Domenica e famiglia: un connubio possibile /43

(Con le braccia allargate, dice : ) Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.] , che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. (Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare. Poi, con le braccia allargate, continua : ) Dona loro, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace. (Congiunge le mani.)

Questa intercessione per i defunti è breve ma è densa nonostante le parole siano poche, perché la Chiesa ha sempre avuto una grande capacità di sintesi nel dire grandi verità usando solo le parole essenziali e precise; le parole delle preci usate da tanti secoli, soprattutto nella divina liturgia, sono puntuali e mai divaganti o peggio ancora nebulose, ma sono chiare e profonde nella loro semplicità.

In questo preciso momento si fa menzione dei defunti per i quali il sacerdote offre il divino sacrificio, ma non è detto che quando il sacerdote non nomini nessuno ad alta voce questo non avvenga, semplicemente i nomi non sono detti ad alta voce per vari motivi. Ma vediamo di addentrarci un poco in questa realtà dell’intercessione per i defunti.

Facciamo una brevissima introduzione: la nostra salvezza ce l’ha guadagnata Gesù sulla Croce e non ci salviamo grazie alle nostre opere ma con le nostre opere, cioè non sono le nostre opere a salvarci ma la misericordia del Signore, tuttavia le nostre opere (la nostra conversione) sono necessarie e meritorie. Infatti il ladrone pentito si è salvato non grazie alle proprie opere malvagie, ma grazie alla libera risposta personale, compiuta gli ultimi istanti della propria esistenza, alla chiamata alla conversione da parte di Gesù, il quale lo ha salvato nella Sua Infinita Misericordia.

Il Signore ci ha creato per il Paradiso, ossia esso è la nostra destinazione finale, la meta verso cui correre; ma il peccato è entrato in questo mondo con i nostri progenitori, cosicché in Paradiso non ci si va senza merito, cioè senza il nostro concorso, senza il nostro impegno a corrispondere alla Grazia. Questa vita terrena è solo un passaggio, ed è il tempo di compiere l’opera della nostra salvezza, cioè della nostra conversione, e se l’opera viene compiuta in questo mondo bene, altrimenti bisognerà concluderla in Purgatorio.

Le anime che sono in Purgatorio necessitano delle nostre preghiere per “velocizzare” la propria espiazione, per abbreviare la permanenza nel fuoco purificatore hanno bisogno di intercessori, cioè di qualcuno che si sacrifichi per loro e si interponga tra loro e la Giustizia divina quasi come a mitigare quest’ultima.

Per la liberazione di queste anime noi possiamo offrire sacrifici personali, penitenze e preghiere, e ciò è molto buono, santo e nobile, ma essendo opera umana non è nemmeno paragonabile al Sacrificio per eccellenza, cioè a quello del Figlio di Dio consostanziale al Padre. Le nostre opere di penitenza sono sante e meritorie, ma per quanto sante e pie resteranno sempre e solo umane e mai divine, mentre invece il sacrificio della S.Messa è opera di Dio, è opera di Gesù Cristo.

Perciò quando un sacerdote celebra una Messa per l’anima di un defunto, applica i meriti della Croce di Cristo a quell’anima.

Diverso invece è il caso in cui il sacerdote ricorda un defunto durante la S.Messa nelle proprie intenzioni di preghiera personale: sarà una preghiera grande e molto gradita al Signore ma non è la stessa cosa del fatto di applicare i meriti del sacrificio di Cristo per quell’anima.

Quindi è molto importante far celebrare tante Messe per i nostri cari defunti, oltre ad essere una delle 7 opere di misericordia spirituale (Pregare Dio per i vivi e per i morti), essa assolve a due compiti: il primo è quello di non dimenticarli sia sul piano umano che quello spirituale, ed il secondo è dimostrare loro che li amiamo ancora donando loro il massimo che possiamo per il massimo a cui già tendono. E non è indispensabile partecipare a quella Messa, potrebbe succedere di essere impossibilitati a parteciparvi non per nostra decisione, l’importante è che il sacerdote la celebri con diligenza.

Care famiglie, portiamo senza paura i nostri bambini alle Messe di anniversario per i nostri defunti, per esempio i nonni, i bisnonni, zii, parenti e amici cari; impareranno che tra noi e loro il legame è ancora forte, anzi lo è di più perché non ci sono più le limitazioni del corpo. Noi abbiamo ripetuto spesso alle nostre figlie che ora possono parlare e chiedere aiuto al nonno meglio di prima, perché ora il nonno non è più mezzo sordo… purché sia fatto con lo stile della e nella preghiera… ma se noi non insegniamo questo ai nostri figli, quando noi non ci saremo più chi farà celebrare Messe per noi?

Il Purgatorio non è una comoda sala d’aspetto, con la tv ed i fumetti per ingannare l’attesa, ma è un fuoco purificatore… purificante sì, ma pur sempre fuoco. Gli insegnamenti dei santi e le loro vite ci testimoniano che dobbiamo far di tutto per evitare il Purgatorio e finire dritti in Paradiso, ma se così non fosse chi pregherà per noi?

A volte basta una sola Messa per liberare le anime del Purgatorio, noi non lo sappiamo e ci affidiamo alla misericordia del Padre, ecco perché dobbiamo sempre continuare a far celebrare Messe per i nostri defunti ; se poi non dovessero servire loro, il Padre elargirà questi benefici come e dove vorrà, ma non andranno persi.

Molti si chiedono se serva dare un’offerta in denaro al sacerdote: la disciplina della Chiesa dice che non è obbligatorio a meno che la parrocchia/il santuario non decida altrimenti per necessità/urgenze di varia natura. E’ però vivamente consigliato per almeno 3 motivi: il primo è che privarsi del denaro è segno di mortificazione; secondariamente ci aiuta psicologicamente a dare importanza, ci aiuta a ricordare la data e ci sprona a parteciparvi; terzo motivo è che l’offerta in denaro è un gesto concreto di riconoscenza al sacerdote ed un aiuto per la sua sussistenza.

Giorgio e Valentina.

Pellegrini per fare esperienza della Bellezza

Da bambina andavo ogni estate in vacanza in Valle Vigezzo, trascorrevamo le vacanze a Santa Maria Maggiore, ma la messa della domenica era rigorosamente al Santuario di Re.

La storia della Madonna del Sangue risale al 1494, più precisamente alla sera del 29 aprile quando due amici scendendo dalla valle si recarono alla Bettola di Re per andare a svagarsi, ma il vino era come le ciliegie per loro, un bicchiere tirava l’altro e così, ormai alticci, decidono di sfidare altri giocatori al gioco della Piodella che consiste nel lanciare un sasso (la piodella) contro un tronco di legno per far cadere delle monete.

Uno di loro perde al gioco, si arrabbia e lancia il sasso contro l’immagine della Madonna, i giocatori scappano. Nel mentre arriva un signore che era solito passare di lì e toccare l’immagine della Madonna come segno di devozione e si rende conto che la Madonna stava iniziando a sanguinare, la notizia si sparge in fretta, vengono suonate le campane e chiamato il parroco che raccoglie in un calice il sangue della Madonna, i paesani asciugano il sangue con delle pezze ancora oggi conservate nella reliquia del santuario.

A Re sono custodite due pergamene antiche che testimoniano che il miracolo è veramente avvenuto, ma la testimonianza più viva sono i tanti pellegrini che giungono ogni giorno in questo santuario. Riccardo ed io abbiamo scelto di fare questo pellegrinaggio per rendere grazie alla Madonna per i tanti doni ricevuti e chiaramente anche per presentarle le nostre fatiche e sofferenze.

A Re sono presenti una sfilza di fiocchi nascita per grazia ricevuta, ci sono stati il mio e quello di mio fratello e adesso quello di nostro figlio Pietro. Abbiamo camminato per 16 km in totale. Mio marito era instancabile, d’altronde un alpino (è stato militare per un periodo) resta sempre un alpino, io (non essendo abituata a praticare sport) arrivata a Malesco avevo male dappertutto. Salire e scendere pendii ripidi è molto faticoso.

Abbiamo recitato il Santo Rosario e la preghiera al Cuore Divino di Gesù sia al andata che al ritorno. Una volta arrivati a Re il mio cuore scoppiava di gioia, questo pellegrinaggio è stato anche una bellissima metafora della vita, la preghiera ha alleggerito i miei sforzi, la mano di mia marito mi ha dato sicurezza e la fede mi spingeva a credere che c’è la avrei fatta e continuare a camminare. La preghiera mi faceva sentire meno pesanti i chilometri sotto i piedi.

Ci siamo confessati, abbiamo partecipato alla Santa Messa, ma non ero sicura di riuscire a tornare a piedi, ero tentata di prendere il trenino, ma lo avevo promesso alla Madonna e dovevo farcela! Mio marito è andato in farmacia a comprarmi dei cerotti per le vesciche sui piedi (se pur ho indossato scarponi da montagna mi sono venute lo stesso) e si è inginocchiato all’inizio del percorso per mettermeli sui piedi.

Abbiamo ripreso a camminare stanchi anche per il sole che picchiava parecchio quel giorno (eravamo partiti alle 14:00) parte del tragitto era in pineta e li abbiamo lodato il Buon Dio per la brezza frizzantina e le meraviglie del creato, ma poi arrivati a Malesco abbiamo dovuto proseguire sotto il sole e li abbiamo offerto con il cuore quella fatica: Maria Santissima offro a te queste fatiche in segno del mio amore e della mia devozione per te.

Dio incidenza ha voluto che proprio quando siamo arrivati a Re era appena arrivato un grande gruppo di pellegrini e hanno aperto la reliquia contenente il sangue della Madonna. È stata una grande Grazia perché non viene aperta spesso. È stata un esperienza meravigliosa, ci ha riempito il cuore di gioia, di forza vitale, è stato come abbracciare la Madonna.

Alessandra e Riccardo

15 anni di matrimonio sono pochi?

Il matrimonio è una tappa, non scontata, nella vita di una coppia. Non scontata, perché d’avventure e disavventure possono succederne a iosa. E, non sempre, si ha il desiderio, il coraggio di prender questa barca e remare, oltrepassando, insieme, gli anni per giungere alla meta. E poi qual è la meta di un matrimonio?

Ognuno può avere le sue idee. Si può filosofeggiare sull’argomento, prendere sottomano dei riferimenti teologici, la Sacra Scrittura, il pensiero dei santi, o di emeriti scrittori e pensatori. Eppure, la verità è, in questi casi, spesso soggettiva. E tale verità dev’essere pure libera. Non possiamo, cioè, sindacare le scelte di Tizio o Caio. Perché ognuno forgia su sé stesso il suo vestito matrimoniale, il suo stile di vita coniugale.

Quante coppie “litigarelle” conosciamo? Si amano, forse, meno di chi sta sempre in pace? Io e Davide siamo, così, dei bei tipi, dal punto di vista caratteriale. Eppure, riconosco come sia una delle persone migliori incontrate nella mia vita, la prima sulla faccia della terra con cui ho avuto modo di dissertare a lungo di tutto, e di crescere insieme, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore. Abbiamo tre figli e siam arrivati a quota 15, di anni insieme, A voi, dei nostri piccoli flash sul tema, scritti separatamente e poi legati, come in una sorta di puzzle; come due facce di una stessa mela, facenti parti dell’albero maestro: Dio Padre che, sempre, fa capolino con le sue fronde e ci scuote, ci parla, consiglia, ammaestra, ama sempre per primo.

Patrizia. Auguri a me e Davide, che compiamo 15 anni di matrimonio. Ma senza Dio, i figli, e gli amici fidati, saremmo, probabilmente, diversi, peggiori. La salvezza di una coppia non può dipendere, infatti, dalle sole proprie forze. Non credo possano esistere donne e uomini perfetti, amabili, esenti da difetti.

Davide. Auguri all’amore della mia vita che mi ha insegnato cosa significa amare con la A maiuscola, come le scrissi in una delle mie prime lettere.

P. Ricordo bene quella lettera… Anch’io, chiesi a Dio quando conobbi mio marito, nell’istante preciso che mi diede il primo bacio: “Insegnami ad amare, non per come ho sempre fatto, ma per come è giusto che sia“. Perché la vita di una coppia è un venire, di certo, a compromessi, un lasciarsi andare ma anche morire vicendevolmente (facendo morire, ogni volta, l’uomo vecchio) per amare davvero, per amare l’intero.

D. Già, perché il mistero dell’amore scambievole si rinnova giorno dopo giorno, istante dopo istante. Delle volte, appare come irrealistico, utopico, ideale, altre come l’insostenibile leggerezza dell’essere.

P. Prima di scoprirsi innamorati, ci si riconosce fra la folla, nel chiacchiericcio banale, si comprende d’essere simili.

D. Ma se confrontiamo il nostro “essere individuale” con l’“essere l’uno per l’altro” si scopre la meravigliosa sensazione dell’”io” che ha necessità del “noi” per divenire sponsale.

P. Ma quante volte occorre cadere prima d’arrivare al traguardo? E poi, quale sarà il traguardo? Il traguardo per la sottoscritta è trovare sè stessi, aiutarsi reciprocamente nel cammino di miglioramento interiore. Perché nasciamo come creature uniche agli occhi di Dio. Il nostro esserci al mondo, è, cioè, indipendente dalla coppia. Ma è pur vero che si può divenire più fecondi insieme. E non solo per via dei figli, ma perché in due si diventa amanti, compagni, amici. Si sperimenta quell’amare il prossimo tuo come te stesso, quel perdonarsi, e incitarsi a vicenda alla ricerca della serenità/felicità che deve riguardare poi ogni persona attorno a noi.

D. E anche se delle volte capita che con la nostra irruenza o istintività primordiale, si possa arrecare dispiacere nell’animo altrui e, in particolare, al proprio coniuge, con l’Amore e con la fede che ci guida siamo qui, oggi, con voi, a testimoniare, con gioia, la nostra unione contratta dinnanzi a nostro Signore il 5 settembre 2007.

Patrizia e Davide

Da dove nasce il vostro desiderio?

Abbiamo ricevuto una domanda qualche settimana fa. Ho già risposto personalmente a chi ce l’ha fatta, ma credo sia importante rifletterci insieme. Perchè è inutile nascondere che il dubbio di questa persona è comune a tanti. Veniamo alla domanda. Il quesito è stato posto da una donna sposata da alcuni anni con figli. Quindi si tratta di una relazione solida e duratura. Il marito le sta chiedendo insistentemente da un po’ di tempo di ravvivare il rapporto intimo con l’introduzione di alcuni sextoys e travestimenti. Lei non si sente di farlo perchè le sembra qualcosa di svilente e che non la fa sentire bene e ci chiede se moralmente l’ausilio di questi strumenti possa essere ammesso oppure no. Mi sono confrontato anche con padre Luca prima di rispondere. Quindi mi sento abbastanza certo della posizione che vi propongo.

Iniziamo con il dire la prima cosa fondamentale: anche se una pratica è lecita se non è gradita ad entrambi non è da fare. Quando ci capita di parlarne privatamente gli sposi che ci contattano, Luisa ed io siamo sempre netti su questo. Mai obbligarsi a fare qualcosa che non ci piace per le insistenze dell’altro. Perchè poi si rovina tutto quel momento di intimità. Non ci sente capaci poi di abbandonarsi all’altro e ci si irrigidisce. Capite il problema? Quindi la risposta alla follower è già chiara: dire di no. Ma ora affrontiamo un discorso più generale. Cosa dice il catechismo?

Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi (CCC2362)

Ci sarebbe da fare dei distinguo perchè i sextoys sono tanti e diversi e si dovrebbe magari valutarli in modo diverso l’uno dall’altro. Restiamo però sul generico. Io sinceramente ho qualche dubbio che far travestire mia moglie da dottoressa sexy (è solo un esempio) possa essere considerato degno. Lo stesso se decidessi di usare manette o stimolatori vari. Ma questo, potreste obiettare, potrebbe essere una mia personale sensibilità perchè sono particolarmente bigotto e represso. Quindi decidiamo pure che invece si possa fare. Alla fine la scelta è lasciata ai due sposi. Seguitemi nel ragionamento. Sappiamo bene che il rapporto sessuale tra sposi per essere moralmente buono deve avere due caratteristiche: deve essere unitivo e aperto alla vita. Quindi non ci dovrebbe essere peccato se il tutto rientra nei preliminari e poi il rapporto dovesse terminare con la penetrazione e con l’eiaculazione in vagina. L’apertura alla vita è preservata. Ho qualche dubbio sull’unione. E’ davvero un rapporto unitivo?

Cosa non funziona? E’ una scorciatoia. Una scorciatoia che evita di andare al nocciolo del vero problema. Dove nasce il desiderio che mi spinge a ricercare mia moglie o mio marito? Che rimanda poi ad un’altra domanda: con chi mi voglio unire? Con mia moglie? Con mio marito? Con le mie fantasie? Qui casca l’asino. Spesso chi sente il desiderio di usare certi aiutini è perchè non desidera l’altro. C’è aridità nel cuore.

Il desiderio, quello buono, quello che fa bene, quello che permette di vivere in modo sano il rapporto, non nasce dalle fantasie che ho nella testa. Quelle fantasie sono spesso frutto della cultura pornografica da cui mi sono abbeverato. Quello è un desiderio prettamente fisico ed egoistico. Non credo si possa neanche chiamare desiderio. E’ un’eccitazione. Ho visto delle immagini che mi hanno eccitato e che voglio ripetere con l’altro. Non sto cercando la comunione ma sto cercando di mettere in pratica delle fantasie. E’ unitivo una intimità così? Io ho qualche dubbio.

Sappiamo bene come il primo organo sessuale sia il nostro cervello. In realtà il cervello dovrebbe essere accompagnato dal cuore. Se ho bisogno di sextoys o di fare fantasie per desiderare un rapporto con l’altro forse c’è qualcosa che non va. Perchè fuggire dalla realtà? Perchè non mi basta quella donna o quell’uomo così come è?

So benissimo che costa fatica, ma il desiderio deve nascere dal cuore. Cosa voglio dire? Deve nascere dalla relazione, dalla cura reciproca, dalla tenerezza, dal mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni tutti i giorni Non solo quando vorremmo unirci in intimità. Sempre. Solo così può nascere quel desiderio buono di vivere concretamente la comunione e la fusione delle nostre persone attraverso l’unione dei corpi.

So già le obiezioni. Me le hanno fatte tante volte: se non si cambia, se non si mette un po’ di pepe e si introduce qualche novità, l’intimità dopo tanti anni diventa scontata, monotona e noiosa. Per quello non si ha più voglia. Scusatemi la franchezza ma sono tutte balle. Se il matrimonio è curato, se la relazione è messa al centro, se c’è l’impegno di entrambi di donarsi ed accogliersi durante tutta la giornata (abbracci, dialogo, carezze, servizio, esserci, ascolto, ecc), beh allora non si ha bisogno di sextoys per rendere un rapporto appagante. Perchè non è vero che è sempre uguale. Noi siamo sempre diversi, la nostra storia insieme si arricchisce continuamente di tante cose belle o brutte che condividiamo, la nostra relazione è sempre più piena e ricca. Quello che cambia non deve essere il modo di farlo, ma l’amore che ci mettiamo dentro. L’amore va curato e fatto crescere.

Usare sextoys forse non è peccato, almeno non sempre, ma è una scelta al ribasso. Sicuramente nasconde un pericolo: quello di prendere la scorciatoia ed unirci non con l’altro ma con le nostre fantasie. Certamente è una modalità molto più facile e molto meno impegnativa, ma anche alla fine triste, che non lascia nulla dopo. Il piacere quello vero non viene solo da una contrazione muscolare come è l’orgasmo ma viene soprattutto dalla comunione profonda che possiamo sperimentare se viviamo bene la nostra intimità. Un piacere questo che lascia una forza e un benessere che durano per giorni. Un piacere che non è solo fisico ma spirituale. Quindi, il mio consiglio è questo: lasciate stare i sextoys ed impegnatevi a fondo a corteggiarvi. E’ faticoso ma ne avrete indietro il centuplo quando farete l’amore.

Antonio e Luisa

Ci serve una bella doccia!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 6, 1-11) Fratelli, quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita ! Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello? Anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello, e per di più davanti a non credenti ! È già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subire piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? Siete voi invece che commettete ingiustizie e rubate, e questo con i fratelli ! Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio ? Non illudetevi : né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

E’ un brano che trasuda schiettezza e chiarezza non lasciando spazio a fraintendimenti, noi non affronteremo direttamente i vari rimproveri che S. Paolo fa alla comunità cristiana di Corinto poiché va da sé che valgono anche per noi, ma ci limiteremo a raccogliere qualche considerazione.

Innanzitutto cominceremo col capire perché l’apostolo faccia questi rimproveri/correzioni alle comunità cristiane: lo si evince dagli stessi suoi scritti, nei quali, in altre parti, ricorda alla comunità che è stato lui stesso a generarla nella fede con la sua predicazione (a cui ha fatto seguito l’amministrazione del battesimo) e quindi non solo si sente padre nella fede di tale comunità ma di fatto lo è davvero.

E quale buon padre non rimprovera e non corregge i suoi figli quando ce n’è bisogno ?

Ma cosa muove poi questo amore paterno dell’apostolo? Paolo corregge i suoi figli (ed indirettamente anche noi) perché li ama e vuole il loro bene, cioè non vuole solo che siano delle cosiddette “brave persone” o “persone bene educate” e non basta nemmeno che siano “onesti e bravi cittadini”, ma la cosa che più gli interessa è che si convertano e si salvino l’anima… guarda caso è la stessa cosa che vuole Dio Padre! E’ quindi a partire da questa paternità che dobbiamo leggere i vari rimproveri/correzioni.

E’ bella l’esortazione dell’apostolo quando dice : “Non illudetevi […]” , in fondo è come se dicesse : “State tranquilli che se faticate sulla via del bene, sulla via della Verità, sulla via della santità, allora erediterete il regno di Dio” ; vuole rassicurare i suoi circa il fatto che stare nella Verità è certamente faticoso ma lo richiede la santità a cui sono stati chiamati… forse Paolo aveva il sentore che qualcuno pensasse di andare in Paradiso senza merito, sperando in una salvezza che non pretendesse una conversione di vita reale.

Ed eccoci alla meravigliosa frase conclusiva che spiega il motivo di tanta esuberanza nel rimprovero paolino. Se qualche riga prima egli fa un elenco ai suoi figlioli di tutta una serie di azioni e stati di vita peccaminosi, i quali precludono alla salvezza operata da Cristo, ora l’apostolo si vede “obbligato” a ricordare loro che tali erano anch’essi prima di incontrarlo. Questa memoria del proprio passato peccaminoso può aiutare i convertiti, da una parte, ad avere compassione e pazienza verso coloro che ancora vivono nel peccato, dall’altra li deve stimolare a non tornare più alla vecchia vita.

E per spronarli con impeto usa 3 verbi interessanti : “...lavàti…santificati…giustificati…”.

Queste parole infuocate d’amore sono rivolte anche a noi sposi: con la grazia sacramentale siamo stati lavati dai peccati… di solito appena si esce dalla doccia non si ha il desiderio di buttarsi nel fango fino al collo, e perché invece ci piace così tanto sporcarci l’anima molto peggio che neanche il fango? Dobbiamo tornare alla doccia spirituale sempre più frequentemente.

Quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto in dono un surplus di Spirito Santo, oltre a quello ricevuto negli altri Sacramenti, e se si chiama Santo è perché la Sua azione specifica è stata racchiusa nel nome; Egli infatti è Il Santificatore, Colui che ci rende santi, Colui che ha scelto la coppia di sposi come Sua dimora… cari sposi, non facciamo fuggire dal nostro matrimonio un così illustre ospite con un comportamento indegno.

A noi genitori è successo di andare a scusarci con una persona estranea alla famiglia per le malefatte commesse dal proprio figlio (spesso succede quando i figli sono ancora in tenera età), e compiendo questo gesto abbiamo giustificato il bambino di fronte alla persona terza ma anche il bambino con se stesso, portando noi il peso delle conseguenze di tale gesto. E’ come se dicessimo al figlio che gli abbiamo azzerato il conto ed ora può ripartire da zero perché la pezza ce l’abbiamo messa noi genitori e ci siamo presi noi la colpa. Questo atteggiamento paterno è lo stesso che ha Dio, non ha forse portato Lui il peso delle nostre malefatte sulla Croce? Non ci ha forse dato un’altra possibilità, come se avesse azzerato il conto? La giustificazione operata da Cristo, cioè l’opera di renderci giusti, deve necessariamente incontrarsi con la nostra umanità, non funziona alla stregua del prestigiatore “Sim, salabim “, ma ha bisogno di trovare in noi corrispondenza di una vita reale.

Coraggio sposi, siamo stati chiamati ad una vita più bella, più piena, più ricca, più più più più… eterna.

Giorgio e Valentina.

Riconoscere per essere riconoscenti

Riconoscere e riconoscenza. Ieri mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote mi è venuta questa riflessione. Solo un breve flash ma che ho deciso di sviluppare con questo articolo. Perchè mi sembra importante, alla luce della mia esperienza di sposo e anche alla luce di quella di tante persone con cui ho avuto modo di dialogare in questi anni. E’ importante saper dire grazie sempre.

Spesso non è così! Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Si crea una mentalità che diventa poi pregiudizio e giudizio.

Invece c’è un antidoto a tutto questo. E’ importante saper ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo. Che non è mai poco anche nelle situazioni più difficili. Non voglio dire che gli errori e i peccati dell’altro non vadano visti, che si debba fare finta di niente. No, anche questo sarebbe nascondere un problema che prima o poi esploderebbe in qualche modo. Significa altro. Significa spostare l’attenzione dai limiti della persona che abbiamo accanto ai nostri. Sì, anche noi commettiamo tantissimi sbagli ogni giorno. Dite di no? Pensate solo anche a tutte le omissioni che commettete. Tutte quelle occasioni che avremmo potuto amare, donarci, servire, prenderci cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contare le mie.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perchè non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perchè i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perchè non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perchè saremo liberi di farlo senza pretendere nulla da lui/lei.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

Cosa farete da grandi?

Cari sposi,

mi sa che tutti voi o avete visto o almeno sapete di che tratta il film “Da grande” (1987) con Renato Pozzetto nelle vesti di un piccolo Marco che non vede l’ora di crescere per sposarsi la sua maestra Francesca delle elementari di cui è lo spasimante.

Il tema della maturità affettiva è presente in questo vangelo odierno dal momento che Gesù sta presentando i requisiti per seguirlo. Oltre alla croce quotidiana da abbracciare ci sono anche elementi di ordine umano, come il “costruire una torre” che alludono appunto alla base umana di ogni scelta definitiva, in altre parole alla maturità affettiva, alla vera adultità. Vorrei pertanto parlare con voi proprio su questo, sul saper discernere bene sia prima ma anche durante il matrimonio come un modo per rispondere alla vocazione del Signore. Non basta dire un “sì” vago e spiritualista al Signore, non basta essersi sposati in chiesa per assicurare un matrimonio fecondo ma bisogna anche lavorare sodo su noi stessi perché questo assenso divenga concreto e possiamo collaborare con lo Spirito Santo nella forgia di un carattere, di una psicologia, di una “umanità” che ci permettano di donarci al coniuge e ai figli.

La prima lettura, in armonia con il Vangelo, parlano difatti di liberarsi da ogni peso che possa gravare sul nostro spirito e soprattutto in ordine a comprendere la Volontà di Dio, quindi al discernimento. Quali sono questi fardelli in un matrimonio? Sono certi condizionamenti della propria famiglia di origine, certe remore del proprio passato, modi di pensare e criteri che non sempre collimano con la nostra fede. E non solo del passato ma anche del presente, perché voi vivete “a bagno maria” in un mondo che predica l’esatto contrario del Vangelo. Senza la vigilanza e il discernimento prima o poi il vostro vivere ne resterà intaccato. E poi, come si fa a scegliere se non si è liberi? Come posso liberamente dirti di “sì” per sempre se ho dei condizionamenti al mio carattere, alla mia volontà, alla mia mente?

Ecco allora che Gesù saggiamente ci dice: prima di metterti a costruire il tuo matrimonio, pensa bene a quali materiali state usando, su quali forze disponete, su che stoffa possedete… non sia che poi dobbiate scontrarvi con amare sorprese dopo 5, 10, 20 anni…

In questo senso, vi rimando a due numeri di Amoris Laetitia che parlano proprio di questo e sono il 239 e il 240. Il Signore vuole dirci che il matrimonio esige una grande preparazione ma anche un continuo vigilare su come lo stiamo vivendo, un costante discernimento se viviamo o meno nella Volontà di Dio. Invocando spesso lo Spirito Santo e aprendovi gli uni gli altri, possiate, cari sposi, camminare alla sequela di Gesù, Vostro Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il lavoro su noi stessi è fondamentale. Spesso siamo più concentrati sui difetti dell’altro. Ognuno di noi si porta nel matrimonio delle parti non risolte di sè. L’atteggiamento peggiore che possiamo mettere in atto è proprio quello di dire sono fatto così. Noi siamo fatti per essere liberi e il matrimonio con le sue richieste radicali, con la quotidianità della relazione, ci può aiutare ad esserlo. Un matrimonio è fatto di impegno e sostegno. Impegno per migliorarci gradatamente giorno dopo giorno e sostegno per accoglie i limiti dell’altro. L’amore gratuito è il solo che può sostenere e provocare nell’altro riconoscenza e desiderio di impegnarsi e migliorarsi. Quindi cari sposi prendiamo la nostra croce e andiamo dietro al Signore. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

I cristiani sanno cos’è il matrimonio?

Volevo ragionare con voi su una questione che ho affrontato pochi giorni fa con alcuni amici. Questo amico raccontava di essere andato con la moglie a dare testimonianza in una parrocchia e alla fine il parroco lo aveva ringraziato si, ma senza mancare di fare una velata critica. La proposta offerta dai miei due amici era troppo alta, necessitava di fede che non tutti avevano. Ora la domanda viene spontanea: non si può parlare della proposta cristiana sull’amore neanche in parrocchia? Se non lì dove?

Luisa ed io ci siamo trovati d’accordo con questa coppia sul fatto che spesso le persone, che anche vivono in un contesto cristiano, nella parrocchia, negli oratori o in gruppi e movimenti, in realtà sanno poco o nulla della morale cristiana e di cosa significa il matrimonio. Anche i corsi per i fidanzati di preparazione al matrimonio sono spesso incompleti, non arrivano quasi mai al cuore del matrimonio. Non so perchè. Perchè è così difficile spiegare cosa è un sacramento? Perchè è così difficile andare oltre la relazione umana? Si invitano psicologi, medici, avvocati o altri professionisti. Ma per queste cose, per fare andar bene una relazione sul piano umano non serve il sacramento. Basta il nostro impegno. Sono tutte cose fondamentali. Non lo nego. E’ importante conoscere determinate dinamiche relazionali e le norme giuridiche e sociali che caratterizzano l’istituto matrimoniale. Ma dove sta Gesù in tutto questo? Chi prepara queste coppie crede davvero che Gesù sia determinante? A volte mi viene il dubbio. Quando i fidanzati arrivano alla fine del percorso di preparazione sanno rispondere alle domande davvero fondamentali? Hanno capito la differenza tra la convivenza, che tanti di loro già vivono, e il matrimonio? Sanno cosa stanno per fare?

