Venerdì Santo: Riflessioni sulla Sofferenza e sull’Amore

Il Venerdì Santo ci costringe a guardare in faccia il dolore. Non quello ideale, simbolico, poetico. Ma quello vero, nudo, spesso incomprensibile. E ci chiede: come lo affronti? Da che parte di te rispondi?

Mi ha colpito una riflessione di don Fabio Rosini: Gesù non è stato l’uomo che ha subito il supplizio più crudele della storia. E allora cos’è che rende così unica la Sua sofferenza? La risposta non sta nel “quanto” ha sofferto, ma nel “come” ha scelto di attraversare quella sofferenza. Non come vittima passiva o martire solitario, ma come uomo radicato in una relazione d’amore con il Padre, capace di fidarsi fino alla fine. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “Non è la sofferenza a salvarci, ma l’amore con cui si soffre. Ed è per questo che la Croce di Cristo è diversa da tutte le altre.” (La forza della mitezza, 2020)

In termini di Analisi Transazionale, possiamo dire che Gesù non ha agito da “Bambino adattato” che subisce, né da “Genitore punitivo” che si impone, ma da Adulto pienamente libero, sorretto da un Genitore affettivo interiore — il Padre. Non ha cercato un capro espiatorio, scegliendo invece la via della verità e della fiducia.

Anche il Getsemani non è un intermezzo secondario. È un momento chiave, dove Gesù vive un vero contatto con la propria umanità. È lì che affronta la paura, la solitudine, il senso di abbandono. È lì che “sceglie” consapevolmente. Anche per noi, ogni Getsemani è una palestra spirituale: o scappiamo, oppure entriamo in contatto profondo con noi stessi e con Dio.

Molti pensano che la fede serva a evitare il dolore. Ma Dio non è un “Genitore Magico” che esaudisce ogni desiderio purché si preghi abbastanza. Non funziona così. Se viviamo la fede come se fosse un contratto (“io faccio il bravo, tu mi proteggi dal dolore”), stiamo mettendo in atto un copione infantile. È la fede magica, che spesso si trasmette come un’eredità inconsapevole.

Ma non è fede: è superstizione spirituale. È un modo per evitare il contatto col dolore, non per attraversarlo. Come ha detto Papa Francesco: “La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma è una lampada che guida i nostri passi nella notte.” (Lumen Fidei, 57) E ancora Benedetto XVI: “Il cristiano sa che il dolore non è l’ultima parola, ma una porta che, se vissuta con amore, conduce alla gloria.” (Spe Salvi, 39)

Se viviamo la fede come un contratto — io ti prego, tu mi proteggi — stiamo operando da un copione infantile. Questo è uno dei nodi più forti dell’Analisi Transazionale: molte sofferenze diventano insopportabili non per il dolore in sé, ma per l’interpretazione che ne diamo, spesso filtrata da uno stato dell’Io Bambino, ferito, bisognoso, non ascoltato.

Il dolore che viviamo nel matrimonio, ad esempio, può diventare una fucina di crescita o una trappola. Tutto dipende da quale parte di noi lo affronta. E da quale idea di Dio ci portiamo dentro. “Se pensiamo che Dio sia un contabile celeste che ci punisce quando sbagliamo, allora la sofferenza ci sembrerà una condanna. Ma se ci scopriamo figli amati, anche la Croce diventa occasione di risurrezione.” (La scelta di Etty, 2016)

Ecco perché non si può improvvisare. Come Gesù si è preparato al Venerdì Santo, anche noi dobbiamo farlo. La preghiera, i sacramenti, l’adorazione, la Parola sono strumenti per allenare il nostro Io Adulto spirituale. Non bastano le emozioni o i buoni propositi. Serve una relazione viva, concreta, quotidiana, con Dio. Un Padre che ci parla, ci sostiene, ci corregge e ci ama.

E poi ci sono testimoni che ci illuminano. Penso a Chiara Corbella Petrillo, una giovane moglie e madre che ha attraversato il Venerdì Santo più di una volta. Non era un’eroina. Era una donna reale, fragile, ma con una fede radicata in Dio. Non ha evitato il dolore. Lo ha abitato da figlia. E così l’ha trasformato.

Le parole che scrive per il piccolo Davide Giovanni sono uno squarcio potente sulla verità: “Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini… Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.

Sono parole che demoliscono i copioni e ci riportano all’essenziale. Chiara non nega il dolore. Ma non lo adora nemmeno. Lo riconosce, lo attraversa, e lascia che la grazia di Dio ne faccia qualcosa di nuovo. È la logica della Croce.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Ma si può vivere come figli. E questo fa tutta la differenza. Perché chi attraversa il Venerdì Santo da figlio, può risorgere. Anche il suo matrimonio può risorgere. Anche la sua fede può rifiorire. E allora sì, capiamo che nulla ci appartiene. Ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Lavarsi i piedi nel matrimonio. L’amore inginocchiato e libero

Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo

Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.

Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.

L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi

Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.

Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.

Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù

C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.

Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.

Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti

Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.

Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.

Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso

In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.

Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro

Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.

Antonio e Luisa

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Una preghiera in eredità

Sono i giorni più importanti dell’anno liturgico quelli del Triduo Pasquale. Durante la Santa Messa in Coena Domini suoneranno per l’ultima volta le campane. Poi, silenzio. Fino al mattino di Pasqua, trionfo della vita.

“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,15 e 34-35).

Queste parole di Gesù arrivano dritte al cuore. Esempio, amore per gli altri, carità: esistono ancora questi valori nella nostra società? Abitano ancora le nostre coscienze, le nostre relazioni, le nostre famiglie? Ti voglio bene a prescindere o solo perché mi torna comodo? Siamo amici solo se è vantaggioso per me? Per quale motivo ci sposiamo? E – forse ancor di più – per quale stiamo insieme? Che testimonianza diamo di cristiani, di sposi, di coppia, di genitori, di colleghi, ecc …?

E così che mi è tornata in mente una preghiera bellissima, semplice ma molto potente. La preghiera che una mia partente – suora nell’Istituto della Sacra Famiglia (Isnardine) – recitava ogni giorno. Non nel senso teatrale del termine ma nel senso spirituale. Recitare come respirare, vivere, assaporare, offrire. Suora che aveva un affetto grande per i suoi tanti nipoti e che ha consumato le sue ultime sofferenze terrene proprio nel periodo quaresimale e nel Triduo pasquale. Trasfigurata dal dolore ma trasfigurata, poi, nel Cielo della vita che più non muore. La sua preghiera diceva:

Padre Santo, 

ti offro questa giornata secondo le intenzioni per le quali il tuo Figlio Gesù

si è fatto uomo, è morto ed è risorto.

Ti raccomando tutte le persone che ho incontrato e incontrerò nella mia vita,

quelle verso le quali ho dei doveri di giustizia e di carità,

quelle che si sono raccomandate in particolar modo alle mie preghiere

e alle quali ho promesso il mio aiuto:

conservale nella grazia, aiutale nelle loro necessità materiali e spirituali,

richiama quelle che si trovano nel peccato.

Ogni momento di questa giornata sia un atto di amore per Te,

una riparazione del male fatto, del bene non fatto e del bene fatto male.

Ti raccomando tutte le anime del Purgatorio, quelle più dimenticate

e quelle che vi si trovano , forse, per causa mia. 

Vergine Santissima, tu che hai offerto Gesù all’Eterno Padre,

offrimi oggi con Lui e aiutami a compiere sempre e comunque la volontà di Dio,

affinché questa giornata sia una continua Messa vissuta per la mia e altrui santificazione.

Amen”

Non aggiungo altro, per non sciupare la celestialità che emana la preghiera. Ve la dono, proprio come anch’io l’ho avuta in dono. Eredità preziosissima che porterò sempre con me. Che siano queste ore santissime a ispirare nei nostri cuori il maggior amore possibile, il maggior bene possibile, la maggior fede possibile. E allora domenica potremo davvero far nostro il canto: “ Il mattino di Pasqua nel ricordo di Lui siamo andate al sepolcro: non era più là! Senza nulla sperare, con il cuore sospeso, siamo andati al sepolcro: non era più là! Il Signore è risorto: cantate con noi! Egli ha vinto la morte Alleluia! Alleluia, Alleluia, Alleluia, Alleluia!

Fabrizia Perrachon

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Speranza: Promessa Compiuta

L’immagine allegata all’articolo di oggi è la locandina del XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Morlupo (Roma) dal 18 al 22 agosto, sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è Speranza: promessa compiuta”. Noi lo chiamiamo “convegno”, ma nel tempo lo abbiamo trasformato da una serie di catechesi con diversi relatori, a un ritiro spirituale in cui alterniamo momenti di riflessione e preghiera a laboratori e serate ludiche: questo infatti è quello che ci aiuta di più nel nostro cammino (fra l’altro dedicheremo una giornata intera all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro).

Sicuramente chi sta leggendo conoscerà persone separate o divorziate e può valutare se informarli di questo evento che potrebbe cambiare positivamente la loro vita, com’è successo a me diversi anni fa.

Approfitto del titolo del convegno per parlare un po’ della speranza, uno dei termini più usati in quest’anno, proprio per il giubileo dedicato a questo tema. Che cosa è per me la speranza?

In passato significava il compimento dei miei desideri ed era quasi un’illusione consolatoria: prima o poi verrò soddisfatto e le mie attese saranno ripagate. Però, quando ti ritrovi a perdere un familiare stretto per il quale avevi tanto pregato, oppure vedi che la persona che hai amato di più nella vita ti considera sempre più un estraneo, capisci che forse non è questa la speranza vera.

Infatti, ritengo che la speranza sia la certezza che Dio mantiene ciò che promette, perché è un Dio fedele. Dio promette che non andrà tutto bene, ma che la nostra vita ha un senso, una missione, uno scopo unico che conduce al bene e misteriosamente s’intreccia con tutte le strade delle persone che incontriamo. Anche quando sembra che la notte sia sempre più buia e che davvero non ci sia un limite al male che avanza, Dio semina la speranza che non è “umana”, basata sulla probabilità che qualcosa cambi, ma una speranza (teologale), ancorata nella croce e risurrezione di Cristo.

Lui ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli, e se vogliamo, possiamo sentire la Sua presenza, anche se non vediamo niente. In un primo tempo speravo che mia moglie cambiasse idea, che tornasse sui suoi passi e poiché questo non accadeva, pensavo che fossi io il problema, magari non me lo meritavo, oppure pregavo poco, oppure mi comportavo male. In realtà stavo seguendo solo un mio desiderio che, per quanto oggettivamente buono e giusto, non può prevaricare la libertà di un’altra persona.

Inoltre devo ammettere che in alcuni casi non è possibile che ci sia un ricongiungimento dei coniugi dopo tanto tempo dalla separazione, se non c’è una vera conversione e degli aiuti esterni validi: sarebbe come voler far unire due rette che oramai sono parallele.

Ricordo che l’obiettivo del matrimonio è essere segno e testimonianza dell’amore di Dio e che la missione va avanti anche se il coniuge non vive più con noi e che anzi, proprio la sua mancanza può richiamare ancora di più la Presenza.

La mia speranza quindi, in questo momento, non è quella di riunire la famiglia, come nei finali felici dei film romantici, della serie “e vissero tutti felici e contenti”, ma sapere che c’è un Padre che mi ama e che sicuramente agisce per il mio bene. Un padre non risolve le difficoltà al figlio, ma gli insegna come superarle e a fidarsi completamente; quante volte ho rassicurato le mie figlie sullo scivolo o altri giochi: “Stai tranquilla, ci sono qui io a prenderti, non avere paura!

Ogni giorno la nostra speranza riprende vigore e forza davanti all’altare, nell’Eucarestia troviamo la forza per camminare, la luce per capire, la pace per accettare. Gesù Eucarestia è il nostro Sposo fedele, colui che non ci lascia mai, è lì che impariamo che l’amore vero non è fatto solo di emozioni, ma di fedeltà, sacrificio e dono.

Il Signore non ci ha promesso una vita senza lacrime, ma ci ha promesso che ogni lacrima sarà asciugata. Noi crediamo che un giorno, quella promessa di tornare al Padre, cominciata con il nostro battesimo, sarà pienamente compiuta.

Viviamo già un anticipo di quella pienezza ogni volta che perdoniamo, ogni volta che scegliamo di non restituire male per male, ogni volta che invochiamo lo Spirito per trasformare la nostra solitudine in preghiera. In questo modo, la nostra speranza non è vana, ma reale, concreta, viva.

La speranza è vedere le persone cambiare, partecipare a una cena con altre coppie dopo una testimonianza, circondati da bambini che giocano, è osservare un piccolo che s’inginocchia quando gli dici: “Guarda, lì c’è Gesù”. Continuiamo a camminare, con la certezza che la promessa fatta da Dio si compirà.

Clicca per scaricare la locandina

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Che bella decisione

 Sal 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza, che io non so misurare. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Eccoci giunti alla tanto attesa Settimana Santa che culminerà tra due giorni con l’inizio del Triduo Pasquale, vertice di tutto l’anno liturgico; oggi la Chiesa ci propone questo Salmo all’interno della Santa Messa, una preghiera che racchiude in sè ringraziamento, lode e domanda.

Anche in questo caso, concentreremo la nostra riflessione su una sola tra le tante espressioni di questo Salmo 70, poiché abbiamo imparato a procedere per piccoli passi ma sicuri. Tutti i papà e tutte le mamme che leggono questi articoli conoscono bene come un bimbo impari a camminare: non parte di botto come nulla fosse, al contrario, procede per piccoli passi e finché non si sente sicuro e stabile con un passo non procede al passo successivo. Se ci pensiamo bene, è un procedimento che utilizziamo anche da adulti nella vita, solo che non lo applichiamo più con così tanto impegno all’azione del camminare, ma a molte altre attività dell’esistenza umana.

L’espressione che abbiamo scelto è la seguente: hai deciso di darmi salvezza. Quando parliamo della Salvezza alle coppie, spesso ce ne usciamo con una frase simile: “Il Signore Gesù è andato sulla Croce quel Venerdì perché decise di andarci, e non perché non sapesse che fare quel giorno, come se fosse chiuso il bar dove solitamente andava con i Dodici a farsi l’aperitivo il Venerdi!“.

Per qualcuno suona un po’ sfacciato, quasi irriverente parlare così del primo Venerdi Santo, ma in realtà la nostra frase vuole andare al nocciolo della questione: la Passione non è piombata addosso a Gesù come un imprevisto, sicché Lui, da bravo Figlio di Dio, ha accettato di buon grado la volontà del Padre accogliendola. No!

Gesù significa “Dio salva“, quindi Lui ha assunto la natura umana (nel grembo verginale di Sua Madre, Maria) apposta per operare la nostra salvezza, Lui aveva una missione (la nostra salvezza) e l’ha portata a compimento attraverso la Croce.

Si leggono meditazioni della Via Crucis che approfondiscono il tema delle famose 3 cadute di Gesù sotto il peso della Croce, e sono sempre molto profonde e significative, ma quasi mai si leggono meditazioni che raccontano delle altrettante volte in cui Gesù si rialzò da quelle 3 cadute.

Perché Gesù si rialzò 3 volte nonostante il peso della Croce? Perchè il Suo obiettivo era la Croce, Lui voleva andarci su quella Croce. Un masochista? No, semplicemente era la Sua missione, e siccome doveva liberarci dal peccato, ha voluto portare su di sé (qui tollis peccata mundi) le conseguenze dei nostri peccati, ha portato sul suo corpo quello che il peccato fa alla nostra anima, ha lasciato che Satana sfogasse la propria cattiveria sul Suo corpo immacolato affinché non lo facesse con noi, Lui ci ha fatto da parafulmine, ha portato su di sè quello che in realtà meritiamo noi.

