L’ “Anima di Cristo” in chiave sponsale

Il 31 luglio la Chiesa ricorda Sant’Ignazio di Loyola che, “guarda caso” è il mio Santo dell’anno. E, “guarda caso”, proprio quest’anno in cui mio marito ed io celebriamo due decenni da quando stiamo insieme. Era esattamente il 31 luglio 2005 quando ci siamo detti ti amo per la prima volta. Noi celebriamo questo giorno proprio come l’anniversario di matrimonio.

Perché tutto è iniziato quel giorno! Eravamo al Santuario di Loreto (AN) in partenza per il Festival dei giovani di Medjugorje dove, l’anno precedente, c’eravamo conosciuti. Proprio lì, sotto il manto di Maria, abbiamo affidato tutto di noi. Proprio quel giorno, come oggi. Proviamo allora a rileggere in chiave sponsale la profondissima preghiera che compose Sant’Ignazio di Loyola: “Anima di Cristo”. Nella quale tutte le invocazioni saranno modificate nel noi. Perché il noi, in ogni preghiera per coppie che si rispetti, è tanto il minimo comune multiplo quanto il massimo comune divisore.

“Anima di Cristo, santificaci. Corpo di Cristo, salvaci. Sangue di Cristo, inebriaci. Acqua del costato di Cristo, lavaci

Cristo è il centro di qualsiasi relazione di coppia che voglia essere bella, vera, totalizzante, santificante. Senza il perno su cui ruotare non andremo da nessuna parte. Potrà funzionare per un po’ ma non per sempre. L’anima, il corpo, il sangue e l’acqua del costato di Gesù sono il fondamento del matrimonio cristiano. Corpo e sangue di cui li sposi si cibano e si dissetano durante il rito, promettendosi amore eterno, cure reciproche e fedeltà, davanti a Dio e agli uomini. È in quel momento che anche loro diventano sacerdoti, sacerdoti dell’amore umano come riflesso di quello trinitario. Perché non sarà sempre tutto bello; e allora, senza anima, corpo, sangue e acqua del costato di Gesù, come potrà salvarsi la coppia?

Passione di Cristo, confortaci. O buon Gesù, esaudiscici. Dentro le tue ferite nascondici. Non permettere che noi ci separiamo da te

Ecco che, passata la luna di miele, s’affacciano i primi problemi, le prime discussioni, le prime delusioni. Senza Cristo, chi ce lo fa fare di rimanere insieme? «Perché dobbiamo soffrire se possiamo avere un’alternativa di felicità?». «La vita è breve, va goduta! Non passata a inseguire un sogno che non esiste. O che, al contrario, si è trasformato in un incubo». «E’ stato un errore sposarti! Con un altro/un’altra sarò di nuovo felice». Quante brutte tentazioni! Quante provocazioni pericolose il nemico insidia nel cuore! E quanta ancor più grande tristezza se si cade in esse! Ecco perché è proprio la Passione di Gesù a venire in soccorso agli sposi. Nella sua amara agonia, negli insulti, negli schiaffi, nella flagellazione, negli sputi, nella barba strappata, nella coronazione di spine, nel peso della croce, nella salita al Calvario, nelle cadute, nel fianco squarciato dalla lancia, c’eravate voi. C’eravamo noi, carissimi sposi di ieri, di oggi e di domani! Carissimi sposi di sempre e per sempre! Gesù ha sofferto ed è morto anche per noi, per ciascuno di noi, per ciascuno dei nostri noi sponsali. Nascondiamoci nelle Sue ferite. Solo così non saremo mai separati: né da Lui né tra di noi.

Dal nemico maligno difendici. Nell’ora della mia morte chiamaci. Comandaci di venire a te, perché con i tuoi Santi noi ti lodiamo. Nei secoli dei secoli. Amen

Sì: la bella, magnifica, rivoluzionaria e stratosferica notizia è che l’amore coniugale salva e porta in Cielo! Con lo scudo di Cristo che ci difende, il nemico indietreggia e se ne va. Ma la “buona battaglia” va combattuta ogni giorno, scegliendo Dio e il coniuge ogni giorno. Ogni mattino quando ci svegliamo. Ogni momento della giornata, nelle scelte decisioni come in quelle più grandi. Ogni sera quando andiamo a letto. Ogni momento, riprendendo questo ogni giorno, sempre, senza stancarsi, senza paura. Perché il matrimonio salva. Il marito può e deve salvare la moglie. E la moglie può e deve salvare il marito. Impegnandosi ogni giorno con rispetto, spirito di servizio, gioia, speranza, felicità, soddisfazione. Cristo chiama gli sposi a essere missionari dell’amore in una società che ne ha disperatamente bisogno. Cristo chiama gli sposi nell’ora della morte, comandando loro di venire da Lui a lodarlo insieme ai Santi. Ma questa santità, questo desiderio di santità, questa voglia di santità, bisogna averla fin dalla terra. Bisogna averla fin da quaggiù. Bisogna averla dalla prima volta che di diciamo ti amo. Bisogna averla dal giorno del sì fino all’ultimo che ci concederà il Signore. Allora, la vita, non sarà che l’anticipo del domani glorioso cui siamo chiamati. Insieme. “Nei secoli dei secoli. Amen“.

Fabrizia Perrachon

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Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana. Grazie davvero dal profondo del cuore! Fabrizia

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Sarà davvero un Sigillo sul vostro Cuore

Abbiamo deciso di scrivervi con il cuore in mano. Perché quello che vi proponiamo non è semplicemente un “corso” per coppie. È un’esperienza. È un dono. È un sigillo sul cuore. Luisa ed io ci crediamo profondamente, perché questa proposta ha cambiato il nostro matrimonio. E oggi, dopo più di 10 edizioni, siamo ancora più certi che sia uno strumento prezioso per tante coppie, sposi e fidanzati, che desiderano vivere l’amore in modo pieno, felice, vero.

Viviamo immersi in mille impegni, affanni, corse. E a volte, senza accorgercene, perdiamo la meraviglia. Dimentichiamo che essere uomo e donna è una grazia, e che il nostro amore è un riflesso della bellezza di Dio. Ma come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.” (Redemptor Hominis, 10)

Ecco perché questo weekend è pensato per aiutarvi a riscoprire l’amore, a partire dal corpo, dal linguaggio degli sguardi, dei gesti, dell’intimità. Senza paura, senza tabù, con delicatezza, profondità e verità. Parleremo di amore e di tenerezza, di perdono e di desiderio, di liturgia e di piacere, di amplesso, di servizio e di libertà.

Lo guideremo noi, insieme ad altre quattro famiglie e a un sacerdote meraviglioso, padre Luca Frontali, esperto in teologia del matrimonio, laureato all’Istituto Giovanni Paolo II e formatore di Mistero Grande. Con noi anche una ginecologa cattolica, per accompagnare le domande più intime con competenza e rispetto.

Ma cosa rende questo corso unico? Affrontiamo ciò che troppo spesso la Chiesa trascura: il corpo, la sessualità, l’unità sponsale vissuta nella carne. Perché come ricorda papa Francesco: “Il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Anche la sessualità, il corpo, l’erotismo sono un dono di Dio, non un tabù.” (Amoris Laetitia, 74)

La sessualità non è solo un aspetto della vita di coppia: è il suo cuore pulsante, il luogo dove si rinnova il sacramento, dove ci si dona tutto, corpo e anima. E quando è vissuta alla luce della fede, diventa una vera liturgia dell’amore. Sì, perché l’amplesso, vissuto in grazia e verità, è un gesto sacramentale che unisce, guarisce, genera e rinnova. Vogliamo lasciarvi con alcune testimonianze che ci hanno profondamente toccati.

Terry, con le lacrime agli occhi, ci ha detto:

Attraverso il corso ho riscoperto la bellezza del sacramento e del mio sposo. È come se mi fossi risposata di nuovo.

Un’altra sposa, dopo un momento personale con Luisa, ha condiviso:

Abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi consigli. È stato meraviglioso. Ora sappiamo da dove partire.

Ecco cosa ci ha scritto Chiara, mamma di due bambini, dopo il corso:

Mi sentivo distante da mio marito, come se fossimo diventati coinquilini. Durante il weekend ho capito che la nostra intimità non era sbagliata, era solo smarrita. Parlarne insieme, alla luce della Parola e con voi accanto, ci ha ridato coraggio. Dopo anni, l’ho sentito di nuovo mio.

Giovanni e Marta, sposati da vent’anni, ci hanno confidato:

Pensavamo di venire per fare un’esperienza spirituale, ma ci siamo ritrovati nel corpo e nell’anima. Le vostre parole sull’amplesso come sacramento ci hanno toccato così tanto che ci siamo chiesti: ‘Ma perché nessuno ce l’ha mai detto così?’”

E infine, le parole semplici e vere di Davide:

Sono venuto un po’ per accontentare mia moglie. Ma poi, ascoltando gli insegnamenti e soprattutto guardandola mentre pregava con me, ho sentito una tenerezza nuova. Abbiamo fatto pace. Col cuore e col corpo.

Noi siamo certi che Dio abita nella verità del nostro amore umano, anche nelle sue fragilità. E come diceva don Luigi Maria Epicoco: “Dio non ha scelto di amarci in modo disincarnato, ma attraverso un corpo, attraverso una presenza viva e concreta.

Quindi: perché aspettare? I posti sono limitati. E la bellezza non va rimandata, va abbracciata. Perché la bellezza è il volto visibile dell’amore e il nostro cuore non desidera altro che essere amato così, fino in fondo.

Il corso è aperto a coppie di sposi, conviventi e fidanzati e si terrà dal 19 al 21 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme (BS). Se avete bambini potete portarli. Per informazioni o iscrizioni scriveteci, saremo felici di rispondervi: Antonio 3388575865

Clicca qui per andare alla pagina con tutte le informazioni. Ci vediamo lì. Con gioia. Con amore. Con la promessa che sarà davvero un sigillo sul vostro cuore.

Antonio e Luisa

Protetti di qua, liberi di là.

Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo (Disc. 25, 1; CCL 103, 111-112) «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5, 7); dolcissima è questa parola «misericordia», fratelli carissimi, ma se è già dolce il nome, quanto più la realtà stessa. Sebbene tutti vogliano che nei loro confronti si usi misericordia, non tutti si comportano in modo da meritarla. Mentre tutti vogliono che sia usata misericordia verso di loro, sono pochi quelli che la usano verso gli altri. O uomo, con quale coraggio osi chiedere ciò che ti rifiuti di concedere agli altri? Chi desidera di ottenere misericordia in cielo deve concederla su questa terra. Poiché dunque tutti noi, fratelli carissimi, desideriamo che ci sia fatta misericordia, cerchiamo di rendercela protettrice in questo mondo, perché sia nostra liberatrice nell’altro. C’è infatti in cielo una misericordia, a cui si arriva mediante le misericordie esercitate qui in terra.[…]

L’Ufficio delle letture di oggi ci propone la lettura di un brano di questo santo che va dritto al punto senza troppi giri di parole. Naturalmente non possiamo esaurire il tema della misericordia in poche righe, ma ne tratteremo un piccolo aspetto che riguarda il perdono.

Prima di addentrarci in questo delicato aspetto dobbiamo fare una premessa importante sulla misericordia, intesa come La misericordia per eccellenza, cioè Dio stesso: il perdono è un frutto della misericordia, esso non esaurisce tutta la misericordia, ne esplicita un aspetto; nel linguaggio comune, anche quello del nostro omileta di cui sopra, la parola misericordia è intesa proprio nella sua accezione di perdono.

Senza entrare nel filosofico, ci basti pensare che Dio ci perdona poiché è misericordioso, ovvero la sua misericordia anticipa il perdono, Egli ci perdona poiché vede nel profondo del nostro cuore e quindi conosce le nostre miserie e, compatendole, è pronto a perdonarci a patto che noi riconosciamo il nostro peccato, a patto di fare il famoso “mea culpa”; per esempio il risveglio della coscienza è un altro atto di misericordia da parte di Dio, a noi la decisione di accettarla o meno.

Tornando all’accezione di perdono, san Cesario ci rimprovera ricordandoci che quando ci viene usata misericordia ne siamo grati, mentre quando si tratta di usarla nei confronti degli altri siamo un po’ più restii, per usare un eufemismo.

Se siamo davvero sinceri, dobbiamo ammettere che quando riceviamo misericordia, a volte riusciamo ad accoglierla con umiltà e a riconoscere i nostri errori. Ma spesso, più che riceverla con gratitudine, finiamo per pretenderla. Ci rifugiamo nella nostra fragilità, nella nostra miseria, in mille attenuanti, che tra l’altro ci siamo procurati da soli con molta scaltrezza, tanto da mettere l’altro nella posizione di doverci perdonare quasi per forza. E se non lo fa subito, lo facciamo sentire in colpa, come se la sua mancata misericordia fosse un’ingiustizia.

Cari sposi, il perdono è un punto chiave nel matrimonio, senza di quello non si va molto lontani in due, si corre il rischio di camminare in una relazione zoppa, dove l’uno è sempre perfetto e l’altra è sempre manchevole, oppure dove l’una è sempre quella che usa misericordia e l’altro è sempre quello che la deve ricevere perché sbaglia a priori, e molti altri esempi simili.

Ma san Cesario ci mostra la via d’uscita, praticamente ci spiega quale tipo di investimento dobbiamo fare per il nostro futuro: Chi desidera di ottenere misericordia in cielo deve concederla su questa terra. Se in questa terra ci è di protezione, nell’altro mondo ci sarà liberatrice. Quindi lo slogan da tenere a mente è: protetti di qua e liberi di là.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina

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Quando il sogno cade, l’amore può finalmente nascere

Si conclude il quarto poema, e in esso troviamo uno degli insegnamenti più preziosi per la nostra vita di coppia. L’uomo e la donna del Cantico, in fondo, siamo proprio noi. Sono trascorsi millenni, viviamo in epoche e contesti culturali molto diversi dai loro, eppure portiamo nel cuore gli stessi desideri, e attraversiamo le stesse dinamiche d’amore, di attesa, di incontro e di distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è un momento nella vita di ogni coppia in cui il sogno si rompe. Non è un fallimento. È un passaggio. Ed è sacro.

All’inizio dell’amore tutto è meraviglia. Ci si guarda e si pensa: “Siamo perfetti insieme. Finalmente ho trovato chi mi capisce, chi mi completa.” È la stagione della simbiosi. Un tempo dolce, appassionato, che serve per stringere il legame, per sentirsi finalmente a casa. Ma non può durare per sempre.

A un certo punto, qualcosa cambia. Uno dei due inizia a sentire che l’altro non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Che non reagisce come ci si aspetterebbe. Che non sempre capisce, non sempre sostiene, non sempre è lì dove lo si desidererebbe. Nasce la distanza, il senso di estraneità. È il tempo della differenziazione. E può fare male.

Io l’ho vissuto questo passaggio con Luisa, anche se ci abbiamo messo tempo a riconoscerlo. All’inizio, pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi. Pensavo che, semplicemente, bastava volerci bene. Poi sono arrivate le fatiche, le differenze, le incomprensioni. E mi sono accorto che l’immagine che avevo di lei era mia, non sua. E che il sogno che avevo costruito era fatto della mia storia, delle mie ferite, delle mie aspettative.

Solo quando il sogno cade, può nascere la verità.

Come dicono i coniugi Gillini, arriva per tutti quel momento in cui bisogna lasciar cadere l’immagine idealizzata dell’altro. Quel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto non è lì per colmare il nostro vuoto, ma per accompagnarci nel cammino della vita.

Ed è un momento difficile. Perché quando il sogno cade, si fa silenzio. Si avverte un vuoto. A volte si ha la tentazione di fuggire, di pensare: “Forse ho sbagliato persona.” Ma è proprio lì che comincia l’amore vero. Quello che non chiede di essere corrisposto in tutto, ma di essere donato. Quello che non cerca l’ideale, ma abbraccia la realtà.

È la fase della sperimentazione. Si impara a stare accanto all’altro senza perderci dentro, senza annullarci per piacere, senza forzare l’altro a essere ciò che non è. Si impara a dire: “Io sono io, tu sei tu. Eppure scelgo di restare.” Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore non è l’ebbrezza del cuore, ma la decisione della volontà. È stare anche quando il cuore trema, è scegliere anche quando l’altro non corrisponde.”

E proprio in questo tempo – fragile, vero, autentico – si può rinascere. È il momento in cui si inizia davvero a chiamare l’altro per nome, nel senso più profondo e biblico del termine. Non solo “Antonio” o “Luisa”, ma “tu, con la tua storia, con le tue ferite, con la tua bellezza concreta.”

È il tempo del riavvicinamento. Si torna a cercarsi, ma con occhi nuovi. Non per possedere, non per completare un’idea, ma per condividere il cammino. Si smette di pretendere e si comincia a custodire.

E lì, davvero, l’amore matura. Diventa interdipendenza. Non fusione, non dipendenza, non isolamento. Ma una danza in cui ciascuno può essere sé stesso, pur restando in relazione. Come scrive Papa Francesco in Amoris Laetitia: “Ogni persona, con la propria identità, diventa un dono per l’altra.”

Questo cammino non è sempre lineare. A volte si ricade, a volte si torna indietro. Ma ogni passo fatto insieme, anche quelli più faticosi, costruisce una relazione più forte. E ci si accorge che l’altro, con tutti i suoi limiti, è un dono prezioso. Non perché è perfetto, ma perché è reale.

L’amore non è una favola, ma è più bello della favola

Viviamo in un tempo che ci ha insegnato a rincorrere l’immagine perfetta: la casa in ordine, i figli sempre sorridenti, il partner che sa sempre cosa dire e quando dirlo. Ma la realtà è un’altra. La nostra famiglia è fatta di imperfezioni, di imprevisti, di giorni no. Ma è vera. E proprio per questo, è più bella della pubblicità.

Scrive il terapeuta cattolico Michele Ferraro: “La coppia non è fatta per essere perfetta, ma per diventare sempre più vera.” E io ringrazio Dio perché con Luisa abbiamo attraversato quel passaggio. Perché abbiamo visto il sogno cadere, ma non ci siamo lasciati. Perché abbiamo imparato ad amarci non per come eravamo nella testa, ma per come siamo, nella realtà.

Se stai attraversando questo tempo di crisi, se senti che l’altro non è più quello che avevi sognato, non spaventarti. Forse è proprio questo il momento più importante. È la soglia dove finisce l’illusione… e comincia l’amore vero. Non è facile. Ma è possibile. E quando si attraversa insieme questa piccola morte, si rinasce. Non si ama più per bisogno, ma per scelta. Non per quello che l’altro ci dà, ma per quello che è.

E a quel punto, ci si guarda davvero negli occhi. E si può dire, finalmente: “Io ti vedo. E ti amo.”