Ho come la sensazione che per tanti cristiani il matrimonio in chiesa sia solo la ciliegina sulla torta. Sia dare una spolverata di religiosità a una relazione che in realtà è fondata solo sulla forza dei due. Gesù cosa c’entra in tutto questo? Quando. nei nostri seminari, raccontiamo le basi della spiritualità di coppia e del sacramento del matrimonio, ci rendiamo conto che spesso mancano le basi. Tante coppie, tutte coppie che hanno una vita cristiana, senbrano sentire per la prima volta quello che noi diciamo loro. Poi è chiaro il motivo per cui anche tanti matrimoni sacramentali finiscono male. Gli sposi hanno molte carenze e lacune, non sanno tante cose. Si fraintende quindi il significato. Come si direbbe per un’azienda si fraintende la mission. Il matrimonio non ci è dato per poter avere tutto ciò che ci manca: affettivatà, intimità, cura ecc. Non ci deve completare. Altrimenti non capiamo tante cose. Il per sempre, ad esempio, diventa una richiesta non del tutto compresa e accettata spesso solo a parole, ma non nel cuore. Perchè devo stare con lui/lei se non sto più bene come prima? Il centro sono io. Se non mi rende felice è giusto quindi lasciarlo/la. Il sacramento è qualcosa che prima di tutto mi deve dare, come del resto la fede. Per tanti non è la strada verso la santificazione. Non è il luogo dove incontrare Cristo. Perchè altrimenti si dovrebbe mettere in conto la croce e per tanti non è concepibile. Capite il fraintendimento? Se lo scopo del matrimonio è che mi renda felice rischio seriamente di partire molto male.

In realtà lo scopo principale del matrimonio non è quello. Io non devo trovare la felicità nelle relazioni umane. La felicità quella vera viene solo da Dio. Tutto il resto è precario. Non posso affidare tutto il mio bisogno di infinito amore ad una creatura che per quanto possa essere bella e brava è comunque imperfetta e limitata. La persona che abbiamo accanto sbaglia di continuo e ci farà soffrire alcune volte con il suo comportamento e i suoi sbagli. Certo accolgo con gioia e riconoscenza tutte le cose belle ma non fondo su di esse la fedeltà alla promessa. E allora? Cosa è il matrimonio cristiano? Il matrimonio è quella relazione dove abbiamo la possibilità di imparare ad uscire da noi stessi, dove in una scelta radicale (INDISSOLUBILE, FEDELE E UNICA) e incondizionata (NON DIPENDE DA COME SI COMPORTA L’ALTRO) troviamo chi siamo. Siamo creature fatte ad immagine di Dio. Solo nel momento in cui ci doniamo completamente possiamo fare esperienza di chi siamo e trovare senso a tutto. Il matrimonio è fatto per dare tutto e nel dare tutto trovare Gesù. Per questo è un sacramento. E’ una vocazione e un sacramento. VOCAZIONE che non è altro che il modo che abbiamo per rispondere ad un amore tanto grande che Dio ci offre gratuitamente e personalmente e SACRAMENTO perchè sa che noi siamo troppo piccoli per potere amare così e ci aiuta con la Sua presenza e la Sua grazia. Quanti lo sanno? Quanti sanno, o meglio sono cosapevoli, che il giorno delle nozze, con quella promessa solenne fatta in chiesa, si stanno donando non solo allo sposo o alla sposa, ma a Dio stesso che entra in quella relazione benedetta e sacralizzata? Dio che resta lì anche se uno dei due dovesse andarsene.

Poi certo, se non si è consapevoli di tutto questo e le cose non funziano più, la risposta che le coppie cristiane riescono a trovare è la stessa solita e povera risposta che trova qualsiasi altra coppia di conviventi e di uniti civilmente: la separazione. C’è bisogno di un nuovo annuncio, anche tra i cristiani. E’ brutto doverlo constatare, ma anche gli sposi cristiani hanno bisogno dell’annuncio di pienezza e di bellezza che il matrimonio sacramento racchiude dentro di sè. Coraggio non puntiamo il dito contro nessuno, assumiamoci la responsavbilità personalmente noi coppie che abbiamo compreso nel tempo la bellezza del matrimonio e testimoniamo ogni volta che possiamo.

Antonio e Luisa

Paura per il futuro? Apritevi agli altri

Vorrei rispondere ad alcuni commenti arrivati al blog qualche giorno fa. C’è preoccupazione. Tante famiglie hanno timore di non riuscire ad arrivare a fine mese. Cari sposi cristiani non abbiate paura, in questo tempo di crisi, nel fare quadrare i vostri conti e nel fare la carità. Ogni giorno radicatevi sempre di più in Dio, con la preghiera, il digiuno e le opere di misericordia verso chi soffre. Il nostro compito sarà sempre di più fondersi nel nostro Padre Celeste e vivere come facevano le prime comunità cristiane che mettevano tutto in comune e si aiutavano l’un l’altro.  A tal proposito vi cito un passo del Vangelo che ci dice proprio questo di non avere timore: Luca 12, 22-31 “Poi disse ai suoi discepoli: «Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Abbà, nostro Padre Celeste, ci dice di avere fede e di non preoccuparci tutto arriverà, tra l’altro più vi spederete nell’ essere segno di carità verso gli altri e più il Signore vi sarà vicino e vi aiuterà. Io e mia moglie Barbara cerchiamo di essere due testimoni del Vangelo, ci occuppiamo della Missione di Speranza e Carità di Palermo e la nostra vita è donata agli altri, viviamo di provvidenza, quindi non abbiamo stipendi, viviamo solo di quello che ci viene regalato. Nei giorni scorsi dovevamo partire per un viaggio, per fare un corso e cementare sempre di più il nostro essere sposi, e abbiamo speso circa 300 euro di aereo, una cifra per noi importante, ebbene dopo pochi giorni sono arrivati, attraverso una donazione del tutto inaspettata, esattamente i 300 euro. Potrei farvi tanti di questi esempi, ci manca la frutta e ci arriva la frutta. Ma questo non è una regola che vale solo per noi, ma per tutte le famiglie che hanno fede. Le famiglie della Associazione Papa Giovanni XXIII, che accolgono nelle loro case bimbi o adulti in difficoltà, vivono tutte di Provvidenza e questa è sempre presente.

Tutti noi che abbiamo fatto scelte radicali e ci affidiamo completamente a Dio possiamo testimoniare che non ci manca nulla di ciò che ci serve. Questo vale per tutte le famiglie cristiane che mettono al centro delle loro vite Dio, quindi non abbiate paura lanciatevi nella carità verso chi soffre. Possiamo mettere in pratica le 7 opere di misericordia spirituali: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, perdonare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per morti. Tutte queste opere non comportano uscite economiche, ma impegnano la nostra persona. Possiamo mettere in pratica anche le 7 opere corporali della Misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare lo straniero, il pellegrino, curare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Anche qui cari sposi non vi preoccupate nell’essere segno concreto di carità, ogni cosa che donerete il Padre Nostro ce la ridarà, magari non domani, ma quando ci servirà. Questi sono tempi difficili impariamo sempre di più a vivere con poco, ma non facciamoci mai mancare la carità, non fatevi prendere dalla paura, non chiudetevi in famiglia, più vi aprirete verso gli altri e più avrete risorse per superare questo momento di grande caos e mettere le basi per costruire in cielo i vostri tesori.

Anche qui ci viene in aiuto la parola di Dio, Matteo: 6,19-21 “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
Noi sposi cristiani siamo su questa terra, ma non dobbiamo farci prendere delle preoccupazioni del mondo, ma avere sempre fissa la dimensione del cielo. In questa terra siamo tutti stranieri in terra straniera e la nostra vita è molto breve. Il Salmo 89 al versetto 10 cita: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.
Questi tempi fanno davvero paura, la tv ci racconta di guerre, carestie, accanto a noi la violenza aumenta, lo sconforto, i prezzi salgono, le bollette si impennano, ma la paura non viene dal nostro Padre Celeste. Noi dobbiamo essere saldi in Dio, ed essere noi la carezza del Signore per chi ci è accanto e non ha la nostra stessa fede e si lascia prendere dallo sconforto.

Riccardo Rossi

Separato sì ma fedele e casto

Nel mio articolo del 18 agosto scorso, dicevo che i due ostacoli principali che incontrano i separati nella scelta di fedeltà sono la solitudine e l’attrazione sessuale: visto che in quell’articolo ho parlato della solitudine, oggi voglio parlare della castità. È un argomento su cui nel tempo ho cambiato completamente idea, perché pensavo che per un uomo fosse impossibile vivere in continenza (premetto che per castità intendo non solo non avere rapporti sessuali, ma anche qualsiasi contatto con gli organi genitali diverso dalle normali funzioni fisiologiche). Quando ho maturato la scelta di fedeltà, si è presentato questo problema che non sapevo come affrontare, anche perché all’inizio era molto sentito, in quanto c’erano aspetti predominanti come l’abitudine a una vita di coppia e la solitudine di trovarsi all’improvviso da soli.

Umanamente la castità è impossibile se veramente non ti affidi a Dio e non ti aggrappi alla sua croce: a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e, state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna). Non è merito mio, ma di Dio e senza la messa, la santa comunione quotidiana e il rosario non sarei durato un mese. Ovviamente ho dovuto cambiare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne? (perché a me piacciono molto le donne, di questi tempi è bene specificare). Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”.

Naturalmente c’è voluto del tempo e continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva.

È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato. Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

Rimbocchiamoci le maniche!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 1, 17-19) In quei giorni, mi fu rivolta questa parola del Signore : «Tu, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò ; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Questa è la prima lettura che ci viene offerta nella memoria del martirio di S. Giovanni Battista, ed è uno stralcio di un capitolo più lungo nel quale il Signore investe Geremia della missione di annunciare il castigo ai popoli che hanno voltato le spalle a Dio peccando di idolatria.

Fa eco il brano del Vangelo di Marco in cui è narrato il martirio, o meglio, in questa lettura del profeta Geremia si delinea la missione ed anche la prefigura del Battista, il quale sarà investito del coraggio dello Spirito Santo per denunciare un adulterio per scuotere le coscienze, e non rinuncerà a dire la Verità nonostante la persecuzione.

Le parole che si sente rivolgere il profeta le possiamo tranquillamente applicare a noi come singoli battezzati, e nello specifico a noi sposi, sacramento vivente di Cristo. Vedremo come i vari incoraggiamenti da parte del Signore siano forza vitale anche per noi sposi.

Innanzitutto cominciamo col ribadire (come in tanti altri articoli e libri su questo blog) la dimensione profetica degli sposi: singolarmente abbiamo già ricevuto la dimensione profetica nel Battesimo, ma nel Sacramento del Matrimonio avviene che non solo si “sommano” i Beni e le Grazie battesimali dei due sposi, ma ciò che prima apparteneva al singolo sposo/a diventa patrimonio di Grazia e in un certo senso “appartiene” anche al coniuge che ne gode dei frutti, MA c’è molto di più poiché nasce una nuova dimensione con un nuovo linguaggio e due protagonisti/profeti che profetizzano sia quando sono insieme che quando sono da soli con le altre persone… ed anche in questo gli sposi sono icona trinitaria poiché dove una Persona divina agisce ci sono anche le altre due Persone : sulla Croce c’era il Figlio ma non è che il Padre e lo Spirito Santo fossero a farsi un drink al bar dell’oratorio in attesa della risurrezione!

Ritorniamo al nostro brano e analizziamolo frase dopo frase per quanto ci è possibile, e ci accorgeremo che la Parola è vocazione perché chiama ad una risposta.

  • Tu – Il Signore non chiama mai una massa informe, chiama ogni singola anima, ogni singola coppia di sposi/profeti a far parte del suo esercito perciò nessun battezzato e nessuna coppia si senta esclusa, anche se ognuna risponde alla chiamata profetica con carismi e modalità proprie.
  • stringi la veste ai fianchi, àlzati – Non sono ammessi i lazzaroni scansafatiche… che tradotto nel nostro linguaggio suonerebbe come : “rimboccati le maniche” oppure “mettiti la tuta da lavoro”. E’ lo stesso gesto che fa Gesù poco prima di cominciare la Lavanda dei piedi… che sia un rimando non troppo celato?
  • e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò – Avete notato che tutti i verbi sono imperativi? Non sono dei suggerimenti ma dei comandi da parte del capitano dell’armata. Non dobbiamo tacere. Non possiamo fare come gli struzzi che mettono la testa sotto terra.
  • non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro – Sicuramente i nostri nemici cercheranno di spaventarci con vari mezzi. E’ una tattica del nemico tentare di zittire i cristiani cosicché le coscienze restino nella loro palude sabbiosa. Non dobbiamo cedere alla paura, ci deve far tremare di più il commettere un peccato che essere perseguitati in nome della Verità.
  • oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese – Ecco la promessa del Signore di mandare i suoi aiuti che rendono invalicabili i nostri confini, i confini della nostra coscienza che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
  • Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti – Cosa possiamo desiderare di più da un capitano? Abbiamo la certezza della vittoria solo se Lui sta con noi.

Coraggio sposi, noi siamo chiamati ad essere dei moderni “Battista”. Certamente la Verità non va taciuta e va detta con modi e tempi da valutare a seconda delle occasioni. Non possiamo tacere per paura della guerra che ci muoveranno contro, se Dio è con noi siamo salvi. Molte coscienze sono assopite ed hanno bisogno di convertirsi per salvarsi, aspettano la parola di Verità detta, vissuta e testimoniata dagli sposi. Se non lo faremo per paura degli avversari sarà Lui a farci paura davanti a loro perché lontano da Dio esiste solo la paura e l’Inferno. Coraggio !

Giorgio e Valentina.

In ricchezza e in povertà

Ciao a tutti siamo Riccardo e Alessandra, ormai siamo di casa qui sul blog. Abbiamo da poco deciso di creare una pagina facebook e un canale Youtube (Mandati a due a due) per cercare di raccontare la nostra esperienza e quanto la fede sia stata importante per noi. Oggi vorremmo raccontarvi cosa ci è capitato recentemente.

Abbiamo iniziato a discutere la mattina di un sabato, sempre per il solito motivo: i soldi, i conti da far quadrare, le spese, forse qualcosa che avevamo sognato di comprarci ma che abbiamo dovuto rinchiudere in un cassetto non potendo permettercelo. Per un attimo ci siamo dimenticati entrambi di ciò che conta veramente, la ricchezza che nasce dalla nostra comunione, dal nostro essere coppia. Abbiamo pensato alla nostra vita in maniera diversa e non cercando di comprendere il personale punto di vista dell’altro. Ognuno dei due era arroccato sulle proprie posizioni senza la capacità di fare spazio e porsi in ascolto.

