Domenica e famiglia, un connubio possibile / 2

Dopo aver capito cosa significhi essere precettati, affrontiamo il fatto che la Domenica non è un giorno come gli altri sei ; perché i cristiani si sono così tanto incaponiti su questo giorno, tanto da dargli un nome con riferimento divino ? La messa degli altri giorni è forse diversa da quella della Domenica ? Se io entro in una chiesa vuota il Martedì mattina non è la stessa cosa , anzi, meglio perché non c’è nessuno e dico le mie preghiere in tranquillità ?

Sono domande legittime e che riflettono la mentalità di questo mondo, ma non possiamo esaurire tutta la complessità che richiederebbe una giusta risposta approfondita. Cercheremo in poche righe ( sperando nel dono della sintesi ) di esporre almeno le linee fondamentali per muovere i primi passi incontro alla bellezza della Domenica. Per molti lettori potrebbe essere l’occasione di riconfermare le proprie buone abitudini ; per altri potrebbero essere davvero i primi passi ; per altri ancora potrebbe essere l’occasione di alzarsi dal divano in “memory foam” e smuoversi un po’ tentando timidamente di trascinarsi fino all’uscio di casa e, senza girarsi indietro per controllare che sul divano non ci sia più il proprio corpo scolpito, uscire di casa e recarsi in chiesa, la quale, è ancora uno dei pochi luoghi in cui c’è “entrata libera e senza consumazione obbligatoria”.

Cominciamo dal significato etimologico della parola : Dies Dominicus ( giorno del Signore ), con riferimento alla risurrezione dai morti di Gesù Cristo avvenuta in quel giorno che nella Bibbia viene definito semplicemente “il primo dopo il sabato”. Ora, il fatto che Dio abbia scelto accuratamente cosa compiere ed in quali giorni, non è un caso ; è una libera, irrevocabile ed insindacabile scelta di Dio, quindi dobbiamo solo fare lo sforzo di capirne i significati. Questa discriminazione di Gesù per gli altri giorni non significa che essi non abbiano valore, ma pone la Domenica su un gradino più alto rispetto agli altri ; inoltre ci ricorda che Dio ( che è fuori dal tempo ) ha deciso di entrare nel tempo e di farsi carne, di sottomettersi alle leggi del tempo.

Il cristianesimo ha preso talmente sul serio questo “farsi carne nel tempo” da riempire tutta la vita degli uomini di questo “Dio fatto uomo” impregnandone tutta la cultura del Suo ricordo. Ecco perché la Domenica ha questo nome, è un’invenzione dei cristiani, i quali, hanno vissuto la novità di questo Dio che è risorto dai morti…… è come se noi incontrassimo per strada la stessa persona di cui siamo stati al funerale solo 3 giorni fa….. impressionante vero ? Purtroppo, per molti cristiani, questo fatto non appare più una novità e la Domenica risulta quindi spenta.

Tutti noi viviamo con intensi stati d’animo e sentimenti alcune giornate particolari che ricordano eventi particolari legati ai propri cari defunti : il loro compleanno, l’onomastico, la data della loro morte, l’anniversario di matrimonio, la data dell’incidente, e così via, ognuno ha i propri ricordi. Ma questo atteggiamento dovremmo averlo anche e con maggiore intensità nei confronti di Gesù, il quale dovrebbe esserci più caro al nostro cuore dei nostri cari ; se le nostre persone care smuovono i nostri affetti/sentimenti , perché non dovrebbe smuoverli Colui che è morto per noi , e al nostro posto, per donarci la vita eterna ? E poi, non contento, ha sublimato tutto con la sua risurrezione dai morti , annunciandoci che neanche la morte ci può separare dal Suo amore eterno…. e noi dovremmo forse calpestare il giorno vittorioso di Cristo sulla morte , e , quindi, anche sulla nostra morte ?

Certo, la Messa domenicale , nella sua essenza, è uguale a quella degli altri giorni, ma lasciamo che sia San Giovanni Crisostomo a chiarirci un po’ meglio :

Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo. Là c’è qualcosa di più, l’unisono degli spiriti, l’accordo della anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti

Da ultimo, capiamo il perché entrare in chiesa non deve essere e non è come andare a teatro , non è neanche paragonabile alla sala del bingo, non è nemmeno una “location party” dove sorseggiare allegramente i nostri cocktail mentre facciamo conversazione con gli altri. Se tanto ci piace entrare in chiesa il Martedì mattina ( cosa buona e giusta ma non deve essere l’unica volta ) , quando il silenzio regna sovrano…. quando non abbiamo distrazioni dalle altre persone…. quando possiamo goderci in santa pace la presenza di Dio ( nel tabernacolo ), allora dobbiamo impegnarci perché questo silenzio ci sia anche la Domenica mattina quando siamo in tanti….. allora dobbiamo impegnarci a non essere fonte di distrazione per le altre persone che sono lì con noi la Domenica mattina…… allora dobbiamo impegnarci nel godere e lasciar godere gli altri in santa pace la presenza di Dio anche la Domenica mattina senza mettere fretta a nessuno e rispettando il suo dialogo personale con Dio.

Coraggio allora, sposi carissimi, che in chiesa non c’è il Presidente dei Presidenti che ci aspetta, ma c’è Dio. E chissà cosa avrà domani da dirci ! Per scoprirlo bisogna che usciamo di casa e andiamo da Lui.

Giorgio e Valentina.

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Patire e Pazientare: due verbi simili

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

In questa Quaresima 2021, che a tratti si intreccia con una situazione di quarantena mondiale dovuta al Covid, ci vengono in mente tempi che sembrano lontani.

Eravamo abituati a situazioni che si risolvono subito, a “guerre lampo”…a malattie contagiose che non avevano niente da spartire ormai con l’occidente…e invece…ecco che perdurano.

E’ un tempo che può insegnarci ad essere più pazienti ricordandoci che Cristo stesso:

imparò l’obbedienza da ciò che patì

EBREI, 5,8

Per dirla con Madeleine Delbrel…è una “passione delle pazienze”, di cui riportiamo di seguito il bellissimo testo. Una poesia da leggere con calma per meditare. Buona lettura e buona riflessione:

___

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo

scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di

ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostro pazienze, in ranghi serrati o in

fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

___

La Passione delle Pazienze - Madeleine Delbrêl (1904-1964) 
poetessa, mistica ed assistente sociale francese

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Grazie, Pietro e Filomena.

Caro Achille Lauro andiamo avanti anche per te.

Devo ringraziare tutti i nuovi amici che hanno deciso di spendere un po’ del loro tempo per condividere i loro pensieri su questo blog. Questo mi ha permesso di rallentare i miei di pensieri e di preparare con più calma ogni articolo visto che posso permettermi di pubblicarli più di rado.

In questi giorni mi sono fermato a riflettere su alcuni episodi. Episodi poco edificanti e certamente di cattivo gusto. Mi riferisco in particolare a certe discutibili esibizioni televisive che ci ha regalato il Festival di Sanremo e alla processione femminista avvenuta a Roma dove alcune attiviste hanno portato a spalla una statua molto ambigua di una vagina che voleva ricordare la Madonna.

Non nascondo che il primo impluso che ho provato è stato di disgusto e di rabbia verso chi non aveva rispetto per ciò che per me e Luisa è di più sacro. La nostra fede, la nostra relazione con Dio e con la Mamma Celeste, la nostra vita. Quelle persone hanno sputato su tutto questo. Poi però, a bocce ferme, ci ho pensato sopra. Ho meditato su quanto successo e ho guardato quelle persone con altri occhi. Ho cercato di guardarli con gli occhi di Dio. Ho visto tanta povertà. Ho visto persone ferite.

Dai cuori di quelle persone traspare tanta rabbia e povertà. Un cuore pieno di tante cose ma non di Dio. Ci leggo una mancanza di senso e di orizzonte. Lo leggo in quelle donne rabbiose e in Achille Lauro, due mondi che sembrano lontanissimi, ma che esprimono lo stesso malessere. Esprimono una totale mancanza di bellezza. O meglio la mancanza di uno sguardo capace di scorgere la bellezza.

La bellezza è di Dio. La bellezza, come l’amore, viene da Dio. Stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che è bello e, cosa ancor più grave, non sappiamo più generare bellezza perchè ci stiamo sempre più allontanando da Dio. La nostra società occidentale, prima che una crisi economica e sociale, sta vivendo una crisi di fede. Ce lo insegna la Bibbia. Quando scacciamo Dio dalla nostra vita, la riempiamo con altro. Altro che può essere il successo, la ricchezza, il lavoro, il sesso, il divertimento, l’ideologia o chissà cos’altro. Dio ci dona la vita mentre ogni altro idolo che poniamo al suo posto ci chiede la vita. Una differenza non da poco.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questa gente. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Questo è quello che avviene a tante persone, anche se non fanno processioni blasfeme o non sono cantanti famosi. Tanti cercano la felicità rinnegando sempre di più Dio e trovandosi sempre meno felici. Un circolo vizioso che porta tante persone ad osare sempre di più nell’illusione di riempire finalmente quella voragine che hanno nel cuore. Persone che straparlano, spesso a sproposito, di amore non conoscendo cosa sia davvero l’amore. L’amore non è dare sfogo a tutte le pulsioni o seguire come un polline di fiore il vento delle passioni e dei sentimenti. Questo stile rende solo le relazioni sempre più fragili e le persone sempre più sole. L’amore è scelta, l’amore è dono di sè, l’amore è farsi piccolo per fare posto. L’amore è decentrare lo sguardo da sè all’altro.

Per tutti questi motivi guardo con compassione quelle persone. Compassione che non significa sentirmi superiore. Compassione nel senso di patire con. Io stesso sono stato male per tanto tempo alla ricerca di una felicità che non sapevo dove cercare. Quindi io capisco la rabbia e lo smarrimento di quelle persone. Per questo quelle donne in processione e quel giovane mascherato malamente sul palco del Festival mi hanno dato ancora più convinzione.

Voglio continuare con Luisa a raccontare la bellezza di un amore fedele, di un amore indissolubile, di una scelta radicale. Non perchè noi siamo meglio degli altri. Tutt’altro. La gioia e il senso che abbiamo trovato non è per i superuomini o per le superdonne, ma è per tutti. Vogliamo restituire un po’ di quell’amore e di quella consapevolezza che Dio è riuscito a regalarci attraverso tante persone che ci hanno aiutato e seguito. Per questo non ci fermeremo. Andremo avanti anche per voi care femministe che vedete nella differenza di genere una ragione per muovere guerra e non una bellissima occasione di Alleanza. Andremo avanti per te caro Achille Lauro e per quelli che ti invidiano perché sei stato chiamato al teatro Ariston, affinché vi fermiate a riflettere, a farvi alcune domande.

Antonio e Luisa

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Canta dall’Ariston: mio marito!

Leggendo le letture che ci hanno accompagnato la scorsa settimana ci siamo accorti che c’era una parola che si ripeteva: Ascolto. Che bello! La Parola che ci guidava all’ASCOLTO, che ci dice che abbiamo gli strumenti per vivere una vita buona, una vita che profuma di santità, una vita che sa di salvezza, una vita che porta frutto.

È una Parola che la Chiesa ci dona in questo tempo di preparazione alla Pasqua, una Parola che è guida nel cammino; come dei cartelli stradali che giornalmente vediamo percorrendo il sentiero verso quel monte, dove l’amore prende la forma di una croce, dove l’amore prende la forma di due braccia aperte che ci accolgono e si gettano al nostro collo, dove l’amore diventa totale

Vediamo i “cartelli” di settimana scorsa:  

Martedì 02/03 Isaia 1,10.19 ..”Ascoltate la parola del Signore,..” …“Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra..”

Mercoledì 03/03 Geremìa 18,19   ..”Prestami ascolto, Signore..”  ..  – Mt 20, 17..”mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro”

Giovedì 04/03 Vangelo Luca 16, 29,.31 ..”Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.”.. “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».”

Sabato 06/03 Vangelo Luca 15,1 “In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.”..

Il cartello che vediamo ripetersi è: “Ascolto”, “Ascolta”, “Ascoltate”, “se ascolterete”, “ascoltino”.. è quello Shemà Israel, primo comandamento per il popolo di Israele, “… Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore (Mc 12,29).

