Non temere: seguilo così come sei, spogliandoti di quello che hai!

Siamo abituati a pensare, a volte, da retaggi culturali o per errati consigli o ancora per nostri pensieri sbagliati in merito, che per seguire Gesù bisogna prima entrare in un esclusivo Fan club. Nulla di più errato, Gesù dice di seguirlo ORA, così come siamo: lascia quello che stai facendo, lascia quello che pensi sul tuo conto o quello che gli altri pensano sul tuo o ancora quello che tu pensi su Gesù, vai e seguilo!

Seguilo con le tue fragilità, con le tue cadute, con le tue paure, con i tuoi dubbi. Non aspettare di chiamarlo Rabbi/Maestro, lo chiamavano anche i farisei, eppure non l’hanno mai seguito. Si può seguire qualcuno strisciando, zoppicando, camminando. Non potrai però mai seguire qualcuno se rimani fermo.

Sentivo qualche giorno fa, da una catechesi di Don Fabio Rosini: “Rimane fermo colui sul quale agiscono più forze”. E faceva anche alcune similitudini. In fisica ad esempio un oggetto è fermo, perché su di lui agiscono due o più forze pari e contrarie. Un oggetto su un tavolo è fermo, perché su di lui agisce la forza peso (forza gravitazionale) e la forza vincolante del tavolo, entrambe si annullano e lo spostamento è pari a zero. Un altro esempio è quello del tiro alla fune, si rimane completamente fermi, quando le forze da una parte e dall’altra si equiparano.

Ora immaginate la nostra vita come un tiro alla fune, e in mezzo alla fune ci fossimo noi, e le forze che ci tirano da una parte e dall’altra sono il lavoro, lo studio, la famiglia, le relazioni, qualsiasi obiettivo che ci siamo prefissati. Più siamo legati a tutto, più siamo ricchi, più non riusciamo a muoverci, perché tutte queste forze saranno pari e contrarie. Per muoverci dobbiamo lasciare andar via un po’ di zavorra. Immaginiamo anche alla mongolfiera, quando spicca il volo? Quando lascia un po’ di zavorra a terra, e li pian piano inizia a librarsi verso il cielo.

Sempre Don Fabio Rosini diceva, che il peggior nemico del consiglio, del discernimento è l’avidità. Più siamo avidi, più vogliamo tenere tutto, più quel tutto ci soffoca, e ci tiene immobili dove siamo. Per spiccare il volo dobbiamo iniziare ad abbandonare qualcosa.

Magari dobbiamo abbandonare il lavoro che facevamo, ma che forse ci soffocava, non ci portava serenità nella vita; forse quello studio, al quale eravamo affezionati, perché il mondo ci dice che “la carta” è importante; oppure quella relazione, alla quale siamo legati, perché ci portava sicurezza, stabilità e quindi immobilismo. Ovviamente da domani non è che lasciamo tutto e diventiamo novelli San Francesco, non sto dicendo questo, anche perché la scelta di San Francesco non è legata alla povertà in se, San Francesco poteva rimanere ricco e seguire Gesù, la sua scelta radicale è un esempio. Lui non ha lasciato solamente tutto ciò che era materiale, ma si è spogliato prima di se stesso. La ricchezza di cui ci parla il vangelo non è solo quella materiale, ma quella a cui noi diamo un’importanza tale, da sostituire Dio nella nostra vita. Possiamo essere ricchi anche possedendo una sola penna, oppure possedendo una relazione, o anche un progetto buono: quella penna, quella relazione, quel progetto diventeranno il nostro Dio!

Se ad esempio io fossi più legato alla mia dolce metà, la possederei, diventerebbe il mio Dio, ma Gesù dice lascia tutto e seguimi, non perché se vengo chiamato al matrimonio, debbo lasciare Dora per seguire Gesù, ma perché Gesù mi dice di lasciare Dora a Lui. In un rapporto costante, in cui io mi spoglio dei doni che Dio mi fa (anche la nostra dolce metà, i nostri figli, le relazioni sono dono), posso vivere un rapporto sempre più sincero e vero con l’Altro e con gli altri.

In questo rapporto mettiamoci veramente di tutto. Ad esempio, per una sacerdote può essere la gestione di una parrocchia, tanto vuole che vada tutto così bene, che inizia a possedere la parrocchia, le relazioni con i parrocchiani si assottigliano, diventa un amministratore di un’azienda, in cui viene a mancare il contatto. Oppure un progetto buono e santo, può diventare motivo di possesso, per esempio per me può essere il libro “Meteo di Coppia”, tanto voglio portare questa storia di Speranza agli altri, che inizio a possedere il dono di cui Dio mi ha fatto, e non riesco più a vedere alle relazioni che instauro attraverso questo dono, inizierei quindi a possedere il dono, e non rimetterlo ogni giorno nelle mani di Gesù.

