Lo Spirito Santo ha bisogno del nostro corpo

Quando pensiamo allo Spirito Santo, spesso immaginiamo qualcosa di invisibile, lontano, quasi astratto. Una presenza spirituale difficile da afferrare. Eppure la Pentecoste racconta esattamente il contrario. Lo Spirito Santo non resta chiuso nel cielo. Scende. Tocca. Muove. Trasforma persone concrete. Lingue, mani, piedi, sguardi, voce. Lo Spirito entra nei corpi per rendere visibile l’amore di Dio. E forse il matrimonio è uno dei luoghi più concreti in cui questo accade.

Perché l’amore degli sposi non è fatto solo di idee, emozioni o intenzioni. Ha bisogno di carne. Di gesti. Di presenza. Lo Spirito Santo, nella coppia, passa continuamente attraverso il corpo. Passa in quel marito che torna stanco dal lavoro ma sceglie comunque di ascoltare la moglie invece di rifugiarsi nel telefono. Passa in quella moglie che si accorge dal volto del marito che qualcosa non va e gli domanda: “Come stai davvero?” non per curiosità, ma per custodirlo. Passa attraverso una mano appoggiata sulla spalla nel momento giusto. Attraverso un abbraccio dopo una litigata. Attraverso due sposi che si chiedono scusa anche quando l’orgoglio vorrebbe restare zitto. Perché il corpo può diventare luogo di aggressione, chiusura, freddezza. Oppure sacramento di presenza.

Pensiamoci: quante volte diciamo “ti amo” senza parole? Quando prepariamo il caffè all’altro al mattino. Quando lasciamo l’ultimo pezzo di dolce. Quando aspettiamo il coniuge svegli anche se avremmo sonno. Quando ci sediamo accanto invece di allontanarci durante un momento difficile. Lo Spirito Santo si vede lì. Non nei gesti perfetti. Nei gesti abitati dall’amore.

A Pentecoste gli apostoli ricevono il dono delle lingue. E forse anche gli sposi, col tempo, imparano una lingua nuova. Non fatta solo di parole, ma di corpi che imparano a parlarsi senza ferirsi. C’è una carezza che calma l’ansia dell’altro. C’è un modo di guardare che ridà dignità. C’è un tono della voce che può ferire oppure guarire. Anche il silenzio del corpo parla. Ci sono silenzi punitivi, muri emotivi, distanze usate per controllare. Ma esistono anche silenzi pieni di presenza. Silenzi di chi resta accanto quando non sa cosa dire. Silenzi che non abbandonano. Lo Spirito Santo passa anche da lì.

Passa nella pazienza di una madre che ascolta il figlio mentre avrebbe mille cose da fare. Nel padre che spegne il computer per giocare dieci minuti con suo figlio. Negli sposi che si cercano ancora con gli occhi dopo anni di matrimonio. Nella tenerezza concreta di chi copre l’altro addormentato sul divano. Nel messaggio inviato durante la giornata solo per dire: “Ti sto pensando”. Sono cose piccole. Eppure il cristianesimo ha sempre creduto che Dio ami nascondersi nel piccolo.

Ma c’è un luogo in cui tutto questo raggiunge una profondità ancora più alta: l’amplesso degli sposi. Perché l’unione fisica tra marito e moglie non è semplicemente un gesto biologico o uno sfogo del desiderio. È il momento in cui due persone si consegnano reciprocamente attraverso il corpo. E proprio per questo può diventare uno dei luoghi più potenti della presenza dello Spirito Santo.

Spesso si pensa che Dio sia presente nella preghiera, nella chiesa, nei sacramenti… ma non nel letto degli sposi. E invece il matrimonio cristiano dice qualcosa di scandaloso e bellissimo: anche lì Dio abita. Anche lì lo Spirito Santo opera. Opera quando il corpo smette di usare e comincia ad amare. Quando il desiderio non cerca soltanto il proprio piacere, ma la gioia dell’altro. Quando ci si ascolta. Quando si rispettano i tempi reciproci. Quando ci si accorge della fragilità dell’altro senza approfittarsene. Quando il corpo non pretende ma accoglie. Lì il sesso smette di essere consumo e diventa linguaggio. Un linguaggio profondamente spirituale.

Perché lo Spirito Santo è comunione. È dono reciproco. È uscire da sé per andare verso l’altro. E nell’amplesso gli sposi sono chiamati proprio a questo: non a prendere, ma a donarsi. Per questo l’intimità più bella non nasce dalla performance o dalla trasgressione. Nasce dalla fiducia. Dalla sicurezza. Dalla tenerezza. Dal sentirsi accolti interamente, anche nelle proprie vulnerabilità. Ci sono amplessi silenziosi che diventano preghiera. Ci sono abbracci dopo una crisi che sembrano resurrezione. Ci sono lacrime condivise nell’intimità che diventano guarigione. E lì lo Spirito Santo agisce davvero in modo potente. Perché prende due corpi limitati, fragili, feriti, e insegna loro lentamente il linguaggio del Cielo.

Forse Pentecoste, dentro il matrimonio, è proprio questo: il momento in cui il nostro corpo smette lentamente di parlare la lingua dell’egoismo e impara quella del dono. Perché da soli spesso il nostro corpo parla altre lingue: quella della rabbia, della fuga, della chiusura, della pretesa, della paura. Lo Spirito Santo invece rende il corpo capace di comunione. Capace di restare. Capace di perdonare. Capace di accarezzare anche quando dentro avrebbe voglia di colpire. Capace di ricominciare.

Forse è questa la cosa più bella della Pentecoste: Dio non salva gli sposi togliendo loro il corpo. Li salva passando attraverso di esso. Attraverso mani stanche che continuano ad amare. Attraverso occhi che imparano a vedere oltre i difetti. Attraverso labbra che smettono di accusare e iniziano a benedire. Attraverso due persone normali che, giorno dopo giorno, permettono allo Spirito Santo di rendere visibile l’amore di Cristo dentro la loro casa.

Antonio e Luisa

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