Dostoevskij, Bridget Jones e il Dilemma dell’Amore

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij, il cui genio letterario continua a illuminare il nostro pensiero anche a 200 anni dalla sua nascita, ci offre in L’eterno marito (1870) una profonda riflessione sul mistero dell’amore e dell’attrazione. In quest’opera, la figura di Natalia Vasilievna emerge come una fonte inesauribile di fascino, capace di incidere sulla vita dei personaggi e di trascendere persino i confini della morte. Essa diventa il fulcro attorno al quale ruotano le passioni contrastanti di due uomini: Aleksej Velchaninov, l’amante, e Pavel Trusotsky, l’eterno marito.

Natalia, con il suo magnetismo ineguagliabile, non rappresenta soltanto un volto o un nome, ma incarna quel mistero femminile che attira gli sguardi e infiamma i cuori. Aleksej, attratto dalla sua dimensione passionale e trasgressiva, la percepisce come un oggetto del desiderio, mentre Pavel la contempla con occhi colmi di responsabilità e di un amore che guarda oltre il presente, proiettandosi nel futuro famigliare. Come scrive Dostoevskij ne L’eterno marito:

“Non si può non essere incantati dalla sua presenza, da quell’aura che le conferisce un senso di eternità e di verità, capace di far vacillare la ragione degli uomini.”

Questa citazione non solo conferma l’idea che Natalia eserciti un’attrazione irrefrenabile, ma evidenzia anche la duplice natura dell’amore: da un lato, il desiderio passionale che conduce all’immediatezza dell’istinto, e dall’altro, il richiamo di un amore che aspira alla comunione e al dono totale di sé.

Questa dinamica amorosa trova sorprendenti parallelismi con la moderna Bridget Jones’s Diary. Bridget si trova anch’essa contesa tra due uomini dalle caratteristiche opposte: Daniel Cleaver, affascinante ma superficiale, e Mark Darcy, serio e affidabile. Come Natalia, anche Bridget è divisa tra il desiderio di passione e la ricerca di un amore autentico e sicuro. La tensione tra la superficialità del piacere e la profondità dell’impegno si riflette in entrambi i racconti, dimostrando che, a prescindere dal contesto storico, il cuore umano è attraversato dalle stesse lotte interiori.

È in questo contesto che la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II si fa luce, offrendoci una visione in cui il corpo umano non è soltanto materia o semplice oggetto di desiderio, ma diventa segno e strumento del mistero divino. Il Pontefice ci insegna che il corpo è un dono, un simbolo dell’amore che Dio ha per noi e che ci chiama a vivere la nostra sessualità in maniera integrata e responsabile. Come afferma con passione Giovanni Paolo II:

“Il dono del corpo è il dono dell’amore.”

In questo insegnamento, ogni atto d’amore autentico si configura come un’offerta totale di sé, un cammino di comunione che trascende il mero piacere fisico per elevarsi al livello del sacro. La differenza fra Aleksej e Pavel, dunque, si evidenzia come il contrasto fra un amore consumistico e un amore donativo, tra il desiderio egoistico e il vero atto di dono reciproco.

Dostoevskij stesso, nel delineare le figure di Aleksej e Pavel, ci offre una chiave di lettura per comprendere questa dicotomia. Un’altra citazione significativa del romanzo recita:

“Il cuore dell’uomo si divide tra la passione che lo spinge verso l’effimero e la speranza di una comunione che lo renda eterno; in questo conflitto, ogni scelta è una rivelazione di se stessi.”

Queste parole risuonano fortemente con il messaggio della Teologia del Corpo, secondo cui l’amore, per essere pienamente realizzato, deve essere un cammino di auto-donazione e di responsabilità. Non si tratta semplicemente di cedere ai propri impulsi, ma di saperli trasformare in un atto d’amore che unisce due anime in un patto di vita e di fede.

Nel romanzo, Pavel incarna quella dimensione sacramentale del rapporto coniugale: egli vede in Natalia non solo una compagna, ma la madre dei suoi futuri figli, il simbolo di un’unione che dà vita e che trascende la dimensione terrena. Questo ideale richiama fortemente la visione di Giovanni Paolo II, secondo cui il matrimonio è il contesto privilegiato in cui il dono del corpo diventa un atto di creazione e di testimonianza dell’amore divino. Il corpo, in questo senso, si fa strumento di una grazia che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando veicolo di una verità che unisce le persone nella loro totalità.

Al contrario, Aleksej rappresenta quel lato dell’amore che si perde nell’esteriorità, nella ricerca del piacere immediato, senza la consapevolezza del dovere del dono. Il suo sguardo, pur essendo attratto dalla bellezza di Natalia, non riesce a cogliere quella dimensione profonda che trasforma l’amore in un cammino di crescita e di responsabilità. Come osserva Dostoevskij,

“L’attrazione che suscita Natalia non è soltanto una fiamma passeggera, ma un’eco che risuona nell’anima, rivelando i desideri più nascosti e le fragilità dell’essere umano.”

Questa riflessione evidenzia come ogni atto d’amore comporti una scelta: quella di abbracciare il dono del corpo in tutta la sua dimensione, oppure di lasciarsi trascinare da impulsi che possono condurre a una frammentazione dell’essere. La scelta, in definitiva, diventa un atto di fede, un cammino verso la pienezza della vita.

In sintesi, l’incontro tra la visione letteraria di Dostoevskij, la moderna Bridget Jones e la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II ci offre una prospettiva profonda e appassionata sull’amore. Natalia Vasilievna e Bridget Jones, con le loro insicurezze e desideri, diventano il simbolo di un’eterna lotta tra il fascino della passione e la solidità dell’amore vero. I personaggi di Aleksej, Pavel, Daniel Cleaver e Mark Darcy ci mostrano due percorsi possibili: uno che si perde nell’effimero e uno che, pur riconoscendo la passione, la trasforma in un atto di responsabilità e comunione.

Antonio e Luisa

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Simone Cristicchi: Riconoscersi Dentro una Storia d’Amore

Perché la canzone di Simone Cristicchi sta riscuotendo tanto successo e toccando trasversalmente il cuore di tutti, giovani e anziani, uomini e donne? Certo, lui è un poeta nel vero senso della parola, un uomo con una profondità interiore straordinaria che riesce a esprimere attraverso la sua arte. Non ha una voce perfetta, ma comunica con le parole emozioni autentiche, e forse questo è ancora più importante. Ci fa sentire fratelli tutti! Ma in questo caso c’è di più. Simone ha toccato una corda fondamentale della nostra umanità: ha risvegliato quella nostalgia di un amore autentico che tutti portiamo dentro.

Probabilmente non lo avete mai notato. Il quarto comandamento del Decalogo non è posizionato a caso. C’è una motivazione precisa, e comprenderla è fondamentale per la nostra vita, per il nostro matrimonio e per i nostri figli.

I dieci comandamenti si dividono in due parti: i primi tre riguardano la nostra relazione con Dio, mentre i successivi sette concernono i rapporti con le altre persone. Relazione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli: come una croce. Il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, non è solo il primo della seconda parte, ma è il trait d’union tra le due sezioni. Esso rappresenta, come in una croce, il punto di incontro tra la trave orizzontale e il palo verticale.

Perché onorare il padre e la madre viene prima di “Non uccidere”? Non è scontato. Non rispettare i genitori è un comportamento indegno, ma uccidere una persona è enormemente più grave. Eppure, il motivo di questa scelta è chiaro: è fondamentale riconoscerci figli per poter poi accogliere tutti gli altri comandamenti e relazionarci in modo positivo e amorevole con il nostro prossimo.

Riconoscerci figli di Dio e dei nostri genitori. Riconoscerci parte di una storia che ci precede. Anselm Grün dice che chi disonora il padre e la madre sta disonorando anche se stesso, perché rinnega le proprie radici. Siamo venuti al mondo perché due persone si sono amate, e noi siamo frutto di quell’amore. Non siamo qui per caso. Siamo stati voluti e siamo tuttora amati profondamente.

Come canta Cristicchi in “Quando sarai piccola”: “Quando sarai piccola, io sarò con te, quando il tuo passo stanco tremerà vicino a me, quando sarai piccola, e il mondo andrà più in fretta, non preoccuparti, io rallenterò.

Queste parole raccontano una verità profonda: l’amore che ci ha generati non ci abbandona. Ci ha sostenuto nella nostra fragilità di bambini e, con il tempo, sono i nostri genitori a diventare fragili, affinché possiamo prenderci cura di loro. Un cerchio che insegna a donare e ad accogliere, a essere forti per sostenere e deboli per avere bisogno degli altri.

Papa Francesco, parlando dei nonni, ci ricorda che “un popolo che non custodisce i nonni e non tratta bene i nonni, è un popolo che non ha futuro“. Onorare il padre e la madre non è solo una questione di rispetto, ma il fondamento della continuità della nostra storia e identità.

Il quarto comandamento ci dice che la nostra vita è un dono d’amore. Chi si comporta male, spesso, ha alle spalle grandi sofferenze dovute proprio alla mancanza di questa consapevolezza. Non sa di essere amato. Franco Nembrini racconta di un confronto con alcuni studenti quindicenni. Chiese loro quale fosse il senso della vita. Uno rispose: “Non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata.” Nembrini rimase spiazzato e amareggiato, pensando al dolore che quel giovane doveva avere dentro di sé.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e poter amare gli altri. Per questo fare esperienza di Dio e permetterGli di entrare nella nostra vita cambia tutto. Sentirci amati e perdonati è l’unico modo per accogliere il Decalogo non come una lista di divieti, ma come un dono che Dio ci fa per vivere da amati e da amanti, da persone che sanno donarsi senza usare l’altro. Sentirci amati ci fa vivere da persone felici, perché l’amore è la sola cosa che davvero desideriamo.

Ancora Cristicchi ci offre un’immagine potente dell’amore che ci lega ai nostri genitori e ai nostri figli: “E quando sarai piccola e il tempo sembrerà svanire, negli occhi miei ti specchierai, e ti accarezzerò.

Questo amore che ci tiene uniti, che ci accompagna lungo il cammino della vita, è la più grande testimonianza di chi siamo: figli amati, chiamati ad amare. Onorare il padre e la madre non è solo un comandamento, ma la chiave per comprendere la nostra esistenza, il ponte che ci collega a Dio e agli altri, la radice che ci permette di crescere e di dare frutti d’amore.

Antonio e Luisa

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Il rimedio all’infedeltà coniugale

Love is in the air” in questi giorni! Siamo alla vigilia di San Valentino e il carrozzone commerciale di cuori e cuoricini sta macinando fatturato a tutto spiano. A parte che i veri innamorati non lo sono soltanto adesso ma non possiamo dimenticare quanti, invece, stanno soffrendo per amore. Storie andate male, matrimoni in difficoltà o sfasciati, bugie, tradimenti e tutto ciò che può causare dolore, angoscia, tristezza, separazione. Non è tutto felicità e baci. Questa riflessione ha bussato al mio cuore quando, alcuni giorni fa, ho riletto una storia vera – antica ma sempre nuova – da cui è scaturito qualcosa di grandioso. Il tutto accadde il 16 febbraio 1266 a Santarém, in Portogallo.

Una giovane sposa, tormentata dall’infedeltà del marito e nell’estremo tentativo di riconquistare l’amore di lui, si rivolse a una fattucchiera. Questa le disse di essere in grado di elaborare un potente filtro d’amore che avrebbe ridato al marito la fedeltà e passione originaria; ingrediente indispensabile per una tale prodigiosa pozione era però una particola consacrata che la sposa stessa doveva procurare.

La giovane donna, pur consapevole del sacrilegio, assecondò la richiesta e recatasi nella sua parrocchia, la Chiesa di Santo Stefano, dopo aver ricevuto l’Eucaristia la nascose furtivamente nell’angolo del fazzoletto che portava sul capo. Una volta uscita si diresse velocemente verso casa, ma alcune persone la fermarono chiedendole se si fosse ferita perché vistose gocce di sangue segnavano il suo cammino. La donna capì all’istante da dove venisse il sangue e col fiato in gola corse a casa, nascondendo rapidamente la particola – avvolta in un panno – dentro a un baule di cedro.

La donna parve acquietarsi, venne la sera, il marito rincasò e, dopo aver cenato si coricarono come al solito. Improvvisamente però, nel cuore della notte, furono svegliati da un bagliore di luce che palpitava dentro la stanza e proveniva dal baule della donna. Questa fu allora, costretta a raccontare ogni cosa al marito che rimase attonito a guardare l’ostia luminosa e sanguinante. I due passarono il resto della notte in silenziosa e commossa adorazione godendo anche – almeno così si tramanda – una visione di angeli adoranti il prodigio.

Non appena fu mattina corsero ad avvertire il parroco, la voce del miracolo si sparse e molta gente si recò nell’abitazione per prostrarsi in adorazione e pregare. L’ostia fu riportata in Chiesa con una solenne processione, il parroco la ripose in un reliquiario di cera d’api e la sanguinazione continuò ininterrottamente per tre giorni.

A questo punto si colloca un secondo miracolo che alcuni vogliono datare parecchio tempo dopo e cioè, appunto, attorno al 1340. Un giorno il sacerdote che doveva ispezionare la reliquia contenuta nel vasetto di cera, trovò la cera liquefatta e la particola ben custodita dentro una teca di cristallo a collo stretto, ermeticamente chiusa.

Nella teca è ancora oggi ben visibile il sangue mescolato a residui di cera e nel corso dei secoli sono state raccolte numerose testimonianze di persone che non solo hanno visto nuove emissioni di sangue, ma anche l’immagine del Salvatore. Tra queste quella autorevole di san Francesco Saverio che visitò il Santuario prima di partire missionario per le Indie. Quella fattucchiera, suo malgrado, disse alla giovane donna una grande verità: veramente l’Eucaristia è un cibo potente capace di far tornare nell’uomo la fedeltà e l’amore originario. Di fatto i due sposi di Santarém risolsero il loro problema familiare grazie alla presenza viva e operante di Cristo che li riconciliò con Dio e fra di loro”.[1]

Quanto è potente Dio! La Sua presenza ribalta completamente la situazione: dal male al Bene, dall’infedeltà alla fedeltà, dal dolore alla gioia, dalla divisione all’unità. La casa degli sposi di Santarém – che dal 1684 è diventata una cappella – è il segno vivente di come la roccia su cui si fonda il matrimonio sia proprio Nostro Signore. Senza di Lui, lo sfacelo; con Lui, la fedeltà quotidiana, reale, edificante tra uomo e donna. Il sacramento ferito simboleggiato dalla Particola profanata e sanguinante – si rigenera attraverso il cuore: da quello di Gesù a quello degli sposi, sacerdoti e profeti dell’amore umano, specchio di quello divino. Il passaggio dalla situazione sbagliata, il tradimento, è fulmineo davanti alla presenza Eucaristica: “Chi non ama non ha conosciuto Dio” (1 Gv 4, 8); al contrario “chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7).  

Rimettendo al centro Colui che rende vero il sacramento nuziale, i problemi si risolvono: la riscoperta della fede porta alla riscoperta dell’amore coniugale.  Il marito riconosce Dio così come i suoi errori, idem la moglie; entrambi hanno sbagliato, e tanto, ma il Signore, presente spiritualmente e fisicamente, apre loro gli occhi, del corpo e dell’anima. Santarém, a ragione, è stato definito il Miracolo Eucaristico degli sposi. Che bello scoprirlo, o ricordarlo, proprio a San Valentino! Così potremo donare – o ricevere – il regalo più bello: fare di Gesù il cuore del noi sponsale.

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa della vicenda al link https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/eucaristia/miracoli-eucaristici/santar%C3%A9m-dall-eucaristia-il-dono-della-riconciliazione

Nàaman ed Eliseo: Il Miracolo di Dio nelle Piccolezze e il Mistero Sponsale

L’episodio biblico di Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, narrato nel secondo libro dei Re (2 Re 5, 1-19), è una storia intrisa di profondi significati spirituali. Questo racconto non solo illustra la potenza di Dio, ma invita a riflettere su come Egli si manifesti nelle piccolezze della vita. In chiave sponsale, l’episodio suggerisce che anche nel matrimonio, spesso ritenuto il luogo della quotidianità e delle piccole cose, si cela un miracolo divino, se vissuto con fede e umiltà.

La Storia di Nàaman: Una Lezione di Umiltà

Nàaman era un uomo potente, un capo militare rispettato, ma colpito dalla lebbra, una malattia che lo rendeva impuro agli occhi del popolo. Nonostante la sua posizione, era impotente di fronte alla sua condizione. Su consiglio di una giovane serva israelita, Nàaman si reca dal profeta Eliseo per cercare guarigione. Eliseo, tuttavia, non lo accoglie con cerimonie grandiose, ma gli invia un messaggio: “Va’, lavati sette volte nel Giordano; il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai puro” (2 Re 5, 10).

Inizialmente, Nàaman rifiuta indignato, aspettandosi un miracolo spettacolare degno del suo rango. Solo quando i suoi servi lo convincono a seguire l’indicazione di Eliseo, egli si immerge nel Giordano e viene guarito. Nàaman impara così una lezione fondamentale: il miracolo di Dio si manifesta nell’obbedienza fiduciosa e nelle cose semplici.

Il Miracolo nelle Piccolezze del Matrimonio

Questo episodio biblico può essere declinato in chiave sponsale per illuminare il mistero del matrimonio. Anche nel cammino coniugale, le coppie possono essere tentate di cercare la felicità in gesti grandiosi o in momenti straordinari, dimenticando che il vero miracolo si trova nella fedeltà quotidiana, nei piccoli gesti di amore e servizio.

