Festività degli Arcangeli

Ieri ricorreva la festività degli Arcangeli e il mio pensiero è andato subito alla giornata precedente in cui si è svolta la riunione dei catechisti della nostra diocesi. Prima riunione per me che con gioia ho risposto alla chiamata estiva del sacerdote che mi ha chiesto la disponibilità ad impegnarmi in questo importante ministero. Ricomincio dal primo anno comunioni, dovrò accompagnare i bambini e le famiglie a passi importanti come la prima confessione e poi la prima comunione.

Ho pensato alla figura degli Arcangeli in quanto il catechista, con il suo mandato, aiuterà i bambini e starà loro accanto nello scoprire la parte più nascosta e vera di loro stessi. Li aiuterà a scoprire quel meraviglioso disegno che Dio ha progettato per ognuno di loro. Buona parte di quei volti, che magari ho già incontrato in Oratorio, diventeranno ancora di più familiari. Veniamo da anni difficili dove i bambini e i ragazzi sono stati spesso davanti ad un PC, anche per seguire il catechismo. Dobbiamo ammettere che non è stato facile e c’è solo da rendere Grazie a Dio se qualcosa è riuscito ad arrivare anche tramite uno schermo.

Quest’anno si ricomincia con una bella novità: abbiamo la gioia di avere tra i tanti catechisti anche una coppia di neo sposi. E’ stato particolarmente importante perché è bello vedere come una giovane coppia abbia deciso di buttarsi e mettersi in gioco, di aprirsi alla vita anche in questo modo. Anche questa è fecondità. Il mandato da catechista è in realtà un duplice mandato, in quanto ci si occupa non solo dei bambini ma dell’intero nucleo familiare. È un vero e proprio mettersi a servizio per la famiglia intera. Spesso avremo davanti nonni, genitori anche con nuovi partner, genitori single, ma tutti con un unico obiettivo: la felicità del proprio figlio. Il desiderio comune di condurre il bambino verso il migliore amico Gesù. Ci sarà naturalmente chi è più disponibile e chi magari è più tiepido rispetto alla fede, ma il bello della semina sta proprio lì. Sarà l’inizio di una scalata in montagna dove si è tutti in cordata e pronti a sostenersi. Per concludere vi lascio la preghiera del Catechista, così, se lo desiderate, potete pregare per tutti noi. Ve ne saremo grati perchè ne abbiamo bisogno.

Grazie Signore per l’immensa fiducia che riponi in noi affidandoci questi fanciulli e questi ragazzi. Tu che ci hai chiamati ad essere i tuoi testimoni donaci la forza di rispondere a questo tuo invito con enorme felicità ma anche con quella umiltà che tuo Figlio ci ha insegnato. Rendici docili all’azione del Tuo Spirito perché possiamo essere veramente in grado di mettere la Tua Parola davanti ad ogni cosa anche ai nostri pensieri e alle nostre convinzioni. Fa’che non viviamo i nostri incontri come un obbligo, un imposizione e un peso rischiando di fare appassire questi splendidi fiori che hai messo tra le nostre mani. Rendici invece capaci di affrontare questa vocazione mettendoci tutta la gioia la voglia di fare e l’amore neccessario per poter trasmettere il lieto messaggio rendendolo credibile anche e soprattutto con le nostre azioni e le nostre opere. Donaci la consapevolezza che non sono le conoscenze e i contenuti che ci rendono buoni catechisti, ma che Tu sei la nostra vera guida il nostro Padre immensamente buono e generoso capace di darci quello slancio in più di cui abbiamo bisogno l unico in grado di rivestirci di meraviglia come i gigli del campo che nella loro grande umiltà di figli si affidano totalmente a Te con la certezza che Tu Signore donerai loro l’unica cosa di cui hanno.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

Canali social del blog

Monastero wifi di Roma. – 3000 persone in cammino.

Ieri si è svolto a Roma il Quarto Capitolo Generale del Monastero wifi dedicato alla Confessione. Per chi non lo conoscesse, il monastero è nato dall’intuizione di Costanza Miriano e delle sue amiche, con l’idea di riunire le persone desiderose di pregare insieme. Un’occasione di incontro e preghiera da affiancare a quanto offrono già parrocchie e movimenti. Questa è solo una breve sintesi, ma per i più curiosi consiglio di leggere il suo blog dove è descritta con esattezza la genesi di questa bellissima iniziativa. Io e mio marito Andrea abbiamo conosciuto Costanza attraverso i suoi libri che il mio padre spirituale mi fece leggere come preparazione al matrimonio, perché non ero rimasta soddisfatta dei canonici incontri del corso prematrimoniale. Mi mancava qualcosa e nei suoi libri trovai un riscontro importante. Costanza scriveva della vita vera e quotidiana che da sposata avrei dovuto affrontare. Cose del tipo addormentarsi durante un adorazione dopo una giornata di lavoro o imparare a conciliare i ritmi tra il lavoro e gli impegni in parrocchia, perché è indispensabile trovare un giusto equilibrio. Ho imparato infatti che se si supera il confine vuol dire che si sta scappando da qualcosa, magari dal marito. Quindi possiamo dirvi che i libri di Costanza sono un punto luce per i neo sposi e non solo. Almeno per noi lo sono stati.

Di libro in libro siamo arrivati a conoscere Costanza di persona. E’ anche grazie a lei e al Monastero wifi di Roma che il nostro progetto Abramo e Sara ha visto muovere i primi passi. La bellezza di questa iniziativa si capisce dai frutti. Si torna a casa carichi di gioia, di speranza e di tanta spensieratezza, perché i primi che si divertono a stare con noi sono proprio i sacerdoti che salgono sull’altare non solo per offrirci delle catechesi ma anche per condividere una parte della loro vita.

Il tema di quest’anno, come già scritto, è stato la Confessione ed è stato importante vedere ed ascoltare sacerdoti che ci hanno ricordato l’importanza di questo sacramento. Non solo per noi fedeli ma anche per loro stessi, perché stare nel confessionale è un mezzo importantissimo per entrare in relazione. Don Massimo Vacchetti ha raccontato che una volta divenuto parroco organizzò una giornata dedicata alla confessione per i suoi parrocchiani, perché li voleva conoscere veramente nel profondo, in questo mi ha ricordato molto il nostro padre spirituale. È una Grazia grande incontrare un sacerdote che dona il suo tempo per confessare le persone e che lo fa con Amore, quell’Amore che viene da Dio, dal suo incontro personale con Dio nella Preghiera personale e comunitaria. Ci sono rimaste impresse queste sue parole: la confessione è una dichiarazione d’amore, prima di tutti i peccati che ho compiuto confesso , o Cristo che ti amo.

Ieri eravamo in 3000, sorprende sempre vedere così tante persone che si mettono in cammino perché bisognose di essere curati dal miglior medico, da Dio dispensatore di Misericordia e Grazia sempre abbondanti. Quest’anno è stato particolare perché è capitato proprio pochi giorni dopo il mio compleanno ed è stata l’occasione per rivedere tutto il nostro cammino compiuto fino ad ora per arrivare dove siamo. Come ad esempio scrivere su questo blog o essere stati intervistati da Radio Maria. Ieri, durante la Messa, pensavo anche a tutto il dolore e risentimento accumulato negli anni per non essere potuta diventata mamma, ma nello stesso tempo, se non ci fosse stato quel dolore, non avrei fatto tutto ciò che inaspettatamente ho visto realizzarsi. Compreso il progetto Abramo e Sara. Cerchiamo di stare accanto alle persone che incontriamo, sempre ricordando loro che i dolori piano piano si superano e che è bellissimo tornare in parrocchia. La comunità parrocchiale è importante.

Per concludere vi lasciamo il titolo di un libro da leggere di C.S Lewis Il Cristianesimo così com’è. Se n’è parlato ieri con Padre Maurizio Botta. Un libro tra l’altro che mi fece leggere il mio padre spirituale come formazione. Un libro da rileggere sempre nella vita.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

Canali social del blog

Zero Passi – La nostra esperienza in casa famiglia

Oggi abbiamo pensato di rispondere a delle domande che ci sono arrivate in questo periodo riguardanti i nostri giovani e l’ esperienza che abbiamo avuto nelle case famiglia Simpatia e L’ albero. Spesso ci scrivete che provate una sana invidia verso di noi, perché abbiamo trovato la nostra strada o comunque la nostra vocazione specifica all’interno del matrimonio. Beh indubbiamente arrivare dove siamo arrivati non è stata certo una passeggiata romantica al chiaro di luna, ci sono stati giorni di estrema sofferenza, quella che ti toglie anche l’aria da respirare.

Noi, prima ancora di sposarci quando eravamo fidanzati, già avevamo in mente l’idea di avere un figlio nostro e uno adottato o in affidamento, quindi è stato un passo quasi naturale per noi giungere in casa famiglia Simpatia, una casa di accoglienza per ragazzi qui di Roma. L’esperienza in casa famiglia, c’è da premettere, è un’esperienza a cui si deve arrivare ben consapevoli che il ragazzo o la ragazza che vi verrà affidato ha la propria storia personale. Probabilmente ha anche qualche parente prossimo con cui imparare a relazionarsi e, ricordate sempre, che la famiglia originaria va sempre rispettata. Si diventa un faro per l’intero nucleo familiare e non solo per il ragazzo.

La nostra avventura è iniziata quattro anni fa, ed è stata una strada veramente in salita. Per iniziare ci è stata affidata una femmina, mentre io prediligo i maschi. A differenza di mio marito non avevo nulla in comune con questa ragazza, neanche una serie su Netflix. Questa ragazza si chiama Alice ed è arrivata da noi dopo un iter lungo con lo psicologo della casa famiglia che ci ha seguito per affidarci il ragazzo più adatto. Alice entrò nelle nostre vite come un temporale estivo, inaspettatamente. Mi sono sempre chiesta, anche scherzando con lo psicologo, come mai dopo tutte quelle sedute alla fine ci era stata assegnata proprio colei che dista anni luce caratterialmente da me. Io e lei siamo come il giorno e la notte, nel vero senso della parola. Lei, come buona parte dei giovani, tende a vivere la notte a rimanere sveglia, e io invece ovviamente la notte ad una certa ora mi addormento.

È stato faticoso entrare in relazione con lei, non solo per le sue ferite da sanare, ma perchè abbiamo dovuto entrare in relazione anche con la madre, figura che giustamente vedeva, almeno all’inizio, me e Andrea come un pericolo, come qualcuno che voleva rubare l’amore della figlia. Non è stato così, anzi il nostro ruolo primario è stato quello di creare un legame sano fra di madre e figlia. Quello di aprire entrambe alla bellezza della vita comunitaria.