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono intercessori come Abramo

Cari sposi, oggi la Chiesa ci offre una Parola strutturata mettendo in parallelo due brani: il dialogo drammatico tra Dio e Abramo sulla sorte di Sodoma e la risposta di Gesù alla richiesta di un discepolo su come pregare. Che hanno in comune questi episodi? Si può dire che il Signore oggi vuole approfondire con noi il modo con cui preghiamo e soprattutto l’atteggiamento che soggiace alla nostra preghiera.

Vediamo nella prima lettura una conversazione alquanto strana: qui Dio sembra “cedere” alle richieste di Abramo, riducendo gradualmente il numero di giusti necessari per salvare la città, come se Egli fosse debole e facilmente influenzabile. Ma in realtà, niente di tutto ciò, difatti la Chiesa interpreta questo brano non come un segno di passività da parte di Dio ma come una rivelazione della misericordia divina e dell’importanza dell’intercessione. Dio è giusto al tempo stesso che misericordioso e riesce a trovare l’equilibrio per non distruggere il giusto con l’empio. A questo riguardo dice San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 4) che Dio non può cambiare idea ma semmai si esprime in un linguaggio umano, ragion per cui l’apparente “negoziazione” mostra che la Sua misericordia prevale sulla giustizia ma senza contraddirla.

E poi, perché Abramo si prende tutta questa libertà? Perché lui anzitutto si fida oltremodo di Dio. Così facendo, egli rivela essere una prefigurazione profetica di Cristo, l’Intercessore per eccellenza a favore dei peccatori di tutti i tempi. Già si intravede, perciò, un tratto del Vangelo, difatti tutto il colloquio avviene con grande libertà e umiltà da parte di Abramo, ragion per cui Dio ne accetta le richieste, mostrando una relazione personale e non meccanica con l’uomo. Ecco allora che emerge il grande potere dell’intercessione, una delle più alte forme di preghiera perché ci rende simili al Cuore di Cristo, come insegna il Catechismo: “L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù” (CCC 2634).

Quella di Abramo è una preghiera umile, insistente, coraggiosa, ambiziosa… che tocca il cuore paterno di Dio e per grazia ottiene il frutto. Ma in tutto ciò sorgono comunque domande profonde: se Dio sa tutto ciò di cui ho bisogno, perché non me lo dà e punto? Perché mai ho bisogno io di chiederGlielo? E inoltre: perché mettere in mezzo in una persona piccola e fallibile come tutti gli altri? Non era meglio se Dio fosse intervenuto direttamente senza tanti fronzoli? La scena evangelica, con i due esempi fatti da Gesù, è assai eloquente e profonda, perché svela, con parole semplici e riferimenti concreti, come la pensa Dio e come è il Suo Cuore. Egli cerca un rapporto personale con ciascuno di noi. Ogni persona non è un birillo da spostare a suo piacimento ma un essere con dignità infinita e che Egli vuole servire e con cui vuole tessere una relazione vera.

Ma c’è un’altra verità sbalorditiva: il Signore desidera compiere il bene in modo che sembri opera nostra, farina del nostro sacco. Dio, per così dire, si cela normalmente dietro le nostre azioni perché ci ama e perché vuole che il Suo Amore pervada la nostra vita, abbellendola e innalzandola. Per questo, sempre S. Tommaso afferma: “A Dio compete comunicare la sua bontà alle creature non solo nel fatto che esse ricevono la bontà, ma anche nel fatto che la trasmettono ad altre” (Summa Theologiae, I, q. 103, a. 6). Questo significa che la mediazione delle creature (ad esempio, degli angeli, dei santi, degli uomini giusti come Abramo) non sminuisce la potenza divina ma la esalta, perché Dio le rende collaboratrici della sua Provvidenza.

A questo punto, il riferimento a voi sposi è molto più immediato. Sodoma può anche essere il coniuge indurito, chiuso, lontano e l’altro è chiamato, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento, ad essere quell’intercessore che, come Abramo, cerca di smuovere il cuore di Dio. Lo dico pensando a tante belle testimonianze che il Signore mi ha regalato, nel mio percorso sacerdotale, di coppie così in cui ad un certo punto uno ha dovuto remare di più a favore dell’altro. E anche davanti a comportamenti gravi, non si è posto come giudice ma, alla stregua di Abramo, ha imboccato la via della misericordia. In un mondo che insegna “ti amerò finché dura” oppure “ti vorrò bene finché te lo meriti”, voi sposi avete il grande dono e la possibilità di predicare con la vita che una casa, una famiglia si può reggere solo grazie a questo stile di vita, di preghiera reciproca, di misericordia.

Vorrei concludere con un passaggio di Papa Benedetto, che ci regala un approfondimento proprio sulla figura spirituale di Abramo: “Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr. Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini” (Udienza 18 maggio 2011).

ANTONIO E LUISA

Spesso preghiamo perché nostro marito o nostra moglie cambi, diventi più affettuoso, più presente. Ma il primo cambiamento da chiedere è nel nostro cuore: diventare noi, con la grazia di Cristo, fonte di amore gratuito. È questo amore che può toccare e trasformare l’altro. Io ringrazio Dio perché Luisa ha fatto proprio questo: non ha cercato di cambiarmi, ma mi ha amato così com’ero. E quell’amore ha cambiato il mio cuore. È la forza silenziosa del Vangelo vissuto. Quando uno dei due ama così, senza pretese, diventa via di salvezza per l’altro. E l’amore, quello vero, rifiorisce.

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Gesù, guida consapevole: moltiplicare l’amore con ordine e compassione

Dopo il secondo passo compiuto sabato scorso, dove abbiamo trattato le emozioni e i sentimenti, oggi entriamo nel terzo modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è Gesù che ci insegna cosa significa essere leader, come guidare gruppi con amore e verità. Nel racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44 e paralleli), troviamo un’immagine potente di Gesù come leader autentico, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, senza perdere mai il centro. Non si limita a compiere un miracolo: organizza, coinvolge, ascolta, nutre.

Dopo un’intensa attività apostolica, i discepoli tornano da Gesù stanchi e carichi. Egli li accoglie con compassione e propone: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. È il primo gesto da vero leader: riconoscere il bisogno di cura di chi lavora con te. Ma la folla li segue. E Gesù non si infastidisce: “Vedendoli, ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore”. Così decide di fermarsi, accoglierli, e insegnare.

Poi, nel tardo pomeriggio, emerge un bisogno pratico: hanno fame. I discepoli reagiscono con logica difensiva: “Congedali, vadano nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù no: “Date voi stessi da mangiare a loro”. Non è solo una richiesta, è una chiamata a responsabilità. È un modo per far crescere i suoi discepoli, coinvolgendoli nella soluzione.

A questo punto, Gesù organizza. “Fateli sedere a gruppi di cinquanta e di cento”. Non c’è fretta né confusione. Ogni cosa ha un ordine. I pani e i pesci non vengono moltiplicati a caso, ma passano di mano in mano, con fiducia e cooperazione. Il miracolo avviene dentro una struttura condivisa. Nessuno è lasciato solo. Tutti ricevono.

La lezione per noi: guidare con equilibrio e consapevolezza

Questo episodio ci offre una mistagogia concreta su come vivere relazioni e responsabilità in modo maturo e fecondo. Chi guida un gruppo — una famiglia, un’équipe, una comunità — spesso si trova a fronteggiare bisogni divergenti, emozioni intense, dinamiche complesse. Gesù ci mostra come farlo con equilibrio, discernimento e compassione.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, possiamo leggere questo episodio in chiave formativa:

  1. Stato dell’Adulto attivo – Gesù non agisce per reazione, ma valuta, osserva, sente e decide in modo lucido. Riconosce i bisogni (riposo, cibo, ascolto) e li gestisce in modo realistico. L’Adulto è la parte di noi capace di fare scelte fondate sui dati di realtà, e non sull’ansia o sulle aspettative.
  2. Genitore nutriente e normativo integrato – Gesù sa accogliere (compassione) ma anche dare limiti (organizza i gruppi, chiede ai discepoli di agire). Non si lascia manipolare né fagocitare: è presente, ma non travolto.
  3. Coinvolgimento e corresponsabilità – “Date voi stessi da mangiare a loro” è un invito a passare da spettatori a protagonisti. I discepoli devono imparare a non delegare tutto, ma a mettersi in gioco con ciò che hanno: “Cinque pani e due pesci”. Poco, ma dato con fiducia, diventa moltissimo.
  4. Ordine e struttura – Organizzare per gruppi significa non perdere nessuno, dare forma all’insieme, permettere che tutti possano essere visti e raggiunti. È la base di una leadership che costruisce appartenenza e visione comune, e non solo obbedienza o efficienza.

In relazione con te: diventare pane spezzato

Nel nostro percorso, “In relazione con te”, impareremo anche questo: gestire gruppi e relazioni con uno stile che integri compassione, fermezza e intelligenza relazionale. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni impulsive o sbilanciate a relazioni autentiche, generative, ordinate. Come Gesù, saremo invitati a diventare pane spezzato per gli altri, ma senza svuotarci. Al contrario: condividere moltiplica. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Amare o Possedere? Due modi opposti di stare in relazione

C’è un amore che non è amore, anche se usa le sue parole. È un amore che stringe, che controlla, che dice “ti amo” ma in realtà intende “sei mio”. È l’amore che nasce non dalla pienezza, ma dal vuoto; che non vuole l’altro così com’è, ma lo desidera come vorrebbe che fosse. È l’amore che nasce dal Bambino Interiore ferito che, non avendo ricevuto abbastanza amore gratuito, prova a procurarselo forzando l’altro a darglielo, a corrisponderlo, a non andarsene. Non è amore: è dipendenza emotiva, fame affettiva, bisogno travestito da passione.

Questo tipo di legame nasce quando vogliamo plasmare l’altro a nostra immagine, come se fosse un prolungamento del nostro sé. Lo vogliamo simile, disponibile, prevedibile, modellabile. Non sopportiamo le sue differenze, le sue libertà, le sue sorprese. In Analisi Transazionale diremmo che la relazione è inquinata da copioni disfunzionali: il Genitore Critico prende il controllo e giudica, oppure il Bambino Adattato pretende e si sottomette per paura di essere abbandonato. È un amore che non libera, ma incatena. L’altro non è un dono, ma un mezzo per riempire il mio vuoto.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “Ci sono amori che non amano, ma consumano. Ti stanno addosso come catene, e tu li chiami passione. Ma non è fuoco che scalda, è fuoco che brucia.” Queste parole risuonano vere in tante relazioni oggi: ci si ama senza essersi mai veramente incontrati, perché l’altro è stato ridotto a uno specchio deformante dei nostri bisogni. Si chiede all’altro di colmare ciò che solo Dio può riempire. Si chiama amore, ma è idolatria.

L’amore vero, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro movimento. Nasce non dal vuoto, ma dalla pienezza. Non cerca di modellare l’altro, ma di lasciarsi modellare da Dio. È un amore libero, che non pretende, che non trattiene. È l’amore di chi ha fatto esperienza di essere amato così com’è, e allora può amare l’altro senza volerlo cambiare. È un amore adulto, generato dal nostro Adulto interiore: quello che è presente, consapevole, responsabile. Un io che ha imparato a riconoscere i propri bisogni senza farli pagare all’altro.

In questa logica, l’amore è dono, non possesso. “Amare è lasciar essere l’altro, custodendo la sua libertà anche quando ci costa”, scrive ancora Epicoco. Ed è proprio così: l’amore che nasce da Dio è un amore che sa aspettare, che sa fare un passo indietro, che sa morire a sé stessi per far vivere l’altro. È un amore che si inginocchia, non per sottomettersi, ma per servire.

Il vero amore è sempre un’uscita da sé. È il contrario del bisogno. È entrare nella relazione portando un cuore già abitato da Qualcuno. Quando ci lasciamo amare da Dio, la nostra sete non diventa più una trappola per l’altro, ma una sorgente che disseta anche lui. In Analisi Transazionale, potremmo dire che si attiva un dialogo Adulto-Adulto: due persone libere, capaci di dirsi la verità, di sostenersi, di lasciarsi libere, anche nel dolore.

Ecco la grande differenza: o amo per bisogno, e allora divento tiranno, oppure amo per sovrabbondanza, e allora divento dono. O cerco nell’altro la mia salvezza, e finisco per perderlo, oppure la ricevo da Dio e posso finalmente amare l’altro nella sua verità.

L’amore vero non ha paura della libertà, perché sa che non può essere estorto, solo accolto. È l’amore che non dice: “Sii come voglio io”, ma “Sii te stesso, e io imparerò ad amarti ogni giorno”. È l’amore che sa benedire anche la distanza, anche il silenzio, anche le stagioni difficili. Perché non ha bisogno di vincere, ma solo di restare fedele.

Alla fine, ogni relazione è una scelta: voglio che l’altro mi appartenga, o voglio appartenere insieme a lui a Qualcuno che ci plasma entrambi? Solo il secondo amore è capace di durare. Perché è già eterno. E questo non è solo un ideale da predicare: è una verità che ho sperimentato nella mia carne, nel mio matrimonio con Luisa.

All’inizio, lo confesso, ero un tiranno. Avevo bisogno di lei, disperatamente. Non la vedevo per quella che era, ma per ciò che volevo che fosse: una presenza costante, prevedibile, capace di calmare i miei vuoti, di rassicurare le mie fragilità, di placare le mie paure. E quando non lo faceva, quando non corrispondeva al copione che avevo scritto nella mia testa, arrivavano i silenzi, le ripicche, i giudizi. Ero un bambino che chiedeva amore ma lo faceva come un re offeso, ferendo e chiudendosi.

Poi qualcosa è cambiato. Anzi, Qualcuno ha iniziato a cambiarmi. Ho iniziato a lasciarmi amare da Dio. A lasciarmi guardare da Lui nel mio disordine, senza sentirmi sbagliato. A poco a poco, il mio cuore si è allargato, e il bisogno è diventato dono. Ho cominciato a vedere Luisa, finalmente, non più come una protesi del mio ego, ma come un mistero da accogliere. E ogni giorno sto imparando, a volte con fatica, a non pretendere, a non usare il silenzio come punizione, a restare anche quando l’altro non mi riempie come vorrei.

Oggi, posso dire che sto imparando ad amare davvero. E ogni passo in più che faccio in questo cammino, mi conferma che il vero amore non è conquistare l’altro, ma convertirsi ogni giorno per essere degni della sua libertà.

Antonio e Luisa

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Benedetta Crisi!

Siamo Diego e Nadia e siamo sposati da 31 anni, abbiamo 2 figli di 29 e 25 anni. Per esperienza possiamo dire che la vita insieme non è facile. Anche noi, come tante altre coppie, ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare una crisi di relazione profonda. Vorremmo qui testimoniare quanto per noi l’impegno quotidiano sia stata la chiave per rimanere uniti, per ritrovare un amore che sembrava perduto.

I primi anni di matrimonio sono stati una scoperta continua, parlarsi e capirsi veniva facile e non c’erano incomprensioni. Tra noi c’era complicità ed entusiasmo. Poco alla volta i problemi e le fatiche quotidiane hanno reso meno spontaneo il dialogo e sono iniziati i primi conflitti. Pian piano tutto divenne motivo di scontro, sembrava talvolta di non essere più quelli di prima.

Abbiamo dato per scontato l’amore e finto che andasse tutto bene, mettendo davanti al matrimonio la casa, il lavoro, lo sport, i figli, per ultima la nostra relazione. E’ così che ci siamo allontanati sempre più, fino addirittura a tradirci. Tutto sembrava perduto e impossibile da rimediare, ma Dio non ci aveva abbandonato: un giorno ci fu indicato il percorso di Retrouvaille. Era l’ultima possibilità.

Partecipammo al weekend, dubbiosi e confusi ma, lì si accese una luce che non credevamo di poter vedere. Se altre coppie ce l’avevano fatta, forse anche noi avremmo potuto rinascere! E se fino ad allora non avevamo costruito, ora potevamo iniziare a farlo. Abbiamo deciso di non mollare. Entrambi avevamo il desiderio di ricostruire la nostra relazione ed entrambi abbiamo preso la decisione di impegnarci.

Certo, all’inizio l’impegno era un problema, una vera fatica, perché le ferite ancora sanguinavano e facevano male. Ma Retrouvaille ci ha fornito gli strumenti per ricostruire, partendo dal dialogo e l’ascolto, come gestire in maniera sana i nostri conflitti, il perdono, il ridarsi fiducia. Non siamo “studenti” modello, anzi molte volte ci siamo trovati impreparati ma abbiamo avuto fiducia nel programma e nelle coppie che ci hanno sostenuto lungo il cammino, quando siamo inciampati ed eravamo sconfortati.

Il tempo ha aiutato a consolidare i comportamenti positivi, l’impegno quotidiano ha aiutato a modificare anche gli atteggiamenti. Con pazienza e perseveranza abbiamo visto il nostro rapporto cambiare. Ora siamo carichi e pieni d’entusiasmo, come quando parti per le tanto desiderate ferie verso una meta da sogno. Siamo consapevoli che il risultato per una buona relazione, è dato dalla nostra volontà di impegnarci.

Ad oggi siamo una coppia attiva in Retrouvaille, doniamo la nostra storia perché possa essere un aiuto a chi desidera e vuole uscire da una crisi. In questi anni di servizio ci siamo accorti che sempre più emerge anche nel rapporto di coppia la mentalità “usa e getta”, che fa credere che non serve stare nella crisi e che la separazione risolve un rapporto che appare imperfetto.

Vediamo molte unioni finire di fronte ai primi problemi e difficoltà di comprensione, di comunicazione, ma soprattutto dicono di essere in crisi perché non provano più il sentimento d’amore iniziale. Così, si dichiarano stanchi, convinti che non ci sia amore e si chiedono, perché far tanta fatica per stare insieme? Noi abbiamo capito che la crisi è un’opportunità: per crescere nella relazione, per trasformare il sentimento d’amore iniziale in un sentimento d’amore più profondo e maturo. Ci è voluto un impegno quotidiano, anche contro-voglia talvolta; nella società odierna molti vedono l’impegno come un problema.

Dovete crederci, impegnarsi è la soluzione. Abbiamo pregato insieme. Quando ancora non riuscivamo ad avere un buon dialogo, era il rosario che ci univa. Abbiamo ritrovato la fede ed una energia nuova. Abbiamo sperimentato in questo percorso che la nostra crisi è stato un mezzo per ricostruire una relazione nuova, più forte e soprattutto per riscoprire Dio che ringraziamo per essere in comunione tra di noi e con Lui.