Abbiamo perso la pazienza, e di conseguenza abbiamo perso anche quello sguardo comprensivo e gentile che bisognerebbe sempre avere l’uno per l’altro. C’è voluto un po’, ma siamo riusciti a tranquillizzarci. Bisogna volerlo. Entrambi siamo andati dall’altro con il capo cosparso di cenere a chiedere scusa. E’ stato bello vedere come nonostante il litigio, d’altronde succede a tutti di litigare, quanto sia stato importante per noi ripristinare al più presto l’armonia e l’unità tra noi. Più importante di scoprire chi avesse ragione o torto. Senza lasciarci vincere dall’orgoglio e dall’egoismo.

Pur essendoci perdonati a vicenda non ci sentivamo ancora a posto con la coscienza, perché non accogliendo  l’altro abbiamo offeso Colui che dal giorno del nostro SI ha preso la sua dimora in noi: Gesù. Così abbiamo deciso di approfittare delle confessioni che si tengono tutti i pomeriggi dai padri Oblati in un santuario poco lontano da casa nostra. Abbiamo chiesto perdono al Signore Gesù, sinceramente pentiti, e abbiamo recitato il santo Rosario insieme.

Tornati a casa abbiamo fatto una passeggiata mano nella mano per rendere Grazie del nostro essere uniti nel matrimonio sacramento. Siamo poi andati alla Santa Messa come siamo soliti fare il sabato sera, ancora non avevamo letto il Vangelo del giorno e con nostra grande sorpresa quel giorno la liturgia ci proponeva un passo tratto dal Vangelo secondo Luca:” In quel tempo. il Signore Gesù disse: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze , entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!“.

L’ omelia è stata tutta su misura come dico sempre io, ci è sembrato come se Gesù, attraverso la voce del sacerdote, dicesse:”voi due statemi bene a sentire, sto parlando con voi!” Mi sono immaginata Gesù, li davanti ai noi con il suo volto pieno di amore, che ci riprendeva come due figli, ma subito pronto a dirci:”adesso che avete capito, venite qui che vi abbraccio”.

Siamo andati a ricevere Gesù eucarestia e mentre eravamo inginocchiati abbiamo visto una coppia molto anziana andare verso l’altare mano nella mano, credo la moglie avesse problemi a deambulare, il nostro Don li ha visti e gli è andato incontro, ho sentito le lacrime agli occhi, erano così belli insieme, così pieni di amore di cura e di attenzioni reciproche. Questo è l’aiuto che ho chiesto al Signore Gesù:”prendici per mano affinché tra 60 anni se tu vorrai saremo come loro

Alessandra e Riccardo

Umiltà dal sapore nuziale

Cari confratelli, è impossibile che voi, alla vostra età siate umili, dovete ancora conoscervi a fondo. Ma l’umiltà è una delle cose più importanti per la vostra vita”.

Me le ricordo come fosse ieri queste parole che il padre predicatore dei miei primi esercizi spirituali ci disse a un certo momento. Io ero un giovanotto di neanche 19 anni ma intuivo che stava dicendo qualcosa di speciale. Beh… oggi che ne ho più del doppio di quegli anni, posso dirgli solo… “grazie, aveva proprio ragione lei”.

Penso che abbiamo tutti un certo problema con l’umiltà: da un lato è il portale delle virtù umane, “è il fondamento dell‘edificio spirituale” (San Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, q. 161, a. 6), la conditio sine qua non per crescere spiritualmente come cristiani. Dall’altro, nel contesto attuale, l’umiltà è affratellata alla disistima di sé, all’insicurezza, alla timidezza e ritrosia, motivo per cui è bannata sistematicamente come inutile. Ma vediamo allora cosa vuole insegnarci Gesù nel Vangelo di oggi quando coglie l’occasione dal vedere come si scelgono i posti ad una festa, e poi cerchiamo un aggancio per voi sposi.

Per prima cosa, come direbbe S. Agostino: “L‘umiltà deve rientrare nella verità e non nella falsità” (De natura et gratia 34). Cioè dobbiamo partire da chi siamo veramente, dalla nostra vera identità. Il Vangelo è ambientato in un banchetto nuziale, sappiamo bene che questo fatto ha un valore simbolico immenso. Le nozze umane sono il simbolo dell’Allenza di amore tra noi e Dio. La cosa più importante per quegli invitati non era tanto in quale posto sedersi ma sapere che lo Sposo li ama infinitamente e personalmente. Questa è la prima grande verità da tenere in conto!

Santa Teresina l’aveva capito bene. Lei che era Sposa di Cristo, cercava proprio questo in Gesù: un amore che non si fermasse davanti ai suoi peccati ma che sapesse varcare proprio i suoi limiti. Lei lo esprime egregiamente in un passaggio di una sua lettera, diventato oggi anche un bel canto:

Oh, se potessi avere un cuore ardente d’amore che resti il mio sostegno, non m’abbandoni mai, che ami tutto in me, persino la mia debolezza, e non mi lasci mai, né il giorno né la notte. Non ho trovato mai creatura capace d’amarmi a tal punto e senza mai morire, di un Dio ho bisogno, che assunta la mia natura si faccia mio fratello, capace di soffrire” (Santa Teresa di Lisieux).

L’umiltà ha un’etimologia interessante, viene dal latino “humus”, cioè “ciò che sta sotto, la terra”, ma guarda a caso è anche la stessa origine di “homo” cioè “uomo”. La nostra vera identità è la piccolezza, la fragilità, di cui è misteriosamente innamorato Dio, lo Sposo.

Quindi, come scrive il biblista Paul Beachamps: “L’umiltà cristiana è quella di Maria nel Magnificat. Essa non si riduce al sentimento della debolezza di creatura o di peccatore, ma è nello stesso tempo presa di coscienza di una forza che procede interamente da Dio”, un Dio che ci ama così, nella nostra piccolezza. Da qui si evince come l’umiltà sia davvero la base, “l’humus”, di ogni virtù e di ogni vita autenticamente cristiana, perché ci fa partire dalla realtà e ci mostra quanto siamo amati da Dio.

Ma per voi sposi? E qui è San Paolo a darci la chiave interpretativa, quando dice nella Lettera agli Efesini, “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21). L’umiltà di voi sposi parte da qui, da una sottomissione reciproca. E se ci fate caso, la sottomissione è appunto stare sotto, diventare l’humus, il terreno dell’altro. Ma vedi tu che allora la Chiesa ci insegna a svenderci! A non avere rispetto per sé stessi! Direi proprio di no, se leggiamo come interpreta San Giovanni Paolo II la suddetta frase di san Paolo:

“L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5,28) («come sé stesso» Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). […] Così dunque “quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gen 2,23-25)” (Giovanni Paolo II, Il “grande mistero” dell’amore sponsale, Udienza, 4 luglio 1984).

L’umiltà degli sposi sta nel vivere in un profondo fascino per il mistero dell’altro, nel cogliere la bellezza della peculiarità di ognuno, nel riconoscere i doni che il Signore ha messo in ciascuno di voi, a partire dal dono della mascolinità e femminilità e poi tutti gli altri talenti ricevuti. Ci vuole sì uno sguardo contemplativo, sono proprio necessari occhi saggi e sapienti, che sappiano andare oltre le apparenze, perché è così che vi guarda lo Sposo.

Concludo citando ancora Sant’Agostino che dice: “Dove è l’umiltà, ivi è la carità” (Prologo al Commento alla Lettera di San Giovanni). L’umiltà, pertanto, è la base non solo della vita spirituale ma anche del matrimonio stesso, dell’amore di carità. Solo se avrete questo sguardo affascinato verso l’altro, cogliendo la sua vera identità e la sua verità profonda, potrete innamorarvi veramente del vostro coniuge e mettervi al suo servizio, essergli sottomesso, come chiede Gesù nel Vangelo.

ANTONIO E LUISA

L’umiltà non è facile, spesso è un boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo? S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile. L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta. Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio. Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione. L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Domenica e famiglia : un connubio possibile/ 42

(Quindi, con le braccia allargate, il sacerdote dice: ) In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna, calice dell’eterna salvezza. Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote. (Si inchina e, a mani giunte, prosegue: ) Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e Sangue del tuo Figlio, (in posizione eretta, facendosi il segno della croce, dice: ) scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.

Il sacerdote continua la Preghiera Eucaristica con queste parole che, come avrete notato, sono tutte rivolte al Padre, e sono parole dense di affetto filiale e di fede in un Dio che nonostante la Sua onnipotenza e la Sua maestà ci è Padre; infatti tutte le espressioni a Lui rivolte assomigliano a certi rituali di corte, quando tutte le volte che ci si rivolge ai re/regine umani bisogna usare “sua maestà” oppure “altezza reale” o altri epiteti simili.

Se si ascolta con attenzione (suggeriamo di rileggerla lentamente di proprio conto) questa preghiera si nota che essa ha la connotazione della supplica accorata e fiduciosa come quella del servo che si rivolge a “sua altezza reale” sicuro di trovare udienza e misericordia. Ed è proprio questo il sentimento filiale e di fede che la Chiesa vuole suscitare in noi.

Vorremmo poi mettere in evidenza come questa preghiera cominci proprio col ricordare ciò che la S. Messa è nella sua essenza: “In questo sacrificio, o Padre, […]”, la Chiesa non si stanca di ripetere che c’è un sacrificio; allo stesso tempo ci ricorda che c’è un’offerta legata al sacrificio, e questa offerta è la Chiesa che la compie per mano del ministro (il sacerdote). In quest’offerta però la Chiesa non è sola ma si inserisce nell’offerta di Gesù stesso, come l’innesto segue la sorte dell’intera pianta.

Usiamo un’immagine casalinga per aiutarci: quando le mamme stanno cucinando utilizzano principalmente le mani, ma ciò non significa che il resto del corpo non ne sia coinvolto, in un certo senso potremmo dire che le mamme cucinano anche coi piedi, giacché l’intero corpo sta eretto grazie ad essi: l’attore principale sono le mani ma il resto del corpo si muove per favorire l’azione delle mani.

Similmente l’attore principale della Messa è Gesù con il Suo sacrificio e la Sua offerta, ma siccome Lui ha portato su di sé tutti i peccati degli uomini sulla Croce, siccome Lui ha voluto assumere la nostra natura umana, siccome Lui è il nostro prototipo di uomo, siccome la Chiesa è la Sua prolunga nel tempo, siccome Lui è il capo del corpo mistico che è la Sua Chiesa, siccome la Sua offerta è vicaria (cioè al posto di qualcun altro), siccome Lui ha elevato la dignità della natura umana a quella divina, ecco allora che la Chiesa pellegrina nel tempo (cioè noi che siamo ancora in questo mondo) si associa all’offerta di Gesù al Padre.

Inoltre, queste ripetute espressioni sulla maestà del Padre ci ricordano che Gesù si è sacrificato per obbedienza al Padre Suo, per mostrarci e dimostrarci l’assoluta maestà del Padre, per testimoniarci la doverosa e assoluta obbedienza che Gli dobbiamo; Gesù si è offerto al Padre come atto di adorazione e profonda venerazione nei Suoi confronti.

Da ultimo vogliamo mettere in evidenza come questa preghiera ci testimoni la presenza delle realtà celesti durante ogni S. Messa. Questa verità di fede, la comunione dei santi, l’avevamo già affrontata in un precedente articolo, e questa preghiera ci ricorda che gli angeli e i santi sono in comunione di adorazione con noi, infatti si affida ad un angelo il compito di portare la nostra offerta dinanzi al Re. Siccome la Chiesa sa che il sacerdote, che sta pregando il Padre a nome del popolo convenuto, è un ministro sacro ma è peccatore, ecco perché sente la necessità che a presentare l’offerta sia un essere puro, come a dire che la nostra supplica ha più chance di essere esaudita se a presentarla è un “cortigiano del Re”: un angelo appunto che sta alla corte di Dio Onnipotente.

Cari sposi, la nostra parte in questa preghiera è la supplica silenziosa, dentro nel nostro cuore dobbiamo unirci alle parole del sacerdote umiliandoci dinanzi alla maestà divina affinché accetti la nostra offerta per mano del Suo angelo santo.

Sicuramente i 12 Apostoli presenti all’Ultima Cena di Gesù non saranno stati sbracati a tavola, di sicuro saranno stati attentissimi ed in silenzio con le orecchie tese mentre Gesù parlava loro, sicuramente non guardavano il cellulare o l’orologio per controllare quanto durasse la cena. E così anche noi dobbiamo fare imitando gli Apostoli.

Dobbiamo aiutare il sacerdote e gli altri fratelli convenuti a mantenere un clima di silenzio orante, come quando aspettiamo un momento speciale col fiato sospeso; in questo momento Gesù è già presente nell’Ostia consacrata e quindi l’atteggiamento migliore è quello di restare in ginocchio, tuttavia il Messale lascia la libertà di rialzarsi dopo la consacrazione.

Il nostro suggerimento è quello che, in piedi o in ginocchio, il nostro corpo sia associato al movimento dell’anima; anche il nostro corpo deve pregare, e cioè deve restare composto, meglio se con le mani giunte, in silenzio, il più fermo possibile, in questo modo aiuteremo noi stessi ad associarci con più comunione di preghiera alle parole del sacerdote… affinché dove l’anima non arriva, arrivi il corpo… e dove il corpo non arriva, arrivi l’anima.

Coraggio famiglie, siamo il sale della terra ed è qui (nel sacrificio della Messa) che manteniamo il nostro sale col suo sapore, altrimenti diventa buono solo ad essere gettato in terra e calpestato dagli uomini.

Giorgio e Valentina.

Ricordarsi a quale bellezza siamo chiamati

Recentemente abbiamo trascorso una fantastica settimana in montagna con l’Intercomunione delle Famiglie, ogni volta che partecipiamo riceviamo tantissimo sotto ogni aspetto e per raccontare ogni bene ricevuto non sarebbe sufficiente un post, ci vorrebbero ore. Una cosa però merita la pena di esser messa in evidenza: in questi incontri intensissimi si riscopre ogni volta che nel matrimonio cristiano sono racchiuse bellezze stupefacenti. La cosa strana è che queste bellezze debbano essere ricordate, non basta scoprirle una volta e approfondirle, il ricordo non rimane vivo e c’è bisogno di dedicare periodicamente un giusto tempo a riscoprirle. Ci siamo accorti che è necessario avere un modo per ricordarsi ogni giorno di quanto siamo fortunati, e di come nonostante tutte le distrazioni e difficoltà della vita, siamo chiamati a vivere la vita sponsale nella bellezza. È utile avere un promemoria, che sia un luogo, un oggetto, una canzone, qualunque cosa anche piccola che ci faccia ricordare quanta grazia stupefacente ci è donata.

Io ho un modo mio: guardo un anello di Valeria, uno di quelli belli, di fattura fine e con la pietra, i gioielli sono piccoli oggetti raffinati, preziosi e ai quali valenti artigiani dedicano tutta la loro arte, è facile avere uno sguardo affascinato ammirandoli. Osservando in particolare un anello e meditandoci sopra ho trovato tante piccole metafore che calzano perfettamente con la nostra vita e il matrimonio, riportandomi alla mente tutte le meraviglie che sarebbe bene ricordare ogni giorno.

Innanzitutto la materia di cui è fatto; sempre di un metallo prezioso, non importa quale, immagino in questo una volontà del Padre buono di costruirci con il meglio che la sua fantasia creativa abbia immaginato, come atto d’amore già nella prima costituzione dell’essere umano, di solito già con questo mi sento grato.