Perché vi sottolineamo questo ASCOLTO? Proviamo ora a leggere quei cartelli, come se si rivolgessero a noi coppia, alla nostra vita di sposi, toccando nel concreto della casa domestica la nostra relazione duale di ascolto. È presente fra noi sposi, tra me e te questo cartello, questa parola? Sicuramente è presente e concreta verso i figli: quante volte gli diciamo “non mi ascolti?”, “ascoltami”, sperando o pretendendo che ci ascoltino? Il nostro chiedere ascolto ai figli se ci pensiamo è proprio specchio di quell’indicazione, di quell’ascolto che anche noi dovremmo prestare al Padre, ma che come i nostri figli magari non diamo. 

Ma quello che ci interessa, e torniamo li, è l’ascolto che dai a tua moglie, a tuo marito. Quell’ascolto fra mille rumori e cose da fare, in uno spazio di tempo ridotto. Quando si rientra a casa dopo il lavoro, oppure prima, dopo, durante cena. Quanto tempo è? Fermati ora a pensare: ascolto mia moglie? Ascolto mio marito? ….

Magari l’ascolti mentre giochi coi bambini, magari mentre dai la pappa al più piccolo o mentre cerchi di ascoltare i suoi bisogni o mentre gli parli. Magari tua moglie che parla ed ascolta mentre controlla tre pentole e prepara le verdure. È questo l’ascolto che ti è chiesto? Forse diamo maggiore ascolto alle notizie del telegiornale, o alle canzoni di San Remo!! ma a tuo marito? A tua moglie? Quanto e quale ascolto dai?

Vi lanciamo ora anche un parallelismo, riprendendo quella Parola dalla quale siamo partiti, elevando la bellezza dell’ascolto tra marito/moglie, all’ascolto della Parola di Dio: se la domenica mattina ascoltassimo la Parola, giocando con nostro figlio, cucinando su tre fornelli, guardando il telegiornale sul cellulare in chiesa. Cosa rimarrebbe in noi di quell’ascolto ? Di quella Parola di Dio? Di quella omelia? 

Certo in casa ogni sera la dinamica della vita domestica non può essere quella della domenica mattina in chiesa. Ma è bellissimo pensare che l’ascolto che dovremmo mettere tra me Stefano e Anna Lisa sia più importante dell’ascolto che mettiamo a messa la domenica, o alla riunione di lavoro, o col cliente, o coi figli, o con gli amici, o alla partita in televisione. Capite che ascoltiamo meglio, più attenti altre voci che ci circondano e riduciamo l’ascolto dell’amato ad un momento secondario. Ancora mi ridomando: Io come ascolto mia moglie? Ci sembra doveroso e bello sottolineare come è primario l’ascolto vero! Fatto con calma e disponibilità! Mente libera! Cuore aperto verso l’amato!

Che bello pensare che quei cartelli “Ascolta” a bordo strada in questa quaresima, non siano per dirci solamente di ascoltare la Parola di Dio, di ascoltare quel Compagno di viaggio che ci indica la strada, ma siano lì per ricordarti che su quel sentiero verso la Pasqua sei con il tuo sposo, con la tua sposa, e quindi ascolta lui, camminate dialogando tra di Voi, donandovi del tempo di ascolto speciale tra voi.  Segna sulla tua agenda: omelia= ascolto della moglie! Oppure: canta dall’Ariston, mio marito! Oppure: Telecronaca di mia moglie! Oppure: moglie = riunione col capo!.. (Forse questo è vero.. )

Affinché il nostro matrimonio, il tuo matrimonio arrivi alla Pasqua, arrivi su quel promontorio dicendo:  Wow! Buona Pasqua! Che bello il nostro matrimonio! Che bello essere risorti di un amore vero! 

Donati dell’ascolto, donati del dialogo speciale a tre, te, il tuo sposo e lo Sposo. Te, l’amato e l’Amore!

Innanza il tempo e i gesti che compi ogni sera in casa col tuo sposo, ai gesti che compi la domenica in Chiesa; mettici la stessa cura, la stessa attenzione. Solo così vivrai la Chiesa domestica,  vivendo in casa l’Eucarestia, vivendo in casa la sera l’ascolto, vivendo in casa il perdono, vivendo in casa la bellezza di quell’amore che è dono totale.

Is 1, 18-19  “Su venite e discutiamo”, dice il Signore. “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve, se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra”. 

Buon cammino in Ascolto! 

Anna Lisa e Stefano #Cercatori di bellezza

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Semplicemente saggi o saggiamente semplici

Ringraziamo Padre Luca che ci ha aiutato nella meditazione sul Vangelo di Domenica scorsa, e vorremmo nel contempo continuare a riflettere sulla Parola di Dio proclamata lo stesso giorno prima del Vangelo. Vi riportiamo solo poche righe della Prima lettura dal libro dell’Esodo e dal Salmo 18 :

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. […]

Anche per noi, all’inizio dell’avventura amorosa tra noi, alcune leggi del Signore e quindi della sua Chiesa (Cattolica) ci sembravano inarrivabili, incomprensibili, oscure, indecifrabili, quasi assurde e sicuramente fuori moda. Poi, cammin facendo, ci siamo fidati in base solo al fatto che esse sono per la nostra felicità, per la nostra libertà, anche se non comprendevamo tutto fin da subito, anzi .

Infatti ci ha sempre colpito come cominciano i famosi Dieci Comandamenti ( vedi citazione soprariportata ) ; c’è una specie di introduzione ad essi come a mettere un timbro di validità/credibilità su tutto ciò che segue ( i 10 Comandamenti propriamente intesi ) ; è come se il Signore ci indicasse che dobbiamo seguire i 10 Comandamenti fidandoci di Lui e basta …… dobbiamo seguire questi Comandi semplicemente perché la fonte da cui provengono è Colui che ci ha liberato dalla schiavitù d’Egitto. Più che fissare la nostra attenzione sindacando sul contenuto di ogni singolo Comando, dobbiamo quindi fidarci e viverlo per il solo fatto che Chi ce lo ha dato ci ha già liberato e non vuole vederci ricadere nella schiavitù.

Cari sposi, ognuno di noi è già stato liberato dalla schiavitù d’ Egitto, cioè dalla schiavitù del peccato originale grazie al Battesimo…. ma poi molti sposi sembra che vogliano ritornare alla schiavitù del peccato con la loro condotta peccaminosa ; con i loro peccati personali e di coppia contro la castità del proprio corpo ( vedi l’articolo di Padre Luca di cui sopra ), oppure contro la vita nascente, contro la fedeltà, e chi più ne ha più ne metta. Sposi, se viviamo in ossequio ai Comandi divini amandoli ed incarnandoli nella nostra vita personale e di coppia, non diventiamo dei Superman e Wonder Woman, ma semplicemente diventiamo veri uomini e vere donne…. veri nell’accezione che diciamo la verità con la nostra vita, ecco perché veri. Una verità che diciamo, per esempio, è che il tempo non è in nostro possesso, ma è un dono di Dio, infatti la Domenica la dedichiamo a Lui.

Se poi, qualche coppia avesse ancora dubbi sul perché seguire/rispettare/vivere i 10 Comandamenti, ecco che la Chiesa manda in aiuto le parole del Salmo 18 :

[…] La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi. […]

Abbiamo sentito molti fidanzati raccontare di aver intrapreso il percorso di fede verso il sacramento del matrimonio semplicemente grazie al consiglio saggio della nonna, oppure perché hanno veduto la gioia di vivere questo sacramento nei propri nonni…. mia nonna era una persona semplice (si sente dire), ma molto saggia, aveva tanta fede…

Cari sposi, volete diventare saggi ? Restate semplici e seguite i 10 Comandamenti senza SE e senza MA. Volete vedere la luce di Dio negli occhi del vostro coniuge ? Vivete i 10 Comandamenti senza SE e senza MA. La Chiesa, poi, che è madre, ha declinato i 10 Comandi in tante indicazioni/leggi per ogni stato di vita particolare. Per noi sposi, per esempio, ha donato la legge della fedeltà, dell’indissolubilità, dell’unicità, della fecondità e della socialità.

Coraggio sposi, che quando la nostra vita è allineata alla legge del Signore, il nostro cuore è pieno di una gioia che il mondo non conosce e non può dare. Evviva gli sposi che diventano saggiamente semplici e semplicemente saggi.

Giorgio e Valentina.

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Oggi Gesù entra nel Tempio della vostra coppia

Padre Luca

Chi è stato il fondatore o inventore della teologia del corpo?

Se sei bravo dirai: Giovanni Paolo II. Ma in realtà non è del tutto esatto… perché il fondatore è Gesù Cristo. Gesù è Dio (theos appunto in greco) fatto carne, che ha preso un corpo per la prima e unica volta in tutta la storia umana.

Nel Vangelo di oggi, in questo clima quaresimale, mentre siamo a metà dei Quaranta giorni, vediamo Gesù che ci rivela chiaramente di essere l’inventore di questa teologia molto ma molto particolare.

La scena la conosciamo bene Gesù, che è andato un sacco di volte nel tempio nella sua vita e in tutte queste era salito per pregare o per parlare serenamente con le persone, oggi invece dà di matto… si fa una frusta e mena a destra e a manca. La Sindone ci mostra che Gesù era un uomo robusto, più alto della statura media dell’epoca, un baldo giovane trentenne… di sicuro un fusto così incollerito aveva messo in fuga più di una persona. Dopo la sfuriata, ecco venire di corsa i capi del tempio, i sadducèi, che ovviamente gli chiedono cosa stia facendo e probabilmente gli hanno presentato il conto dei danni.

Alla domanda: “con quale autorità ti permetti di fare un baccano del genere?” Lui risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. “Ecco, questo proprio non è a posto con la testa” avranno bisbigliato gli scribi tra di loro magari sghignazzando un po’.

È chiaro per noi oggi: Gesù vuole mostrare che quella è la casa del suo Papà, la casa di Dio. Ma perché non è stato capito sul momento? Qui viene il punto centrale di tutto il nostro discorso: perché “egli parlava del tempio del suo corpo”.

Il Tempio era il luogo più sacro al mondo per gli ebrei, noi cristiani non abbiamo proprio idea di quanto lo fosse, non abbiamo un termine di paragone. Noi abbiamo chiese ad ogni angolo ci giriamo ma per loro esisteva un solo luogo al mondo in cui Dio “poggiava i piedi” ed era appunto il Tempio. Le sinagoghe non avevano affatto la stessa funzione.

Paragonare il Tempio al corpo è davvero forte, mai una religione aveva dato così tanta importanza al corpo umano. Men che meno la religione greca e romana che disprezzavano la materia ed esaltavano solo lo spirito e la mente. Come mai il corpo è così importante per Gesù? Così da paragonarlo al Tempio? Perché “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

Gesù ha preso un corpo umano e da allora il corpo ha un valore assoluto, una dignità pari all’anima. Il nostro corpo per questo motivo è destinato alla vita eterna quanto l’anima. Su questa base di verità di fede, San Giovanni Paolo II ebbe a dire:

Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno” (San Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano, 20 febbraio 1980).

E allora cari sposi, nel vostro dono reciproco nuziale, nel vostro mutuo scambiarvi amore, voi, in forza del sacramento, entrate nel tempio dell’unica carne che siete e vi trovate Dio! Quanto è importante che ripuliate il vostro tempio da tutto quello che è improprio della sua dignità, proprio come fece Gesù quel giorno.

Se allora il tempio fu invaso da buoi, pecore e agnelli… oggi il nostro corpo può essere riempito di parassiti che ossidano e arrugginiscono l’immagine di Dio (pornografia, forme sbagliate di sessualità…) oppure si può cedere alla tentazione di “adorare” aspetti del corpo, fino ad averne una cura ossessiva e maniacale (peso, dieta, muscolatura, tatuaggi, depilazione, taglio e colore dei capelli, piercing, ecc.).

Impariamo dal Vangelo di oggi a riscoprire la bellezza e dignità del nostro corpo nuziale e soprattutto a vederlo e curarlo come un dono da ricevere e offrire al coniuge per vivere un vero amore. La bellezza del nostro corpo, del nostro Tempio è in ultima istanza dovuta al fatto che anche il nostro corpo è immagine e somiglianza di quello di Gesù.

Finisco con l’elogio che S. Agostino fece del corpo di Gesù: “Ma per chi capisce, anche il Verbo fatto carne è tutto bellezza… Bello come Dio… Bello nel seno della Vergine… Dunque, bello nel cielo, bello qui in terra, bello nel seno (di sua madre), bello nelle mani dei parenti, bello mentre fa miracoli, bello mentre subisce i flagelli, bello quando invita alla vita, bello quando disprezza la morte, bello quando depone l’anima, bello quando la riprende, bello nella croce, bello nel sepolcro, bello in cielo… L’infermità della sua carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza” (Agostino, Commento ai Salmi, 44, 3).