Nadia e Diego (Retrouvaille Italia)

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I sacerdoti mi dicono che devo compiacere mio marito

Oggi voglio condividere con voi la richiesta di una moglie che mi ha profondamente toccato. Nelle sue parole ho colto una grande tenerezza, ma anche tanta confusione. Non sa come orientarsi, e ciò che più mi addolora è che alcuni sacerdoti, anziché aiutarla a fare luce, l’hanno confusa ancora di più. Lei sente nel cuore dov’è la verità, ma chi le sta intorno la spinge verso scelte che non le appartengono, che non sente giuste, e che – con coraggio – rifiuta.

Molti sacerdoti mi dicono che la sessualità tra marito e moglie può comprendere anche sesso anale e rettale per compiacere a lui …. credimi ma io sapevo che non è così…. dov’è la verità? In attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale come mi devo comportare? Scusami se mi sono permessa di scriverti?

Carissima, grazie per il coraggio e la fiducia con cui poni questa domanda così intima. Non sei affatto bigotta, né sbagliata. La tua inquietudine è segno di un cuore che cerca la verità sull’amore, e questo è prezioso.

Ci sono sacerdoti che oggi, nel desiderio di non ferire o escludere nessuno, finiscono per dire che “tra marito e moglie tutto è lecito, purché vi sia consenso”. Ma la verità sull’amore sponsale cristiano è molto più grande e più bella di un semplice “se siete d’accordo, va bene tutto”. Quando ci si ama davvero, non basta acconsentire: bisogna domandarsi se ciò che si fa costruisce o distrugge, unisce o divide, nobilita o degrada.

La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II insegna che l’unione sessuale nel matrimonio è un linguaggio del corpo, che dice: “Io mi dono a te completamente, senza trattenere nulla, né nel corpo né nel cuore”. Ma quando si praticano atti che imitano comportamenti pornografici (come il sesso anale), spesso quel linguaggio viene stravolto. Non è più “mi dono a te”, ma diventa “ti uso per soddisfare un mio desiderio”. E questo cambia tutto.

2. Aspetti fisiologici e sessuologici: cosa dice il corpo

Anatomicamente, il corpo femminile è fatto per l’unione vaginale, che è l’unico tipo di rapporto che può coniugare piacere, apertura alla vita e comunione profonda. L’ano non è un organo sessuale: non produce lubrificazione, non ha la stessa elasticità dei tessuti vaginali, è altamente innervato per la sensibilità al dolore, non al piacere.

Il sesso anale può provocare microlesioni, infiammazioni, infezioni e, a lungo andare, problemi di incontinenza. Non sono parole da moralista, ma dati medici condivisi da molti ginecologi e sessuologi. La nostra amica Luisa, ginecologa, ci dice spesso che tante donne durante le visite piangono raccontando l’insistenza dei mariti su questo tipo di pratiche, vissute come violente, umilianti, non desiderate. Dove c’è amore, non può esserci forzatura. E non basta il consenso per trasformare un atto in qualcosa di buono.

3. Aspetti psicologici: il bisogno di “andare oltre” è un campanello d’allarme

Spesso, chi chiede al partner pratiche spinte o degradanti non è mosso dal desiderio di intimità, ma dalla noia, dalla ricerca di stimoli sempre più forti per provare piacere. È un meccanismo ben noto in psicologia, legato alla desensibilizzazione tipica dell’uso abituale della pornografia.

Quando il piacere viene scollegato dall’amore e dalla tenerezza, diventa un bisogno insaziabile, e la sessualità si svuota del suo senso più profondo. Non unisce più, ma isola. Spesso, questo circolo porta nel tempo all’insoddisfazione, all’astinenza e perfino alla rottura della relazione.

4. La verità del corpo, la bellezza dell’unità

Tu hai scritto una frase bellissima e centrale: “in attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale, come mi devo comportare?”. La tua domanda è già la risposta. Chi ama, accompagna. Ma non cede su ciò che è falso. Dire “no” a pratiche che umiliano, feriscono o degradano non è mancanza d’amore, ma il suo compimento. È difendere la bellezza del corpo e della comunione.

Può essere il momento di parlarne con chiarezza, magari anche con l’aiuto di un sacerdote che abbia a cuore il progetto di Dio sul matrimonio, o di un consulente esperto in sessuologia coniugale. Il punto non è dire: “questo è peccato, questo no”, ma riscoprire insieme una sessualità piena, tenera, creativa, che dia piacere senza mai perdere di vista l’altro come persona e non come strumento.

5. In attesa che lui cresca… non restare sola

Non portare da sola il peso di questo conflitto. Coinvolgilo con dolcezza ma anche con fermezza. Proponigli un cammino comune, un dialogo sincero, magari anche un percorso per coppie cristiane che approfondisca il significato profondo della sessualità. Se lui ti ama davvero, capirà. E se oggi non è pronto, la tua fedeltà alla verità lo aiuterà a maturare.

“La sessualità, vissuta secondo il cuore di Dio, è un linguaggio d’amore, non un luogo di sperimentazione”.

Non cedere alla paura di sembrare rigida. Sei libera di dire no a ciò che non parla d’amore, anche se oggi tanti — perfino alcuni sacerdoti — sembrano confusi. Il tuo corpo è sacro. Il tuo amore è degno di essere espresso in un linguaggio che unisce, non che divide.

E allora sì, abbi il coraggio di dire no. Non per giudicare, ma per custodire. Non per privare, ma per orientare verso un “sì” più pieno, bello e santo. E se oggi ti senti sola, sappi che non lo sei. Noi siamo con te. E Dio, che ha fatto dell’amore un sacramento, è il primo a lottare con te per questa bellezza.

Antonio e Luisa

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La fede non va in vacanza

C’è un bellissimo film, “L’amore non va in vacanza”, che ho visto decine di volte. Ha delle pieghe un po’ improbabili ma questo non lo rende meno godibile. La pellicola è una commedia romantica del 2006 che, sono certa, molti di voi hanno apprezzato. Ma, per chi non la conoscesse, ne ripercorro brevemente le vicende.

Due donne, Iris e Amanda, stanche delle loro relazioni complicate e insoddisfacenti, decidono di scappare dalle loro vite e di scambiarsi casa per le vacanze. Iris si trasferisce in una pittoresca casa in Inghilterra, mentre Amanda si dirige verso il caldo e soleggiato Sud della California. Durante il soggiorno, entrambe vivono nuove esperienze, incontrano persone diverse e riscoprono il vero significato dell’amore e della felicità. La storia mette in evidenza come un cambiamento di scenario possa aiutare a vedere le cose sotto una luce diversa e a trovare la felicità anche nei momenti più difficili.

E’ vero, direte voi: il film è ambientato nelle vacanze di Natale. E adesso siamo in piena alta stagione estiva, fa un caldo terribile (o magnifico, per altri!), cosa c’entra? C’entra che anche ora siamo in periodo di ferie. C’entra che certe cose possono e devono andare in vacanza e altre no. Come, per esempio, la fede.

L’estate, con le sue spiagge assolate, le escursioni in montagna e le città piene di vita, è il momento in cui molti di noi si concedono una pausa dalla routine quotidiana. Ma c’è una cosa che, indipendentemente dalla stagione o dal luogo, non dovrebbe mai essere messa da parte: la fede.

Ripeto da anni il detto “la fede non va in vacanza”; esso ci ricorda che, anche durante le ferie, il nostro rapporto con il divino, con i valori e con la spiritualità deve rimanere vivo e forte. La fede non è solo un momento di preghiera o di riflessione ma un modo di essere, il filo conduttore che ci accompagna in ogni situazione, anche lontano da casa. Che caratterizza le nostre relazioni, il nostro modo di essere coniugi, genitori, figli, amici. Che dev’essere il centro della nostra vita e, come tale, non è possibile parcheggiare, dimenticare o abbandonare in autogrill, poco dopo la partenza.

Ma perché è importante mantenere viva la fede anche in vacanza? Innanzitutto, perché ci aiuta a trovare serenità e pace interiore, anche quando siamo in ambienti nuovi o in situazioni di relax che potrebbero farci perdere di vista i nostri valori. E poi, come si può dimenticare di ringraziare e lodare il Signore per le tante meraviglie che ha creato? Per isole e spiagge paradisiache, per la bellezza dei boschi e delle vallate, per gli incredibili cambiamenti di paesaggi e climi di cui possiamo godere, più o meno lontano da casa? Senza scordare che la fede ci dà forza e speranza nei momenti di difficoltà o di incertezza che possono capitare anche durante le ferie.

Vivere la fede non dev’essere un obbligo né un rigido protocollo ma un rapporto d’amore vero, vivo, autentico con il Signore! Che può concretizzarsi in un momento di preghiera al mattino o alla sera, una riflessione durante una passeggiata, un Santo Rosario, la Santa Messa ma anche semplicemente un pensiero di gratitudine per le meraviglie che ci circondano. La fede non richiede grandi gesti ma costanza e sincerità nel cuore.

Vivere la relazione con il Signore può essere bellissimo in vacanza! Ecco qualche consiglio, semplice quanto efficace:

  1. c’è molto più tempo libero e si è slegati dalla routine;
  2. si può pregare all’aria aperta, immersi nella natura, passeggiando in un bosco e sul bagnasciuga;
  3. in viaggio possiamo approfittare per visitare chiese, santuari o altri luoghi di culto, partecipando alle celebrazioni locali, a volte molto caratteristiche ed arricchenti sia dal punto di vista culturale che spirituale;
  4. possiamo portare con noi libri o testi che aiutano a riflettere sul nostro rapporto con il Cielo; leggere storie di santi, passi della Bibbia o altri scritti spirituali può essere molto stimolante;
  5. durante le vacanze è buona abitudine raccogliersi insieme per ringraziare dei giorni belli che si stanno vivendo. La gratitudine rafforza la fede e aiuta a vedere la bontà di Dio anche nelle più piccole cose;
  6. è importante condividere pensieri e riflessioni sulla fede perché parlarne aiuta ad elevarsi, e a farlo come coppia e come famiglia;
  7. la fede si alimenta anche attraverso azioni di amore e solidarietà: fare qualcosa di gentile per qualcuno, durante le vacanze, può essere un modo concreto per vivere i valori della fede.

In conclusione, vacanza o no, il rapporto con Dio è un compagno fedele che ci sostiene e ci guida. Ricordiamoci di portarla sempre con noi perché “la fede non va in vacanza“!E questa è davvero una bella notizia, che ci permette di affrontare ogni giorno la vita con speranza e fiducia, ovunque ci troviamo.

Fabrizia Perrachon

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Brain Rot: il lato oscuro dei contenuti per bambini

Un amico mi ha suggerito un video su TikTok della pedagogista Katty Ciarallo (cercatela, è davvero in gamba). Quelle parole mi hanno colpito profondamente e, dopo una breve ricerca, ho sentito il desiderio di scriverci un articolo. Un bambino di quattro anni che bestemmia. Un altro che si sveglia la notte urlando perché un video gli ha detto: “Se non ti iscrivi, tua madre morirà davanti a te”. Non è una leggenda metropolitana. È ciò che sta accadendo, oggi, in molte case e scuole italiane. Il fenomeno si chiama “brain rot” — letteralmente “marciume cerebrale” — ed è il nuovo volto subdolo della manipolazione digitale sui più piccoli.

Cosa sono i contenuti Brain Rot

Sotto forma di video apparentemente buffi, colorati, senza senso (squali che ballano, Puffi che cantano, animali con scarpe o aerei), si nascondono contenuti pericolosi: linguaggio volgare, bestemmie, incitazione alla violenza, minacce dirette. E il tutto avvolto in filastrocche ipnotiche e ripetitive che si incollano al cervello, soprattutto a quello ancora in formazione.

Molti genitori non si accorgono di nulla: i bambini sembrano solo divertiti. Ma dietro quella risata c’è una programmazione inconscia. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco, “ciò che entra nel cuore di un bambino non va mai via. Ecco perché bisogna vigilare su ciò che guardano e ascoltano più che su ciò che mangiano.”

I danni sulla psiche infantile

I bambini sotto gli 8 anni non hanno ancora sviluppato pienamente la capacità di distinguere la finzione dalla realtà. Anche quando sanno che “è solo un cartone”, le emozioni che provano sono autentiche. Se il contenuto è disturbante ma presentato come “normale” o “divertente”, lo assorbono senza filtri.

Un bambino piccolo non è in grado di difendersi da contenuti tossici. Li subisce. E ciò che oggi provoca solo disagio, domani può trasformarsi in disordine del comportamento o dell’umore.”
Dott.ssa Maria Rita Parsi, psicoterapeuta

Il rischio maggiore è la desensibilizzazione: il male non fa più paura. La volgarità diventa routine. La violenza smette di essere riconosciuta come tale. Bambini che ridono davanti alla sofferenza altrui, che ripetono bestemmie senza capirle, che diventano più aggressivi, meno empatici, più esposti al bullismo o alla pornografia.

E nei casi più estremi, il fenomeno si evolve in dipendenza da contenuti disturbanti. Una spirale che può portare, secondo la Dott.ssa Nicoletta Daprati, neuropsicologa, a “una perdita precoce dell’innocenza e a un ritiro emotivo silenzioso che i genitori faticano a interpretare”.

Testimonianze allarmanti

Maestre della scuola dell’infanzia raccontano di bambini che arrivano bestemmiando, altri che piangono per minacce ascoltate nei video, altri ancora che diventano aggressivi con i compagni o si isolano senza motivo apparente. Papa Francesco ci mette in guardia:

“La mente dei bambini è tenera come cera: ciò che vi si imprime, resta. Dobbiamo proteggerli da ciò che può deformarli interiormente.”
(Angelus, 4 giugno 2023)

E San Giovanni Paolo II diceva:

“L’educazione dei figli è la prima missione dei genitori, ed è un compito che nessuno può delegare.”
(Familiaris Consortio, 36)

Cosa possono fare i genitori

  1. Controllare attivamente i contenuti. Non basta il parental control. Serve presenza e vigilanza.
  2. Guardare insieme i video. Se qualcosa disturba voi, disturba molto di più loro.
  3. Limitare il tempo sugli schermi. Non più di 30-60 minuti al giorno nei primi anni.
  4. Favorire giochi reali, letture, relazioni. La realtà è il miglior vaccino contro il digitale tossico.
  5. Parlare con i figli. Chiedere: “Cosa hai visto oggi?”, “Cosa ti ha fatto ridere o paura?”.
  6. Insegnare a dire di no. Anche i piccoli possono imparare a riconoscere ciò che non li fa stare bene.

Come ha affermato Papa Benedetto XVI, “educare è sempre un atto d’amore, ma anche un atto di coraggio. Non basta essere presenti: bisogna esserlo con verità.”

Non è allarmismo, è responsabilità

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di educarla. Di non accettare che lo schermo diventi il nuovo educatore silenzioso e invisibile dei nostri figli. Di svegliarci prima che sia troppo tardi.

Perché ciò che sembra solo un cartone “strano”, oggi, può generare un vuoto emotivo domani. Ma un bambino protetto e accompagnato, sarà un uomo capace di scegliere il bene, di ridere senza ferire, di dire no a ciò che è disumano.

Solo chi ha sperimentato l’amore vero è capace di dire un no deciso al male. È questo che dobbiamo offrire ai nostri figli: amore vero, che protegge.” Papa Francesco

Antonio e Luisa

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Riscoprire la Castità: Un Cammino di Libertà (anche per me sposo fedele e separato)

Oggi si parla sempre meno di castità. Anzi, in certi ambienti ecclesiali sembra quasi un argomento imbarazzante, fuori moda. So che alcuni sacerdoti non solo evitano di proporla, ma arrivano persino a considerarla una pratica ormai superata, non più realistica. Dicono: “Ma come si fa a parlare di castità a dei giovani nel 2025? Suvvia, cerchiamo di essere seri, non antiquati!
E così, anche nei percorsi per fidanzati, dove tanti arrivano già conviventi o con figli, la castità viene messa da parte, come se fosse un ideale irraggiungibile o un dettaglio secondario. Ma davvero vogliamo rinunciare a proporre un amore capace di dono totale, di attesa, di rispetto e di profondità solo perché il mondo corre in un’altra direzione?

La cosa più difficile ma giusta da fare, se davvero una coppia convivente vuole sposarsi in chiesa, sarebbe quella di tornare ognuno alla propria abitazione e vivere almeno il tempo fino al matrimonio senza rapporti, in modo da verificare la qualità dell’amore: attrazione fisica e soddisfazione dei sensi o donazione gratuita anche senza sesso? 

In un’epoca dove la sessualità è spesso trattata come un diritto da esercitare senza restrizioni, la castità viene vista da molti come un’imposizione e una rinuncia, qualcosa di incompatibile con le esigenze del mondo moderno. Tuttavia, è essenziale riscoprire il vero significato di questo concetto, che non si limita a un semplice divieto o a un sacrificio sterile. La castità, infatti, è un cammino di libertà, un viaggio che ci conduce a una vita più piena e autentica, dove l’amore e la purezza non sono negati, ma vissuti in un modo sano e profondo.

Innanzitutto, è necessario chiarire cosa s’intende per castità. Molti, infatti, sono convinti che castità voglia dire esclusivamente astenersi dai rapporti sessuali, ma questa è una visione riduttiva e incompleta. La castità, nel suo significato più profondo, riguarda la condotta di vita secondo la purezza: è un modo di vivere che implica un cuore e una mente puri, capaci di amare senza egoismo o sfruttamento dell’altro. La castità non è un concetto limitato per qualcuno, ma riguarda tutti, in qualsiasi condizione di vita, comprese le persone sposate (che non la concretizzano con l’astinenza ma donandosi nella verità, senza lussuria, egoismo o possesso).

La castità rappresenta un’azione controcorrente, una riscoperta della dignità della persona umana, ci libera dalla schiavitù dei desideri carnali, da quella tendenza a ridurre l’altro a un oggetto di piacere, e ci riporta al senso autentico dell’amore, che non è egoista, ma gratuito e generoso.

La castità ci insegna che non siamo schiavi dei nostri impulsi, ma esseri capaci di scegliere il bene, anche quando questo richiede sacrificio e rinuncia: lo so, sono due parole poco attraenti, ma solo perché non si conosce a fondo il significato della sessualità, un linguaggio che va usato in un certo modo e in certi momenti, altrimenti si rischia di allontanarsi dal fine voluto da Dio e soprattutto di farsi del male.

Sì, perché a meno di essere persone alienate, ogni rapporto sessuale non ci lascia indifferenti, anche se gli diamo poco valore e ritengo che molti problemi nascano dal vivere una sessualità all’opposto del progetto iniziale, penso alla superficialità, ai narcisisti, ai tradimenti e a tutta la violenza che ne deriva.