Diceva un santo che se un progetto viene da Dio o Dio vuole che lo porti avanti, ogni giorno chiedigli di distruggerlo, oppure che quel progetto lo porti avanti un altro. Se nel tuo cuore hai qualche tipo di resistenza nel fare questa preghiera, allora chiedi a Dio di liberarti da questa paura del possesso. Ogni tipo di possesso è sempre legato a una paura di voler lasciare andare… Erroneamente possiamo pensare di esserci guadagnato quel qualcosa, con la fatica e con il sudore, che a primo acchito può pur sembrare, ma che se ritorniamo indietro, e vediamo tutte le Dio-incidenze, capiamo che è stato tutto dono. Ma non scoraggiatevi se avete paura, perché anche io ogni giorno ho paura, ma ogni giorno Gesù mi viene a liberare da esse, perché possa sempre più fidarmi della sua guida premurosa di Padre.

Infine anche il peccato può diventare motivo di immobilismo, la paura di seguire perché non siamo degni, una cosa che ho pensato tante volte: “Signore cado troppe volte, non riesco a seguirti” e lui veramente, con una santa pazienza, che mi ripeteva: “Se cadi è perché mi segui, chi è fermo non rischia di cadere”.

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Dietro le tempeste a volte si cela l’arcobaleno

Scrivevo tempo fa che bisogna avere il coraggio di mostrarsi fragili, perché è nella fragilità che il Signore mostra la sua potenza. E rincaro dicendovi che neanche dobbiamo scoraggiarci se a volte proviamo paura davanti alle prove della vita, il Signore non solo ci ha donato la fortezza nella nostra fragilità, ma anche il coraggio nella nostra paura. Durante la tempesta, Pietro e gli apostoli si mostrano fragili, ma Gesù dona a Pietro la forza per affrontare il mare in tempesta. Nonostante la forza della fede, che riesce addirittura a farlo camminare sulle acque, Pietro teme e inizia ad affondare, ma non si scoraggia, e ancora chiede aiuto: “Signore salvami”, e Gesù ancora una volta gli offre la sua mano.

Il Signore conosce le nostre fragilità e le nostre paure, e durante le tempeste ci viene incontro, camminando su di esse, per mostrarci che le tempeste, le onde, le dobbiamo cavalcare, dobbiamo sfruttarle per il nostro cammino. E se in quel cammino affondiamo, presi dalle nostre paure, non dobbiamo temere, perché c’è sempre Lui a prenderci per mano.

Tante volte vediamo i santi come monoliti senza fragilità e paure, ma sono sicuro che loro non sono stati da meno di Pietro. Tante volte saranno caduti nelle loro fragilità e tante volte avranno temuto di affondare. Non sono santi per la loro incrollabile fede, ma perché nonostante la fede scricchiolasse, si sono fidati della mano salvifica di Cristo. Hanno sempre chiesto aiuto nelle difficoltà, hanno sempre implorato misericordia nelle cadute. Hanno compreso che i bisognosi, i beati del Vangelo, sono coloro che, spogliati dei loro vestiti, messi a nudo nelle loro fragilità e paure, elemosinano Gesù.

La santità è un cammino fatto di cadute, di paure, di prove, chi segue Cristo non è esente. Le tempeste accrescono la nostra umiltà e la nostra fede in Cristo, se sappiamo nel momento di maggior prova, aggrapparci a Lui.

Vorrei raccontarvi un fatto accadutomi, senza il quale oggi la mia vita sarebbe diversa. Era un Settembre di un paio di anni fa, la mia ex fidanzata mi aveva appena lasciato, e a distanza di qualche mese dovevo tornare a Roma per un esame, dopo aver lasciato tutto (amici, lavoro, studio, l’amore). Ero distrutto dal punto di vista emotivo, e i miei pensieri, prima della partenza, balenavano alla storia di amore appena conclusa. Ricalcare quei posti, dove ero stato felice con lei, mi faceva impazzire. Nonostante il Signore mi offrisse la forza per ricominciare, avevo tanta paura. Il giorno prima di partire, dissi a mia madre: “Non ce la faccio, mi sembra di impazzire, rinuncio ad andare”.

La mattina della partenza, feci una preghiera al Signore: “Gesù se tu vuoi che vada a Roma, manda un angelo a prendermi”. Arrivato al Pullman, preso da una forte paura, dissi a mia madre di andarsene. Stavo per stracciare il biglietto, quando una Signora mi bussò all’improvviso al finestrino. Trasalii, abbassai il finestrino e chiesi cosa fosse successo, la Signora mi disse se gentilmente potevo portare un pacco alla figlia a Roma. In quel momento, preso alla sprovvista, le dissi Sì, e senza rendermi conto scesi dalla macchina, caricai la mia valigia e il suo pacco, e poi salii sul Pullman. Ero sconvolto e piangevo, stavo malissimo, avevo una paura matta di andare…. poi mi ritornò la preghiera del mattino… e capii, capii che il Signore mi aveva risposto, e mi aveva mandato il suo angelo!

