Che cuore grande hai … è per amarti meglio!

C’era una volta, e c’è ancora, una fiaba che tutti conoscono: quella di Cappuccetto Rosso. Come tutte le storie di un tempo, anche questa nasconde più di quel che mostra. Sotto il cappuccio rosso e il bosco pieno di insidie si cela una parabola sottile sull’amore, la fiducia, la paura, la tentazione e la redenzione. E se la leggessimo non come una fiaba per bambini ma come una metafora del cammino di coppia cristiano? Se quel “che occhi grandi hai” diventasse un dialogo d’amore, e quel lupo non solo una minaccia esterna ma anche la voce interiore che mina la relazione?

Cappuccetto Rosso parte con un dono tra le mani, una cesta da portare a qualcuno che ama. È l’immagine dell’amore che nasce: semplice, leggero, pieno di intenzioni buone. Come quando una coppia muove i primi passi, con la gioia di portare all’altro un “pane” e un “vino” simbolici — attenzioni, parole, tempo. Per arrivare alla casa della nonna, però, bisogna attraversare il bosco. E il bosco, nella vita di coppia, è tutto ciò che disorienta: la routine, la stanchezza, i giudizi, le distrazioni, le tentazioni dell’egoismo. Si parte con il cuore acceso e ci si ritrova a chiedersi perché si è usciti dal sentiero. Il bosco non è male in sé: è il luogo dove si cresce, dove si impara a distinguere le voci. Ma senza discernimento si può finire per ascoltare il lupo.

Il lupo, nelle relazioni, non sempre arriva ringhiando. A volte indossa il sorriso della superficialità, il fascino della novità, l’illusione di libertà. È quella voce che sussurra: Vai per un’altra strada, prenditi qualcosa per te, non sempre devi pensare all’altro. E come Cappuccetto, anche noi rischiamo di cedere. Qualcuno, effettivamente, ci casca.  Ci fermiamo a raccogliere fiori che non servono, a inseguire cose che distraggono… È la distrazione che nasce quando si smarrisce il centro, quando si dimentica che amare è cammino, non gita domenicale. Il lupo si nutre delle nostre dimenticanze.

Poi arriva la casa della nonna, che nella nostra versione è la casa del cuore. Lì ci aspettiamo di trovare rifugio, tenerezza, calore. Ma a volte, al posto della pace, troviamo il travestimento del lupo: la delusione, la fatica, la mancanza di dialogo. E allora iniziamo quel dialogo antico e sempre nuovo: “Che occhi grandi hai… che mani grandi hai… che bocca grande hai…” È un dialogo che tutte le coppie conoscono. È il momento in cui si guardano e si accorgono che l’altro non è più quello dell’inizio, che il volto dell’amato cambia, che il tempo plasma, che si diventa diversi.

Ed ecco qui la svolta cristiana cambia tutto. Perché il Vangelo insegna che non si ama un’idea dell’altro ma la sua verità viva, anche se talvolta ferisce, anche se spaventa. Quegli occhi grandi, quelle mani, quella bocca: tutto può essere segno del bene se lo si legge con carità. “Che occhi grandi hai…”. “È per vederti meglio, per comprenderti di più, per non perderti nel bosco”. “Che mani grandi hai…” “Sono per stringerti più forte quando hai paura”. “Che bocca grande hai…” “È per dirti con più coraggio la verità, anche quando costa”. In questa riscrittura l’amore non è divorato dal lupo ma redento: trasformato da paura in dono, da sospetto in intimità.

Ogni coppia attraversa i suoi boschi, incontra i suoi lupi, rischia i suoi silenzi. Tutto sta nel non restare soli nel bosco, nel chiedere aiuto a Dio, nel fidarsi di Dio, di amarsi in Dio. In questa nuova versione cristiana, l’amore non si salva da sé: serve un taglialegna, qualcuno che rappresenti la Grazia, la Provvidenza, la presenza di Dio che entra quando tutto sembra perduto.

È la vicinanza spirituale, la preghiera condivisa, l’Eucaristia vissuta insieme. È il taglialegna che non giudica ma libera, che apre il ventre del male e restituisce la vita. Perché la coppia cristiana non è una favola a lieto fine: è una storia di resurrezione quotidiana, di perdoni che scavano nel profondo, di fedeltà che risorgono anche dopo le ferite.

Che cuore grande hai…” direbbe allora Cappuccetto a quel compagno di cammino che, nonostante tutto, resta. E lui potrebbe rispondere, con un sorriso: “È per amarti meglio.” Non per amarti di più — perché l’amore vero non si misura — ma per amarti meglio, con più pazienza, più dolcezza, più preghiera, più consapevolezza. È questo il centro del cammino: lasciarsi allargare il cuore, lasciarlo diventare grande come quello di Dio, che non si stanca mai di cercare chi si perde nel bosco.

Forse, se oggi Cappuccetto Rosso fosse una coppia cattolica, la storia finirebbe così: “E vissero redenti e combattenti, nella gioia e nella fatica, sapendo che ogni giorno c’è un bosco da attraversare, un lupo da riconoscere e un cuore grande da custodire. Per amarsi meglio, per amarsi sempre, per amarsi in Dio.”

Fabrizia Perrachon

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Il matrimonio è un cammino dentro al tempo

Siamo così arrivati al 2026. Un numero che, di per sé, dice poco, ma che per molti porta con sé domande, bilanci, pensieri che magari durante l’anno teniamo a distanza. Il cambio di calendario ha questo effetto: ci costringe a guardare il tempo in faccia, a fare i conti con ciò che è passato e con ciò che ancora non sappiamo.

Mentre riflettevo su cosa scrivere in questi primi giorni dell’anno, mi sono accorto che il filo rosso che attraversa tante storie matrimoniali è proprio lui, il tempo; è curioso come, parlando di matrimonio, il tempo venga spesso dato per scontato.

Si parla di amore, di progetto di vita, di fede, d’impegno reciproco, tutti elementi essenziali, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto il tempo incida concretamente sulla vita coniugale, nel bene e nel male. Eppure il tempo è il luogo in cui il matrimonio prende forma, cresce, si trasforma, a volte s’incrina, a volte si santifica.

Il tempo cambia le persone, cambia i ritmi quotidiani, le priorità, il corpo, l’energia, il modo di guardare se stessi e l’altro; cambia persino il modo di volersi bene. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si gioca dentro il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Per gli sposi, questa è spesso una delle prime grandi fatiche da accettare: ci si sposa con un’idea chiara di sé e dell’altro, con un entusiasmo che sembra sufficiente per affrontare tutto, con un linguaggio comune che pare immutabile. Poi arrivano i figli, o magari non arrivano e questo diventa una ferita; arriva il lavoro che assorbe energie, arrivano le preoccupazioni economiche, la stanchezza, la routine e a un certo punto ci si accorge che l’altro non è più esattamente com’era prima.

Ma se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che nemmeno noi siamo rimasti gli stessi, per fortuna: quando non cambia niente, vuol dire che non stiamo né salendo, né scendendo nella scala dell’amore. Ad esempio, in questi giorni di vacanza, ho potuto parlare chiaramente con una figlia, cercando di capire cosa non funziona e quindi farò tesoro di quello che ci siamo detti per migliorare la relazione con lei.

Qualcuno può pensare che se qualcosa è cambiato, allora si è anche rotto, come se il cambiamento fosse automaticamente una perdita. In realtà non tutto ciò che cambia è un peggioramento, a volte è semplicemente una trasformazione che chiede di essere attraversata, non evitata, non combattuta. Il matrimonio non è il tentativo di fermare il tempo o di cristallizzare una stagione felice, ma di camminare nel tempo insieme, accettando che la forma dell’amore cambi senza perdere la sua sostanza.

Ci sono stagioni in cui l’amore è spontaneo, leggero, quasi naturale e ce ne sono altre in cui diventa una scelta quotidiana, consapevole, a volte persino faticosa: non perché l’amore sia finito, ma perché è cresciuto e chiede un linguaggio nuovo, meno istintivo e più profondo. È proprio in queste stagioni che molti sposi si sentono smarriti, come se non riconoscessero più ciò che stanno vivendo, come se si chiedessero: È normale tutto questo?

Ed è proprio qui che la fede può fare la differenza, non come una soluzione magica che elimina i problemi, ma come uno sguardo più ampio sulla realtà. La fede ricorda agli sposi che il sacramento non li abbandona quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce: resta, lavora in silenzio, continua ad agire anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti. Per gli sposi, questo può essere un invito prezioso: non misurare il matrimonio solo in base a come ci si sente oggi, ma in base a dove si sta andando e, soprattutto, a Chi si è scelto di mettere al centro del cammino.

I separati fedeli invece testimoniano, spesso senza volerlo e senza cercarlo, che ciò che Dio unisce non è soggetto alle mode, alle stagioni della vita, né alle emozioni del momento: dicono che il matrimonio cristiano ha una profondità che va oltre il momento presente, oltre la fase che si sta attraversando.

Il tempo mette alla prova il matrimonio, è vero, ma non necessariamente per distruggerlo: spesso lo fa per purificarlo, per liberarlo dalle illusioni, per renderlo più vero e più essenziale (come accade a ogni vocazione autentica, che viene provata non per essere annullata, ma per essere approfondita). Il matrimonio cristiano non è una corsa contro il tempo, non è una lotta per “rimanere come siamo” o “tornare come prima”, è un cammino dentro il tempo, fatto insieme a Dio, accettando che alcune risposte arrivino lentamente e che alcune ferite richiedano pazienza.

Quando questo viene dimenticato, si rischia di confondere una fase difficile con una fine, una trasformazione con un fallimento, una crisi con la negazione di tutto ciò che è stato. Ed è spesso proprio lì, in quel tempo che sembra vuoto o sprecato, che Dio lavora di più, perché nel Vangelo il tempo non è mai solo qualcosa che passa, è sempre un luogo in cui Dio sceglie di rimanere con te e per questo è sempre un grande dono. Buon anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Un presepio vivente

Dal Martirologio della Chiesa Cattolica. Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.

In questo meraviglioso periodo abbondano i presepi viventi, e si va da quelli semplici ma pieni di devozione a quelli che negli anni sono diventati elaboratissimi ma si è persa l’iniziale pia devozione, tra questi due estremi nel mezzo ci sta tutta la gamma di variabili compresi i due che la nostra famiglia ha visitato.

I presepi viventi sono un’esperienza affascinante per bambini e per adulti; così anche noi, inizialmente spinti dal fatto di avere ancora una figlia di quattro anni, ci siamo avventurati nella visita di ben due presepi viventi nello stesso giorno.

E’ un’esperienza che se vissuta con fede riesce a farti cogliere le realtà significate dietro i vari figuranti o le varie stazioni scenografiche, sta a noi saper custodire poi e meditare nel cuore ciò che la Grazia ha suscitato.

E come sempre, la Grazia ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo, così già nel primo presepio abbiamo ricevuto un piccolo dono in una delle tante stazioni: una candelina fatta a mano con l’uncinetto ed allegato un foglietto. Fin qua pensavamo al fatto che la signora si fosse intenerita all’imbattersi di quegli occhioni teneri e coccolosi di nostra figlia, non avendo resistito le avesse fatto un dono di cortesia, ed invece sul foglietto c’era la citazione del Salmo 27(26) : Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? ed una preghiera: Aiutami Signore ad essere come questa candela, la tua luce nel mondo.

Ci ha ricordato come spesso sottovalutiamo i gesti piccoli ma teneri, concreti ma densi di significato. Questo è il tempo giusto per recuperare questo aspetto nella nostra relazione di sposi.

Nel secondo presepio poi abbiamo notato la semplicità genuina della gente di campagna, quella con pochi fronzoli e tanta concretezza, una fede semplice fatta di sorrisi, di accoglienza sincera, insomma due presepi e due esperienze diverse.

Nostra figlia però ha colto una comunanza tra i due presepi viventi, il fatto cioè che nelle varie stazioni i figuranti lavoravano tranquilli ed in serenità, in armonia tra loro. Cosìcché l’altro giorno mentre le abbiamo chiesto di aiutarci in qualche piccola faccenda domestica, se ne uscì con questa frase: la nostra casa è come un presepio vivente, ognuno fa un lavoretto ma stiamo insieme.

Una frase folgorante uscita dall’innocenza di quattro anni, una frase che ha sciolto i nostri cuori come neve al sole, una frase che ha anche risolto l’enigma dell’articolo nel giorno dell’Epifania.

Cari sposi, le nostre case cristiane devono diventare come dei presepi viventi tutto l’anno, nella relazione sponsale che testimoniamo dobbiamo essere come la luce di una candela, una luce che non abbaglia ma che indica una presenza, e così anche nelle relazioni familiari lo stile deve essere quello di fare i “nostri lavoretti” in modo sereno ed in armonia tra noi perché consapevoli che nel nostro presepio vivente c’è la presenza della Sacra Famiglia. Auguri.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Il Verbo si è fatto carne negli sposi

Cari sposi, siamo grati e riconoscenti al Signore per il dono del 2025, come anche per poter iniziare nella sua Grazia il 2026. Secondo la Liturgia, con la Vigilia del 24 dicembre e fino al Battesimo di Gesù, abbiamo iniziato il tempo di Natale, un periodo in cui la Chiesa ci fa meditare gli eventi legati all’infanzia di Cristo ma anche per aver l’occasione di “digerire” così tante solennità e feste ravvicinate. In un certo senso, è quello che spesso sperimentiamo, tra così tanti pranzi e cene, nel voler permettere al corpo di assimilare le molte prelibatezze natalizie.

In particolare, oggi la Parola ci pone davanti due grandi verità che sono collegate a vicenda. Da una parte la prima lettura si rispecchia nel Vangelo e tutto gira attorno al fatto che Cristo è la Sapienza del Padre ma S. Giovanni si spinge oltre usando l’espressione “Verbo”. Gesù non è un attributo divino, quale appunto si poteva intendere con l’espressione “sapienza” ma è Dio stesso, è Parola, Ragione, Amore fatto Persona. Con l’Incarnazione Dio smette di essere un’idea di qualche filosofo o pensatore e si autorivela agli uomini nella sua vera identità.

Per questo, ed è l’altra verità fondamentale, noi siamo realmente benedetti. Difatti, senza alcuna pretesa di superiorità o di polemica sterile, noi cristiani possiamo affermare con certezza di aver ricevuto un Dono che non ha eguali in altre religioni. Se ci addentriamo nei testi principali dell’Islam, del Buddismo, dell’Induismo, dell’Ebraismo… noi non troviamo nulla di simile a quello che esprime il Vangelo odierno. Noi cristiani siamo smisuratamente benedetti, cioè ci è capitata una Grazia così straordinaria che sovente facciamo fatica ad accettarla, tanto è incommensurabile.

Lo diceva molto bene Papa Francesco: “Il Vangelo, con il Prologo di San Giovanni, ci mostra la novità sconvolgente: il Verbo eterno, il Figlio di Dio, «si fece carne» (v. 14). Non solo è venuto ad abitare tra il popolo, ma si è fatto uno del popolo, uno di noi! Dopo questo avvenimento, per orientare la nostra vita non abbiamo più soltanto una legge, una istituzione, ma una Persona, una Persona divina, Gesù, che ci orienta la vita, ci fa andare sulla strada perché Lui l’ha fatta prima” (Angelus 5 gennaio 2020).

E poi prosegue il Papa: “San Paolo benedice Dio per il suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo (cfr Ef 1,3-6.15-18). In questo disegno ognuno di noi trova la propria vocazione fondamentale. Qual è? Così dice Paolo: siamo predestinati ad essere figli di Dio per opera di Gesù Cristo. Il Figlio di Dio si fece uomo per fare noi, uomini, figli di Dio. Per questo il Figlio eterno si è fatto carne: per introdurci nella sua relazione filiale con il Padre” (Angelus 5 gennaio 2020).

Seguendo lo stesso pensiero, anche voi sposi trovate nel Natale la vostra altissima vocazione di essere introdotti in una relazione altrettanto speciale con Gesù. Quella di essere nientemeno una reale ripresentazione del Mistero di Betlemme. Lo ha espresso con parole assai audaci San Giovanni Paolo II: “L’analogia del matrimonio, come realtà umana, in cui viene incarnato l’amore sponsale, aiuta in certo grado e in certo modo a comprendere il mistero della grazia come realtà eterna in Dio e come frutto «storico» della redenzione dell’umanità in Cristo” (Udienza del 29 settembre 1982).

