Uno specchio senza sconti che rivela chi siamo

Il matrimonio cristiano è curativo. Parlando con un’amica terapeuta abbiamo condiviso la convinzione che l’amore gratuito e l’accoglienza gratuita che il nostro coniuge ci dona, di tutta la nostra persona, anche nelle parti meno amabili, possano davvero aiutarci a guardarci con uno sguardo diverso, a vederci preziosi e a superare determinate ferite scaturite dalla paura di non essere amati o desiderati. Esattamente come accade nella relazione con Gesù. Ci guarisce dalle nostre paure.

Il romanzo La storia infinita di Michael Ende offre molteplici immagini simboliche che rimandano a temi profondi, tra cui proprio questo. Uno degli episodi più memorabili è quello dello Specchio di Atreiu, nel quale il giovane protagonista, per proseguire il suo viaggio, deve affrontare uno specchio che riflette la verità più profonda di chi vi si specchia. Atreiu, nell’istante in cui si guarda, vede non solo sé stesso, ma anche le parti nascoste e inconfessate del proprio animo. È uno specchio spietato, che non lascia spazio a inganni o apparenze: chiunque si guardi è costretto a confrontarsi con la verità del proprio essere, anche con i propri limiti e paure più intime. Questo momento riflette il tema dell’autoconoscenza e dell’accettazione delle proprie fragilità come un passo essenziale per la crescita personale.

Questo concetto dello specchio può essere metaforicamente applicato alla relazione matrimoniale, in particolare nel contesto del matrimonio cristiano. Nella visione cristiana, il coniuge diventa uno specchio attraverso il quale possiamo vedere noi stessi in modo autentico e veritiero, riflettendo sia gli aspetti luminosi sia quelli più oscuri del nostro essere. Il sacramento del matrimonio, infatti, invita i coniugi a vivere una dimensione di trasparenza e accettazione reciproca.

Gli ultimi papi hanno espresso più volte questo concetto. Lo ha fatto Giovanni Paolo II: “Nel matrimonio, l’uomo e la donna si trovano di fronte a loro stessi, a volte vedendo riflessi i propri limiti, ma imparano a crescere nell’amore e nella comunione” (Udienza Generale, 18 agosto 1982). Lo ha fatto anche Benedetto XVI: “L’amore tra marito e moglie è segnato dal confronto continuo con l’altro, che ci rimanda la nostra vera immagine, inclusi i difetti, e ci chiama a migliorare e crescere insieme” (Deus Caritas Est, 17).

Così come Atreiu vede riflesso tutto di sé nello specchio, anche nel matrimonio cristiano ci confrontiamo con l’immagine di noi stessi che l’altro ci rimanda, un’immagine che non possiamo sempre controllare o plasmare secondo i nostri desideri.

Lo sguardo del coniuge diventa allora uno specchio che rivela le parti di noi stessi che vorremmo nascondere. In una relazione autentica, l’altro ci spinge a rivelare le nostre fragilità, le paure e le insicurezze. È uno specchio che non inganna e non addolcisce la realtà, ma che ci permette di vedere chi siamo veramente, anche quando ci risulta difficile o doloroso. Nel matrimonio cristiano, questa verità ha un valore particolare: il coniuge, lungi dall’essere un semplice osservatore, è chiamato ad amare l’altro nella sua totalità, accogliendo non solo le qualità ma anche le debolezze. Questo sguardo non giudicante, ispirato dall’amore di Cristo, permette a entrambi i coniugi di accettare sé stessi e di crescere insieme nella santità.

L’analogia dello specchio, quindi, sottolinea come il matrimonio sia un percorso di trasformazione interiore. Guardarsi nello specchio di un altro significa accettare di mettere da parte l’orgoglio, riconoscere i propri errori e lavorare per diventare una versione migliore di sé, in un cammino condiviso che punta all’unità e all’amore. In questo processo, entrambi i coniugi sono continuamente chiamati a scegliere di rimanere insieme nonostante le imperfezioni reciproche, perché l’amore coniugale è innanzitutto una decisione, un impegno che viene rinnovato ogni giorno.

Infine, mentre Atreiu affronta il suo specchio come un singolo eroe, nel matrimonio cristiano l’esperienza dello specchio è condivisa. Non si tratta di un viaggio individuale, ma di un cammino che si compie insieme, sostenendosi a vicenda. La relazione matrimoniale diventa così uno spazio sacro in cui ciascuno può crescere attraverso l’altro, specchiandosi in lui o lei e trovando non solo i propri limiti ma anche la capacità di superarli. La forza di questo percorso deriva proprio dal fatto che, come nello specchio di Atreiu, la verità che vediamo riflessa non è mai fine a sé stessa, ma è sempre un invito a migliorare, a diventare più autentici, più capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Non un pacchetto da scartare ma …

L’Avvento è iniziato e poche settimane ci separano, ormai, dal Santo Natale. Sì, mi piace definirlo così perché non è il Natale commerciale di pandori, panettoni, mangiate o quant’altro ma il giorno in cui ricordiamo, celebriamo, riattualizziamo l’evento degli eventi: la nascita di Gesù in questo nostro mondo. La nascita di Dio come uomo. L’eternità che si fa tempo. L’infinito che si fa finito nel corpo di un neonato. L’Onnipotente che si fa indifeso, tenero, bisognoso di una mamma e di un papà.

Incoerenza e distrazioni natalizie

Chiarito questo, purtroppo dobbiamo ammettere di essere – tutti – poco coerenti e poco costanti. Poco coerenti perché troppe volte e troppo spesso mettiamo in cima alla lista delle preoccupazioni quella di che doni fare. E poco costanti perché, distratti dalla frenesia e dalla corsa ai regali di questo periodo, preghiamo poco. Molto meno di quello che dovremmo. Perdiamo tempo in fila ai negozi ma ne passiamo poco in meditazione, pensando a ciò che Dio ha fatto per noi. C’importa di più riuscire ad accaparrare un’offerta, magari sfumata nel Black Friday, che l’occasione di una buona confessione. C’interessa di più l’apparenza delle cose che la verità dell’anima.

Un regalo originale e autentico

Ma un’alternativa c’è. È un regalo davvero originale. Che non c’è mai stato prima. Un regalo in grado di sopperire alla nostra scarsità di coerenza e di costanza di cui sopra. Non un pacchetto da scartare, non un gioiello da esibire, non un modello di smartphone da far invidia a tutto il vicinato. Molto, molto di più! Un dono. Dono nel vero, autentico, liberante senso della parola ossia qualcosa di gratuito, di bello, di spontaneo, senza aspettarsi nulla in cambio. Una carezza, un gesto bellissimo d’amore puro. E che, proprio come il sorriso della celebre poesia di Padre Faber, “Rende felice il cuore: arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona”.

La Cappella per i bimbi “nati in Cielo”

Si tratta della possibilità di dare il proprio libero contributo per un progetto straordinario. Ispirazione che i Padri Carmelitani Scalzi di Arenzano (GE) stanno realizzando proprio all’interno del loro Santuario, dedicato al Bambin Gesù di Praga. Sto parlando della Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti. I Padri Carmelitani sono sempre molto attenti a questo tema e a quello dell’infanzia sofferente, tant’è che da anni ogni 28 del mese (giorno che richiama il 28 dicembre, memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti) ci si riunisce con loro in preghiera proprio per questa intenzione. Ora abbiamo la bella (e imperdibile) opportunità per aiutarli concretamente con un gesto di carità ed accelerare, così, le tempistiche per la realizzazione della Cappella. Diventerà, senza dubbio, un luogo importantissimo di preghiera: sia fisico (perché chiunque potrà recarvisi) sia spirituale (perché con il cuore, a qualunque ora del giorno o della notte, potremo affidare le nostre preghiere, intenzioni, speranze). Un punto di riferimento, insomma, per quella che possiamo a tutti gli effetti definire la teologia del valore della vita dei bambini non nati e di quelli che soffrono. La costruzione è già partita e la durata dei lavori dipenderà dai contributi che arriveranno.

“A Natale puoi”: un invito alla generosità

Una celebre pubblicità viene trasmessa accompagnata dall’inconfondibile motivetto “A Natale puoi”. Già, possiamo. Possiamo fare qualcosa di nuovo, di grandioso, di generoso. Non servono chissà che cifre. Ognuno sa quel che è in grado di donare. Ma l’importante è farlo, e farlo con il cuore. Luoghi sacri come la Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti non sono ancora così diffusi. Mentre è assai alto il nome di persone coinvolte in tutto quello che essa rappresenta. E il Santo Natale è il momento propizio per aprire il cuore, non solo e non tanto il portafoglio spendendo per cose inutili, che lasciano un senso d’indifferenza e di vuoto nell’averle regalate o nell’averle ricevute. Il Santo Natale è il momento propizio per svuotarci del superfluo e accorgersi degli altri, delle difficoltà, delle fatiche, dei dolori degli altri. Gesù è nato proprio per questo. Facciamo nostro tale originalissimo dono! Partecipiamo e diffondiamo. Sarà molto più bello aver – e averci – dato tale opportunità piuttosto che scartare l’ennesimo pacchetto, magari contenente qualcosa che non è o non ci è piaciuto. Anche perché, c’è una cosa molto importante da ricordare: “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Fabrizia Perrachon

P.S.: chi volesse donare, può farlo trasmettendo la propria offerta tramite il seguente IBAN: IT21D0760101400000000002170 intestato a Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (già utilizzato da anni, per le offerte al Santuario di Arenzano. Consiglio di specificare nella causale il motivo della donazione).  Il sito ufficiale è: https://www.gesubambino.org/

Scienza e Fede: Come Gestire le Discussioni con Amore

Un litigio può divampare in pochi istanti, ma altrettanto velocemente può essere disinnescato. Uno studio recente dell’Università di St. Andrews, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, ha rivelato che una pausa di soli cinque secondi è sufficiente per interrompere l’escalation emotiva durante una discussione. Analizzando 81 coppie, i ricercatori hanno scoperto che questa breve pausa aiuta a ridurre l’effetto degli ormoni dello stress che si accumulano durante un conflitto.

Nel momento in cui ci si ferma, si attiva un processo di riflessione che consente di tornare a un equilibrio emotivo, favorendo una comunicazione più chiara e pacata. Ma questo principio, che la scienza documenta, trova un’eco straordinaria nella spiritualità cattolica, dove la gestione del conflitto è spesso associata a virtù come la mitezza, la pazienza e l’umiltà.

La saggezza dei santi sulla gestione dei conflitti

San Francesco di Sales, noto per il suo temperamento pacifico e per i suoi insegnamenti sulla dolcezza, scriveva: “Nulla vince più dolcemente e saldamente della mitezza.”
Questa virtù, secondo il santo, è essenziale per affrontare le tensioni con uno spirito di riconciliazione e rispetto reciproco. Fermarsi per cinque secondi, come suggerisce lo studio, è un atto di mitezza che spezza il ciclo della reattività impulsiva.

Allo stesso modo, Santa Teresa di Lisieux, nelle sue lettere, sottolineava l’importanza di non reagire d’impulso: “Quando sento nascere in me una parola aspra, mi sforzo di sorridere e di cambiare tono. Questa è la mia piccola vittoria.”
La “pausa” scientifica diventa così un momento di grazia in cui scegliere di rispondere con amore anziché con rabbia.