Cari sposi, ma questa salvezza come ci raggiunge a distanza di quasi 2000 anni? Con i sacramenti. Ma per noi sposi ce n’è uno in particolare, cucito su misura per ciascuno dei due sposi: il Sacramento del Matrimonio, ovvero il nostro amato coniuge. Spesso troviamo mille pretesti per lamentarci di lui/lei, ma quasi mai lo vediamo come strumento e mezzo di salvezza nonché di santificazione.

Come cambierebbe il nostro approccio nei confronti del nostro coniuge se lo vedessimo con gli occhi della fede: lo strumento attraverso cui Dio mi vuole salvare. Che cura e che attenzioni diverse avremmo, lo tratteremmo con i guanti bianchi perché Dio ha deciso di salvarmi (anche) attraverso di lei o di lui.

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Settimana Santa per cominciare a vivere così; guardando il nostro coniuge poter dire al Signore: hai deciso di darmi salvezza attraverso lui/lei.

Giorgio e Valentina

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Un Rumore! È il mio Dôdì che Bussa

Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!

L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.

L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?

Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.

Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.

Quando il cuore veglia anche nel sonno

La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.

Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.

Il ritorno dell’Amato

Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”

Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.

Quando l’amore esita

Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.

Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.

Le dieci vergini e il mistero dell’attesa

In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.

Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.

L’amore si gioca nel quotidiano

Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.

Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.

L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?

È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.

Antonio e Luisa

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Contemplare lo Sposo

Cari sposi, siamo arrivati alle porte di Gerusalemme con Gesù, a conclusione di un “cammino” di quaranta giorni, in salita, con fatica, per finalmente intravedere il tempio di Salomone e intonare, cantando, i salmi delle ascensioni.

Se fossimo stati lì con Lui e i Dodici avremmo visto cose meravigliose. Giungendo, infatti, da est, da Gerico, saremmo passati a fianco del primo grande rilievo, il Monte degli Ulivi. Ancora prima della città stessa, avremmo notato questo monte che offre una vista spettacolare su Gerusalemme. Ma subito dopo saremmo stati colpiti dallo scorgere in lontananza il grande tempio, fatto costruire da Erode il Grande, con le sue pietre bianchissime e le decorazioni dorate che riflettevano la luce del sole. Il tempio spiccava in mezzo alla vasta corte, racchiusa da portici ben visibili a distanza. A proposito, lo storico Flavio Giuseppe scrive che “chi non l’aveva visto (il tempio), non aveva mai visto nulla di splendido” (Guerra Giudaica, Libro V, paragrafo 222). Ma non solo il tempio, pure la cinta muraria aveva il suo incanto, perfettamente integra e intervallata da possenti bastioni. Da ultimo, avremmo notato le tantissime case bianche, addossate l’una all’altra sulle colline, dai tetti piatti, usati spesso come terrazze.

Questa vista, per la profonda emozione vissuta, di solito commuoveva ogni pio ebreo che giungeva delle tre feste di pellegrinaggio (Pesach, Shavuot o Sukkot). Eppure, non fu così per Gesù ma al contrario, visse con particolare drammaticità quel momento. Non appena scorse il Tempio iniziò a piangere, non tanto per quello che avrebbe sofferto ma per il rifiuto del suo Popolo amato. Già qui intravediamo che l’amore di Cristo sta per svelarsi in tutta la sua grandezza e forza.

Tutte le letture di oggi mettono in luce il carattere filiale di Gesù per sottolineare la sua obbedienza al Padre, come ci relata Isaia a proposito del servo o nell’obbedienza di Cristo dell’epistola paolina. La parola “obbedienza” ha una radice e un significato alquanto espressivo perché deriva da “ob-audire”, cioè prestare ascolto a chi si ha dinanzi. È l’atteggiamento del Figlio che non perde una parola del Padre e ne accoglie la volontà fino al sacrificio.

Ma tale azione ha altresì un risvolto nuziale tangibile perché, come detto prima, Gesù fa tutto ciò per amore al suo Popolo, per volersi donare a una Sposa che non corrisponde al Suo affetto. Cristo, prima ancora di subire la Passione, la prova, la sperimenta, la incarna per la sua Chiesa. Ecco allora che voi sposi, contemplando Gesù in questa settimana, toccate con mano cosa volle dire San Paolo quando scriveva ai suoi fedeli di Efeso: “come Cristo ama la Chiesa”. Contemplatelo, gustatevi ogni scena, ogni eventi. Prendetevi del tempo per leggere il vangelo, per sintonizzarvi con Gesù, immedesimatevi in ogni scena che vive, non solo di fuori ma anche nel suo mondo interiore.

Come insegna S. Ignazio di Loyola, dinanzi a questi eventi dobbiamo “vedere le persone, ascoltare ciò che dicono, osservare ciò che fanno… come se fossi presente anch’io nella scena” (Esercizi Spirituali, n. 106ss) e tutto ciò porta come frutto a un incontro personale con Gesù, non una proiezione mentale mia, ma la grazia di essere raggiunto da Lui e di farmi sperimentale la vita di Gesù non solo come un ricordo ma piuttosto come un evento di salvezza che accade adesso nella mia vita.

Cari sposi, vi invito ad aguzzare la vita, a prestare l’orecchio in modo speciale a Gesù in questa settimana. È qualcosa che va nel vostro interesse, per poter toccare ancora una volta con mano quale grazia abita in voi. Perché, lo sapete bene, è proprio in questa settimana che Gesù ha sposato la Chiesa e ha vissuto fino in fondo il suo Matrimonio mistico con ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Io, da sposo, guardo Gesù entrare a Gerusalemme e capisco che amare non è aspettare applausi, ma restare fedele anche quando l’amore costa, anche quando l’altro non capisce. Gesù non si ritira, non cerca scorciatoie: ama fino in fondo. È così che voglio amare mia moglie, entrando ogni giorno nel mio piccolo “Giovedì Santo”, lavando i piedi, restando anche nel Getsemani. Perché l’amore vero non fugge: resta.

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Amore e Intimità: La Chiave per Superare l’Ansia

L’ansia da prestazione trova terreno fertile soprattutto dove non c’è amore o, almeno, dove manca la sicurezza di essere amati. Questa insicurezza si manifesta in molte aree della vita, ma diventa particolarmente evidente nell’intimità di coppia, che rappresenta una sintesi profonda del legame affettivo.

Quando la relazione si basa su un continuo bisogno di dimostrare il proprio valore, anche l’incontro fisico si trasforma in una sorta di “esame da superare”, minando la naturalezza e la bellezza del donarsi reciproco.

Don Fabio Rosini ci ricorda che “l’amore vero è sempre gratuito e si nutre della certezza di essere accolti per ciò che siamo, non per le nostre performance“. Questo principio è essenziale per comprendere come l’ansia da prestazione si annidi in quelle relazioni in cui l’amore sembra condizionato a risultati o a impressioni da suscitare.

Il legame tra ansia e disfunzioni sessuali

Spesso le disfunzioni sessuali non sono il risultato di cause organiche, ma di fattori psicologici. Gli studi degli analisti transazionali confermano che le persone che soffrono meno di problemi come l’eiaculazione precoce, il vaginismo o altre difficoltà nell’intimità, sono proprio quelle che vivono relazioni stabili e caratterizzate da un amore autentico e sicuro.

Secondo il sessuologo John Bancroft, “la sicurezza emotiva è uno dei fattori chiave per una sana risposta sessuale: l’ansia e la paura del giudizio interferiscono direttamente con la capacità di lasciarsi andare nell’intimità“. In modo simile, la psicoterapeuta Esther Perel afferma che “la vera intimità non nasce dalla perfezione della prestazione, ma dalla capacità di creare uno spazio di fiducia e apertura reciproca“.

Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. La loro sicurezza affettiva li libera dal bisogno di “performare”, permettendo loro di concentrarsi interamente sul dono di sé. Durante il rapporto fisico, non pensano alla prestazione, ma al piacere di amare e di essere amati. Questa libertà interiore consente loro di abbandonarsi e di vivere l’intimità come un incontro profondo e autentico.

Don Luigi Maria Epicoco afferma che “l’amore autentico è un atto di fiducia: fiducia che l’altro mi accolga così come sono, senza bisogno di maschere o perfezioni artificiali“. In questa prospettiva, la vera sicurezza nell’intimità nasce dalla consapevolezza di essere accolti, non giudicati.

La fiducia come fondamento dell’intimità

L’intimità più profonda si costruisce nella fiducia reciproca. Quando ci sentiamo accolti e amati senza condizioni, impariamo ad abbandonarci all’altro con serenità. Questo vale non solo per l’incontro fisico, ma per tutta la vita di coppia: nei gesti quotidiani, nei momenti di difficoltà e nelle scelte condivise.

Padre Serafino Tognetti sottolinea che “la vera intimità si costruisce con il coraggio di mostrarsi vulnerabili, perché solo così possiamo permettere all’altro di conoscerci davvero“. In questo senso, l’intimità non è mai solo un incontro di corpi, ma è una comunione profonda che coinvolge anima e spirito.

La psicoterapeuta Maria Rita Parsi aggiunge che “la capacità di vivere una sessualità appagante è strettamente collegata al senso di sicurezza emotiva nella coppia: chi si sente accolto e amato ha meno timore di esporsi e di lasciarsi andare“.

Chi vive una relazione autentica non teme il giudizio del partner e sa che il valore del proprio amore non si misura in base a una prestazione, ma nella capacità di donarsi sinceramente.

L’intimità come espressione dell’amore coniugale

Non è forse questo ciò che promettiamo il giorno del matrimonio? “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…“. In queste parole risuona una promessa di accoglienza incondizionata, che crea uno spazio di sicurezza dove l’intimità può sbocciare in tutta la sua bellezza.

Quando un marito e una moglie si donano reciprocamente nel rapporto fisico, quell’incontro diventa il sigillo concreto di questa promessa. Un dono che non si misura sulla performance, ma sulla sincerità dell’amore che si manifesta.

Superare l’ansia da prestazione: alcuni consigli pratici

Per vincere l’ansia da prestazione, è fondamentale lavorare su tre dimensioni principali:

  1. Dialogo aperto: Comunicare con sincerità i propri timori e insicurezze, senza vergogna. Il partner può offrire sostegno e rassicurazione se comprende ciò che stiamo vivendo.
  2. Riscoprire la tenerezza: L’intimità non è solo attrazione fisica, ma anche carezze, sguardi e gesti d’amore che rafforzano il legame.
  3. Vivere la fede come fonte di sicurezza: Pregare insieme, affidarsi a Dio e costruire una spiritualità coniugale solida aiuta a riconoscere che l’amore vero non è mai fondato sulla prestazione, ma sulla grazia.

Conclusione

L’ansia da prestazione si dissolve laddove cresce la certezza di essere amati così come siamo. L’amore coniugale autentico si nutre di fiducia, sincerità e accoglienza. E nell’incontro intimo, questa sicurezza si manifesta nel dono libero e gioioso di sé.

Perché alla fine, come diceva san Giovanni Paolo II, “l’amore non è mai qualcosa che si conquista, ma sempre qualcosa che si accoglie e si custodisce con umiltà“.

Antonio e Luisa

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Non Preoccupatevi di Arrivare, ma di Arrivare Insieme

Abbiamo iniziato il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” e, ricevendo dal Signore la forza interiore, proseguiamo oggi con il secondo passo.  

Quando si programma qualsiasi viaggio si sceglie una metà, si sa dove arrivare. Anche Dio, ad Abramo, aveva detto «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. […] Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan»  (Gen 12,1; 5)

Abramo infatti fece il suo pellegrinaggio fisico verso Canaan ma, approfondendo la Scrittura, vediamo che l’espressione ebraica lekh lekhà generalmente tradotta con «vattene» possiamo tradurla meglio con «va’ verso di te» cioè «trova te stesso», «ritrovati». Il movimento di lasciare la propria terra (il proprio Io) per andare verso Dio è in realtà un andare verso sé stessi. In sostanza, Dio chiama Abram (e in lui l’uomo) a ritrovare la propria identità e Abram (non da solo ma con la moglie) si fida e obbedisce.

Così anche noi sposi siamo chiamati, ogni giorno, a ricordarci chi siamo. Siamo chiamati, ogni giorno, a preoccuparci di custodire la nostra identità sponsale:  il giorno delle nozze, con la consacrazione della nostra relazione, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo stati costituiti “sposi pellegrini sulla strada dell’amore” per arrivare insieme dal nostro Sposo Gesù, è Lui la meta sicura.

Cari sposi, in questo tempo quaresimale e giubilare, vi invitiamo a fare “un’inversione di marcia”: entrando in preghiera, state in intimità con Lui e troverete il vostro vero “Io di coppia”. Pregate insieme:

«Dio di Abramo, tu ci inviti ad andare a noi stessi, a guardare dentro la nostra coppia, ad occupare lo spazio familiare dell’essenziale, abbandonando i troppi idoli che ci ingombrano il cuore e la vita; Gesù, nostro Sposo, rendici sempre viandanti nel nostro matrimonio anche quando pensiamo di essere arrivati. Amen»

Solo allora potrete, con profitto, uscire, rivolgervi agli altri e portare loro la Verità e l’Amore che avete incontrato nel profondo.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Salvezza e Fedeltà Coniugale: una Testimonianza dell’Altro Mondo

Sentiamo spesso dire, in queste settimane, che la Quaresima è un “periodo forte”: vi propongo oggi, allora, una testimonianza molto forte. Una testimonianza dell’altro mondo. Nel vero senso della parola. Gloria Polo è una donna colombiana, di professione dentista, che l’8 maggio del 1995 è stata colpita da un fulmine. Si stava recando, insieme al marito e al cugino, presso la biblioteca della Facoltà di odontoiatria dell’Università di Bogotà.

Ha testimoniato lei stessa: “Quando stavamo per saltare una grande pozzanghera d’acqua, siamo stati raggiunti da un fulmine che ci ha carbonizzati. Mio nipote è morto subito. Era un ragazzo che, nonostante la sua giovane età, si affidava molto al Signore […] Quanto e me, il fulmine mi è entrato dal braccio e mi ha bruciato, spaventosamente, tutto il corpo, fuori e dentro. Non avevo più i seni, soprattutto quello sinistro, al suo posto era rimasto un buco. Era sparita la carne del ventre, delle gambe e delle coste. Quello che state vedendo qui, è il mio corpo completamente ricostruito, per la misericordia del Signore. Il fegato era completamente carbonizzato. I reni, i polmoni e le ovaie si erano bruciati. Il fulmine era uscito dal piede destro. Io usavo un apparecchio contraccettivo a forma de “T” di ottone, che è un buon conduttore di elettricità, per questo ha carbonizzato, ridotto in polvere, le mie ovaie. Ho avuto un blocco cardiaco e sono rimasta li, senza vita. Il mio corpo saltava a causa dell’elettricità accumulata.”

Gloria si salva e inizia testimoniare in tutto il mondo l’esperienza che il Signore le ha fatto fare. Nell’Aldilà. Quando, nelle tragiche ore tra la vita e la morte, è condotta in Cielo, Gloria vede i suoi genitori. Scopre che la madre si trova alle porte del Paradiso mentre suo padre è immerso nelle grandi pene del Purgatorio. Un padre adultero, ubriacone, violento e maschilista che si è salvato grazie a trentotto anni di preghiera della sua eroica sposa. Penso che molti di noi conoscano questa storia, abbiano letto il libro, visto o ascoltato questa esperienza straordinaria.

Quello che mi ha sempre molto colpito è stato ciò che Gloria Polo ha raccontato dei suoi genitori: “Da quando mi sono sposata, ho avuto solo un uomo nella mia vita, mio marito, ma anche così, pecchiamo nei pensieri, nel parlare e nell’agire. Per me è stato molto doloroso vedere che, con che grande tristezza, il peccato di adulterio di mio padre ci ha fatto tanto male. Quanto a me, mi ha trasformato in una persona risentita, sono sprofondata nel risentimento, contro gli uomini e i miei fratelli, che erano diventati delle copie fedeli di mio padre. Pensavano di essere felici perché erano «maschi», donnaioli e bevevano, senza pensare al male che facevano ai loro figli. Per questo motivo, mio padre piangeva con molto dolore, nel Purgatorio, vedendo i risultati del suo cattivo esempio”.