L’incarnazione del Verbo si riflette, in modo certamente analogico ma reale, nell’amore sponsale. Per questo voi sposi siete oltremsura benedetti, non per merito o bravura personale, ma per grazia e sovrabbondanza di Dio e di questo dovete esserne fieri e lieti.

Cari sposi, se il tempo di Natale ve lo permette, vi invito a portare nella preghiera questa meravigliosa realtà: l’Incarnazione del Verbo è divenuta parte della vostra relazione di amore per la grazia del sacramento del matrimonio.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un Natale di qualche anno fa, con i bambini piccoli, la casa in disordine e la stanchezza addosso. Io e mia moglie avevamo discusso per sciocchezze, il cuore era tutto fuorché “spirituale”. Poi, la sera, davanti al presepe, ci siamo presi per mano in silenzio. Niente parole alte, solo una presenza. In quel momento ho capito che il Natale non chiede coppie perfette, ma coppie vere. Anche il nostro amore fragile, riconciliato, diventava spazio perché Gesù nascesse di nuovo. Non come idea, ma come vita incarnata dentro la nostra storia.

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Tobia non è una favola: quando Dio entra nelle storie complicate /1

«Per tutta la mia vita ho camminato per le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3)

«Ma accadde che, mentre dormivo, del guano di passeri cadde sui miei occhi e divenni cieco» (Tb 2,10)

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza» (Tb 3,6)

Iniziamo oggi una serie di 10 articoli su Tobia e Sara. Il libro di Tobia si apre così: con la fedeltà di un uomo giusto e con una sofferenza che sembra inspiegabile. È da qui che inizia anche il nostro cammino di sposi. Il libro di Tobia non inizia come una storia romantica. Inizia con un uomo giusto a cui va tutto storto.

Tobi è fedele alla Legge, onesto, misericordioso. Aiuta i poveri, seppellisce i morti, educa suo figlio al timore di Dio. È uno di quelli che oggi diremmo: “una brava persona”. Eppure, nel giro di poco tempo, perde tutto ciò che dava sicurezza alla sua vita: la salute, il lavoro, la stima sociale. Diventa cieco.

Questo è il primo messaggio forte per gli sposi: la fedeltà non è una polizza assicurativa contro il dolore.

Molti entrano nel matrimonio con un’idea silenziosa ma potente: Se facciamo le cose per bene, se ci impegniamo, se siamo cristiani… allora andrà tutto bene. Quando poi arrivano la stanchezza, la fatica economica, i figli che scombinano gli equilibri, le ferite non risolte, quella convinzione crolla. E con essa spesso crolla anche la fiducia.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui emerge un copione di vita molto diffuso: il copione del “bravo bambino”. È la convinzione inconscia secondo cui, se mi comporto bene, se faccio ciò che è giusto, sarò protetto dalla sofferenza. Quando questo copione viene smentito dalla realtà, l’Io Bambino di uno o di entrambi gli sposi va in crisi. E spesso prende il comando un Genitore critico interiore che accusa: Dio, il coniuge, la vita.

Tobi diventa cieco. Ma la sua cecità non è solo fisica. È simbolica. È la cecità di chi non capisce più cosa stia succedendo. Di chi pensa: Non me lo merito. Quante coppie arrivano lì. Non perché non si amino più, ma perché non riconoscono più il senso di ciò che stanno vivendo. Si sente dire: Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare… eppure siamo qui. Quante persone si sentono tradite dal coniuge e anche da Dio

Il libro di Tobia ha il coraggio di dirlo: la vita giusta non è una vita facile. E il matrimonio cristiano non è una favola benedetta, ma una vocazione incarnata, reale, esposta. Abitata da Dio che va però accolto in una relazione adulta.

Dentro questa fatica entra Anna, la moglie di Tobi. Anche lei è stanca, ferita, umiliata. Deve lavorare per mantenere la famiglia. E quando viene accusata ingiustamente, reagisce. Le parole tra lei e Tobi diventano dure. Non perché non si amino, ma perché il dolore non elaborato cerca sempre un colpevole.

Qui l’Analisi Transazionale ci aiuta molto. Quando l’Adulto è sopraffatto dalla sofferenza, emergono stati dell’Io contaminati:
– il Genitore critico che giudica
– il Bambino ferito che si difende o attacca

Il conflitto coniugale, in questi momenti, non è un segno di fallimento, ma un segnale di sovraccarico emotivo. Tobi e Anna non sanno come gestire ciò che sta accadendo. E non lo mascherano. La Bibbia non edulcora. Non spiritualizza troppo in fretta. Questo è fondamentale per gli sposi: Dio non entra solo nelle coppie “che funzionano”, ma anche in quelle che non capiscono più come fare.

Il punto decisivo arriva quando Tobi prega. Non una preghiera devota. Una preghiera disperata. Chiede di morire. È forte dirlo, ma è vero: ci sono momenti in cui non chiediamo a Dio di salvarci, ma solo di farci smettere di soffrire.

Eppure, proprio lì, il testo dice una cosa sorprendente: Dio ascolta. Non perché Tobi prega bene. Non perché è spiritualmente forte. Ma perché è vero.

Questo è un passaggio chiave anche psicologicamente. Quando una persona smette di recitare il ruolo del “forte” o del “giusto” e si permette di essere fragile, l’Io Adulto può tornare a respirare. La fede matura non nasce dal controllo, ma dall’affidamento.

Il libro di Tobia ci dice subito che Dio non entra nella storia per evitare il dolore, ma per camminarci dentro. Il matrimonio non è il luogo in cui tutto va bene, ma il luogo in cui si impara a restare veri anche quando va male.

Questo primo capitolo è una liberazione per gli sposi.
Dice: non siete sbagliati perché fate fatica.
Dice: non avete fallito perché soffrite.
Dice: Dio non è assente quando non capite.

Tobia non è una favola. È una storia vera. Ed è proprio per questo che può diventare una buona notizia per chi si è sposato. Nei prossimi nove articoli andremo a fondo del significato umano e psicologico di questa vicenda. Perchè racconta tanto di noi.

Antonio e Luisa

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Alla fine di questo pellegrinaggio

Ormai vicini alla chiusura del Giubileo della Speranza, che avverrà il 6 gennaio e che ha visto tutta la Chiesa affrontare un percorso spirituale durante quest’anno speciale di grazia, condividiamo con tutti voi l’ultima beatitudine scaturita dall’aver intrapreso insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare:

 “BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE SCOPRIRETE CHE IL PELLEGRINAGGIO SPONSALE È GUIDATO ANCHE DAL SILENZIO, IL SILENZIO DELLA PREGHIERA RECIPROCA, CHE APRE LA PORTA AL CUORE DEL NOSTRO SPOSO GESÙ”

Solitamente ogni pellegrinaggio è guidato da un professionista in grado di affiancare, accompagnare e condurre il pellegrino durante tutta l’esperienza. Nel matrimonio cristiano certamente la prima guida è lo Spirito Santo, che consacra la relazione il giorno delle nozze. È Lui che ha “abitato” le soste silenziose che, durante questo anno, abbiamo fatto.

Cari sposi, senza lo Spirito di verità non saremmo in grado di affrontare nessun cammino poiché come ci dice Giovanni “Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).

Un pellegrinaggio non porta soltanto in un luogo sacro ma catapulta in uno stato dell’anima, proprio per questo al ritorno non si è mai gli stessi. Nonostante viviamo in un’epoca di accelerazione, algoritmi e produttività rapida, quest’anno abbiam cercato di “assaporare” la lentezza, l’incertezza e la vulnerabilità. Tutto ciò fa parte di ogni pellegrinaggio, proprio perché porta con sé una trasformazione.

Vogliamo lasciarvi, allora, qualche “regola” che abbiam tirato fuori verificando la trasformazione che è avvenuta, in questo periodo, alla nostra relazione:

  • Sposi, partite anche senza essere pronti perché lo zaino peserà comunque e la paura sarà sempre lì. Ma è proprio l’atto di partire insieme, cioè di ricevere il Sacramento del Matrimonio, che vi apre ad una relazione fertile e sempre nuova;
  • Sposi, se fallite ringraziate perché il fallimento quotidiano spoglia la relazione da ogni illusione di essere perfetti. Solo cadendo e rialzandosi insieme si impara davvero a camminare insieme;
  • Sposi, scoprite la solitudine fertile che non è isolamento ma è un dialogo intimo tra anime che non sempre si riesce a “sentire”: il silenzio non è una minaccia ma è guida e compagno, soprattutto quando nasce dalla preghiera reciproca;
  • Sposi, vivete il presente come non mai. Il pellegrinaggio è come una macchina che riporta all’adesso, al qui ed ora: respiro, passo, dolore, resistenza. Nella relazione familiare tutto ciò si intreccia in una meditazione incarnata che nessuna app di mindfulness potrà mai fare;
  • Sposi, trasformate il dolore in resilienza facendo di ogni “vescica” non una sofferenza sterile ma il “carburante” affinchè il restare insieme renda visibile che si può sopportare molto di più di quanto si creda;
  • Sposi, abbracciate l’ospitalità radicale poiché durante il cammino si incontra l’umanità nuda di entrambi ma anche di altri. Offrite l’acqua del puro amore anche a sconosciuti e lasciate le porte del cuore aperte senza chiedere nulla. Tale ospitalità è l’antidoto all’individualismo della società moderna e la manifestazione della presenza del Regno di Dio;
  • Sposi, accettate l’inutilità sacra. A volte, camminando si sentono delle voci comuni sulla relazione di coppia, del tipo “non produce”, “non accumula”, “non monetizza”. Proprio per questa apparente inutilità ogni relazione sponsale è sacra e conduce a scoprire che il suo valore non sta nell’output ma nella sua interiorità;
  • Sposi, collezionate le vertigini che vengono quando si incontra un bivio. Dio sta dando un’ulteriore possibilità di libertà, purché si continua a camminare insieme;
  • Sposi, imparate l’arte del lasciar andare ciò che pesa sulla relazione: uno zaino troppo pieno di egoismo, di convinzioni, di maschere. Si cammina più veloci con meno “Io” e più “Noi”;
  • Sposi, ritornate sempre a casa da pellegrini cioè mantenendo sempre vivo lo sguardo del viandante nella routine giornaliera, con meno automatismi e più autenticità.

Siamo convinti che quest’anno giubilare ha portato, e porterà ancora, i suoi “frutti di speranza” se il pellegrinaggio personale e di coppia vi ha condotto ad una rivoluzione esistenziale.

Cari sposi in un mondo che vi vuole consumatori di cose materiali, scegliete di essere pellegrini di sparanza; in una società che vi vuole celeri nel competere, scegliete la lentezza nell’aspettare i tempi dell’altro; in una cultura che vi vuole connessi 24 ore, 7 giorni su 7, scegliete il silenzio della preghiera. Siate sposi cristiani che fanno della povertà umana la loro ricchezza.

Quando vi sembra che Dio vi abbia tolto tutto, in realtà vi sta dando tutto se stesso. E allora scoprirete che il vero pellegrinaggio non è da un luogo all’altro della terra, ma è un pellegrinaggio interiore: dal fuori al dentro, dalle cose al cuore. Ah, come diversamente pensa il mondo! Se solo esso sapesse che avere Dio è possedere tutto, come vivrebbe più felice già fin da ora, pur in mezzo alle mille tempeste dell’esistenza! Dio lo si può trovare, non è lontano: vive nel cuore dell’uomo in grazia. Occorre solo mettersi in cammino, e la strada è la preghiera. Il pellegrino guarda dentro se stesso, sta raccolto, non si turba di fronte alle sventure: ha capito che il Padre non abbandona nessuno, perché Dio è amore. Non vi è più salita né discesa, montagna o avvallamento: egli tiene lo sguardo fisso verso la meta e lì ritrova tutto, ma proprio tutto (dai Racconti di un pellegrino russo)

Ricordatevi che essere sposi pellegrini, cioè che si sforzano di far crescere la loro relazione d’amore orientandola verso l’Alto, vi renderà liberi di vivere il Sacramento nuziale nella verità dello Spirito fino al giorno in cui ritorneremo, pellegrini, dal nostro Sposo Gesù.  

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Uomini e Donne: La Vera Libertà tra Amore e Relazioni

Oggi, 1° gennaio, la Chiesa non apre l’anno nuovo parlando di programmi, obiettivi o performance. Lo apre mettendo al centro una donna. Maria, Madre di Dio. Non una donna potente secondo i criteri del mondo, non una donna “arrivata”, non una donna che si è salvata da sola. Ma una donna che ha accolto una relazione, che ha detto sì a un Altro, che ha permesso a Dio di entrare nella sua vita, nel suo corpo, nella sua storia.

È un inizio d’anno profondamente controcorrente. Perché mentre tutto intorno a noi ci spinge a essere autosufficienti e indipendenti, la Chiesa ci ricorda che la salvezza è passata da una relazione, da un grembo, da una fiducia. Non dalla forza, ma dall’accoglienza.

Viviamo invece immersi in una cultura che esalta l’indipendenza come valore assoluto. Donne e uomini chiamati a essere autonomi, performanti, realizzati. Il messaggio è chiaro: chi ha bisogno è debole; chi si basta da solo è forte. L’emancipazione, da strumento di libertà, rischia così di diventare un imperativo che non ammette fragilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone competenti, brillanti, di successo, che però vivono una solitudine profonda. Una solitudine che non si dice, perché stona con l’immagine vincente. Il lavoro diventa allora il luogo principale di identità, non perché realizzi davvero, ma perché è l’unico spazio in cui sentirsi riconosciuti. Ma il successo, quando non è condiviso con qualcuno di davvero importante, lascia un retrogusto amaro.

Questa mentalità ha inciso profondamente anche sul modo in cui raccontiamo l’amore, la relazione tra uomo e donna, perfino ai bambini. È sintomatico osservare come sono cambiati, nel tempo, i cartoni animati Disney. Un tempo c’era la principessa da salvare, che attendeva il principe azzurro. Un modello certo ingenuo, da purificare, ma che custodiva un’intuizione vera: la vita si gioca nell’incontro con un altro.

Oggi le principesse si salvano da sole. Sono forti, indipendenti, autosufficienti. Raramente si sposano. Spesso non hanno bisogno di nessuno. È una narrazione che vuole essere emancipante, ma che finisce per trasmettere un messaggio sottile: la relazione stabile è un limite, l’altro è un rischio, l’amore è secondario rispetto all’autorealizzazione.

Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di leggere i segni dei tempi. Quando il maschio viene raccontato prevalentemente come una minaccia e la donna come qualcuno che deve liberarsi dalle relazioni per non essere sottomessa, qualcosa si rompe. Non nasce una libertà più grande, nasce una diffidenza strutturale. E la diffidenza non genera felicità, genera solitudine.

Il discorso è complesso, soprattutto in una società che ha giustamente combattuto per l’emancipazione femminile. È sacrosanto che una donna abbia le stesse opportunità nel lavoro, nella carriera, nella vita pubblica. Ma è altrettanto vero che la donna possiede una capacità unica: generare vita. Non riconoscerlo non è progresso, è riduzione.

La vera libertà non è scegliere contro la propria natura, ma poterla vivere senza essere penalizzati. Una donna deve essere libera di lavorare e realizzarsi professionalmente, senza dover rinunciare alla maternità se la desidera. E deve essere altrettanto libera di scegliere di dedicarsi alla famiglia senza essere guardata come una persona “non emancipata”.

Il problema nasce quando l’emancipazione diventa pressione. Quando il successo lavorativo diventa l’unico metro di valore. Quando una donna sente di dover dimostrare di valere producendo, performando, competendo. In questo scenario, la maternità non appare più come una possibilità feconda, ma come un intralcio.

Tutte le donne devono essere madri? No. Sarebbe una violenza dirlo. La maternità non è un obbligo, è il frutto di un amore che genera. Ma una cosa va detta con chiarezza: una donna che ama è sempre madre. Non necessariamente nel senso biologico, ma nel senso più vero e profondo. Ogni donna che si spende nel dono di sé è generativa. Genera vita dove vive: nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie, nella comunità. La maternità è prima di tutto una postura del cuore, una capacità di accogliere, custodire, far crescere l’altro.

