Il matrimonio secondo Pinocchio /41. L’amore è una tavola apparecchiata.

Cap. XXXV Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane… chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

In questo capitolo c’è il tanto atteso momento del reincontro tra Pinocchio e Geppetto. Ed ancora una volta lo scrittore usa delle immagini che sembrano quasi copiate dalla Bibbia. Questa volta sembra proprio di rivedere il famoso episodio di Giona, il quale rimane tre giorni nel ventre del pesce, prima timida prefigura del Messia che risorgerà il terzo giorno dalle viscere della morte.

Ma c’è un altro particolare che ci piace mettere in luce per una lettura sponsale. Per farlo abbiamo bisogno di leggere dal testo del racconto:

[…] trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola[…]

Sappiamo che Geppetto rappresenta il Padre, però è curioso che Pinocchio lo ritrovi intento in un gesto quotidiano semplice ma essenziale: mangiare. Sembrerà ad alcuni forzato e per altri un’esagerazione, ma a voi non ricorda il gesto che Gesù fece nell’Ultima Cena?

Non vogliamo piegare il testo per fargli dire ciò che vogliamo noi, ma semplicemente ci ha incuriosito il fatto che ritrovi il babbo in un gesto così semplice e così significativo e vi abbiamo visto una simbologia.

Avrebbe potuto ritrovarlo intento in qualche altra faccenda, ad esempio occupato a cercare una via di fuga, ed invece no, sembra quasi che lo stesse aspettando, quasi che abbia apprecchiato la tavola anche per Pinocchio.

E qui vi abbiamo scorto la simbologia che il Padre spesso si fa vicino a noi attraverso i gesti quotidiani. Egli è naturalmente padrone di se stesso e non deve chiedere l’autorizzazione a nessuno, agisce come meglio crede; essendo Onnipotente potrebbe apparire in tutta la sua grandezza a noi così da indurci (quasi obbligarci) a credere in Lui. Ma spesso sceglie di agire per vie più nascoste, più umili, più quotidiane.

Avete sicuramente presente cosa avviene quando un papà, per poter giocare col figlioletto di 1 anno, si deve sedere in terra come lui, abbassarsi alla sua altezza, giocare con giochi che per l’adulto sono infantili, ma così facendo utilizza un modo per comunicare amore che il bimbo capisce, sarebbe un papà strambo se pretendesse di giocare a poker con quel bimbetto, oppure una partita a Monopoli.

Similmente il Padre si abbassa al nostro livello di comprensione per farsi capire, per entrare in comunione con noi; si abbassa ad usare un linguaggio che noi comprendiamo, altrimenti sarebbe troppo alto il suo livello e lo scopo di amarci e farci sentire amati svanirebbe.

Cari sposi, un trucco (neanche troppo segreto) per far sentire Dio Padre più vicino al nostro coniuge è quello di preparare un bella tavola apparecchiata ed accogliente. Ovviamente la tavola è simbolica di tanti gesti quotidiani, di tante piccole attenzioni, di tenerezze, di sguardi, di baci, di carezze, di abbracci, e di tutto quello che la fantasia dell’amore vi suggerisce.

Coraggio care coppie, dobbiamo essere l’uno per l’altro quel segno dell’amore del Padre a cominciare dalla più semplice e tanto cara e bella quotidianità, quotidianità che ci regala il sapore dell’amore consumato per l’altro.

Giorgio e Valentina.

Santità Quotidiana: Amore e Impegno

Spesso tendiamo a idealizzare i santi. Attribuiamo loro una sorta di onnipotenza. Questo li fa apparire come supereroi dotati di poteri straordinari. È quasi rassicurante immaginarli così: creature elevate, immuni alle nostre debolezze, figure lontane che nulla hanno a che fare con le difficoltà di ogni giorno. Questa visione, però, rischia di allontanarci dalla verità. Inoltre, ci sottrae alla responsabilità di lavorare, anche noi, per la nostra crescita spirituale. Se mettiamo i santi su un piedistallo inaccessibile, rischiamo di credere una cosa sbagliata. Pensiamo che la santità sia un traguardo fuori dalla nostra portata. Ma i santi erano persone come noi, con le stesse debolezze, tentazioni e difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta di fede e amore alla vita, un invito che è anche per noi. Come ha detto San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio!

La santità è un dono per tutti

La verità è che ognuno di noi ha tutto ciò che serve per essere santo. La santità non è questione di poteri straordinari. È questione di apertura a Dio e abbandono alla sua volontà. Don Fabio Rosini è noto per il suo impegno nell’accompagnare i giovani nella fede. Ci insegna che “la santità è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi“.

Siamo fatti per lasciar agire Dio attraverso di noi, perché, come dice San Tommaso d’Aquino, “solo Dio è santo” e noi possiamo partecipare alla Sua santità attraverso la nostra fiducia in Lui. Siamo tutti chiamati alla santità in modo unico e irripetibile. Santa Teresa di Lisieux ci ricorda: “Non devo farmi santa in modo straordinario, ma nel compiere con amore il mio piccolo dovere”. Ogni vita è una strada verso la santità. Ogni cammino umano può raggiungere la santità se ci lasciamo guidare dall’amore e dalla fiducia in Dio.

Sposi chiamati alla santità

Anche la vocazione al matrimonio è un cammino di santità. Spesso ci dimentichiamo che il matrimonio non è un punto di arrivo. È un punto di partenza. Don Oreste Benzi affermava: “Bisogna sposarsi con l’idea di diventare santi.” Questo non significa che tutto sarà sempre semplice. Anzi, implica una costante conversione del cuore. Richiede un continuo ricentrarsi su Dio. Include la decisione di amare il nostro coniuge con fedeltà e generosità. Come ha sottolineato San Giovanni Paolo II, “l’amore non è un’astrazione; l’amore ha un volto, ha delle mani, ha delle gambe. È concreto”. Vivere il matrimonio come vocazione richiede allora un impegno quotidiano. Ogni giorno bisogna avere una volontà rinnovata di offrire sé stessi in dono. Questo è necessario anche nelle piccole cose.

Se manca questo slancio generoso, l’amore si trasforma in una semplice convivenza. In questa relazione, si cerca solo compagnia e conforto per riempire la solitudine. Papa Francesco ci esorta con parole forti: “Il matrimonio cristiano è una chiamata che ci richiede un impegno di santità… Chi sposa un altro, non lo sposa per se stesso, ma per camminare con lui verso Dio”. Questo richiede la capacità di rinunciare a qualcosa di nostro per il bene dell’altro. Un donarsi che ci chiede sacrificio e generosità. Ma apre il cuore alla gioia autentica.

L’abbraccio della croce

Essere santi nel matrimonio non significa non fallire mai, ma imparare a rialzarci e a ricominciare con fiducia. La testimonianza di tanti sposi dimostra che hanno trovato pace nella fedeltà. Questo avviene anche in mezzo a difficoltà o tradimenti. È una prova della forza trasformante della santità. Chiara Corbella Petrillo era una giovane madre. Ha testimoniato con la sua vita la forza dell’amore fedele fino alla fine. Ha detto: “La logica è quella della croce: regalarsi per primi, senza chiedere nulla all’amato”.

Vivere la croce non significa solo soffrire. Significa abbracciare un amore che è disposto a dare senza chiedere nulla in cambio. Quando amiamo così, invochiamo Dio nella nostra relazione e permettiamo alla sua grazia di agire in noi. È questo amore disinteressato. È la capacità di restare, di perdonare e di ricominciare. Questo ci apre la strada alla santità e ci porta pace. Santa Teresa di Calcutta ha riassunto questa dinamica con semplicità: “Non possiamo fare grandi cose. Possiamo fare solo piccole cose con grande amore”. La santità, dunque, è un impegno di amore quotidiano.

Santità ordinaria e straordinaria

Forse ci sorprenderà pensare che la santità non ci chiede gesti eroici, ma atti di amore quotidiano. La santità è davvero per tutti e ciascuno di noi è chiamato a viverla nella propria situazione. Come diceva San Francesco di Sales, “si può pregare ovunque, purché si abbia un cuore che ascolta e si metta Dio al centro della propria vita”. In questo cammino, la diversità è ricchezza. Ci sono santi analfabeti e santi studiosi. Ci sono santi re e mendicanti. Sono santi uomini e donne, sposi, giovani e anziani. Non dobbiamo copiare nessuno, ma trovare la nostra strada nella santità. La nostra vocazione, che sia la famiglia, il lavoro, o la vita consacrata, è il nostro cammino di santità.

In conclusione, siamo chiamati a vedere la santità non come qualcosa di impossibile, ma come una vocazione a cui rispondere con amore, impegno e fiducia. Come dice Papa Benedetto XVI: “Il mondo offre comodità, ma voi non siete fatti per la comodità, siete fatti per la grandezza!

Rinnoviamo ogni giorno la decisione di vivere la nostra vocazione con generosità. Apriamo il nostro cuore all’amore di Dio, unico vero santo. Dio ci invita tutti a unirci a Lui.

Antonio e Luisa

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Celebrare Halloween in Chiave Cristiana: Idee Alternative

Il significato cristiano di Halloween si ricollega alle celebrazioni del Triduo dei Morti. Queste celebrazioni comprendono le festività di Ognissanti (1° novembre) e la commemorazione dei defunti (2 novembre). La parola “Halloween” deriva dall’inglese antico All Hallows’ Eve. Significa “Vigilia di Tutti i Santi”. Questa vigilia precede la festa cristiana di Ognissanti, dedicata a celebrare tutti i santi, conosciuti e sconosciuti.

Nelle sue origini cristiane, Halloween era una serata dedicata alla preparazione della celebrazione dei santi. In quel momento, i fedeli ricordavano la vittoria della vita sulla morte attraverso la Resurrezione.

Con il passare del tempo, Halloween ha assunto toni più pagani e folcloristici. Questi toni sono legati a tradizioni celtiche come il festival di Samhain. Il festival segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Durante questo periodo si credeva che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliassero. Nella tradizione popolare, Halloween è quindi diventato un’occasione per esorcizzare le paure legate alla morte attraverso travestimenti e simboli macabri. Purtroppo, e tanti esorcisti lo affermano, Halloween è anche una delle feste dei satanisti dove viene celebrato il demonio. Ma questo è un altro discorso che non voglio approfondire qui e che comunque non vale per la maggior parte delle persone che lo festeggiano.

Mi sono divertito a fare una ricerca che voglio condividere con voi. In quale modo possiamo appropriarci di questa festa – che ormai fa parte anche della vita dei nostri figli – per renderla un’occasione di luce e non di tenebra? Le comunità cristiane hanno pensato proposte diverse ma, a mio avviso, molto interessanti. Vi riporto le più significative.

“Holyween” o “Notte dei Santi”: Una delle alternative più popolari è la celebrazione della “Notte dei Santi”, in cui i bambini e i ragazzi sono invitati a vestirsi da santi o personaggi biblici. L’idea è di trasformare Halloween in una festa della luce, con sfilate e rappresentazioni sui valori cristiani, ricordando le vite dei santi.

Festa della Luce: Alcune parrocchie organizzano la “Festa della Luce”, una serata di giochi, musica e preghiera incentrata sul tema della luce e della vittoria sul buio. I partecipanti sono invitati a portare candele o lanterne per simboleggiare la luce della fede.

Caccia al Tesoro dei Santi: Questa iniziativa, molto apprezzata dai giovani, prevede una sorta di “caccia al tesoro” in cui i partecipanti devono risolvere enigmi legati alla vita dei santi. Ogni stazione racconta un episodio della vita di un santo e, una volta completato il percorso, i ragazzi ricevono un piccolo premio.

“Dolcetto del Santo”: In alternativa al classico “dolcetto o scherzetto”, alcune parrocchie distribuiscono i “dolcetti del Santo”, caramelle o dolciumi con allegati brevi messaggi spirituali o citazioni dai santi, trasformando così il gesto in un’occasione di riflessione.

Laboratori artistici e creativi: Alcune comunità organizzano laboratori dove i bambini possono realizzare disegni o creazioni a tema religioso, come decorazioni con immagini di santi, angeli o simboli cristiani. A fine serata, le creazioni vengono esposte o donate.

Veglia di Preghiera e Adorazione Eucaristica: Alcune parrocchie, per gli adulti e i giovani, organizzano veglie o momenti di adorazione eucaristica nella notte di Halloween, incoraggiando i fedeli a riflettere sulla loro fede e sul significato della vita eterna.

Cineforum sui Santi o Testimonianze di Fede: In molte parrocchie si organizza un cineforum con la proiezione di film sulla vita di santi o testimonianze di fede e di sacrificio. Questa proposta si rivolge spesso a un pubblico più adulto, offrendo uno spazio di riflessione e confronto.

Possiamo scegliere se assistere passivamente a un processo inevitabile oppure decidere di trasformare in modo attivo una festa che non ci appaertiene più – ma che nasce come ricorrenza cristiana – in in’occasione di evangelizzazione e di condivisione di luce e bellezza. Cosa è meglio?

Antonio e Luisa

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Usiamo la zucca: scegliamo la Luce! (a cominciare dalla famiglia)

31 ottobre, vigilia di due ricorrenze liturgiche (e sociali) importantissime: la solennità di Tutti i Santi (1° novembre) e il ricordo dei defunti (giorno 2). Giorni carichi di significato, ricordi, preghiere, visite al cimitero, commemorazioni. Forse a molti sembrano due giornate stridenti, in contrapposizione, ma in realtà non è così. Sono due feste strettamente collegate, che hanno senso una insieme all’altra, una in funzione dell’altra.

La santità non è forse la meta a cui tutti siamo chiamati? E non si compie, pienamente, solo dopo la morte? Non è forse vero che la vita su questa terra è solamente un passaggio in vista della Vita eterna? E che morire a questa esistenza significa nascere al Cielo? I Santi vengono ricordati, tranne rare eccezioni, proprio in quello che è chiamato dies natalis. Ossia il giorno in cui sono nati definitivamente in Paradiso. Giorno in cui più non si muore, “l’ottavo giorno”, come viene definito. Il giorno in cui si è accolti dall’abbraccio definitivo del Padre. L’abbraccio inizia nel momento del concepimento. Si dispiega, in tutta la sua potenza e bellezza, quando l’anima giunge da Lui.

Ci ha detto Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.  E del luogo dove io vado, conoscete la via” (Gv 14, 2-4).

La santità non è per pochi eletti ma per ciascuno di noi. In modi differenti, percorrendo strade differenti, attraverso vocazioni differenti. Però è per tutti, altrimenti l’intera fede cristiana non avrebbe senso. San Francesco ha detto parole illuminanti: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. La santità è per la coppia. È per le mamme e i papà. È per i nonni e per i figli. È per i single, per i vedovi. Ed è per i sacerdoti. È anche per i religiosi e per le religiose, ecc… La santità è per tutti e per ciascuno, qualunque sia il nostro stato civile, qualunque sia il nostro passato. La santità guarda al presente, all’oggi del dono e dell’impegno. E guarda al futuro, della speranza e della certezza.

E la morte? La morte, umanamente, fa paura. È il distacco, la perdita, la parola stop. Ma, se vista nella prospettiva di fede, è soltanto il passaggio necessario per il compimento di quella meta – la santità appunto, ossia l’unione definitiva con Dio – per la quale siamo stati creati. E cui il Signore chiama, per cui il Signore ci sostiene e ci accompagna nel tempo della vita terrena.

La morte non è la fine di tutto ma il nuovo inizio, senza più fine, con Dio. Ci ritroveremo con quanti abbiamo condiviso l’esistenza. Saremo con i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori della fede: i Santi! La santità, certo, bisogna volerla. Bisogna lavorarci e pregarci su. Bisogna amarla e perseguirla anche, e nonostante, le fatiche, le cadute, i dubbi e le difficoltà che possono farci – a volte – rallentare.  

