Sei pronto a tagliare?

Era il 26 aprile del 2003, un bel giorno di primavera, quando un giovane alpinista americano, Aron Ralston, si incammina da solo nel Parco nazionale delle Canyonlands, nello stato dello Utah, per fare un’escursione in solitaria. Passeggiando tra splendidi sentieri, decide di scendere in una gola, il Blue John Canyon, conosciuta per le sue rocce dalle svariate tonalità. Nel risalire però smuove un masso sovrastante, pesante diverse centinaia di kili, che cadendo su di lui, gli schiaccia il braccio destro contro la parete e lo immobilizza tra fortissimi dolori. Probabilmente qualcuno ha già riconosciuto la vicenda che è diventata poi celebre nel film “127 ore”. In quel lasso di tempo interminabile Aron ha rivisto tutta la sua vita, in particolar modo la famiglia e i suoi affetti. Così, dovendo decidere se spegnersi lentamente per fame e sete ed avendo nello zaino un coltello affilato… ha fatto la sua scelta. E così poi ha potuto raccontarcelo.

Cari sposi, il vangelo di oggi di parla di “scandalo” che in greco significa ostacolo. Gesù oggi è proprio esigente: ci pone davanti alla nostra fragilità che così spesso ci ostacola nel nostro cammino spirituale e nella nostra relazione. Sembra quasi che il Signore ce la spiaccichi in faccia ma al tempo stesso ci sollecita ad essere disposti a cambiare.

Ed allora vorrei chiedervi subito a bruciapelo: “chi di voi non è stato mai scandalizzato dal proprio coniuge?”. O anche: “quali sono le cose io cui io ti scandalizzo e quelle in cui tu mi scandalizzi?”.

Vediamo brevemente, alla luce di queste domande, cosa intende Gesù per occhio, piede e mano nel contesto biblico.

L’occhio significa qui l’ambizione, i miei desideri che possono contrastare con quello che il Signore in cambio vuole per me. La mano nella Bibbia rappresenta l’attività, il fare, la capacità di realizzare cose. I piedi, infine, indicano il rapporto col camminare e sono figura della condotta morale, del comportamento.

Adesso è più chiaro: quali mie ambizioni e aspirazioni possono essere di ostacolo alla nostra vita nuziale? Cosa faccio per impedirti di amare come Dio vuole che ami? Che atteggiamenti e modi di fare possono allontanarti dal cammino che il Signore vuole per noi due?

Gesù usa queste espressioni molto forti per chiederci se ci stiamo o no a seguirlo da cristiani. È importante in certi momenti della vita fermarci e chiederci dove stiamo andando. Quanto mi ha fatto bene quella confessione in cui il sacerdote mi provocò con questa domanda: “caro Luca, ma tu sei prete o fai il prete?”.

Questo vale anche per voi sposi. Di certo è un Vangelo esigente ma non possiamo bypassarlo facilmente senza che vi sproni a domandarvi quanto quegli ostacoli possono inficiare il vostro rapporto nuziale e il vostro cammino di fede condiviso.

Se Aron è riuscito a liberarsi è stato solo perché aveva accettato un sacrificio dettato dal suo amore per la famiglia. Non si era rassegnato a morire ma l’amore gli ha dato la forza di liberarsi e tagliare.

Sarà così anche per noi. Solo grazie all’amore del Signore, effuso perennemente su di noi nei sacramenti e che dobbiamo fare nostro con la preghiera quotidiana, riusciremo ad amare anche con i nostri ostacoli e pietre d’inciampo.

ANTONIO E LUISA

Ognuno di noi ha le sue pietre di inciampo, i suoi ostacoli, comportamenti, pensieri, convinzioni che creano scandalo nell’altro (con altro intendiamo sia lui che lei). Ha detto bene padre Luca. Creano scandalo perchè sono un ostacolo all’amore e alla comunione con l’altro. Cosa fare? Non esistono soluzioni facili, possiamo solo condividere quella che è la nostra esperienza.

Con gli ostacoli dell’altro. Non giudicate mai l’altro. Non assillatelo perchè cambi. Non riempitelo di rimbrotti e predicozzi. Non tenete il muso. Non è così che otterrete qualcosa. L’altro si sentirà attaccato e si chiuderà in difesa. La vittoria, perchè aiutare l’altro a migliorarsi è sempre una vittoria e non ci sono sconfitti, può arrivare con un atteggiamento che può sembrare di debolezza. Amatelo/a così com’è. Solo in questo modo potrà nascere in lui/lei il desiderio di cambiare determinate cose della sua vita. Non per forza ma per amore.

Con i miei ostacoli. Ho promesso di donarmi ed accogliere l’altro nella mia vita. Ciò significa che non posso nascondermi dietro la convinzione di essere fatto così e che non posso cambiare. Tutti possono migliorare determinati difetti, tutti possono smussare gli spigoli del proprio carattere. Basta volerlo. Renderci sempre più amabili è nostro preciso impegno ed è ciò che dobbiamo cercare di fare con tutto il nostro impegno.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 18

Dopo essersi battuti il petto dinanzi a Dio Onnipotente, siamo invitati a cantare ( prima e migliore scelta ) oppure recitare il Gloria :

Poi, quando è prescritto, si canta o si proclama l’Inno:
Gloria a Dio nell’alto dei cieli……

Non è nostra intenzione analizzare ogni singola frase di questo antico inno, anche se sarebbe di grande giovamento, vogliamo però approfondirne lo spirito che lo anima e ne ha ispirato la composizione. E’ un inno con un testo meravigliosamente solenne che dà gloria alla Santissima Trinità e all’incarnazione di Gesù Cristo, quindi conferma i due principali misteri della fede.

Chi ha visto film dove ci sono re e regine, imperatori e cavalieri, di certo ricorderà le scene in cui un suddito chiede udienza alla corte del re per supplicare qualche grazia ; ebbene, si noterà come dapprima il suddito compia gesti di riverenza, poi si dichiara un umile servitore mentre allo stesso tempo tesse le lodi del re implorando quindi la sua benevolenza. Sono soltanto scene da film, si dirà, è vero, ma sono esemplari per le dinamiche che mettono in rilievo ; potrebbe sembrare un discorso fuori tema, ma scopriremo ben presto che sono le stesse dinamiche che la Liturgia ci fa mettere in atto.

Infatti abbiamo già affrontato come l’entrare in chiesa sia il trovarsi in udienza al cospetto del Re dei Re, inoltre abbiamo compiuto vari gesti di riverenza/adorazione/venerazione come la genuflessione, abbiamo poi riconosciuto umilmente di essere peccatori e bisognosi del perdono di Dio implorando la sua benevolenza e la sua misericordia, ed ora diamo gloria a Colui che ci ha ammessi alla Sua presenza, non ci ha schiacciati per le nostre iniquità, ma anzi, ci ha perdonati ed ha avuto misericordia di noi.

Quando ci sentiamo schiacciati dal peso dei nostri errori/sbagli non vediamo l’ora che qualcuno ci rassicuri che le conseguenze del nostro errore non sono così devastanti, inoltre speriamo nel perdono a piene mani ; ed il perdono ricevuto riaccende in noi la speranza in un futuro migliore, solleva il macigno che teneva schiacciato il nostro petto e tiriamo un liberante sospiro di sollievo. Ed è proprio in questo momento che scaturisce nel cuore del fedele il canto del Gloria, quel canto liberatorio che esprime la festa ed insieme l’onore di essere purificati e ammessi alla presenza del Re, del Quale ne intesse le lodi e le grandezze senza fine.

Assomiglia un pochino a quella sensazione che si prova quando si è investiti da una profonda gioia e si avverte la necessità di cantare a squarciagola, come se il corpo non avesse mezzi adatti ad esprimere tale stato d’animo per cui non gli resta che cantare. Ecco spiegato il motivo per cui il Messale indica come prima e migliore scelta per l’inno del Gloria il canto, e come seconda scelta la recita ; certamente la recita di questo antico inno non deve essere fatta come se leggessimo le istruzioni della Ricetta della Torta di rose ( o per i più anziani le Pagine Gialle ) ma deve essere animata dall’onore immeritato di poter stare alla Sua presenza per lodarLo, ringraziarLo, adorarLo, benedirLo, glorificarLo… è un inno e come tale va recitato, non va sbiascicato a mezze labbra o ridotto a ripetizione mnemonica di una serie di parole, dobbiamo cantarlo/recitarlo come ( ma anche di più ) i cavalieri recitavano il loro codice d’onore nel giorno della loro investitura.

Ma questo antichissimo inno dà gloria a Dio nel senso che Gliela aumenta ? Quando nella S. Messa non è previsto il Gloria, come in Quaresima, Dio perde un po’ della Sua gloria ?

Sono domande semplici e per molti forse risultano banali, ma ci aiutano a focalizzare ancora meglio un aspetto attorno alla recita/al canto del Gloria. Dio, in quanto Dio, non ha delle carenze psicologico-affettive, non ha problemi di bassa autostima, per cui il fatto che noi Gli diamo gloria o meno non intacca la Sua deità, la nostra lode non aggiunge nulla a Dio, alla sua essenza, Lui rimane Infinito prima e dopo il nostro riconoscimento, senza la nostra lode Lui continua ad essere Dio con tutti i suoi attributi… e quindi a che serve lodarlo e glorificarlo ?

Innanzitutto perché Gli è dovuto, in quanto Dio, è un suo diritto essere riconosciuto come tale ed è un nostro dovere ringraziarLo, lodarLo, adorarLo e glorificarLo. E poi è un esercizio cardiovascolare !

E’ risaputo infatti che l’attività cardiovascolare, nel nostro corpo, trae grande giovamento dal nostro stato d’animo, dal nostro umore… quando siamo allegri ed euforici, il cuore cambia ritmo, le arterie si dilatano e si distendono, il cervello produce poi gli ormoni “della felicità” che rendono più dinamico lo scambio dell’ossigeno tra le varie parti del corpo… insomma, mens sana in corpore sano. Se è così per il nostro corpo, non possiamo pensare che l’anima sia totalmente disinteressata e nel frattempo si faccia una dormitina, anzi, in realtà è il contrario perché è l’anima che infonde vita al corpo.

Ma se è vera questa esperienza, dobbiamo ragionare così anche per il circuito cardiovascolare dell’anima. Quando diamo lode a Dio, Lui non cambia, ma noi sì ! La lode gratuita ( cioè disinteressata e non legata ad un profitto ) a Dio apre il nostro cuore a ricevere nuovi doni, nuove grazie, che sono lì già pronte per noi, ma non potevano entrare prima della lode perché avevamo il cuore chiuso : il nostro “cuore spirituale” si allarga e si predispone ad accogliere Dio, cambia ritmo, le arterie della nostra vita virtuosa si dilatano e si distendono, il cervello della nostra fede produce gli ormoni della felicità… quindi, a giovarne non è Dio ma siamo noi.

Cari sposi, impariamo a dare a Dio la nostra lode, la gloria, impariamo ad adorarLo, continuiamo sempre a benedirLo in ogni circostanza della vita. Anche gli sposi possono imparare a cantare/recitare insieme il loro personale Gloria ; non avrà le parole di quello della Messa, ma si declineranno alle esperienze della loro vita matrimoniale, l’importante è che siano lodi a Dio. Anche quando vivete momenti di difficoltà, cominciate con la lode la vostra preghiera, perché Dio è più grande della vostra fatica, del vostro problema, niente è impossibile al Signore ; cominciate a lodarLo anche per quel momento brutto che state passando, sembra da pazzi, ma il vostro cuore si allargherà, comincerete ad intravedere una luce nel buio della vostra contingenza, non vi sentirete più soli nell’affrontare la difficoltà.

Coraggio sposi, non lasciatevi cadere le braccia ! Diamo gloria a Dio e Lui non tarderà.

Giorgio e Valentina.

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Piccoli Perdoni Quotidiani – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nel matrimonio non c’è ansia da prestazione

Oggi trattiamo un tema credo molto urgente e interessante: l’ansia da prestazione. No non parliamo di sesso, almeno non solo di quello. Parliamo di matrimonio. Solitamente questa condizione viene assocciata alla sessualità ma è un qualcosa che va molto oltre e che influenza ogni ambito della nostra vita. Tutta la nostra vita è misurata sulle prestazioni. Sempre di più. Valiamo per quello che possiamo dare. Dalla scuola dove un voto ci qualifica al lavoro dove siamo soggetti sempre a più standard qualitativi. Siamo perennemente in competizione. Alcune volte in modo palese e consapevole altre senza neanche rendercene conto. Siamo abituati a fare confronti. Siamo perennemente in gara. Siamo nell’era dei social dove apparenza e like danno il successo e il valore di una persona. Purtroppo questo modo di ragionare ce lo portiamo anche a casa. Lo portiamo nelle nostre relazioni affettive.

Questo non è un bene, questo non è amore. Cercherò di spiegarmi meglio. Noi abbiamo un desiderio di perfezione e di infinito nel nostro cuore. Desideriamo essere amati in modo perfetto. Ciò, sappiamo bene, non è possibile. Quando ci sposiamo promettiamo di amare sempre nella gioia e nel dolore ma, sotto sotto, desideriamo che ci sia solo gioia e che l’altro ci renda felici. Non sempre siamo pronti poi ad accogliere le debolezze, le fragilità e i difetti dell’altro. La vita matrimoniale con la sua quotidianità e normalità quei difetti li tira fuori tutti. Così tutto diventa difficile. Il problema è che ragioniamo sempre dal nostro punto di vista. Non pensiamo che anche l’altro magari si aspetta da noi la perfezione e neanche noi siamo così perfetti. Capite il rischio? Neanche in famiglia siamo liberi di mostrarci per quelli che siamo. In una continua ansia da prestazione che ci rende tutto meno bello e più pesante. Dobbiamo continuamente dimostrare di meritarci l’amore dell’altro. Solo che così non è amore ma diventa uno scambio di prestazioni appunto. Io ti amo se tu mi dai. Terribile! Poi è un attimo passare al non ti amo più oppure al ho sbagliato a sposarti. Ciò che è davvero sbagliato in questi casi sono i presupposti.

Non è possibile essere perfetti H24 e sette giorni su sette. Non è possibile perchè non saremmo noi. Che bello invece quando la persona che abbiamo accanto è capace di comprendere le nostre fatiche e di accogliere le nostre fragilità. L’amore non si dimostra nella perfezione ma nella fragilità. Quando si fa qualcosa di grande e di bello per l’altro non ci si sente amati ma riconosciuti nella nostra prestazione. E’ quando non diamo il meglio di noi e sentiamo di non meritare quel sorriso, quell’abbraccio, quelle parole d’incoraggiamento, è in quel momento che ci sentiamo amati perchè non stiamo dando nulla se non la nostra povertà. L’altro sta amando ciò che siamo e non ciò che abbiamo fatto. Fare esperienza di questo amore gratuito è liberante e permette di dare il meglio con la consapevolezza di poter sbagliare e ricominciare.