San Giovanni Paolo II, nella sua “Familiaris Consortio”, scrive: “L’amore coniugale […] è un amore che porta gli sposi a donarsi reciprocamente ogni giorno, senza grandi clamori”. Come Nàaman ha dovuto immergersi umilmente nelle acque del Giordano per sperimentare la guarigione, così gli sposi sono chiamati a immergersi nelle piccolezze della vita quotidiana per scoprire la presenza trasformante di Dio.

L’Umiltà come Chiave del Miracolo

La guarigione di Nàaman è avvenuta solo quando ha abbandonato il suo orgoglio e si è affidato con umiltà alle parole del profeta. Nel matrimonio, l’umiltà gioca un ruolo cruciale. Accettare le proprie fragilità e quelle del coniuge è il primo passo verso una relazione autentica e duratura. Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, afferma: “Non esiste la famiglia perfetta. Bisogna essere umili e realistici, riconoscendo che ognuno di noi è un lavoro in corso” (AL 325).

Questo riconoscimento delle proprie debolezze apre le porte alla grazia divina, che opera attraverso l’accettazione reciproca e la volontà di crescere insieme. Come le acque ordinarie del Giordano si sono trasformate in uno strumento di guarigione, così i piccoli gesti quotidiani, se vissuti con amore e umiltà, diventano strumenti di grazia nel matrimonio.

La Simbologia dell’Acqua

L’acqua del Giordano, simbolo di purificazione e rinascita, richiama il sacramento del Battesimo, in cui si entra in una nuova vita in Cristo. Nel matrimonio, l’acqua può essere vista come metafora della quotidianità: quella stessa acqua che cuoce i pasti, che pulisce la casa, che lava via la stanchezza della giornata. Santa Teresa di Lisieux, nel suo piccolo cammino, esorta a trovare Dio nelle cose più semplici: “Amare è tutto donare e donarsi, senza tenere conto di sé”.

Questo invito si applica perfettamente alla vita matrimoniale, dove ogni gesto ordinario può diventare un atto straordinario di amore.

Nàaman e la Fedeltà nel Matrimonio

La guarigione di Nàaman non è stata un atto istantaneo, ma ha richiesto la ripetizione del gesto di immersione sette volte. Questo numero, nella Bibbia, simboleggia la perfezione e la pienezza. Analogamente, nel matrimonio, la fedeltà quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno, costruisce una relazione forte e duratura. Come scrive Dietrich Bonhoeffer: “Non è il tuo amore che sostiene il matrimonio, ma è il tuo matrimonio che sostiene il tuo amore”.

La Testimonianza degli Sposi

Molte coppie testimoniano che il vero miracolo del matrimonio si trova nel saper accogliere le difficoltà con fede e perseveranza. Chiara Corbella ed Enrico Petrillo, ad esempio, hanno vissuto il loro matrimonio come un’immersione continua nella grazia di Dio. Nonostante le prove, Chiara diceva: “Il Signore mette sempre tutto a posto, basta fidarsi di Lui”. La loro esperienza richiama l’episodio di Nàaman: la fiducia nell’azione di Dio, anche quando essa si manifesta in modo semplice e inaspettato.

Conclusione

La storia di Nàaman ed Eliseo ci insegna che Dio opera nelle piccolezze e che il miracolo si trova nell’umiltà e nella fedeltà. In chiave sponsale, questo episodio illumina il cammino di noi sposi, invitandoci a scoprire la grazia divina nei gesti quotidiani e ordinari. Come Nàaman è stato guarito immergendosi nel Giordano, così noi siamo chiamati a immergerci nell’amore reciproco e nella grazia sacramentale del matrimonio. Alla fine, il miracolo di Dio è sempre presente: non nelle grandi manifestazioni, ma nelle piccole scelte di ogni giorno, che trasformano la vita ordinaria in un capolavoro divino.

Antonio e Luisa

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Una Lourdes diversa

Il sacrificio che ti presentiamo, o Padre, nel devoto ricordo della Madre del tuo Figlio, ci trasformi, per tua grazia, in offerta perenne a te gradita. Per Cristo nostro Signore.

Questa è la preghiera che il sacerdote, nella Santa Messa odierna, recita sulle offerte. Oggi è una ricorrenza molto popolare poiché la memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes è diventata universalmente anche la Giornata del malato. La Liturgia della Chiesa oggi ci aiuta a tenere lo sguardo fisso sulla Madre di Dio e sulle sue bellezze attraverso le letture e le orazioni della Santa Messa.

Nella nostra riflessione vi proponiamo solo le poche parole di questa preghiera offertoriale, la quale ci ricorda che il nostro sacrificio si può trasformare in offerta perenne gradita al Padre. Senza fare una catechesi, ci basti sapere che in un modo a noi misterioso, l’offerta che noi presentiamo al Padre si unisce all’offerta che Gesù fa di se stesso durante la Santa Messa.

Ma qual è l’offerta che noi possiamo fare al Padre?

La nostra vita certamente, però è una risposta troppo semplicistica, noi invece vorremmo provocarvi una riflessione più approfondita. Non vogliamo invitarvi a fare un elenco di cosa si possa offrire al Padre, al contrario, ci chiediamo se qualcosa abbia il diritto di starne fuori.

Se il nostro matrimonio è sacramento, se ognuno di noi è sacramento di salvezza per il proprio coniuge, se ognuno di noi è segno sensibile ed efficace attraverso cui passa la Grazia di Cristo, se ogni nostra coppia è segno dell’amore del Padre verso ogni uomo e della sponsalità che lega indissolubilmente Cristo alla Chiesa Sua sposa, perché mai qualcosa del nostro matrimonio dovrebbe star fuori dalla lista delle offerte presentate al Padre?

Nulla del nostro matrimonio è autorizzato a restare fuori dalla relazione col Padre. La preghiera usa l’espressione “offerta perenne a te gradita“, il fatto che sia offerta dipende da noi ed il fatto che sia gradita dipende anche dal Padre.

Coraggio sposi, l’invito di oggi è quello di fare della nostra vita matrimoniale un offerta perenne, non un giorno sì e dieci no, non solo qualche volta, non solo se ci ricordiamo.

Ci permettiamo di lasciarvi un suggerimento: fatelo all’inizio della giornata, cosicché ogni azione che compiamo durante il giorno si riveste di uno splendore diverso, non ci sarà più un giorno brutto, ci saranno solo giorni offerti. E piano piano anche il nostro cuore comincerà a vivere ogni gesto con questa cura, non ci saranno più gesti banali, perché ogni gesto sarà offerta al Padre, e quando lo sarà ecco che sicuramente diventerà gradito al Padre.

E’ un po’ come se il matrimonio diventi un nuova Lourdes in cui la Vergine Maria tocca le nostre infermità per trasformarle in offerte gradite al Padre.

Giorgio e Valentina.

La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa

Non vergognarti di chi sei

Cari sposi, nel nostro mondo, la scena evangelica ci parla di cose e oggetti a noi poco familiari. Chi, infatti, ha mai maneggiato una rete da pesca? Possiamo solo immaginarlo o magari averlo visto in televisione. Ma la pesca a reti era tra i mestieri più evidenti per Gesù, nativo di un villaggio vicino al grande lago di Genesaret.

Le reti menzionate nel Vangelo sono a strascico o da circuizione e potevano raggiungere una lunghezza di circa 100 metri, con un’altezza tra i 2 e i 4. Per questo motivo, il loro uso richiedeva più mani ed una barca capiente per essere tirate a riva. Composte di fibre naturali, come lino o canapa, necessitavano manutenzione costante per evitare rotture o deterioramenti per l’umidità. Tutto ciò fa capire quanto il pescare in tali condizioni fosse un’attività faticosa, solo per gente esperta ed abile.

Pietro era proprio uno di questi, non per nulla a capo della piccola ditta di pescatori. Oggi è seduto vicino alla riva e, con i suoi colleghi, mentre lavorava stava però ad ascoltare il Maestro nella sua predicazione. Lo faceva con attenzione e rispetto perché Gesù, fino a quel momento, aveva già fatto diverse guarigioni prodigiose. Che onore avere una tale persona vicino a sé!

Ma l’onore presto svanì con quella richiesta così ingenua: “prendi il largo e butta la rete”. Conoscendo il carattere un tanto fumino, gli deve aver provocato un misto di risata e di imbarazzo… Avrà pensato: “Siamo stanchi morti dopo una notte che ci è andata buca e poi lo sa anche un bambino che i pesci ci vedono benissimo. Di giorno, al primo movimento, scappano giù a fondo e chi li prende più? Mah! Come fa a non saperle ‘ste cose?

E poi avvenne l’incredibile. Mai visto un banco di pesci così grande in rete! Se Pietro aveva già intuito che Gesù fosse un grande, ora con quel fatto sconvolgente, gli viene la tremarella alle gambe e, da uomo schietto e diretto, cade in ginocchio davanti a Lui, in un misto di adorazione, riverenza, umiltà.

Che può dire una scena del genere per voi sposi? Lo capiamo bene mettendo in parallelo la prima lettura con il Vangelo. È la nostra povertà, il nostro limite, i peccati e le cadute che possono prima o poi farci sentire indegni di essere cristiani o perlomeno di ricoprire un ruolo o una responsabilità nella Chiesa. Come anche ottenere l’effetto di spegnere l’entusiasmo nella vita nuziale. E poi, se iniziamo a compararci con altre coppie che, a nostro parere, sono “migliori”, il gioco del demonio è riuscito e la tentazione di tagliare la tela è a portata di mano.

La Chiesa, almeno nel suo Magistero ufficiale, è invece molto chiara e realista. Dinanzi a situazioni simili Papa Francesco dice: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (Amoris laetitia, 122).

Non cadiamo però nell’errore di pensare che dobbiamo assecondare i nostri difetti. Sentirsi dire “mal comune, mezzo gaudio” non ha mai salvato nessuno dal pessimismo ma soprattutto non ha mai spinto a crescere e ad essere migliori persone se non ad appiattirsi e mettersi in parte.

Invece, guardando le due scene analoghe, di Isaia e di Pietro, essi sì ammettono di non essere degni; ma poi che succede? Riconoscono il primato della Grazia che è capace di purificare ed elevare l’umana debolezza. E questo li rimette in moto fino a dare totalmente la vita al Signore, nonostante tutto.

È commovente pensare che Pietro, fino agli ultimi giorni della sua vita – sebbene la Pentecoste pareva avesse aggiustato ogni cosa in lui -, non ha perso la livrea di testardo e codardo, come la celebre tradizione degli “Atti di Pietro” apocrifi ci attesta. Eppure, ce l’ha fatta, ha dato la vita a Cristo ed è per noi un modello di donazione totale.

Se anche voi siete tentati a volte di fermarvi, di parcheggiare il matrimonio perché “avete faticato tutta la notte e non avete preso nulla” siete nelle condizioni ideali per iniziare ad essere veramente discepoli di Gesù come coppia.

Finché non facciamo l’esperienza di Pietro non possiamo essere seguaci. Mi impressionano nel Vangelo i vari episodi di persone che volevano seguire Gesù che però Lui non accoglie, l’ultimo dei quali è stato l’indemoniato di Gerasa. Una volta liberato come sarebbe stato bello se anche lui, seguendo Gesù con gli altri 12, avesse detto a tutti: “Avevo una Legione di demòni addosso ma Gesù mi ha liberato!”. Ma questo criterio non è stato, evidentemente, sufficiente perché Cristo lo abbai voluto con sé. Nessuno è degno di stare vicino a Cristo e di seguirlo per il semplice fatto di volerlo.

Siate colmi di speranza, quella teologale, perché il dono del sacramento del matrimonio è la garanzia che Gesù oggi e sempre vi chiama a lanciare le reti, nonostante tutto. Sta a voi, come Pietro, essere fiduciosi e confidare nella sua Parola.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è il canto di resurrezione di tante coppie che hanno rifiutato di arrendersi al fallimento, che hanno scelto di lottare quando tutto sembrava perduto. Perché sì, a volte nella notte della vita getti le reti e torni a riva a mani vuote. Ti affanni, ti sforzi, eppure nulla cambia. Il cuore si appesantisce, la speranza si sbiadisce, e la tentazione di mollare tutto si fa assordante. Ma c’è chi resta. Chi non si lascia vincere dal vuoto. Chi si aggrappa alla promessa fatta all’altare, anche quando sembra solo un’eco lontana. E getta ancora le reti. Una volta in più. Non perché ha capito, non perché ha la certezza che funzionerà, ma perché non ha più nulla da perdere.

Gesù ha sempre amato trasformare il poco in abbondanza, la fine in un nuovo inizio. Lo ha fatto a Cana, quando l’acqua diventò vino. Lo fa nei matrimoni che sembrano esauriti, nei cuori che si sono persi, nelle promesse che sembrano svanite. Perché l’amore vero non è solo emozione: è fede. È gettare ancora la rete, credendo che Dio possa riempirla.

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Come riconoscere la necessità di aiuto psicologico

Introduzione: Il percorso psicologico e il suo valore

Abbiamo condiviso insieme, durante l’incontro “L’amore libero e la dipendenza affettiva” organizzato anche dagli autori di questo blog, quanto possa essere importante aprirsi alla possibilità di iniziare un percorso personale psicologico. Il percorso psicologico ha a che fare con una relazione d’aiuto che può toccare diversi livelli in base alla gravità della sofferenza e del disagio della persona. Mentre in passato il percorso psicologico era associato alla malattia psichiatrica, oggi ci si dà la possibilità di fare un percorso psicologico per migliorare il proprio benessere emotivo, relazionale e la propria qualità di vita. Questo per noi cristiani è importante nella misura in cui ci aiuta a lavorare su noi stessi, costruire un’identità salda, volerci più bene e donare questo amore che costruiamo alle persone che ci stanno intorno.

Criteri per decidere se iniziare un percorso psicologico

Durante l’incontro, c’è stato poco tempo per poter condividere con voi dei criteri su cui basarsi per decidere se e quando iniziare un percorso. Il primo criterio fondamentale, sei tu: se senti di aver bisogno di aiuto per mettere mano a delle aree di sofferenza della tua storia o della tua vita, questo già diventa un criterio importante. Se invece hai l’impressione che vada tutto bene, puoi leggere alcune considerazioni qui sotto che fanno da spunto per riflettere e verificare se è proprio così.

Il percorso psicologico: bisogni, obiettivi e il cammino di fede

Un percorso psicologico parte dal bisogno di ricevere appoggio e sollievo in momenti di difficoltà emotive e psicologiche significative che interferiscono con la qualità di vita e le relazioni della persona. Ci sono dei segnali e delle situazioni specifiche. L’obiettivo principale è custodire la salute mentale attraverso una maggiore consapevolezza di se stessi della propria storia delle proprie dinamiche interne, degli incastri relazionali al fine di funzionare meglio. Questo nel contesto di un cammino di fede diventa indispensabile per crescere nell’amore a se stessi e agli altri.

Distinzione tra professionisti della salute mentale

Ma prima di parlare dei criteri, occorre fare una distinzione fra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. Sia lo psicologo che lo psicoterapeuta non dicono alla persona cosa fare, non danno soluzioni né consigli, non fanno interrogatori, non possono imporre i propri valori ma mettono la persona nella condizione di prendere consapevolezza di sé e dei propri processi di blocco per mettere in atto dei cambiamenti che aiutano la persona a vivere meglio.

Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria che ha il compito di prescrivere farmaci in caso di sindromi cliniche complesse. A meno che non abbia una specializzazione in psicoterapia, non può occuparsi di lavorare sulle dinamiche emotive della persona.

Lo psicologo ha una laurea quinquennale in psicologia ed è iscritto all’albo degli psicologi si occupa di diagnosi e relazione d’aiuto con lo scopo di migliorare la capacità dell’individuo di comprendere se stesso e gli altri, di agire in maniera consapevole, adeguata ed efficace. Non ha le competenze per lavorare sulla ristrutturazione della personalità, nel caso di sofferenze più complesse.

Lo psicoterapeuta invece ha fatto una scuola quadriennale successiva alla laurea per cui è specializzato nei disturbi psicologici più complessi come quelli che elencherò qui sotto. Ha una competenza clinica maggiore rispetto alla conoscenza dei meccanismi della mente, ma soprattutto delle tecniche necessarie per cambiare quelle dinamiche che causano grande sofferenza. Né lo psicologo né lo psicoterapeuta possono prescrivere i farmaci.

Sintomi e segnali d’allarme

Alcuni sintomi da tenere in considerazione riguardano ad esempio l’ansia (attacchi di panico) e la depressione, perché se la persona si sente spesso afflitto dall’agitazione e dalla paura oppure da stati di tristezza profondi in cui c’è una perdita del gusto di quello che tipicamente piaceva, questi stati emotivi possono interferire con la qualità di vita della persona e con le sue relazioni.

Relazioni interpersonali e dinamiche familiari

Un altro ambito importante da tenere in considerazione sono le qualità delle relazioni interpersonali e quindi quelle situazioni in cui si ha difficoltà, per esempio a stabilire o mantenere relazioni significative e profonde, oppure se nella relazione ci sono scoppi di ira o incapacità di sentire e condividere le emozioni. Se emergono difficoltà nella genitorialità e quindi ci si rende conto nell’educazione di essere troppo rigidi e severi oppure troppo permissivi e lassi, fare un percorso psicologico può aiutare ad imparare delle modalità più costruttive per un’educazione autorevole nel rispetto di se stessi e del figlio. Quando un figlio presenta un importante sintomo psicologico può essere importante per i genitori andare invece in psicoterapia perché spesso il sintomo che porta il figlio parla del sistema familiare e allora prendere consapevolezza delle dinamiche proiettive può aiutare a far stare meglio il figlio, ma anche a prendersi cura delle dinamiche emotive dei genitori.