E ancora: “Sapete, mia madre era sposata da sette anni e ancora non aveva avuto figli. Ma lei era molto perturbata per le infedeltà di mio padre. Era molto preoccupata e angustiata. E quando si accorse di essere gravida e piangeva. Questa situazione ha provocato un’angustia tale che mi ha marcato interiormente, per tutta la vita. Per questo non mi sentivo amata da mia madre! Ma mia madre è sempre stata molto affettuosa e buona verso di me, mi ha dato affetto e amore, ma io non mi sentivo amata e ho vissuto sempre con questo complesso. In questa situazione, solo i sacramenti sono quelle grazie di Dio che ci guariscono.  […] E io, vi ha già detto che gioia di figlia io ero? Io chiamavo mio padre «Pietro, lo spaccapietre» e a mia madre dicevo che era fuori moda! Che era una vecchia antiquata e cose di questo genere, arrivavo fino al punto di negare che lei era mia madre, per vergogna! Pensate un po’! Ma non potete immaginare le grandi benedizioni che ho ricevuto grazie a mia madre. Una madre che andava in chiesa, che pregava davanti al Santissimo Sacramento, e offriva tutte le sue sofferenze al Signore, e si fidava, si fidava sempre!”.

Meravigliose, infine, le parole di Gloria Polo sul matrimonio: “A mia madre, Dio ha messo nel cuore, qualcosa somigliante a una palla di fuoco, bellissima, che significa l’amore di Dio, lo Spirito Santo. Ho saputo che lei era una donna molto pura. Dio era felice, pieno di gioia per causa sua. Mio padre invece no. Quando aveva appena dodici anni, suo papà lo aveva portato in un bordello. Non potete immaginare quanti spiriti impuri si erano impossessati di lui in quel momento, come larve, sanguisughe. […]

Una coppia vergine glorifica Dio. Esiste tra loro un patto santo tra di loro e con Dio che santifica la loro sessualità. La sessualità in se stessa non è peccato, è benedetta da Dio, è presenza di Dio nelle vita della coppia. Una volta celebrato il sacramento del matrimonio (anche nelle coppie che hanno perso la verginità), Dio è sempre presente nel letto matrimoniale, perfino a tavola è presente il Signore per benedire gli alimenti. Dio è veramente affascinato dalla bellezza del matrimonio, è felice di dare vita nuova. La coppia e Dio formano una Trinità. Peccato che molte coppie non abbiano questa dimensione religiosa, non si ricordano di Dio, si sposano solo per tradizione, non per fede, e pensano solo alla festa esteriore, mangiare e bere, la luna di miele; tutto bene, ma il peccato consiste nel mettere da parte il Signore. è stato proprio quello che è successo a me: ho lasciato il Signore per strada, nemmeno mi son sognata, di farlo entrare in casa nostra. Dio vuole essere invitato, ed è felice per questo, vuole stare con noi sempre, nella gioia e nel dolore. Vuole che sentiamo la Sua presenza. Nel sacramento è presente sempre, e come sarebbe bello se fossimo coscienti della Sua presenza.”

Grazie, Gloria Polo, per la tua testimonianza eccezionale, davvero dell’Altro mondo, davvero di Cielo!

Fabrizia Perrachon

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“Codice Cuore”: Libro per Adolescenti sul Valore della Sessualità

Mi è capitato ben due volte, nell’arco di poco tempo, di sentire persone adulte affermare che non possono parlare a figli, nipoti o al catechismo di sessualità, in quanto bisogna essere “competenti”, preparati, e loro non si sentono all’altezza. Da un lato, questa umiltà è profondamente ammirevole. È bello riconoscere che si necessita di una certa formazione per toccare – senza fare danni! – temi così rilevanti per la vita di una persona.

Dall’altro, è quasi allarmante che persone adulte, sposate, con figli, non parlino con i più giovani di questi argomenti (se non lo fanno loro: chi lo farà?) e che non lo facciano perché non hanno “la formazione necessaria”. Verrebbe da chiedersi: se sono sposati, ma si sentono “ignoranti” su quello che è il “fulcro”, il “quid” del matrimonio, perché non hanno sentito l’esigenza di colmare la lacuna?

Cosa aspettano a porsi domande e cercare risposte che permettano anzitutto a loro di capire il significato di un gesto che li riguarda da vicino, che tocca “dal di dentro” la propria vita? Se non sanno come parlarne, allora come lo hanno vissuto, come lo stanno vivendo?

Forse, a dire il vero, la formazione di cui si sentono mancanti non riguarda neppure il “significato” del gesto. In un mondo che spesso riduce il sesso ad una ginnastica (ma più “pericolosa”, perché può portare a gravidanze indesiderate e malattie per nulla piacevoli), spesso le competenze che si richiedono negli incontri di “educazione sessuale” sono, per così dire, puramente “tecniche”. Questa mentalità di fondo fa sì che si pensi di dover parlare di certi argomenti solo con un approccio medico.

Eppure, è proprio la mentalità di fondo che va messa in discussione, perchè – è sempre più evidente – la sessualità non è solo un’attività che riguarda la nostra salute fisica: è un atto che coinvolge tutta la persona, lasciando segni non solo nel corpo, ma anche nella mente e nell’anima. Questo argomento non riguarda o interpella solo i medici (sebbene il loro punto di vista sia importantissimo). Non sono gli unici che hanno il diritto e il dovere di parlarne a chi diventa grande. Anzi, l’esempio di un adulto di fiducia, vicino, stimato, è prioritario per un/una giovane che si chiede come, dove, con chi, perchè vivere l’intimità fisica! E, se ci è successo, anche senza avere una laurea in ginecologia, possiamo (dobbiamo!) testimoniare una bellezza trovata e sperimentata.

Senza presunzione, allora, mi permetto di segnalare un libro che ho scritto per raccontarvi una scoperta che ho fatto: ovvero che la “teologia del corpo” risponde alla sete di amore del nostro cuore. È con questo spirito, cercando di seguire le orme di San Giovanni Paolo II (che ha promosso in tutto il suo pontificato la “Teologia del Corpo”), che è nato “Codice cuore. Istruzioni per l’uso. Trovare sé stessi per stare con qualcun altro” (Mimep Docete, 2025), uno strumento per parlare ai ragazzi della dignità del corpo, di come amarsi in modo autentico (imparando prima di tutto l’amore per sé stessi).

Il libro, suddiviso in dieci capitoli, affronta vari temi legati all’affettività. Ogni capitolo ha al suo interno delle testimonianze vere, per avvalorare i contenuti esposti.  

Il libro, nel suo complesso, vuol mettere in luce che la nostra sessualità è un dono da custodire: si cerca di mettere in guardia da una visione materialistica del corpo, quasi fosse un oggetto di poco valore. Si spiega che l’intimità fisica può fare male, quando privata di ogni significato: invece di riempirci, ci svuota. Inoltre, si testimonia che “Dio c’entra col sesso”: ce lo ha donato Lui. Lungi dal promuovere una visione negativa e pessimista, si afferma che l’atto sessuale è qualcosa di sacro e che si può scegliere di “fare l’amore a 360 gradi”. Dobbiamo temere la concupiscenza, non la sessualità in quanto tale. Mediante il gesto più unitivo e vincolante che ci sia, possiamo sperimentare una comunione profonda con l’altro. Oppure possiamo viverlo in modo tale da sentire una solitudine tremenda.

Non poteva mancare, poi, il tema della pornografia, che non svela troppo, ma troppo poco. Non ci mostra il sesso come linguaggio dell’amore, oscurando quindi il suo potenziale più alto. Ad esempio, non mostra “comportamenti sani”, come la conversazione amorevole, i baci e i gesti di affetto. Nella pornografia, “tutto è deviato e distorto”. Insomma, che vantaggi ne avremo usufruendone?

Si tocca anche il tema della vita nascente, offrendo uno sguardo di speranza, anche davanti a gravidanze apparentemente impossibili e la possibilità di perdonarsi, se si è scelto di rinunciare al proprio figlio. Si cerca, tra l’altro, di offrire una via d’uscita, una possibile rinascita, per chi crede di aver perso la purezza per sempre e con essa la possibilità di gustare un amore vero.

Si può sempre ricominciare da zero! La domanda da farti è: lo vuoi? Anche se non hai ancora una risposta, potresti continuare a interrogarti. Non sei obbligato a comprare il libro e nemmeno a trovarti in accordo con ciò che leggerai; però, potrebbe essere uno spunto per riflettere su quello che cerchi davvero.

Se ti ho incuriosito ecco il link dove acquistarlo: Codice cuore istruzioni per l’uso | Casa Editrice Mimep Docete

Cecilia Galatolo

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Volti Inattesi e Orecchi Nuovi

Sal 101 (102) Signore, ascolta la mia preghiera, a te giunga il mio grido di aiuto. Non nascondermi il tuo volto nel giorno in cui sono nell’angoscia. Tendi verso di me l’orecchio, quando t’invoco, presto, rispondimi! Le genti temeranno il nome del Signore e tutti i re della terra la tua gloria, quando il Signore avrà ricostruito Sion e sarà apparso in tutto il suo splendore. Egli si volge alla preghiera dei derelitti, non disprezza la loro preghiera. Questo si scriva per la generazione futura e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore: «Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il sospiro del prigioniero, per liberare i condannati a morte».

Questo è il Salmo della Santa Messa odierna, una richiesta accorata al Signore affinché ascolti la nostra preghiera. Naturalmente il Signore ascolta tutte le preghiere di richiesta, ma non tutte sono esaudite secondo i nostri criteri, ed è per questo motivo che il salmista attribuisce caratteristiche dell’umana natura a Dio, per sentirlo più vicino a sé; è in questo contesto che trovano collocazione espressioni come “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio“.

Lungo il cammino della vita di fede non mancano momenti in cui Dio si manifesta a noi in tutto il Suo splendore, la Sua bellezza, la Sua potenza, ed altri in cui sembra nascondersi, quasi che ci tenga d’occhio ma da lontano, con discrezione, ed altri ancora in cui sembra essersi dimenticato di noi.

Il salmista è un uomo di fede, che ha un rapporto vivo con il suo Signore, un rapporto fatto di alti e bassi, di vicinanza e lontananza, di discrezione e di confidenza… proprio come un qualsiasi rapporto di amore. C’è però una differenza, e sta tutta nel fatto che nelle nostre relazioni umane più intime, le relazioni sponsali, gli alti e i bassi sono reciproci, mentre nel rapporto col Signore le variazioni sono tutte a nostro carico, Lui rimane sempre fedele nonostante a volte usi stratagemmi di varia natura per mettere alla prova il nostro amore nei Suoi confronti.

Le espressioni del Salmo che abbiamo sottolineato sono molto vicine alla nostra esperienza matrimoniale, qualche volta è capitato di litigare e per ripicca usiamo l’arma della freddezza nascondendo il volto l’un l’altra per qualche tempo oppure per vendetta si usa la strategia dell’indifferenza facendo finta di non sentire nemmeno la voce dell’altro/a.

Ma noi sposi cristiani siamo quel sacramento vivente dell’amore di Cristo l’un per l’altra, come è possibile agire così? La nostra relazione sponsale ha cambiato marcia da quando la consapevolezza di essere la manifestazione sensibile dell’amore di Cristo l’un per l’altra ha messo radici sempre più profonde nella nostra coscienza di sposi in Cristo.

Non siamo solo due che si piacciono e che si vogliono bene, non siamo solo due che hanno un progetto comune o hobby e interessi comuni, non siamo solo due che volevano formare una famiglia, non siamo solo due che si sopportano a vicenda, no. Siamo la tenerezza di Cristo per l’altro, siamo il perdono di Cristo l’uno per l’altra, siamo la Sua misericordia per l’altro, siamo la Sua pazienza, tutto ciò – e molto di più – sono gli sposi cristiani l’uno per l’altra.

Allora si capiscono bene quelle parole del Salmo “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio” è un impegno di vita di ciascuno per il proprio coniuge, se siamo chiamati ad essere l’amore incarnato di Cristo per lui o per lei come possiamo nasconderci il volto o non ascoltarci reciprocamente?

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Quaresima per cominciare a vivere così.

Giorgio e Valentina

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L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Uno sposo misericordioso

Cari sposi, siamo a poche settimane dalla Pasqua ed è importante che il nostro cuore si sintonizzi con quello di Gesù. La Pasqua è la novità assoluta, una cosa mai vista prima. Gesù vuole che ci prepariamo veramente a questo Nuovo che sta per coinvolgerci.

Sia la prima lettura che l’epistola di San Paolo ci ricordano quanto sia importante lasciare andare per essere aperti a ciò che Dio vuole fare di noi. Spesso vi sarà successo di voler riempire d’acqua una bottiglia ma di spruzzarvi perché l’aria da dentro non riesce a uscire. Parimenti, come fa il Signore a donarci la Pasqua, la Vita, la Risurrezione, se dentro di noi tratteniamo pensieri, ricordi, attaccamenti, pesi che ci ingabbiano nella nostra peggior versione?

È vero, ci sono cose brutte che la memoria potrebbe o anche vorrebbe trattenere, sia di cose spiacevoli personali come di problematiche avute con altri. Purtroppo, la memoria si può convertire quasi come il recipiente della spazzatura che però non viene svuotato e si accumulata in casa. In cambio, il Signore vuole liberarci da tutto questo peso e questo male che inevitabilmente ci portiamo dentro di noi.

Ma è anche vero il contrario! Il Signore non smette di coccolarci! Dobbiamo avere occhi per vedere e ringraziare i regali di ogni giorno. Proprio in una domenica come questa, Papa Benedetto ce lo ricordava: “Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore” (Benedetto XVI, udienza 12 ottobre 2011).

Comunque, gli occhi di tutta la Liturgia sono puntati sulla donna adultera, trascinata con violenza davanti a Gesù. Guardiamola dentro e fuori: è uno straccio, trema da cima a fondo, sa che da un momento all’altro potrebbe essere uccisa in un modo a dir poco bestiale, a colpi di pietra. Nel suo cuore un’immensa tristezza, vergogna e rabbia per quello che le sta accadendo ma è totalmente impotente, in balìa di una folla rabbiosa che può fare di lei ciò che vuole, nell’indifferenza più totale di chi sta a guardare.

Questo fatto, per quanto drammatico e carico di tensione, è nel fondo un profondo invito a lodare la misericordia di Dio che riesce magnificamente a intrecciarsi con la giustizia. Difatti Gesù non sta annullando la gravità dell’adulterio o sminuendo le responsabilità personali. Grazie all’incontro con questa donna, Gesù ci svela quanto Egli desidera più di ogni altra cosa che usciamo da ogni circolo vizioso e inghippo con il male ma anche da quella mentalità punitiva e giudicante che sovente applichiamo a noi stessi prima di riversarla sugli altri. Gesù è a dir poco geniale! Riesce in un colpo solo a donare misericordia alla donna e la vera giustizia agli accusatori, facendoli desistere dal male.

Cosa può significare per voi sposi questa vicenda? Gesù ancora una volta approfitta i contesti nuziali per svelare aspetti intimi del suo cuore e della sua vita, vedi per esempio il colloquio con i farisei circa il divorzio.

Banalmente il Vangelo sembra un invito a vigilare per non tradire il coniuge. E magari possiamo anche affermare, come di consueto, che il tradimento ha tanti modi di esprimersi, oltre l’aspetto fisico. Penso proprio che, per voi sposi, Gesù vuole andare più addentro e mostrarvi le immense profondità del suo Cuore.