Sono stati anni particolari, c’è stata la pandemia che ha reso ancora più difficile l’instaurarsi di un legame. Per la sicurezza e i protocolli sanitari ovviamente noi non potevamo accedere in casa famiglia quindi avevamo come unico mezzo, per stare accanto ad Alice, il telefono. Grazie a lei abbiamo scoperto ancora di più che non è scontato nella vita avere qualcuno che ti scrive un banale buongiorno o semplicemente ti dice buongiorno o ti chiede come stai. Spesso e volentieri c’è chi ha queste fortune e non se ne rende neanche conto. Frequentare la casa famiglia ti porta ancora di più alla consapevolezza che un figlio è un dono da condividere e accompagnare, non da considerare come una proprietà privata. Noi in questo momento stiamo accompagnando Alice nel suo percorso di autonomia, dove rimani a zero passi da lei, quel giusto spazio per tenderle la mano se ne avrà bisogno. Come quando si attraversa un fiume e bisogna camminare sui sassi per giungere all’altra sponda.

Entrare in relazione con i giovani, noi personalmente nel nostro cuore non sentiamo la differenza tra Alice e gli altri ragazzi dell’oratorio, è qualcosa di unico, che non ha prezzo, è la cosa più bella che ci poteva capitare, quindi osate anche voi e non abbiate paura o timore. Alcune volte è vero che ci sono giornate in cui ti senti di aver parlato al vento, giorni in cui ci saranno quei contrasti in cui fai fatica a non pensare ma chi me l ha fatto fare, giorni in cui prepari la tavola e spariscono senza neanche avvisare, giorni in cui ti scrive vi devo parlare è successa una cosa, giorni in cui dovrai mettergli in tasca quel ritaglio di sole nei momenti di tristezza per quel fidanzato idolatrato che ( fortunatamente) l’ha lasciata.

I giovani hanno bisogno di coppie come punti di riferimento per la vita. Hanno bisogno di qualcuno che sia lì ad ascoltare i loro sogni, i loro dubbi, di condividere insieme una semplice pizza margherita. Fatevi avanti e se ne avete voglia vi aspettiamo il prossimo anno in vacanza con noi. A presto!

Vi aspettiamo se volete sul nostro canale Telegram, la pagina Facebook Abramo e Sara e a grande richiesta si è aggiunto il canale WhatsApp.

Simona e Andrea

Per seguire il blog matrimoniocristiano sui social

Giovani Wannabe

Vi avevamo lasciato con l’ultimo articolo dove eravamo con gli zaini pronti per partire per la Baita, per la vacanza comunitaria. Oggi siamo nuovamente a casa a Roma. Che dire indubbiamente è stata una vacanza di cui ne sentivamo il bisogno, non solo per fuggire dalla canicola romana, in Trentino si stava benissimo con le felpe, ma ancor di più per il clima umano.

Io mi sono rilassata alla grande perché ho vissuto la preparazione alla vacanza senza voler sapere nulla, ho voluto l’effetto sorpresa. Non ho voluto sapere con quali famiglie saremmo stati ed ero ignara anche su quale sacerdote ci sarebbe stato. Come ho scritto nel precedente articolo, Lo scorso anno litigai con il nostro padre spirituale, gli dissi davanti a un bel piatto di carbonara: Tu cadi sempre in piedi, tu sei sicuro di tornare alla Baita, noi no. Nella Chiesa si pensa sempre ai ragazzi e mai alle coppie. Fu l’inizio del progetto Abramo e Sara che noi tre abbiamo creato. Ho maturato, soprattutto quest’anno, la consapevolezza che indubbiamente Andrea ed io stiamo bene così, nel senso che anche senza un figlio naturale, abbiamo Alice la nostra figlia affidataria e i ragazzi dell’oratorio che ci riempiono casa. Prima di partire, Alice ci ha spiazzato regalandoci una foto con noi e lei perché, usando le sue parole, siamo una famiglia.

Andrea invece ha vissuto la preparazione alla Baita in una maniera gioiosa, fremeva come se dovesse giocare la sua Roma. La cosa più importante di questa vacanza, come ho scritto all’inizio di questo articolo, è stato il clima di libertà e rispetto reciproco. Quando si è in tanti può capitare qualche disaccordo screzio e invece questa volta no. Andrea indubbiamente era avvantaggiato rispetto a me, perché alcuni di loro erano stati i suoi catechisti di quando era ragazzo. Per me invece è stato diverso, perché erano persone che conoscevo solo indirettamente, per i racconti di Andrea e per i racconti del nostro padre spirituale.

Infatti grazie a questa vacanza ho capito molte cose sia su di me che su Andrea. Per me è stata l’occasione di camminare da sola. Avevo il desiderio di ritagliarmi un momento privato per godermi il lago del Rifugio Nambino, quello stesso lago dove iniziai a capire che la PMA non era la giusta strada per noi. Andrea invece si è goduto l’escursione con i ragazzi. Ho lasciato che Andrea si godesse i ragazzi anche senza di me ed è stata la scelta più giusta, in quanto durante la vacanza mi ha confessato che si anche lui stava sperimentando nel suo cuore la bellezza dell’essere semplicemente solo in due, ma nello stesso tempo, accompagnando quei ragazzi, sperimentava la meraviglia di una paternità pensata appositamente per lui e nel modo più congeniale. Camminare con i ragazzi per i sentieri chiudendo la fila proprio come il buon pastore, che da dietro controlla con lo sguardo il gregge, è questo il senso più vero della paternità che altro non è che mettere in pratica ciò che ha sempre visto fare al nostro padre spirituale.

Ci si dimentica sempre che i figli non sono una nostra proprietà esclusiva, ma sono un dono da condividere e accompagnare per aiutarli a trovare la loro strada. Paternità significa tante cose. Vuol dire anche farsi prossimo di quell’amico in difficoltà, è anche potergli dire io ci sono se ne hai bisogno perché ti vedo stanco. Paternità è giocare con i ragazzi fino alle 2 di notte, ascoltando i loro racconti, i loro sogni e i loro dubbi sul futuro. Paternità è curare i germogli della semina di chi è passato prima di te e ti ha affidato il terreno. Paternità è pensateci voi ai ragazzi perché io non potrò essere sempre fisicamente accanto a loro

Ecco perché noi non abbiamo frequentato nessun corso che ci spiegasse il passaggio da fertilità a fecondità, perché l’abbiamo sperimentato sulla pelle ricevendo l’amore necessario da trasmettere agli altri. Speriamo che le nostre parole siano uno spunto per le altre coppie e per gli altri giovani che ci leggono. Nel prossimo anno è in cantiere una bellissima esperienza di vacanza. Se siete curiosi contattateci in privato sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara. A presto Simona e Andrea . Dimenticavamo il titolo dell’articolo è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che i ragazzi cantavano durante le escursioni.

Portami vicino le cose lontane, portami ad amare le cose mai amate.

Tempo di vacanze per noi significa tempo di vacanza comunitaria. Che sia mare, montagna, lago, collina ma in comunità. Oggi abbiamo deciso di raccontarvi la nostra esperienza personale di vacanza comunitaria. La nostra prima esperienza risale a quando eravamo ancora novelli sposi, era il 2017 e festeggiavamo il nostro primo anniversario. Come regalo abbiamo deciso di provare questa esperienza. Andrea mentalmente era già più preparato di me, perché aveva partecipato a dei campi estivi da ragazzo. Per me era invece tutta una novità, compresa la scelta di andare in montagna. La località prescelta è stata il Trentino, in un paesino vicino Pinzolo dove ci siamo sistemati in una baita che, vedendola per la prima volta, mi ha fatto pensare ad Heidi. C’era addirittura una cappella privata al suo interno.

Quell’anno è stata l’occasione di conoscere ed entrare in relazione con famiglie che non conoscevamo ma che erano state sapientemente riunite, come in un puzzle, dal nostro padre spirituale, in modo che ogni pezzo potesse combaciare perfettamente. Infatti conoscendo pregi e difetti di ognuno, gioie e dolori, il sacerdote era riuscito a creare un clima di pace e serenità e molto divertimento. Si divertimento. Quando si pensa alla vacanza comunitaria organizzata dai membri della parrocchia si pensa sempre che si stia sempre a pregare e invece no. Niente di più lontano.

Ci si rilassa, si riposa e si condivide la quotidianità che è fatta anche di lunghe passeggiate per i sentieri dove possono nascere le più grandi confessioni. Il 2017 è stato l’anno in cui abbiamo iniziato a trovare le tracce del progetto che Dio aveva pensato per il nostro matrimonio e le tracce erano incarnate nei bambini e giovani che erano in vacanza con noi. Siamo entrati in sintonia e in relazione con loro quasi subito, anche se alcuni di loro li abbiamo conosciuti per la prima volta proprio in quei giorni. Sono stati quei legami che, una volta finita la vacanza, abbiamo continuato a tessere nel tempo fino a quando per noi sposi non è arrivata la valanga.

Siamo al 2018 e abbiamo ripetuto l’ esperienza, ma con un altro sacerdote. Sarà che non eravamo molto predisposti, anzi direi molto traballanti nel nostro cuore perché piano piano si stavano manifestando le problematiche che impedivano a me e ad Andrea una gravidanza naturale. Quell’anno e quella vacanza in particolare, hanno rappresentato il mio allontanamento interiore dalla parrocchia prima, e poi anche da Dio. È stata una settimana in cui più passavano i giorni e più mi sentivo come nel film Divergent. Ero una divergente perché non avevo figli e non ero come gli altri che invece avevano figli, tanti dai tre in su. Ho passato alcuni momenti piangendo al telefono con il mio padre spirituale perché volevo tornare a Roma, mi sentivo persa e non ci stavo capendo più nulla. Avevo perso il segnale di Dio.

La provvidenza ha voluto che, mentre ero lì, mi arrivò un messaggio dove mi avvisavano che il sacerdote incaricato dal Papa di occuparsi della Misericordia era stato assegnato a due passi da casa nostra. Leggendo ciò mi sono detta che una volta rientrata a Roma sarei andata da don Giacomo Pavanello, sicura che lui avrebbe capito. E così è stato.

Quest’anno, dopo anni rivivremo l’esperienza di una vacanza comunitaria, nello stesso posto e nella stessa baita. Sarà emozionante. Io già piango di gioia. Quello che ci sentiamo di suggerire alle coppie è di vivere queste esperienze con animo sereno. Io, come vi ho raccontato, ero ferma nel mio dolore, ero posseduta dal mio dolore e quando si è fermi e impantanati si corre il rischio di uscire fuori sentiero e farsi molto male. Sapevo prima di partire che ovviamente non poteva esserci la stessa tipologia di vacanza perché i carismi sono diversi tra i sacerdoti. Ciò che conta è il nostro cuore che deve essere libero e predisposto a passare la porta stretta. Quando sei fermo nel dolore è vero che soffri anche nel sentire il semplice pianto di un neonato, provi una particolare invidia al cuore nel vedere passeggini da montagna che tu avevi già messo nella lista preferenze su Amazon, ti dà dispiacere vedere famiglie sui pedalò, ma è un dolore che va superato. E credetemi si supera.