Elaborazione dei traumi e gestione degli eventi stressanti

Per chi ha vissuto traumi come un lutto di una figura importante o incidenti in cui qualcuno ha rischiato la vita o abusi fisici o psicologici, oppure ha affrontato eventi stressanti di qualsiasi tipo la psicoterapia può essere una strada preziosa per elaborare il dolore e ammorbidire i sintomi postraumatici.

Dipendenze e comportamenti compulsivi

Un altro ambito importante sono le dipendenze e i comportamenti compulsivi, quindi per esempio i disturbi alimentari, l’abuso di sostanze, le dipendenze da gioco d’azzardo o altre forme di comportamento compulsivo. Spesso queste dinamiche sono sintomi che rappresentano metaforicamente delle sofferenze sottostanti che spesso sono rimosse e che vengono espresse attraverso i comportamenti stessi.

Problemi di autostima e identità

Se spesso ti senti insicuro, fai fatica ad accettare te stesso, ti critichi, ti attacchi e ti punisci, potresti avere difficoltà legate all’autostima e all’identità. Uno psicoterapeuta può aiutare a esplorare pensieri, sentimenti sottostanti, per comprendere il senso di questo schema di funzionamento, al fine di poterlo cambiare in uno schema più funzionale, flessibile e costruttivo.

Il linguaggio del corpo e i sintomi somatici

Il corpo è un mezzo potente con cui la nostra psiche parla. Dolori corporei che non sono altrimenti spiegabili dalla medicina e non hanno cause organiche, potrebbero avere un’origine psicologica perché il corpo urla quello che la bocca non può dire e quindi spesso sintomi corporei come mal di testa, mal di pancia, tensioni varie possono avere un’origine emotiva e possono essere collegati a conflitti interiori non risolti.

Considerazioni finali: Paure, resistenze e il ruolo della fede

Queste sono alcune delle situazioni che possono richiedere un intervento psicologico. Decidere di iniziare un percorso psicologico, non è sempre facile, sono tante le paure e i dubbi. Spesso si attivano tante difese (protezioni) che sono un tentativo di proteggersi ed evitare di cambiare il sistema per mantenere lo status-quo (che per quanto doloroso almeno è familiare e si sa come gestire) e quindi si presentano pensieri come: tanto non serve a niente, la psicologia è una cosa inutile, ma come può una cosa di trent’anni fa farmi ancora male, sono cristiano che altro mi serve!
Per noi è molto importante fare questo servizio nella Chiesa perché spesso il cammino di fede, la preghiera, la relazione con Dio, la Parola, vengono utilizzati per portare avanti copioni rigidi e distruttivi con cui le persone massacrano se stesse e chi sta intorno. Questo non fa fiorire nell’amore ma porta solo inferno e dolore mascherato da religiosità. Prendersi cura di se stesso nella dimensione psicologica diventa il modo di fare verità e discernimento per crescere in un percorso di fede maturo.

Claudia Viola – Psicologa e psicoterapeuta

Papa Francesco: La Castità è la Guarigione del Cuore!

Papa Francesco, nei giorni scorsi, ha parlato con grande chiarezza. In un contesto sociale, cristiano ed ecclesiale in cui il celibato sacerdotale e la castità vengono spesso messi in discussione e criticati, il Santo Padre ha pronunciato parole forti e dirompenti. Ha ribadito con fermezza la necessità della castità per vivere un amore autentico, libero da distorsioni e superficialità.

Il Papa ha affermato:

Sappiamo bene che viviamo in un mondo spesso segnato da affettività distorte, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo. Questo atteggiamento genera relazioni superficiali e precarie, caratterizzate da egocentrismo, edonismo, immaturità e irresponsabilità morale. Si sostituiscono lo sposo e la sposa di tutta la vita con il partner del momento; i figli, che dovrebbero essere accolti come un dono, vengono invece pretesi come un ‘diritto’ o eliminati come un ‘disturbo’. In un contesto del genere, di fronte al ‘crescente bisogno di limpidezza interiore nei rapporti umani’ (Vita consecrata, 88) e di relazioni più umane e autentiche, la castità consacrata offre all’uomo e alla donna del XXI secolo una via di guarigione dal male dell’isolamento. Essa insegna ad amare in modo libero e liberante, senza costrizioni né esclusioni. Che sollievo per l’anima incontrare religiosi e religiose capaci di una relazionalità matura e gioiosa! Sono un riflesso dell’amore divino (cfr. Lc 2,30-32). Affinché la castità sia vissuta nella sua bellezza e non degeneri in aridità del cuore o in ambiguità nelle scelte – fonte di tristezza e insoddisfazione, e talvolta causa di doppie vite – è fondamentale curare la crescita spirituale e affettiva delle persone. Questo deve avvenire fin dalla formazione iniziale e proseguire anche nella formazione permanente. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana. È quotidiana.

Il Papa si rivolge ai consacrati, ma il suo messaggio è attuale per tutti. Non si tratta di un richiamo bigotto a una consuetudine ormai fuori moda. Qui c’è il significato dell’amore. La sostanza dell’amore. La castità non si riduce all’astinenza sessuale, né è una semplice questione di fare o non fare qualcosa. È molto di più: è una scelta consapevole, spesso fraintesa o trascurata. Essa riguarda non solo i religiosi, ma anche gli sposi.

La castità è, prima di tutto, una scelta morale nella sua forma più alta e bella. È la decisione di scegliere il bene, di volere il meglio per sé e per l’altro. Ma cosa significa essere casti nel matrimonio? Il Cantico dei Cantici esprime bene questa armonia tra cuore e corpo con le parole: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio.”

Questi versetti sono profondamente significativi: evocano l’unione tra cuore e corpo, tra l’interiorità e l’azione concreta. L’amore custodito nel cuore si manifesta attraverso il corpo, attraverso le scelte e i gesti quotidiani. Entrambi sono essenziali.

Dire “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” significa affermare: “Ti appartengo, e tu appartieni a me. Non posso essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne.” San Paolo lo esprime con altre parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” Lo stesso concetto, letto in chiave sponsale, si traduce in: “Non sono più io che vivo, ma tu, mio amato sposo, vivi in me, e io in te.”

Questa è la nostra vocazione: essere pienamente prossimi all’altro, spostando il centro della nostra attenzione dalla nostra individualità alla gioia e al bene dell’amato.

“Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio.” L’appartenenza reciproca coinvolge tutta la persona, sia nella dimensione fisica che in quella più profonda e interiore: nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. Tutto ciò che siamo porta l’impronta di chi amiamo.

Ed è proprio qui che la castità assume il suo valore più alto anche nel matrimonio. Lungi dall’essere una negazione del piacere, essa educa gli sposi a un amore più grande e maturo. Aiuta a superare la ricerca di un piacere meramente fisico, basato su fantasie da mettere in pratica e sull’uso dell’altro come mezzo di gratificazione personale.

La castità nel matrimonio guida gli sposi verso un piacere più profondo: quello che nasce dalla vera comunione dei corpi, che non è solo unione fisica, ma diventa unione dei cuori. È il piacere di essere uno, di appartenersi pienamente, di donarsi reciprocamente senza egoismi, nella gioia di condividere tutto. È il piacere della totalità, della fedeltà, della fecondità.

Questo è l’amore sponsale autentico: un amore che desidera tutto dell’altro e si dona interamente. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico. Solo così può essere meraviglioso e pieno. È un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo vivendo così potremo davvero evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

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“Finalmente domenica” di TV2000 e la speranza della porta accanto

La televisione è tra gli elettrodomestici più diffusi, ovunque. C’è chi ne guarda pochissima e chi la tiene sempre accesa, come se il rumore di sottofondo potesse lenire la solitudine o tappare i buchi del vuoto esistenziale. La tv è un’arma, lo sappiamo: può veicolare il bene oppure il male.

Nel tourbillon mediatico che troppe volte strizza l’occhio a violenza e volgarità, grazie a Dio esiste un canale che fa ancora la differenza e nel cui palinsesto una trasmissione, in particolare, è una boccata d’aria fresca. Sto parlando di “Finalmente domenica”, il programma pomeridiano di TV2000 condotto da Lucia Ascione. Capelli biondi e sguardo penetrante, abbiamo imparato tutti a conoscerla e a volerle bene attraverso lo schermo; con il suo piglio mescolato a una sensibilità non comune, racconta fatti e testimonianze di luce e di speranza. Conduttrice luminosa di nome e di fatto.

Fare una televisione così è una missione e una responsabilità; finché si guarda solo il buio, ci sembrerà sempre notte. Ma se qualcuno ci aiuta a scoprire, o riscoprire, il bello allora saremo spronati a non arrenderci e a ringraziare Dio. Di bene, nel mondo, c’è n’è – e tanto – però resta spesso nascosto. Questo è un messaggio molto importante da trasmettere ai più piccoli e ai più giovani, che rischiano di essere risucchiati da una comunicazione traviata e da influencer dell’orrore.

Finalmente domenica”, al contrario, è un programma per tutta la famiglia perché affronta temi e argomenti importanti per tutte le fasce d’età e dei quali, terminato il programma, si può parlare in coppia e con i figli, approfondendo i contenuti e facilitando l’apertura per un dialogo sereno. “Finalmente domenica” non cerca lo scoop a tutti i costi né accaparrarsi l’esclusiva del vip del momento ma condividere esperienze di fede, conversione, resurrezione che toccano ciascuno, personaggi famosi e persone comuni. È un programma seguitissimo e che funziona perché autentico, tv della porta accanto ancora in grado di lasciarti qualcosa dentro dopo averla guardata.

Finalmente è un avverbio che, in italiano, ha un connotato di positività, allegrezza, gioia: «finalmente ci vediamo», «finalmente mi sono laureato/a», «finalmente andiamo in vacanza» ecc… Finalmente è una fine ma anche un inizio di qualcosa di bello, di qualcosa di nuovo.

Qualcosa di nuovo che è effettivamente andato in onda domenica 2 febbraio, Giornata della vita consacrata e 47esima Giornata nazionale della Vita; la trasmissione, infatti, ha raccontato una storia vera di speranza oltre la morte prenatale. Già contenuta nel libro “Se il Chicco di frumento, è la testimonianza di una coppia di sposi che, dopo aver aspettato per anni un bimbo che non arrivava, lo ha visto andare in Cielo ancora prima che nascesse. Volutamente con la “C” maiuscola, Chicco è figlio di una mamma e di un papà ma, prim’ancora, è figlio di Dio. Come tutti i bambini non nati. Una storia come migliaia, tante come gli aborti spontanei che in tutto il mondo gettano nello sconforto umano più totale.

Ed è qui che interviene l’Onnipotente: basta dirGli un piccolo sì, affidandosi totalmente, che i miracoli avvengono. Non tanto e non solo quelli che possono vantare un documento ufficiale ma quelli quotidiani, veri, possibili. Miracoli di rinascita e resurrezione, miracoli di gioia e di speranza. Gesù ce lo ha detto: “Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17, 20).

La speranza, tema del Giubileo di quest’anno, non dev’essere solo un bello slogan ma un programma di vita. Della nostra vita. Non solamente perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5) ma perché dobbiamo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15). E come si fa a sperare davanti alla morte di un figlio, atteso e desiderato come non mai, che nemmeno vede la luce di questo mondo? Dal lato umano è talmente difficile da risultare quasi impensabile; ma sappiamo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Perché la speranza cristiana non è l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa ma la certezza che Qualcuno – con la q maiuscola, molto maiuscola! – già stia facendo e sempre faccia per il nostro Bene, nel tempo di questa vita e in quello dell’Altra. La speranza cristiana è il compimento delle promesse di Dio nonché virtù teologale che è Suo ritratto e Sua firma.

Le ferite dell’esistenza, allora, non saranno più una pozzanghera di dolore ma un potenziale di Grazia, in cui Gesù e Maria ci aspettano a braccia aperte. Ve lo garantiamo noi, che siamo i genitori di Chicco. Perché per lui, come per tutti i bambini non nati, valgono queste parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

Fabrizia Perrachon con il marito Dario

P.S.: per chi desidera, è possibile rivedere la puntata a questo link

Ne approfittiamo per rivolgere a Lucia, Giuseppe, Milly e a tutto lo staff di “Finalmente domenica” il nostro grazie più grande e sincero; sia per averci ospitati con professionalità ed empatia straordinarie ma soprattutto per aver accolto il messaggio del Chicco, che lega indissolubilmente Cielo e terra nell’abbraccio eterno del Padre.

Una Tradizionale Pratica Africana da Importare

Pochi giorni fa mi sono incontrato con un sacerdote africano per organizzare, insieme alla parrocchia che lui gestisce, il ritiro dei ragazzi che si preparano alla Cresima e che unirà più zone pastorali.

Un’usanza africana sorprendente

Durante la chiacchierata su cosa dire ai genitori riguardo alla scelta dei padrini e delle madrine, ho piacevolmente scoperto questo: in quasi tutta l’Africa, una coppia di sposi accompagna un ragazzo o una ragazza dal Battesimo fino al matrimonio, Cresima compresa. Marito e moglie diventano padrino e madrina per tutta la vita di questo giovane e per tutti i Sacramenti.

Una proposta da considerare

Subito ho pensato: “Perché una cosa così bella non viene fatta anche da noi?”. So che questi articoli sono letti anche da sacerdoti, catechisti, collaboratori della Pastorale della Famiglia e altri operatori pastorali. Credo sia importante prendere in considerazione questa tipologia di accompagnamento cristiano, che non solo è innovativa, ma anche profondamente sensata.

Possibili obiezioni e difficoltà

Immagino già alcune obiezioni: “Ma le coppie oggi sono già piene d’impegni” o “Non è facile trovare sposi disponibili”, oppure è possibile che, per motivi di lavoro, sia necessario andare a vivere lontano e così non riuscire più ad avere un contatto diretto con il giovane per anni. Certamente possono nascere delle difficoltà; tuttavia, credo che se presentiamo quest’opportunità come una missione significativa e arricchente, molte coppie potrebbero rispondere con generosità.

Oltre il semplice rito formale

Troppo spesso il compito di padrini e madrine è relegato a un semplice rito formale, limitato a presenziare durante la celebrazione dei Sacramenti, e per ogni Sacramento vengono generalmente scelte persone differenti. Quanto sarebbe rilevante per un giovane poter contare su una coppia di riferimento che conosce la sua storia personale e spirituale fin dall’infanzia!

Un legame che sostiene la crescita

Questo legame può offrire una guida concreta nelle scelte importanti della vita, come quella della vocazione, la preparazione al matrimonio o la gestione delle difficoltà quotidiane: è una testimonianza preziosa di fedeltà, stabilità e amore cristiano. Penso al potenziale di crescita spirituale di un ragazzo o di una ragazza che riceve, anno dopo anno, il sostegno costante di due persone che vivono il Sacramento del matrimonio come una vocazione autentica.

Un punto di riferimento stabile

Non solo: il bambino, crescendo, avrà – in aggiunta ai genitori – una figura di riferimento maschile o femminile in base alla necessità, una sorta di angeli custodi che, a differenza dei nonni, hanno il vantaggio di appartenere a una generazione più vicina. Ovviamente i genitori rimangono i primi educatori, però è anche vero che con loro non è sempre facile affrontare alcuni argomenti delicati. Una coppia amica che ti invita a casa sua per parlare e che ha già vissuto quell’esperienza sulla propria pelle può fare la differenza.

La fede vissuta nella quotidianità

Inoltre, quanti genitori mandano i ragazzi al catechismo più per tradizione che per fede? Li accompagnano alla Messa e poi li vengono a riprendere appena finita, senza stare con loro, dimostrando così che per loro non ha valore. Invece, se una coppia di sposi sceglie di seguire un giovane, sicuramente lo fa perché ne comprende il valore. Questo cammino diventa un modo per approfondire la propria fede, condividere l’esperienza dell’amore coniugale, prendersi cura di un’altra persona: una sorta di “adozione spirituale”.

Un’opportunità di crescita per tutti

Tale servizio, vissuto con gioia e responsabilità, potrebbe rafforzare il loro stesso matrimonio, rendendolo una testimonianza viva per gli altri fedeli. Questa pratica africana ha anche il pregio di rendere evidente il ruolo fondamentale degli sposi nella trasmissione della fede.

Un segno tangibile della presenza di Dio

In un contesto culturale in cui la fede rischia di essere percepita come qualcosa di isolato e individuale, e con grandi sfide educative e spirituali, un accompagnamento costante e di qualità rappresenterebbe un segno tangibile della presenza di Dio nella vita delle persone e potrebbe portare frutti straordinari nelle nostre parrocchie.

Ettore Leandri

Gli sposi portano la buona notizia

Sal 21 (22) Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva  per sempre! Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. Lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».

Sapete come inizia questo Salmo, e sapete quale uomo famoso lo ha recitato/pregato poco prima di spirare?

L’inizio (dopo il titolo che fa da primo versetto) è questo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, non vi ricorda nessuna scena? Certamente avrete già intuito che il tizio famoso della domanda precedente è nientemeno che il Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce. Come può accadere che un uomo reciti una preghiera che parla di un futuro raggiante e pieno di speranza certa anche se sa di morire da lì a poco?

