Dal degrado online alla sacralità del corpo

La chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie” – clicca qui se non conosci la vicenda – ha riportato al centro del dibattito un tema antico e sempre attuale: il corpo della donna trattato come oggetto da esibire. In quel gruppo venivano condivise, spesso senza consenso, foto di mogli e compagne in situazioni private, accompagnate da commenti volgari. Non era pornografia esplicita, ma una forma di esposizione che umiliava la persona, riducendola a merce per ottenere approvazione e riconoscimento da parte degli altri. È vero: non tutte le immagini pubblicate ritraevano davvero la moglie di chi le condivideva, alcune erano prese dai social di sconosciute o da profili di modelle. Ma il fatto che almeno una parte lo fossero davvero apre uno squarcio inquietante: significa che c’è chi sceglie di esporre la propria intimità più preziosa, tradendo la fiducia della persona amata.

La miseria di mettere in piazza l’intimità

Che cosa rivela un fenomeno simile? Prima di tutto, una povertà interiore: chi espone la propria moglie cerca conferme fuori dal rapporto, come se l’intimità non bastasse di per sé. È il segno di un legame vissuto più come possesso che come dono, più come trofeo da mostrare che come mistero da custodire. Dietro l’apparente leggerezza di un “gioco” si nasconde un meccanismo relazionale tossico: la persona amata viene svalutata, privata della sua dignità di soggetto e trasformata in oggetto di vanto. Così l’uomo non solo ferisce la propria compagna, ma tradisce anche se stesso, perché si condanna a relazioni superficiali, basate sul bisogno di approvazione e non sulla libertà.

La Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II offre un’alternativa radicale. Insegna che il corpo non è un accessorio, ma parte essenziale della persona. Attraverso il corpo, uomo e donna si rivelano e si donano. Il matrimonio cristiano è il luogo in cui questo dono trova pienezza: l’intimità fisica non è un dettaglio privato, ma un gesto sacramentale che rinnova le promesse fatte sull’altare. La camera nuziale è, per così dire, un altare domestico. Per questo il pudore non è un tabù antiquato, ma una forma di custodia: protegge la dignità del corpo e ricorda che esso appartiene solo all’amore degli sposi, non allo sguardo indiscreto della piazza.

Relazioni immature e relazioni adulte

Ampliando il discorso è consuetudine in molte coppie giocare inconsapevolmente con il corpo dell’altro come se fosse strumento di potere: “ti mostro se voglio”, “mi nego per punirti”, “ti espongo per vantarmi”. Sono giochi infantili che nascono da insicurezza e bisogno di controllo. È un modo immaturo di proteggersi dalla paura del rifiuto o dell’abbandono.

La maturità affettiva, invece, nasce quando si abbandonano questi giochi e si riconosce che l’altro non è un possesso, ma un dono. Gli sposi che custodiscono la propria intimità scoprono che l’amore non ha bisogno di testimoni: la gioia non sta nell’essere visti, ma nell’essere liberi di donarsi senza condizioni. È qui che fiorisce la vera libertà: quando amare non è più calcolo né strategia, ma scelta quotidiana di fiducia. In una relazione così, il corpo non è strumento di potere, ma linguaggio di tenerezza, segno di un “noi” che cresce e si rafforza nella discrezione, lontano dallo sguardo della piazza.

Il corpo, nella prospettiva cristiana, è linguaggio: attraverso di esso gli sposi si dicono “ti appartengo”, “mi dono”, “sono tutto per te”. Quando questo linguaggio viene portato fuori dal suo contesto – esibito, commentato, ridicolizzato – perde il suo significato e diventa caricatura. Come una lettera d’amore letta ad alta voce in piazza, l’intimità esposta smarrisce la sua bellezza. Ciò che era dono esclusivo diventa spettacolo, e il cuore dell’amore si svuota.

La differenza è tutta qui: nel matrimonio cristiano il corpo dell’altro non è mai possesso né trofeo, ma mistero da custodire. La custodia non è paura, ma scelta di amore. È dire: “tu sei troppo preziosa per essere esposta, troppo sacro per essere profanato”. In un mondo che confonde libertà con esibizionismo, custodire l’intimità appare controcorrente. Eppure è proprio questa discrezione a rendere il rapporto fecondo, capace di crescere negli anni. L’amore che si protegge diventa stabile, profondo, generativo. L’amore che si svende, invece, si consuma presto e lascia vuoto.

Conclusione

Il caso “Mia Moglie” è lo specchio di una miseria culturale che riduce il corpo a merce e l’intimità a spettacolo. La Teologia del Corpo ci ricorda invece che ogni gesto d’amore è sacramento, che il corpo dell’altro è tempio, che il pudore è linguaggio di rispetto e di verità. Lì dove c’è custodia, c’è amore maturo. Lì dove c’è ostentazione, c’è solo fragilità e paura. Per questo il matrimonio autentico non ha bisogno di piazze, ma di stanze segrete in cui due sposi si donano senza testimoni, trasformando l’intimità in un segno vivo della presenza di Dio.

Antonio e Luisa

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Una seconda possibilità scritta con le cicatrici

Ci sono storie che sembrano finite, amori che paiono spegnersi sotto il peso delle ferite, ma che invece sanno rinascere dalle proprie cicatrici. Questa è la nostra storia, quella di Annalisa e Marcelo, che oggi siamo sposati da 29 anni e abbiamo due figli: uno di 26 e uno di 21 anni. Nel nostro cammino c’è anche un figlio che vive in cielo, presenza silenziosa che ci accompagna e ci ricorda ogni giorno quanto l’amore sia fragile ma prezioso.

Ci siamo conosciuti in un cammino religioso, diventando amici inseparabili: organizzavamo attività, serate in allegria e condividevamo sogni. Nel 1993, durante un pellegrinaggio a Denver per la GMG, Marcelo trovò il coraggio di dichiararsi e lì nacque la nostra storia d’amore. Dopo tre anni di fidanzamento ci sposammo, pieni di entusiasmo e speranza. I primi anni furono ricchi di gioia e leggerezza: ci sembrava di poter affrontare tutto.

Poi arrivarono i figli e con loro le responsabilità e le fatiche. Io, Annalisa, sentivo il peso di tutto sulle mie spalle e non mi sentivo più ascoltata. Io, Marcelo, mi rifugiavo nel silenzio e nella fuga, fino a tradire la fiducia di mia moglie. Arrivammo persino al punto di firmare i documenti della separazione, convinti che fosse la fine.

Eppure, proprio lì, Dio ci donò una seconda possibilità. Un viaggio a Medjugorje, un consultorio e infine l’incontro con Retrouvaille: tappe che ci hanno restituito la speranza. Non fu semplice, ma altre coppie ferite come noi ci mostrarono che non si trattava di cancellare il passato, ma di guardarlo con onestà e ricostruire insieme. Abbiamo imparato che il dialogo è il nostro pane quotidiano, che la trasparenza conta più della perfezione e che l’amore non è un’emozione passeggera, ma una scelta rinnovata ogni giorno.

Oggi, dopo 29 anni di matrimonio, sappiamo che la nostra storia non è perfetta, ma è vera. Ogni cicatrice racconta cadute e rialzate, dolore e rinascita. I nostri figli sono la prova che l’amore, scelto con coraggio e perseveranza, può diventare più forte delle tempeste. Guardando indietro non vediamo solo il dolore, ma anche la forza che ci ha permesso di restare uniti e il dono di poter ripartire.

Se la tua storia sembra crollare, non arrenderti. Non sei solo. Anche quando tutto appare buio, una piccola luce può aprire un cammino nuovo. Forse oggi ti sembra impossibile, ma noi siamo testimoni che la speranza può rinascere anche dalle macerie. Lascia che il dialogo, il perdono e l’umiltà diventino i tuoi compagni di viaggio: scoprirai che ogni passo, anche il più faticoso, può avvicinarti a una vita nuova insieme.

Le nostre cicatrici ci ricordano che si può ricominciare. Se lo abbiamo fatto noi, puoi farlo anche tu. Non smettere di credere che l’amore, con la grazia e la volontà, può sempre sorprendere e rifiorire.

Annalisa e Marcelo (Retrouvaille Italia)

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Agosto … moglie mia ti riconosco!

Per la maggior parte degli italiani le settimane centrali di agosto sono sinonimo di ferie. Anche se, ormai, sono lontani i tempi dei tipici tormentoni nostrani, a colpi di “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” o “Domenica d’agosto, che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto non servirà” . E che dire del detto “Agosto, moglie mia non ti conosco”, dall’omonimo romanzo di Achille Campanile? Tale espressione, però, non è frutto esclusivo dell’opera umoristica dello scrittore romano, ma trae origine da una serie di antichi detti popolari, basati sulla credenza che fosse altamente rischioso per gli uomini avere rapporti sessuali durante i periodi di caldo intenso.

Esiodo, celebre poeta greco, osservava che durante l’estate “le donne sono tutte calore e gli uomini tutta fiacchezza“. Condivideva una visione simile anche Alceo, altro poeta dell’antichità, che scriveva: “Innaffia di vino i polmoni che il solleone è al culmine … quando l’estate tutto incanta propagandosi nell’avvampante bagliore, e fioriscono i cardi, ora le donne sono procaci ma gli uomini sono fiacchi, poiché Sirio brucia il capo e le ginocchia“.

Secondo i greci, dunque, la scarsa propensione degli uomini ai rapporti amorosi nel mese di agosto era imputabile proprio a Sirio, la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Questa stella, associata al caldo intenso di quel periodo, veniva anche chiamata Canicula (piccolo cane), un termine che col tempo è stato appunto associato all’afa e al caldo insopportabile.

Vi erano, però, anche spiegazioni più logiche e pratiche: un concepimento ad agosto avrebbe portato a un parto in primavera, una stagione cruciale per il lavoro nei campi. In quel periodo, infatti, ogni forza lavorativa era fondamentale, compresa quella delle donne. Una partoriente sarebbe stata impossibilitata a svolgere le fatiche agricole richieste ed è per questo che s’imponevano – o quanto meno consigliavano – limiti alle relazioni coniugali. I mariti erano quindi simbolicamente “esiliati” dal talamo nuziale e tenuti a mantenere le distanze dalle proprie mogli.

Col passare dei secoli, usi e costumi si sono trasformati e il proverbio legato al mese di agosto ha assunto un significato diverso. Probabilmente complice anche il famoso film “Quando la moglie è in vacanza” con Marilyn Monroe (famosa la scena del vestito svolazzante), si è radicata l’idea che non frequentare la propria moglie in agosto sia sinonimo di tradimento. Per estensione, il detto ha preso poi il triste significato che, durante le vacanze, si desidera essere liberi di fare tutto ciò che si vuole, senza alcun vincolo che possa limitare le proprie scelte. Liberi anche di dimenticarsi della moglie. O del marito. E di fare ciò che si vuole.  

