Entrare dal re senza essere chiamata

«Il terzo giorno, Ester indossò le vesti regali e si pose nel cortile interno della reggia, di fronte all’appartamento del re. Il re era seduto sul trono reale nella reggia, di fronte all’ingresso. Appena il re vide la regina Ester nel cortile, ella trovò grazia ai suoi occhi» (Est 5,1-2).

La vulnerabilità è il coraggio di lasciarsi vedere davvero dall’altro, senza poter controllare come saremo accolti. Clicca qui per leggere i moduli precedenti.

Dopo tre giorni di digiuno, Ester si alza e agisce. Ha pregato, ha chiesto il sostegno del suo popolo, ha attraversato la paura e ha scelto di assumersi la propria responsabilità. Ora arriva il momento più difficile: entrare nel cortile interno del palazzo senza essere stata chiamata dal re. Sa che sta violando una legge e che, se il re non le tenderà lo scettro d’oro, potrà essere condannata a morte. Ester non sa come sarà accolta. Non possiede garanzie e non può controllare la risposta del re. Può soltanto presentarsi davanti a lui, esporsi al suo sguardo e attendere.

Questo è il rischio dell’amore: mostrarsi all’altro senza avere la certezza di essere accolti.

Nel modulo precedente abbiamo contemplato Ester che si ferma prima di agire. Il digiuno le ha permesso di uscire dalla reattività e di discernere. Ora, però, la preparazione deve diventare azione. Arriva sempre un momento nel quale non possiamo più restare nascosti dietro le nostre riflessioni, le nostre paure o persino le nostre preghiere. Dobbiamo fare un passo, pronunciare una parola, entrare nella stanza dell’altro. La vulnerabilità comincia proprio qui.

Essere vulnerabili non significa essere deboli. Ester entra nella sala del trono vestita da regina, consapevole della propria dignità e della propria missione. Non si presenta in modo sconsiderato né rinuncia a se stessa. Tuttavia, accetta di esporsi a una risposta che non dipende da lei. La sua forza consiste nel non nascondere la propria fragilità.

Anche nel matrimonio ci sono stanze nelle quali temiamo di entrare senza essere stati chiamati. Sono gli spazi più intimi del cuore dell’altro: le sue ferite, le sue paure, i suoi silenzi. A volte restiamo sulla soglia perché non sappiamo come saremo accolti. Vorremmo dire: «Ho bisogno di te», ma temiamo di apparire dipendenti. Vorremmo confessare: «Quella tua parola mi ha ferito», ma abbiamo paura che l’altro minimizzi. Vorremmo chiedere perdono, ma temiamo che il nostro errore venga usato contro di noi. Così impariamo a proteggerci.

Possiamo nasconderci dietro l’ironia, facendo una battuta proprio quando il discorso diventa profondo. Possiamo rifugiarci nell’efficienza, occupandoci di tutto tranne che della relazione. Possiamo parlare continuamente di figli, lavoro, spese e impegni, evitando accuratamente di raccontare ciò che sta accadendo dentro di noi. Oppure possiamo mostrarci forti, autosufficienti e sempre capaci di cavarcela da soli. Il matrimonio, però, non può vivere soltanto di organizzazione. Due persone possono condividere la stessa casa, lo stesso letto e moltissime responsabilità senza riuscire più a condividere il cuore.

L’Analisi Transazionale ci insegna che alcune paure relazionali possono avere radici molto antiche. Da bambini potremmo aver ricevuto, in modo esplicito o implicito, messaggi come: «Non fidarti», «Non sentire», «Non essere intimo», «Non mostrare le tue debolezze». Forse, quando manifestavamo un’emozione, ci veniva detto di smetterla. Forse le nostre confidenze venivano ridicolizzate. Forse abbiamo imparato che chiedere aiuto significava pesare sugli altri o che mostrare una ferita permetteva alle persone di colpirci proprio lì.