Mi fidai e andai a Roma, feci l’esame, passai lo scritto, ma non l’orale, dove feci scena muta tanto stavo male, non riuscivo a pronunciare una sola parola. Presi il bus di ritorno, per andare alla casa del mio amico, e li persi tutta la borsa con gli appunti dell’esame. I pensieri di Agnese continuavano a balenarmi nella testa, e ancora una volta implorai il Signore di aiutarmi e di mostrarmi la sua via, di mostrarmi dove potessi essere più utile nella sua Chiesa. E sentii nel cuore: “Vieni da me Daniele e ti indicherò la strada”, non me lo feci ripetere due volte e mi fiondai nella Chiesa del mio Padre Spirituale, Don Elio. Arrivato in Chiesa trovai, Don Elio e altri giovani che facevano adorazione, mi fermai a pregare. Finita l’adorazione stavo meglio e stavo per andarmene a casa, quando il Don mi fermò chiedendomi se volessi rimanere per una pizza, perché voleva mostrarci una cosa. Io stavo ancora scosso ed ero stanco per la giornata, e gli dissi che volevo tornare a casa a dormire. Chiamai il mio amico, dove alloggiavo, ma lui mi rispose che il mezzo aveva fatto ritardo e che sarebbe tornato più tardi (a posteriori posso dire che siano benedetti i mezzi di Roma e i loro ritardi, forse sono l’unico al mondo a ringraziarli). Non sapendo cosa altro fare, accettai l’invito. Don Elio ci mostrò un nuovo metodo di evangelizzazione: “Il metodo Alpha”. Vi dico solamente che mi innamorai di questo nuovo metodo, e mi feci tutte le cene a Roma (si tratta infatti di dieci cene con talk e discussione, per parlare di Gesù a tutti, in modo semplice e leggero). Per farvi capire quanto mi aveva preso questo metodo, che per fare le cene a volte andavo e ritornavo da Roma a Bari nello stesso giorno (12 ore di viaggio).

Perché vi racconto tutto questo? Perché senza questo metodo non avrei mai conosciuto la ragazza della mia vita. Lei, Dora, la conobbi nel viaggio che feci a Londra, dove ci fu il raduno mondiale di tutti coloro che si occupano nei vari Paesi di Alpha. Ma questa è un’altra storia…

Se un giorno avrete paura e vi sentirete fragili, non scoraggiatevi, la paura e la fragilità fa parte di noi, ma il Signore è venuto a vincere le nostre fragilità e a renderci uomini coraggiosi. Confidate in Lui, e chiedete il suo aiuto, non ve lo negherà mai! E’ chissà che dietro le tempeste non si celi un bellissimo arcobaleno…

I puri di cuore vedranno Dio

“Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. Quanti uomini e donne, anche oggi, dicono di seguire Gesù, che sono ligi alla sua legge e che “percorrono il mare e la terra per fare un solo proselito”, ma che poi, di tutto quello che insegnano, non solamente non lo mettono in pratica, ma lo trasformano in coltelli affilati per i loro fratelli.

Santa Faustina nel suo Diario scrisse che proprio le persone che più gli stavano vicino, e che dicevano di aiutarla e di volerle bene, poi finivano per fargli il male maggiore, ostacolandola in tutto quello che facesse.

E’ questa gente che dobbiamo temere di più, persone che vanno da un capo all’altro del mondo testimoniando l’amore e il perdono di Gesù, ma facendolo pesare sulle spalle della gente, non come segno di grazia, ma come decisione delle loro vite. Come se essi fossero migliori in qualche modo ad amare e perdonare. Sono i moderni farisei, che non hanno più le mille usanze del popolo ebraico, ma che usano le parole di Gesù, come se ne fossero portatori integri. Se vogliamo testimoniare la parola di Gesù, mostriamo al mondo prima le nostre debolezze, le nostre difficoltà nel seguirlo, le nostre cadute nel cercare di amare, perdonare, di essere casti, miti e umili di cuore. Mostriamo agli altri che seguire Gesù è un cammino fatto di cadute, di tentazioni, di fragilità e prove, ma che con lui è possibile camminare.

Invece tantissime volte nelle nostre Chiese vedo tante persone sicure di se, che dicono di aver conosciuto Gesù e di seguire la sua parola, che perdonare è la cosa più semplice di questo mondo, che essere casti è come bere un bicchier d’acqua, o che amare i nostri nemici è la cosa più ovvia.

Gesù è molto forte con chi predica questa religione dell’ovvietà, dove tutto è semplice, e quindi tu che non lo fai ti devi sentire la merda più immonda, perché non sei ancora in grado di farlo. Gesù li chiama:” Serpenti, razze di vipere” e dice “come potrete scampare alla condanna dell’Inferno”.

Non siamo su questa terra, perché dopo aver conosciuto Gesù, passassimo di casa in casa ad appioppare pesi sulle spalle della gente, che ferita da questo mondo, non è in grado di reggere tali pesi. Saremmo i caini dei nostri fratelli, saremmo quei servitori a cui Dio ha condonato tanto, ma che poi vanno dai loro fratelli a chiedere molto di più di quello che chiederemmo a noi stessi.