Spesso ci scrivete per sapere quali sono i corsi che abbiamo frequentato per arrivare ad essere come siamo. La risposta che spesso vi diamo, e magari vi deludiamo, è semplicemente nessuno. Il corso è stata la vita stessa, la nostra e di chi ci sta accanto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare un amorevole prete di quartiere divenuto il nostro padre spirituale che è cresciuto insieme a noi, soffrendo e gioendo, che ha visto come un ecografo in festa possa tramutarsi in un sepolcro, che ha vissuto insieme a noi il nostro passaggio da coppia fertile a feconda e che ora ci vede pronti a passare la palla a voi coppie che siete famiglie da accompagnare per scoprire la vostra vocazione matrimoniale.

Hanno avuto un ruolo importante anche gli amici fidati che ci hanno concesso il tempo di far cicatrizzare la ferita perché io non volevo frequentare amici con bambini. Ho un lavoro che ruota intorno al mondo dei bambini ed è comprensibile che in alcuni momenti ho bisogno di tuffarmi nelle serate di chiacchiere con i nostri ragazzi adolescenti e universitari . La necessità di staccare e anche creare una barriera con le emozioni, ma sempre senza congelare il cuore. Mi ha aiutato in questo il servizio in Croce Rossa e poi perché ovviamente mi ero anche decisa a prestare servizio in una Casa Famiglia dove devi accogliere il dolore sotto ogni forma fisica e mentale. Li di domande da porre a Dio ce ne sono state diverse, basta pensare agli ultimi fatti di cronaca . Quella degli amici è stata una vicinanza rispettosa, perché chi ti vuole veramente bene ti capisce e ti rispetta, anche perché sa che tornerai quella di un tempo.

Una figura che nel tempo è diventata un riferimento a cui volgere lo sguardo è stata indubbiamente Maria, chi meglio di lei non ha abitato il dolore? Lei c’è stata e ha attraversato la porta stretta. Ha vissuto per Cristo, con Cristo e in Cristo. A presto. Nel prossimo vi racconteremo la seconda parte ossia come abbiamo vissuto la Baita da coppia pienamente rinata e felice di essere una famiglia non di serie B ma una piccola famiglia ampliata . Vi aspettiamo se volete nel nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Simona e Andrea

Come passare la palla a Dio

Oggi abbiamo pensato di rispondere alla domanda che ci è stata posta sotto al nostro precedente articolo. Indubbiamente questa è la nostra esperienza personale, ma magari qualcuno può trarre qualche spunto per se stesso. Noi abbiamo imparato a passare la palla a Dio nel momento stesso in cui siamo arrivati alla consapevolezza che Lui è un Maestro nel fare canestro e quindi ci siamo fidati. Durante gli allenamenti di basket c’è un esercizio che consiste nel passarsi la palla ed ad aiutarsi ad andare al tiro, come fosse un gioco a due sotto lo sguardo dell’allenatore. Come lo è nel campo di basket dell’oratorio lo è nella vita. Come allenarsi a giocare nel campo della vita e della coppia? Prima di tutto imparando a pronunciare la parola Padre. Spesso ci si dimentica che abbiamo un Padre che ci rende fratelli tutti, e se sei figlio unico tuo Padre sa bene che hai bisogno di fratelli con cui condividere la tua vita e all’occorrenza te li farà trovare sul tuo campo, nella tua squadra.

In campo si possono trovare avversari molto agguerriti, di quelli pronti a riempirti di gomitate pur di non mandarti a tiro. A noi è successo. Quando ho scoperto di avere una patologia che non solo era incompatibile con una gravidanza, ma comportava determinati cambiamenti nella mia vita ho avuto bisogno di fermarmi. Ho dovuto per forza di cose chiedere un cambio. Mi sono messa in panchina. A nessun marito piace vedere una moglie in panchina, ma è proprio lì che esce il meglio che non ti aspetti da chi hai sposato, anche se lo conosci da quando sei adolescente come io conosco Andrea.

Avere a che fare con una patologia che ti impone di stravolgere le tue piccole e semplici abitudini è stato un qualcosa che mi ha avvicinato molto più di prima alla preghiera. Mi ha consentito di assaporare e di sentire ancora di più dentro me il Tempo di Dio. Non appena ho scoperto la mia malattia, una delle prime cose che ho fatto è stata salire sul treno per Assisi. Lì dove è sepolto Carlo Acutis. Uno dei miei rifugi personali è Assisi, mi piace moltissimo andarci anche da sola. Arrivai lì, con nel cuore la domanda che mi aveva fatto il mio padre spirituale: e dove sta Dio nella tua malattia? Come la stai vivendo con Lui? Io gli risposi: ora non ti so proprio dire dove sta Dio nella mia malattia quando lo trovo te lo dico.

Arrivata alla Chiesa della Spogliazione, mi misi davanti alla tomba di Carlo. Mi piace sostare molto tempo in quel luogo, come quando vado a trovare un amico. Lì ce l’ho fatta, ho scelto di accogliere la patologia che mi è stata diagnosticata. Carlo sapeva che doveva morire e ce lo ricorda proprio lui, in un video (reperibile su Youtube), dove afferma con la pace nel cuore: sono destinato a morire. Ho imparato, dalla storia di Carlo, che Fede e Scienza devono andare sempre a braccetto e che non sono in contrapposizione. Nella nostra famiglia il tema della morte è stato affrontato e vissuto ancora prima che il mondo avesse paura del Covid. La patologia che mi ha colpito all’utero, in abbinamento ad altre patologie, in caso di gravidanza avrebbe comportato proprio questo, non solo un rischio enorme per il bambino, ma anche una probabilità elevata di mio marito di ritrovarsi senza moglie.

Quindi mettersi in panchina e affidare la palla a Dio è stato proprio questo: un passaggio essenziale e cruciale per fare canestro nella nostra vita. Perché si vive per Cristo con Cristo e in Cristo. Sia come singoli che come coppia di sposi. Passare la palla Dio vuol dire non solo affidarsi a Lui ma anche alle persone che ci sono accanto, quegli amici e fratelli fidati che Dio ci dona per rendere più allegra e gioiosa anche la sofferenza. Quante volte ho dovuto chiedere ai ragazzi di venire qui a casa che ero sola e non mi sentivo bene. Mi sono sentita come Lazzaro, quasi morta per tre giorni.

Quante volte ho chiesto loro di accompagnarmi a fare le analisi? Ed è stato proprio in quei momenti che in me c’è stato il passaggio naturale dall’idea fertilità a quella di fecondità. Perché mi sono, ci siamo resi conto, che un legame unico e importante può nascere anche se i bambini e i ragazzi non li abbiamo partoriti noi. Quindi, care coppie, quello che ci sentiamo di consigliarvi è di non chiudervi mai troppo specie nei momenti di dolore, ma di trovare sempre la vostra sentinella del mattino che vi indica la strada per vivere il vostro matrimonio e la vostra vita con Dio in allegria, anche nel tratto di strada dove c’è la malattia. Dio è già con voi da quando vi ha scelti per andare all’altare, solo che spesso gli piace giocare a nascondino. Non lo dimenticate mai. Lui c’è sempre.

E cosa importante, quando ne sentite la necessità e non ve la sentite di recarvi in chiesa, alzate il telefono e fatevi mandare un sacerdote e se lui stesso non può un ministro straordinario dell’Eucarestia. Quel nutrimento non può mancare. A presto.

Simona e Andrea. Vi aspettiamo sempre se volete sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Se passi la palla a Dio puoi fare canestro con la tua vita.

Quest’anno per la Perdonanza Assisiana abbiamo fatto qualcosa di alternativo, non ci siamo recati ad Assisi ma abbiamo optato per un cammino per la via Francigena made in Roma. La Perdonanza racchiude in sé almeno per quanto ci riguarda le gioie e i dolori di un intero anno e ho sentito l’esigenza di camminare con lo zaino in spalla qui a due passi da casa nostra, iniziando proprio con una messa nella Parrocchia di San Tarcisio (che tra l’altro è francescana).

Lo scorso anno, di questi giorni, durante una cena con il nostro padre spirituale, nacque il progetto Abramo e Sara e, mentre camminavamo, è stato bello ricordare e perdonarsi i nodi interiori accumulati. È stato piacevole ripensare a come io e Andrea ci siamo perdonati le nostre vicendevoli mancanze. Sì, la Perdonanza per noi rappresenta questo, rappresenta il riconoscere i nostri limiti e farne tesoro. Io ad esempio ho sempre combattuto il nodo del tempo, quel tempo che mi è mancato per avere un figlio biologico. La parrocchia di origine di Andrea ha collocata all’entrata una lapide con scritto “Facemo bene adesso ch’avemo tempo“, e quella stessa frase è stampata sulle magliette della squadra di calcetto. Lavando le magliette io mi sono sempre chiesta che cosa avesse capito Andrea, perché spesso le nostre discussioni sono legate al tempo. Spesso e volentieri sorridendo gli dico che secondo me l’adesso di quella frase è stata da lui interpretato in malo modo, altrimenti non si spiegherebbe il perché della sua poca organizzazione. C’è da dire che io, invece, sono amante delle organizzazione. Possono accadere imprevisti, ma la progettualità alla base ci deve sempre essere.

Io sono quella che a capodanno già prenota per ferragosto, per farvi capire come sono fatta. Indubbiamente in questo ho preso moltissimo da mio padre. Ecco perché, nel momento stesso in cui ho comunicato ad Andrea che ahimè erano sorte difficoltà per una gravidanza, ho trovato un sentiero aggrovigliato nel suo cuore e nelle sue orecchie. Una donna è ben consapevole che esiste un tempo biologico, che più rimandi e più rischi, invece Andrea si è beccato una secchiata di ghiaccio in testa perché finalmente aveva compreso l’importanza della parola adesso. Ricordo che in quei momenti è stato fondamentale avere accanto una delle colonne della mia vita, la mia migliore amica, colei che mi tiene la mano dai tempi dell’asilo, nonché la mia testimone di nozze. Fortunatamente è oltretutto medico. E’ lei che si è presa il compito di parlare con Andrea per spiegargli la patologia che mi avevano diagnosticato.

Questi ultimi anni sono stati i più importanti per il nostro matrimonio, ma anche prima di tutto per noi stessi. Si dice spesso che gli uomini non soffrano o dimostrino poco i loro sentimenti, ecco Andrea è molto San Giuseppe. Non a caso io adoro San Giuseppe. San Giuseppe viveva la sua vita, il suo lavoro, amava Maria e poi ad un certo punto si è visto stravolgere i piani. Chi meglio di San Giuseppe riesce a capire una coppia di sposi che si è ritrovata con un piano stravolto? Quindi care donne state tranquille, magari non lo esternano, ma anche i mariti soffrono, nel caso nostro è stato importante il nostro padre spirituale, una figura su cui Andrea sapeva di poter contare. Anche per una semplice birretta e pizza insieme o un semplice passaggio in auto, o anche semplicemente stare accanto in silenzio perché un semplice sguardo e una pacca sulla spalla vogliono dire molto. Sono gesti importanti che forse la Pandemia ha reso ancora più preziosi. La presenza.

