Il nuovo film di Christopher Nolan – osannato quanto criticato – ha riportato sul grande schermo l’epopea di Omero, tra mostri, sirene, tempeste e un interminabile viaggio verso Itaca. Al di là dei pregi e dei difetti del film, che ho visto pochi giorni fa, una delle domande più interessanti che vale la pena farci non riguarda soltanto ciò che Ulisse trova durante il suo viaggio. Riguarda ciò che, dopo vent’anni, trova tornando a casa: sua moglie. Il matrimonio di Ulisse e Penelope, raccontato migliaia di anni fa, ha ancora qualcosa da dire a noi, uomini e donne del 2026? Moltissimo. Anzi, oggi più che mai.
Penelope non è semplicemente una donna che aspetta. È una donna che custodisce una promessa. Mentre Ulisse attraversa il mare, lei affronta un’altra battaglia: quella contro il tempo, la solitudine, le pressioni e la tentazione di considerare finita una storia soltanto perché l’altro è lontano. Il suo telaio, fatto e disfatto ogni giorno, diventa il simbolo di una fedeltà che non è passività, ma una scelta ben precisa. Qui il mito diventa sorprendentemente moderno. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra sostituibile: un telefono, un lavoro, una casa, perfino una relazione. Quando qualcosa si rompe, spesso la prima domanda non è «Come possiamo aggiustarlo?», ma «Con che cosa – e soprattutto con chi – possiamo sostituirlo?».
Il matrimonio cristiano, invece, ci ricorda che l’amore non è soltanto ciò che proviamo quando tutto è facile. È anche ciò che scegliamo quando arrivano la stanchezza, la malattia, le incomprensioni, le difficoltà, le tempeste. In una parola, le odissee della vita. La maturità affettiva, che forse tanto ci manca, è comprendere che ogni relazione autentica attraversa momenti difficili, e che non tutto ciò che si incrina deve essere immediatamente abbandonato. A volte amare significa chiedere scusa. Altre volte fare il primo passo. Altre ancora restare accanto a un letto d’ospedale, preparare il caffè anche dopo una discussione, ricordarsi che dall’altra parte della nostra rabbia c’è la persona alla quale abbiamo promesso di voler bene.
Al di là del film stesso, il viaggio di Ulisse può, e deve, suscitare in noi molte riflessioni. Innanzitutto, perché egli non viaggia semplicemente verso una donna, viaggia verso casa. Questo parla profondamente al matrimonio cristiano. Ogni coppia conosce le proprie tempeste: le incomprensioni possono diventare mostri, le tentazioni sirene, la solitudine un’isola apparentemente impossibile da raggiungere. Ma il sacramento del matrimonio dice agli sposi qualcosa di meraviglioso e di “mitico”: «Non siete soli». Quando due persone pronunciano un “per sempre”, pronunciano una parola troppo grande per le sole forze umane. Per questo hanno bisogno di Dio, della preghiera, del perdono e della grazia di ricominciare.
La storia di Ulisse e Penelope ci ricorda che amare non significa promettere che nulla cambierà, ma promettere di imparare ad amarsi anche dentro i cambiamenti. Perché nessuno arriva alla fine del viaggio uguale a quando è partito. E, forse, il vero miracolo di un matrimonio non è restare identici, ma riuscire a riconoscersi ancora, dopo gli anni, le fatiche, le rughe. Ma, proprio per questo, amarsi ancora di più e ancora riconoscersi, come – ben prima delle persone – addirittura fa Argo, il fedele amico a quattro zampe, con l’amato padrone. Penelope pure, prima tra tutti, aspetta con fede e speranza che, “guarda caso”, sono due virtù cristiane, nonché i pilastri stessi della nostra relazione con Dio. E, quindi, della relazione sponsale.
Ulisse non è perfetto, e questo già lo sapevamo, ben prima del film di Nolan. Ulisse non è un personaggio biblico, e su questo non c’è dubbio. Ulisse fa dell’intelligenza un’arma a doppio taglio, e questo lo abbiamo imparato molto bene leggendo e studiando Dante e la Divina Commedia. Al di là di tutto e di tutti, sua moglie lo aspetta, con amore e dedizione. Quante donne, oggi, lo farebbero? E quanti mariti, oggi, farebbero di tutto per tornare a casa, anche quando costa così tanto sacrificio? Questo significa vedere un film e interrogarsi sul matrimonio, sul proprio matrimonio, sui valori cristiani. È partire dalla quotidianità e farne un esercizio: di fede, di maturità, di spiritualità.
Perché, in fondo, anche la nostra vita è un’Odissea. A volte partiamo, a volte ci perdiamo, a volte siamo noi ad aspettare e altre volte siamo noi ad avere bisogno di tornare. I cristiani sanno che, oltre ogni Itaca terrena, c’è un Padre che non smette mai di aspettare i suoi figli. Il Dio della Bibbia è il Dio dell’Alleanza, il Dio che non cancella la sua promessa quando l’uomo si allontana, anche per vent’anni. Questa è la lezione più bella del matrimonio di Ulisse e Penelope! L’amore vero non è soltanto trovare qualcuno: è scegliere qualcuno, custodirlo, perdonarlo, aspettarlo e, anche quando ci si è smarriti, imparare con umiltà a tornare a casa.
Fabrizia Perrachon
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