Tenete a mente che l’ansia da prestazione è presente soprattutto dove non c’è amore. Almeno dove non c’è la sicurezza di essere amati. Arriviamo quindi al rapporto fisico che è una sintesi rappresentativa di quello che è il rapporto affettivo a tutto tondo. Spesso le disfunzioni sessuali sono dovute non a cause organiche ma psicologiche. Le persone che soffrono meno di disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce vaginismo ecc ecc) sono proprio quelle che vivono una relazione stabile e ricca di amore autentico. Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. Queste persone sanno di non dover dimostrare nulla e durante il rapporto pensano solo a donarsi l’uno all’altra e non alla performance. Sanno che non saranno giudicate per come fanno l’amore ma saranno accolte sempre e comunque perchè amate. Che bello imparare ad abbandonarsi nella fiducia e nell’amore l’uno all’altra. Ciò vale per l’incontro intimo ma vale anche per tutta la relazione in ogni momento della nostra vita. Non è quello che promettiamo il giorno del matrimonio?

Antonio e Luisa

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Amare non è da supereroi (ft. Coldplay)

La musica ha uno straordinario potere di toccare le corde del nostro cuore. Credo che ciascuno di noi abbia potuto sperimentare la potenza di certe melodie e l’energia che si sprigiona quando c’è il mix giusto di parole e musica.

Come abbiamo già avuto modo di dire, gli artisti, quelli veri, a volte hanno la capacità di far emergere alcuni tratti della nostra umanità con una limpidezza paragonabile a quella di un corso di antropologia, e credo che i Coldplay siano tra questi.

Da quando è uscita, Something Just Like This mi ha subito catturato. Inizialmente, lo confesso, per il suo sound coinvolgente, d’altra parte il mio primo approccio alla musica inglese è sempre un po’ alla Alberto Sordi di Un americano a Roma (orait orait… awanagana…).

Poi però, entrando nel testo e comprendendo le parole, mi sono reso conto come nasconda un inno ad una mascolinità liberata da tanti condizionamenti.

Ho letto vecchi libri

Le leggende e i miti

Achille e il suo oro

Ercole e i suoi poteri

Spiderman e la sua abilità

E Batman con i suoi cazzotti

E chiaramente non mi vedo su quella lista

Chris Martin attacca parlando dei miti, dei modelli eroici di uomo che hanno sempre percorso la storia da Ercole ed Achille fino a Batman e Spiderman, gente con i super poteri, per poi osservare, con una delusione percepibile, come il suo nome  (così come il nostro) non sia su quella lista.

È purtroppo esperienza comune a tutti noi maschi il doverci rapportare a modelli di maschile che sono fuori dalla realtà. Quando va bene sono un misto tra Ercole e Batman, ma più frequentemente sono i modelli del vincente, del personaggio di successo, dell’uomo di potere… probabilmente, ognuno di noi ha più o meno consapevolmente un “modello tossico” al quale si ispira e quanto è importante poterlo riconoscere.

È strano: riconosciamo che dentro di noi abita un’aspirazione a grandi imprese, sogniamo che il nostro nome venga conosciuto, ricordato, amato, desideriamo che su di noi si posi uno sguardo benedicente; eppure, accanto a questa profonda aspirazione, quando entriamo in contatto con noi stessi riconosciamo anche tanta fragilità e insicurezza. Ed ecco allora che nel nostro cuore maschile si affaccia lo spettro dell’inadeguatezza, il timore di non essere all’altezza.

Di fronte a questi contrasti ci ritroviamo confusi, disorientati e spesso finiamo per credere che esistano soltanto due possibilità: o avvicinarci a tutti i costi al modello che abbiamo in testa con sforzo e determinazione, oppure rinunciare e vivere nell’ombra accontentatoci di cose mediocri e riempiendoci di distrazioni. In un caso, l’aspirazione si trasforma in presunzione: “devo farcela”, nell’altro in rinuncia: “non posso farcela”.

Nel primo caso finiremo davvero per indossare qualche costume o maschera per nascondere il nostro vero volto, i nostri limiti e le nostre fragilità; nell’altro indosseremo soltanto cinismo e rassegnazione per difenderci dall’anelito del nostro cuore.

Ma queste due soluzioni non possono che starci strette ed appesantirci e così, capita allora che nel profondo del nostro cuore avvertiamo una grande sete di autenticità che ci parla attraverso il disagio e l’inquietudine.

In mezzo a tutta questa confusione poi, ad un certo punto, Chris Martin ci parla di una voce. Una voce che fa domande scomode: Dove vuoi andare? Quanto sei disposto a rischiare?

È una voce femminile, la voce di chi guarda a noi da fuori di noi, perché differente da noi.  E proprio questa voce ci rivela una terza strada, una verità vitale per la nostra vita maschile:

Non sto cercando una persona con i superpoteri

Qualche supereroe

Qualche storia da favola

Vorrei soltanto qualcuno a cui potermi rivolgere

Qualcuno da poter baciare

Tutto intorno a noi ci porta a pensare che per essere qualcuno, per essere desiderabili, dobbiamo essere tipi tosti, gente di successo con il bicipite scolpito, il six pack e il look giusto… ma in realtà il cuore femminile non attende alcun supereroe. Il cuore di una donna attende solamente qualcuno di reale a cui rivolgersi, qualcuno da amare, qualcuno da baciare, qualcuno con cui condividere lo stesso respiro, la vita più intima.

L’amore è la cosa più grande, l’unica capace di rendere la vita, Vita (citando il titolo del Campus by Night 2021). È questo ciò che attende il nostro cuore, e la bella notizia è che per amare non serve essere supereroi. Ecco allora che possiamo piano piano deporre le maschere e lasciarci liberare da tante difese, per accoglierci così come siamo belli e miseri, ma unici.  

Avverto però come queste parole non ce le rivolga soltanto il cuore femminile.

Sono parole che ci rivolge anche il Signore Gesù, lo Sposo del nostro cuore. Cristo canta per noi attraverso queste note perché non ne può più dei nostri apparati di rappresentanza, del nostro perfezionismo e delle nostre finzioni. Cristo è lì alla porta del nostro cuore e continua a sussurrarci: non devi essere un supereroe, non devi essere perfetto, mi basta ciò che realmente sei. Non devi nascondere i tuoi limiti perché la mia forza si manifesta nella tua debolezza!

Che grazia scoprire che non dobbiamo essere nulla di mitologico o di fantascientifico per meritarci il suo amore, gli basta che siamo noi stessi, che siamo qualcuno a cui potersi rivolgere. 

E che meraviglia vedere come, ancora una volta, l’amore umano è capace di spalancarci le porte dell’amore divino.

Se vuoi approfondire il mistero della tua mascolinità e della femminilità leggi il libro che abbiamo scritto per condividere ciò che finora abbiamo scoperto: Il cielo nel tuo corpo

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/09/amare-non-e-da-supereroi-ft-coldplay/

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Occhio al tappeto !

Il Vangelo di ieri è famoso tanto quanto è sottovalutato da tanti cattolici :

( Lc 8,16-18 ) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

Quando Gesù parla alla folla parte sempre da esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, usa immagini e similitudini che l’ascoltatore medio conosce e sa comprendere appieno, ma poi rincara la dose facendo degli affondi che non sfuggono all’ascoltatore più preparato e più attento. E terremo conto di questo metodo nella riflessione di oggi, facendo in modo che ogni coppia possa riceverne giovamento per la propria vita.

Ad una prima analisi è abbastanza scontato paragonare i discepoli di Gesù con questa luce, in quanto in altri discorsi lo stesso Gesù dice : <<[…] voi siete la luce del mondo […]>>, ecco quindi un primo insegnamento per noi sposi : abbiamo scoperto di essere luce del mondo, ma in quanto sposi col sacramento, la luce di ognuno si aggiunge a quella del proprio coniuge, dando vita ad una nuova luce più forte, più chiara, che riesce ad illuminare una stanza più grande oppure a definire ancora meglio i contorni della stanza dove siamo.

In una stanza di 30mq, con una lampadina da 60W, ci si vede discretamente da riuscire a svolgere tranquillamente tutte le attività ordinarie, la stessa stanza può però essere illuminata da un’altra lampadina uguale raggiungendo così 120W, e questa luce aggiunta ci permette di vedere nei dettagli le briciole di polvere/sporco che altrimenti sarebbero rimaste ad inzozzare la stanza. Oppure : possiamo sicuramente tracciare un disegno tecnico con maggiore precisione con una luce di 120W piuttosto che con i soli 60W iniziali. Trasportiamo ora questi paragoni nella nostra vita.

La stanza è simbolo innanzitutto del nostro cuore ( ma poi anche della nostra vita, della nostra famiglia e della vita delle persone con cui abitualmente interagiamo ) : se quindi nel mio cuore c’è solo la luce della mia vita di Grazia, posso sperare di vivere onestamente una vita di ordinaria santità, ma, se nel mio cuore lascio entrare la Grazia che c’è nel cuore del mio amato/a, allora il mio cuore riceve una luce aggiuntiva che riscalda maggiormente, illumina meglio e di più anche la stanza del mio cuore. Non possiamo quindi vivere una vita di fede da sposi come se fossimo due entità separate, che condividono tutto tranne la vita di Grazia… ma se il matrimonio è dare tutto, come è possibile farlo trattenendo per se stessi la vita di fede in un angolino privato in cui non permetto al mio coniuge di metterci dentro neanche il naso ? Troppi sposi cristiani vivono come due persone che si dividono le mansioni di famiglia/di casa con una perfezione incredibile e lodevole , logisticamente parlando, ma non vivono insieme la vita di Grazia : lui va a Messa il sabato sera così la domenica mattina ha tutto il tempo di accendere il barbecue con calma, lei invece va a Messa alle 10 con i bambini lasciando spazio al re del braciere … oppure… lui puntualmente va a Messa con i figli la domenica mattina apposta per lasciare libera la casa a lei, che è tutta settimana che non vede l’ora di metterla sottosopra per farla splendere come non mai libera dagli impicci di marito e figlioletti, senza dimenticare di chiedere al marito di passare al parco dopo Messa oppure al supermercato così da non averli tra i piedi finanche all’ora di pranzo … pregare insieme ? Non se ne parla nemmeno ! Andare insieme a Messa ? Utopia !

Vivendo così, si intuisce immediatamente come sia quasi impossibile che il cammino di santità personale e di coppia possa dirsi veloce, anzi, sarà talmente lento da considerarlo praticamente in sosta con le 4 frecce accese… in attesa di chissacché… il cuore ( la stanza dei 60W ) di ognuno resterà illuminato ( quando va bene ) solo dalla lampadina di quei 60 Watt che, senza manutenzione, si riempirà di polvere portando inesorabilmente ad una luce sempre più flebile fino a scomparire.

Passiamo ora alla seconda parte : “non c’è nulla di segreto…” ; dobbiamo restare sull’immagine della stanza del nostro cuore con i 60W : spesso noi pensiamo di tener nascosti i nostri segreti alla luce della Grazia. Speriamo di nasconderli in un luogo segreto del nostro cuore, ma che segreti sono ? Sono i nostri difetti, le nostre malefatte, i nostri peccati, le nostre cattive inclinazioni, i nostri vizi… gli sposi più onesti, li nascondono per vergogna, ma i più li nascondono perché in fondo in fondo sono legati ai loro peccati/vizi… la lampadina da 60W è accesa ma è talmente impolverata che la luce è fioca, questa è la condizione perfetta perché nessuno si accorga di quei vizi nascosti sotto il letto… in fondo in fondo spesso troviamo gusto nel peccare, ci piace peccare, perché spesso troviamo immediati appagamenti senza grandi sforzi… ed allora scatta l’operazione tappeto : ossia nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Ma quale tappeto ? Il tappeto del “vado sempre a Messa la Domenica”….”non ho mai fatto le corna a lui/lei”…”aiuto sempre in oratorio quando serve”…”sono un grande lavoratore e non ho fatto mai mancare nulla alla famiglia”…”non ho tempo per Dio, devo stirare, cucire, lavare, pulire, stendere, stirare, lavorare, cucinare”…”almeno la Domenica ho diritto ad un riposo, e poi al Signore io ci penso lo stesso anche se non vado in chiesa” … ecc… ecc…

Tanto è comoda la situazione con poca luce cosicché nessuno si accorge dei miei vizi/peccati, tanto risulta scomoda ed ingombrante una seconda lampadina perché mi costringerebbe a togliere i miei segreti da sotto il letto, tutto ciò che è nascosto sarà visto/notato in piena luce… e questa situazione mi costringerebbe a prendere la decisione di cambiare. Infatti il giusto/il santo dà fastidio ai peccatori incalliti non tanto per ciò che fa o che evita di fare, ma perché li costringe a rivedere dentro sé stessi, mette a nudo i loro vizi/peccati, e questo è scomodo per essi che si sentono intoccabili e perfetti. E molti sposi, forse, non vivono insieme una vita di Grazia, a causa del fatto che la lampadina dell’altro/a costringe ad aver maggior luce nella propria stanza, e nascondere segreti diventa impossibile, ciò costringerebbe ad essere sempre all’altezza della situazione, ad impegnarsi nella vita di fede, di Grazia, e soprattutto ad abbandonare un vita peccaminosa a cui invece sono particolarmente affezionati.

Cari sposi, coraggio ! Non abbiate paura di far entrare nella stanza del vostro cuore una seconda lampadina da 60w, perché la vita di Grazia ha bisogno di continue conferme, ha bisogno di essere costantemente stuzzicata, stimolata, altrimenti inciamperemo sempre nei nostri difetti , nei nostri vizi/peccati. Nel matrimonio, la fede di uno arricchisce la fede dell’altra e viceversa, l’esempio di una stimola la conversione dell’altro e si entra così in un circuito virtuoso in cui si fa a gara nello stimarsi a vicenda nella Grazia di Dio.

Coraggio sposi, è ora delle pulizie di autunno !

Giorgio e Valentina.

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È più bravo il marito o la moglie?

In un’epoca segnata dal gender che pretenderebbe di cancellare le differenze reali e oggettive tra uomo e donna, si può ancor di più perdere l’armonia di coppia nel vivere sanamente la propria identità maschile e femminile, di marito e moglie. Quali sono i nostri ruoli? Sono fissi? Chi li decide? Dove finisce/inizia il mio ruolo paterno/materno? In cosa consiste, in fin dei conti, il contributo paterno e materno?

La tentazione latente a questi quesiti, che soggiacciono in ogni relazione nuziale, è quella di entrare in competizione e di sentirsi migliori dell’altro. “Ma non vedi che i figli danno più retta a me? Hanno più confidenza con me che con te…”.

Proprio recentemente stavo rileggendo alcuni capitoli di “Cara dottoressa” di Mariolina Ceriotti Migliarese (Ares, 2013). C’è un capitoletto molto interessante (pag. 11) intitolato “Mi sento un papà inutile”, in cui parla del disagio di un padre racconta del suo disagio di sentirsi inferiore alla moglie nella capacità educativa.

Gesù vuole sanare questa possibile ferita e frattura nella relazione nuziale. Come lo fa? Ricordando il primato dell’umiltà e del servizio, cosa che Lui ha fatto per primo “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), lavando i piedi nell’Ultima Cena, donando tutto sé stesso nell’Eucarestia e nella Croce.

Parimenti, marito e moglie sono stati creati per essere dono reciproco, lungi da ogni mistificazione ideologica. Che bello quanto esprime il Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3)! Amarsi nella differenza, saper mantenere questa armonia ed equilibro consapevoli della nostra identità e diversità. Questo solo avviene se si è umili, se si è disposti ad essere pane spezzato, dono, a mettersi al servizio altrui con tenerezza.