Poi immagino che il cerchio sia costituito da due parti distinte e curve, che si toccano in basso ed in alto ma che siano distinte. Che siano fuse in basso, come in un’origine creativa e unite in alto perché dopo l’elegantissima curva che simboleggia la loro vita e la loro ricerca di una destinazione, siano state reciprocamente attratte l’una all’altra, e da Dio stesso, ad abbracciarsi nel matrimonio. È possibile trovare anelli di tanti tipi, con diverse forme, lisce, scanalate, ornate, come la varietà delle vite di ciascuno di noi, ma simili nella curva, come ognuno è simile nel protendersi alla ricerca dell’amore vero. In questa curva, cioè nell’allontanarsi e poi tornare al centro, vedo una riproduzione in piccolo del percorso di vita di ogni essere umano, che nella giovinezza della vita si allontana dalla famiglia e dai suoi valori, cercando di realizzare il suo unico e specialissimo modo di vivere, e che poi grazie al fascino dell’amore genuino, si curva in una sorta di ritorno ma non all’origine, bensì all’originale, ad abbracciare in modo nuovo ed inedito quegli stessi valori e quello stesso amore che lo ha generato.

E’ già bellissimo così ammirare questo cerchio e ricordare nuovamente questi significati, ma il bello sta alla sommità, nel punto che rappresenta propriamente l’abbraccio sponsale, dove quel delicato e meraviglioso intreccio di “griffe” che formano il castone, cioè l’alloggiamento della pietra, rappresenta perfettamente quel gioco di corteggiamento e di mille gesti quotidiani d’amore, cesellati con cura e attenzione per fondersi l’uno con l’altro. È qui che ogni coniuge, traendo dalla propria essenza, dal proprio metallo prezioso, si apre, per donarsi e riceversi reciprocamente. Com’è bello quando pur distratti dai mille problemi quotidiani, ci accorgiamo di ogni piccolo gesto dell’altro, sapendo che lo fa per noi solamente, perché sa che ci piace così, e com’è bello ricambiare vedendo che l’altro se ne accorge e ne gode, è una meraviglia, una delicata danza di corteggiamento che prelude all’incontro intimo degli sposi.

Infine la pietra, come non ammirarla in tutte la sua trama di limpide sfaccettature e di cristallina bellezza? In questa non posso che vedere l’incontro intimo degli sposi, dove ogni gesto è ancor più delicato, seducente e armonico l’uno con l’altro, alla ricerca di un’intimità sempre più perfetta. Questa, nella sua bellezza magnifica, è sia l’apice umano che l’inizio dell’incontro col divino nel sacramento. La parte umana è la perfezione della pietra ed una caratteristica speciale: la trasparenza. La sua limpida accoglienza della luce la trasforma davvero in una gemma preziosa, degna di esser posta in cima all’anello per essere ammirata, se non fosse così sarebbe solo un sasso squadrato e lucidato, a suo modo carino, ma non meraviglioso. La parte divina e la più importante è la luce. Questa, che penetra, illumina e scintilla riflessa tra le facce della pietra è la metafora perfetta dell’effusione dello Spirito Santo che si ha nell’incontro intimo degli sposi cristiani che ri-attualizzano il sacramento del matrimonio, è ineffabile ma è quella più importante, senza la luce non potremmo neanche vedere la pietra né alcun’altra parte dell’anello. Così come senza l’amore divino gli esseri umani non potrebbero vivere.

Il mio personale promemoria, l’anello, mi ricorda tutto questo: che tutti gli sposi cristiani sono originali e liberi, che sono chiamati all’amore, e si sono scelti e abbracciati, che ogni giorno dovrebbero impegnarsi ad amarsi con tanti piccoli gesti d’amore ed a raffinarli con sentimento, dolcezza e tenerezza, che così facendo riescono a realizzare un incontro intimo d’amore sublime, trasparente, degno di accogliere la luce di Dio, in quella nuova effusione di Spirito Santo che è la ri-attualizzazione del sacramento del Matrimonio. È quella luce che fa sì che tutto quanto abbia senso, ed è bellissimo vedere che la stessa luce, che abbraccia tanti anelli, tanti matrimoni, risplenda in modo unico e speciale in ognuno di essi, perché ognuno è unico ma tutti i matrimoni sono potenzialmente splendidi e vivi di luce divina. Serve però che gli sposi lo credano e si impegnino ogni giorno perché la loro vita sia un degno luogo in cui sia effusa questa luce.

Ranieri e Valeria

Due che pregano, due in missione.

Come sposi cristiani abbiamo una grande chiamata di diventare emanazione dell’amore di Dio su questa terra, con la preghiera e con le opere. La preghiera comune di due coniugi è dirompente e arriva fino in cielo, a prova di ciò vi cito il Vangelo di Matteo: 18,19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”.


Ma vi rendete conto che meraviglia, ci viene detto a noi sposi, che accordandoci tra noi possiamo chiedere qualsiasi cosa e che Dio ci concederà tutto, magari non nel modo in cui ce lo aspettiamo, ma la nostra preghiera sarà sempre ascoltata. Una preghiera ricolma di fede che ci vede proiettati come sposi in un solo spirito orante che chiede al Padre per noi e per il mondo intero. Abbiamo quindi uno strumento molto importante, la preghiera come coppia che va espletata, se possibile più volte al giorno. Ci viene sempre in aiuto il Vangelo con: Luca 18,1 “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”. Non ci dice un tempo preciso di quando questa preghiera verrà esaudita, ma ci dice di perseverare senza stancarsi. Nella nostra chiamata, come sposi cristiani, abbiamo un altro dovere di mettere in pratica la parola di Dio, nel Vangelo Giacomo 2,17  ci ricorda:  “Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.”
Quindi va benissimo pregare, ma non dimentichiamo ogni giorno di essere sposi ricolmi di carità verso la nostra famiglia, ma anche verso chi incontriamo nel nostro cammino. Il matrimonio è per sua natura fecondo, genera sempre amore, che va poi riversato anche al di fuori della coppia stessa. A tal proposito leggiamo il Vangelo di Matteo: 25,31-46Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.”

Siamo tutti chiamati a mettere in pratica la parola di Dio, non solo i preti, le suore, le istituzioni, ma tutti noi. Ognuno nella propria vita e con quello che può fare. Tante piccole gocce fanno un oceano di carità. E’ importante avere misericordia per le persone che incontriamo. Portarle nel cuore e sentire un po’ come nostra la loro sofferenza. Non possiamo voltarci, tutti, nessuno escluso, abbiamo il dovere di fare la nostra parte. Come singoli e ancor di più come sposi. Come possiamo fare? Ci sono innumerevoli modi. Con l’elemosina, la preghiera, ma anche solo una buona parola o un sorriso. Magari a quel barbone fuori dalla chiesa che ogni tanto riceve qualche moneta ma quasi mai un sorriso sincero e accogliente.   E poi scegliendo bene chi può fare di più. Parlo della politica. Quindi votando bene. E’ nostro dovere informarci bene sui programmi dei diversi partiti, su cosa intendono fare per tutte le persone più fragili e bisognose. Migranti, poveri, vita nascente, disabili, malati e anziani.  Papa Francesco in un’udienza ha proprio detto che la civiltà di un paese si comprende da come tratta quelli che sono considerati gli “scarti”, i più fragili e bisognosi. Conosco poi tante famiglie che hanno deciso di aprirsi in un modo meraviglioso quelle famiglie ucraine, spesso solo donne con bambini che scappano dalla guerra. Ci sono innumerevoli modi per darci da fare tanti quanti sono coloro che hanno bisogno. Quindi possiamo dire che grazie alle nostre preghiere e le nostre opere di carità possiamo cambiare tante cose intorno a noi e soprattutto ci “guadagniamo” la Vita Eterna. Il nostro matrimonio ci può rendere fecondi e santi.

Riccardo Rossi

Portami vicino le cose lontane, portami ad amare le cose mai amate.

Tempo di vacanze per noi significa tempo di vacanza comunitaria. Che sia mare, montagna, lago, collina ma in comunità. Oggi abbiamo deciso di raccontarvi la nostra esperienza personale di vacanza comunitaria. La nostra prima esperienza risale a quando eravamo ancora novelli sposi, era il 2017 e festeggiavamo il nostro primo anniversario. Come regalo abbiamo deciso di provare questa esperienza. Andrea mentalmente era già più preparato di me, perché aveva partecipato a dei campi estivi da ragazzo. Per me era invece tutta una novità, compresa la scelta di andare in montagna. La località prescelta è stata il Trentino, in un paesino vicino Pinzolo dove ci siamo sistemati in una baita che, vedendola per la prima volta, mi ha fatto pensare ad Heidi. C’era addirittura una cappella privata al suo interno.

Quell’anno è stata l’occasione di conoscere ed entrare in relazione con famiglie che non conoscevamo ma che erano state sapientemente riunite, come in un puzzle, dal nostro padre spirituale, in modo che ogni pezzo potesse combaciare perfettamente. Infatti conoscendo pregi e difetti di ognuno, gioie e dolori, il sacerdote era riuscito a creare un clima di pace e serenità e molto divertimento. Si divertimento. Quando si pensa alla vacanza comunitaria organizzata dai membri della parrocchia si pensa sempre che si stia sempre a pregare e invece no. Niente di più lontano.

Ci si rilassa, si riposa e si condivide la quotidianità che è fatta anche di lunghe passeggiate per i sentieri dove possono nascere le più grandi confessioni. Il 2017 è stato l’anno in cui abbiamo iniziato a trovare le tracce del progetto che Dio aveva pensato per il nostro matrimonio e le tracce erano incarnate nei bambini e giovani che erano in vacanza con noi. Siamo entrati in sintonia e in relazione con loro quasi subito, anche se alcuni di loro li abbiamo conosciuti per la prima volta proprio in quei giorni. Sono stati quei legami che, una volta finita la vacanza, abbiamo continuato a tessere nel tempo fino a quando per noi sposi non è arrivata la valanga.

Siamo al 2018 e abbiamo ripetuto l’ esperienza, ma con un altro sacerdote. Sarà che non eravamo molto predisposti, anzi direi molto traballanti nel nostro cuore perché piano piano si stavano manifestando le problematiche che impedivano a me e ad Andrea una gravidanza naturale. Quell’anno e quella vacanza in particolare, hanno rappresentato il mio allontanamento interiore dalla parrocchia prima, e poi anche da Dio. È stata una settimana in cui più passavano i giorni e più mi sentivo come nel film Divergent. Ero una divergente perché non avevo figli e non ero come gli altri che invece avevano figli, tanti dai tre in su. Ho passato alcuni momenti piangendo al telefono con il mio padre spirituale perché volevo tornare a Roma, mi sentivo persa e non ci stavo capendo più nulla. Avevo perso il segnale di Dio.

La provvidenza ha voluto che, mentre ero lì, mi arrivò un messaggio dove mi avvisavano che il sacerdote incaricato dal Papa di occuparsi della Misericordia era stato assegnato a due passi da casa nostra. Leggendo ciò mi sono detta che una volta rientrata a Roma sarei andata da don Giacomo Pavanello, sicura che lui avrebbe capito. E così è stato.

Quest’anno, dopo anni rivivremo l’esperienza di una vacanza comunitaria, nello stesso posto e nella stessa baita. Sarà emozionante. Io già piango di gioia. Quello che ci sentiamo di suggerire alle coppie è di vivere queste esperienze con animo sereno. Io, come vi ho raccontato, ero ferma nel mio dolore, ero posseduta dal mio dolore e quando si è fermi e impantanati si corre il rischio di uscire fuori sentiero e farsi molto male. Sapevo prima di partire che ovviamente non poteva esserci la stessa tipologia di vacanza perché i carismi sono diversi tra i sacerdoti. Ciò che conta è il nostro cuore che deve essere libero e predisposto a passare la porta stretta. Quando sei fermo nel dolore è vero che soffri anche nel sentire il semplice pianto di un neonato, provi una particolare invidia al cuore nel vedere passeggini da montagna che tu avevi già messo nella lista preferenze su Amazon, ti dà dispiacere vedere famiglie sui pedalò, ma è un dolore che va superato. E credetemi si supera.

Spesso ci scrivete per sapere quali sono i corsi che abbiamo frequentato per arrivare ad essere come siamo. La risposta che spesso vi diamo, e magari vi deludiamo, è semplicemente nessuno. Il corso è stata la vita stessa, la nostra e di chi ci sta accanto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare un amorevole prete di quartiere divenuto il nostro padre spirituale che è cresciuto insieme a noi, soffrendo e gioendo, che ha visto come un ecografo in festa possa tramutarsi in un sepolcro, che ha vissuto insieme a noi il nostro passaggio da coppia fertile a feconda e che ora ci vede pronti a passare la palla a voi coppie che siete famiglie da accompagnare per scoprire la vostra vocazione matrimoniale.

Hanno avuto un ruolo importante anche gli amici fidati che ci hanno concesso il tempo di far cicatrizzare la ferita perché io non volevo frequentare amici con bambini. Ho un lavoro che ruota intorno al mondo dei bambini ed è comprensibile che in alcuni momenti ho bisogno di tuffarmi nelle serate di chiacchiere con i nostri ragazzi adolescenti e universitari . La necessità di staccare e anche creare una barriera con le emozioni, ma sempre senza congelare il cuore. Mi ha aiutato in questo il servizio in Croce Rossa e poi perché ovviamente mi ero anche decisa a prestare servizio in una Casa Famiglia dove devi accogliere il dolore sotto ogni forma fisica e mentale. Li di domande da porre a Dio ce ne sono state diverse, basta pensare agli ultimi fatti di cronaca . Quella degli amici è stata una vicinanza rispettosa, perché chi ti vuole veramente bene ti capisce e ti rispetta, anche perché sa che tornerai quella di un tempo.

Una figura che nel tempo è diventata un riferimento a cui volgere lo sguardo è stata indubbiamente Maria, chi meglio di lei non ha abitato il dolore? Lei c’è stata e ha attraversato la porta stretta. Ha vissuto per Cristo, con Cristo e in Cristo. A presto. Nel prossimo vi racconteremo la seconda parte ossia come abbiamo vissuto la Baita da coppia pienamente rinata e felice di essere una famiglia non di serie B ma una piccola famiglia ampliata . Vi aspettiamo se volete nel nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Simona e Andrea

Non c’è trucco non c’è inganno!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 2,1-3a.13-17) Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! […] Noi dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

E’ un brano che potremmo liquidare come non utile al nostro vivere perché non siamo né Tessalonicesi né Greci, tantomeno siamo contemporanei di San Paolo, perciò certi problemi del loro momento storico non ci toccano. Se utilizzassimo un simile approccio alla Parola di Dio leggeremmo solo le pagine dove sono contenuti verbi al futuro, praticamente la lasceremmo sempre chiusa nella libreria di casa catalogata tra i libri storici e i manoscritti antichi. Ed invece oggi scopriremo che quelle parole sono vere anche per noi.

Già in quegli anni giravano voci sulla seconda venuta del Signore, sulla imminente fine del mondo, c’erano già gli impostori, ammaliatori di folle, i falsi profeti, i visionari, i turlupinatori di vario rango; se questo da una parte ci tranquillizza di fronte ai moderni falsi profeti e turlupinatori in quanto rassicurati dal fatto che la Chiesa sa già come affrontarli visto che ha dovuto combatterli fin dai propri inizi, dall’altra ci conferma che il nemico è sempre all’opera e non dorme mai. Se il nemico non ha sosta significa che la nostra fede gli fa paura, a che almeno essa è veramente data per la salvezza eterna visto che qualcuno ce la vuol rubare.