È stato grazie alla sua amicizia fraterna che Andrea ha potuto vedere nella realtà come si passa dall’essere fertili a fecondi. Chi è quel marito che non sognava di portare un figlio allo stadio? O al bowling, a costruire castelli di sabbia, a pagaiare in canoa, a silenziare la chat WhatsApp della classe, ma San Giuseppe ci ricorda che, nel silenzio del nostro cuore, tale amore rimane sempre ed è sempre vivo. Nel silenzio di un cammino si scopre e si ritrova proprio questo. Si scopre che amiamo nostro marito e che anche se abbiamo finito la scorta di acqua da bere, sentiamo che non ci sta mancando nulla. Abbiamo l’amato accanto, abbiamo il nostro tabernacolo portatile e personale (il nostro matrimonio), colui che abbiamo curato e accudito nei giorni di Pandemia in cui le chiese erano chiuse. Il progetto Abramo e Sara è nato anche per questo: per ricordare alle coppie di sposi che spesso basta anche una semplice camminata per concedersi del tempo per ritrovarsi. Come dice don Fabio Rosini “sto esistendo“. Già dentro quel “sto esistendo” c’è il tempo di Dio. Quel tempo che ha disegnato con i granelli di sabbia della sua clessidra solo per noi.

Ad ognuno di noi concede il tempo per amare, lavorare, riposare, e ognuno di noi vive nel suo tempo perfetto, non esiste il portale del multiverso e Dio non è Doctor Strange che ti fornisce l’ occasione di poter recuperare quello che secondo te hai perso del tuo tempo. No, il tuo tempo è qui, è ora, è nell’adesso che ti è stato messo davanti a te. Non è nei se, nei ma, nei vediamo, nei non so o nei forse. Il tuo tempo da vivere è nel tuo presente e nel nostro presente c’è un sentiero che porta alla serenità di una riconciliazione con Dio, perché l’impresa più grande è perdonare sè stessi, ma ancora più bello è poter dire: nonostante tutto siamo ancora insieme.

Ricordatevi che siete sempre una squadra, voi due e Dio e le persone che vi mette accanto, passate a Dio la palla dei vostri risentimenti, nervosismi,dolori prima fra tutte la malattia. Lui può plasmare la palla e fare un magnifico canestro con la vostra vita. A presto!

Simona e Andrea se volete vi aspettiamo nel nostro canale Telegram e alla pagina Facebook Abramo e Sara.

Buongiorno Vita

Oggi con questo articolo cercheremo di raccontarvi chi sono i nostri ragazzi sul divano (ne abbiamo accennato nei precedenti articoli) e la loro importanza in alcuni momenti cruciali della nostra vita. Come sapete, noi siamo tra le famiglie di sostegno per alcuni ragazzi adolescenti di una casa famiglia. Chi ci ha guidato per mano verso questo percorso sono stati proprio i nostri ragazzi sul divano, ossia i figli di alcune coppie che abbiamo conosciuto durante il corso prematrimoniale, quando ancora c’erano occasioni per stare insieme come gite o cineforum, insomma un mondo prepandemia.

Li chiamiamo amorevolmente nostri perché quando c’è stato il cambio parrocchiale, e il nostro don è andato via, ci siamo sentiti tutti abbastanza profughi di Amore e Dialogo. Io, che ero appena entrata in una realtà parrocchiale, onestamente non capivo perché piangessero tutti. in fondo San Basilio ovvero la comunità che accoglieva il nostro sacerdote era a solo a mezz’ora da qui. Lì iniziai a conoscere la parola lutto comunitario. Eh sì è stato uno tsunami di emozioni, io ricordo che non volevo partire in viaggio di nozze (ci siamo sposati in quel periodo) perché vedevo i ragazzi piangere e non volevo lasciarli soli.

Alla fine partimmo e proprio durante il viaggio di nozze si è cementato il legame con i nostri ragazzi. Ogni mattina iniziava con un messaggio: Buongiorno Vita. Un legame che è fatto di presenza, di ascolto, di amore, un filo indissolubile che niente e nessuno potrà mai tagliare perché è legato a Cristo. Chi ci prova trova una difficoltà estrema a cercare di tagliare quel filo. I ragazzi sono stati i primi a vedere nascere la nostra piccola famiglia ampliata e sono stati anche i primi a sperimentare la sofferenza nel vederci nel dolore. Ci hanno visto gioire il giorno del matrimonio e ci hanno visto cadere, rialzarci, nuovamente cadere e trovare la forza di rialzarci di nuovo. Sono una presenza viva e costante nella nostra vita, hanno gli occhi desiderosi di vita e di cose reali e concrete. Sono i primi a guardarti negli occhi e a scrutare quella luce che gli dà conferma che si va tutto bene. Ma hanno visto anche e conosciuto lo sguardo della sofferenza, lo sguardo di quando hai pianto troppo, lo sguardo di quando “sei sicura che hai mangiato, sei dimagrita non hai più le ganciotte“, lo sguardo di quando gioisci per la prima laurea di uno di loro, lo sguardo di quando “dai che sei brava l’ esame lo superi” , lo sguardo di chi li segue da lontano sapendo che è impossibile salvarli dai pericoli del mondo.

Sono i ragazzi che scelgono chi sarà la loro guida, e in tempo di riunioni e programmazioni pastorali è bene tenerlo a mente. Casa nostra è il loro rifugio personale, e il più delle volte il nostro divano è diventato un confessionale. Negli ultimi periodi ci siamo evoluti anche nella versione cineforum con pop corn. È bello condividere la nostra vita con loro, perché onestamente ci sono stati momenti in cui la motivazione ad iniziare la giornata era solo per loro. Hanno vissuto ciò che prova una coppia di sposi a ritrovarsi ad osservare un ecografo in festa che poi si tramuta in un sepolcro vuoto, un sepolcro vuoto ma abitato da una patologia che rende il terreno friabile instabile e non idoneo per una vita, hanno vissuto lo smarrimento nella fede nelle mie domande come Maria distrutta fuori dal Sepolcro “Dove è il mio Signore?“. E sono stati loro a farmi scoprire che si può essere mamma anche senza averli sentiti scalciare nella pancia.

Indubbiamente mi chiederò sempre cosa si prova ad avere una vita che cresce dentro di te, ma onestamente ho imparato a godermi la parte migliore, ho imparato a selezionare le cose migliori da poter trasmettere a loro come quando devi scegliere cosa mangiare per non fare male al bambino che sta crescendo, ho imparato a godermi il sole sulla pelle, ho imparato a non correre dietro a ritmi non miei, ho imparato ad ascoltarmi, ho imparato a ritirare fuori le mie passioni rimaste chiuse in un cassetto e il progetto Abramo e Sara è nato proprio per loro.

Ognuno di loro ne fa parte, la locandina è stata creata da Claudia, che ha la passione per l’arte e la bellezza, c’è poi Gabriele, che non vede l’ora di occuparsi del profilo Instagram se solo io mi ricordassi la password, c’è Maria e tantissimi altri e infine c’è Alice. Lei è l’incarnazione del filo indissolubile che si crea quando realizzi che un figlio è un dono di Dio. Noi avevamo chiesto durante una preghiera “che ci mandi Alice?” Alice è arrivata, nel modo più inaspettato per noi ma più congeniale a Dio. Era comodamente seduta su un divano in casa famiglia. Ora è comodamente seduta nel nostro divano di casa della nostra piccola famiglia ampliata. Questi sono i passi che noi abbiamo compiuto fino a qui e ci sentiamo di consigliarvi, anche se siete nel dolore, di passare attraverso la porta stretta, di viverlo perché nella coppia è un lutto vero, ma nello stesso tempo di non chiudervi troppo. Cercate di alzare lo sguardo e magari potreste rendervi conto che essere una famiglia senza figli può essere un dono per una famiglia che magari li ha, ma ha difficoltà a seguirli, magari capita che il papà lavora fuori città e la mamma è sola con i bambini, o magari semplicemente c’è chi ha bisogno di andare a messa solo con il marito.

Io per prima mi occupo di tre fratelli e Dio solo sa cosa ho provato a tenere il più piccolo in braccio appena nato e Dio solo sa i pianti che mi sono fatta e soprattutto le domande, ma se avessi dato ascolto solo al mio dolore mi sarei persa tantissime cose e invece ho vissuto la prima febbre, i primi passi, i primi dentini, gli aerosol fino a giugno, i jeans sporchi di omogenizzati, il passeggino della Chicco che per chiuderlo ho dovuto vedere un video su YouTube. La vita è un soffio e da quel soffio rinasce la vita. Siamo stati tutti creati per amore e creati per amare e siamo tutti una famiglia di famiglie.

Simona e Andrea.

La Montagna maestra di vita.

In questi giorni di riposo dedicati alla nostra piccola famiglia ampliata ci sono arrivati alcuni messaggi dove ci è stato chiesto di parlare di un argomento privato, a tratti scomodo, ma che esiste e che a nostro parere coinvolge tutta la comunità parrocchiale: I PROTOCOLLI SANITARI. Intraprendere il percorso per la ricerca delle cause mediche che impediscono l’arrivo di un figlio per via naturale significa seguire dei protocolli sanitari che noi abbiamo ribattezzato, essendoci rivolti al Gemelli: gli Hunger games al Policlinico Gemelli.

Cercherò di raccontarli nella maniera più semplice possibile per arrivare a chi in questo momento sta leggendo, si trova nella situazione di dover affrontare questa difficoltà, si sente solo e abbandonato e in ansia per le spese mediche da sostenere. Noi abbiamo iniziato l’iter per la ricerca della causa nei tempi previsti, di solito i medici concedono un anno e mezzo per verificare se ci siano reali problematiche al concepimento naturale, dopodichè autorizzano delle analisi approfondite. Nel mio caso, avendo già altre patologie, non si trattava più di comunicare solamente con il reparto di ginecologia, ma dovevano coordinarsi con diverse altre figure come il diabetologo e la nutrizionista. Si è formato un unico staff che io, ad un certo punto, ho soprannominato gli Avengers. La ricerca della gravidanza per noi non è stata una passeggiata in collina ma bensì la scalata di una montagna. Come è utile in montagna per noi è stato importante avere accanto persone che dividessero la nostra fatica, la nostra frustrazione, il nostro sconforto, e anche il nostro dolore. Tanto dolore. Parlo di dolore perché ad ogni passo compiuto corrispondeva un grembo vuoto, e più il grembo rimaneva vuoto e più aumentava il buio dentro e aumentava anche il peso sulle spalle dello zaino dei nostri sogni e desideri, Desideravamo ardentemente di avere un giorno un figlio da poter portare con noi a Santiago. Infatti con gli amici più stretti era soprannominato Santiago perché evidentemente questo figlio tanto atteso stava facendo il cammino nella tratta più lunga.