Molti pensano, a torto, che la castità non abbia nulla a che fare con il matrimonio. Eppure è proprio l’amore coniugale a richiederla in una forma ancora più profonda e consapevole. La castità nel matrimonio non significa assenza di sessualità, ma viverla come linguaggio autentico dell’amore: non una semplice unione fisica, ma una comunione profonda tra due persone che si donano con tutto sé stessi – corpo, mente e spirito.

Essere casti da sposati significa custodire l’intimità come luogo sacro, in cui il desiderio non prende il sopravvento sull’amore, ma ne diventa espressione. In concreto, vuol dire rispettare i tempi dell’altro, vivere la tenerezza anche nei gesti più semplici, essere aperti alla vita scegliendo con responsabilità i metodi naturali, e custodire gli occhi e il cuore evitando immagini o contenuti che svuotano l’altro della sua dignità. La castità, così intesa, non è rinuncia, ma pienezza. È la forma più alta di libertà: quella che ci rende capaci di amare davvero.

La strada della castità non è mai facile, le tentazioni, infatti, sono molteplici e possono manifestarsi sotto forme diverse: la solitudine, il desiderio di affetto, le immagini pornografiche, l’influenza di una società che spesso promuove la sessualità come fine a se stessa.

Da separato, ho sperimentato sulla mia pelle quanto possa essere difficile vivere l’astinenza, soprattutto nei primi tempi, quando la solitudine pesa e il desiderio fisico sembra travolgere ogni spazio della quotidianità. Ma con il tempo ho compreso una verità profonda: non si muore senza rapporti sessuali, e non si è meno uomini per questo. Al contrario, è proprio attraverso la castità che ho iniziato a scoprire un modo nuovo, più pieno, di essere uomo. Un uomo capace di governare sé stesso, di amare con libertà e senza possesso, di scegliere l’altro non per bisogno, ma per dono.

Ogni giorno è un’opportunità per rinforzare la nostra volontà, per allenare il nostro cuore e per crescere nella virtù. Umanamente, la castità è quasi impossibile se non ti affidi completamente a Dio: se non avessi avuto la grazia della messa quotidiana, della santa comunione e del rosario, non avrei resistito nemmeno un mese.

In conclusione, la castità ci porta a scoprire la bellezza della vita, a vivere in pienezza l’amore e la relazione con gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Le novelle Maddalena

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa (Om. 25, 1-2. 4-5; PL 76, 1189-1193) Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunge: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20, 10-11).    In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato. Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10, 22). Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.

Oggi prendiamo spunto per la nostra riflessione da questa intensa omelia che ha molto da insegnarci nella festa liturgica di S. Maria Maddalena (proveniente da Magdala).

Innanzitutto si mette in evidenza la differenza tra il comportamento maschile dei discepoli/apostoli e quello femminile di Maria Maddalena. Gli uni, visto il sepolcro vuoto non stanno lì molto a disperarsi ma se ne tornano a casa; lei, invece, resta lì a piangere. Il punto chiave non è che resti per piangere, ma il fatto che resti, questo conta. E questo è un tipico atteggiamento femminile e molto materno: lasciarsi coinvolgere anche emotivamente da ciò che succede a quelli che si amano come se fosse accaduto a se stesse.

Nonostante l’evidenza dei fatti dica che Gesù non c’è lei continua a cercarlo, come se la realtà concreta fosse solo un sogno, per lei non poteva essere vero che Gesù fosse semplicemente scomparso, e quindi lo cerca aldilà dell’evidenza del sepolcro vuoto.

Ed infatti Gesù si lascerà trovare proprio da lei, perché aveva saggiato la sua perseveranza nella ricerca.

Questo atteggiamento tutto femminile è quell’ancora che salva le nostre coppie, le nostre famiglie. Ci sono tantissime spose e mamme che fanno di tutto (o l’hanno fatto) per tenere unita la famiglia quando tutto sembra sfasciato, che non smettono di cercare la comunione laddove viene ignorata, che non si fermano nemmeno di fronte ad un sepolcro… proprio come Maria Maddalena.

Il Signore poi ha sfruttato questi diversi atteggiamenti dei discepoli e della Maddalena per i suoi fini di salvezza. Ed infatti accade così, come ci racconta l’omileta di cui sopra, che I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.

Questa è una bella lezione anche per noi sposi, se infatti non progrediamo nella vita spirituale ma restiamo all’età del catechismo ( tanto per intenderci ) non è che forse non abbiamo i desideri santi? Oppure si sono affievoliti gli entusiasmi iniziali?

Tante coppie partono con entusiasmo, ma poi si lasciano soffocare dalle cose di questo mondo, che assorbono tutte le loro energie, e la relazione intanto? E la vita spirituale di coppia che fine ha fatto?

Coraggio sposi, questo tempo di distensione estiva possa aiutarci a ritrovare il gusto dei desideri santi sulla scorta di S. Maria Maddalena.

Giorgio e Valentina.

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Set tutta bella: come Tirza e Gerusalemme

Nei versetti che seguono, il Cantico si apre a una nuova contemplazione dell’amata: Salomone si sofferma sui suoi tratti fisici, ma ciò che egli realmente scorge è una bellezza che trabocca dall’anima e si riflette nel corpo. È la bellezza integrale della Sulamita, così intensa e luminosa da turbare profondamente il cuore dell’amato. Uno sguardo che disarma, un volto che parla, un corpo che racconta l’interezza di una persona amata con totalità. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Tu sei incantevole, amica mia, come la città di Tirsa, affascinante come Gerusalemme, maestosa come schiere con i vessilli alzati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le tue chiome sono come un gregge di capre distese sulle pendici del Gàlaad. I tuoi denti come un gregge di pecore che risalgono dal bagno; tutte procedono accoppiate, e nessuna è senza compagna. Come spicchi di melagrana sono le tue guance, dietro il tuo velo. Siano pure sessanta le mogli del re, ottanta le concubine, innumerevoli le ragazze! Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica è per sua madre, la prediletta di colei che l’ha generata. Al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano.

Nel testo biblico l’amato paragona l’amata a due città: Tirza (antica capitale del Regno d’Israele del Nord) e Gerusalemme (capitale del Regno di Giuda a Sud). Queste città rappresentano insieme la Terra Promessa intera, da nord a sud: è un modo per dire che la bellezza dell’amata è completa e armoniosa, “tutta bella” in ogni aspetto. Anche il significato dei nomi è simbolico: Gerusalemme evoca la “città della pace”, mentre Tirza in ebraico significa “piacere, delizia, bellezza” – il nome stesso suggerisce qualcosa di piacevole e amabile.

L’amata riunisce in sé pace e delizia, corpo e spirito, offrendo al suo amato una pienezza di vita. I suoi pregi e perfino i suoi difetti fanno parte di questa bellezza totale, perché sono parte di lei e vengono accolti dallo sguardo amante. Si delinea qui uno sguardo d’amore che abbraccia l’interezza della persona, senza ridurla a oggetto.

Di fronte a questo sguardo pieno di rispetto e meraviglia, si può contrapporre il “controsguardo” opposto, definito anche sguardo pornografico, che riduce la persona al solo corpo o addirittura a una sua parte. Come ha osservato San Giovanni Paolo II, il problema della pornografia non è che mostri “troppo” del corpo umano, bensì che ne mostra troppo poco: separa il corpo dalla persona, violandone il pudore e facendoci perdere il mistero dell’individuo. In altre parole, mentre lo sguardo d’amore del Cantico vede l’altro nella sua totalità unendo dimensione fisica e spirituale, lo sguardo riduttivo vede solo un corpo da usare, frammentando e disumanizzando la persona.

Nel Cantico, invece, il piacere e la bellezza tra uomo e donna non sono mai puro egoismo o utilizzo dell’altro; sono vissuti come gioia condivisa e donazione reciproca in un amore vero. È per questo che l’amato descrive la sua sposa con immagini così elevate: la vede “maestosa come schiere con vessilli”, perché riconosce che questo amore è la realtà più forte che esista – “forte come la morte”, dirà più avanti il Cantico (Ct 8,6) – e richiede rispetto quasi riverente. L’amore autentico ha una forza e una nobiltà intrinseche che sfidano ogni riduzione banalizzante.

Lo sguardo che turba: intimità e vulnerabilità

Dopo aver esaltato la bellezza complessiva dell’amata, l’amato esclama: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”. Questa frase così intensa rivela il potere dello sguardo nell’intimità. Gli occhi dell’amata sconvolgono dolcemente l’amato, toccandolo nel profondo e suscitando emozioni quasi incontenibili. È un turbamento che può riferirsi all’intensità dell’innamoramento nei primi tempi – quando ogni sguardo reciproco fa battere forte il cuore – ma anche all’amore maturo di una coppia di lunga data.

Anche dopo molti anni di matrimonio, uno sguardo autentico del coniuge può far vibrare corde interiori difficili da descrivere a parole. Quanti sposi possono testimoniare che, quando si guardano negli occhi con attenzione e amore, provano una commozione nuova, un sentimento di connessione che rinnova il loro legame! È come se attraverso gli occhi passasse l’anima dell’altro, ricordandoci che la persona amata rimane sempre un mistero da contemplare con rispetto.

Dal punto di vista psicologico, lo scambio di sguardi è uno degli atti più intimi e rivelatori in una relazione. Essere fissati intensamente negli occhi significa in un certo senso sentirsi guardati dentro: ci si sente esposti, vulnerabili, e questo può generare un turbamento emotivo profondo. Non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Uno sguardo prolungato comunica apertura e fiducia, ma mette anche a nudo: l’altro vede in noi qualcosa di vero, e noi vediamo l’altro in modo limpido.

Secondo gli esperti, guardarsi negli occhi a lungo è un’esperienza che può perfino alterare la percezione del tempo e dello spazio, proprio perché attiva emozioni intensissime e rompe le usuali barriere difensive.

In termini di analisi transazionale, potremmo dire che attraverso lo sguardo ci scambiamo “carezze” psicologiche (strokes) di riconoscimento profondo: l’altro ci conferma “ti vedo, esisti per me, ti accetto così come sei”. Questo scambio nutre il bisogno fondamentale di ogni persona di essere riconosciuta e amata per intero. Ecco perché il protagonista del Cantico quasi trema di fronte agli occhi dell’amata: vi coglie un amore così sincero da scuotere le sue difese e toccargli il cuore.

Unica al mondo: l’amore esclusivo e incondizionato

Nei versetti successivi l’amato continua a lodare la bellezza fisica della sposa (denti candidi, guance di melagrana) e proclama la sua unicità assoluta. Egli afferma che, pur potendo avere sessanta regine, ottanta concubine e fanciulle innumerevoli, “unica è la mia colomba, la mia perfetta”. Questa iperbole richiama l’uso, diffuso nell’antico Oriente, di grandi harem dove le donne erano classificate per rango (regine, concubine, giovani). Ma per l’amato del Cantico nessuna tra le tante potrebbe mai eguagliare la sua amata: per lui esiste solo lei.

In questa espressione appassionata riconosciamo una verità profonda dell’amore sponsale: chi ama davvero sceglie l’altro come unico e insostituibile, e da quel momento “non ha occhi che per l’amato o per l’amata”. L’amore vero tende per sua natura all’esclusività (l’unicità dell’altra persona) e alla definitività (un impegno per sempre). Come spiegato da Papa Benedetto XVI, fa parte della maturazione dell’amore arrivare a dire: “solo questa persona” e “per sempre”, perché l’amore pieno abbraccia tutta l’esistenza e anzi “mira all’eternità”.

Questa esclusività non è un limite, ma la condizione perché l’amore sia personale e totale. L’amato del Cantico paragona il suo amore esclusivo a quello di una madre per la figlia unica: “unica è per sua madre, la preferita di colei che l’ha generata”. Chi è genitore sa che il proprio figlio, anche se nel mondo ce ne sono miliardi, è amato come unico: l’amore materno (e paterno) vede il figlio o la figlia come “il più bello del mondo” a prescindere da tutto. È un amore che non dipende dal merito o dal confronto, ma è dato incondizionatamente. Allo stesso modo l’innamorato del Cantico ama la sua sposa non perché oggettivamente “non ci siano altre donne”, ma perché ai suoi occhi nessun’altra può prendere il suo posto. È un amore che dice: “tu sei tu, e nessun altro; ti amo per ciò che sei, nella tua irripetibilità”.

Questo è il cuore dell’amore coniugale: scegliersi reciprocamente, ogni giorno, come unici, e continuare a scegliersi anche di fronte alle prove o alle tentazioni. Un amore del genere rende testimonianza di una fedeltà e di una donazione che illuminano anche chi sta attorno: nel Cantico, “al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano” – segno che tutti riconoscono la gioia speciale di chi è veramente amata in modo esclusivo. In fondo, ogni cuore umano desidera un amore così: totale, fedele, esclusivo, in cui sentirsi preferito e irripetibile.

In conclusione, la lettura del Cantico dei Cantici arricchita da riflessioni teologiche e psicologiche ci mostra l’alta vocazione dell’amore umano. Esso non è soltanto attrazione fisica o sentimento passeggero, ma può divenire incontro di persone nella loro totalità, unione di corpi e anime aperta alla trascendenza.

Nel Cantico, l’amato e l’amata sperimentano la bellezza di uno sguardo puro, di un amore forte ed esclusivo, segno in filigrana dell’Amore eterno di Dio per ogni creatura. Questo ideale ispira le coppie (in particolare le coppie cattoliche) a coltivare un amore poetico e insieme concreto, fatto di intimità rispettosa, dono sincero di sé e fedeltà gioiosa. È un percorso impegnativo ma esaltante, in cui gli sposi, accompagnati anche dall’aiuto di esperti (come i terapeuti familiari di scuola analitico-transazionale, attenti alle dinamiche relazionali profonde), possono crescere nell’arte di amarsi come Dio ama – con uno sguardo che vede l’altro nella sua verità e bellezza integrale, e un cuore che dice “tu sei unico per me” per tutta la vita. In questo modo, l’amore umano diventa davvero un canto sacro, una finestra spalancata sul Mistero dell’Amore infinito da cui tutti proveniamo e verso cui tutti tendiamo.

Antonio e Luisa

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Gesù da uomo libero non cade nel gioco psicologico di Marta. E noi?

Nel celebre episodio evangelico di Marta e Maria (Lc 10,38-42), siamo di fronte a una scena apparentemente semplice: una casa, due sorelle, un ospite d’onore. Eppure, tra le righe di questo racconto, si nascondono dinamiche interiori e relazionali molto profonde, che parlano direttamente al cuore delle nostre relazioni, specialmente di quelle più intime, come quella tra marito e moglie.

Marta è attiva, operosa, indaffarata nel servire. Maria è seduta ai piedi di Gesù, in ascolto. Marta, vedendosi sola nel fare, si lamenta con il Maestro: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Apparentemente Marta sta solo chiedendo aiuto. Ma chi ha occhi per vedere, può riconoscere una dinamica psicologica ben più sottile. Marta non sta semplicemente domandando collaborazione: sta giocando un gioco. E lo fa su uno schema che, se non riconosciuto, si ripete in tante relazioni affettive, soprattutto nella coppia.

Il gioco del “Io mi sacrifico e tu non capisci”

Dietro l’azione instancabile di Marta si cela una trappola: il desiderio di essere vista, riconosciuta, amata… ma attraverso il fare. Marta non dice apertamente il suo bisogno (“ho bisogno di sentirti accanto”, “vorrei un momento insieme”), ma lo esprime in modo indiretto, attraverso un’accusa: “non ti importa nulla di me”. Così facendo, genera senso di colpa, mettendosi nel ruolo della vittima e spingendo l’altro (in questo caso Gesù) nella posizione del colpevole.

Il suo atteggiamento nasconde un meccanismo comune: se faccio tanto per te, tu mi devi qualcosa. Il non detto è: “Mi merito il tuo amore, la tua attenzione, la tua presenza… perché mi sto facendo in quattro”. Ma quando il riconoscimento non arriva come lo desiderava, Marta si aggrappa all’unica moneta che sembra restarle: il risentimento. È la sua ricompensa amara. La rabbia trattenuta. Il rancore che le permette di sentirsi moralmente superiore, anche se affettivamente sola.

Gesù, però, non ci sta. Non gioca la partita. Non si lascia trascinare nel ruolo del colpevole. Non risponde come farebbe uno coinvolto nel gioco: non si giustifica, non si scusa, non ordina a Maria di aiutare Marta. Dice invece: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria”.

Con dolcezza, ma con fermezza, Gesù mostra che Marta ha perso il centro. E lo fa senza sminuire il suo impegno, ma liberandola dalla schiavitù di un fare che cerca amore nel modo sbagliato. Gesù non si fa colpire dal senso di colpa che Marta tenta di instillare: è libero, e in quella libertà chiama anche Marta a uscire dal suo schema.

Quando Marta e Maria vivono nello stesso matrimonio

Ora immagina Marta e Maria non come due sorelle, ma come due parti che vivono dentro ogni coppia. O, ancora più concretamente, dentro ciascun coniuge.

Nella vita matrimoniale capita spesso che uno dei due — o entrambi — cada nella tentazione di “fare per essere amato”. Faccio tutto io in casa. Tengo insieme la famiglia. Mi sacrifico per i figli. Non mi lamento mai. Ma dietro a questo comportamento, magari buono in sé, si annida una trappola: se non ricevo ciò che desidero (ascolto, affetto, intimità), allora mi sento in credito, e l’altro diventa colpevole.

È il momento in cui il “fare” perde la sua gratuità e diventa moneta affettiva. E se l’altro non paga, scatta la crisi: risentimento, recriminazione, distanza emotiva. Ma tutto questo nasce, spesso, da un bisogno non espresso, da una fragilità non condivisa.

Gesù ci insegna un’altra via: quella della verità affettiva. Marta avrebbe potuto dire: “Signore, ho bisogno anch’io di te. Mi sento sola”. E invece si rifugia nell’accusa. Ma l’amore maturo, in una coppia, nasce proprio quando si smette di giocare e si impara a comunicare il bisogno con sincerità, senza manipolazioni.

Uno sguardo personale

E qui non posso che ringraziare profondamente Luisa. Anche lei, come Marta, è sempre stata attiva, concreta, generosa nel fare. Ha fatto tanto per la nostra famiglia, per me, per i figli. Ma non me lo ha mai fatto pesare. Mai un gesto per rivendicare, mai una parola per colpevolizzare. Perché come Maria, sapeva nutrirsi alla presenza di Cristo. Il suo cuore era abitato da una Presenza più grande del bisogno di ricevere approvazione o riconoscimento umano. E questo ha fatto una differenza enorme.