Mi ha sempre molto colpito il Messaggio che la Madonna a Medjugorje ha dato poco più di quindici giorni prima del fatidico 11 settembre 2021, in cui ci ha detto: “Cari figli, oggi vi invito tutti a decidervi per la santità. Figlioli, che la santità sia sempre al primo posto nei vostri pensieri e in ogni situazione, nel lavoro e nei discorsi. Così la metterete in pratica un po’ alla volta e passo per passo entrerà nella vostra famiglia la preghiera e la decisione per la santità. Siate veri con voi stessi e non legatevi alle cose materiali ma a Dio. E non dimenticate, figlioli, che la vostra vita è passeggera come un fiore”.

Dunque, usiamo la zucca (ossia la testa, il cervello): scegliamo la Luce, a cominciare dalla famiglia! A maggior ragione in questi giorni nei quali il mondo, con le sue lusinghe, attira molti verso le tenebre. Tenebre mascherate da giochi, travestimenti e formulette che sembrano innocenti ma non lo sono. Padre Amorth e molti altri sacerdoti ed esorcisti ci hanno messo in guardia, più e più volte. Distinguiamoci. Non omologhiamoci alla massa. Decidiamo da che parte stare. Pensiamo alle parole con cui si apre il Vangelo di Giovanni: “La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

Conviene accettare la Luce. Desiderare di scoprire e rimanere nella Luce. Vivere nella Luce (innanzitutto e specialmente con il coniuge). Educare i nostri figli alla Luce. Diffondere attorno a noi quanto è bello godere di questa Luce. Senza vergogna, anzi, gioendo nell’averla scoperta. E, come disse Maria Santissima nel Messaggio del 25 giugno 2006: “Sappiate, figlioli, non vi pentirete né voi, né i vostri figli. Dio vi ricompenserà con grandi grazie e meriterete la vita eterna”.

Fabrizia Perrachon

Perché proprio a me? Le domande dei bambini davanti alla separazione dei genitori

In questo mese è uscito un volume prezioso, intitolato “Perché proprio a me?”. È curato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Il libro raccoglie una serie di frasi, pensieri e disegni di bambini/ragazzi realizzati in seguito alla separazione dei genitori. Non ho ancora letto il libro. Ho letto solo l’articolo che ne riportava una piccola sintesi. Sono tuttavia rimasto colpito da alcune frasi.

Un esempio è quella di Luca, 8 anni: “Quando mamma e papà si sono separati, si son rotte tante cose nella mia famiglia. I miei giochi riesco ad aggiustarli quasi tutti, ma l’amore tra mamma e papà non c’è stato niente per incollarlo di nuovo”. Oppure quella di Giacomo, 11 anni: “Mi sento tirato da due parti e ho paura di spezzarmi a metà”.


Innanzitutto, mi fa piacere quando si parla dei grandi esclusi nelle separazioni, cioè i figli. Si discute tanto su chi si sta separando, sulle loro difficoltà e problematiche. Ma raramente si ha cura di chi ne paga soprattutto le conseguenze, cioè chi è nato dall’amore di due persone. A nessuno viene in mente di domandare a un figlio: “Tu vorresti che il babbo e la mamma si separassero?” La risposta sarebbe scontata. Inoltre, ritengo che un bambino non sia nemmeno in grado di immaginarlo fino a quando ciò accade.

Finalmente viene scritto chiaramente che “la separazione non è innocua per un bambino, perché va a incidere sul suo bisogno di sicurezza. Fa emergere paure, interrogativi, incertezze e altri stati d’animo”. Tante volte ho sentito dire: “I figli si abitueranno“. Altri dicono: “Cresceranno più in fretta“. Queste sono tutte frasi per diminuire i sensi di colpa. Non affrontano il problema seriamente.

La verità è che i figli nascono dall’amore e dall’unione di due persone. Dio avrebbe potuto certamente creare esseri umani capaci di moltiplicarsi da soli, come succede in alcune specie animali (partenogenesi). Se ha disposto diversamente, ci deve essere un motivo profondo. Inoltre, il nascituro non ha caratteristiche solo dell’uno o dell’altra. Manifesta una fusione dei due patrimoni genetici.

Il mondo che i figli conoscono, quello in cui sono nati, quello di cui si fidano e che dà loro sicurezza è la famiglia. Se la famiglia si divide, questo mondo crolla insieme alle loro certezze e ai loro riferimenti. È come se prendessimo una pianta e gli togliessimo la terra vicino alle radici. Come possiamo credere poi che possa continuare a crescere bene come prima?

Attenzione, la famiglia non deve essere perfetta. Nessuna famiglia lo è. Il mondo in cui viviamo non è perfetto. Anzi, facendoglielo credere, li illuderemmo soltanto. Gli faremmo credere che le persone sono quelle giuste se non avvengono mai discussioni e conflitti. I figli si adatteranno certamente con la separazione. Tuttavia, insegniamo loro che l’amore “per sempre” non esiste. Come faranno a fidarsi nuovamente?

Nell’articolo si dice che bisogna aiutare i genitori a separarsi bene per “aiutarli a porre al centro i figli, per costruire una comunicazione nuova e positiva”. Io invece penso sia fondamentale evitare le separazioni. Bisognerebbe seguire le persone dal punto di vista psicologico e spirituale. Occorre scoraggiarle con leggi migliori o applicando bene quelle esistenti, come il tentativo obbligatorio di conciliazione in tribunale. Questo tentativo, a causa dell’elevato numero di cause, è ormai una proforma.

Non bisognerebbe separarsi dai figli, oltre che dal coniuge, ma di fatto avviene spesso così. Anche con tutta la buona volontà, sono costretto a vedere le mie figlie solo in certi giorni. Posso incontrarle solo in certi orari. In questo modo perdo la quotidianità e una relazione costante e di qualità con loro.

Tutti abbiamo le più grandi ambizioni per i nostri figli. Vogliamo che siano meglio di noi e che non gli manchi niente. Desideriamo che abbiano quello che non abbiamo avuto noi da giovani. Anche io lavoro di più per loro. Cerco di mettere da parte qualcosa. Lo faccio perché possano avere tante possibilità nella vita. Questo include opportunità di studio, formazione e conoscenza del mondo. A volte trascuriamo che gli strumenti sono meno importanti di una crescita senza ferite. Si possono certamente amare i figli singolarmente come genitori separati. Ma se tu davvero vuoi loro bene, devi prima di tutto curare la relazione con il coniuge. Da qui sgorga la sorgente di una corretta crescita. L’amore tra i genitori è essenziale in questo.

Non credo che due persone possano restare insieme solo per i figli. Ad un certo punto i figli crescono e giustamente prendono in mano la loro vita. Servono quindi anche altre motivazioni. Certamente dovrebbe esserci una responsabilità comune per non distruggere il loro mondo. Forse si scoprirebbe che se ci siamo innamorati di una persona e poi sposati, non è avvenuto per caso.

A me dispiace molto quando altri separati mi raccontano le difficoltà dei figli, i loro problemi e la loro rabbia. Raccontano la mancanza di un rapporto sano con uno dei genitori e i fenomeni di alienazione parentale. Sono tutti aspetti che, più o meno marcati, ho visto e vedo nelle mie figlie.

La mia speranza è che, grazie anche alla consapevolezza degli effetti sui figli riportati in questo libro, molti genitori si sensibilizzino e facciano il possibile per evitare loro questa sofferenza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Vite Feconda in Ogni Senso

Sal 127 (128) Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!

Questo Salmo ci viene proposto nell’odierna Liturgia, nella quale il tema matrimoniale è prepotente. Oltre al già citato Salmo vi è la prima lettura, che è un brano di San Paolo tratto dal capitolo 5 della Lettera agli Efesini, che contiene la frase famosa: “Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!“.

Infine, il Vangelo secondo Luca contiene due immagini simili. Gesù usa queste immagini per descrivere il Regno di Dio. Queste sono il granellino di senape e il lievito nell’impasto di acqua e farina.

Senza fare una predica e rubare il mestiere ai sacerdoti vi condividiamo un aspetto che ci tocca da vicino. Il beato a cui si riferisce il Salmo è l’uomo maschio. Apparentemente potrebbe sembrare quindi una preghiera di stampo maschilista nel senso negativo del termine. Invece, ci rivela qualcosa di inaspettato.

Innanzitutto definisce lei come la sua sposa. Questo, di per sé, è come un titolo nobiliare. Per la mentalità dell’epoca, la donna era considerata benedetta da Dio solo se sposata con un buon marito (un brav’uomo) e se diventava madre. Restare senza figli era per una donna vergognoso. Era anche vergognoso essere zitella perchè nessuno la voleva. Era peggio ancora se veniva ripudiata dal marito. Quindi chiamarla “tua sposa” è renderle onore.

Secondariamente la definisce “vite feconda“. Si riferisce al fatto che l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie riceve da Lui una copiosa benedizione. La benedizione a cui si riferisce il salmista non è astratta. Al contrario, è molto concreta. È una benedizione sul profitto del proprio onesto lavoro, sulla felicità e sulla prosperità di beni, su una sposa feconda e su figli sani e forti. Insomma, la benedizione del Signore intesa dal popolo dell’Antico Testamento è qualcosa di concreto. Ha i piedi ben saldati in terra. È qualcosa che si vede e si tocca. Si vive quotidianamente.

Ma veniamo al nostro punto: la vite feconda. Sappiamo come Gesù abbia detto di se stesso di essere venuto non ad abolire l’Antico Testamento. È venuto per portarlo a compimento. Lui è qui per dargli nuova luce e nuove prospettive. Così gli conferisce significati più profondi e più incisivi. Ed è ciò che andiamo ora a scoprire nel profondo dell’espressione “vite feconda“.

Nella prima lettura S.Paolo ci ha detto che la sposa e lo sposo sono il segno l’uno di Cristo e l’altra della Chiesa. Ecco quindi che la sposa è chiamata ad essere segno della Chiesa per il suo sposo, e la Chiesa non è forse colei che ci ha generati in Cristo a vita nuova? Non è forse colei che ci ha resi figli di Dio?

La sposa quindi è chiamata ad essere continuamente il segno di colei che genera il marito a vita nuova, e continua a rigenerarlo nell’amore.

Così come la Chiesa continuamente ci richiama alla Verità e al Bene, similmente la sposa deve fare col suo sposo. La Chiesa ci richiama alla fonte Battesimale. Allo stesso modo, la sposa deve continuamente richiamare il marito alla fonte del loro amore. La Chiesa ci insegna a fare il bene e ad evitare il male. Lo fa con dolcezza, ma anche con chiarezza. Allo stesso modo, la sposa deve fare col suo sposo. Deve aiutarlo nelle scelte. Come la Chiesa ci vuole santi e ci santifica con i propri mezzi così la sposa deve aiutare il proprio sposo a diventare sempre più un maschio santo, deve far fiorire la sua mascolinità verso il Bene. Come la Chiesa non ci lascia mai soli nutrendoci con i sacramenti dalla nascita alla morte così la sposa non deve mai abbandonare il proprio sposo fino alla morte ma nutrirlo col suo amore tenero, dolce, accogliente e materno.

Coraggio spose, chiedete al Signore la Grazia sacramentale del matrimonio per vivere appieno la vostra femminilità sponsale.

Giorgio e Valentina.

Il suo Vessillo su di Me è Amore

Siamo nei primi versetti del secondo capitolo del Cantico dei Cantici e l’amore dei due amanti diventa sempre più prorompente. Una bellezza di cui vogliono fare esperienza. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Per leggere gli articoli già pubblicati clicca qui.

L’amata

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli.

L’amato

Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze.

L’amata

Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani. Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Egli mi ha introdotto nella casa del vino, il suo vessillo su di me è amore!

Io sono un narciso della pianura, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo, eccessivo. In realtà non è così. È consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Salomone risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così l’amica mia tra le ragazze. Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu sei un giglio, un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa successivamente da grandi poeti, tra cui Petrarca nel Canzoniere: Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna.

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono, secoli dopo e in una cultura completamente diversa, la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna. Donna viene dal latino domina, che significa signora. Quindi, lei è la sola con la facoltà di comandare al cuore del poeta. Inoltre, è l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile. Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore autentico è sempre lo stesso, in qualsiasi epoca e civiltà, perché la stessa è la natura del cuore umano.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra: Come un melo tra gli alberi del bosco, così è il mio diletto tra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta per il colore, il sapore e il profumo dei suoi frutti. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la Sulamita continua: Alla sua ombra desiderata mi siedo, dolci al mio palato i suoi frutti. Questi versi esprimono il desiderio di lei di unirsi all’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona.

Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo: Egli mi ha introdotto nella casa del vino. Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che, vivendo la nostra intimità, noi sposi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono.

C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana. La Grazia di Dio trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo è segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perché vinta dall’amore, dal tuo amore per me. Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Possiamo farlo se entrambi ci impegniamo per questo.

Antonio e Luisa

Bartimeo: Una Fede che sa Gridare

Cari sposi, stiamo  accompagnando Gesù in queste domeniche nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Oggi passa da Gerico, prima di iniziare la lunga salita alla Città di Davide e in prima vista c’è un povero mendicante cieco, Bartimeo.

Andando oltre il fatto in sé di essere affetto dalla malattia dell’ablepsia, nella Bibbia la cecità esprime diversi significati. Tra i più ricorrenti, vi è la conseguenza dell’ipocrisia di vita. È la presunzione di chi vuole costruirsi da sé, a prescindere dal Signore. Penso sia interessante soprattutto sviluppare quest’ultimo accento.

In effetti, secondo tale accezione, il cieco è proprio colui che crede di possedere una mente brillante. Pensa di sapere tutto. Ritiene di essersi fatto un’idea esatta delle cose appunto perché ritiene di osservarle e conoscerle in tutte le loro dimensioni. E così, l’assenza di visione si tramuta in incredulità o anche indurimento del cuore come già Isaia profetizzava (Is 6, 9), esattamente quella durezza che è stata la causa ultima dell’esilio di un popolo oramai diventato sordo e cieco (Is 42,19; 43, 8).

Trasposta al matrimonio, tale situazione appare assai attuale e diffusa. Difatti, più volte si trovano sposi cristiani che si imbattono in problematiche relazionali serie ma non realizzano o forse non intendono accorgersi della vera causa da cui provengono le loro sofferenze, mentre il loro sguardo si posa su tutt’altra direzione.

La mentalità comune spesso ripete che il matrimonio sia un affare essenzialmente a due. Di conseguenza, si pensa che bisogna sbrigarsela da sé, al massimo rimboccandosi le maniche. Può accadere che anche i credenti incappino nell’inganno.

Beh, in effetti, è da supporre che il povero Bartimeo di sicuro avrà fatto il possibile per vederci. Avrà consultato questo o quel medico, ma, per le scarse conoscenze dell’epoca, niente da fare… Parimenti, quale coppia, nella propria relazione, non riscontra deficienze o lacune più o meno serie?

Giovanni Paolo II diceva saggiamente: “Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione” (Omelia giornata mondiale della gioventù, 20 agosto 2000).

Ecco allora che Bartimeo ci può essere di aiuto! Egli, infatti, non ha avuto alcuna vergogna o timore di intaccare la sua “fama”. Appena ha saputo che Cristo era nei paraggi, si è messo a urlare per attirare la Sua attenzione. In fin dei conti, voleva chiederGli la grazia.

È una testimonianza di come dovrebbe essere la nostra preghiera ma soprattutto la nostra fede. La vera preghiera, in sostanza, è sempre una lotta per strappare, letteralmente, la benedizione di Dio, come fece Giacobbe in quella notte oscura, nel corpo a corpo con il personaggio misterioso (cfr. Gen 32, 23-33). Siete su questa lunghezza d’onda oppure ancora titubate dinanzi a Cristo?