Le parole dei papi: una guida per la pace familiare

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la pazienza e il dialogo: “Non lasciate mai finire la giornata senza fare la pace. Mai.”
L’appello del Papa richiama l’importanza di riconciliarsi, ma anche di prevenire l’escalation dei conflitti. La pausa di cinque secondi suggerita dalla scienza potrebbe essere proprio il punto di partenza per applicare questo consiglio nella vita quotidiana.

Anche San Giovanni Paolo II, parlando del matrimonio come “via di santità”, esortava a praticare l’ascolto attivo e il perdono: “La famiglia si costruisce ogni giorno attraverso gesti d’amore e perdono reciproco.”
Una pausa breve, in cui sospendere ogni giudizio, è un gesto d’amore che apre alla comprensione e alla misericordia, pilastri fondamentali di ogni relazione cristiana.

Scienza e fede: una convergenza significativa

Lo studio dell’Università di St. Andrews ci ricorda quanto il nostro cervello sia influenzato dagli ormoni dello stress. Quando discutiamo, il cortisolo e l’adrenalina prendono il sopravvento, offuscando la capacità di pensare razionalmente. Fermarsi per cinque secondi non è solo una pausa fisica, ma un atto che consente alla mente di tornare lucida.

Nella prospettiva cristiana, questa pausa può essere trasformata in un momento di preghiera o invocazione interiore. Un’Ave Maria sussurrata o una semplice richiesta di aiuto a Dio può dare una dimensione spirituale a quel tempo di riflessione, trasformandolo in un’occasione per cercare la pace del cuore.

Un cammino di conversione quotidiana

Litigare fa parte della natura umana, ma il modo in cui affrontiamo il conflitto rivela chi siamo e quali valori ci guidano. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
Questa frase ci invita a risolvere i contrasti con rapidità e a non permettere che la rabbia prenda il sopravvento.

La scienza ci offre strumenti pratici per gestire le tensioni, ma è nella luce della fede che troviamo la motivazione più profonda: amare come Cristo ci ha amati, con pazienza, perdono e mitezza. La pausa di cinque secondi, dunque, può essere non solo una tecnica psicologica, ma anche un momento di grazia che trasforma il conflitto in opportunità di crescita personale e spirituale.

In un mondo frenetico, imparare a fermarsi, respirare e riflettere è un’arte preziosa, che la scienza e la fede, insieme, ci insegnano a coltivare.

Antonio e Luisa

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Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Fammi scorgere il tuo volto

Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Alzati, amica mia, mia incantevole, e vieni via!

Mia colomba che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

fammi scorgere il tuo volto,

fammi ascoltare la tua voce,

perché la tua voce è soave, il tuo volto è leggiadro.

“Alzati e vieni! Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente.”

Queste parole del Cantico dei Cantici sono un invito a vivere un amore profondo. Uno sguardo che accoglie l’altro senza giudizi, barriere o paure.

Non temere i tuoi difetti

“Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia.” L’amore vero vede oltre le imperfezioni. Tutto ciò che siamo, anche le nostre fragilità, diventa bellezza per chi ci ama. Come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.”

Lo sguardo che riduce

Il contrario dello sguardo d’amore è lo sguardo pornografico. Questo sguardo non vede l’interezza della persona, ma la riduce a un oggetto. Quante volte, nei discorsi comuni, le donne vengono identificate con una parte del loro corpo? Questo sguardo non permette di amare davvero. Come ammonisce Papa Francesco: “L’amore non si può comprare o vendere. È un dono gratuito.”

Lo sguardo puro dello sposo

Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Egli riesce a cogliere la bellezza totale dell’amata.“Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante.” Questo sguardo non possiede, ma rispetta. Riconosce la persona come un mistero da amare. Come diceva San Francesco di Sales: “La vera bellezza, come l’amore vero, nasce dal cuore.”

Uno sguardo che libera

La Sulamita, guardata con amore puro, si sente libera di mostrarsi senza difese. Lo sposo non la usa, ma la accoglie. Questo sguardo è anche un sostegno. San Giovanni Crisostomo scriveva: “Il marito deve rispettare la moglie non come una schiava, ma come un’anima libera. Nulla la rende più felice del sentirsi amata.”

Cari uomini, purifichiamo il nostro sguardo

Davvero il nostro sguardo, cari uomini, deve essere purificato. Le nostre spose percepiscono se le guardiamo con amore autentico o con uno sguardo inquinato. Questo cambiamento richiede impegno. Costa fatica. Ma porta una grande trasformazione nella relazione.

Quando recuperiamo lo sguardo d’amore del Cantico, la relazione diventa un vero canto. Come disse San Paolo: “Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa.”

Diventiamo protagonisti del Cantico

Dio ci ha donato il Cantico dei Cantici per viverlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. È una strada impegnativa, ma è la via per trasformare il nostro amore in un riflesso del Suo. Questa è la via.

Antonio e Luisa

Avvento, allegoria di vita

Cari sposi, iniziamo oggi il Santo Avvento. Leggendo le letture percepiamo uno stile assai diverso da quello sentimentale e sdolcinato proprio di questo periodo. Non vi preoccupate. Le descrizioni di cataclismi cosmici, come in questo contesto, sono solo modi di dire. Difatti, come si può rilevare anche in altri passaggi, chi ha scritto al Bibbia ne è fatto uso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. È così che va inteso l’uso di immagini forti. Questo serve a metterci sull’attenti perché il Signore sta per fare una cosa nuova.

E la cosa nuova altro non è che l’Incarnazione, il momento chiave che ha diviso in due tutta la storia umana. È un fatto avvenuto in modo quasi surrettizio e volutamente nell’ombra. Questo è il motivo per cui, ed è appunto un insegnamento di oggi, è quanto mai importante da parte nostra essere pronti e solerti.

Lasciatemi dire quanto sia difficile vivere in atteggiamento di ascolto e silenzio il tempo di Avvento! Un periodo in cui abbondano eventi, feste, cene e in cui il consumismo dà il “meglio” di sé. Come credenti, siamo doppiamente invitati ad affrontarlo in maniera semplice e sanamente distaccati dal mondo.

Perciò, mi piace riportare un brano di Papa Benedetto. In questo brano, egli parla di come si viveva la vigilanza nella Chiesa delle origini. In definitiva, descrive il tempo di Avvento. “In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto». Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi. Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, p. 320).

Da qui si comprende bene un fatto che ci è quanto mai utile oggi: l’attesa gioiosa. Ma che senso ha “far finta” che Gesù torni a nascere? È avvenuto storicamente una volta per tutte 2000 anni fa. In realtà, la liturgia è un modo per rendere attuale e presente il Signore Risorto in mezzo a noi. In questo modo, l’Avvento altro non è che una metafora di tutta la vita cristiana per aiutarci a guardare sempre a Cristo che cammina vicino a noi.

Difatti, proprio grazie alla liturgia, Gesù è vivo e risorto! Allora vivendo e partecipando in essa, noi davvero possiamo stare assieme a Gesù, accoglierLo quale amico e Sposo della coppia.

Cari sposi, Gesù è già in mezzo a voi, analogamente al fatto che si è già reso presente nell’Incarnazione e ha prolungato nel sacramento del matrimonio la Sua esistenza. Vogliamo oggi perciò ascoltare la Chiesa che, come buona Mamma, raccomanda vigilanza, cura e attenzione saper accompagnare e convivere con il Signore che abita presso di voi.

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo, come ha ben spiegato padre Luca, ci invita a essere vigilanti e a tenerci pronti. Ci invita a vegliare e a tenerci pronti per accogliere il Signore. Don Fabio Rosini sottolinea che “l’essenziale è non perdere la relazione con Cristo”. Per gli sposi cristiani, ciò significa preservare il tempo per la preghiera e per la vita spirituale, nonostante gli impegni quotidiani. Come nella coppia è vitale coltivare l’intimità e l’amore reciproco, così è fondamentale nutrire il rapporto con Gesù.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Contemplare per evangelizzare con l’amore

Evangelizzare: un’opera comunitaria

Ed eccoci arrivati all’ultima lettera della parola CONTEMPLARE, che vogliamo associare a quell’opera a cui tutti i battezzati sono chiamati: evangelizzare. Propriamente, questa parola deriva dal latino tardo evangelizare, cioè predicare il Vangelo e, più comunemente, condurre alla fede.

Evangelizzare è sempre un servizio ecclesiale: mai solitario, mai isolato, mai individualistico. Il vero architetto dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo. Questo servizio avviene sempre in ecclesia, cioè in comunità, e senza fare proselitismo; altrimenti, non sarebbe vera evangelizzazione. L’evangelizzatore, infatti, trasmette sempre ciò che ha ricevuto. Come dice san Paolo: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso…» (1 Cor 11,23).

L’amore degli sposi: riflesso dell’amore di Cristo

E noi sposi, cosa abbiamo ricevuto? Con il sacramento del Matrimonio siamo resi partecipi dello stesso amore di Cristo. Mediante il dono dello Spirito Santo, ci viene donata la capacità di vivere questo Amore nel nostro amore e di trasmetterlo. Papa Francesco, nel n. 67 di Amoris Laetitia, afferma: «In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica, così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino».

La missione degli sposi

Ogni coppia di sposi è chiamata ad essere missionaria. Il decreto Ad gentes (n. 2), documento sull’attività missionaria della Chiesa, ci ricorda che l’amore di Dio Padre è una sorgente che per la sua immensa e misericordiosa benevolenza liberatrice ci crea e, inoltre, per grazia ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria. Questa è la nostra vocazione. Egli, per pura generosità, ha effuso e continua a effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore, così possa essere anche “tutto in tutti” (1 Cor 15,28), procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità.

L’amore di Dio, un dono per tutti

Siamo dunque chiamati, come cristiani e come sposi, a diffondere l’amore di Dio Padre a ogni essere umano, non un gruppetto soltanto, ma tutti, sia battezzati che non battezzati, nessuno escluso. Cari sposi, tutto questo ci porta a comprendere che lo zelo per l’evangelizzazione non è un semplice entusiasmo, ma è una grazia di Dio che dobbiamo custodire.

Custodire lo zelo nella quotidianità

Noi, come coppia, ci impegniamo a custodire questo zelo attraverso la contemplazione quotidiana di quell’invito che Maria fece ai servitori alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Nel quotidiano, qualsiasi modo Cristo ci indichi per evangelizzare – per «Riempire d’acqua le anfore» (Gv 2,7) – facciamolo. In particolare Cristo ci invita a:

  • incontrare i cuori più feriti attraversando i “deserti interiori”;
  • creare nuovi modi per rendere servizio al Vangelo e all’umanità.

L’evangelizzazione, come abbiamo detto, è un servizio e, per gli sposi, una missione specifica.


Esercizio spirituale

Poiché la scelta di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, ciò richiede molto coraggio. Oggi chiediamo al Signore questa grazia: di riscoprire il “tesoro” di questa vocazione e di “distribuirlo” agli altri.


