Tu per me sei un profeta o un faraone?

Esiste qualcosa della nostra persona che è fondamentale, qualcosa di cui anche il Signore ha un profondo rispetto ed è la nostra libertà. Non sempre nel corso della storia l’uomo ha potuto godere della libertà. Nella Parola leggiamo che il popolo d’Israele ha sperimentato da vicino la schiavitù: nella terra d’Egitto, infatti, gli Israeliti erano schiavi del faraone che li obbligava a fabbricare mattoni. Se il faraone rappresenta colui che rende l’uomo schiavo, nella Parola leggiamo anche di tanti profeti, uomini che ebbero il coraggio di testimoniare la verità e annunciare le opere di Dio.

Tempo fa ascoltai la testimonianza di una giovane sposa di nome Sara, attraverso di essa ho compreso che la figura del profeta e quella del faraone possono rivelare qualcosa di molto importante a ciascuno di noi. Sara raccontò di quando frequentava quello che all’epoca era il suo fidanzato e poi sarebbe diventato suo marito. Durante uno dei loro primi incontri lui le disse: “Sara, sembri uno zombie! L’ansia ti sta divorando”. Sara si era appena trasferita in una nuova città per lavoro, aveva già affrontato diversi trasferimenti e non sapeva quanto tempo sarebbe rimasta lì. Proprio in quel frangente aveva conosciuto lui, Maurizio.

I primi incontri furono un vero e proprio bagno di realtà per i due: subito dopo essersi baciati per la prima volta, Sara ebbe un attacco di panico. Il suo corpo stava reagendo a quello che turbava la sua interiorità: per la condizione di precarietà in cui si trovava, Sara aveva un’enorme paura di legarsi a qualcuno. Di fronte a questo Maurizio le era rimasto accanto e l’aveva messa di fronte alla verità di sé stessa: in questo senso per lei era stato come un profeta. Non le aveva chiesto qualcosa che prosciugasse le sue energie o che la consumasse: in questo caso sarebbe stato come un faraone.

Ho vissuto in prima persona diversi trasferimenti e conosco bene la sensazione di smarrimento che si prova all’idea di doversi ambientare in un posto che non si conosce. In quei momenti diventa ancora più prezioso avere accanto una persona che ti sostiene, che vede le tue paure e decide di affrontarle insieme a te. Non con giudizio ma con misericordia, non con l’atteggiamento di chi ti rimprovera di essere ansiosa ma piuttosto con lo sguardo dolce di chi vuole proteggerti e sostenerti.

In un momento tanto delicato in cui cambiano tutte le coordinate intorno a te – la città, il lavoro, la casa in cui vivi – la presenza di chi hai accanto e non ti fa sentire fuori posto ma ti aiuta concretamente, ti fa capire che l’amore spesso non si realizza nel provare emozioni travolgenti ma si costruisce proprio in quei momenti di fatica.

Forse per Maurizio sarebbe stato più semplice scappare di fronte all’ansia costante di Sara, eppure aveva avuto il coraggio di restare, di farsi presente. Di sostenere Sara in un momento delicato. E restando, aveva permesso alla relazione di diventare più solida. Sara e Maurizio si erano conosciuti subito nella fragilità ma proprio questa aveva permesso che si realizzasse la loro vocazione.

Siamo cresciuti con la favola del “e vissero tutti felici e contenti”, come se l’amore vero comportasse uno stato di felicità perenne. Ma non è cosi: amare significa scegliere di restare, farsi dono per l’altro, anche nei momenti di fatica. È un cammino da imparare, passo dopo passo, a partire proprio dalle nostre fragilità.

Sara e Maurizio si erano affidati l’uno all’altro. Pur conoscendosi da poco, avevano attraversato insieme la fase delicata del trasferimento di Sara e avevano compreso che si trattava di un momento di passaggio. Viverlo insieme aveva permesso loro di crescere e rafforzare la relazione. La testimonianza di Sara si concluse con queste parole: “Anche oggi Maurizio continua a mostrarmi la verità di me stessa, anche quando è scomoda. E in questo per me è come un profeta”.

Ascoltare questa testimonianza mi ha interrogata profondamente: quante volte siamo scandalizzati dalle fragilità dell’altro e permettiamo che le mancanze che avvertiamo si trasformino in accusa. Il risultato è che, invece di creare comunione fra noi, ci allontaniamo sempre di più dall’altro. Abbiamo paura di scoprirci fragili e non ci rendiamo conto che sono proprio le nostre fragilità a poter sostenere e rafforzare l’amore per l’altro. Dio non ci chiede di essere perfetti e nemmeno di rinnegare la nostra essenza di creatura, ci chiede di amare e di portare “i pesi gli uni degli altri”. (1 Gal 6,2)

Non lasciamoci ingannare allora dalla favola del “e vissero tutti felici e contenti”, non lasciamoci sedurre dall’idea che l’amore debba coincidere con un’emozione costante ma chiediamoci quale atteggiamento stiamo adottando nella nostra relazione. Mi comporto come il faraone, che pretende che l’altro cambi e faccia quello che voglio, oppure come un profeta, che ha il coraggio di restare accanto nella fragilità e dire la verità con carità?

Francesca Parlangeli

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