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di fare due riflessioni distinte ma entrambe importanti in una relazione matrimoniale. Stiamo parlando di coppia, coppia che non è più composta solo da un marito e una moglie ma anche da figli e quindi da un papà e una mamma.

La prima riflessione riguarda in particolare le mamme. L’arrivo di un bimbo è una gioia grandissima ma anche un tsunami. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto una sensazione di abbandono e di esclusione, dopo il parto, sono il 26%. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Mamme: ricordate che prima di ogni altra cosa siete spose. Certo la situazione è complicata. C’è stanchezza e stress, ma cercate, per quanto possibile, di non far mancare le vostre attenzioni e il vostro amore a vostro marito. E voi cercate, con tutti i vostri limiti e povertà, di stare vicino e di sostenere vostra moglie. Noi uomini non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa come è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

La seconda riflessione riguarda il servizio. Noi abbiamo promesso di donarci e il farci servi l’uno dell’altra ne è una concretizzazione. Servi per amore, sia chiaro. Ciò che ci rende servi non è la persona ma è l’amore. Gesù non si è fatto servo dei suoi apostoli ma dell’amore che nutriva per loro. Sembra una differenza di poco conto in realtà cambia tutto. Essere servi per amore libera mentre farsi dominare da una persona ci rende prigionieri e dipendenti.

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Viva l’ordinarietà

“Qui multum peregrinantur, raro sanctificantur”, ossia, chi molto viaggia e va in giro, raramente si può santificare.

Così afferma l’Imitazione di Cristo (cfr. Libro I, cap. 23, 5.) volendo motivare il lettore con intensità sul vivere il presente e approfittare delle circostanze in cui si trova.

Siamo tornati alla nostra vita ordinaria, le ferie e le vacanze sono un bellissimo e struggente ricordo, la scuola è ripresa con tutti i suoi affanni e rieccoci qua, ad affrontare un nuovo anno: siamo tornati pienamente ai nostri modus vivendi.


Vorrei aiutarvi ad accogliere pienamente la sfida di questo momento e a vederci la grazia di Dio che, come sempre “passa e non ritorna” come diceva S. Agostino (Sermone 88, 14, 13). Qualcuno potrebbe obiettarmi che non esiste nella sua famiglia un tempo ordinario e magari ha pure ragione.

Tuttavia, almeno fino a Natale noi vivremo una tappa grosso modo simile e penso che possiamo prenderla per il verso giusto e non come un periodo stressante e logorante.

Cari sposi, vorrei invitarvi a vivere in modo straordinario l’ordinario. Questo nel linguaggio cristiano si chiama: ricerca della virtù. Cosa è la virtù? Dal latino virtus o forza, “è una qualità dell’anima, per la quale si ha propensione, facilità e prontezza a conoscere ed operare il bene” (Catechismo, n° 856).

La virtù è un’abitudine a compiere il bene che si ottiene tramite lo sforzo di ripetere atti buoni. Ovviamente in un certo senso questo è “facilitato” laddove le nostre circostanze esterne ci permettano una certa stabilità. Motivo per cui vi ho citato all’inizio quella frase iconica.

Cari sposi, non vogliate subire l’autunno caldo, non affrontate questo tempo con un “vediamo cosa capita” ma vi invito a confrontarvi a vicenda e cercare assieme di coltivare qualche virtù tramite atti concreti e precisi da vivere ogni giorno. Il ventaglio è pressoché illimitato: dal pregare assieme due minuti appena svegli, alla lettura della Parola di Dio prima di uscire, al fare l’Angelus a mezzogiorno, al fare dieci minuti di condivisione di coppia, e un lungo eccetera.

Ma l’importante è che discerniate e scegliate cosa vi sta chiedendo concretamente il Signore, poi facciate una semplice check-list di punti e a batterci sopra ogni giorno.

Sapete? La virtù funziona così, è bellissima, più la vivo e più mi diventa sia facile che piacevole il compierla.

Per questo care coppie, nonostante l’abbronzatura stia svanendo, viva l’ordinarietà e la normalità delle nostre vite, perché in esse possiamo costruire, giorno dopo giorno, tanti modi di vivere e di essere che ci rendono a poco a poco sempre più veri cristiani e coppie solide.

padre Luca Frontali

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Le foto brutte – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera prima che di prodotti la sua busta?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole, più che alle musiche angeliche che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Un’adorazione per guarire dalla pornografia

Oggi ci facciamo portavoce di una lodevole e importante iniziativa. L’associazione PURIdiCUORE, che da anni offre sostegno ed aiuto a quelle persone dipendenti dalla pornografia, propone una iniziativa molto forte e significativa. Speriamo che questa opportunità venga colta dai sacerdoti che verranno a conoscenza della cosa. La pornografia, seppur sotto silenzio, sta permeando sempre più la vita delle persone rendendo sempre più difficili relazioni affettive sane e autentiche. Di seguito il testo dell’appello.

12 ottobre. Celebrando il Beato Carlo Acutis e in diversi luoghi d’Italia ci incontriamo in adorazione eucaristica domandando la grazia della guarigione e liberazione per chi soffre a causa della pornografia e pregando per la conversione di chi sfrutta gli altri attraverso la pornografia. La data è stata individuata proprio poiché è la giornata che la Chiesa ha scelto come ricorrenza del beato Carlo Acutis.

Perché questa iniziativa? Siamo convinti che oltre ad avvisare, formare, denunciare, prevenire, indicare cammini di guarigione e meccanismi di protezione, tessere alleanze e collaborazioni, … anche la preghiera abbia il suo ruolo.

Perché proprio un’adorazione eucaristica? La risposta si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica, i cui paragrafi 1378-1380 riportano una citazione di San Giovanni Paolo II che spiega come la «Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare ad incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo».

Perché Carlo Acutis? Questo laico morto nel XXI secolo, come disse il Cardinale Vallini lo scorso anno durante l’omelia per la sua beatificazione, «sentiva forte il bisogno di aiutare le persone a scoprire che  Dio ci è vicino e che è bello stare con Lui per godere della sua amicizia e della sua grazia. Per comunicare questo bisogno spirituale si serviva di ogni mezzo, anche dei mezzi moderni della comunicazione sociale, che sapeva usare benissimo, in particolare Internet, che considerava un dono di Dio ed  uno strumento   importante  per incontrare  le persone  e  diffondere  i valori cristiani».

Carlo Acutis è stato testimone dello sguardo di Gesù rivolto a questa generazione. Emergono disturbi nuovi e latenti di ogni genere scatenati dall’esperienza pandemica. I bambini sono sempre più indotti ad anticipare molto prima dell’adolescenza il consenso sessuale, tanto tra loro che con adulti. Carlo Acutis cercava il volto del Signore, non lo smarriva dietro uno schermo. Anzi, sapeva servirsi degli schermi per chiamare i suoi coetanei a volgere lo sguardo da un’altra parte, verso qualcun altro.

Nel momento di adorazione potremo volgere il nostro sguardo a Gesù Crocifisso, per saperci perdonati, liberati dal peccato, redenti nell’amore. Potremo volgere il nostro sguardo a Cristo Risorto, per saperci rinnovati e inseriti in una vita nuova che è la corrente divina dello Spirito di Dio. Potremo tornare sempre a volgere il nostro sguardo a Nostro Signore sempre presente nel Santissimo Sacramento dell’altare, per adorare lui trasfigurato e lasciare che trasfiguri lui il nostro sguardo. Lo purifichi, lo riorienti verso il bene, il bello, e il vero. Potremo chiedere il dono di sanare con l’amore le ferite di questo mondo smarrito, di illuminare con la potenza soprannaturale della nostra fede i labirinti, i deserti, i paradisi artificiali che stiamo costruendo, perché il nostro sguardo attratto dalla luce della tua vita in noi ci risollevi e torni a insegnarci come camminare insieme.

Potremo pregare invocando l’intercessione di Carlo Acutis, perché il suo sguardo puro ci conquisti e ci chiami alla conversione, chiedendo liberazione e guarigione per i fratelli e le sorelle che sono smarriti, perché il balsamo dell’amore effuso dallo Spirito di Dio nella nostra preghiera rinnovi le menti e muova i cuori al desiderio della purezza interiore che, ci è stato promesso, ci assicurerà la visione di Dio [Mt5, 8].

Troviamoci tutti davanti all’altare di Nostro Signore, sapendo che dall’altra parte del tabernacolo ci saranno fratelli e sorelle riuniti e per intercessione di Carlo Acutis staremo chiedendo al Signore la stessa grazia: “Signore Gesù, figlio del Dio vivo: abbi pietà di noi; libera, sana, trasfigura i nostri volti perché brilli la luce del mondo che è la vita della Chiesa. Amen

Offriamo un sussidio per il momento di adorazione

Qui puoi iscriverti come parrocchia, rettoria o comunità religiosa per aderire alla iniziativa, per aiutare a promuoverla o per sapere dove si terrà

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Io sono la via, la verità e la vita anche nella sessualità

La Chiesa ci chiede di vivere il nostro incontro intimo in modo che sia “aperto alla vita”. Abbiamo già trattato in altri articoli questa tematica. Oggi vorremmo riprenderla per presentare una prospettiva diversa. Apertura alla vita intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso. La nostra riflessione trae spunto da un versetto del Vangelo nel quale Gesù, che è l’Amore, dice di sè stesso: io sono la via, la verità e la vita (Giovanni 14, 6).

IO SONO LA VIA

Tutto inizia con un cammino. Quando inizia una relazione affettiva ognuno arriva con le proprie convinzioni, idee, con la propria storia costellata di momenti gioiosi ma anche di sofferenza e di ferite più o meno aperte. Gesù ci chiede di essere radicali, ci chiede di deciderci e di metterci alla Sua sequela, di non tenere il piede in due scarpe ma di abbracciare il Suo insegnamento perchè è la strada per vivere in pienezza la nostra vocazione all’amore. Amore che si concretizza nel corpo. Alcuni di voi potrebbero pensare che Gesù non ha mai parlato di metodi naturali e anticoncezionali. E’ vero ma sappiamo bene come la Chiesa sia sposa di Cristo e come lo Spirito Santo parli attraverso di essa. Ricordiamo sempre che la legge morale non è una serie di regoline, limitazioni o divieti posti per chissà quale perverso desiderio di frustrare la gioia e la libertà delle persone. La legge morale non è altro che la descrizione di come siamo fatti, di cosa significa essere davvero uomo e davvero donna e di come possiamo essere realizzati e felici nelle nostre relazioni. L’apertura alla vita indica proprio questa pienezza. Perchè permette di vivere la sessualità per quello che è: la concretizzazione attraverso il corpo del dono totale del cuore dei due sposi. Il corpo diventa specchio del cuore, nella verità.

IO SONO LA VERITA’

Abbiamo terminato il paragrafo sulla via con la parola verità. Gesù è verità. Gesù è verità su tutto anche e soprattutto su come si ama fino in fondo, su come si è uomini fino in fondo. Anche l’intimità ha bisogno di verità. In una relazione matrimoniale è fondamentale. Da come si vive la sessualità nella coppia si può capire molto anche di tutto il resto. Perchè gli anticoncezionali non permettono di amare nella verità? L’abbiamo scritto diverse volte: non permettono il dono totale. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione.  C’è magari il piacere fisico ma viene a mancare una gran parte dell’unione profonda dei cuori. Manca l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Manca il piacere che viene dalla comunione profonda dei due. Non c’è più verità tra cuore e corpo. Due sposi che si sono uniti per donarsi vicendevolmente tutto di sè come Gesù nell’Eucarestia poi, per essere realizzati e vivere in pienezza il matrimonio, hanno bisogno di concretizzare questo dono totale, senza riserve, attraverso il corpo. Solo così quel gesto porterà sempre vita.

IO SONO LA VITA

Vita in questo caso è sinonimo di amore perchè l’amore è sempre generativo. E’ un grande errore ridurre l’apertura alla vita alla sola procreazione. Certamente c’è anche quella, ma la fecondità dell’amore è molto di più della procreazione. E’ così che, quando il gesto è vissuto nella giusta via e nella piena verità, accade il miracolo. I due non sono più due ma sono uno. Sono una carne sola. Un sol corpo e sol cuore. Fanno esperienza nell’amplesso fisico di una comunione profonda che permette loro di rendere visibile e tangibile ciò che il matrimonio ha operato nel loro cuore. Vivere l’incontro intimo così genera sempre nuova vita-amore. Gli sposi si nutrono direttamente al loro sacramento per portare frutto nel mondo. L’amplesso fisico vissuto castamente (nel dono totale e nella verità) è non solo gesto sacramentale e liturgico ma redentivo. I due sposi si fanno santi anche attraverso l’amplesso fisico. Portano l’amore di Dio nella loro famiglia e nel mondo che li circonda. Perchè quell’amore di cui fanno esperienza poi viene donato. Donato al coniuge nei giorni a venire, ai figli e a tutte le persone che i due sposi incontreranno.

Vi rendete conto cosa significa essere aperti alla vita? Non è un obbligo ma è una scelta che riguarda tutta la nostra relazione e non solo il modo con cui abbiamo rapporti.

Antonio e Luisa

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Ceraste cornuta

Riportiamo una piccola parte del brano proposto oggi dalla Chiesa, il giorno della solenne festa della Esaltazione della Santa Croce :

[…] Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Tra i tanti castighi che in 40 anni di cammino dell’esodo il popolo d’Israele deve vivere, c’è quello dei serpenti del deserto che fanno morire un gran numero di Israeliti, allora essi chiedono aiuto a Mosè, che a sua volta supplica Dio, la cui risposta è il brano sopra riportato.

Ancora una volta il popolo non si fida del Signore, il quale, nonostante l’incredulità e l’infedeltà dimostrataGli anche dopo le manifestazioni della propria Onnipotenza, si lascia commuovere manifestando la propria misericordia con questo popolo “dalla dura cervice” donando ad esso l’ennesima via d’uscita.

E’ interessante notare come la soluzione proposta da Dio non sia proprio all’acqua di rose… infatti leggendo con attenzione si evidenzia come la richiesta del popolo sia quella di allontanare i serpenti, ma Dio non li allontana, donando però loro la salvezza dal mortal veleno. Infatti si può constatare che i serpenti continuano a morsicare gli israeliti, i quali potranno restare in vita ( dopo il velenoso morso ) solamente guardando al serpente di bronzo innalzato da Mosè, ossia riconoscendo che non possono salvarsi da se stessi ma hanno necessariamente bisogno della salvezza offerta dal Signore.

Cari sposi, la pedagogia di Dio, è ancora la stessa : la vita del sacramento del matrimonio non è esente da prove, difficoltà, momenti di stanca, di crisi, dubbi, dolori, malattie, incomprensioni, litigi… questi sono i morsi dei nostri serpenti. E il Signore non ci esenta da essi, ma desidera che il loro veleno non ci uccida, così come ha voluto che i morsi della ceraste cornuta ( la vipera del deserto ) non uccidesse il popolo d’Israele, così anche per noi basterà riconoscere che non possiamo salvarci da noi stessi, dovremo infatti riconoscere che solo uno è Il Salvatore : Gesù Cristo… così come ha mantenuto la promessa fatta agli israeliti per mezzo di Mosè, così la Sua Salvezza entrerà nella nostra coppia, nella nostra casa, nella nostra relazione malata, nei nostri affetti disordinati, nel nostro amore, nel nostro matrimonio.