Ovviamente per rispondere non ci si può trincerare dietro al fatto che quell’uomo fosse il Figlio di Dio e che quindi per Lui tutto risultasse più facile… non è per niente vero poiché la natura umana (tranne il peccato) è stata assunta in pieno e quindi ha dovuto fidarsi del Padre, il Padre Suo.

Ed è proprio su questo punto che vorremmo proporvi di riflettere: come è possibile per noi sposi, credere in un futuro prospero quando intorno a noi il mondo sembra vincere sulla cristianità?

La risposta la troviamo nell’ultima frase del Salmo : al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!». Questa frase è perfetta in bocca a Gesù poiché è Lui stesso quell’opera del Signore, è l’opera della Redenzione. E’ proprio quest’opera il motivo della nostra speranza in un futuro buono per le generazioni a venire. Non c’è notizia più sconvolgente, più dirompente e più urgente di questa:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Gv 3,16-17)

Noi sposi siamo sacramento vivente e perenne di questa notizia sconvolgente, ed essa non è la notiziona del secolo, ma è la notizia dell’Universo, la notizia delle notizie. Noi sposi diveniamo questa notizia vivente poiché il vincolo che ci lega è sacro, in quanto non è solo un vincolo d’amore benedetto da Dio, ma il vincolo è Gesù Cristo stesso.

Coraggio allora, sposi, non stanchiamoci mai di gridare questa notizia al mondo, in primis al nostro coniuge, poi alle generazioni future (i nostri figli) e poi a tutti gli altri. Il mondo sta aspettando questa notizia delle notizie. La nostra stessa vita sponsale è come un’impronta nel tempo del passaggio di Dio in questo secolo.

Giorgio e Valentina.

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa

Un’immagine bellissima. Giardino chiuso tu sei, sorella mia. Cosa vuol dire? In queste parole c’è tutta la potenza di un eros casto. Due parole che sembrano un ossimoro, ma che esprimono la verità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa; giardino chiuso, fontana sigillata! I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, fiori di cipro e di nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con tutte le specie di alberi da incenso, mirra e aloe, con i più preziosi balsami. Fontana che irrora i giardini, sorgente d’acqua viva, ruscelli che scendono dal Libano.

L’amata

Déstati, vento del nord; vieni vento del sud; soffia sul mio giardino, si spandano i suoi profumi. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

L’amato

Sono entrato nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte.

Il coro

Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.

Il Giardino dell’Amore: Un Luogo Sacro

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’amplesso fisico. San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale autentico si esprime e si realizza nella donazione totale e reciproca dei coniugi”.

Il Re e la Chiave del Giardino

Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

È bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perché loro hanno un cuore puro e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. È solo per il re.

Il Re e l’Amore Autentico

Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre.

La Gioia Piena dell’Amore Coniugale

Un amore impegnativo, che costa fatica. Nel giardino, però, il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono alle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perché vuole possedere la sposa, ma perché vuole darsi totalmente a lei. Papa Benedetto XVI scriveva in Deus Caritas Est: “L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni”.

L’Importanza della Castità

Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale, ma vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. San Giovanni Paolo II diceva: “La castità non è il rifiuto della sessualità, ma il suo fuoco autentico”.

La Cura del Giardino dell’Amore

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo).

Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come un ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come un re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza!

Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma di amare la propria sposa.

Nei prossimi capitoli andremo ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

Siamo di Cristo come battezzati e come sposi!

Cari sposi, sono già passati 40 giorni dopo il Natale ed oggi celebriamo una festa che ancora una volta ci fa vivere in “sincronia” con il Signore. Difatti, come tutte le madri, anche Maria, dopo 40 giorni dal parto, obbedisce alla legge mosaica che imponeva un rito di puri­ficazione. Un’usanza, questa, che va collegata alla mentalità di allora, secondo cui, la donna, a causa della maternità, era impedita fisicamente di accedere al culto e da qui la necessità di una mikveh o purificazione.

Ma, oltre a ciò, nel caso di una neomamma di un primogenito, era previsto anche un’altra celebrazione, il Pidyon haben, secondo cui il primo figlio maschio, quale primizia della famiglia, veniva offerto al Signore perché fosse consacrato a Lui e votato al Suo culto. Come non vedere in tutto ciò una prefigurazione del Battesimo che il Signore avrebbe introdotto con la Sua vita!

Anche noi, analogamente a Gesù, siamo stati consacrati al Signore quando il ministro ha detto su di noi: “Dio onnipotente, […] vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, (vostro figlio/a) sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna” (Rito del Battesimo, 118).

Ma che significato ha la consacrazione? Tanto quella di Gesù come quella nostra battesimale? Magari una benedizioncina? Un solenne buon auspicio? Piuttosto, consacrare porta con sé un senso grandioso ed imponente, secondo quanto ci spiega Papa Benedetto: “Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente” (Omelia del Giovedì Santo, 9 aprile 2009).

Che bello! Siamo di Cristo! Gli apparteniamo e non siamo più del mondo, cioè non pensiamo, vogliamo, desideriamo quello che la mentalità comune ci presenta come il massimo della vita e non lo è. Scelte difficili dal momento che in questo mondo ci stiamo “in ammollo” e i suoi criteri, stili e idee ci entrano per osmosi anche se non lo vogliamo o non ne siamo del tutto consapevoli.

E ora passiamo a voi sposi. In effetti, nel celebrare il vostro matrimonio sicuramente ricorderete il momento in cui il celebrante ha detto: “Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità. Voi siete già consacrati mediante il Battesimo” (Rito del matrimonio, 66).

Siete arrivati al matrimonio come figli amati, consacrati personalmente a Cristo – e magari non ne eravate consapevoli -, quindi con il dono di essere liberi di amare, di poter donarvi totalmente. Questo dono l’avete condiviso reciprocamente con la nuova grazia del matrimonio e così siete in grado, non per un merito personale o per essere particolarmente intelligenti, di amarvi fino in fondo.

Essere consacrati a Dio ed aver poi consacrato a Lui il vostro amore significa che riconoscete di essere un dono reciproco e che la vostra stessa relazione è un dono, sebbene sia nata da una scelta volontaria. Nulla a che vedere con la visione, così in voga, che il matrimonio funziona solo se trovi quell’incastro magico, quel compromesso di libertà e quell’accordo tra diritti e doveri et voilà eccovi felici e contenti…

Siete un dono da donare e il vostro amore sta in piedi anzitutto perché c’è Uno che ci ha messo tutto il suo Sangue perché fosse così.

Nella scena appaiono anche due venerandi anziani, Simeone ed Anna, persone dedite oramai unicamente alla preghiera ed al digiuno. Che c’entrano con voi? In effetti molto perché loro due, proprio in virtù di quell’atteggiamento, sono aperti e disposti ad accogliere il dono del Messia. Analogamente voi sposi, dopo aver ricevuto il dono nella consacrazione, non potete dare tutto il frutto che esso contiene senza preghiera e digiuno.

Gesù oggi è proclamato “luce delle genti”, cioè di tutti i lontani, coloro che non sanno cosa sia veramente l’amore. Ebbene, voi sposi, pur con i limiti umani, potete, anzi di fatto già lo fate, essere un riflesso di quella luce di cui il mondo, tutti in verità, abbiamo un grande bisogno.

ANTONIO E LUISA

“L’amore vero comincia quando non ci si aspetta nulla in cambio.” (Antoine de Saint-Exupéry). Padre Luca ce lo ha ricordato con forza: siamo consacrati. Il Battesimo ci ha sigillati in Cristo, ma il matrimonio ci lega ancora di più, non solo tra noi, ma a Dio stesso. Questo significa che il nostro amore non è solo nostro: è Suo, è un riflesso della Sua luce nel mondo. Ogni carezza che consola, ogni servizio donato senza riserve, ogni perdono offerto senza calcoli è Dio che si rende presente attraverso di noi. Non amiamo per essere ricambiati, ma perché il nostro amore è già una risposta al Suo. E così, ogni coppia che si abbandona a Lui diventa un piccolo segno di speranza, una scintilla di eternità in un mondo che ha sete di luce.

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Bentornato amore mio: quando a far notizia è una riconciliazione

Per una volta tanto (e grazie al Cielo!) a far notizia è una riconciliazione: stiamo parlando di quella tra Álvaro Morata e Alice Campello. Il 12 agosto 2024 i coniugi avevano spiazzato tutti annunciando la separazione; a distanza di neanche sei mesi tornano a far parlare di loro, in questi giorni, per la riconciliazione.

È una notizia bella non solo – ovviamente – per i protagonisti ma anche per noi perché rompe gli schemi di un gossip troppo spesso malato, che sembra compiaciuto e compiacente quando ci si lascia. Quanti titoloni urlano “separazione vip”, “altra coppia scoppiata”, “sono in crisi”, ecc … Quand’anche, peggio del peggio, a fine anno ogni anno compaiono articoli esplicitamente dedicati alle coppie che si sono lasciate nel corso dei trecentosessantacinque giorni appena trascorsi. Come se separarsi fosse il pegno da pagare per ambire alle vette dell’olimpo vip, precipitando poi  nell’inferno spirituale. Come se uno da una parte e uno dall’altra fosse naturale, quasi scontato. Perché se si sta insieme che notizia è. Assurdo, orribile, tremendo. Eppure queste vicende fanno il botto di audience. Dovremmo farci tante domande. Però oggi non parleremo di buio ma di luce.

Il capitano della nazionale spagnola, nonché attaccante del Milan, e l’imprenditrice e influencer veneta sono “tornati insieme”, hanno avuto il cosiddetto “ritorno di fiamma”, si stanno dando “la seconda possibilità”. Queste sono le espressioni che si leggono ovunque e talvolta fanno sorridere: stiamo parlando di ragazzini poco più che adolescenti, alle prime esperienze amorose, o di coniugi – tra l’altro sposatisi in chiesa – e genitori?

Personalmente preferisco parlare di riconciliazione, termine che deriva dal latino re-conciliare ossia tornare in armonia, riunirsi. Álvaro e Alice si sono ritrovati. E, come loro, tante altre coppie. Notizie che scardinano la perversa macchina trash ma che allargano i cuori di tanti. Di tanti uomini, donne, famiglie, figli. Notizie che, sicuramente, allargano anche il cuore del Padre, quel Dio così buono e innamorato di noi da aver creato e pensato al sacramento del matrimonio.

Mi piace pensare che, quando una coppia si ritrova, in Cielo ci sia festa esattamente come per il ritorno del figliol prodigo. Questo Padre che non molla un istante i suoi figli, che li lascia liberi di fare le proprie scelte – anche quelle sbagliate – affinché se ne rendano conto. E possano tornare, convinti e maturi, sui propri passi. Tornare da Lui, pentiti. E accettare di tuffarsi ancora in quell’abbraccio che ama e perdona. E fa festa.

La coppia che spreca, o rischia di sprecare, la Grazia dell’unione benedetta ma che poi ritorna. Non è un banale “ritorno di fiamma” ma il rimpatrio nell’amore vero: quello di Dio, prim’ancora che quello umano. È il rientro nella potenza di un sacramento che ci avvolge e sovrasta, più celeste che terreno. È il bene che trionfa, che si accorge delle leggerezze, degli egoismi, degli errori e ragiona, con la testa e con il cuore. Tornando a brillare, in un’alba nuova. Per amore e con amore. Nel noi sponsale e nei figli.

Álvaro e Alice non sono i soli: moltissime coppie, dicevamo poche righe più su, si ritrovano. E ripartono, più forti di prima. Non perché siano super eroi, finti e costruiti come quelli della Marvel, ma uomini e donne in carne e ossa che hanno sofferto, e tanto, procurandosi ferite e cicatrici. Però, come dice una frase stupenda: “Il cuore non è di chi lo rompe ma di chi lo ripara. Per questo il nostro cuore appartiene a Dio”. Tutto sta nel riconoscersi piccoli, con difetti e carenze, ma figli del Padre dell’Amore. Non di quello patinato, erotizzato, commercializzato o quant’altro ma di quello vero, autentico, quotidiano. Fatto di sorrisi e di lacrime, di gioie e di fatiche e, soprattutto, della benedizione che il Padre dona nello scambio delle promesse.

Il matrimonio è un sacramento, l’unico che viene amministrato alla coppia, non ai singoli. E che in quel sacramento trova senso, rifugio, riparo, roccia e ragione d’essere. È arrivare impreparati, superbi o superficiali all’altare che fa il danno. Perché, quando infuria la tempesta si scappa o si fa del male all’altro. Se, invece, si è consapevoli che le parole dette quel giorno, davanti al sacerdote, non sono una formula magica o frasette così, dette tanto per far bello un video, ma la salvezza, allora il temporale potrà bagnare ma non marcire.

E l’ombrello della Grazia si aprirà. Bisogna esserne convinti e crederci, coltivando, con coerenza, umiltà e preghiera, il dono ricevuto. Come il fiore più bello mai visto, mai raccolto, mai odorato. Senza cure, muore. Ma se innaffiato, messo in un posto luminoso, al riparo dalle correnti, dal sole cocente e dal freddo, crescerà e darà vita ad altri fiorellini.

Benedette siano tutte le coppie che si ritrovano, mostrando che il sacramento sponsale è più resistente delle burrasche della vita! Che nel loro riconciliarsi, ritrovano Dio accanto a loro. E diventano testimoni del “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 13).

Fabrizia Perrachon

Cari genitori, volete che i vostri figli completino l’iniziazione?

L’articolo di oggi (che segue i precedenti) è una “cerniera” con l’intento di chiudere le riflessioni mistagogiche battesimali ma anche di aprirne altre sull’accompagnamento dei cresimandi. Mi scuso se queste considerazioni potrebbero sembrarci molto teoriche e poco interessanti per il vivere concreto. Sono convinto che riflettere sulle nostre azioni sia un investire a vantaggio di future riformulazioni delle prassi quotidiani ed ecclesiali che avverranno però ancor prima nella nostra mente. Tra teoria e prassi c’è un circolo virtuoso. A maggior ragione se si tratta di quelle parole e quei gesti che riguardano i “punti (Luce) di incontro con Dio”.

La separazione tra battesimo e cresima nella prassi pastorale

La prassi pastorale attorno ai sacramenti del battesimo e della confermazione (da qui IC) ci ha abituato involontariamente a considerarli due realtà diverse, distinte e separate, senza continuità. Il popolo di Dio si è formato una serie di idee “separazioniste”.

Le idee sul battesimo

Tra quelle riferite al battesimo sicuramente ci sono: la necessità di battezzare i bambini nei primi mesi di vita, la sua importanza per “cancellare il peccato originale”, la preparazione catechetica alla famiglia del battezzando, la pastorale battesimale da 0 a 6 anni.

Le idee sulla cresima

Tra quelle della confermazione ci sono: il significato di confermare la fede personale, la necessità per sposarsi in chiesa, il padrino scelto dal cresimando tra i suoi amici e meglio ancora se un familiare, il catechismo esperienziale. Ci sono tante altre convinzioni che variano da comunità a comunità, da persona a persona, e si trasmettono di situazioni in situazioni.

L’importanza dell’unitarietà dell’Iniziazione cristiana

Volendo individuarne una, che è necessaria e allo stesso tempo poco presente nel patrimonio popolare della fede sacramentale, mi riferisco alla cosiddetta unitarietà dell’Iniziazione cristiana in vista dell’Eucaristia. Non spaventiamoci della parolona! Si tratta cioè di considerare innanzitutto i due sacramenti nel loro quadro generale, nell’insieme, prima ancora del loro specifico spirituale e pastorale, e poi si tratta di tenere a cuore il loro scopo ultimo dell’Eucaristia importante per la costruzione familiare della Chiesa ma ancor prima del primato della singola persona.

Riflessioni sul concetto di persona

Per le considerazioni che seguono mi rifaccio in linea generale a G. Busca, attuale vescovo di Mantova, che qualche anno fa ha scritto un bel libro La riconciliazione «sorella del battesimo». Come vivi tornati dai morti, Lipa, Roma 2011.

La persona e la relazione

Chi è la persona? La persona è “ciò che ha il volto rivolto a qualcuno”. Per diventare persona è necessaria la relazione con l’alterità, non si può vivere come un’isola. Per cui è l’intera vita il luogo nel quale si diventa persona, servono tutte le fasi dell’esistenza, le infinite circostanze, servono incontri personali e personalizzati, la prossimità con tutte le continue sfide e fragilità.

La formazione della persona nel cristianesimo

Se la modernità suggerisce di formare la persona secondo il metodo dell’io – scienze umane e antropologiche concentrate sull’analisi dell’io – il cristianesimo sin dall’inizio del suo accadimento ha pensato di formarla con l’Alterità di Dio: Cristo svela l’uomo all’uomo. Il Volto di Cristo è il volto dell’uomo nuovo. La Sua Chiesa diventa perciò lo “spazio” educativo divino-umano animato dallo Spirito che mediante l’Iniziazione Cristiana plasma la persona secondo la forma di Cristo. A maggior ragione questo compito educativo spetta alla chiesa domestica. Solo lei potrà mettere insieme la singola persona in tutte le sue peculiarità e le esigenze evangeliche del Regno, solo lei potrà guardare la prole con gli occhi di Cristo e Cristo presente negli occhi della prole, solo lei potrà decidere quale intervento più educativo nel cantiere artigianale della formazione.

