S. Agata: meglio vergine o sposa?

Chi non è stato mai a Catania durante i festeggiamenti in onore di S. Agata non ha idea di cosa si tratti e chi sia la “Santuzza” per i suoi concittadini. Parliamo infatti della terza festa religiosa al mondo per numero di persone coinvolte, addirittura oltre il milione.

Il motivo di tanta enfasi risiede nella sua figura di giovane vergine che, intrepida e coraggiosa, ha sfidato l’autorità romana e, dopo supplizi e sofferenze indicibili, ha consegnato inviolati il suo cuore e il suo corpo allo Sposo Gesù. Per tutto ciò, il suo nome è oramai fissato da svariati secoli nel rito della S. Messa con altrettante sei donne martiri: Felicita, Perpetua, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia.

La memoria liturgica di oggi, oltre a grati ricordi nella mia troppo breve esperienza catanese, mi porta a interrogarmi sul perché la Chiesa abbia sempre esaltato la verginità come il dono eccelso che il Signore offre a una persona, con un’enfasi che ha superato in un certo senso lo stesso matrimonio.

Ho fatto un calcolo sommario di quanti sono ufficialmente gli sposi santi o beati o servi di Dio. Sapete più o meno di quanti parliamo? Circa 150… non chiedetemi la percentuale rispetto a tutto il resto, ma senz’ombra di dubbio credo proprio sia minima. Poveri sposi! Siete effettivamente una delicatessen nel menù ecclesiastico!

Giusto per capirne il motivo, vi rammento di quando Martin Lutero negò il valore teologico dei voti religiosi e in pratica abolì la vita consacrata, pareggiandola al matrimonio. Successivamente il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì in modo solenne e definitivo il senso del dono totale di sé a Dio. Ecco il testo in questione: “Se qualcuno dice che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato, e che non è migliore e più felice cosa (“melius ac beatius”) rimanere nello stato di verginità o di celibato piuttosto che contrarre matrimonio, sia anatema” (sessione 24,10, DS 1810).

Sappiamo bene che un Concilio ecumenico, espressione di tutta la Chiesa, quando si pronuncia in modo definitivo, gode dell’infallibilità divina. Per cui davvero la vita religiosa è sempre migliore di quella matrimoniale? Ossia suore e preti 1 e sposi 0?

Senza mettere in discussione quanto appena affermato, bisogna comunque fare una distinzione importantissima, dalla quale scaturisce una grande luce sia per gli sposi che i consacrati. Grazie a Dio, secoli di riflessione teologica e l’esempio di tantissimi sposi e consacrati hanno permesso di arrivare a un sacrosanto equilibrio.

Partiamo dal fatto che è San Giovanni Paolo II che inizia a mettere in chiaro la distinzione tra i punti di vista con cui guardare sia il matrimonio che la verginità. In una delle sue Catechesi sull’amore umano (Udienza 31 marzo 1982) ha detto: “Cristo nella sua risposta ha indicato indirettamente che, se il matrimonio, fedele alla originaria istituzione del Creatore (ricordiamo che il Maestro proprio a questo punto si riferiva al «principio»), possiede una sua piena congruenza e valore per il regno dei Cieli, valore fondamentale, universale e ordinario, da parte sua la continenza possiede per questo regno un valore particolare ed «eccezionale»”.

Questo vuol dire che, da un punto di vista oggettivo, tutti e due gli stati di vita puntano a Cristo e al vivere con Lui nella vita eterna e sempre da un punto di vista oggettivo la vita consacrata una un valore “eccezionale”, come appunto affermava anche il Concilio di Trento. Chi già sta anticipando la propria appartenenza piena a Cristo, i vergini, i consacrati, gode un privilegio unico. I voti religiosi e le promesse di consacrazione significano questo: iniziare a pregustare in questa vita la piena adesione a Cristo.

Tuttavia, non è mai scontato il frutto dei voti e delle promesse, la grazia è data ma poi c’è la libertà di ognuno con cui assecondarla. Questo concetto porta a capire l’altra faccia della medaglia, l’aspetto soggettivo, che fa da contraltare a quanto appena detto sopra: se c’è un privilegio oggettivo nel “possedere” Cristo, è pur vero che tale obiettivo si raggiunge nella misura di quanto si ama, di quanto ci si dona veramente.

È sempre Giovanni Paolo II, in una catechesi di poco successiva a quella succitata, che chiarisce proprio questo concetto: “Il perfetto amore coniugale deve essere contrassegnato da quella fedeltà e da quella donazione all’unico Sposo (ed anche dalla fedeltà e dalla donazione dello Sposo all’unica Sposa), su cui sono fondati la professione religiosa ed il celibato sacerdotale. In definitiva, la natura dell’uno e dell’altro amore è «sponsale», cioè espressa attraverso il dono totale di sé” (Udienza 14 aprile 1982).

Riassumendo quanto detto, è vero che la vita verginale costituisce un grande privilegio; tuttavia è anche vero che voi sposi siete chiamati a possedere Cristo già in questa vita, potendo contare su altrettante grazie e doni formidabili.

Allora, chi è dei due è più grande e “privilegiato”? In realtà lo è chiunque ama per davvero, ossia chi vive la carità che Gesù ci ha insegnato.

Il calendario, è vero, è fitto di santi e sante vergini; che questo non vi confonda cari sposi facendovi pensare di essere cristiani di serie B o C. Vi auguro di camminare nello Spirito e di poter diventare autenticamente santi sposi.

Padre Luca Frontali

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