Ma allora la domanda vera è: quando siamo davvero liberi?

Siamo liberi quando possiamo amare senza doverci difendere, quando possiamo donarci senza paura di perderci. Perché l’amore autentico non toglie, ma fa esistere. E in questa logica, uomini e donne, ciascuno con la propria specificità, scoprono che la fecondità non è un’opzione tra le altre, ma il segno più vero di una vita riuscita.

Uomini e donne siamo creati per amare ed essere amati. Questa è la nostra verità più profonda. Il lavoro non è il fine della vita, ma una conseguenza dell’amore vissuto. È sentirsi amati che ci rende creativi, forti, capaci di affrontare il mondo.

Il matrimonio, in questo senso, non è una gabbia ma il luogo in cui possiamo finalmente smettere di recitare. È lo spazio in cui siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. Quando è vissuto pienamente, il matrimonio diventa fecondo: genera vita, speranza, stabilità, capacità di dono. E tutto questo ricade anche nel lavoro, rendendolo più umano.

Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. Maria, Madre di Dio, ce lo ricorda oggi con la sua vita: la grandezza non sta nell’autosufficienza, ma nell’amore accolto. Come scriveva San Giovanni Paolo II: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna. Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Forse il vero augurio per l’anno nuovo non è diventare più indipendenti, ma più capaci di relazione. Perché è lì che si gioca la vita.

Antonio e Luisa

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“Follow me” – Seguimi

È il primo giorno di un nuovo anno, dono del Signore. Un giorno carico di speranza, progetti, propositi. È bello poter dire, con fiducia e abbandono, «Desidero camminare dietro a Te, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi». E già sappiamo che Lui, non potrà che invitarci nuovamente e terneramente, come se dicesse ad ognuno di noi: «Follow me, seguimi».

Questo stesso bellissimo invito è il nome di un’app davvero interessante. Nel mondo digitale in cui viviamo, dove le notifiche si intrecciano con gli impegni e le relazioni spesso passano attraverso lo schermo, nasce un desiderio profondo: che la fede non resti relegata alle mura della chiesa ma diventi viva nel quotidiano, viva nella rete, vicina alle persone.

È con questo spirito che ha preso vita “Follow Me App”, un’applicazione cattolica pensata per valorizzare momenti di preghiera, cultura e fraternità, rendendoli visibili, condivisibili e accessibili a tutti. L’obiettivo non è solo quello di aggregare eventi quanto di costruire un “ponte tra sacro e sociale”, dove l’app diventa spazio e luogo e il digitale serve all’incontro, senza sostituirlo.

Immaginiamo, infatti, uno spazio digitale che non cancelli la distanza ma la colmi; che non sostituisca la comunità reale, ma la amplifichi. Un’app in cui ogni persona, ogni gruppo parrocchiale, ogni anima assetata di fede e condivisione possa segnare un incontro di preghiera o un momento culturale e farlo conoscere a chi non lo conosce ma lo sta cercando. Questa è Follow Me App, un’idea che, attraverso gli smartphone, diventa realtà concreta.

Quando si apre Follow Me App, si vedono la mappa e la lista di eventi, filtrabili per argomento e località: momenti di preghiera, catechesi, incontri culturali, laboratori, meditazioni, concerti sacri o di Christian Music. È bello pensare che ogni evento abbia dietro un volto: un parroco, un gruppo giovani, una associazione culturale, un laico che vuol condividere bellezza e spiritualità. Follow Me App diventa così strumento 2.0 di spiritualità, bacheca culturale, community in cammino.

Ma non è solo “visualizzare eventi”. Gli eventi in Follow Me App sono facilissimi da inserire: ciascuno può proporre un incontro, inserire titolo, descrizione, orario, luogo (magari con mappa), contatti, fotografie, modalità di partecipazione. In questo modo l’evento è già vivo prim’ancora che avvenga, come una promessa.

Dal punto di vista cristiano, dunque, Follow Me App può incarnare la bellezza evangelica di una Chiesa che non è solo edificio liturgico ma popolo pellegrino. Offrire una piazza digitale di incontri è testimoniare che la fede non ha paura della cultura dominante, di non essere capita o rifiutata. Follow Me App è anzitutto dire: «Ecco, qui si fa esperienza di Dio nel tempo e nello spazio della nostra vita quotidiana».

È annunciare che la Grazia non è contenuta solo nelle mura di una chiesa o di una casa ma cammina, discute, si intreccia alla società contemporanea. Follow Me App, così, si affianca alla già conosciuta Hallow (app per la preghiera e la meditazione guidata) e a Rege o Maria (di cui avevo parlato qui). Disse Papa Benedetto XVI in occasione XLIII Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali di domenica 24 maggio 2009:

Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

La tecnologia a servizio del Bene, insomma, può diventare segno. Segno che la fede non è un’idea ma la versione in pienezza della vita dell’anima. Segno che la città spirituale e la città reale – come affermava Sant’Agostino – non sono separate ma dialogano. Segno che chi crede ha anche cura del bello, della cultura, dell’incontro. Se le varie app hanno dietro di esse una comunità che crede nella missione, non come gadget quanto piuttosto come servizio, allora non sono solo e tanto “app cattoliche” ma vero e proprio “spazio ecclesiale digitale”. Sereno 2026 a tutti noi, sempre seguendo il Buon Dio!

Fabrizia Perrachon

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Fare memoria del bene: il tesoro nascosto del matrimonio

Questo è l’ultimo articolo dell’anno. E non poteva che essere un invito semplice, ma decisivo: fermarsi e fare memoria del bene ricevuto.

Quando un anno si chiude, siamo spontaneamente portati a ricordare ciò che è mancato: le discussioni, le incomprensioni, le fatiche che non avremmo voluto vivere. È un riflesso umano. Ma non è l’unico sguardo possibile. La fede ci educa a uno sguardo diverso, più vero e più fecondo: quello che sa riconoscere il bene ricevuto e custodirlo come una ricchezza per il futuro. Perché chi inizia un nuovo anno con riconoscenza, ama meglio. C’è un breve racconto che dice tutto questo con una forza disarmante.

Un sacerdote viene trasferito in una nuova parrocchia. Tra le prime famiglie che incontra ce n’è una molto presente nella vita comunitaria. Viene invitato a cena. Durante la serata resta colpito dall’intesa evidente tra i due sposi: uno di quegli amori che non hanno bisogno di essere esibiti, perché si percepiscono nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.

Prima di congedarsi, il sacerdote fa una domanda diretta, quasi provocatoria: Ma anche a voi capita di litigare? Ci sono momenti di tensione e di crisi? Risponde lei, senza esitazione: Certo che sì, caro don. Ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro.

Si alza, entra in un’altra stanza e torna con un diario in mano. Vede questo quaderno? Qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione. E quando litighiamo, vado in camera, lo prendo, lo sfoglio. E mi torna subito il desiderio di fare pace. Di ricominciare.

Questo racconto è semplice. Ma è profondamente vero. E ci mette davanti a una domanda scomoda: noi cosa custodiamo nel cuore?

Diciamocelo con onestà: siamo bravissimi a ricordare le mancanze dell’altro. Le archiviamo con precisione. Le teniamo pronte. Le tiriamo fuori al momento giusto. E siamo altrettanto bravi a dare per scontato il bene: tutte le volte in cui nostro marito o nostra moglie ci ama davvero, si fa servizio, si fa cura, si fa presenza, si fa tenerezza. Quelle volte spesso scivolano via senza lasciare traccia. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità di un matrimonio.

Non basta “fare memoria” in modo generico. Esiste un verbo molto più forte: ricordare. Un verbo che, nella sua etimologia, rimanda al cuore. Re-cordari: richiamare al cuore. Rendere presente oggi un bene che è stato donato ieri. Non come nostalgia, ma come forza attuale.

Ricordare significa riportare nel cuore tutte le volte che siamo stati guardati con amore. Tutte le volte che siamo stati accolti. Tutte le volte che una parola ci ha rialzati. Tutte le volte che il corpo dell’altro è stato casa e non pretesa. Tutte le volte che siamo stati perdonati. Tutte le volte che abbiamo sperimentato la bellezza di essere amati anche quando non ce lo meritavamo.

Questo non cancella le ferite. Ma impedisce alle ferite di diventare l’unica verità.

Costruire questo tipo di memoria significa creare un tesoro. Un capitale spirituale e affettivo da cui attingere nei momenti difficili. Perché arriveranno. Arrivano sempre. Ci saranno giorni in cui l’altro non sarà capace di darci nulla. Giorni in cui ci sembrerà povero, distante, faticoso da amare. È lì che il ricordo del bene diventa salvezza.

Quando attingiamo a quel tesoro, diventa più difficile lasciarsi dividere dal non-amore del momento. Perché sappiamo che l’amore c’è, anche se in quel tratto di strada non si vede. È custodito nei gesti passati che continuano a nutrire il presente.

Ecco perché questo ultimo articolo dell’anno non è un bilancio, ma un invito. Prima di entrare nel nuovo anno, fermatevi. Prendete il vostro “diario”. Anche solo simbolicamente. E chiedetevi: quale bene ho ricevuto?

Chi inizia così, non parte da zero. Parte da una ricchezza. E può amare con più libertà, con più verità, con più riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Un sacco piccolo ma abitato

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143) Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). […] Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. […] Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Sal 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate – dice l’Apostolo – la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

Nell’Ottava del Santo Natale la Chiesa ci offre approfondimenti sul mistero dell’Incarnazione tratta da vari santi, e così facendo ci insegna un metodo che questo mondo moderno ha dimenticato: la contemplazione. La modernità ci ha abituati al tutto e subito, ci vuole assuefatti al vivere al 100% le emozioni (cosa che fanno i bimbi piccoli) quali che esse siano… se questa mattina è Natale allora che festa sia, se il pomerigggio sei triste per un motivo qualsiasi allora vivi la tristezza del momento; oggi sei incavolato col vicino e allora che arrabbiatura sia, se il giorno dopo sei contento perché arriva il pacco di Amazon tanto aspettato allora evviva il pacco, nel frattempo resti arrabbiato col vicino ma con la gioia del pacco di Amazon, e via di questo passo. Senza tregua da un’emozione all’altra, da uno stato d’animo all’altro in un battibaleno, da un selfie all’altro senza far funzionare più nemmeno la memoria visiva di quegli attimi perché tanto li puoi rivedere sul cellulare.

Ma l’uomo ha bisogno di vivere con tutto se stesso, il cuore dell’uomo ha bisogno di starci dentro alle esperienze, ha bisogno di sedimentare nell’animo le cose fondamentali e belle della vita, di farle proprie, ha bisogno di nutrire cuore, corpo e anima, non ha bisogno del mordi e fuggi… questo lo fanno le galline beccando ora qui ora là con disinvoltura poiché per esse non fa differenza il “qui” o il “là”.

La Chiesa ci è madre e conosce bene il cuore dell’uomo, per questo ci insegna la via della contemplazione, la via del sedimentare, la via del serbare nel silenzio del cuore (alla stregua di Maria), la via del custodire nel segreto dell’anima… è la via che ci insegnano i santi, quella cioè della continua commemorazione, del continuo ri-cordare : deriva dal latino recordāri, formato dal prefisso re- (di nuovo, indietro) e cor, cordis, che significa “cuore”; letteralmente “ricordare” significa “richiamare al cuore”.

E cosa dobbiamo richiamare al cuore in questi giorni dell’Ottava? Il grande mistero dell’Incarnazione, esso è talmente grande che non potremo mai conoscerlo fino in fondo, perciò è necessario riportare al cuore giorno dopo giorno un aspetto del mistero che abbiamo celebrato. La Chiesa fa sempre così: non aspetta che l’uomo sia pronto (non lo sarà mai abbastanza) per celebrare un mistero poiché è infinito mentre la nostra natura è finita, ma glielo offre subito come realtà presente che salva, da accogliere e celebrare ma che poi ha bisogno giorno dopo giorno di essere assorbita e contemplata e vissuta.

Del resto noi sposi ne siamo un esempio vivo, la Chiesa non ci ha donato il Sacramento del Matrimonio come un premio alla fine di un percorso, alla stregua di una patente, ma ce lo ha offerto subito come realtà salvante all’inizio del percorso matrimoniale. Spetta a noi sposi poi il compito di non abbandonare questo dono nello scaffale dei dimenticati, di non lasciarlo lì ad accumulare la polvere, spetta a noi la fatica del ri-cordare continuamente il dono ricevuto.

Da quello a cui egli giunse per te riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. San Bernardo qui ci insegna a guardare al nostro coniuge con questi occhi: riconoscere il valore del mio coniuge con gli occhi di quel Dio che si fa bambino pur di salvarci… Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria.

Con questo sguardo nel cuore, giorno dopo giorno, riusciamo a contemplare non solo la bellezza del coniuge che il Signore ci ha consegnato, ma anche la grandiosità di un Dio che preferisce farsi piccolo pur di abitare nel cuore degli uomini.

Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5), in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità».

Noi sposi sacramentati siamo presenza reale di Gesù l’uno per l’altra ed insieme per il mondo, dobbiamo quindi vivere come se fossimo quel sacco a cui allude san Bernardo, un sacco certamente piccolo, talmente piccolo da voler abitare in due sposi fragili ed imperfetti, ma un sacco che contiene un Dio vivo, una presenza che salva.

Coraggio sposi, sfruttiamo questi giorni dell’Ottava di Natale per aprire questo sacco.

Giorgio e Valentina

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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Un modello non troppo lontano

Cari sposi, siamo nella gioia interiore perché il Natale ci ha ricordato che “la Sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso” (Papa Leone, Messaggio e benedizione Urbi et Orbi 2025). Il senso profondo di questa solennità è che Gesù è con me sempre e non mi abbandona mai.

Oggi celebriamo un’altra festa che è collocata proprio a ridosso della Natività di Cristo per un motivo ben preciso. Infatti, questo tempo ci ricorda che il Figlio di Dio assume pienamente la condizione umana e la vive in modo concreto, all’interno di una famiglia reale, con relazioni, obbedienza, lavoro, crescita e quotidianità. La Sacra Famiglia manifesta che Dio nasce dentro una famiglia e la vita familiare diventa così luogo di santificazione.

E il Vangelo odierno ci mostra che la santità non è un’astrazione o fuga dalle circostanze in cui ci si trova ma è anzitutto la ricerca della volontà di Dio, di quel Progetto meraviglioso con cui Lui mi ha pensato da sempre. Oggi il focus è tutto su Giuseppe, un uomo che non parla ma si sforza di agire secondo questa volontà.

Il suo grande compito è di custodire, di proteggere Maria e Gesù non solo dalle insidie vere e proprie ma di creare un ambiente di vita degno, sicuro, accogliente. Quanto abbiamo bisogno noi maschi di guardare a quest’uomo davvero virile, completo, maturo! Quanto di Giuseppe ha preso Gesù: nella pazienza con cui ha gestito gli svarioni caratteriali di Pietro & Co., nella laboriosità con cui ha gestito per anni la medesima officina di falegname, nello spirito di preghiera con cui condiva le sue giornate fin dal mattino, nel profondo rispetto con cui ha trattato le donne che ha incontrato ogni giorno… e tanto altro.

Giuseppe ha saputo costruire piano piano la sua “casa” assieme a Maria per educare il loro Figlio e la bussola che l’ha guidato è sempre stata la volontà di Dio. Se per Gesù, il cibo era “fare la volontà del Padre mio” (cfr. Gv 4, 34) da un punto di vista umano questo l’ha imparato da Giuseppe.

Magari qualcuno pensa che la Sacra Famiglia sia un modello di vita esagerato e sproporzionato; tuttavia, è assai confortante constatare che per loro la ricerca e il compimento della Volontà di Dio non è stato mai facile e l’hanno realizzata spesso con fatica e – perché no? – con qualche perplessità, proprio come capita a noi.

Cari sposi, che la grazia del matrimonio, ulteriore segno che Gesù è veramente con voi e vi accompagna sempre, vi aiuti a vivere sempre attenti a restare e permanere nel Sogno che Dio ha pensato su voi come marito e moglie, come famiglia. Illuminanti e motivanti in tal senso sono le parole di Papa Francesco: “Maria, Giuseppe, Gesù: la Sacra Famiglia di Nazareth che rappresenta una risposta corale alla volontà del Padre: i tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano” (Omelia 29 dicembre 2019).