Durante la salita è importante avere dietro persone che si accorgono che stai poggiando il piede su una roccia che è posizionata in un punto friabile e puoi farti del male. A me è successo di cadere. Sono caduta nel momento stesso in cui tra le analisi da fare ce ne è una che già dal nome mette paura “isterosalpingografia” o meglio conosciuta come ” lavaggio delle tube”. In piena fase di Pandemia dove c’era chi piangeva per un tampone al naso io avrei dovuto sostenere un esame invasivo senza anestesia con la precisazione che “non facciamo l’ anestesia perché potremmo ledere gli organi interni“. Io quel giorno mi sono sentita una fallita perché, per il troppo dolore, non sono riuscita a portare a termine l’esame, non solo, mentre ero sul lettino dell’ospedale avevo anche addosso come un peso il pensiero di Andrea che era da solo nel piazzale dell’ ospedale che aspettava che io uscissi e avevo il timore che poteva contagiarsi di Covid.

I giorni seguenti sembrava che dentro casa ci fosse stata una valanga. Seguire i protocolli che conducono un passo alla volta alla PMA, considerando anche la mia età vicina ai 44 , è un gioco al massacro, almeno per noi è stato così. Tensione, stanchezza, amarezza, perché più andavamo avanti e più c’erano analisi del sangue da fare alla ricerca di chissà cosa. Noi fortunatamente abbiamo avuto accanto persone che ci hanno aiutato non solo moralmente ma anche concretamente, perché ahimè spesso ci si dimentica che una famiglia va sostenuta nella ricerca di un figlio, ci si dimentica del prezzo di banali analisi del sangue o di tutti gli integratori da assumere che, fatalità, difficilmente vengono passati dalla Asl. Anche per questo motivo il Progetto Abramo e Sara è nato.

Noi come ben sapete ci siamo fermati perché la montagna è maestra di vita ed è stato molto più importante fermarsi e guardare il panorama da lì, dove siamo giunti con il nostro percorso. Andare avanti sarebbe stato distruttivo per il nostro matrimonio perché non saremmo stati più noi, stavamo perdendo la nostra unione e avremmo perso quello che già avevamo ossia i nostri ragazzi sul divano. Di grande aiuto è stato avere accanto una ginecologa che per prima ci ha ricordato, perché lo crede, che un figlio è un dono di Dio anzi come dice spesso “per me aiutare le persone a partorire e avere tra le mani una vita è una Grazia di Dio“.

Ebbene sì nel nostro cammino io sono andata a cercare con il lanternino qualcuno che la pensasse come me, che fosse nel momento opportuno in grado di dirmi le parole giuste. La provvidenza ha voluto che io conoscessi la mia ginecologa proprio in parrocchia quando ancora esistevano i gruppi coppie nella nostra parrocchia di origine. La comunità parrocchiale è importante per questo e riveste un ruolo rilevante soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le famiglie per divenire una famiglia di famiglie. È stato anche pensando al futuro dei nostri ragazzi che è nato il progetto Abramo e Sara, perché onestamente non vorrei mai che soffrissero come abbiamo sofferto noi. Viviamo un periodo in cui tutto, sotto i nostri piedi, sembra instabile, c’è paura per il futuro, ma non si può vivere con il freno a mano tirato, non fatevi mai rubare la Speranza di essere genitori. Noi abbiamo sperimentato che si può essere genitori in diversi modi, frequentando anche un corso dedicato a famiglie di sostegno per una casa famiglia di un nostro amico sacerdote, dove vengono accolti ragazzi adolescenti. Credetemi divenire una famiglia per un ragazzo è stata la cosa più bella perché quel giorno le promesse matrimoniali dicevano “accoglierete i figli che il signore vorrà donarvi“. Io e Andrea ci sentiamo di consigliarvi nei momenti di sconforto di riflettere e durante l’ adorazione farGli proprio questa richiesta: aiutami a vedere le cose che non vedo. Magari se non vi sentite di entrare in chiesa, perché esistono quei momenti li ho vissuti, ascoltate Ultimo, in particolare la canzone Ti dedico il silenzio, ci sono delle parole che a me hanno aiutato.

Simona e Andrea

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.”

Il passo del vangelo di oggi Matteo 10, 7-15 racchiude in sé il progetto che Dio aveva sognato per la nostra vita e per il nostro matrimonio. La nascita del Progetto Abramo e Sara, che abbiamo attivato da un anno, è nato proprio leggendo questa Parola. Io e Andrea, come saprete se avete già letto qualche nostro articolo, non abbiamo figli, e proprio l’aver vissuto questo dolore ci ha portato a creare il nostro progetto, che altro non è che la scelta di accompagnare le coppie che vivono il passaggio dalla fertilità alla fecondità.

Come ci è venuto in mente? Semplicemente ci siamo resi conto che attualmente nei corsi prematrimoniali la parte del chissà cosa accade dopo il viaggio di nozze non è minimamente trattata, è come se si dia per scontato che si torna in 3 dal viaggio di nozze. Si arriva all’altare pronti per il sì, ma poco preparati per il dopo. Soprattutto quando i figli non arrivano. Noi abbiamo trovato molte difficoltà nell’inserirci in un cammino comunitario, in quanto buona parte delle attività parrocchiali sono indirizzate alle famiglie con figli e, credetemi, se sei nel dolore e lo stai attraversando in quel momento non hai molta voglia di partecipare a feste di carnevale, a Grest, a un mondo che ruota attorno a famiglie numerose i cui argomenti primari sono le gesta dei figli, perché di solito capita così.

Fortunatamente poi esistono anche le eccezioni e si riesce a trovare ambienti che ti permettono di vivere il tuo dolore e aiutarti a vedere sbocciare fiori che non ti aspettavi. Noi abbiamo deciso di rimettere in circolo tutto il nostro amore che ci è stato donato e un anno fa durante una cena insieme al nostro padre spirituale è nato questo progetto. Sentiamo che la nostra missione è stare accanto a chi è nel dolore e, come è stato per noi, si è allontanato dalla parrocchia e dalla Chiesa, per aiutarlo a ritornare a vivere la bellezza di un cammino comunitario. Sappiamo cosa vuol dire quando si è nel dolore vedersi circondati di futuri papà e future mamme. Ad esempio le vacanze sono uno dei periodi più stressanti perché dopo aver atteso la fine di un anno pastorale pensi ecco adesso finalmente si dedicheranno anche a noi coppie di sposi, e di solito non succede. Da questa mancanza di attenzione e sensibilità è nato Abramo e Sara.

Noi fortunatamente abbiamo incontrato chi ci è rimasto accanto e ora siamo al servizio per aiutare voi sposi fino alla fine, come canta Arisa nella canzone Controvento, che ci ha accompagnato in questi anni: io sono qui per ascoltare un sogno non parlerò se non ne avrai bisogno ma ci sarò perché così mi sento accanto a te viaggiando controvento risolverò magari poco o niente ma ci sarò e questo è l’importante acqua sarò che spegnerò un momento accanto a te viaggiando controvento.

Ora indubbiamente in un articolo non si possono zippare sei anni di noi ma, se avete voglia, potete ascoltare il poadcast dell’intervista che abbiamo rilasciato il 3 giugno per il programma Interviste a coppie cristiane di Radio Maria, dove scoprirete anche l’evoluzione di questo progetto per il nuovo anno pastorale. Vi aspettiamo e ci rincontreremo nel prossimo articolo dove vi racconteremo la bellezza dell’esperienza di una vacanza comunitaria che nuovamente rivivremo dopo anni difficili.

Buone vacanze. Simona e Andrea.

Care Famiglie, vi invito a proseguire il cammino ascoltando il Padre che vi chiama: fatevi missionarie per le vie del mondo!

Scrivo questo articolo il Lunedì successivo ad una settimana particolarmente intensa, non solo per i 40 gradi, ma per il calore vissuto in una Roma che non vedeva così tanti fedeli per le vie della città da molto tempo. Sabato in piazza San Pietro eravamo tantissimi, da ogni parte del mondo, per dire Grazie e per condividere la gioia e le difficoltà quotidiane di essere Famiglia. Sono proprio quelle difficoltà che rendono un matrimonio un viaggio unico e inimitabile.

Noi abbiamo vissuto la preparazione al Sinodo in una maniera particolare. Dio ci ha condotto per mano. Abbiamo iniziato dal Santuario delle Tre fontane un anno fa, per poi proseguire durante tutto l’anno mettendo radici nella nostra comunità parrocchiale, dove abbiamo seguito un corso per giovani coppie di sposi. Tutto questo è stato provvidenziale in quanto sabato pomeriggio ascoltando l’ omelia del Papa ho avuto modo di rivivere tutto il nostro percorso che ci ha portato ad essere lì in piazza San Pietro.

La Dioincidenza ha voluto che mi ritrovassi seduta accanto proprio alle suore del Santuario delle Tre fontane. Ascoltare le parole di Papa Francesco è stato come rivivere la nostra chiamata, è stato rivedere i volti che abbiamo incontrato durante questo anno di preparazione, è stato divertente sentire i suoi ammonimenti verso le mamme iperprotettive, credo che abbiamo tutti una suocera che è Miss Vaporella, ma ciò che mi è rimasto nel cuore e che ho condiviso come messaggio importante verso i nostri giovani, soprattutto in questo periodo di scelte pastorali per la nuova stagione, è indubbiamente il consiglio paterno di buttarsi, di prendere il largo di osare nuove vie di evangelizzazione per aiutare sempre più persone ad avvicinarsi a Dio a non rimanere chiusi nei circoli viziosi del “si è sempre fatto così.

Io per prima avevo paura del matrimonio, mi metteva ansia la sensazione della “porta chiusa”, avevo paura del per sempre. Avevo paura di varcare la soglia della chiesa per il mio matrimonio, un po’ come al liceo quando non vuoi entrare a scuola. Ci sono riuscita perché all’altare avevo i ragazzi come ministranti e il mio sguardo era fisso su uno di loro. Il Sinodo è servito proprio a questo a rivivere tali gioie e paure, con la consapevolezza che siamo veramente una famiglia di famiglie e che solo facendo rete tra di noi si possono superare le difficolta’della vita matrimoniale e non solo.

Quando il Papa ha poi ricordato che non si deve mollare nelle difficoltà, che non si torna da mamma, li ho risentito nelle orecchie il mio padre spirituale quando mi urlò per telefono: “sono contrario a questo divorzio se volete fare come fanno gli altri che mollano alla prima difficoltà fatelo ma io sparisco perché in voi due c’è amore vi amate anche se ora non lo vedi“.