Tra gli anni Venti e Settanta del Novecento, era comune che le mogli partissero da sole o insieme ai figli per trascorrere le vacanze, mentre i mariti, rimasti in città a lavorare, avevano sicuramente maggiori occasioni per vivere “avventure galanti”. A onor del vero, spesso anche le mogli facevano altrettanto, al punto che i treni del venerdì sera, pieni di mariti diretti verso le località di villeggiatura, venivano soprannominati i “treni dei cornuti“. A partire dagli anni Ottanta, con l’aumento dell’occupazione femminile, si è generalmente scelto di mettersi d’accordo per i periodi di ferie, condividendo insieme il piacere delle vacanze tanto attese e meritate.

Ma noi, uomini e donne del 2025, che si sentiamo tanto evoluti e post-moderni, potremmo forse ancora accettare passivamente tutto questo? Direi che è venuto il tempo per affermare con convinzione il contrario: agosto … moglie mia ti riconosco! Ma anche … marito mio ti riconosco! Perché se è vero che “la fede non va in vacanza” – come ho affermato in un precedente articolo – è altrettanto vero che una relazione matura non può certo squagliarsi al sole come una granita! La bellezza dell’estate, lungi dall’essere una galleria gratuita di lati A e lati B troppo spesso esposti in modo eccessivo, deve diventare la bellezza di viversi. Viversi come coniugi, viversi come coppia. Finalmente con più calma, finalmente con più tranquillità.

E pazienza se ci sarà un po’ di cellulite in più o qualche pancetta di troppo; amarsi è innanzitutto un atto dell’anima e del cuore. Certo, anche la fisicità vuole la sua parte (ci mancherebbe!) ma ben sappiamo anche la bellezza passa mentre sono altre le cose che non devono tramontare. Allora mettiamo tutto alla luce del sole: non tanto e non solo i corpi ma la maturità del nostro essere sposi. E sposi cristiani. E sarà un riconoscersi pieno di gioia.

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Fabrizia Perrachon

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La Comunione dopo il Divorzio: Sfide e Riflessioni Cristiane

Nelle nostre comunità c’è un tema che da qualche tempo provoca discussioni accese e che, purtroppo, tende a creare divisioni anche fra persone che vivono con grande serietà il sacramento del matrimonio: parlo dell’accesso alla comunione da parte di chi vive una nuova unione, dopo una separazione o un divorzio. E’ anche vero che rispetto a qualche anno fa l’argomento si è un po’ attenuato, probabilmente perché le chiese sono sempre meno frequentate, ma ciclicamente ritorna nelle discussioni.

Prima di entrare nel cuore della questione, desidero fare un passo indietro. Vi ricordo che io sono un separato fedele e, per questo, posso accostarmi all’Eucaristia. Questo, però, non significa che io abbia pregiudizi verso chi ha intrapreso una nuova unione. Ma allora chiediamoci: perché desideriamo l’Eucaristia? Per noi cristiani il fine non è un gesto sacramentale, per quanto santo, il fine è amare Dio, gli altri e andare in Paradiso; allora la domanda che dovremmo farci non è “posso o non posso comunicarmi?”, bensì: “questa scelta, questo cammino, questo modo di vivere, mi avvicina a Cristo? Mi fa amare di più il mio coniuge, i miei figli, i miei fratelli?

Ricordo ancora quel percorso che avevamo iniziato nella mia diocesi nel 2016, rivolto alle persone che vivevano una nuova unione. Al primo incontro la sala era piena, ero contento, perché vedevo nei loro occhi il desiderio di essere ascoltati e accompagnati. Dopo neanche mezz’ora, però, uno di loro alzò la mano e chiese: «Padre, ma alla fine di questo cammino potremo fare la comunione oppure no?». Il sacerdote rispose con sincerità, spiegando che non era previsto e da quel giorno non tornò più nessuno; questo mi è dispiaciuto, perché significa che tutto il resto, l’ascolto della Parola, il confronto fraterno, la preghiera condivisa, il riconoscersi peccatori, era percepito come secondario rispetto a una “concessione”.

Il problema allora non sta nella disciplina sacramentale della Chiesa, il problema è che spesso abbiamo perso il senso del dono. L’Eucaristia non è un premio per chi è bravo, non è un diritto da rivendicare, nessuno la merita, nemmeno chi da anni vive fedelmente il proprio matrimonio, partecipa alla Messa ogni giorno e si confessa regolarmente. Se solo ci fermassimo un momento a pensare che in quel pezzo di pane si fa presente il Figlio di Dio in persona, resteremmo senza parole. Ogni respiro che facciamo è già un dono infinito; quanto più lo è il ricevere il Corpo del Signore.

Qualcuno ancora oggi cita Amoris Laetitia per dire che “adesso va tutto bene”, che “la Chiesa ha cambiato idea”, ma questo non è vero. Nel capitolo VIII si parla della necessità di accompagnare, di discernere, di integrare, non di banalizzare. In alcuni casi, precisi e ben accompagnati, la Chiesa contempla la possibilità che una persona in nuova unione, dopo un serio cammino di conversione, possa accedere ai sacramenti, ma questo non è automatismo, non è un “liberi tutti”, è un lavoro serio del cuore e della vita.

Conosco persone che a un certo punto nella loro vita si sono trovate a un bivio: continuare una relazione dopo una separazione e non fare più la comunione o rimanere da soli scegliendo Gesù e hanno scelto la fedeltà. “Se devo ricevere Gesù, voglio esserne degno”, dicevano: non era un divieto che faceva cambiare la loro vita, ma il desiderio di un incontro più grande.

Poi ci sono coppie, risposate, che un giorno hanno avuto la Grazia di capire i loro errori e di riavvicinarsi a Dio, hanno iniziato a rileggere insieme la propria storia, sono andate a chiedere perdono ai rispettivi figli, hanno smesso di giustificarsi e piano piano, accompagnate pazientemente, hanno scelto di cambiare stile di vita (ricordo che per motivi davvero importanti, quali la crescita di figli molto piccoli, coppie riaccompagnate possono continuare a convivere come fratello e sorella e accedere così ai sacramenti, in accordo con un assistente spirituale e al di fuori della propria comunità, per non creare scandalo).

C’è poi un aspetto di cui non sento parlare quasi mai: le conseguenze che tutto questo ha sui nostri figli e sui giovani: i ragazzi sono già devastati dalle separazioni, dai tradimenti, dalla paura di impegnarsi. Se vedono che il sacramento del matrimonio può essere abbandonato e sostituito senza conseguenze, che testimonianza lasciamo loro? Se tolleriamo e giustifichiamo rapporti extra-matrimoniali in presenza di un sacramento valido, stiamo implicitamente dicendo che tutto è relativo; ma il sacramento è un segno reale, incarnato, dell’amore fedele di Cristo per la Chiesa, se perdiamo questo, non rimane più nulla.

Infine, per fortuna noi non siamo chiamati a giudicare nessuno, ma nemmeno possiamo scivolare in un buonismo che concede tutto senza proporre nulla. La vera carità non è “lasciar fare”, è accompagnare, dire la verità con amore, indicare un cammino esigente, ma liberante: se amo un fratello, desidero per lui ciò che conduce alla vita eterna, non ciò che gli evita una fatica temporanea.

Cari sposi cristiani, non vivete il vostro matrimonio in modo abitudinario, non date per scontata l’Eucaristia, non pensate che “essere a posto” significhi automaticamente camminare nella verità. Ogni volta che andiamo a fare la comunione dovremmo tremare e stupirci, invece, lo dico per me stesso, a volte sono preso da pensieri sulle cose che devo fare, su quelle da ricordare e altre distrazioni futili.

Sta a noi far comprendere l’importanza della santa comunione e non far sentire la Chiesa come un tribunale, ma come una casa dove si può tornare con verità e speranza, una casa dove l’abbraccio del Padre non manca mai.

Antonio e Luisa

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L’uno per l’altro, entrambi per Cristo

Nella sua terza catechesi sul matrimonio (Mercoledì, 11 agosto 1982), Giovanni Paolo II riprende la Lettera agli Efesini e, rispetto alla precedente, scende a un livello ancora più profondo di comprensione. Clicca qui per leggere l’approfondimento già pubblicato.

Quando San Paolo scrive agli Efesini sul matrimonio, non si limita a dare “consigli di coppia”. Quello che ci consegna è un vero tesoro: un modo nuovo di comprendere l’amore tra marito e moglie alla luce del mistero di Cristo e della Chiesa.

Il brano centrale è questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21). È una frase che cambia tutto. Non si tratta di sottomissione come dominio o schiavitù, ma di pietas, cioè rispetto profondo, venerazione per ciò che è sacro. Il matrimonio, infatti, non è solo un contratto o un affetto privato: è un sacramento, un segno della presenza di Cristo. E il rapporto tra marito e moglie deve nascere da questa coscienza.

San Paolo parte da una logica reciproca: l’uno per l’altro, entrambi per Cristo. Questo è importante perché, se letto male, il versetto successivo — “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” — rischia di sembrare una giustificazione del dominio maschile. In realtà, Paolo chiarisce subito: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. L’amore del marito non è possesso ma dono totale, fino al sacrificio di sé.

In questo scambio, la “sottomissione” non è unilaterale ma vicendevole: ciascuno si dona all’altro, ciascuno è responsabile della felicità e della crescita dell’altro. Qui sta la rivoluzione cristiana: il matrimonio non è più una struttura gerarchica come spesso lo era nella cultura antica, ma diventa comunione di persone.

San Paolo insiste molto sugli sposi uomini: “Mariti, amate le vostre mogli…”. Sa che il rischio, in una società patriarcale, era di ridurre la donna a dipendenza o a proprietà. L’amore di Cristo, invece, rovescia ogni logica di potere: chi ama diventa servo, si abbassa, si dona. Perciò il marito non è padrone, ma immagine viva di Cristo che si sacrifica per la sua sposa.

Questo non annulla la diversità dei ruoli, che rimane, ma la purifica da ogni abuso. Paolo riconosce che nella sua epoca certi linguaggi e mentalità erano radicati, e infatti parla anche del “rispetto” che la moglie deve al marito. Ma introduce un criterio nuovo e permanente: la reciproca sottomissione nell’amore. È questo il cuore del matrimonio cristiano.

Possiamo dirlo in modo semplice: marito e moglie sono due persone che si chinano l’una sull’altra per lavarsi i piedi a vicenda, proprio come Gesù ha fatto con i suoi discepoli. Nessuno è sopra l’altro, ma ciascuno mette l’altro al centro.

La Lettera agli Efesini ci ricorda anche che questa unione non si esaurisce nei sentimenti: ha una dimensione sacramentale e mistica. Paolo usa un’analogia fortissima: il legame degli sposi è immagine del legame tra Cristo e la Chiesa. “Il marito è capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa, suo corpo”. Non è un “capo” che comanda, ma un capo che guida servendo, che dà vita al corpo con la sua stessa vita.

Così, il matrimonio diventa icona vivente del mistero di Cristo: un amore fedele, fecondo, indissolubile. L’amore sponsale è fatto di gesti concreti — tenerezza, perdono, pazienza, sacrificio — ma racchiude una dimensione eterna: ogni volta che due sposi si donano l’uno all’altro, rendono visibile al mondo l’amore invisibile di Dio.