Il ministero coniugale e i sacramenti dell’iniziazione

Il ministero coniugale dovrà mettere a fuoco l’unitarietà e la distinzione dei rispettivi sacramenti dell’iniziazione: il battesimo dona l’immagine di Cristo a cui la cresima offre la grazia per la somiglianza in vista del bacio nuziale – e i due saranno una carne sola – dell’Eucaristia.

Il battesimo

Il battesimo dona l’essere creatura nuova in Cristo. Con il battesimo siamo con-morti, con-sepolti, con-risorti insieme a Cristo. Il battesimo è una piccola risurrezione dell’uomo vecchio, di quello che è chiuso a Dio, le cui componenti sono frammentate e disordinate. Con il battesimo la persona riceve una struttura d’essere nuova. È innestata in Cristo per ricevere un’identità relazionale come dice san Paolo: «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

L’identità relazionale

Papa Benedetto XVI commentando questo versetto ci aiuta a scoprire il significato di “identità relazionale” quando disse: «Il mio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande nel quale il mio io c’è di nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo». Nel battesimo è data l’immagine come forza iniziale infusa da Dio di cui l’uomo potrà disporre per la sua vita e la sua attività creatrice, eppure invoca un perfezionamento per concretizzarsi quotidianamente.

La cresima

La cresima fa crescere nella somiglianza a Cristo. «La cresima pone il suo sigillo al battesimo con quell’unzione invisibile in cui lo Spirito Santo è presente in persona e si unisce a ciascun battezzato in maniera del tutto personale e unica diventando il co-soggetto della vita in Cristo».

La somiglianza come cammino

La somiglianza è il dato-da-compiere. Al dono del battesimo si “aggiunge” quello crismale affinché l’esistenza cristiana sia un cammino di somiglianza all’immagine restaurata in Cristo. Un secondo dono da parte di Dio, quello dello Spirito, e il medesimo compito da parte del battezzato, quello di vivere come creatura in Cristo. Dio nel cammino della persona per diventare cristiana dona l’unzione crismale quale pegno dello Spirito, quale garanzia per realizzare pienamente il suo essere nuova creatura in Cristo.

L’Eucaristia

Unione e trasformazione in Cristo

L’Eucaristia: uniti e trasformati in Cristo. S. Ambrogio commentando il libro biblico del Cantico dei Cantici paragona i due sacramenti dell’iniziazione all’innamoramento dell’anima, o del fidanzamento tra Cristo e l’anima dell’uomo. Nel bagno battesimale l’anima è ripulita, nell’unzione crismale l’anima è adornata con il profumo dello Spirito. Questa preparazione tende alle nozze eucaristiche quando la Sposa sarà introdotta nella stanza nuziale per ricevere il bacio dello Sposo. Quando Cristo introduce alla sua mensa eucaristica e dona da mangiare il proprio corpo trasforma interamente il battezzato in un’anima ecclesiale.

Trasformazione continua

L’Eucaristia celebrata ogni domenica come Pasqua del Signore ci fa diventare come Lui, vuole farci diventare alter Christus per fare della nostra esistenza una caro con Lui.

Un invito alla chiesa domestica

Carissima chiesa domestica, perché vuoi che i tuoi figli completino l’iniziazione? Per togliersi un pensiero, per sposarsi, per farli crescere, perché professino la loro fede, per avvicinarsi alla comunità cristiana, per rispondere alla vocazione, per essere testimoni di Cristo, per diventare soldati di Cristo …? Queste e tutte le altre possibili risposte potranno mai trasmettere il Grande Mistero simbolico nuziale dell’Iniziazione Cristiana? Potrà sopperirvi la testimonianza nuziale della chiesa domestica!

Don Antonio Marotta

Quando i sogni son ben più che desideri

“I sogni son desideri di felicità. Nel sonno non hai pensieri ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà! Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà”. Questo il testo della colonna sonora del film d’animazione “Cenerentola” del 1950. Canzone che ha fatto sognare intere generazioni di bambine e ragazzine (e non solo!), entrata a pieno titolo anche nel patrimonio culturale italiano.

Una riflessione sui sogni, sui loro significati e costrutti ci tratterrebbe per settimane. Nella storia dell’uomo si è detto, scritto, letto e studiato tantissimo a tal proposito. Ricordiamo per esempio, il magistrale dramma filosofico-teologico “La vita è sogno” di Pedro Calderón della Barca. Un altro esempio è il testo poetico “Ultimo sogno” di Giovanni Pascoli.

Anche nella Bibbia i sogni rivestono un ruolo importantissimo. Pensiamo a Giuseppe, figlio di Giacobbe. Egli conquista la fiducia del faraone avendo ricevuto in dono da Dio la capacità d’interpretarli. E, ancora prima di lui, lo stesso Giacobbe che sogna la scala da cui salgono e scendono gli angeli. Non si possono non citare i sogni attraverso cui Dio si manifesta a (San) Giuseppe. Questi sogni guidano Giuseppe nelle scelte più importanti della sua vita. Esse vanno dall’accettazione di Maria alla fuga in Egitto. La dimensione onirica, dunque, non solo fa parte della natura umana ma la completa, la caratterizza, la plasma, la indirizza. Non solamente come elaborazione di fatti già avvenuti ma come una guida, attenta e premurosa, che aiuta a compiere scelte precise. Guida che risponde al nome di Dio. Che comunica, parla, si manifesta nel “mondo parallelo” del sogno.

Per il santo che festeggeremo domani, 31 gennaio, i sogni hanno avuto un ruolo centrale non soltanto nella sua propria esistenza ma in quella di tutte le persone che ne sono entrate (e ne entrano tutt’ora) in contatto: San Giovanni Bosco. Fin dal famosissimo sogno dei nove anni, avvenuto nel 1894, Giovannino capisce che il Signore ha una missione grande da affidargli, umanamente impossibile persino da immaginare. Che cosa può capire un bambino del piano rivoluzionario per la gioventù di tutto il mondo? Eppure è proprio attraverso questa modalità che il Signore dispiega la Sua volontà. Non solo su di lui ma su ciascuno di noi.

Leggiamo la descrizione che ne fece proprio Don Bosco: “All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici» […] Quasi senza sapere che dicessi, soggiunsi: «Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?». «Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza» […]  «Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?». «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.» […] In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano […] A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi: «A suo tempo tutto comprenderai».

I sogni, dunque, possono essere ben più che desideri! Sono la parte più intima, nascosta e indifesa di noi nella quale il Signore, con delicatezza ma altrettanta decisione, decide a volte di entrare per aiutarci, guidarci, indirizzarci, sorreggerci, rivelarsi. In questo modo l’onirico non è solo più un occulto da indagare con prepotenza e arroganza ma un terreno fertile nel quale crescere: nell’interezza della nostra persona e nelle nostre relazioni. Il sogno, dunque, diventa il “luogo altro” in cui poter incontrare il Cielo, essere arricchiti di preziosi consigli, ricevere la propria missione. Qualunque sia il nostro sogno (per la coppia, il matrimonio, i figli, la famiglia ecc…) mettiamo tutto nelle mani di Gesù e di Maria Ausiliatrice, come avrebbe detto Don Bosco. Allora sognare non sarà solo più un’evasione estetica ma una meravigliosa epifania del divino che ci attende. Anche nella notte, sotto le stelle.

Fabrizia Perrachon

I figli distruggono l’intimità della coppia?

Seguivo il mio amico Vittorio – un papà con quattro figlie – su TikTok. Un giorno, sotto uno dei suoi video, un utente ha scritto: “I figli distruggono l’intimità della coppia”. Vittorio ha risposto con grande equilibrio e saggezza, ma questa affermazione mi ha spinto a riflettere. La domanda non è banale e merita di essere approfondita.

Mi sento di rispondere con due idee principali: i figli sono per la coppia sia crisi che frutto.

Crisi

Partiamo dalla parola “crisi”, spesso connotata negativamente. In realtà, la crisi è una componente naturale della crescita, personale e relazionale. Il termine deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta” o “decisione”. Diventare genitori inevitabilmente porta a una rottura degli equilibri precedenti.

Un figlio ti mette in crisi: ti senti impreparato, inadeguato e spesso sopraffatto. Per la mamma, il legame con il neonato è fortissimo e in buona parte istintivo. Questo istinto materno – comune anche nel regno animale – la porta a concentrare quasi tutte le energie sul bambino. Studi neuroscientifici, come quello pubblicato su Current Biology, mostrano che il cervello materno subisce modifiche significative durante e dopo la gravidanza, aumentando l’empatia e l’attenzione verso i bisogni del neonato. Questo processo è noto come “plasticità materna” e si traduce in una naturale priorità al figlio. Il padre, invece, vive questa fase in modo diverso. Per lui, la transizione è più complessa, perché non smette mai di sentirsi marito e desidera continuare a coltivare l’intimità con la moglie.

E qui nasce la crisi di coppia: due bisogni che sembrano confliggere. Non è colpa di nessuno, ma la qualità del legame precedente farà la differenza. Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Family Psychology sottolinea che le coppie con una comunicazione aperta e una forte intimità emotiva prima della nascita dei figli affrontano meglio i cambiamenti. Se il dialogo, l’empatia e l’attenzione reciproca sono già parte della relazione, questa crisi può diventare un trampolino di lancio per una crescita reciproca.

In questa fase, il marito deve essere paziente e comprendere la nuova dimensione materna della moglie. Allo stesso tempo, la moglie può fare uno sforzo per non dimenticare la mascolinità del marito, bilanciando il suo ruolo di madre con quello di compagna. Come suggerisce Esther Perel nel libro Intelligenza Erotica, “l’amore cerca la vicinanza, ma il desiderio necessita anche di spazio”. Trovare questo equilibrio nei primi mesi dopo il parto è cruciale per mantenere viva l’intimità.

Un esempio pratico è quello di pianificare momenti di coppia, anche brevi, nonostante la stanchezza. Una passeggiata insieme o una cena a casa dopo che il bambino si è addormentato possono fare la differenza. Questo non significa tornare immediatamente alla normalità pre-figli, ma costruire una nuova normalità che tenga conto delle necessità di tutti.

Frutto

Dall’altra parte, i figli sono il frutto tangibile dell’amore tra i due sposi. Rappresentano l’incarnazione di un legame profondo, un amore che diventa visibile e concreto. Questa “incarnazione” dell’amore spinge la coppia a sviluppare nuove capacità, come la creatività. Quando hai figli per casa, trovare momenti per la coppia non è facile. Tuttavia, questa sfida può trasformarsi in un’opportunità. Pianificare un appuntamento serale o semplicemente trovare dieci minuti per parlare da soli diventa un atto d’amore intenzionale. E qui sta la grande trasformazione: l’amore non è più solo passione spontanea, ma diventa una scelta consapevole, voluta e cercata.

Inoltre, l’amore, anche sessuale, tra due persone che condividono molti anni insieme, si trasforma in qualcosa di più bello e profondo. La maturità della relazione permette di vivere l’intimità con una ricchezza emotiva e una complicità che solo il tempo può costruire. Questa dimensione rappresenta un vero e proprio tesoro per le coppie che sanno coltivarlo.

Un altro aspetto importante è il ruolo educativo che i figli possono giocare nella vita di coppia. Crescere un bambino insieme richiede collaborazione, pazienza e capacità di negoziazione. Queste qualità non solo rafforzano il legame, ma aiutano entrambi i genitori a crescere come individui. I figli diventano così non solo il frutto dell’amore, ma anche un mezzo attraverso il quale la coppia può maturare e svilupparsi ulteriormente.

Conclusione

La nascita di un figlio non distrugge l’intimità di una coppia, ma la mette alla prova. Può essere una crisi che porta distanza o un momento di crescita che rafforza il legame. Come dice il personaggio di Sam in Il Signore degli Anelli: “C’è del buono in questo mondo, ed è giusto combattere per esso”. Allo stesso modo, l’amore coniugale vale lo sforzo di affrontare le difficoltà che i figli inevitabilmente portano.

Con il giusto impegno, la crisi si trasforma in una nuova fioritura e il frutto di questo amore – i figli – diventa il simbolo più bello e duraturo di una coppia che cresce insieme. Il segreto sta nel non dimenticare mai che l’amore è un viaggio, non una destinazione. La presenza dei figli può aggiungere profondità e significato a questo viaggio, rendendolo ancora più ricco e gratificante.

Antonio e Luisa

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Il canto più bello

 Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni! Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.

Ieri è stato proclamato questo Salmo nella liturgia della Parola, e nonostante il testo faccia spesso ricorso al verbo “cantare”, lo ascoltiamo quasi sempre proclamato e non cantato. Alla loro genesi queste preghiere salmodiche erano state concepite come canti dei quali purtroppo sono andate perse le melodie iniziali, anche se poi il repertorio del canto gregoriano ha ridato la dignità di canti alla maggior parte dei Salmi.

Ed è proprio la loro iniziale natura di canti ad essere la motivazione principale per cui si incontrano nei Salmi continue esortazioni al canto, alla lode e all’acclamazione.

Oggi ci soffermiamo solo sulla prima di questi inviti alla lode: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.” … come può essere un invito a cantare un canto nuovo se in realtà questo salmo nasce sotto forma di canto? Forse che l’autore sapeva già che le sue melodie sarebbero andate perse, una sorte di preveggenza? Forse non era ancora stato inventato il pentagramma e non poteva depositare l’opera presso l’organo di tutela del copyright?

Quando nel lontano 1998 mi iscrissi ad un corso per musicisti cattolici, pensai di andare a fare una scorpacciata di musica, ma già la prima sera ci fu dato il “libro di testo” che avremmo seguito per tutta la settimana, il quale aveva un titolo alquanto eloquente: “Il silenzio del musicista“. In conclusione, scoprii che per fare musica bene, la prima cosa da sviluppare non sono le tecniche di esecuzione, di arrangiamento, di lettura, di postura o altro; la prima cosa da sviluppare è la capacità di ascolto. Ed il primo ascolto lo si deve al nostro cuore, al nostro mondo interno, perché è da lì che nasce l’espressione musicale.

Cari sposi, per cantare al Signore, per lodarlo, bisogna che prima impariamo a scorgere nella nostra vita le Sue tracce che Lui ha disseminato a piene mani lungo il corso della nostra esistenza… un po’ come ha fatto Pollicino che ha lasciato le tracce del proprio passaggio.

La seconda cosa che imparai (in quel corso) è legata al fatto che non sempre l’ispirazione per nuove composizioni è ai massimi livelli, a volte sembra che l’ispirazione ci volti le spalle per molto tempo… e che fare allora?

Il tutor ci disse: “Quando non esce una canzone dal di dentro, fai in modo che la tua stessa vita sia una canzone nel Signore“. Cari sposi, il canto nuovo che dobbiamo cantare al Signore è la nostra stessa vita di sposi.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La bellezza trasfigurata non teme il tempo

Oggi affrontiamo uno dei versetti più famosi del Cantico dei Cantici. Affrontiamo la contemplazione del corpo che diventa un’esperienza di infinito. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Vieni con me dal Libano, o sposa / vieni con me dal Libano! / Avanza, discendi dalla cima dell’Amanah / dalla cima del Senir e dell’Hermon32 / dalle tane dei leoni / dalle montagne dei leopardi! / Tu mi hai rapito il cuore / sorella mia, mia sposa / mi hai rapito il cuore / con uno solo dei tuoi sguardi / con una sola perla della tua collana! / Quanto sono soavi le tue carezze / sorella mia, mia sposa / molto più deliziose del vino le tue carezze / più di ogni balsamo i tuoi profumi! / Le tue labbra stillano nettare, o sposa; / miele e latte è sotto la tua lingua; / il profumo delle tue vesti / è come quello del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato, il quale, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina profondamente desiderata. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». La donna, in quegli istanti, prova una gioia che colma, anche se solo per un momento, il suo desiderio innato d’amore.

Lo sguardo dell’uomo va oltre la semplice fisicità della donna, che, per quanto bella, non può saziare gli occhi di chi cerca la bellezza assoluta, di chi cerca l’infinito. In un passo che sembra echeggiare le parole di Sant’Agostino – «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» – si rivela che l’innamoramento è l’illusione di aver toccato quella bellezza infinita. Ma il corpo da solo non basta: sarebbe una risposta troppo limitata per il desiderio umano. L’uomo, infatti, anela a un’esperienza di infinito, a un legame in cui il corpo diventa la porta d’accesso allo spirito immortale della persona amata.

Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e la passione d’amore di Salomone per la sua amata, in un intreccio di cuore e corpo, desiderio e trascendenza. È il sentimento che Dante descrive nella Divina Commedia, quando vede Beatrice e proclama: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Lo sposo è rapito dalla sua sposa, in un’esperienza totalizzante che pervade ogni dimensione dell’essere, trasformando il desiderio in contemplazione.

Uno sguardo contemplativo così profondo e potente che, come San Giovanni Paolo II ricordava, può motivare l’uomo a donarsi totalmente alla donna amata. Questo amore non si esaurisce con il tempo, ma cresce e si perfeziona. Non è il sentimento fugace degli sposi novelli, travolti dall’innamoramento, ma una relazione curata giorno dopo giorno con dolcezza e dedizione. E per questo ancora più profonda e consapevole.

Se l’unione sponsale viene nutrita, quello sguardo contemplativo non sbiadisce con gli anni. Al contrario, diventa più profondo, permettendo allo sposo di vedere nella sua sposa la regina della propria vita, anche quando il tempo lascia i suoi segni: rughe, capelli bianchi, mani che tremano. Gli anni trascorsi insieme non spengono la meraviglia, ma la rendono eterna. La bellezza dell’amata si arricchisce di anni di quotidianità fatta di abbracci, carezze, ascolto, litigi, perdoni, incomprensioni, silenzi, intimità, complicità e tanto altro ancora.