Non possiamo non evidenziare poi che la Sacra Scrittura riferisca solo “restava in vita“, non accennando al morso. La ceraste cornuta però possiede due bei dentini che si infilano nella carne rilasciando il loro veleno mortale, quindi si può presumere che gli israeliti restassero in vita sì, ma portassero le cicatrici del morso… come una memoria nella carne della misericordia di Dio, qualora il soggetto avesse poca memoria dei prodigi divini, ma anche come testimonianza impressa nella carne da mostrare agli increduli.

E così avviene anche nel matrimonio : le prove, le difficoltà, le crisi, i dubbi, i dolori, le malattie, le incomprensioni, i litigi tra noi sposi possono non essere mortali, ma ci lasciano delle cicatrici a testimonianza e memoria del nostro impegno nell’onorare la nostra promessa di amare l’altro/a tutti i giorni della vita ed in qualsiasi circostanza.

Continuando nell’analisi del testo, notiamo come la via d’uscita che l’Onnipotente fornisce al popolo non sia esente dal contributo dello stesso, ed è uno stile caratteristico del rapporto di Dio con l’uomo : l’uomo chiede aiuto, ma deve essere cosciente che non può starsene con le braccia conserte aspettando che faccia tutto il Signore, ma è necessaria anche la sua parte in questo aiuto. La saggezza cristiana ha riassunto in un famoso detto questa dinamica : aiutati che il Ciel t’aiuta.

Così come i morsicati dovevano guardare al serpente di bronzo per restare in vita, così noi sposi dobbiamo guardare al nuovo serpente di bronzo, a Gesù ! Così come il serpente di bronzo è stato innalzato sopra un’asta, Gesù ( il nuovo serpente di bronzo ) è stato innalzato su di un’altra asta : la Croce ! Ecco allora la soluzione contro il veleno mortale dei nostri serpenti : guardare Gesù in Croce. Certamente questo guardare si traduce poi in tanti comportamenti : guardare diventa contemplare Gesù che dona tutto sé stesso per noi ; guardare significa imparare da Gesù sforzandosi di imitarLo soprattutto quando tutto sembra finito, Lui non ha mollato fino alla fine, così dobbiamo fare noi ; guardare è pregarLo ed affidarsi a Lui ogni giorno così da essere già allenati e pronti a farlo appena saremo morsicati ; guardare è far diventare Gesù il centro della nostra vita personale e di coppia prima nel cuore per poi tradurlo nella vita concreta ; guardare diventa mettere Gesù al posto che Gli spetta di diritto, essendo Dio, e cioè al primo ; guardare si traduce anche nell’obbedienza alle Sue leggi, senza se e senza ma… insomma, noi facciamo la nostra parte fino in fondo che poi il Signore non mancherà della Sua Salvezza e del Suo aiuto.

Molti sposi stanno vivendo momenti di difficoltà, di aridità nella loro relazione, di angoscia per il futuro, mancanze di attenzioni reciproche, problemi con la famiglia di origine, fatica nel perdonarsi le ferite inferte reciprocamente… questi sono solo alcuni dei serpenti del matrimonio : CORAGGIO SPOSI, non lasciamoci ammazzare dal veleno di questi serpenti, ma GUARDIAMO GESU’, che è il nuovo serpente innalzato sulla nuova asta, la CROCE : è lì che troviamo l’ANTIDOTO, anzi L’ANTIDOTO è GESU’ STESSO !

Coraggio, non temete di aprire il cuore a Gesù, ci resteranno le cicatrici ma il veleno non ci ucciderà !

PS : Sarà una coincidenza il fatto che questo serpente sia cornuto ?

Giorgio e Valentina.

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Signore, non ti riconosco più!

Pare che Gesù abbia perso il controllo. Eppure, qui si vede quanto il suo cuore arda di un santo zelo, di smania di farci capire cosa è davvero importante per noi, qualcosa che non possiamo perdere assolutamente e per questo alza la voce: è troppo grande la posta in gioco.

Si tratta nientemeno di illuminarci su cosa sia l’amore.

Mi piace molto chi ha interpretato tale vangelo dicendo che la domanda iniziale di Gesù avrebbe potuto essere questa: “ma secondo voi cosa è l’amore?”. Allora gli avrebbero risposto: “amare è un sentimento”, “amare è un’emozione”, “amare è stare bene con la persona giusta” … e quando Pietro rispose bene: “amare è donarsi tutto e per sempre” allora Gesù andò oltre: “ecco, esatto, ed io lo farò sulla croce per voi”.

Ma a quel punto in Pietro venne fuori l’amor proprio: “eh no, ma non si può amare così, è disumano, è illusorio, è masochistico”. E ha provato a far “rinsavire” Gesù… ma è bellissimo quello che succede dopo. Gesù, infatti, non esce dai gangheri, come parrebbe a prima vista. È perfettamente padrone di sé stesso, solo che sta dicendo con forza a quel testone di Pietro che, se non ama fino a dare tutto, smette di essere un vero discepolo. E allora ecco che lo rimette in carreggiata, “stammi dietro, rimettiti sul cammino, non smettere di seguirmi”.

A me è successo, non so a voi, dinanzi a situazioni di sofferenza e crisi, di dire a Gesù: “ma tu Signore chi sei? Cosa vuoi da me? Dove mi stai portando?”. Pare che in quelle situazioni Gesù diventi per noi uno sconosciuto, un estraneo, uno diverso da come lo vorremmo, cioè un Dio su misura, un Dio che collima con i nostri desideri e progetti.

Eppure, cari sposi, voi lo sapete bene, l’amore non può essere esente dalla croce. Solo chi ci è passato ha acquistato quella sapienza che viene dell’Alto e che rende davvero capaci di viverlo in modo concreto e vero. In un mondo liquido, solo un amore così ci permette di stare piantati saldamente alla nostra realtà, di permanere, di restare ed essere fedeli nel tempo.

Come lo esprime bene San Giovanni Paolo II quando scrive: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris Consortio 13).

Non smettiamo di camminare dietro al Signore in una donazione piena e totale nel matrimonio. E se vi viene voglia di scantonare, di un amore diverso da quello del Maestro, non preoccupatevi che ci pensa Lui a richiamarvi e a riprendervi.

ANTONIO E LUISA

La croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 17

Dopo il segno di croce il Messale indica :

Segue l’Atto penitenziale, introdotto dal sacerdote con queste parole :
Fratelli e sorelle, per celebrare degnamente i santi misteri,
riconosciamo i nostri peccati.

Questa è solo la prima di alcune formule che il sacerdote può decidere di utilizzare, ma nella sua brevità riassume perfettamente lo stile e la condizione dell’animo “sine qua non”. Innanzitutto ribadisce e riconosce che la Messa non è un semplice rito umano , ma è la celebrazione dei santi misteri ; inoltre con la frase “per celebrare degnamente i santi misteri” si intende altresì specificare che :

  • i santi misteri vanno celebrati
  • vanno celebrati degnamente
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno

Procediamo applicando alla vita coniugale quello che di volta in volta impariamo… ma perché ci ostiniamo a vedere una sorta di parallelismo tra la Messa e la vita degli sposi, definita profeticamente Chiesa domestica ? Ci viene in aiuto il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale citando la “Sacrosanctum concilium” così si esprime:

La liturgia, infatti, mediante la quale, massimamente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa

In parole povere : la Chiesa ci invita ad esprimere nella nostra vita, quella quotidiana, il mistero di Cristo che nella Messa celebriamo… cari sposi, dobbiamo quindi imparare a tradurre nella nostra concreta vita coniugale quegli atteggiamenti che a Messa viviamo… quasi da vivere una vita matrimoniale che è una Messa perenne, sia celebrata sia vissuta.

Vediamo quindi, con ordine, cosa ci suggerisce l’atto penitenziale : così come la Messa non è un semplice rito umano per celebrare il divino, parallelamente la vita sponsale non è una semplice ufficializzazione dell’unione d’amore tra un uomo ed una donna, ma è un segno nel mondo dell’amore di Dio per l’uomo e dell’amore di Cristo per la Sua Chiesa : è quindi un mistero santo. Col sacramento del matrimonio, i due sposi diventano ufficialmente profeti dell’amore di Dio.. come cambierebbe la nostra relazione se non vedessimo solo l’umanità, che è piena di fragilità e di difetti, ma riuscissimo a scorgere la grandezza di un Dio che per manifestarsi al mio coniuge ha scelto di aver bisogno della mia umanità ! Ogni sforzo fatto per migliorarsi allora non sarà semplicemente visto come un vano tentativo per raggiungere un obiettivo solamente psicologico/umano, ma diventerà la maniera con cui io cerco di vivere sempre meglio e con maggiore trasparenza il compito che mi è stato consegnato da Dio, e cioè di amare il mio coniuge al suo posto, quasi in sua vece.

  • i santi misteri vanno celebrati : ecco che qui si riprende la tematica che abbiamo affrontato all’inizio di questo percorso, vale a dire della precettazione domenicale. Così come siamo precettati per celebrare i santi misteri almeno la Domenica e le altre feste comandate, così siamo precettati a vivere da sposi almeno finché uno dei due non muore ; infatti è questo che ci promettiamo all’inizio del matrimonio… ricordate ? ci promettiamo di amarci ed onorarci tutti giorni della vita finché morte non ci separi. Come traduciamo questo nella vita quotidiana ? Quali sono i gesti con cui onoriamo il nostro coniuge ? Quali sono i gesti, le parole, i pensieri, gli sguardi, ecc.. con cui invece lo/la disonoriamo ? Così come onoriamo Dio nella Domenica ed in particolare nella S. Messa, così siamo precettati ad amare il nostro coniuge : è un dovere ( un dolce dovere ) , è una decisione che NON va a discrezione dell’umore di oggi, nemmeno segue i nostri sentimenti troppo altalenanti, e tantomeno va in base al fatto che lui/lei se lo meriti… se Dio ci amasse solo quando lo meritiamo, quanto ci amerebbe nella vita ? 5 minuti al giorno, forse !
  • vanno celebrati degnamente : bisogna celebrare solennemente Dio in modo degno dei Suoi attributi, della Sua divinità, della Sua bontà, ecc… quindi non possiamo stare in chiesa come quando stiamo nel locale per l’aperitivo con gli amici, non possiamo agire in modo irrispettoso del luogo, degli altri fedeli e della solennità del momento… non saremmo inopportuni se ci mettessimo a fare cabaret comico e raccontassimo barzellette al funerale di una persona cara ? Così come abbiamo il minimo rispetto della persona morta e del dolore di chi la piange, non c’è motivo perché dovremmo averne meno per Dio. E se guardiamo alla vita sponsale : siamo chiamati ad amare il coniuge con dignità, perché se lo/la usassimo per i nostri interessi, che amore gratuito e disinteressato sarebbe ? Se lo/la trattassimo come un oggetto a nostro uso e consumo potremmo chiamarlo amore ? Se la nostra relazione fosse solo orizzontale ( come ce la presenta il mondo ) non sarebbe rispettosa della altissima dignità che lui/lei ha in quanto figlio/a di Dio, in quanto redento dal sangue del Figlio di Dio, in quanto investitore della propria vita sulla mia felicità.
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati : il minimo richiesto dall’incontro con Dio è riconoscere che Lui è Dio e noi siamo sue povere creature, Lui è il Redentore e noi i redenti ( e bisognosi di continua redenzione ), Lui è il Santo Santo Santo e noi i peccatori che meritiamo i suoi castighi, Lui è La Misericordia e noi siamo i bisognosi di misericordia. Similmente, nella vita coniugale è meglio togliere la trave dal proprio occhio prima di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro/a ; prima di pretendere che l’altro/a diventi perfetto/a e senza difetti, concentriamoci sull’eliminare i nostri.
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno : Dio ci lascia liberi ed è quindi possibile che qualcuno si accosti alla celebrazione dei santi misteri in modo indegno, ma non dobbiamo pensare subito a chissà quali castighi Dio infliggerà a quella persona ( semmai a quelli ci pensa Lui con modalità Sue e a tempo debito ), come se ci dovessimo aspettare che Dio si vendichi dell’amore non corrisposto scagliando fulmini e saette, no… Dio non ha bisogno di sentirsi confermato nella Sua Deità grazie al nostro riconoscimento… il primo castigo ce lo infliggiamo da soli, quando torniamo a casa ( dopo la Messa ) con la sensazione di non aver niente tra le mani, cosa è successo ? Il nostro cuore non era predisposto ad accogliere le miriadi di Grazie che il Signore aveva già preparato lì per noi in quella Messa, e restiamo soli senza Dio, diventiamo sempre più cupi, sempre più tristi e perdiamo la capacità di amare il nostro coniuge… la vita senza Dio è una vita imbruttita, squallida. Similmente, nella vita sponsale ci si può unire in una sola carne 1000 volte, ma se questo importante gesto è svolto in modo indegno non si raccolgono frutti di amore vero, e una relazione così malata può far portare avanti per inerzia un matrimonio anche per 40 anni, ma lo possiamo chiamare un santo e bel matrimonio ?

Il Messale poi ci invita a recitare il “Confiteor” ( Confesso a Dio Onnipotente…. ), l’ammissione pubblica del nostro essere peccatori e bisognosi di perdono ; la recita di esso è importantissima perché dichiariamo senza mezzi termini di aver peccato in ogni forma, e lo facciamo solennemente e pubblicamente, dove per pubblicamente non si intende solo gli altri fedeli convenuti attorno a noi, ma la Chiesa trionfante, infatti dopo esserci rivolti direttamente a Dio Onnipotente, chiediamo aiuto e sostegno alla Madonna e agli altri santi senza dimenticare gli Angeli, più ammissione pubblica di così ! Segue l’assoluzione del sacerdote dopodiché si continua ad invocare la misericordia divina recitando o cantando il Kyrie :

Seguono le Invocazioni Kýrie, eléison, se non sono state già proclamate o cantate con
l’atto penitenziale:
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison.
V/ . Christe, eléison. ( Cristo, pietà )
R/. Christe, eléison.
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison

Sono invocazioni accorate a ciascuna delle persone della Santissima Trinità, infatti il primo Signore è il Padre, Cristo è naturalmente il Figlio ( Gesù ) e l’ultimo è lo Spirito Santo, che professiamo e proclamiamo Signore quando recitiamo il Credo. La Liturgia ci insegna a chiedere scusa e perdono a Dio, similmente nelle nostre case dovremmo vivere ogni giorno il nostro “atto penitenziale”, perché di errori ne commettiamo ogni giorno. Quanto è stato salutare per noi, aver imparato alla scuola della Liturgia, a chiederci scusa ogni giorno prima di addormentarci e tante volte anche durante il giorno… dona tanta pace sapere che il mio amato/la mia amata anche oggi mi ha sopportato e perdonato, dona fiducia nel futuro.

Coraggio sposi, viviamo con più intensità il nostro atto penitenziale casalingo e scopriremo tanta pace !

Giorgio e Valentina

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L’Amore non presenta il conto

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo“..

E’ sera. Guardiamo alla giornata appena trascorsa. Quante forze spese per fare cose per la nostra famiglia.

Piatti lavati, parole che hanno cercato di confortare l’altro, passi per accompagnare i figli a scuola, carrello spinto per fare la spesa, ginocchia piegate per allacciare una scarpa, mani messe in tasca per cercare un fazzoletto per soffiare un nasino altrui, e tanto…tanto altro.