Antonio e Luisa

La nostra società, figlia della rivoluzione del sessantotto, figlia del vietato vietare e di ogni trasgressione, sembra aver dato finalmente un pieno riconoscimento al piacere e al corpo. Finalmente sono stati divelti tutti quei paletti e quelle imposizioni morali che impedivano alle persone di essere felici e di vivere relazioni libere e spontanee. Aborto, contraccezione e divorzio. Davvero questa libertà ci ha reso felici? Davvero una sessualità slegata dall’amore, e dove i corpi sono svuotati di ogni pudore e mistero, è appagante? Purtroppo si tratta di una illusione che ci conduce ad osare sempre di più, a spingerci sempre più in là, a rendere le relazioni sempre più fragili e precarie. Lo prova il fatto che non c’è mai stata tanta solitudine e sofferenza affettiva come in questo periodo.

Chi davvero ha dato valore al corpo è Gesù, come ha scritto bene padre Luca. Provare per credere. Chi davvero sceglie di vivere una relazione non convenzionale (vivere un’affettività da cristiani non è più tanto normale) si accorge di quanto sia povera l’offerta del mondo confrontata con quella di Gesù. Il corpo se non esprime amore diventa una cosa come un’altra da usare. Parliamo da sposi. Parliamo da persone che hanno provato e hanno visto. Abbiamo vissuto un fidanzamento nella castità, abbiamo deciso di sposarci sacramentalmente, abbiamo deciso di aprirci alla vita seguendo i metodi naturali. Tutto questo ci ha permesso di dare il vero significato all’incontro intimo. Piano piano è diventato un momento meraviglioso di comunione e di dono reciproco. Più passano gli anni di matrimonio e più il desiderio è grande perchè ciò che lo provoca non è solo una pulsione fisica ma è uno stile di vita che ci ha permesso di portare in quel gesto sempre più amore. Capite come vivere la sessualità in questo modo sia tutta un’altra cosa?

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia, un connubio possibile / 1

Siamo al nostro primo appuntamento sul tema della Eucarestia domenicale, probabilmente qualcuno storcerà un po’ il naso pensando a quanti libri e saggi siano già stati scritti sul tema della Santa Messa sia dagli autori moderni così come dai Padri e Dottori della Chiesa, per non citare gli scritti dei santi mistici, ma il nostro intento è quello di cercare di far fruttare tutto questo immenso tesoro della Chiesa, attingendo qua e là, senza inventare nessuna nuova verità teologica. Il nostro sguardo su queste sublimi realtà che appartengono alla nostra fede cristiana cattolica, è di tipo sponsale, familiare, e non escluderà nessuno; tutti i componenti delle nostre famiglie troveranno il loro posto : grandi e piccini, bambini e ragazzi, adolescenti e fidanzati, sposini e sposi già nonni.

Prima di addentrarci nei riti che siamo soliti assistere in chiesa quando siamo a Messa, è necessario capire perché la Santa Messa è così importante per noi cattolici ; con un piccolissimo accenno al Catechismo sappiamo che uno dei 5 precetti della Chiesa riguarda proprio la Santa Messa : “Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate”. Fin dalle prime domeniche dopo la risurrezione di Gesù, la Chiesa primitiva ha intuito la valenza e l’importanza della S. Messa arricchendola via via di segni e simboli, riti e gesti, canti e inni, preghiere e silenzio ; in questo crescendo di consapevolezza la S. Messa è diventata una necessità quotidiana per la Chiesa e non solo un appuntamento domenicale, ecco spiegato il perché dell’esistenza del precetto.

Quando una nazione deve difendere i propri confini dall’attacco di nemici, solitamente chiama alle armi tutti gli uomini abili alla guerra, come ? Attraverso la precettazione, che è di competenza del Capo di Stato, con la quale tutti gli uomini interessati dalla stessa, sono obbligati ad adempiere al loro dovere in difesa dei confini nazionali. Si capisce ora l’idea di essere precettati di domenica.

Quando la Chiesa ci dice che la S. Messa domenicale è un precetto, ci sta dicendo che essa è così importante, anzi, è talmente necessaria alla sopravvivenza di una nazione da essere precettati almeno “la domenica e le altre feste comandate” ; perché dobbiamo difendere con le armi della fede una nazione speciale, una nazione che non ha confini come le altre nazioni di questo mondo, questa nazione speciale è la nostra anima.

Man mano che ci immergeremo in questa realtà ne intuiremo/capiremo la ricchezza, la profondità, l’altezza e l’ampiezza che essa ha da offrirci per la vita personale/individuale ma anche per la vita sponsale…. perché entrambe ? Non dobbiamo mai disgiungere questi due aspetti : da un lato dobbiamo curare l’individualità e dall’altro avere cura della coppia…. infatti la coppia sposata nel sacramento non è la mera somma di due individualità, ma diventa una nuova realtà in cui le due individualità si fondono senza mescolarsi o annullarsi a vicenda.

In questo aspetto gli sposi sono icona ( imperfetta naturalmente ) della Trinità. E quando una sposa cura la propria fede diventando sempre più santa, succede che automaticamente la coppia ne gode i frutti di questa rinnovata vita ; se lo sposo cresce nella pratica delle virtù cristiane, ne trarrà giovamento anche la sposa la quale si sentirà amata meglio e sempre più ad immagine dell’amore divino ; così come quando una persona allegra riesce a rallegrare l’intero ufficio ( al lavoro ), pur non avendo nessun vincolo speciale coi colleghi, tanto più una coppia di sposi , che sono un solo corpo e un solo spirito nel sacramento, diventa un po’ più santa se anche solo uno dei due s’impegna nel cammino di santità.

Cari sposi, per oggi ci basti ricordare che c’è il precetto domenicale. Cominciare a vedere la precettazione domenicale con un’ottica diversa può aiutare tanti ad uscire dalla sterile e fredda partecipazione alla S. Messa domenicale, e cominciare a riconoscere almeno che, la S. Messa domenicale, è una chiamata alle armi previo rifornimento all’armeria.

Sposi cari, siamo tranquilli e sicuri , perché, all’armeria di Gesù (un’azienda a gestione famigliare) , troviamo sempre l’arma giusta per il momento giusto e per il nemico giusto.

Coraggio allora, approfittiamo già di domani per cominciare , almeno, a conoscere questa armeria divina. Almeno un giro di perlustrazione alla stregua di quando entriamo in un nuovo negozio, non ce lo toglie nessuno !

Giorgio e Valentina.

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Io e te, tre metri sopra cosa?

Facendo i corsi fidanzati negli ultimi anni mi sono trovato davanti varie edizioni aggiornate di Step e Babi. Se chi legge non sa chi siano, aiuto!!! Sto diventando vecchio!

Di storie pazzesche di amore ne ho viste tante in quei freddi saloni parrocchiali di sera, o durante i ritiri all’aperto prima della conclusione del corso, o nei colloqui del processicolo prematrimoniale… tutti giuravano fedeltà per sempre, “verso l’infinito e oltre” come diceva Buzz di Toys story. Ho benedetto nozze preparate in modo sfavillante, con dovizia di dettagli di finezza squisita, tra sontuose basiliche romane e ville settecentesche. C’è chi ha speso solo per i fiori quello che io da viceparroco ho guadagnato in un anno…

Ma, ahimè, mi è toccato poi di raccogliere i cocci di tante di quelle storie. Nel giro di pochi anni ho visto cambiare radicalmente atteggiamento negli sposini. Le frasi erano più o meno sempre quelle: “Non lo sopporto più”, “non mi capisce”, “non ci prendiamo”, “siamo troppo diversi”, “lei ha la sua vita e io la mia” …

Ma, scusate, non eravate voi perdutamente innamorati? Non eravate quelli decisi a non mollare mai? Addirittura, non vi siete tatuati il nome del coniuge sulla pelle? E allora, che è successo? La verità è che non c’era tanta novità e originalità in questo genere di problemi, su per giù il motivo è sempre quello: si è costruito l’amore su sé stessi, sul proprio sentimento, sul proprio progetto, sulle proprie convinzioni, sulle proprie forze.

Ma, padre, è sbagliato? Beh, in realtà, non è che sia sbagliato ma non basta. Difatti la liturgia di oggi ci dice una cosa veramente concreta e terra terra: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno” e poi continua: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua” (Ger 17,5.8).

Mi dispiace essere tassativo ma chi vive una storia di amore senza mettere Cristo al centro, corre un grave rischio di veder svanire prima o poi quell’amore, di rimanere fortemente deluso dal coniuge e di non portare a compimento il progetto di amore iniziato con tanta speranza e gioia.

Nel Concilio Vaticano II, un documento importante, chiamato Gaudium et Spes, dice una cosa meravigliosa proprio su questo aspetto:

L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre” (GS 48).

Nel sacramento del matrimonio l’amore dei due coniugi è assunto da quello di Gesù. Che vuol dire “assunto”? Significa che Lui lo prende con sé, lo fa suo, lo pervade, lo impregna del Suo Amore. Ma non è meraviglioso?

Proviamo a immaginare: se mi piace il calcio e giochicchio con i miei amici, che succederebbe se all’improvviso il mio modo di palleggiare, tirare, dribblare fosse assunto da Ronaldo? Se io iniziassi a fare in campo esattamente quello che fa lui? O se fossi un ingegnere informatico e da un giorno all’altro iniziassi a lavorare con la proiezione, l’inventiva, il genio di Steve Jobs? Ovviamente è umanamente impossibile questo ma nel sacramento al contrario può avvenire e di fatto succede.

L’amore sponsale è preso, è “inglobato” da quello di Gesù che ama tutti noi, la Chiesa, con un amore infinito, così grande da immolarsi sulla Croce. Questo vuol dire che con la grazia di Dio posso davvero amare, perdonare, comprendere, servire il mio coniuge con una magnanimità e generosità che non sono umane, sono “alla Dio”.

Non ci credi?

Prova a leggere le storie di questo libricino “Scelgo ancora te” (ops, per i fan di Giorgia, non è la sua canzone). Vedrai casi concreti di coppie passate da prove molto dure e che dopo tutto si vogliono più bene di quando un giorno si erano promessi fedeltà davanti all’altare.

Cari sposi, voi due siete davvero sopra il Cielo, se per cielo intendiamo Gesù, l’amore di Dio. La grazia del sacramento vi ha solidamente fissati e radicati sull’amore di Dio e se voi confidate in Lui ogni giorno, davvero il vostro sogno di amore non finirà mai. Buzz aveva proprio ragione: “verso l’Infinito e oltre”.

Padre Luca Frontali LC

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Nudità non fa rima con intimità

Da qualche tempo imperversa sui social la pubblicità di Naked Attraction, un nuovo programma di Discovery+ che così viene descritto: il dating show che inizia come di solito un appuntamento… finisce: completamente nudi!

Nel programma infatti viene proposto ai partecipanti di scegliere la persona con cui uscire, selezionandola tra 6 persone completamente nude, che vengono progressivamente mostrate a partire dai piedi e via via selezionate finché per i soli finalisti verrà anche scoperto il volto. Questa la presentazione di una puntata:

Nel primo episodio conosceremo Cecilia, che ha 24 anni ed è una cameriera di Genova. Nella vita ha avuto vari fidanzati ma è ancora single e alla ricerca della persona giusta. Cecilia non ha un rapporto sereno con il suo corpo… A Naked Attraction si spoglierà per la prima volta nuda davanti a sconosciuti per vincere le sue paure e trovare un uomo al quale non dover nascondere i suoi difetti.

A detta della presentatrice infatti, «Mettere da parte il “romanticismo” permette di superare la preoccupazione dell’attrazione fisica e così quando si arriva ai contenuti ci si può rilassare ed essere davvero se stessi».

Non entriamo nel merito del programma, né dei suoi “nobili” propositi di inclusione, body positivity, accettazione della diversità e superamento di imbarazzo e pregiudizi… (direi che si commentano da sé).

Ammettiamo per un attimo che non si tratti del solito format porno-soft costruito a tavolino per catalizzare la libido e le curiosità morbose del pubblico televisivo, ma che le intenzioni sbandierate dagli autori siano davvero sincere. Ci domandiamo: il mostrarsi nudi davanti a degli sconosciuti può veramente far vincere le proprie insicurezze ed aiutare ad essere sé stessi?

Vorremmo riflettere insieme a voi su quali aspetti della nostra umanità vengono qui a galla. Certo, ad una prima impressione, viene da pensare che si tratti solo di esibizionismo, ma in fondo cosa si nasconde anche dietro a certo esibizionismo?