Oggi, certo, la sensibilità è diversa: la donna ha conquistato un ruolo paritario nella società, e parlare di “sottomissione” può urtare. Ma il principio di fondo non cambia: la reciprocità nell’amore rimane la colonna portante della coppia. È questa reciprocità che costruisce una comunione solida, capace di reggere le tempeste e di generare vita, non solo biologica ma anche spirituale.

Alla fine, Paolo ci mostra che nel matrimonio si incontrano due misteri: quello dell’amore umano e quello dell’amore divino. È per questo che dice: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32). Ogni matrimonio cristiano diventa allora una piccola Chiesa domestica, un luogo dove si tocca con mano la fedeltà di Dio.

UNA DANZA A DUE

Quando danzi da solo, puoi muoverti come vuoi. Ma quando balli con il tuo sposo o la tua sposa, non puoi più pensare solo ai tuoi passi: devi ascoltare la musica, ma soprattutto devi ascoltare l’altro. Se uno cerca di imporre i suoi movimenti, il ballo diventa rigido e faticoso; se entrambi si sottomettono alla stessa melodia e si donano l’uno all’altro, allora la danza diventa armoniosa, bella da vedere e da vivere.

San Paolo, con parole che a volte ci suonano difficili, dice proprio questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Non vuol dire che uno comanda e l’altro subisce, ma che entrambi imparano a lasciarsi guidare dallo Spirito, a mettere al centro il bene dell’altro.

Il matrimonio è questa danza: Cristo è la musica che tiene il ritmo, e gli sposi sono chiamati ad affidarsi, a fidarsi e a muoversi insieme. È così che il loro amore diventa non solo un’esperienza privata, ma un segno concreto e visibile dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

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Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. La scena acquista dinamicità. I due amanti non sono più soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti. L’amato: Che ammirate nella Sulammita durante la danza a due schiere?

Immaginiamo la Sulamita che volteggia con grazia. La sua danza ricorda quella festosa di re Davide quando portò l’Arca dell’Alleanza: un ballo sacro, simbolo di gioia pura e di lode, in cui tutto il corpo partecipa all’entusiasmo. Nella Bibbia la danza è spesso espressione di gioia profonda e gratitudine. In questo contesto nuziale, la Sulamita danza perché il suo cuore trabocca di felicità: sta vivendo l’amore vero ed è in pace.

Già il suo nome suggerisce qualcosa di essenziale: Sulamita deriva da shalom, che significa pace. La Sulamita è “la donna della pace”, e la sua bellezza risplende proprio per la pace interiore che la pervade. Mentre danza, tutti rimangono affascinati: è incantevole vederla così serena e gioiosa. Il coro insiste che si volta da ogni lato, per poterla ammirare pienamente. Ciò che rende attraente questa giovane sposa non è solo l’esteriorità, ma il riflesso di ciò che ha nel cuore. La donna della pace è colei (e vale anche per l’uomo) che sa amare e sa di essere amata. In lei vediamo concretamente un volto dell’Amore: un amore vissuto con gioia, pace e totalità.

La pace di chi si sa amato: niente più briciole d’amore

La Sulamita ci insegna che la vera pace nel rapporto di coppia nasce dal sentirsi amati in profondità. Nel suo cuore regna la sicurezza di essere preziosa: si sente regina, amata dal suo Dio e rivestita di dignità come figlia amata dal Padre. Questa fiducia la trasforma. Non è più una mendicante d’amore: non ha bisogno di accontentarsi di briciole affettive. Quante persone, per paura della solitudine o di perdere quel poco che hanno, si accontentano di rapporti mediocri o squilibrati! Quante donne (e uomini) rimangono in relazioni che offrono solo sprazzi di affetto, come molliche gettate sotto il tavolo, pur di non restare sole. La Sulamita, invece, non è disposta a compromessi sull’amore: avendo sperimentato cosa significhi amare ed essere amata davvero, non può accontentarsi di niente di meno che “tutto”.

Questo non significa avere aspettative irrealistiche, ma guardare l’amore da una prospettiva diversa. La Sulamita non è arrogante né pretende perfezione impossibile dal suo sposo. Al contrario, ha compreso un aspetto fondamentale dell’amore di coppia: solo chi si sente veramente amato può amare senza paura, e questo dona una grande pace. Dal punto di vista psicologico, infatti, la stima di sé e la sicurezza affettiva aiutano a evitare di elemosinare amore. Ci invita a chiederci: stiamo forse accettando troppo poco, accontentandoci delle briciole, per timore di restare soli? L’amore autentico, ci ricorda la Sulamita, merita pienezza e rispetto della propria dignità.

Cosa ci insegna dunque la Sulamita sull’amore autentico? Ecco alcuni punti chiave che ogni coppia può fare propri:

  • Pace interiore: chi ama davvero ed è consapevole di essere amato porta dentro di sé una pace profonda, che lo rende sereno e affascinante agli occhi degli altri.
  • Dignità e niente compromessi: sentirsi amati da Dio e dalla persona amata dà la forza di non accettare relazioni svalutanti. L’amore vero non è accontentarsi di “poco”; chi ama davvero desidera e offre il massimo, nel rispetto di sé e dell’altro.
  • Totalità del dono di sé: l’amore coniugale richiede di donarsi completamente. Solo nel donarsi senza riserve, nella verità e totalità del matrimonio, si può sperimentare quella pienezza che colma il cuore di senso.

Un amore che chiede tutto (ma che l’uomo da solo non può colmare)

Parlando di totalità, nasce spontanea una domanda: è davvero possibile donarsi completamente a un’altra persona? E, viceversa, può il mio coniuge soddisfare pienamente ogni mio bisogno d’amore? L’esperienza ci dice – e la Sulamita lo sa – che nessun essere umano finito può colmare il nostro desiderio infinito di amore. Nel Cantico, il partner della Sulamita è il re Salomone. Anche se Salomone si impegnasse a donarsi senza riserve, non basterebbe comunque a riempire ogni vuoto dell’amata. Ogni persona ha nel cuore un desiderio di amore infinito che solo l’Infinito può saziare. È importante allora, per la salute della coppia, non caricare il coniuge di aspettative irrealistiche: non possiamo chiedergli di riempire quel vuoto esistenziale che solo Dio colma. In termini concreti, questo significa non attribuire all’altro la colpa del nostro eventuale senso di incompletezza interiore.

La Sulamita non pretende che il suo amato le dia quella pienezza che cerca. Certo, lo desidera – chi non vorrebbe sentirsi amato totalmente dal proprio sposo? – e quando lui riesce a donarsi generosamente lei ne è felice e grata. Ma la differenza è che lei ha capito che quel “tutto” che cerca non riguarda lui, riguarda lei stessa. È lei che è chiamata a fare spazio alla pienezza dentro di sé, aprendosi a Dio che è la fonte dell’Amore. Se vuole mantenere la pace nel cuore, la Sulamita sa che deve donarsi completamente lei, vivendo con sincerità e totalità il patto matrimoniale.

Solo in questo dono totale di sé in coppia si può davvero incontrare la presenza di Dio che riempie ogni vuoto. Dal punto di vista spirituale e anche umano, quando entrambi i coniugi coltivano una vita interiore ricca (fatta di fede, ma anche di realizzazione personale e autodonazione), il rapporto trova un equilibrio migliore. Ognuno porta nel matrimonio non una domanda incolmabile rivolta all’altro, ma una ricchezza da condividere. Paradossalmente, è proprio rinunciando a cercare egoisticamente di essere “riempiti” dall’altro a tutti i costi, e scegliendo invece di riempire l’altro di amore, che entrambi sperimentano una gioia e una pienezza più grandi.

In cammino verso la santità insieme, nelle gioie e nelle prove

Ogni coppia, proprio come Salomone e la Sulamita, può diventare una “coppia della pace”. Questo non significa non attraversare mai difficoltà – ogni matrimonio conosce momenti di crisi, incomprensioni o dolore. La differenza la fa l’atteggiamento: la consapevolezza di essere in cammino insieme per la vita aiuta a superare i periodi difficili. Ci saranno momenti in cui bisogna fermarsi a chiarirsi, perdonarsi a vicenda, ricucire le ferite. Ma se entrambi ricordano di essere alleati e non nemici, di essere compagni di viaggio chiamati a raggiungere una meta comune, ritroveranno la pace.

Mi torna in mente un prezioso consiglio del nostro padre spirituale, Padre Raimondo, rivolto agli sposi: «Una volta sposati, non potete diventare santi da soli, ma solo insieme!» . In altre parole, il matrimonio è una strada di santità a due. La santità – intesa non in senso distante o “bigotto”, ma come pienezza di vita e di amore – o la si raggiunge insieme, o non si raggiunge affatto. Anche Papa Francesco ha sottolineato che il matrimonio è un cammino condiviso: Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.

Trovo incoraggiante questa visione: i coniugi non sono due individualità isolate che cercano ciascuna la propria perfezione personale ignorando l’altro, ma formano un “noi” inscindibile. Insieme possono aiutarsi a vicenda a crescere nell’amore, nella pazienza, nella fede. La Chiesa stessa riconosce sempre più che nessuno sposo è santo da solo e propone esempi di coniugalità santa, coppie che hanno vissuto l’ordinario in modo straordinario sostenendosi reciprocamente. Non è un ideale riservato a pochi eletti: tutti gli sposi cristiani sono chiamati a vivere il Vangelo giorno per giorno, fianco a fianco, nelle piccole scelte quotidiane di amore e fedeltà.

L’amore misericordioso che rende belli (e irresistibilmente attraenti)

Cosa succede quando una persona ama in questo modo totale e misericordioso? Succede che diventa bella agli occhi di chi la circonda, di una bellezza che va oltre l’aspetto fisico. Penso a quelle donne e a quegli uomini che restano fedeli alla promessa d’amore nonostante tutto, anche quando il coniuge li ha feriti o persino abbandonati. Ho avuto modo di parlare con alcune di queste persone – Ettore scrive su questo blog – e nei loro occhi ho visto tanta sofferenza, ma anche una pace e una dignità profonde. La loro fedeltà non è ingenuità né rassegnazione, ma la scelta coraggiosa di continuare a donare amore senza chiedere nulla in cambio. È il perdono in azione, è l’amore misericordioso che perdura oltre il tradimento o l’abbandono. Questa fedeltà alla propria vocazione matrimoniale, vissuta magari in solitudine ma con il cuore saldo nell’Amore di Dio, le rende simili alla Sulamita che si sta dando completamente, senza riserve. Sono testimonianze che mi lasciano ammirato e toccano corde profonde nell’animo umano.