Preghiera allo Spirito Santo

O Spirito del Signore,
donaci il coraggio di evangelizzare
per riempire l’anfora di ogni cuore
non tanto con le parole
ma con il nostro amore sponsale, riflesso del Tuo.
Donaci il coraggio di amare senza temerità.
Donaci il coraggio di amare con continuità
anche chi non è amabile.
Donaci il coraggio di amare tutti:
chi rimane, chi va via, chi arriva.
Donaci il coraggio di amare sempre
senza irritarci anche in mezzo agli abbandoni.
Donaci il coraggio di amare pregando
e di pregare amando.
Solo così potremo evangelizzare,
avendo come fondamento
la contemplazione della volontà dello Sposo
per la nostra vita coniugale.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Le date non sono mai casuali

Sono sempre stata convinta che le date, nelle nostre vite, non siano mai casuali. E sposo al cento per cento ciò che diceva San Pio da Pietrelcina: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Me ne rendo conto ogni giorno di più. Non solo nelle mie “coincidenze” ma anche in quelle di marito, figli, genitori, amici, ecc … Superstizione? Suggestione? Caso? Direi proprio di no! Direi un convinto “assolutamente no”! Non solo perchè non credo in nessuna di queste cose. Ma perchè c’è molto di più. C’è qualcosa di più. C’è Qualcuno di più. Amo dire che le “coincidenze” sono la firma di Dio, ossia il modo attraverso cui ci parla, nel quotidiano.

Attraverso cui comunica con noi. Attraverso cui vuole farci capire che non siamo soli ma che Lui c’è sempre. È con noi, accanto a noi. Anche se non lo vediamo. Anche se facciamo fatica ad accettare quello che succede. Anche se, a volte, saremmo tentati di gettare tutto al vento. Sogni, speranze, conquiste, persino noi stessi.

Pure in questo freddo mese di novembre ci sono delle coincidenze che accompagnano me e mio marito. Il giorno 27, in cui si ricorda la Medaglia Miracolosa, sarebbe stata la DPP (data presunta del parto) del nostro primogenito. Sarebbe dovuto/a nascere il 27 novembre 2012. Quando, rimasta incinta per la prima volta, ho calcolato la famigerata DPP e mi sentivo in una botte di ferro. Cosa può esserci di meglio che partorire in un giorno come quello?

Ma – lo sappiamo – Dio non ragiona così. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Ogni anno, il 27 novembre, per noi non è solo il ricordo del meraviglioso pegno dell’amore di Maria Santissima per l’umanità. Per noi è la data in cui ricordare quanto siamo piccoli davanti al Signore. E quanto dobbiamo imparare a fidarci di Lui.

Il 27 novembre 2012 non tenevamo in braccio un/una neonato/a, eravamo in attesa del nostro secondo figlio. Un’attesa tutt’altro che semplice. Minaccia d’aborto immediatamente dopo aver fatto il test. Avrebbe potuto essere il secondo aborto spontaneo in sei mesi. Una gravidanza passata a pregare, e sperare. Una gravidanza con appoggiata sul pancione l’immagine di Don Silvio Galli, Servo di Dio salesiano di cui è in corso il processo di beatificazione, e nei cui atti, tra tante, c’è anche la mia testimonianza.

E quel 27 novembre, giorno quasi in sospeso. Per noi ma non per Dio. Un giorno in cui ricordare non una “nascita mancata” ma la rinascita. La nostra rinascita. La rinascita della nostra fiducia in Gesù e Maria. La stessa a cui siamo chiamati tutti noi, ogni giorno. Anche attraverso la voce del Padre, che ci sussurra il suo amore e la sua onnipotenza attraverso le date, le coincidenze, le “Dio-incidenze”, come tanti le definiscono.

In tutto questo, una “coincidenza” nella “coincidenza”. Qualche tempo fa abbiamo conosciuto una bellissima coppia di giovani sposi. Anche loro, come noi, con una creaturina nata direttamente in Cielo. Parlando, abbiamo scoperto che le DDP di queste nostre “gravidanze celesti” erano vicinissime. Possiamo dire quasi le stesse. Così noi mamme abbiamo deciso di pregare la novena alla Medaglia Miracolosa l’una per l’altra. L’una per le intenzioni del cuore dell’altra. Senza sapere esattamente quali sono. Il Cielo le conosce. Ed è questo che conta.

Ecco come le prove della vita si possono trasformare da tragedie senza senso (prospettiva del mondo) a occasioni di resurrezione (prospettiva del Cielo). Se ci fermiamo esclusivamente al muro del dolore, troveremo davanti a noi una barricata che non riusciremo a superare. Peggio della Muraglia cinese. Ma se ci affidiamo a Dio, se ci abbandoniamo a Lui, tutto sarà diverso. In noi e in chi ci è vicino.

Ed ecco perché dobbiamo riscoprire o imparare a leggere questi fatti, questi avvenimenti. Non come cultori della Smorfia napoletana ma come figli amati. Amati da un Padre che vuole il nostro Bene. Da sempre e per sempre. E che, se non capiamo in altro modo, ce lo dice anche così, attraverso le “combinazioni”.

Perché “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139, 1-7).

Le date non sono mai casuali. Non vi fidate di me? Fidatevi di Dio! Non resterete delusi.

Fabrizia Perrachon

Non è nostro compito giudicare la Chiesa

È molto facile parlare con le persone e sentire pesanti critiche alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi e questo accade non solo con chi non frequenta, ma anche quando l’interlocutore è uno che si professa cattolico praticante.

Certamente ci possono essere aspetti della dottrina o del comportamento del Papa o dei Vescovi che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando o sparlando che si risolvono le difficoltà, né divenendo diffusori di divisione e contestazione che possiamo pensare di guarire questo male, che, anzi, così si moltiplica.

Non è nostro compito giudicare il Papa o un Vescovo, anche perché non abbiamo né la preparazione, né la conoscenza profonda dei fatti: certo, è nostro diritto, e in parte anche un dovere, esprimere il nostro punto di vista o il disappunto su alcuni temi o situazioni che conosciamo bene, verso il Vescovo o altra autorità, ma va fatto con umiltà e facendo sentire il nostro amore e la nostra obbedienza.

In particolare, gli sposi, in forza del Sacramento sono chiamati alla fedeltà al coniuge: che senso avrebbe essere fedeli a una persona, se poi non lo si è verso una Chiesa che può anche tradire (e la storia ce lo insegna), ma rimane la Sposa per cui Gesù ha dato la vita? A maggior ragione, chi ha subito il tradimento, ma ha scelto di essere fedele e di continuare ad amare nonostante tutto, non può abbassarsi a questa logica di critiche e maldicenze.

D’altra parte, i Papi e i Vescovi passano, ma l’amore resta.

Non si tratta ripeto, di far finta di niente, potrei scrivere pagine e pagine su cose che non condivido e che non approvo, anche oggettivamente condivisibili (alcune persone considerano pazzo chi sceglie di rimanere fedele a un coniuge che se n’è andato e lo deridono), ma poi?

Quale beneficio otterrei criticando e al limite anche prendendo la ragione? Assolutamente niente, sarebbe come parlare male del mio coniuge (e so per esperienza che quando siamo a questo livello, la separazione non è troppo lontana).

Sant’Agostino al riguardo era chiaro: “La Chiesa è un cantiere, un’opera in costruzione, dove il lavoro del Vangelo è sempre in corso. Non criticate i mattoni mancanti, ma pregate per i muratori.

Anche la prima Chiesa, rappresentata da Pietro, mi risulta che abbia tradito, ma Gesù ha voluto comunque fondarla su quella pietra, proprio perché alla fine non conteranno gli errori commessi, ma quanto abbiamo investito nell’amore, in particolare verso chi non è bravo, chi non è competente e chi tradisce. Certo è facile volere bene ad un coniuge che è come lo vogliamo, bello, amabile, servizievole, che si dedica ai figli, così come vogliamo bene senza difficoltà a Papa Santo, a un Vescovo eccellente e a un parroco che fa belle omelie, ma forse il nostro amore vero viene fuori quando non è istintivo, naturale e scontato.  

Si, perché gli Sposi sono Chiesa in miniatura, esattamente piccola Chiesa domestica. In famiglia non ci sono contrasti, divergenze e litigate? Certo che sì! Ma si cerca di risolvere i problemi internamente con amore, pazienza, tenerezza, perdono e preghiera, senza andare in giro a raccontare i nostri malumori agli altri.

Non è il periodo in cui perdere tempo con le parole, ma quello di testimoniare con la vita la qualità d’amore che scaturisce dal Sacramento del matrimonio.

C’è infatti il pericolo di lasciarsi trascinare in questa confusione che passa anche attraverso informazioni manipolate e che rischia di dividerci in gruppi pro/contro il Papa, tradizionalisti/progressisti e così via, perdendo solo tempo prezioso. Non possiamo essere di parte, sarebbe come amare solo quello che ci piace del nostro coniuge: io scelgo di amare tutto, come fa Gesù con me e come sta facendo con la Sua Chiesa Sposa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia

Che meraviglia questo libro della Bibbia. Io ne sono innamorato. Proseguiamo con il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Parla il mio diletto e mi dice:

L’amato

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni via!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata via;

i fiori riappaiono nei campi,

la stagione dei canti è tornata

e la voce della tortora si fa udire nella campagna.

Il fico ha maturato i suoi primi frutti

e le viti in fiore spandono la loro fragranza.

Nel prosieguo del Cantico, l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente capitolo. Egli desidera ardentemente la sua bella, ma, prestando sempre attenzione a non violare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sé, ma senza mai forzarla.

“Alzati, amica mia, mia bella, e vieni via!” (Ct 2,10).
Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. È un ordine, allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare la forza dell’amore autentico. Non una forza che obbliga, ma un amore che attira. Questa forza irresistibile, che attrae potentemente il cuore come una calamita, è spiegata nei versi successivi.

Come sempre nel Cantico, la natura che circonda i due amanti è manifestazione e segno della loro natura profonda. Essa simboleggia un’armonia perfetta tra visibile e invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi e quanto essi manifestano attraverso il corpo. L’amore è così. L’amore autentico crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

“Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata via.” (Ct 2,11)
Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. È il risveglio da un letargo. Ma un inverno non arido: un inverno in cui è piovuto, un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera. È stato un tempo per preparare il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo, ad accogliere e riconoscere l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, in cui l’amore non si sentiva e non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore era freddo, privo di calore, passione e sentimento per il nostro coniuge. Che tipo di inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi?

Mi spiego meglio: avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia, o avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? È importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. San Giovanni Paolo II ci ricorda: “L’amore non è mai qualcosa di compiuto; esso cresce e matura nel corso della vita.” (da Familiaris Consortio). Questo significa continuare a donarsi anche quando costa fatica, anche quando la routine quotidiana sembra schiacciarci, anche quando l’intimità diventa sempre più difficile.

Solo così, continuando ad amare l’altro nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno per la primavera, per la rinascita della nostra relazione. Se non molliamo, la primavera tornerà: questo è certo. E tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata e colorata quanto più avremo preparato il terreno durante l’inverno.

“Il fico ha maturato i suoi primi frutti e le viti in fiore spandono la loro fragranza.” (Ct 2,13)
Non sono due frutti a caso. Il fico è segno di fecondità, la vite è segno di gioia e pienezza. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Tutto è grazia.” Anche gli inverni, che sembrano momenti di desolazione, possono diventare tempo di preparazione per un amore più grande, più profondo.

Sta a noi fare in modo che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma, al contrario, siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi. San Francesco di Sales ci insegna: “La misura dell’amore è amare senza misura.” E l’amore, in tutte le stagioni, può rifiorire, se lo curiamo con fiducia e perseveranza.

Antonio e Luisa

Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

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Un Cammino di Rinascita: la scoperta di una sessualità santa

Ciao, sono Paolo, e voglio condividere con voi un pezzo importante della mia vita insieme a Grazia, mia moglie da nove anni. Abbiamo sei figli e una storia che ci ha fatto riscoprire il significato profondo del matrimonio e dell’apertura alla vita.

