Se l’amore non è la scelta di ogni giorno, sarà il rimpianto di una vita

Se l’amore non è la scelta di ogni giorno, sarà il rimpianto di una vita”: ascoltai queste parole anni fa da un frate ad Assisi e da allora sono rimaste impresse nella mia memoria. Mi colpirono perché accostavano l’amore a una scelta, da compiere e rinnovare ogni giorno, e poi perché pensai che nessuno vorrebbe vivere con il rimpianto di non aver amato e aver perso occasioni preziose. Siamo cresciuti con l’idea che l’amore debba essere qualcosa che ci rapisce: improvviso, inaspettato e travolgente. E se nelle prime fasi della relazione siamo avvolti dalla spontaneità dei gesti e da emozioni continue, con il passare del tempo iniziamo a vedere la persona per quella che è realmente, nella sua bellezza e anche nella sua fragilità.

Scegliere di amare, allora, significa saper andare incontro all’altro anche quando non rispecchia tutti i nostri standard. Papa Francesco in Amoris laetitia scrive: “Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarci e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti“. (n. 100)

Avere quello sguardo amabile di cui parla Papa Francesco significa saper creare le condizioni per un incontro autentico con l’altro e imparare a orientare la nostra volontà verso la costruzione di quel «progetto comune». Se non ho uno sguardo amabile verso l’altro, infatti, non incontrerò veramente l’altro né la sua storia e sarà più difficile per me riconoscerne la bellezza: rimarrò piuttosto legato alle mie proiezioni e alle mie idealizzazioni finché non sarò chiamato a fare i conti con la realtà. Avere uno sguardo amabile significa anche saper proteggere le fragilità che vediamo nell’altro, averne cura e non usarle come motivo di giudizio o strumento per preparare il terreno di scontro. Avere uno sguardo amabile significa saper scorgere nelle inevitabili differenze che ci sono tra noi un’occasione di arricchimento e di crescita, per noi stessi e per la relazione.

Talvolta però, nel realizzare tutto questo, la paura può bloccarci. Sono tante le situazioni in cui possiamo provare paura: quando scopriamo che vivere una relazione ci chiede anche di saper rinunciare alle nostre comodità, oppure quando, come coppia, siamo chiamati ad affrontare qualcosa che non conosciamo.

Nella Bibbia leggiamo che anche il giovane Tobia, all’idea di prendere in sposa Sara, è colto dalla paura di fronte alle possibili conseguenze di una situazione a lui ignota. Durante il viaggio che, sotto la guida dell’angelo Raffaele, lo avrebbe condotto da Sara, Tobia confida all’angelo ciò che lo spaventa: “Ho sentito dire che un demonio le uccide i mariti. Per questo ho paura; il demonio a lei non fa del male, ma se qualcuno le si vuole accostare, egli lo uccide. Io sono l’unico figlio di mio padre. Ho paura di morire e di condurre così alla tomba la vita di mio padre e di mia madre per l’angoscia della perdita”. (Tb 6, 14-15)

Sara aveva avuto sette mariti, tutti uccisi dal demonio Asmodeo prima che potessero unirsi a lei. Tobia teme quindi che anche a lui possa toccare la stessa sorte. Durante il cammino incontra un grosso pesce che tenta di divorargli il piede. L’angelo Raffaele gli ordina di non gettarlo via, ma di conservarne il cuore e il fegato. Saranno proprio questi, posti da Tobia sulla brace durante la prima notte di nozze, a mettere in fuga il demonio che tormenta Sara. Non temere: ella ti è stata destinata sin dall’eternità. Sarai tu a salvarla” (Tb 6,18): con queste parole l’angelo Raffaele ha rassicurato Tobia e lo ha invitato a non lasciarsi vincere dalla paura.

Questo passo ci indica qualcosa di molto importante: Tobia è lo strumento attraverso il quale Dio libera Sara dal demonio. Ma non solo: l’angelo ha il compito di guidarlo verso la realizzazione della sua vocazione. Il termine «angelo» deriva dal greco e significa «messaggero». Raffaele è per Tobia un messaggero di Dio: gli offre una prospettiva diversa, lo invita ad alzare lo sguardo verso un progetto più grande delle sue paure. E Tobia sceglie di fidarsi, di dare credito alle parole dell’angelo. Sarà proprio la sua disponibilità e l’apertura del suo cuore, nonostante le sue paure, a permettergli di fare centro.

Se Tobia avesse dato ascolto soltanto alla voce delle sue paure, non avrebbe potuto realizzare la sua vocazione. E invece va oltre, si fida, apre il suo cuore alla promessa di qualcosa di più grande di lui. La paura è un’emozione che può proteggerci: ci segnala un pericolo, indica un confine, ci aiuta a riconoscere un limite. Ma, in alcuni casi, può anche bloccarci e impedirci di andare avanti. San Paolo ne spiega bene il significato: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»”. (Rm 8, 15)

E allora, quando nelle nostre relazioni ci rendiamo conto di avere paura, quando sperimentiamo una fatica o ci troviamo davanti ad un cambiamento importante, possiamo fermarci e chiederci da dove provengono quelle paure e dove ci stanno portando. Quando l’altro tocca le nostre ferite e capiamo che le nostre forze sono limitate, perché siamo creature fragili, possiamo scegliere – come dice San Paolo – di non ricadere nella paura, ma di gridare al Padre tutti i nostri bisogni. Possiamo scegliere di non rimanere con lo sguardo abbassato, prigionieri delle nostre paure, ma di alzarlo verso il Cielo e ricordarci di essere figli del Re dei re.

Non lasciamo allora che le nostre paure ci schiaccino ma apriamoci con fiducia a Dio e alla bellezza della relazione che ci ha donato. Chiediamo al Signore che ci doni il discernimento per poter riconoscere anche noi, ogni giorno, quei messaggeri che il Signore ci mette accanto nel nostro cammino.

Al di là delle nostre paure il Signore sta preparando il miglior tracciato per il nostro bene. Sta dispiegando le nostre vocazioni, sta preparando quelle prove necessarie alla nostra crescita e alla nostra edificazione, proprio come ha fatto con Tobia e Sara. L’unica cosa che lasceremo su questa terra sarà l’amore. Non porteremo con noi i nostri soldi, le ricchezze, i titoli che abbiamo. Solo l’amore resta. Non lasciamoci vincere, allora, dalla paura ma scegliamo ogni giorno di amare. Solo così, con la certezza nel cuore di aver scelto l’amore ogni giorno, potremo guardare alle nostre vite senza rimpianti.

Francesca Parlangeli

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