Non abbiate paura sposi di gridare a Dio le vostre richieste, anche nell’angoscia! La genuina forza della preghiera radica e parte proprio dalla nostra povertà. La disperazione non è una maledizione. Può trasformarsi in un trampolino o un reattore che ci lancia nelle braccia di Dio.

Conforta sentire dalla coppia referente di Retrouvaille – il percorso cristiano per chi vive una crisi coniugale – che quando si riscontra l’impegno reciproco nei coniugi, per quanti problemi possano caricare, risulta quasi impossibile che un matrimonio si disfi.

Cari sposi, Bartimeo è il simbolo di ogni matrimonio cristiano, che immancabilmente ha sempre mancanze o ferite, profonde o lievi. Lui poteva starsene al bordo della strada. Poteva continuare a mendicare. Anche voi potreste tirare a campare così come siete oggi. Potreste farlo “finché morte non vi separi”.

Eppure, il figlio di Timeo ha avuto coraggio e si è messo alla ricerca del Signore. L’epilogo è più che commovente: oltre alla vista, Gesù gli ha concesso anche il dono della fede. Ecco ciò che intende fare di voi il Signore: non solo matrimoni sani ma anche matrimoni ardenti di fede, non solo salvati ma anche salvanti (cfr. Familiaris consortio 49).

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io siamo dei salvati! Siamo partiti male, molto male. Lei insicura perché cresciuta in una famiglia anaffettiva (rimasta orfana di padre a 9 anni). Incapace di sentirsi preziosa e meritevole di essere amata. Senza storie serie fino a 34 anni. Io, altrettanto ferito. Cresciuto in una famiglia che mi amato sì, ma nel modo sbagliato per me. Mi sono sempre sentito in difetto e sostanzialmente solo. Dio ci ha unito e attraverso le nostre ferite ci ha amato e ha permesso l’un l’altra di accoglierci così. Siamo partiti deboli. Proprio perché eravamo consapevoli di questo, abbiamo aperto gli occhi e le braccia a Gesù. Gesù ha preso le nostre fragilità e le ha usate per guarirci. Ci ha fatti sentire amati per come siamo.

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Come lo Spirito Santo Sostiene l’Amore Coniugale

Per integrare l’articolo di ieri dove riprendavamo la catechesi di Papa Francesco, abbiamo deciso di mettere in evidenza come concretamente lo Spirito Santo sostiene e arricchisce l’unità e l’amore degli sposi.

Il matrimonio cristiano non è semplicemente un contratto o un legame giuridico tra due persone. È un sacramento che porta con sé una serie di doni divini. Dio, attraverso il matrimonio, concede agli sposi delle grazie fondamentali. Queste grazie li aiutano a vivere e a rafforzare il loro amore reciproco e la loro unione. Le coppie diventano immagine della Trinità e partecipano del Suo Amore.

Tra questi doni, tre spiccano in particolare: la grazia sacramentale, la grazia santificante e il legame coniugale cristiano. Questi doni non solo rendono sacra l’unione tra l’uomo e la donna. Aiutano anche a perseverare nei momenti di difficoltà. Permettono loro di crescere insieme nella fede e nell’amore.

La Grazia Sacramentale: Un Sostegno Costante per l’Amore Coniugale

Cristo è la fonte di questa grazia. Come una volta Dio ha incontrato il suo popolo con un’alleanza di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa incontra i coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio (ccc 1641)

La grazia sacramentale è uno dei doni principali che Dio offre agli sposi attraverso il sacramento del matrimonio. Essa rappresenta un “diritto” divino. Un diritto che consente agli sposi di ricevere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il loro amore coniugale. In altre parole, questa grazia è una risorsa spirituale costante. Interviene nella vita quotidiana degli sposi. Li sostiene e li aiuta a superare le difficoltà che inevitabilmente incontrano nel loro cammino insieme.

Ogni matrimonio attraversa momenti di crisi o difficoltà, che possono derivare da incomprensioni, stress, problemi esterni o altre sfide. Tuttavia, la grazia sacramentale permette agli sposi di affrontare queste prove con forza e serenità, sapendo che Dio è con loro e li sostiene. Questa grazia non elimina le difficoltà. Offre agli sposi la capacità di superarle insieme. Ciò rafforza il loro amore e la loro unione.

La Grazia Santificante: Un Amore che Riflette l’Amore di Dio

Gli sposi sono arricchiti e rafforzati dalla grazia del sacramento per una comunione più profonda con Dio e tra di loro (Familiaris Consortio 56)

Accanto alla grazia sacramentale, il matrimonio offre agli sposi un altro dono prezioso: la grazia santificante. Questa grazia è meno conosciuta rispetto alla prima, ma è altrettanto importante. La grazia santificante è un amore creato da Dio. È simile al suo stesso Amore. Lo Spirito Santo infonde questo amore nei cuori degli sposi. Questo amore divino non sostituisce l’amore umano. Lo trasforma e lo eleva. Questo lo rende più puro, più forte e più perseverante.

La grazia santificante, quindi, non solo aiuta gli sposi a vivere il loro amore in modo più profondo. Essa li rende anche partecipi dell’amore di Dio stesso. È uno strumento di trasformazione interiore, che rende il loro amore umano un riflesso dell’amore divino. Tuttavia, affinché questa grazia possa agire pienamente, gli sposi devono essere aperti a riceverla. È lo Spirito Santo che infonde quest’amore nei loro cuori. La sua azione dipende dall’apertura e dalla disponibilità degli sposi ad accoglierlo.

Il Legame Coniugale Cristiano: Un’Unione Sostenuta dallo Spirito Santo

Cristo Signore ha benedetto con particolare abbondanza questo amore multiforme, nato dalla divina sorgente della carità e strutturato sull’esempio della sua unione con la Chiesa. (Gaudium et Spes 48-49)

Il legame coniugale cristiano è forse il dono più profondo e misterioso che Dio offre nel sacramento del matrimonio. Attraverso questo legame, lo Spirito Santo infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Dal momento in cui il sacramento è celebrato, gli sposi non sono più due individui separati. Diventano una sola carne. Sono uniti da un amore che riflette l’unità tra Cristo e la sua Chiesa.

Questo legame non è solo un simbolo, ma una realtà spirituale viva. Gesù entra nell’amore degli sposi e abita perennemente nella loro unione, rendendola sacra e indissolubile. Gli sposi, quindi, non amano più solo con il proprio cuore umano. Amano Dio e l’un l’altro con un cuore solo. Sono uniti dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo. Questo legame indissolubile rende i coniugi un’immagine vivente della Trinità. È una profezia dell’amore di Dio per l’umanità e per la sua Chiesa.

Perché i Matrimoni Falliscono?

Di fronte a questa ricchezza di doni divini, è naturale chiedersi perché così tanti matrimoni, anche quelli cristiani, falliscono. Papa Francesco, in vari interventi, ha sottolineato che molti matrimoni sono nulli fin dall’inizio. Spesso è perché mancano di una base solida di preparazione spirituale e morale. Tuttavia, anche nei matrimoni validi, il fallimento può derivare da un’incapacità di accogliere e vivere i doni che Dio offre.

I doni del matrimonio non si ricevono automaticamente: devono essere richiesti e accolti. Come per ogni sacramento, il matrimonio richiede una preparazione spirituale adeguata. Inoltre, è necessaria una vita vissuta nella castità e nella lotta contro il peccato. Peccati come la pornografia, l’adulterio, l’aborto e l’egoismo possono impedire agli sposi di accedere alla grazia sacramentale e santificante. Questi peccati li privano della forza spirituale necessaria per far crescere e proteggere il loro amore. Ciò non significa non peccare più. Non ne siamo capaci. Significa impegnarsi a non farlo e quando succede accedere al sacramento della confesione per liberarsi del peso ed aprire il cuore alla misericordia di Dio

Preparare il Cuore all’Accoglienza della Grazia

In conclusione, il matrimonio cristiano è un dono straordinario. Esso offre agli sposi la possibilità di vivere un amore profondo e indissolubile. Questo amore è sostenuto e santificato dalla grazia di Dio. Tuttavia, affinché questo dono si realizzi pienamente, bisogna mantenere una costante apertura. È essenziale collaborare con lo Spirito Santo. Solo così si può trasformare l’amore umano in un riflesso dell’amore divino.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio

Mercoledì scorso Papa Francesco ha proseguito la serie di Catechesi Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. Nella catechesi di due giorni fa il papa argentino ha approfondito Lo Spirito Santo e il sacramento del matrimonio. Ne sono scaturite riflessioni davvero interessati e che meritano un approfondimento. Tutte le catechesi del papa vanno meditate. Quando si rivolge direttamente a noi sposi, è importante prestare ancora più attenzione. Cosa ha detto?

Nella tradizione cristiana, la riflessione sullo Spirito Santo non si è fermata alla semplice professione di fede del Credo. È proseguita attraverso i secoli grazie all’opera di grandi Padri e Dottori della Chiesa. In particolare, nella tradizione latina, sant’Agostino ha giocato un ruolo centrale nello sviluppo di una dottrina sullo Spirito Santo. Questa dottrina illumina non solo la vita cristiana in generale. Riguarda anche aspetti fondamentali come il sacramento del matrimonio.

La Trinità come Comunione di Amore

Sant’Agostino parte dalla rivelazione biblica che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Egli spiega che l’amore implica una relazione. C’è chi ama, chi è amato e l’amore stesso che unisce. Il Padre è Amante, il Figlio è Amato, e lo Spirito Santo è l’Amore con il quale essi si amano a vicenda. (De Trinitate (Sulla Trinità) – Libro VIII, 10, 14). Nel contesto trinitario, il Padre è colui che ama. Il Figlio è colui che è amato. Lo Spirito Santo è l’amore che li unisce. Da questa visione emerge un Dio unico, ma non solitario; è un Dio di comunione, un’unità d’amore tra più persone. Lo Spirito Santo, quindi, può essere visto non solo come la “terza persona” della Trinità. È il “Noi” divino che esprime l’unità del Padre e del Figlio. Esso fonda anche l’unità della Chiesa. La Chiesa è intesa come un corpo composto da molte persone.

Lo Spirito Santo nel Matrimonio

La presenza dello Spirito Santo si estende anche alla vita familiare e, in particolare, al sacramento del matrimonio. Il matrimonio cristiano è il segno visibile di un dono reciproco tra uomo e donna. Questo dono è stato pensato dal Creatore fin dalla Genesi. Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). Questa coppia è la prima manifestazione della comunione d’amore che riflette quella trinitaria.

Come Dio è un “Noi” nella Trinità, anche gli sposi sono chiamati a diventare un “Noi”. Non devono vedersi solo come “io” e “tu”, ma piuttosto formare un’unità, un soggetto collettivo capace di affrontare il mondo, inclusi i figli, come un unico “Noi”. Questo legame è fondamentale per il benessere dei figli, che trovano sicurezza e serenità nell’unità dei genitori. La rottura di questa unità, come avviene nei casi di separazione, è spesso causa di sofferenza per i figli, che si trovano a pagare il prezzo della disgregazione familiare.

Il Sostegno dello Spirito Santo nel Matrimonio

Per vivere pienamente la vocazione matrimoniale, gli sposi hanno bisogno del sostegno dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza. Dove lo Spirito entra, rinasce la capacità di donarsi l’uno all’altro. Alcuni Padri della Chiesa hanno paragonato l’amore che lo Spirito Santo infonde nella Trinità a gesti d’affetto come il bacio e l’abbraccio. Essi sottolineano così la sua presenza come sorgente di gioia e unione nel matrimonio.

Costruire un matrimonio saldo non è facile, soprattutto nel contesto della società moderna. Tuttavia, come insegna Gesù, costruire sulla roccia della fede e dell’amore vero è l’unica strada per evitare che l’unione matrimoniale crolli, con conseguenze che ricadono in particolare sui figli. Molti matrimoni, come a Cana di Galilea, possono trovarsi nella situazione di mancare del “vino”. Questa mancanza rappresenta l’assenza di gioia e passione. In questi casi, lo Spirito Santo può operare il miracolo di rinnovare l’amore e la gioia. Esso trasforma l’abitudine in un nuovo entusiasmo per la vita insieme.

La Preparazione Spirituale al Matrimonio

Infine, nella preparazione al matrimonio, oltre agli aspetti giuridici e psicologici, sarebbe utile approfondire anche la dimensione spirituale. Lo Spirito Santo è la vera fonte dell’unità tra gli sposi. Un proverbio italiano dice: “Tra moglie e marito non mettere il dito”, ma in realtà c’è un dito che dovrebbe essere messo tra i due, ed è il “dito di Dio”, cioè lo Spirito Santo, capace di consolidare e rendere sacro il legame matrimoniale.

In sintesi, la dottrina sullo Spirito Santo ci invita a riconoscerlo come il principio dell’unità non solo nella Trinità e nella Chiesa, ma anche nel matrimonio, che è chiamato a essere riflesso di quell’amore divino che tutto unisce.

Antonio e Luisa

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Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo

Dodici anni e mezzo fa, mio marito ed io abbiamo affrontato la prova dell’aborto spontaneo. Allora, era qualcosa di cui si parlava pochissimo. Ancora oggi, in parte, è così anche se molto sta cambiando. Ogni giorno di più mi rendo conto di come questo tabù si stia sgretolando, portando splendidi frutti di speranza e resurrezione. Ho scritto nel mio libro[1]: “quella che dovrebbe essere la culla più accogliente e sicura dell’universo diventa la tomba di una vita spezzata”.

Le donne, le mamme che perdono spontaneamente una creaturina vivono dei forti sensi di colpa. Affrontano sentimenti contrastanti di devastazione, rabbia, impotenza. Inoltre, provano tristezza, smarrimento e incomprensione. Pure io ho provato tutto questo. Se ci si ferma davanti ad essi, poco succederà. Ancor peggio, se ci si nasconde dietro la trincea del dolore, nulla accadrà. O meglio, quel “lutto invisibile” sarà ancor più difficile da elaborare e superare.

Ricordo bene i giorni dopo il raschiamento. In quei giorni, cercavo informazioni che non conoscevo. Non ne avevo mai sentito parlare. Nessuno me le aveva mai dette. Anche se alcuni amici – purtroppo – avevano già perso i loro piccini, si comprende davvero nel profondo una simile sofferenza soltanto quando la si attraversa. Quanto tempo ci ho messo per mettere insieme i pezzi! Non solo quelli della mia anima. Anche tutte quelle cose umane, più o meno impattanti, che sono fondamentali per affrontare la morte prenatale.

È stato come mettere insieme le tesserine di un puzzle. Una dopo l’altra, sono riuscita ad avere un’idea della situazione. Mi sono detta: che disastro! Come può essere che sia lasciato tutto così, quasi al caso? Com’è possibile che si parli così poco, e male, dell’aborto spontaneo? Perché tutta questa mancanza di sensibilità e di empatia? Perché la paura, assordante e accecante, di parlarne?

Tutte domande che hanno avuto una risposta nella fede e nella speranza cristiana. Queste sono domande non solo mie, non solo nostre. Riguardano tutti i genitori che provano cosa significhi dire addio a un figlio ancor prima di conoscerlo. Domande che non cadono nel vuoto ma vengono raccolte e portate all’altare del Cielo e alle quali Dio risponde.

Magari non subito. Però non restano mai inascoltate. Se ci sembra che sia così, è perché stiamo sbagliando noi la sintonizzazione. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55, 8).  Sono dovuti passare dodici anni prima che il Cielo mi aiutasse a rendere realtà l’ispirazione, in moto che, fin da allora, avevo nel cuore: aiutare quanti fossero passati o stessero passando sullo stesso cammino.

