggendolo, forse, riuscirai anche a tu a dare un senso al dolore e scoprire quanto è grande il Signore!

Quella lingua incorrotta che ancora ci parla

Siamo immersi, o per meglio dire, sommersi di parole: scritte, lette, pronunciate, urlate, cantate, disegnate ecc … Quante parole escono e quante entrano in noi! Alcune facendoci del bene, altre del male, ferendoci o ferendo le persone alle quali le rivolgiamo.

Un diluvio di termini, nella nostra lingua o in quelle di altri Paesi, alcuni ben compresi e utilizzati, altri buttati a casaccio e senza sapere esattamente cosa significano, dove vanno e da dove arrivano, qual è la loro etimologia, che passato hanno, che presente vogliono esprimere e a che futuro intendono guardare.

Molto spesso ci chiediamo a quali di esse dare la nostra attenzione e il nostro ascolto, quali valgono veramente la pena di essere imparate e magari replicate, citate, riportate e quali no. Una vecchia ma sempre attuale canzone di Samuele Bersani affermava: “Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese …”. Proprio così: con le parole possiamo offendere o difendere, incoraggiare o sgridare, farci portatori di messaggi positivi o negativi, in grado aiutare gli altri oppure provocare ferite anche grandi. Possiamo costruire una bella relazione sponsale, genitoriale, familiare o amicale oppure smontare e distruggere. Abbiamo mai pensato da che parte stiamo? E come usare le parole? Sì perchè non sono mai a senso unico: sono pronunciate quanto udite, enunciate quanto ricevute e presuppongono sempre un mittente e una destinatario. Le parole vanno e vengono ma c’è modo e modo sia di inviarle che di accoglierle.

Scrivo questo per introdurre il Big di oggi, 13 giugno, ossia Sant’Antonio di Padova – o San’Antonio, come dicono i padovani – ma sarebbe ancora meglio dire Sant’Antonio da Lisbona, dato che fu la capitale portoghese a dargli i natali. Insomma, ci siamo capiti, parliamo sempre di lui, di questo Santo cui siamo così affezionati, il protagonista di tanti miracoli e di tanti detti popolari, di tante preghiere, novene e catechesi. Santo – e lo si può osservare proprio nella Basilica veneta a lui dedicata – di cui si conserva incorrotta la lingua. Esattamente: essa è ancora lì per noi, oggi, per spingerci a riflettere non solo su un grande mistero ma sul suo significato, ancora più dirompente e straordinario.

L’organo della cavità orale di Antonio fu ritrovato in perfetto stato di conservazione a partire dalla prima ricognizione sul corpo, avvenuta nel 1263, quando san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dell’Ordine francescano, aprì la cassa contenente le sue spoglie mortali trentadue anni dopo la sua morte (notare che Antonio fu proclamato Santo appena un anno dopo la sua nascita al Cielo).

Ma cosa vuol dirci, esattamente, la sua lingua incorrotta? Perché è importante conoscere o scoprire questo fatto? Sant’Antonio fu un grandissimo predicatore e un eccellente oratore, inviato direttamente da San Francesco d’Assisi non solo in lungo e in largo per l’Italia ma anche all’estero, specialmente in Francia. Si racconta che nel 1228 papa Gregorio IX gli chiese di tenere le prediche di Quaresima sul dogma dell’Assunzione di Maria e che gli uditori – di lingue differenti – lo sentirono parlare ciascuno nella propria. Che meraviglia! Richiamo alla Pentecoste in cui “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4).

Ecco allora che lo strumento corporale utilizzato per diffondere la Parola, difendere la fede e illuminare il cammino di tante persone resta vivo nel tempo, sfidando qualsiasi legge fisica, chimica e biologica. Nella storia della Chiesa ci sono numerosi casi d’incorruttibilità, basti pensare al corpo di Santa Bernadette, alle mani e agli occhi di Santa Caterina Labourè (ossia le parti del corpo che avevano visto e toccato la Madonna, rivelatasi nell’effige della Medaglia Miracolosa) o Santa Rosa da Lima. Questi sono segni importanti soprattutto per i posteri, per far capire che gli strumenti di Dio hanno qualcosa di soprannaturale perché innalzano la normalità dell’esistenza verso il suo valore eterno, che è il fine per il quale ciascuno di noi è stato creato.