Nel cuore di ciascuno di noi riposa il desiderio di essere conosciuti, accolti, desiderati, voluti, amati. Nel nostro intimo riposa l’attesa di uno sguardo che si posi su di noi in questo modo. E allo stesso tempo avvertiamo anche l’angoscia e la paura di essere rifiutati.

Proprio a causa di questo, tante volte finiamo per guardare al nostro corpo o come ad un ostacolo o come ad un mezzo per essere accettati, e con questa storia finiamo per esserne sempre insoddisfatti.

È davvero raro trovare qualcuno che abbia fatto sinceramente pace col suo aspetto fisico… È il bagaglio la nostra umanità ferita. Come ci ricorda Giovanni Paolo II infatti, a causa della ferita del peccato originale, ogni essere umano porta in sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo e di relazione con l’altro sesso.

Mostrarci nudi davanti a degli sconosciuti può allora aiutarci a vincere queste paure?

Non credo proprio. Se non vieni scelto, va da sé che la paura di avere qualcosa che non va, ne risulterà amplificata. Ma anche nel caso in cui uno venga scelto per una parte del suo aspetto fisico, come potrà questo fugare dal suo cuore il timore di non essere accolto interamente come persona?

Troppo spesso dimentichiamo che come persone siamo unità di anima e corpo e che ogni volta che le separiamo finiamo per fare del male e farci del male. Il nostro corpo ha un valore immenso, esprime la persona, eppure la persona non è riducibile soltanto al suo corpo, né tanto meno ad una sua parte.

In questo show invece, il corpo viene esibito e valutato a pezzi, sezionato per essere giudicato come merce da scaffale. Le persone sono scartate perché hanno caviglie grosse, lo scroto disarmonico, il seno piatto, oppure scelte per un bel tatuaggio o addominali scolpiti. Il volto invece, che è l’autentica manifestazione della persona, viene tenuto nascosto fino alla fase finale, trattato come qualcosa di secondario ed irrilevante.

C’è insomma un pericoloso cortocircuito tra le intenzioni che vengono proclamate e la realtà di questo format.

Nonostante tutto però, dobbiamo riconoscere che anche in questo pasticcio di programma, si può racimolare un fondo di verità.

L’attesa del nostro cuore è davvero quella di metterci totalmente a nudo: noi desideriamo poterci mostrare per come siamo di fronte a qualcuno che ci ami e ci accolga interamente come persone.

Questo però non può essere il punto di partenza! Questo può essere soltanto il punto di arrivo, il compimento di un cammino di relazione.

Non è questione di romanticismo, solo nella relazione posso conoscere progressivamente non solo l’altro, ma anche me stesso, i miei limiti, i miei doni, le mie paure. E solo dopo molto tempo potrà sbocciare quella cosa chiamata “intimità” ovvero quello spazio esclusivo tra noi due, nel quale io posso essere io perché accolto ed incondizionatamente amato e tu puoi essere tu perché accolta ed incondizionatamente amata.

Per costruire l’intimità non serve spogliarsi dei vestiti, occorre piuttosto spogliare il proprio cuore da tante paure, pretese e pregiudizi ed imparare innanzitutto ad accogliersi per potersi donare. Solo quando tra noi due ci sarà questo spazio di intimità, immersi in una relazione di amore autentico, liberi dalla tentazione di usare l’altro o dal timore di essere usati, potremo anche stare autenticamente nudi. Solo così i nostri corpi parleranno all’unisono con i nostri cuori e la nostra nudità sarà il segno che i nostri cuori non hanno più nulla da tenere nascosto. Diversamente sarebbe solo voyerismo o quantomeno un drammatico inganno.

Il problema di fondo di questo programma allora, non sta tanto nel fatto che mostra la nudità. Come scriviamo nel nostro libro: «non c’è assolutamente nulla di osceno nei nostri attributi sessuali, la vera oscenità può risiedere soltanto nello sguardo che si posa su di essi. […] il celare i nostri genitali ha piuttosto a che fare col mistero della persona e della sua chiamata all’amore». ( IL CIELO NEL TUO CORPO, p.48 )

Il problema di fondo di questo programma è che pretende di estorcere alla nudità ciò che solo l’intimità può donare.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/03/nudita-non-fa-rima-con-intimita/

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La nostra missione è essere ciò che siamo

Gli sposi solo per il fatto di vivere la loro sponsalità possono irradiare e mostrare la loro somiglianza con Dio. Detto in parole semplici: marito e moglie che si vogliono bene nella loro vita di tutti i giorni riflettono attorno a loro la luce stessa dell’amore di Dio. Iniziate a comprendere per quale missione meravigliosa siamo stati scelti? La nostra missione profetica non è quindi fare qualcosa di straordinario, non è proprio nel fare, ma semplicemente è essere sposi. Quando viviamo bene la nostra coniugalità profetizziamo l’amore stesso di Dio. La nostra missione è scritta nella nostra identità. Per essere profeti cerchiamo quindi di essere semplicemente ciò che siamo. Cosa siamo? Ce lo ricorda san Paolo II in Familiaris Consortio al paragrafo 17

Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»! Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo l’interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l’essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall’amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.

Familiaris consortio

Ogni aspetto della nostra chiamata matrimoniale rimanda a questa missione comune a tutte le famiglie: siate amore e viveve l’amore. Se noi sposi ci impegneremo a fondo per vivere la nostra vocazione tutto il resto si collocherà nella giusta prospettiva. Tutto troverà il suo posto e il suo senso. Capite come tutto ciò sia davvero liberante? La nostra missione non è un peso come vogliono farci credere. Tutt’altro! Se comprendiamo quanto sia importante imparare a donarci nel matrimonio non possiamo sbagliarci, non possiamo perdere la rotta, non finiremo per cercare invano quel desiderio di senso che ognuno di noi ha dentro di sè. Non significa che non commetteremo mai errori. Significa che nonostante gli errori avremo sempre presente come e dove indirizzare la nostra vita. Senza questa consapevolezza tutto sarà vano, alzarci al mattino, lavorare, fare e brigare. La nostra priorità deve quindi essere di diventare ciò che siamo: una comunità d’amore e di vita. Guardate che qui si gioca davvero la nostra vita e la nostra realizzazione già su questa terra. In un mondo dove c’è sempre più confusione e disperazione, dove ci si affanna ricercando un motivo per vivere, inteririozzare quella che è la nostra missione ci risolve il problema esistenziale. Ogni fatica e ogni sofferenza solo se collocata nella prospettiva della nostra vocazione e più precisamente in un orizzonte che contempli l’amore di Dio e l’eternità di Dio può diventare sostenibile e può non schiacciarci come invece succede spesso a chi fa affidamento solo sulle sue forze e solo su questa vita.

Questo non significa che tutte le coppie di sposi siano uguali e che tutte debbano vivere lo stesso tipo di vita e di profezia. Abbiamo tutti storie, condizioni, situazioni, pregi e difetti diversissimi tra di noi. C’è però un denominatore comune tra tutti noi sposi: vivere l’amore e la presenza di Dio nella nostra personale condizione e nel nostro matrimonio. Riflettere sulla vita degli sposi santi come sono stati ad esempio i coniugi Quattrocchi o come per noi sono stati Chiara Corbella ed Enrico (anche se lui è ancora in vita) non deve scoraggiarci perchè non siamo come loro. Ci deve spronare a comprendere che anche nella nostra famiglia c’è una nostra personale chiamata all’amore e alla testimonianza. Quindi cari sposi se vivete una situazione difficile e che vi comporta sofferenza abbiate fiducia in Dio e affidatevi. La vostra difficoltà e il modo in cui la affrontate possono diventare luce e speranza per chi sperimenta una situazione simile e non trova vie di uscita. Quanto è importante avere delle coppie che non sono perfette e che sbagliano, ma che sanno dove stanno andando e lo dicono con le loro scelte e con la loro vita. Ci sono coppie che hanno bisogno proprio di voi. Dio può portare il suo sostegno a tanti proprio attraverso di voi. Che bello essere sposi così con questa consapevolezza. Persone originali che formano coppie uniche. Non ci sono due coppie uguali al mondo. Questo è meraviglioso!

Antonio e Luisa

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Qual è il tuo Isacco?

Ringraziamo Antonio e Luisa che nell’articolo di Domenica ci hanno stimolato a riflettere meglio sulla prima lettura. Vorremmo approfondire ancora un po’ la stessa lettura per rendervi partecipi della nostra meditazione che si è limitata ad una frase che Dio rivolge ad Abramo :

«Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

Abramo, sappiamo bene, non aveva avuto figli dalla moglie Sara; per la sua mentalità e la società dell’epoca era considerata una maledizione, quindi possiamo immaginare con quale stupore ed entusiasmo Isacco sia stato accolto quando finalmente si avverò il sogno di Sara ed Abramo; in verità , si avverò la promessa che Dio aveva fatto ad Abramo stesso.

C’è un dettaglio, nella frase che abbiamo riportato, che ci rivela tanto della relazione tra Abramo e Isacco: “…il tuo unigenito che ami…” . In realtà sono due i dettagli: Isacco è unigenito ed è amato da Abramo. Sembra una semplice narrazione , ma sappiamo che nella Bibbia alcuni fatti/particolari sono raccontati mentre altri no, è stata fatta una scelta quindi. Specificare che Isacco è unigenito è come ricordare ad Abramo che Dio non gli sta chiedendo di offrirgli uno dei suoi 16 figli ( tanto uno più o uno in meno non cambia molto ), NO…. Dio gli sta chiedendo l’unico figlio che ha avuto e che avrà in futuro.

Dopo una vita faticosa e piena di peripezie, cosa gli viene chiesto?

Di sacrificare proprio quel figlio della promessa. Ora, possiamo solo immaginare come Abramo abbia caricato un fardello pesante sulle spalle del giovane Isacco…… ricordati che la tua vita è un miracolo di Dio perché tua madre era sterile….. ricordati che sei il figlio della promessa di Dio…. ricordati che io e tua madre abbiamo riposto in te le nostre speranze, le attese di un futuro prospero…. vedi, figliolo, un giorno tutto ciò che possiedo sarà tuo….. e così via..

Perché Dio glielo chiede? Ci sono risposte variegate se si osserva la vicenda da varie prospettive. Noi ve ne proponiamo una : vuole verificare se nel cuore di Abramo Lui è al primo posto oppure c’è Isacco. Anche noi, cari sposi, abbiamo i nostri Isacco…. qualcuno tra i lettori potrebbe rispondere : Sì, io mi chiamo Isacco …. oppure: Sì, nostro figlio si chiama Isacco….. non intendevamo proprio questo.

Probabilmente, molti di noi hanno una realtà che hanno sognato da tutta la vita e che Dio alla fine gliel’ha concessa; hanno una realtà per la quale hanno investito molto/tutto , o continuano ad investire ancora oggi in : tempo, risorse, energie e magari denaro; hanno una realtà in cui hanno riposto tutte le proprie speranze, le attese. Volete qualche esempio?

Per molti il proprio Isacco potrebbe essere il lavoro, il proprio hobby con le sue attrezzature, i beni che possiede, la propria salute, la bellezza del corpo ….. per qualcuno potrebbe anche essere la propria attività dentro la Chiesa: il mio essere catechista, membro del Consiglio Pastorale Parrocchiale o addirittura Diocesano, membro della Commissione “…X,Y,Z…” locale o nazionale, responsabile della cura dei paramenti liturgici, organista/corista o lettore, responsabile del bar/oratorio, responsabile della segreteria parrocchiale/diocesana, evangelizzatore o predicatore, curatore di un blog cristiano, responsabile dei responsabili a livello interplanetario…… per alcuni potrebbe addirittura essere il proprio coniuge o il proprio matrimonio.

Niente e nessuno deve prendere il posto che spetta a Dio: il primo !

Cari sposi, qual è il nostro Isacco? Dobbiamo essere pronti a sacrificarlo imitando la fede di Abramo perché questo ci aiuta a staccare il cuore da questo mondo corruttibile e fissare il nostro sguardo interiore nelle realtà eterne.

Tutte le realtà che abbiamo elencato come esempi, e le altre che voi vivete, devono essere orientate a DIO e da DIO, a maggior ragione se sono realtà nobili e belle devono dare gloria a Dio per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo…… vi è piaciuto questo finale trinitario, non è vero?

Coraggio sposi, presentiamo con fede il nostro Isacco sull’altare dimostrando a Dio chi è al primo posto nel nostro cuore di sposi.