Passi di sofferenza, certo, così come di speranza. Non l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa. Ho la certezza che quel Qualcuno sta già operando nella mia vita. Questo è sempre per un disegno di Bene più grande, nel tempo di questa vita e di quella eterna.

Donare per amore e con amore è sempre la scelta giusta. Mio marito ed io avremmo potuto tenere nostro figlio Chicco solo per noi; ma allora non si sarebbero compiute le parole di Gesù: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Parole che abbiamo sempre, fortemente, sentito nostre, nella la missione di annunciare al mondo la necessità di parlare di bambini non nati e aborto spontaneo nell’ottica della speranza e della fede cristiana. Siamo una coppia come tante, due genitori come tanti, che cercano di portare la propria testimonianza per far capire che “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37) . Lo facciamo raccontando ciò che ci è successo ma, soprattutto, la meraviglia del compimento della promessa di Dio. Che esiste per tutti e per ciascuno. Da sempre e per sempre.

Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre  […] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno” [Sal 139, 13 e 15-16).

Tutto ciò non può essere che Grazia, esclusiva opera della Provvidenza, che agisce in modi misteriosi ma potenti, onnipotenti. Da una sofferenza silenziosa, e quasi nascosta, a un movimento in costante crescendo per far capire, finalmente, al mondo il valore dei bambini non nati e la loro importanza. Tanti genitori sono passati e stanno passando attraverso l’aborto spontaneo. Usciamo dal silenzio, insieme! Facciamo sapere al mondo che questo lutto esiste, che è doloroso, che va compreso, va ascoltato, capito e consolato. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di parlarne perché aiuteremo chi ha bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di uni sguardo di empatia e di compassione ciò di “patire con”, di “soffrire con”.

Crema (CR), Chiari (BS), Ancona, Arenzano (GE), Sauze di Cesana (TO), Castel del Piano, Verona, Rutigliano (BA), la Scuola Nuziale sono solo alcune delle tappe di questo cammino di testimonianza che è possibile solo se lo percorriamo uniti. Come un’unica grande famiglia che ha compreso il valore della vita dal concepimento. Un cammino che vi aspetta, a braccia aperte. Un cammino al quale il Signore chiama tutti e ciascuno perché il Regno dei Cieli è dei piccoli.

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo si può. Anzi, insieme, lo stiamo già facendo. Con la benedizione e la presenza online di Don Francesco Buono, abbiamo aperto una chat di speranza. Questa chat è per chi desidera condivisione, un gruppo nel quale e con il quale parlare, supporto dopo la morte prenatale da aborto spontaneo, diffusione di informazioni e iniziative di preghiera specifiche in tutte Italia. Chat che è disponibile a questo link. E non finisce qui. Con l’aiuto di Dio siamo solo all’inizio!

Fabrizia Perrachon


[1] “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice, disponibile nelle librerie fisiche e online, nel sito della casa editrice e su Amazon a questo link https://amzn.eu/d/h8EK3sj

Adrianna, Davide e il figlio Michele: decisivo l’“incontro” con Carlo Acutis

Una volta, durante una presentazione del romanzo “Sei nato originale, non vivere da fotocopia” (Mimep Docete), dedicato a Carlo Acutis, ho ascoltato la testimonianza di due genitori, Davide e Adrianna, legata al giovane beato, presto santo, di origini milanesi.

Andiamo con ordine. Questi coniugi hanno un bambino, Michele, nato il 4 dicembre 2015. Il piccolo cresce sereno, è molto simpatico e spiritoso. Impara, dalla mamma e dal papà, fin da piccino, l’amore per il volontariato e il rispetto della natura. La vita di questa famiglia scorre in modo tranquillo, spesso al servizio della comunità.

A gennaio 2022, Adrianna, che vive in Italia ma è polacca, ha un’esperienza molto particolare. La famiglia si trova in visita nel Principato di Monaco, quando Adrianna, in una chiesa, resta da sola, incantata davanti ad un’immagine di Carlo Acutis. Si accorge che vi sono, in quel luogo, delle reliquie del giovane milanese, di cui a malapena ha sentito parlare.

Colpita e attratta dall’immagine, inizia a pregare. Ad un tratto, mentre si trova inginocchiata e assorta nella preghiera, sente una voce, nitida, chiara, che le dice, nella sua lingua madre, il polacco: “Andrà tutto bene”. Lei non capisce: cosa deve andare bene? Non c’è nulla fuori posto, nella loro vita. Custodisce, però, quelle parole nel suo cuore.

Sei mesi dopo, il 2 giugno 2022, all’improvviso, una diagnosi terribile, che nessun genitore vorrebbe mai sentire: Michele ha la forma più aggressiva di glioma celebrare, tumore di recente scoperta e studiato ancora pochissimo. Nonostante due interventi al cervello e le numerose cure sperimentali, Michele non ce la fa: lascia i suoi cari il 4 giugno 2023, giorno in cui si festeggia la Santissima Trinità.

Eppure, questi due genitori testimoniano oggi di aver ricevuto un miracolo, anche se il figlio apparentemente ha perso la sua lotta contro il cancro: ed è la grazia di una pace non spiegabile in mezzo a tutto quel male umanamente non sopportabile.Michele non è guarito – spiega papà Davide – ma la cosa incredibile è che, nel tempo della malattia, rispondeva ‘Io sempre bene’ a chiunque gli chiedesse come stava”. Erano proprio le parole che Adrianna aveva udito pregando Carlo.

Non gli abbiamo mai nascosto quale fosse il male che lo aveva aggredito – racconta la mamma – sapeva bene ed era cosciente del suo destino, così come lo può essere un bimbo di sette anni”.

Durante tutto il tempo della malattia, supportato dai genitori, Michele raramente si lamenta del suo lento degrado (perde l’equilibrio, non riconosce più i colori e lui, esperto costruttore di Lego, non riesce più neppure ad incastrare due “Duplo”). Non si dispera per questo, al contrario, spiega sempre la madre: “Era lui che rasserenava noi genitori, ridendo anche del suo essere immunodepresso. Usava molto questa parola, quasi sbeffeggiando la malattia. Era buffo quando, ad esempio, stavamo giocando e lui esordiva: ‘Dai lasciami vincere, io sono immunodepresso!’”.

Ricorda il papà che una volta, “sfidando la malattia”, è riuscito a camminare da solo per ottocento metri: la gioia nel suo volto era quella di un atleta che ha appena vinto una medaglia. Michele, col suo sorriso e la pacifica accettazione della situazione che deve vivere, contagia e scuote persone che sono solite arrabbiarsi per molto, molto meno.

Per questo bimbo speciale, ogni nuova alba era un dono e a fine giornata voleva spegnere una candelina, solo per dire grazie del giorno appena trascorso. I medici gli avevano dato al massimo un anno di vita. Michele ha vissuto esattamente un anno e un giorno: quel giorno in più rappresenta tutta la sua grinta.

Al funerale, i genitori, seppur tristi per il distacco, manifestano un cuore “lieto”, perché sanno che Michele li aspetta in Cielo. Era stato lui a dirglielo, pochi giorni prima di ‘partire’: “Vi aspetto lì”. Ed era tranquillo, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Michele era molto incuriosito dal Paradiso. Una volta, dopo un coma, dal quale si è risvegliato avendo rischiato la vita, ha raccontato di aver visto qualcuno che gli aveva mostrato un luogo bellissimo, promettendo di venirlo a riprendere poco tempo dopo, perché non era ‘ancora’ il momento. Si è svegliato deluso, perché quel posto era troppo bello e lui voleva andarci subito.

I genitori, nonostante questi segni, avrebbero voluto ritardare quel saluto il più possibile, ma, sostenuti dalla grazia, non hanno rinnegato Dio, quando è successo. Se qualcuno chiede loro perché non sia stato concesso il miracolo della guarigione, rispondono: “Perché il miracolo era lui“. Da quel figlio hanno imparato che si realizza davvero nella vita chi sa trasformare in dono per gli altri ogni attimo e la sofferenza in amore.

E per questo oggi Adrianna racconta: “Dopo la morte di nostro figlio Michele, grazie al supporto di Davide, ho iniziato differenti esperienze di volontariato presso l’ospedale Gaslini di Genova, nel reparto dove per un anno è stato ricoverato Michele, durante la sua malattia. Attraverso “Radio tra le note” con Don Roberto Fischer, la biblioteca ed il servizio spiaggia con “Il sogno di Tommy” e “Dottor Sogni”, clown in corsia, con l’associazione “Theodora” cerco di strappare un sorriso ai bambini ricoverati ed ai loro genitori così come è stato fatto per Michele e per noi”.

I genitori attribuiscono a Carlo Acutis la grazia di aver portato la malattia come se quel peso non fosse solo loro e, in tantissimi modi, continuano a vedere Carlo e Michele uniti. Nell’ospedale di Genova dove sono attualmente volontari c’è una statua della Madonna, che tiene le mani aperte. In un palmo la foto di Michele, nell’altro quella di Carlo.

Chi incontra Davide e Adrianna, come è capitato a me, può testimoniare che questi due genitori sono davvero sereni. Piegati, a volte (e non lo negano, perchè la deolezza è umana, è la grazia ad essere divina) ma non spezzati.

Il papà arriva ad affermare: “Non sopporto quando le persone ci dicono poverini. Abbiamo avuto una prova grande, ma non siamo poverini, perchè la consolazione di Dio è grande!”. Oggi questi coniugi, che hanno fatto seppellire il proprio figlio in una tomba circondata di lego colorate, come avrebbe voluto il figlio, sono testimoni della resurrezione e continuano a portare consolazione e speranza a tutti coloro che davanti alla morte non vedono un oltre.

La storia di Davide e Adrianna è riportata nel libro “Raccontami di Carlo. La bellezza della santità nelle parole e nei gesti di Carlo Acutis” (Editrice Punto Famiglia, 13 euro), acquistabile di seguito: https://www.famiglia.store/prodotto/raccontami-di-carlo/

Il libro propone un itinerario per conoscere la sua spiritualità del giovane Acutis, ma anche delle testimonianze di persone che in questi anni hanno ricevuto delle grazie o tratto ispirazione da questo santo millenial.

Cecilia Galatolo

La Bottega dell’Orefice e la Teologia del Corpo

“La bottega dell’orefice” è un’opera teatrale scritta da Karol Wojtyła, il futuro San Giovanni Paolo II, nel 1960. Il dramma, diviso in tre atti, esplora temi centrali come l’amore, il matrimonio, e il significato profondo del legame coniugale. Quest’opera anticipa alcuni dei concetti teologici che Giovanni Paolo II svilupperà più tardi nella sua “Teologia del corpo”, un corpus di catechesi pronunciate durante i suoi mercoledì generali dal 1979 al 1984. Ecco come l’opera precorre la teologia del futuro Papa:

1. La centralità dell’amore sponsale

Gli anelli che ci ha dato l’orefice non sono solo per noi, ma per Lui. Insieme dobbiamo cercare di capire che cosa ci ha chiamato a vivere attraverso questo vincolo.

Nel dramma, Karol analizza la relazione tra uomo e donna, concentrandosi sull’importanza del matrimonio come sacramento e come vocazione all’amore. Questo amore è visto non solo come un sentimento ma come una responsabilità e un impegno reciproco che riflette l’amore di Dio per l’umanità. Nello stesso periodo è uscito Amore e responsabilità, un trattato filosofico del futuro papa. Un libro che è una riflessione profonda sulla sessualità umana, l’amore e la moralità. Ciò evidenzia come il tema fosse già molto caro al santo polacco.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II descriverà il matrimonio come un’immagine visibile dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi i testi, dunque, si concentrano sulla sacralità del matrimonio e sul ruolo fondamentale che l’amore gioca nel realizzarsi del disegno divino.

2. La dignità della persona e il dono di sé

Il matrimonio è un grande sacramento… ma non tutti sanno vivere questa realtà. Si perde la vera essenza, quella che va al di là delle emozioni e del momento.

Ne La bottega dell’orefice, i protagonisti affrontano il mistero del “dono di sé”, centrale alla loro vocazione matrimoniale. La dimensione sacramentale del matrimonio è vista come il luogo privilegiato per la realizzazione del vero significato dell’esistenza umana: donarsi all’altro in modo totale, libero e disinteressato.

La Teologia del corpo approfondisce ulteriormente questa idea, dove Giovanni Paolo II sostiene che il corpo umano è “un sacramento visibile”, espressione del dono di sé che rispecchia il dono che Dio ha fatto all’umanità. Il matrimonio, quindi, è una partecipazione a questa dinamica di dono e reciprocità.

3. L’indissolubilità del matrimonio

Le nostre mani sembrano stringersi sugli anelli, come se non riuscissero a staccarsi, come se qualcuno in qualche modo ci costringesse a mantenerli.

Un altro tema centrale de La bottega dell’orefice è la riflessione sull’indissolubilità del matrimonio. Il personaggio principale, Stefano, riflette sulla “misura dell’amore” e come essa non possa essere ridotta al solo sentimento, ma implichi una fedeltà che va oltre le emozioni del momento.

Questo punto si collega direttamente con gli insegnamenti della Teologia del corpo, dove Giovanni Paolo II insiste sull’indissolubilità del matrimonio come parte del disegno originario di Dio. Il matrimonio è un patto sacro che non può essere sciolto, se non nella morte, poiché rappresenta l’unione stessa di Cristo con la Chiesa.

4. La sofferenza e il sacrificio nell’amore

Solo attraverso la sofferenza possiamo capire il significato della fedeltà. Non è facile, ma il matrimonio non è stato creato per essere facile, bensì per renderci completi, nell’amore e nel dolore.

Nel dramma, Wojtyła mette in scena anche il ruolo della sofferenza all’interno del matrimonio. I personaggi affrontano le difficoltà e i sacrifici che inevitabilmente fanno parte della vita coniugale, ma Wojtyła suggerisce che proprio attraverso queste prove il loro amore può essere purificato e reso più profondo.

Anche nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II riconosce il valore redentivo della sofferenza quando è vissuta nell’amore. Il sacrificio personale diventa un mezzo per crescere nella santità e nell’amore reciproco, partecipando alla croce di Cristo.

5. La dimensione escatologica dell’amore

Andrea: E se il nostro amore non fosse solo per ora? Se fosse destinato a durare, anche quando noi non ci saremo più?
Teresa: È difficile immaginarlo… Ma forse è proprio così. Il nostro amore, la nostra fedeltà, è parte di qualcosa di più grande di noi. Non finisce con la nostra vita qui. Deve avere un senso più ampio.

Nell’ultimo atto de La bottega dell’orefice, Wojtyła introduce un tema di trascendenza: il matrimonio non si esaurisce nel presente terreno, ma ha una dimensione escatologica, che punta verso l’eternità. L’amore coniugale, nel suo compimento, è un’anticipazione dell’unione perfetta con Dio.

Giovanni Paolo II svilupperà questa visione nella Teologia del corpo, affermando che il significato ultimo del corpo e del matrimonio si realizza pienamente solo nella vita eterna, dove saremo uniti in modo definitivo a Dio.

6. La libertà e la responsabilità

Andrea: Abbiamo scelto liberamente di sposarci, nessuno ci ha costretto. Ma ora vedo che quella scelta, così semplice allora, porta con sé un peso enorme. Ogni giorno dobbiamo riconfermare quella scelta, ogni giorno dobbiamo essere pronti a viverla pienamente.
Teresa: Sì, non è mai stato facile, ma la nostra libertà di scegliere porta con sé una responsabilità che dobbiamo affrontare insieme. Siamo noi a dover decidere ogni giorno di restare fedeli a quel ‘sì’.

La bottega dell’orefice sottolinea la libertà della scelta nel matrimonio, ma anche la responsabilità che essa comporta. Ogni atto di amore è un atto di volontà che ha delle conseguenze sul futuro della coppia e sul loro cammino verso Dio.

