Viviamo in una società che cerca continuamente di allontanare da sé tutto ciò che ricorda il limite. La sofferenza viene nascosta, la vecchiaia rimossa, la malattia vissuta quasi come un incidente di percorso da correggere. E la morte, soprattutto, è diventata qualcosa di cui parlare il meno possibile. La conosciamo, naturalmente. Sappiamo che arriverà per tutti. Ma preferiamo comportarci come se riguardasse sempre qualcun altro e comunque un futuro molto lontano. Eppure c’è una domanda che prima o poi arriva: quando siamo pronti per morire?
Io e Luisa ce la siamo fatta più volte. E la prima risposta che viene spontanea è semplice: mai. Non siamo mai pronti, perché questa vita ci piace. Perché ci sono le persone che amiamo. Perché ci sono ancora cose che vorremmo fare, parole che vorremmo dire, figli che vorremmo vedere crescere, esperienze che vorremmo vivere. Perché abbandonare questa vita significa lasciare tutto ciò che conosciamo per entrare in qualcosa che possiamo soltanto affidare alla fede.
Qualche giorno fa, però, ho ricevuto una testimonianza che mi ha costretto a guardare questa domanda in modo diverso. È morto un nostro caro amico. Aveva soltanto 56 anni. Faceva parte, come noi, dell’esperienza dell’Intercomunione delle Famiglie. Una morte arrivata troppo presto, almeno secondo i nostri criteri. Lascia una moglie e tre figli. Lascia un dolore enorme, di quelli che non possono essere addolciti da nessuna frase spirituale. La fede non cancella il dolore.
Questo credo sia importante dirlo. Essere cristiani non significa non piangere. Non significa trasformare un funerale in una festa forzata. Non significa dire che va tutto bene quando una moglie perde il marito e dei figli perdono il padre. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Il dolore resta. Ed è proporzionato all’amore.
Sua moglie, però, ha detto una frase che mi è entrata dentro: «Io so che tu mi stai aspettando da Gesù esattamente come mi stavi aspettando davanti all’altare quando ci siamo sposati». Quanto matrimonio c’è dentro queste parole. Il giorno delle nozze lui era lì, davanti all’altare, ad aspettarla per iniziare insieme la loro vita matrimoniale. Oggi lei immagina che sia ancora lui ad aspettarla, ma dall’altra parte, presso Gesù. Non è una frase che annulla l’assenza. Non rende meno doloroso svegliarsi e non trovarlo. Non elimina il vuoto. Ma racconta qualcosa di profondissimo sul sacramento del matrimonio: l’amore degli sposi nasce sulla terra, ma ha come destinazione l’eternità.
E allora ho pensato: forse il nostro amico era pronto. Non perché desiderasse morire. Non perché non avesse più nulla per cui vivere. Esattamente il contrario. Era pronto proprio perché stava vivendo pienamente. Poco tempo prima era stato con noi in montagna durante uno dei nostri corsi. Si era confessato. Aveva vissuto giorni belli con sua moglie. Settimane di vicinanza, di amore, di comunione. Aveva assaporato la bellezza della propria famiglia, degli amici, della comunità. E soprattutto era un uomo che si donava.
Al suo funerale c’erano centinaia di persone. Trecento, forse quattrocento. Una comunità intera si è stretta intorno alla moglie e ai figli. Tante persone erano lì perché quell’uomo, in qualche modo, aveva lasciato qualcosa dentro di loro. Una parola, un gesto, un servizio, un’amicizia, una presenza. Guardando tutta quella gente mi è venuto un pensiero molto semplice: questo è ciò che si è portato con sé. Non il lavoro. Non il conto corrente. Non le cose accumulate. Non i successi che spesso ci affanniamo tanto a conquistare. Si è portato l’amore che aveva dato. Perché l’amore è forse l’unica cosa che, donata, non perdiamo.
Ed è qui che la domanda iniziale cambia. Quando siamo pronti per morire? Forse non saremo mai pronti emotivamente. Forse avremo sempre qualcuno che vorremmo stringere ancora una volta. Forse chiederemmo sempre al Signore un giorno in più. Ma possiamo essere pronti in un altro senso.
Siamo pronti quando abbiamo cercato di vivere senza rimandare continuamente l’amore. Quando abbiamo chiesto perdono. Quando abbiamo perdonato. Quando abbiamo detto a nostro marito o a nostra moglie che li amiamo. Quando abbiamo trovato tempo per i figli. Quando abbiamo servito qualcuno senza aspettarci nulla in cambio. Quando abbiamo fatto pace con Dio nella confessione. Quando abbiamo ricevuto l’Eucaristia sapendo di avere bisogno di Lui.
Essere pronti non significa aver fatto tutto. Significa aver vissuto orientati nella direzione giusta. La morte del nostro amico mi ha ricordato qualcosa che conoscevo già ma che è facile dimenticare: la vita non ci appartiene. Possiamo programmare, organizzare, costruire. Ed è giusto farlo. Ma nessuno di noi conosce il numero dei propri giorni. Per questo il cristianesimo non ci invita a pensare alla morte per vivere impauriti. Ci invita a ricordare la morte per vivere meglio. Per amare oggi.
Perché potrebbe arrivare un momento in cui non potremo più dire quella parola, chiedere quel perdono, dare quell’abbraccio. La grande domanda, allora, forse non è soltanto: «Sono pronto a morire?» La domanda ancora più importante è: «Sto vivendo in modo tale che, quando quel giorno arriverà, ciò che resterà di me sarà l’amore che ho donato?» Guardando la vita del nostro amico, la sua famiglia e quella chiesa piena di persone che gli volevano bene, io credo di aver ricevuto una risposta.
Lui era pronto. Non perché fosse arrivato alla fine della vita. Ma perché aveva imparato a spenderla.
Antonio e Luisa
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