Il Vangelo non è ovvio, non è ragionevole, ma è tremendamente difficile e irragionevole, ma nella difficoltà del seguirlo, Gesù ci dona tutto quello di cui abbiamo bisogno per poterlo comprendere attraverso le nostre vite.

Quindi andiamo a testimoniare che Dio ci ama, anche se noi non riusciamo ancora ad amare, che ci rende casti anche se non riusciamo ancora a vivere la castità pienamente, che ci perdona, nonostante tante volte non riusciamo a perdonare i nostri fratelli. E’ un Padre che vede i cuori, e ci dice che chi sarà puro nel suo cuore, lo vedrà. Puro non è colui che non pecca, ma colui che cerca. Cerca, nonostante le sue cadute e fragilità, nonostante le difficoltà che riscontra, di seguirLo. Puro è colui che tenta, ma non ci riesce, ma prega affinché Gesù lo aiuti a riuscire. Il ladrone sulla Croce è stato salvato perché nel suo cuore era un puro, ha riconosciuto che la salvezza non dipende da quello che abbiamo fatto nella nostra vita, ma che Gesù è salvezza. Ha capito che chi cerca, trova e chi bussa, gli sarà aperto. Noi invece molte volte, nonostante abbiamo conosciuto Gesù, tentiamo di salvarci con le nostre forze, dimenticando che Lui già ci ha salvati e che ci aspetta in Paradiso, nonostante tutti i casini che avremo combinato su questa terra.

P.s. Ho messo questa immagine, perché è l’unica che mostra il Buon Ladrone con l’aureola. Sì, perché il buon ladrone è il primo santo della Chiesa, e l’unico canonizzato da Gesù stesso.

Forgiati nell’Amore del Padre

Mi son sempre chiesto come 1+1 possa fare 1. Ma ho capito che è nelle stesse parole di Gesù che questo risultato trova senso: “In principio non era così”. In principio, prima del “peccato originale”, l’Uomo e la Donna erano plasmati nell’Amore del Padre, diventando una cosa sola.

Oggi, nel fidanzamento,  noi attiviamo quello stesso processo di fusione che porta due gioielli di inestimabile valore a diventare una cosa sola. Per forgiare due gioielli in uno solo, c’è bisogno della maestria del Fabbro, che con incudine e martello riesce a lavorare i due metalli fino a fonderli uno nell’altro. Migliore è la forgiatura, migliore sarà il risultato.

Ecco perché il fidanzamento è un continuo forgiare l’Amore nel sacrificio e nell’attesa, sotto la maestria di Dio, che sa guidarci sapientemente nelle vicende della vita. A volte invece prendiamo il fidanzamento come una tappa forzata del nostro cammino di coppia, o peggio ancora come un quasi matrimonio, ma un po’ più libero.

Il fidanzamento è una tappa importante della Vita di Coppia, una tappa in cui si gettano le basi della vita matrimoniale. Ma le basi di un palazzo non si costruiscono insieme agli ornamenti. Non inserisco i pilastri e insieme anche i mattoni e il mobilio. Nella costruzione del palazzo, ogni cosa ha il suo tempo.

Attendere, aspettare che la maestria del costruttore possa prima tirar su le fondamenta e poi pian piano ornare il palazzo, è il segreto di un buon fidanzamento.

E’ bello pensare che Gesù come un buon Padre, si prende cura dei fidanzati, li guida, li corregge, li ammaestra, gli dona volta per volta il suo Amore, fuoco inestinguibile che rende i fidanzati pronti per la forgiatura finale del matrimonio.

Non siamo soli nel cammino, non siamo soli nel fronteggiare le nostre ferite, i nostri difetti, le nostre paure. Non siamo soli a prenderci la responsabilità di un passo che ci legherà fino alla fine della nostra Vita. Lasciamo che il nostro sguardo si posi prima su Dio, e poi volgiamolo verso la/il nostra/o amata/o, avremo la percezione di guardare l’altro con un Amore che non è più terreno, ma è fatto delle stesse sembianze di Gesù, unico nostro bene, unica nostra fonte di vita.

Da buon Meteorologo di Coppia non può mancare una metafora sul tempo, per cui permettetemi di concludere con questo: ogni stagione ha la sua peculiarità e per molte piante, l’Autunno è il tempo della semina, l’Inverno tempo dell’attesa, la Primavera tempo della fioritura, l’Estate tempo della raccolta dei frutti.

Se ogni stagione rispetta la media climatica, i frutti che raccoglieremo saranno abbondanti. E di questi frutti potrà beneficiarne sia la famiglia nascente che tutti coloro che la circondano. La famiglia così diventa fulcro della Vita della società, così com’è lo è stata per trent’anni della Vita di Gesù. Dio che non ha scelto di venire al mondo, tra scribi e farisei, ma nell’umile famiglia di Nazareth, culla della salvezza del mondo.