Nella Teologia del corpo, Giovanni Paolo II ribadisce che la libertà umana non è un fine in sé, ma è orientata alla verità e al bene. La vera libertà si trova nel dono di sé, e il matrimonio è l’ambito in cui questa libertà si realizza nel modo più pieno e autentico.

Conclusione

La bottega dell’orefice precorre la Teologia del corpo nel suo sguardo profondo sul significato del matrimonio e dell’amore umano, intesi come partecipazione al piano salvifico di Dio. Karol Wojtyła già in questa sua opera teatrale affronta temi che svilupperà ampiamente nel suo pontificato, offrendo una riflessione che unisce filosofia, teologia e spiritualità, invitando i lettori a considerare il matrimonio non solo come una realtà terrena, ma come un segno del mistero divino.

Antonio e Luisa

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Amore e Verità

Sal 84 (85) Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.

La Chiesa ci fa pregare questo Salmo durante la Liturgia della Santa Messa odierna e cade giusto a pennello con la memoria di un papa a noi molto caro: San Giovanni Paolo II.

E’ il papa che ha battuto diversi record rispetto ai suoi predecessori. Ma soprattutto noi lo vogliamo ricordare per il suo magistero su matrimonio e famiglia. Questo magistero ha preso nome di “Teologia del corpo“. Naturalmente essa non ha a che fare solo ed esclusivamente con i fidanzati e gli sposi. Tuttavia, questi due stati di vita hanno ricevuto più beneficio da questa “Teologia del Corpo“. Sono stati i più attaccati dal mondo in maniera tanto subdola quanto violenta.

Entrando un po’ nel particolare vogliamo sottolineare come questo santo papa ha sempre gridato al mondo la verità sull’uomo e sulla sua dignità. La sua è una voce che non ha mai fatto un passo indietro rispetto alla verità del cuore dell’uomo. È una voce imponente come quella di un nonno che insegna ai nipotini. È una voce autorevole come quella di un papà che guida i suoi figli con mano ferma. È una voce delicata come quella di una nonna che aiuta i nipotini a crescere. Ed è una voce tenera come quella di una mamma che accoglie le lacrime del figlio senza accuse. Insomma, è una voce che annunciava la verità con carità.

San Giovanni Paolo II ci ha insegnato a fare verità con carità. Chiunque si approcci al suo magistero non può negare di essere interpellato nel profondo del proprio cuore e nell’intimo della propria umanità. Non poche persone si commuovono e si convertono ancor oggi approfondendo i suoi scritti. Proprio perché aveva la capacità di unire la dolcezza materna con la fermezza paterna.

Cari sposi, questo metodo è lo stesso che dobbiamo imitare con noi stessi, con il nostro coniuge, dentro la nostra relazione sponsale. Dobbiamo sempre vigilare. Non ci devono essere esagerazioni da una parte o dall’altra. Non possiamo nascondere la verità in nome della carità. Non dobbiamo mancare di carità in nome della verità, perché questo rasenta la crudeltà.

Coraggio sposi, se stiamo nella Grazia di Dio allora la Sua salvezza si manifesta anche nella nostra carne maschile e femminile.

Chiediamo questa Grazia attraverso l’intercessione di San Giovanni Paolo II, il quale ci ha mostrato con la sua vita le parole del salmo: Amore e verità s’incontreranno.

San Giovanni Paolo II, prega per noi.

Giorgio e Valentina.

L’amore degli sposi è tabernacolo di Dio

Questo è uno dei passi più significativi del Cantico. Questi versetti mettono in evidenza la grandezza del matrimonio! Leggiamoli insieme. Ma prima se volete leggere gli articoli già pubblicati cliccate qui.

L’amata

Come sei incantevole, amore mio,

quanto sei amabile!

Erba verde è il nostro letto.

Travi della nostra casa i cedri,

nostro soffitto i cipressi.

Come sei incantevole, amore mio, quanto sei amabile! La sposa risponde all’amato. C’è chiaramente un richiamo al salmo 44: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo. Salmo che certamente era conosciuto dalle persone del tempo. La parte più interessante è però quella successiva.

Erba verde è il nostro letto. Travi della nostra casa i cedri, nostro soffitto i cipressi. Sicuramente una descrizione molto particolare e che a noi, uomini del XXI secolo, sfugge completamente. Non ci dice nulla di particolare.

C’è, invece, un significato molto importante. La caratteristica più evidente di questi versi è un improvviso cambio di scena. Torna prepotentemente la natura. È un’immagine meravigliosa: ci viene riproposto il paradiso terrestre. I due sposi godono non solo del loro amore reciproco, ma anche di tutta la bellezza del creato. È un canto rivolto a Dio stesso, alla sua creazione. C’è un significato ancora più nascosto. Il cedro e il cipresso sono menzionati per un motivo preciso.

Il Tempio era costruito proprio con legno di cedro, in particolare lo era la parte che introduceva al Santo dei Santi. Qui c’è un parallelismo meraviglioso, così bello e grande da commuoverci. Santo dei Santi sta a Cantico dei Cantici. Significato fin troppo chiaro. Dove c’è l’amore autentico tra gli sposi, lì c’è la presenza del Signore!

Scopriamo, quindi, che esiste un altro tabernacolo. In questo tabernacolo è presente realmente Dio. È un luogo concreto ma invisibile. Deve essere custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti, ma solo chi è chiamato da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. L’amore tra gli sposi è tabernacolo di Dio.

Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sé Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso ignorato dagli sposi. È sporcato e dissacrato dal loro egoismo e dai loro peccati.

La loro relazione è il luogo dove dimora Dio. Dovrebbe essere curata e nutrita. Ciò richiede tutta la loro volontà e il loro impegno per renderlo un luogo degno. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie.

Anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal tabernacolo della nostra relazione per metterci il nostro io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Antonio e Luisa

Sposi, servi del Signore

Cari sposi, oggi la Chiesa ci mette dinanzi a una vicenda. È avvenuta non solo cronologicamente dopo quella del giovane ricco, come lo vedevamo domenica scorsa. Ma è in un certo modo simile per il tipo di insegnamento che Gesù vuole trarne per noi.

Et voilà, tutta la comitiva, con il Maestro in testa, sta risalendo non senza fiatone e sudore dalla piana arida e torrida di Gerico, verso il monte Sion, in direzione di Gerusalemme. Su una mulattiera di circa 1000 metri di dislivello.

Siccome, gira voce che sarà l’ultima volta che Egli celebrerà la Pasqua con loro, dunque Giacomo e Giovanni approfittano di questo tempo morto per chiedere un favore a Cristo. La loro richiesta è presentata in maniera buffa dalla mamma. Sembrano quasi due “bamboccioni” ante litteram. Questo dimostra che avevano compreso ben poco il senso della loro chiamata.

Chiunque di noi, avendo una qualche responsabilità, avrebbe reagito con decisione a una simile manipolazione. Avrebbe rispedito al mittente tale supplica. Avrebbe invitato la suddetta persona ad applicare maggior olio di gomito al proprio lavoro.

Invece Gesù va ben oltre perché Lui vede il cuore. Nei due figli di Zebedeo, vede la stoffa dell’apostolo generoso. Sotto le spoglie di giovani baldanzosi e orgogliosi, vede chi è capace di dare la vita. È perfino capace di dare il proprio sangue.

E così Cristo afferra la loro ambizione di grandezza. Con infinita pazienza, inizia la sua opera di depurazione ed elevazione. Infatti, la cosa stupefacente è che davvero alla fine della loro vita saranno due grandi. La loro fama è ininterrotta fino ad oggi. Tuttavia, è una grandezza che passerà da una profonda umiltà. Passerà da un vero abbassamento e piena disponibilità al Signore: il primo apostolo martire e l’altro l’ultimo e più longevo dei Dodici.

Che bello! Che grande è il Signore! Gesù nel fondo vuole esaudire i desideri e le aspirazioni del nostro cuore, solo che, come nel caso del giovane ricco, esso passa non dalle nostre vie ma dalla sequela fedele del Maestro. Papa Benedetto ha espresso questa verità affermando: “Egli non toglie nulla, e dona tutto” (Omelia 24 aprile 2005).

Detto ciò, ora si comprende bene il chiaro riferimento alla vita sponsale. Quanti di voi si sono sposati con un desiderio immenso di essere felici? Sapevate bene che quella felicità passava dalla persona amata!

Ma poi il Signore permette che la vita reale e ordinaria dimostri che tutto ciò passa dall’essere servo. Altrimenti, il matrimonio resta un ideale impraticabile. Diventa una fonte di immense e struggenti delusioni.

Il matrimonio è una vocazione a scendere per lavare i piedi. Non per nulla gli sposi sono detti i “ministri”. Questa parola altro non vuol dire che “servo”. E così il sacramento del matrimonio conferisce a voi sposi un vero ministero. È un servizio che si offre alla Chiesa. La vostra gioia, come anche l’intimità, ne fanno parte pieno diritto.

A sostegno di quanto scritto porto solo due piccoli esempi. Da una parte Giovanni Paolo II ha definito con chiarezza la chiamata a servire dei coniugi cristiani: “Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri” (Familiaris consortio 38). Come del resto il Papa ha dedica tutto un capitolo al ministero di evangelizzare degli sposi.

Inoltre, anche i vescovi italiani si espressero con parole ancora più incisive: “La promozione umana, distinta ma inseparabile dalla evangelizzazione, è il principale servizio che gli sposi cristiani sono chiamati a compiere nell’ambito della società civile. Tale servizio consiste anzitutto nel vivere all’interno del proprio nucleo coniugale e familiare un’esperienza quotidiana di autentico amore, come richiamo e stimolo ai valori dell’incontro interpersonale e del dono gratuito di se stesso offerti ad una società, prigioniera del mito del benessere e dell’efficienza” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 111).

Il primo servizio alla Chiesa è vivere bene la vita di coppia con tutte le sue componenti, è questa l’originalità del ministero di voi sposi. Ed è appunto un mettersi in ginocchio per dare, per generare, per far crescere l’altro. E così facendo si diventa grandi, ma grandi nell’amore e nella fedeltà.

Cari sposi, possa lo Spirito portare in voi a pienezza questo sguardo nuovo che Cristo ha voluto infondere in Giacomo e Giovanni, tale da volgere tutta la vostra capacità di amare verso la piena donazione di sé.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha ragione. Ma è qualcosa che si impara nel tempo, facendo esperienza di comunione nel matrimonio. Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi blocco su quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non lo pretendo più. Ora il pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Ma non perché sono bravo, ma perché ho compreso che donarsi per amore riempie la vita di senso. Sbaglio ancora con lei, sia chiaro, ma non desidero cosa più grande che vederla realizzata.

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Il Matrimonio Secondo Pinocchio /40. La Scelta è Nostra.

Cap XXXIV Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingojato dal terribile Pesce-cane.

Pinocchio ha la stessa sorte di Mosè e di Giona, cioè viene salvato dalle acque. L’acqua che, inizialmente sembra essere teatro della sua morte, si rivela in realtà foriera di rinascita.

La narrazione ha del fantasioso ma in sè nasconde una verità: mentre il ciuchino Pinocchio si ritrova sott’acqua ad aspettare la morte arrivano dei pesci che divorano la carne di questo ciuchino. Quando non resta più carne di ciuchino, si rivela il burattino di legno. All’interno di quel ciuchino, Pinocchio non è del tutto smarrito. Non si è ancora del tutto abbandonato all’idea di essere un ciuchino per il resto dei suoi giorni. Sotto sotto c’è ancora il vero Pinocchio. Alla prima occasione, salta fuori allo scoperto liberandosi del corpo di ciuchino come da una prigione.

In questo passaggio v’è contenuto un grande insegnamento. I veri autori della nostra degradazione finale e definitiva siamo noi stessi. Infatti, il burattino che era “sepolto” sotto la carne di ciuchino non si era ancora dato per vinto. Non si era ancora arreso, perché si era pentito. La vera svolta è il suo pentimento, l’ennesimo.

Cari sposi, ci sono tanti sposi che si degradano l’un l’altro, o che degradano la propria relazione, il proprio matrimonio, il proprio sacramento fino a sembrare dei ciuchini. Ma la rinascita è sempre possibile. Anche se, alla guisa di Pinocchio, veniamo gettati in mare legati ad una fune. Il nostro aguzzino tiene ben saldo l’altro capo della fune.

Se però sentiamo il rimorso della coscienza, non lasciamo cadere invano il suo richiamo, non lasciamo che la nostra parte interna si degradi fino a non sentire più nemmeno il bisogno del pentimento. Quello è ciò che ci salverà.

Appena il Signore avverte il nostro sincero ed autentico pentimento. Questo pentimento è unito alla volontà di non ricadere più in qualche disobbedienza al Padre (o alla Fata turchina). Ecco che ci manda dei pesci divoratori. Questi pesci mangiano il ciuchino esterno a noi e rivelano la nostra natura.

Questi pesci mangia-ciuchini potrebbero essere persone o esperienze. Per esempio: qualche amico, la predicazione di un sacerdote, un corso per sposi, un convegno, o un incontro nelle sale parrocchiali. E tutto ciò che nasce dalla infinita fantasia di Dio.

Coraggio cari sposi, non è mai detta l’ultima parola nè su noi personalmente, nè sulla nostra coppia, nè sul nostro matrimonio, tantomeno sul nostro Sacramento.

Giorgio e Valentina.

Riscoprire l’Amore con la Preghiera Condivisa

La preghiera nella vita di coppia non è solo un rito. È un potente strumento di unione e sostegno. Serve nei momenti di difficoltà. La nostra esperienza personale testimonia il suo valore inestimabile, specialmente nei periodi di crisi.

La nostra relazione è nata in un gruppo di formazione e impegno missionario. Da subito abbiamo avuto una profonda sintonia in campo spirituale. Era bello poter condividere gli aspetti più profondi della nostra vita di fede e del nostro rapporto con Dio. Ci dedicavamo anche del tempo alla preghiera insieme.

Tuttavia, dopo il matrimonio, col passare degli anni, questa dimensione è venuta meno. L’intensità di lavoro e studio e le responsabilità familiari hanno eroso il nostro tempo insieme. I nostri dialoghi si sono ridotti a semplici scambi di informazioni pratiche. Dio non rientrava più nel nostro orizzonte. La distanza emotiva cresceva silenziosamente, mentre l’intimità e il desiderio di condivisione svanivano gradatamente.

Le nostre differenze caratteriali sembravano diventare irrisolvibili. Contestualmente, le aspettative di un matrimonio felice sembravano irrimediabilmente frantumate. La prospettiva di una separazione incombeva su di noi.

Fu in quel periodo che scoprimmo Retrouvaille. Attraverso incontri e dialoghi guidati, Retrouvaille ci ha offerto gli strumenti per riscoprire il valore del dialogo sincero e profondo. A poco a poco, abbiamo iniziato a svelare i nostri sentimenti repressi. Abbiamo rivelato le nostre paure e speranze. Abbiamo imparato a perdonarci a vicenda per gli errori passati. È stato nel corso di questo percorso che abbiamo riscoperto anche la bellezza e l’importanza della preghiera insieme.

La famiglia che prega unita resta unita” è un adagio che abbiamo sentito risuonare profondamente nei nostri cuori. Retrouvaille ci ha aiutato a ricordare come la preghiera condivisa potesse riaccendere la scintilla del nostro amore. Ha anche rinforzato la nostra relazione. Ritrovare insieme il cammino della preghiera ci ha permesso di trovare conforto e forza. Ha rinnovato il nostro impegno reciproco. Abbiamo riscoperto la fiducia e l’unità perdute.