La stanchezza sulle spalle si fa sentire dopo cena, e una richiesta piccola e normale da parte del nostro coniuge può risultare eccessiva:

“Vai a buttare la spazzatura?” Innesca una serie di pensieri che anziché aiutarti a vedere quanto gli altri sono stati bene grazie al tuo aiuto, ti spinge a contare tutte le singole gocce di fatica che hai versato.

Ed allora anziché ringraziare Dio per la salute e la vita che ti ha dato oggi da poter spendere per la tua famiglia, inizi con la calcolatrice a fare i conti all’altro:

“Ah si, devo andare a gettare anche la spazzatura adesso?!” Ma lo sai quante cose ho fatto oggi?!”

…ed inizi l’elenco come fosse uno scontrino da presentare al cliente:

  • Antipasto di sveglia all’alba
  • Colazione preparata per voi e poi per me
  • Merenda negli zainetti
  • Pranzo preparato mentre sono tornato a casa dopo una mattinata di lavoro
  • Frutta
  • Caffè e ammazzacaffè…perchè IIIIIOOOOOO mi sono AMMAZZATO PER TEEEEEEE!!!!

Insomma…quello che poteva essere un capolavoro di gratuita oblazione familiare, sei riuscito a rovinarlo monetizzando ciò che magari avevi fatto con il cuore.

E la ciliegina sulla torta ce la metti nel conto quando con stizza aggiungi: “Perché io al contrario di te qui mi do da fare!”.

E li crolla tutta la poesia che durante la giornata eri riuscito a creare quando avevi preparato il caffè al mattino per permettere all’altro di non fare tardi al lavoro, quando avevi riempito il bicchiere all’altro con un sorriso, quando – in una parola – ti eri donato gratuitamente attraverso piccoli gesti quotidiani.

Hai presentato un conto salato al tuo coniuge e anche se per certi versi avevi ragione nel dire che sei stanco, hai esagerato e hai trasformato il tuo regalo in un vuoto a rendere.

Da dove può nascere questo tuo modo di fare? Non saprei…forse un po’ dal fatto che ti senti padrone. A volte ci sentiamo padroni delle forze che abbiamo nelle mani e del tempo che abbiamo da vivere.

“Time is money” – “Il tempo è denaro” dicono a Wall Street e tu ripeti queste parole nel tuo cuore. Il Tempo è denaro che non vuoi sprecare per il prossimo perché credi che ti appartenga, credi che tu lo abbia guadagnato.

In qualche parte del tuo cuore sei convinto che la tua vita dipenda da te, che se hai avuto le forze per “servire” la tua famiglia oggi, tu lo debba al fatto che sei uno che la salute in qualche modo se la merita.

E se, invece, il tempo fosse la tua occasione? E se le forze che hai a disposizione fossero un prestito che “Qualcuno” ti ha fatto affinché tu possa tergere una lacrima, spazzare sempre lo stesso pavimento, raccogliere 200 volte lo stesso giocattolo di tua figlia o semplicemente per sorridere?

Già, pare che per sorridere occorrano innumerevoli muscoli del viso. Tanti muscoli che devono muoversi insieme.

Ma sai che per tenere il broncio ne occorrono molti di più? Sai che per lamentarti di quanto sei stanco a fine giornata ti occorre più fatica che quella che comporta andare a gettare la spazzatura col sorriso?

Se sei veramente stanco, prenditi una pausa dalla rabbia e abbraccia tua moglie o tuo marito…e a fine giornata ti sentirai come quel servo inutile di cui parla Gesù nel Vangelo:

Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10)

Un servo inutile a sé stesso…ma tanto contento perché utile per gli altri.

Un servo che sa bene di non essere il padrone della vita, del tempo…

Sarai un servo, anzi…un amico del vero padrone della vita: Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Un amore a eterna vista

Forse stiamo esagerando. Si tratta di un ringraziamento fatto da un grande attore sotto dei riflettori importantissimi. Benigni ha saputo toccare le corde giuste così come ha fatto in tante altre occasioni, Sanremo per esempio. Chi di noi ha la timeline del social invaso dalle parole commoventi di una canzone del Festival? Immagino nessuno. Ringraziare è bello e importantissimo e ciascuno deve poterlo fare col proprio linguaggio soprattutto quando si trova con la persona che ama. Mi chiedo per esempio perché non ci sia stato lo stesso clamore per la serenata di Fedez alla moglie Chiara in mezzo al Lago di Como per il loro anniversario di matrimonio. 

Questo che avete appena letto è il commento di un noto sacerdote social in riferimento al ringraziamento-dedica di Roberto Benigni alla moglie. Un commento che, seppur rispettabile come ogni opinione, non condivido. Denota a mio avviso una certa miopia. C’è una differenza enorme tra quanto ha detto l’artista toscano e quanto può aver detto e fatto l’influencer dei Ferragnez. Una differenza molto evidente agli occhi di chi vive una relazione d’amore e affettiva con un’altra persona. Non mi limito al matrimonio ma ad ogni relazione affettiva stabile perchè ciò che mi preme dire non riguarda solo i cristiani ma tutti indistamente.

Ciò che colpisce di Benigni non sono le parole. Almeno non sono solo quelle. E’ più importante il meraviglioso messaggio che è passato. Quelle parole arrivano dopo più di trent’anni che i due stanno insieme. Nicoletta Braschi non ha la bellezza (oggettiva) di Chiara Ferragni. Non è mai stata come lei, neppure in gioventù. Eppure Roberto arriva a dire:

La prima volta che ti ho conosciuto emanavi talmente tanta luce che ho pensato che Nostro Signore avesse voluto adornare il cielo di un altro sole. È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista

Ecco ciò che parla a quella nostalgia del nostro cuore. Ciò che rende affascinante il discorso di Benigni. Tutti desiderano nel profondo vivere un amore così, un amore amore vero, incondizionato e per sempre, dove dare tutto ed essere accolti per quello che si è. Roberto dice: allora è possibile! Amare una persona tutta la vita, amarla anche quando si invecchia e non si è più così belli ed attraenti, sempre che lo siamo mai stati.

Vi svelo un segreto: Roberto non sta mentendo. Roberto vede davvero Nicoletta come la donna più bella del mondo. Non è cieco e non è stupido. E’ un uomo che ha amato la propria moglie e in tutti gli anni passati insieme, nella gioia e nella sofferenza, nei perdoni, negli amplessi, nella tenerezza e nelle litigate, ha pian piano acquisito uno sguardo verso di lei che è solo suo. Vede la bellezza della persona Nicoletta trasfigurata dall’amore dato e ricevuto.

Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare.

Queste cose Fedez ancora non le sa e le sue parole non possono essere altrettanto affascinanti e belle come quelle di un uomo che è innamorato della propria moglie dopo trent’anni insieme. Gli auguro di arrivarci ma la strada è lunga.

Antonio

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Il talamo vestito a festa

Oggi voremmo fare con voi una piccola riflessione sull’importanza della relazione d’amore nel matrimonio cristiano partendo da un’antica tradizione che è quella del corredo della sposa.

Il corredo è una tradizione purtroppo ormai desueta. Era costituito da biancheria per la casa, asciugamani di lino e di spugna, tovaglie ricamate, tovagliette da te, strofinacci, tappeti, senza dimenticare la biancheria personale della sposa e soprattutto lenzuola ricamate a mano per il letto degli sposi. Il tutto veniva contenuto in un baule di legno che la sposa portava con sè nella sua nuova casa. All’epoca tanto più era alta l’estrazione sociale della sposa tanto più era ricco il corredo (dote). Data la grande varietà dei pezzi che lo costituivano veniva preparato e custodito fin dai primi anni di vita della futura sposa. Era una faccenda delle donne di casa. Spesso erano la mamma, le nonne, le zie e naturalmente la ragazza stessa. Il corredo si confezionava in casa, le donne la sera si dedicavano con impegno a ricamare con ago e filo, rendendo più bello e più prezioso ogni pezzo della biancheria. Le lenzuola dei coniugi, sovente venivano ricamate con le iniziali della sposa o con i nomi di entrambi (se si conosceva già il nome dello sposo).

Ma veniamo a noi, poco prima di sposarci, nel preparare la casa che ci avrebbe accolti, quella in cui aveva vissuto la nonna di Alessandra prima di noi, abbiamo trovato delle bellissime lenzuola ricamate a mano con le iniziali della nonna. Mia moglie mi ha così raccontato l’importanza che aveva per sua nonna tenere sempre curata in ogni dettaglio la casa, soprattutto la camera da letto padronale.

Facendo parte dell’Intercomunione delle Famiglie (dove con altre famiglie cerchiamo di vivere un matrimonio autentico e vero) e leggendo i libri di padre Raimondo Bardelli (in particolare il libro “L’ecologia dell’amore e del sesso. Iniziazione sessuale per giovani, fidanzati e sposi”) abbiamo compreso come il rapporto intimo tra gli sposi è considerato dalla spiritualità cattolica come una vera riattualizzazione del matrimonio sacramento (si rinnova nel presente il sacramento). Citando padre Raimondo: “l’amplesso diventa un’azione che Cristo prende per trasmettere agli sposi la ricchezza del suo amore redentivo”.

In quel momento infatti vi è la presenza dello Spirito Santo, che è lo Spirito della vita e genera, di conseguenza, sempre nuova vita, sia essa vita nel senso del concepimento o vita come crescita nell’amore. Amore che aiuta poi gli sposi a vivere meglio la relazione tra di loro e con i figli nella quotidianità di tutti i giorni.

Vi facciamo una confidenza: nostro figlio Pietro è stato concepito lo stesso giorno in cui avevamo partecipato ad un incontro con il nostro gruppo di Intercomunione delle Famiglie, dove era stata fatta da tutti i presenti una preghiera di invocazione dello Spirito Santo su di noi, per il nostro desiderio di una nuova gravidanza.

I nostri nonni ci tenevano così tanto a rendere sontuoso il talamo nuziale perchè sapevano che quel letto è paragonabile all’altare, un altare dove gli sposi si donano senza riserve l’uno all’altra vivendo un gesto sacro. Di tanto in tanto, nelle occasioni speciali come possono essere gli anniversari di nozze, anche noi vestiamo a festa il nostro letto matrimoniale con lenzuola del corredo di mia moglie ricamate a mano punto dopo punto, affinché quelle lenzuola siano il simbolo che ci spinge ad impegnarci a vivere bene quei momenti di intimità. Infatti, citando ancor padre Raimondo: “per questo il rapporto sessuale è la più alta espressione dell’amore coniugale solo in esso infatti gli amanti raggiungono realmente la fusione dei cuori”.

Prima di metterci a letto non manca mai il momento di preghiera di coppia dove inginocchiandoci ai piedi del letto  ringraziamo Gesù per i doni che continua a concederci e chiediamo il suo aiuto per le nostre necessità, chiedendogli anche di benedire ancora una volta la nostra unione. Quanti di noi soprattutto nei momenti di aridità e di deserto danno per scontato l’amplesso fisico facendolo diventare quasi qualcosa di routine?

Deve invece essere un momento di profonda gioia, unione e comunione degli sposi e noi abbiamo trovato il modo di usare questa antica tradizione per tenerlo bene a mente, infatti purtroppo noi tutti esseri umani limitati a volte abbiamo bisogno di qualcosa di concreto e materiale per poterci poi innalzare verso ciò che è spirituale.

Le nostre nonne sapevano bene quante ore di lavoro quelle lenzuola portavano con sè, quanti soldi, messi da parte anche con sacrifici, erano costati i tessuti, e quanta concentrazione e fatica, per non sbagliare e per renderle un’opera d’arte, erano state profuse. Per questo sapevano dare la giusta importanza a quel luogo dove marito e moglie si uniscono in una sola carne e, di conseguenza, anche al rapporto d’amore in sè. Il talamo come la veste nuziale, come quando gli sposi vanno al altare con quello che sarà  per sempre il loro vestito più sfarzoso ed elegante.

Riccardo e Alessandra

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Imitatori

In queste settimane la Chiesa ci propone la lettura del Vangelo di Luca :

Lc 4,38-44 […] Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Sono brani che ci presentano un Gesù che parla alle folle, compie miracoli, va nella sinagoga e poi prega tutto solo in luoghi deserti. In questo brano si racconta di quel giorno in cui Gesù ha guarito la suocera di Pietro ( leggi il nostro articolo a proposito ), dopodiché guarisce tanti malati nei pressi di quella casa ed infine eccoci all’alba del giorno dopo descritta in questo brano. Pare che Gesù prediliga questi momenti per pregare, e cioè i primi e gli ultimi momenti del giorno, ed inoltre si nota come cerchi sempre luoghi deserti, lontano dal rumore, dalla folla, dal caos, dalle distrazioni di questo mondo : secondo noi non è un caso, se ci dichiariamo Suoi discepoli dobbiamo imitarLo come meglio possiamo anche nella preghiera.

Certamente quando si hanno figli piccoli e infanti che trotterellano allegramente per casa si fa complicato già ritagliarsi del tempo solo per fare una doccia in tranquillità figuriamoci una notte in preghiera se ci sono poi di mezzo le poppate notturne al più piccolo della famiglia… eppure anche in mezzo a questi momenti, che sono intensi sì, ma di passaggio, ci si può imporre un tempo per la preghiera orante. E’ un tema molto delicato, perché molte coppie svicolano dalla preghiera orante con la scusa che anche questi gesti d’amore famigliari se vissuti nella fede e nel vero amore oblativo possono diventare preghiera costante, ed è verissimo ; dobbiamo però vigilare affinché questi gesti non soffochino il nostro afflato di dialogo orante col Padre e non ne prendano il posto.

Se vogliamo il nostro coniuge bello/a fuori e dentro possiamo cominciare col ricordarglielo dolcemente oppure invitarlo a recitare qualche preghiera insieme.

La preghiera orante è certamente un cammino e non si improvvisa ma ciò non deve farci desistere dal perseguirla. Come tutti gli sport essa ha bisogno di allenamento e non ci si improvvisa campioni in una disciplina col solo desiderio, ma col duro e perseverante lavoro costante e quotidiano, le recenti Olimpiadi ci sono maestre in questo : si parte con un piccolo allenamento, che giorno dopo giorno viene aumentato nella durata e nella intensità con piccoli passi ma costanti fino ad arrivare ad un livello in cui ciò che si fa con tranquillità e quasi con nonchalance sembra inarrivabile per chi ha appena cominciato.

Cari sposi, sforzatevi di ritagliarvi momenti di intimità col Signore, da soli ( o in coppia se possibile ), anche nella vostra stanza della casa preferita, dove vi sentite più a vostro agio, fatevi aiutare da immagini sacre, quadri, statuine casalinghe… insomma fate in modo che quei momenti di intimità col Signore siano profondi anche se all’inizio si tratterà solo di pochi minuti ; per qualcuno può essere d’aiuto andare nella vicina chiesa parrocchiale ( o almeno passarci davanti se è chiusa ), per altri fare una passeggiata al vicino santuario, alla Pieve del paese, alla Santella posta in fondo alla strada, oppure fermarsi in quel punto panoramico e godere così della presenza del Signore nella Creazione per poi entrare in intimità con Lui.