Luisa non è mai caduta nei giochi psicologici che tante volte io invece mettevo in atto. Non si è mai lasciata tirare dentro le mie accuse sottili o i miei silenzi passivo-aggressivi. Ha scelto il silenzio che costruisce, lo sguardo che accoglie, la parola che guarisce. E questa sua libertà mi ha liberato. Mi ha permesso, piano piano, di uscire anch’io dai copioni appresi, di smettere di cercare amore in modo indiretto, e di iniziare a viverlo in modo più maturo, vero, reciproco.

In fondo, l’amore che dura è questo: non il fare per essere visti, ma il fare perché si è abitati. E quando l’uno dei due riesce a vivere così, l’altro può rinascere.

Antonio e Luisa

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In silenzio ai piedi dello Sposo

Cari sposi, la Parola di oggi mette in parallelo due scene di squisita accoglienza, nel miglior stile mediorientale. Da una parte l’accoglienza di Abramo e Sara di questi tre misteriosi personaggi e dall’altra, l’accoglienza in casa di Gesù da parte di due sorelle, Marta e Maria.

Normalmente questo tema è l’occasione per parlare del saper armonizzare sapientemente il fare e il pregare. È un’interpretazione che viene da lontano, già alcuni Padri della Chiesa hanno già commentato così tale Vangelo. In modo particolare abbiamo San Gregorio Magno che sottolinea come certamente la vita contemplativa sia superiore ed eccellente ma che anche quella attiva sia totalmente necessaria, anzi spesso costituisce proprio la prima tappa del cammino spirituale. Pure Origene va nella stessa direzione quando vede Maria come figura dell’anima che medita profondamente la Parola di Dio, mentre Marta è figura dell’apostolato concreto, formando così le due modalità dell’anima stessa: una parte operosa e una parte contemplativa.

Mi piace sottolineare come il vero offerente non è chi apre la porta di casa bensì l’ospite. I tre angeli svelano l’imminenza dell’arrivo del figlio della Promessa, Isacco mentre Gesù regala la propria intimità, che sarà chiave per la risurrezione di Lazzaro. Quindi, chi arriva in casa dona più di quanto gli si offre ed in questo si comprende come, in realtà, la parte migliore non è frutto di una nostra scelta ma di un dono che ci porge Gesù stesso.

L’unico problema però è dato dalla disposizione del cuore. Nel caso di Marta, nonostante sia una buonissima persona, servizievole e premurosa, a un certo punto si fa prendere dalla rabbia e pretende di voler insegnare anche a Gesù. In questo quadro odierno lei assomiglia molto a Pietro il quale, per situazioni simili, aveva dimostrato in fondo di voler fare di testa sua.

Sebbene in apparenza Marta si riveli un ottimo anfitrione, di fatto lei non sta accogliendo Gesù, lo ospita solamente in casa, non entra nel suo cuore, non lo ascolta, anzi continua a parlare solo lei. Anche noi, paradossalmente, possiamo ostentare fede ma non ascoltare Gesù, non lasciarci toccare il cuore perché sempre centrati sul fare cose, belle e buone, ma che non hanno un valore di eternità.

Tutto ciò che risvolto può avere per voi coppie?

Di certo, per prima cosa, Gesù ammira quanto fate per lui fattivamente, per esempio sia in parrocchia, in qualche movimento, nel servizio presso la Caritas, o in modalità simili. È sinceramente contento del tempo che spendete al servizio per la Chiesa ma prima di tutto a Lui interessa il rapporto con voi personalmente e in coppia. Gesù anela incontrarvi nel profondo e trovare un posto privilegiato nel cuore in modo che Lo possiate ascoltare davvero.

In secondo luogo, qui vediamo una casa come luogo di incontro. Per voi sposi, la casa ha un valore teologico. La vostra abitazione non è solo funzionale ma è chiesa domestica. Per cui Gesù desidera fare della vostra casa un luogo di incontro con Lui, ambito di preghiera e di ascolto della sua Parola, non solo per voi coppia e famiglia, ma anche per chi accogliete e ospitate.

La casa non può esser solo lo spazio per fare festa con amici, per ricevere chi è simpatico e piacevole o per passare momenti sereni in compagnia, il che rifletterebbe bene la dimensione serviziale e ospitale del Vangelo di oggi, ma è chiamata in fin dei conti a divenire “chiesa domestica”, cioè, l’occasione per permettere a Gesù di essere udito e incontrato tramite voi.

Vi auguro che, nel corso di questa estate, ci siano momenti di sosta per stare in coppia a quattr’occhi con lo Sposo e lasciarvi guidare da Lui. Perciò, vorrei concludere con una bella esortazione di Papa Francesco, che invita proprio a questo:

La parola di Gesù non è astratta, è un insegnamento che tocca e plasma la vita, la cambia, la libera dalle opacità del male, appaga e infonde una gioia che non passa: la parola di Gesù è la parte migliore, quella che aveva scelto Maria. Per questo lei le dà il primo posto: si ferma e ascolta. Il resto verrà dopo. Questo non toglie nulla al valore dell’impegno pratico, però esso non deve precedere, ma sgorgare dall’ascolto della parola di Gesù, dev’essere animato dal suo Spirito. Altrimenti si riduce a un affannarsi e agitarsi per molte cose, si riduce a un attivismo sterile” (Angelus, 17 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo di oggi, insieme alle parole luminose di padre Luca, ci tocca nel profondo e ci provoca: da dove nasce il nostro fare, il nostro correre, il nostro attivismo? Se non sgorga dall’incontro con l’Amore vero, rischia di essere solo una fuga. Quando Cristo abita davvero la nostra coppia, ogni gesto diventa fecondo. Ma se ignoriamo la fatica dell’amarsi ogni giorno, se non ci doniamo con tenerezza, ascolto e cura reciproca, anche il servizio più nobile può diventare una scusa per non stare dove Dio ci aspetta: nel nostro matrimonio. È lì che ci santifichiamo. È lì che si fa verità.

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Nel Getsemani con Gesù: imparare a sentire, riconoscere, maturare

Dopo il primo passo compiuto sabato scorso, oggi entriamo nel secondo modulo del percorso In relazione con te. Al centro ci sono le emozioni e i sentimenti, quella parte profonda di noi che troppo spesso ignoriamo, ma che può diventare via di libertà: riconoscerli, esprimerli, maturare.

C’è un luogo nel Vangelo che andrebbe meditato lentamente, a occhi chiusi e cuore aperto. È il Getsemani. Lì Gesù si fa vedere come forse non l’abbiamo mai visto: fragile, angosciato, profondamente umano. «La mia anima è triste fino alla morte» (Mt 26,38). Nonostante sia vero Dio, è anche un uomo attraversato da emozioni vere. E proprio per questo ci salva.

Nel Getsemani Gesù ci insegna qualcosa di radicalmente umano e profondamente divino: accogliere le emozioni, senza vergogna né fuga, e condividerle in modo autentico. È un invito a diventare liberi dentro, attraversando ciò che ci abita senza censura.

1. Emozioni e sentimenti: una grammatica da riscoprire

Molti di noi sono cresciuti senza un vero vocabolario emotivo. Ci è stato insegnato cosa fare, ma non cosa sentire. Alcuni sentimenti ci sono sembrati inaccettabili (“non devi essere triste”, “non devi avere paura”), e così abbiamo imparato a ignorarli o reprimerli. Ma ciò che viene represso non sparisce: resta lì, sotto la superficie, pronto a emergere nei momenti meno opportuni — in crisi improvvise, scoppi d’ira, o chiusure emotive che soffocano le relazioni.

Nel Getsemani, Gesù ci mostra la via contraria. Non si vergogna di avere paura. Non si isola nella solitudine del supereroe, ma chiama a sé gli amici più intimi: «Restate qui con me, vegliate». E quando loro si addormentano, non fa finta di nulla: esprime la sua delusione, ma non li rifiuta.

Riconoscere e nominare ciò che sentiamo è il primo passo verso la maturità affettiva. Le emozioni non sono ostacoli alla fede: sono le strade su cui Dio cammina per raggiungerci. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “anche la notte può diventare feconda, se vissuta nella verità di sé e nella preghiera”.

2. Dall’angoscia alla libertà interiore

Gesù non si ferma all’emozione: la attraversa. Passa dalla paura al “sia fatta la tua volontà”. Ma attenzione: non si tratta di rassegnazione passiva. È il frutto di un percorso interiore profondo, che va dall’autenticità alla libertà. Gesù non subisce la croce: la sceglie, dopo aver fatto verità su ciò che prova.

In termini psicologici, potremmo dire che Gesù non agisce da Bambino Spaventato né da Genitore Rigido, ma da Adulto libero. L’Adulto sa che ogni emozione è legittima, ma non è tutto. Sa che può ascoltarla, comprenderla, integrarla — senza esserne schiavo.

Questa libertà interiore è ciò che ci permette di non reagire d’impulso nei conflitti di coppia, di non chiuderci nel silenzio quando siamo delusi, di non aggredire quando ci sentiamo abbandonati. È la via per relazioni vere.

3. Condividere nella verità

Gesù nel Getsemani ci insegna anche un altro passaggio chiave: condividere il nostro sentire con qualcuno. La solitudine emotiva è una delle malattie più diffuse nel matrimonio e nella vita. Quando non condividiamo ciò che ci turba, finiamo per chiuderci, idealizzare o disprezzare l’altro. Eppure, nessuno può amarci se non ci mostriamo per ciò che siamo.

Gesù chiede compagnia. Non per essere salvato dalla croce, ma per non affrontare la notte da solo. Questo è l’amore vero: non chi risolve i tuoi problemi, ma chi resta con te quando tutto trema.

Cosa imparerete in questo modulo:

  • A riconoscere e dare nome alle vostre emozioni, senza paura né giudizio.
  • A esprimerle con autenticità, per costruire relazioni più profonde.
  • A maturare interiormente, imparando a stare nel dolore senza esserne schiacciati.

Nel mio cammino personale, questo passaggio è stato fondamentale. Per anni ho creduto che l’amore significasse “non far vedere le debolezze”. Ma era un copione. Quando ho iniziato a mostrare a Luisa anche le mie paure, le mie fatiche, qualcosa è cambiato. Lì ho iniziato ad amare davvero. Come Gesù, nel Getsemani. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Essere Pellegrini di Speranza: Una Guida Spirituale

Siamo in piena estate. E con l’estate ci sono le vacanze. Chi preferisce il mare, chi preferisce la montagna, ma essenzialmente tutti ci mettiamo in cammino per staccare per un po’ di tempo dalla fatica del lavoro, per ricaricare le pile, per stringere nuove amicizie. Però ognuno, quindi anche tu ed io, affronta le vacanze come affronta la vita normale. La modalità con cui affrontiamo la vita non va in vacanza. Francesco dei 5 pani e 2 pesci ha individuato 5 modalità di vivere la vita:

  1. Turista: “morde e va via”, ammirando ciò che lo circonda, scattando fotografie e assaggiando piatti tipici, ma non fa esperienza vera e profonda di ciò che vive. Le sue esperienze rimangono superficiali e non cambiano il corso della sua vita;
  1. Vagabondo: cerca risposte ma non ha una mèta, un obiettivo. Passa da un luogo all’altro, vivendo molte esperienze ma senza sapere quale direzione prendere;
  1. Esploratore: è motivato dalla sfida di provare cose nuove mettendosi alla prova. Tuttavia, una volta raggiunto l’obiettivo, è sempre pronto a ripartire per il viaggio successivo, senza aver trovato risposte profonde;
  1. Fuggitivo: scappa da qualcosa e non dà importanza a dove sta andando. Il suo obiettivo è non guardare indietro, allontanarsi da ciò che lo ha fatto soffrire, senza affrontare il passato;
  1. Pellegrino: modello ideale per la vita perché rappresenta il modo “principe” di vivere poiché:
    1. Cammina verso una mèta, un obiettivo chiaro;
    2. Cammina verso Dio, in un rapporto intimo con Gesù che è l’esperienza che cambia la vita.

E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (fralucabruno@gmail.com)

Pellegrini: coloro che cercano

Essere pellegrini significa essere in continua ricerca di una casa che ancora non conosciamo. Siamo pellegrini quando non ci basta ciò che abbiamo, quando non ci sazia ciò che il mondo offre. Siamo pellegrini quando abbiamo sete di qualcosa che non si può comprare, abbiamo fame di un amore che non si consuma, che non finisce, ma sempre si rinnova e si dona. Essere pellegrini significa cercare un senso, una direzione, un sapore. Essere pellegrini significa mettersi in cammino perché si ha ascoltato una voce che ci ha spinto a partire. Essere pellegrini significa accettare di non essere arrivati. Essere pellegrini significa accogliere le proprie domande senza paura.

Speranza: più forte della realtà

Ma se essere pellegrini significa essere in continua ricerca, la speranza è ciò che ci tiene in piedi. La speranza è ciò che ci salva dal cinismo, dalla rassegnazione, dalla fuga. La speranza è la forza interiore che nasce dalla certezza che qualcosa – o meglio Qualcuno – ci attende.

Chi spera non si accontenta. Chi spera sceglie, lotta, ama. Chi spera se cade, si rialza. La speranza è radicata nel futuro, ma agisce nel presente. È uno sguardo che vede oltre, anche quando tutto sembra fermo. Come scrive Charles Péguy:“La virtù che più mi piace, dice Dio, è la speranza.  Quella piccolina, che cammina da sola, tra le sue due sorelle maggiori, e che nessuno guarda.

Pellegrini di speranza: una vocazione

Quando si uniscono la condizione dell’essere pellegrini e la forza della speranza, quello che emerge è una vocazione: vivere con il cuore rivolto al Cielo, ma i piedi ben piantati per terra.

Essere pellegrini di speranza significa camminare ogni giorno sapendo che la mèta non è una conquista da ottenere, ma un dono da accogliere. Essere pellegrini di speranza significa portare luce dove c’è buio, significa non lasciarsi definire dal passato, significa guardare gli altri non come ostacoli, ma come compagni di viaggio. È questa la proposta di fondo: un cammino spirituale che porta in un’immersione più profonda nella realtà di ogni giorno, con uno zaino leggero e il cuore in ascolto.

Una serie per chi non si accontenta

Nei prossimi articoli esploreremo gli strumenti del pellegrino: oggetti concreti, atteggiamenti interiori, alleati per il viaggio. Perché camminare senza strumenti è poco prudente. Ma vivere senza senso, senza direzione, senza sapore è tragico. Se senti che non sei fatto/a per rimanere fermo/a, se percepisci che donare amore gratuito vale la pena, se hai voglia di riscoprire che la tua vita è vocazione, questa serie è per te.

Buon cammino, pellegrino. Ci rivediamo alla prossima tappa.

Fra Luca Bruno

Per domande e maggiori informazioni e chiarimenti puoi scrivermi su: fralucabruno@gmail.com

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Quando anche un Lutto Terribile può Portare Frutti di Bene

Per una coppia la scoperta di una gravidanza rappresenta un momento di gioia e speranza, soprattutto quando è stata desiderata, cercata, sognata. È proprio per questo motivo, ma non solo, che quando s’interrompe prematuramente, si apre una ferita dolorosissima. La perdita della creaturina, anche se spesso ancora invisibile agli altri, è un’esperienza travolgente e difficile da affrontare, soprattutto se si è da soli. Esperienza che è giusto imparare a chiamare e identificare con un nome ben preciso: lutto prenatale.

Con esso ci si riferisce alla perdita di un bambino prima della nascita, che può avvenire in qualsiasi momento della gravidanza, dalle prime settimane fino al termine. Questa perdita può essere causata da vari motivi come anomalie genetiche, complicazioni mediche o altre circostanze impreviste. Anche se esse avviene prima che il bambino possa essere visto o riconosciuto pubblicamente, il dolore dei genitori è reale, profondo, lancinante.

Ahinoi, spesso questo lutto viene sottovalutato, minimizzato o del tutto misconosciuto dalla società, sia perché il bambino non è ancora nato e sia perché non è stato possibile conoscerlo di persona, guardarlo negli occhi, prenderlo in braccio. Tuttavia, per i genitori, la perdita rappresenta un lutto reale e significativo, che merita di essere riconosciuto ed elaborato. O meglio: il lutto è tale per l’intera società, anche se ancora troppe volte si fa finta di non vederlo e/o di non riconoscerlo come tale. Parlare di lutto prenatale aiuta a normalizzare il dolore, a condividere le emozioni e a trovare supporto nel percorso di elaborazione.

Le mamme e i papà, infatti, possono vivere un’ampia gamma di emozioni: tristezza, rabbia, senso di colpa, confusione, vuoto e dolore profondo. È normale sentirsi smarriti o incapaci di trovare una spiegazione razionale a quanto accaduto. Ogni persona vive il lutto in modo diverso ma il fatto di sentirsi in qualche modo “sminuiti” non aiuta di certo. Mio marito ed io sappiamo bene di cosa si tratta: ci siamo passati tredici anni fa, quando una cortina gelida e quasi impenetrabile intrappolava i nostri cuori lacerati dalla sofferenza. Da un lato, il freddo di sentirsi senza quel figlio cercato a lungo, amato, voluto. Dall’altra, la quasi totale mancanza di comprensione di chi ci stava intorno, a parte poche benedette eccezioni, che non smetteremo mai di ringraziare.

È importantissimo dire, però, che l’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine di tutto: la fine dell’armonia, dell’amore tra coniugi, della possibilità di essere ancora felici. L’aborto spontaneo non può e non deve essere la fine del rapporto con Dio, della nostra fiducia il Lui, della speranza di provare ancora sentimenti positivi. L’aborto spontaneo non può e non deve essere, infine, la scusa per barricarsi dietro una trincea di dolore tale da renderci odiosi, freddi e distanti dalle altre persone, che pur magari – non capendoci – ci hanno ferito. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio di un nuovo modo di approcciarsi alla vita e di abbandonarsi nelle mani di un Padre che è sempre, eternamente e infinitamente Buono. L’aborto spontaneo può e deve essere l’inizio della testimonianza che risorgere è possibile. L’aborto spontaneo può e deve essere la dimostrazione che con Dio anche i drammi più spaventosi non solo si possono superare ma possono diventare occasioni di Grazia.

Così è nato “Dal Chicco alla spiga”: il primo cammino cattolico di preghiera, speranza, elaborazione e guarigione che mio marito ed io proponiamo gratuitamente a tutti coloro che si metteranno in marcia con noi. Sì, perché la strada verso il Cielo è sempre un muoversi verso Dio e verso gli altri. Quando, nell’aprile 2013, ci è stato detto «Non c’è più battito», per qualche istante anche i nostri cuori hanno smesso di battere. Ma poi il Signore ci ha fatto comprendere che Chicco – questo il nome scelto per nostro figlio – aveva una missione da compiere: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). E noi con lui. Era la sua missione ma anche la nostra. Affiancati da amici e professionisti, vi aspettiamo online a partire dal 24 settembre 2025. Insieme scopriremo che ogni chicco porta a una splendida, rigogliosissima e profumatissima spiga. Perché “nulla è impossibile a Dio”! Basta fidarsi. Basta dirGli di sì. Basta dire “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4. 13).