Questi messaggi possono diventare vere e proprie ingiunzioni interiori. Anche da adulti continuiamo a obbedire loro senza rendercene conto. Desideriamo l’intimità, ma quando qualcuno si avvicina davvero ci irrigidiamo. Vogliamo essere compresi, ma non diciamo chiaramente che cosa proviamo. Aspettiamo che il coniuge intuisca il nostro bisogno e, quando non lo fa, concludiamo di non essere amati. Nasce così un paradosso doloroso: chiediamo all’altro di entrare nel nostro mondo, ma lasciamo la porta chiusa.

Ester avrebbe molte ragioni per restare nascosta. Non è certa dell’amore del re e da trenta giorni non viene convocata. Potrebbe interpretare quella distanza come la prova di non essere più importante per lui. Tuttavia, decide di non lasciare che la paura dell’esito determini la sua scelta. Entra nel cortile e permette al re di vederla. La vulnerabilità è proprio questo: lasciarsi vedere.

Nella coppia significa rinunciare, almeno per un momento, alle armature che ci fanno sentire protetti. Invece di dire: «Tu non pensi mai a me», possiamo dire: «In questi giorni mi sono sentito poco importante per te». Invece di accusare: «Non mi ascolti mai», possiamo confessare: «Ho bisogno di sentire che ciò che vivo ti interessa». Invece di chiuderci nella freddezza, possiamo ammettere: «Sono arrabbiato, ma dietro la rabbia c’è la paura di perderti». Le accuse sollecitano facilmente la difesa. La vulnerabilità, invece, offre all’altro la possibilità di avvicinarsi.

Non garantisce che lo farà. Ed è questo il rischio. Possiamo esprimerci con sincerità e non ricevere subito la risposta desiderata. Il coniuge potrebbe non comprendere, potrebbe sentirsi impreparato o reagire a partire dalle proprie ferite. Essere vulnerabili non significa possedere una tecnica capace di ottenere automaticamente una risposta positiva. Significa scegliere la verità anche quando non possiamo controllarne l’esito.

Ester trova grazia agli occhi del re, che le tende lo scettro d’oro e le domanda: «Che hai, regina Ester? Qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai». La sua esposizione viene accolta. Eppure Ester non rivela immediatamente tutto. Invita il re e Aman a un banchetto e prepara con sapienza il momento nel quale presenterà la propria richiesta. Questo particolare è importante. Vulnerabilità non significa raccontare tutto, a tutti e in qualsiasi momento. Non significa esporsi senza discernimento, tollerare abusi o restare senza protezione in una relazione violenta. Ester è coraggiosa, ma anche prudente. Apre una porta senza rinunciare alla propria lucidità. La vulnerabilità autentica rispetta sia la verità sia i tempi necessari per consegnarla.

Anche tra marito e moglie la fiducia non può essere pretesa: deve essere costruita e custodita. Se il coniuge ci consegna una fragilità, riceviamo qualcosa di prezioso. Non possiamo usarla nella discussione successiva, ridicolizzarla o raccontarla ad altri senza permesso. Ogni confidenza accolta con rispetto diventa uno scettro d’oro teso verso l’altro: «Puoi avvicinarti. Qui non devi difenderti».

A volte chiediamo all’altro di aprirsi, ma quando finalmente lo fa ci affrettiamo a correggerlo, giudicarlo o offrirgli una soluzione. Eppure chi si mostra vulnerabile non cerca sempre una risposta. Spesso desidera soltanto sentirsi accolto. Potremmo imparare a dire: «Grazie per avermelo raccontato», «Immagino quanto sia stato difficile dirmelo», «Sono qui con te».

La vulnerabilità richiede il coinvolgimento dello stato dell’Io Adulto, capace di distinguere il presente dal passato. Il Bambino ferito può temere di essere nuovamente respinto; il Genitore Critico può ordinare di non mostrare debolezza. L’Adulto ascolta entrambe queste voci, ma verifica la realtà e compie una scelta nuova: «Questa persona non è chi mi ha ferito allora. Posso provare a fidarmi, procedendo con prudenza». Quando marito e moglie imparano a fare questo, l’intimità cresce. Non perché scompaiano tutte le paure, ma perché nessuno dei due deve più nascondere le proprie fragilità per sentirsi degno d’amore. La casa diventa il luogo nel quale possiamo deporre le vesti della prestazione e presentarci così come siamo.