Quindi niente di nuovo sotto al sole (vista la calura estiva); quando ci capita di vedere qualcuno sgranare gli occhi di fronte ai moderni impostori meravigliandosi della loro esistenza, basta far loro leggere pagine come quella di oggi e rassicurarli che le fragilità, le povertà ed i peccati dell’uomo sono sempre gli stessi, poiché l’uomo sempre tale è rimasto anche se evoluto tecnicamente e socialmente.

Anche oggi come allora abbiamo bisogno di tornare alla Verità di sempre che mai muta per smontare fin dal loro nascere le moderne imposture, abbiamo forse bisogno di sentire ancora dal vivo la voce di un moderno San Paolo che gridi : Nessuno vi inganni in alcun modo!.

Sì, cari sposi, la nostra fede non è mutata rispetto a quella che animava l’Apostolo delle genti 2000 anni fa circa, e se l’alimentiamo con la vita di Grazia sarà facile scovare gli ammaliatori moderni, quelli che con i loro giri di parole lasciano la testa confusa invece che aiutarci a vivere con più chiarezza e semplicità (non banalità) la fede.

Ve le ricordate le parole che spesso usava un popolare prestigiatore? Non c’è trucco non c’è inganno! Nella nostra fede di sempre è proprio così, non c’è trucco e non c’è inganno, non lasciamoci rubare le certezze della nostra fede dai prestigiatori di parole. Abbiamo bisogno di certezze nella fede e non di dubbi! Per esempio abbiamo la certezza che la grazia sacramentale del matrimonio non ci abbandonerà mai se staremo in Grazia di Dio. Molti sposi mandano a gambe all’aria il loro matrimonio perché hanno paura di affrontare le difficoltà, non hanno voglia di impegnarsi a rinunciare a se stessi per far vivere l’altro e far vivere la coppia. E’ doloroso morire a sè stessi, alle proprie indoli, ai propri interessi, ai propri desideri, al proprio carattere, alle proprie vedute, alle proprie ragioni per mettere al centro l’altro e quindi per tenere in vita il matrimonio con le sue Grazie , MA è la strada che ha percorso anche Gesù e che noi siamo chiamati a seguire.

Non è forse vero che Lui ha rinunciato a tutto di sé fino a morire in croce per ognuno di noi, per far vivere noi, per spalancarci le porte del Paradiso? Gli sposi che vivono così hanno la certezza di seguire il Maestro sulla via della Croce, senza trucco e senza inganno, il dolore da sopportare è mitigato dalla certezza che siamo nella Sua Grazia, ed è essa a darci la forza per sopportare, per vincere il nostro io, il nostro amor proprio, sicuri che Lui non ci abbandona mai. Gli ammaliatori moderni invece ci vogliono convincere con i giri di parole mascherati di saggezza : “devi rifarti una vita” – “devi pensare un po’ a te stesso/a” – “hai diritto anche tu ad un po’ di felicità“. Qua c’è l’inganno!

Coraggio sposi, abbiamo molte armi a nostra disposizione contro i nemici della nostra salvezza eterna, restiamo saldi e scopriremo dov’è il trucco e dov’è l’inganno.

Giorgio e Valentina.

Settembre e il peso della famiglia

Le vacanze per tanti sono già finite, per altri stanno comunque per giungere al termine. Magari qualcuno è rimasto a casa. In ogni caso adesso ci apprestiamo a ricominciare la nostra vita di sempre. Settembre è alle porte e avvertiamo il peso del nuovo inizio. Ci aspetta l’autunno con giornate sempre più corte, poi ottobre con l’ora solare e infine l’inverno fatto di giornate dove farà freddo e buio molto presto. Saremo di nuovo immersi in giornate dense di impegni. Insomma non una prospettiva che ci piace tanto. Eppure come sono state queste vacanze? Le aspettiamo tanto e poi? Ci rivolgiamo in particolare a chi ha figli piccoli. Non sono mai periodi di riposo vero. Si fanno attività diverse in posti diversi, ma la fatica resta forse più di prima.

Io ricordo bene quella sensazione di scoraggiamento che provavo i primi giorni di vacanza. Partivo con tante aspettative e poi, mi ritrovavo con gli stessi figli che avevo a casa, più nervosi e capricciosi di prima, perché la vacanza scombina l’ordine della nostra vita: una vita fatta di attività programmate ad orari ben stabiliti che si ripetono giorno dopo giorno. In vacanza la giornata va invece reinventata e anche questo costa fatica quando hai dei marmocchi al seguito. Non abbiamo litigato tanto in famiglia come quando siamo partiti per le vacanze. Altro che riposo.

La vacanza ci dice esattamente questo: non puoi essere felice aspettando solo i momenti speciali, come può essere appunto una vacanza. La nostra felicità va ricercata nella vita di tutti i giorni, con quel marito, con quella moglie, con quei figli, con quel lavoro, nella nostra casa. E’ un’illusione riporre tutte le aspettative in qualcosa che deve venire, vivendo come un peso quella che è la nostra vocazione. Questo rischia di schiacciarci e di riversare poi tutta la nostra frustrazione sull’altro o sui figli.

Come fare quindi? Riappropriamoci della nostra bellezza! Della bellezza della nostra famiglia che non è un peso ma il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro. Si certo, costa fatica, a volte ci fa arrabbiare, ma nulla vale quanto la nostra famiglia. Perché a volte non riusciamo più a scorgere la ricchezza che è la nostra famiglia e ne sentiamo solo il peso degli impegni e della relazione? Eppure quando ci siamo sposati volevamo stare con quella persona e credevamo in quella relazione. Perché ci pesa così tanto? Forse le tante cose da fare ci hanno impedito di curare la cosa più importante: il noi della coppia. Con il tempo si rischia davvero di farsi risucchiare dalle tante cose da fare e non si trova più il tempo di parlare profondamente, aprirci su chi  siamo e su ciò che abbiamo nel cuore, non si trova più il tempo di dedicarsi del tempo, di perdere tempo per guardarsi, accarezzarsi, abbracciarsi e soprattutto per fare l’amore. Succede che ciò che doveva essere solo un mezzo per servire la famiglia, cioè il lavoro e gli altri impegni, diventa il fine della nostra vita e la nostra coppia viene asservita e sacrificata a tutto questo. Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. (Luca 10.38).  Capite che così non funziona! Dobbiamo mettere ordine. Cosa è più importante nella nostra vita? Passare tutto il giorno al lavoro per permetterci una vita più agiata o lavorare un po’ di meno e magari fare di più l’amore? Una domanda che può sembrare provocatoria ma che evidenzia benissimo quelle che sono le nostre priorità. Sapete perché io e Luisa dopo vent’anni stiamo benissimo insieme e non sento come un peso la mia vita con lei? Perché abbiamo sempre messo al primo posto la coppia. Prendevo permessi al lavoro per tornare a casa e poter fare l’amore con lei senza figli in giro. So benissimo che per qualcuno questo può sembrare esagerato ma non è così. Io ho capito benissimo cosa mettere al primo posto e questo mi ha permesso, nonostante i miei e i suoi difetti, di costruire una relazione solida e appagante.

Non ha senso impegnarci a fondo per tutto ciò che sta intorno alla nostra coppia e sacrificare quest’ultima. Che senso ha avere una bella casa e poi viverci in un clima dove non c’è intimità, complicità ed amore. Dove la vita di coppia diventa un peso da assolvere e non si vede l’ora di fuggirlo. Non commettete questo errore. Da subito incominciate questo anno che ci aspetta con l’impegno di mettere voi e la vostra coppia al primo posto. Solo così riuscirete a vivere anche l’ordinario come un dono e non come un peso che vi distrugge e così le prossime vacanze saranno davvero un momento di riposo e di pace nonostante il caos della vostra famiglia.

Antonio e Luisa

Dov’è la nostra porta stretta?

Non so se ricordate le porte medievali di tante nostre città. Se le trasformazioni urbanistiche non hanno cambiato l’assetto originale, normalmente a fianco del portone vi era una piccola porta. Ad essa fa riferimento Gesù, prendendo quindi spunto da un elemento sotto gli occhi di tutti i suoi coetanei. La porta stretta di una città o di una dimora era non quella grande, il portone principale o il cancello, ma una più piccola, che veniva chiusa per ultima, la sera.

Il senso più immediato di questo Vangelo si applica a tutte quelle persone che ascoltavano Gesù, nella stragrande maggioranza ebrei, la cui mentalità – che Gesù vorrebbe appunto correggere – era quella secondo cui bastava ascoltare e compiere i precetti della Legge e si era a posto, ci si poteva considerare buone persone. Ma al di là di questo, ci sono altre perle preziose nelle parole di Gesù che valgono assolutamente per ciascuno di noi. Io vorrei soffermarmi sulla frase: “sforzatevi per entrare nella per la porta stretta”. La traduzione letterale dal testo greco sarebbe: “Continuate a lottare per entrare per la porta stretta perché molti cercano di entrare e non ne avranno forza”. Cioè, è chiaro che dobbiamo fare del nostro meglio per giungervi ma, occhio, entrarvi non si conquista con la forza perché è anzitutto un dono di Dio.

Qual è la porta stretta di voi sposi? È tanto varia quante sono le vostre circostanze personali. Io penso che anzitutto la prima grande porta stretta è la differenza uomo e donna. Il vostro continuo cercare l’unità nella distinzione, cosa che il mondo di oggi, sedotto dalla chimera del gender, non riesce a capire, è il riflesso di una Bellezza divina, trinitaria, ma che non cessa di costare, spesso sangue, sudore e lacrime. Questa sì che è una porta stretta! Da varcare e rivarcare di continuo e la cui strettezza cambia a seconda delle circostanze, delle fasi della vita. I numeri 50-57 di Amoris Laetitia fanno proprio riferimento a queste occasioni di crescita, rileggeteli perché contendono spunti preziosi per cogliere la grazia sottesa ad ogni situazione difficile.

La porta stretta, quindi, è sì un’esigenza ma che è sempre preceduta da un Dono. Ricordatevi sempre di possedere un Dono grande: l’essere figli amati di Dio e oltre ad esso, come coppia, la grazia di essere immagine, per quanto imperfetta, dell’amore di Dio.

L’invito di Gesù, quindi, è di essere aperti alle sfide che in tutta la vita Lui vi accorda. L’imperativo “sforzatevi” (dalla radice greca “agone” che rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) ordina di continuare un’azione già iniziata; come a dire: “continuate a lottare”, avendo avuto un così grande talento. Non diventate coppie sedute, che dopo gli anni della “romanza” mettono su la pancetta e scivolano nel grigiore della mediocrità.

Sarebbe proprio bello che in queste ferie possiate trovare un momento di sosta, per chiedervi: in quest’anno passato quanto siamo cresciuti come coppia? Quali sfide il Signore ci ha messo davanti? Siamo entrati un po’ di più per quella porta stretta? Quanto abbiamo accolto la grazia e messa a frutto?

Non devo dirvelo io che, nonostante state assieme e siete fedeli, il vostro amore può iniziare ad atrofizzarsi, nascondendo solo un certo egoismo e forme sottili di narcisismo. Sapete meglio di me che il convivere sotto uno stesso tetto non implica automaticamente donarsi a vicenda, ma si possono trovare mille scorciatoie per fare sempre i propri interessi e cercare di soddisfare alle aspettative personali. Cari sposi, per finire vorrei proprio usare una celeberrima frase di San Giovanni Paolo II, “Giovani, non «lasciatevi vivere», ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Discorso ai giovani, 22 settembre 1985) ma applicarla a voi: “coniugi, sposi cristiani, in questo nuovo anno che sta per iniziare, prendete in mano con Gesù la vostra vita di coppia e con Lui varcate la vostra propria porta stretta per continuare a crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Per me il matrimonio è stata davvero la porta stretta. Una porta stretta ma che una volta varcata mi ha mostrato un panorama incredibile. Nel matrimonio ho compreso due verità, entrambe decisive che mi hanno permesso di combattere l’egoismo che avevo dentro e che un po’ ancora c’è. La prima verità che ho compreso è che non si cambia per forza, mai. Luisa si è scontrata con i miei limiti e i miei difetti. E io con i suoi. Quando abbiamo intrapreso un vero cambiamento per renderci più amabili l’uno con l’altro? Non certo quando ci siamo messi sotto esame e quando ci siamo scambiati critiche e ripicche. Questo ci rendeva solo più distanti e insofferenti. Ciò che ci ha cambiato è stato l’amore gratuito. Sapere di essere amati comunque. Questo ci ha spinto ad impegnarci a cambiare alcuni atteggiamenti e tratti del nostro carattere. Non per forza ma per amore e per riconoscenza. Seconda verità è che possiamo migliorare solo se ci impegniamo. L’amore non è spontaneo. almeno non sempre. E non è solo dono di Dio. Dio ci dà tutto ma anche noi dobbiamo mettere il nostro anche se poco. Solo con il nostro lavoro quotidiano fatto anche di fatica possiamo crescere nella relazione e nella capacità di amarci.

San Bernardo, un mistico del matrimonio

“L’amore è sufficiente per sé stesso, piace per sé stesso e in ragione di sé. È a sé stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente”.

Così si esprimeva San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), un monaco cistercense e considerato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa grazie alla sua straordinaria opera di rinnovamento teologico nel suo tempo. Il tema della centralità dell’amore fa di lui un araldo della Cristologia e della Mariologia – pensiamo alla sua celebre preghiera “Memorare”. Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. Tutto questo consta in modo speciale nei “Sermoni sul Cantico dei Cantici” considerati il capolavoro della sua produzione per la precisione teologica, la profondità spirituale e la capacità espressiva.

San Bernardo era un mistico, l’ordine da cui proveniva aveva come carisma una speciale dedizione alla preghiera contemplativa. Grazie a ciò, egli ebbe il merito di rileggere in modo originale il Cantico, un libro alquanto “scomodo” da interpretare per l’alto contenuto erotico. Siamo difatti nel Medioevo e purtroppo vigeva una mentalità contraria al sesso e piuttosto a favore della vita spirituale. Ma Bernardo riuscì a ovviare l’ostacolo e a cogliere un significato diverso rispetto ad altri padri della Chiesa, pensiamo a Origene e San Gregorio, che già si erano cimentati nell’opera.

La genialità e novità di Bernardo sta appunto nel tematizzare Dio come Amore, un Dio che si comunica per Amore e come Amore. Perciò Dio ci parla con lo stesso linguaggio amoroso tra lo sposo e la sposa e tale linguaggio, per Bernardo, è fondamentale per presentare in modo simbolico i misteri della fede cristiana. Da ciò ne deriva che la Trinità appunto si comprende come comunione di amore intimo tra le Persone Divine.

Celeberrimo, in questo senso, è il modo con cui Bernardo spiega ai suoi monaci, nel Sermone 8, come la Trinità si possa considerare come un bacio dato dal Padre al Figlio nello Spirito: «Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che e baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio, poiché e l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unita» (cap. VIII, 2)

Ecco, quindi, che Bernardo rilegge il Cantico con il preciso intento di descrivere il rapporto che stringe l’anima a Dio. Con l’Incarnazione Dio, in primo luogo, si è vincolato all’uomo, venendogli incontro nella sua solitudine e così l’uomo ri-ama Dio. La miglior chiave di lettura di questo rapporto Uomo – Dio per Bernardo non può che essere l’amore matrimoniale e per questo, grazie a lui, il Cantico dei Cantici diventa l’epopea amorosa tra l’uomo e Dio.