Fabrizia Perrachon

Per visionare la locandina e il programma completo clicca qui.

Per iscriversi gratuitamente a “Dal Chicco alla spigaclicca qui oppure scrivi a dalchiccoallaspiga@gmail.com

Aiutaci a far conoscere questo cammino: diffondilo, condividilo, invialo, postalo! Farai del bene alla tua anima e a quelle di tante persone bisognose di conforto e speranza. Sapevi che ho scritto dei libri specifici sull’aborto spontaneo, partendo proprio da quando vissuto insieme a mio marito? Puoi trovarli qui.

L’autentico Cammino Insieme Inizia Quando Finisce il Giudizio

Nel fare il quarto passo di questo pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare, ecco che incontriamo un segnale circolare: 

“Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,1-5)

Sicuramenti tutti, almeno una volta, ci siamo chiesti cosa intendesse esattamente il Signore mettendo sulla strada dei Suoi discepoli questo “divieto di giudizio”. Forse che il Signore intendeva affermare che un Suo discepolo (quindi anche noi) non dovrebbe mai, in alcun modo e in nessuna occasione, giudicare? Gesù ci ha voluto dire che dovremmo sospendere la nostra capacità di giudizio, di discernimento? Che dovremmo pensare solo a noi stessi e “scollegare la mente” quando si tratta di valutare azioni o persone? Uhm… non può essere.

Interpretare così le parole di Gesù, infatti, ci porterebbe ad essere degli egoisti, delle persone superficiali. Sarebbe assurdo pensare alla sospensione delle nostre facoltà critiche, anche perché il giudizio ha a che fare con l’intelligenza, con la capacità di analisi che Dio ci ha donato e che vuole che esercitiamo per distinguere il bene dal male, la verità dall’errore! La Bibbia ci dice che “L’uomo spirituale… giudica ogni cosa…(1 Cor 2,15); in altre parole, il cristiano è un attento osservatore, qualcuno che si interroga costantemente sulla volontà di Dio. 

Che significano allora le parole di Gesù “Non giudicate”? E per noi sposi? Gesù ci porta a porre l’attenzione su una questione fondamentale, perché dal nostro genere di giudizio dipende la qualità di tutte le nostre relazioni, quindi anche quella sponsale, a partire dal nostro rapporto con Dio. La domanda di fondo è: come giudichiamo? Con quale presupposto, con quale animo?

Cerchiamo di capire meglio il senso delle parole di Cristo. Quando Gesù dice “Non giudicate”, bisogna intendere: “non date sentenze definitive”. Ciò è fondamentale nella vita di coppia e di famiglia.

In una relazione di coppia, è inevitabile che si verifichino dei momenti in cui ci si sente giudicati dal proprio coniuge. Questa sensazione può derivare da varie situazioni, come ad esempio quando si esprime un’opinione o si prende una decisione che non viene compresa o accettata.

Sentirsi giudicati può generare un senso di insicurezza e di inadeguatezza, mettendo a rischio la comunicazione e l’intesa all’interno della coppia. È importante però cercare di comprendere le ragioni che stanno dietro queste reazioni e trovare un modo per comunicare in maniera aperta e rispettosa, al fine di superare le divergenze e rafforzare il legame di reciproca fiducia e accettazione.

Abbiamo detto:

  1. Comunicazione aperta e sincera. Se è basilare che entrambi i coniugi, ma anche gli altri componenti della famiglia, si sentano liberi di esprimere i propri pensieri, sentimenti e preoccupazioni senza paura di essere giudicati, allora solo una comunicazione aperta e sincera permette di affrontare i problemi di giudizio e di lavorare insieme per superarli.
  2. Accettazione reciproca. Una comunicazione aperta e sincera avviene se si crea un’ambiente familiare dove ci si accetta reciprocamente per quello che si è, senza cercare di cambiarne la personalità altrui o il modo di essere. Accettare e rispettare l’altro senza giudicarlo permette di costruire una relazione basata sulla fiducia e sull’amore incondizionato.

Quindi, ritornando al monito di Gesù, cerchiamo di non emettiamo sentenze definitive

  • perché, innanzitutto, non siamo noi il Giudice ma solo Dio;
  • poi, perché la severità che usiamo verso gli altri sarà usata verso di noi;

Ciascuno esamini se stesso” (1 Cor 11,28), scrive l’apostolo Paolo. Quante volte abbiamo usato una certa unità di misura (o arrotondamento per difetto…) nel valutare noi stessi e un parametro o un’unità di misura completamene diversi nel valutare gli altri! Quante volte abbiamo misurato i nostri errori con il righello e gli errori di nostro marito, di nostra moglie, dei nostri figli con il contachilometri!

  • infine, perché sentenziare sugli altri è ridicolo.

L’esempio di Gesù della trave davanti ai propri occhi e della pagliuzza da voler togliere all’altro ci ricorda che soltanto chi è consapevole di dover rendere conto a Dio ed è onesto abbastanza da essere autocritico può avere l’obiettività e la sensibilità per aiutare il prossimo a liberarsi del corpo estraneo nell’occhio!

Chi ha la trave davanti rischia di accecare una persona tentando di fare distrattamente l’“oculista spirituale”, questo anche in famiglia. Guardiamoci sempre allo specchio della Parola di Dio! L’apostolo Paolo, infatti, scrive nella lettera ai Romani “Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?”  (Rm 14,4).

Attenzione: oggi, qui ed ora, ovunque siamo, ovunque andiamo, da casa nostra alla nostra comunità, in qualunque tipo di relazione (sponsale, familiare, lavorativa, comunitaria) Gesù ci invita a cominciare a valutare il nostro cuore e la nostra vita, non che dobbiamo “farci i fatti nostri”. Ci invita a non creare ambienti giudicanti ma accoglienti, popolati non da dita puntate ma da mani tese in nome Suo poiché, se siamo fratelli (anche tra coniugi), dobbiamo aiutarci a vicenda anche a rimuovere le fastidiose pagliuzze dagli occhi!

Che bruciore! Che fastidio tremendo! Immedesimiamoci, agiamo nell’ottica dell’amore. Non siamo chiamati ad indossare la toga del giudice, né la maschera dell’attore (ipocrita), ma i panni che dovremmo già indossare, del fratello: “Permettimi di aiutarti a rimuovere ciò che ti fa soffrire, che non ti aiuta, che non ti fa vedere”. E solo così potremo camminare insieme autenticamente…

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Salvare Capra e Cavoli

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,34-4211,1) In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «[…] Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me».

Il brano del Vangelo è quello proposto nella Liturgia odierna, è un po’ più lungo però ne abbiamo estratto la porzione che interessa per la nostra meditazione. Certo, sono parole dure da digerire quelle pronunciate da Gesù, soprattutto perché nelle righe precedenti dice di essere venuto a portare la spada e dividere padre da figlio, figlia da madre, ed altri esempi simili.

Sembra strano questo discorso di Gesù, ma in realtà Lui sta dicendo con la perentorietà che lo contraddistingue (tipica della cultura di quel popolo) che chi decide di seguirLo di solito trova ostacoli ed impedimenti più nella propria parentela che fuori.

Forse molti di noi fanno esperienza di come le nostre scelte di vita (scelte di fede) siano più accettate dall’esterno che da quelli della propria casa; non è raro che i giudizi più spietati arrivino proprio dalla parentela più stretta, coloro i quali invece dovrebbero maggiormente esserci di sostegno.

Un paio di esempi per essere concreti: la madre dice alla figlia, incinta del quarto figlio, che può fare tutti i figli che vuole basta che non conti sul suo aiuto come babysitter perché secondo lei son troppi… la sorella che se la lega al dito col fratello (e relativa moglie con figli) perché arriva in ritardo alla sua festa con barbecue domenicale, la colpa del ritardo è quel reato di non voler perdere la Messa domenicale con la propria famiglia, secondo la sorella poteva saltarla per una volta.

Ovviamente ognuno di noi avrebbe il proprio esempio da citare, ma il denominatore comune a queste situazioni è il terribile crimine di ostinarsi ad essere cattolici a tutti i costi. Cosa fare dunque per salvare capra e cavoli o secondo una frase del famoso personaggio don Camillo: “Salvare la capra del sindaco e i cavoli… del Signore!”?

Non si tratta di interrompere la comunione con la parentela, per quanto dipende da noi non possiamo proprio farlo altrimenti sarebbe una contro-testimonianza; si tratta invece di mettere al posto giusto le priorità.

Di solito quando si premia il vincitore di una gara lo si fa salire sul podio più alto a significare che prima non c’è nessuno, il primo è sempre il primo, altrimenti lo dovremmo chiamare con un altro appellativo. Stesso discorso vale per quanto riguarda Dio, se Lui è il Re dei Re significa che non ne esiste un altro sopra, ma soprattutto se noi decidiamo che Gesù è il nostro Re, allora dobbiamo vivere rispettando le Sue leggi, obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Quando una coppia ha ben chiaro chi sta sul trono della propria vita, le soluzioni per salvare capra e cavoli si trovano, e sono personalizzate per ogni tipo di situazione. Per esempio, a noi è capitato di essere ospiti la domenica a pranzo e c’era anche un viaggio di un paio d’ore da affrontare, è stato facile trovare subito la soluzione adeguata poiché c’erano due possibilità: o andare a Messa la mattina presto e poi partire oppure partire presto e andare a Messa nel paese dove eravamo ospiti. In ogni caso la bussola per scegliere era di mettere la Messa al primo posto anche in senso cronologico.

E quando situazione simili stanno dentro la coppia, che fare? Proprio per l’amore che abbiamo nei confronti del nostro coniuge non possiamo disobbedire ad un comando del Signore, altrimenti il Signore passerebbe al secondo posto e di conseguenza calerebbe l’amore verso il coniuge perché non si nutrirebbe più da Colui che ne è la fonte.

Certamente i confini qualche volta possono rivelarsi labili e quindi bisognerà armarsi di santa pazienza e domandare il dono del consiglio da parte dello Spirito Santo, bisognerà sopportare qualche pena per non rompere la comunione tra i conugi, e nello stesso tempo bisognerà mettere Dio al primo posto.

Cari sposi, non dobbiamo temere di essere soli in queste situazioni, il Signore ha promesso il Suo aiuto agli sposi in Cristo con tutti gli aiuti necessari a vivere il proprio stato di vita.

Coraggio!

Giorgio e Valentina

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Come l’Amore Coniugale è Influenzato da Chi ci Circonda

In questo capitolo possiamo riflettere sull’importanza delle persone che abbiamo accanto. Quanto bene o quanto male possono fare a una coppia di sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Coro: Dov’è andato il tuo diletto, o incantevole tra le donne? Dove si è recato il tuo diletto? Noi lo cercheremo con te!
L’amata: Il mio dôdì è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, per pascolare nei giardini e a cogliervi i gigli. Io sono del mio dôdì e il mio dôdì è mio; lui che pascola tra i gigli.

Questi versi del Cantico dei Cantici dipingono una scena intensa: un coro di amici domanda dove sia l’amato, e l’amata (la Sulamita) risponde con sorprendente sicurezza. In questo breve dialogo poetico si riflettono aspetti profondi dell’amore coniugale vissuto nella quotidianità.

Prima interpretazione – Fedeltà in un mondo scettico

La domanda maliziosa del coro ricorda la mentalità di tanta gente di oggi: molti pensano che l’amore fedele e indissolubile sia un’illusione, che il “per sempre” non esista davvero. Viviamo in una società disillusa, in cui si guarda con scetticismo all’idea di un amore gratuito e incondizionato. Eppure noi, come sposi cristiani, crediamo fermamente in questo ideale e cerchiamo di testimoniarlo con la nostra vita.

Proprio per questo sentiamo di avere una grande responsabilità: con il nostro matrimonio possiamo mostrare qualcosa di diverso e di bello al mondo. Un amore fedele, esclusivo e duraturo non solo è possibile, ma è fonte di gioia e stabilità. Di fronte alla provocazione insinuata dal coro, la Sulamita non si lascia turbare né trascinare nel gioco della gelosia. Risponde invece con piena fiducia, forte di aver costruito la sua casa sulla roccia solida della promessa reciproca. Senza esitazione afferma che il suo dôdì è con lei: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio.” Il suo cuore è tranquillo, perché conosce la fedeltà del dôdì: lui non ha cercato altrove, anzi “è tornato nel suo giardino”.

Quanta forza in queste parole semplici! È il trionfo della fiducia sull’insinuazione maligna. Anche a noi queste frasi risuonano nel cuore e ricordano che il nostro matrimonio, fondato sulla fedeltà, può resistere ai dubbi che ci circondano. Il giardino di cui parla il Cantico simboleggia proprio l’intimità protetta della coppia: lì i gigli dell’amore sbocciano al riparo dalle logiche effimere del mondo.

Seconda interpretazione – La forza della comunità

C’è però un’altra chiave di lettura per noi importante. In questa scena del Cantico l’amata non è più sola a cercare il suo diletto: “Noi lo cercheremo con te” dicono gli amici. La preoccupazione di ritrovare l’amato diventa condivisa. Ecco un messaggio profondo: anche noi sposi non siamo soli nelle difficoltà o nei momenti di smarrimento. Appartenere a una comunità – in particolare alla comunità della Chiesa – fa una grande differenza nella vita di coppia.

Quando attraversiamo periodi di deserto, di lontananza emotiva o di crisi, non dobbiamo esitare a chiedere aiuto. Possiamo attingere a un tesoro prezioso: l’esperienza e il sostegno che la Chiesa offre attraverso il suo magistero sulla famiglia, la guida di pastori e amici spirituali e – non ultimi – i sacramenti, fonte di grazia. Nella nostra storia personale questo ha contato moltissimo. Io e mia moglie abbiamo cercato spesso confronto e appoggio nei momenti difficili: abbiamo incontrato diversi sacerdoti, coppie guida e fratelli nella fede pronti ad ascoltarci e consigliarci. Qualcuno ci ha affiancato nel tempo, qualcun altro ci ha aiutato magari in un solo incontro, ma ognuno ci ha lasciato qualcosa di prezioso.

La cosa più bella – come sottolinea sempre con gratitudine mia moglie Luisa – è che tutte queste persone ci hanno aiutato gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, amandoci per quanto potevano e senza risparmiarsi. Quanta generosità abbiamo ricevuto! È una ricchezza immensa per noi, un vero dono di Gesù attraverso la sua Chiesa. Sentirci parte di questa “ricerca” comune dell’Amore – proprio come gli amici del Cantico con l’amata – ci ha ridato coraggio e speranza quando ne avevamo più bisogno.

In conclusione, entrambe queste prospettive arricchiscono la nostra visione dell’amore coniugale. Da un lato c’è la dimensione intima della fedeltà reciproca, dall’altro la dimensione comunitaria del sostegno reciproco. Un amore umano vissuto così, saldo e aperto all’aiuto degli altri, porta in sé – in filigrana – un riflesso dell’Amore divino. Quel “per sempre” che abbiamo promesso diventa possibile giorno dopo giorno grazie alla fiducia, alla grazia e all’impegno condiviso. Vivere questo amore con mia moglie, con passione e dedizione, è per noi un’esperienza straordinaria che ci riempie il cuore e che desideriamo testimoniare al mondo con umiltà e gioia.

Antonio e Luisa

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Gli sposi, salvati e salvanti

Cari sposi, siamo entrati pienamente nel tempo estivo e spero che le ferie possano essere di aiuto nel riposo e nella crescita spirituale. Il Vangelo odierno va diritto al cuore di voi sposi per tanti motivi. Anzitutto però vediamo quale sia il senso principale con cui Gesù l’ha pronunciato. Egli, infatti, sta rispondendo a una domanda ben precisa di un dottore della Legge, uno dei massimi esperti della Torah in Israele. Il mittente vorrebbe saggiare le conoscenze del Maestro magari proponendogli casi spinosi da risolvere e difatti si comprende come parta un po’ soft ma sia intenzionato a scendere eventualmente a cavilli ingarbugliati per cogliere in fallo Gesù.

Tuttavia, il Signore taglia corto e risponde in un modo, per un verso semplice, dall’altro di una profondità ammirevole. Il caso presentato non era per nulla strano a quell’epoca, difatti la strada che da Gerusalemme portava a Gerico era ripida, in un territorio arido e inospitale, ideale per gli agguati di ladri, se teniamo conto che quella era la via principale per andare verso nord.

Non doveva essere raro che questi tre personaggi si fossero incrociati in altre occasioni lungo questa via, difatti i sacerdoti e leviti, da ogni parte di Israele, convenivano mensilmente a Gerusalemme per svolgere il loro compito nel Tempio. Ma se loro due non hanno toccato questo pover’uomo non era certo per cattiveria o bieca indifferenza, ma semplicemente perché per i loro doveri religiosi non potevano, dovendo rispettare le norme di purezza rituale, imposte nel Levitico (vedi Lv 15, 16‑19 e 17, 11‑14).

Gesù, in modo rispettoso e umile, sta dicendo a questo dottore che la Legge che lui incarna non può più salvare l’uomo caduto e peccatore. Ci vuole qualcos’altro: ci vuole una Salvezza più efficace. Ed è per questo che la Chiesa ha subito intravisto in questa parabola un senso teologico molto più vasto. Da Origene, ad Ambrogio e infine Agostino, i Padri hanno riletto la parabola come un grande riassunto della storia della salvezza, in cui l’uomo ferito è Adamo cioè ogni persona afflitta dal peccato (i briganti). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e i Profeti, che oramai non possono salvare. Ci vuole allora una salvezza e un salvatore diversi e questi è proprio rappresentato dal Samaritano, ossia Cristo, che “si fa prossimo” e tramite l’olio e il vino, cioè i sacramenti (battesimo, eucaristia, unzione) porta il malcapitato in una locanda, simbolo della Chiesa, in cui Cristo l’affida al locandiere, figura dei vescovi e sacerdoti.

Siamo convinti che solo Cristo salva e lo fa tramite la sua Chiesa Sposa, che Gli è unita misticamente. Ma in tutto ciò voi sposi avete un ruolo chiave, difatti siete la visualizzazione e il prolungamento di tale unità, come disse a suo tempo Leone XIII nell’Enciclica Arcanum: “Il matrimonio ha Dio come autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio” e lo ha ripetuto poi Giovanni Paolo II (Familiaris consortio 13) e Francesco (Amoris laetitia 67). In altre parole, per “comprendere” il mistero dell’Incarnazione ci vuole una coppia cristiana che cerchi di far agire in sé la grazia unitiva di Cristo.