Anche davanti a Dio possiamo comportarci come se dovessimo essere chiamati soltanto quando siamo in ordine. Ci avviciniamo a Lui mostrando la parte migliore e nascondendo la rabbia, il dubbio, la vergogna o la fatica. Ma Cristo ha già teso verso di noi il suo scettro di misericordia. Possiamo entrare con le nostre ferite, certi di non trovare un sovrano capriccioso, ma un Padre che ci attende.

Il rischio dell’amore resta. Amare significa consegnare all’altro qualcosa che potrebbe ferirci: una speranza, un desiderio, una parte delicata della nostra storia. Ma senza questo rischio non può esistere una vera comunione. Possiamo evitare molte ferite costruendo muri, ma dietro quei muri finiremo per non essere più raggiunti neppure dall’amore.

Ester entra senza essere stata chiamata e scopre di essere attesa da una grazia che ancora non poteva vedere. Anche noi, qualche volta, dobbiamo attraversare la soglia. Forse dall’altra parte non troveremo subito la risposta perfetta, ma avremo interrotto la solitudine. Avremo dato all’altro la possibilità di incontrarci davvero. L’amore comincia quando smettiamo di limitarci a desiderare di essere compresi e troviamo il coraggio di lasciarci conoscere.

Per dialogare insieme

  1. Quali emozioni o fragilità faccio più fatica a mostrarti?
  2. Che cosa temo possa accadere se mi mostro debole davanti a te?
  3. Nella mia storia ho imparato che era meglio non fidarsi, non sentire o non chiedere aiuto?
  4. Quando mi confidi una tua fragilità, riesco ad ascoltarti senza giudicarti, correggerti o offrirti subito una soluzione?
  5. Ho mai usato contro di te, durante una discussione, qualcosa che mi avevi confidato in un momento di intimità?
  6. Quale “stanza” del mio cuore vorrei trovare il coraggio di aprirti?

Scegliete un momento tranquillo nel quale non rischiate di essere interrotti. Ognuno completi questa frase: «C’è una cosa che faccio fatica a dirti perché temo che…». L’altro ascolti senza interrompere e risponda soltanto: «Grazie per esserti fidato di me. Ciò che mi hai affidato è importante». Non cercate subito una soluzione. Lasciate che il primo frutto di questo dialogo sia semplicemente l’esperienza di esservi accolti.

Per pregare

Signore Gesù, Tu ci conosci fino in fondo e non ti allontani davanti alle nostre fragilità. Liberaci dalla paura di non essere degni d’amore e dalle armature dietro le quali abbiamo imparato a proteggerci. Donaci il coraggio di entrare nel cuore dell’altro con rispetto e di permettere all’altro di entrare nel nostro. Insegnaci a esprimere i nostri bisogni senza trasformarli in accuse, a raccontare le nostre ferite senza usarle come armi e a mostrare le nostre emozioni senza vergognarcene. Quando il nostro coniuge ci consegna una parte fragile di sé, rendici capaci di accoglierla con delicatezza. Custodisci le confidenze che ci siamo affidati e impediscici di usarle per ferirci. Donaci parole che siano come lo scettro d’oro teso dal re verso Ester: parole capaci di dire «Puoi avvicinarti, qui sei accolto». Guarisci in noi le antiche paure che ci ordinano di non fidarci, non sentire e non diventare intimi. Aiutaci a riconoscere che la persona che abbiamo accanto non è il nostro passato e che, con la Tua grazia, possiamo scrivere una storia nuova. Come Ester, insegnaci a unire coraggio e prudenza, sincerità e sapienza. Fa’ che sappiamo scegliere il momento e il modo giusto per dire la verità, senza nasconderci e senza ferire. Ricordaci che davanti a Te non dobbiamo indossare alcuna maschera. Tu conosci già ciò che proviamo e continui a tenderci il Tuo scettro di misericordia. Rendici una coppia nella quale nessuno debba essere perfetto per essere amato e nella quale ogni fragilità possa diventare occasione di comunione. Donaci il coraggio di attraversare la soglia, di lasciarci vedere e di accoglierci nuovamente, così come siamo. Amen.

Antonio e Luisa

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