Oggi, la preghiera è diventata fondamentale nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di essere fedeli a questo quotidianamente, sia nei momenti di gioia che in quelli più difficili. Coinvolgiamo anche i nostri figli. Questo rituale quotidiano ci ha aiutato a superare la crisi. Ha continuato a fortificare il nostro legame. Ora è più profondo e resistente.

In un’epoca in cui la famiglia è spesso messa alla prova da sfide esterne e interne, la preghiera emerge come un rifugio sicuro e un fondamento solido su cui edificare un rapporto duraturo. Dedicarsi alla preghiera insieme fortifica i legami familiari, offrendo una stabilità emotiva e spirituale indispensabile.

Attraverso di essa, si invoca la protezione e la guida divina. Si crea anche un momento di condivisione e di ascolto reciproco. Questi sono elementi fondamentali per ogni relazione sana. La preghiera non solo salva, ma rinnova e rafforza, tessendo legami indissolubili di amore e fede.

Stefano e Michela Manfrin – Retrouvaille Italia

Quella coppia a Parigi

La Ville Lumière, che città! Parigi offre mille luci e mille contrasti. C’è tanta bellezza ma anche tanta povertà. Il lusso sfrenato convive con periferie disagiate. In questa città ci sono sogni, desideri, promesse e romanticismo. Tuttavia, ci sono anche violenze, dissenso e problemi d’integrazione.

Parigi è tutto e il contrario di tutto. È come un nome che, da solo, evoca per antonomasia la città degli innamorati. Mio marito ed io ci siamo stati più volte. Indubbiamente è una metropoli che attrae e che nasconde grandi tesori spirituali sotto la scorza di capitale chic. Questi tesori sono spesso taciuti e nascosti. Un esempio è la Cappella della Medaglia Miracolosa situata a Rue du Bac 140. All’esterno, passa quasi inosservata ma, all’interno, dispiega i tesori della Grazia immensa del passaggio di Maria nel 1830.

Parigi, quindi, non è solo Mouline Rouge e vita notturna ma anche preghiera e fede. Pensiamo all’adorazione perpetua – sì, h24! – che nel silenzio continua da decenni a Montmartre, nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, a cui è possibile prendere parte registrandosi a questo link.

Parigi rappresenta anche il vero amore. È un amore basato sulla roccia che è Cristo. Abbiamo potuto vederlo con i nostri occhi. Qualche anno fa, il giorno del nostro arrivo in città, avevamo trovato la Santa Messa serale presso l’Eglise de la Sainte-Trinité. Siamo entrati e ci siamo accomodati nella navata laterale, pronta per la celebrazione. Non ci siamo posizionati nei primi banchi, ma un po’ verso il fondo. Questo ci ha permesso di assistere a qualcosa che mi ha colpito molto. Questa esperienza è rimasta impressa nella mia memoria.

Pochi minuti prima dell’inizio è arrivata una ragazza. Lei si è diretta verso un banco. Era più avanti rispetto a quello dov’eravamo seduti mio marito, mio figlio ed io. Nel banco era già seduto un ragazzo. Non appena lui ha visto lei, si sono scambiati uno sguardo bellissimo, carico d’affetto. Dopo essersi seduti vicini, si sono teneramente abbracciati. Hanno scambiato gesti (preghiera del Padre Nostro, momento della pace) e sguardi dolcissimi ogni qual volta fosse loro possibile. Non parlavano. Quindi, non si disturbavano o disturbavano altre persone. Si dicevano tutto con gli occhi e con quella gestualità. Che gioia, che meraviglia essere stati spettatori di un amore così potente, bello e vissuto alla sequela di Cristo! I loro sguardi e la loro tenerezza emanavano un profumo di Cielo, santamente invidiabile, o meglio, santamente imitabile!

Non abbiamo mai saputo se fossero fidanzati o già sposati. Non li abbiamo conosciuti né mai ci abbiamo parlato. Tuttavia, il loro è stato un gran bell’esempio. Era un esempio di una relazione uomo/donna vissuta nell’ottica “noi con Dio”. Questo è stato dimostrato dalla loro presenza a quella Santa Messa feriale alla sera. Magari erano al rientro dal lavoro o in partenza per un turno notturno, chissà… . Molte volte mi sono tornati alla mente. Mi sono detto: “Come sarebbe bello se la maggioranza delle coppie fosse così!”.

Ho immaginato molte volte la loro vita insieme. Le loro giornate sono scandite dalla partecipazione così dolce e vissuta alla Santa Messa. Chissà, forse sono referenti di qualche corso matrimoniale. Oppure fanno parte di qualche associazione per le famiglie. Chi può dirlo! Vero è che diversi percorsi per coppie sono organizzati in quella Chiesa. Questo l’ho scoperto soltanto ora. I percorsi sono per tutte le tipologie e i momenti che si possono vivere in due. Includono dal fidanzamento al post-matrimonio, fino alla fedeltà oltre la separazione. Potete dare un’occhiata direttamente sul sito ufficiale.

Quello che posso dire con certezza è che ho pensato e penso spesso a loro. Sono persone sconosciute e mai più riviste, eppure così vicine nella condivisione della fede all’interno della coppia. La tenerezza di quanto si sono scambiati, tra loro e con Nostro Signore, è stato qualcosa che anche mio marito ed io abbiamo voluto rafforzare. Vogliamo portare avanti questo sentimento con ancora maggior slancio. La potenza dell’unione sponsale, benedetta dal sacramento del matrimonio, è qualcosa di bellissimo e magnifico. Non solo per i due ma per la Chiesa intera, essendo la dimostrazione visibile dell’amore di Dio per l’umanità.

Il nostro esempio può essere positivo oppure negativo. Questo ha un impatto non indifferente su quanti ci conoscono. Influenza anche chi ci è vicino o ci osserva, pur senza sapere chi siamo. Quanta responsabilità in questo! Curare l’unione con il proprio fidanzato o la propria fidanzata è un diritto/dovere imprescindibile. Lo è anche con il proprio marito o la propria moglie. Questo è necessario se si vogliono fare “le cose fatte bene”. Bisogna avere un’ottica cristiana di fede, carità e speranza sponsale. Guardate cos’è scaturito da un gesto di puro affetto di tanti anni fa! Riflettiamoci e cerchiamo di fare anche noi come quella coppia a Parigi.

Fabrizia Perrachon

Non disperarti! Tutto, se affidato, concorre al bene!

La vita è un cammino affascinante. Tuttavia, è imprevedibile e possono succedere avvenimenti tanto belli quanto brutti. Non ricordo chi l’ha detto. Se tutte le gioie ci venissero date in un solo giorno, moriremmo all’istante. Lo stesso accadrebbe se tutti i dolori ci venissero dati in un solo giorno. Fortunatamente il buon Dio ci dosa gioie e dolori nel tempo. Così il nostro cuore può sopportare quello che ci accade di volta in volta.

Quando succede qualcosa di veramente brutto, quali sono i passi da fare e gli atteggiamenti da tenere? Io mi riferisco in modo particolare alla tragedia della separazione che ho vissuto in prima persona. La vedo continuamente ripetersi in tante persone. Quello che provo ora ad accennare vale per qualunque fatto brutto. Sarebbero necessarie molte pagine. Questo vale per eventi come malattie, lutti, gravi difficoltà o incomprensioni.  

Innanzitutto, è necessario prendere coscienza della realtà. Non bisogna sforzarsi di cercare colpevoli e responsabili. Se mi rompo una gamba, può essere per colpa mia o per un incidente. Non cambia la situazione se maledico me stesso, gli altri o peggio, Dio. Non è facile. Il nostro cervello prova in tutti modi a non farci accettare l’evidenza, spesso così assurda e imprevista. Io molte volte pensavo di trovarmi dentro un Grande Fratello immaginario o che fosse tutto un sogno. Riflettevo: “Ora mi sveglio e cambia tutto”. Oppure m’illudevo: “Ora mia moglie ci ripensa, non può succedere realmente”.

Inoltre, è inutile farsi domande che non hanno risposta, come chiedersi “Perché mi è successo?” o frasi simili, del tipo “Che cosa ho fatto di male?” o addirittura prendersela con Dio, attribuendo a Lui la nostra sofferenza.

Per esperienza si comincia a risalire dalla voragine in cui siamo caduti quando si accetta l’evidenza. Si smette di passare le giornate tormentandosi di domande. Si afferma: “Bene, questa cosa brutta non la volevo, non la vorrei affrontare. Ma cosa posso fare ora per stare meglio io ed eventualmente gli altri? (ad esempio i figli)”.

È normale farsi prendere dalla disperazione e piangere, ma questo momento deve essere molto breve. Nelle giornate storte, sembra che tutto si sia allineato contro di noi. Tuttavia, spargere lacrime non porta benefici a lungo termine. Si ottiene solo uno sfogo momentaneo che può farci stare meglio solo per poco tempo. È necessario allontanare i brutti pensieri. Evitiamo di assecondarli o di passare le giornate a ragionarci sopra. Manteniamoci impegnati in attività pratiche e fisiche che ci piacciono. Queste attività ci aiutano ad attenuare la tensione.

So bene che quando uno soffre, vede solo la sua situazione. Non è che guardare altre condizioni peggiori faccia stare meglio. Non possiamo assolutizzare l’accaduto dicendo: “Peggio di così non mi poteva capitare” oppure “La mia vita è finita”. Noi siamo cristiani e sappiamo che magari non andrà tutto bene ma che tutto, se affidato a Dio, può concorrere al bene, anche se non ci capiamo proprio niente e ci sembra il contrario!

D’altra parte, la cosa più brutta che ci può capitare, la morte, è stata vinta, quindi inutile stare a preoccuparsi (facile a dirsi, ma molto difficile da mettere in pratica, lo dico per me!).

Quando si sta male, si desidera stare meglio e risolvere i problemi al più presto. Tuttavia, questo è spesso difficile da realizzare. È necessario mantenere la calma. Bisogna cercare di rilassarsi e avere pazienza. Se si è fatto il possibile, alcune cose richiedono tempo per essere metabolizzate. Con l’abitudine, il dolore si attenua.

Gli amici sono di grande aiuto. Questo è vero specialmente per quelli che ci sono passati. Possono quindi darti indicazioni. A volte ti abbracciano e dicono che ce la farai. Anche se sarà dura, ci saranno tante battaglie da superare.

Le relazioni sono fondamentali. Una cosa semplice e banale, come una pizza o un gelato in compagnia, può dare una svolta a una brutta giornata. Anche se gli altri non ti risolvono i problemi, già parlarne equivale a condividere il peso che si sta portando. Ovviamente bisogna scegliere persone di fiducia che possano aiutare e non aumentare i problemi o la confusione.

Parlo raramente di consigli. Credo che Dio permetta solo cose che possiamo superare con le nostre forze interiori. Mai al di sopra delle nostre possibilità. Pertanto, ognuno di noi ha tutti gli strumenti necessari per prendere le giuste decisioni. Si tratta solo di prenderne coscienza e di affidarsi a Dio. Per fare questo, è indispensabile mettersi in ascolto tramite la preghiera. Il santo rosario dovrebbe accompagnarci tutti i giorni. Quando siamo in difficoltà, la preghiera andrebbe intensificata. Gesù ci ha insegnato ad avere la consapevolezza di ricevere quello di cui abbiamo bisogno in quel momento e non quello che vorremmo.

Può sembrare un controsenso, ma ho imparato a ringraziare Dio anche quando mi capitano le cose brutte. Ad esempio, quando ho fatto un piccolo incidente con l’auto, invece di imprecare, ho ringraziato perché poteva andare peggio. Inoltre, nessuno si è fatto male. Noi possiamo infatti verificare quello che avviene, ma non tutte le cose che ci vengono evitate e quindi come veniamo protetti da tante insidie.

In ogni caso, ma quanto è bella la vita e quello che ci circonda! Basta guardare un arcobaleno dopo un temporale. Prendere in braccio un bambino. Accarezzare un animale per sentirsi sollevati, vivi e parte di un mondo bellissimo e preparato per noi, nonostante tutto quello che ci possa capitare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Diventare come cibo

Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Il suo agire è splendido e maestoso, la sua giustizia rimane per sempre. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere, gli diede l’eredità delle genti.

Questo Salmo ci aiuta non solo a rendere grazie al Signore con tutto il cuore, ma ne celebra anche la fedeltà attraverso vari passaggi nella preghiera. Ce n’è uno in particolare che ci sembra possa essere adatto a noi sposi: Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza.

Da questa frase si evince come Dio non dia il cibo a chiunque, ma solo a chi lo teme. Dunque dobbiamo chiederci di quale cibo si tratti e di cosa significhi temerLo altrimenti non ne capiamo la profondità.

Innanzitutto, possiamo comprendere il timor di Dio come una sorta di filiale abbandono. È simile a quello che sperimenta il bimbo col nonno. Quando arriva un insegnamento di vita dal nonno, il nipotino di solito ascolta a bocca aperta. Lo fa con stupore, quasi che penda dalle labbra del nonno. A volte si vedono nipotini che eseguono gesti senza conoscerne il significato. Questi gesti vengono ripetuti semplicemente perché lo hanno visto fare al nonno. Oppure, gli è stato detto dal nonno di compiere tale gesto.

Il nostro timor di Dio deve assomigliare un po’ all’atteggiamento di quel bimbo nei confronti del nostro “nonno celeste” che in realtà è il Padre.

Si potrebbero scrivere mille articoli per quanto riguarda il cibo di Dio. Ci basti intuire che il cibo di Dio è variegato. A volte ritroviamo nella Parola di Dio diverse frasi: “mio cibo è fare la volontà del Padre… Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Procuratevi non il cibo che perisce… Perché la mia carne è vero cibo” e altre ancora, ma tra le tante prendiamo quella più classica, ovvero l’Eucarestia.

Il Sacramento del Matrimonio ha diverse affinità con quello dell’Eucarestia. Cari sposi, se volete che il Signore delizi il vostro matrimonio con i Suoi sapori, accostatevi a questo cibo celeste frequentemente. I sapori di Paradiso sono come un antipasto di Paradiso. Per ottenere frutti di vita nuova e di rinnovato amore tra noi, dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di rinnovare sempre il timor di Dio che ci è stato donato nella Cresima.

Coraggio sposi. Ogni Matrimonio Sacramento deve diventare, a sua volta, fonte di cibo per la nostra parrocchia e per tutti coloro che ci sono vicini o che incontriamo. Dobbiamo cibarci di Colui che è l’Amore per ridonarLo nella nostra carne.

Giorgio e Valentina.

Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra

Entriamo ancora di più nella bellezza di questo libro della Bibbia. Il Cantico dei Cantici è poesia ed è meraviglia. Ricordo che tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Clicca qui per leggere gli articoli precedenti.

L’amata

Il mio diletto è per me come un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

L’amato mio è per me come un grappolo di cipro delle vigne di En-ghedi.

L’amato

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei incantevole!

I tuoi occhi sono come colombe.

Abbiamo terminato il precedente capitolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo.

Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo o la nostra sposa ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù, quando ci stupiamo della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù, quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro. Capite ora perché i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?

Torniamo ora al Cantico. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo.

Un desiderio casto emerge. Non è generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere. Nasce dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata dalla nostra relazione. È un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si concepisce un figlio, ma anche quando si genera nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

La traduzione della CEI propone: quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Don Carlo Rocchetta preferisce: quanto sei incantevole! Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione. Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me.

Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico. È una traduzione nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte!

Antonio e Luisa

Giovani ricchi di Cristo

Cari sposi, anni fa, a un mio confratello chiesero di celebrare le nozze di una coppia “vip”. Questo avvenne nel centro di Padova, e per di più nella chiesa più ricercata per i matrimoni. In piena omelia, lanciò alla sposa una semplice domanda: “e tu perché ti vuoi sposare?” e lei, emozionata, rispose: “per essere felice”. Riprese allora il reverendo: “beh, allora cara mia non hai capito gran ché di quello che stai per fare”. Non vi dico le facce di tutti i presenti…

Qualcosa del genere dovette accadere agli astanti della scena che ci presenta il Vangelo. Un bravo ragazzo di parrocchia si approccia a Cristo per fargli una nobilissima domanda, nientepopodimeno che sulla vita eterna, ci mancherebbe.