È proprio la Sua misericordia il Nuovo di cui parla in vario modo la Parola odierna. Noi non sappiamo cosa sia la Misericordia divina! Ve lo dice uno che confessa, il nostro modo di concepire la misericordia ha una portata molto corta. L’unico modo per comprenderla è sperimentarla sulla propria pelle!

Come sposi siete stati arricchiti di un cuore misericordioso, chiedete a Gesù in questa domenica e nel tempo di Quaresima che rimane, di farlo agire in pieno, di renderlo pulsante, attivo e vibrante.

In questa scena lo Sposo è Gesù che accoglie con amore sia la Sposa-adultera ma anche la Sposa-scribi e farisei. Ad ognuno di loro dona misericordia, proprio come il Padre nel Vangelo di domenica scorsa. Finché non saremo investiti o ci lasceremo investire dalla Sua Misericordia non ci accorgeremo delle cose nuove che Gesù opera nella nostra vita.

Buon cammino di Quaresima e di conversione personale e di coppia!

ANTONIO E LUISA

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio — e che continua a insegnarmi l’amore — è questo: saper scrivere sulla sabbia le mancanze di mia moglie, invece di raccogliere pietre per lanciarle, come forse facevo all’inizio del nostro cammino insieme.

La chiave è la memoria. La memoria viva e grata di tutte le volte in cui ho sentito su di me la misericordia di Gesù, nella mia storia, nei miei peccati, nelle mie cadute. E la memoria delle volte in cui io stesso ho mancato di amare mia moglie come merita, e lei ha scelto di perdonarmi. Con il passare degli anni, questa memoria si arricchisce sempre più di perdoni dati e ricevuti, di fragilità accolte, di riconciliazioni silenziose. E proprio questo intreccio di misericordia e verità ci unisce sempre di più, trasformando anche gli errori in occasione per sperimentare un amore gratuito, maturo, benedetto da Dio.

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Le carezze nutrono il matrimonio

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).

Gesù ci chiama ad un amore tenero, un amore che si manifesta con gesti concreti e quotidiani, capaci di parlare al cuore. In particolare, il matrimonio cristiano è il sacramento della tenerezza, luogo in cui l’amore di Cristo si fa carne nella vita coniugale.

La tenerezza come linguaggio dell’amore

Nel vivere la vita matrimoniale ho compreso che Dio mi ha affidato una missione speciale: essere segno del Suo amore tenero per mia moglie. Questa non è una semplice ispirazione spirituale, ma un impegno concreto, quotidiano. Ogni giorno sono chiamato ad apprendere l’arte della tenerezza, che richiede attenzione, ascolto e cura.

La tenerezza, come spiega Carlo Rocchetta, si manifesta attraverso una “polifonia di carezze”. Queste carezze sono essenziali per nutrire la relazione di coppia e mantenere viva la fiamma dell’amore.

Le carezze secondo l’Analisi Transazionale

Eric Berne, ha approfondito il concetto delle “carezze” come unità fondamentali di riconoscimento. Secondo Berne, le carezze sono fondamentali per la nostra salute psico-emotiva e il nostro senso di identità. Esse possono essere fisiche, verbali o simboliche e rappresentano messaggi di apprezzamento e amore che nutrono l’autostima e rafforzano i legami affettivi.

Il matrimonio, come ogni relazione profonda, si costruisce su queste carezze che, se sincere e incondizionate, alimentano la sicurezza emotiva della coppia.

Tipologie di carezze

1. Carezze verbali

Le carezze verbali sono parole che esprimono amore, stima e riconoscimento. Dire al proprio coniuge: “Sei bellissima“, “Sei speciale“, o “Apprezzo molto quello che hai fatto per me” rafforza il legame emotivo.

Berne sottolineava che la fame di riconoscimento è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano. Le parole hanno un potere enorme: una parola dolce può risanare una ferita emotiva, mentre una parola dura può ferire profondamente. Nel matrimonio, le parole gentili e incoraggianti sono essenziali per costruire un clima di fiducia e amore.

2. Carezze gestuali

Le carezze gestuali comprendono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio e l’abbraccio. Questi gesti comunicano vicinanza e intimità senza bisogno di parole. La psicologia ci insegna che il linguaggio non verbale è spesso più potente delle parole stesse. Un abbraccio dato con sincerità può sciogliere tensioni e malumori più di mille parole.

3. Carezze comportamentali

Queste si esprimono attraverso azioni concrete che dimostrano cura e attenzione per il coniuge. Preparare il caffè al mattino, aiutare nelle faccende domestiche o prendersi cura dei figli sono esempi di gesti che esprimono amore e dedizione. Berne definiva queste attenzioni come “carezze comportamentali” che, se fatte con spontaneità e sincerità, rafforzano il legame coniugale.

4. Carezze simboliche

I doni, le sorprese, i piccoli gesti inattesi sono forme di riconoscimento simbolico che hanno un grande valore emotivo. Offrire un fiore, scrivere una lettera d’amore o lasciare un biglietto affettuoso sono esempi di carezze simboliche che danno senso e valore al rapporto. Questi segni rafforzano la consapevolezza che il coniuge è amato e considerato speciale.

L’importanza delle carezze incondizionate

Una condizione fondamentale, però, è che queste carezze siano autentiche e incondizionate. L’amore manipolativo, che cerca di ottenere qualcosa in cambio, non costruisce relazioni solide. Le carezze vere sono gratuite e spontanee.

Carlo Rocchetta mette in guardia da un atteggiamento che, purtroppo, si verifica talvolta nella coppia: il marito che diventa improvvisamente tenero e affettuoso solo quando ha uno scopo, ad esempio desiderare intimità fisica. Queste carezze “condizionate” perdono di valore e rischiano di spezzare la fiducia del coniuge. La vera tenerezza è costante e non strumentale.

La tenerezza come cammino di crescita

Essere teneri non è solo una predisposizione caratteriale, ma un cammino di maturazione personale e spirituale. San Paolo ci invita a rivestirci di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo richiede uno sforzo consapevole e quotidiano.

Per crescere nella tenerezza occorre:

  • Saper ascoltare: L’ascolto attento è la prima forma di riconoscimento dell’altro.
  • Essere pazienti: La pazienza aiuta a non reagire impulsivamente e ad accogliere i limiti dell’altro.
  • Curare la comunicazione: Parole gentili, toni calmi e sguardi affettuosi creano un clima di serenità.
  • Essere creativi nell’amore: Sorprendere il coniuge con gesti semplici ma significativi mantiene viva la gioia di stare insieme.

Conclusione

La tenerezza nel matrimonio è un linguaggio essenziale che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ogni carezza, ogni gesto d’amore autentico è un’eco del comando di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri“. Impegnarsi ogni giorno per essere epifania di questo amore tenero è la sfida più bella e nobile per ogni sposo e sposa che desiderano costruire un matrimonio saldo e felice.

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano. L’incontro.

«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». – Matteo 13

Cari lettori,

in questo primo articolo dedicato al fidanzamento cristiano vorrei soffermarmi in parte sulla  storia del mio fidanzamento con Alessandro e in parte su considerazioni generali che spero possano essere una luce di fiducia per incoraggiare sempre più  persone a intraprendere il loro fidanzamento secondo il Vangelo e secondo i consigli della Chiesa Cattolica.

Prima di tutto voglio dirvi che sono figlia di una coppia di sposi separata. La loro separazione è avvenuta pochi anni fa dopo molti anni di matrimonio, ma i miei genitori non avevano davvero costruito la loro relazione sul Signore Gesù, non pregavano insieme e non hanno vissuto un fidanzamento cristiano.

I loro continui litigi negli anni passati, specialmente quando ero adolescente mi hanno segnata profondamente, ma ho avuto la grazia di affidarmi sempre nella preghiera a Dio anche in quei momenti. Mi sono interrogata molto su quale fosse la mia vera vocazione e in questo percorso sono stata aiutata dai frati cappuccini toscani, uno di loro in particolare mi ha aiutata nel discernimento interiore e gli eventi che ho vissuto nel corso del tempo mi hanno fatto capire nel cuore che la strada per me era quella del matrimonio, forse anche perché con il mio percorso di vita avrei dovuto “riparare la casa interiore” , un po’ come quando Dio disse a San Francesco:

«Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2 Cel. 3).

Nell’ultimo anno delle superiori e nel primo anno di Università sono stata in una relazione con un compagno di scuola, ma non la posso definire fidanzamento, per i seguenti motivi: quel ragazzo non aveva fede e faceva fatica a rispettare i miei propositi fermi di una relazione casta e il secondo motivo era che mio cuore era molto agitato, turbato da quale fosse il mio percorso vocazionale.

Probabilmente una parte dell’inquietudine che sentivo era data anche dal fatto che quella relazione non mi faceva del bene e quindi quella persona non era quella giusta per me. Fu quel ragazzo a decidere di lasciarmi, era maggio 2019. Nei mesi precedenti quando ormai avevo capito che quel legame stava per finire già avevo iniziato a chiedere a Dio nella preghiera di farmi incontrare la persona giusta, una persona con la quale poter condividere la mia vita.

Ricordo che cercai su internet una preghiera a Sant’Antonio di Padova, un santo soprannominato dai sudamericani Casamenteiro (che significa “colui che favorisce i matrimoni”), in quanto esiste una tradizione legata a un miracolo compiuto dal santo a favore di una fanciulla che necessitava di una dote per potersi sposare.

Il Signore Gesù mi aveva già preparato la strada, ben prima di questa mia preghiera; infatti a dicembre 2018,  presso la Chiesa di San Carlo dei frati cappuccini dove svolgevo il servizio di  catechista, arrivò una domenica mattina, un nuovo organista chiamato a sostituire la persona che abitualmente suonava in chiesa e che in quel periodo non poteva venire.  La messa come sempre era alle 11.30, ma poiché prima erano necessarie alcune prove ricordo che lasciai un attimo i bambini del catechismo in una stanza e mi avviai alla porta ad accogliere quella persona nuova. Mi colpì molto il bel sorriso che quel giovane ragazzo dai modi gentili aveva. Mi presentai e lo accompagnai all’organo. Dopo qualche parola capimmo che eravamo dello stesso anno, 1998, lui di maggio, io di dicembre. Quella fu la prima volta che lo vidi. Il suo nome era Alessandro.

Vi aspetto il prossimo mese con il proseguo del mio diario. Un caro saluto.

Accolgo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli.

Potete scrivere a eleonoraealessandro4@gmail.com

Eleonora e Alessandro

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Il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista: la riscoperta della virilità

Perché la violenza maschile non si combatte reprimendo la virilità, ma educandola. Un percorso tra statistiche, psicologia e fede per riscoprire il cuore dell’uomo.

Siamo ancora tutti scossi dal recente duplice omicidio di due giovani ragazze, vittime della violenza di coetanei. Eventi come questo ci lasciano senza parole, soprattutto quando si è genitori: ho tre figli maschi di 21, 20 e 16 anni e una figlia di 18, e non riesco a non immedesimarmi nel dolore di quelle famiglie. Il termine “femminicidio” è corretto, ma spesso rischia di oscurare il vero dramma: una cultura che ha smarrito il senso dell’umano, in particolare nella relazione tra uomo e donna.

La mentalità pornografica che disumanizza

Viviamo in un tempo in cui la sessualità è stata svuotata del suo significato più profondo. La pornografia – oggi accessibile in maniera immediata e massiva – ha educato intere generazioni a vedere la donna come un oggetto, una presenza sempre disponibile, sempre accondiscendente. Non solo attraverso siti espliciti, ma anche tramite social, pubblicità, musica e persino videogiochi.

Questa mentalità pornografica non educa alla relazione, ma al consumo. E quando questi giovani uomini incontrano ragazze reali, con desideri, limiti e personalità proprie, si scontrano con qualcosa che non sanno gestire: la realtà del rifiuto, della libertà dell’altro. È lì che, senza strumenti interiori, può emergere la frustrazione, e nei casi più estremi, la violenza.

I dati: meno femminicidi, ma più attenzione

Nonostante la giusta attenzione dei media, i dati mostrano che i femminicidi in Italia sono in calo. Secondo l’Istat, nel 2023 si sono registrati 117 omicidi con vittime donne, in diminuzione del 7,1% rispetto al 2022. Nel 2002 le vittime erano 187: una riduzione significativa nel corso di vent’anni.

Questo non sminuisce il problema, ma ci invita a leggerlo con maggiore profondità. Il fenomeno resta drammatico, ma può essere affrontato con intelligenza, cultura e prevenzione.

La repressione non è la risposta: l’uomo ha bisogno di vivere la sua virilità

Una parte della cultura contemporanea, nel tentativo di correggere gli abusi del passato, ha proposto una risposta sbagliata: reprimere la virilità maschile, ridicolizzarla, confonderla con l’aggressività. Ma l’uomo non diventa meno pericoloso se rinuncia a se stesso: diventa fragile, confuso e a volte pericolosamente instabile. L’uomo ha bisogno di vivere in pienezza la propria virilità per non trasformarla in violenza.

Virilità non è dominio. È forza sotto controllo, è energia orientata al bene, è responsabilità. Come scrive John Eldredge in Wild at Heart, «ogni uomo è stato creato con il desiderio di combattere per ciò che è giusto, vivere un’avventura e amare una donna». Quando questi desideri vengono repressi, si deformano in rabbia, isolamento o possesso.

Secondo il dott. Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile, «la fragilità emotiva dei giovani maschi è il grande rimosso della nostra cultura». Crescono senza padri presenti, senza modelli affettivi sani, senza strumenti per affrontare la frustrazione. Ed è lì che esplodono i drammi.

Cristo: il volto pieno dell’uomo

La risposta a questa crisi non è la repressione, ma la redenzione. Ed è proprio Gesù Cristo a mostrarci la pienezza dell’essere uomo. Forte e mite, determinato e compassionevole, Gesù è capace di indignarsi per l’ingiustizia e di piangere per l’amico. Non possiede, ma si dona. Non conquista, ma custodisce.

Nella mia esperienza personale, è stato proprio l’incontro con Cristo – attraverso la relazione con mia moglie Luisa – a farmi riscoprire cosa significa essere uomo. Da giovane, appena fidanzati, la guardavo come un corpo. Un corpo da usare. Ero concentrato sulle mie pulsioni e su quello che io volevo. Solo dopo, attraverso un cammino di fede, ho capito che lei era una persona, un mistero, una figlia di Dio. L’amore è diventato dono, e non pretesa. Se volete approfondire la sessualità come gesto sacro e di donazione vi propongo il nostro nuovo libro.

Educare i figli all’amore vero

Per costruire una società più giusta, dobbiamo ripartire dall’educazione affettiva. Insegnare ai ragazzi che la donna non è un oggetto, ma una persona. Che amare significa rispettare. Che il “no” di una ragazza è sacro quanto il “sì”. Che il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista.

Abbiamo bisogno di padri, educatori, maestri, catechisti, uomini veri che mostrino con la propria vita che essere uomini non significa dominare, ma donarsi. Che la virilità non è qualcosa da temere, ma da vivere con cuore integro e volontà formata.

Conclusione: generare uomini nuovi

Per le ragazze uccise possiamo solo pregare. Ma per i nostri figli – e per le figlie che dovranno incontrarli – possiamo fare molto. Possiamo insegnare loro che amare significa lasciare liberi. Possiamo testimoniare che esiste un modo bello, pieno e santo di essere uomini. Un modo che non ha paura della forza, ma la sa orientare al bene. Un modo che somiglia – in tutto – a Gesù.

Antonio e Luisa

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Quante volte ci siamo sentiti incompresi …

È brutto sentirsi incompresi, vero? L’utilissima enciclopedia online Treccani, definisce l’incomprensione come: “Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone: ifra coniugiidei genitori verso i figliurtare contro l’idei superioriidi una classe sociale per determinati problemi”.