Questa relazione totalizzante, nel suo crescendo di intimità e profondità, tocca il mistero stesso del divino. Come ricordava Santa Teresa d’Avila, «Dove c’è amore, lì c’è Dio». Ogni incontro d’amore, anche con le sue difficoltà e imperfezioni, diventa un’esperienza mistica, un riflesso della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto, anche un corpo che invecchia. Per chi vive il matrimonio come un cammino verso l’eterno, quell’amore diventa lo specchio dell’Amore assoluto, in cui ogni cosa appare nuova e luminosa.

Antonio e Luisa

La Parola cerca casa in voi

Cari sposi, tanti anni fa mia mamma, tornando dalla spesa mattutina, raccontava a noi figli le cose successe e gli incontri fatti. In particolar modo quel giorno, in salumeria, facendo le solite chiacchiere mentre veniva servita, sentì dire al proprietario, nell’affettare un buon prosciutto e davanti alla bilancia, che le parole non hanno peso indicando l’ago immobile nella bilancia per poi concludere: “ma allora com’è che invece le parole sono così importanti?”. Non flatus vocis, come dicevano i filosofi medievali ossia aria al vento…ma realtà contenenti molto di più di un suono.

Proprio lì ci portano tutte le letture di oggi che hanno come fil rouge la Parola e soprattutto i suoi effetti in chi L’ascolta.

Iniziamo con la prima lettura che ci imbandisce una scena drammatica: osserviamo la prima volta, dai tempi dell’esilio a Babilonia, – cioè 70 anni -, in cui il popolo finalmente riascolta la Parola, dopo che quella tragedia aveva loro tolto quasi tutti i punti di riferimento della fede. Quelle persone da subito percepiscono fino in fondo quanta consolazione e speranza Essa contenga, quanto era bello rendersi conto di essere novamente in amicizia e vicini al Signore. Che invidia ho sempre provato dinanzi a questa lettura! Come vorrei anch’io scuotermi di dosso una buona volta quella coltre di abitudine e letargo che impedisce alla Parola di toccarmi nel profondo del cuore e convertirmi!

Ma ben di più di tutto ciò avvenne a Nazareth! Se di per sé la Parola è viva – ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei –, quanto più potente e travolgente è la “Parola fatta carne”, cioè la Persona stessa di Gesù! È chiaro che Cristo, dopo aver iniziato la sua vita pubblica e fatto i primi segni, vuole rendere manifesto a tutti che “il tempo è compiuto”, cioè è arrivato a pienezza e che Lui è la Pienezza che da sempre stavamo aspettando.

Non vado oltre con riflessioni di tipo esegetico ma passo subito al rapporto che tutto ciò ha con il matrimonio. Mi piace piuttosto concentrarmi sul fatto che ogni coppia di sposi è un prolungamento di quella “Parola fatta carne”. In effetti, e ce lo dicono i vescovi italiani: “la coppia di sposi diventa in virtù del sacramento del Matrimonio segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana da lui assunta e il Cristo Capo alla Chiesa suo Corpo nella forza dello Spirito” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 34).

È un dono presente in ciascuno di voi, a prescindere dai talenti o capacità. È questione di fede nello Spirito che ha prodotto questa unione e che vuole continuare a manifestarsi nel mondo. Credeteci! Abbiate fiducia che è così, al di là delle apparenze che spesso ingannano! Lo stesso Spirito, dal giorno del matrimonio, si è giocato tutto per voi! Voi metteteci l’impegno giornaliero, l’attenzione allo Spirito, la concretezza e la semplicità dei propositi e al resto ci pensa veramente il Signore.

Ecco ciò di cui ha un gran bisogno anzitutto la Chiesa e poi il mondo: di coppie che ridicano con la vita che il Verbo, la Parola si è compiuta ancora oggi e si continua a compiere in ciascuna di voi coppie! Concludo con alcune magnifiche righe di don Renzo su questa bellissima vocazione che è presente in voi:

Il Dio che talvolta viene rifiutato nella Chiesa o nei sacerdoti è il Dio che l’uomo-donna, sposo-sposa, ha la possibilità di presentare mediante la bellezza della coppia, della famiglia, presentando il suo mistero d’amore: un amore che non ha confini né orizzonti. Per un mondo non credente non serviranno più preti, serviranno più sposi. Non serviranno più predicatori, servirà più carne di uomo-donna che senza aprire bocca diranno la bellezza del progetto. E finché non porteremo le nuove generazioni allo stupore per la bellezza di uomo-donna, è difficile che si stupiscano di Dio Amore. […] Questo comporta due passaggi: conoscere queste identità profonda di immagine e somiglianza e poi manifestarla” (Don Renzo.Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pp. 69-70).

ANTONIO E LUISA

E già cari sposi. San Giovanni Paolo II ha urlato al mondo: Famiglia diventa ciò che sei! Perchè è importante per noi certamente ma è importante per un mondo che sta perdendo la speranza e la capacità di stupirsi. Noi siamo necessari. Lo siamo Luisa ed io ma lo siete anche voi. Lo siamo nella nostra imperfezione. Non sentitevi sbagliati o inadeguati. Si siamo inadeguati ma è proprio dalla nostra fragilità che splende la gloria di Dio. Perchè cadiamo ma siamo capaci di rialzarci. Perchè litighiamo ma siamo capaci di perdono e di rilanciare la relazione. Perchè nonostante tutti i nostri limiti crediamo in una promessa più grande, una promessa di eternità. Buon cammino cari sposi!

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Matrimoni brutti e convivenze belle. Come si spiegano?

Il tema del fallimento di molti matrimoni sacramentali e del confronto con relazioni apparentemente più serene tra conviventi senza sacramento è complesso e tocca diverse dimensioni della fede, della cultura e della natura umana. Non esistono risposte facili per un tema così complesso. Proveremo ad offrirvi alcuni punti su cui riflettere

Il mistero della grazia nel matrimonio sacramentale

Un primo punto da considerare è il significato stesso della grazia nel sacramento del matrimonio. Come spiega don Fabio Rosini, il sacramento è un dono che opera in profondità, ma richiede la collaborazione attiva degli sposi. La grazia non è una magia che garantisce automaticamente il successo del matrimonio, ma una forza che sostiene e orienta la coppia verso la santità. Il fallimento non dipende dalla grazia, ma dall’incapacità o dalla mancata volontà di attingere a questa risorsa divina. Molte coppie, pur ricevendo il sacramento, vivono come se Dio non fosse una presenza reale nella loro relazione, relegando il matrimonio a un contratto sociale anziché a un cammino di fede condivisa. Faccio un esempio concreto. Posso essere sposato in chiesa e andare a Messa ma poi nel segreto guardare di continuo contenuti pornografici. Cosa porterò nella relazione? Quello che ho nel cuore. E non sarà la Grazia di Cristo ma la povertà delle mie fantasia di possedere mia moglie come ho visto fare in tanti video.

La cultura contemporanea e il disincanto del sacramento

Don Luigi Maria Epicoco sottolinea come la cultura contemporanea abbia svuotato di significato i sacramenti, riducendoli a meri rituali. Questo fenomeno si riflette anche nel matrimonio: molte coppie celebrano il sacramento senza una reale consapevolezza del suo significato. La società promuove un modello di amore basato sull’emozione e sulla gratificazione immediata, mentre il sacramento del matrimonio chiede fedeltà, sacrificio e una visione a lungo termine. Quando la realtà del quotidiano mette alla prova la relazione, il rischio è di sentirsi traditi dalle aspettative irrealistiche generate dalla cultura dominante.

Il ruolo della formazione e dell’accompagnamento

Padre Serafino Tognetti evidenzia l’importanza della formazione e dell’accompagnamento spirituale delle coppie, sia prima che dopo il matrimonio. In molte comunità cristiane la preparazione al matrimonio è superficiale e insufficiente per affrontare le sfide della vita coniugale. Senza un radicamento profondo nella preghiera, nella Parola di Dio e nella vita sacramentale, gli sposi rischiano di trovarsi disarmati di fronte alle crisi. Inoltre, manca spesso un accompagnamento continuativo: le coppie vengono lasciate sole dopo il matrimonio, senza un supporto pastorale che le aiuti a crescere nella fede e nell’amore reciproco. Noi abbiamo avuto nel fidanzamento una guida meravigliosa come padre Raimondo Bardelli. Ma non sarebbe bastata se poi nel proseguo del matrimonio non avessimo trovato delle coppie con cui condividere la fede e il percorso verso un matrimonio pieno e autentico. Da soli saremmo crollati di fronte alle difficoltà della vita e ai nostri limiti umani.

La differenza con le coppie conviventi

Ora un secondo punto fondamentale ma che è strettamente collegato a quanto già detto. Molti si chiedono come mai alcune coppie conviventi sembrino vivere relazioni più belle ed edificanti rispetto a tante sposate sacramentalmente. Don Luigi Maria Epicoco offre una riflessione interessante: la serenità apparente di queste relazioni può derivare dal fatto che non portano sulle spalle il peso della promessa sacramentale, che implica una responsabilità verso Dio oltre che verso il partner. Tuttavia, questa serenità non è necessariamente segno di un amore più autentico. Il matrimonio sacramentale chiama gli sposi a un livello di profondità e donazione che va oltre la semplice coabitazione o il reciproco piacere. La difficoltà sta proprio nel vivere all’altezza di questa chiamata. Ma io credo che ci sia anche altro.

UNA FEDE INCARNATA

Tanti conviventi trasmettono bellezza perché incarnano l’amore. Noi Cristo lo abbiamo dentro, perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Anche senza il Battesimo, portiamo l’impronta di Dio: siamo creati a Sua immagine. Questa consapevolezza rende il cristianesimo unico tra le religioni, poiché proclama che chiunque può salvarsi. La salvezza non è riservata a pochi, ma si apre a chiunque accolga nel proprio cuore la Parola di Dio, impressa nel DNA stesso di ogni uomo e donna.

Chiunque decida di amare, che ne sia consapevole o meno, appartiene a Dio. Come diceva Victor Hugo ne I Miserabili: “Amare un altro essere umano è vedere il volto di Dio.Così, un ateo o un credente in un altro dio, che vive il dono sincero della propria relazione, è più vicino a Dio e alla verità dell’amore rispetto a chi, pur avendo ricevuto tutti i sacramenti, ha il cuore chiuso alla Grazia e all’amore.

Perché la grazia sembra non bastare?

La grazia sacramentale è reale e potente, ma, come ricordano don Fabio Rosini e Padre Tognetti, opera solo in chi si dispone ad accoglierla. Questo richiede apertura, umiltà e perseveranza. Molte coppie si trovano in difficoltà perché non sono state educate a vivere una vita spirituale intensa e condivisa. Senza la preghiera comune, la partecipazione all’Eucaristia e la confessione frequente, la grazia rimane come un seme che non può germogliare. Inoltre, la grazia non elimina la fragilità umana: la tendenza all’egoismo, alla chiusura e alla mancanza di perdono può prevalere se non viene combattuta con determinazione.

La via del rinnovamento

Per prevenire il fallimento dei matrimoni sacramentali e valorizzarne la bellezza, è necessario un rinnovamento a vari livelli. Innanzitutto, come suggerisce don Fabio Rosini, è fondamentale ripartire dalla relazione personale con Cristo. Gli sposi devono essere discepoli prima di essere coniugi, trovando in Gesù la fonte della loro unità. Inoltre, è urgente una pastorale matrimoniale più incisiva, che accompagni le coppie in tutte le fasi della loro vita insieme.

Padre Serafino Tognetti insiste sull’importanza della comunità cristiana come sostegno per le famiglie. La Chiesa deve diventare un luogo dove gli sposi possano trovare incoraggiamento, testimonianze e aiuto concreto nei momenti di difficoltà. Infine, è necessario educare i giovani a una visione autentica dell’amore e del matrimonio, che non si basi solo sul sentimento, ma sulla volontà di donarsi e costruire insieme una vita che rifletta l’amore di Dio.

In conclusione, il fallimento di molti matrimoni sacramentali non è un fallimento della grazia, ma della risposta umana a essa. Quando gli sposi imparano ad attingere alla fonte della grazia e a vivere il loro matrimonio come una vocazione, anche le difficoltà più grandi possono diventare occasioni di crescita e santificazione. L’esempio di coppie che vivono pienamente il sacramento può essere una testimonianza potente per il mondo, mostrando che l’amore autentico è possibile solo in Cristo. Potranno raggiungere livelli di amore che nessuna coppia convivente potrà mai eguagliare. Perchè un cuore aperto abitato dallo Spirito Santo non è più qualcosa di solo umano ma diventa immagine di un amore divino.

Antonio e Luisa

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Il Matrimonio su Piazza Affari

Si è concluso un anno ed è tempo di bilanci, tempo di guardare cosa ci ha lasciato l’anno passato ed in questi giorni stavamo osservando i grafici del 2024 relativi ai sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, funerali e in particolare su tutti: i MATRIMONI. Vi riportiamo anche a voi, nell’immagine dell’articolo quella che è la foto del grafico matrimoniale di una parrocchia della nostra diocesi che ci ha toccato profondamente. Non siamo degli analisti, ma di fronte ad una simile fotografia vorremmo condividere con voi delle considerazioni perché vedere il matrimonio in profondo rosso fa male, ferisce, rattrista. A noi ha lasciato spiazzati, tristi, affranti.

Che i matrimoni fossero in calo, lo sapevamo, non è certo la novità del 2025. Ma se volessimo guardare il grafico con un occhio borsistico, da azionista, sapere che il matrimonio cristiano in cui noi crediamo, in cui i nostri genitori credevano, che abbiamo celebrato in chiesa otto anni fa, sta crollando su tutti i listini di Piazza Affari da così tanti anni, è un duro colpo.

Come se quel patto di amore scivolasse verso un fallimento continuo inarrestabile, e noi, e tu, folli che ci abbiamo scommesso, che abbiamo deciso di investire non 1.000 euro del nostro capitale ma la nostra vita, il nostro quotidiano, tutti i nostri giorni, il nostro tempo, il nostro vivere insieme, il nostro progettare, costruire, il nostro vivere la sponsalità, il nostro diventare genitori, che rotola sempre più giù come se nessuno credesse più al matrimonio.

Mi sembra di rivedere, scrivendo queste righe, le scene di alcuni film di Natale dove le persone iniziano a non credere più a Babbo Natale o a non credere più alla gioia, all’amore e piano piano le lucine di bene sul pianeta terra si spengono, portando la nostra terra a diventare una sfera spenta dove regna il grigiore ed il male in una lotta tra male e bene, dove poi per fortuna vince il bene.

Purtroppo però quelli son i film di animazione di Natale qui si sta parlando della realtà del matrimonio, di quel sacramento che ti è stato dato in dono dalla chiesa, che hai scelto di vivere liberamente con la persona che ti sta accanto. Fortunatamente possiamo ancora affermare che ad essere in crisi sia “solo” l’aspetto matrimoniale – per ora – perché l’amore vive ancora tra di noi. Sono ancora tanti i giovani che scelgono di amarsi, che decidono di intraprendere la strada difficile ma certamente bellissima dell’amore. Lo fanno scegliendo magari la via della convivenza, che li porta comunque a vivere insieme, comunque ad amarsi, a generare figli.

Sorgono allora spontanee delle domande: perché oggi non scegliamo più di vivere un sacramento come quello del matrimonio, perché non scegliamo più di sposarci in Chiesa? Fra tutte la risposta è una: è un costo. È vero, per un matrimonio oggi servono dai 20/25.000 euro ai 50.000. Ognuno scelga il suo budget, scelga la sua spesa. Ma se questo è il motivo, mi verrebbe da dire che non abbiamo capito la domanda o – scusate la critica – ma non abbiamo proprio capito niente.

Cos’è il matrimonio in termini pratici? Abbiamo preso il codice di diritto canonico al 1108 ma ve la riportiamo più semplicemente: una celebrazione in chiesa alla presenza di un sacerdote e di alcuni testimoni. Costano così tanto queste persone? Un sacerdote e dei testimoni possono costare 20/30/40.ooo euro? E allora come posso dire che sposarsi costa?

Nella sua natura pratica la celebrazione del matrimonio non ha un costo. Ma direte voi, se il matrimonio voglio che sia bello c’è da pagare il fiorista per rendere bella la chiesa, bisognerà acquistare dei vestiti nuovi e idonei alla celebrazione, c’è da pagare i fotografi per immortalare il momento e devono essere professionisti con drone e telecamere, impianti di registrazione, e poi ci vuole che arriviamo in chiesa con una macchina bella magari d’epoca e poi è giusto festeggiare con tutti gli amici e parenti e quindi c’è il costo del pranzo e della location che non può essere il ristorante sotto casa e poi .. e poi.. vuoi non avere i fuochi d’artificio che partono al taglio della torta con sullo sfondo la vallata più romantica d’Italia al tramonto. Mettiamoci tutto quello che volete aggiungere. Dalla camera per la prima notte di nozze, al viaggio di nozze stesso. Una volta ordinato tutto, domandatevi se le avete volute voi queste cose o Cristo Gesù. Chi li ha volute? Le hai volute te! Allora il matrimonio non costa, sei te che lo fai costare.