Un amore così autentico esercita un fascino particolare. L’amore vero è attraente, di un’attrattiva ben diversa dalle effimere seduzioni esteriori. Quando vediamo qualcuno amare davvero, con generosità e sincerità, ne restiamo colpiti e ispirati. È come se dentro di noi riconoscessimo quell’amore come la cosa di cui abbiamo nostalgia e profondo desiderio. In fondo, ogni essere umano anela a un amore pieno, fedele, incondizionato. Per i credenti, l’amore umano vissuto in questa pienezza riflette l’amore stesso di Dio, che attira a sé in modo irresistibile ogni cuore. Ma anche chi non crede percepisce la bellezza di un amore così puro e totale: esso parla la lingua universale della compassione, della fedeltà, dell’unità profonda fra due persone.

La Sulamita del Cantico dei Cantici continua, attraverso i secoli, a invitarci: “Volgiti, volgiti… Vogliamo ammirarti”. È quasi una chiamata rivolta a ciascuna coppia credente: mostrate anche voi al mondo la bellezza dell’amore vissuto con pace, gioia e dedizione! Ogni matrimonio cristiano, anche con le sue imperfezioni, può diventare segno visibile di questo amore più grande. Lasciamoci allora ispirare da quella danza antica: facciamo in modo che la nostra vita di coppia sia una danza di lode e di gioia, dove l’amore misericordioso e autentico risplende e contagia chi ci guarda. In quella danza a due, vissuta insieme, troviamo la forza di superare ogni prova e gustare la vera pace. E proprio voltandoci l’uno verso l’altra, come la Sulamita, possiamo riflettere al mondo lo splendore dell’amore che Dio ha sognato per l’umanità fin dal principio.

Antonio e Luisa

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Testimoni viventi di un amore nuovo

Cari sposi, nel Vangelo odierno leggiamo a chiare lettere che Gesù è venuto a portare fuoco sulla terra. Cosa significa questa frase? Brevemente si può affermare che il fuoco si riferisce a ciò che purifica, riconducibile al fuoco dell’Amore di Dio e allo Spirito Santo, mentre il battesimo rimanda alla Passione, come leggiamo già nella versione di Marco 10,38-39. Infine, la divisione trova eco nelle parole di Simeone in Lc 2,34 per cui Cristo è segno di contraddizione. Se ne deduce quindi che la pace annunciata da Gesù non sia affatto quella mondana e nemmeno una sorta di “nirvana” o benessere psicofisico ma piuttosto il frutto della verità e del vivere secondo la Sua Volontà.

Colpisce constatare che tutto ciò Gesù non lo dice in astratto ma che Lui per primo arde profondamente di questo Amore per ciascuno di noi. Non vede l’ora di farci sperimentare quanto ci ama e questo appunto avverrà tramite la sua Passione, Morte e Risurrezione con cui Egli ha sacrificato per amore ogni comodità e privilegio pur di essere come noi, piccolo e fragile.

Gesù, così, è il primo testimone di un amore totale, pieno, fino alla fine. Per questo Egli è lo Sposo per eccellenza, che incarna in modo perfetto il modo e lo stile della donazione nuziale e la cosa bella è che tutto ciò Egli lo vuole donare a ciascuno di noi, in particolare a voi sposi, tramite la grazia del sacramento delle nozze.

Cosicché vivere il matrimonio cristiano non è portare un semplice anello al dito ma conformare la propria vita personale e di coppia a Colui che si è lasciato bruciare dall’Amore e divenire così testimoni autentici di cosa sia veramente amare. Nel testo leggiamo, infatti, che Gesù “sarà battezzato”, il verbo “βαπτισθῆναι” è in forma passiva, dettaglio che rivela come l’azione divina preceda quella umana. È perciò confortante rendersi conto che nella vostra vita di sposi, lo Spirito ha agito e agisce costantemente e silenziosamente per bruciare ogni egoismo e mondanità nel vostro amore e purificarlo perché assomigli sempre più a quello dello Sposo.

Nella mia esperienza pastorale con gli sposi, ho toccato con mano che a un certo punto della vostra vita nuziale, vi accorgete che non si può andare avanti e vivere in Cristo senza passare dalla Pasqua, cioè dalla Passione, Morte e Risurrezione. Il fuoco dello Spirito diventa così la cartina di tornasole che autentica la maturità cristiana di una relazione, liberandola dalle spire e dalle insidie di donazioni mediocri e parziali.

Solo nello Spirito gli sposi possono entrare in una vita nuova, un’esistenza in continua rigenerazione, rinascita e conversione, il cui traguardo è nientemeno che la Famiglia Grande dei figli di Dio, in piena comunione tra voi e con Cristo. Perciò cari sposi, vorrei concludere proprio con le parole di Papa Francesco sulla Parola di oggi:

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita – tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi” (Angelus 14 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

La parola “divisione” ci spiazza: di solito la associamo al diavolo, a chi divide e semina discordia. Eppure è Gesù stesso a pronunciarla. Che cosa vuole dire? Io l’ho capito sulla mia pelle. Quando, insieme a mia moglie, abbiamo scelto di aprirci alla vita fino ad accogliere quattro figli, non tutti ci hanno compresi: c’è chi ci ha giudicati incoscienti, chi ci ha guardati con sospetto, chi con finta benevolenza che nascondeva preoccupazione. Lo stesso è accaduto quando abbiamo deciso di vivere la castità: agli occhi di tanti eravamo “strani”, quasi fuori dal tempo. Eppure proprio lì ho scoperto che seguire Cristo significa accettare anche divisioni dolorose: la vera pace non nasce dal consenso del mondo, ma dalla fedeltà ardente al Vangelo.

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Neanch’io ti condanno: uscire dai giochi psicologici e vivere in libertà. Sesto modulo In relazione con te

C’è un momento nel Vangelo in cui il tempo sembra fermarsi. Una donna viene trascinata con violenza davanti a Gesù. Non ha nome, solo un’etichetta: “adultera”. Non è una persona: è un caso da giudicare, un’occasione per incastrare un Maestro scomodo. I farisei e gli scribi le stanno attorno come giudici con pietre in mano. Ma in realtà la trappola è per Gesù.

Vogliono obbligarlo a scegliere tra legge e misericordia. Se dice di lapidarla, perde la coerenza con il suo messaggio d’amore. Se la lascia andare, va contro la legge di Mosè. È il perfetto esempio di un gioco psicologico.

Il gioco: “Colpevole!”

Secondo l’Analisi Transazionale, i giochi psicologici sono sequenze ripetitive di interazioni dove i partecipanti assumono ruoli precisi: il persecutore, la vittima, il salvatore. Ruoli che nel tempo e nella relazione poi si scambiano, più o meno inconsapevolmente, per soddisfare bisogni nascosti, spesso infantili.

Qui il gioco è chiaro: la donna è la vittima, i farisei sono i persecutori, e Gesù dovrebbe essere costretto a fare il salvatore…(strano eh!) ma alle loro condizioni. In realtà, tutti – tranne proprio Gesù – stanno recitando un copione, dettato non dalla verità, ma dalla paura, dal bisogno di controllo, dalla colpa.

La donna, schiacciata dallo sguardo degli accusatori, è come noi quando ci sentiamo sbagliati, inadatti, marchiati da un errore. Gesù, però, non si presta al gioco. Non risponde subito. Si china e scrive sulla sabbia. Fa una pausa. Uno spazio vuoto che disinnesca il meccanismo tossico della reazione impulsiva.

Poi si alza e pronuncia la frase più disarmante della storia: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”. Non giustifica il peccato, ma svela l’ipocrisia del gioco: chi accusa, lo fa da un piedistallo finto, da un ruolo infantile, inconsapevole delle proprie ombre. E uno a uno, gli accusatori se ne vanno.

Rompere il copione

Gesù fa ciò che l’adulto libero sa fare: non si lascia manipolare, non cede alla pressione, non entra nel gioco. Sceglie una strada diversa, matura, radicalmente nuova: la relazione vera. Si rivolge alla donna, che ora è finalmente sola con Lui. Le dice:

“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”
“Nessuno, Signore.”
“Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più.”

Non è solo perdono. È liberazione. Gesù la riconsegna alla sua dignità e la invita a una vita nuova. Le dice in pratica: “Tu non sei il tuo errore. Non sei il tuo passato. Sei una persona libera, capace di scegliere il bene”.

Cosa imparerai in questo modulo

Nel sesto modulo del percorso “In relazione con te”, l’episodio evangelico della donna adultera diventa la chiave per riconoscere i giochi psicologici che avvelenano ogni tipo di relazione — dal rapporto tra marito e moglie, a quello con i figli, fino alle dinamiche nei gruppi parrocchiali e comunitari. Quando uno dei due o dei membri assume il ruolo della vittima, dell’accusatore o del salvatore, si entra in un circolo vizioso fatto di colpa, paura e bisogno di controllo.

Imparerai a:

  • Riconoscere i giochi psicologici più comuni nelle coppie e nei gruppi;
  • Individuare il tuo copione di vita e le frasi interiori che ti intrappolano (“se non mi accusa, non mi ama”, “devo farmi compatire per essere visto”, ecc.);
  • Passare dallo stato dell’Io Bambino Adattato all’Adulto Libero, capace di scegliere in coscienza;
  • Scoprire come Gesù rompe i copioni e ci restituisce la libertà autentica: quella dell’amore che non condanna, ma chiama alla pienezza.

Come Gesù, anche tu puoi scrivere per terra

Forse anche tu ti trovi in situazioni in cui gli altri vogliono farti entrare in giochi di colpa o di accusa. Ti senti spinto a giustificarti, a reagire, a difenderti. Invece, puoi scrivere sulla sabbia anche tu: prenderti un tempo, fare silenzio, e scegliere una risposta nuova.

Gesù ci mostra che la libertà non sta nel reagire secondo copione, ma nel rispondere con verità e amore. E così facendo, non solo salvi te stesso, ma liberi anche l’altro. Se vuoi saperne di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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L’Assunzione di Maria: la vittoria dell’umiltà sull’orgoglio

Oggi la Chiesa celebra l’Assunzione di Maria al Cielo, “segno di sicura speranza e consolazione per il Popolo di Dio pellegrinante” (Lumen Gentium, 68). È il giorno in cui contempliamo non solo la gloria della Madre, ma il destino promesso a ciascuno di noi. In Maria vediamo compiuto ciò a cui tutti siamo chiamati: essere accolti nella vita eterna, anima e corpo, nella comunione piena con Dio.

Per questo Satana la teme tanto. Il demonio, che ha rovinato l’umanità spingendola nell’orgoglio di “voler essere come Dio” (cf. Gen 3,5), trova in Maria il suo completo opposto: una creatura totalmente consegnata a Dio, che ha vinto proprio perché si è fatta piccola.

Maria è stata preservata dal peccato originale, ma non per questo meno umana. È una donna vera, che ha tratto forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat, ella proclama: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48). Ma il testo greco originale è ancora più incisivo: tapeínōsis, cioè “bassezza”, “piccolezza estrema”. Prima di essere innalzata alla gloria del Cielo, Maria è scesa fino a terra, prostrandosi davanti a Dio con la consapevolezza di “non essere nulla” senza di Lui.

San Bernardo di Chiaravalle lo riassume così: “Dio si è compiaciuto dell’umiltà di Maria più di ogni altra virtù”. La grandezza di Maria sta nel fatto che, pur scelta come Madre di Dio, non si è mai impossessata di questo dono, ma l’ha vissuto nel nascondimento, nel silenzio, nella discrezione.