ANTONIO E LUISA

San Giuseppe è un vero uomo. E noi uomini tutti, mariti e consacrati, fidanzati e single, possiamo prenderlo ad esempio. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

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Quando la rabbia non è rabbia

Una storia quotidiana per capire le emozioni parassite

Ogni anno, puntuale come il Natale stesso, arriva anche per noi il momento di andare a fare le compere. È una scena normale, quasi banale, e proprio per questo rivelatrice. Io entro nei negozi con una cosa ben chiara in testa: il budget. Luisa entra con un’altra chiarezza, più emotiva e relazionale: i doni, le persone a cui sono destinati, i gesti che raccontano amore più che numeri. Due sguardi diversi, entrambi legittimi, che ogni anno finiscono per incrociarsi nello stesso punto critico.

Succede così: a un certo momento, quando secondo me Luisa spende troppo, sento crescere dentro una tensione. Non è una rabbia esplosiva, non ci sono parole dure o accuse esplicite. È qualcosa di più sottile. Mi rabbuio. Mi chiudo. Parlo meno. Il tono cambia e, senza bisogno di dirlo, la distanza comincia a farsi sentire.

Luisa lo percepisce subito. Non lo vive come una questione di soldi, ma come un allontanamento emotivo, come se improvvisamente io fossi meno presente, meno in relazione. Negli anni passati questa dinamica ci ha portati spesso allo stesso esito: io convinto di avere ragione, lei ferita, entrambi con la sensazione di non esserci davvero incontrati.

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. Non perché la situazione fosse diversa, ma perché io lo ero. Da tempo sto studiando l’Analisi Transazionale e, in particolare, il tema delle emozioni parassite. In questo approccio si definiscono così quelle emozioni che impariamo a esprimere al posto di quelle autentiche. Non sono emozioni false nel senso morale del termine, ma sostitutive. Le utilizziamo perché sono più familiari, più accettate, spesso imparate molto presto nella nostra storia personale. È come se, crescendo, avessimo capito che alcune emozioni andavano bene e altre no, e avessimo trovato delle scorciatoie emotive per adattarci.

Così, invece di mostrare la paura, mostriamo rabbia; invece della tristezza, ironia; invece del bisogno, chiusura; invece della preoccupazione, irritazione. Le emozioni parassite non nascono per fare male, ma per proteggerci. Il problema è che, nelle relazioni adulte, producono quasi sempre l’effetto opposto: allontanano proprio la persona dalla quale avremmo bisogno di sentirci vicini.

Mentre camminavamo tra i negozi, ho sentito quella sensazione familiare salire dentro di me. Il corpo si irrigidiva, la voglia di parlare diminuiva, il silenzio prendeva spazio. Ma questa volta mi sono fermato. Mi sono fatto una domanda semplice, forse la più onesta che potessi farmi: “Ma io, davvero, sono arrabbiato?”. La risposta è arrivata chiara e inattesa. No, non ero arrabbiato. Quello che sentivo era preoccupazione. Preoccupazione per le spese, per l’equilibrio familiare, per il futuro, per quella responsabilità che sento profondamente mia. La rabbia non era l’emozione autentica, era solo l’emozione che avevo imparato a usare per non mostrare altro.

A quel punto ho fatto qualcosa di diverso dal solito. Non ho parlato di cifre, non ho fatto osservazioni sul “troppo” o sul “bisogna stare attenti”. Ho semplicemente detto la verità emotiva: “Sono preoccupato”. È sorprendente quanto una parola, se è quella giusta, possa cambiare completamente il clima. Luisa non si è difesa, non si è chiusa, non si è sentita accusata. Perché la preoccupazione non attacca, non giudica, non mette distanza. La preoccupazione chiede vicinanza. Da lì è nato un dialogo vero, non perfetto e non risolutivo, ma autentico. Un dialogo che non ci ha separati, ma avvicinati.

Questa esperienza, così semplice e quotidiana, mette in luce una dinamica che riguarda molti di noi. Spesso, proprio quando abbiamo più bisogno di essere accolti, mostriamo un’emozione che respinge. Quando abbiamo bisogno di rassicurazione diventiamo duri, quando abbiamo bisogno di essere capiti diventiamo silenziosi, quando abbiamo bisogno di vicinanza alziamo muri. Le emozioni parassite fanno esattamente questo: ci proteggono creando distanza, e così generiamo più dolore e più sofferenza di quanto sarebbe necessario.

Non è stata una svolta epocale. Una piccola vittoria. Ma quella sera non ci siamo persi, e per una coppia questo è già moltissimo. Riconoscere l’emozione autentica e darle voce è un atto di verità, e la verità, nel matrimonio come in ogni relazione significativa, non divide: costruisce. L’Analisi Transazionale non serve a diventare più controllati o più bravi, ma più umani. E a volte, per amarci meglio, basta imparare a dire non l’emozione che difende, ma quella che, finalmente, chiede di essere accolta.

Antonio e Luisa

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Natale: Un’Occasione per Rinnovare l’Amore

Il Natale è una festività che invita alla riflessione sulla speranza, sulla famiglia e sull’unità. Dio si fa uomo tra gli uomini, si manifesta nella forma più indifesa, un bambino. In un periodo dell’anno in cui si celebra la speranza e la rinascita, può esserci lo spazio per rinnovare le relazioni? anche quelle che sembrano difficili da riparare?

L’amore di coppia è uno dei legami più complessi e significativi che possiamo sperimentare. Quante volte, come Maria e Giuseppe, ci troviamo ad affrontare viaggi faticosi, costellati di incognite e imprevisti? Pensiamo, ad esempio, alla distanza tra Nazaret e Betlemme: un cammino di circa 130–150 chilometri che, a piedi o a dorso di un asino, richiedeva dai quattro ai sette giorni di viaggio. Se a questo aggiungiamo la gravidanza di Maria, non possiamo che ammirare la fiducia reciproca che univa i due e l’amore profondo necessario per affrontare un percorso fatto non solo di felicità e condivisione, ma anche di fatica, difficoltà e incomprensioni.

Sempre più spesso, nelle nostre esperienze di coppia, quando non conosciamo strumenti adeguati utili ad affrontare i momenti critici o quando perdiamo di vista il progetto iniziale della relazione, smarriamo le nostre coordinate interiori. In questo spazio di smarrimento trovano terreno fertile sentimenti come frustrazione, delusione e sconforto. Nei casi più dolorosi, tutto questo conduce alla separazione. Eppure, la separazione non è sempre l’unica strada possibile. In certi casi, può diventare anche un’occasione di crescita, di riflessione e persino di rinascita.

In questo cammino di riconciliazione, uno degli elementi più potenti è il perdono. Perdonare non significa dimenticare o negare il dolore causato da una ferita, ma compiere un atto di liberazione. Liberarsi dal rancore e dal risentimento permette una guarigione profonda, tanto in chi perdona quanto in chi viene perdonato. Il perdono, dunque, non è segno di debolezza, ma di grande forza. Richiede coraggio, perché implica il lasciar andare il peso di offese spesso profonde, per aprire lo spazio alla rinascita di qualcosa di nuovo.

Siamo Roberto e Daniela, ci siamo sposati 31 anni fa, quando eravamo due giovani pieni di sogni, pronti ad affrontare il mondo. Avevano scelto di camminare insieme, spinti dal legame profondo che ci univa, un legame che sembrava tanto naturale quanto l’aria che respiravano.

Le risate, i sogni e le promesse di un futuro insieme erano tutto ciò di cui avevamo bisogno per sentirci completi. I primi anni di matrimonio furono un’esplosione di felicità. Le giornate passavano velocemente, tra vacanze, progetti, e la costruzione di una casa piena di risate e amore. Poi, arrivarono i figli, tre meravigliosi bambini che resero la nostra vita ancora più ricca e piena di significato. La casa si riempì di voci, giochi, e le notti diventarono più lunghe, ma anche più dolci, perché il nostro amore cresceva nei piccoli gesti quotidiani.

Ma come il vento che cambia direzione senza preavviso, anche il nostro amore dovette attraversare tempeste. Con il passare degli anni, infatti, il tempo si riempì di doveri e responsabilità. Il lavoro, le esigenze quotidiane, e soprattutto il compito di essere genitori presero il sopravvento ed entrambi, cominciammo a perdere di vista noi stessi. La nostra relazione, che una volta era un rifugio di complicità e passione, divenne sempre più una routine. Eravamo più genitori che coppia, più organizzatori di vite altrui che amanti.

Iniziammo a perderci nei silenzi e nelle incomprensioni. Ogni giorno sembrava che le parole che un tempo erano piene di significato, ora fossero più difficili da trovare. I problemi, piccoli e grandi, non venivano più affrontati insieme. Le discussioni si facevano sempre più rare, ma anche più fredde.

Ad esempio, quando io, cercavo supporto, Daniela, stanca e distante, non riusciva ad offrirmi quel conforto che un tempo le veniva naturale. Non parlavamo più di ciò che davvero contava, e le emozioni rimanevano soffocate nei nostri cuori, senza mai trovare spazio per un confronto sincero.

Ogni discussione si trasformava in un silenzio pesante, che si estendeva giorno dopo giorno. La mancanza di comunicazione non era solo una questione di parole, ma di disconnessione emotiva e l’amore, che un tempo scorreva liberamente tra noi, sembrava essersi trasformato in una presenza distante e sfuggente. La crisi fu profonda, tanto da portarci a pensare che fosse arrivato il momento di separarci.

Siamo stati separati per tre anni. Eppure, proprio in quel periodo di profonda crisi, qualcosa è cambiato. Un giorno, quando sembrava che tutto fosse perduto, ad un passo dal divorzio, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati negli occhi, e in quello sguardo c’era una risposta che nessuno di noi aveva mai veramente pronunciato. C’era ancora l’amore. E non solo amore, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, eravamo ancora noi, quelli che si erano innamorati tanti anni prima.

Non è stato facile, ma abbiamo deciso di non arrenderci. Ed è stato allora che un amico comune ci ha mandato la locandina del weekend di Retrouvaille, a cui partecipammo senza troppe aspettative ma consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta.

Arrivammo al weekend con sentimenti di fiducia e speranza. Ci accostammo al programma con abbandono. Iniziammo a riprendere il dialogo che avevamo interrotto da troppo tempo e, addirittura, arrivare più in profondità, come forse mai avevamo fatto. Gli incontri successivi sono stati molto importanti; poco per volta, abbiamo iniziato a capire cosa non aveva funzionato nella nostra relazione e come usare gli strumenti per poter avere una vita di coppia piena, serena e forte.

Abbiamo scelto di non arrenderci, di riscoprirci, come se fosse il nostro “nuovo anno”. La magia non era sparita, era solo sepolta sotto le nostre paure, sotto il nostro silenzio. Abbiamo iniziato a parlarci di nuovo, a prenderci cura di noi stessi come coppia. Abbiamo ricominciato a ridere insieme, a ritrovare quella complicità che avevamo perso, come se stessimo riscoprendo un regalo che avevamo dimenticato sotto l’albero.

I nostri figli sono cresciuti, ma noi, siamo ancora qui, più forti che mai. Oggi, dopo 31 anni di matrimonio, ci rendiamo conto che il vero dono che possiamo fare l’uno all’altra è quello di esserci, ogni giorno, di continuare a scegliere di camminare insieme. La nostra storia non è perfetta, ma è la nostra, fatta di alti e bassi, di momenti di gioia e di sfide, ma sempre con la consapevolezza che l’amore non è solo un’emozione che arriva e va, ma una scelta che ogni giorno facciamo e difendiamo.

E così, in questo periodo natalizio, tra luci, calore e riflessioni sul futuro, abbiamo imparato che la vera magia non è solo quella di un giorno di festa, ma di un amore che cresce e si rinnova, anche nei momenti difficili. Oggi guardando alla nostra storia, ripercorriamo la vita di quel piccolo ed indifeso Bambinello, vedendola come un meraviglioso cammino pieno di significati profondi e universali, che si intrecciano con gioie, dolori, speranze e perdono.

Infatti, Gesù ha vissuto l’esperienza umana, che riflette la realtà di ognuno di noi: le attese, le sfide, i tormenti ma anche la forza della speranza. Egli ci ha insegnato che il perdono può guarire e che, anche nei momenti di sofferenza, la speranza non ci abbandona mai. La sua morte terrena non rappresenta la fine, ma con la risurrezione, segna il trionfo della vita, il rinnovamento e la possibilità di un nuovo inizio. Così, la vita di Gesù ci invita a non arrenderci mai e a superare le difficoltà con il cuore in pace, certi della sua presenza in mezzo a noi, sposo tra noi sposi.

Roberto e Daniela (Retrouvaille Italia)

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Un vero miracolo di Natale

Il mio augurio per un Natale Santo, sereno e autentico passa attraverso le parole di Maria Winowska, che fu amica di Giovanni Paolo II nonché apprezzata scrittrice. Tempo fa ha pubblicato questo racconto vero che le fu narrato da un parroco ungherese.

“Chiunque potrebbe prendermi per pazzo o per un esaltato – le disse P. Norbert – se non ci fossero trentadue scolaretti a testimoniare la verità dell’accaduto. Nella mia parrocchia in Ungheria, un piccolo paese di 1500 anime, da dove poi mi scacciarono, successe una volta un fatto strano.

La maestra elementare era una militante atea. Tutte le sue lezioni erano imperniate sul tentativo di eliminare Dio dalla vita di quei bambini, per farne dei giovani atei. Ogni occasione era buona per sminuire la nostra Santa Religione, deriderla e screditarla. I bambini intimiditi non osavano difendersi. Le loro famiglie erano credenti e fedeli nell’adempimento dei loro doveri religiosi. In genere, le sciocchezze con cui la maestra, signorina Gertrud, bombardava continuamente i bambini, non avevano un grande effetto su di loro. Io in parrocchia mi impegnavo con tutte le mie forze a sostenere spiritualmente i bambini per abituarli a ricevere spesso il Sacramento della Comunione.

E, caso strano, la signorina Gertrud sembrava avere un fiuto misterioso per individuare chi si era comunicato e queste sue “pecore nere”, come lei le chiamava, le trattava con sfrenata rabbia. Sembrava che lo avesse saputo da questa o da quella spia. Nella IV/a c’era Angela di dieci anni. Era molto intelligente e capace […] la maestra riversava su di lei la sua cattiva luna e la maltrattava in ogni modo.

La bambina sopportava tutto pazientemente però divenne visibilmente sofferente. «Senti Angela, ma non è troppo pesante?». «No, Signor Parroco. Gesù ha sofferto molto di più quando gli sputavano addosso. Questo non mi è ancora capitato». Il coraggio che dimostrava mi riempì di grande ammirazione. Angela non venne mai a lagnarsi da me del pessimo trattamento che riceveva, ma le sue compagne mi raccontavano piangendo degli attacchi della maestra. Dal lato del profitto, questa non poteva dire niente e così si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per toglierle la fede. […].

Poco prima di Natale, esattamente il 17 dicembre, la signorina Gertrud escogitò un piano crudele che, come lei pensava, avrebbe eliminato la fede inutile che impestava la sua scuola. Il fatto merita di essere raccontato in tutti i suoi particolari. Angela fu involontariamente coinvolta in un gioco di domande e risposte. «Che cosa fai se i tuoi genitori ti chiamano?». «Vado», rispose la ragazzina timidamente sottovoce. «Molto bene. Ti senti chiamare e vai subito, come fa una brava bambina. Che cosa succede se i tuoi genitori chiamano lo spazzacamino?». «Viene» rispose Angela […]. «Bene mia piccola. Lo spazzacamino viene perché c’è, perché è vivo».

Un momento di silenzio. «Tu vieni perché sei viva. Però, per esempio, i tuoi genitori chiamano la nonna che è morta. Verrà?». «No non credo». «Brava. E se chiamano Barbablù? Oppure Cappuccetto Rosso? Oppure Pollicino? Ti piacciono le fiabe, no? Allora cosa succederà?». «Non verrà nessuno, perché sono fiabe» […] «Molto bene – gongolò la maestra – mi sembra che oggi tu riesca a pensare più chiaramente. Dunque bambini vedete che qualsiasi vivente che esiste, viene se lo si chiama. E chi non viene quando è chiamato, o non esiste oppure non è più vivo. è chiaro, vero?

