Scusa! Spogliarsi per essere autentici

Ci fermiamo in camera da letto. Quando si entra in camera da letto troviamo normalmente oltre il letto matrimoniale anche un armadio con i vestiti. È la stanza dove si entra al termine della giornata, dove ci si spoglia per vivere ogni volta una forte esperienza di intimità anche se si dorme semplicemente. Il gesto di spogliarsi ci ricorda che in questo luogo si dovrebbe lasciare la veste esteriore con cui si è vissuto durante il giorno per essere ciò che si è nella autenticità, nella nudità, senza difese. Coricarsi così è compiere un gesto di totale fiducia nell’abbandonarsi al sonno accanto o tra le braccia di un altro. Di fatto si va a letto con tutto quello che si è vissuto e ci si porta dietro, nel proprio cuore, quanto è accaduto quel giorno e ancora prima. Nel silenzio della notte il nostro cuore e quello dell’altro può anche gridare senza che ce ne si accorga. Per svestirsi completamente occorre allora depositare, accanto ai vestiti, i vissuti, le difficoltà, le stanchezze, i dolori, le piccole o grandi ferite che l’altro ha provocato.

“Ogni giorno ha il suo affanno” ci ricorda Gesù, è inutile aspettare il domani, ma agire il più presto possibile per non rimanere sovraccaricati. Questo è il messaggio che ci offre anche la Lettera agli Efesini: “Adiratevi ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo” (Ef 4, 27-27).

Perché non dobbiamo arrivare al tramonto e quindi alla sera, ma agire prima? Alla sera non c’è più la luce, non c’è più possibilità di andare oltre. Immaginiamo qui la sera ai tempi dei primi cristiani, non c’era l’energia elettrica e si “andava a letto con le galline”. Ciò vuol dire, più profondamente, che c’è un momento di non ritorno, una resa dei conti, o come si dice che “i nodi vengono al pettine”. Nella vita di una coppia c’è una misura che non va colmata, un limite che non va oltrepassato, un accumulo di dolore che ad un certo punto si trasforma in una incrinatura del rapporto difficile poi da sanare. Per questo anche Gesù invita a darsi da fare in tempo per sanare una difficoltà quando dice: “Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano” (Gv 12,35).

Si tratta quindi di una ascesi, un’abitudine ad andarsi a coricare avendo “consumato” insieme non solo la cena ma soprattutto il dolore e la gioia del giorno.

La Parola della Lettera agli Efesini parla dell’ira. Sappiamo che l’ira prende all’improvviso sulla base di una suscettibilità di fondo, è la goccia che fa traboccare il vaso. L’ira ha che fare con l’orgoglio ferito, è la degenerazione della rabbia e la rabbia nasce spesso da una delusione dal sentirsi offesi nella propria dignità e identità. La Parola della Lettera agli Efesini dice: “Puoi anche adirarti ma non compiere nell’ira il male” e se ci fosse stata occasione durante il giorno non aspettare che finisca per chiedere perdono se i tuoi modi, comportamenti e parole abbiano ferito l’altro.

L’indicazione è preziosa perché offre un metodo di vita: lavorare sulle delusioni e ferite ogni giorno, al termine del giorno o almeno al più presto, se ciò non fosse possibile o opportuno. In questo modo non si lascia spazio al “divisore”, ma al “moltiplicatore”.

Il Papa ci ha ricordato più volte di utilizzare la parola “Scusa!”. Sappiamo che ciò è davvero difficile . Ognuno si pensa forte. E ognuno crede di non sbagliare mai. E se sbaglia pensa che non deve mostrarsi debole, chiedendo scusa. Non è vero! Nella vita facciamo tanti errori, tanti sbagli. Li facciamo tutti. Forse non c’è giorno in cui non facciamo qualche sbaglio. Ecco allora la necessità di usare questa semplice parola: “scusa!”, “perdonami”. Non è solo una parola, ma uno stile nella vita. In genere ciascuno di noi è pronto ad accusare l’altro che sbaglia, e a giustificare se stesso. E’ un istinto che abbiamo tutti e che sta all’origine di tanti disastri.