Eppure, la sua vita non fu esente da sofferenze e umiliazioni: dileggiata, sospettata, considerata “poco di buono” da chi non capiva la sua gravidanza, sostenuta solo da Giuseppe, che davanti al villaggio fece la figura dello stolto pur di difenderla.

La lezione di Maria per noi

Maria ci insegna che l’umiltà non è debolezza, ma forza interiore. La nostra cultura spesso ci educa al contrario: “Non farti mettere i piedi in testa”, “difendi sempre la tua ragione”. Eppure, come ricorda San Paolo, “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Il coraggio vero sta nell’abbandonarsi all’amore, come Maria.

Abbandonarsi all’amore significa fidarsi della giustizia di Dio, che non è la nostra. Nella vita concreta, questo si traduce in gesti concreti:

  • Perdonare il coniuge che ci ha feriti, anche profondamente.
  • Fare il primo passo dopo un litigio, anche se “l’altro ha cominciato”.
  • Donarsi con tenerezza anche nei giorni in cui l’altro è freddo o distante.

Sono atteggiamenti che il mondo non comprende: il pensiero dominante ci spinge a “dare all’altro ciò che si merita” e a “non cedere mai il passo”. Maria ci propone un’altra via: amare senza misura, perché Dio stesso è la nostra ricompensa. Papa Francesco, in un’omelia per l’Assunta, ha detto: “Maria è la creatura che più di tutte assomiglia a Cristo, perché ha vissuto come Lui l’umiltà e la piccolezza”. Questa è la sua grandezza.

La fonte della nostra forza

La nostra forza non dipende da come gli altri ci trattano, ma da Chi ci ama. È Dio la sorgente della nostra dignità e bellezza, non il riconoscimento umano. Questa consapevolezza nasce solo quando, come Maria, ci prostriamo davanti a Lui e diciamo: “Hai guardato la bassezza del tuo servo”.

Allora anche noi, come lei, saremo capaci di salire verso il Cielo, non per le nostre forze, ma perché Dio innalza “gli umili” (Lc 1,52). Come scrive Sant’Ambrogio: “In Maria ciascuno di noi può contemplare il modello di ciò che deve essere la Chiesa e di ciò che può diventare ogni anima credente”. L’Assunzione non è solo la festa di Maria: è la nostra festa, il nostro destino.

Antonio e Luisa

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A scuola d’Amore

Immaginate una scuola dove non ci sono né voti né interrogazioni. Una scuola dove non ci sono né alunni né insegnanti ma teste e cuori che camminano e crescono insieme. Una scuola dove poter imparare senza studiare e crescere – quasi – senza accorgersene. Immaginate una scuola che diventa un po’ una seconda casa, in cui tornare quando si vuole. Una scuola in cui si diventa tutti amici, ricevendo ma anche donando reciprocamente. Una scuola d’amore. No, non state sognando, è realtà: è la Scuola Nuziale di Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie, giunta quest’anno alla seconda edizione! Seconda doppia edizione, per l’esattezza, con un percorso base e uno approfondito, per chi ha già frequentato lo scorso anno.

Nel cuore della fede cristiana risuona un’espressione misteriosa e profondamente affascinante: “Mistero Grande”. San Paolo, nella Lettera agli Efesini (5,32), descrive così il legame tra Cristo e la Chiesa, paragonandolo a quello sponsale tra l’uomo e la donna. “Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”. È da questa intuizione teologica che nasce l’idea di una “scuola nuziale”, un cammino formativo e spirituale in cui si apprende l’arte dell’amore vero, dell’amore sponsale, alla luce del Vangelo.

La scuola nuziale non è un semplice corso pre (o post) matrimoniale, né un trattato di teologia sull’amore. È piuttosto un percorso di iniziazione all’amore secondo il cuore di Dio. In essa si impara, giorno dopo giorno, che l’amore umano – pur fragile e limitato – può essere trasfigurato e redento, diventando segno visibile dell’amore eterno di Dio per l’umanità. Non si tratta solo dell’amore tra uomo e donna ma di un modo di amare che coinvolge tutta la persona, nelle sue relazioni più profonde: il dono di sé, la fedeltà, la fecondità, la comunione. In questa prospettiva, il matrimonio cristiano non è solo un contratto o una scelta personale quanto piuttosto la vocazione, il sacramento, la chiamata a rendere visibile l’amore invisibile di Dio.

Chi frequenta la scuola nuziale? In realtà, tutti siamo chiamati a iscriverci: fidanzati, sposi, consacrati ma anche giovani in ricerca, adulti feriti, vedovi o separati. Perché l’amore – quello vero, gratuito, oblativo – non si improvvisa: si impara, si coltiva, si affina. E come ogni arte, richiede guide, pazienza, umiltà e soprattutto desiderio, voglia di mettersi in gioco, coraggio di dire “ci sto”. La scuola nuziale è un laboratorio di conversione del cuore. Aiuta a rileggere le proprie ferite alla luce della misericordia, a guarire le relazioni spezzate, a riscoprire la bellezza del corpo, della sessualità, della differenza uomo-donna come dono e non come limite. È un luogo dove si riconosce che Dio non ci ha creati per la solitudine, ma per la comunione, e che l’amore – anche quando sembra impossibile – può rifiorire, se si lascia spazio alla grazia.

Alla radice di tutto c’è il “Mistero Grande”: Cristo sposo che dona sé stesso per la sua sposa, la Chiesa. Questo amore, totale e senza riserve, diventa modello per ogni amore umano. Nella scuola nuziale si contempla questo mistero non come una dottrina astratta ma come una esperienza viva e concreta, che interpella la vita quotidiana, toccandone tutte le sfere: corpo, mente, cuore e spirito. La croce, simbolo del dono supremo di sé, diventa la “cattedra” da cui imparare l’amore. E l’Eucaristia, il sacramento dell’amore nuziale per eccellenza, è il nutrimento per continuare a camminare anche quando l’amore sembra svanire.

Qui trovate tutte le informazioni utili.

Essere a scuola d’amore significa riconoscere che l’amore non è un istinto ma una vocazione. Non basta innamorarsi: bisogna imparare ad amare, ogni giorno, anche quando è difficile, anche quando costa. E in questo apprendistato continuo, la Scuola Nuziale ci accompagna, ci guida, ci forma. Perché l’amore vero – quello che sa perdonare, accogliere, donarsi fino alla fine – è l’unico che resiste al tempo, alle ferite, alla morte. Ed è l’unico che salva.

Fabrizia Perrachon

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Stimolazione Orale e Intimità: Un Gesto di Amore?

Ho ricevuto l’ennesima richiesta. Purtroppo nella Chiesa difficilmente si trovano risposte chiare sull’argomento. Proverò a darla io. Nel dialogo sull’amore sponsale, spesso ci si ferma a elenchi di ciò che si può o non si può fare, quasi come se la moralità cristiana si riducesse a un prontuario di divieti. Ma l’amore vero, quello che nasce da Dio, chiede uno sguardo più profondo, capace di distinguere non tanto il gesto in sé, quanto il senso con cui è vissuto. Un esempio che spesso solleva domande, dubbi e persino scrupoli è quello della stimolazione orale dei genitali all’interno del rapporto di coppia. È lecito o no? È peccato? È amore o solo piacere egoistico?

La risposta, come abbiamo più volte sottolineato nei nostri percorsi e nel nostro libro L’ecologia dell’amore non può essere né un “sì” automatico né un “no” categorico. Dipende. Dipende dal contesto, dall’intenzione, dal rispetto reciproco, e soprattutto dalla comunione che quel gesto favorisce o, al contrario, ostacola.

Il corpo tutto è bellezza

Partiamo da un punto chiave, che il Cantico dei Cantici ci insegna con forza: non esistono parti del corpo più degne di altre. Tutto il corpo dell’amato, tutto il corpo dell’amata, è luogo di bellezza, di desiderio, di linguaggio d’amore. Il nostro padre spirituale ci raccontava spesso di sposi che si confessavano imbarazzati per aver vissuto i preliminari con intensità. E lui, con un sorriso, rispondeva: “Il peccato da confessare sarebbe stato non farli!”. Perché se l’amore è anche dono del corpo, allora prepararsi all’incontro sessuale con tenerezza, con fantasia, con cura, è parte integrante dell’atto d’amore stesso.

La stimolazione orale, se vissuta come gesto gratuito, rispettoso, condiviso, può essere un atto di profonda intimità e di reciproca donazione. Non ha nulla di impuro se inserita in quel tempo sacro dei preliminari che prepara il cuore e il corpo all’unione coniugale. È un’arte da coltivare, un talento da far crescere nel tempo, per entrare sempre più in comunione l’uno con l’altro.

Un aiuto concreto per l’unione

In particolare, per molte donne la stimolazione orale può essere un gesto che favorisce profondamente l’amplesso. Non è raro che alcune spose facciano fatica a eccitarsi o a raggiungere una sufficiente lubrificazione naturale. In questi casi, la stimolazione orale può rivelarsi un gesto di grande delicatezza e aiuto concreto per preparare il corpo ad accogliere l’altro, con dolcezza e rispetto dei suoi tempi. Spesso, l’uso delle mani può risultare troppo diretto o addirittura fastidioso per la sensibilità di alcune donne; al contrario, l’approccio orale, più morbido e sensibile, può creare le condizioni fisiche e affettive ideali per vivere l’unione piena in modo sereno e gioioso.

Il dottor Gregory Popcak, consulente familiare cattolico, afferma che “la stimolazione orale può essere goduta da entrambi i coniugi, a patto che sia integrata nel contesto dell’unione e non sostitutiva dell’atto coniugale vero e proprio“. San Giovanni Paolo II, nel suo libro Amore e responsabilità, insiste sulla necessità che il marito armonizzi i suoi ritmi con quelli della moglie e che sia premuroso nell’aiutarla a partecipare pienamente all’unione.

I due criteri fondamentali

Concretamente, i punti da tenere a mente sono due:

  1. I gesti devono essere graditi ad entrambi, mai imposti né subiti. La tenerezza sponsale si riconosce anche dalla libertà che custodisce il corpo e il cuore dell’altro, senza mai oltrepassare il suo pudore o la sua sensibilità.
  2. L’eiaculazione deve avvenire in vagina, come segno visibile dell’unione completa, aperta alla vita, che rappresenta il culmine dell’amplesso. Non perché il piacere sia sbagliato altrove, ma perché solo l’atto coniugale completo esprime fino in fondo il dono reciproco e la sua apertura alla fecondità.

Un vestito su misura

Come hanno scritto Nicoletta Musso e Davide Oreglia, coppia di formatori e studiosi della sessualità coniugale, i preliminari e l’incontro sessuale sono come un vestito cucito su misura. Non esistono regole rigide, ma l’arte paziente di conoscersi, ascoltarsi e adattarsi. Ogni coppia è unica, ogni corpo ha i suoi tempi, ogni desiderio va accolto e integrato nell’armonia di un amore che si costruisce nel tempo.

