Il matrimonio secondo Pinocchio /11

Siamo alla fine del capitolo 6:

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. -Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi li occhi. – Sono io! – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.

In queste poche righe che chiudono il sesto capitolo è racchiuso l’umano dramma della lontananza dal Padre e la Sua risposta nell’economia della salvezza. Abbiamo già meditato su come allontanarsi dal Padre ci faccia ritrovare in una stanza vuota, che è principalmente la stanza del nostro cuore, la stanza del nostro essere. Quando si vive così ci si ritrova come dei diseredati della regalità che pure ci era stata immeritatamente donata; e si vive, o meglio, si sopravvive come Pinocchio in una tranquilla incoscienza senza angosciarsi del proprio stato. Pinocchio, che è il prototipo di noi quando facciamo i “figliuol prodighi”, senza Geppetto

  • non riesce a fare quello che deve,
  • né a capire quello che sa,
  • né a volere quello che vuole,
  • né a essere quello che è.

E’ così anche per noi sposi quando ci allontaniamo dal Padre, basta fare qualche esempio:

  • non riusciamo a fare il nostro dovere di marito/moglie oppure di genitori: lo sappiamo che dobbiamo amare il nostro consorte con lo stile di Gesù ma non ci riusciamo.
  • non riusciamo a capire quello che sappiamo: non capiamo fino in fondo la fedeltà nonostante la sappiamo, non capiamo la gravità dell’aborto o della pornografia nonostante sappiamo essere male.
  • non riusciamo a volere quello che vogliamo: vogliamo un matrimonio felice ma non riusciamo a volerlo e restiamo nella sufficienza, rimane una relazione che a stento galleggia come una barca crepata, vogliamo perdonare ma non riusciamo a volerlo perché pensiamo di avere sempre ragione, vogliamo godere del Paradiso e non riusciamo a volerlo, la nostra vita sembra dire il contrario.
  • non riusciamo ad essere quello che siamo: siamo istituiti come sposi in Cristo, come icona dell’amore Trinitario e non riusciamo ad esserlo nemmeno tra le nostra mura domestiche e all’esterno testimoniamo solo lamentele.

Quando si vive lontano dal Padre la vita scorre col suo tran-tran ma l’anima è come intorpidita, e come Pinocchio “seguitiamo a dormire e a russare, come se i nostri piedi siano quelli di un altro“; facciamo cose ma come degli automi, come se un giorno sia uguale all’altro, non ci accorgiamo che la Grazia opera continuamente perché stiamo russando forte.

Finalmente qualcuno bussa alla porta del nostro cuore, e non a caso avviene “sul far del giorno“, chiaro richiamo all’alba della Risurrezione, ma soprattutto è stupefacente la risposta di Geppetto con quel: “Sono io“. Un frase ricorrente nella Parola di Dio come la voce del roveto ardente che dice a Mosè :”Io sono” (Es 3,14); Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24); ancora Gesù ai soldati che stanno per arrestarlo: “Sono io“.

La nostra risurrezione, la risurrezione del nostro matrimonio, non comincia fino a quando non ci “svegliamo” perché percepiamo una presenza: quel “qualcuno” che bussa alla porta del nostro cuore. Al risonare della voce di Geppetto, Pinocchio si rende finalmente conto della propria miseria e insieme intravede la strada per uscirne, nella presenza di colui che lo può ricreare, ed è così anche per le molte conversioni avvenute dopo che si è toccato il fondo, il Signore nella Sua infinita Sapienza permette tutto ciò per trarne un bene ancor maggiore.

Ci sono molte testimonianze di sposi – alcuni li conosciamo di persona – che stavano dormendo e russando forte alla stregua di Pinocchio: il loro matrimonio era sull’orlo non di una crisi ma di una separazione già quasi in atto, vivevano sotto lo stesso tetto come due sconosciuti… poi “sul far del giorno” sentirono bussare alla porta del loro cuore e cominciò la Risurrezione.

La redenzione è, in primo luogo, una manifestazione di esistenza; la salvezza si gioca sul piano dell’essere e non delle idee : la presenza nel nostro cuore di Colui che si definisce “Io sono“, l’inabitazione nel nostro essere di Colui che è, la sempre più perfetta sovrapposizione del Suo Essere con il nostro essere.

Cari sposi, vogliamo risorgere a matrimonio nuovo? Cominciamo ad accorgerci di tutte quelle volte in cui sentiamo bussare alla porta del nostro cuore e sentiremo la voce del Signore: “Sono io“.

P.S. : la porta del nostro cuore ha la maniglia solo all’interno.

Giorgio e Valentina.

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