Impariamo a riconoscere i nostri errori e a chiedere scusa. E’ una parola che dobbiamo usare spesso, anzi ogni volta che ce n’è bisogno: “scusa se ho alzato la voce; scusa se sono passato senza nemmeno salutare; scusa se ho fatto tardi, se non ho fatto nulla oggi! Se questa settimana sono stato così silenzioso, se ho parlato troppo senza ascoltare mai; scusa se mi sono dimenticato; scusa se non ho mai fatto un sorriso oggi…”. E l’altro, da parte sua, deve imparare a perdonare. E’ così che si edifica giorno dopo giorno la famiglia.

Padre Salvatore Franco

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp del blog

Iscrivetevi al canale Telegram del blog

Grazie

“Un cristiano che non ringrazia è uno che ha dimenticato la lingua di Dio” (Papa Francesco)
Ci fermiamo in cucina, nel luogo dove pranziamo. Qualcuno ha cucinato, qualche altro porge il cibo, nasce il grazie per quanto si riceve. Possiamo mangiare prendendo del cibo o ricevendolo. Non sempre è facile dire grazie. Si entra spesso nella mentalità del tutto dovuto. L’altro diventa principalmente colui che deve darci qualcosa, qualcuno da cui prendere.

Dice il Papa: “È importante tenere viva la coscienza che l’altra persona è un dono di Dio, e ai doni di Dio si dice grazie!”. Occorre dunque accorgersi della preziosità dell’altro quando c’è e non solo quando manca.

Un giorno Gesù guarisce dieci lebbrosi, questi si erano scoperti guariti mentre andavano per strada, ma solo uno tornò per ringraziare e Gesù apprezza molto questo gesto notando che su dieci persone guarite solo una ha sentito necessario tornare a ringraziare.

Questo episodio ci parla dell’importanza del “tornare indietro” per ringraziare, tornare sui propri passi per cercare la fonte, riconoscere il donatore da cui proviene ciò che si è ricevuto. Si tratta di un’attenzione alla persona che supera quella che si concentra sul proprio bisogno e su ciò che si è ottenuto e cerca l’altro per ciò che è e non per ciò che “deve” dare.

Esiste anche un modo difettoso di essere grati che è quello in cui siamo legati ad un altro e costretti da lui in quanto suoi debitori. La gratitudine è riconoscenza non vincolo, va insieme alla gratuità. Per questo Gesù dice ai discepoli che invia nel mondo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La vera gratitudine è gratuita così come deve esserlo riceverla.

Tutta la vita di Gesù è un rendimento di grazie, egli vive in questa gratitudine per aver ricevuto tutto se stesso dal Padre, per come lo guida, per come gli viene in soccorso, per come lo consola, ma anche nei confronti degli uomini. Un giorno si rivolge ai discepoli dicendo loro: “Voi, che siete stati sempre con me … “Si nota in questa frase la sua gratitudine per ciò. La sua vita termina con un rendimento di grazie che è l’Eucarestia e con una remissione del suo Spirito nelle mani del Padre.

Dire Grazie è come anche promettere di riconsegnare al donatore o ad altri ciò che si è ricevuto arricchito di un di più che viene dal come si è utilizzato quel bene. Ognuno di noi è la gratitudine vivente per quanto ha ricevuto dagli altri. La frase “Mi sono fatto da me” non è mai del tutto vera perché dobbiamo sempre qualcosa a qualcuno. La gratitudine è la risposta ad un altro che ci rende persone, che ci fa crescere.

La gratitudine è l’anima della coppia, perché attraverso essa si riconosce ogni giorno il valore e il dono che è l’altro. Adamo di fronte alla donna ricevuta come aiuto da Dio esclama : “Questa è veramente carne della mia carne, ossa delle mie ossa”. In ciò esprime la sua gioiosa gratitudine perché riconosce in lei ciò che la rende simile a lui e può riempire la sua solitudine. Dire grazie è colmare ogni volta questo vuoto perché si accoglie l’altro dentro di sé e si riconosce ciò che fa per noi. Inizia un dialogo fondato su questo reciproco riconoscimento. Questo dialogo porta alla comunione di vita.