Giorgio e Valentina.

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Dio non chiede sacrifici ma di sacrificarsi con noi

Riprendo la prima lettura di ieri. E’ perfetta per fare una riflessione che noi cristiani, io per primo facciamo davvero fatica ad accettare. E’ una realtà sempre difficile da accogliere, ma che se accolta ci permette di fare quel salto di qualità, ci permette una conversione vera.

Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio

Questo è il Dio di Abramo, questo è il nostro Dio. Non è un Dio sanguinario, non ci chiede sacrifici per sè. Non è quel tipo di divinità venerata nei luoghi abitati da Abramo in quel tempo. Abramo abitava luoghi dove i sacrifici umani esistevamo davvero e probabilmente bambini e giovinetti erano offerti in olocausto per gli dei. Il Dio di Abramo non è così. Il Dio di Abramo ferma la mano del patriarca già pronta a colpire e uccidere il suo unico figlio Isacco. Dio gli chiede altro. Dio si mostra per quello che è. Un Dio che desidera amare prima che essere amato, un Dio che si offre. Chiede ad Abramo di uccidere sì, ma un ariete impigliato in un cespuglio. In altre traduzioni si parla di roveto. Alcuni esegeti vedono in quell’ariete una prefigurazione di Gesù. Gesù offerto per noi. Gesù offerto al nostro posto. Dio offre se stesso. Questo è il nostro Dio. Un Dio che dà la vita e che non chiede la nostra.

Capite cosa significa questo? Il nostro Dio non ci toglie le difficoltà. No! Non fa questo. Spesso noi vorremmo un dio che ci proteggesse da ogni male e da ogni sofferenza. Un dio così non sarebbe altro che un amuleto. Non ci sarebbe una vera relazione d’amore. Ti prego, ti invoco, vengo a Messa, faccio pellegrinaggi perchè tu mi devi togliere ogni male. Questo non è amore, è commercio, è dare per avere. Dio non toglie le difficoltà ma cerca una relazione con noi, la cerca affrontando le nostre stesse fatiche accanto a noi. Spesso nella sofferenza alziamo il nostro grido a Dio: Dove sei? Perchè mi hai abbandonato? Sia chiaro, alzare il nostro grido è umano. E’ sbagliata però la prospettiva. Gesù non ci ha abbandonato. E’ lì con noi, è lì che soffre con noi. Questo cambia tutto. Non ci sarà più nulla che potrà distruggerci e schiacciarci. Ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura sempre di ieri: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Se Dio è con noi nulla potrà essere così grande e così forte da farci disperare. Alzeremo lo stesso un grido, la fatica e il dolore fanno male, ma sarà un grido diverso. Cosa significa questa sofferenza che ci hai dato? Che hai dato a me e a te. L’hai data a me con te. Ogni situazione sarà letta in una prospettiva feconda. Cosa posso fare adesso? Come posso lasciarmi amare da te? Come posso sentire la tua presenza? Come non pensare ad un esempio luminoso come quello della venerabile Chiara Corbella e a come ha saputo affrontare tutta la sua storia matrimoniale con Enrico. Due figli morti alla nascita e poi la sua malattia scoperta quando aspettava Francesco il suo terzo bimbo. Una malattia che l’ha portata alla morte. Una serie di difficoltà che avrebbero steso chiunque. Lei le ha sopportate sempre con la certezza di avere Dio accanto. Un Dio presente nel suo matrimonio sacramento con Enrico. Tanti la vedono come una donna inarrivabile, in realtà ci ha mostrato ciò che tutti possiamo avere se solo riusciamo a costruire una relazione d’amore con Gesù. Non era una donna con i superpoteri, ma una donna che si è lasciata amare da Gesù. Per questo la sua vita mi interpella in modo prepotente. Perchè lei ha mostrato che si può sconfiggere anche la morte e le malattie che sono le cose che più mi spaventano. Per questo la amo tanto e la vedo come una sorella maggiore (anche se era più giovane di me).

Il mio pensiero va anche ad un’altra fatica sempre più comune tra gli sposi. Penso a tutte quelle mogli e tutti quesi mariti che vengono abbandonati. Credo sia naturale per loro chiedersi il perchè di quel fallimento. Perchè se ne è andato/a? Gesù, avevo messo tutte le mie speranze nel matrimonio? Mi fidavo di te Gesù eppure se ne è andato/a. Anche tu Gesù te ne sei andato con lui/lei. Ora mi sento completamente solo/a. Non me lo meritavo. Eppure non è così. Chi ha davvero costruito una relazione con Gesù sa di non essere da solo. Certo non è immediato comprenderlo. La separazione fa male, fa tanto male. Eppure, questo è quello che ho capito parlando con tanti sposi fedeli e abbandonati, piano piano si fa presente una consapevolezza. Queste persone comprendono come non siano loro ad essere sole. Con loro c’è Gesù, Gesù anch’esso abbandonato da chi se ne è andato/a, come lo sono loro Chi se ne va non solo abbandona un marito, una moglie, magari dei figli, ma con quella scelta ha rinnegato anche lo stesso Gesù. Chi comprende tutto questo diventa una persona capace di offrire la sua sofferenza per il bene di chi l’ha tradita, proprio perchè sa che a lei è rimasta la ricchezza più grande che è la relazione con Gesù, che non finisce con un fallimento matrimoniale, ma che al contrario può diventare ancore più forte e bella. Ciò, lo ripeto, non toglie il dolore, non toglie momenti in cui ci si sente soli, ma dà un senso e una prospettiva che riempiono il cuore.

Il nostro Dio è incredibile. Difficile da accogliere quando costa fatica ma meraviglioso per come sa riempire il nostro cuore quando riusciamo ad aprirci al Suo amore.

Antonio e Luisa

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Regalatevi un tempo per trasfigurarvi

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».
Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,2-10.

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di Quaresima. La Quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è appunto feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto.

Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo!

E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi.

Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La Quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno non proprio urgente e necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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Ho capito, ma quando ?

Eccoci qui, cari lettori, siamo al nostro primo sabato insieme con voi. Se vi piace l’idea potremo cominciare, da sabato prossimo, una serie di articoli che ci aiutino a riscoprire la bellezza della Liturgia Eucaristica ; abbiamo pensato di pubblicarli di sabato perché possano essere d’aiuto alla nostra anima nel predisporsi con l’atteggiamento giusto alla Domenica ; fateci sapere se vi piace l’idea e/o se la ritenete utile sui canali social che ben conoscete.

In queste righe ci lasceremo interrogare dal Vangelo odierno della Santa Messa :


Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 5,43-48 )  
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Chissà quante volte avremo sentito l’incipit “In quel tempo ” ; vi siete mai chiesti : sì, ma quale tempo ? …. in che anno , giorno, mese ? Ma se il Vangelo ha la pretesa di essere credibile non poteva almeno essere un po’ più dettagliato storicamente ?

Sono domande legittime ma non ci aiutano a risolvere la questione posta da Gesù…. se anche sapessi l’ora esatta , allora riuscirei ad amare i miei nemici ? Crederei di più nella Parola del Vangelo solamente se sapessi esattamente in che giorno, mese, ora Gesù disse questo o quello ? Siccome il Vangelo non è riproducibile in laboratorio significa che non è vero ? Se il Vangelo non è clinicamente testato smette di essere una Parola efficace ?

Evidentemente no …. quindi scopriamo che quell’incipit “In quel tempo” si riferisce al mio tempo, al tempo della mia vita, al tempo presente in cui io ascolto questa Parola, al tempo in cui io mi decido per quella Parola, “in quel tempo” in cui noi sposi ci decidiamo per Gesù senza tentennamenti, senza ripensamenti, senza SE e senza MA.

Ma proseguiamo la nostra riflessione e ci soffermiamo alle parole che seguono l’incipit : “Gesù disse ai suoi discepoli”.

Avete mai assistito ad un allenamento di una squadra ? Oppure …. siete mai stati negli spogliatoi quando il Mister ( l’allenatore ) spiega ai propri giocatori la tattica per vincere contro il temibile avversario ? Quando il Mister parla si sta in religioso silenzio seduti al proprio posto, ascoltandolo con attenzione perché se anche solo un giocatore non svolge bene il proprio ruolo/compito, rischia di far saltare la tattica dell’intera squadra e di buttare all’aria la partita , regalando così la vittoria agli avversari.

Cari sposi, quando Gesù parla ai suoi discepoli, non si sta rivolgendo ad una massa informe e sconosciuta, si sta rivolgendo a coloro che hanno deciso di seguirlo in tutto, di imitarlo in tutto, a noi sposi …. insomma Lui è il nostro Mister e noi siamo la sua squadra. Non è necessario che ci sia una situazione contingente che ci costringa ad ascoltarlo….. ci basti sapere che il nostro Mister Gesù sta parlando, ed allora scatta in automatico la modalità ascolto in religioso silenzio.

A volte succede, ahimè in molte coppie, che il nemico sia proprio il mio consorte. Che fare dunque ? Gesù ci insegna ad amare i nostri nemici e pregare per loro. Il Mister ci ha dato un compito/ruolo all’interno della sua squadra. ! Amare il nemico si traduce in una serie di comportamenti che sono guidati dalla volontà di amare lo stesso nemico imitando Gesù, cioè ripagando il male con il bene….. non vogliamo qui descrivere alcuni esempi per non escluderne altri.

Approfittiamo del tempo quaresimale per pregare per i nostri nemici, offrire sacrifici, mortificazioni, digiuni ( ricordiamo che la gola è uno dei sette vizi capitali che portano all’Inferno ) per la loro conversione e scopriremo che il primo a convertirsi sarà il nostro cuore perché sarà libero di volare, libero dalla zavorra del rancore, della rivalsa, della ripicca, della vendetta.

E noi sposi, tutto questo lo viviamo “In quel tempo”, cioè il tempo del nostro matrimonio, domani potrebbe essere già troppo tardi.

Coraggio sposi , il tempo della conversione è ADESSO.

Giorgio e Valentina.

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Gesù bambino e Art Attack

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

I figli sfornano continuamente idee. Le nostre figlie, anche se ancora piccoline, hanno idee nuove da realizzare abbastanza frequentemente.

“Mamma…posso prendere i tuoi smalti? Papà…posso prendere un foglio dalla stampante?

E anche se tu rispondi: “NO!!!”, loro ugualmente – prese dalla smania di creare quello che hanno appena visualizzato nella loro mente – si lanciano in grandi opere che art attack scansati proprio

Ve l’immaginate Gesù – non più nella culla di paglia tanto caruccia al freddo e al gelo – ma in agguato nella falegnameria di Giuseppe…o tra i gomitoli di Maria?

“Papà, posso usare la pialla che devo fare uno scivolo per il mio Peluche?” “Mamma, posso usare un po’ di lana che voglio farci un’altalena per il mio Robot giocattolo?”

E Giuseppe e Maria…cosa avranno risposto alle richieste martellanti del Gesù bambino preso dagli attacchi d’arte e sporco di colla vinilica?

Probabilmente, dopo l’ennesima richiesta si saranno arresi anche loro…probabilmente però, a differenza nostra (cioè nostra di Pietro e Filomena, non vostra che leggete e che sicuramente siete brave persone)…a differenza nostra non avrebbero infranto i sogni artistici e creativi del piccolo Gesù, ma si sarebbero fidati.

Si…Giuseppe certamente ne sapeva più di lui in materia di sedie, trucioli e mastice, ma probabilmente si sarà fidato di suo figlio, di quel bambino che ha imparato in quella bottega cosa voglia dire avere un Padre che si fida di te.

E Maria? Si sarà infuriata (come me e Filomena) quando Gesù ha sprecato un intero gomitolo di lana per creare un labirinto? Forse si è fidata…si è fidata che quel bambino (bambino come tutti) che stava imparando a ritrovare la strada di casa e a non aver paura di perdersi mentre raggomitolava la lana che dalla bottega del padre portava dritto alla cucina dove era sua madre intenta a preparare il pranzo…

Gesù è stato l’adulto che è stato anche e soprattutto grazie al fatto che le prime persone che hanno creduto (a 360°) in lui, sono stati la sua mamma ed il suo papà.

E noi, ci fidiamo dei nostri figli?

Ci fidiamo del fatto che hanno delle potenzialità che non immaginiamo neanche?

Ci fidiamo che il loro punto di vista alternativo al nostro un giorno potrebbe essere il punto di vista che sarà necessario per il mondo in cui viviamo?