E adesso supponiamo di chiamare Gesù Bambino. C’è ancora qualcuno di voi che crede in Gesù Bambino?». Per un attimo tutto tace. Poi, alcune voci timide dicono: «Sì, sì…». «E tu, Angela, credi tu che Gesù Bambino ti senta se lo chiami?». Angela si sentì improvvisamente sollevata da un peso. Ecco dunque il tranello di cui non poteva immaginare la portata. Con grande slancio rispose: «Certo, credo che mi senta». «Molto bene, adesso facciamo un tentativo. Se Gesù Bambino c’è, entrerà se voi lo chiamate.

Chiamate dunque tutti insieme molto forte: Vieni, Gesù Bambino! Uno, due, tre, tutti insieme». I bambini abbassarono la testa e in un silenzio di tomba si sentì una risata satanica. «E qui vi volevo. Questa è la mia prova. Non avete il coraggio di chiamarlo, perché non esiste, come Pollicino, Barbablù, perché sono semplicemente delle favole… storie per vecchietti seduti di fronte al camino, storie che nessuno prende seriamente perché non sono vere».

I bambini, sconvolti, tacevano ancora. Angela era sempre muta e mortalmente pallida. Improvvisamente successe una cosa inaspettata. Angela saltò in mezzo alla classe, i suoi occhi lanciavano scintille: «Noi lo vogliamo chiamare! Ascoltate! Tutti insieme diciamo: “Vieni, Gesù Bambino!“». In un attimo tutta la classe si alzò. Con le mani giunte, sguardi invocanti e cuori gonfi di una smisurata fede gridarono: «Vieni, Gesù Bambino!». […]

La porta si aprì silenziosamente. Videro che una forte luce si concentrava sulla porta. Questa luce cresceva, cresceva, poi divenne un globo di fuoco. Ebbero improvvisamente paura, però tutto accadde così in fretta che non ebbero nemmeno il tempo di gridare. Il globo si aprì e dentro apparve un Bambino splendido come non ne avevano mai visto. Il Bambino sorrideva loro senza dire una parola. La Sua infinita presenza era una infinita dolcezza.

Non avevano più paura, c’era solo gioia. Durò… un momento? Un quarto d’ora? Un’ora? Le opinioni a questo punto stranamente erano diverse. Certo è che l’accaduto non superò un’ora di lezione. Il Bambino era vestito di bianco e sembrava un piccolo sole. La luce proveniva da Lui stesso. La luce del giorno sembrava scura al confronto. […] Quasi impazzita e con gli occhi che le uscivano dalle orbite, la maestra gridò: «E’ venuto, è venuto!», poi scappò e sbatté dietro di sé la porta.

Ad Angela sembrava di svegliarsi da un sogno. Disse semplicemente: «Avete visto, Gesù Bambino esiste. E adesso ringraziamo». Tutti si inginocchiarono commossi e recitarono un Padre Nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al Padre. Poi uscirono dalla classe perché era arrivato il momento della pausa. La cosa si sparse molto in fretta. I genitori mi chiesero di interrogare i bambini ed io li interrogai singolarmente. Posso testimoniare sotto giuramento di non aver trovato nei loro racconti la benché minima contraddizione. E ciò che mi ha più sorpreso è che l’avvenimento non sembrò loro niente di straordinario. «Avevamo bisogno di aiuto – mi raccontò una delle ragazze – Gesù Bambino doveva venire ad aiutarci».

Gesù era venuto in loro aiuto. Angela, dopo la scuola, riprese la sua vita in famiglia ad aiutare la mamma.”

Santo Natale a tutti e a ciascuno,

Fabrizia Perrachon

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Come Vivere un Natale Sereno da Genitore Separato

E siamo così arrivati alla vigilia di Natale: stanotte è speciale per tutti i bambini, ma lo dovrebbe essere anche per i grandi; forse soprattutto per gli adulti, perché col tempo abbiamo imparato a riempire il Natale di tante cose e abbiamo spesso smesso di farci interrogare davvero da ciò che questa notte rappresenta.

Ho già scritto un mio pensiero su questa festa nell’articolo precedente, lo trovate qui, se siete interessati. Oggi però vorrei soffermarmi su una situazione particolare, che riguarda molte più persone di quante si pensi: chi affronterà il Natale da solo e in modo particolare per chi è separato e che vive quella condizione strana e dolorosa per cui i figli si hanno con sé ad anni alterni, un Natale sì e uno no.

Anch’io quest’anno sarò lontano dalle mie figlie, perché passeranno tutta la settimana con mia moglie. È una realtà con cui, prima o poi, ogni genitore separato deve fare i conti e non è mai semplice, neanche quando si cerca di essere “forti”, maturi, credenti. Conosco però separati che, nonostante tutto, riescono a vivere il Natale insieme al coniuge, proprio per il bene dei figli. A volte si ritrovano la sera della vigilia, altre per il pranzo di Natale: in alcuni casi c’è persino lo scambio dei regali, come se, almeno per qualche ora, la famiglia tornasse a essere riunita.

Penso sinceramente che questa possa essere una cosa molto bella, a patto che non sia forzata, che non crei tensioni e che venga vissuta come un momento sereno, senza recriminazioni, senza allusioni, senza il bisogno di chiarire questioni che non possono essere affrontate in quel giorno.

Non è un tornare indietro, non è fingere di essere ancora una coppia, ma è scegliere consapevolmente di essere ancora genitori insieme (dovrebbe valere anche per chi non è rimasto fedele alla promessa fatta). Qualcuno sostiene che questo comportamento non sia appropriato, perché rischia di “confondere” i figli e di far credere loro che la famiglia si sia magicamente ricomposta: io, invece, penso esattamente il contrario.

I figli non sono stupidi, sanno benissimo che mamma e papà non vivono più insieme. Sanno che ci sono state delle difficoltà, dei dolori, delle scelte, ma vedere i genitori che, almeno per una volta, riescono a stare nella stessa stanza senza farsi la guerra è un messaggio potentissimo: è dire loro, senza tante parole, “Tu sei più importante dei nostri rancori”.

Questo non è fingere, fingere sarebbe far credere che non ci sia stato amore, sarebbe negare che quei figli siano nati da un legame vero, profondo, totale. Fingere sarebbe cancellare la verità che c’è stata fra il tepore di quelle lenzuola, di quell’intimità che ha generato la vita. Il fatto che quell’amore si sia trasformato, ferito o addirittura spezzato, non può cancellare il bene che c’è stato e soprattutto non può eliminare il risultato che ha prodotto: dei figli, che portano impressa nella loro carne la storia dei genitori.

Eppure, spesso, gli adulti fanno una fatica enorme: non riescono a stare qualche ora con il coniuge con cui hanno fatto l’amore per anni, ma riescono senza problemi a partecipare a un meeting di due giorni con un capo ufficio che non sopportano, a una cena aziendale forzata, a una riunione interminabile per “non creare problemi sul lavoro”. È paradossale, ma è così: il lavoro non deve essere danneggiato, i figli invece… si arrangino.

Questa dinamica emerge in modo ancora più evidente nelle feste religiose dei figli. Quante volte mi capita di leggere discussioni in cui genitori separati chiedono: “Come facciamo per la prima comunione?”. E la risposta più frequente è il pranzo con la mamma e la cena con il papà o viceversa: due feste, due torte, due gruppi di parenti.

Ma ci rendiamo conto dell’assurdità del messaggio che si trasmette? È la festa della Prima Comunione, un Sacramento, l’incontro con Gesù e il messaggio chiaro che trasmettiamo è che la divisione è più forte di tutto e che neanche davanti all’Eucaristia si riesce a fare uno sforzo di unità, almeno per qualche ora.

Poi però ci stupiamo se quei figli, crescendo, si allontanano dalla Chiesa, se non vogliono più andare a Messa, se vivono la fede come qualcosa d’ipocrita o di vuoto. Forse hanno semplicemente capito che, per noi adulti, non era poi così importante e che non ci credevamo minimamente.

Il Natale, in fondo, è molto simile a ciò che vivono tante famiglie oggi: niente è perfetto, ma proprio lì Dio decide di entrare. Gesù nasce in una mangiatoia, non in una casa accogliente, nasce nel silenzio e nella povertà, in una famiglia che deve lottare, scappare e che non comprende tante cose che succedono.

Questo dovrebbe dire qualcosa anche a noi, soprattutto a chi vivrà il Natale nella solitudine, a chi avrà una casa silenziosa, a chi sentirà la mancanza dei figli in modo quasi fisico, a chi farà fatica persino ad apparecchiare la tavola. Non sempre è possibile stare insieme, ci sono situazioni troppo complesse, ferite ancora sanguinanti, rapporti talmente deteriorati che un incontro sarebbe solo distruttivo; anche per me non è mai stata una soluzione percorribile.

Il Natale non chiede perfezione, chiede verità e la verità, a volte, passa anche attraverso una solitudine offerta, una nostalgia portata davanti a Dio, una ferita che non viene nascosta. Gesù nasce anche lì, nasce in quella casa vuota, nasce in quel padre che guarda il telefono sperando in un messaggio dei figli, nasce in quella madre stanca che cerca di tenere insieme tutto, nasce dove c’è povertà, non dove tutto è in ordine.

Auguro a tutti, soprattutto a chi farà più fatica, un Natale vero e sereno: non un Natale da cartolina, non un Natale perfetto, ma un Natale in cui permettiamo a Dio di entrare proprio dove fa più male, perché è lì che Lui ha scelto di nascere. Buon Natale!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nazareth: la famiglia, focolare di santità

Si avvicina il Natale e, quando penso alla Famiglia di Nazareth, vedo come Dio, nella pienezza dei tempi, abbia ricostruito attraverso questa piccola famiglia il progetto originario della creazione. Sicuramente Gesù è il nuovo Adamo, ma Giuseppe e Maria, su questa terra, con l’accoglienza del Dio fattosi carne, sono riusciti a rigenerare il progetto di famiglia che era stato distrutto con il peccato originale.

Nella pienezza dei tempi, Dio ha scelto nuovamente due persone umane, Maria e Giuseppe, per ricreare il focolare distrutto dal peccato di Adamo ed Eva. Dio ha voluto suggellare la nuova alleanza, la nuova promessa — Cristo il Salvatore — fidandosi nuovamente dell’uomo per venire alla Luce.

Dio poteva nascere in tanti modi e poteva giungere sulla Terra in tante maniere diverse, ma ha scelto di fidarsi di nuovo dell’uomo. Il Natale ci viene a dire che Dio non ha mai perso la fiducia nell’uomo.

“Colui che ci ha chiamati è fedele, non ci ha chiamati per un tempo, ma per sempre.” — Padre Pancrazio. La speranza, per cui, non risiede nella nostra fiducia in Dio, ma nella fede di Dio nell’uomo. Con il Natale l’uomo aspetta il ritorno di Dio sulla Terra; Dio invece aspetta l’uomo che torni al Cielo.

Per far questo abbiamo bisogno di una scala che congiunga il Cielo alla Terra, e la Famiglia di Nazareth — che la Chiesa ha voluto che si festeggiasse la prima Domenica dopo il Natale — è una scala perfetta per poter giungere a Dio. Maria e Giuseppe ci conducono a Gesù, e Gesù al nostro Padre che è nei cieli.

La famiglia, al centro della creazione, la famiglia ricostruita nel focolare di Nazareth, diventa per cui il luogo santo dove tutti siamo chiamati a passare. Oggi, in un mondo che sta rinnegando la famiglia, che sta cercando in tutti i modi di distruggere questo focolare, dobbiamo avere il coraggio di testimoniarlo con la vita (e poi anche con le parole): che si diventa santi se, e solo se, riusciamo a ricostruire la santità nelle nostre famiglie.

“Se il marito smania di lavare i piedi ai tossici, la moglie si vanta di servire gli anziani, e la figlia maggiore fa ferro e fuoco per andare al terzo mondo come volontaria, ma poi tutte e tre non si guardano in faccia quando stanno in casa, la loro è soltanto una controtestimonianza penosa.” — Don Tonino Bello

La santità delle nostre azioni esterne nasce dalla cura parsimoniosa delle nostre famiglie: da quanto amore, quanta gentilezza, quanta pazienza riusciamo a metterci nei gesti quotidiani. Da questo focolare di amore — come nella piccola famiglia di Nazareth — nasce la Chiesa. Sì, amici: la prima Chiesa, il primo corpo di Cristo, è la Famiglia.

La famiglia è profetica: ci mostra il volto di Cristo sull’umanità; ci mostra come due esseri, all’inizio sconosciuti, decidono di rinunciare alle loro libertà per poter generare nuova vita: una vita non solamente genetica, ma anche spirituale. Io immagino la porta della santa casa sempre semiaperta, pronta ad accogliere in quel focolare domestico tutti i viandanti stanchi. Il Vangelo ci parla della “vita pubblica” di Gesù, ma nulla o poco sappiamo della sua “vita privata”, durata ben trent’anni.

Quante volte Maria avrà accolto la vicina disperata, o Giuseppe avrà aiutato un suo amico in difficoltà economica. Quante volte Gesù avrà giocato con i bambini del vicinato e invitato a passare una giornata in compagnia di Maria e Giuseppe. La santa casa sarà stata, in quei trent’anni, già casa di accoglienza per afflitti e bisognosi, ancor prima che lo diventasse a Loreto. Quanta dolcezza, quanto amore si sarà riversato nella piccola Betlemme da quella umile famigliola.

Che i nostri focolari domestici diventino focolari di carità, dove gli afflitti e gli oppressi di questo mondo possano trovare una santa quotidianità fatta di gesti semplici e generosi. Non abbiamo bisogno di molto per ricreare questo sacro focolare: siamo così distratti dalle luci di questo mondo che pensiamo che solo chi ha tanto economicamente e materialmente può essere di aiuto agli altri. Ma se una famiglia possiede quel piccolo Gesù nel proprio cuore, se possiede un amore fatto di piccole cose e di gesti concreti di amore, ha già tutto per diventare un faro che irradia la luce di Cristo intorno a sé.

E allora, quando ci troveremo in questi giorni davanti alla mangiatoia, facciamoci una domanda semplice: che tipo di focolare sto costruendo io? Non un focolare perfetto, ma un focolare sincero. Un luogo dove ci si chiede perdono, dove si ricomincia, dove ci si guarda negli occhi e ci si benedice, anche quando costa. Il Natale non è solo una luce fuori casa, è una luce dentro casa. È Cristo che chiede spazio nelle nostre stanze, nei nostri silenzi, nelle nostre ferite, nelle nostre abitudini. E quando gli apriamo, anche solo un poco, Lui ricostruisce: ricostruisce il cuore, ricostruisce i legami, ricostruisce la famiglia.

Che Maria e Giuseppe ci insegnino la fedeltà nelle piccole cose, la pazienza dei giorni normali, la forza di un amore che non scappa. E che questo Natale trovi le nostre case non necessariamente “a posto”, ma aperte: aperte a Dio e aperte agli altri. Perché se in un focolare c’è Gesù, anche con poco, c’è già tutto. E da una famiglia che ama così, nasce davvero la Chiesa: una luce che non abbaglia, ma scalda; una luce che non giudica, ma accoglie; una luce che non fa rumore, ma salva.

Daniele Chierico

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Come due apripista

Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote (1, 46-55; CCL 120, 37-39)  «Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46). Dice: il Signore mi ha innalzato con un dono così grande e così inaudito che non è possibile esprimerlo con nessun linguaggio: a stento lo può comprendere il cuore nel profondo. Levo quindi un inno di ringraziamento con tutte le forze della mia anima e mi do, con tutto quello che vivo e sento e comprendo, alla contemplazione della grandezza senza fine di Dio, poiché il mio spirito si allieta della eterna divinità di quel medesimo Gesù, cioè del Salvatore, di cui il mio seno è reso fecondo con una concezione temporale. […] «Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1, 55).

Si intende la discendenza spirituale, non carnale, di Abramo; sono compresi, cioè, non solo i generati secondo la carne, ma anche coloro che hanno seguito le orme della sua fede, sia nella circoncisione, sia nell’incirconcisione. Anche lui credette quando non era circonciso, e gli fu ascritto a giustizia. La venuta del Salvatore fu promessa ad Abramo e alla sua discendenza, cioè ai figli della promessa, ai quali è detto: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29).   È da rilevare poi che le madri, quella del Signore e quella di Giovanni, prevengono profetando la nascita dei figli: e questo è bene perché, come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita.