Quando invece non è amore

Il problema sorge quando il gesto si isola dal suo contesto naturale, che è la comunione sessuale completa. Se la stimolazione orale diventa fine a se stessa, se viene utilizzata per evitare l’atto coniugale vero e proprio o per trattenere il piacere a proprio uso e consumo, allora il suo significato cambia radicalmente. Non è più amore che si dona, ma piacere che si prende. Non c’è più reciprocità, né trascendenza, né apertura alla vita.

Papa Pio XII, già nel 1951, metteva in guardia da una visione edonistica del matrimonio, ricordando che “Dio ha posto il piacere nell’unione legittima dei coniugi, ma non come fine a se stesso, bensì al servizio della vita e dell’amore”.

Non ridurre l’amore a tecnica

La vera posta in gioco non è se “si può fare” o meno, ma se ciò che facciamo ci unisce o ci separa. L’amore sponsale non è un gioco erotico dove si sperimenta per curiosità, ma un cammino sacro dove il piacere non è scisso dalla comunione. La bellezza dell’eros cristiano sta proprio in questo: nel coniugare piacere e dono, desiderio e dignità, estasi e responsabilità.

Christopher West, interprete della teologia del corpo, riassume bene questo punto: “I gesti con cui i coniugi si preparano con amore al rapporto genitale sono onorevoli e buoni”, a patto che non siano separati dalla verità dell’amplesso completo.

Allora sì, anche la stimolazione orale può essere un gesto santo, se è immerso in un rapporto che tende all’amplesso, vissuto con pudore, rispetto, libertà e reciproco consenso. Ma può anche diventare un gesto che svuota il significato dell’amore, se diventa strumento di egoismo o di chiusura alla vita.

Nel corpo dell’altro si cammina in punta di piedi, con lo stupore che si ha davanti a un mistero. L’erotismo cristiano non è negazione del desiderio, ma sua trasfigurazione in amore. Per questo, ogni gesto — anche il più intenso — può essere bello, se è amore che guarda, che rispetta, che include, che prepara all’unione totale.

Là dove c’è comunione, là dove c’è amore, tutto è puro. Ma là dove il corpo dell’altro viene usato, anche il gesto più dolce può diventare ferita. Che ogni sposo impari allora a domandarsi, più che “posso farlo?”, “sto davvero amando?”. È questa la domanda che salva.

Antonio e Luisa

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Sono sceso nel giardino dei noci

In questo capitolo ci lasceremo guidare da due chiavi: il giardino come metafora dell’amore da custodire e della donna stessa, e lo sguardo come atteggiamento di chi sa fermarsi, osservare con cura e restituire valore e riconoscimento. In particolare, ci soffermeremo sul misterioso “giardino dei noci”, un’immagine densa di significati nascosti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

«Sono sceso nel giardino dei noci, per vedere il verde della valle, per vedere se la vite ha messo germogli, se sono fioriti i melograni. Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.»

La scena che il Cantico ci presenta è carica di poesia e simbolismo. Il giardino, nella Scrittura, è spesso immagine della donna amata (cfr. Ct 4,12: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa»). Qui l’uomo entra in quel giardino con sguardo attento e cuore vigile, per vedere se la vita in esso custodita sta portando frutto.

L’uomo come giardiniere, non padrone

L’amato non è il proprietario del giardino, ma il suo custode. È un’immagine potentissima anche dal punto di vista teologico: come Adamo fu posto in Eden «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2,15), così ogni sposo riceve sua moglie come un dono di Dio, da proteggere e far fiorire. Non per dominarla, ma per servirla.

In chiave relazionale è importante comprendere perchè è specificato che si tratta di un noceto. Il “giardino dei noci” rappresenta l’intimità più profonda della persona, protetta come il frutto da un guscio duro. L’amato “scende” — gesto di umiltà e intenzionalità — per avvicinarsi alla parte più autentica della sposa. Questo richiede un atteggiamento da Genitore affettivo positivo, capace di rispetto, pazienza e ascolto, evitando il Genitore Critico che invade o giudica. Solo con cura costante e gesti di fiducia il guscio si apre, permettendo al “Bambino Libero” dell’altro di emergere, portando freschezza, spontaneità e gioia nella relazione, e consolidando un legame affettivo stabile e generativo.

Un giardino lasciato a sé stesso si riempie presto di erbacce. Così il matrimonio. Senza cura, attenzione e gesti concreti di amore, anche i legami più forti si impoveriscono. San Paolo, parlando agli Efesini, ricorda: «Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). L’amore sponsale è, per sua natura, oblativo: non si limita a “non fare il male”, ma si impegna attivamente per il bene dell’altro.

Un amico una volta mi disse sorridendo: «Fai sentire la tua donna regina per un giorno, e lei sarà tua per tutto il mese». È una battuta, ma coglie un aspetto reale: la donna amata e rispettata si apre con fiducia e restituisce amore in misura moltiplicata.

Il testo prosegue con un versetto enigmatico: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.» La figura di Ammi-nadìb, forse un capo delle tribù di Giuda o un riferimento a un carro regale, evoca potenza, onore, prontezza alla battaglia. L’amato, colpito dall’amore della sua sposa, si sente trasformato: l’insicurezza lascia spazio a una forza nuova.

Questa dinamica è evidente anche nella vita reale: l’uomo che si sente amato acquista fiducia, trova energie che non sospettava di avere. È come Pippo che, grazie alla “nocciolina” dell’amore, diventa SuperPippo. Non è romanticismo ingenuo: è psicologia concreta. L’amore autentico attiva in noi risorse nascoste, ci motiva a superare ostacoli, ci fa uscire dalla modalità “sopravvivenza” per entrare in quella di “donazione”.

Il potere dello sguardo che incoraggia

Donne, non sottovalutate mai il potere del vostro sguardo sul cuore di vostro marito. Un uomo può sopportare il peso di mille difficoltà, ma difficilmente regge il peso del disprezzo nella propria casa. San Giovanni Bosco diceva: «Il segreto dell’educazione è l’amore». Vale anche nel matrimonio: più di mille correzioni, spesso basta un sorriso, una parola di fiducia, un grazie sincero per riaccendere il desiderio di dare il meglio.

Al contrario, la critica costante — soprattutto se espressa nel tono del “Genitore Critico” — logora la relazione. Non perché la correzione non serva, ma perché senza amore e riconoscimento essa viene percepita come rifiuto personale.

Il ringraziamento come stile di vita

Ringraziare è un atto di umiltà e di riconoscimento. Maria, pur senza capire tutto, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Anche noi, nel matrimonio, siamo chiamati a ringraziare non solo per ciò che comprendiamo, ma anche per ciò che resta misterioso. Perché il coniuge è, nel bene e nei limiti, un mistero di grazia affidato alla nostra custodia.

Dire grazie non è formalità: è una scelta che rompe la spirale della pretesa e apre alla gratitudine reciproca. È un modo per dire: «Ti vedo, riconosco ciò che fai per noi, apprezzo il tuo impegno». E quando ci si sente visti e apprezzati, il cuore si apre più facilmente alla donazione.

Uno dei rischi più grandi dopo anni di vita insieme è quello di dare l’altro per scontato. Il Cantico, invece, ci ricorda che l’amore è fatto di continua ricerca: «Sono sceso nel giardino…» significa non smettere mai di “scendere” nell’anima dell’altro per conoscerlo di nuovo.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia (n. 134), scrive: «Il tempo che si dedica alla cura e all’attenzione verso l’altro non è tempo perso, ma tempo guadagnato, perché costruisce legami duraturi e profondi». È un invito a non fermarsi alla superficie, a non pensare di sapere già tutto dell’altro, ma a rimanere curiosi e attenti, come il giardiniere che ogni giorno scruta i segni di vita tra le foglie.

Questo passo del Cantico ci insegna che l’amore non è statico: è un giardino che chiede cura, è una forza che trasforma, è uno sguardo che incoraggia, è un grazie che rigenera. Dal punto di vista teologico, ci mostra il matrimonio come icona dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore fedele, oblativo, fecondo. Dal punto di vista relazionale, ci invita a coltivare la tenerezza, a parlare il linguaggio della fiducia, a creare spazi di gratitudine.

E allora, cari sposi, scendete ogni giorno nel “giardino” che vi è stato affidato. Osservate, custodite, irrigate con parole buone, con gesti di attenzione, con preghiera reciproca. Così, quando vi guarderete negli occhi, potrete dire anche voi: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso forte come un carro regale».

Antonio e Luisa

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Una fede condivisa vigila meglio

Cari sposi, siamo in pieno tempo di ferie e spero lo sia per tutti. Un periodo prezioso quanto ahimé anche fugace in cui possiamo non solo riposare il corpo ma anche la mente e lo spirito. Assieme a ciò, inevitabilmente per tutti noi il pensiero del prossimo anno si fa sempre più presente con tutta le serie di scadenze, impegni, sfide, ecc. Ecco allora che il Vangelo di questa domenica getta una luce importante e rincuorante.

Tutte le letture si basano sul binomio fede/attesa, dal libro della Sapienza che fa riferimento alla veglia di Pasqua ebraica, alla fede incarnata nei grandi personaggi dell’Antico Testamento e infine nella fede/attesa nel servo e nell’amministratore di cui parla Gesù.

Senza voler abbordare un tema immenso quale quello della fede, sinteticamente si può cogliere, dalle presenti letture, come essa sia per essenza una grande luce, superiore alla nostra intelligenza e al semplice buon senso. Una luce che ci aiuta ad attendere la presenza di Dio nelle cose concrete, ma senza farci smarrire in esse, senza appiattirci nell’attivismo.

La fede è la luce per eccellenza che ci fa afferrare meglio i contorni della vita, come quando in un bosco arriva il giorno e siamo in grado di contemplare molte più cose che la notte ci nascondeva. Così, per la fede, possiamo comprendere ogni momento della nostra vita come un dono ricevuto, di cui dovremo rendere conto a Colui che ce l’ha data.

Per voi sposi la fede ha un valore aggiunto e una sfumatura del tutto speciale. In quanto chiesa domestica e una sola carne, voi sposi siete la fondamentale e basilare forma di vita di fede condivisa. Detto in altri termini, nel matrimonio la fede non può più essere personale, come lo era prima da fidanzati o da semplici battezzati. Non che la fede di ognuno scompaia e si tramuti in una fede solo coniugale, cancellando il vissuto individuale, ma piuttosto che il proprio cammino da credenti non può non interfacciarsi e tenere conto di quanto l’altro/a creda o meno in Gesù.

Papa Francesco, in Evangelii gaudium, dice: “Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa.” (EG, n. 113). Se questo vale per la chiesa universale, vale anche e anzitutto per quella forma originaria di chiesa che è la coppia sposata. In tutto ciò voi sposi potete davvero godere di un grande dono, quello della fede condivisa che è senza dubbio un grande stimolo vicendevole a crescere e non demordere mai.