L’incomprensione non è solo qualcosa che si subisce perché si può anche “agire” sugli altri. Quante volte non ci siamo sentiti capiti ma, anche noi per primi, non abbiamo capito o non abbiamo voluto capire! La vita stessa ce ne dà esperienza. «I miei genitori non mi capiscono», «la mia migliore amica non mi capisce», «il mio collega proprio non mi capisce». Ma anche «mia moglie proprio non la capisco», «ci rinuncio a capire mio marito», «non mi ci metto neanche a capire mia suocera», «chi li ha mai capiti i vicini di casa?».

Un’indagine promossa nel dell’Istituto Demopolis ha evidenziato come il 58% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si senta capito dagli adulti. In un sondaggio d’opinione popolare il 91% degli uomini ha dichiarato di non capirci nulla delle donne. Da un’altra statistica è risultato addirittura che il 50% degli italiani non è fedele al coniuge … se non è incomprensione questa … Nel febbraio di due anni fa mi sono chiesta: cosa si nasconde al di là dell’incomprensione? Perché ci sentiamo non capiti? Che cosa – o chi – c’è dietro tutto questo? Così è nato “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, il mio nuovo libro edito da Mimep-Docete, in tutte le librerie da lunedì 31 marzo.  

Sono molto affezionata a “Capire l’incomprensibile” perché è il primo libro che ho scritto, anche se è il quarto a essere pubblicato. Lo sappiamo, a volte nella vita le cose o le situazioni prendono l’autostrada, altre un sentiero. L’importante è arrivare alla meta. E “Capire l’incomprensibile” ne è un esempio. Ed esce in un momento particolarmente propizio: mancano poche settimane alla Santa Pasqua, il trionfo della comprensione dell’amore sull’incomprensione dell’odio. Il trionfo della comprensione della vita dell’amore sull’incomprensione della morte. Il trionfo della comprensione del perdono sull’incomprensione del rancore.

Scrivo nell’introduzione: “Analisi dopo analisi, riflessione dopo riflessione, ci accorgeremo insieme che molte volte il Padre non si rende immediatamente riconoscibile – quasi come si volesse nascondere – per spingerci a guardare più a fondo, a intravedere e poi scoprire la santità non con gli occhi umani ma con quelli dell’anima. Nel corso dei secoli, infatti, ciò che è potuto sembrare stranezza, diversità, insignificanza – se non quando addirittura follia – in realtà non è stato altro che un piano di Dio. Se non capisco qualcosa – o qualcuno – inizialmente provo disagio o paura, poi me ne allontano, arrivando fino alla condanna, alla negazione; il meccanismo difensivo che scatta dentro ciascuno di noi è proprio questo, riassunto in poche ma efficaci sequenze; ebbene, questo insieme di pregiudizi e condanne è proprio quanto hanno vissuto i personaggi di cui leggeremo nelle prossime pagine, scoprendo come il disprezzo umano è, in realtà, uno degli ingredienti del percorso per elevarsi da questo mondo al Cielo.

Qualche pagina più avanti affermo: “’L’incomprensione è una caratteristica umana universale, presente in tutte le società e in tutti i tempi, in tutte le situazioni e a tutti i livelli; ciascuno di noi ne fa esperienza diretta più volte nel corso dell’esistenza, fin dai primi giorni di vita. […] In lingua italiana questo termine è il contrario di comprensione che, derivata dal latino, significa innanzi tutto “capire” ma non solo: vedremo nei capitoli successivi che comprendere significa anche tante altre cose e comporta sforzi non solamente cognitivi ma anche spirituali, che saranno proprio quelli sui quali cercheremo di riflettere maggiormente. Abbiamo detto, dunque, che l’incomprensione è un deficit ossia una mancanza che, però, sarebbe riduttivo relegare unicamente ad una carenza di comprensione: non capire l’altro significa anche non poterlo o non volerlo ascoltare, far finta di non ascoltarlo o equivocarne il messaggio, per ignoranza o per secondi fini.

Ma cercare di comprendere Gesù e il Suo messaggio, vuol forse dire tentare di uscire dall’empasse dell’incomprensione? Vorrà dire capire l’incomprensibile?

Fabrizia Perrachon

P.S.: “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, edito da Mimep-Docete, si trova in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della casa editrice e anche su Amazon. Grazie in anticipo a chi lo leggerà, lo regalerà o lo consiglierà. Non solo farai del bene al tuo o ad altri cuori ma mi aiuterai anche a proseguire con le tante attività di testimonianza, sostegno e diffusione della fede e della speranza in tante mamme, papà, coppie, famiglie e giovani.  

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La mia continenza: un sacrificio d’amore

Pochi giorni fa Antonio mi ha chiesto di realizzare un video per rispondere a un marito, così ho deciso anche di scrivere una risposta un po’ più articolata; la domanda è questa:Se mia moglie mi ha lasciato perché si vuole divertire con altri uomini, io gli devo stare fedele anche con la castità?”.

A gennaio avevo risposto ad una domanda simile, ma ora voglio parlare di altro. Secondo la mentalità del mondo, però, la risposta alla tentazione sarebbe: “Cosa aspetti? Goditi la vita anche tu!”. Ma peccare non è mai un vero divertimento. Può sembrarlo all’inizio, perché il male spesso si presenta mascherato di dolcezza — come veleno coperto di miele — ma alla fine mostra sempre le sue conseguenze amare.

Io credo che invece questa brutta situazione possa essere sfruttata come un momento di crescita nella fede, come uno step da fare per passare al livello successivo, cioè da un amore corrisposto e quindi dove do qualcosa, ma anche ricevo, a un amore totalmente disinteressato e gratuito, come quello di Cristo.

Finché non affronti una prova concreta, non puoi sapere davvero se sei capace di superare le difficoltà. Puoi anche pensare di farcela, ma è solo il test che lo dimostra. È per questo che ho sempre sostenuto l’importanza degli esami, anche a scuola. Ricordo ancora, ad esempio, l’interrogazione finale in quinta elementare: un momento formativo che oggi, purtroppo, è stato eliminato.

In questo caso c’è in gioco la fede, ci crediamo davvero o siamo solo capaci a biascicare qualche preghiera, giusto per accontentare la nostra coscienza?

Nessuno vorrebbe affrontare le prove della vita, ci immaginiamo sempre che la nostra strada sia in discesa, dimenticando che sono le salite quelle che temprano il corpo e lo spirito; d’altra parte la porta stretta richiede uno sforzo per entrare.

Tornando alla domanda: fare l’amore al di fuori di un legame che sia davvero un “per sempre”, senza una donazione totale e aperta alla vita, non è vero amore, ma solo un atto genitale, uno sfogo dell’istinto. Può sembrare che ci sia amore sincero, ma in realtà manca sempre qualcosa: quella pienezza e verità che solo l’impegno totale può garantire.

La fedeltà è un terreno sacro: quando un coniuge resta fedele nonostante l’abbandono dell’altro, sta mantenendo aperta la porta alla grazia e alla potenza di Dio, permettendoGli di agire nella storia della coppia. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche sfruttare gli altri e svendersi, ma noi cristiani sappiamo che dobbiamo aver cura del nostro corpo, perché è il tempio di Dio. Quindi la fedeltà nella prova diventa fecondità nella grazia per noi e per chi ci sta intorno.

Se una moglie (in questo caso, ma vale ovviamente anche per il marito) se ne va, il marito può scegliere di comportarsi allo stesso modo, oppure restare fedele per fede e in forza del Sacramento (non perché è bravo).

Il coniuge è, su questa terra, la persona che ha il potere spirituale più grande sull’altro, perché il sacramento del matrimonio ha consacrato la loro unione. Nemmeno un sacerdote o un vescovo possono intercedere presso Dio più profondamente di un marito per sua moglie, o di una moglie per suo marito. Questo significa che la mia vita, le mie scelte, la mia fedeltà possono influenzare l’eternità di mia moglie. È facile pensare che non lo meriti, che debba pagare per ciò che ha fatto — per le ferite, per il male arrecato anche ai figli — ma quando ragiono così, sto guardando tutto con occhi umani, secondo la logica della giustizia terrena. Dio però non ragiona così: ama mia moglie quanto ama me e vuole salvarla. Ma ha bisogno della mia collaborazione per farlo.

Quindi se io cerco di amare davvero, mettendomi dalla parte di Chi si sarebbe meritato più bene di tutti nella storia ed è stato messo in croce, sto rispettando il mio impegno di dare la vita, nonostante il suo comportamento. E quando si perde la vita per gli altri, sappiamo che invece si guadagna quella eterna, la più importante e che Dio non ci farà mancare la pace e tanto altro.

Una vita vissuta nella castità — che, più propriamente, è continenza, poiché la castità riguarda ogni stato di vita ed è molto più profonda del solo aspetto sessuale — non va intesa come un sacrificio fine a se stesso, né come una croce insopportabile. Al contrario, è una forma di donazione, una scelta d’amore. E quando sei tu a scegliere, non ti senti schiacciato da un’imposizione, ma libero e leggero nel portare avanti la tua missione.

La continenza, in questo contesto, non è privazione, ma pienezza. È la libertà di amare senza cercare compensazioni, di restare saldi nella promessa fatta, non per obbligo, ma per scelta consapevole. Chi rimane fedele non è uno sconfitto, ma un vincitore nella logica del Vangelo.

Un’ultima cosa: nei giorni nostri sembra che una persona non possa vivere bene e felice se non ha rapporti sessuali. Certamente fare l’amore è una grande fonte di piacere e appagamento, ma non è l’unica: garantisco che si può avere una vita bellissima e felice anche vivendo nella continenza. Questo avviene anche attraverso piaceri sani, come un abbraccio, una passeggiata nella natura, la visione di un film, la lettura di un libro, una pizza con gli amici, aiutare gli altri, stare insieme ai figli, gioire delle loro conquiste, un viaggio e anche pregare. Sarò strano, ma io preferisco divertirmi così e non mi manca niente, perché amando, sono insieme allo Sposo Gesù e a tanti amici.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Sindrome di Calimero

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16) Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. […]

Questo è un estratto del Vangelo della Santa Messa di oggi, che narra di un miracolo forse abbastanza noto per via della frase di Gesù : «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». Essendo un Vangelo, quello di Giovanni, ricco di simbolismi, è conveniente per noi restare su un piccolo particolare che ad una prima lettura superficiale rischia di passare inosservato.

Tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle, almeno una volta, la portata di sofferenza, fatica e dolore di una malattia. Non si tratta qui di stilare una classifica in base alla malattia, poichè sappiamo bene come ad ogni malanno (anche un banale raffreddore, un mal di testa improvviso o un mal di pancia) corrisponda un grado diverso di sofferenza, fatica e dolore.

Quello che vogliamo evidenziare è il fatto che chiunque di noi si trovi in una situazione di malattia, non veda l’ora non solo di guarire ma di trovare la giusta cura per iniziarla il prima possibile. Mentre invece il paralitico del Vangelo non sembra sentire questa urgenza, al contrario, quasi pare che se la prenda comoda da ben 38 anni.

Gesù gli fa la domanda più semplice che si possa fare ad un malato: «Vuoi guarire?».. E lui, invece di rispondere con altrettanta semplicità un rapido “Sì”, articola una risposta traballante: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me».

La nostra replica (non quella di Gesù) sarebbe stata del tipo: Mi stai dicendo che in 38 anni non hai trovato nessuno che ti aiutasse? Non è che forse sei stato tu a non chiedere aiuto? E noi sposi, cosa risponderemmo alla semplice domanda di Gesù ?

Quando incontriamo coppie che ci chiedono aiuto, capita di trovare persone che, pur riconoscendo qualcosa da sistemare nel proprio matrimonio, in realtà non vogliono davvero guarire. Per alcuni, infatti, è più rassicurante restare nel ruolo di vittima, cercando compassione e attenzioni, piuttosto che affrontare il cambiamento.

A noi piace chiamare questa situazione “sindrome di Calimero“, con esplicito riferimento al pulcino protagonista dapprima di un “Carosello” e poi di una fortunata serie di episodi di cartoni animati. Questo pulcino se ne usciva sempre con questa frase : «Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però». E’ proprio grazie a questa frase che Calimero si è attirato le simpatie di grandi e piccini.

Ma noi sposi non possiamo cadere in questa trappola: per essere considerati dal nostro coniuge (o la coppia stessa dagli altri) non abbiamo bisogno di ricorrere a questi sotterfugi. Vuoi vedere sbocciare il tuo matrimonio come un fiore in primavera? Datti da fare, comincia a cambiare te stesso, non crogiolarti nelle tue sofferenze, nelle tue fragilità. Dobbiamo prendere coraggio e rispondere a Gesù con un semplice e rapido “Sì”.

Coraggio sposi, abbiamo ancora una porzione di Quaresima per lasciarci guarire da Gesù, senza però tralasciare nulla che è di nostra competenza.

Giorgio e Valentina

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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Figli con il cuore del Padre

Cari sposi, il cammino della Quaresima è lungo perché passa dal deserto, dalla fatica di purificarsi prima di entrare nella Terra Promessa. Abbiamo finora accompagnato Gesù nelle sue tentazioni, poi sul monte Tabor nella Trasfigurazione, infine l’abbiamo ascoltato nel messaggio esigente sulla conversione del cuore. Oggi il Signore ci dona un respiro e un momento di sollievo nella fatica di tenerGli il passo.

È la domenica in “Laetare”, una domenica che vuole darci un assaggio della gioia Pasquale e la gioia nella Sacra Scrittura porta sempre i tratti del banchetto, per essere un evento associato allo stare insieme senza pensieri, al buon cibo in buona compagnia. Conosciamo bene la parabola dei due figli e del padre misericordioso, un racconto che è penetrato a fondo anche nella cultura laica e nella mentalità comune.

Agli orecchi degli ascoltatori di 2000 anni fa tale racconto dovette anzitutto far ribrezzo a causa di un figlio che, nell’esigere il patrimonio con il padre vivente, di fatto gli sta augurando la morte e dimostra la più totale mancanza di relazione affettiva. Ma non da meno è stato suo fratello più grande, che manifesta una pari noncuranza di interesse per il suo ritorno e la sua rinascita interiore. Siamo di fronte ad una famiglia per certi versi disfunzionale e a un padre che forse non ha saputo educarli bene. Se a prima vista la parabola ci pare lontanissima nel tempo, immergendoci nel suo significato possiamo coglierne la sua perenne attualità.

Sia come sia la situazione vigente, comunque il grande protagonista positivo in tutto ciò è proprio il Padre che dimostra un cuore immenso e generoso nei confronti di entrambi i figli, per quanto si stiano comportando male, ognuno a suo modo.

Sebbene manchi per completo la moglie, la parabola ha un riflesso nuziale molto interessante. Possiamo infatti cogliere chiaramente una rilettura personalizzata per voi sposi.

Anzitutto, i due figli incarnano due tipi di coppia che anche oggi possono abitare e frequentare le nostre chiese. Il figlio giovane è la coppia che ancora trascina immaturità giovanili e adolescenziali mai risolte per cui sogna una vita fatta di benessere, dove potrà avere sempre i propri spazi e tutti gli hobby, anche sacrificando magari un po’ della relazione stessa. Succede così di vedere sposi che imbracciano la vocazione matrimoniale senza voler costruire un “noi” fondato e solido in comportamenti dediti all’ascolto, all’accoglienza delle diversità, alla comprensione del modo di essere altrui. Per cui poi gli anni passano veloci tra mille cose e magari pure con figli da accudire senza però aver costruito un rapporto profondo né con il Signore né tra coniugi. È inevitabile che una coppia così prima o poi sperimenti la fame e la penuria di cibo, perché non sta alimentandosi alla fonte dell’Amore.