 

 

Perché Charlie ha parlato al mio cuore

Il tema della sofferenza, del dolore, spaventa tutti. Ci inventiamo ogni tipo di scusa pur di non affrontare la realtà della vita. Come se evitare di parlare del dolore, relegandolo nel più angusto spazio del nostro cervello, possa in qualche modo esorcizzare le sue infauste conseguenze. L’eutanasia, la così detta dolce morte, è l’ultima delle soluzioni a questo gravoso problema. L’eutanasia è l’ultimo mattone, di un muro più grande, quasi insormontabile, che abbiamo posto tra noi e la sofferenza.

Temiamo la sofferenza perché non la possiamo gestire. Siamo abituati al controllo totale della nostra vita e delle vite degli altri, e non concepiamo nessuna cosa che possa in qualche modo sconvolgere la nostra “tranquilla” esistenza. La sofferenza sconvolge, la sofferenza ci smuove, la sofferenza scuote le nostre coscienze, ci fa porre domande, ci destabilizza, ci fa perdere le nostre sicurezze, siano esse fondate sul mondo o sulla fede.

Charlie ha parlato al mio cuore – Il suo dolore, la sua condanna hanno parlato al mio cuore. Mi ha posto la domanda: “Ma tu Daniele quanto saresti disposto a sacrificare della tua vita? Quanto saresti disposto a perdere? Quanto a soffrire?”

Charlie ha parlato al mio cuore – Perché anche la sua morte non sarà vana nell’infinita sapienza di Dio. Gesù non è sceso dalla Croce eppure era Dio, lui poteva se voleva, ma lui si è offerto LIBERAMENTE per la salvezza di noi figli. Liberamente, nessuno l’ha costretto a salirci, lui poteva scegliere di salvarsi. La sofferenza è il mistero stesso dell’Amore. La gioia, la felicità scaturiscono dalla sofferenza. La resurrezione dalla morte. La luce del sole, dalle tenebre dello spazio. L’arcobaleno, dalla tempesta. La Vita, dal pianto del bambino e dal dolore della mamma.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha fatto ricordare la sofferenza provata quando la mia fidanzata mi ha lasciato, scrivendomi ti odio e mi hai distrutto la vita, quel giorno il mio cuore si è spaccato, e ha pianto di dolore. Quel dolore era sconvolgente, non si poteva commensurare, così come non si può commensurare la morte di un caro, il dolore di un malato terminale, il dolore di due genitori che si vedono strappare il figlio, che tanto hanno amato. Eppure, Dio, è proprio lì, che mi ha preso sulla sua Croce e me ne ha fatto assaporare il sapore dolce e leggero, che solamente con Lui si riesce a provare.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha detto: “Non temere la sofferenza, nulla di questa vita può strapparci dall’Amore di Cristo, né la persecuzione, né la tribolazione. Non scappare da essa, ma accoglila come l’ultimo e il più grande dei doni che Gesù ci ha fatto, per unirci a lui, per renderci carne della sua carne, quella carne martoriata ma traboccante di amore per noi”

Ricordo da bambino quando la maestra delle elementari ci lesse un passo di Elie Wiesel “La notte”, che racconta di un bambino impiccato nel campo di concentramento. Il bambino viene impiccato e uno dei prigionieri esclama: “Dov’è il Buon Dio? Dov’e?” Mentre gli altri due condannati adulti muoiono subito, il bambino rimane a combattere tra la vita e la morte, per mezz’ora, agitandosi e sbattendo i piedi. Ancora il prigioniero esclama: “Dov’è dunque Dio?” E Wiesel, nel suo cuore, sente la risposta: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”

Sì, Gesù è in quel bambino, e Gesù ancora oggi ritorna in tutti gli ultimi, negli emarginati, negli orfani, nelle vedove, nei condannati da questa società, che ha cancellato la sofferenza, e con essa l’Amore…

Charlie non ha perso, ma ha vinto, e con lui Cristo! Questa è la nostra Speranza!

Il Sale della Coppia…

A volte pensiamo che una vita senza difficoltà, senza intoppi, sia una vita felice. Ma poi ci accorgiamo che quando le cose vanno bene, la salute, la famiglia, il lavoro… c’è sempre qualcosa che ci manca, continuano a essere insoddisfatti. Allora non sono gli ostacoli e le difficoltà a renderci infelici, ma siamo noi con il nostro modo di porci verso la vita, a rendere felice o meno la nostra esistenza.

Quel qualcosa che ci manca, quel qualcosa che a volte sentiamo come un peso nel cuore, anche quando le cose vanno benissimo, è il comune sale da cucina. Ora non correte a prendervi un cucchiaino di sale, ma aspettate che finisca…

Il sale dà sapore alle minestre, senza di esso anche Carlo Cracco avrebbe difficoltà a realizzare le sue pietanze, eppure molte volte nella nostra vita viene a mancare, rendendo insapore ogni cosa.