Sebbene siamo ancora nel cuore del Medioevo, lentamente la strada verso un sempre più pieno riconoscimento della dignità matrimoniale si sta aprendo. Come vedete, ci vogliono bravi e santi teologi che sappiano contemplare, entrare nel cuore della Scrittura ed estrarre per noi queste perle preziose. E la perla siete voi, cari sposi. Il vostro tesoro incomparabile è quello di essere interpreti dell’amore divino, come dice bene il Magistero e vi cito solo due esempi: “Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti” (Gaudium et Spes, 50). Ed inoltre voi sposi siete il “volto materno e il volto paterno del Signore” (Amoris Laetitia 172).

Dovete esserne davvero consapevoli ed esultare per la grazia ricevuta. Vi consiglio quindi di cuore di leggere i Sermoni sul Cantico dei Cantici per gustare anche voi tanta bellezza.

padre Luca Frontali

Un abbraccio che sa di Dio

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso. L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna.

Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale dei cuori  e dei corpi i due sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione. Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere la visione beatifica di Dio. Stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo.

Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi saremo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciremo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo potremo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco. Quando? Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoneremo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Tanto che spesso scende anche qualche lacrima. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Non si può vivere da soli

Ritengo che le due motivazioni principali che spingano le persone separate a “rifarsi una vita” (è un’espressione che non mi piace, perché la vita è una sola), siano la solitudine e l’attrazione sessuale. Quando mi sono separato, ho sperimentato quanto sia brutta la solitudine, in particolare mi ricordo degli episodi (non so perché spesso mentre facevo la doccia) di paura del futuro, quasi di panico: “Chi si occuperà di me quando sarò vecchio e le figlie magari saranno lontane? E se mi ammalo gravemente?”.

Certo sono pensieri che possono fare tutti, ma quando esci dalla famiglia e ti trovi solo e abbandonato da parenti e amici, vengono amplificati enormemente. Nel recente documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale” al punto 94 si parla dei separati fedeli: “…..La loro particolare situazione, alimentata dal dono della fedeltà al sacramento del matrimonio, invece, può essere di testimonianza e di esempio per le giovani coppie, ma anche per i sacerdoti, che possono scoprire e “vedere” nelle vite di queste persone la presenza costante di Cristo Sposo, fedele anche nella solitudine e nell’abbandono: una solitudine “abitata”, segnata dall’intimità con il Signore e dal legame con la Chiesa e la comunità, che si fa presente e compagna di strada.”

Ma cosa vuol dire solitudine “abitata”? Vuol dire che se noi crediamo davvero che Gesù è vivo in mezzo a noi, dobbiamo imparare a sentire la Sua presenza in ogni cosa che facciamo, non solo quando preghiamo o andiamo a messa; ad esempio qualcuno aggiunge un posto in più a tavola per ricordare che Lui c’è o accende una candela. Io Lo saluto appena sveglio: “Buongiorno Gesù, grazie per questa nuova giornata”; poi magari apro la finestra e Lo ringrazio per il sole oppure Lo ringrazio perché è avanzato un pezzo di dolce dalla sera prima per fare colazione…e così via…anche al lavoro Lo ringrazio perché mi ha fatto accorgere che stavo facendo una cavolata, oppure basta pensare qualche giaculatoria, tipo “Gesù ti voglio bene”, “Gesù aiutami”, “Gesù proteggimi”, “Gesù confido in te”.

All’inizio sicuramente è necessario un piccolo sforzo per iniziare a sentire la Sua presenza, ma poi diventa naturale. Noi sposati non siamo come i sacerdoti la cui missione è relegata a dei momenti temporali specifici durante la giornata (messa, benedizione, preghiera, annuncio…), ma la nostra missione è 24 ore al giorno, anche mentre dormiamo, perché se riposiamo bene, saremo anche in grado di essere più vigili e attenti ai fratelli. Allora, se permetteremo a Gesù di abitare la nostra solitudine, tutto apparirà più leggero, non ci sentiremo più soli e anche sul futuro saremo fiduciosi che il Nostro più grande Amico e Sposo si prenderà cura di noi; un po’ quello che abbiamo provato nell’innamoramento quando l’altro/a viveva dentro di noi, anche quando eravamo soli. Mi viene in mente il testo di una bellissima canzone degli 883, “Ti sento vivere” che dice “In tutto quello che faccio e non faccio ci sei, Mi sembra che tu sia qui, sempre. Vorrei dirti, vorrei, Ti sento vivere, Dovunque guardo ci sei tu. Ogni discorso, sempre tu. Ogni momento io ti sento sempre più.”

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

Mare o montagna? L’importante è che ci sia Lui!

Siamo Alessandra e Riccardo, genitori della piccola Olga nata prematura e subito salita al cielo e di Pietro di due anni nato dopo una gravidanza a rischio. Questo non è il nostro primo articolo qui sul blog, quindi alcuni di voi già ci conosceranno. Vorremmo raccontarvi quanto abbiamo sperimentato non molto tempo fa.

Questa estate siamo stati in vacanza in crociera con MSC un paio di settimane a giugno, una crociera sul Mediterraneo che ci ha permesso di visitare tante nuove città interessanti. Una vacanza che ci è stata regalata dai miei genitori, noi non avremmo mai potuto permettercela e anche i miei genitori hanno fatto dei sacrifici per acquistarla, ma ci tenevano a farci questo regalo perché da quando è nato Pietro non abbiamo più avuto un attimo di tempo per stare insieme da soli, non avendo nonni e amici vicino.

In crociera non avremmo dovuto fare altro che rilassarci, eppure per quanto sia stato bello guardare il mare, sentire il rumore delle onde, cenare ogni sera vestiti eleganti con un menù da quattro portate, avere a disposizione vini e cocktails vari e visitare città affascinanti quasi ogni giorno, dopo poco abbiamo iniziato a provare un forte senso di vuoto……. Non ci bastavamo. Ci siamo sposati in tre. Ne mancava uno.

Le giornate scorrevano lente senza ciò che è più importante in un matrimonio cristiano: la presenza del Signore Gesù. Si noi pregavamo insieme, abbiamo recitato il Santo Rosario più volte insieme, ma a me mancava entrare in una chiesa, soprattutto sentivo la mancanza della Santa messa e dell’eucarestia quotidiana.

Fino a qualche anno fa le navi da crociera avevano sempre a disposizione dei passeggeri una piccola cappella a bordo con un sacerdote. Oggi non più. Navi sempre più grandi e dotate di ogni confort ma senza nessun ristoro spirituale. Pensate a una nave con 5.000 anime a bordo che passano le giornate a prendere il sole, andare alla spa, in palestra e divertirsi, come si può rendere Grazie al Signore per quei momenti di festa, di divertimento, di relax se non si ha neanche un luogo consacrato dove farlo?

Si c’è sempre la preghiera, ma converrete con me che non è come accogliere Gesù eucarestia nel proprio cuore. Ogni volte che attraccavamo in un porto ci scapicollavamo a cercare una chiesa vicina, ma o erano chiuse o gli orari delle Sante messe non coincidevano con gli orari di sbarco e imbarco della nave. Mi torna alla mente il Vangelo di Giovanni: io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla (Gv 15:5-8).

Ecco dunque noi non possiamo fare proprio niente senza di lui, neanche divertirci. Gesù amava le feste, stare in compagnia tra fratelli, ma come possiamo pensare di essere nella gioia se lui non c’è? Ormai non ci sono più cappelle a bordo delle navi perché, dicono si rischia di offendere le persone di altre religioni. Questo accade in ogni ambito, non è infatti come dire togliamo il crocefisso dalle classi nelle scuole perché offendiamo i bambini di altre nazionalità e religioni? Forse la verità è però un’altra. Sono sempre meno le persone che sono consapevoli di aver bisogno di qualcosa di più che divertirsi e mangiare bene. Questo è triste.

Perché una nave che ha previsto ogni comfort e registrata in Italia, una nazione con ancora moltissimi battezzati, non può pensare a quello che conta veramente? È tutta apparenza e poca sostanza, come mi disse la preside suora della scuola salesiana in cui sono cresciuta: non è il guscio quello che conta veramente. Lo ricordo ancora a distanza di anni da quando ero bambina.

So che la mia è un’idea puramente utopica, quella di avere chiese a bordo delle navi da crociera, eppure alcuni aeroporti hanno la cappella, quando volavo come assistente di volo prima di compiere il mio primo volo da Malpensa, mi sono recata nella cappella e ho affidato i miei voli e le persone che avrei assistito durante i loro viaggi al nostro Padre che è nei cieli. Tutto questo per dire che non importa che tipo di vacanze scegliamo: mare, montagna, crociera, villaggio vacanza, casa in affitto, ma Lui deve essere al primo posto anzi non avendo i soliti impegni familiari e professionali in vacanza siamo ancora più esortati a cercare il Signore Gesù.

Adesso siamo a casa e siamo così felici di recitare il Santo Rosario tutti i giorni e partecipare all’Eucarestia quotidiana, forse a volte lo diamo per scontato, ma anche la pandemia ci ha insegnato che non è così.

Alessandra e Riccardo

Tutti i nodi vengono al pettine!

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 28,1-10) Mi fu rivolta questa parola del Signore : «Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Così dice il Signore Dio : Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto : “Io sono un dio, siedo su un trono divino in mezzo ai mari”, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ; con la tua grande sapienza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio : Poiché hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri ; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mare. Ripeterai ancora: “Io sono un dio”, di fronte ai tuoi uccisori ? Ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide.»

Come avete certamente intuito, anche questa pagina di Ezechièle ci riferisce di una rovinosa fine per l’uomo che si ribella a Dio, in questo caso il principe di Tiro si è insuperbito al punto da autodichiararsi un dio. E la giustizia divina rispetta la decisione dell’uomo lasciando che esso se la sbrighi da solo visto che si sente un dio… in questo caso il castigo se lo infligge da solo, il superbo, poiché vuol fare a meno di Dio, e Dio fa un passo indietro anche se potrebbe aiutarlo contro i nemici.

Spesso siamo portati a pensare che in una situazione del genere, Dio debba intervenire, ma secondo voi Dio vuole dei burattini da muovere con i fili a proprio piacimento? Uno tra i più grandi doni che il Creatore ha fatto ad ogni uomo, maschio o femmina che sia, è la libertà. Una libertà che potrebbe rivelarsi anche a svantaggio del donatore nonché del donatario, se usata male… ma se ci pensiamo bene a nessuno di noi piacerebbe avere un coniuge che ci ama a comando, non sarebbe più amore libero!

L’esigenza propria dell’amore è quella di essere libero e di lasciare libero, altrimenti il nostro matrimonio sarebbe un contratto di lavoro tra le parti… ma a nessuno di noi piacerebbe essere amato da contratto, perché presto o tardi non ci sentiremmo valorizzati per quel che siamo.

Qualche volta succede anche a noi di chiedere ad una figlia di svolgere un servizio casalingo e di sentire un borbottio provenire dalla voce della chiamata in causa, la quale potrebbe anche cominciare il lavoretto richiesto con celerità, se non fosse che il più delle volte viene eseguito talmente di malavoglia e con poco afflato (non si capisce il perché non debbano vedere l’operazione “pulizia cucina” come un’investimento per il proprio futuro) da risultare irritante per noi genitori…. qualche volta finisce col cacciare via dalla cucina la figlia suddetta e di svolgere noi il servizio al suo posto piuttosto che vederlo fatto tanto per fare.

E succede così anche nella relazione d’amore… a volte preferiamo non ricevere quel tal gesto di amore perché lo vediamo fatto come una mera esecuzione di un lavoro richiesto, corredato di lamentele e grugniti di vario genere… “se lo devi fare senza amore, senza metterci passione, lascia stare che mi arrangio…”.

Se è così tra noi che siamo fatti ad immagine del Creatore, perché Lui dovrebbe trovar piacere nel ricevere amore da degli schiavi e non da dei figli che lo ricambiano dell’amore ricevuto? Ed è così che questa libertà donataci da Dio potrebbe ritorcersi contro di Lui, praticamente ci ha creati mettendo in conto un grande rischio, quello di essere rifiutato, quello di non essere ricambiato… ogni amore ha dentro un rischio, e Dio rispetta talmente tanto la nostra libertà da rischiare di vederci dannare l’anima piuttosto che forzarci ad amarLo come se fossimo dei burattini con i fili mossi da Lui.

Ecco perché a volte Dio non interviene, probabilmente è lì che ci segue con un groppo in gola, ma pur di non ledere la nostra inviolabile libertà resta un passo indietro e ci lascia in balìa delle conseguenze della nostra scelta… certamente poi interviene con la sua misericordia nel cuore e nella coscienza dell’uomo con il famoso “rimorso della coscienza” e con altri stratagemmi simili per tentare di salvare il salvabile fino all’ultimo istante, non lasciando nulla di intentato per salvarci.

Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ” : cari sposi, anche nel nostro matrimonio abbiamo degli scrigni in cui poter ammassare tesori, ma sta a noi la scelta su quale tipo di tesori accumulare, se tesori di “amore donato gratis” per il Paradiso oppure tesori per il godimento di beni terreni ma che non servono per entrare in Paradiso.

Tutti i nodi vengono al pettine! E il pettine del Giudizio dopo la morte c’è per tutti. Coraggio sposi, abbiamo ancora un tratto di strada da fare insieme, svuotiamo i nostri scrigni di tesori inutili e cominciamo a riempirli di tesori per il Cielo.

Giorgio e Valentina.

Dovremmo tutti imparare da Maria

Oggi si festeggia l’Assunzione di Maria al Cielo. La sconfitta di Satana. Dio, attraverso questa meravigliosa creatura che è Maria, mostra ciò a cui tutti siamo destinati. Per questo Satana la teme tanto. Maria è stata sì preservata dal peccato, ma è una vera donna. Una donna che trae forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat questo concetto è espresso molto bene. Noi traduciamo perchè ha guardato l’umiltà della sua serva. Il testo originale greco è molto più esplicito. La traduzione più fedele sarebbe tu hai guardato la bassezza della tua serva. Maria prima di raggiungere le altezze del Cielo è stata capace di abbassarsi fino a terra. E’ stata capace di prostrarsi davanti a Dio consapevole di non essere nulla. Il Vangelo di oggi è chiarissimo. Maria è così grande perchè ha saputo farsi piccola, fino a terra.

Consapevole di non meritare l’amore così appassionato e profondo del Suo Dio, tanto da essere da Lui scelta per diventare Sua madre. Incredibile. Quanto può insegnare anche a noi Maria. Io provo un amore fortissimo verso la Madonna proprio perchè è così. Maria è rimasta sempre umile, spesso nel nascondimento e nel silenzio. Maria è stata dileggiata, insultata, sono state dette di lei le peggiori cattiverie e trattata come una poco di buono. E Giuseppe, che l’ha accolta, ha fatto la figura del cretino davanti alla sua gente.

Quanto può insegnare anche a noi Maria. Spesso non siamo capaci di umiltà perchè cresciuti con una educazione che ci insegna a non farci mettere i piedi in testa. Sappiamo che passare per deboli e persone senza attributi è una reputazione tra le peggiori che possiamo avere. Eppure il coraggio sta proprio, come Maria, nell’abbandonarsi all’amore.