Ma in realtà questo giovane, sotto mentite spoglie, voleva più che altro qualcosa per sé più che mettersi davvero in gioco. Ecco perché Gesù lo sgama subito. È un giovane che si staglia e si riflette spesso sulle coppie di ieri e di oggi, al momento di approcciarsi al matrimonio. In esso tali “giovani” cercano magari di avere qualcosa per sé. Vogliono trovare gioia, pace, sicurezza. Non che sia sbagliato, per carità. Ma non è il fine del matrimonio. Questo è semmai una grazia che il Signore è ben disposto a concedere purché si abbia chiaro il fine.

Difatti il matrimonio ha lo scopo di offrire un nuovo modo di seguire Cristo. Permette di entrare in relazione con Lui, non più da semplice battezzato, ma in coppia. Se questo baldo giovane era venuto a prendere… Gesù invece gli chiede tutto. È per questo che se ne va triste. Idem nel matrimonio. Chi cerca il matrimonio per crearsi un’oasi di pace e di “serenità” dove farla da padrone si prepari, piuttosto, a combattere.

La grande lezione di Gesù è che per amare davvero, cosa che tutti gli sposi davanti all’altare di certo intendono fare, bisogna però perdere la vita. Noi invece vorremmo mettere d’accordo le varie circostanze della nostra vita, anche quelle avverse, con la fede, di modo che tornino i conti.

Gesù non è venuto a rovinarci e a rattristarci sadicamente al vita. Vuole la nostra fiducia e la decisione a lasciarci guidare da Lui. Per questo, Gesù non risponde alla domanda del giovane su cosa deve fare di concreto. Piuttosto, il Maestro gli propone di seguirLo. Deve iniziare una relazione seria con Lui.

E questo è esattamente quello che è accaduto il giorno della vostra celebrazione. Gesù Sposo vi ha guardati con amore. Con il vostro “sì lo voglio”, avete deciso di mettervi alla Sua sequela in coppia. Avete lasciato ogni cosa alle spalle.

Che meraviglia pensare così il matrimonio! Non è una passeggiata, seppur bella e intrigante, ma sempre in solitario; diviene uno star dietro a Lui, vada dove Gli pare, ma sempre in Sua compagnia, sempre con la certezza che non ci lascerà mai.

Cari sposi, abbiate il valore, il coraggio e la generosità oggi di ripetere in coppia il vostro “sì” deciso al Buon Pastore. Siate certi che sarà sempre la miglior decisione che possiate aver preso. Sarà la fonte della vera felicità.

ANTONIO E LUISA

Io mi sono sposato per essere felice. Non mi vergogno a dirlo. E non mi vergogno ad ammettere che non avevo capito nulla del matrimonio. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo. Non ci rende felici sempre. Sbaglia, si arrabbia e ha comportamenti irritanti. Ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici in pienezza e per sempre. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. Con la consapevolezza di essere amati già così. Perchè trovano in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore di Dio donandosi gratuitamente nel matrimonio. Non chiedete a vostro marito o a vostra moglie di darvi quell’amore infinito di cui avete bisogno. Avreste perso in partenza.

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Sesso e Libertà: Riscoprire l’Intimità Vera

In questi giorni scorrendo le varie notizie sui social è facile imbattersi in qualche post che racconta del Calippo Tour. Detto semplicemente, due ragazze, creator di onlyfans – oggi il mestiere più antico si chiama anche così – per farsi pubblicità vanno in giro per varie città italiane a cercare uomini che desiderino fare determinati contenuti espliciti con loro. Di che contenuti si tratta non serve che lo dica, è abbastanza eloquente il nome del tour.

Ora non voglio soffermarmi sulla questione Calippo Tour. Voglio usare questa notizia per mettere in evidenza il poco valore che oggi la società riserva al sesso e al corpo. Certo questo modo di agire non riguarda tutti. Sono casi limite ma sono comunque un sintomo chiaro. Anche perché pochi si scandalizzano del modo che hanno trovato queste due ragazze per fare soldi. Il corpo è loro e lo usano come vogliono. Non fanno male a nessuno. Questo è un po’ il pensiero comune. D’altronde siamo nel ventunesimo secolo. Bisogna avere la mente aperta.

Noi cristiani dovremmo portare una sensibilità diversa. Non perchè siamo ancorati al medioevo, come dicono tanti. Ma perchè sappiamo l’importanza del corpo e di cosa significa intimità. Almeno dovremmo saperlo.

L’intimità non è fare sesso con qualcuno. L’intimità non è mostrare i propri genitali. L’intimità non è condividere un letto o un orgasmo. Il Calippo tour esprime esattamente questo. Puoi fare qualsiasi gesto sessuale con una persone che era e resterà un perfetto estraneo per te.

L’intimità, don Epicoco lo spiega benissimo in una sua catechesi, è essere libero. Libero di mostrare non il tuo corpo ma tutta la tua persona. Intimità è mostrarti all’altro nella verità di te stesso. Quando lo puoi fare con la certezza che l’altro non ti ferirà ti senti finalmente libero ed amato. Noi siamo pieni di maschere. Proprio perchè siamo feriti. Abbiamo vissuto delle esperienze fin dalla nostra infanzia che ci dicono che non possiamo essere veri. Dobbiamo adattarci a un noi stessi che gli altri si aspettano. Per questo non possiamo sentirci davvero amati.

La fede cambia tutto proprio in questo. Ci sentiamo guardati e amati da un Dio che ci conosce nel profondo e ci vuole bene. Ciò che cambia il cuore delle persone non è la paura del giudizio finale. È scoprire di avere un Padre che ti ama. Così come sei, nei tuoi casini e nelle tue fragilità. Anche quando pecchi, non smette mai di vederti bello, anzi bellissimo. Questo è la libertà e la verità della vera intimità.

Non è il sesso a fare l’intimità. È l’intimità dei cuori e la verità della relazione che danno valore, piacere e pienezza al sesso. Per questo non credete a quelli che vi dicono che per stare con una persona devi andarci a letto. Non serve il sesso per capire se c’è chimica. Basta sentirsi attratti fisicamente per capirlo. Serve piuttosto un fidanzamento fatto bene, che permetta ai due di preparare i cuori e perfezionare quell’intimità che permette loro di essere liberi l’uno con l’altra. Per arrivare al primo rapporto – nel matrimonio – preparati. Dove il sesso diventa un modo per manifestare quel desiderio di voler essere liberi di essere uno con l’altro nella verità di noi stessi. Ma quanto è bello così! Accetto tutto il tuo corpo perché accetto come sei tu, senza bisogno che tu nasconda parti di te.

Poi questo prosegue nel matrimonio. Vogliamo fare l’amore bene? Non smettiamo di custodire la nostra intimità. Non smettiamo di perfezionare la nostra capacità di accoglierci, di perdonarci. Non smettiamo di guardarci oltre i nostri errori. Solo così il tempo che passa renderà il nostro corpo più vecchio ma il nostro amore sempre più forte. Perché il vero piacere del sesso non è l’orgasmo. È l’esperienza di essere accolti nella verità, in corpo ed anima, dall’altro.

Antonio e Luisa

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Sposi da vetrina

E se a metterci sul piedistallo ci pensiamo… noi stessi? Che succede quando, gradualmente, una coppia di sposi inizia la scalata del proprio ego? Quando gli altri o i propri talenti diventano solo un mezzo per emergere e brillare?

Succede che il piedistallo di cartone contraddice le belle parole professate. E questa differenza, ad un occhio attento, risulta evidente.

Continuiamo il capitolo sull’invidia reciproca. Esiste, come ho scritto nel precedente articolo, un rischio di svalutarsi e considerarsi “da meno”. Questo ha un corrispettivo diametralmente opposto: la vetrina da esposizione. Credersi belli, bravi, “di più” e godere dell’ammirazione generale, nutrendo il proprio ego di applausi e lettori.

Voglio premettere una cosa importante: i talenti (ognuno ne ha) vanno fatti fruttare, guai a nasconderli sottoterra! Nessuno si creda povero di essi. Ed è bello che risplenda la Sua gloria attraverso gli infiniti modi e gesti e opere e parole che Egli ispira ai suoi Figli. Largo spazio, dunque, alle coppie che hanno qualcosa da dare, testimonianze da fare, storie da scrivere e via dicendo. Così si nutre il popolo di Dio, si nutre l’annuncio, le membra sono in movimento e la Chiesa prospera. Un tripudio!

Il problema è sempre e comunque questione di cuore. Inizia quando si diventa lusingati e si gongola degli applausi. Ci si offende se non si viene coinvolti in iniziative dove si è sempre stati presenti. Si sgomita per essere i prediletti del parroco. La rabbia emerge quando sembra negato ciò che ci spetta (lo spazio, la nostra presenza…). Abbiamo un problema e si chiama idolatria. Gli idoli diventiamo noi stessi.

Seconda premessa: succede a tutti e sì, se ne esce. Il piedistallo, comunque, durerà poco. È fatto di carta. Va distrutto quanto prima o lo farà la vita stessa, dimostrando quanto le ambizioni stridano con la fede professata.

La ruvidità che utilizzo ha una motivazione molto semplice. Ho visto e vedo coppie che hanno tanto da donare (in termini di testimonianza). Queste coppie sono escluse da altre coppie, semplicemente per paura di perdere il posto faticosamente “guadagnato”. Coppie che non cedono, che non mollano, che non servono più tanto gli altri ma molto loro stesse. E consacrati un po’ tiepidi che, semplicemente, le lasciano fare, perché è quell’usato sicuro che conforta e dà sicurezza. E così, per anni, a guidare una realtà trovi sempre le stesse persone.

Ogni coppia è diversa, ogni coppia ha qualcosa da dare. La coppia a voi vicina ha qualcosa che voi stessi non potete dare. Invece, ciò che potete offrire voi, potete offrirlo soltanto voi. Capite quanta ricchezza nascosta sottoterra?

Capite quanto farebbe bene a tutti poter godere del tesoro tutto intero, anziché di un solo denaro? Capite quanto sarebbe bello smontare il piedistallo di carta e tornare, uniti, a servire il gregge?

Qualcuno avrà bisogno dei vostri talenti, come Sposi. Qualcuno avrà bisogno dei talenti che ha un’altra coppia. Qualcuno del modo di comunicare la fede di un’altra ancora… e così via. Il Signore ci ha reso bisognosi gli uni degli altri ma non tutti hanno bisogno di voi.

È Dio che soddisfa i bisogni di ognuno – solo Lui può colmare ogni vita. E qua entra in gioco la scomodissima umiltà, che va rispolverata!

Sì, quell’umiltà capace di cedere il passo. Di tornare a quella frase buffa ma vera: “Dio esiste ma non sei tu. Rilassati!”. E di scoprire che (udite, udite) a fare un passo indietro… non perdiamo niente. Anzi, si guadagna e il guadagno raddoppia, poiché diventa guadagno di tutti. No, non succede niente di brutto a mollare un po’ la presa. Lasciamo che vadano avanti altri. Potrebbero non avere esperienza, ma hanno la voglia di mettersi a servizio. Lo fanno con entusiasmo e un po’ di incoscienza. Quanto bene può fare cedere il posto? Scardiniamo questi idoli e dei piedistalli facciamo carta straccia. Sempre al primo comandamento siamo. Non ci si schioda proprio mai. Non a caso è il primo. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Non rendiamoci idoli di noi stessi, sposi da vetrina, da esposizione: il vero potere è e resta il servizio. Spontaneamente dato, ricevuto, anche lasciato quando serve, con sapienza.

Giada di @nesentilavoce

“L’Onda di luce” del 15 ottobre

Molti sanno che il 15 ottobre si ricorda la grandissima Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo e dottore della Chiesa. Tuttavia, forse in pochi sanno che il 15 ottobre è anche la giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale.

Leggiamo nel libro del profeta Isaia un passo potente, emozionante: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”  (Is 49, 15-16). La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è nata in un contesto completamente laico. Tuttavia, si può arricchirla di speranza cristiana. Questa è un’attitudine, oltre che una virtù. Mi piace definirla come il compimento della promessa di Dio. Non è un’attesa passiva in cui si aspetta che qualcuno faccia qualcosa. È la certezza che quel Qualcuno sta già operando per un Bene maggiore in questa vita e nell’eternità. Concretamente che significa?

Dobbiamo fidarci del Padre anche quando ci sembra difficilissimo. Lo facciamo anche se è dolorosissimo e impossibile. È proprio attraverso le ferite che filtra la luce. È la stessa luce del mattino di Pasqua. Questa luce è passata attraverso i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù.

Umanamente, poi, significa che i primi a dover parlare di queste creature sono i loro genitori. Siamo noi genitori a essere testimoni di un amore che non finisce nelle poche settimane o nei pochi mesi di una gravidanza che non è giunta al termine. Questo amore, trasfigurato e rafforzato, scavalca i limiti e i confini del tempo. Lo fa per come lo conosciamo in un’ininterrotta cordata tra Cielo e Terra.

Da un lato, un certo tipo di propaganda vorrebbe vendere come “diritto” il poter scegliere di spegnere la vita nel grembo, più o meno consapevolmente. Dall’altro lato, migliaia di genitori soffrono per un figlio che vola direttamente Lassù dal pancione della mamma. L’aborto spontaneo, purtroppo, è ancora un tabù. Se ne parla pochissimo. Quello che fa più male è il silenziatore attorno ai bambini non nati. Essi sono persone a tutti gli effetti e portano impresso il sigillo del Creatore: l’anima immortale.

Grazie a Dio negli ultimi mesi mio marito ed io, genitori di Chicco in Cielo, possiamo affermare con gioia che qualcosa si sta muovendo … eccome! Non solo se ne parlerà a gennaio nella Scuola Nuziale. Sempre più coppie, famiglie e sacerdoti esprimono il grande desiderio di fare qualcosa per aiutare chi ci è passato, o chi ci sta passando. C’è anche il desiderio di valorizzare – finalmente – queste creature. Il loro grandissimo numero non può più essere ignorato né dalla Chiesa né dalla società civile.

Quella che ho definito come “cultura prenatale”, insomma, non si è soltanto definitivamente avviata. Sta finalmente suscitando quel cambiamento al quale personalmente auspichiamo da oltre dodici anni. Ossia da quando la fatidica frase Non c’è più battito ha cambiato completamente le nostre vite. Pur nella certezza che il Signore non ci stava togliendo un figlio ma ce lo stava donando in maniera differente.

La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è un’occasione particolarmente favorevole. Permette al mondo di comprendere l’importanza di parlare di questi bimbi e queste bimbe. Non è certo tacendo che si può eliminare il loro passaggio su questa terra. Soprattutto, non si può eliminare il loro essere vivi nel Cuore di Dio. Quel Padre Buono che li ha voluti e chiamati a Sé così presto. Questa Volontà, umanamente difficile da accettare e misteriosa, ha un ruolo determinante nella Comunione dei Santi e nell’economia della salvezza. Se anche non parlo di qualcuno, insomma, questo non significa che quel qualcuno non esista.

Ecco, la giornata del 15 ottobre serve proprio a questo: fermare la frenesia di una società perennemente di corsa e farla rallentare. La giornata invita a pensare a queste esistenze silenziose. Sono così preziose per i loro genitori e le loro famiglie. Sono preziose per l’intera umanità.