Il sale nello nostra vita di ogni giorno è Dio, se viene a mancare, anche le giornate più soleggiate perdono il loro chiarore. Immaginate quando in Estate ci svegliamo e fuori splende un bellissimo sole, poi improvvisamente il cielo diventa bianco, lattiginoso, un azzurro che non è più azzurro, ma viene sporcato da nubi alte, segno di un alto tasso di umidità.

Anche le giornate più belle, possono essere afose, e diventare pesanti. Così le nostre giornate, senza il pensiero che si rivolge a Dio, diventano allo stesso modo, insopportabili. La quotidianità, anche se abbiamo una persona che ci ama, un lavoro che ci gratifica… diventa una peso enorme da sopportare.

Pensiamo che per pregare, per amare Dio dobbiamo offrire grandi sacrifici, grandi preghiere, ma ci dimentichiamo poi di offrire il nostro quotidiano, le cose piccole di tutti i giorni. La nostra vita diventa preghiera, se il nostro pensiero è sempre rivolto a Lui. Le cose di ogni giorno diventano un mezzo per raggiungere Dio, e non Dio diventa un mezzo per raggiungere le cose di ogni giorno. Dio fai questo, Dio aiutami in questo o in quest’altro, sono belle preghiere, ma se provassimo a dire: Dio ti offro questo e quell’altra cosa, nel mio piccolo e umile gesto, guarda l’amore che ci metto.

Le nostre giornate cambieranno, la nostra vita di coppia cambierà. Quando sono con Dora, che sia un litigio, o una bella giornata di relax, la offriamo a Dio. Prendiamo ogni cosa come sua benedizione, ogni cosa come crescita personale e di coppia. Se mettiamo il Sale in un litigio, quel litigio diventa un occasione di crescita, di perdono, di scuse reciproche. Se mettiamo il Sale in un piccolo gesto verso la nostra dolce metà, quel gesto diventa il più grande dono che possiamo fare, e l’altro/a lo vedrà come il più bel dono. Se mettiamo il sale, quando ci accorgiamo di un suo difetto, quel difetto, diventa un modo per farci ironia e riderci sopra.

Se lasciamo che il quotidiano sia Lui a condurlo, tutto diventa più leggero, sopportabile, e io aggiungo divertente. Perché da quando Lo conosco, non mi sono mai così tanto divertito in vita mia.

Se Lui diventa il Sale della nostra vita, allora noi potremo essere sale per gli altri. Non possiamo decidere di essere prima sale per gli altri, se prima non decidiamo di essere “salati” da Lui. Amiamo perché siamo stati amati per prima.

 

Non siamo cristiani da copertina

Qualche giorno fa Papa Francesco mi ha fatto sorridere e riflettere nel suo discorso ai novizi: “dicendo che c’è bisogno di giovani gioiosi e non di giovani con faccia da immaginetta”

Dobbiamo abbandonare le nostre parvenze, buttare giù le maschere e presentarci agli altri per quello che siamo. I santi non erano uomini perfetti, ma miseri peccatori che hanno riconosciuto la misericordia di Dio.

Basta quindi con i cristiani da copertine patinate, bellissime a vedersi, ma nelle cui pagine interne si nascondono scheletri e scandali. Non sono le virtù che possediamo (qualità per le quali dobbiamo essere grati a Dio), ne le nostre eroiche imprese a parlare di Dio… Ma è Dio che parla agli altri, attraverso le nostre ferite, gli sbagli, le cadute: “Guarda Daniele quante volte cade, guarda la sua miseria, guarda le sue ferite, ma nonostante tutto è lì che combatte, che si rialza, perché lo amo oltre ogni limite e gli dono la grazia di resuscitare ogni volta dalle ceneri del suo peccato”.

Non esiste la perfezione nell’uomo e non esistono uomini buoni o cattivi, ma esistono peccatori. La differenza tra un santo e un non santo, non sta in quante volte cade, ma in quante volte si rialza. Il santo è un peccatore che è caduto mille volte e milleuno volte ha accettato di afferrare la mano di Gesù per rialzarsi.

Abbandoniamo le nostre ipocrisie, le nostre sicurezze, le nostre dolci parole, ma che nascondono l’amaro del giudizio. Abbassiamo i muri della legge, dietro i quali ci nascondiamo per paura di mostrare le nostre fragilità e miserie. Non siamo in questo mondo per vincere qualcosa, ma per perdere tutto, per spogliarci dei nostri bei vestiti, e rimanere nudi (senza foglie di fico a nascondere le nostre miserie), perché perdendoci, che ritroveremo noi stessi.

Tutto per Amore

Quando vado a caccia di tempeste mi accade sovente di finire la caccia senza averne ripresa neanche una. A volte può anche capitate l’unica occasione giusta per fare la diretta, ma tac… la linea wifi in quel momento non ne vuole sapere. “Siamo in Italia, mica in America!”. Ma nonostante le mille delusioni, ancora oggi continuo ad andare a caccia di tempeste, e non c’è nessuno e nessuna cosa al mondo che potrà convincermi del contrario.