A volte li guardiamo e vediamo in loro i nostri difetti…e siccome non piacciono a noi, ci fanno arrabbiare.

Sono disordinati come in fondo lo sei anche tu…

Sono pignoli come in fondo lo sei anche tu…

Si emozionano ed amano…come in fondo lo fai anche tu.

E siccome non credi abbastanza in te stesso finisci per distruggere anche il loro mondo, il loro modo nuovo di progettare una casetta di cartone o una cucina per le bambole.

Allora chiediamo soccorso ai santi genitori Maria e Giuseppe, affinché ci aiutino a vedere nei nostri figli, anche quando ci fanno arrabbiare (non parliamo di voi che siete brave persone, ma di me e Filomena che non lo siamo)…anche nei momenti che ci sembrano i peggiori figli di questo mondo…possiamo scorgere in loro una persona degna di stima, una dimora dello Spirito di Dio.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Dio è amore e gli sposi lo testimoniano

La nostra vocazione e la nostra profezia di sposi sono raccontate benissimo da sant’Agostino che commentando la Prima Lettera di Giovanni ebbe a dire: Se niente altro a lode dell’amore fosse stato scritto nel resto della Lettera, o meglio nel resto della Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo quella dichiarazione “Dio è amore”, non dovremmo cercare nient’altro.

Dio è amore. Questa è la sintesi più autentica di tutto il Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura. Il nostro compito di cristiani è questo. Dare un volto e concretezza all’amore di Dio. Raccontare con la nostra vita che Dio è amore. Se paradossalmente per un disastro dovessero scomparire tutte le Bibbie e non ci fosse più memoria di esse e del loro contenuto, Dio continuerebbe a parlare al mondo fino a quando esisteranno degli sposi che si ameranno autenticamente. Esaminiamo ora il capitolo undici di Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II.

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano. In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale. La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».

Familiaris Consortio

Matrimonio e verginità sono le due strade attraverso cui l’uomo può comunicare l’amore di Dio stesso a tutti. Il matrimonio è una chiamata naturale. Esiste quindi fin dalle origini. Gesù introduce invece una nuova chiamata che è la verginità consacrata. Ci sono moltissime espressioni di questa vocazione. Non sono più solo i sacerdoti, i frati e le suore. Esistono moltissime nuove realizzazioni di questa vocazione sempre al passo con i tempi e suscitate dalla fantasia creativa di Dio che risponde in modo personale ad ogni persona.

Queste due vocazioni sono entrambe necessarie e tra loro complementari. Perchè sono complementari? L’amore di Dio ha tre caratteristiche. Dio ama per primo. Dio ama per sempre. Dio ama tutti. Gli sposi esprimo due di queste qualità. Sono chiamati ad amare per primi. Non possono aspettare di ricevere dall’altro/a. Dovrebbero desiderare di gareggiare nell’amore e nell’essere primi a donarsi l’uno all’altra. Sono chiamati poi ad amare per sempre nell’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Nella fedeltà alla promessa. Non possono però amare tutti allo stesso modo. L’amore sponsale, dove ci si dona totalmente in anima e corpo, è per sua natura esclusivo. Chi mostra quindi la profezia dell’amare tutti? Naturalmente chi ha scelto la verginità consacrata. Il nostro padre spirituale ci ama come fossimo davvero figli suoi e fa la stessa cosa con chiunque venga lui affidato dal Signore. Per questo non può legarsi a nessuno in modo esclusivo.

Sposi e vergini consacrati sono profezia dell’amore totale di Dio. Lo sono insieme. Queste due vocazioni sono complementari anche per un altro motivo. I consacrati cosa dicono a noi sposi? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Ci ricordano che non abbiamo bisogno di un’altra persona che ci completi e ci dia un senso. Il senso viene dall’amore stesso donato gratuitamente. I sacerdoti non si bastano come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro.

Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai nostri fratelli e sorelle consacrati come possono amare Cristo e come Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.   Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore.

Antonio e Luisa

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Diagnosi infallibile

Dal Vangelo secondo Luca Lc 5,27-32 In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Quelli più attenti, tra voi lettori, si saranno accorti che è lo stesso Vangelo riportato nell’articolo di sabato scorso, ed infatti è stato proprio quell’articolo dei nostri amici Antonio e Luisa a stimolare la riflessione su un altro particolare riportato però alla fine del brano ed è contenuto nella risposta di Gesù.

Gesù ci è maestro in tutto, anche nel modo in cui rapportarsi con i criticoni o (peggio) con i provocatori. Avrete notato infatti che Gesù non lascia cadere la domanda (per alcuni versi legittima) posta dai farisei/scribi, ma nello stesso tempo non dà loro la risposta diretta alla mera richiesta, ma va oltre , dando una visione diversa del suo stare in quel posto con quelle persone.

Se avessero posto la stessa domanda a noi, avremmo risposto con frasi tipo : ma a voi cosa interessa ? … e poi mi ha invitato il padrone di casa , siete forse gelosi ? …..perché voi vi credete migliori di questi qua ? …. io mangio con chi mi pare e piace !

E invece Gesù non si abbassa al loro livello (come avremmo fatto noi) , ma, al contrario, cerca di far alzare loro lo sguardo verso una verità molto più grande di quella che volevano sapere i farisei/scribi ; è come se avesse dato loro la possibilità di guardare la realtà con un orizzonte più ampio.

Succede spesso che veniamo interpellati da altre coppie con domande trabocchetto, simili nella loro costruzione a quella riportata in questo brano evangelico…. ma come fate a portare a Messa anche le bambine (quando erano piccine) ? Ma come fate a trovare tempo per pregare tutti i giorni ? Non siete normali…. povere bambine….ecc…..ma povere figlie .. fare il digiuno tutti i venerdì…

Le risposte sarebbero molteplici e di non immediata risoluzione…. però fondamentalmente abbiamo imparato a non rispondere alla mera delucidazione richiesta in senso stretto, ma cerchiamo di imitare Gesù porgendo agli interlocutori un nuovo punto di vista, e così nascono nuove risposte del tipo : quando andiamo in vacanza al mare ci portiamo anche le bimbe (quando erano piccine soprattutto) perché sappiamo che a loro fa molto bene l’aria di mare, certo…. esse non sanno quanto bene faccia tutto ciò, ma noi genitori sì…. e quindi le portiamo con noi nonostante la fatica che comporta andare in vacanza in un appartamento in affitto….. lo stesso ragionamento lo facciamo per la preghiera, la vita di fede…. loro non lo sanno quanto bene faccia, ma noi sì …

Questo è solo un esempio che vuole aiutare ad assumere lo stesso atteggiamento di Gesù…. cioè , si scavalca la domanda con un ragionamento che, se seguito , conduce l’interlocutore stesso a darsi una risposta. Quindi Gesù stava dicendo a questi scribi/farisei che i pubblicani e i peccatori sono i malati per cui il medico Gesù è venuto. Ma scopriamo insieme l’aspetto più profondo della risposta di Gesù.

Non è che forse Gesù vuole aiutare questi scribi/farisei a riconoscersi anch’essi malati e bisognosi del medico Gesù ?

Le diagnosi del medico Gesù sono infallibili. Cari sposi, quei malati siamo noi, con le nostre relazioni malate, con il nostro modo malato di vivere la castità, coi nostri gesti malati di egoismo, ecc...

Quando si va dal medico bisogna scoprire la parte malata, il medico deve vedere la nostra ferita per curarla, è necessario che il medico sappia tutto per fare una diagnosi esatta e così aiutarci nella guarigione, prescrivendoci le medicine e le cure giuste per quel male che ci affligge….. se nascondessi qualcosa al medico, come farebbe ad aiutarmi ?

Sposi, volete far diventare il vostro matrimonio ricco come un meraviglioso bouquet di fiori ? Fatevi visitare dal Medico dei medici, non nascondetegli le sofferenze, i problemi, le difficoltà spirituali e materiali …..scoprire una ferita aperta fa male, ma è necessario affinché il medico la curi…. approfittiamo della grazia del tempo quaresimale

Coraggio sposi, le diagnosi di Gesù sono infallibili !

Giorgio e Valentina.

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Sposi profeti dell’amore (Sposi profeti. 3 capitolo)

L’articolo precedente si è concluso con la venuta di Gesù. Gesù ha cambiato tutto. Attraverso di Lui, il più autentico dei profeti, essendo vero Dio oltre che vero uomo, tutta la Sua Chiesa nascente è stata abilitata ad essere profezia. Ogni battezzato diventa profeta. I primi sono stati proprio gli apostolo che hanno ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste. Come hanno concretizzato la profezia? Portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio con tutta la loro vita. Il cristianesimo si è diffuso così rapidamente non certo per le parole dei cristiani. Almeno non solo per quelle. Si è diffuso soprattutto per come i cristiani vivevano e amavano. Per la fede così radicale che spesso abbracciava il martirio. Da allora la Chiesa è cresciuta grazie alla profezia dei cristiani. Tutte quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova : lo Spirito Santo.

Tutto il popolo di Dio diventa popolo profetico, la Sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve portare all’umanità la Parola di Dio, che deve dare le coordinate per poterla capire. Esattamente come facevano i profeti prima di Gesù. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. Basta fare un salto nel passato e osservare come nella storia della Chiesa ci siano stati innumerevoli profeti. Gente che non è stata chiamata in modo straordinario come avveniva prima di Gesù ma tutte persone che avevano ricevuto il loro profetismo nel Battesimo. Un sacramento che abbiamo ricevuto tutti. Sta ad ognuno di noi comprendere ciò che Dio vuole raccontare attraverso la nostra vita.

È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie. In un tempo quando i feudatari vessavano la povera gente, e dove spesso anche i vescovi erano espressione dello stesso potere feudale, i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. Nel XIV secolo Dio ha suscitato istituti religiosi dediti alle opere di misericordia come i camilliani. Nell’ottocento sono arrivati i grandi educatori come don Bosco o don Murialdo. Fino ad arrivare ai papi santi del secolo scorso come Paolo VI e Giovanni Paolo II che in un periodo di forte confusione nell’ambito sessuale e relazionale hanno portato parole di verità e di bellezza. E così via.

Oggi non c’è più così bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai poveri anche se giustamente continua a farlo. Non ce n’è bisogno perchè la stessa società civile ha capito di doversi occupare della miseria materiale e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. In questa nostra epoca il matrimonio è particolarmente attaccato. E’ sotto gli occhi di tutti. C’è quindi una realtà da salvare, una misericordia da offrire e una verità da annunciare proprio per quanto riguarda l’unione sponsale. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno d’amore delle origini a tutto il mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Sposi non certo perfetti ma che sappiano pur nelle difficoltà e fragilità riconoscere la presenza di Dio e affidarsi a Lui.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Come potete essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siete proprio perchè siete come siete. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete profeti della misericordia. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Siete profeti. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete profeti. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete profeti. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio. Tutte piccole profezie dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo Chi è il profeta

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Il deserto è un’esperienza di fede.

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,12-15.

Oggi mi soffermo su una sola parola: deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Giovanni 4, 13-14). Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso. L’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta.

Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo possibilità. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

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Lo vide e gli disse: Seguimi!

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?».
Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 5,27-32.

Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Levi. Gesù vede oltre. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo.

Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo scruta dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama.

Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Chi è il profeta? ( Sposi profeti 2 capitolo)

Chi è il profeta per noi cristiani? Partiamo dall’etimologia. Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per. Nel nostro caso è colui che parla per Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. La Parola di Dio è viva, eterna e potente e il profeta la traduce in un linguaggio comprensibile dagli uomini del suo tempo. La profezia naturalmente non è un concetto solo cristiano. Non è una nostra prerogativa. Esiste praticamente da sempre. Come è nata quindi la profezia?