Quando ci siamo sposati, eravamo consapevoli che il matrimonio cristiano implica l’apertura alla vita. Tuttavia, inizialmente pensavamo che questo significasse semplicemente avere figli. Questa visione limitata ci ha portato a vivere momenti di difficoltà dopo la nascita del nostro secondo figlio, venuto al mondo a soli 14 mesi di distanza dal primo.

Accogliere i nostri primi due bambini è stato un momento di gioia immensa, ma presto le fatiche hanno preso il sopravvento. Eravamo stanchi e impauriti all’idea di avere altri figli. Ci domandavamo: “Perché Dio ci chiede questo? Non vede i costi, le difficoltà, la fatica di crescere una famiglia?

Abbiamo così iniziato a usare i metodi naturali, ma con una mentalità contraccettiva. Non li vivevamo come un’apertura alla volontà di Dio, ma come un mezzo per evitare nuove gravidanze. Questo atteggiamento non ha fatto che peggiorare la nostra situazione, portandoci infine a ricorrere al coito interrotto, una scelta che ha avuto conseguenze devastanti.

Una Crisi Profonda

Questa pratica, oltre a essere contro natura, ci faceva sentire infelici e insoddisfatti. Io mi sentivo frustrato, mentre Grazia si sentiva usata. Questo si rifletteva pesantemente sulla nostra relazione: io ero sempre più egoista, poco presente in casa, e le liti tra noi si facevano sempre più frequenti e pesanti.

La distanza emotiva tra di noi crebbe a tal punto che iniziai una relazione con un’altra donna. Questo tradimento, durato nove mesi, raggiunse il culmine quando sia mia moglie sia la mia amante rimasero incinte nello stesso periodo.

Queste due gravidanze non pianificate hanno aperto una ferita profonda. Dopo tre mesi, entrambe le donne hanno avuto aborti spontanei a una settimana di distanza l’una dall’altra. È stato un momento di grande dolore, ma anche di riflessione.

Ricominciare da Zero

Quei due bambini in cielo sono stati per noi degli angeli, strumenti che Dio ha usato per darci una seconda possibilità. Questo dolore condiviso ci ha spinto a rimettere in discussione tutto: il nostro matrimonio, la nostra fede, il nostro approccio alla vita. Abbiamo capito che l’apertura alla vita non è solo avere figli, ma lasciarsi guidare dal grande mistero dell’amore di Dio, anche nelle difficoltà.

Abbiamo riscoperto il valore del sacramento del matrimonio, un luogo dove Dio si manifesta e trasforma le fragilità in occasioni di salvezza. L’intimità coniugale non è solo il luogo dove si generano figli, ma un’alleanza in cui Cristo è presente, trasformando ogni gesto d’amore in un dono reciproco.

Una Nuova Vita

Tre mesi dopo questi eventi, Grazia rimase incinta di due gemelli, che sono nati esattamente un anno dopo gli aborti spontanei. La loro nascita è stata per noi un segno concreto della misericordia di Dio e della Sua fedeltà al nostro cammino di coppia.

Sul muro della nostra camera, dietro al letto matrimoniale, abbiamo posto un quadro con una frase del preconio pasquale: “O felice colpa che meritò un così grande Salvatore.” Questa frase ci ricorda ogni giorno che, attraverso le nostre fragilità, Dio può compiere grandi cose, trasformando il peccato in grazia e il dolore in redenzione.

Il Nostro Augurio

Oggi siamo consapevoli che vivere l’apertura alla vita ci rende più fedeli, più uniti, e più vicini al progetto che Dio ha per noi. Speriamo che la nostra testimonianza possa essere di aiuto a chi vive momenti di difficoltà nel matrimonio, mostrando che è sempre possibile ricostruire, quando ci si affida alla potenza dell’amore di Dio.

Con affetto,
Paolo e Grazia

Contraccezione e Matrimonio: Riscoprire l’Amore Autentico

L’avvento della pillola contraccettiva nel 1959 ha segnato un punto di svolta nella percezione della sessualità. Da quel momento, vivere il sesso indipendentemente dalla possibilità di procreare è diventato socialmente accettato. Tuttavia, la Chiesa cattolica, con il suo Magistero, ha mantenuto salda la sua posizione, ribadendo che la contraccezione non giova al matrimonio. Ma perché?

San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale trova nella donazione totale e reciproca la sua verità più profonda”. In questo contesto, l’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, pubblicata nel 1968, ha profeticamente descritto le “gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite”. Conseguenze che, allora, sembravano lontane, ma che oggi si rivelano drammaticamente attuali.

La formazione: un’urgenza per i cattolici

Una scena memorabile del film “Divorzio all’italiana” recita: “In amore non ci sono regole, ma il cuore… il cuore non mente mai”. Tuttavia, senza una corretta formazione, anche il cuore può essere sviato. La mancanza di educazione a una sessualità autentica rappresenta uno dei maggiori ostacoli per molte coppie. Senza una guida, sia i laici che i consacrati possono considerare la contraccezione come una soluzione praticabile, ignorando il danno che arreca alla relazione coniugale.

San Giovanni Paolo II, con la sua Teologia del Corpo, ci ha lasciato un tesoro inestimabile per comprendere come la sessualità sia parte del disegno divino. La mancanza di formazione su questi temi rischia di minare il solido insegnamento della Chiesa, portando molti a sottovalutare le conseguenze della contraccezione.

La contraccezione e le sue implicazioni

1. La donazione completa viene compromessa

La sessualità, spiega Papa Francesco in Amoris Laetitia, è un linguaggio che comunica amore e dedizione totale: “Ogni atto sessuale nel matrimonio dovrebbe essere aperto alla trasmissione della vita”.

Tuttavia, la contraccezione impedisce questa apertura, trattenendo una parte essenziale di sé. Un matrimonio non diventa più libero eliminando la fertilità; al contrario, si allontana dalla pienezza dell’unione. Il sesso, ridotto a ricerca del piacere, perde il suo significato più profondo e rischia di diventare vuoto e egoistico. Nel celebre film “La vita è bella”, Guido sussurra a Dora: “La tua presenza rende ogni momento eterno”. Analogamente, l’atto coniugale dovrebbe rappresentare questa eternità nella sua apertura alla vita.

2. Il corpo diventa un oggetto

Papa Paolo VI, in Humanae Vitae, aveva previsto: “Si potrebbe temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche contraccettive, finisca per perdere il rispetto per la donna”.

Oggi, questa profezia trova conferma in molte testimonianze di donne che si sentono usate, percependo il proprio corpo come mero strumento di piacere. La contraccezione non solo altera la dinamica della relazione, ma può anche ridurre il partner a un oggetto, privando il rapporto di rispetto e amore autentico. Un celebre dialogo di “Matrimonio all’italiana” illustra questa dinamica: “Mi hai usata come una cosa, e le cose si buttano via quando non servono più”. Un monito che invita a riflettere sull’importanza di riscoprire il valore dell’altro come persona. Il tutto è naturalmente aggravato dalla diffusione capillare della pornografia.

Un invito a riscoprire l’autenticità del matrimonio

Molte coppie, inizialmente scettiche, hanno scoperto che eliminare i contraccettivi dalla loro vita coniugale ha portato a una rinascita del loro rapporto. La condivisione della fertilità diventa così un simbolo di fiducia e apertura, un dono reciproco che rafforza l’unione. Come ricordava Santa Teresa di Calcutta: “Non possiamo fare grandi cose, ma piccole cose con grande amore”. Anche la scelta di vivere la sessualità in modo autentico e aperto alla vita è una piccola grande azione che costruisce l’amore coniugale.

La nostra testimonianza

In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Dopo un anno siamo tornati, con molta più consapevolezza e convizione, ai metodi naturali.

In conclusione, le parole di Papa Paolo VI risuonano come una chiamata alla riflessione: “L’autentico amore coniugale esige la pienezza e la generosità della donazione reciproca”. Solo abbracciando questa visione possiamo sperare in matrimoni più forti, uniti e fecondi e in una sessualità davvero appagante e vivificante.

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Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato

Un dolore non condiviso è un dolore sprecato”, recita Retrouvaille. Nella società odierna, dominata dall’apparenza e dai social media, nascondere le proprie debolezze è diventata quasi una necessità. Come coppie, spesso ci sforziamo di dare l’immagine che tutto vada bene, anche quando la realtà è ben diversa.

Sogni infranti e realtà quotidiana

Ci siamo sposati con le migliori intenzioni del mondo, desiderosi di coronare i nostri sogni d’amore coltivati durante il fidanzamento: non litigare mai, creare armonia tra di noi e con i figli che sarebbero nati.

Ma ben presto ci siamo scontrati con la realtà. Orari di lavoro incompatibili ci impedivano di trascorrere tempo insieme. Il poco tempo a disposizione lo passavamo comunicandoci le cose da fare in casa o con i figli, ma senza dialogo. Sembravamo estranei sotto lo stesso tetto.

Così, senza accorgercene, abbiamo costruito un muro trasparente di incomprensioni. La nostra relazione era diventata stanca e pesante, con litigi e conflitti frequenti, spesso per futili motivi. All’esterno, però, mantenevamo una facciata di perbenismo, da coppia perfetta.

Stavamo innaffiando un sottile rancore, un “non ti sopporto” crescente che ci faceva star male. Costruivamo il nostro rapporto come un castello di sabbia: apparentemente solido, ma destinato a crollare alla prima onda.

Il momento della svolta

Poi è arrivato quel benedetto momento. Consapevoli di aver naufragato il nostro matrimonio, con l’acqua alla gola, siamo approdati a Retrouvaille. Lì abbiamo ricevuto aiuto, desiderando riprovarci. Abbiamo riscoperto che quell’amore, che ci eravamo promessi, era vero. Era sepolto da una coltre di cenere, ma c’era ancora.

Grazie a Retrouvaille, abbiamo imparato a comunicare davvero. Ci sono stati dati strumenti pratici per riscoprire il dialogo e l’intimità, fondamentali per superare i conflitti.

Un cammino che continua

Oggi stiamo continuando questo percorso, tutt’altro che semplice, rimuovendo mattone dopo mattone quel muro di separazione. Stiamo lasciandoci alle spalle quella sofferenza che, però, non va dimenticata.

Quel dolore è prezioso. Ci ha umiliato, ferito e portato alla consapevolezza della nostra crisi. Ci ha obbligato a prenderla in mano, facendoci scendere dal piedistallo in cui ci eravamo posti. Ora siamo più sensibili verso quelle coppie che vivono le loro difficoltà, senza emettere giudizi o sentenze.

Un dolore fecondo

Il nostro dolore non è stato vano. È diventato fecondo, un dono per chi, come noi, cerca di ritrovarsi. Abbiamo imparato che non è una debolezza soffrire, ma non condividerlo lo è. Quando abbiamo scelto di condividere il nostro passato di crisi, abbiamo trovato la forza di rinascere.

Orazio e Cinzia – Retrouvaille

La differenza del e nel matrimonio

Nelle ultime settimane mi sono trovata, con mio figlio, a ripassare regole, definizioni e proprietà delle quattro operazioni matematiche. Quando siamo arrivati alla sottrazione, il termine differenza ha attirato la mia attenzione. Lo utilizziamo moltissimo nella vita quotidiana, in espressioni come “Che differenza c’è/fa?”, “Non capisco che differenza fa”, “Vogliamo fare la differenza”, “Non c’è alcuna differenza”, “A differenza di”, “La differenza tra te e me”, “Per me non fa differenza”, “C’è una bella differenza tra”, ecc …

Ma allora questa differenza, è solo il risultato di una sottrazione di qualcuno da qualcuno, di qualcuno da qualcosa o di qualcosa da qualcos’altro? È sempre e solo sinonimo del termine matematico “resto”? Oppure può essere qualcosa di più?