Ora, volendo applicare questo modo di vivere la fede/attesa secondo la Parola odierna al contesto sponsale si possono delineare due modi concreti secondo quanto esprime Gesù nel Vangelo. Non è affatto nuovo nella Scrittura questa pedagogia divina di porci davanti a un bivio; lo vediamo compiere infatti da Mosè, da Giosuè, da Elia, da Geremia ma appunto soprattutto da Gesù.

Ed ecco che ancora oggi il Maestro ci sfida e ci provoca ad essere profondamente responsabili della nostra vita e principalmente della nostra fede. Voi sposi con la vostra fede potete vivere la vita come buoni amministratori, sapendo che tutto quanto siete e avete è un regalo, dal vostro amore, dai vostri figli, alla casa, al lavoro… e di essi il Signore vi chiederà conto non solo singolarmente ma come coppia. Perciò. aiutatevi a vicenda ad essere vigili e a non scadere in visioni della vita troppo mondane, spronatevi e sostenetevi a credere sempre di più!

Ma, al tempo stesso, Gesù, con grande realismo, vi mette in guardia perché l’alternativa è alquanto sottile e ahimé impercettibile. Ci si può infatti tramutare, in un batter d’occhio, da amministratori saggi in padroni autoeletti, volendo tenere in pugno ogni cosa, avendo tutto sotto minuzioso controllo e vivere pianificando persino il domani. La coppia, da chiesa domestica, volendo o non volendo, diviene allora una specie di centrale auto-produttrice di amore e i figli sono visti come il prolungamento necessario dell’amore dei genitori.

Cari sposi, vi invito in queste vacanze a dedicare più tempo a voi e alla preghiera in coppia e chiedere il dono della fede per voi, affinché possiate affrontare con il giusto atteggiamento il nuovo anno che viene. È quanto ci invita anche il Papa, commentando proprio questo Vangelo, e con le sue parole vorrei concludere:

La seconda parola: «Siate pronti». È il secondo invito di oggi. È saggezza cristiana. Gesù ripete più volte questo invito, e oggi lo fa attraverso tre brevi parabole, incentrate su un padrone di casa che, nella prima, ritorna d’improvviso dalle nozze, nella seconda non vuole farsi sorprendere dai ladri, e nella terza rientra da un lungo viaggio. In tutte, il messaggio è questo: bisogna stare svegli, non addormentarsi, cioè non essere distratti, non cedere alla pigrizia interiore, perché, anche nelle situazioni in cui non ce l’aspettiamo, il Signore viene. Avere questa attenzione al Signore, non essere addormentati. Bisogna stare svegli” (Angelus 7 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

Quando ci teniamo per mano dopo la Comunione, concretizziamo un mistero immenso: il nostro matrimonio, sigillato nel corpo e nello Spirito, è diventato tenda in cui Dio abita. Da quel giorno viviamo uno nell’altro, anche quando il lavoro o la distanza ci separano. La presenza dell’altro è reale, dona pace e forza. La preghiera dell’uno arricchisce l’altro, i sacramenti nutrono entrambi. E questo vincolo rimane incorruttibile anche se uno dei due si allontana: la fedeltà di chi resta diventa intercessione potente, capace di attrarre la grazia di Dio e operare, nel tempo, la redenzione del coniuge.

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Marta genitore critico e Maria bambina libera. Quinto modulo In relazione con te

Dopo il terzo passo compiuto quindici giorni fa, dove abbiamo approfondito le dinamiche di una leadership consapevole e libera, e saltando il quarto modulo, oggi entriamo nel quinto modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è ancora una volta Gesù, che attraverso l’incontro con Marta e Maria (Lc 10,38-42) ci offre una chiave preziosa per comprendere il nostro mondo interiore e le relazioni più profonde. In questa scena intima e quotidiana, Gesù non compie miracoli, ma compie qualcosa di ancora più sottile e trasformante: guarda, ascolta, accoglie e orienta. Con dolce fermezza, ci insegna a distinguere tra l’agitazione del fare e la quiete dell’essere, tra il bisogno di controllo e la fiducia nell’ascolto. Un invito a integrare ciò che ci abita dentro, per vivere relazioni più consapevoli, libere e vere.

Nel Vangelo secondo Luca, troviamo un episodio familiare ma profondissimo: Gesù entra in un villaggio e viene accolto da due sorelle, Marta e Maria (Lc 10,38-42). È una scena apparentemente ordinaria, che si svolge tra le mura di una casa. Ma in realtà è un incontro denso di significato, che ci offre una chiave preziosa per comprendere le dinamiche interiori che viviamo ogni giorno, specialmente nelle relazioni più importanti.

Marta è affaccendata, operosa, piena di premure. Maria, invece, si ferma. Si siede ai piedi di Gesù e lo ascolta. Marta si lamenta e chiede l’intervento del Maestro. Ma Gesù, con amore, le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

Non è una condanna dell’agire né un elogio dell’inattività. È un invito a integrare, a ordinare il nostro cuore. È un richiamo a prendere consapevolezza di come stiamo vivendo dentro di noi.

Una chiave di lettura: gli stati dell’Io

Nella nostra vita interiore convivono diverse “modalità” di essere e di agire. Ogni essere umano possiede infatti tre grandi stati dell’Io che si alternano, si influenzano, si intrecciano:
Il Genitore,
L’Adulto,
Il Bambino.

Il Genitore è la parte di noi che custodisce le regole, le convinzioni ereditate, i doveri. È formato da tutto ciò che abbiamo interiorizzato fin da piccoli: le frasi dei genitori, degli insegnanti, dei modelli di riferimento. Ha due volti: può essere accogliente e protettivo, oppure critico ed esigente.

L’Adulto è la parte razionale e responsabile, capace di valutare, riflettere, prendere decisioni nel presente. Non giudica, non si lascia trascinare, ma osserva, comprende e sceglie.

Il Bambino è la dimensione più spontanea, emotiva, desiderante. Anche qui ci sono due aspetti: c’è un Bambino Libero, creativo e fiducioso, e un Bambino Adattato/ribelle, che si sottomette o si ribella, a seconda di quanto si è sentito accolto nella sua storia.

Questi tre stati si alternano anche nel nostro modo di relazionarci: con il partner, con i figli, con Dio. A volte rispondiamo da Genitori, altre da Bambini, a volte (raramente) restiamo nell’Adulto. Gesù, nel Vangelo, è sempre perfettamente Adulto: presente, lucido, empatico, capace di accogliere e correggere senza giudicare.

Marta e il Genitore Critico

Marta è nel suo stato del Genitore, e più precisamente nella versione Critica. Sta facendo, servendo, organizzando. Ma sotto la superficie dell’efficienza si nasconde una tensione. Il suo servizio è carico di aspettative, di regole interiori (“bisogna fare tutto per bene”, “non si sta con gli ospiti a mani in mano”, “non si lascia la sorella da sola a lavorare”). È come se Marta stesse dicendo a sé stessa: “Se non faccio tutto io, non valgo abbastanza”.

Quante volte, anche nelle relazioni affettive, uno dei due partner agisce così. Si prende tutto sulle spalle, convinto che solo facendo può meritarsi amore. Ma alla lunga, questo atteggiamento genera frustrazione e senso di solitudine.

Maria e il Bambino Libero

Maria, invece, si mette ai piedi di Gesù e ascolta. Non si sente in colpa, non si vergogna. Vive la relazione con autenticità, senza filtri. È nel suo Bambino Libero: quella parte che sa stare, ricevere, gioire della presenza dell’altro. È capace di farsi piccolo, non per infantilismo, ma per fiducia.

Questo non significa che Maria sia “migliore” di Marta. Ma che in quel momento ha colto ciò che conta davvero: la relazione. E ha avuto il coraggio di fermarsi. Anche nella vita di coppia, c’è bisogno di questa libertà. Di momenti in cui ci si siede e si ascolta l’altro con il cuore aperto. Senza fretta. Senza la paura di “dover fare” qualcosa per essere amati.

Gesù: integrazione e armonia

Gesù non condanna Marta. La chiama due volte – “Marta, Marta” – come a dire: ti vedo, ti amo, ma fermati un attimo. Il suo invito è un atto d’amore: non disprezza il servizio, ma lo vuole liberare dall’affanno. Lo vuole radicare nell’ascolto. Gesù è colui che armonizza. È Lui che può aiutarci a integrare il nostro Marta e la nostra Maria interiori. A riconciliare il Genitore Critico con il Bambino Libero. E a scegliere, nell’Adulto, ciò che davvero nutre la relazione.

Un passo per te

Nel nostro percorso, In relazione con te, impareremo anche questo: riconoscere e integrare le diverse parti che ci abitano – il bisogno di fare, il desiderio di essere accolti, la voce del dovere e quella dell’intimità. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni sbilanciate o inconsapevoli a relazioni più armoniose, libere, autentiche. Come Gesù con Marta e Maria, anche noi saremo invitati a guardare dentro di noi, ad ascoltare con verità e a scegliere la parte migliore. Se vuoi saperne di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Dio Padre. L’importanza della figura paterna

La figura paterna ha un ruolo fondamentale nella vita di ogni persona. Non si tratta solo di fornire sostegno economico ma di essere un punto di riferimento, un esempio e una guida, un educatore, un sostegno. La presenza di un padre affettuoso, responsabile e coinvolto può fare la differenza nello sviluppo emotivo, sociale e morale di un individuo.

Il padre rappresenta spesso il primo modello di comportamento e valori. Attraverso le sue azioni, insegna ai figli come affrontare le sfide, come rispettare gli altri e come affrontare le proprie emozioni. Un padre presente e attento aiuta i figli a sviluppare autostima e sicurezza in sé stessi. La figura paterna offre un senso di sicurezza e protezione. La presenza di un padre che ascolta, comprende e sostiene permette ai figli di sentirsi amati e accettati. Questo supporto è fondamentale per affrontare le difficoltà della vita e per costruire relazioni sane con gli altri.

Un padre coinvolto aiuta i figli a sviluppare capacità sociali, come il rispetto delle regole, la collaborazione e la gestione dei conflitti. Imparano anche a essere responsabili e a rispettare le differenze, qualità essenziali per inserirsi positivamente nella società. Ovviamente, anche il rapporto con la madre è fondamentale: un padre che ama la mamma dei suoi figli, che ama la moglie, che la rispetta, che collabora in tutto ciò che riguarda la gestione familiare famiglia è l’esempio più importante che riceve ciascuno di noi. Indipendentemente da quella che sarà poi la vocazione di ciascun figlio, un padre partecipe fa la differenza. Una grande differenza.

Non basta, però, essere semplicemente presenti, nel senso fisico del termine: è importante partecipare attivamente alla vita dei figli, condividendo momenti di gioco, studio, confronto, dialogo, crescita. Un padre deve anche saper dire dei “no” per aiutare i figli a capire ciò che è bene e ciò che è male. Essere per loro una guida. Perché questo non solo fa parte del suo ruolo educativo ma perché rafforza anche il legame affettivo e favorisce un rapporto di fiducia reciproca.