Allo stesso modo nella vita di un cristiano non contano le delusioni, le amarezze, le persecuzioni, perché se veramente abbiamo conosciuto Gesù, lui ci attrarrà al suo cuore ogni volta che ci allontaniamo, ogni volta che cadiamo, ogni volta che ce ne dimentichiamo. Dobbiamo fare tutto per Amore! Le dicerie, le calunnie, le persecuzioni, dobbiamo sopportarle con amore. Se sopportassimo tutto con amore, anche il male che viene fatto verrebbe redento, e da esso potrebbero nascere nuovi frutti di bene.

Se pensiamo alla passione di Cristo e ci soffermiamo sul termine “Passione”, possiamo capire molte cose. Cristo ha subito tutto: dalle persecuzioni alle prese in giro, dai tradimenti ai rinnegamenti, dal flagello alla Croce, ma in tutto ci ha messo “Passione”. Il termine deriva dal greco “Pathos” e significa soffrire, ma con una tale forza emotiva in grado di trasformare quella sofferenza in qualcosa di più. Cristo in tutto quello che faceva ci ha messo passione, perché ci ha messo tutto se stesso, il suo cuore di Padre e di Figlio.

Nella nostra vita quotidiana ci dobbiamo mettere passione, anche nelle cose più piccole e insignificanti. E dobbiamo metterci passione anche quando le cose non vanno per il verso giusto, quando tutto ci sembra crollare, quando tutti ci remano contro, quando ogni cosa che facciamo non riesce. Perché la passione è in grado di trasformare tutto, è in grado di farci vedere il bene nel male, l’amore nell’odio, la gioia nella sofferenza, la luce nel buio, la resurrezione nella morte. Nella nostra “Vita di Coppia”, anche quando il tempo è nero, e all’orizzonte si affacciano nuvoloni di pioggia, mettiamoci ancora più “Pathos”, ancora più vigore.

Non subiamo gli eventi in modo passivo, deprimendoci, chiudendoci in noi stessi, quasi non ci fosse più un domani. Ma guardiamo lo spiraglio di luce che si cela dietro le nubi, raccogliamo la pioggia per poter irrigare il campo del nostro amore nei tempi di siccità, sfruttiamo i venti per gonfiare le nostre vele, per giungere in porto… alla fine di tutto.

Il ricordo più bello, quello più triste!

In questo Venerdì santo meditavo sulla mia vita, sul mio cammino fino ad ora, e ho ricordato momenti gioiosi e momenti tristi. Ho cercato di scavare per capire dove, come e quante volte ho incontrato Gesù… e incredibilmente mi sono accorto di averlo incontrato, e di averlo sentito più vicino, nella tristezza.

Avete presente il cartone “Inside Out”? Brevemente: “Vi sono dei piccoli personaggi nel cervello degli umani, che manovrano le emozioni, in modo particolare quelle di una bambina. Tra essi ci sono Gioia e Tristezza (i personaggi chiave della Storia). Gioia cerca sempre di portare ricordi, appunto gioiosi; Tristezza quelli più tristi. Tutto il cartone verte sull’importanza della Gioia, ma alla fine ci si accorge che anche i ricordi più gioiosi sono scaturiti proprio da quelli più tristi”

La Tristezza, la sofferenza, la Croce, è da lì che dobbiamo passare se vogliamo gioire di un gioia piena, e con Lui risorgere. E così… mi sono accorto, che il ricordo più bello, è stato quello più triste. Il giorno in cui mi ha lasciato la mia fidanzata, in quelle notti passate in bianco, in quelle giornate trascorse a leggere e pregare… proprio lì ho sentito la presenza di Gesù vicino a me, ho sentito la sua Croce, la sua sofferenza, il suo abbandono al Padre, la sua preghiera verso i nemici e i persecutori.

Non riesco a ricordare episodi gioiosi che possano quantomeno superare la bellezza di questi momenti così intimi con Gesù. Nel pianto strozzato, nei singhiozzi, nelle grida silenziose verso il cielo, ho sperimentato la mano materna di Dio, la sua carezza di Padre, la sua dolcezza di Figlio.

Nulla in quei giorni poteva consolarmi se non Lui, l’amico che mi è rimasto accanto, l’amico che non si è voltato indietro, ma che anzi si è fatto incontro, ed è sceso dalla Croce per prendermi tra le sue braccia.

Faccio fatica a scrivere di quei momenti, perché i ricordi sono annebbiati, annebbiati dalle cose di tutti i giorni, dai tanti impegni del quotidiano. In questa settimana Santa sto cercando di raschiar via dal mio cuore la ruggine che si è formata in questi mesi, e più raschio, più sento che il mio cuore si rischiara, redento da quella sofferenza, purificato da quella passione.