Lo possiamo comprendere osservando la storia antica. Nel Medio Oriente, come in ogni civiltà del passato, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone che credeva capaci di intendere e di comunicargli la volontà delle divinità in cui lui e il suo popolo confidavano. Il re aveva bisogno di sapere se avrebbe avuto il favore del suo dio o dei suoi dei. Come non pensare a quello che significava Delfi con i suoi oracoli per i greci. Oppure quanto fossero importanti gli aruspici per gli etruschi, o i sacerdoti per gli egizi. Ogni popolo aveva una consapevolezza dell’esistenza di una o più entità divine che governavano il mondo e aveva bisogno di sapere cosa queste divinità pensavano e volevano da loro. Spesso nell’antichità il sacerdote era anche veggente, profeta o oracolo. Per Israele non era così. Sacerdoti e profeti erano due figure solitamente diverse. I sacerdoti erano coloro che offrivano a Dio riti o sacrifici, mentre i profeti erano coloro che traducevano la parola e la volontà di Dio. Per gli israeliti il prototipo dei profeti è incarnato sicuramente da Mosè. Mosè che è stato un chiamato e un mandato. Dio lo ha scelto per usarlo come messaggero per il Suo popolo. Il nome che gli ebrei davano ai profeti era Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta aveva sempre la consapevolezza e la coscienza di manifestare una realtà che non era sua. Il profeta Amos disse: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Il profeta Geremia aveva coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno: Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Il profeta spesso non nutriva nessun desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Essere profeta (perchè profeta non si fa ma si è) non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo, quando Dio incaricava il profeta di rivelare la Sua volontà, non gli chiedeva solo di parlare in Suo nome ma tutta la persona del profeta diventava Parola vivente. Osea fu chiamato a sposare una prostituta: Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore. Perfino i figli facevano parte della profezia. Ezechiele perdette la moglie, quella che lui chiamava Luce dei miei occhi, e Dio non gli permise neanche di manifestare il lutto. Un atteggiamento che scandalizzò il popolo che non comprendeva l’atteggiamento di Ezechiele. Dio usò in questo modo Ezechiele per far capire al Suo popolo che per i tanti peccati commessi avrebbe perso tutto: Voi farete come ho fatto io: non vi velerete fino alla bocca, non mangerete il pane del lutto.  Avrete i vostri turbanti in capo e i sandali ai piedi: non farete il lamento e non piangerete: ma vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro.  Ezechiele sarà per voi un segno: quando ciò avverrà, voi farete in tutto come ha fatto lui e saprete che io sono il Signore Dio.

Attraverso i gesti e le azioni dei profeti, Dio comunicava con il suo popolo. Un profeta veniva chiamato a profetare quindi con tutto il suo essere. Un’altra considerazione importante. In Israele c’era una grande differenza tra re e profeta. Il re poteva essere eletto, o comunque scelto, dal popolo, come accadde ad esempio per Saul e per Davide. Per il profeta non funzionava così. Il profeta era chiamato direttamente da Dio. Il profeta faceva quindi quello che Dio gli chiedeva. Il profeta doveva essere libero di svolgere la sua funzione senza dover rendere conto a nessuno all’infuori di Dio. A volte doveva rimproverare come Natan verso il re Davide: Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita. Altre volte il profeta incoraggiava come scritto in Geremia o altre ancora prediceva il futuro come in Isaia: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.  Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Il profeta infine correggeva anche le idee del popolo, annunciava castighi o benedizioni. I profeti non cercavano la benevolenza del popolo. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciavano qualcosa di nuovo e non sempre favorevole, sapevano andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia prima di Gesù fu Giovanni Battista. Giovanni Battista era una persona profondamente libera, era una persona talmente libera che non aveva nessuno che lo pagava. Si nutriva di insetti e di miele e si vestiva di abiti fatti di peli di cammello, che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti perdette letteralmente la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico.

Poi venne Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù ha rivoluzionato tutto. Nei prossimi capitoli vedremo in che modo. Intanto ricordiamo che il profeta ha due caratteristiche fondamentali che lo costituiscono: è CHIAMATO ed è LIBERO. Queste due qualità saranno determinanti anche per la nostra profezia di sposi cristiani.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo

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La Quaresima per non essere schiavo

Da quando curo questo blog c’è un articolo che propongo all’inizio della Quaresima. Sempre lo stesso. Credo che in realtà anche io ho bisogno di rileggerlo. Ci tengo particolarmente perchè mi riporta all’inizio del mio cammino con Luisa.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace? Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori, per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo che, seppur lodevole, non ci cambia veramente e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo.

Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace.

Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo.

Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore autentico. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità.

La Quaresima non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa. Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Sei di coccio !

Riportiamo il breve brano evangelico della santa Messa di ieri : ( Mc 8,11-13 ) In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

A chi è genitore sarà capitato almeno una volta di cominciare una discussione con un figlio in merito ad una domanda/richiesta avanzata da quest’ultimo….. mentre la discussione avanza, assume la connotazione di trattativa, ed è in questo tira-molla che si capisce la vera natura della prima richiesta….. tanti giri di parole a che scopo ?….. ai maschi non piace per niente questa situazione, anzi, fa irritare perché ci si sente presi in giro…… sarebbe meglio andare subito al sodo e comunicare da subito il vero interesse che ci sta dietro tante parole…. a volte dietro tante moine.

Sappiamo già che molti lettori staranno ridendo sotto i baffi, qualcuno forse pensa anche al proprio coniuge, qualcuno ai colleghi, ai parenti, anche al proprio parroco quando ti chiede : cosa hai da fare sabato pomeriggio ?

Come avrete già intuito, queste situazioni sono praticamente uguali a quella descritta nel Vangelo soprariportato. Ecco perché Gesù, il paziente (non nel senso di malato), anzi, Colui che è La Pazienza (di Dio) fatta carne, dopo un po’ che discute coi farisei, sospira profondamente. Gesù non è mica scemo ed ha capito che i farisei fanno tanti giri di parole senza arrivare al nocciolo….perché ? Forse perché hanno vergogna di sè stessi, della propria pusillanimità, sanno di non riuscire a sostenere un faccia a faccia con Gesù e perciò prendono il discorso “alla lontana”.

La risposta di Gesù ( anche la comunicazione non verbale ha la propria importanza ) è chiara ed inequivocabile …. sembra dire : ma mi prendi per scemo ? Guardate che ho capito il vostro giochetto….. mi avete teso l’ennesimo tranello ma io non ci casco. Se avesse dato loro un segno gli avrebbero creduto ? Si sarebbero convertiti e quindi diventati discepoli ? Noooooo…. a loro interessava solo il segno.

Cari sposi , a volte anche noi cerchiamo solo un segno da Gesù ? Anche noi discutiamo con Gesù perché sappiamo di essere solo in debito con Lui , e quindi facciamo tanti giri di parole , ma in realtà vogliamo un segno ?

Ma che segno vogliamo ? Il fatto che noi siamo suo sacramento , quindi siamo come la sua “prolunga nel tempo” per gli uomini non ci basta ? Sapere che siamo un segno sensibile ed efficace della grazia di Cristo per il nostro coniuge non è già sufficiente ? Sapere che se lasciamo agire Lui in noi, ogni nostra carezza, sguardo, abbraccio, ogni nostro gesto , è efficace come se noi “prestassimo” il nostro corpo a Cristo Gesù per amare il nostro coniuge , non è sufficiente ?

Abbiamo tra le mani un tesoro e molte volte lo sprechiamo. Chi di noi, sapendo di avere un milione di euro sul conto in banca, non lo userebbe lasciandolo in banca a marcire ?

Cari sposi, recuperiamo ciò che già siamo, riappropriamoci del nostro tesoro che gratuitamente ci è stato consegnato, ed usiamolo per la nostra eterna salute, affinché Gesù non sospiri profondamente e quando Gli parliamo ci risponda : ” Ma sei proprio di coccio eh ! ” ….ed infine, cosa più grave e terribile , facciamo in modo che non ci abbandoni , non ci lasci soli….. infatti la parte peggiore è alla fine… il Vangelo annota : ” Li lasciò, risalì sulla barca e partì...”.

Un matrimonio senza Gesù è morto .

Carissimi sposi, questa settimana facciamo in modo che Gesù non lasci il nostro matrimonio e parta lontano da noi.

Coraggio, famiglia, diventa ciò che sei ! Buona e santa Quaresima !

Giorgio e Valentina.

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Volete capire l’intimità degli sposi? Guardate l’Eucarestia.

Parliamo nuovamente di sessualità. Non a caso ci sono delle persone che mi accusano di essere fissato. Secondo queste persone ciò che conta nell’amore non è l’eros ma è il sacrificio, è il dono di sè. Cosa è il rapporto fisico se non la più alta espressione (corporea) proprio del sacrificio e del dono di sè. Io sono quindi d’accordo con loro. E’ vero, l‘amore sponsale è una scelta radicale che potrebbe chiederci di abbracciare la croce, come avviene per tanti sposi abbandonati che restano fedeli alla promessa. Siamo davvero sicuri però che l’intimità fisica non c’entra nulla con il sacrificio di Cristo? Vi mostrerò che hanno molto in comune come hanno molto in comune Eucarestia e sacramento del matrimonio.

Ripassiamo un po’ dell’abc della nostra fede. L’Eucarestia è il corpo e il sangue di Gesù. Gesù si fa magiare da noi. Gesù si fa pane e vino per farsi mangiare da noi tanto è grande il suo desiderio che noi diventiamo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote (i sacerdoti ordinati lo sono in Cristo), offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per ognuno di noi.

Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta (offriamo noi stessi) l’uno per l’altra, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Siamo sacerdoti quando puliamo casa, quando cambiamo un pannolino, quando ci diamo un bacio, quando ci abbracciamo e, soprattutto, quando…..eh si, quando facciamo l’amore.

L’amplesso fisico degli sposi rimanda quindi all’Eucarestia. In quel gesto, che diventa gesto sacro, diventiamo offerenti di noi stessi. Attraverso il nostro corpo offriamo tutto di noi all’altro/a, come Cristo ha offerto tutto di sè sulla croce per noi. L’intimità nel matrimonio è elevata a gesto sacramentale. Per questo è importante viverla bene. Per questo è importante vivere questo gesto solo con nostra moglie o nostro marito.

Ho trovato un commento di don Manuel Belli un giovane teologo del seminario della mia città Bergamo che esprime molto bene questo parallelismo tra Eucarestia e sessualità degli sposi: Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’Eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l‘una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’Eucarestia

Capite la grandezza? Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro/a come Gesù si è donato per noi. E’ vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Questo è quello che abbiamo scoperto grazie al nostro padre spirituale padre Bardelli, grazie alla Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II e adesso grazie anche a Papa Francesco. La sessualità non è qualcosa di sporco. Noi possiamo sporcarla quando la viviamo nella menzogna e nell’egoismo. La sessualità va riscoperta come via di santità e di bellezza. La sessualità è un’esperienza meravigliosa che ci introduce nell’amore e nel mistero di Dio.

Antonio e Luisa

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Per san Valentino regalatevi del tempo per voi!

Scrivo spesso che l’amore va dimostrato ogni giorno con gesti di tenerezza, di servizio e di cura che noi sposi ci doniamo gratuitamente solo per la gioia di contribuire al benessere dell’altro/a. Proprio per questa mia consapevolezza ho sempre guardato la festa di san Valentino con aria di superiorità. Sono sempre stato un po’ snob verso questa ricorrenza che spesso non è molto più che una festa commerciale che serve a vendere fiori, cioccolato, gioielli e altri regali più o meno azzeccati. Una festa un po’ superficiale fatta di frasi ad effetto magari scopiazzate da qualche sito di aforismi (ammetto che ogni tanto ci ho sbirciato anche io per trovare qualche idea)

In questi ultimi anni devo dire che invece sto rivalutando questa celebrazione dell’amore. Non certo nell’aspetto più consumistico. Anche se di questi tempi far girare un po’ l’economia può essere comunque una boccata di ossigeno per tanti commercianti. Sto rivalutando questa festa come fosse, con tutte le debite proporzioni e differenze, una sorta di giorno della memoria. Soprattutto per chi è sposato da un po’ di anni.

E’ importante credo fare memoria di quanto siamo belli insieme e di quanto è bello avere la mia sposa accanto. E’ importante recuperare, almeno in alcuni giorni, quel romanticismo che la vita pazza e frenetica che viviamo difficilmente ci consente di vivere. Si può sempre trovare il tempo per essere romantici, ma serve appunto la consapevolezza e l’impegno di volerlo essere. Se abbiamo perso l’abitudine questa festa può essere un modo per ricominciare.

Queste feste possono quindi aiutarci, darci una scossa, farci riassaporare quel gusto di stare insieme e di “viziarci” con tanti piccoli gesti e attenzioni. Naturalmente facendo attenzione che rispettino la sensibilità e la modalità dell’amato/a. Ben vengano quindi i regali più o meno costosi. Non lasciamo però che il tutto si concluda così. Diamo un senso più profondo a questo giorno. Diamo una sostanza. Il modo trovatelo voi. Posso suggerire qualcosa. Qualcosa che anche io e Luisa abbiamo cercato di fare. Prendetevi, magari, un giorno di ferie, lasciate i figli ai suoceri o alla baby sitter e fatevi una gita da qualche parte. Ancora meglio se vi prendete un fine settimana intero e dormite fuori per trovare il tempo di fare l’amore bene, con l’atmosfera e la qualità necessarie, senza la stanchezza e la fretta che la vita di tutti i giorni vi impone. Soprendetevi! Fatevi una sorpresa. Dedicatevi del tempo anche solo per parlare e guardarvi (non è scontato farlo ma è fondamentale). Trovate tempo insomma per ritrovarvi come coppia.