Sono convinta che la differenza, del e nel matrimonio, sia molto di più che il semplice risultato di un’espressione o di un’equazione. Nell’unione sponsale la differenza la fa il sacramento.

Non il semplice patto tra persone, quasi fosse un accordo esclusivamente economico, materiale e di comodo. È l’alleanza tra un uomo, una donna e Dio, tra un “noi” e “Lui”, tra “noi” e “Te”. Dove il “noi” non è semplicemente un “io+io” o un “tu+tu” ma un mistero di unione fisica e spirituale che riceve una benedizione enorme, duratura, forte. La differenza è Cristo!

La differenza è che “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). La differenza è che “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2, 18). La differenza è che io senza di te sono meno che io con te. La differenza è che insieme siamo più che “1+1”, siamo una potenza, una potenza non solo matematica ma di cuore, di corpo, di anima. La differenza è che un uomo e una donna diventano l’immagine dell’amore di Dio.

Differenza che senza la benedizione del sacramento troppe volte si sgretola, si spezza, si deteriora, si consuma. Insinuando dubbi che il matrimonio sia realmente una cosa bella, che vale la pena fare o per il quale vale la pena lottare. Rompendo le speranze di quanti ci credevano. Ferendo il cuore, non solo umano ma anche quello divino.  

Certo, potrete obiettare, anche sposi cristiani di dividono. Purtroppo accade, non possiamo negarlo. Ma siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi “sposarsi in Chiesa”? Lo facciamo per convenzione sociale, per assecondare qualcuno o perché siamo autenticamente liberi e consapevoli della scelta? Sappiamo che senza la nostra partecipazione la Grazia non compie il miracolo? Sappiamo che senza la fede quella benedizione, non accolta nell’intimo, non può fare ciò che non facciamo noi? Come affermava Sant’Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te “(Sermo CLXIX, 13).

Siamo, dunque, ancora convinti che “Non c’è alcuna differenza” tra un’unione esclusivamente umana ed una arricchita, abbellita, adornata dal divino? Davvero ci poniamo ancora la domanda “Che differenza c’è/fa?” tra un matrimonio civile e uno religioso? Siamo ancora del parere che “Per me non fa differenza”, basta che due persone si vogliano bene? Altrettanto, sappiamo essere misericordiosi e non giudicare, affermando che “La differenza tra te e me” è che siamo sposati in chiesa e voi no? Oppure che “A differenza di” io sono bello e bravo e tu sei brutto e cattivo? Non possiamo promuovere la Verità accantonando la carità.

Un caro amico sacerdote me lo ha ripetuto più volte che nel dire la verità del Vangelo bisogna sempre usare modalità adeguate e un atteggiamento mite e cordiale perché non sempre siamo pronti ad accogliere la verità nuda e cruda. E sbatterla in faccia provocherebbe l’effetto contrario. Questo non significa che dobbiamo tradire, sovvertire o travisare la Parola ma diffonderla con dolcezza perché “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Il più delle volte è l’esempio a dire più di mille parole. Quasi sempre fa più la testimonianza di tanti discorsi. Non solo perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ma perché il Vangelo fatto carne tocca veramente i cuori. Anche quelli più induriti. Come magistralmente ha scritto San Paolo: “Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 22-24). La differenza, ben prima e ben più di noi, la fa il Signore. Noi possiamo farla se, e solo se, rimaniamo in Lui e noi il Lui. Il noi sponsale, il noi più grande, il noi più bello!

Fabrizia Perrachon

Fecondità oltre la fertilità

Un privilegio frainteso

Qualche settimana fa ho condiviso su Instagram lo stato di una ragazza che scriveva di quanto fosse stanca di leggere commenti di adulti ricorsi alla pratica dell’utero in affitto, i quali sostenevano che i loro figli erano felici. La ragazza sottolineava che bisogna aspettare che questi figli crescano e scoprano l’inganno che c’è dietro. Il giorno dopo, tra i vari commenti, ho trovato un messaggio di una mia cara amica: “Giorgia, ma dal nostro punto di vista privilegiato non possiamo dire nulla… e poi non c’è niente di male…”

Di questa frase mi hanno colpito due cose. La prima è la parola privilegio, come se noi fossimo al di sopra di altre coppie. Non è così! La seconda è l’espressione “non c’è niente di male”. Questo è un grande inganno.

I figli non sono un diritto

I figli sono un dono, per tutti!
I miei figli sono un dono per me, per mio marito, per i loro fratelli e per tutta la società.
I tuoi figli sono un dono per te, per tuo marito, per i loro fratelli e per la società.
I nostri figli sono un dono anche per quelle coppie che naturalmente non li possono avere.

I figli non sono una risposta a un bisogno.
I figli non sono un capriccio da soddisfare.
I figli non sono una merce.

Noi siamo cooperatori della creazione. Siamo creature, non creatori. Siamo noi stessi figli e siamo chiamati a guardare tutti come figli, essendo corresponsabili della crescita degli altri.

Fecondità e fertilità: due realtà diverse

Fecondità e fertilità non sono sinonimi. La fertilità è il dono di generare vita nella carne. Ripeto: dono. La fecondità, invece, è un atteggiamento. È il riconoscimento che il nostro amore ha un’origine divina ed è destinato a essere donato al di fuori di noi.

Essere fecondi ci richiama alla corresponsabilità: la nostra paternità e maternità vanno oltre i nostri figli. La mia prima responsabilità è verso il mio coniuge. Sono chiamata a farlo crescere, a farlo sentire più uomo e più padre, così come lui è chiamato a far crescere me, a farmi sentire più donna e più madre. Il primo “figlio” della coppia è il noi. È il donarsi reciproco che diventa sorgente di vita. Poi, insieme, ci apriamo al mondo là fuori, dove ci sono i figli, di carne e di cuore.

Educare alla fecondità

Si è smesso di educare e insegnare che si può essere fecondi e generativi anche senza avere figli naturali. Una grande testimonianza d’amore viene proprio da quelle coppie che non hanno figli, ma ci ricordano che tutto è dono! Bisogna ricordarsi che una coppia senza figli può essere feconda e generare vita, così come una coppia con figli può essere sterile, non feconda.

Se cadiamo nell’errore di pensarci privilegiati, rischiamo di credere che il compimento dell’amore di coppia sia avere dei figli. Non è così.

Una testimonianza personale

In molti articoli del mio blog ho scritto che è un privilegio avere Chiara come figlia, ma lo scrivo nell’ottica della sua Sindrome di Down. Ancora oggi, non mi capacito del fatto di essere stata scelta come sua mamma. Lei, con la sua vita e la Sindrome di Down, è un dono per me, per Cosimo, per la nostra coppia e per tutti quelli che incontra. Ma nessuno dei nostri figli è nato per riempire un vuoto; non sono stati un “bisogno”.

Come dice una coppia che conosco bene: “Non si diventa padri e madri per meriti sul campo. Non si ama per avere figli. L’amore non ha bisogno di giustificazioni; non perché dà la vita l’amore è buono, ma perché è buono che dà la vita!”

Fecondità oltre la fertilità

Ho cercato di affrontare questo tema con delicatezza, consapevole che non mi appartiene del tutto. Tuttavia, mi sento chiamata a condividere storie di fecondità oltre la fertilità. Ho scritto ad alcune coppie che per noi sono importanti. Le loro storie e testimonianze sono luce. Una coppia di amici mi ha risposto così:

Come abbiamo scoperto la fecondità matrimoniale? Bevendo da un calice amaro che ci ha permesso di scoprire la volontà di Dio per noi. Sì, avete letto bene: Famiglia lo siamo anche senza figli che portano il nostro DNA. Abbiamo aperto il nostro cuore ai giovani, prima in una Casa Famiglia, poi nel servizio al nostro oratorio. Essere genitori e famiglia per un oratorio è la cosa più bella del mondo per noi. Dio ha realizzato le nostre preghiere in un modo inaspettato e moltiplicato. Affidatevi a Lui.

Essere fecondi significa riconoscere che il nostro amore, che è dono, è destinato a essere condiviso. Che si abbiano figli di carne o no, la fecondità matrimoniale è una chiamata a generare vita e amore nel mondo. Ognuno può scoprire questa vocazione unica affidandosi alla volontà di Dio.

Giorgia e Cosimo

Amen all’Eucaristia: Accogliere la Grazia e Trasformare la Vita

Saulo è caduto nella polvere sulla strada di Damasco. Solo in quel momento, accecato dalla luce divina, ha potuto udire le parole di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,4). Parole che gli hanno chiuso il vecchio sguardo e, al contempo, gli hanno aperto una vista nuova, quella della fede. La sua caduta rappresenta un’esperienza che molti di noi conoscono. Spesso è necessario cadere nella polvere del fallimento, del dolore e dell’umiliazione. Solo così possiamo scoprire il nostro bisogno di Dio. Come scrive Sant’Agostino: “Il Signore si è chinato fino a noi per sollevarci, e noi, nell’umiltà, siamo chiamati a riconoscere la nostra fragilità” (Confessioni).

Anche io, come molti, ho dovuto assaporare la polvere dell’insuccesso. Solo così ho capito la mia debolezza e il mio bisogno di Cristo. Gesù lo sa, e proprio per questo ha scelto di farsi piccolo. “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse partecipare alla vita divina” (San Leone Magno). Si è fatto piccolo al punto da divenire una semplice particola. Così può entrare nel nostro cuore durante la Santa Eucarestia. Egli ci dona la vera forza, quella che non viene dal mondo ma dal cielo. Papa Francesco ci ricorda: “Gesù viene a noi non in forma maestosa, ma in un pezzo di pane, per essere parte della nostra vita, per condividere con noi la nostra umanità” (Evangelii Gaudium, 24).

Quando riceviamo l’Eucarestia, Gesù entra in noi con commozione e trepidazione, aspettando il nostro “amen”. Questo piccolo assenso è spesso pronunciato distrattamente. Tuttavia, ha un significato profondo. Significa accoglierlo nel nostro cuore e riconoscerlo come nostro Signore e Salvatore. San Tommaso d’Aquino scrive: “Nell’Eucarestia, Cristo si dona totalmente, ma attende il nostro sì per dimorare in noi. È un dono di amore che chiede di essere accolto” (Summa Theologiae, III, q. 73).

Quell’amen, così semplice, è il nostro lasciapassare per ricevere la grazia e tornare a casa trasformati. Non siamo più gli stessi quando accettiamo Cristo in noi. Siamo rinnovati, capaci di amare con un amore che va oltre le nostre forze. Come afferma San Giovanni Paolo II: “L’Eucarestia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. In essa, l’amore di Cristo ci rinnova, rendendoci capaci di amare come Lui ha amato” (Ecclesia de Eucharistia, 11).

Non dobbiamo illuderci di essere bravi o di poter amare davvero senza l’aiuto dell’Amore stesso, che è Dio. Senza di Lui, torneremo presto a mangiare la polvere delle nostre cadute e dei nostri limiti. Gesù ci avverte: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15,5). Solo affidandoci completamente a Lui possiamo sperimentare il vero amore. Questo amore ci permette di amare il nostro coniuge, i nostri figli e i nostri fratelli con un cuore puro e sincero.