Per questo voi portate nel vostro amore l’antidoto al peccato. Se è vero che spesso tale peccato, sotto le spoglie di un dialogo inconsistente, di una sessualità malata, di relazioni tossiche, di dipendenze affettive e una lunga serie di eccetera, rovina le coppie, manda in malora i matrimoni, è pur vero che voi sposi siete ricchi di un dono che non viene da voi stessi ma vi è consegnato perché serva anzitutto a voi e poi perché ne facciate dono ad altri. Voi sposi siete a un tempo quel poveretto, bastonato e derubato che giace a terra, ma altresì fungete anche da Samaritano nel rialzare e curare.

Questo vangelo vi ricorda che avete sempre bisogno di Cristo e della Chiesa per essere coppia ma al tempo stesso Egli vi chiama a prolungare verso altrettante coppie e persone questa capacità di prendersi cura e di amare. Papa Giovanni Paolo II l’ha detto molto bene: “(gli sposi) non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris consortio 49).

Vorrei concludere con un bel commento di Papa Francesco, commentando proprio in Vangelo di oggi, per il realismo e la semplicità con cui vi dà la carica per non rimanere come spettatori ma per mettervi in cammino e donare ciò che avete ricevuto:

«Davanti a questa parabola evangelica può capitare di colpevolizzare o colpevolizzarsi, di puntare il dito verso altri paragonandoli al sacerdote e al levita: “Ma questo o quello vanno avanti, non si fermano!”, oppure di colpevolizzare sé stessi enumerando le proprie mancanze di attenzione verso il prossimo. Ma io vorrei suggervi un altro tipo di esercizio. Non tanto quello di incolparci, no; certo, dobbiamo riconoscere quando siamo stati indifferenti e ci siamo giustificati, ma non fermiamoci lì. Lo dobbiamo riconoscere, è uno sbaglio, ma chiediamo al Signore di farci uscire dalla nostra indifferenza egoistica e di metterci sulla Via. Chiediamogli di vedere e avere compassione. Questa è una grazia, dobbiamo chiederla al Signore: “Signore che io veda, che io abbia compassione, come Tu vedi me e Tu hai compassione di me”» (Angelus, 10 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Quante volte, io e Luisa, ci siamo guardati negli occhi riconoscendo la nostra miseria. Le nostre fatiche, i nostri limiti, persino i peccati che ci portiamo dentro. Eppure, proprio lì, nel punto più fragile, abbiamo fatto esperienza di una forza che non era nostra. Il sacramento del matrimonio non ci ha resi perfetti, ma ci ha resi capaci di amarci con verità. Di rialzarci. Di perdonarci. Di non scappare. E oggi lo sappiamo: possiamo portare a compimento la nostra vita solo perché ci affidiamo ogni giorno a quella Grazia che ci ha uniti. E che ci salva. In due.

Antonio e Luisa

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L’incontro di Gesù con la Samaritana: un capolavoro di ascolto attivo

Prima Lezione del corso In relazione con te

Con questo articolo desidero introdurre la prima lezione del percorso che abbiamo creato per chi sente il desiderio di conoscersi più a fondo alla luce del Vangelo e dell’incontro con Cristo. Oggi parleremo di ascolto attivo.

Nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,1-42), l’incontro tra Gesù e la Samaritana non è solo un racconto di conversione, ma anche un vero e proprio manuale di relazione autentica. Gesù si ferma, ascolta e dialoga con una donna che, per il contesto sociale e religioso dell’epoca, sarebbe stata facilmente ignorata o giudicata. E invece, Gesù fa esattamente il contrario: si mette in relazione, con rispetto profondo e con un ascolto che sa accogliere senza condannare.

L’incontro avviene al pozzo, luogo simbolico di sete e ricerca. La Samaritana ha sete d’acqua, ma in realtà ha soprattutto sete di senso, di verità, di riconoscimento. Gesù intercetta questa sete senza umiliarla, senza mettersi in cattedra. Le parla con chiarezza, ma sempre con delicatezza. Non evita la verità, ma la porge in modo che possa essere accolta.

L’ascolto attivo secondo l’Analisi Transazionale

Se guardiamo questo episodio attraverso la lente dell’Analisi Transazionale, scopriamo che Gesù applica perfettamente ciò che oggi chiamiamo ascolto attivo. In AT, l’ascolto attivo è quella modalità di comunicazione in cui l’altro si sente realmente visto, sentito e accolto. Non è solo ascoltare le parole, ma è entrare in relazione con tutto ciò che l’altro è, compresi i suoi bisogni emotivi e le sue ferite.

Gesù non si limita ad ascoltare il racconto superficiale della Samaritana. Va più in profondità, senza invadere. Le restituisce con delicatezza ciò che intuisce: le sue fatiche, le sue relazioni fallite, la sua solitudine. Questo tipo di ascolto corrisponde, in Analisi Transazionale, al Genitore Affettivo e all’Adulto funzionale: da una parte accoglienza, empatia, protezione; dall’altra chiarezza, rispetto dei dati di realtà, comunicazione autentica.

Una comunicazione che integra verità ed empatia

Spesso ci troviamo a oscillare tra due estremi: dire la verità senza preoccuparci dell’altro, o al contrario accogliere l’altro senza mai avere il coraggio di dire la verità. Gesù ci insegna un equilibrio perfetto: dire la verità in modo accogliente. È la sintesi dell’ascolto attivo: non negare ciò che è, ma comunicarlo in modo che l’altro possa sentirsi amato e non distrutto.

In Analisi Transazionale questo è possibile quando siamo nello stato dell’Io Adulto, capaci di integrare le informazioni senza giudizio, ma anche quando sappiamo attingere al nostro Genitore Affettivo per creare uno spazio relazionale sicuro e accogliente.

Gesù non etichetta la Samaritana, non la definisce per i suoi fallimenti. Le offre una possibilità nuova, un’acqua viva che disseta per sempre: un nuovo sguardo su se stessa e sulla vita.

Cosa ci insegna questo per il percorso “In relazione con te”

Il percorso In relazione con te vuole proprio aiutare le persone a riscoprire questa modalità di comunicare e di ascoltare, partendo da sé, per imparare ad ascoltare l’altro senza giudizio e senza volerlo cambiare a tutti i costi. Troppo spesso nelle nostre relazioni siamo pieni di consigli, di risposte veloci, di etichette, ma incapaci di stare in silenzio e ascoltare davvero.

L’ascolto che Gesù ci mostra è uno spazio in cui l’altro può finalmente sentirsi accolto per quello che è, senza dover apparire migliore, senza difendersi. È uno spazio che trasforma.

Chi decide di intraprendere il percorso “In relazione con te” sperimenta proprio questo: un cammino di consapevolezza dove impariamo a prenderci cura del nostro dialogo interiore, dei nostri bisogni, per poi aprirci all’altro in modo nuovo, più libero, più vero. Gesù ci insegna che non è sufficiente parlare di amore, bisogna imparare a praticare un ascolto che diventa amore concreto.

E forse oggi anche noi, come la Samaritana, abbiamo sete di essere ascoltati così. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Gravidanza e Intimità: Mantenere Vivo l’Amore Coniugale

L’intimità di coppia durante la gravidanza: vivere con amore e serenità questo tempo speciale

L’arrivo di un figlio è un dono straordinario che porta con sé profondi cambiamenti, compresi quelli legati all’intimità coniugale. Molte coppie si interrogano su come vivere la sessualità durante la gravidanza, spesso con dubbi e paure. Eppure, con le giuste informazioni e un dialogo aperto, questo periodo può diventare un tempo di crescita e di profonda complicità.

Cambiamenti del corpo e desiderio sessuale

Durante la gravidanza il corpo della donna vive trasformazioni significative. Gli ormoni influenzano il desiderio in modo variabile: spesso diminuisce nel primo trimestre a causa della stanchezza e della nausea, per poi riemergere nel secondo trimestre, quando molte donne si sentono più energiche e a proprio agio con il corpo. Negli ultimi mesi, invece, il desiderio può calare di nuovo a causa della stanchezza e del peso del pancione.

È importante sapere che l’intimità sessuale è sicura in una gravidanza fisiologica. Il bambino è protetto dal liquido amniotico e dal tappo mucoso, e non corre alcun rischio durante i rapporti sessuali. Anzi, studi medici dimostrano che l’amore coniugale può avere effetti positivi sia sulla mamma che sul bambino, grazie al rilascio di ossitocina, l’ormone del benessere, che calma e rilassa.

La psiche della donna e i suoi bisogni emotivi

Oltre ai cambiamenti fisici, la gravidanza incide anche sulle emozioni della donna. L’aumento degli ormoni può amplificare l’ansia, la stanchezza e i timori legati alla maternità. Alcune donne si sentono meno attraenti o temono di non piacere più al partner.

Per questo è essenziale che il marito dimostri con gesti e parole che continua ad amare e desiderare la moglie, anche nelle sue nuove forme. Anche nei momenti di difficoltà, piccole attenzioni, come una carezza o una parola dolce, rafforzano la sicurezza emotiva della donna e alimentano la complicità.

Lo sguardo del futuro papà

Anche per l’uomo la gravidanza è un tempo di cambiamento. Alcuni uomini avvertono un calo del desiderio per timore di fare male al bambino o perché vedono nella moglie soprattutto la futura madre del loro figlio. Altri, al contrario, trovano la donna ancora più affascinante e attraente.

È importante che l’uomo si senta coinvolto e accolto. La futura mamma può aiutarlo coinvolgendolo nelle visite mediche, nelle decisioni pratiche e dedicandogli tempo esclusivo per vivere insieme la bellezza di questa attesa. La tenerezza reciproca è fondamentale: carezze, abbracci e piccoli gesti d’amore sono strumenti preziosi per mantenere viva l’intimità anche quando il desiderio sessuale attraversa momenti di calo.

Intimità fisica: trovare nuovi equilibri

Se il rapporto completo risulta difficile o faticoso, la coppia può riscoprire nuove modalità di stare insieme. Carezze, baci, abbracci e gesti affettuosi possono mantenere viva la connessione fisica. È utile scegliere posizioni che non comprimano la pancia e che rendano entrambi a proprio agio, come quella di fianco o con la donna sopra, in modo da avere più controllo sui movimenti. Inoltre, è importante ricordare che l’amore coniugale non si riduce all’atto sessuale: tenerezza, gioco e complicità sono le vere basi di una sessualità piena e soddisfacente.

Rimanere sposi e non solo genitori

Un rischio diffuso è che la coppia, concentrandosi sul figlio in arrivo, si percepisca solo come “mamma e papà”, trascurando il legame sponsale. È importante ritagliarsi del tempo esclusivo a due: una cena romantica, una passeggiata mano nella mano o momenti di preghiera condivisa sono fondamentali per alimentare l’amore coniugale.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “La comunione dei coniugi è il fondamento della famiglia”. Coltivare l’intimità con tenerezza e dedizione non solo rafforza il legame tra marito e moglie, ma crea anche un ambiente familiare sereno e amorevole per il bambino che nascerà.

La dimensione spirituale dell’intimità in gravidanza

La Chiesa insegna che la sessualità coniugale ha due dimensioni inscindibili: unitiva e procreativa. Durante la gravidanza, l’aspetto procreativo è già compiuto, ma il valore unitivo dell’atto sessuale rimane intatto. Come scriveva San Giovanni Paolo II, “La corporeità sessuale ha la capacità di esprimere l’amore, quell’amore nel quale la persona umana diventa dono”.

In questa prospettiva, l’amore fisico durante la gravidanza diventa un modo per i coniugi di rinnovare il loro “Sì” sacramentale, celebrando l’amore che li unisce e che ha già generato la vita.

Papa Francesco ci ricorda che “Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso”. Vissuta con rispetto, tenerezza e apertura al progetto di Dio, l’intimità coniugale diventa una fonte di grazia che rafforza l’amore e prepara la coppia ad accogliere la nuova vita con gioia.

La gravidanza è un tempo di cambiamento e di sfide, ma può diventare anche un tempo di profonda crescita nell’amore. Vivere con serenità l’intimità coniugale, comunicare con sincerità e coltivare la tenerezza sono gli ingredienti fondamentali per restare uniti come sposi e prepararsi ad accogliere con gioia la nuova vita che sta per nascere.

Antonio e Luisa

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Un Divano e due Telefoni è la Tomba dell’Amore

Un divano e due telefoni è la tomba dell’amore, ce l’ha detto anche un dottore”: sono le parole di una celebre canzone di Sanremo 2025 che, pur non avendo vinto il Festival, sta spopolando nelle radio. L’ho sentita ancora l’altro giorno e non ho potuto fare a meno di riflettere. A parte il ritmo che conquista – e ti ritrovi a canticchiarla, anche se non vuoi – “Cuoricini” ha un testo su cui vale la pena spendere qualche parola. Anche a distanza di diversi mesi dal lancio.

Questa canzone sembra apparentemente dolce e spensierata, evocando un amore giovane condito da emozioni semplici ma intense che si provano quando si è innamorati. Il titolo stesso richiama l’immagine dei cuori, simbolo universale di affetto e tenerezza. È una canzone che può farci sorridere e ricordare quanto siano importanti i piccoli gesti e le emozioni sincere. La melodia trasmette un senso di leggerezza e gioia. Ma il testo?

Se mi trascuri, impazzisco come maionese – Ci sto male (male, male, male)”. Vero. La relazione di coppia, sia tra fidanzati che tra sposi, dev’essere per eccellenza un rapporto di cura reciproca. Il trascurarsi è il veleno per antonomasia. Che fa morire la piantina dell’amore. Che raffredda il rapporto e lo fa impazzire, proprio come quando – specialmente anni fa – si preparava la maionese in casa. E non c’erano ancora il mixer a immersione o altri strumenti per cucinare. Era difficilissimo recuperare la “maionese impazzita” e purtroppo, il più delle volte, andava sciupata. Nella coppia è la stessa cosa. Rivolgiamo sempre, ogni giorno, attenzioni alla nostra metà, anche se siamo stanchi o giù di corda. Perché sicuramente gradiremmo anche a noi lo stesso. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12).

“E mi hai buttato via in un sabato qualunque mentre andavi in cerca di uno slancio di modernità”. Verissimo anche questo. Quante coppie si spezzano a causa di un colpo di testa, di una sbandata, di un capriccio momentaneo! La cosiddetta “modernità”. Ne vale davvero  la pena? Ha senso buttare un buon fidanzamento o un matrimonio consolidato per qualcosa che sicuramente non merita? Che non vale le promesse, l’affetto, l’amore, la dedizione quando addirittura la promessa solenne davanti a Dio? In un giorno qualunque, per una debolezza qualunque che non si è riusciti a dominare, si butta via la persona più importante della vita. L’antidoto c’è e, “guarda caso”, è proprio la Parola di Dio a suggerircelo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Can 8, 6).

“Poi mi uccidi, poi mi uccidi, quegli occhi sono due fucili, due fucili”. Possiamo, forse, dar torto anche a questa frase? Quante volte uccidiamo l’altro con uno sguardo pieno di rancore, rabbia, gelosia e persino odio? Quante volte, pur senza parlare, stendiamo letteralmente il marito o la moglie semplicemente con un’occhiata sbagliata, senza alcuna pietà, compassione, misericordia?

Chiediamoci: come ci guarda il Padre? Nel modo umano, a volte pieno di risentimento, oppure con il filtro del perdono, della comprensione, della pazienza? Se la coppia di uomo e donna, marito e moglie, è l’immagine umana della Trinità, dobbiamo sforzarci di guardarci tra noi in questo modo, come farebbe Dio. Anche se l’altro in quel momento ha torto e noi ragione. Anche se l’altro, per l’ennesima volta, ci ha fatto arrabbiare per quella cosa lasciata in disordine. Anche se l’altro ci ha ferito o riposto male. Cerchiamo di guardarlo come farebbe il Signore. Farà bene a noi, come singoli, e soprattutto al nostro noi come coppia. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6, 22-23).

“Che dovrei dire io che ti parlavo e tu nemmeno ti mettevi ad ascoltare”. Altra triste constatazione. Troppe volte siamo così distratti che l’altro può esserci incollato ma è come se tra noi ci fossero oceani, continenti, galassie. Ma dovevamo essere una cosa sola? Come ci trascina il mondo! Come ci allontana, divide, separa! Spegniamo tutto ciò che ci distoglie dal nostro lui o dalla nostra lei, perché merita le nostre attenzioni, sempre. E sintonizziamoci, innanzitutto, sulla frequenza di Dio, perché “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24).

Grazie al Cielo, in tutto questo, “un sabato qualunque mi hai portato via da tutta quanta la modernità”.  E tornarono a pregare insieme, a rispettarsi, a volersi bene, ad amarsi, ad essere “un’unica carne” (Gn 2, 24).

Fabrizia Perrachon

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Potevo Rifarmi una Vita, ho Scelto Cristo

Il 6 luglio si è concluso il 14° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Il sacerdozio degli sposi: trasformati per trasformare” (è nell’amore coniugale e familiare che si esprime e si realizza la partecipazione della famiglia cristiana alla missione sacerdotale di Gesù Cristo e della sua Chiesa – Familiaris consortio 50).

Già dal titolo si comprende che è un tema complesso e molti relatori sono andati in profondità, con diversi aspetti teologici che necessitano tempo per essere ben compresi e assimilati; oggi non voglio fare pertanto una sintesi del convegno, ma riportare la mia parte di testimonianza che ho fatto domenica mattina insieme ad Ersilia sul “celebrare la speranza oltre la separazione”, sperando – appunto – che possa aiutare le persone in difficoltà.

Mi chiamo Ettore, ho 49 anni, sono sposato da 23 anni e padre di due principesse adolescenti. La nostra storia d’amore comincia molto bene, entrambi avevamo il desiderio di creare una famiglia, di crescere nell’amore e nella fede: infatti, provenivamo da famiglie cattoliche e noi stessi eravamo calati in diverse realtà della zona, in particolare io terziario francescano, frequentavo (e frequento) attivamente una comunità che si occupa anche di accoglienza di ragazzi disabili gestita da frati cappuccini.

Anche dopo sposati, nel 2002, io e mia moglie abbiamo cominciato a fare catechismo insieme in parrocchia. Insomma, eravamo una bella coppia, ci volevamo bene e, nel paesino dove eravamo andati ad abitare, tutti ci consideravano come “una coppia modello”.

Nonostante queste belle premesse e dopo periodi di alti e bassi, nel 2014 mia moglie mi chiede la separazione: io mi oppongo in tutti i modi, ma è irremovibile e così devo abbandonare la casa coniugale, vedere le figlie in certi giorni e orari stabiliti e pagare un mantenimento mensile. Per correttezza devo dire che è stata sua l’iniziativa, ma anch’io ho commesso degli errori, anche solo il fatto di non essere sempre stato amabile e di non essere riuscito a intercettare tutti i suoi messaggi, i suoi disagi e le difficoltà che stava attraversando.