Così san Valentino può davvero essere un’occasione di rinascita. San Valentino come anche il giorno dell’anniversario di matrimonio. Un’occasione per ricominciare e magari trovare la forza e il desiderio di continuare anche nei giorni a venire. Sapete cosa vi dico? Trovatevi almeno un giorno al mese. Che ogni mese ci sia un san Valentino tutto per voi. Un giorno per occuparvi solo del vostro amore. Vedrete che la vostra relazione svolterà e diventerà sempre più viva e meravigliosa.

Basta davvero poco. Provare per credere. Buon san Valentino!

Antonio e Luisa

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Cacciate le piccole volpi dal vostro matrimonio

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna.

Non incoraggiarlo/la mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei/lui. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro/a e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro/a non lo/la fa sentire amato/a. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro/a mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso/a, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro/a si sentirà giudicato/a, non amato/a, attaccato/a, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo/a nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo/a l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati/e. Insistere per cambiarlo/a è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello/a e bravo/a. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo/a ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro/a ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro/a avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto/a. Per fortuna che non è perfetto/a. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

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#SanValentino di chi è #solo

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”..

Ricordo che i miei nonni, quando si avvicinava una festa a volte erano un po’ tristi per quel figlio lontano che non avrebbe potuto essere presente a condividere la gioia.

E’ così…quando c’è una bella ricorrenza chi non ha la possibilità di festeggiare come avrebbe voluto, si ritrova più amareggiato.

Allora l’articolo di oggi lo dedichiamo a tutti quegli sposi che sono soli. Si.

A tutti quegli sposi che avrebbero voluto festeggiare il San Valentino con il loro coniuge ma che oggi si trovano soli perché sono stati lasciati.

A tutti quegli sposi separati, che anziché aiutare con una preghiera e con una vicinanza vera, ci limitiamo a giudicare male.

A tutti quegli sposi che seguono i nostri Blog e che spesso cercano un po’ di ossigeno perché vivono momenti di difficoltà aspra.

Questo articolo è per voi. Questo San Valentino è per voi!

E’ un articolo per chi nonostante tutto avrebbe desiderato un pizzico di romanticismo in questo giorno…già, perché un po’ di romanticismo non ha mai ucciso nessuno.

Noi sposi che abbiamo la grazia di essere in due, oggi vogliamo pensare e pregare per voi che avete perso il vostro sposo o la vostra sposa.

Pensiamo e ricordiamo nel nostro cuore voi, che avete subito violenza da parte del vostro coniuge che avrebbe dovuto darvi solo carezze.

Siete nel nostro cuore voi, che non vi arrendete e restate fedeli al vostro matrimonio anche se avete subito la separazione…

Ma dedichiamo questo San Valentino anche voi, fratelli e sorelle che vi siete risposati e che vi sentite additati come appestati da chi non sa quanto pesi la solitudine.

Preghiamo per voi…e ricordate che se avete bisogno, potete chiedere aiuto alle vostre parrocchie, ai vostri amici cristiani, a qualche buon parroco che possa sostenervi in un cammino di fede che si…c’è anche per voi!

Questo san Valentino amaro, altro che da #baciperugina…è tutto per voi fratelli e sorelle che siete scappati dal vostro matrimonio, è per voi che non avete voluto affrontare le vostre paure, le vostre ansie e i vostri fantasmi e continuate a scappare via da vostra moglie o da vostro marito facendovi così tanto del male che oggi siete convinti che un bacio di una persona sconosciuta possa donarvi la vera gioia.

Questo San Valentino scritto di getto è per voi, è per noi…è per chi sa che l’amore è una strada piena di gioie e dolori ma nonostante tutto vuole starci dentro senza “se” e senza “ma”.

E’ per voi giovani coppie di sposi ed è per voi coppie “navigate”.

Questo San valentino è per noi, per tutti noi…imperfetti innamorati

Noi che sogniamo un bacio, una carezza e niente di più per sentirci a casa.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Quando non puoi più crescere fatti piccolo.

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere e cacciarlo/a di casa abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro/a. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro/a non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro/a. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro/a.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Autorealizzazione e dono di sè

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” Lc 9, 23

Quanto è difficile mettere insieme, nella visione cristiana, il concetto di autorealizzazione e dono di sé. Sembra che i due termini facciano a cazzotti perché l’autorealizzazione, così di pancia, sembra richiamare la soddisfazione di sé fine a se stessa, dei propri bisogni, autoaffermazione, focalizzazione su sé; mentre il dono di sé evoca la proiezione sull’altro, prendersi cura e occuparsi dell’altro, mettere l’altro al centro. In una visione cristiana sembra che apparentemente bisogna incentivare il dono di sé a scapito dell’autorealizzazione.

Questo processo, se non lo spieghiamo bene e se non allarghiamo la visuale, se non si chiarisce la portata spirituale ed esistenziale, rischia di distruggere vite e relazioni, anziché edificarle. Allora la domanda che posiamo fare è questa: QUANDO AUTOREALIZZAZIONE E DONO DI SE’ DIVENTANO PECCATO? Cioè quando questi due movimenti, invece di farti fare centro nell’amore a te stesso e all’altro, ti fa deragliare e soffrire?

Affinché l’amore sia fecondo, è importante che tu nella tua vita sia soddisfatto, realizzato, che tu possa portare avanti sogni, desideri, progetti, aspirazioni e ambizioni e che tu possa custodire ed esprimere bisogni ed esigenze. Tutto questo ti fa fare centro quando prenderti cura della tua realizzazione e bisogni ti fa sentire talmente soddisfatto e felice che questa gioia ti viene voglia di riversarla su chi hai intorno. La contentezza che costruisci nell’edificare i tuoi desideri diventa fertilizzante per le tue relazioni. Se invece il centro è il tuo ombelico e l’autorealizzazione diventa un idolo che ti rende schiavo, il fine diventi tu e probabilmente sei disposto a masticarti chiunque pur di portare avanti quello che vuoi. Se prenderti cura di te, dei tuoi sogni, dei bisogni ti stacca dagli altri, allora rischi di sbagliare bersaglio.

Questo discorso non vale se le persone da cui ti stacchi sono i genitori, perché nel processo di desatellizzazione che ogni persona deve fare, ti tocca proprio andare dietro alle cose tue e deludere, per certi versi le aspettative dei tuoi genitori. Ma questo sarebbe un tema a parte. La Parola di Dio illumina questo discorso: lontani da una visione dolorifica delle parole di Luca 9,23, rinnegare se stesso non vuol dire darsi addosso, mettersi da parte sempre, schiacciarsi, reprimersi, castrarsi, snaturarsi, violare la propria identità. Piuttosto smettere di misurare fatti, decisioni e situazioni avendo come unico metro te stesso. Sei tentato a gestirti da solo le cose e che hai il controllo di tutto, pensi di non aver bisogno di nessuno e ti bastano le tue maschere e le sovrastrutture che ti sei costruito per cavartela. Ma Cristo ti dice: “Se tu vuoi fare la strada con me, se tu pensi che io sia un modello da cui prendere ispirazione, allora rinuncia a misurare la vita con l’egoismo e le tue maschere. Prendi in mano le tue fragilità, ciò che ti devasta di più, ciò che ti fa più male e vieni dietro a Me che ho sconfitto la più grande delle fragilità: la morte”. Il nostro Maestro non è un morto, ma un risorto! Questa è la potenza e la speranza della nostra fede!

Ad esempio quando noi come coppia abbiamo vissuto quel lungo periodo di crisi tremenda che più volte abbiamo raccontato, la possibilità di decentrarci e cogliere finalmente l’uno l’esperienza dell’altro, ci ha permesso di risorgere su quelle dinamiche che sembravano solo morte. Se ci fossimo focalizzati solo sull’autorealizzazione di sé in una visione egoistica sbagliata ci saremmo separati. Invece al contrario abbiamo usato il nostro desiderio di sentirci realizzati e felici per lottare e combattere, per trovare una strada che ci facesse sentire finalmente bene, amati e soddisfatti.

Il dono di sé è peccato quando ti odi, ti dai addosso, quando ti metti da parte in una posizione vittimistica, per cui mentre ti dai all’altro accumuli rabbia e rancore oppure ti ammali (somatizzi tutta la rabbia repressa). Quando stai nella sindrome di crocerossina o di principe azzurro, quando stai in un copione di adattamento, il dono di sé diventa un idolo. PER DONARTI DEVI POSSEDERTI. Se sei consapevole di chi sei, cosa vuoi, quali sono le cose importanti, in cosa sei autentico, allora lì senti pienezza e il dono è vero. Se non ti occupi di te, dei tuoi sentimenti, dei tuoi bisogni, delle tue ferite, dei tuoi sogni, di quel Bambino Gesù dentro te stesso, non puoi amare veramente l’altro. Quando invece il dono di te è consapevole, gratuito, magari anche faticoso, e ti senti in pace, ecco che stai facendo centro. Allora si gode insieme e l’autorealizzazione di uno diventa l’esultanza dell’altro. E la gioia è benedizione!

Claudia e Roberto

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Mi presti lo zucchero ?

Giovedì scorso la liturgia ci ha presentato un brano dal Vangelo di Marco, ne riportiamo solo un passaggio :

E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

E’ interessante come Gesù concepisca la missione apostolica, non assomiglia a quegli imprenditori che rincorrono i grandi numeri a scapito della qualità…. sembra un po’ in antitesi con l’altro comando di Gesù di andare in tutto il mondo a convertire le genti.

Qui invece parla di una casa, parla cioè di intimità, di entrare in relazione personale con gli altri….. non ha parlato di stadi gremiti, di cattedrali da 3000 posti a sedere, non ha parlato di megaraduni di preghiera, di folle oceaniche alla processione del Corpus Domini….. ma Lui non è mica quello che era venuto per salvare tutti ? Non ha forse bisogno che i suoi discepoli lo annuncino fino a tutti i confini della terra, altrimenti come fa la sua salvezza a raggiungere tutti gli uomini ?

La prospettiva di vedere tutti gli uomini, in tutti i confini della terra, essere veri discepoli di Gesù è sicuramente esaltante e desiderabile, ma perché ciò accada c’è bisogno di passare di casa in casa, forse non fisicamente, ma è come dire che l’evangelizzazione passa attraverso una relazione personale.

Del resto anche Gesù ha avuto bisogno di cercarsi degli amici, ne ha scelti dodici, e tra questi ce ne erano tre più intimi… infatti, per esempio, ad assistere alla sua Trasfigurazione si è portato solo questi tre …. anche Gesù ha fatto delle discriminazioni….. ed invita i suoi apostoli a seguire questo stile nell’evangelizzazione.

Gesù conosce bene il cuore umano, e sa che la sua Parola di salvezza è sì rivolta ad ogni uomo, ma non ad una massa informe e sconosciuta…. a Lui piace la relazione cuore a cuore…. infatti quando si paragona al pastore dice che Lui conosce le sue pecore una ad una ecc…… bisogna rimanervi in quella casa/relazione in cui veniamo accolti.

Cari sposi, quante sono le relazioni che ci hanno accolto ? Ci sono tanti colleghi di lavoro, vicini di casa, che aspettano l’annuncio della salvezza di Gesù attraverso di noi…. certo, non crediate che abbiano in giardino i cartelli “Aspettiamo evangelizzatori di Gesù” a lato di quello “Attenti al cane“. Quando i nostri vicini bussano alla nostra porta chiedendoci “Mi presti lo zucchero?”…. è lì che entriamo in gioco come evangelizzatori…. perché con la scusa dello zucchero arriva una parola di bontà, una parola che lenisce una ferita del cuore, che cura la tristezza di un lutto, che rianima un cuore sfiduciato.

Cari sposi, insieme allo zucchero , diamo anche la Parola di Gesù che è più dolce del miele, ed aiuteremo il Signore a sciogliere qualche cuore di ghiaccio, a scalfire qualche muraglia interiore.

Coraggio sposi, insieme ce la possiamo fare di casa in casa, di relazione in relazione. E ricordatevi di tenere sempre lo zucchero in dispensa , non si sa mai !

Giorgio e Valentina.

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