In questo percorso di fede, riconoscere la nostra debolezza è la chiave per aprirci alla forza di Cristo. San Paolo scrive: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.” (2 Corinzi 12,9). È nella nostra debolezza, nel nostro “mangiare la polvere”, che possiamo incontrare il Signore. Egli si fa vicino a noi, piccolo come una particola. È grande come l’Amore infinito che ci rinnova.

Quando diciamo “amen” all’Eucarestia, diciamo “amen” alla vita nuova che Dio ci offre, una vita che è capace di trasformare non solo noi stessi, ma anche le nostre famiglie e il mondo intorno a noi.

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Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.

L’amore si nutre nel rispetto

Dopo esserci soffermati sulla ambabilità possiamo iniziare oggi il secondo poema. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Un rumore…! Il mio diletto!

Eccolo, viene,

a salti per i monti,

a balzi per le colline.

Somiglia, il mio diletto, a un capriolo

o a un cerbiatto.

Eccolo, si è fermato, in piedi,

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia tra le inferriate.

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema. Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro.

La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora. “La memoria dell’amore è una forza che spinge a camminare avanti, anche nei momenti di difficoltà” (Amoris Laetitia).

L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato infatti ad un cerbiatto. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione, il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso. Non deperirà fino a morire. Resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei.

L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. È, al contrario, un uomo che, rapito dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. È una regina, è figlia di Re. È figlia di Dio. “L’amore non è mai qualcosa di imposto, ma sempre una scelta libera, rispettosa e attenta” (Mulieris Dignitatem)

Così, seppur stia bruciando dal desiderio di unirsi a lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a vederla e a godere della sua vista. Lo fa per farsi presente. Tuttavia, attende che sia lei ad aprire. Aspetta che sia lei a chiamarlo al di là di quel muro che li divide. Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone! Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? La pazienza nell’amore è la dimostrazione più alta del rispetto che si può offrire all’altro (Sant’Agosino)

Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza? La tenerezza è l’amore reso tangibile, il linguaggio silenzioso che parla al cuore (Deus Caritas Est). Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità.

Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento, poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida. Non avrà più alcun desiderio di unirsi a lui. Lui cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. Questa è la fine di tanti matrimoni. È triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

Il fine non coincide con la fine

Cari sposi, sebbene ci troviamo nel bel mezzo dell’anno civile, oramai a un niente dal vortice natalizio, con tutte le feste, cene, saggi, regali… e l’estate con le ferie risulti un lontanissimo miraggio, per la liturgia c’è aria di fine. Infatti, domenica prossima la solennità di Cristo Re chiuderà il tempo ordinario per dare inizio all’attesa della Venuta di Cristo. Già da alcune domeniche quindi stiamo odorando questo clima ed oggi lo viviamo in modo particolare.

Gioia e Speranza

Tutto ciò non deve creare un senso di ansia bensì di gioia perché stiamo andando incontro alla Verità, a Colui che dà il senso ultimo alla nostra vita. Ci ricorda Papa Francesco:

Non è in primo luogo un discorso sulla fine del mondo, piuttosto è l’invito a vivere bene il presente, ad essere vigilanti e sempre pronti per quando saremo chiamati a rendere conto della nostra vita. […] La storia dell’umanità, come la storia personale di ciascuno di noi, non può essere compresa come un semplice susseguirsi di parole e di fatti che non hanno un senso. Non può essere neppure interpretata alla luce di una visione fatalistica, come se tutto fosse già prestabilito secondo un destino che sottrae ogni spazio di libertà, impedendo di compiere scelte che siano frutto di una vera decisione. Nel Vangelo di oggi, piuttosto, Gesù dice che la storia dei popoli e quella dei singoli hanno un fine e una meta da raggiungere: l’incontro definitivo con il Signore” (Angelus 18 novembre 2018).

Il Significato Sponsale

L’incontro con Gesù è visto nella Sacra Scrittura come un vero e proprio matrimonio; il libro dell’Apocalisse ce lo descrive come le nozze dell’Agnello (Cristo) con la sua Sposa (la Chiesa). Questo è l’orizzonte delle nostre vite e la liturgia ce lo ricorda, casomai il ritmo delle nostre giornate ce lo facesse dimenticare.

La Grazia del Matrimonio

Voi sposi avete ricevuto il dono del vincolo matrimoniale, questa grazia che rende presente in voi l’Amore di Cristo per la Chiesa. In effetti, avete già ricevuto l’anticipo, la caparra delle nozze definitive. Ecco allora che per voi questa liturgia vi sprona e vi motiva a fare memoria quotidiana che il dono ricevuto è da scartare e coltivare continuamente, senza mai darlo per assodato e scontato, una conquista da raggiungere di continuo.

Vivere il Regno di Dio

Cari sposi, il tempo presente è un regalo che il Signore vi concede per incarnare e mettere in pratica già da adesso il Regno di Dio. Chiediamo la grazia di saper cogliere ogni opportunità, per piccola che sia, che il Signore vi offre per essere riflesso di quel volto di Gesù che ama la sua Chiesa Sposa.

ANTONIO E LUISA

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore”. Queste parole possono ricordare i momenti più difficili della vita matrimoniale, quando sembra che la luce della gioia e della speranza si spenga. Il cammino degli sposi è segnato da tribolazioni e incertezze, ma è proprio in questi momenti che si è chiamati a una fede più grande. La crisi può essere vista come un’occasione di purificazione e di rinnovamento, un invito a vegliare insieme, a sostenersi e a ricordare che la promessa d’amore fatta nel sacramento è una realtà che supera ogni oscurità. Il matrimonio riuscito non è quello che non viene toccato dal dolore e dalle incertezze, ma è quello dove gli sposi riescono a non smettere di credere che il loro amore, sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere più forte di tutto.

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«Cari genitori, a voi è affidato … abbiatene cura»

Proseguiamo a raccontare il sacramento del Battesimo in riferimento alla Chiesa tutta e alla Chiesa domestica in particolare. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati

Rinascere dallo Spirito: Il rito della vestizione

Il battezzato, dopo essere stato “denudato” e immerso nelle acque per rinascere dallo Spirito, viene ricoperto dalle nuove vesti di salvezza. Il sacerdote proclama:

«Sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna».

La chiesa domestica può vedere in questa monizione la riformulazione della promessa iniziale assunta nei riti di accoglienza.

“Nuova creatura e ti sei rivestita di Cristo”

Anticamente questo momento liturgico era molto visibile. Oggi dobbiamo immaginarlo: il bambino, dopo aver ricevuto un poco d’acqua sul capo, viene rivestito di una piccola vestina bianca che di solito è a modo di cappa.

«Che diremo dunque? … anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6, 1-4).

Se il battezzato è un bambino, la chiesa domestica accoglierà la nuova creatura rivestita di Cristo impegnandosi ad educarla nei sentimenti di Cristo Gesù del servizio e dell’obbedienza: «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo», «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce» (cfr Filippesi 2,5-11).

“Questa veste bianca è segno della tua nuova dignità”

Questa veste è particolare poiché «né tarma né ruggine consumano» (Mt 6, 20).

La dignità di figlio di Dio è indelebile, nessuno potrà annullarla perciò si viene battezzati una sola volta. A questo punto l’assemblea potrebbe esclamare il suo stupore: «ossa delle mie ossa, carne della mia carne»! Sta partecipando ad un nuovo innesto in Cristo, sta dando alla luce un nuovo figlio di Dio. È uno stupore nuziale! Sì, perché il mistero della vestizione manifesta la grazia nuziale.

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27).

“Con le parole e con l’esempio dei tuoi cari portala senza macchia per la vita eterna”

Quando Dio ad Adamo chiese dopo il peccato «dove sei?» la reazione fu il nascondimento. Adamo ebbe paura di Dio e della sua domanda, invece Dio avrebbe voluto mostrargli le conseguenze della sua scelta, il fatto che stava percorrendo la strada angusta e mortifera. Il battezzato, invece, è reso nuovamente la persona capace di rivolgersi a Dio e «affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo. Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano» (M. Buber, il cammino dell’uomo).

La monizione liturgica della vestizione è l’invito a riprendere il cammino interrotto a causa del peccato originale. Ora il vecchio Adamo non c’è più, il nuovo Adamo-Cristo, il Primogenito, l’ha giustificato per farlo nuovamente dialogare con Dio, con l’altro e con il creato, e uscito dal nascondimento immetterlo sulla via del ritorno alla casa del Padre. La veste candida ci ricorda il cammino della vita che attende il battezzato: «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito» (Galati 5,25).

Fin quando, arrivati dalla grande tribolazione, rivestiti di queste vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello, saremo accolti insieme alla moltitudine proveniente da ogni parte della terra, «non avremo più fame né avremo più sete, non ci colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello che sarà il nostro pastore ci guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi» (Ap 7,16-17).

La luce di Cristo: il cero pasquale

Dopo la vestizione il sacerdote consegna il cero che uno della famiglia accenderà al cero pasquale.

«A voi è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

La realtà battesimale non è una benedizione che agisce esteriormente alla persona come la promessa di Dio ad accompagnare, ma è il rinnovamento interiore, sempre presente e certo di Dio, disponibile ad illuminare il cammino «dentro e fuori» per la visione della Realtà.

La chiesa domestica: cura e perseveranza nella fede

La chiesa domestica si prenderà cura della perseveranza del battezzato nel servizio e nell’obbedienza alla fede affinché, rivestito di Cristo e illuminato da Cristo, insieme ai santi, vada incontro al Signore che viene.

Don Antonio Marotta

Il matrimonio secondo Pinocchio /42

Cap XXXVI Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo

Siamo giunti quasi alla fine del libro ed in questo capitolo si rivedono un po’ tutti i personaggi che hanno animato il racconto, quasi fosse una veduta aerea, una carrellata finale per vedere la sorte di ciascuno di essi.

Oggi ci soffermiamo sulla sorte infausta del Gatto e della Volpe, i cattivi irreversibili che compaiono come peccatori puniti. Pinocchio sembra trattarli quasi crudelmente, al contrario di ciò che fa con gli altri personaggi, con i quali, invece, si lascia commuovere.

Non sarà che il cuore di Pinocchio si sia così indurito da non provare più compassione anche per chi lo ha tradito, al punto da sembrare un atto vendicativo? Oppure questo atteggiamento nasconde un’altra verità dell’ortodossia cattolica?

Noi propendiamo più per la seconda senza forzare il testo a libro di teologia e senza nominare teologo ipso facto il Collodi. Però non possiamo escludere a priori che l’autore abbia voluto dare un messaggio educativo ai ragazzi, in una società in cui gli adulti sentivano forte la responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni.

Ad ogni modo, il testo ci rimanda al problema escatologico dell’Inferno, ossia la dannazione eterna senza possibilità di riscatto, di pentimento. Questo ci aiuta a riflettere su quanto sia importante ed urgente il tema della conversione.

Molti sposi manifestano i loro problemi di coppia rivolgendosi a diverse persone in cerca di aiuto, partecipano ad incontri, corsi di spiritualità, conferenze X o Y, pellegrinaggi, catechesi… e poi sono sempre a punto daccapo.

I nostri nonni ci hanno insegnato che a forza di mettere la polvere sotto al tappeto, dopo un po’ il tappeto si alza e fa la gobba. E’ inutile che nascondiamo i nostri problemi di coppia sotto al tappeto della spiritualità se non ci prendiamo cura del nostro NOI dentro le nostre mura domestiche.