Abbandonarsi all’amore significa abbracciare la giustizia di Dio che non è la nostra. Concretamente possiamo essere come Maria in tante circostanze. Alcune molto gravi altre più comuni e veniali. Significa perdonare il nostro coniuge se ci tradisce riaccogliendolo. Significa essere capaci di fare il primo passo quando litighiamo. Significa farlo anche quando pensiamo di avere ragione ed è stato l’altro a cominciare. Significa essere capaci di donarci anche quando l’altro è in una giornata no. Essere teneri e sorridenti anche quando lui/lei ci tratta con freddezza o durezza.

Tutto il mondo, nei casi che ho elencato, vi dice di essere forti, di mettere i vostri diritti e la vostra ragione in cima a tutto e di dare all’altro ciò che si merita. Maria ci dice altro. Maria ci dice che la giustizia è amare senza limite e abbandonarsi a Dio, che è l’unico capace di poterci accogliere nella vita eterna e che ci può dare la felicità già su questa terra. Ci può dare la pace.

Perchè la nostra forza non viene da come l’altro ci tratta, ma viene direttamente da Dio. Questa consapevolezza di essere preziosi e bellissimi agli occhi di Dio può avvenire solo in un modo: come ha fatto Maria, prostrandoci davanti a Lui e dicendo hai visto la bassezza del tuo servo.

Antonio e Luisa

Missionari… in casa

Cari sposi,

il logo della recente Giornata mondiale delle famiglie era un particolare preso dagli affreschi di P. Marko Rupnik nella cappella del Seminario maggiore di Roma. Il dettaglio è geniale: si vede San Paolo che apre un sipario dietro cui si trovano Gesù crocifisso abbracciato da Maria, e dal costato di Gesù sgorga il sangue-vino che riempie le giare di Cana. Ancora dietro al velo, sulla sinistra, si trovano Adamo ed Eva. Il senso è molto bello e profondo, San Paolo ha fatto capire con la sua lettera agli Efesini, cap. 5, che il Mistero Grande, iniziato dal primo matrimonio di Adamo ed Eva, si compie in pienezza grazie a Cristo, nuovo Adamo, e a Maria, nuova Eva.

Perché sto dicendo questo riguardo al vangelo di oggi? Perché il fuoco e il battesimo di cui parla Gesù è proprio la missione di svelare il suo Mistero Grande di amore! E Gesù non vede l’ora che esso sia visibile in ogni coppia di sposi. Difatti, quale amore infuocato è necessario per donare la propria vita! Non bastano piccoli amori, atteggiamenti mediocri ma ci vuole un cuore grande, generoso, infiammato! Dire questo mi fa pensare a Chiara Corbella, a Santa Gianna Beretta Molla, a San Massimiliano Maria Kolbe (di cui oggi è la memoria liturgica) …

A questo punto vi domando: c’è qualcosa di simile nella vostra vita di sposi? Per caso il Signore non vi chiama a portare anche voi, a modo vostro, il fuoco sulla terra? Ricordatelo sempre, voi sposi non vi siete sposati per voi stessi, cioè il matrimonio cristiano non è concepito solo per formare “due cuori e una capanna” o solo per amarsi e avere figli. Non si sono forse sposate fondamentalmente per questi motivi le persone dalla notte dei tempi? Se così fosse, ditemi allora per quale motivo Gesù avrebbe istituito apposta un sacramento per la coppia?

Sì, il matrimonio cristiano è una vera e propria missione! Quella di “gettare fuoco sulla terra”. Esprimono chiaramente questa idea sia Familiaris Consortio 17 che Amoris Laetitia 121. La missione è di portare su questa terra l’amore di Cristo per la Chiesa grazie alla vostra vita ordinaria. Come mai Santa Teresina di Lisieux è compatrona delle missioni, al pari di San Francesco Saverio, che ha percorso migliaia di chilometri per evangelizzare a differenza invece di lei che non ha messo un piede fuori dal Carmelo?

Analogamente per voi sposi, la vostra missione è tanto vera e reale sebbene si realizzi a casa vostra e sui luoghi di lavoro e sembra confondersi con una vita apparentemente monotona e ripetitiva. Cari sposi, vi auguro sinceramente di scoprire sempre di più e di stupirvi del dono e della missione che Gesù vi ha consegnato il giorno del vostro matrimonio. Che l’amore di Cristo vi infiammi e renda il vostro amore Luce del mondo.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato la carica. Sì, la carica. Non vuole metterci sulle spalle un peso che non possiamo sostenere. Ci sta dicendo esatamente il contrario. Sposi prendete coscienza che il battesimo vi ha reso capaci di grandi cose. Sì con tutta la vostra miseria, la nostra miseria, perchè anche Luisa ed io siamo davvero dei poveretti. Il sacramento del matrimonio ha finalizzato i doni battesimali affinché tutti noi sposi potessimo vivere la nostra missione. Vocazione e missione combaciano. Tanto più saremo capaci di crescere come sposi, di amarci sempre più profondamente e meglio, e tanto più saremo dentro la nostra missione.

Ognuno di noi ha la propria missione, ognuno ce l’ha unica come unici siamo noi. Tutte le nostre personali missioni però si fondano sull’amore. Amore quello cristiano. Essere quindi capaci di dare la vita nel nostro matrimonio. Che bello! Più saremo capaci di amarci e più saremo santi. Non conviene forse cercare la santità? Non è una strada facile ma meravigliosa. Una di quei sentieri stretti e faticosi da percorrere ma che aprono ad un orizzonte infinito. Come quelli di montagna che ti portano in vetta e ti permettono di aprire lo sguardo ad un orizzonte senza fine. Questa è la nostra missione. Essere ciò che siamo: una comunione d’amore. (Familiaris Consortio)

Domenica e famiglia : un connubio possibile /41

(Quindi, il sacerdote canta o dice) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo.

Ci soffermiamo stavolta sulle risposte del popolo, in quanto è facile cadere nella trappola della ripetizione a memoria senza approfondire il significato delle parole. La prima parte delle tre risposte è molto chiara perché continua a confermarci che l’attività principale della Chiesa è l’evangelizzazione a partire dalla S. Messa; tutto deve ruotare intorno alla Messa, ogni attività apostolica o progetto pastorale deve ruotare intorno alla Messa… è qui la fonte di qualsivoglia attività della Chiesa militante.

Se la Chiesa volesse affrancarsi dalla S. Messa in una sua attività, ridurrebbe quest’ultima ad una mera opera umana, anche dignitosa e nobile, ma solo umana; un’opera con tali presupposti è da intendersi già fallimentare (nel senso dell’evangelizzazione) in partenza perché si baserebbe su una realtà fallace quale è la realtà dell’umana natura. Una Chiesa che agisse così si autoridurrebbe ad una grande associazione di volontariato, una bella congregazione di opere pie, una tra le tante Onlus, ma la Chiesa è molto di più ed ha una missione divina, la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo… questa immagine del corpo usata da S. Paolo è spesso sottovalutata, ma con i nostri canoni matrimoniali diventa molto più comprensibile.

Quando i due sposi si amano nell’intimità fisica, non si scambiano solo coccole fisiche, non ci sono in gioco solo i due corpi, ci sono anche le anime, i cuori, i sentimenti, gli affetti, i desideri, le volontà, le decisioni… insomma tutto noi stessi. Se uno sposo fosse lì col corpo ma con la mente e i desideri fosse con un’altra donna, oppure con la testa (il capo) in un’altra attività, possiamo ancora dire che stia amando la propria sposa con tutto se stesso? E se una moglie stesse in intimità fisica con suo marito solo col corpo, ma con la testa (il capo), il desiderio e l’anima stesse altrove, sarebbe ancora vero amore ? Possiamo dire che due sposi che agiscono così si stiano amando con lo stile di Cristo ? Possiamo dire che questi due sposi lasciano che sia Cristo ad amare il coniuge attraverso il proprio corpo ?

Questo esempio ci fa comprendere come il corpo non sia scindibile dal resto di noi stessi, perché l’amore che si scambiano i due sposi sia vero, bello, nobile, casto, totale, irremovibile, ad immagine di quello di Dio, deve esserci una donazione totale, non basta il corpo, serve anche l’intenzione di amare, la volontà ; è necessario agire con un perché che mobilita anche il corpo, altrimenti tutto si riduce a puro esercizio fisico al pari del mondo animale o ad un insieme di combinazioni chimiche (questo è ciò che il mondo vuol farci credere).

Similmente succede anche nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa: se le diverse attività sono disgiunte dal capo (cioè da Cristo), restano ridotte ad attività umana, a puro esercizio del corpo che agisce senza il capo, senza la testa, senza un perché, senza l’anima… e come per l’esempio matrimoniale possiamo tirare le stesse conclusioni : resta una realtà umana che non porta con sé nulla di divino, non ha dentro Cristo perché non è nutrita da Lui.

Ecco perché il Messale ci fa ripetere “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.“, proprio a ricordarci che ogni nostro “annuncio del Signore” parte da questo mangiare il Suo Corpo, è Lui il nutrimento della nostra vita, ciò che dà sapore ad ogni nostro gesto, è Lui che si nasconde dentro ogni nostra attività, a patto che ci nutriamo di Lui altrimenti i nostri gesti esprimeranno solo noi stessi e non avranno dentro il “tocco divino”… non saranno cioè annuncio della salvezza operata da Cristo Gesù ma annunceremo noi stessi.

Quando sentiamo dentro lo slancio missionario di annunciare Cristo e quindi la Sua salvezza da dove dobbiamo partire? Dalla S. Messa.

Cari sposi, sentiamo l’urgenza di annunciare la morte di Cristo offerta per la salvezza dell’uomo e vogliamo proclamare la Sua gloriosa risurrezione che ha sconfitto il peccato e la morte? Partecipiamo alla S.Messa e nutriamoci dell’Eucarestia, dopo e solamente dopo potremo agire di conseguenza a quella comunione con Cristo (ossia con gli effetti benefici sulla nostra vita che da essa derivano) altrimenti saranno tutti slanci missionari carichi di tanti bei sentimenti, ma soprattutto tanto carichi di noi stessi e non portatori di Cristo.

Vi riportiamo infine uno tra i tanti insegnamenti di S. Giovanni Maria Vianney (conosciuto come il santo curato d’Ars), un santo sacerdote, patrono dei parroci: «Tutte le buone opere insieme non equivalgono al santo sacrificio della Messa : esse, infatti sono opere degli uomini, mentre la messa è opera di Dio. Il martirio è nulla in suo confronto: è l’uomo che sacrifica a Dio la sua vita, ma la Messa è Dio che sacrifica all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue».

Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Non avere paura mamma.

Oggi ho scelto di sfruttare il blog per presentarvi un libro. Ogni tanto lo faccio non perchè voglia sponsorizzare un prodotto, ma perchè i libri sono occasioni per riflettere. Ci fanno del bene. Soprattutto quando raccontano il bello e il vero. Questo libro a mio avviso lo fa. Conosco Rachele, l’autrice, da un po’ di tempo. La conosco solo virtualmente, non ho mai avuto il piacere di incontrarla, ma ho letto tanto di lei. Ho letto i suoi articoli su “La croce“, le sue riflessioni sui social, ho avuto modo di intervistarla sui miei canali. Insomma anche se non ho mai visto dal vivo Rachele ho imparato a conoscerla attraverso i suoi pensieri. E mi piace quello che dice e come lo dice. Mi piace perchè traspare tutta la sua femminilità, la sua bellezza nel non nascondere ciò che è: donna, moglie e madre. Non ho scelto a caso questo ordine. Solo chi si sente risolta in quello che è, nella propria identità femminile, può essere moglie realizzata e solo una moglie che è capace di mettere al primo posto il rapporto di coppia può essere una buona madre. Sia chiaro sempre con tutti i limiti che caratterizzano ogni uomo e ogni donna.

Ecco, tutto questo si legge chiaramente nel libro di Rachele Non avere paura mamma. Un libro scritto per le donne forse, ma che io da uomo ho trovato godibile e interessante. Rachele è madre di ben sette figli. I primi sono già grandi. Nel suo testo è stata molto brava nel non nascondere le tante, tantissime, difficoltà che sono insite nella gestione familiare, soprattuttio quando ci sono di mezzo i figli. E lei ne ha tanti. Non ha nascosto i momenti di scoraggiamento, le sensazioni di inadeguatezza e lo stress continuo di chi non riesce a riposare per anni tra pappette, pannollini, poppate notturne, mal di pancia e poi ragazzi adolescenti che rincasano a notte inoltrata. Non c’è tregua. Soprattutto per chi come lei ha figli di età molto diversa. Eppure è stata capace di trasmettere a chi legge tanta bellezza. Diverse bellezze.

Prima di tutto la bellezza della donna. Io sono affascinato dalla donna, da questa creatura così tanto diversa da me. Creatura che sa essere feconda in mille modi. Che sa generare non solo i bambini ma che sa generare anche noi mariti. Creatura che sa accogliere. Creatura che sa combattere ed essere tenace. Creatura che sembra così debole ma che non molla un centimetro e che, parlo per esperienza personale, dona tanta forza anche a noi mariti. Quando abbiamo accanto una donna così siamo anche noi pronti a qualsiasi cosa. Siamo pronti a dare tutto e a dare il meglio di noi.

Poi la bellezza della relazione uomo-donna. Siamo così diversi eppure così complementari. Anche questa realtà dal libro traspare tantissimo. I mariti sono citati poco, ma sono presenti sempre. Non so come spiegarlo ma si comprende benissimo come Rachele non sarebbe lei senza il marito Luca. Luca è quello che mette ordine, è quello che è capace di dire la parola giusta quando serve. Rachele si poggia tanto sul marito. E questo affidarsi reciproco è bellissimo. Ciò è possibile solo in una relazione basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Infine, ma non ultima per importanza, la bellezza dell’essere madre. Anche qui una bellezza che non è facile e che non sempre si vede. Viviamo in una società che non ama i bambini e non fa nulla di concreto per aiutare le famiglie. I figli sono un problema e spesso non si perde occasione per farlo notare. Le mamme sono schiacciate tra il senso di inadeguatezza, esperti sempre pronti ad insegnarti come essere madre e giudizi spesso spietati. Eppure nessuno ci può chiedere di essere genitori perfetti. Neanche noi dovremmo chiederlo a noi stessi. Sbaglieremo sempre e anche tanto. Quello che conta è altro. Conta amare questi figli, farli sentire preziosi. E’ importante testimoniare cosa è l’amore con la vita e dare loro la speranza cioè uno sguardo capace di andare oltre la precarietà di questa vita.

Insomma un libro che mi ha fatto ridere e anche piangere in alcuni passaggi. In particolare dove ho letto della testimonianza di una mamma e del suo bimbo disabile. Oppure la testimonianza della giovane mamma che ha scelto di non abortire. Mi hanno commosso nel profondo. Già perchè non l’ho specificato prima, ma Rachele non scrive solo partendo dalla propria esperienza personale, ma ha chiesto a tante mamme di lasciare un pensiero o la propria storia. Un libro che mi ha lasciato un cuore colmo di gratitudine per Rachele e di speranza per il futuro. Speranza che non è tutto perso ma ci sono tante donne meravigliose che non cedono ad una cultura che vorrebbe cancellare la loro identità e di conseguenza la loro bellezza e ricchezza. I figli non sono un problema ma un dono grande che riceviamo e che porta con sè delle responsabilità. I figli non sono un problema ma un’occasione per crescere e per diventare uomini e donne migliori. Certo non è facile ma è una sfida che è bello cogliere.

Termino con le parole di Giovanni Paolo II dedicate proprio alle donne: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Non avere paura mamma – Rachele Mimì Sagramoso – Tau Editrice

Antonio e Luisa