A poche ore dal Natale la Chiesa ci offre questo scritto del quale abbiamo preso la prima e ultima frase; la prima contestualizza il commento sull’inno del Magnificat, la seconda è quella che più ci è parsa adatta al nostro tempo.

Ultimamente stiamo assistendo a rivendicazioni della parte femminile della società a scapito di quella maschile, ovviamente ci sono state e ci sono esagerazioni da entrambe le parti, e queste avvengono quando si perde la bussola che orienta: l’antropologia cristiana. Nella corretta antropologia cristiana il maschile ed il femminile hanno medesima dignità, la quale si esprime e si manifesta con specificità peculiari per ciascuno dei due sessi, fermo restando che molte caratteristiche sono comuni. E’ questa la corretta visione che orienta il cristiano, perciò anche letture come quella sopra non prestano il fianco a ideologie varie proprio perché partono dalla visione che l’uomo è stato creato maschio e femmina, due sessi differenti in vista della comunione tra loro.

I due co-protagonisti dell’Avvento sono la Madonna ed il Battista, (non a caso un maschio ed una femmina) poiché sono posti come guide per noi, come due prototipi, come se fossero due bodyguard i quali fanno da apripista per il vip che deve passare in mezzo alla folla. Similmente ai bodyguard, i due apripista dell’Avvento non hanno attirato gli sguardi della gente su di sé, ma hanno aperto la strada al Figlio di Dio, ed ognuno dei due l’ha fatto con modalità singolari incarnate nella propria mascolinità e femminiltà.

[…] come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita. Questa ultima frase è carica di speranza per l’umanità intera, non serve sbandierare nessuna rivendicazione, perché semplicemente sta dicendo una verità. Il Signore ha disposto che sia la donna a custodire dentro di sè la vita nascente, e questo dato che potrebbe sembrare un mero dato biologico, apre la finestra sulla vita interiore, ci sta dicendo che la donna è posta come prima tenera culla non solo della vita corporale ma anche di quella spirituale. Certamente la Madre del Signore e santa Elisabetta avevano al loro fianco san Giuseppe e san Zaccaria, custodi e protettori a loro volta della propria sposa che portava in grembo la vita nascente.

San Beda ci dona un carico di speranza per il nostro futuro, poiché ci sta dicendo che la maternità, biologica o spirituale, ha un ruolo fondamentale per ridare al nosto mondo la vita, nel senso più ampio della parola.

Cari sposi, ma una donna come può portare una tale fardello da sola? Ha bisogno di un uomo che la protegga, la sostenga, la solleciti, la custodisca, e che la affianchi nel ridare a questo nostro mondo la vita bella che il Natale porta con sè.

Coraggio sposi, in questo tempo speciale tocca a noi sposi fare da apripista alla vita bella, alla Vita vera, così come hanno fatto il Battista e la Madonna, ed ognuno di noi lo può fare nella propria sponsalità, nel proprio matrimonio, nella propria mascolinità o femminilità.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina

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Il Cantico dei Cantici: Un Amore Vivo e Reale

C’è sempre un momento, alla fine di un percorso intenso, in cui nasce una tentazione sottile: chiudere il libro, tornare alla propria vita e pensare che ciò che abbiamo letto sia bello, profondo, persino commovente… ma non reale. Una storia affascinante, sì, ma lontana dalla concretezza delle nostre giornate, dalle fatiche della coppia, dalla stanchezza, dai silenzi, dalle ferite che conosciamo fin troppo bene.

È qui che rischiamo di liquidare tutto come una favola. Un amore così? Troppo alto, troppo esigente. Roba da ingenui, da sognatori, da chi non ha mai fatto davvero i conti con la vita. E invece no. Qui sta il punto decisivo: noi siamo stati creati per un amore così. Non per una versione ridotta, prudente, difensiva dell’amore, ma per un amore pieno, totale, incarnato.

Dio non sbaglia i suoi doni. Non è avaro. Non ci ha messi accanto “quell’uomo” o “quella donna” per sopravvivere emotivamente o per accontentarci di stare un po’ meno soli. Ci ha pensati per la felicità. Una felicità reale, concreta, attraversata dal limite ma non schiacciata da esso. Se spesso il matrimonio ci appare povero, spento o deludente, non è perché il sogno di Dio sia irrealistico, ma perché noi, lentamente, abbiamo smesso di crederci. Ci siamo adattati. Abbiamo abbassato l’orizzonte. Abbiamo perso lo sguardo sulla bellezza e sulle potenzialità della relazione che ci è stata affidata. E così, quasi senza accorgercene, dilapidiamo il tesoro più grande della nostra vita.

Il Cantico dei Cantici non è un libro romantico nel senso superficiale del termine. È un testo profetico. Profetico nel significato più autentico: rivela il desiderio di Dio sull’uomo e sulla donna. Racconta un amore già redento. Un amore che non nega il corpo, il desiderio, la passione, ma li riporta alla loro verità più profonda. Dopo Cristo, nessun amore umano è più “solo umano”. Con la sua morte e risurrezione, Gesù ha redento il mondo e ha redento anche il nostro modo di amarci.

Il matrimonio, allora, non è semplicemente una cornice religiosa data a un legame affettivo. È il luogo concreto in cui la redenzione prende carne. Attraverso il matrimonio, Dio entra nella relazione e la guarisce dall’interno. Ci riporta alle origini, a quell’Eden in cui Adamo ed Eva vivevano una comunione piena, non perché fossero perfetti, ma perché erano trasparenti, affidati, uniti.

Questo non significa che il matrimonio sia una magia. Non esistono formule automatiche. La grazia non sostituisce la libertà né l’impegno umano. Gesù non fa tutto al posto nostro. Chiede collaborazione. Chiede scelte. Chiede uno stile. Vivere il matrimonio “alla presenza di Gesù” significa assumere il suo modo di amare: la tenerezza che non possiede, la misericordia che non umilia, la volontà ostinata di donarsi anche quando costa.

Dal punto di vista psicologico, questo significa uscire dalle dinamiche difensive, smettere di vivere la relazione come un campo di battaglia o come un contratto di reciproca soddisfazione. Significa imparare a riparare, a chiedere perdono, a rialzarsi. L’errore non diventa più motivo di rottura, ma occasione di crescita. La ferita non genera distanza, ma può trasformarsi in luogo di incontro. Il peccato è sconfitto non perché non sbagliamo più, ma perché non ha più l’ultima parola.

Allora potrò dire: io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me. Non come slogan, ma come esperienza possibile. Imperfetta, certo, ma reale. Un amore che desidera, che cerca, che ricomincia.

Fare della propria vita un Cantico incarnato significa questo: permettere a Dio di rendere la nostra coppia una profezia vivente. Il mondo non ha bisogno di coppie perfette, ma di coppie vere, riconciliate, capaci di mostrare che l’amore può attraversare il limite senza spegnersi.

Un sacerdote ha detto una frase che coglie l’essenza del sacramento del matrimonio: Il matrimonio è un sacramento perché è il segno visibile del sogno invisibile di Dio. Dio ha scelto l’amore degli sposi per raccontare se stesso. Per questo gli sposi sono chiamati a vivere il loro “sacerdozio”: offrire la propria relazione come luogo di servizio, di cura, di sacrificio reciproco. Solo così diventano profeti dell’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II lo ripete con forza: Famiglia, diventa ciò che sei. Sta a noi scegliere se restare due persone che stanno bene insieme o diventare davvero ciò che siamo chiamati a essere: luce, speranza, fuoco. Chiara Corbella Petrillo lo dice senza sconti: La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla. Altrimenti non è vocazione, ma semplice accompagnarsi fino alla morte.

Sta a noi decidere se vivere o semplicemente sopravvivere. Se essere fuoco o accontentarci delle ceneri.

Antonio e Luisa

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Il dono natalizio della fede

Cari sposi, oramai è prossimo il giorno di Natale, l’Avvento è agli sgoccioli. L’attesa è compiuta e tutta la Parola di oggi ci colloca già nell’anticamera di Betlemme. E allora quale miglior preparazione immediata che riascoltare una delle “annunciazioni” di Gesù, rivolta a Giuseppe?

Se ci immedesimiamo nelle sue circostanze, possiamo solo restare ammirati e stupiti dalla fede che dimostra davanti a un fatto di per sé drammatico e sconcertante. Una fede, infatti, che non veniva affatto spontanea in un frangente del genere.

Difatti, secondo la prassi ebraica di allora, Maria era già formalmente sua moglie per aver iniziato il kiddushin con cui si erano scambiate le promesse tra loro e solo mancava la celebrazione con il banchetto affinché il matrimonio fosse completo. Proprio in questo lasso di tempo, Giuseppe viene a sapere della gravidanza di Maria, subendo durissimo colpo al cuore e sperimentando una profonda delusione nei suoi confronti. Eppure, egli agisce in modo del tutto diverso da quello che nel suo milieu sarebbe stato usuale.

Anche se avesse optato per la soluzione più soft, di certo, però, la notizia del tradimento della moglie prima o poi sarebbe trapelata trasformandosi inesorabimente in una macchia disonorevole e scandalosa, un’infamia traumatica, che avrebbe senz’alcun dubbio precluso per sempre a Maria un nuovo matrimonio e condannandola ad una triste solitudine per il resto dei suoi giorni.

Eppure, Giuseppe, in fin dei conti, compie un gesto eroico: sfidando l’evidenza si fida di Dio e accoglie Maria così com’è, dimostrando una fede profondissima, speculare a quella della sua consorte qualche mese prima. Questo ci mostra come la volontà di Dio passa per vie a noi il più delle volte ignote. Ma è proprio quando Lui ci scombina i piani e noi, comunque, ci fidiamo che poi accadono meraviglie!

Il Signore vuole dirci che è con questa fede che ci possiamo approcciare al Natale e solo se noi ci sintonizziamo con l’atteggiamento di Maria e Giuseppe possiamo incontrare personalmente Gesù. Al contrario sarà di certo una gran bella festa tradizionale, tra panettoni, torroni e panpepato, però senz’anima, senza una vera conversione.

Sul versante nuziale questo ha un’importante ricaduta, perché il matrimonio cristiano è di più di un semplice innamoramento tra uomo e donna, reso stabile dal patto. Richiede anch’esso un atto di fede non minore di quello di Giuseppe e di Maria nei confronti della Presenza di Dio tra di loro.

Lasciamo perciò che sia San Giovanni Paolo II a ricordarci quanto sia importante la fede vissuta, una fede che getti luce sullo sguardo reciproco tra gli sposi, per non ridursi nel tempo a fissarsi nei difetti reciproci:

“Il momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla celebrazione del sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura è la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull’amore coniugale: esso è Parola di Dio che «rivela» e «compie» il progetto sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e reale partecipazione all’amore stesso di Dio per l’umanità. Se in se stessa la celebrazione sacramentale del matrimonio è proclamazione della Parola di Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e celebranti deve essere una «professione di fede» fatta entro e con la Chiesa, comunità di credenti. Questa professione di fede richiede di essere prolungata nel corso della vita vissuta degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio” (Familiaris consortio 51).

Quanto dice il Papa si riflette anzitutto nella fede genuina di Giuseppe e di Maria. Infatti, come Giuseppe ha guardato con fede Maria, anche nell’ora della prova e viceversa Maria ha visto nella fede Giuseppe come l’uomo che avrebbe rispettato la sua scelta verginale, parimenti voi sposi siete chiamati ad usare il grande dono della fede per vedervi come parte di un Progetto più grande di voi, uno sguardo che il buon senso non riuscirà mai a raggiungere. Perciò, solo nella luce proveniente da quella Grotta avrete quella sicurezza e certezza di essere sulla strada giusta e la conferma di vedervi secondo gli occhi di Dio.

ANTONIO E LUISA

Ci si sposa quasi sempre con un’idea in testa: come dovrebbe essere il nostro matrimonio, la nostra famiglia, persino noi stessi come sposi. Poi la vita arriva, sorprende, spiazza, mette alla prova. È successo anche a noi. E lì si capisce una cosa decisiva: l’ideale, se non incontra il reale, diventa una fuga. Il matrimonio non è costruire la famiglia perfetta, ma imparare a stare nella realtà così com’è. È cercare Gesù nel qui e ora, nelle fatiche, nei limiti, nelle gioie imperfette. È ritrovarsi davvero, e insieme ritrovare Cristo, non nell’idea, ma nella vita vissuta.

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L’Iper-Razionale. Quando la testa protegge il cuore

Oggi affrontiamo il terzo stile di adattamento. Dopo il compiacente e il controllante, oggi l’iper-razionale.  Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Razionale, probabilmente lo riconosci subito: è una persona lucida, riflessiva, capace di mantenere la calma quando le emozioni rischiano di travolgere tutto. Non alza la voce, non si lascia andare agli eccessi, non reagisce d’impulso. Di fronte a un problema, pensa. Analizza. Ordina. E spesso trova soluzioni.

Nell’Analisi Transazionale questo stile è chiamato Iper-Razionale. È uno degli adattamenti più silenziosi e meno appariscenti, ma anche tra i più fraintesi. Perché dall’esterno può sembrare distacco, mentre dentro è spesso protezione. L’Iper-Razionale non ha scelto la testa al posto del cuore per superiorità o freddezza: lo ha fatto perché, molto presto nella sua storia, ha imparato che sentire era rischioso.

Spesso è cresciuto con messaggi impliciti come: “Non provare troppo”, “Le emozioni creano problemi”, “Pensa, così sei al sicuro”. Da bambino ha scoperto che la mente poteva diventare un rifugio affidabile quando il mondo emotivo era confuso, intenso o doloroso. Così ha imparato a governare la realtà con il pensiero. È stata una strategia intelligente. Gli ha permesso di stare in piedi, di funzionare, di non andare in pezzi.

Nel matrimonio questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Razionale è spesso una roccia nei momenti difficili. Quando tu sei travolto dalle emozioni, lui resta lucido. Quando il conflitto rischia di esplodere, lui lo raffredda. Porta ordine dove c’è caos, chiarezza dove c’è confusione. È affidabile, costante, coerente. E questo è un grande bene per la coppia.

La sua logica non è assenza di amore. È, al contrario, una forma di cura. È come se dicesse: “Fammi capire, fammi mettere in ordine, così posso proteggere ciò che conta”. Anche spiritualmente, questo stile custodisce una virtù preziosa: la prudenza, la capacità di discernere, di non farsi guidare solo dall’emotività del momento.

Il problema nasce quando la testa diventa l’unico linguaggio possibile. Perché l’amore non vive solo di comprensione, ma anche di condivisione emotiva. E qui emerge la fatica dell’Iper-Razionale. Le emozioni, soprattutto quelle dolorose, lo mettono in difficoltà. Gli sembrano confuse, sproporzionate, ingestibili. Così tende ad analizzarle invece di attraversarle. A spiegarle invece di sentirle. A parlarne come concetti più che come esperienze.

Tu, come coniuge, potresti sentirti solo davanti a questo muro silenzioso. Potresti pensare: “Non ti coinvolgi”, “Non mi senti davvero”, “Ti tieni sempre un passo indietro”. Ma la verità è più profonda e più tenera: l’Iper-Razionale sente molto, spesso più di quanto mostri. Solo che non ha imparato come stare dentro a ciò che sente senza paura.

Spiritualmente assomiglia a Nicodemo: cerca Dio con la mente, fa domande, ragiona, ma fatica ad abbandonarsi. Eppure l’amore — umano e divino — chiede anche fiducia, esposizione, rischio.

Se hai sposato una persona così, il tuo ruolo è delicato. Non sei chiamato a smontare la sua corazza, ma a renderla non più necessaria. Evita di forzarlo con frasi come “Devi sentire di più” o “Sei freddo”. Per lui sono accuse che lo spingono a chiudersi. Aiutalo invece a sentire che può fare piccoli passi emotivi senza essere travolto. Usa parole chiare, concrete. Dagli tempo. Non interpretare la sua calma come disinteresse: spesso è un modo per non perdersi. Valorizza ogni tentativo di apertura, anche minimo. Crea spazi di intimità tranquilli, non drammatici. L’eccesso emotivo lo manda in allarme.