Come accorgersi? Solitamente queste coppie (spesso più lei che lui, ma non è una regola) sono sempre alla ricerca di esperienza spirituali all’insegna del sensazionale, e li vedi al gruppo X e poi si stancano e vanno al gruppo Y, poi cambiano e vanno al movimento Z e poi ad un altro ancora…l’importante è che l’esperienza mi fornisca sensazioni forti che stordiscono per un po’ il malessere dentro la coppia, quando il giochetto non funziona più cambio esperienza.

Cari sposi, se vi accorgete che c’è da mettere mano alla relazione di coppia, se c’è bisogno che il meccanico metta le mani nel motore per ripararlo, bisogna che gli portiamo l’auto. Non possiamo dormire con le mani in mano aspettando che dal Cielo arrivi chissà quale Grazia, poiché chi dorme non piglia pesci.

Se si avverte il bisogno di recuperare il NOI della coppia (che è sacramento di Cristo) dobbiamo farlo subito. Domani è già troppo tardi. Dobbiamo prendere il toro per le corna, prendere il coraggio di mollare le esperienze sensazionali e concentrarci sul nostro matrimonio. I gruppi di preghiera, associazioni o movimenti che siano, non devono essere il tappeto sotto cui cacciamo la polvere della nostra relazione malata, devono invece essere al servizio della coppia; quando individuiamo l’esperienza ecclesiale che ci aiuta a diventare più santi nel matrimonio e a guarire le relazioni malate seguiamola con costanza.

La cosa più urgente nella vita è la conversione, prima che sia troppo tardi per tornare indietro come è successo al Gatto e la Volpe. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

L’amore si moltiplica

Test positivo, emozioni, paure (tante), un corpo in cambiamento, un cuoricino che cresce (e la pancia pure!), poi l’incontro, i primi giorni, le prime settimane di una nuova vita.

La maternità trasforma profondamente una donna, dandole il nuovo vestito di madre. Per me la vita ha acquistato un senso nuovo, profondo e inequivocabile, facendomi capire che l’Amore si moltiplica e che è meravigliosamente bello! Ma perché tanti dubbi se avere un figlio? Perché tante paure? Perché tante attese?” mi chiedevo, incantata dal frugoletto che avevo fra le braccia. Ogni coppia è unica, tuttavia la bellezza di ciò che stavo sperimentando staccava di gran lunga qualsiasi paura o aspettativa.

Sì, ok, parliamone. La casa perennemente in disordine (ci ho fatto pace a fatica), i virus ormai non li contiamo più, la pianificazione familiare subisce trentacinque cambi ogni due giorni per imprevisti e incastri, il tempo va letteralmente rincorso e la Marta in noi prende spesso il sopravvento. Per non parlare di pannolini, lavaggi nasali, dentizione, sonno (quale?), scatti di crescita, pianti, cadute.

Visto che però non mi va di incrementare la denatalità galoppante, vorrei pure elencare la pienezza che c’è: risate tutto il giorno, giochi e canzoncine, un mondo di libri coloratissimi, prime parole e primi passi, un piccolo cucciolo d’uomo pieno di Amore incondizionato, nuovi ritmi lenti, sorrisoni, occhi pieni di vita e tenerezza infinita. Ma davvero c’è qualcosa di meglio?

Quando abbiamo scoperto di essere in attesa, eravamo sposati da poco più di un mese. Non abbiamo mai avuto intenzione di chiuderci alla vita, semplicemente non ne vedevamo il senso. Le aspettative con cui la società ‘carica’ la coppia che desidera un figlio sono innumerevoli: avete un lavoro stabile, a tempo indeterminato? Avete casa di proprietà? Avete un trio, la next, il tiralatte, almeno venti cambi stagionali, la palestrina, i giochi…? Avete, in buona sostanza, i soldi necessari?

In realtà, il bebè non ha bisogno delle migliaia di euro che siamo pronti a spendere. E non occorrono mille garanzie (che oggi ci sono, domani chissà). Quando arriva un bambino, si porta dietro lui stesso il necessario: faremo assieme passi mai fatti, troveremo soluzioni, scopriremo il favoloso mondo dell’usato, avremo ben più di quanto ci serve. C’è solo da accogliere.

I figli sono benedizioni, frecce che riempiono faretre, meraviglie che ci mostrano il vero volto del Padre. Dai bambini abbiamo solo da imparare, e quanto! Il Signore chiama alla vita, Lui stesso provvederà ai suoi figli. “Noi restiamo accoglienti” – ci dicevamo – “ma tu pensa al resto!”.

La paura è il freno principale, un vero freno a mano. E così, di paura in paura, gli anni passano, il desiderio soffoca, la fertilità cala. Salvo poi, un bel giorno, svegliarsi con l’urgenza di far figli perché, ebbene sì, è tardi! Il fisico non è più giovanissimo, la fatica si avverte maggiormente. Magari si scopre un problema di infertilità di coppia, che mai si sarebbe potuto immaginare.

Ecco, non possiamo saltare di paura in paura. Dalla paura di fare figli alla paura di doverli crescere, dalla paura di consegnarli ad un mondo mezzo matto alla paura di non dargli gli strumenti necessari… Non si vive di paura.

Non possiamo passare la vita a mettere pezze sui vari squarci che si aprono nel nostro Matrimonio o nella nostra genitorialità. O si fa un vestito nuovo oppure il vecchio alla fine cederà – Gesù lo spiega molto bene.

Sinceramente non so quanto le parole siano utili per fugare ogni timore: certamente servono le Sue. La preghiera, soprattutto di coppia. Tuttavia, voglio portare un pizzico della mia esperienza: avere un figlio va oltre ogni possibile paura e immaginazione. Anche nei giorni che sembrano infiniti, a sera si arriva e neanche troppo male. È un viaggio senza fine in noi stessi ma quello migliore. Non c’è nulla che possa eguagliare la gioia di una paternità e maternità, perché è una condizione che davvero ci avvicina al Creatore.

Non mi capacito che sia esistito un tempo in cui mia figlia non c’era: semplicemente perché un figlio ci parla di Eterno, di Dio! La scienza può spiegare come si moltiplicano le cellule e come procede una gravidanza – ma non potrà mai spiegarci perché accade. Ci sono leggi preesistenti che può soltanto studiare, non dettare. Quel che fa è prenderne atto, chiarirle, dare un nome ad ogni cosa e basta. Perché un cuore inizia a battere, questo trova senso solo nella fede. Perché l’unione fra uomo e donna è generativa, anche.

Goccia di Cielo” nasce dal voler raccontare, in parole semplici, ad ogni bambino, che è stato pensato da Dio ben prima di babbo e mamma. Che è amato da sempre. Che ha, in sé, la nostalgia di Dio. È un albo illustrato splendidamente da Ilaria Pasqua, di cui ho curato testo e impaginazione: una piccola perla che, spero, potrà essere sfogliata con gioia da tanti bimbi e dai loro genitori. La genesi di questo lavoro è racchiusa in tutto quello che ho scritto sopra: la bellezza di scoprire il mondo dei piccoli, da mamma.

Da martedì 12 novembre potete trovare “Goccia di Cielo” in libreria o su Amazon (e sfogliarne un’anteprima sul sito della Mimep-Docete, la casa editrice!).

I nostri figli sono, prima di tutto, figli di Dio. Noi abbiamo la responsabilità di crescerli, ammirarne lo sbocciare e vederli spiccare il volo, facendo il meglio che possiamo con ciò che abbiamo. E sì, questa è una missione davvero speciale.

Giada (Ne senti la voce)

Per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione

C’è un modo per raccontare la bellezza e la profondità del matrimonio a dei bambini, ai nostri figli? Ci ho provato. Se impariamo ad amare così esercitiamo davvero la nostra regalità battesimale e quindi possiamo benissimo considerarci dei re e delle regine.

C’era una volta, in un regno lontano, una giovane principessa di nome Alba, famosa per la sua bellezza e la sua grazia. Quando compì vent’anni, suo padre, il re, decise che era giunto il momento di trovarle un marito. Tra i nobili del regno, il re scelse Davide, un giovane conte che, pur non appartenendo alla famiglia reale, era noto per la sua intelligenza e il suo aspetto affascinante.

Al primo incontro, Alba e Davide provarono una forte attrazione reciproca: lui rimase colpito dal sorriso luminoso della principessa, mentre lei fu affascinata dal suo sguardo profondo e dalla sua figura elegante. Anche se non era ancora amore, tra loro vi era una scintilla che rendeva piacevole la compagnia dell’altro. Alba si sentiva emozionata al pensiero di rivederlo, e Davide, non appena le era vicino, sentiva il cuore accelerare. Entrambi, però, erano consapevoli che la loro attrazione, seppur forte, non era sufficiente per sostenere un matrimonio duraturo.

Qualche giorno prima delle nozze, Alba ebbe una lunga chiacchierata con Ennio, il vecchio giardiniere del palazzo, che conosceva da quando era bambina. Il giardiniere la vide pensierosa e le chiese cosa la turbasse. Alba gli raccontò delle sue emozioni contrastanti: sentiva una forte attrazione per Davide, ma non era sicura di cosa volesse dire davvero sposarlo e condividere la vita con lui.

Ennio sorrise e, indicando una rosa nel giardino, disse: “Vedi questa rosa, mia cara principessa? È bellissima, e sicuramente all’inizio la sua bellezza può conquistare chiunque la osservi. Ma per farla crescere così, ci sono voluti anni di cura e attenzione. Ogni giorno mi sono preso cura di lei, proteggendola dal freddo, irrigandola e tagliando via le parti appassite. Così è il matrimonio: non è un fiore che sboccia per caso, ma una scelta quotidiana, un impegno costante, che trasforma l’attrazione iniziale in qualcosa di duraturo e prezioso.”

Le parole di Ennio rimasero nel cuore di Alba, e quando il giorno delle nozze finalmente arrivò, lei e Davide si scambiarono le promesse con la consapevolezza che l’attrazione da sola non sarebbe bastata. Decisero di affrontare il matrimonio come un impegno reciproco, una scelta di costruire qualcosa insieme.

Nei primi anni di matrimonio, ci furono momenti di gioia e momenti di difficoltà, giorni in cui la scintilla iniziale sembrava essersi affievolita e giorni in cui, attraverso piccoli gesti, la ritrovavano. Davide imparò a rispettare le passioni di Alba, e lei apprezzò la gentilezza e la pazienza del marito. Col tempo, la loro attrazione si trasformò in un affetto profondo e in un amore che non dipendeva più solo dalla bellezza o dalle emozioni di un momento.

Un giorno, ormai anziani, Alba e Davide passeggiavano nei giardini del palazzo, ricordando i loro primi incontri e la freschezza dell’attrazione giovanile. “Ricordi, Davide?” disse Alba. “Quando ci siamo incontrati, c’era qualcosa di speciale tra di noi, ma mai avrei immaginato quanto sarebbe diventato profondo con il passare del tempo.”

Davide le prese la mano e sorrise: “È stato l’impegno, giorno dopo giorno, a renderci ciò che siamo. La nostra attrazione è stato il primo seme, ma l’amore è nato dal cammino che abbiamo fatto insieme.”

E così, nel regno lontano, la principessa Alba e il suo principe vissero felici per molti anni, ricordando a tutti che l’amore e il matrimonio non sono solo scintille iniziali, ma una scelta e un impegno che, se curati con dedizione, possono fiorire e durare nel tempo.

Antonio e Luisa

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Nella salute e nella malattia. Quando l’amore sponsale è chiamato a qualcosa di più

Una formula solenne che va oltre le parole

Chiunque abbia assistito a un matrimonio cattolico conosce la formula dello scambio delle promesse, in cui gli sposi dichiarano:

«Io accolgo te [nome], come mia/mio sposa/sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».