Non scrivevo con questa intensità da un anno, e le parole escono soffocate; il fuoco acceso anni fa, si è affievolito, ho dimenticato la sofferenza, ho dimenticato cosa significa essere accanto a Lui durante la passione.

Non lasciamo che tutto quello che ci circondi soffochi il ricordo del Suo viso, degli occhi che ci guardano con estrema dolcezza e passione. Lasciamo che in questa Pasqua il nostro cuore possa risorgere insieme al nostro Amato, che la ruggine venga lavata dal suo sangue prezioso, che la luce ritorni a splendere nelle nostre tenebre. Gridiamo a voce alta “Signori salvaci! Salvaci dalla nostra frenetica ricerca di successo, di approvazioni, di felicità passeggere. Riportaci sotto la tua croce, smuovi la pietra del nostro sepolcro, ridonaci nuovo fuoco e nuova vita”

La forza di essere una cosa sola

A volte tra i cristiani si creano dei conflitti, sul cercare di arrivare prima dell’altro, anche nel fare del bene. Un corsa verso l’altro che diventa una corsa verso l’Io. A volte non ce ne accorgiamo, siamo così centrati nell’obiettivo da raggiungere, che ci scordiamo che l’unico obiettivo è il prossimo. E il prossimo non è il poveretto da aiutare, l’incontro di preghiera, l’omelia da scrivere, l’evangelizzazione, il convegno – e non dico siano cose brutte queste, anzi… – ma a volte, nella nostra foga di “fare il bene”, ci scordiamo realmente del nostro prossimo. Il prossimo è un amico da ascoltare, il vicino da aiutare, il figlio o il genitore con il quale i rapporti non vanno molto bene, il parente offeso, la nostra dolce metà da incoraggiare. Invece accecati da questa “corsa all’oro”, perdiamo di vista la realtà che ci circonda, diventando a volte scontrosi, rancorosi proprio con chi Dio ci ha messo come prossimo. Cosa serve aver salvato il mondo (e state sicuri che non ci accadrà mai di farlo), se poi abbiamo tralasciato il nostro prossimo, quello che c’è più accanto? Nulla, tutto lo sforzo sarà stato vano. Non dobbiamo cercare cose straordinarie, perchè lo straordinario si cela nel quotidiano. E’ da li che dobbiamo partire, da gesti di Amore vero, quelli che ci risultano più difficili! E’ molto semplice aiutare il poveretto che non conosciamo, o il ragazzo di strada con il quale non abbiamo nessun rapporto, e poi tralasciare le relazioni spinose che ci capitano sotto tutti i giorni, quelle che evitiamo apposta, e che quasi soffochiamo con la convulsione del “fare il bene”.

Purtroppo proprio questa ricerca famelica del “bene maggiore”, ha portato i cristiani a dividersi in tante fazioni, e questo fin dai tempi di San Paolo, c’era chi diceva «Io sono di Paolo, «Io invece sono di Apollo, «Io invece di Cefa» , ma siamo stati battezzati in Paolo o in Cristo? Gesù in una delle sue più belle preghiere, dopo il Padre nostro, prega per l’Unità e aggiunge qualcosa di stupendo, il mondo crederà in noi, solamente se saremo uniti:

“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me

Non dice se farete grandi opere di bene, oppure se sarete perfetti a seguire tutte le leggi, oppure se sarete bravi a creare questo o quell’altro. No, dice che se saremo uniti il mondo crederà in noi. E purtroppo questo ancora oggi non si riesce a realizzare, e non solo tra cristiani, ma anche tra cattolici.

Cristo è il nostro binario, i vagoni sono i vari carismi, ogni vagone è legato all’altro, e da un vagone all’altro si può passare accedendo per una porta che è il nostro cuore. Invece, nella nostra cupidigia, ogni vagone si è scelto un binario differente, ma Gesù in tutto questo siamo sicuri che sia ancora il nostro unico obiettivo?

Qualche mese fa una delle cose che più mi ha colpito è stato il convegno di Vivo 360°, organizzato da Alpha Italia e dal mio amico Gaetano, Roberta e la sua bellissima équipe. Li ho riscoperto che le parole sull’unità, pronunciate 2000 anni fa da Gesù, erano possibili. Durante quel convegno ognuno ha portato i propri carismi e le proprie differenze religiose, ma tutti ci siamo sentiti fratelli e sorelle. Era bellissimo discutere con il padre di famiglia Battista, con il ragazzo di Nuovi Orizzonti, con i giovani di Hillsong… e capire che tutti eravamo sullo stesso binario, ma solamente in vagoni differenti.

Oggi scrivo su questo blog dei miei amici Antonio e Luisa, domani scriverò su quello della coppia pazza dei Mienmiuaif Giuseppe e Anita, un giorno mi troverò a fare luci nella notte con Nuovi Orizzonti, e il giorno dopo a lodare Gesù con il Rinnovamento. Non sarò nel mio vagone, che sto ancora cercando nella mia vita, ma so di essere sul binario giusto!

*In copertina la locandina del film FootPrints – Il cammino della Vita