È veramente come ci esorta il Papa ad essere famiglie missionarie, a creare quei legami indissolubili che neanche un lockdown potrà mai separare. Dobbiamo essere le sentinelle del mattino per la nostra famiglia e per le persone che incontreremo nella nostra vita. Dobbiamo vivere prendendoci cura di ognuno di noi, come quando viviamo l’esperienza della vacanza comunitaria. Sinodo per noi è andare incontro all’altro, è tendere quella mano nei momenti bui della nostra vita, è quel eccomi pronunciato come il giorno del matrimonio, è andare a bussare alla porta di chi per dolore per incomprensioni non si vede più da tempo seduto in Chiesa, è cercare di andare incontro alle esigenze quotidiane delle famiglie numerose, anche semplicemente nel condividere la spesa, è Sinodo, è Famiglia. Sinodo è quello sguardo al Cielo, quando per troppo tempo si è guardato solo in basso e nella direzione sbagliata. Sinodo è quel nodo fatto in cordata mentre si scala una montagna, si cammina insieme a passo lento e costante. Buon cammino a tutte le Famiglie.

Simona Arcidiacono

Dio ci vuole originali e non fotocopie

Il vangelo di ieri, che ci ha ricordato la nascita di San Giovanni Battista, mi ha fatto pensare a come fin dalla pancia della madre, Giovanni sia stato originale. Elisabetta ,sua madre, ha stravolto fin dall’inizio gli schemi e le abitudini del tempo scegliendo il nome Giovanni, un nome che non era familiare.

Una madre che ci dà già un esempio importante, che ci ricorda che siamo Figli di Dio a prescindere da quale nome viene scelto, da chi siamo e da dove nasciamo. Giovanni era un predestinato, scelto per compiere meraviglie anche grazie alla scoperta della sua originalità. Chi, se non lui, avrebbe potuto salutare festosamente Maria, che si era recata in visita ad Elisabetta, sussultando di gioia fin da dentro la pancia di sua madre?

Credo che anche ai giorni nostri tali eventi siano una rarità. Ma ci sono. Persone che vivono in modo davvero originale. Quando penso alla vita di Giovanni Battista, il mio pensiero va anche a Carlo Acutis, collegati tra loro, da una linea invisibile legata a Dio, espressa da una vita vissuta autenticamente. Il primo ci ha guidato nei passi del Battesimo e il secondo ci ha accompagnati all’Eucarestia. Giovanni ha speso una vita dedicata all’amore espresso attraverso la fedeltà alla verità. Amore vero. Una scelta radicale che gli è costata la testa. Carlo una vita spesa nell’amare chiunque incontrasse nella sua quotidianità. Entrambi innamorati di Colui che per primo ci ha amati e creati. Creati per amore e creati per amare. Giovanni aveva intuito che per essere dei discepoli dobbiamo battezzarci, immergerci per rinascere a vita nuova, una vita che ci fa fratelli tutti. Carlo ci insegna invece che siamo tutti chiamati a renderci evangelizzatori nella nostra quotidianità partendo anche da piccoli gesti d’amore come prenderci cura delle persone più fragili e deboli, persone sole, persone magari che per timidezza non riescono a chiedere aiuto.

Io ho scoperto la Carità grazie al mio padre spirituale che dopo una confessione mi diede il compito di svolgere servizi di carità. Iniziai proprio come faceva Carlo, preparando i pasti per i senza tetto, servizio che poi ho continuato a svolgere per la Croce Rossa. È un qualcosa che ti dà tanto perché in quel momento vedi concretizzarsi nella vita reale la frase di Carlo “Più Dio e meno io“. Compiere servizi di carità mi ha fatto bene e continua a farmi stare bene, perché più entri in relazione con le persone che Dio ti permette di incontrare, e più trovi sollievo per le tue ferite. Non solo, diventa uno scambio reciproco di Amore e Ascolto. Prendersi cura dei più deboli è paragonabile al preparare la mangiatoia per dare accoglienza alla Famiglia di Nazareth nel momento del bisogno. Gesù stesso non ha mai voluto nulla per sé, la strada era il suo habitat ed era un pellegrino insieme a sua madre e ai suoi amici.

Ho avuto la fortuna di sperimentare questo nel servizio di evangelizzazione rivolto ai giovani grazie alla comunità di Nuovi Orizzonti, ed è bellissimo stare lì ad ascoltare i racconti dei ragazzi, condividere la merenda insieme a loro e aiutarci a scoprire la parte più bella e nascosta di ognuno di noi. La parte più originale di noi stessi. Carlo aveva capito che non solo era importante il Battesimo, ma occorreva nutrirsi alla fonte dell’amore vero che ci rende originali: l’Eucaristia. Sostare davanti al Santissimo e partecipare alla Santa Messa sono la via per scoprire la parte più vera di ciascuno di noi. E Carlo lo sapeva bene. Nonostante le fragilità le nostre piccole ferite e debolezze, siamo tutti un capolavoro, ognuno di noi è un opera d’arte ad edizione limitata. Siamo unici. Anche nel matrimonio lo siamo. Nessuna coppia di sposi è uguale all’altra. Ognuna di noi è giunta all’altare con la propria vocazione. Noi la nostra l’ abbiamo scoperta a piccoli passi possibili e ogni giorno scopriamo cose nuove , e la vostra? Fateci sapere.

Simona & Andrea.

L’Oratorio è una casa Famiglia a cielo aperto

In queste settimane ci sono arrivate delle domande da alcune coppie sparse per l’italia su come può un oratorio divenire un’oasi di pace per delle coppie di giovani sposi in cammino, che stanno affrontando il passaggio dalla fertilità alla fecondità. Noi due non abbiamo una ricetta magica, ma l’unica cosa che possiamo raccontarvi è ciò che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Con lo stile di San Tommaso, non a caso uno dei miei preferiti. Indubbiamente toccare con mano è tutta un ‘altra storia che racchiude in sè una verità di cui fare esperienza.

Io, Simona, sono entrata in oratorio grazie al matrimonio. Da adolescente ci andavo ogni tanto, ma perchè ero in realtà attirata dallo scout di turno che mi piaceva. Non pensavo più di tanto all’effettiva importanza di un oratorio all’interno di una comunità, cosa che invece ha vissuto appieno mio marito. Andrea passava i pomeriggi tra il servizio come aiuto catechista, animatore e niente meno anche giocatore della squadra di calcio della parrocchia. Ecco la squadra di calcio della parrocchia è stato per me il punto di accesso all’oratorio. La squadra in cui gioca Andrea è composta da tanti papà, non a caso è conosciuta con il nome di Papà Pallonari del SMDG, anche se poi nei tornei ufficiali è indicata con il solo nome de I Pallonari. Grazie alla squadra io piano piano sono rientrata nella mura di una parrocchia. Erano bei momenti perchè era bello dire al mio futuro marito tu vai poi ti raggiungo cosi torniamo a casa insieme oppure senti ma perchè non andate a cena fuori dopo gli allenamenti? Più partite e allenamenti c’erano e più si creava un’amicizia tra di loro che ha permesso ad Andrea non solo di divertirsi dopo le giornate di lavoro, ma soprattutto ha trovato delle figure di riferimento. Dovete infatti sapere che la squadra dei Pallonari aveva un assistente spirituale come Presidente che, ovviamente, oltre a controllare i giri di campo si accertava anche dell’allenamento spirituale attraverso la preghiera. Un’abbinata vincente per muovere i primi passi verso il nostro matrimonio. La cosa ancora più bella era la presenza dei ragazzi che assistevano alle partite dopo i loro incontri di catechismo. Buona parte di quei ragazzi erano i figli dei Pallonari quindi si era formata veramente una Famiglia di Famiglie.

Entrare in una comunità parrocchiale non è sempre facile, non sempre si riesce a creare legami di amicizia, ma quei pochi che siamo riusciti a creare ce li siamo tenuti stretti. All’inizio del nostro matrimonio abbiamo vissuto una realtà magnifica fatta di tombolate, di cineforum, di uscite a spasso per Roma, di vacanze comunitarie. Una Mistica e Mastica continua. C’era la Gioia. C’era il Vino. Contare su un oratorio cosi era un aiuto fondamentale per cercare di vivere seguendo il Vangelo, in fondo Gesù per primo era un grande camminatore, aveva amici e gli piaceva sostare in qualche casa per condividere quel Pane che un giorno avrebbe spezzato per noi. Per me, che sono stata sempre un pochino allergica alle catechesi, vedere nella realtà quotidiana il Vangelo farsi vita è stato quell’Essenziale per tornare alla fede.

L’oratorio dal di fuori puo sembrare simile ad un circolo sportivo e può magari anche correre il rischio di diventarlo, ma non lo è. Per me è stato quel mezzo per alleviare il dolore e la frustrazione per un figlio che non arrivava. Qualche anno fa, nel bel mezzo della depressione e di moltissime incomprensioni con mio marito, un periodo in cui mi sembrava di vivere nel Regno di Frozen per quanto ghiaccio ormai vi era dentro casa, l’oratorio ha avuto un ruolo rivitalizzante. Non il nostro sotto casa, ma bensì quello dove era stato trasferito il nostro padre spirituale. Nel bel mezzo di una domenica di novembre, piovosa e anche freddolosa, arrivò la chiamata provvidenziale: andate da Decathlon, ho bisogno dei parastinchi per i bambini fate voi con le misure. Grazie a quella telefonata, noi che neanche ci guardavamo in faccia, ci siamo dovuti guardare negli occhi, parlare e affrontare quel io non riesco ad avere bambini perchè mi fai comprare proprio a me i parastinchi? Ecco, da quel momento è partito il nostro lavoro interiore di coppia per cercare di soggiornare non si sa quanto tempo nel nostro personale Giardino degli Ulivi.

Nella vita di fede non si butta mai niente e anche il dolore diventa acqua nel deserto come nella canzone il “Canto dell’amore”: non pensare alle cose di ieri cose nuove fioriscono già aprirò nel deserto sentieri ti darò acqua nell’aridità perchè tu sei prezioso ai miei occhi vali piu del piu grande dei tesori io saro con te dovunque andrai. Proprio l’oratorio per noi due è stato la salvezza, specialmente in questi ultimi due anni. Può sembrare strano perchè in questi ultimi anni abbiamo condiviso la nostra esistenza con la Pandemia, ma è proprio grazie anche alla Pandemia che mi sono resa conto di molte cose. Abbiamo affrontato il dolore di non avere figli proprio vivendolo in oratorio attraverso dei bambini. Sono stati loro la mia cura primaria che è diventata la nostra cura.

Non vi nascondo che quando ho scoperto di essere giunta alla consapevolezza che non avrei mai potuto avere un figlio naturale io ero decisa a non mettere più piede in oratorio, non volevo sapere più nulla neanche di catechismo. Mi sentivo tradita da un Dio che mandava Arcangeli Gabriele ovunque tranne che da noi. Ero arrivata a chiedermi ma “cristo è morto in croce solo per i gruppi giovanili oppure anche per me?” Dal faermi queste domande allo scegliere di non varcare più la soglia di una chiesa il passo è stato breve.