Tuttavia, spesso la forte emozione di quel giorno rischia di ridurre questa formula a parole ripetute meccanicamente. In realtà, queste frasi contengono un impegno profondo e rivoluzionario che merita tutta la concentrazione e la preghiera possibile, perché un giorno “nella malattia” potrebbe bussare davvero alla porta.

Un’esperienza personale: quando l’amore diventa sostegno concreto

Recentemente, mi sono fermata a riflettere su questo impegno grazie anche a un episodio personale. Un mese fa, un forte mal di schiena mi ha immobilizzata a letto per giorni. In quei momenti difficili, il supporto di mio marito è stato fondamentale: mi aiutava ad alzarmi dal letto, mi accompagnava in bagno, mi vestiva, preparava i pasti, e si assicurava che avessi tutto ciò di cui avevo bisogno. Questi gesti, che possono sembrare banali nella quotidianità, sono diventati la dimostrazione tangibile dell’amore che va oltre le promesse.

“Nella salute e nella malattia”: il vero metro dell’amore

Il supporto reciproco nei momenti di difficoltà è il cuore dell’amore sponsale. Se non c’è solidarietà quando uno dei due è vulnerabile, come possiamo affermare di essere una cosa sola? Gli acciacchi e le difficoltà, sia fisiche che psicologiche, mettono alla prova ogni coppia, e la tentazione di scappare è sempre in agguato. Tuttavia, la formula nuziale ci ricorda che la promessa viene fatta “con la grazia di Cristo”. Questa forza divina è ciò che ci permette di rimanere, di agire e di sostenere l’altro anche nei momenti più bui.

L’esempio di Maria sotto la croce

Il Vangelo di Giovanni ci mostra un esempio di amore autentico e perseverante: “Maria stava sotto la croce” (Gv 19, 25). È l’immagine dello stare presente, del rimanere nonostante il dolore. Questo è l’amore a cui ogni coppia è chiamata. La vita matrimoniale non sarà sempre una passeggiata; ci saranno giorni difficili e momenti in cui la tentazione di abbandonare sembra più facile. Ma rimanere è una scelta consapevole e coraggiosa.

Non un segno di debolezza, ma di forza

Restare accanto al proprio coniuge nella malattia o nelle difficoltà non è segno di debolezza, ma di forza. Significa agire per amore, senza rassegnazione. È una promessa che si realizza ogni giorno, anche quando le circostanze sembrano remare contro. È in quei momenti che la benedizione del sacramento del matrimonio ci dona un “surplus” di coraggio, di pazienza e di forza.

Una metafora dal passato: la leggenda del “barbuto” di Praga

Un’immagine potente di questa resistenza e unione nella difficoltà ci viene dal “barbuto” sul muraglione del Ponte Carlo a Praga. Quando le acque del fiume Moldava salivano fino alla sua barba, era segno che l’inondazione era imminente. Similmente, “con la grazia di Cristo”, gli sposi sono dotati della forza necessaria per affrontare insieme le prove della vita, non per fuggire, ma per superarle e uscirne ancora più uniti.

Conclusione: l’amore che cresce nella prova

Gesù ha detto: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 6, 10). Questo principio è particolarmente vero nel matrimonio. Solo restando accanto al proprio coniuge nei momenti di fragilità, si riesce a godere appieno dei momenti di gioia e salute. Il matrimonio è una palestra in cui l’amore viene allenato, fortificato e reso più profondo proprio nelle sfide che la vita ci presenta. L’unione che si rinsalda nella prova è un “noi” che esce più forte. La promessa matrimoniale non è un semplice impegno, ma una scelta di vita che, sostenuta dalla grazia divina, diventa l’essenza stessa dell’amore.

Fabrizia Perrachon

Divorce regret. C’è chi torna indietro

Mentre navigavo in rete, mi sono imbattuto in un articolo intrigante che parlava di una tendenza sempre più diffusa chiamata “Divorce regret”: il pentimento per il divorzio. Questa realtà, resa popolare da casi celebri tra i VIP, sta prendendo piede anche tra le persone comuni. Ma cosa spinge davvero le coppie a separarsi e, dopo anni, a decidere di tornare insieme?

Tornare indietro: un cammino possibile?

Ho visto accadere qualcosa di simile anche a cari amici. Si arriva a una rottura dolorosa, ma con il tempo, e magari grazie all’aiuto di terapeuti e professionisti, alcune coppie riescono a ricostruire un legame. Le motivazioni? Spesso complesse e stratificate: dalla consapevolezza economica al desiderio di ritrovare un nucleo familiare stabile per il bene dei figli.

Una donna una volta confessò: “Pensavo di trovare qualcosa di più grande in un altro uomo. Ma dopo la passione iniziale, la quotidianità si rivelò la stessa di prima. Rimpiangevo il mio matrimonio, nonostante i suoi difetti, e avrei voluto avere la pazienza di affrontare le difficoltà.”

La tentazione di cercare l’ideale

In un momento di crisi matrimoniale, è facile pensare che altrove ci sia qualcuno di meglio: un partner che sembra rispondere ai nostri bisogni e sogni. E, oggettivamente, è vero: ci sarà sempre qualcuno più affascinante o più empatico. Ma se il nostro obiettivo è la ricerca infinita della perfezione, la nostra insoddisfazione non avrà mai fine. Quando ci sposiamo, la persona accanto a noi è quella scelta per condividere il cammino della vita e per crescere nella “palestra” dell’amore. Non è la perfezione che fa durare un matrimonio, ma la decisione quotidiana di lottare per esso.

Ricordi che non si possono cancellare

Ripenso ai momenti che hanno segnato la mia vita con mia moglie: la nascita delle nostre figlie, istanti irripetibili e di valore incalcolabile. Nessuna esperienza esterna potrebbe mai offuscare quelle emozioni vissute insieme. Il Piccolo Principe esprime perfettamente questa verità: “Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei sola è più importante di tutte voi… perché è la mia rosa.”

La ferita della separazione

Separarsi è doloroso perché implica la rottura di una connessione intima. Solo chi ha condiviso la propria vulnerabilità può sapere quanto possa ferire vedere i propri punti deboli usati come armi in un momento di crisi. È una delle realtà più difficili da affrontare e può lasciare cicatrici profonde. Eppure, per amare davvero, è necessario abbassare tutte le difese e donarsi totalmente, pur sapendo di rischiare.

L’amore vero richiede coraggio

Nonostante tutto, se tornassi indietro rifarei le stesse scelte. Amare significa essere disposti a essere vulnerabili, senza maschere e senza filtri. Forse è per questo che, dopo altre esperienze e riflessioni, alcune persone decidono di tornare sui loro passi. Capiscono che l’amore vero non è solo attrazione o complicità fisica, ma una connessione profonda costruita con fatica, perdono e comprensione reciproca.

In un mondo dove le relazioni sono sempre più volatili, il “divorce regret” può essere una lezione importante: prima di cercare soluzioni altrove, guardiamo con occhi nuovi alla nostra “rosa”, quella che abbiamo scelto di curare, giorno dopo giorno.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Diario dal giubileo. Niente Panico

Miracoli come Dio che risponde al coraggio rimuovendo gli ostacoli è la legge dell’amore. È l’amore che fa muovere gli atomi e la vita ti riserva dei regali che tu neanche immagini.

Siamo a metà novembre e il countdown per la prima domenica di Avvento è iniziato. “Niente panico,” come suggerisce la nuova hit di Ghali. Mentre scrivo al PC, questa canzone sembra descrivere perfettamente il momento. Non vi nascondo che è un periodo un po’ da sorridi e respira piano.

Siamo in pellegrinaggio per questo Giubileo e, come in ogni cammino che si rispetti, arriva il tratto di buio: la strada da percorrere nella notte, la notte delle notti, quella che vorresti rimandare anche se sai che fa parte della tappa. Un po’ come Gesù che da Betania torna a Gerusalemme. Questa tappa, sì, avete capito bene, è la nostra sorella morte.

Diventa una sorella quando iniziamo a conoscerla e a non temerla. La morte è come il buio: spaventa, ma si impara a vivere con coraggio, come nelle prove al buio dei campi estivi per ragazzi, dove si scopre che c’è sempre qualcuno che ti tiene la mano.
Perché scrivo di sorella morte? Semplicemente, mi sono accorta che è un mezzo per entrare ancora di più in relazione con il Padre. Quando temiamo di perdere qualcuno che amiamo, non corriamo forse subito a pregare? Quante volte chi è più lontano dalla parrocchia è proprio colui che ti chiede di pregare per qualcuno?

L’unica cosa che si può fare è rendere grazie per il miracolo che Dio sta operando. Ogni volta che opera nel segreto del nostro cuore, è un miracolo. La preghiera ha un duplice beneficio: sia per chi chiede, sia per chi riceve. Gli ostacoli sono le cose che ci teniamo dentro, e il Giubileo è un’occasione per dedicare del tempo a noi stessi e ascoltarci nel profondo.

Quest’anno, alcuni avranno l’opportunità di varcare la Porta Santa di San Pietro o quella di Rebibbia. Sì, il Papa ha deciso di aprire una porta santa anche nel carcere di Rebibbia. Nel mio piccolo, mi auguro che tante persone possano attraversare la Porta Santa con la speranza nel cuore, sapendo che dopo il buio arriva l’alba.

Alla prossima tappa del nostro pellegrinaggio. Vi aspettiamo, come sempre, nel nostro programma radiofonico su Radio Maria

Simona e Andrea

Il mantello diviso in due

Dal Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo è il Salmo proposto ieri nella memoria liturgica di S. Martino di Tours, quello famoso per il suo mantello. Una breve biografia di questo santo ci aiuterà a capire meglio una frase del Salmo.

Nel rigido inverno del 335 d.C. Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise col mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia. Il termine latino medievale per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Concentriamo la riflessione sulla frase centrale : Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.

Il monte del Signore indicava il monte sacro sul quale vi era costruito il tempio santo del popolo di Israele, quello ove si conservava “l’Arca dell’alleanza”. Per noi ora è rimasta la simbologia di quel monte, ossia potremmo paragonarlo al Regno dei cieli, al Paradiso. Monte simbolico o no, poco importa, perché ciò che ci interessa sono le condizioni che il salmista detta, e cioè mani innocenti e cuore puro.

S. Martino ci è di un esempio lampante in questo: nonostante non fosse battezzato ha seguìto subito l’intuizione della coscienza, aveva certamente un cuore aperto al bene, ma non ha esitato a seguirne le indicazioni. E la frase di Gesù ci conferma che quel gesto fatto al mendicante, Gesù se lo sente fatto su di sé.

Cari sposi, molte volte il mendicante seminudo può essere il nostro consorte, e noi come agiamo di fronte a questa nudità? Si faccia caso che il mendicante non ha chiesto aiuto a Martino, però non ha rifiutato l’atto di carità. Inoltre, si faccia caso al fatto che Martino divida in due il mantello, non sarà un richiamo per gli sposi?

La grazia sacramentale ha il potere di trasformare ogni sposo nel S.Martino per la propria sposa e viceversa. Nell’amare il nostro coniuge non preoccupiamoci per il nostro mantello rotto a metà perché al risveglio S.Martino ritrovò ancora intatto il proprio mantello, dove non arriva la natura, interviene la Grazia di Cristo. Coraggio

Giorgio e Valentina.