Uno dei gesti più semplici ma insieme più concreti di questa giornata è la cosiddetta Onda di Luce, a proposito della quale ho scritto nel mio libro (“Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice):

Un gesto molto significativo da compiere il 15 ottobre è quello chiamato “Onda di luce” e consiste nell’accendere una candela alle ore 19:00 e mantenerla per un’ora: ovunque ci si trovi, seguendo i fusi orari, questa scia luminosa brillerà dunque per ventiquattro ore e renderà visibile ciò e soprattutto chi è invisibile, aiuterà non soltanto a capire che i bambini non nati sono e devono essere parte costituente della società ma anche a far sentire meno soli quanti piangono una simile scomparsa”.

Alle candele accese non facciamo mancare una preghiera, una Santa Messa, un momento di raccoglimento. Quella luce, quindi, non sarà solo una fiammella che, dopo aver brillato, si spegnerà. Sarà un bagliore di Vita e Verità in un mondo sempre più buio. Questo mondo ha sempre più sete e fame di Dio. Solo così l’Onda di luce acquisterà il senso più bello e pieno. Accenderà i cuori non soltanto in una sera d’autunno. Continuerà per sempre, fino a ritrovarsi Lassù. Questi figli sono prima di essere nostri, figli di Dio.

Fabrizia Perrachon

Coppie che invidiano altre coppie

Quella coppia è stratosferica. Testimonianze, raduni, tour… sono davvero un passo avanti! Loro sì che hanno trovato il loro posto nel mondo. Sono chiamati dal Signore. Valgono qualcosa. Mica come noi, scapestrati e pigri, che viviamo alla giornata, fra lavatrici e code in auto… mediocri. Loro, circondati da amici, splendono. Noi al massimo possiamo timidamente sederci in ultima fila. E magari prendercela pure l’uno con l’altra, perché non siamo in grado di brillare di più“.

Ecco, cari sposi. C’è una dinamica in cui rischiamo tutti di cadere. Tendiamo a credere (non a caso uso questo verbo) che ci siano coppie di serie A e coppie di serie B. Sposi fruttuosi e sposi grigi. Sposi “da meno” e sposi che sono “di più”: hanno qualcosa in più, fanno qualcosa in più, dicono qualcosa in più.

Iniziamo a scardinare, pezzo per pezzo, questo piedistallo che ci siamo costruiti. Su di esso facciamo salire gli altri. Come Gesù è nell’Eucarestia (vivo!), così è in mezzo agli Sposi (nella stanza nuziale, nel cibo, nei figli, nei gesti). E Gesù non è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre? Forse in alcune coppie è più presente che in altre? Questa è, permettetemi un termine forte, una bestemmia. Pensare che sia un Dio ‘spezzettato’, che si dà maggiormente a qualcuno piuttosto che ad altri, un Dio che fa preferenze di persone, che premia una coppia anziché un’altra, che muore solo per qualcuno e non per tutti: questo non è il Dio che conosciamo.

Noi sposi abbiamo tutti la medesima dignità. Questa dignità non è data dai nostri meriti. È data dalla presenza stessa del Signore nel Sacramento che abbiamo celebrato. Questa presenza è con noi ogni giorno.

Le grazie e il Bene che vedi, e che certamente molti fanno, sono per tutti. Sono un dono di cui gioire e godere. Sono una manifestazione del Signore per il bene tuo e degli altri, dell’umanità intera. Nulla toglie al valore che ogni coppia di Sposi ha, un valore intrinseco che non è possibile togliere. Dal momento che il sigillo è stato messo, lì resta.

Il dono o l’impegno altrui, per cui a volte può sembrare (erroneamente, ripetiamocelo) che alcuni sposi siano “più sposi” di altri, è capace di beneficare chi lo circonda e moltiplicare anche il nostro Amore. Non per merito, lo ripeto, ma perché è il Signore ad ispirare tanto Bene. La logica del “siamo amati se siamo bravi” è distruttiva. Non saremo mai bravi abbastanza. Non saremo mai impegnati abbastanza. Non saremo mai applauditi abbastanza.

Sei invidioso perché Dio è buono? Non può fare delle sue cose ciò che vuole? Queste domande sono nel Vangelo e con queste Gesù sa rimettere ordine nel nostro animo scombussolato.

Vedo coppie di sposi anziani che vanno a fare la spesa assieme. Poi vanno a Messa. Passano la giornata in casa a fare cose semplici come leggere un giornale o pulire la cucina. Vanno a letto sereni e magari si prendono cura di qualche nipote con gioia. Vedo coppie impegnate in Diocesi, attive nel sociale, pronte ad organizzare ritiri e testimonianze a cui accorrono centinaia di ragazzi. Fra questi due esempi, non vedo differenze. Il Signore gioisce per entrambi allo stesso modo. Ama entrambi allo stesso modo. Santifica entrambi ugualmente con la Sua gloria.

Cari sposi, entriamo nella logica dei figli. Un padre e una madre non fanno preferenze. Scoprono che, con più figli, l’Amore non si divide. Invece, si moltiplica. Da figli, esercitiamoci nella consapevolezza di questo. Siamo amati oltre misura. Tutti, tutti, tutti meritiamo un Dio che è morto crocifisso e Risorto. Destinatari di gioia infinita, grazia a profusione, amore strabordante e frutti in abbondanza. Non tutti sono chiamati a fare le stesse cose. E meno male! Ma siamo chiamati ad abitare il mondo a nostro modo. Ognuno lo fa in modo originale, con la creatività di Dio, lungo la strada ispirata dallo Spirito Santo. Membra di un solo corpo – non esiste membro superfluo, inutile, scartabile!

Giada di @nesentilavoce

It’s wonderful. Un Pensiero di Dio Fatto Carne

Sal 138 (139) Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda. Meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.

Il Salmo della Messa odierna è stato musicato da diversi autori per l’immediatezza del messaggio ivi contenuto, ma anche per la semplicità con cui è espresso dalle parole. Vorremmo soffermarci non tanto su qualche suggestione che ci dona un’espressione o l’altra, quanto sul messaggio nella sua completezza.

Si intuisce subito come questo Salmo possa far bene a tante persone che hanno una bassa stima di sé. Anche se venissero ignorate dal mondo intero, leggendo questo Salmo, dovrebbero percepire quanto siano stimate da Dio. Siamo importanti per Lui al punto che si è degnato di intesserci nel grembo di nostra madre.

Ognuno di noi è come un pensiero di Dio fatto carne. Già questo dovrebbe far scomparire ogni nuvola di tristezza. Per il cristiano non esistono giornate inutili. Ad ogni risveglio basterebbe questo pensiero per affrontare ogni giorno con letizia. Solo il pensiero che io esisto perché Qualcuno mi ha amato e continua a farmi vivere con la Sua presenza fa diventare ogni giorno una bellissima giornata e degna di essere vissuta nella Sua Grazia.

Ma questo è solo il primo strato superficiale che volevamo mettere in risalto. A ben vedere, c’è dell’altro un poco più in profondità.

Se è vero che “mi hai tessuto nel grembo di mia madre[…] hai fatto di me una meraviglia stupenda” vale per ognuno di noi, significa che vale anche per il nostro coniuge, o no? Se ci battiamo giustamente con tanto ardore per difendere il povero, l’immigrato, il carcerato. Difendiamo anche il bambino del (cosiddetto) terzo mondo, il malato, e le vittime delle molte guerre, ecc… perché non dovremmo difendere almeno con lo stesso ardore e passione il nostro coniuge ?

A volte succede che ci ricordiamo del valore della persona solo per chi vive fuori dalle nostre quattro mura. Ma questo non vale anche per i nostri familiari? Ovviamente le nostre sono solo provocazioni per stimolarvi ad entrare in profondità.

Se dunque anche il mio coniuge è una meraviglia stupenda ed è unito indissolubilmente a me, significa che io sono vincolato ad una persona stupenda. Questa persona è certamente imperfetta ma meravigliosa. Già per il fatto di essere un pensiero di Dio fatto carne. Se poi la persona amata è sacramento di Cristo per me, allora significa che Dio l’aveva da sempre pensata per me, fin dall’eternità. Dio mi ha amato da sempre. Ha deciso di farmi esistere da un momento preciso in poi. Ha voluto farsi molto vicino a me. Voleva farmi sperimentare il Suo amore attraverso una “meraviglia stupenda”. Questa meraviglia è un segno carnale ed efficace della Sua Grazia: questa meraviglia è il mio coniuge!

Coraggio sposi, Dio non si sbaglia mai: il nostro sposo, la nostra sposa è perfetto per amarci. È perfetto per essere amato/a da noi. Non gli/le manca niente per essere sacramento vivente.

Amiamo con riconoscenza il nostro coniuge. Tutto cambierà.

Giorgio e Valentina.

Il mio nardo spande il suo profumo

Adesso arrivano dei versetti meravigliosi che vanno letti e meditati. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati. Gli articoli sono tutti tratti dal testo Sposi sacerdoti dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice). Un testo che cerca di raccontare il Cantico dei Cantici.

L’amata

Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo spande il suo profumo.

Lei lo ha cercato, lui l’ha contemplata. Ora i due sposi sono insieme. Inizia un duetto. È un dialogo intimo da cui si spande come un profumo tutto l’amore. Il desiderio e la meraviglia si stanno generando nel cuore dei due protagonisti. Lasciatevi avvolgere. Immedesimatevi.

Tu, donna, sei la Sulamita che arde d’amore per il suo re. Tu, uomo, sei Salomone che non desidera che stringere in un abbraccio la sua regina. Lei è andata da lui. Lo ha cercato. Anche questo è un gesto quasi di ribellione ai costumi del tempo. Ha preso lei l’iniziativa. Entra nella stanza del re e la stanza è pervasa dal profumo.

Torna il profumo. In questo caso di nardo. Come a dire che la vita del re assume una ricchezza nuova grazie a quella presenza. Il luogo è lo stesso, ma nello stesso tempo tutto è nuovo. Profumo che simboleggia l’amore stesso. Realtà invisibile ma concreta. Il profumo è quello del nardo, essenza molto preziosa. Un amore prezioso e inebriante. Il profumo avvolge la persona del re. Il re è avvolto dall’amore e dal desiderio della sua regina. Lo percepisce chiaramente. Un dialogo senza parole, ma che arriva dritto all’altro. Tutto il mio amore lo effondo per te. Mi rendo bella per te. Dirò di più.

A cosa rimanda il nardo? Chi si comporta allo stesso modo?

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo.

Il significato è lo stesso. La Sulamita, attraverso il nardo, vuole esprimere tutto il suo amore per il suo sposo, per il suo re. Così Maria di Betania. Attraverso quel gesto vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re. Per amare Cristo, la sposa deve amare lo sposo e lo sposo deve amare la sposa. Entrambi devono farlo come la Sulamita e come Maria.

Maria ama senza riserve. Il suo amore è senza limite e oltre il necessario. Tanto che appare quasi uno spreco. Sembra che non sia necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne?

Ci esprimiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione. Oppure, limitiamo tutto al minimo indispensabile? Diamo per scontato l’amore che ci unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Siete riusciti a identificarvi nella Sulamita o in Salomone? Avete assaporato la bellezza di quanto scritto in questi versi ripensando alla vostra vita di coppia? Se è così, avete un matrimonio vivo e meraviglioso. In caso contrario, impegnatevi. Affidatevi a Cristo perché vi dia la capacità di recuperare questa bellezza. A questa bellezza tutti siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Divino restauro del mosaico d’Amore

Cari sposi, la notizia è proprio fresca fresca. A Roma hanno rinvenuto un meraviglioso e raro mosaico. Si trova lungo la Via Appia, a poco più di un metro di profondità. Una equipe di archeologi si è subito messa all’opera. Vogliono riportare agli antichi splendori quello che potrebbe essere il pavimento di una sontuosa domus romana.

Notizie come questa fanno sempre piacere. Il pensare che nel nostro paese ci sono così tanti tesori e che possano essere valorizzati e resi fruibili al pubblico, infonde un sano orgoglio verso la cultura italiana. E se qualcuno ci dicesse che ha trovato il modo per ripristinare e restaurare la coppia umana? Essa è così annerita e arrugginita dall’attuale mentalità liquida. Non ne saremmo per lo meno incuriositi?

Ebbene, in tutte le letture di oggi, Cristo ci mostra la via. In modo particolare, lo fa nel Vangelo. Egli ci guida a ridare lustro alla bellezza dell’essere coppia e sposi.

Viene presentata difatti a Gesù un caso di infedeltà che, per la Torah, meritava il divorzio. Similmente ciò equivale oggi all’andare a cercare le percentuali di separazioni e convivenze secondo l’Istat. Noi come i farisei allora vorremmo chiedere al Signore: che ne pensi di tutto questo? Ciò significa che l’unione fedele tra marito e moglie è giunta ormai al capolino?

Ma Gesù osa andare al di sopra di ogni analisi, diremmo oggi, sociologica o psicologica del motivo di così tanti divorzi e fallimenti. La sua risposta indiretta è appunto il far riferimento al principio, cioè alla Genesi, come abbiamo letto nella prima lettura. In altre parole, Egli ci sta dicendo di ripartire proprio da lì per affrontare la crisi matrimoniale. E cosa vi scorgiamo di così significativo? Già per alcuni forse dire Genesi è associato a Cenerentola o ai Puffi. Tuttavia, il primo libro della Sacra Scrittura contiene verità eterne. Sono ispirate da Dio ma narrate con la mentalità del V secolo a.C.

Riandando perciò alla Genesi, Gesù sta dicendoci che per superare la durezza del cuore, bisogna affrontare quella mentalità egoista e materialista che uccide l’amore. È necessario che l’uomo e la donna ricomincino a stupirsi del dono di essere coppia. Questo è un dono che non si sono dati loro stessi. Adamo, infatti, non appena vede Eva ha un moto di profonda emozione che nasce dal contemplare una meraviglia! Il mondo odierno ha eliminato lo stupore. Questo sentimento è ben di più di un’emozione passeggera. Esso è frutto di contemplazione, di saggezza, di saper andare oltre le apparenze. La coppia può superare la “sclerocardia” solo se riprende a stupirsi di essere un dono di Dio l’uno per l’altro.

In secondo luogo, bisogna ripartire dall’attribuire una pari dignità tra uomo e donna. Questo porta a una complementarità tra loro. È per questo motivo che Adamo riconosce in Eva una sua simile. Come dice Papa Francesco: “L’immagine della «costola» non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità” (udienza 22/4/2015).

Ancora una volta la coppia può vincere e oltrepassare ogni influsso negativo dell’ambiente circostante. Questo accadrà quando cesserà ogni lotta per prevaricare, per dominare, per possedere l’altro. È necessario sforzarsi per cercare la comunione, l’intesa profonda e la vera comprensione reciproca.

Infine, Cristo sottolinea che per amare, prima bisogna lasciare. È necessario svuotarsi per accogliere l’altro. Il matrimonio è una convocazione ad amarsi totalmente. L’atto di lasciare casa avvia una riflessione sulla maturazione autentica. Diventare adulti è fondamentale prima di intraprendere la via del matrimonio.

Cari sposi, Dio vuole unire la vostra coppia. Quell’unione che voi vivete in tutti i sensi è il primo riflesso dell’Unione. Egli intende realizzare quest’Unione con ciascuno di noi per l’eternità. Con la grazia di Dio e tanta pazienza si può già da adesso viverla fedelmente ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Riprendo volentieri le parole di padre Luca. Sapete perché è così bello il matrimonio? Lo è quando diventiamo una sola carne. Una sola carne non si intende solo essere uno nell’intimità fisica. C’è una lettura meno immediata ma molto bella. La carne nella Bibbia indica la fragilità dell’uomo. Ecco! Essere una sola carne significa che diventiamo custodi l’uno della fragiltà dell’altro. Che bello sentirsi amati così!

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