Ma è pur vero che ci sono coppie che, persino con le migliori intenzioni e disposizioni interiori, vivono il matrimonio alla stregua del figlio maggiore, simbolo dell’orgoglio, dell’attaccamento alla propria mentalità e ai punti di vista rigidi. È l’amore che misura, che calcola ma con un suo sistema metrico che purtroppo è sempre assai ristretto e limitato. Mentre il Padre pensa in grande ed è capace di sacrificare il miglior vitello, il nostro fratellone al massimo sogna un piccolo capretto. L’amore umano è sempre circoscritto e nella coppia si fa presto a toccare i limiti del cuore, dell’uno e dell’altro.

Ecco allora che ci vuole Altro per affrontare tutta la vita assieme ma non come chi avanza con un pesante rimorchio bensì sapendo invece gioire, ridere e godersi un bellissimo banchetto. Ci vuole il cuore del Padre, che è ricco di misericordia, che perdona, che regala generosamente abiti preziosi, monili costosi e succulente vivande.

Il Padre sta qui per la grazia del matrimonio che può trasformare l’una e l’altra coppia in figli che sanno valorizzare quanto hanno e sanno fare festa di vero cuore, pur con tutte le loro povertà personali.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione del nostro cuore perché assomigli sempre più a quello del Padre. Concludo con questo bel pensiero di Papa Francesco proprio a tale riguardo: “La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore” (Angelus, 6 marzo 2016).

ANTONIO E LUISA

Il Padre è per noi sposi un modello insuperabile, un esempio da seguire con cuore umile e fedele. Noi, che siamo stati consacrati per essere immagine viva di quell’amore eterno, siamo chiamati ad amare come Lui: un amore che sa attendere sulla soglia, che perdona il male, che benedice anche quando riceve ingratitudine.

Il mondo guarda con ironia chi sceglie di amare in questo modo. Ma non è forse lo stesso scherno che ha accompagnato Gesù sulla croce? Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure, l’amore vero dona tutto senza chiedere nulla in cambio. Io custodisco la mia relazione con Luisa come il tesoro più grande che possiedo, proprio perché in lei, accanto a lei, ho fatto esperienza di un amore così: libero, ostinato, fedele.

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Parlarsi con il cuore: la forza dell’intimità e del dialogo nella coppia

La luce soffusa del tramonto entra in salotto, e io e mio marito siamo seduti uno accanto all’altro sul divano. Eppure, nonostante la vicinanza fisica, a volte mi sembra che tra di noi ci sia una distanza infinita. Il silenzio pesa come un macigno: vorrei parlare, ma non trovo le parole e temo che lui non riesca a capire quello che provo. In questi istanti mi chiedo come siamo arrivati qui, così lontani pur essendo così vicini.

Abbattere il muro del silenzio

Forse è la stanchezza dopo una lunga giornata, o la paura di disturbare una quiete apparente; così rimaniamo in silenzio entrambi, ciascuno perso nei propri pensieri. Ma quel silenzio non è pace, è un muro invisibile che ci separa. Ho imparato che tacere per evitare i conflitti a lungo andare fa più male che bene. Meglio una discussione sincera che un rancore taciuto: come dice Papa Francesco, “Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli volare. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!“. Queste parole mi incoraggiano a non temere il confronto: anche se volano i proverbiali piatti, l’importante è saperli raccogliere insieme, chiedersi scusa a vicenda e tornare ad abbracciarsi prima di dormire. Così, una sera ho deciso di rompere quel silenzio.

La voce mi tremava mentre gli chiedevo cosa non andasse e, con mia sorpresa, i suoi occhi si sono riempiti di una vulnerabilità che non gli conoscevo. Era quasi sollevato dal fatto che ne parlassimo. Entrambi temevamo di ferirci a vicenda con le nostre preoccupazioni, ma in realtà con quel silenzio ci stavamo ferendo di più.

Imparare a comprendersi

Parlando a cuore aperto, abbiamo iniziato a riscoprire un dialogo sincero. All’inizio non era facile: bisognava imparare ad ascoltare senza interrompere, ad accogliere le critiche senza mettersi sulla difensiva. Ho capito che dovevo provare a vedere le cose dal suo punto di vista, mettermi nei suoi panni. Il noto psichiatra e sessuologo Willy Pasini descrive bene questo concetto quando afferma che “Intimità vuol dire mettersi nella pelle dell’altro senza smarrire il senso della propria identità. Vuole dire ricevere l’altro nel proprio territorio intimo senza sentirsi invasi o contaminati“. In altre parole, per comprenderci davvero dovevamo entrare l’uno nel mondo emotivo dell’altro, mantenendo però ciascuno la propria autenticità.

Col tempo, esercitando questa empatia reciproca, ho visto mio marito sotto una luce nuova. Dietro il suo silenzio c’era spesso l’insicurezza, il timore di non essere all’altezza delle mie aspettative; dietro la mia chiusura c’era la paura di non essere compresa. Parlandone, ascoltandoci con pazienza e dolcezza, ci siamo sentiti gradualmente più vicini. Ogni confessione sincera e ogni emozione condivisa diventavano un mattone in più a rafforzare la nostra intimità. Quando mi raccontava delle sue ansie, invece di giudicarlo lo abbracciavo, e lui faceva lo stesso con me. Abbiamo scoperto che la vera comunicazione richiede coraggio e vulnerabilità, ma ripaga con una rinnovata complicità.

Oltre la semplice vicinanza fisica

La nostra relazione non è mai mancata di gesti affettuosi o momenti di vicinanza fisica. Eppure in passato capitava di sentirci lontani anche mentre ci tenevamo per mano. Ho realizzato che l’intimità non coincide solo con la prossimità corporea o con la sessualità. Si può dormire nello stesso letto e risvegliarsi più distanti nel cuore di quanto si immagini. Del resto, come scrive lo psicologo Erich Fromm, “L’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due umane creature“. Solo l’amore e una presenza autentica possono colmare veramente quel vuoto. Per sentirci davvero uniti, dovevamo nutrire la tenerezza e la comprensione almeno quanto l’attrazione fisica.

Da quando abbiamo iniziato a dialogare davvero, anche i momenti di intimità fisica tra noi hanno acquisito un significato più profondo. Non erano più un tentativo di mascherare un distacco, ma l’espressione sincera di un legame che si stava rinsaldando. Sentirmi emotivamente vicina a lui faceva sì che ogni abbraccio e ogni bacio fossero più caldi e carichi di senso. Ci guardavamo negli occhi e sapevamo di esserci l’uno per l’altra, con tutte le nostre fragilità, ma senza più quei muri di incomprensione.

L’amore come scelta quotidiana

Dopo anni insieme, stiamo comprendendo una lezione fondamentale: amare non significa vivere per sempre in un idillio privo di problemi, ma scegliere ogni giorno di esserci l’uno per l’altra nonostante le difficoltà. San Giovanni Paolo II ricordava che “Amare non è soltanto un sentimento; è un atto di volontà che consiste nel preferire in maniera costante, al proprio, il bene altrui“. Questa frase risuona in me ogni volta che devo decidere se chiudermi nel mio orgoglio oppure fare un passo verso mio marito per il bene del nostro rapporto. L’amore maturo richiede impegno: significa mettere il bene dell’altro al centro anche quando l’entusiasmo iniziale lascia il posto alla routine.

Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo un’altra opportunità per dialogare, capirci e sostenerci a vicenda. Ci chiediamo a vicenda: “Come stai oggi?” e ascoltiamo davvero la risposta. Ci teniamo per mano non per abitudine, ma per confermarci che siamo uniti, pronti ad affrontare insieme ciò che la giornata ci porterà. E la sera, prima di dormire, non importa se c’è stato qualche battibecco: troviamo sempre il modo di dirci “ti voglio bene” e di ringraziarci per la comprensione reciproca.

La nostra è diventata una storia quotidiana di piccole riconciliazioni e di grandi gesti d’amore silenziosi. Non saremo mai una coppia perfetta, ma ci sentiamo più forti e uniti. Abbiamo scoperto che l’intimità e il dialogo sincero sono davvero la chiave per restare vicini: due cuori che imparano, giorno dopo giorno, a parlarsi con sincerità e ad amarsi con coraggio.

Antonio e Luisa

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Spinte e Dinamiche nel Matrimonio

La relazione tra marito e moglie non è solo una questione di sentimenti, ma anche di dinamiche psicologiche profonde che influenzano il modo in cui ci si relaziona l’uno all’altro. Una delle chiavi di lettura più interessanti per comprendere queste dinamiche è offerta dall’Analisi Transazionale (AT), teoria psicologica sviluppata da Eric Berne. In particolare, il concetto delle “spinte” (o drivers) rivela molto sulle motivazioni inconsce che influenzano il comportamento degli sposi. Comprendere queste spinte è essenziale per costruire un matrimonio più consapevole e armonioso.

Cosa sono le spinte nell’Analisi Transazionale?

Claude Steiner, uno degli allievi di Berne, definisce le spinte come messaggi interiorizzati durante l’infanzia che spingono la persona ad agire in un certo modo per ottenere riconoscimento e accettazione. Secondo Steiner, “i drivers influenzano profondamente la nostra capacità di stabilire relazioni sane, spesso senza che ne siamo consapevoli”. Le principali spinte individuate dalla AT sono:

  • Sii perfetto
  • Sii forte
  • Compiaci (o “Fa’ piacere”)
  • Sbrigati
  • Sforzati

Queste spinte, se non riconosciute e gestite, possono generare tensioni e incomprensioni nella coppia.

Come le spinte influenzano la relazione coniugale

Ogni coniuge porta con sé una storia di vita che include messaggi inconsci ricevuti nell’infanzia. Quando questi messaggi diventano regole rigide, possono trasformarsi in fonte di stress e frustrazione nel matrimonio. Vediamo alcuni esempi pratici.

Il peso della perfezione

Uno sposo con la spinta “Sii perfetto” tenderà a volere che tutto sia impeccabile, dalla casa alla gestione delle finanze, fino al modo di educare i figli. Questo può generare pressione nel coniuge, specialmente se questi non condivide lo stesso standard di perfezione. Se non gestita, questa spinta può portare a critiche continue e a un senso di insoddisfazione cronica.

La rigidità del “Sii forte”

Chi ha interiorizzato la spinta “Sii forte” tenderà a reprimere le proprie emozioni per dimostrare di poter affrontare tutto senza cedimenti. Nel matrimonio, però, la vulnerabilità è essenziale per costruire intimità. Se un coniuge si mostra sempre invulnerabile, l’altro può sentirsi escluso emotivamente, portando a una distanza affettiva crescente.

Il rischio del compiacere sempre

La spinta “Compiaci” è particolarmente presente in chi ha imparato che il proprio valore dipende dalla soddisfazione degli altri. Uno sposo con questa spinta tenderà a sacrificare i propri bisogni per evitare conflitti, ma alla lunga questo atteggiamento può generare frustrazione e risentimento.

L’ansia del “Sbrigati”

Una moglie con la spinta “Sbrigati” sentirà di dover sempre fare tutto di corsa, senza mai prendersi il tempo per vivere i momenti con calma. Questo può creare tensione con un marito più riflessivo, portando a incomprensioni e irritazioni frequenti.

Lo stress del “Sforzati”

Chi si sente spinto a “Sforzarsi” vive ogni compito come una prova di resistenza. Nel matrimonio, questo può tradursi in una continua fatica nel dimostrare amore, nel crescere i figli o nel portare avanti gli impegni quotidiani, con il rischio di esaurimento e frustrazione.

L’importanza di riconoscere e trasformare le spinte

Papa Francesco, parlando della coppia cristiana, afferma: “Amare non è solo un sentimento, è un’opera artigianale, è un lavoro continuo”. Questo significa che per costruire una relazione solida è necessario conoscersi in profondità, comprese le dinamiche interiori che condizionano il nostro modo di amare.

Come si possono allora gestire queste spinte per farle diventare un punto di forza nella relazione?

1. Diventare consapevoli della propria spinta dominante

Riconoscere qual è la spinta che ci guida è il primo passo per modificarne gli effetti. Un marito che si accorge di voler sempre essere forte può iniziare a lavorare sulla condivisione delle proprie emozioni.

2. Comunicare con il coniuge

Spesso l’altro subisce le nostre spinte senza capire da dove derivano. Parlare apertamente delle proprie difficoltà può favorire una maggiore comprensione reciproca e ridurre i conflitti.

3. Integrare il Vangelo nella relazione

San Giovanni Paolo II diceva: “La famiglia è il luogo dove si impara a donarsi”. Comprendere le nostre dinamiche interiori ci aiuta a vivere il matrimonio come un luogo di crescita reciproca, trasformando le spinte in strumenti di amore anziché in ostacoli.

Conclusione

L’Analisi Transazionale offre una prospettiva preziosa per comprendere le dinamiche profonde che influenzano la relazione coniugale. Le spinte, se riconosciute e trasformate, possono diventare occasioni di crescita e maturazione per entrambi i coniugi. Come cristiani, siamo chiamati a lavorare sul nostro cuore, lasciando che la grazia di Dio trasformi le nostre rigidità in occasioni di amore autentico.

Antonio e Luisa

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C’era una volta un re. Libero di amare

I nostri cuori sono liberi di fronte all’amore? Non la libertà del “faccio quello che voglio”. E nemmeno l’amore degli stickers a cuoricino o delle dichiarazioni eclatanti da film. Parlo dell’amore vero, autentico, quello che si dona e che dona, che dà prima di ricevere. Siamo capaci di un amore così?

Trentacinque anni fa, in Belgio, stava per accadere qualcosa di clamoroso, che avrebbe segnato un prima e un dopo nella storia. Non solo quella politica ma, soprattutto, quella delle coscienze.  Il 3 aprile 1990 re Baldovino abdicò per due giorni pur di non firmare il referendum che legalizzava l’aborto entro le dodici settimane. “So che agendo così – scrisse al Capo del Governo Wilfried Martens – non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino, autenticamente cattolico, aveva sempre messo Dio al primo posto nella sua vita. Non aveva vissuto un’infanzia semplice: perduta la madre a cinque anni, era stato fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 15 dicembre del 1960 aveva sposato Fabiola de Mora y Aragón, nobile spagnola, anche lei credente fervente. Si racconta che entrambi erano stati nubili a lungo perché intenzionati a sposarsi solo con la persona giusta. Fabiola aveva dichiarato: “Ho messo la mia vita nelle mani di Dio, mi abbandono a Lui, forse Egli mi prepara qualcosa”. Da ragazza aveva pubblicato una serie di novelle per bambini, intitolata “Los doce cuentos maravillosos”, i “Dodici racconti meravigliosi”.

La vita di Baldovino e Fabiola fu messa alla prova da ben cinque aborti spontanei. La coppia, pur davanti a queste prove dolorosissime, non perse mai la fede e affrontò tutto con grande abbandono alla volontà di Dio. Il sovrano dichiarò: “Ci siamo interrogati sul senso della nostra sofferenza e, a poco a poco, abbiamo capito che il nostro cuore era più libero per amare tutti i bambini, assolutamente tutti i bambini”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino e Fabiola amavano i bambini, da sempre. Non avrebbero mai firmato una legge che ne avrebbe condannato a morte un alto numero. Baldovino e Fabiola furono coerenti con la loro fede, anche a discapito della loro posizione di reali. Baldovino abdicò per due giorni per non metterci la firma. E la faccia. E la coscienza. Non poteva opporsi perché il Parlamento aveva ormai deciso. Lui, però, non si è sporcato l’anima vendendola “al mercato del mondo”, come avrebbe detto San Charbel. La legge passò ma senza la sua approvazione. E il suo autografo. E la sua anima. Baldovino e Fabiola avevano dimostrato nei fatti, e non solo a parole, la loro fede e il loro amore a Dio. E, con esso, l’amore alla vita. Avevano, così, cinque figli nati in Cielo e chissà quanti sulla terra. Amati davvero.