Anche Gesù era assillato dalla folla che lo richiedeva di qui e di là dalla mattina alla sera, era un VIP dell’epoca, eppure abbiamo letto che sul far del giorno si ritira da solo in un luogo deserto… ci piace immaginare Gesù che esce dalla casa di Pietro alle prime luci dell’alba in punta di piedi, leggero leggero, e senza farsi sentire/notare passa in mezzo alla folla ancora dormiente creandosi un varco e finalmente raggiunge un luogo deserto per starsene da solo col Padre Suo in preghiera.

Questi momenti di intimità col Padre sono per Lui sorgente di forza, di coraggio, sono come la benzina per un motore, come il cibo dona energia e vita al corpo, così la preghiera orante dona energia e vita all’anima : impariamo da Gesù.

Ci sentiamo di offrirvi un piccolo consiglio che viene dalla nostra esperienza, ma noi l’abbiamo imparato a nostra volta dai Maestri di Spirito, dai Padri della Chiesa, dai Santi : non bisogna soffocare i momenti in cui sentiamo il desiderio di recitare anche una piccola preghiera, una lode al Signore, un ringraziamento, una supplica, perché quel desiderio ci è stato messo nel nostro cuore dallo Spirito Santo stesso ( forse attraverso un Angelo o un Santo ) ; se noi cominciamo a dare retta a questi piccoli aiuti del Cielo, pian piano il nostro cuore sarà sempre più attento a questi “suggerimenti”, e resterà sempre più in contatto con lo Spirito Santo fino a che pregare diventerà non solo un cibo che dona vita ed energia all’anima, ma diventerà un cibo con un sapore che nessun cibo su questa terra potrà mai raggiungere, perché la sua dolcezza è più dolce del miele e di un favo stillante.

Coraggio sposi, il primo passo è ascoltare la vocina dentro che ci suggerisce una preghiera.

A pregare s’impara pregando !

Giorgio e Valentina

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Ma dove mi stai guardando?

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” dice il detto, ma si potrebbe applicare anche alla vista. In una relazione di coppia si possono formare atteggiamenti, pregiudizi, preconcetti che falsano la nostra percezione dell’altro e così vediamo o non vogliamo vedere la realtà così com’è e parimenti ascoltiamo solo quello che ci interessa, ecc. Eccoci allora, di fatto, nella stessa condizione di questo povero sordomuto. Una delle idee più ricorrenti in Joseph Ratzinger è che la fede sia la forma più alta di intelligenza. Dato che la fede, in quanto dono di Dio che si rivolge alla nostra mente, potenzia la nostra ragione e ci rende capaci di guardare a noi stessi, agli altri, alla realtà di tutti i giorni, con uno sguardo pieno, integro, non parziale o deformato da falsità. Ecco allora che nel matrimonio ci vuole una fede viva per vedersi e comprendersi davvero.

Da quale prospettiva guardi il tuo coniuge? Pensi di sapere già tutto di lui/lei? Porto nel cuore un fatto legato alla vita di un mio zio, rimasto vedovo dopo oltre 40 anni di matrimonio. Un giorno mi confidò che troppo tardi si era accorto di non aver conosciuto fino in fondo sua moglie e si era reso conto di quanta ricchezza che gli era rimasta inosservata.

Il bello è che Lui vi viene già incontro per donarvi tale dono, come ci dice il Concilio Vaticano II: “come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione” (Gaudium et Spes 48).

Chiedete spesso questo sguardo di fede reciproco, è una grazia dello Spirito che vi aiuterà a trovare sempre più amabile il vostro coniuge da cogliere il senso della vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Il Vangelo di oggi si sposa benissimo con le parole di Benigni di cui ha parlato ampiamente padre Luca nell’articolo di ieri. Benigni è riuscito proprio a mantenere e a custodire lo stupore nello sguardo verso sua moglie. Quanto è importante averlo. Non è, a nostro avviso, solo grazia. Non è solo dono di Dio. Dipende anche da noi. Non è fortuna o un’alchimia particolare, ma frutto di un impegno profuso giorno dopo giorno nella quotidianità familiare.

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La vita (matrimoniale) è bella, bellissima!

Stavolta sono state lacrime vere e non di risate a crepapelle come mi aveva abituato Roberto Benigni negli anni passati.

Come non emozionarsi ridendo di gusto davanti ai suoi celebri sketch tipo quello con Baudo a Fantastico? O con la Carrà nel ’91? O a certe uscite sue in “Non ci resta che piangere”, “Il piccolo diavolo”, “Johnny Stecchino” e nell’indimenticabile “La vita è bella”?

Ma stavolta Roberto non mi ha fatto piangere dal ridere ma mi ha commosso per la perla preziosa che ci h0a regalato. Su un pulpito di proiezione mondiale, il giullare di Manciano della Chiana ha aperto il suo cuore e ha svelato quanto la vita matrimoniale possa essere bella, bellissima.

Sia chiaro, non voglio peccare di ingenuità, non sono qui a canonizzare San Roberto Benigni. Spero, tuttavia, che un giorno anche il suo volto svolazzi su quel drappo penzolante dalla facciata della Basilica di San Pietro. Ma rimango con i piedi per terra e mi accontento di una tale prova di amore.

Anzi, ve la faccio vedere per scritto. Ahimè non è la stessa cosa scritta, anziché sulle sue labbra, con tutta quella carica espressiva che oramai lo caratterizza:

Concedetemi qualche momento per dedicare a una persona che insomma è all’apice dei miei pensieri, come dice Dante, che “paradisa la mia mente”, che è qui in sala stasera, la mia attrice prediletta, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio perché questo premio è suo, è tuo, lo sai, lo dedicherai tu a chi vorrai, è tuo. Abbiamo fatto tutto assieme, per 40 anni: produzione, interpretazione, ideazione dei film. E quindi sono per 25, 30, 40 anni ininterrotti di lavoro, quanti film abbiamo fatto! Come si fa a misurare il tempo di un film? Anche se io conosco solo una sola maniera di misurare il tempo: con te e senza di te. Questa è la mia maniera di misurare il tempo, lo è sempre stata. Allora, veramente non te lo posso dedicare però possiamo fare così: ce lo possiamo dividere, io mi prendo una parte, mi prendo la coda per manifestarti la gioia, per farti vedere la mia allegria, e il resto è tuo, le ali. Le ali soprattutto sono tue perché, se qualche volta nel lavoro che ho fatto, qualcosa ha preso il volo è grazie a te, al tuo talento, al tuo mistero, al tuo fascino, alla tua bellezza, al tuo talento di attrice. Quante cose ho imparato osservandoti recitare sul set, alla tua femminilità, al fatto di essere donna! Che le donne, come si sa, hanno qualcosa che noi uomini non comprendiamo, veramente un mistero senza fine bello, però non comprendiamo. Aveva ragione Groucho Marx quando diceva: “Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”, aveva ragione ed è la verità. Io non ce l’ho fatta ad essere come te, Nicoletta, e quindi, guarda, è tutto grazie alla tua luce. Se qualcosa di bello e di buono ripeto ho fatto nella mia vita è stato sempre attraversato dalla tua luce, quanta luce emani! La prima volta che ti ho conosciuto ricordo emanavi tanta luce che ho pensato che Nostro Signore facendoti nascere avesse voluto adornare il cielo di un altro Sole. Guarda, è stato proprio quello che si dice “un amore a prima vista”, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista. Grazie a tutti, grazie e che Dio vi benedica. Arrivederci”.

Metto in risalto tre aspetti di notevole importanza per ogni coppia.

1) Lo stupore. Nonostante abbiano passato oltre 30 anni assieme, ad oggi c’è stupore, c’è ammirazione, c’è ancora la capacità di meravigliarsi e di cogliere il bello, il saper riconoscere tutto il bene vissuto e di valorizzarlo. Alla faccia di chi dice che il matrimonio sia la tomba dell’amore! È la cecità spirituale ciò che uccide una relazione, è l’incapacità di cogliere il Mistero che è in noi che ci ammazza lentamente e progressivamente.

2) La gratitudine. Come spesso ha evidenziato Papa Francesco, il saper dire “grazie” è tanto importante. Ma soprattutto il riconoscersi debitori nei confronti altrui.

Qui c’è un’ammissione davvero commovente: l’aver toccato con mano e il confessare quanto il coniuge sia importante. Apro una porta ma la richiudo subito. Ci voleva proprio un marito che dicesse questo di sua moglie! E spero che presto ci sia una moglie che faccia altrettanto. Come diceva San Giovanni Paolo II, il marito e la moglie si aiutano a svelare reciprocamente l’altrui identità. Bello!

3) L’amore vero viene dall’Alto. Che meraviglia che sia stato detto sotto i riflettori di mezzo mondo. L’amore vero non è “laico”, per come laico è inteso oggi, cioè senza Dio. L’amore è un dono di Dio che gli sposi accolgono dal momento della celebrazione.

Come vorrei vedere più sposi e spose capaci di esprimersi così per il proprio coniuge! Come mi piacerebbe che tutti voi sappiate sinceramente manifestiate in privato e in pubblico una tale stima e considerazione per la persona con cui vivete!

Per tutto ciò, vorrei ringraziare Roberto per questo inno di amore, questa dichiarazione appassionata di affetto e riconoscenza per sua moglie. Caro Roberto, potevi dire mille altre cose, di sicuro divertenti, interessanti, colte. Eppure, ti sei soffermato sull’essenziale, su qualcosa che nessuno in pratica osa dire oggi.

Grazie perché ci hai ricordato che la vita è bella, è molto più bella quando due sposi la vivono così.

Padre Luca Frontali

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Agosto amore mio non ti conosco…si, ma ora siamo a Settembre!

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

Agosto è terminato da poco. Si torna dalle vacanze e i ricordi delle sessantenni che fanno acqua-gym in mare è ormai -fortunatamente- un incubo lontano. Ma c’è di più.

L’estate con i suoi corpi esposti, con le tartarughe ostentate e con le rughe occultate sbiadisce come una maglietta rossa lavata -per sbaglio da tua moglie- con la candeggina.

“Sic transit gloria mundi” dicevano i latini per sottolineare che le cose del mondo sono effimere…ma poi i latini hanno incontrato gli americani e ne sono venuti fuori tormentoni estivi e balli di gruppo. (Battutaccia!!!)

Succede che ad Agosto gli occhiali da sole nascondono lo sguardo che a volte si perde là dove non avrebbe dovuto neanche posarsi. Succede che alcuni dicono: “Ad Agosto, amore mio non ti conosco!”

…e succede che succedono i guai.

Già, perché il punto forse non è il clima estivo e le birre ghiacciate, il punto è il cuore dell’uomo e della donna.

Scriveva Dostoevskij che il cuore dell’uomo è il campo di battaglia in cui Dio e satana si scontrano.

Come si arriva a Settembre sani e col matrimonio salvo?

Si arriva imparando a custodire il proprio cuore in ogni stagione. E allora non ci sarà agosto troppo caldo o febbraio troppo freddo…se fuggi l’infedeltà e se riconosci innanzi al Signore di avere un cuore adultero anche se non hai mai tradito concretamente il tuo coniuge, allora starai custodendo il tuo matrimonio.

Se credi di essere forte o di custodire il tuo matrimonio con la gelosia, con i ricatti affettivi o con altre alchimie umane…tieniti forte, potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.

Chi è fedele nel poco, è fedele nel moltoe chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11)

La fedeltà è un’arte che richiede un allenamento costante, un allenamento fatto di umiltà, Eucarestia, Confessione, preghiera e rinunce.

Una volta ho sentito dire a don Fabio Rosini che “una persona sposata non può fare tutto, non può guardare tutto, non può andare dappertutto.”

E allora forza…custodiamo il nostro matrimonio e chiediamo per quest’opera sovrumana l’aiuto del Signore…e settembre non farà più così paura.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Una religiosità fatta di precetti

L’intento di Paolo è di mettere alle strette i cristiani perché si rendano conto della posta in gioco e non si lascino incantare dalla voce delle sirene che vogliono portarli a una religiosità basata unicamente sull’osservanza scrupolosa di precetti. Perché loro, questi predicatori nuovi che sono arrivati lì in Galazia, li hanno convinti che dovevano andare indietro e prendere anche i precetti che si osservavano e che portavano alla perfezione prima della venuta di Cristo, che è la gratuità della salvezza.

Oggi ci soffermiamo sulla catechesi di Papa Francesco proposta ieri, durante la consueta udienza generale del mercoledì. In particolare ci soffermeremo su alcune righe di ciò che ha detto. Secondo noi le più interessanti, almeno sono quelle che ci hanno maggiormente colpito. Una religiosità basata sui precetti. Perchè Paolo è così preoccupato dal rischio di scivolare in questo tipo di religiosità? Attenzione alla parole: non di fede (la fede è altro) ma di religiosità. La fede è il contenuto mentre la religiosità è l’involucro che si vede, la confezione dovrebbe poi contenere la sostanza, cioè l’amore. A nostro avviso i rischi maggiori, a cui fa riferimento Paolo, si concretizzano in due atteggiamenti specifici, che diventano modus operandi poi anche nel nostro matrimonio.

NON ABBIAMO BISOGNO DI GESU’. Questo è il primo grande rischio che si cela dietro una fede che si fonda principalmente sull’osservanza dei precetti. Io vado a Messa, faccio le elemosina, mi comporto bene, rispetto i comandamenti e per questo mi merito la ricompensa eterna, il paradiso. Non per amore, ma per sentirmi bravo. Moltissimi ragionano in questo modo. Gesù non è il sostegno della vita, ma diventa quasi un notaio. Colui che deve (è suo compito) registrare quanto siamo bravi. Questo è l’atteggiamento dei farisei. Molto religiosi, ma proprio per questo incapaci di amare. Anche noi rischiamo di essere farisei non solo con Gesù, ma anche con il nostro coniuge. Ci trasformiamo in giudici impietosi, incapaci di perdonare perchè noi non commettiamo certi errori e per questo non ammettiamo che gli altri possano invece sbagliare. Siamo intimamente convinti di essere meglio del nostro coniuge e che lui/lei sia fortunato/a ad averci accanto. Questo è terribile. Questo non è amore. Solo chi si sente bisognoso di perdono e comprende tutta la propria miseria è capace poi di accogliere quella dell’altro e di perdonare. Perdona perchè sa di essere perdonato. Ama perchè sa di essere amato.

UNA LEGGE D’AMORE. Gli ebrei hanno umanizzato in un certo senso la legge di Dio. Hanno provveduto a scrivere centinaia di precetti e di regole. Nella stessa Bibbia ne troviamo moltissimi. Perchè? Perchè c’è bisogno di sentirsi in una sorta di confort zone. Sapere quello che si deve fare. Gesù non cancella le regole ma chiede di andare alla base di queste regole. Ci dice che alla fine tutto è finalizzato ad amare. Ama Dio e ama il tuo prossimo. Le regole non sono quindi il fine. Dio non vuole dei sudditi obbedienti. Le regole sono il mezzo per arrivare all’amore. Dio ci vuole realizzati nella vita e santi. Dio ci dice: se vuoi davvero amare cerca di vivere la tua relazione sponsale (e ogni altra relazione) nel modo che ti ho insegnato. Gesù ci chiede un cambio di mentalità. Ci chiede di accogliere le regole come parole d’amore, perchè ci permettono di amare davvero, di andare in profondità del nostro rapporto matrimoniale. Cambia davvero tutto. Per me è stato difficile accogliere la morale sessuale della Chiesa. L’ ho accolta quando ho compreso che non era una sciagura ma una benedizione e una grande opportunità. La castità, i metodi naturali, l’attenzione all’altro non sono più motivo di frustrazione, ma diventano un libretto d’istruzioni per vivere fino in fondo il nostro matrimonio e per donarci nella verità combattendo l’egoismo e la concupiscenza che ci abitano. Gesù attraverso quelle regole ci chiede di perfezionare la virtù del dominio di noi stessi per poterci donare. Come puoi donarti se non ti appartieni?