Durante la giornata spesso non ci accorgiamo a sufficienza di quanti segni d’amore riceviamo, quanti pensieri per noi, quanta comprensione, di quanta pazienza riceviamo dall’altro che è accanto a noi.
Provate a chiedervi in quali occasioni dite grazie durante la giornata. In particolare quando ringraziate a casa vostra?
In coppia: provate a scrivere o semplicemente pensare un elenco di cose per cui ringraziate l’altro e poi leggeteli insieme. Ognuno potrà esprimere come si è sentito ascoltando i motivi di gratitudine dell’altro. Non soffermatevi su ciò che avreste voluto ascoltare, ma accogliete tutto come un dono.

Permesso

“Permesso: è la richiesta gentile di poter entrare nella vita di qualcun altro con rispetto e attenzione “

gesù bussa alla porta

Ci fermiamo dinanzi alla porta di casa, sulla soglia. La porta è il confine oltre il quale entro nella vita intima dell’altro. Gesù parlando di sé dice che egli è come il buon pastore che ama e si prende cura delle pecore e per questo entra dalla porta, il ladro invece entra da un’altra parte. Gesù approfondisce questa similitudine paragonando egli stesso a quella porta. L’altro è come la porta che sto per aprire e attraversare. Per entrare devo passare da lui e non aggirarlo. Un’altra immagine ci viene dall’Apocalisse dove Gesù dice alla sposa che è la chiesa: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). È interessante notare in questo versetto che chi apre non lo fa perché ha sentito bussare ma perché ha riconosciuto la voce di chi bussa. Nasce così la gioia e la fiducia di poter aprire liberamente, senza costrizione. L’altro si fa riconoscere, fa capire  le proprie intenzioni nel modo in cui chiede di entrare.  Gesù chiede personalmente di entrare e aspetta il nostro assenso e permesso che nasce nel momento che lo riconosciamo. La comunione non ammette di aggirare l’altro come se fosse un muro da scavalcare ma lo considera come la porta a cui bussare per entrare e “cenare insieme”. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

Ogni volta in cui si rinnova questo consenso reciproco la vita che si svolgerà sarà una vita a due nella quale due persone, uniche nella loro inviolabile identità e intimità personale, scelgono nuovamente di vivere tenendo conto sempre dell’altro e in comunione con lui. La comunione non è infatti solo vivere o fare delle cose insieme ma anzitutto tenere conto dell’altro e di ciò che è come persona. C’è come un confine che va valicato con delicatezza e rispetto per l’altro. Pensiamo a Mosè a cui Dio , dal roveto ardente, chiede di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Si tratta di porsi davanti al carattere sacro e della inviolabilità dell’intimità altrui. Quando Jaques Maritain trovò il diario spirituale della moglie Raissa, prese consapevolezza che ella aveva avuto una sua propria vita intima a lui nascosta e al tempo stesso, leggendo quelle pagine, non si trovò per nulla spaesato ritrovandovi tante cose che aveva intuito o che lei aveva condiviso in qualche modo con lui.

Tenere conto dell’altro vuol dire considerare anzitutto la sua individualità, i suoi bisogni, le sue aspirazioni,  il suo destino, rispettando lo spazio sacro e il mistero che è la sua coscienza e la sua intimità personale. L’amore quanto più è intimo e profondo tanto più esige il rispetto della libertà dell’altro e la capacità di attendere che apra la porta del suo cuore

A “Permesso” possiamo allora aggiungere una parolina che ne deriva: “Che ne pensi?”: “Che ne pensi se faccio questo, se facciamo questo?”. Anche questo è chiedere permesso perché si chiede il consenso come persone “con-sorti”, che hanno scelto di condividere la medesima sorte, lo stesso destino, lo stesso fine.

Perché è spesso così difficile chiedere permesso una volta conquistata la confidenza familiare? Quando si vive tanto tempo insieme si può rischiare di non considerare tanto l’altro e si agisce prendendosi da sé dei permessi che sarebbe invece più giusto chiedere. Si entra così nella mentalità del tutto permesso e pian piano l’altro sparisce adombrato dal proprio bisogno e o desiderio. Occorre riapprendere il gusto della cortesia, della finezza e delicatezza dell’amore. Talvolta i bisogni o le idee che ci sono venute prendono così il sopravvento su di noi che l’altro diventa solo l’ostacolo da sormontare. Si è dimenticato di chiedere permesso perché si è dimenticato di considerare l’altro.

Padre Salvatore Franco