L’Iper-Razionale cresce quando si sente accolto così com’è, mentre impara — lentamente — a scendere dalla testa al cuore. Il suo cammino non è diventare emotivo o impulsivo, ma integrare. Lasciare che il cuore parli senza essere subito corretto dalla mente. Imparare a nominare un’emozione senza spiegarla. A lasciarsi consolare. A pregare non solo pensando Dio, ma sentendosi tenuto da Lui.

È il cammino del Salmo 131: un’anima pacificata, non perché capisce tutto, ma perché si affida. Quando questo accade, l’amore dell’Iper-Razionale diventa una forza straordinaria: stabile, saggia, ma finalmente anche tenera. Non più una testa che protegge il cuore dalla vita, ma una testa che aiuta il cuore a respirare.

Antonio e Luisa

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Capaci per la Sua potenza

Dalla «Lettera a Diognèto» (Cap. 8, 5 – 9, 6; Funk 1, 325-327) […] Dopo aver tutto disposto dentro di sé assieme al Figlio, permise che noi fino al tempo anzidetto rimanessimo in balia d’istinti disordinati e fossimo trascinati fuori della retta via dai piaceri e dalle cupidigie, seguendo il nostro arbitrio. Certamente non si compiaceva dei nostri peccati, ma li sopportava; neppure poteva approvare quel tempo d’iniquità, ma preparava l’era attuale di giustizia, perché, riconoscendoci in quel tempo chiaramente indegni della vita a motivo delle nostre opere, ne diventassimo degni in forza della sua misericordia, e perché, dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza. […]

Nell’Ufficio di qualche giorno fa, ci è stato proposto uno stralcio di questa “Lettera a Diogneto”, dal quale noi abbiamo estrapolato solo qualche riga che ci aiuterà nella riflessione odierna.

Non è raro per noi incontrare coppie che ci confidano le proprie debolezze di singoli o di coppia, le proprie incapacità a far decollare il proprio matrimonio e, spesso, ci troviamo spiazzati al primo momento. Quando in una coppia sorgono problemi non bisogna aver paura di andare da qualcuno, poiché questo qualcuno esterno alla coppia è libero da coinvolgimenti affettivi, libero anche da dinamiche interne alla coppia che rendono il suo sguardo sulla situazione più lucido.

Dopo un primo momento spiazzante bisogna prendersi un poco di tempo per analizzare con calma varie questioni. Per gli sposi questo primo momento potrebbe sembrare come una montagna invalicabile, potrebbe spaventare un po’, ma la paura a volte tira brutti scherzi, perciò è necessario astenersi da giudizi affrettati e mettersi in una condizione di ascolto. Essa è una condizione che va oltre il mero udire, e richiede anche l’adesione del cuore.

Di solito noi non cominciamo mai col dispensare consigli e/o tattiche di comunicazione tra i due e/o strategie per far funzionare la coppia, la prima cosa che facciamo è quella di ricordare ai due proprio che sono in due, cioè che sono una coppia, che sono un sacramento vivente, che Dio li ha pensati insieme fin dall’eternità per essere il Suo amore incarnato maschile per lei e femminile per lui.

Cari sposi, il nostro impegno deve essere il massimo possibile, ma da soli non combineremmo niente (cfr. Gv 15.5 : “[…]senza di me non potete far nulla“), ci vuole la potenza salvifica di Dio Amore, la potenza del Santo Spirito che infonde nella nostra umanità maschile e femminile il Suo Amore, ci vuole la Redenzione operata dal Figlio che porta su di sè i nostri peccati e ci trasferisce nel Suo Regno: dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza.

Tutto questo non è indolore, però è possibile, con Lui l’impossibile diventa possibile, con la Sua potenza un marito burbero diventa una fonte di tenerezza, una sposa acida diventa amabile. Questi miracoli sono Grazie del Sacramento del Matrimonio che la Madonna non vede l’ora di spandere su noi sposi.

Coraggio! Manca poco al Natale.

Giorgio e Valentina

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Aspettare il Natale quando si è nel dolore

Concludiamo oggi, con questo articolo, la trilogia dedicata all’attesa del 25 dicembre. Lo abbiamo fatto prima con la riflessione “Aspettare il Natale con il coniuge“, poi con “Aspettare il Natale con i figli“. Oggi lo facciamo con la terza tappa: la più difficile ma quella da cui possono nascere i frutti più abbondanti e inaspettati.

Aspettare il Santo Natale quando si è nel dolore è forse una delle prove più grandi della fede. L’Avvento, che per molti è un tempo di gioia, di speranza e di preparativi festosi, per chi vive una sofferenza profonda può apparire come un tempo stonato, in cui le luci del mondo sembrano ferire più che consolare. La malattia, il lutto, la vedovanza, la perdita di un figlio, la precarietà del lavoro, la solitudine: tutte queste ferite rischiano di rendere difficile l’attesa del Natale. Ci si chiede come poter celebrare la nascita di Gesù quando dentro il cuore sembra esserci solo il buio.

Eppure, proprio in queste situazioni di dolore, il senso più vero del Natale si rivela in tutta la sua forza. Cristo non è venuto nel mondo per i sani, i forti o i felici, ma per i poveri, gli ultimi, i sofferenti, coloro che portano un peso che sembra insopportabile. Nasce in una grotta, non in un palazzo; viene alla luce in una famiglia semplice e perseguitata, non tra i privilegiati. L’Emmanuele, il Dio-con-noi, sceglie di condividere fino in fondo la fragilità umana: il freddo, la povertà, l’incomprensione, l’insicurezza. Attendere il Natale nel dolore significa allora ricordare che Dio non è lontano, ma entra proprio nelle nostre ferite, si siede accanto a noi, piange con noi, cammina con noi.

Il lutto o la mancanza di una persona cara rendono particolarmente difficile questo tempo. La sedia vuota a tavola, il silenzio che sostituisce la voce amata, il vuoto che nessun dono potrà colmare: tutto sembra gridare l’assenza. Ma il Natale, vissuto nella fede, annuncia che la morte non ha l’ultima parola. Il Bambino che nasce a Betlemme è lo stesso che, un giorno, morirà e risorgerà per aprire a tutti la vita eterna.

Attendere il Natale è un esercizio di speranza: credere che coloro che ci hanno preceduto non sono perduti, ma vivono già nella luce di Dio, e che la nostra attesa non sarà vana perché un giorno saremo nuovamente insieme. Anche la malattia o la disoccupazione portano con sé un senso di impotenza e di fallimento.

Si ha l’impressione che tutto il mondo festeggi, mentre dentro si è prigionieri della stanchezza o della preoccupazione. In queste situazioni, l’Avvento ci invita a un’attesa umile e vera: non aspettare che le cose si aggiustino per trovare pace, ma accogliere Cristo così come siamo, con le nostre ferite aperte. Dio non ci chiede di essere forti per incontrarci: viene come un Bambino proprio per mostrarci che la sua forza si manifesta nella debolezza. La grotta di Betlemme diventa allora immagine del cuore ferito: povero, spoglio, fragile ma pronto ad accogliere la Vita nuova.

In vedovanza o dopo la perdita di un figlio, il Natale può sembrare insopportabile, perché la gioia familiare appare irrimediabilmente spezzata. Eppure, proprio qui il mistero dell’Incarnazione assume la sua dimensione più consolante: Dio entra nel dramma dell’uomo, non lo osserva da lontano. Guardiamo a Maria stessa, la Madre, conoscerà la spada del dolore che le trapasserà l’anima. Guardiamo a Giuseppe, che porterà nel cuore la fatica di proteggere la sua famiglia nella precarietà. Non c’è lacrima che il Figlio di Dio non abbia in qualche modo condiviso. E la fede ci dice che, nella notte più buia, la luce di Cristo continua a brillare, anche se flebile, come una piccola fiamma che nessuno potrà spegnere.

Aspettare il Natale nel dolore significa allora vivere un’attesa che non è fatta di frenesia o di feste quanto piuttosto di silenzio, di preghiera, di affidamento. È imparare a sostare davanti al presepe con il cuore ferito e dire: Signore, non ho nulla da offrirti se non la mia sofferenza ma Tu sei venuto proprio per questo: per prendere su di Te il peso del mio dolore e trasformarlo in speranza. È riconoscere che la nascita di Gesù non elimina magicamente le nostre croci, piuttosto le illumina con la certezza che non siamo soli.

Il Santo Natale, anche nel dolore, non smette di essere promessa. È l’annuncio che Dio ha scelto di abitare la fragilità, che la notte non è eterna, che la luce vince sempre sulle tenebre. È l’invito ad attendere non con la gioia facile e rumorosa del mondo ma con la speranza silenziosa di chi sa che, anche nel pianto, Dio si fa vicino. Così, quando arriverà la notte santa, anche chi porta dentro una ferita potrà sussurrare con fede: «Ecco, il Signore è venuto non sono più solo».

Fabrizia Perrachon

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Il dolore e il perdono: un amore autentico in Osea

Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito. Tolga dalla sua faccia i segni delle sue prostituzioni e dal suo petto i segni del suo adulterio… (Os 2,4)

Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. (Os 2,16)

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, nella fedeltà, e tu conoscerai il Signore. (Os 2,21-22)

La Scrittura non ha paura di mostrare l’amore nel suo punto più fragile. La storia di Osea e Gomer non comincia con parole tenere, ma con un’accusa dura, quasi brutale. C’è rabbia, c’è umiliazione, c’è la ferita aperta dell’infedeltà. Non viene censurata. Non viene spiritualizzata. Viene detta.

Ed è proprio questo a renderla sorprendentemente vera anche oggi. C’è una forma di infedeltà che non fa rumore. Non esplode in uno scandalo, non arriva subito all’adulterio conclamato, ma scava lentamente. È l’infedeltà quotidiana: lo sguardo che si ritrae, la presenza che si spegne, l’altro che smette di essere scelto. Come l’acqua che scorre sotto un ponte, può sembrare innocua, ma alla lunga è capace di far crollare anche i matrimoni più solidi.

Il testo di Osea intercetta questa verità profonda: l’infedeltà non è solo un atto, ma un processo. E quando diventa manifesta, mette la coppia davanti a un bivio che la nostra cultura conosce bene: condannare o chiudere un occhio. Vendicarsi o normalizzare. Tagliare o tollerare.

Osea sceglie una terza via, che è la più faticosa: restare senza negare il dolore.

Dal punto di vista psicologico, Osea è un uomo attraversato da una rabbia autentica. Non la rimuove. Non la maschera di spiritualità. La esprime. In termini di Analisi Transazionale, potremmo dire che il suo Bambino ferito prende voce: chiede giustizia, riconoscimento, riparazione. Sarebbe pericoloso saltare questo passaggio. Un perdono che non attraversa la rabbia è fragile, perché non nasce dalla verità.

Ma Osea non resta lì. Sotto la rabbia, ascolta qualcosa che ancora vive: l’amore. E qui avviene il passaggio decisivo allo Stato dell’Io Adulto. Non perché il dolore sparisca, ma perché l’Adulto permette di non essere governati né dal Genitore Punitivo (“non meriti nulla”) né dal Bambino Vendicativo (“ti farò pagare”). L’Adulto sceglie nella realtà, non nell’impulso.

La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Il deserto, nella vita di coppia, non è una punizione ma uno spazio di verità. È il tempo in cui cadono le illusioni, i copioni relazionali, le complicità superficiali. È il luogo in cui non si può più mentire, né all’altro né a se stessi. Solo lì può riemergere la bellezza originaria del legame.

Il perdono, infatti, non è un atto eroico né una scorciatoia morale. Se fosse dato solo “perché bisogna farlo” o per sentirsi migliori, diventerebbe un gesto forzato, persino superbo. Psicologicamente, sarebbe un perdono contaminato dal bisogno di controllo o dalla paura dell’abbandono.

Il perdono vero è una proposta di futuro. Non cancella il passato, ma dice: la tua colpa non esaurisce chi sei. Per questo non può essere vissuto da soli. Chi ha tradito è chiamato ad accoglierlo non come un lasciapassare, ma come una responsabilità nuova.

Spesso chi ha tradito si sente imperdonabile. Ed è proprio qui che il perdono dell’altro diventa profezia: riapre la possibilità di credere ancora nell’amore. Non ingenuo, non cieco, ma più adulto e più vero.

Osea non racconta una favola. Racconta un amore che rifiuta la scorciatoia. Un amore che non confonde il perdono con la debolezza, né la giustizia con la vendetta. Un amore che sceglie di restare umano, perché solo così può diventare davvero divino.

Antonio e Luisa

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Litigate da adulti o da bambini?

Ci sono conflitti di coppia che non nascono da grandi differenze di visione o da problemi oggettivamente irrisolvibili. Nascono piuttosto da un movimento interiore silenzioso: due adulti che, sotto pressione, smettono di abitare la loro maturità e si incontrano nello Stato dell’Io Bambino. È una dinamica molto più frequente di quanto si pensi e, proprio perché spesso inconsapevole, può diventare profondamente logorante.

Quando entrambi i coniugi restano nel Bambino e scivolano nella competizione, il conflitto cambia natura. Non è più un luogo di confronto, né un’occasione di crescita. Diventa una lotta per affermare il proprio dolore, una ricerca di conferme che passa attraverso la contrapposizione. In quei momenti il problema concreto passa in secondo piano: ciò che conta è non perdere, non cedere, non sentirsi meno dell’altro.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a dare un nome a ciò che accade, mentre l’esperienza cristiana del matrimonio ci ricorda che ogni crisi può diventare un passaggio di maturazione, se accolta con verità.

Il Bambino interiore di ognuno, in sé, non è il nemico. Anzi. È la parte della persona in cui abitano le emozioni, i bisogni, la sensibilità, la capacità di affidarsi e di gioire. È anche il luogo delle ferite più antiche. Il problema nasce quando, davanti a una frustrazione o a una delusione, questa parte prende il comando senza il sostegno dello Stato Adulto. La nostra parte adulta è quella che sta nel presente, nel qui ed ora.

Nella vita di coppia capita spesso che un litigio esploda in modo sproporzionato rispetto all’evento che lo ha scatenato. Non perché ciò che è accaduto sia davvero così grave, ma perché sotto la superficie si è attivata una competizione tra gli Stati Bambino. Succede soprattutto quando uno o entrambi si sentono trascurati, non ascoltati, non riconosciuti.
È in questo passaggio che il confronto rischia di trasformarsi in una gara. Quando entrambi restano nel Bambino, la discussione smette di riguardare ciò che è successo e diventa una competizione affettiva: chi soffre di più, chi ha dato di più, chi è stato più ferito. Ognuno protegge il proprio dolore come un territorio da non cedere. Ascoltare l’altro diventa pericoloso, perché viene vissuto come una perdita di posizione.
In quei momenti il coniuge, pur essendo la persona più amata, viene percepito interiormente come un avversario, quasi come un “nemico” da cui difendersi. Ed è proprio qui che le parole di Gesù – «amate i vostri nemici» – smettono di essere un ideale astratto e rivelano tutta la loro concretezza. Non parlano solo dei nemici esterni, ma di quel passaggio interiore in cui l’altro, ferendoci, smette di apparirci come alleato. Amare in quel momento non significa negare il dolore, ma scegliere di non reagire secondo la logica della competizione. Significa interrompere la spirale del Bambino ferito e fare spazio a uno sguardo più adulto, capace di custodire la relazione anche quando l’altro ci appare, per un istante, come chi ci sta togliendo qualcosa.

In questa dinamica l’altro non è più un compagno di cammino, ma un rivale. E la relazione, lentamente, si inaridisce. Eppure, sotto questa competizione, c’è quasi sempre un bisogno semplice e profondissimo: essere visti, essere riconosciuti, essere amati. Un bisogno legittimo, che però il Bambino non sa esprimere in modo diretto. Così, invece di dire “ho bisogno che tu mi ascolti”, accusa. Invece di dire “mi sento fragile”, si irrigidisce. Invece di chiedere vicinanza, crea distanza.