Il Papa ci offre spunti importanti su cui riflettere. Non perdiamo questa occasione per crescere in amore e santità nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Gli errori da non commettere

In questi anni abbiamo ricevuto tantissime mail, messaggi e commenti sotto i nostri articoli o post. Abbiamo deciso quindi di fare una sintesi dei principali motivi di sofferenza che abbiamo riscontrato. Speriamo possa essere utile.

L’IDEALE NON ESISTE

L’altro non è perfetto. Io non sono perfetto. Il matrimonio non è perfetto. C’è un momento in cui ogni coniuge deve lasciar cadere, deve liberarsi del sogno che aveva dentro di sè dell’altra persona. Questo è un momento che appartiene alla storia reale di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro sia chi non è. E’ importante superare questo momento cruciale. Momento che può giungere per alcuni prima e per altri dopo, per alcuni in modo repentino e per altri in modo graduale, ma arriva per tutti. Tranquilli che arriva. E’ importante saperlo e riuscire a superarlo. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste. La famiglia del mulino bianco lasciamola alla pubblicità. La nostra non è così, ma se riusciamo a fare questo salto di qualità, se riusciamo ad uccidere il sogno che abbiamo in testa,  beh la nostra famiglia può essere anche più bella di quella del mulino bianco, con tutto il casino e l’imperfezione da cui è abitata.

FARE L’AMORE NON E’ SEMPRE MERAVIGLIOSO

Abbiamo affrontato innumerovoli questo argomento e non torneremo sulle possibili cause e modalità per un recupero di questa dimensione. Quello che ci preme ribadire in questa analisi è che il rapporto fisico tra gli sposi ha una rilevanza che va oltre il solo piacere fisico. Sappiamo bene come stress, stanchezza, preoccupazioni e tanto altro possano influire sul nostro desiderio e anche sul modo con cui viviamo l’intimità. Fate comunque l’amore, non fate trascorrere troppo tempo, anche quando attraversate un periodo nel quale non ne avete molto desiderio e magari non riesce benissimo. E’ il gesto che più unisce e che permette ai due sposi di mantenere una vicinanza anche dei cuori. Anche quando non è esperienza totalmente appagante sul piano fisico è comunque importante e positiva se vissuta nel dono reciproco. Non sottovalutate la bellezza di sentirsi uno con l’altro. Diceva padre Raimondo (la nostra guida per tanti anni): Non tutte le ciambelle riescono con il buco ma la cosa bella del matrimonio è che non c’è ansia da prestazione. C’è tutta la vita per riprovare e migliorare.

FERITE E PERDONO

Non possiamo lasciarci condizionare dagli errori del passato. Se l’altro ha commesso degli errori, anche gravi, verso di noi, solo perdonando saremo in grado di ripartire. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi. Come può essere ad esempio un tradimento. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente. Riuscire di nuovo a guardarlo con la meraviglia di Dio. Riuscire quindi a fidarci ancora dell’altro. Quanto accaduto resta vivo nella nostra memoria ma non fa più male. Si trasforma in amore. In capacità di rilanciare. Non tutti riescono certo ma tutti ne abbiamo le capacità. Soprattutto noi sposi.

Queste sono solo tre dinamiche abbastanza comuni. Ce ne sono altre. In un prossimo articolo magari le affronteremo e se ne avete da suggerire scriveteci un commento o un messaggio.

Antonio e Luisa

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Come al solito !

Dal brano di Vangelo secondo Luca di ieri :

Lc 4,16-30 In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista ; a rimettere in libertà gli oppressi a proclamare l’anno di grazia del Signore». […]

Questo è un brano abbastanza famoso perché offre tanti spunti per la riflessione personale e per capire chi è Gesù, o almeno come ci viene presentato dalla descrizione offerta da questo evangelista. A noi sarà sufficiente soffermarsi sulla prima frase, poche parole , concise ma chiare.

Probabilmente l’evangelista Luca era un amico della Madonna, infatti è l’unico che racconta alcuni aneddoti della cosiddetta “vita nascosta” di Gesù, possiamo immaginare che glieli abbia raccontati direttamente Lei ; è interessante notare come in questi racconti Giuseppe e Maria restino sempre un passo indietro rispetto al vero protagonista, che è Gesù : ci piace pensare che un po’ sia lo stile di Luca ed un po’ ci sia lo “zampino” di Maria che ne ha approvato la versione finale dei racconti, aggiustando qua e là con la sua rinomata umiltà, unita a quella del Suo Giuseppe.

Stiamo scadendo nel sentimentalismo ? No, ma quando affrontiamo le tematiche della Santa Famiglia non possiamo far finta che loro tre fossero dei super-uomini con dei super-poteri oppure dei mezzi-dei a cui tutto viene facile… no ! Anch’essi hanno dovuto affrontare le sfide del loro tempo con la loro carne, senza l’aiuto di effetti speciali da “Agente 007”, hanno vissuto una famiglia felice, bella, santa, benedetta, perfetta, MA pienamente umana. E di questo dobbiamo sempre tenerne conto, senza dimenticare che “questi tre” non erano persone comuni : lei La Vergine prima, durante e dopo il parto e Immacolata (dalla macchia del peccato originale e quindi anche dai peccati personali), suo marito non poteva essere da meno (certo non Immacolato) … vi immaginate Maria che si innamora di un ubriacone, bestemmiatore, un poco di buono avanzo di galera ?… e poi c’è Lui, il Dio fatto carne, vero Dio e vero uomo…. perciò non erano proprio dei comuni mortali ma nello stesso tempo non sono stati esentati dalle fatiche dell’umano vivere.

Nel Vangelo si dice che Nàzaret ha visto crescere Gesù, quindi si può immaginare che la gente presente quel sabato nella sinagoga, fosse la stessa gente che ha visto Gesù correre da infante, giocare, imparare a camminare, lavorare con Giuseppe nella bottega o addirittura a casa propria come mandanti dell’artigiano… eppure la meraviglia iniziale si tramuta presto in incomprensione, ed il livello sale talmente che diventa ostilità e sdegno.

Può darsi che prima di questo episodio questa (Sacra famiglia) fosse una famiglia rispettabile e degna di ammirazione, ma tutto ad un tratto diventa nemica solo per aver detto la Verità ( Gesù infatti si è auto-rivelato forse per la prima volta )… se anche la Sacra Famiglia è stata vittima di persecuzione/discriminazione, non possiamo pretendere una sorte tanto diversa se stiamo dalla parte di Gesù ! Questo ci sembra già un primo insegnamento da non dimenticare per le nostre famiglie che tentano di assomigliarle il più possibile.

Inoltre, il Vangelo recita “[…] e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga[..]”, vi siete mai chiesti da dove avesse imparato Gesù questa buona abitudine di frequentare la sinagoga tutti i sabati ? Questo è il brano del Vangelo da recitare a memoria a quelli che spocchiosamente insinuano che non ci sia scritto nella Bibbia che la Domenica bisogna andare a Messa… anche Gesù andava tutti i sabati alla sinagoga ( non che ne avesse bisogno come Dio ) … non era ancora risorto e quindi la Domenica era ancora relegata al titolo di “giorno dopo il sabato”… e nonostante ciò Lui ha comunque adempiuto a tutti gli “obblighi” religiosi.

Cari genitori, anche Gesù ha imparato ad assolvere agli obblighi religiosi dalla sua famiglia, ecco una lezione per noi : non possiamo esimerci da questo grave compito educativo, poiché i figli che il Signore ci ha affidato sono prima figli Suoi, noi siamo chiamati a fare le sue veci come meglio ci riesce ; Egli però si fida talmente di noi da affidarci quelle preziose sue creature perché possiamo aiutarli a crescere in età, sapienza e grazia… non c’è solo il corpo !

Il Vangelo dice “secondo il suo solito“, non dice : solo quando c’era catechismo, solo quando ne avevano voglia, solo quando pioveva e quindi non potevano andare a fare una gita/picnic, solo quando c’era la benedizione delle mamme o dei papà, solo quando c’era l’incontro dei genitori col parroco, solo a Pasqua, ecc… no, dice che ci andava come al solito !

Cari sposi, anche questa volta, il Vangelo ci dimostra di essere una Parola viva che non lascia molto spazio a fraintendimenti… la famiglia è davvero la culla della vita e la sua prima scuola !

Coraggio, che Dio si fida di noi !

Giorgio e Valentina

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Parlate tra voi di come fate l’amore? E’ importante.

Abbiamo scritto molte volte in questo blog quanto sia importante il dialogo in una coppia. Aspettare che l’altro capisca non sempre è la strada giusta, non lo è quasi mai. Perchè è così difficile capire che se desideriamo qualcosa dall’altra persona forse dovremmo comunicare il nostro desiderio? Oppure se c’è qualcosa che ci infastidice perchè non lo diciamo chiaramente? L’altro non ha il sesto senso. L’altro non è Mel Gibson in What Women Want che riesce a leggere nella testa delle donne e per questo riesce ad essere fantastico con tutte le sue tante conquiste.

Vi svelo un segreto. Anche vostro marito o vostra moglie desidera essere meraviglioso con voi ma forse non sa come farlo. Per questo è importante parlare e parlare. Poi ancora parlare e parlare. Ed è altrettanto importante ascoltare. Quando l’amato/a si apre è importante non perdere l’occasione di imparare qualcosa per migliorare la nostra relazione. In fondo il nostro desiderio, ciò che abbiamo promesso il giorno del matrimonio, non è forse impegnarci a fondo per rendere felice l’altro?

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. E’ facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente.

Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere e anzi farlo avvertendo disagio e in alcuni casi dolore non fa che rendere un momento che dovrebbe essere il più bello tra gli sposi in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio?

Quindi parlatene sempre. Parlatene però nel modo giusto.

Liberatevi dal puritanesimo. Non nascondiamolo: spesso ci si vergogna di parlare di sesso. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la propria sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. E’ bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo.

Parole per costruire e non per distruggere. L’argomento va affrontato per migliorare la sessualità e non per trasformare il dialogo in una serie di accuse reciproche. Quanti sono capaci solo di puntare il dito: Tu non mi fai sentire niente, tu pensi solo al tuo piacere, non sei capace. Per poi magari arrivare alle frasi più brutte e dannose: certo che il mio ex (o la mia ex) era molto più bravo/a di te. Attenzione: dovete costruire e non distruggere ancora di più. Quindi i consigli sono due. Evidenziate ciò che vi è maggiormente piaciuto: è stato molto bello quando mi hai accarezzato dovresti farlo di più, quel gesto mi ha dato un po’ fastidio e quella sensazione mi ha un po’ bloccato/a per favore non farla più, mi piacerebbe che tu ti dedicassi a me in questo modo. Insomma, un dialogo teso a un confronto per migliorare e non per gettare addosso all’altro il nostro risentimento e la nostra insoddisfazione.

Parlatene con calma non durante il rapporto. Trovate un momento in cui siete da soli ma non durante il rapporto. Andreste a rovinare tutto. Durante il rapporto è bello e consigliato dare delle indicazioni molto semplici: si così è bello oppure smettila. Cose semplici e senza replica. E’ importante trovare invece dei momenti in cui approfondire ciò che è andato e ciò che non è andato in uno scambio aperto e sincero. C’è un momento meraviglioso per condividere il bello (solo il bello) che si è vissuto. Subito dopo aver terminato il rapporto. Lì in quell’abbraccio carico di comunione e di emozione, esprimere la nostra gioia e gratitudine reciproca, può unirci ancora di più e rendere quel momento ancora più ricco e carico di amore.

Sono solo dei piccoli e semplici consigli ma crediamo molto importanti. Tanti problemi di relazione nascondo proprio dal rapporto intimo vissuto male e un rapporto intimo è vissuto male perchè molte volte non se ne parla abbastanza.

Coraggio quindi se ci tenete al vostro matrimonio parlatene e impegnatevi a fondo per rendere la vostra intimità sempre più bella per entrambi.

Antonio e Luisa

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Il (vero) matrimonio senza rughe

Cari sposi,

anche se qui forse dovrei esordire più con “care spose” …

Magari vi sarò capitato sotto gli occhi la rubrica sulla coppia di qualche rivista tipo Vogue, Elle, Glamour mentre siete in attesa dal dentista. È tipico in quegli articoli temi tipo: “come rimediare un disamore?” o “le dieci causa di crisi di coppia” e giù a ricette magiche per diventare la coppia perfetta.

Quante volte i coniugi vogliono “lavare” la propria relazione, cioè purificarla da tutte quelle sporcizie e remore che la rendono dura e faticosa. Allora di solito si punta a cambiare parole, modificare il proprio atteggiamento, capire quali sono gli stratagemmi funzionanti per non litigare, o mordersi la lingua, fare buon viso a cattivo gioco, dai sorvoliamo, mettiamoci una pietra sopra… Quante cose buone ci si è inventati per ottenere un miglioramento, di certo tutte cose buone ma occhio a non fare la fine dei farisei del Vangelo.

Gesù coglie l’occasione da questa scena di vita ordinaria per dirci che il cuore umano, con il suo carico di peccato, che tecnicamente si definisce come “concupiscenza”, non lo riusciremo mai a trasformare in meglio con un po’ di sapone.

Ma che pessimismo! Io direi piuttosto: realismo. Quanti sistemi politici, correnti di pensiero, ideologie hanno cercato di creare in terra la società giusta lasciandosi dietro una scia di morte e sangue. Come mai? Non sarà che “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente malato; chi lo può conoscere?” (Ger 17, 9).

È la sua Grazia che lo può fare, solo Lui ha il potere ci cambiarmi da dentro se io sono disposto a collaborare.

Per voi sposi che avete consacrato il vostro amore nello Spirito Santo, ci vuole ben altro. Una casa ovviamente si costruisce dalle fondamenta, si parte dall’umano ma “senza Gesù non possiamo fare nulla” e quindi la nostra pienezza come persone e come coppie sta nello stare a pari passo con i doni che il Signore ci fa ogni giorno.

Papa Francesco ci ricorda che: “la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»” (AL 62).

Mentre noi vorremmo essere sempre belli e senza rughe, il nostro Sposo ci insegna che siamo belli nella misura in cui ci lasciamo amare da Lui e cerchiamo di starGli il più vicino possibile. Poi, il resto, il trasformarci, il migliorarci, il cambiarci lo fa Lui a poco a poco,

Caro sposi, se volete davvero vivere un matrimonio “alla Dio”, se sentite in cuor vostro la spinta a diventare una coppia migliore di quello che siete adesso, bene, allora l’unica è strada è lasciarsi guidare e condurre dal Gesù nello Spirito per le strade che Lui ha pensato per voi.