La scorsa estate decisi di non saperne più, era come se avessi creduto a un mondo che non esisteva, un po’ come varcare la porta dell’armadio di Narnia, tanto era il mio smarrimento nella fede. La mia salvezza nella fede è stata grazie ad un bambino dellì’oratorio che ha incarnato il passo evangelico e stette in mezzo a voi. Senza di lui io credo che non avrei mai piu messo piede non solo in oratorio, ma neanche in chiesa. perchè l’uno richiama l’altra. Non si entra in oratorio a giocare se prima non si passa in chiesa a salutare il Santissimo. Il cercarmi di questo ragazzino e suo chiedermi insistentemente torna in oratorio ci sono io stiamo insieme che fai mi lasci solo?Perchè non torni a fare la catechista cosi stiamo insieme – dove è Andrea? viene a vedermi a basket? – quando arriva Andrea cosi facciamo merenda insieme – prediti un caffè ti vedo stanca cosi mi compri anche i pop corn. Ecco se non ci fosse stato il mio piccolo San Tarcisio da accompagnare nel cammino della comunione prima e ora nel cammino della cresima io mi sarei persa tanti momenti bellissimi che solo un oratorio ti sa dare.

Vivere l’oratorio è qualcosa di unico perchè ti permette di condividere la tua storia con altri compagni di viaggio. E’ importante dividere i pesi della vita insieme, possono nascere amicizie, ci si può tranquillamente confessare un sono stanca dammi un idea per qualcosa da cucinare stasera oppure si possono ricevere richieste come ho bisogno di stare da sola con mio marito uscire una sera posso affidarti i miei figli? oppure ci mangiamo una pizza insieme? o andiamo in gita in quel santuario?

Così come può rivelarsi un punto ristoro per la nostra anima incontrare lo sguardo del sacerdote che ti ricorda che è lì anche per confessarti e non solo per fare da arbitro ai ragazzi. Fondamentalmente la nostra salvezza matrimoniale è stata lo scoprire la fecondità proprio in questo, scoprire che si puo essere genitori anche prendendosi cura dei bambini dell’oratorio, accompagnarli al rosario in giardino perchè la loro mamma è al lavoro, è vivere l’emozione di vederli saltare felici perchè hanno visto le piscine montate per il Grest, perchè Dio non va in vacanza d’estate, è vivere insieme a loro le loro prime volte, il primo ghiaccio sul ginocchio dopo una caduta, il primo servizio all’altare, la prima confessione, la gioia nell’ascoltare la loro gioia: ho aspettato 9 anni da quando sono nato per fare la prima comunione non vedevo l’ora.

Spero che la nostra esperienza vi possa essere d’aiuto , noi ci siamo passati, ma credetemi a piccoli passi cercate di riavvicinarvi al mondo della parrocchia. Magari prima in oratorio e poi in chiesa perchè ne vale la pena. Ciascuno di noi ha dei talenti da mettere a disposizione per servire Dio, puo essere benissimo anche suonare la chiatarra, la tastiera, anche solo scegliere i fiori insieme al sacerdote per l’altare è un servizio gradito a Dio. Ora che è estate andate a cercare il vostro tesoro nascosto nella sabbia e andate a bussare alla porta dell’oratorio, saranno felici di accogliervi perchè siamo persone da amare e non numeri da prefettura.

Simona

La vostra tristezza si cambierà in gioia.

«Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Nel preparare l’articolo per oggi la Dioincidenza ha voluto che capitassero proprio questi versetti di Giovanni 16, 16-20 che raccontano quello che abbiamo vissuto, non solo a livello umano ma sopratutto a livello spirituale, io e mio marito Andrea.

Quando ci siamo sposati piano piano sono arrivate le piccole crisi. Crisi non solo umane, con i ritmi da conciliare tra lavoro e casa, ma più avanzavamo nel cammino della fede e più si manifestavano le nostre divergenze di appartenza di ” casata” per usare il termine di Harry Potter. Il mio consorte era cresciuto fin da piccolo nel vivaio dell’Azione Cattolica e io invece ero una pecorella smarrita ,indubbiamente fuori posto con la casacca dell’AC.

Grazie ad una buona guida spirituale che mi ha ascoltato e scrutato nel profondo (un buon padre spirituale è anche colui che sa cosa è meglio per te anche se comporta cambiare stili ed abitudini) piano piano scoprii di essere più in sintonia con il carisma e la spiritualità della comunità Nuovi Orizzonti, che fonda il proprio essere nella Parola “e la vostra gioia sia piena“.

Durante la preparazione al matrimonio la mia guida spirituale, che poi divenne la nostra perchè giustamente si è preso tutto il pacchetto famiglia, ci fece leggere non solo i libri di Costanza Miriano e Chiara Corbella Petrillo, ma anche i testi di Chiara Amirante. Ecco i libri di Chiara Amirante sono stati la nostra salvezza durante la profonda crisi umana e spirituale che di lì a poco avremmo attraversato. Nella frustrazione dell’attesa di un figlio, che non ne voleva proprio sapere di arrivare, i pensieri più frequenti erano: siamo una famiglia di serie B, ma perchè proprio a noi, perchè proprio io dovevo avere l’utero difettoso, e sopratutto dove sta questa ” gioia “.

Abitando a Roma e in un quartiere con realtà parrocchiali vicinissime, nel vero senso della parola ci basta attraversare la strada, abbiamo avuto la fortuna di conoscere il parroco di San Giuseppe al Cottolengo, che proprio dal 2019 venne affidato alla Comunità Nuovi Orizzonti, che per noi, coppia di sposi feriti e sanguinanti, è stato come incontrare chi ci dava acqua nel deserto. Siamo arrivati li e quando ho incontrato lo sguardo di quei sacerdoti mi sono detta: “ecco nei loro occhi vedo la famosa gioia di cui tutti mi parlano, voglio gli occhi luminosi come loro”. Io in quel periodo ero nel bel mezzo di una forte depressione e immaginatevi lo sconforto di un marito che non sa da dove cominciare per cercare il modo migliore per starmi accanto. Tra i consigli del nostro padre spirituale c’e anche quello di avere un sacerdote unico per la confessione e cosi di confessione in confessione iniziammo a guarire interiormente.

La preghiera è importante nella coppia perchè aiuta a far emergere le nostre sofferenze, e quelle stesse sofferenze, se curate con Amore, possono cicatrizzarsi. Stare a contatto con i sacerdoti e le famiglie di Nuovi Orizzonti è stato per noi provvidenziale, abbiamo infatti aggiunto un’ulteriore pietra al percorso che Dio aveva previsto per noi. Li abbiamo sentito dentro di noi che, l’idea nata durante una vacanza estiva di divenire una famiglia in stile “casa famiglia”, non era male, anzi abbiamo toccato con mano quel gesto di “spezzare il pane”. Abbiamo riconosciuto quel Dio che fino a quel momento ci sembrava che stesse giocando a nascondino con noi, come un Padre gioca a nascondino con i figli.

Una volta “tanato” i giochi con Dio non sono terminati, anzi sono proseguiti alla ricerca del “Tu sei il sogno di Dio“. Ebbene sì, la classica frase da t-shirt del Grest o di qualche campo estivo, è stata la svolta per uscire dal tunnel della depressione perché anche io e il mio matrimonio eravamo un sogno di Dio. Una svolta per chi già da quando aveva 30 anni si sentiva dire che era già in ritardo per un figlio! Ovviamente di domande scomode durante l’adorazione ce ne erano tipo “perché a loro hai concesso 7 figli e a noi neanche mezzo? Come hanno fatto?”

Si Dio ci ha messo davanti e accanto una famiglia meravigliosa. La prima volta che l’abbiamo vista abbiamo ripensato alla famiglia Bradford (telefilm anni 70 ndr). Però piano piano con l ‘aiuto spirituale, ossia la confessione, la mia rabbia si placò. Onestamente devo dirlo, ero come Anakin Skywalker passato al Lato Oscuro perché ovunque ponessi il mio sguardo vedevo donne incinte. Odiavo tutti e tutto e specialmente odiavo il mio utero. Quando inizi ad odiare una parte del tuo corpo durante la depressione il gioco è fatto, infatti si aggiunse il sorgere di disturbi alimentari sfociati poi in una bellissima insulinoresistenza.

Durante gli incontri di confessione ho scoperto che la rabbia è un emozione che non va repressa, ma bensì vissuta insieme all’altro e condivisa. Deve diventare un lavoro interiore alla ricerca dell’essenza di me stessa per divenire la base per la semina futura. Grazie al dialogo sono rinata e siamo rinati. Gli insegnamenti appresi mi sono e ci sono stati di conforto per vivere il dolore di ritrovarci davanti un ecografo e sentire una diagnosi che mai vorresti sentire, ma in fondo chi eravamo noi per non accogliere e vivere sulla pelle quel “voi sarete nella tristezza , ma la vostra tristezza si cambierà in gioia“.

Già proprio noi che inconsapevolmente scegliemmo quel Rimanete nel mio Amore perché la vostra gioia sia piena. Una doppia chiamata. Sperimentare la Gioia anche nel dolore non è semplice ma se ci affidiamo, possiamo crescere umanamente e spiritualmente ed essere pronti a risollevare le persone che incontreremo nostro percorso di vita a partire proprio da nostro marito o nostra moglie. Perché ricordiamoci che ciascuno di noi è un Dono di Dio con delle potenzialità immense da scoprire e da tenere vive, qualora si affievolissero, come la fiammella che arde nel fuoco della Veglia Pasquale.

Simona

In verità, io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

Leggendo il Vangelo di Giovanni questa mattina, questi versi “In verità, io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” mi hanno fatto pensare alla figura della Madonna e sopratutto al suo ruolo di madre. Maggio è da sempre il mese dedicato alla festa della mamma, ricorrenza che abbiamo festeggiato domenica scorsa, e che vede la Madonna come team leader di tutte le mamme e di tutte le donne. E’ una festività abbastanza particolare perchè racchiude in sè il cuore del nostro essere cristiani.

Confesso di essermi maggiormente avvicinata alla figura di Maria solamente nell’ultimo anno, grazie al beato Carlo Acutis, che ha sempre parlato di lei con parole da innamorato e che l’ha resa una presenza viva, anzi un legame vivo. Carlo la descrive con una dolcezza e con degli occhi non solo di figlio, ma quasi come fosse uno sposo. Nonostante la nostra parrocchia di origine sia il Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, ho sempre visto e sentito la Madonna abbastanza distante, forse perchè mi sono sempre fermata alla domanda che Maria pone all’arcangelo Gabriele: “Come è possibile? Non conosco uomo”.