Mi è crollato il mondo addosso, non credevo sarebbe mai successo a noi, alla coppia modello, a noi cattolici praticanti (cioè della domenica) che dicevamo sempre: “Noi parliamo, noi ci vogliamo bene, i problemi li affronteremo insieme e non ci lasceremo mai”.

E’ stato un periodo davvero brutto: non dormivo la notte, mi facevo tante domande sul “perché tutto questo” e mi sembrava impossibile che la persona con la quale avevo condiviso tutto di me, avesse preso questa strada, senza motivi apparentemente validi; sono arrivato a pensare cose davvero brutte. Per me la separazione era inaccettabile, mi vergognavo, sia come persona, che come cristiano, tanto che l’ho tenuta nascosta per diverso tempo.

Mi sono trovato senza casa, con figlie piccole che soffrivano e che potevo vedere solo quando era stato deciso: mi chiedevo cosa avessi fatto di male o sbagliato, perché Dio mi toglieva tutto quello che ritenevo più importante, la mia famiglia. All’inizio le figlie mi hanno “salvato”, perché ho dovuto cercare di alleviare il loro disagio, come ad esempio il terrore di essere abbandonate, trascorrendo con loro meno tempo di prima, ma di qualità e mettendo in un secondo piano il terremoto che vivevo dentro.

Ho passato molto tempo a domandarmi cosa fare, perché tutti, amici, parenti e anche sacerdoti mi dicevano: “Sei giovane, hai 37 anni, trovati una bella ragazza e rifatti una vita!”. Io pregavo e cercavo di capire quale fosse la mia strada, ma subito ho sentito che non avrei mai potuto tradire mia moglie, non l’ho mai fatto e non lo potrei fare: ho promesso davanti agli uomini e soprattutto a Dio, di starle vicino nel bene e nel male; sapevo che la vita avrebbe potuto riservarci delle sorprese ed ero adulto e ben consapevole di quello che stavo facendo il giorno del matrimonio. Inoltre percepivo che anche per le nostre figlie, l’ingresso di una nuova donna avrebbe portato maggiori ferite: infatti in questi casi si pensa sempre agli adulti, tralasciando i figli che sono i più deboli e che avrebbero diritto ad una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene, perché è il giusto ambiente per una corretta crescita psico-fisica.

Le promesse matrimoniali non sono un contratto con clausole rescissorie, ma un patto, indipendente da quello che fa o decide l’altro, come Cristo ci ama e rimane ad aspettarci anche quando ce ne andiamo o lo tradiamo (l’indissolubilità, è data dalla presenza di Gesù che si unisce permanentemente agli sposi).

Quando ho capito che era il momento di smettere di lamentarsi e di farsi domande senza risposta, ma di cercare di far uscire il bene anche da una cosa brutta come la separazione, c’è stata la svolta: su consiglio di un assistente spirituale, nonostante il mio scetticismo, ho iniziato ad andare a messa tutte le mattine, prima di andare al lavoro e a recitare il rosario quotidiano.

Così, fidandomi completamente di Dio, pian piano le cose sono migliorate e anche gli aspetti che mi davano da pensare, come quello sessuale, hanno preso la giusta direzione: pensavo che la castità completa (o meglio, la castità vissuta nella continenza) fosse impossibile per un uomo e invece devo testimoniare, a distanza di più di 11 anni che è possibile senza sforzi eccessivi, lo considero un miracolo.

Inoltre mi sono accorto che questo non è merito mio, perché io non ne sarei capace, è Dio che opera attraverso di me, mi sono solo fidato e affidato a Lui. Contemporaneamente, tramite delle amiche, sono venuto in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre, guidata da Don Renzo Bonetti, un gruppo di persone separate o divorziate che scelgono di rimanere fedeli al Sacramento: ho cominciato a frequentarli, scoprendo così quanto poco avevo capito del matrimonio cristiano!

Con Dio nessun matrimonio fallisce, perché Lui è il primo separato fedele, che rimane con noi anche quando lo tradiamo: si entra in chiesa per sposarci in due e si esce in tre; è importante avere la consapevolezza che dobbiamo sempre attingere dall’alto e che il matrimonio non è nato solo per la coppia, ma per il servizio agli altri, per realizzare la famiglia grande dei figli di Dio.

La sofferenza (cioè il “morire” a quello che avevo pensato e sperato), è stata lo strumento attraverso il quale Dio ha plasmato e convertito il mio cuore e a distanza di diversi anni mi sono accorto che mia moglie, anche se mi ha lasciato, è stata il mio sicomoro, come è successo a Zaccheo, perché mi ha permesso involontariamente di salire, di crescere e di poter intercettare quello sguardo di Dio che ti cambia, ti fa sentire amato nonostante la tua piccolezza e ti fa vedere la sposa bella come lui l’ha pensata. Anche se sono solo, sono sposo al 100%, fratello, padre e quindi posso portare avanti la missione degli sposi, ovviamente con modalità diverse.

Ho visto miracoli nella mia vita e ho provato la vicinanza di Gesù in tanti momenti, ho imparato ad amare mia moglie in maniera diversa, completamente svincolata dal possesso e da qualsiasi ritorno che possa avere, anche di soddisfazione sessuale. Indubbiamente non è facile, perché ogni giorno è diverso: ci sono alti e bassi, è un cammino che finirà nel mio ultimo respiro, ma è davvero gratificante cercare di amare di un amore totalmente gratuito che non si aspetta niente, quello che Dio ha per noi, sempre, indifferentemente da come rispondiamo alla sua chiamata. Non posso che ringraziare Dio per tutto quello che mi ha dato e che continua a donarmi, è davvero una grande grazia!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Liberi di scegliere

 Dal secondo libro di Samuele (cap.19, 1-5) Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva in lacrime: «Figlio mio! Assalonne figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco, il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio». Il popolo in quel giorno rientrò in città furtivamente, come avrebbe fatto gente vergognosa per essere fuggita in battaglia. Il re si era coperta la faccia e gridava a gran voce: «Figlio mio Assalonne, Assalonne figlio mio, figlio mio!».

In questo tempo la Chiesa ci fa ritornare su alcune vicende narrate nell’antico Testamento che sono prefigura della Salvezza operata da Gesù, come questa del re Davide che si vede muovere guerra da parte del proprio figlio Assalonne, il quale però trova la morte proprio nel tentativo di usurpare il regno al padre in una battaglia.

Nonostante il re Davide avesse dato ordine di salvare il giovane Assalonne, il soldato Ioab così agì: Prese in mano tre dardi e li immerse nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto del terebinto. Poi dieci giovani scudieri di Ioab circondarono Assalonne lo colpirono e lo finirono.

E’ una storia drammatica che racconta di come il cuore dell’uomo sia un abisso che deve essere continuamente vigilato, curato, preservato dal male in cui potrebbe sprofondare. Se facessimo qualche aggiornamento su nomi e luoghi non appare una storia tanto diversa da quelle di cui purtroppo siamo stati tante volte spettatori nelle cronache dei nostri giorni.

Ma la nostra intenzione non è quella di dimostrare come il male possa farsi strada nel cuore dell’uomo, quanto mettere in luce il comportamento del Padre, nella nostra storia prefigurato dal re Davide.

Quanti tra i lettori sono genitori potranno almeno intuire il dolore del padre Davide, vedersi muovere guerra dal proprio figlio non è proprio una favola. Eppure nonostante tutto ciò il re Davide decide di sgomberare il palazzo del regno e di non contrattaccare le mosse del figlio, inoltre diede l’ordine (non rispettato da Ioab) di salvare la vita al giovane Assalonne.

Forse sperava di farlo tornare sulla retta via con il dialogo, oppure voleva almeno capire dove avesse sbagliato come padre, non lo sappiamo. Una cosa è certa, il re Davide voleva salvare la vita al figlio Assalonne a tutti i costi e con ogni mezzo a sua disposizione. E non è forse così che agisce il Padre celeste quando gli muoviamo guerra contro?

Ci lascia liberi di scegliere, ci lascia in mano il libero arbitrio, anche se questo potrebbe rivelarsi controproducente, ma non vuole figli che agiscono come marionette programmate per rispondere al Suo amore, ci lascia liberi e rispetta le nostre decisioni anche con la morte nel cuore.

Anche il Padre ha usato parole simili a Davide: Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio! …. ma c’è una grande differenza, il Padre ha agito davvero secondo queste parole accettando il sacrificio del proprio Figlio Unigenito Gesù sulla Croce, poiché la Trinità è indivisibile, su quella croce non c’era solo l’umanità del Figlio, ma con Lui anche il Padre e lo Spirito Santo.

E noi sposi siamo nati da quel Sacrificio d’amore, il nostro matrimonio è frutto di quella morte. L’amore che ci spinge in ogni gesto del matrimonio ha avuto origine da quell’unico grande ed eterno Amore, ogni fremito di comunione tra noi ha preso vita su quella Croce.

Anche la morte del figlio Assalonne è in qualche modo prefigura del Figlio, infatti muore per tre dardi, anche qui non un numero a caso, immersi nel proprio cuore, non vi ricorda forse la lancia nel costato di Gesù?

Cari sposi in Cristo, il Suo certificato di morte è stato il nostro certificato di nascita. Coraggio sposi, anche se disgraziatamente qualche volta vogliamo usurpare il trono al nostro Padre, Lui non muove guerra contro di noi, ma si lascia uccidere per salvare noi. Anche noi quindi, dobbiamo imitare il comportamento di Dio, perdere se stessi per salvare l’altro, perdere la propria visione per assumere una visione di coppia. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

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Il Suo Palato è Dolcezza

Dopo aver percorso con lo sguardo ogni dettaglio del suo amato, con occhi pieni di meraviglia e desiderio, la Sulamita non riesce più a trattenersi: si abbandona, si lascia travolgere, lo bacia con passione, senza più filtri, senza più distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il suo palato è dolcezza; egli è tutto delizie! Questo è il mio dôdì, questo è il mio amico, figlie di Gerusalemme!

La giovane sposa del Cantico dei Cantici esprime tutto il suo desiderio per l’amato. Nei versetti precedenti l’ha ammirato dalla testa ai piedi, con uno sguardo pieno di meraviglia che a poco a poco diventa contemplazione. Lei contempla ciò che è bello in lui, e quella bellezza rimanda a qualcosa di più grande: alla bellezza di Dio. Se Dio è amore, è l’amore che rende bello chi ama e chi è amato. Quella tra i due sposi non è quindi una semplice attrazione fisica: è un incontro che sfiora il mistero, un’esperienza quasi mistica. Nel loro amore essi percepiscono una Presenza che li supera, come se il loro abbraccio racchiudesse un riflesso dell’abbraccio infinito di Dio.

La Sulamita, la sposa del Cantico, a questo punto gli dice in sostanza: “Tu non sei solo un corpo splendido. Tu sei molto di più: tu sei tu. Sei il mio uomo, l’unico e il solo per me.” Quando esclama «egli è tutto delizie», la sposa afferma che la persona intera del suo amato è una meraviglia ai suoi occhi. Ogni aspetto di lui fa parte di ciò che lei ama, anche ciò che oggettivamente non è perfetto. Lei sa bene che il suo uomo ha dei difetti – tutti ne abbiamo. Amarlo non significa ignorarli o fingere che non esistano. Significa piuttosto non avere uno sguardo miope, fermo solo su quelle mancanze. Se ci fissiamo sui difetti dell’altro, rischiamo prima o poi di non sopportarlo più. Invece, la sposa del Cantico ci insegna a guardare i difetti del partner alla luce di tutta la persona. L’uomo di cui si è innamorata ha tante qualità e lati positivi; le ha mostrato in mille modi il suo amore, l’ha fatta sentire preziosa, l’ha saputa anche perdonare. È un uomo bello – anzi, ai suoi occhi è meraviglioso – nonostante le sue imperfezioni. Lei non dimentica chi è davvero quella persona che ama.

Questa prospettiva è fondamentale nella vita di coppia. Anch’io, come marito, imparo ogni giorno a non perdere questo modo di guardare mia moglie. Ci sono piccoli difetti o abitudini che potrebbero infastidirmi. Ma se mi lascio prendere da uno sguardo miope, che vede solo il negativo, rischio di rovinare la magia. Invece, quando ricordo chi è davvero mia moglie, tutto cambia: rivedo la donna straordinaria di cui mi sono innamorato, con il suo sorriso unico, la sua bontà, la forza con cui affronta la vita e anche le sue fragilità che la rendono umana e vera. Allora i difetti tornano ad essere semplici dettagli sullo sfondo. Il cuore si risveglia alla gratitudine e all’amore, e nei suoi occhi ritrovo quella scintilla che mi fa dire: “Tu sei tu, sei la mia unica, sei tutta bella per me.”

Quando guardiamo l’altro in questo modo – intero, unico, insostituibile – nasce in noi un desiderio rinnovato di intimità. La Sulamita lo esprime con ardore: «Il suo palato è dolcezza». È un’immagine poetica per dire che i baci del suo amato sono dolci come il miele, che la sua bocca le dona piacere e vita. In altre parole: lui è così bello ai suoi occhi che lei desidera baciarlo, entrare in comunione profonda con lui, assaporarne la presenza. Possiamo domandarci sinceramente: abbiamo ancora questo sguardo di meraviglia verso il nostro amato o la nostra amata? Non ne siamo sicuri? La prova è semplice. Abbiamo ancora desiderio di baciarlo o baciarla con slancio? Sentiamo ancora nel cuore quell’impulso di assaporare la sua essenza, di respirare con lui/lei, di condividere lo stesso respiro? In un bacio vero e profondo, infatti, due persone si scambiano il soffio vitale – unendo le labbra, i due respiri diventano uno solo. Quel gesto racchiude tutto: passione, tenerezza, fiducia e abbandono.

“Questo è il mio amato, questo è il mio amico,” conclude la sposa del Cantico. Amato e amico: amante appassionato e compagno fedele. È una definizione splendida dell’amore coniugale. Nell’amore autentico tra un uomo e una donna, la passione e la dolcezza vanno di pari passo con la complicità e il rispetto reciproco. I due sposi sono amanti, ma anche amici e alleati nella vita. Così, l’amore umano svela un frammento dell’Amore divino: nell’abbraccio quotidiano di un uomo e una donna possiamo intravedere – quasi in filigrana – l’abbraccio di Dio. Questo pensiero ci invita a custodire con cura il nostro amore: a tenere vivo lo stupore per l’altro e a coltivare la tenerezza giorno dopo giorno. In questo modo l’amato e l’amata rimangono davvero “tutto delizie” l’uno per l’altra, e la loro unione diventa riflesso di una bellezza più grande che non finisce mai.

Antonio e Luisa

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Provaci, non Perdi Nulla e Vivrai la Gioia

Cari sposi, il brano di oggi si colloca in un momento in cui i primi discepoli hanno già visto diversi miracoli, hanno già sentito le beatitudini sul Tabor e quindi Gesù per loro è già un maestro molto autorevole, un profeta e la sua identità messianica inizi a balenare nella loro mente.

Ma il Signore non vuole rendere i propri discepoli “spugnosi” bensì persone dinamiche e generose. È così che, un bel giorno, il Maestro li sfida a ridonare agli altri quanto hanno ricevuto fino a quel momento.

Guardiamoli in faccia: timorosi, titubanti, imbarazzati nel dover mettersi a bussare alle porte e parlare di Gesù di Nazareth… chissà che cosa sarà successo in quei frangenti. Di sicuro tanti che non aprivano, alcuni li rifiutavano in malo modo, altri invece li hanno accolti in casa. Fatto sta che tutti tornano pieni di gioia per essere stati strumenti di Grazia.

Dice Papa Francesco proprio su questo brano: “La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste” (Evangelii gaudium 21).

Evangelizzare non dovrebbe mai essere un peso ma una gioia che si condivide, la gioia di aver incontrato Cristo e di testimoniarlo con naturalezza e semplicità. Per questo, noi cristiani dobbiamo essere davvero “in uscita”. Non possiamo più pensare che la fede si comunicherà magicamente, di generazione in generazione, grazie all’ora di religione, all’oratorio, al gruppo Scout… è da tanto che Gesù ci chiama a essere testimoni credibili del suo Nome in un mondo sempre più multiculturale e meno cristiano!

Ma per voi sposi questo vangelo ha un tocco speciale. Se ci fate caso Gesù sta di fatto chiedendo ai 72 di entrare nelle case, quindi di rivolgersi anzitutto agli sposi, ai genitori di quella famiglia. Quanto Gesù ha chiesto a quei 72 di fatto è stata la “mossa” vincente della chiesa delle origini. Il Cristianesimo è rimasto in stato di latitanza per ben tre secoli, non avendo liceità legale. Ai cristiani fino al 313 dC non era permesso vivere la propria fede in pubblico né tantomeno avere luoghi propri per praticare il culto. Dove, se non nelle case, si poteva essere liberi di parlare di Gesù, di fede, della Parola…? Ecco allora che la coppia credente, con la sua testimonianza, con l’educazione dei figli, con il rapporto con altre coppie, è stata chiave per diffondere il Vangelo. E tutto questo in un’epoca di persecuzioni, di attacchi violenti, di martirio…

Cari sposi, se tanti nostri fratelli in Cristo sono riusciti ad essere fedeli in circostanze estreme, anche noi oggi, che viviamo ancora tempi di relativa pace, siamo chiamati a non lasciarci vincere dalla pigrizia, dalla vergogna, dal timore e donare quella fede che abbiamo, poca o tanta che sia, ma comunque provandoci. Senza alcun dubbio, il Signore non solo vi farà dono della sua gioia, quella vera, profonda, intima, ma vi concederà il frutto di vedere che tramite voi lo Spirito opera meraviglie.

ANTONIO E LUISA

Noi sposi siamo chiamati a evangelizzare non attraverso la perfezione, ma attraverso la fedeltà concreta alle nostre vite reali. È lì che Dio ci santifica e ci rende testimoni. La nostra missione nasce da ciò che siamo, con le gioie e le ferite che caratterizzano la nostra famiglia. Anche quando ci sentiamo fragili o inadeguati, possiamo rivelare al mondo l’amore di Dio. Ogni famiglia è portatrice di una profezia unica: c’è chi accoglie la disabilità con gratitudine, chi attraversa il dolore del lutto, chi cresce molti figli o chi vive la fatica di non poterli avere. Tutte queste storie parlano di Dio. Anche la famiglia che semplicemente “tiene duro” può diventare luce per altri. Non dobbiamo vergognarci della nostra imperfezione: è proprio lì che il Signore si manifesta. Uniti, anche nella fatica, diventiamo tante piccole fiammelle che, insieme, mostrano al mondo il volto dell’Amore.

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