ANTONIO E LUISA

E’ vero! Anche noi scriviamo sovente di ricette, di atteggiamenti giusti e sbagliati, di modi di approcciarsi ecc. ecc. Sono tutti spunti che possono essere importanti, ma possono essere utili nella misura in cui il nostro cuore è aperto alla Grazia. Come dire che Gesù ti dà il desiderio di amare sempre e comunque e i nostri consigli possono suggerire il modo, come farlo.

Tutto parte però dall’amore di Dio. Nulla sarebbe possibile se non ci sentissimo amati per primi e in modo così grande quanto immeritato da Gesù. Solo dopo, dopo aver fatto esperienza di questo amore saremo capaci di perdonare, di amare per primi il nostro coniuge, di amarlo quando magari non si dimostra molto amabile e l’istinto sarebbe quello di mandarlo a quel paese se non di dargli una padella in testa.

Ciò che cambia i cuori è solo l’esperienza di Dio, poi possiamo discutere sul come rispondere a quell’amore, ma se non c’è la base della relazione con Gesù tutto il resto diventa un parlare sterile e inutile. Anche il perdono diventa un atto di debolezza e di dipendenza. Come se Gesù fosse morto in croce per debolezza. Ma lo può capire solo chi ha incontrato quel Gesù morto per lui.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 16

Sarebbe interessante approfondire la tematica degli abiti eleganti della Domenica nonché del decoro del corpo, ma ne parleremo meglio più avanti, per ora ci basti sapere che corpo ed anima sono inscindibili nell’uomo. Oggi vogliamo proseguire con i rituali iniziali, perciò vi riproponiamo l’indicazione del Messale ma ne analizzeremo la seconda parte del contenuto :

Giunto all’altare, il sacerdote fa con i ministri un profondo inchino, bacia l’altare in segno di venerazione e, secondo l’opportunità, incensa la croce e l’altare. Poi, con i ministri, si reca alla sede. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e i fedeli, in piedi, si fanno il Segno della Croce. Il sacerdote, rivolto al popolo, dice : Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il popolo risponde: Amen

Dopo aver compreso della sede, degli abiti e del bacio all’altare, ecco che finalmente arriva il Segno di Croce.

Perché ci segniamo con questo segno ? Da dove trae la sua origine ? Ha una sua forza o è come un rito scaramantico ?

Queste sono solo alcune tra le domande che sentiamo spesso e a cui tenteremo di dare una risposta chiara seppur sintetica ; l’analisi del Segno di Croce ci porterebbe molto lontano con lunghi discorsi di tipo teologico, filosofico, dottrinale, antropologico, pastorale, ma siamo costretti a fare una scelta, perciò speriamo di essere concisi e chiari allo stesso tempo.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo è presente il Segno di Croce, infatti leggiamo negli Atti di sant’Afra, martire ad Augusta (Baviera) nel 304, la testimonianza di un pagano che depone a proposito di san Narciso e del suo diacono: 

“sapevo che erano cristiani, perché tracciavano sulla loro fronte il segno di croce”.

Com’è chiaro da questa testimonianza, il Segno di Croce ha subìto un’evoluzione nei secoli, anticamente era probabilmente solo sulla fronte, ma poi i cristiani ne hanno capito l’importanza, il significato e la potenza, che hanno sentito l’esigenza di abbracciare tutto il corpo con esso diventando quel gesto che tutti conosciamo e che, dovremmo re-imparare a fare bene e spesso.

E’ chiaro che il Segno di Croce trae la sua origine dalla Croce di Gesù, dall’evento salvifico per eccellenza ; nella Bibbia (1Cor 1,17-25) è spiegato che la croce è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Scandalo perché i Giudei si aspettavano un salvatore, il liberatore di Israele, il Messia (Mašīaḥ in ebraico), come una figura politica e militare, e quindi risulta assurdo che uno che si proclami “Il Messia” faccia la fine di un comune malfattore senza che nessun esercito si mobiliti per liberarlo da tale supplizio : ecco perché è scandalo per i Giudei. Dall’altra parte troviamo i pagani, per i quali è stoltezza predicare in giro per tutta la Galilea che il tempo dei cambiamenti è vicino (il Regno dei cieli), ostinarsi nel fare miracoli a destra e a sinistra, proclamarsi non solo salvatore d’Israele ma addirittura “il Figlio di Dio”, auto-dichiararsi Re dei Giudei e poi finire in croce come un comune malfattore : è da stolti.

Questi sono ragionamenti di chi non ha uno sguardo di fede, ma vede gli avvenimenti soltanto con un’orizzonte terreno.

Mentre per i cristiani, discepoli di Gesù ( quel Messia crocifisso ), gli avvenimenti su questa Terra hanno sempre un aggancio con il Regno dei Cieli, lo sguardo dei cristiani non è solo orizzontale, essi vivono e muoiono come tutti gli altri ma hanno la consapevolezza che tutto è nelle mani di Dio, che anche ciò che sembrava perduto (la croce di Gesù) senza la fede, acquista un nuovo significato quando si ha la fede. Infatti la morte di Gesù non è stata vana, ma è stata redentiva e vicaria, cioè ci ha redento con la Sua Passione perché ha sofferto per noi e al posto nostro, ma tutto ciò si comprende solo con la fede ; era necessario che la nostra redenzione passasse per la Croce di Cristo Gesù affinché i nostri peccati restassero inchiodati su quella croce, ma a noi avvenisse ciò che è avvenuto per Gesù, la risurrezione e la vita eterna. Lui è risorto, è veramente risorto !

Ciò che per gli altri è scandalo e stoltezza, è divenuta per i cristiani vessillo glorioso di Cristo, della Sua gloriosa resurrezione e della Sua vittoria sul peccato e sulla morte.

Facciamo ora un passettino in avanti con la riflessione : se Gesù è morto in croce significa che non ci è andato con l’intenzione, sulla croce, ma con il suo vero corpo, e questo ci ricorda che Colui che si è dichiarato “il Figlio di Dio” si è fatto carne davvero, è diventato uomo vero ( non mezzo uomo e mezzo Dio , ma vero uomo e vero Dio ). E se c’è un Figlio di Dio, significa che c’è anche un Padre, infatti Gesù l’ha ampiamente sottolineato tante volte nei suoi discorsi che Lui e il Padre sono la stessa cosa ; proseguendo con il ragionamento semplice comprendiamo che se sono veri i discorsi sul Padre, allora sono veri anche i discorsi sullo Spirito Santo.

E arriviamo velocemente alla riflessione finale : il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che il Segno di Croce è un sacramentale ( vedi l’articolo 7 di questa serie ), e come tale ci rafforza nella fede ogniqualvolta lo facciamo, senza l’atto di fede esso rimane sterile e si riduce allo stato di rito scaramantico e superstizioso. Come tutti i sacramentali porta con sé una forza ed un vigore unici, poiché rafforza la fede e ridona vigore ad un animo un poco assopito. Una schiera innumerevole di santi ( ma non solo loro, anche noi ) ci testimoniano come farsi il Segno di Croce devotamente e con fede in taluni momenti possa cambiare il corso della giornata, talvolta cambia gli eventi, molti martiri hanno trovato la forza di affrontare i supplizi ed i loro ultimi momenti nel farsi il Segno di Croce, ed in taluni casi ciò ha aiutato la conversione degli aguzzini, quantomeno lo stupore per la fierezza con cui essi affrontarono il martirio.

Da ultimo vogliamo ricordare che farsi il Segno di Croce crea come uno scudo intorno a noi, uno scudo impenetrabile ai diavoli, ecco perché dovremmo re-imparare a farlo bene, con calma, con devozione, con rispetto, con tanta fede e re-imparare a farlo tante volte lungo il corso della giornata.

Care famiglie, è importante insegnare ai figli a farsi bene il Segno di Croce, quanto bene abbiamo ricevuto dai nostri nonni/zii che ci hanno fatto vedere che non si vergognavano di farsi un Segno di Croce in mezzo alla strada passando davanti ad una Santella, oppure davanti al Cimitero, alla Chiesa parrocchiale… le occasioni sono molteplici per dire una preghiera con il corpo e dimostrare a Gesù il nostro amore.

Cari sposi, quando vi svegliate la mattina, la prima cosa da fare è mettersi al riparo dagli attacchi del nemico dietro lo scudo del Segno di Croce ed insieme ringraziare Dio che ci ha concesso un altro giorno… similmente alla sera prima di addormentarvi rimettete la vostra vita nelle mani del Signore con il Segno di Croce e come farebbe un bambino rintanandosi nella sua casetta, così rintaniamoci dietro lo scudo potente del Segno di Croce e… sogni d’oro, anzi di Paradiso !

Giorgio e Valentina.

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“Nessuno si converte con le bastonate” – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

“Mio marito non viene a fare shopping con me…io mi arrabbio e gli tengo il muso…e lui mi segue”.

“Mia moglie non vuole parlare di altro se non di figli…io allora la umilio con qualche parolaccia…le faccio credere che non vale nulla e lei allora cerca di parlare di altro”.

Quanti altri esempi si potrebbero fare e sicuramente ciascuno di voi ne ha in mente qualcuno.

A volte la realtà delle cose non ci piace. Vorremmo cambiare le situazioni, vorremmo che ci fosse gioia in famiglia, vorremmo che i nostri figli ci ascoltassero di più…vorremmo……vorremmo…………

E allora mettiamo in atto tutta una serie di comportamenti più o meno coercitivi (dallo stimolare nell’altro i sensi di colpa…fino a picchiarlo in alcuni casi) affinché la realtà si pieghi secondo il nostro volere.

Le ricette per modificare i comportamenti delle persone non mancano…soprattutto quando ci crediamo paladini del bene, del vero e del giusto…e ci eleviamo a salvatori delle situazioni e delle persone.

Quante ricette.

Quante ricette abbiamo per salvare il pianeta, per salvare le anime, per salvare gli animali, per salvare i matrimoni, per salvare le piante, per salvare gli oceani, per salvare le parrocchie, per salvare le amicizie, per salvare i gatti sugli alberi, per salvare l’economia globale, per salvare i rifugiati, per salvare i rapporti con i suoceri, per salvare gli embrioni congelati, per salvare i mobili antichi dai tarli, per salvare i ragazzi dalle nuove e vecchie dipendenze, per salvare l’albo degli avvocati, per salvare lo schermo dello smartphone, per salvare gli ornitorinco dall’estinzione (quale sarà il plurale di ornitorinco??), per salvare i ricordi, per salvare i bambini dai trafficanti di organi, per salvare l’arte, per salvare l’ozono, per salvare quello che ti pare…

Vi sveleremo un segreto. Se in queste ricette c’è l’ingrediente “bastone”…il risultato sarà una schifezza.

Una volta un prete mi disse: “Fratello, nessuno si converte con le bastonate”.

Questa frase mi ha fatto pensare e alla fine ho capito che qualsiasi cosa tu voglia salvare…in realtà…solo la mitezza, la preghiera, la cura, l’ascolto, la dolcezza, la simpatia, la comprensione, la gentilezza….solo questi ingredienti possono aprire dei varchi per far passare l’unico che può salvare veramente qualcosa o qualcuno: il Signore Gesù Cristo.

E allora mi torna in mente e nel cuore quel bel dialogo de Lo Hobbit in cui Gandalf si rivolge a Galadriel e le dice:

“… Saruman ritiene che solo un grande potere riesca a tenere il Male sotto scacco…ma non è ciò che ho scoperto io. Io ho scoperto che sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’Oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore…”

E allora con la nostra gentilezza in famiglia, con la cura del dialogo con nostro marito o con nostra moglie…con la dolcezza di un ascolto vero che possiamo offrire al nostro coniuge…con la tenerezza dei gesti quotidiani da cui può nascere una bella intimità sponsale tra i coniugi…con la preghiera a volte silenziosa fatta nel nascondimento del cuore per i nostri cari….solo così apriremo varchi al Signore!

E allora camminando per la via dell’umiltà spalancheremo le porte del cuore dell’altro.

Impariamo da Gesù…da Colui che è Mite ed Umile di Cuore.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Non fare nostro ma fare posto

Qual è la grandezza di Dio?  Dio è grande in tutto, ma lo è soprattutto quando si fa piccolo. La Sua grandezza verso noi uomini si concretizza soprattutto nel Suo farsi piccolo. Quando Dio crea, dice un detto ebraico poco conosciuto, si ritrae, si contrae per poter dare la vita, per non essere tutto solo Lui. Dalla sua contrazione nasce l’Universo, nasce il Mondo e nasciamo anche noi, nasce l’uomo, che del Creato è il vertice. La grandezza di Dio, quindi, non consiste nel travolgerci con la sua grandezza, ma nella Sua capacità di non farlo, di farsi piccolo per essere accolto da noi. Dio si è autolimitato per permettere una relazione possibile tra noi e Lui. Perchè la desidera. Perchè Lui è amore e vive di questa relazione tra le tre Persone Divine.

Ci ama così tanto da essersi fatto uomo, come noi, per poterci abbracciare, sorridere, guardare attraverso il Suo corpo e alla fine donare tutto di sè, sempre attraverso il Suo corpo. Il nostro Dio è vero perchè nessun uomo avrebbe potuto inventarsi un Dio così, nessuno avrebbe potuto avere l’ardire di immaginarsi un Dio così. Per questo non può che essere vero. Arriviamo a noi. Al nostro matrimonio. Cosa ci insegna questa introduzione? La nostra relazione è sacra perchè è immagine della relazione divina. E’ immagine di Dio. Semplicemente quindi dobbiamo cercare di acquisire lo stile di Gesù nell’amare il nostro sposo o la nostra sposa. Dobbiamo essere  capaci di farci piccoli per far emergere l’altro, per aiutare l’altro a sviluppare tutta la sua umanità, il suo essere uomo o il suo essere donna. Come disse sapientemente Papa Francesco nel 2017:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità. Questo si chiama crescere insieme. Ma questo non viene dall’aria, viene dalle vostre mani, dai vostri atteggiamenti, fate in modo che l’altro cresca, lavorate per questo. 

Spesso siamo portati a fagocitare l’altro, a farlo a nostra immagine, plasmarlo come piace a noi. Vogliamo decidere non solo per la famiglia ma anche per lui/lei. Così facendo ci sembra di prenderci cura e di amare. Non è così. Non è questo il modo di fare di Dio. Dio non ci vuole forzare a nulla. E’ importante comprendere questo per capire finalmente che la nostra sposa è bellissima e merita di avere accanto uno sposo che riconosce in lei una bellezza diversa dalla sua. E’ importante che uno sposo abbia accanto una sposa che desideri amarlo per quello che è senza castrare la sua diversità e la sua virilità. Ciò non significa che tutto vada bene, ognuno di noi ha difetti e atteggiamenti da cambiare. Significa non forzare l’altro ad essere come noi vogliamo, ma provocare in lui/lei il desiderio di cambiare per restituirci l’amore gratuito che noi offriamo senza pretendere nulla da lui/lei. Non per forza ma per amore. L’amore non è fare nostro ma fare posto in noi.

Questo è il modo di Dio e questo è ciò che dobbiamo cercare di replicare nella nostra vita. Da soli è quasi impossibile, con la Grazia di Dio possiamo e dobbiamo farcela. Ne va della nostra gioia e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Un’immagine non sempre visibile

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità.

Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo.

Diamo per vero che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile.

Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Diceva don Dino, un sacerdote che ci ha insegnato tanto: solo con la Grazia o solo con la volontà non si fa molto, con Grazia e volontà si può fare tutto.

Antonio e Luisa

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