Il 17 dicembre 2024 è partito l’iter per la causa di beatificazione di Baldovino. Dopo la visita del Papa in Belgio, il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato il regolare processo, costituendo una Commissione formata da esperti in ricerca archivistica e storia belga, con il compito di raccogliere e valutare la documentazione relativa al sovrano.

Baldovino e Fabiola si sono amati di un amore autentico, vero, libero. Libero dai condizionamenti del loro status sociale, libero dall’ipocrisia, libero dalle falsità. Il non aver avuto figli sulla terra non ha scalfito il loro rapporto né quello con Dio. Anzi, ha rinsaldato entrambi, rendendo i loro cuori capaci di amare nella libertà e nella grandezza di chi sa che Dio dispone tutto per il Bene più grande. Baldovino e Fabiola si erano fidanzati a Lourdes l’8 luglio del 1951 e, senza dubbio, Maria Santissima è stata la loro guida, la loro forza, la loro speranza.

Baldovino aveva composto di suo pugno una preghiera: “Che importa se devo bere un calice amaro, e se sento il mio cuore triste fino alla morte: poiché sei tu, Gesù, che vuoi il sacrificio, io non conto. A tua volontà, mio Gesù, lascia cadere il velo, mostrami la tua bellezza, stringimi tra le tue braccia, o dal cielo oscurato ruba ogni stella: io non conto. Dammi, mio Gesù, la tua pace o la tempesta, corona i miei sforzi, o non sostenermi, sotto il peso dei dolori lascia piegare la mia testa: io non conto. Che il mio cuore sia ferito, anche da coloro che amo, che importa mio Gesù, visto che mi amerai! Che il bene che faccio sia esso stesso sospettato: io non conto. Se vuoi che ti onori incessantemente, o se devo languire nell’impotenza, ahimè! Che importa, mio Gesù! Lo vuoi: ti adoro! Io non conto. Se devo finire di scalare il calvario, se il Cireneo manca anche ai miei passi, che importa, mio Gesù! Vedrai la mia miseria. Io non conto. Non importa il mio piacere, la mia gioia, la mia sofferenza! Solo Gesù deve contare nel mio cuore qua sotto. Solo a lui gloria, amore, gratitudine: io non conto”.

Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo. E con una regalità che profuma tanto di Lassù e poco di quaggiù, la cui preghiera – in Quaresima – può diventare anche la nostra.

Fabrizia Perrachon

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L’amore è dono, non prigione: costruire relazioni autentiche

Le sane relazioni ci liberano, quelle cattive ci rendono dipendenti. La libertà vera la sperimentiamo quando ci sentiamo noi stessi, e quindi liberi, anche se abbiamo un legame con un’altra persona.

Oggi uno dei grandi problemi che noi giovani affrontiamo è il rischio di vivere due estremi opposti: da un lato, isolarci inseguendo un’illusoria indipendenza affettiva, priva di impegni, responsabilità e attenzioni verso gli altri; dall’altro, legarci così profondamente a qualcuno da rendere la nostra vita interamente dipendente da quella persona.

Gesù viene a liberarci dalle nostre dipendenze affettive — che si tratti di genitori, figli, amici o del partner — affinché le nostre relazioni si fondino su un autentico equilibrio, in cui ciascuno sta in piedi sulle proprie gambe. Solo in questo modo si crea un legame sano, dove se uno dei due dovesse vacillare, l’altro può sostenerlo. Posso davvero aiutare e sorreggere l’altro solo se io stesso sono capace di restare saldo; diversamente, rischieremmo entrambi di cadere.

Una relazione affettiva sana non è credere di non essere “bisognosi di amore”. Tutti siamo bisognosi di amore, tutti cerchiamo qualcuno che ci ami, tutti abbiamo ferite da guarire, che solo l’amore e gli occhi amorevoli dell’altro possono lenire; ma questo non deve finire per essere una dipendenza, una droga. Si può essere drogati di affetto, cercare sempre nell’altro quel qualcosa, che a noi manca: essere dei pozzi senza fondo, dove l’amore dell’altro finisce per perdersi.

Una relazione sana nasce dalla capacità di accogliere l’altro, proprio come quando attingiamo acqua da una fonte. Per raccoglierla e dissetarci, dobbiamo intrecciare le mani, creando così uno spazio capace di trattenere quell’acqua. Se le nostre mani restassero aperte e separate, non riusciremmo a bere, neppure se la fonte fosse inesauribile. Allo stesso modo, se non siamo disposti ad accogliere l’amore dell’altro, nessuna quantità di affetto potrà davvero colmare la nostra sete di amore infinito.

Una relazione sana nasce quando entrambi sono disposti a mettere in gioco i propri “cinque pani e due pesci”, ossia le proprie abilità, talenti ed energie, al servizio del rapporto. Questo impegno condiviso ci rende consapevoli che la felicità della relazione non è frutto del caso, ma dipende dall’investimento concreto e costante che ciascuno sceglie di fare per costruirla e farla crescere.

Un’altra tentazione è quella infatti di demandare la nostra felicità all’altro o all’Altro. Essere dipendenti quindi dalla persona che abbiamo accanto o attendere che Dio faccia tutto per noi. Questa è una delle tentazioni del deserto “buttati, tanto ci saranno gli angeli che ti prenderanno“. A volte tra i cristiani subentra un pericoloso approccio “miracolistico” del sacramento del matrimonio: “Sposiamoci, tanto poi ci pensa Dio“. Il sacramento dovrebbe fare da tappa buchi ai nostri “punti di morte”, a tutte quelle zone d’ombra, che non abbiamo voluto vedere durante il fidanzamento per pigrizia, superficialità o “spiritualismo”, e si finisce poi per chiedersi “ma come è possibile, quella coppia era così credente eppure si sono separati“.

Il sacramento del matrimonio è una grazia, una collaborazione dello Spirito Santo, che trasforma i nostri sforzi (1+1) in frutti che oggi danno il 30, domani il 60 e dopodomani il 100. Senza questa collaborazione attiva, anche la Grazia non può nulla, perchè non trova dei cuori pronti a ricevere, delle mani giunte a raccogliere quell’acqua che disseta.

sempre più importante che la pastorale dedichi maggiore attenzione e tempo ai fidanzati, andando oltre quei corsi brevi e puramente “burocratici” che, purtroppo, si vedono ancora in molte parrocchie. Un fidanzamento autentico, vissuto con impegno, sacrificio e lavoro su se stessi e sulla relazione, è una tappa fondamentale per costruire un matrimonio felice.

Le fondamenta di una vita coniugale solida si gettano proprio durante il fidanzamento: è in questo periodo che vanno affrontate con onestà le ferite interiori e le zone d’ombra di ciascuno. Se un fidanzamento scorre in modo troppo lineare, senza scossoni o conflitti, è importante riflettere: potrebbe significare che non si è ancora esplorato in profondità il proprio cuore e quello dell’altro, restando fermi a un livello superficiale. Un confronto sincero e talvolta anche difficile è invece segno di una relazione che sta crescendo nella verità e nella maturità.

Daniele Chierico

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Corso Agape Assisi per fidanzati in preparazione al matrimonio: Prossimo corso 12-16 Giugno

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Concludo con questo bellissimo video dell’ottimo Luigi Maria Epicoco sulle relazioni affettive:

Un Attimo Lunghissimo

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14;8,10c) In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, perché Dio è con noi».

Questa è la prima lettura nella Santa Messa di oggi: solennità dell’Annunciazione del Signore, una festa che ci dona una grande gioia nella fede. Non è semplicemente una questione di tempistica, ovvero siccome mancano esattamente 9 mesi al Natale del Signore Gesù sembra palesemente ovvio inserirne il concepimento 9 mesi prima, ma questo ci costringe ad alcune riflessioni.

1- Il cristianesimo non ha nulla di alienante o disumano. La nostra fede ha i piedi ben saldati a terra, per questo pone questa solennità esattamente a nove mesi dal Natale, per ricordarci che il Figlio di Dio è nato da donna, ed è vero uomo, verità che diverse eresie nei secoli hanno cercato di offuscare; la fede cattolica ribadisce oggi che Gesù è 100% Dio ma anche 100% uomo, tranne il peccato. Questo bambino si è sviluppato dentro l’utero di una mamma umana come tutti i bambini, e nonostante fosse Dio non ha voluto sottrarsi alle regole della natura umana che Lui stesso ha istituito.

2 – La grande dignità della donna. Se mai qualcuno avesse dubbi, sappia che da sempre la Chiesa, sull’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, ha riconosciuto la grande dignità della donna all’interno dell’opera della Creazione prima e della Redenzione poi. Se ci pensiamo bene, Dio ha affidato l’intero progetto della Redenzione alla risposta di una giovane vergine. Se spendiamo parole a profusione circa l’incarnazione del Salvatore, non ne spendiamo mai abbastanza sulla donna che ha reso possibile tutto ciò: la Vergine Maria.

Facendo una ricerca dei più famosi quadri dell’Annunciazione, scopriamo che in molti l’Arcangelo Gabriele è in ginocchio, non sarà un caso no? Non possiamo credere che Leonardo da Vinci abbia mandato un sms al Botticelli oppure che il Beato Angelico si sia sentito al telefono con Raffaello, eppure questo particolare ci offre lo spunto per riflettere su come anche le creature angeliche stiano in ginocchio di fronte alla Vergine. Gli angeli sono superiori per natura alla Madonna eppure a nessuno di essi è stato concesso di essere la Madre di Dio; la Madonna quindi li ha superati in Grazia, infatti la veneriamo anche col titolo di Regina degli Angeli.

E’ come se il Cielo stesse in silenzio (ed in ginocchio) per qualche attimo ad aspettare la risposta di Maria, sembra che Gabriele stia supplicandola di dire di sì. I papà e le mamme conoscono bene questa situazione, quando si attende il verdetto di un responso medico, oppure una notizia molto importante, sembra che anche il respiro si interrompa per qualche attimo per non disturbare il silenzio. Sono attimi che sembrano durare un’eternità, e che hanno bisogno di trovare soluzione in una risposta, qualunque essa sia.

3 – Il destino dell’umanità nelle mani delle donne. Il Cielo ha messo nelle mani di una giovane Vergine il destino del mondo, pensiamo mai che lei avrebbe potuto dire liberamente di no? Eppure l’Altissimo si è fidato di lei, le ha offerto la possibilità di diventare Madre di Dio pur restando Vergine. Lei ha realizzato pienamente se stessa, la propria femminilità è sbocciata nell’amore, nel dono sincero di sè ad un amore che l’ha preceduta.

San Giovanni Paolo II così scrive nella Mulieris dignitatem al n.30:

[…]La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna – proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione. […] soprattutto i nostri giorni attendono la manifestazione di quel «genio» della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo!

Carissimi, il futuro del mondo è sicuramente in mano agli sposi, ma in particolare è affidato alla sensibilità delle nostre donne. Chi meglio di loro può testimoniare la bellezza della vita dal suo naturale principio alla sua fine, la dignità di ogni vita umana perché fatta ad immagine del Creatore e destinata all’eternità?

Cari mariti, in questo giorno si innalzi la nostra lode al Signore per il dono delle nostre spose, forse non necessariamente con le mimose possiamo onorarle, ma non dimenticatevi che l’amore è vita reale, dobbiamo dimostrare loro la nostra riconoscenza.

Coraggio, scongeliamo i freezer dei nostri cuori e scaldiamo la nostra casa di amore vero.

Giorgio e Valentina

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Sì, più Inebrianti del Vino sono le tue Carezze

Dopo voce, sguardo e baci, ecco il quarto canale dell’amore tenero che si fa visibile: la carezza. Un gesto, che nella sua forma più completa diventa abbraccio, non può assolutamente mancare tra due sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Sono piccoli gesti che nutrono l’amore e rendono tangibile la presenza dell’altro nella nostra vita. Non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze esprimono il desiderio di contatto fisico con l’amato o con l’amata, ma senza prevaricazione, senza prepotenza: sono il linguaggio della tenerezza, la via privilegiata per esprimere amore nella reciprocità e nella libertà.

La Carezza: Un Linguaggio dell’Amore

La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’altro, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato diventa concreta, diventa carne. Come scrive Don Carlo Rocchetta, citando Jean-Paul Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perché allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Questa visione profonda ci aiuta a comprendere che la carezza non è solo un gesto istintivo, ma una comunicazione affettiva che esprime la volontà di conoscere e farsi conoscere attraverso il contatto fisico.

L’Abbraccio: L’Incontro delle Anime

Se la carezza è espressione della tenerezza, l’abbraccio ne è la forma più completa e coinvolgente. Nell’abbraccio si coglie la corporeità dell’amato in modo totale: il corpo intero è avvolto e circondato, permettendo di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione e dedizione in maniera diretta e intensa.

Un abbraccio con la persona amata offre sensazioni meravigliose: sentire il suo respiro, il calore del suo corpo, il suo abbandono fiducioso tra le nostre braccia genera un senso di pienezza e di pace. Non a caso, la nota terapeuta statunitense Virginia Satir affermava:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente.

Questa “terapia del contatto” è una medicina gratuita e senza controindicazioni, che nutre l’anima e rafforza l’intimità nella coppia.

L’Importanza della Tenerezza nella Vita Matrimoniale

La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi può generare gravi problemi nella coppia. Insoddisfazione, incomunicabilità, senso di solitudine e frustrazione sono spesso le conseguenze di una carenza di gesti affettuosi. Il contatto fisico rappresenta una delle forme più immediate e sincere di comunicazione affettiva: è il linguaggio del corpo che conferma l’amore quando le parole non bastano.

Secondo San Giovanni Paolo II, il corpo umano, nel contesto dell’amore coniugale, “diventa epifania della persona“, rivelando l’intimità profonda del cuore. Gli sposi che si abituano a privarsi di carezze e abbracci rischiano di perdere una parte essenziale della loro capacità di comunicare amore e tenerezza, impoverendo così la loro relazione.

L’Abbraccio: Segno della Sponsalità

L’abbraccio, in particolare, diventa una sorta di “liturgia nuziale quotidiana”. Attraverso l’abbraccio, gli sposi si riconoscono reciprocamente come dono, alimentando quella comunione di anime e corpi che è alla base del matrimonio cristiano.

Non esistono regole fisse per l’abbraccio: a volte è un gesto lungo e avvolgente, altre volte un breve e intenso stringersi. Può avvolgere l’intero corpo, oppure solo la testa o il ventre, ma in ogni caso rappresenta un linguaggio segreto che solo gli sposi comprendono.

Un abbraccio tra sposi è un incontro profondo, uno scambio di emozioni, un’espressione di “esserci” totale. Come affermava il cardinale Angelo Scola: “L’abbraccio è l’immagine concreta dell’essere ‘una carne sola’. Nell’abbraccio il corpo parla la lingua dell’amore.

La Geografia del Corpo: Un Amore che si Fa Carne

Nel matrimonio cristiano, l’amore non è astratto: si incarna nei gesti quotidiani, nel modo di prendersi cura l’uno dell’altro, e in particolare attraverso la tenerezza fisica. L’amore diventa carne e il corpo dell’altro diventa geografia dell’amore che doniamo e riceviamo.

Questa dimensione fisica dell’amore non è mai banale o secondaria: è uno dei modi più autentici per rafforzare il vincolo coniugale e per rinnovare la promessa di donarsi ogni giorno con generosità e fedeltà.

Conclusione: Non Dimentichiamo le Carezze

Le carezze e gli abbracci sono il respiro dell’amore. Sono piccoli gesti che custodiscono e nutrono il legame matrimoniale. In un tempo in cui la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane rischiano di allontanarci, è importante riscoprire la forza di una carezza e il calore di un abbraccio.

Non lasciamo che la routine ci privi di questa medicina dell’anima: regaliamoci ogni giorno quei momenti di contatto che fanno sentire l’altro amato, desiderato e riconosciuto. Così facendo, custodiremo la bellezza del nostro matrimonio e manterremo vivo il nostro amore.

