Come la Bibbia Parla alla Vita Quotidiana

Ci sono libri che si leggono con interesse e altri che, mentre li leggi, ti fanno sentire chiamato in causa. Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare di Anna Porchetti appartiene decisamente alla seconda categoria.

Già il titolo mi aveva incuriosito. Mi aveva strappato un sorriso, perché contiene una verità che spesso preferiamo non ammettere. Essere cristiani è bello, certamente. È una Grazia. È incontrare uno sguardo capace di dare senso alla vita. Ma è anche un lavoro duro. Non perché Dio ci chieda di guadagnarci il suo amore, ma perché il Vangelo ci obbliga continuamente a uscire dalle nostre comodità, dalle nostre giustificazioni e dall’immagine rassicurante che abbiamo costruito di noi stessi.

Leggendo questo libro mi sono ritrovato diverse volte a sorridere. Un sorriso che, però, subito dopo diventava una domanda. Perché Anna Porchetti ha la capacità di avvicinare i personaggi biblici alla nostra quotidianità senza renderli banali. Non li lascia immobili dentro una pagina antica. Li fa scendere dai piedistalli sui quali, spesso, siamo noi a collocarli. E così, improvvisamente, ci accorgiamo che non sono poi tanto diversi da noi.ù

Hanno paura. Si arrabbiano. Cercano scuse. Fuggono. Si sentono inadeguati. Vogliono controllare tutto. Si fidano delle persone sbagliate. Promettono e poi non riescono a mantenere. Vorrebbero credere, ma fanno fatica. A volte ascoltano Dio, altre volte ascoltano soltanto se stessi. Ed è proprio questo che mi ha colpito maggiormente: leggendo le loro storie ho finito per riconoscere la mia.

È facile leggere la vicenda di Giona e pensare che sia assurdo voler scappare da Dio. Poi, però, mi sono chiesto quante volte anche io abbia cercato una nave per andare nella direzione opposta. Non una nave vera, naturalmente. Le nostre fughe sono spesso più raffinate. Ci nascondiamo dietro gli impegni, dietro il lavoro, dietro il “non è il momento”, dietro la convinzione che tocchi sempre a qualcun altro.

È facile sorridere davanti alle cadute di Pietro. Lui parla, promette, si espone, si sente forte. Poi basta poco e crolla. Ma quante volte siamo così anche noi? Quante volte diciamo al coniuge che saremo più presenti, più pazienti, più capaci di ascoltare? E quante volte, poche ore dopo, torniamo esattamente dentro i nostri automatismi?

Questo libro mi ha ricordato che la Bibbia non racconta storie edificanti di uomini e donne impeccabili. Racconta la storia di persone fragili incontrate da un Dio ostinatamente fedele. E credo che qui si trovi una delle intuizioni più belle del testo.

Dio non aspetta che diventiamo perfetti per entrare nella nostra vita. Entra mentre siamo ancora confusi, contraddittori e feriti. Entra anche quando la nostra fede è impastata di paura e di interesse. Entra nelle nostre cucine, nelle nostre camere da letto, nei luoghi di lavoro, nelle discussioni familiari e persino dentro quelle parti di noi che preferiremmo non mostrare a nessuno.

Durante la lettura mi sono accorto ancora una volta di quanto sia pericoloso trasformare il cristianesimo in un sistema di regole. Le regole servono, naturalmente. Indicano un confine e custodiscono un bene. Ma non sono il cuore della fede. Il cuore è una relazione. È lasciarsi guardare da Cristo e permettere a quello sguardo di trasformare lentamente il nostro modo di vivere.

È qui che il titolo acquista, secondo me, il suo significato più vero. Il cristiano è un lavoro duro perché la conversione non finisce mai. Non possiamo dire: ormai ho capito, ormai sono arrivato, ormai so amare. Chi è sposato lo comprende molto bene. Non basta aver pronunciato un sì una volta per tutte. Quel sì deve diventare carne ogni giorno. Deve diventare pazienza quando l’altro ci irrita. Tenerezza quando sarebbe più facile chiudersi. Perdono quando ci sentiamo feriti. Presenza quando vorremmo soltanto essere lasciati in pace. Deve diventare capacità di non usare l’altro per soddisfare i nostri bisogni, ma di accoglierlo nella sua verità.

Anche il matrimonio cristiano è un lavoro duro. E meno male che lo è. Perché ciò che non ci costa nulla, spesso, non ci trasforma. L’amore vero ci spoglia. Ci toglie le maschere, fa emergere le nostre ferite e ci costringe a riconoscere che non siamo autosufficienti. Le pagine di Anna Porchetti mi hanno fatto pensare proprio a questo. I personaggi biblici non sono eroi da imitare in modo ingenuo. Sono uomini e donne nei quali possiamo specchiarci. Le loro debolezze ci aiutano a riconoscere le nostre. Le loro cadute ci ricordano che si può ricominciare. La pazienza che Dio dimostra nei loro confronti ci permette di credere che possa averne anche con noi.

Ho apprezzato molto anche l’ironia che attraversa il libro. Non è un’ironia che deride la fede o la Scrittura. Al contrario, è un modo per mostrarne la concretezza. A volte abbiamo reso la Bibbia così solenne da farla sembrare lontana. Qui, invece, torna a profumare di vita vera. Di famiglie complicate, relazioni difficili, gelosie, desideri, fallimenti e nuovi inizi. È una Bibbia che non ci consente di restare semplici spettatori.

Questo libro non mi ha lasciato la sensazione di aver imparato molte informazioni nuove. Mi ha lasciato qualcosa di più importante: il desiderio di rileggere alcune storie bibliche chiedendomi non soltanto che cosa significhino, ma dove io sia dentro quelle storie. Dove sto scappando come Giona? Dove sto promettendo troppo come Pietro? Dove sto cercando di controllare tutto? Dove mi sento dimenticato da Dio? Dove sto facendo fatica a credere che la mia storia, proprio questa storia concreta, possa ancora diventare luogo di salvezza?

Alla fine mi è rimasta una certezza consolante. Essere cristiani è davvero un lavoro duro. Ma non è il lavoro solitario di chi deve rendersi degno di Dio. È il lavoro paziente di chi permette a Dio di trasformarlo. Un po’ alla volta. Una caduta e una ripartenza alla volta. Ed è forse questa la buona notizia più bella: Dio continua a lavorare con noi anche quando noi vorremmo licenziarci.

Antonio e Luisa

Lascia un commento