Ho impiegato anni per trovare una risposta a questa domanda, una risposta che mi è stata di immenso sollievo, e che mi ha aiutato a comprendere il grande dono della fecondità in un matrimonio. La risposta era chiara e semplice: accoglienza e servizio. Maria è il cuore dell’accoglienza, ha accolto nel suo grembo per nove mesi e ha sentito muovere i primi passi dentro di sè di “Colui che nascerà che sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. Maria con il suo Sì è diventata la Madre delle Madri, colei a cui rivolgere lo sguardo per apprendere come ci si relaziona con i figli e con tutti i fratelli che abbiamo accanto. Da lei si impara anche l’arte del non possesso nelle relazioni, a tal proposito ricordate la scena durante le nozze di Cana quando Gesù la chiama semplicemente Donna, preannunciandole così che da quel momento si sarebbero frequentati di meno. Si stava per allontanare da lei. Da lì a poco sarebbe iniziata la vita pubblica di Gesù. Li vi è la centralità del Dono di un figlio, Maria ci insegna a considerare ogni persona che abbiano accanto come un Dono da vivere e non qualcuno da possedere. Lo stesso vale con nostro marito o nostra moglie. In alcuni momenti diventa un Dono anche prendersi cura dei suoi scarpini da calcetto per il torneo interparrocchiale.

Il modo migliore per parlare con Maria è senza dubbio il Rosario, ovviamente sarebbe meglio non limitarsi al solo mese di Maggio, ma dovremmo imparare a recitarlo sempre per entrare in intimità con Maria. Recitare il rosario dovrebbe essere come una telefonata a nostra madre, alla nostra migliore amica, al nostro confidente preferito (tutti ne abbiamo uno). Queste persone non le sentiamo un mese solo all’anno. Abbiamo sempre desiderio di parlare con loro. All’inizio ammetto di aver avuto difficoltà nell’imparare a recitare il Rosario. Ricordo che durante la Pandemia, grazie allo stare in casa e alle tante dirette su Youtube (sante e benedette perchè almeno avevamo una timeline da seguire), iniziai a recitare il Rosario in un angolo della casa, dove abbiamo posto l’icona della Madonna delle Grazie a cui è devoto mio marito Andrea. L’ho fatto suonando la chitarra durante le meditazioni, era così una preghiera nella preghiera. Devo dire che è stato bello perchè con la musica riuscivo a tirare fuori le parole che magari avevo dentro da anni.

Ricordatevi che con Maria si arriva prima a Gesù, lei sa la strada. Mi era capitato già in passato di recitare il rosario durante un viaggio in macchina da Monaco a Roma o come mi capita ancora spesso di recitarlo facendo camminate lunghissime, ma in casa mai. Leggendo i libri di Carlo Acutis ho riscoperto ancora di più l’importanza non solo del Rosario, ma anche di tutte le attività di servizio e carità che dobbiamo imparare a trasmettere a chi ci è accanto. Ad esempio con i bambini del nostro oratorio nel mese mariano si impara a recitare il Rosario tutti insieme in giardino sotto la statua della Madonna. Facendo poi richiesta al parroco è possibile per le famiglie della nostra comunità accogliere in casa la statua della Madonna per poter pregare insieme ai vicini di casa. Anche recarsi in visita presso i Santuari a lei dedicati è molto bello.

Nel rosario passa tutta la vita cristiana, è il nostro cuore. Con la corona in mano attraverso la preghiera capiremo cose che non abbiamo mai capito, ci si spalancheranno orizzonti. Alla fine capiremo che non è impossibile imparare da Maria, perché lei è come noi. Lei è la nostra mamma e non c’è nodo che non sappia sciogliere. Ogni santuario a lei dedicato è fonte di miracoli non solo fisici ma soprattutto spirituali. In ogni santuario abbiamo la possibilità di immergerci nell’acqua che sia Collevalenza, Loreto, Lourdes, Fatima ma anche la Chiesa di Santa Maria del Pozzo qui a Roma. Acqua che sta a significare che dobbiamo purificarci, togliere il nero che abbiamo dentro di noi, tra dolori, sofferenze, peccati, e ritornare lucenti e splendenti come Lei.

Questa estate dopo un periodo buio dove non riuscivo più a recitare neanche un Ave Maria, tale era stato il dolore di scoprire che non avrei avuto la mai gioia di vedere e avere un figlio sano e completamente formato in braccio, mio marito ed io ci siamo recati al Santuario della Madonna di Civitavecchia, e li come l’ho vista mi sono sciolta in un pianto liberatorio. Ho recuperato tutte le Ave Maria rimaste dentro di me. Maria è quella tipica madre che sta in attesa. Se un figlio si allontana lei rimane li a vegliare e ad aspettarlo. Maria comprende i dolori, è rimasta accanto al figlio Gesù fino alla fine, ha visto i chiodi che venivano martellati nella carne del figlio, quella carne che lei stessa ha accudito per 33 anni. Conosceva ogni singola piega cosi come conosce noi, i nostri momenti allegri perchè bisogna anche confidarle le cose anche quando vanno bene non solo i nostri lamenti, conosce e custodisce ogni cosa che di noi vede nel segreto.

Grazie a quel vedere nel segreto che è nato l’atto di devozione alla Madonna di Loreto degli sposi che desiderano un figlio. Si tratta di una devozione molto antica che è stata ravvivata dalle Monache Passioniste di Loreto con l’introduzione della pia pratica del Nastro azzurro benedetto nella Santa Casa e appoggiato alle sue sacre mura. Il nastro va portato con fede viva dalla sposa, vi trascrivo la preghiera: Dio creatore e Padre tu hai affidato al primo uomo e alla prima donna la missione di essere fecondi e moltiplicarsi; tu hai ascoltato le suppliche di Abramo e Sara ed hai concesso loro un figlio Isacco che potesse ereditare le tue benedizioni; tu ti sei ricordato di Elkana e Anna ed hai dato loro come figlio Samuele che essi hanno offerto a te perche fosse tuo servo fedele; tu hai ascoltato la preghiera di Zaccaria ed Elisabetta che nella loro tarda età diventarono i genitori di Giovanni il Precursore di tuo Figlio; tra le pareti della Casa di Nazareth tu hai chiesto a Maria la Vergine piena di grazia di diventare Madre del tuo Figlio che il lei si è fatto uomo per salvarci. Padre buono concedi anche a noi la grazia della fecondità nel nostro matrimonio con il dono di un figlio che frutto del nostro amore e gioia di noi genitori possa essere attraverso il battesimo parte viva del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa e continuare con la tua grazia l’opera di costruzione del tuo Regno nel mondo. Vergine Lauretana che nella Santa Casa hai accolto nel tuo grembo il Figlio di Dio intercedi per noi il dono della paternità e della maternità a lode della Trinità Santa. Amen

Buon mese di maggio con Maria a tutti e tutte.

Simona Arcidiacono

“Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Quest’anno, con non poche difficoltà, mio marito ed io siamo arrivati al traguardo dei sei anni di matrimonio e, quasi ogni giorno, ci siamo chiesti, attraversando e vivendo le varie tempeste della vita pandemia compresa, specialmente io mi sono chiesta, quali fossero questi benedetti frutti che mi avevano affascinato al punto da scegliere questa parte di Vangelo da ascoltare proprio il giorno del nostro matrimonio. Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.

Ricordo che scelsi questa Parola perchè mi sembrava un modo romantico per augurare agli sposi il classico “auguri e figli maschi“, ma nel tempo ho scoperto che avevo sbagliato nell’interpretazione! Negli anni mi sono resa conto che avevo scelto inconsapevolmente ,con il benestare del consorte, una vera chiamata vocazionale per il nostro matrimonio. Non è stato facile accorgersi piano piano, nel tempo, che tutto quello che avevamo immaginato per noi sarebbe stato stravolto dal Suo piano. Ovviamente ci siamo sposati con il sogno di una casa piena di bambini, di biberon, di biscotti plasmon spiaccicati sul sedile della macchina, e invece ci siamo ritrovati a vivere il dolore e la frustrazione di innumerevoli test di gravidanza negativi.

Non è stato semplice sostare in un eterno Giardino degli Ulivi chiedendosi perchè proprio a noi? Perchè ci hai scelti per rimanere senza figli? Fino a quando, tramite la preghiera, in particolare durante i turni di guardia per l’Adorazione Eucaristica, non imparammo a capovolgere la domanda: come possiamo aiutarti in quello che ci chiedi?

Ebbene si nel matrimonio si dialoga in tre, e cio che dice Lui va ascoltato. Ascoltare cio che dice Lui è stato un percorso paragonabile agli strapiombi di una pista nera in montagna, non è stato minimamente facile assecondare il Suo progetto perchè è stato un continuo domandarsi: dove ci sta portando? Saremo in grado? Durante una vacanza estiva con il nostro padre spirituale e alcune famiglie abbiamo trovato una traccia del Suo disegno, ma ancora non eravamo pienamente convinti di questo sogno pensato appositamente per noi, essere una coppia aperta si alla vita, ma in una maniera inaspettata: divenire una casa famiglia. E’ stato come ascoltare nelle orecchie “va e ripara la mia casa” di francescana memoria e in quel periodo quella frase era il nostro motto, eravamo in piena fase protocollo visite mediche per capire quale problema ci fosse di ostacolo a una gravidanza naturale. E’ stato un lunghissimo combattimento spirituale in quanto questo figlio naturale non ne voleva sapere di arrivare e, facendo un lavoro interiore aiutati dalla canzone “Come un Prodigio” di Debora Vezzani, abbiamo iniziato a comprendere, specialmente io, che un figlio è un dono e che i doni arrivano inaspettatamente e non su ordinazione in stile Amazon.

Il matrimonio è stato un percorso di conversione per me sotto ogni aspetto, ero andata all’altare convinta che male che vada tanto si va di Pma, e invece mi sono ritrovata insieme a mio marito a frequentare dei corsi di formazione per divenire una famiglia di sostegno per dei ragazzi di una casa famiglia di un nostro amico sacerdote. Ricordo che all’inizio andammo dicendoci “andiamo intanto ad ascoltare,” un pochino sul classico “Venite e vedrete“, decidemmo di proseguire e, senza neanche renderci, conto ci siamo ritrovati a scoprire questo mondo fatto di legami che durano nel tempo.

Abbiamo così scoperto che anche noi potevamo essere genitori, ma in una maniera speciale pensata per noi. Un’esperienza che come marito e moglie ci ha unito molto di più anche perchè ci siamo resi conto che, durante tutto il cammino, Dio ci ha sempre lasciato delle tracce segno della Sua presenza, segno che era veramente con noi che il Suo per sempre era veritiero. Ovviamente abbandonarsi al Suo progetto ha portato gioia e allegria cosa che era venuta a mancare. Anche per noi, come durante le Nozze di Cana, era finita la nostra gioia. Passare da famiglia sterile in un’ottica umana a feconda sotto lo sguardo di Dio è stato il centuplo per la nostra vita. Nell’ultimo anno abbiamo ottenuto anche un dono in più, non solo seguire i ragazzi che ci permette di accompagnare, ma di dedicarci alle coppie di giovani sposi che attraversano il dolore e la frustrazione che abbiamo vissuto noi in passato, per aiutarli a tenere accesa la luce della Speranza e trovare insieme la propria vocazione matrimoniale.

Simona e Andrea