Antonio e Luisa

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Quaresima, Tempo di Fecondità Rinnovata

Cari sposi, la realtà che ci circonda a volte non la possiamo cambiare e purtroppo, ci sono cose dolorose che accadono, indipendenti dalla nostra volontà. In tal senso, Gesù cita due fatti di cronaca nera, uno è un gesto di crudeltà e ingiustizia del potere regnante, l’altro è una vera e propria sventura forse imprevedibile.

Gesù non sprona a una giustizia riparativa, né aizzando i connazionali alla ribellione antiromana né esortando a mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici. Piuttosto Gesù chiede perentoriamente di cambiare sguardo su di noi, sulla vita, sul mondo, in una parola, di convertirci. Un atteggiamento analogo a quanto Dio ha intimato a Mosè dicendogli: “togliti i sandali”, come a dire: “non restare a guardare incuriosito ma anzitutto disponiti ad accogliere umilmente le mie parole”.

Ma ciò è solo il preambolo di un’altra riflessione successiva: il fico e i suoi frutti. Un fatto che sicuramente tutti noi abbiamo vissuto, quello di piantare in vaso o in orto un alberello o un vegetale per poi non veder l’ora di raccoglierne il frutto.

Cosa ci vuol dire nel fondo il Signore in questa Quaresima? Anche oggi ci sono tanti, troppi fatti deplorevoli a livello internazionale, nazionale e locale. Ma Gesù ci invita a non perdere tempo in lamentele sterili ma puntare diritti alla nostra conversione in ordine a una vita feconda e ricca di frutti. Il tempo è poco, la nostra esistenza breve. Di quanto è nelle nostre mani, un giorno il Signore ci chiederà conto.

Ed ecco voi sposi siete pienamente implicati in questa drammatica vicenda. Voi che avete ricevuto una promessa specialissima di fecondità, di crescere e di moltiplicarvi (cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano 14 novembre 1979).

Nella Genesi la benedizione per la fecondità è anzitutto data agli animali in senso ampio e poi in particolar modo alla coppia di Adamo ed Eva. Analogamente, se anche nel Vangelo il proprietario si attende frutti dal fico, quanto di più “il padrone della messe” non ne attende dalla coppia e famiglia?

Siete stati benedetti e ricolmati di un dono particolare nel matrimonio, ora Gesù vi sprona a far fruttare il talento ricevuto. La fecondità ha nel Vangelo un campo vasto di applicazione, ben oltre il concepimento di un figlio. Di questo abbiamo perlomeno due riferimenti molto chiari e precisi di Giovanni Paolo II e di Francesco.

Anzitutto la fecondità abbraccia i diversi ambiti della vita, compresa quella spirituale: “non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris consortio, 28).

Poi Papa Francesco si rivolge piuttosto ai frutti della fecondità che vanno ben oltre la coppia e famiglia stessa, generando una stima e ammirazione contagiosa anche in chi è esterno ad essa: “Con la testimonianza, e anche con la parola, le famiglie parlano di Gesù agli altri, trasmettono la fede, risvegliano il desiderio di Dio, e mostrano la bellezza del Vangelo e dello stile di vita che ci propone. Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva. La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (Amoris laetitia, 184).

Cari sposi, vi auguro e vi incoraggio all’ascolto dello Spirito in questa Quaresima che ci urge tutti ad accogliere la sua azione in noi e colmare la nostra vita di buoni e santi frutti.

ANTONIO E LUISA

La fecondità degli sposi non si misura solo nei figli, ma nella capacità di irradiare l’amore di Dio attraverso la propria vita. Come un sasso gettato in uno stagno crea cerchi concentrici che si allargano sempre più, così l’amore coniugale, se saldo e nutrito, si propaga naturalmente. Tutto parte dal cuore della coppia, unita nel sacramento del matrimonio: lì nasce una sorgente di amore autentico, capace di raggiungere i figli, gli amici, la comunità e il mondo intero. Ma se si trascura questo centro, se si mette da parte la coppia per dedicarsi solo ad altre relazioni o attività, si rischia di disperdere energia e vita. Non si tratta solo di “fare tanto”, ma di far fluire quell’amore che sgorga dalla comunione profonda tra marito e moglie. È lì che Dio si manifesta e porta frutto, toccando ogni anima incontrata sul cammino.

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La nostra scelta controcorrente e vincente

Luisa ed io abbiamo scelto la castità. Ciò significa che io ho fatto l’amore solo con lei e lei solo con me. Come raccontare questa scelta? L’abbiamo romanzata. La racconterà Giulia ma nella sua storia ci sarà tanto di noi e ne approfitteremo per dare dati scientifici e statistici reali. Mi chiamo Giulia (nome di fantasia) e ho scelto di aspettare il matrimonio prima di avere rapporti sessuali. È stata una decisione controcorrente, nata da un desiderio profondo di vivere l’amore in modo autentico e totale. Ricordo ancora le occhiate incredule di alcuni amici quando, da adolescente, confidai loro questa mia intenzione. In un’epoca in cui tutto sembra accadere in fretta, aspettare sembrava a molti un’assurdità. Eppure, dentro di me sentivo che la castità prematrimoniale non era una rinuncia sterile, ma un investimento su qualcosa di più grande.

Nei momenti difficili, mi sono chiesta spesso se stessi sbagliando tutto. Mi domandavo se aspettare avrebbe davvero fatto bene alla mia relazione futura, o se invece mi stessi privando inutilmente di esperienze che “tutti” ritenevano normali. In certe sere, il dubbio bussava prepotente: e se poi non fossimo compatibili? E se questa scelta costruisse muri invece di ponti? Non nego di aver provato un po’ di paura di fronte all’ignoto. Ma in fondo al cuore una voce mi ripeteva: “Se è vero amore, saprà attendere”. Oggi, dopo anni, posso dire che quella voce aveva ragione – e non lo dico solo per fede o idealismo, ma anche grazie a ciò che ho scoperto dalla scienza e dall’esperienza.

Il sostegno degli esperti: cosa dice la scienza?

Col tempo, ho cercato conferme esterne a ciò che intuivo. Con mia sorpresa, ho trovato sostegno nelle ricerche di psicologi e sessuologi. Uno studio condotto su 3750 persone dai ricercatori della Brigham Young University (Stati Uniti) – ateneo noto per le ricerche sulla famiglia – ha rilevato risultati sorprendenti. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (tre volte di più) di avere una relazione stabile e duratura, rispetto a chi ha avuto esperienze sessuali prematrimoniali. In pratica, i dati mostrano che la stabilità di coppia cresce enormemente con l’astinenza prematrimoniale. Non solo: tra coloro che avevano avuto un solo partner (il futuro coniuge), ben il 45% descriveva la propria vita matrimoniale come “molto soddisfacente”. Questa percentuale cala di circa un 6,5% per ogni partner sessuale aggiuntivo avuto prima delle nozze. Considerando che oggi in America una persona ha in media 6-7 partner prima di sposarsi, si capisce quanto accumulare esperienze possa erodere la futura soddisfazione.

Un altro aspetto che mi ha colpito è il legame con la soddisfazione sessuale nella vita coniugale. Contro il mito secondo cui “se aspetti poi il sesso sarà deludente”, lo stesso studio ha scoperto l’opposto: chi non ha avuto altri partner sperimenta una gratificazione sessuale doppia nel matrimonio rispetto a chi arriva da numerose esperienze. È come se la fiducia esclusiva e la scoperta reciproca rendessero l’intimità più intensa, libera da paragoni col passato o insicurezze. Questi dati smentiscono il luogo comune per cui bisognerebbe “provare” la compatibilità a letto prima di impegnarsi: non è così, e la ricerca lo conferma. L’intesa sessuale si può costruire nel tempo, su basi di amore, fiducia e comunicazione – elementi che, secondo i terapeuti, sono ben più determinanti di un’eventuale performance iniziale.

Non è solo uno studio a dirlo. Ricerche autorevoli in ambito psicologico hanno evidenziato tendenze simili. Un’analisi pubblicata sul Journal of Family Psychology ha confrontato coppie che avevano avuto rapporti fin da subito con coppie che avevano aspettato fino al matrimonio. I risultati? Chi aveva atteso fino alle nozze riportava una soddisfazione di relazione più alta del 20%, una comunicazione migliore del 12%, una minore propensione al divorzio (-22%) e persino una qualità della vita intima superiore del 15%. Insomma, sul lungo termine la scelta di aspettare sembrava premiare le coppie con maggiore armonia e solidità. Un altro studio sociologico, condotto su scala nazionale (USA), ha osservato che le persone con un solo partner sessuale in tutta la vita risultavano le più felici nel matrimonio: ad esempio, il 65% delle donne che avevano conosciuto intimamente solo il marito si dichiarava “molto felice” della propria unione, contro appena il 52% di quelle con svariati partner alle spalle. Come ha spiegato l’autore di quello studio, il sociologo Nicholas Wolfinger, avere pochi o nessun partner prematrimoniale si associa a matrimoni più felici indipendentemente dalla religiosità. È interessante notare che questi dati restano validi anche al netto di fattori come la fede religiosa: significa che i benefici della castità prematrimoniale non sono solo per chi è credente, ma valgono per tutti.

Leggere queste ricerche mi ha dato grande incoraggiamento. Immaginate la mia gioia nello scoprire che la scienza stava confermando ciò che avevo sempre sperato: ossia che aspettare fa bene alla coppia, alla qualità del rapporto e persino alla sfera fisica della relazione. Ho realizzato di non essere “strana” o sola, ma anzi in buona compagnia di esperti che sostengono, con dati alla mano, che la scelta della castità può contribuire a un amore più stabile e soddisfacente. Questa consapevolezza ha rafforzato la mia fiducia e mi ha aiutata a spiegare meglio la mia scelta anche a chi la metteva in dubbio.

La prospettiva della fede: un’alleata dell’amore

Sin da piccola la mia educazione cristiana mi aveva parlato del valore della castità. Da adolescente, devo ammettere che a volte consideravo questi insegnamenti come restrittivi; col tempo però ho iniziato a vederli sotto una luce diversa, più positiva. La fede descrive la castità non come una negazione dell’amore, ma come la sua “autentica alleata”, un modo per custodirlo e viverlo in pienezza (Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale). Queste parole, riprese anche da papa Francesco, mi hanno fatto capire che nell’attesa c’è un significato profondo: non si tratta di “reprimere” qualcosa, ma di orientare l’energia dell’amore verso il bene dell’altro, senza egoismi.

Ricordo di aver letto un giorno un documento della Chiesa che diceva: “La castità è energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività” (pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 16). Questa frase mi colpì al cuore. Pensai a quante volte, nelle relazioni moderne, il desiderio può diventare possesso, e il piacere fine a se stesso può far perdere di vista l’altro come persona. La castità, invece, educa il cuore alla pazienza, al rispetto e al dono sincero di sé. Imparare a moderare le proprie pulsioni significa imparare ad amare in maniera più libera e generosa, senza ridurre l’altro a oggetto di soddisfazione. Nella mia esperienza, pregare e affidarmi a questi ideali mi ha dato la forza nei momenti di debolezza e mi ha ricordato il perché della mia scelta: non paura del sesso, ma amore per una visione più grande del sesso stesso, inserito in una promessa di vita condivisa.

Non sono mancate le incomprensioni. Qualcuno ha insinuato che la religione mi “imponesse” questa strada. In realtà io mi sono sentita profondamente libera nella mia decisione, e anzi sostenuta dalle parole di guide spirituali che sottolineavano la bellezza dell’attesa. Papa Giovanni Paolo II, ad esempio, incoraggiava i giovani alla purezza con fiducia, affermando che solo imparando la padronanza di sé si può vivere l’amore vero come dono totale. E nelle omelie del mio padre spirituale sentivo spesso ripetere che “la castità prematrimoniale va riscoperta come un bene per la coppia”, mai come un tabù opprimente. Col tempo ho capito che, per me, fede e ragione andavano a braccetto: da un lato i dati concreti degli esperti, dall’altro la saggezza antica della mia tradizione religiosa, entrambi puntavano nella stessa direzione. Questo duplice appoggio mi ha dato una serenità incredibile nel proseguire.

Un esempio dalla letteratura: l’ideale della purezza

Nelle mie riflessioni, ho trovato conforto e ispirazione anche nella letteratura. Un esempio significativo si trova nel romanzo Ragione e Sentimento di Jane Austen. La protagonista, Elinor Dashwood, rappresenta la personificazione della “ragione” e dimostra come la pazienza e l’autocontrollo possano portare a una relazione solida e duratura. Nonostante le difficoltà e le delusioni, Elinor attende con compostezza e fiducia, e alla fine il suo amore viene ricambiato, premiando la sua costanza e integrità. Questo esempio letterario evidenzia come l’attesa e la moderazione possano rafforzare i legami affettivi, portando a un amore più maturo e consapevole.

Conclusione: verso un amore più autentico

Oggi, guardando indietro, sono felice di aver vissuto la castità prematrimoniale. Ho sposato l’uomo che amo – anche lui ha condiviso questa scelta con me – e posso dire che la nostra intesa, costruita prima sull’affetto e sul rispetto, ora fiorisce anche nella complicità. Non abbiamo termini di paragone se non noi stessi, e questo lungi dall’essere un limite, si sta rivelando una bellissima scoperta reciproca giorno dopo giorno. Ogni gesto intimo è nostro, esclusivo, carico di un significato che affonda le radici negli anni di attesa e di amore coltivato in altri modi.

Difendere il valore della castità prematrimoniale nella mia vita non è stato facile: ho dovuto spiegarmi, talvolta giustificarmi, e non sempre sono stata compresa. Ma rifarei questa scelta altre mille volte. Ho capito che aspettare non significa reprimere l’amore, significa dargli il tempo di maturare. Nel mio percorso ho sentito dire che “se ami davvero qualcuno, vuoi il suo bene, non solo il tuo piacere immediato”. E credo sia vero. Per noi, aspettare ha voluto dire imparare altri linguaggi dell’amore: il dialogo profondo, la tenerezza nei gesti semplici, la pazienza nelle difficoltà. Abbiamo costruito un’intimità emotiva e spirituale così forte che, quando è arrivato il momento di unirci anche nel corpo, ci siamo sentiti pronti a donarci completamente l’uno all’altra, senza paure né riserve.

Scrivo questa testimonianza personale con il cuore colmo di gratitudine. La castità prima del matrimonio è stata per me un cammino di crescita, una palestra di fiducia reciproca e di autodisciplina, che ci ha preparati ad affrontare insieme le sfide della vita matrimoniale. Le voci della scienza e quelle della fede, ciascuna a suo modo, mi hanno aiutata a tener duro e a capire il valore di quello che stavo facendo. E oggi, nel vivere un rapporto che considero felice e stabile, posso dire che ne è valsa la pena.

Se c’è una cosa che vorrei trasmettere a chi legge, è questa: non abbiate paura di andare controcorrente per qualcosa in cui credete. Nel mio caso era la castità prematrimoniale, per altri potrà essere altro. All’inizio ci si sente soli, ma poi scopri che non sei il solo a credere in certi valori profondi. E scopri, soprattutto, che quell’impegno sincero verso l’amore ti restituisce cento volte tanto in serenità, rispetto e complicità con la persona che hai accanto. Io l’ho vissuto sulla mia pelle. E, citando ancora quelle parole che mi hanno guidata, la castità è davvero un’alleata dell’amore, perché lo libera da tante paure e superficialità, aiutandoci a viverlo nella sua forma più pura e duratura. Con il senno di poi, non posso che dire: grazie a quella me stessa giovane che ha avuto il coraggio di scegliere una strada meno battuta. Quella strada mi ha portato dove desideravo: a un amore autentico, felice e fedele, che dura nel tempo. E di questo non posso che rendere testimonianza con gioia.

Antonio e Luisa

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