Provocatoriamente viene da chiedersi: hanno più valore e ti renderanno felice tutti questi orpelli o costi extra, come li vuoi chiamare, che inserisci per un solo giorno della tua vita o ha più valore e ti sarà più utile vivere tutto il resto della tua vita con Gesù affianco? Scegliamo: un giorno da principe o una vita matrimoniale con Gesù? Purtroppo, mi spiace dirlo, ma oggi non stiamo scegliendo nessuna delle due strade. Scegliamo di non sposarci perché per vivere un giorno da principi non abbiamo i soldi in banca o perchè abbiamo semplicemente la paura di quel per sempre perché ci insegnano che un domani potrebbe finire tutto e allora non vogliamo investire così tanti soldi su qualcosa che dicono finirà e ha perso certezza. Scartiamo però da sempre anche la seconda strada che è quella che mi fa stare con Gesù.

Penso che oggi la scelta più bella cari giovani è quella di vivere un matrimonio il più casto possibile, che mi riempia solo di una cosa: la RELAZIONE CON GESÙ da lì iniziare a vivere la SANTITA’ con lo sposo o con la sposa che il Signore ci ha posto accanto. Cambiamo il paragone allora: meglio un giorno da principe acquistato o una vita verso la santità? Ci vuole coraggio, molto, ma il coraggio è nel contratto dell’amore totale.

Certo forse la domanda che ora verrebbe da porsi è perché dovrei sposarmi? Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbe però ahime una giornata ma in poche semplici righe proviamo a dirvi che dentro quella grazia e benedizione che ricevete c’è una promessa di amore che il Signore sigilla tra voi e con voi.

Il catechismo della chiesa cattolica al num. 1603 scrive: “La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di questa istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza, esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale. « La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare »

Riduttivo provare a rispondere con queste righe ma comprendete che c’è una grandezza enorme dietro il sacramento del matrimonio, un mistero grande che dobbiamo ricercare ogni giorno, che purtroppo non ci viene più rivelato che non ci viene più raccontato e mostrato.

Se sapeste la bellezza, la grandezza, il dono grande, la perla prezioso che si riceve celebrando il sacramento del matrimonio, tutti vi sposereste. Tutti! Perché se una cosa è bella, è importante, tutti la vogliono. Anche se costa, per quello che son saliti in tutti questi anni i costi dei catering, dei fotografi, etc. perché pur di avere quel tesoro grande che ricevereste il giorno del matrimonio i venditori sapevano che avreste pagato anche quel poco in più. L’aumento ha però mandato in crisi il sistema, perché se il prezzo sale troppo il cliente non compra più ma così facendo ha tolto anche importanza al tesoro grande che è il matrimonio.

Ci auguriamo che come tutti gli andamenti borsistici dopo questa profonda discesa ci sarà un tempo di risalita non data da una discesa dei prezzi, quella non l’avremo più, ma data da una consapevolezza diversa che avremo nel diventare sposi cristiani. Un consulente finanziario suggerirebbe che forse è proprio questo il momento di investire sul matrimonio, con il titolo a ribasso. Aiutaci Chiesa a farlo, aiutiamoci insieme sposi, laici, religiosi e risollevare la cellula vitale della società: la famiglia, l’uomo e la donna nella loro unicità e complementarietà all’amore, la vita frutto dell’amore stesso tra gli sposi.

Ricerchiamo la bellezza del matrimonio e testimoniamola cari sposi, non con le parole ma con il gesto più bello che siamo chiamati a vivere: l’amore, l’amarci! Un caro saluto.

Anna e Ste
Cercatori di bellezza

Il matrimonio che dà senso a tutti gli altri

Ognuno di noi porta nel cuore una coppia di riferimento. Che siano genitori, nonni, zii o altri, è importante avere un modello cui guardare. Bisogna stare attenti a non idealizzare nessuno. Abbiamo però bisogno di un esempio da seguire che deve diventare carne ed ossa. È il qui e ora di ciò che ci portiamo dentro, magari fin da bambini. Che il matrimonio sia la base della società non è un invenzione di noi blogger cattolici né una barzelletta né il frutto di concezioni obsolete o desuete.

Tutt’altro! Persino nell’edizione in corso di Masterchef – il noto programma tv per aspiranti cuochi professionisti – ha trovato posto una puntata dedicata all’amore sponsale. In particolare, nell’episodio otto, l’ormai nota cucinata “in esterna” era per quindici coppie che festeggiavano le nozze d’oro, cinquant’anni di matrimonio. I giudici, e in particolare Antonino Cannavacciuolo, hanno intervistato gli sposi, facendosi raccontare aneddoti, ricordi e segreti per la buona riuscita di un legame non soltanto esteso nel tempo ma di qualità. Tutti erano entusiasti e alcuni aspiranti chef si sono dilettati in un componimento poetico e in uno in prosa come augurio ai graditi ospiti.

Una concorrente, addirittura, ha affermato che aver visto recentemente i nonni raggiungere questo traguardo l’ha ispirata a cucinare. Non credo sia tutta finzione scenica. Sicuramente c’è un’ammirazione autentica verso chi spende mezzo secolo – e oltre – insieme. Nelle gioie e nei dolori, nelle fatiche e nelle soddisfazioni.

C’è un matrimonio, in particolare, che dà senso e compimento a tutti gli altri: quello tra Maria e Giuseppe, che la Chiesa Cattolica ricorda proprio oggi, 23 gennaio. Nel Vangelo di San Luca leggiamo: “Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27). E in San Matteo: “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 18-21).

La celebrazione ebraica dell’epoca era molto diversa dalla nostra. Un brevissimo approfondimento può esserci d’aiuto: “Il matrimonio si celebrava, di solito, dopo un anno di fidanzamento (cf 1Sam 18,17-19; Mishnàh, Ketubòt 5,2) senza alcuna cerimonia religiosa, trattandosi di un evento civile che solo i libri tardivi chiamano «alleanza» (cf Ml 2,4; Pr 2,17). Lo sposalizio era, ieri come oggi, l’occasione di una grande festa durante la quale si cantavano canti d’amore in onore degli sposi (cf Ct 4,1-7) a cui seguiva un banchetto (cf Gen 29,27; Gdc 14,10) che di norma durava sette giorni”. [1]

Quello di Maria e Giuseppe è un matrimonio vero, autentico, di grande rispetto e amore reciproco. Certo, è un matrimonio verginale, ma è di modello e di esempio per tutti perché è stato vissuto in pienezza, “nella gioia e nel dolore”. I loro piani di giovani promessi sono cambiati dopo l’annuncio dell’angelo ma non hanno portato al fallimento, all’allontanamento, alla divisone. Anzi: nell’accoglienza di Giuseppe troviamo un modello straordinario di dedizione, che sa scorgere il piano di Bene al di là dei desideri puramente umani.

E nell’accettazione di Maria alla volontà di Dio troviamo il paradigma che dire sì a qualcosa di più grande e di vero nella prospettiva del Cielo è sempre la scelta giusta. Anche se costa fatica. Anche se scardina le nostre piccole certezze quotidiane. Anche se comporta un dover modificare l’agenda degli impegni e dei “to do”. Ma è questa la base della società voluta da Dio. Un uomo e una donna uniti in un legame benedetto. Gesù ha avuto bisogno di una famiglia in cui nascere. Una famiglia con una mamma e un papà, modello eterno cui guardare e in cui trovare rifugio, ispirazione, consolazione, sprono. Perché “la speranza non delude” (Rm 5,5,) e l’Anno Giubilare ne sarà occasione di riscoperta.

Fabrizia Perrachon


[1] L’articolo completo, molto interessante, è disponibile a questo link: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2011/02/01/cana-19-il-matrimonio-al-tempo-di-gesu-nella-scrittura-nel-giudaismo/

Mio marito se n’è andato. Perchè restare fedele?

In questi giorni mi sono sentito con il mitico Vittorio Scarpelli, perché ha ricevuto una domanda e mi ha chiesto un consiglio su cosa rispondere, visto che è quello che ho vissuto e con cui ho a che fare quotidianamente. Poiché è una domanda che ricorre spesso, provo ora a esprimere qualche sottolineatura, secondo la mia esperienza: Mio marito se n’è andato di casa nel 2023 dicendo che non mi amava più; abbiamo tre figli e ad oggi sto ancora rispettando il Sacramento che abbiamo ricevuto diciassette anni fa, ma a cosa serve?”.

Certamente, quando finisce una relazione, viene naturale pensare che sia tutto finito e che non abbia più senso ostinarsi a credere in qualcosa che non c’è più o peggio, rimanere fedeli: due persone si lasciano e quindi come finisce l’amore, automaticamente, anche il Sacramento scompare e perde di significato.

In realtà le cose sono completamente diverse, perché umanamente le cose possono anche andare male, ma le due persone rimangono legate per sempre, anche se i nostri occhi e i nostri sensi non lo possono vedere. Infatti, il Sacramento del matrimonio è l’unico dei sette sacramenti che viene dato alla coppia e non alla singola persona, perché non è un fattore individuale, ma viene consacrata (ripeto, consacrata) la relazione, per cui qualsiasi cosa accada su questa terra, non sono più due, ma una carne sola.

Capisco perfettamente che questo discorso possa apparire privo di senso e confesso che anch’io avevo molti dubbi in proposito, quando ancora non ci avevo capito niente sul Sacramento del matrimonio.

Faccio un esempio che credo possa aiutare a capire: quando un’ostia viene consacrata, diventa il corpo di Gesù, anche se noi vediamo sempre un pezzo di pane, ma per fede sappiamo che niente Lo potrà riportare alla sua sostanza originale (da qui deriva tutta la grande attenzione e devozione nel ricevere la Santa Comunione e nel custodire il corpo di Cristo dentro un tabernacolo).

Allo stesso modo, quando un uomo e una donna ricevono il Sacramento del matrimonio, non sono più come prima, sono diventati qualcosa di diverso e in particolare Gesù è in mezzo a loro e li tiene per mano, senza lasciarli mai: si possono firmare separazioni, divorzi, qualsiasi tipo di documento, ma non cambia assolutamente niente per Dio.

Detto questo e tornando alla domanda, una persona può chiedersi cosa fare e come andare avanti quando il coniuge ti lascia e la risposta è “esattamente quello che faceva prima (o avrebbe dovuto fare), perché non è cambiato nulla, si modifica soltanto la modalità con cui si vive il Sacramento”.

Quando una persona si sposa in chiesa, non lo fa principalmente per sé stessa, ma per dare la vita, imparare ad amare e testimoniare come Dio ama e ci ama.

Questa missione non cambia se il coniuge se ne va, si rimane comunque maschi e femmine, padri e madri indipendentemente dalla presenza o no dei figli, fratelli e sorelle di tutti e annunciatori di una realtà invisibile; quello che si modifica, invece, rimanendo da soli, è il ritorno, in particolare vengono a mancare la tenerezza, la sessualità, la reciprocità, e la corrispondenza.

Essere fedeli (fedeltà ha la stessa radice di fede e fiducia) non è un accessorio, un qualcosa di facoltativo, ma è Sacramento in atto, fa parte del pacchetto che abbiamo scelto il giorno in cui ci siamo sposati: “Prometto di esserti fedele sempre, per tutta la vita, qualsiasi cosa accada”. E “per qualsiasi cosa” non mi sto riferendo solo alla separazione, ma anche a situazioni umane varie, dalle semplici incomprensioni/differenze, fino alle realtà lavorative e di malattia.

Ad esempio, una situazione che mi ha beneficato tanto e che probabilmente ho già citato altre volte, è stata quella di una mia amica il cui marito, in seguito a un incidente, è rimasto paralizzato per tanti anni e poi è morto; lei lo ha accudito e accompagnato fino all’ultimo. Sicuramente alcuni le avranno detto di metterlo in un istituto e trovarsi qualcun altro, che stava sprecando la sua vita, ma lei invece ha voluto portare avanti la missione, certamente con sacrificio e sofferenza, ma anche con tanta fede e dimostrando una qualità di amore davvero pura.

Ma la cosa bella è che in palio non c’è solo il Paradiso fra tot anni, ma il Paradiso, per chi vuole, comincia già ora, oggi, perché quando si ama senza confini, cosa volete che conti tutto il resto? Una moglie che non ti parla o ti offende? Un figlio che manifesta evidenti difficoltà? Non fare più l’amore?

Pazienza, si va avanti lo stesso: se Dio ci concede ancora tempo su questa terra, vuol dire che non abbiamo ultimato la nostra missione e la nostra preparazione. Quando umanamente si fa il possibile, Dio dà i doni necessari ad andare avanti, in particolare pace, sapienza, fortezza e farà i giusti miracoli a tempo opportuno, così tanti che un giorno ci meraviglieremo di quante persone ne hanno beneficiato!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Meglio un pentolino o una batteria intera?

Dal Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mandò a liberare il suo popolo, stabilì la sua alleanza per sempre. Santo e terribile è il suo nome. La lode del Signore rimane per sempre.

Oggi è il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di una martire dei primi tempi, sant’Agnese, che il Signore coronò con una seconda corona, oltre al martirio, che è la verginità; e grazie a quest’ultima corona è divenuta la patrona delle vergini e delle fidanzate.

Sicuramente tra le lettrici del blog ci saranno diverse donne che rientrano in queste due categorie, oppure che sono madri di una di esse, perciò invitiamo tutte le donne appartenenti alle due categorie di approfondire la figura di Agnese, più che sul piano agiografico, soprattutto nell’imitazione delle virtù e nell’invocazione come patrona della propria persona.

Spesso incontriamo sposi/fidanzati che non vivono una vita sacramentale attiva, sono adulti anagraficamente ma la loro vita spirituale è rimasta all’età del catechismo oratoriano da ragazzini. Non vogliamo con questo giudicare nessuno, è solo una fotografia della realtà che incontriamo sovente, però essa ci aiuta per entrare un poco più in profondità di una frase del Salmo 110.

Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Il Signore è proprio un signore, non fa le cose con sufficienza, non è banale, non le fa con approssimazione, non le fa tanto per fare, non è un taccagno, se decide di fare una cosa la fa bene, la fa giusta e la fa con grande magnificenza.

Potrebbe sembrare scontato che Dio, visto che è infinito, faccia le cose in grande. Se col ragionamento ci sembra che tutto fili via liscio, nella vita ordinaria spesso siamo noi a porre dei limiti a Dio. In che senso?

Per esempio, nella nostra preghiera di richiesta ci limitiamo a chiedergli di trovare un lavoro, di trovare una casa, di ritrovare la salute perduta, che i nostri cari tornino a casa incolumi la sera, che l’esame medico vada per il meglio, ecc… tutte cose buone ovviamente, ma sono limitate. Vi riportiamo il nostro esempio di vita scusandoci in anticipo se a molti potrà sembrare piccola cosa, ma per noi è stato segno della Provvidenza e della Sua magnificenza.

Eravamo giovani e ci stavamo frequentando già da qualche tempo (col cammino intrapreso con padre Bardelli), ci siamo fidanzati e poi abbiamo pensato di sposarci. Mentre si valutava il tutto succcede che Valentina perde il lavoro, l’azienda va a rotoli, non recupera otto mesi di stipendi arretrati e nemmeno il TFR… tutto sembra remare contro i sogni di un futuro insieme oltre ai preparativi prossimi della festa di nozze. In questa situazione instabile ed incerta, sembrerebbe ovvio chiedere al Signore un aiuto per aggiustare prima le cose per poi pensare a sposarsi, la casa, la festa, ecc… Ebbene, noi abbiamo osato di più, abbiamo chiesto la cosa più importante e non la più urgente. Abbiamo deciso di sposarci lo stesso chiedendo al Signore di preparare i nostri cuori come casa Sua. Nel giro di tre giorni arriva una chiamata da un’amico che offre un lavoro a Valentina, poco dopo la possibilità di un primo appartamento, nel giro di qualche mese ci siamo sposati.

Cari sposi, come vi abbiamo dimostrato col nostro piccolo aneddoto, dobbiamo imparare a puntare al massimo e all’importante per la santità, per la salvezza, il Signore donando il tanto dona anche il meno.

Facciamo un esempio casalingo un po’ strampalato e simpatico: se voi chiedete un pentolino, vi arriva un pentolino, ma se voi chiedete una nuova cucina con tanto di batteria di pentole inclusa, nella cucina nuova è compresa la batteria nella quale è compreso il vostro pentolino inziale. Nel dono maggiore è compreso il dono minore. Con sant’Agnese il Signore ha operato proprio così.

Coraggio sposi, impariamo a chiedere al Signore le cose grandi della vita. Chiediamo per esempio la grazia di una castità matrimoniale perfetta, di una tenerezza sponsale al massimo grado, chiediamo la grazia di piangere nostri peccati, la grazia del disgusto del peccato, la grazia di perdonare prontamente il nostro coniuge, la grazia di morire col conforto dei sacramenti. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano.

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo dell’amore

Stiamo giungendo alla fine del terzo poema. Il corteo nuziale è arrivato. Finalmente gli sposi sono da soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Quanto sei bella, amica mia quanto sei incantevole!/I tuoi occhi sono colombe, dietro il tuo velo./Le tue chiome sono come un gregge di capre, distese sulle pendici dal monte Gàlaad!/I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno;/procedono tutte appaiate, e nessuna è senza compagna./Come un nastro di porpora sono le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/come spicchi di melagrana le tue guance dietro il velo./Il tuo collo è come la torre di Davide,costruita a guisa di fortezza./Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di guerrieri./I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli./Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre,/me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso./Tutta incantevole sei, amica mia, nessun difetto è in te.