Le parole di Sant’Antonio, evidentemente, erano ben diverse da quelle annacquate e sterili che innaffiano le nostre attuali comunicazioni, spesso così povere e carenti di significati e significanti, così banali e ripetitive quanto non addirittura offensive, oscene e scurrili, capaci di turbare, impaurire e sconvolgere, piccoli e grandi. Le parole di Sant’Antonio parlavano di Cielo, di Verità e di Bellezza, tutti valori di cui il mondo ha disperatamente fame e bisogno, ma che ahimè cerca in luoghi e contesti semantici e fisici così lontani da Dio! Cerchiamo allora di farci anche noi portatori di parole sane, edificanti, belle perché potremo sicuramente fare la differenza, e che differenza! Sforziamoci di far capire a tutti (coniuge, figli, genitori, parenti, amici e colleghi) che siamo cristiani proprio a partire dal linguaggio che consapevolmente decidiamo di utilizzare. Allora, proprio come quella lingua incorrotta che ancora ci parla, trasformeremo anche noi semplici sequenze di lettere in qualcosa di più duraturo, in qualcosa che profuma di Cielo.

Fabrizia Perrachon

“Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini …”

Un’allegra canzone di oltre vent’anni fa faceva risuonare ovunque il celeberrimo motivetto “Dammi tre parole: sole, cuore, amore” … in effetti, con l’estate alle porte, questi termini fanno scattare in noi il desiderio di vacanze, di relax e spensieratezza, ma è importante fermarci un attimo a riflettere sul binomio che più – e meglio di tutti gli altri – dobbiamo tenere a mente nel mese di giugno. Non un cuore e un amore qualsiasi, non quelli glitterati e sbandierati ovunque sui social che troppo spesso si riferiscono a storielle finte o gossippate ma l’Amore con la A maiuscola: quello del Sacro Cuore di Gesù, nel mese ad Esso dedicato, e di cui proprio domani celebreremo la Solennità.

Che cosa significa – a livello spirituale, di coppia e di famiglia – unirsi in preghiera davanti al Sacro Cuore ed averLo come modello? Il Sacro Cuore, onorato e venerato in tutto il mondo e in tutte le lingue – non è raro trovare le terminologie di Sacred Heart, Sagrado Corazón o Sacre Coeur, solo per citarne alcune – rappresenta davvero il centro della fede cristiana in quanto simboleggia la totalità dell’amore di Cristo offerto sulla croce, come leggiamo nel Vangelo di San Giovanni: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 33-34). Immagine forte, unica e potente ripresa anche nella Coroncina della Divina Misericordia, nella quale recitiamo: “O sangue ed acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confidiamo in Te!”.

Cristo, insomma, non ha risparmiato nulla di se stesso, immolandosi completamente e per sempre per l’umanità, facendoci capire che l’amore vero è quello che si dona, che si offre, che si consuma per gli altri non in uno sterile disfattismo ma in un sacrificio portatore di Vita, di Bene e di Eternità. Il modello cui guardare, dunque, è tutt’altro che banale anzi, richiede tutto il nostro impegno e la nostra dedizione, le nostre energie, le nostre intenzioni e le nostre attenzioni. Che bello, però, amare così! Che bello amare “da Dio”, nel senso che Gesù non è soltanto un quadro o un’immagine ma il fulcro e la meta della nostra esistenza, che si eleva così dalle miserie del mondo per assumere un significato autentico, per noi e per le persone che ci stanno vicino.

Ecco allora che pregare il Sacro Cuore di Gesù in coppia e in famiglia diventa una palestra nella quale allenare il nostro piccolo cuore a qualcosa di grande e all’interno del quale sforzi, mancanze e desideri troveranno forza, consolazione e incoraggiamento. Nessuno di noi è perfetto, non ci sono coniugi o genitori perfetti ma la nostra stessa natura di uomini e donne perfettibili trova compimento proprio nella fede, che non è semplicemente un libro o una serie di norme fini a se stesse ma una Persona, un Cuore vivo e pulsante che non smette di pompare ossigeno vitale nella Chiesa e in tutte le persone del mondo. Un Cuore che ci parla, un Cuore che ci ama, un Cuore che ci abbraccia e ci dice che in Lui e per Lui anche noi possiamo migliorare ed essere in grado, poco alla volta, di donarci in maniera sempre più disinteressata e matura lì nel luogo e nelle situazione in cui siamo, senza per forza essere missionari in terre lontane. Dio ci mette esattamente dove siamo perché ha un piano di salvezza per noi e per il nostro prossimo, proprio a comunicare dal prossimo più prossimo, ossia più vicino fisicamente e moralmente.

Quando Santa Maria Margherita Alacoque ebbe le rivelazioni del Sacro Cuore, negli anni intorno al 1670, sentì Gesù stesso dirle: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine e disprezzo”. Consoliamo e ripariamo il Nostro Dio dalle tante nefandezze che oscurano il mondo e insegniamo anche ai nostri figli a fare altrettanto! Non è necessario bandire nuove crociate ma semplicemente amare con carità ed umiltà, come Lui stesso ci ha insegnato. Il cuore, allora, non sarà più uno sticker luccicante ma l’essenza stessa del nostro essere figli amati e, proprio per questo, del nostro impegno a diffondere l’amore cristiano, non per nostro merito ma in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Fabrizia Perrachon