È un paradosso che molte coppie conoscono bene: più si cerca amore nel modo sbagliato, più si ottiene l’effetto opposto. Perché allora è così difficile uscire da questa dinamica? Perché, in quel momento, restare nel Bambino sembra più sicuro. Uscirne significa abbassare le difese, rinunciare ad avere ragione, esporsi al rischio di non essere accolti. Il Bambino preferisce una sofferenza conosciuta a una vulnerabilità nuova. E così la coppia resta bloccata, anche quando entrambi stanno male.

Ma una relazione non può crescere se resta prigioniera di questa logica. Due Bambini che competono non costruiscono intimità: accumulano risentimento. La via d’uscita non passa dalla repressione delle emozioni, ma dall’attivazione dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega ciò che il Bambino sente, ma se ne prende cura. Traduce l’emozione in parola, il bisogno in richiesta, la ferita in dialogo. È la parte capace di fermarsi, di fare un passo indietro, di scegliere.

Nel matrimonio cristiano, questo passaggio è anche un atto spirituale. Significa scegliere la comunione invece della rivendicazione, la mitezza invece della reazione impulsiva. Significa credere che il legame vale più dell’ego.

È importante ricordarlo: basta che uno solo dei due rientri nell’Adulto perché la dinamica cambi. Non è debolezza, ma una forma alta di responsabilità e di leadership affettiva. Il cambiamento vero avviene quando la coppia smette di chiedersi chi ha ragione e inizia a domandarsi che cosa sta succedendo tra loro. È lì che il conflitto smette di essere un campo di battaglia e può diventare, lentamente, un luogo di verità.

Il conflitto Bambino–Bambino non è un segno di fallimento, ma un segnale. Dice che ci sono bisogni non ascoltati e ferite che chiedono parola. Crescere come coppia significa imparare a custodire il proprio Bambino interiore senza lasciargli il volante nei momenti decisivi. Perché l’amore maturo non è quello che non litiga mai, ma quello che, anche nel conflitto, smette di competere e torna a scegliersi, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Riscoprire il Fuoco nel Tuo Matrimonio

Il fuoco ci richiama le fiamme. Fiamme dell’inferno ma anche dello Spirito Santo. Spirito Santo che è Amore. Il fuoco racconta anche l’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una parola che attraversa tutta la Scrittura e, se sappiamo ascoltarla, attraversa anche la vita degli sposi. È una parola semplice, concreta, ma potentissima: fuoco. Prima di concludere questo percorso che ci ha accompagnati nella bellezza – e nella fatica – dell’amore sponsale, è necessario fermarsi qui. Non per aggiungere concetti, ma per lasciarci interrogare nel profondo.

Nella Bibbia il fuoco non è mai neutro. Non è solo un elemento naturale. È segno di una Presenza viva. Nel libro dei Numeri, un fuoco illumina l’Arca durante la notte: Dio non dorme, veglia, guida anche quando tutto intorno è buio. A Mosè Dio si rivela in un roveto che arde senza consumarsi: un fuoco che non distrugge, ma chiama; che non annienta, ma custodisce. È un Dio che si manifesta senza imporsi, che attrae senza violentare. Nel Vangelo, però, Gesù va ancora oltre e pronuncia parole che disturbano: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49).

Che cosa desidera davvero Gesù? Non il conflitto fine a se stesso, ma un amore rimesso al centro. È come se dicesse: sono venuto a riaccendere ciò che si è spento, a sciogliere ciò che si è irrigidito, a ridare vita a cuori che hanno imparato a sopravvivere invece che ad amare. Il fuoco di cui parla Gesù è il desiderio di Dio di tornare ad abitare il cuore dell’uomo, non come idea, ma come esperienza viva.

La domanda allora diventa inevitabile: questo fuoco arde anche in noi? Si sente nella nostra vita? Nel nostro matrimonio? Illumina, scalda, mette in movimento? Oppure è diventato una brace tiepida, appena percettibile, che non disturba e non riscalda più nessuno?

Nel matrimonio questa domanda è decisiva. Perché l’amore sponsale non è chiamato solo a funzionare, ma a testimoniare. I figli, le persone che vivono accanto a noi, chi incrocia la nostra quotidianità: guardandoci, possono intuire qualcosa di come Dio ama? O vedono solo due persone stanche che resistono, che si adattano, che fanno il minimo indispensabile?

Un fuoco che non scalda e non illumina non è davvero fuoco. E qui la Parola di Dio ci colpisce con una forza disarmante attraverso il messaggio alla Chiesa di Laodicea, nell’Apocalisse: Tu non sei né freddo né caldo… poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15-16).

La tiepidezza non è il peccato clamoroso. È molto più sottile. È l’abitudine, il “si è sempre fatto così”, il vivere accanto invece che insieme. È quando l’amore non ferisce più, ma nemmeno guarisce. È quando non si litiga più, ma neppure ci si cerca davvero.

La Chiesa di Laodicea assomiglia terribilmente alle nostre chiese domestiche. Alla casa di Antonio e Luisa. Alla tua casa. Ognuno può mettere il proprio nome. È lì che Gesù dice: Ecco, sto alla porta e busso. Non sfonda, non obbliga. Bussa. Attende.

Alla fine della vita non saremo giudicati sull’efficienza, sul successo o sulla perfezione. Saremo giudicati sull’amore. Possiamo immaginare quelle domande che bruciano più di qualsiasi accusa: Hai amato tua moglie? Sei stato fuoco per lei o solo presenza tiepida? Hai messo altro prima della tua vocazione di sposo? Hai capito che da solo eri troppo povero per amare davvero e che avevi bisogno della mia grazia? Ti sei lasciato educare, purificare, trasformare?

Sono domande che non servono a colpevolizzare, ma a svegliarci ora. Perché se il fuoco dello Spirito non viene custodito, alimentato, scelto ogni giorno, il matrimonio entra lentamente in agonia. Non muore all’improvviso: si spegne per mancanza di ossigeno, di verità, di dono.

Questo fuoco è stato incarnato in modo luminoso nella vita di Chiara Corbella Petrillo, quando diceva: «L’amore ti consuma ma è bello morire consumati come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo».

Qui l’immagine cambia: non più il roveto che non si consuma, ma la candela che sì, si consuma. E proprio così compie la sua missione. Una candela nuova, perfetta, intatta, è bellissima. Ma è spenta. Non scalda, non illumina. Una candela accesa invece perde la sua forma, cola, si accorcia, si segna. Eppure diventa viva. Diventa utile. Diventa bella.

Sapete quando una sposa o uno sposo sono davvero belli? Non quando sono impeccabili, ma quando sono stanchi e ancora capaci di tenerezza. Quando la giornata li ha consumati eppure non ha indurito il cuore. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza: preferisco famiglie con il volto stanco per i sacrifici piuttosto che volti imbellettati incapaci di compassione.

La bellezza autentica non teme il tempo che passa, le rughe, i segni lasciati dalla vita. È la bellezza di chi si è lasciato consumare dall’amore. Una luce che non viene solo dalla persona, ma è riflesso della luce di Dio. Essere fuoco significa questo: consumarsi per amore. Per il coniuge, per i figli, per chi incontriamo. Solo così il matrimonio diventa profezia. Solo così racconta Dio. In un mondo stanco, disilluso e spesso tiepido, una coppia che arde davvero può ancora illuminare la strada e ridare speranza.

Antonio e Luisa

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La gioia di essere profeti

Cari sposi, la medicina è concorde nell’affermare che la risata ha un potere curativo sul corpo perché stimola la produzione di endorfine, serotonina e dopamina, ovvero i neurotrasmettitori associati al piacere, alla motivazione e al benessere.

Oggi la Liturgia ci invita alla gioia, che è ben di più di una semplice risata ma in un certo senso la comprende. La Chiesa, nella sua saggia pedagogia, ci aiuta prepararci ancora meglio al Natale con un’attenuazione del carattere penitenziale dell’Avvento, che nei primi secoli aveva un’impostazione più marcatamente ascetica. Essa segnala che la celebrazione del Natale è ormai vicina e invita a una gioia anticipata, pur nel contesto dell’attesa, soprattutto dopo il tono più severo della domenica scorsa.

Da un punto di vista scritturistico dove emerge la gioia? Non pare che né Giovanni il Battista, né Giacomo invitino esplicitamente ad essa. La gioia è la conseguenza di un’attesa spasmodica che viene esaudita. Provate a pensare cosa avete sperimentato arrivando al termine di uno snervante periodo di studi, oppure alla conclusione dei lavori di costruzione della propria casa, o dell’esito positivo delle analisi dopo anni di cure…

Giovanni Battista è l’ultimo di una serie numerosa di profeti – dai 16 canonici ai 27 includendo quelli che non hanno lasciato scritti – spalmati in un tempo di quasi 1000 anni di storia. Che enorme sospensione vi era in Israele nei confronti del Messia! E Giovanni lo vede, lo tocca, ci può parlare! Da qui la gioia grande: colui di cui hanno parlato da Samuele in poi, passando per Ezechiele, Geremia, Naum, è finalmente tra noi.

È in definitiva la gioia di una Presenza che però in apparenza non è abbagliante, non suscita grande scalpore, passa quasi inosservata. È lo stile di Dio, che vuole agire in medias res, senza dare nell’occhio se non di chi ha uno sguardo di fede.

Per questo, la gioia dell’attesa che celebriamo oggi, è anche la gioia di voi sposi nel rendervi conto di vivere in Cristo per una singolare grazia che avete ricevuto nel matrimonio. Anche voi sposi infatti siete profeti di Cristo. Lo afferma con chiarezza Giovanni Paolo II:

«I testi dei Profeti hanno grande importanza per comprendere il matrimonio come alleanza di persone (ad immagine dell’alleanza di Jahvè con Israele) e, in particolare, per comprendere l’alleanza sacramentale dell’uomo e della donna nella dimensione del segno. Il “linguaggio del corpo” entra – come già in precedenza è stato considerato – nella struttura integrale del segno sacramentale, il cui precipuo soggetto è l’uomo, maschio e femmina”» (Udienza 19 gennaio 1983).

Cioè, mentre i profeti prima di Cristo parlavano soprattutto per annunciare la venuta di Cristo, voi sposi con il vostro amore, con i vostri corpi, con la vostra vita annunciate che Gesù è in mezzo a noi. Si tratta di un dono grande da ricordare ogni giorno e il Natale a sua volta ve lo rammenta, che Gesù si è fatto carne in mezzo a voi.

ANTONIO E LUISA

Essere luce del mondo e profeti dell’amore non significa essere perfetti, ma autentici. Lo siamo proprio nelle nostre fatiche, fragilità e ferite. Una famiglia senza difetti non sarebbe credibile né d’aiuto: sarebbe distante dalla vita reale. La vera testimonianza nasce da come viviamo le relazioni, da come trasformiamo le fragilità in accoglienza, il limite in perdono, la fatica in dono d’amore. Proprio così diventiamo sale della terra. Molte coppie sono luce per altre senza saperlo, convinte di non essere abbastanza. Spesso guardiamo a ciò che manca, dimenticando il valore e la forza che già possediamo.

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Santa Lucia: una donna integra e libera

Oggi la Chiesa fa memoria di Santa Lucia, giovane martire di Siracusa, amatissima soprattutto dai bambini. Per me – Antonio – questo giorno ha un significato ancora più personale: è anche il giorno del mio compleanno. E forse è per questo che, fin da piccolo, Lucia ha abitato la mia immaginazione con la sua luce limpida e ferma. Ma più cresco, più mi accorgo che la sua storia custodisce una verità essenziale della nostra fede: l’importanza del corpo.

In un mondo che spiritualizza tutto o, al contrario, riduce tutto a biologia, Lucia ricorda che il cristianesimo è una fede incarnata. La novità più destabilizzante di Cristo non è un’idea, ma un fatto: Dio si fa carne. Non appare come spirito evanescente o energia cosmica, ma come un uomo con un volto, una voce, delle mani, delle lacrime. Questa non è un’aggiunta secondaria: è la rivoluzione. Se Dio ha assunto un corpo, allora il corpo non è più un “guscio”, ma parte integrante della persona.

La cultura greco-latina tendeva a separare nettamente anima e corpo; Cristo invece ricompone, tiene insieme. La Bibbia già lo suggeriva: l’uomo nasce dal soffio e dalla polvere, dal cielo e dalla terra. E Gesù lo mostra continuamente: ama attraverso il corpo. Con lo sguardo che rialza Pietro, con la mano che tocca il lebbroso, con le lacrime sulla tomba di Lazzaro, con il pane spezzato nell’Ultima Cena. Non c’è gesto di Gesù che non passi attraverso la carne. Persino il tradimento avviene con un bacio. E la croce, il trono dell’amore, è un’offerta totale del corpo e del sangue.

La scelta di Lucia: una logica d’amore che il mondo non capiva

Dentro questa verità si comprende il coraggio radicale di Lucia. Lei desiderava appartenere totalmente a Cristo, e sapeva che questa donazione non poteva avvenire “solo” nell’anima: doveva passare dal corpo. Per questo rifiutò con fermezza un matrimonio imposto, pur conoscendo il rischio della persecuzione. Non fu incoscienza, ma lucidità. I suoi contemporanei probabilmente la giudicarono irragionevole: Perché non sposarsi e poi dedicarsi comunque a Dio? Lucia, però, aveva intuito una cosa che la fede cristiana insegna da sempre: non si può donare il cuore senza donare il corpo. La persona è una unità.

La sua verginità non fu disprezzo del matrimonio, ma risposta a una chiamata unica. La vocazione, in fondo, funziona così: ti chiede tutto. Non perché Dio sia esigente, ma perché l’amore vero non tollera le mezze misure. Chi si dona a Cristo nella verginità dice: “Il mio corpo è per Te”. Chi si dona nel matrimonio dice: “Il mio corpo è per te, sposo o sposa, segno vivo dell’amore di Dio”.

La lettura psicologica: il corpo come luogo della verità

Anche l’Analisi Transazionale ci aiuta a capire questo punto. Il Corpo, nella TA, è spesso il luogo in cui si rivelano i nostri “copioni”: tensioni, adattamenti, paure, gesti automatici. Il Bambino Adattato può usare il corpo per compiacere; il Genitore Normativo per controllare; l’Adulto, invece, lo riconosce come luogo della relazione vera, libera, responsabile.

Lucia è un esempio di Adulto integro: riconosce ciò che sente, decide con coerenza, non si lascia manipolare né dalle pressioni sociali né dalle paure interiori. Il suo corpo diventa l’espressione più limpida della sua libertà. E questo vale anche per noi sposi: nella vita matrimoniale il corpo può diventare luogo di fusione immatura, di ricatto affettivo, o di donazione adulta. Dipende da quale parte di noi sceglie di guidare.

La vocazione degli sposi: amare Dio dentro una carne che parla

Nella mia storia personale – come marito di Luisa – ho capito una cosa decisiva: posso amare mia moglie con tutta l’anima solo se la amo con tutto il corpo. Non esiste un corpo “neutro”, come se l’intimità fosse un’appendice. Nel matrimonio, il corpo è linguaggio sacramentale: dice ciò che le parole non possono dire. Dice: “Io sono tuo. Totalmente, liberamente, fedelmente”.

Se il mio corpo non fosse suo, il mio cuore non riuscirebbe mai a essere realmente suo. È la logica dell’alleanza biblica: “Saranno una sola carne” non è poesia, è teologia. È morale cattolica allo stato puro. La fedeltà non è un limite: è il grembo in cui nasce la libertà dell’amore.

Il corpo come tempio: la lezione finale di Lucia

Viviamo in un mondo che spesso fa due operazioni opposte: idolatra il corpo o lo disprezza. Lo usa come merce, lo consuma, lo espone, lo baratta. Santa Lucia ci ricorda invece la verità più semplice e più alta: il corpo è sacro perché è abitato dallo Spirito Santo.

E proprio perché è sacro, va custodito. Lucia preferì sacrificare la propria vita piuttosto che consegnare il corpo a un amore non autentico. Non fu fanatismo, ma intelligenza spirituale: ciò che è prezioso si protegge. La castità cristiana nasce da qui: non dalla paura, ma dalla coscienza del valore. E allora capisco ancora meglio la grande lezione di Lucia: il corpo è talmente prezioso che merita di essere donato una sola volta, totalmente, definitivamente, a chi abbiamo promesso amore eterno – nel matrimonio o nella verginità consacrata. Questo è l’amore maturo. Questo è l’amore che illumina. Questo è l’amore che salva

Antonio e Luisa

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