Dopo aver meditato nel capitolo precedente sul corteo nuziale, giungiamo finalmente all’incontro tra gli sposi. Entrano nella casa nuziale, e lo sposo, colmo di trepidazione, può finalmente togliere il velo alla sua amata, disvelandone la bellezza. Come ricorda Giovanni Paolo II, “l’amore è sempre una rivelazione di bellezza; una bellezza che, per chi ama, non è mai solo esteriore, ma si radica nel mistero dell’altro” (Uomo e donna lo creò).

Questo momento richiama alla mente l’ingresso della sposa in chiesa, il primo atto del rito del matrimonio, ma ci conduce ora alla prima notte di nozze, il sigillo dell’unione, il compimento sacramentale dell’amore degli sposi. È un momento che, come descrive il Cantico dei Cantici, è segnato dallo sguardo meravigliato dello sposo davanti alla sua sposa. Giovanni Paolo II lo esprime così: Lo sguardo dell’uomo, purificato dal dono dello Spirito, scopre nella donna non un oggetto, ma una persona, una sorella in Cristo e, nel matrimonio, una compagna della vita e dell’amore.

La meraviglia dello sposo non è mai uno sguardo di concupiscenza, che riduce l’altro a mero oggetto di piacere. Al contrario, è uno sguardo che rivela la dignità e la bellezza della sposa, un “eros trasfigurato”, come lo definisce Giovanni Paolo II, capace di unire corpo e anima in un’esperienza di stupore autentico: Il corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, è chiamato a diventare manifestazione dello spirito e dono di sé nell’amore.

Lo sguardo dello sposo nel Cantico è uno sguardo casto, che non mortifica la corporeità, ma la esalta nella purezza. È uno sguardo che non viola, ma accoglie; non domina, ma invita; non ferisce, ma guarisce. Questo sguardo prepara l’incontro totale tra gli sposi, corpo e anima, in un’unione che è segno dell’amore di Dio per l’umanità. Un amore che non si ferma all’apparenza, ma penetra in profondità, cercando l’anima dell’altro. Solo un cuore puro sa amare in modo autentico, ci ricorda Giovanni Paolo II.

Il Cantico ci invita a riflettere: quale tipo di sposo vogliamo essere per nostra moglie? Il re che la fa sentire regina, bella, desiderata e amata, o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie? L’invito è a vivere l’eros non come ricerca egoistica, ma come dono reciproco. L’amore vero è un’esigenza profonda dell’anima umana; è un riflesso dell’amore di Dio, scrive Giovanni Paolo II. Solo così, purificando il nostro sguardo e il nostro cuore, potremo vivere il matrimonio come segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

Antonio e Luisa

Il grande e piccolo segno di Cana

Cari sposi, dopo che Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, eccoci oggi dinanzi alla sua prima mossa. Pensiamo a noi, non appena abbiamo raggiunto una meta (laurea, assunzione ad un posto di lavoro, nuovo incarico…), di certo ci siamo sentiti pieni di entusiasmo, con la voglia di “iniziare con il botto”.

Ma oggi Gesù non ha nessun tipo di pretesa del genere. L’unica cosa che fa è partecipare tranquillamente ad un matrimonio a cui era stato invitato, forse un parente di Maria o di Giuseppe. E di fatto il “miracolo” non è stato per nulla appariscente, come altre volte ma è stato compiuto dai servi, dietro all’iniziativa di Maria che ha fatto anticipare l’inizio della “ora” di Gesù. È altamente probabile che molti, a quella festa, manco si accorsero del “cambio di vino”.

Eppure, questa prima manifestazione di Gesù rimane la pietra angolare della sua missione. Al di là dell’apparente normalità dei fatti – una delle tante feste di matrimonio – sta accadendo un fatto straordinario, descritto così dal Catechismo: “La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo” (1613).

Mi piace essere ancora più esplicito e donarvi un passaggio di un grande teologo italiano che ha contemplato e approfondito la bellezza del matrimonio cristiano:

Ci troviamo quindi davanti ad un mistero: sta per cominciare la nuova alleanza. Ed essa inizia in un contesto nuziale. Pare possibile che Cristo abbia deciso di dare il primo segno in un contesto nuziale a caso? Oppure non è una strategia umana e divina incredibile il fatto che il primo segno avvenga all’interno di un chiaro contesto nuziale? […] Cristo ha deciso di porre un segno strategico come segno archetipale in un contesto nuziale per dire chi è e cosa è venuto a fare. Lui è lo Sposo messianico venuto per sposare l’umanità presente in lei, la donna/madre. Per fare intuire l’intima finalità della sua missione, Cristo decide di compiere da subito un segno che lascia presagire il mistero nuziale che Egli illumina e compie. Col suo segno iniziale/archetipale, Cristo inizia e avvera l’Alleanza, che è alleanza nuziale” (Giorgio Mazzanti, Teologia nuziale e sacramento degli sposi, 16-17).

Impressionante! Il matrimonio, da quel momento è segno che Cristo è vivo, presente, risorto, non solo nei tabernacoli placcati d’oro e inondati di incenso bensì in ogni coppia che ha ricevuto il sacramento!

Ma la realtà di quel matrimonio a Cana è stata ben diversa… sappiamo che il vino, nell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore e della gioia. Se il vino è venuto a mancare già nel banchetto e questo non in una coppia di cinquantenni ma di novelli sposi… allora la situazione è assai grave.

Da questi ed altri dettagli del Vangelo, pare che i nostri sposini fossero quindi arrivati impreparati al giorno di nozze, trascinando un amore un tantino malato. Sembra la prefigurazione dei tanti matrimoni che oggi si sposano in Chiesa ma che hanno già le ore contate, andando a ingrossare la fila dei clienti degli avvocati…

E che fa Gesù? Se ne sta a divertirsi con i suoi apostoli, tra calici di buon vino e costine di agnello arrosto? In realtà, Lui sa tutto ed è totalmente sul pezzo. Quello che fa segue un pensiero ben preciso: la capacità di amare non si può vivere in pienezza se non si è preparati, purificati e in definitiva amati.

Ecco allora che Cristo non fa venire miracolosamente il vino buono da un’altra parte – gli bastava solo volerlo – ma il grande segno consiste nel trasformare l’acqua, simbolo qui di un elemento semplice e umile e che rimanda alla fragilità della coppia stessa, in vino eccellente.

Un gesto simbolico e che sarà ripetuto anche durante l’Ultima Cena: l’amore richiede sempre una purificazione continua, un guardarsi dentro e mettersi in discussione, un riconoscersi sempre inadeguati ad amare e bisognosi dell’Amore.

Se è vero che le grandi crisi di coppia sono state il risultato di piccoli sgarri accumulati è soprattutto vero il contrario. Cana ci insegna che voi sposi potete arrivare alle alte cime dell’amore se ogni giorno ripartite dal principio, dal proprio nulla e date un valore di amore alle piccole cose, uniti alla Presenza di Cristo Sposo che già abita in voi.

ANTONIO E LUISA

Come dice padre Luca, abbiamo bisogno di continua purificazione. Ma cosa significa? Nella concretezza della nostra storia abbiamo dato un senso a queste parole. Amare davvero è un viaggio che inizia riconoscendo la propria fragilità: accettarsi deboli, incompleti, vulnerabili. Nessuno, per quanto straordinario, può colmare il nostro vuoto interiore; solo l’amore di Dio può renderci completi. Quando ci scopriamo profondamente amati da Lui, impariamo a donare senza possedere, ad accogliere senza pretendere. È questa guarigione del cuore che ci libera dalle dipendenze affettive, trasformando l’amore in un dono puro e autentico. Solo così possiamo vivere il matrimonio come luogo di rinascita, dove il legame non imprigiona ma eleva. Dove l’acqua diventa vino. Amare è un atto di libertà che nasce dall’esperienza viva dell’amore di Dio.

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Riscoprire l’intimità: attesa, comunione e amore vero

La voglia può dirigere sempre bene le nostre azioni?

Non tutto ciò che è lecito è utile (1 Corinzi 10,23). Spesso, il desiderio immediato sembra essere una bussola infallibile: “Ho voglia di mangiare tutto il pacco da un chilo di patatine, perché negarmi questo piacere?” o “Sto così bene a letto, perché dovrei alzarmi e andare a lavorare“. Tuttavia, assecondare ogni impulso senza discernimento può portarci a una vita disordinata e poco soddisfacente. La spontaneità, se non regolata, rischia di renderci schiavi dei nostri desideri. Rischiamo di farci del male. A volte in modo evidente e chiaro altre volte in modo non immediato e pienamente consapevole. Come scrive Sant’Agostino: La libertà è obbedire alla verità, non al proprio capriccio.

L’intimità: un dono pensato per un contesto speciale

Arriviamo a noi. Dio ha voluto la relazione sessuale come un’espressione unica e sacra di donazione e accoglienza reciproca tra marito e moglie, all’interno del matrimonio. Anche tra coniugi, non sempre ogni momento è opportuno per l’intimità. Riconoscere ciò non reprime l’amore, ma lo raffina. Lo rende una scelta d’amore e non un semplice abbandono a un istinto fisico. San Giovanni Paolo II ha scritto: La castità coniugale non è una negazione, ma un sì più grande: un sì all’amore vero.

Quando i coniugi scelgono insieme di posticipare un rapporto, si aprono a una comunicazione più profonda, rafforzando la connessione emotiva e spirituale.

L’amore ha mille volti

L’amore vero non dice mai: ‘basta’ (San Francesco di Sales). Spesso si considera l’atto sessuale come l’apice dell’amore coniugale. L’abbiamo detto e scritto tante volte anche noi. Bisogna però stare attenti; la realtà è più ricca e complessa. Amarsi significa anche saper trovare altre vie per esprimere il proprio affetto: una parola gentile, un abbraccio inaspettato, un gesto di cura.

Questa pluralità di modi rende l’amore creativo e sorprendente. Diventa come la terra bagnata di pioggia che feconda non solo l’amore ma anche il desiderio della coppia di vivere una comunione profonda anche fisica. I Metodi Naturali, lungi dal soffocare l’amore, insegnano ai coniugi ad accogliere ogni fase della vita con pazienza e generosità.

Aspettare: un esercizio di amore

Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Giovanni 15,13). Quando una coppia sceglie di rispettare i tempi fertili per rimandare una gravidanza, non nega l’amore, ma lo amplifica. Rinunciare a un momento di intimità per il bene dell’altro diventa un atto di dono totale. Significa dire all’altro con la nostra scelta consapevole che siamo disposti ad aspettare di poterlo avere tutto. Accogliere tutto il corpo del marito o della moglie senza artifici chimici o fisici che possano limitarne la fecondità. Perchè accogliendo completamente l’altro attraverso il suo corpo possiamo entrare in una piena comunione di tutta la persona (corpo, mente e cuore). Questa attesa trasforma ogni incontro successivo in un evento speciale, preparato con cura e vissuto con gioia. Come scrive Dante nel Paradiso: E ‘n la sua volontade è nostra pace.

Giovanni Paolo II afferma con forza questa verità con delle parole molto chiare: La dimensione unitiva e quella procreativa dell’atto coniugale non possono essere separate senza alterare la verità intima dell’atto stesso. Quando i coniugi si uniscono nell’amplesso, essi sono chiamati a un dono reciproco totale, che include l’apertura alla trasmissione della vita. Ogni atto che escluda intenzionalmente questa apertura rischia di ridurre la comunione tra gli sposi a una semplice ricerca di piacere e non al segno della donazione totale di sé.

Preparare l’amore

Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint-Exupéry). La preparazione di un rapporto coniugale non è meno bella o meno spontanea dell’atto stesso. È un momento di dialogo, di sogni condivisi, di intesa profonda. Come un pasto cucinato con amore, l’attesa aumenta il piacere e rende tutto più intenso.

Vivere secondo la “spontaneità” intesa come seguire ogni impulso può impoverire l’amore. Al contrario, imparare ad amare con consapevolezza arricchisce il matrimonio, rendendolo un cammino di crescita continua. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, coppia di sposi santi, hanno scritto: La castità è il linguaggio che permette agli sposi di vivere l’intimità come un dono che si rinnova continuamente, una comunione di anime e corpi che riflette l’amore di Dio per noi. Come ci ricorda San Tommaso d’Aquino: Amare è volere il bene dell’altro. E quale bene più grande possiamo volere per il nostro coniuge, se non quello di crescere insieme nella capacità di amarci ogni giorno di più? Diventare capaci insieme di riflettere un amore che sia divino oltre che umano? Molto dipende anche da come viviamo l’intimità e come facciamo l’amore.

Antonio e Luisa

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L’Accoglienza nella Vita di Coppia: Una Nuova Speranza

Oggi sentiamo spesso nominare la parola “accoglienza”, coniugata nei vari contesti sociali.  Noi abbiamo provato a risalire all’origine di questa parola, per scoprire quanto di vero e profondo c’è dentro e vedere questa bellezza nella relazione di coppia. I latini ci dicono che A + CUM + LEGERE ci riporta al “legare insieme con un strumento”.

Quando ci siamo conosciuti è stato facile accoglierci, ci siamo legati l’uno all’altra con il nostro volerci bene, tutto veniva facile, era divertente e stimolante stare insieme. Quello che ci attraeva, forse inconsapevolmente, era l’essere così diversi. Ci siamo accolti per la bellezza che vedevamo l’uno nell’altra e per quello che ci faceva stare bene. Ci siamo girati attorno come amici per parecchi anni, per poi innamorarci. Venivamo entrambi dagli oratori parrocchiali, condividevamo gli stessi ideali cristiani e il desiderio di costruire una bella famiglia numerosa. Ci sembrava di essere in paradiso, di aver trovato la fantomatica “metà della mela”. Era entusiasmante anche provare esperienze distanti da noi stessi, proprio per venirsi incontro e far piacere all’altro. Con queste premesse abbiamo deciso di sposarci, certi di essere una coppia consolidata e capace di resistere a qualsiasi cosa.

Appena sposati ci siamo accorti subito che vivere insieme non era come sognare di vivere insieme. Le nostre diversità sono affiorate e poi esplose nel giro di poco, il nostro entusiasmo iniziale era sparito, come pure la spontaneità nello stare insieme; quelle diversità che ci avevano tanto avvicinati, ora ci stavano allontanando; erano diventate intollerabili e inaccettabili con il nuovo stile di vita matrimoniale. Le cose si sono ulteriormente complicate quando abbiamo “accolto” i figli che Dio ha voluto donarci. Una famiglia numerosa, una casa tutta nostra, un gruppo di amici con figli dell’età dei nostri, un cammino spirituale condiviso, tutto come avevamo desiderato, ma allora cosa non funzionava? La metà della mela non combaciava più?!

Per tanti anni abbiamo proseguito in questa apatia, fingevamo di vivere fino in fondo il nostro matrimonio, impegnandoci nei gruppi famiglia, organizzando campi famiglie, frequentando corsi di formazione per coppie, ma tutto questo rimaneva una bella teoria che non si incarnava nella nostra relazione, rimanendo una vuota raccolta di nozioni. Fino ad arrivare a non parlarci più, a non accoglierci più, ma a respingerci; quello spazio che avevamo creato dentro di noi per l’altro, era stato riempito dal nostro egoismo e dalle nostre pretese di cambiarci. Abbiamo dovuto toccare il fondo per capire che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Nella sera della quasi separazione, dopo l’ennesima lite, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partecipare al programma Retrouvaille. Già questa decisione ha aperto uno spiraglio, era il periodo di Natale e l’abbiamo visto come un dono che Gesù ci stava offrendo, come un’altra occasione di accoglierci nuovamente.

Con Retrouvaille abbiamo appreso strumenti efficaci per vivere al meglio la nostra relazione. Siamo partiti da noi stessi, dai nostri pregi e difetti, dai nostri sentimenti per imparare a guardarci dentro con occhi nuovi e a conoscere e poi ad accogliere prima di tutto noi stessi. Abbiamo capito che entrambi siamo membri attivi della nostra relazione, che non siamo chiamati ad attendere, ma ad andare incontro all’altro. Amare è un verbo di azione, come anche accogliere. L’accoglienza parte dal riconoscere noi stessi fragili e fallibili, prima di guardare l’errore nell’altro; questo ci porta a dare una nuova possibilità ogni volta che si cade. Ci siamo accorti che la metà della mela non è reale, ognuno di noi è “uno” e unico. Non dobbiamo completarci, ma aprirci l’un l’altro e metterci in gioco.

L’accoglienza ci insegna che l’altro è un dono, un dono che Dio ha voluto per me e come tale va custodito, senza pretendere di cambiarlo. In tutto questo noi sposi cristiani sappiamo che non siamo soli, che non dobbiamo contare soltanto sulle nostre forze limitate. Quello strumento che ci lega e ci fa stare insieme è il nostro sacramento, che è più prezioso dell’oro e nessuno può portarcelo via; e insieme agli strumenti di Retrouvaille, possiamo costruire, come dice Papa Francesco “la logica del noi”.

Ora possiamo accogliere con una speranza nuova altre coppie, nei gruppi di giovani sposi, negli itinerari dei fidanzati, nel servizio in Retrouvaille, mostrando le nostre cicatrici senza paura, perché sono segno delle prove superate insieme. Possiamo e desideriamo portare ad altri la nostra esperienza di dolore guarito, che ha migliorato la nostra relazione e che ci permette di non fare più finta di vivere il nostro matrimonio. Abbiamo accolto la nostra storia come un dono per noi e per gli altri.

Barbara e Alessandro – Retrouvaille Italia