Insomma: la figura paterna è un pilastro fondamentale per la crescita equilibrata e felice di ciascun individuo. Un padre coinvolto, amorevole e responsabile contribuisce a formare persone sicure di sé, empatiche e pronte ad affrontare il mondo con coraggio. Investire nel rapporto con il proprio figlio è uno dei doni più preziosi che un genitore possa fare, perché il suo impatto dura per tutta la vita.

La cosa stupenda è che ciascuno di noi ha anche un Padre con la P maiuscola: Dio Onnipotente! Che ha scelto tutto per Sè proprio il 7 agosto come giorno a Lui dedicato. Come Lui stesso rivelò nel 1932 ad una giovane suora, Eugenia Ravasio. Le chiese di trasmettere il Suo messaggio con l’intento di essere “conosciuto, amato e onorato”, manifestando il profondo desiderio di essere chiamato Padre. In alternativa al giorno 7, il Creatore – nella parte specifica del messaggio rivolta al Papa – suggerì come altra possibile data la prima domenica di agosto. Tuttavia, questo giorno di festa (ancora assente), per il quale richiese una Messa e un ufficio liturgico dedicati, dovrà essere consacrato a onorarlo in modo del tutto speciale sotto il titolo di Padre dell’intera umanità.

Che cosa può esserci di più bello? Quando si pensa a Dio, molte persone lo immaginano come una presenza potente e misericordiosa ma uno degli aspetti più profondi e confortanti della sua natura è quello di essere Padre. Di esserci Padre. Quindi di amarci, di un amore tenero, totalizzante, capace di comprensione e di perdono. Pensare a Dio come papà ci aiuta a comprendere il suo amore infinito, la sua cura e la sua volontà di guidarci lungo il cammino della vita. Come un padre terreno si prende cura dei propri figli, così Dio si prende cura di noi. Ci guida lungo il cammino, ci dà saggezza e ci protegge dalle insidie della vita. La sua presenza è una fonte di sicurezza e di speranza, anche quando le sfide sembrano insormontabili. La preghiera e la fede sono strumenti che ci aiutano a sentirci più vicini a lui e a ricevere il suo sostegno. Come disse Dio stesso a suora, Eugenia Ravasio  “con questo dolce nome di Padre […] l’amore e la fiducia faranno la vostra felicità nell’eternità”. Grazie Papà! Buona festa e grazie per esserci Padre!

Fabrizia Perrachon

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Anche noi separati fedeli possiamo testimoniare l’Amore

Nella terza e quarta settimana di luglio, anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga, in Val di Fassa, dedicata alle coppie nei primi dieci anni di matrimonio. Ogni coppia partecipa a una sola delle due settimane, vivendo un’esperienza intensa di ascolto, silenzio, confronto, preghiera, ma fatta anche natura, riposo e amicizia. Una formula ormai consolidata, che ogni anno si rinnova grazie alla presenza di sposi giovani e famiglie aperte a lasciarsi rigenerare nel cuore del loro cammino matrimoniale.

Per il quinto anno consecutivo, ho avuto la gioia di partecipare a questa esperienza insieme ad altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max e Sergio) che ho conosciuto all’interno della Fraternità Sposi per Sempre, insieme ai nostri figli (Carolina, Diletta, Elisa – Big e Junior – Emanuele e Matilde), e, con il preziosissimo aiuto dei “nonni” Natalino e Maddalena, ci siamo occupati dell’animazione di ben 47 bambini, dell’età compresa tra 1 e 14 anni, durante la seconda settimana di vacanza.

Ogni mattina, dalle 8:45 alle 12:30, i bambini stavano con noi, mentre i genitori partecipavano alla formazione tenuta da don Renzo Bonetti, da Annalisa, da vari sacerdoti e dall’equipe di Mistero Grande. Un tempo ricco e denso per le coppie, e altrettanto pieno e gioioso per i figli, impegnati in giochi vari, anche se quest’anno la pioggia ci ha costretto qualche volta a sfruttare il videoproiettore per guardare un film all’interno.

Era una sfida ogni giorno, ma anche un dono immenso: vedere i sorrisi dei bambini, giocare con loro, costruire relazioni che vanno oltre quella settimana. Per noi cinque papà, la mattina cominciava con la messa delle ore 7:00, insieme al sacerdote, era come iniziare la giornata sedendoci prima alla tavola del Signore, per poi sederci a quella della colazione. Subito dopo la messa, infatti, arrivavano i nostri figli: facevamo colazione tutti insieme, tra cornetti, uova strapazzate, risate e sguardi assonnati, ma felici. Le coppie avevano la messa subito prima di riprendere i figli.

Dal secondo giorno, però, è accaduto qualcosa che mi ha toccato profondamente: un bambino di dieci anni, che partecipava alla vacanza con la sua famiglia, ha deciso di svegliarsi presto per venire anche lui alla nostra messa. L’ha fatto spontaneamente, senza che nessuno glielo avesse chiesto, il giorno dopo era di nuovo lì, puntuale ed è stato anche invitato a servire la messa come chierichetto. Parlando con i genitori, abbiamo saputo che è stato un suo desiderio.

Mi ha colpito, perché mi ha ricordato quanto conta la testimonianza: i bambini osservano, non ascoltano solo le parole, ma vedono i gesti. Quel bambino ha capito l’importanza di quel momento, perché la sua mamma gli ha parlato più volte di Gesù e perché ha visto suo padre inginocchiarsi in chiesa e pregare.

Non come succede a volte durante il catechismo, in cui i genitori accompagnano i figli alla messa e li vengono a riprendere alla fine: che messaggio dai ai figli? Che bisogna andare alla messa, ma alla fine non è una cosa importante e ci sono molte altre cose che hanno la priorità. Dopo però ci lamentiamo se la cresima è diventata il sacramento del “Ciao ciao”: è normale, se passa il messaggio che va fatta perché la fanno tutti i compagni di classe e perché altrimenti non puoi sposarti. ù

Questo bambino, che poi passava la mattina a giocare al pallone e a impegnarsi in altri giochi, mi ha fatto venire in mente Carlo Acutis: anche lui in giovane età, grazie alle testimonianze che ha ricevuto in famiglia e a scuola, è stato attirato dalla Santa Eucarestia, frequentando quotidianamente la messa. Ringrazio questo bambino che, nonostante la sua giovane età, è stato una testimonianza per me.

Con gli altri papà ci siamo confidati, che se avessimo potuto vivere una vacanza del genere nei primi anni del nostro matrimonio, forse le nostre storie sarebbero andate in modo diverso. Magari avremmo evitato certi errori, certi silenzi, certe ferite. Nessuno lo può dire con certezza, ma quello che sappiamo è che non eravamo preparati.

Abbiamo pronunciato un “sì” solenne davanti all’altare, ma poi non abbiamo investito nulla per custodirlo, quel sì. La formazione era assente, o peggio, pensavamo che non fosse necessaria. “Ci amiamo, ci basta”, ma l’amore, se non è nutrito, si spegne, come una fiamma senza ossigeno. A Soraga, invece, abbiamo visto coppie che si rimettevano in gioco: alcune ci hanno confidato che, da anni, non riuscivano a ritagliarsi del tempo da soli, altre che non avevano mai parlato così tanto, così in profondità, come in quella settimana.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, è normale incontrare fatiche. A volte è solo la stanchezza, altre volte il peso di un passato non risolto, il ritmo dei figli piccoli, la fatica del lavoro, ma se una coppia non ha chi l’accompagna, chi la forma, chi la sostiene, si rischia di andare alla deriva e di rimanere insieme solo per forma, per abitudine, per paura del giudizio. Il Sacramento del Matrimonio è un mistero troppo grande per poterlo esaurire in qualche anno, va scoperto, approfondito, custodito ogni giorno, altrimenti è come piantare un seme e non innaffiarlo più.

A fine vacanza, una coppia mi ha lasciato un foglio con un commuovente messaggio che mi sono affrettato a condividere con gli altri, in particolare con i figli: “….I vostri sguardi luminosi e il vostro straordinario esempio sono un dono inestimabile per i nostri figli. Avete parlato ai loro cuori in modo profondo con un esempio di cuore che sa di “cielo…”. Ecco, questo messaggio per me vale tutto l’impegno e la fatica di quella settimana, perché questo è ciò che conta: un piccolo seme piantato nel cuore delle persone, un seme di amore, di luce, di Dio.

Non sappiamo quando germoglierà, ma sappiamo che il Signore è fedele e che ogni seme piantato con amore, un giorno darà frutto. Anche quest’anno abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato, quindi grazie di cuore a queste belle famiglie, che Dio guidi sempre il vostro cammino, ci rivediamo il prossimo anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Carne Viva

Dalla «Lettera», detta di Barnaba ​(Capp. 5, 1-8; 6, 11-16; Funk, 1, 13-15. 19-21)[…] Il Signore, per mezzo della remissione dei peccati, ci fece creature nuove e innocenti come bambini.[…] Riferendosi poi alla seconda creazione, da lui operata, disse ancora: Ecco che io faccio le ultime cose come le prime. Di questo stato di nuova creatura parla l’autore sacro quando afferma: Entrate nella terra dove scorre latte e miele e prendetene possesso (cfr. Es 33, 3). Ecco allora che noi siamo stati formati una seconda volta. Lo afferma il profeta: Ecco, dice il Signore, strapperò da loro (cioè da quelli predestinati dallo Spirito divino) i cuori di pietra e vi metterò cuori di carne (cfr. Ez 11, 19). Per questo si fece carne e abitò fra noi. Da allora il nostro cuore è diventato tempio santo e dimora del Signore. […]

Oggi la Chiesa celebra la Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, innalzata a Roma sul colle Esquilino, che il papa Sisto III offrì al popolo di Dio in memoria del Concilio di Efeso, in cui Maria Vergine fu proclamata Madre di Dio. L’Ufficio Divino ci propone alcuni spezzoni dall’epistola attribuita a Barnaba, l’aiutante di san Paolo, nella quale l’autore ci vuole aiutare a riconoscere la nostra dignità di battezzati.

Nel testo l’autore parla di remissione dei peccati, ovvero il Sacramento del Battesimo, quindi si rifà a quella figliolanza divina che ci rende i nuovi destinatari della famosa Terra promessa, nuovi perché figli nel Figlio, Sua preziosa stirpe, nati dal Sua sangue sparso sulla Croce.

Quindi ci spiega in maniera molto sintetica che il Signore ha operato una nuova creazione, migliore della prima, ed è l’opera della Redenzione. Ma la nuova creazione è su un altro piano rispetto alla prima, se della prima possiamo conoscere qualcosa grazie al progresso della scienza, della seconda creazione non possiamo vedere nulla con la nostra scienza poiché essa è sul piano spirituale, il nuovo popolo di Dio è un popolo segnato con un sigillo indelebile nell’anima che è il Battesimo, è indelebile però non si vede con gli occhi carnali come si vede un comune tatuaggio.

La frase su cui ci vogliamo concentrare è quella citata dal libro di Ezechiele: strapperò da loro (cioè da quelli predestinati dallo Spirito divino) i cuori di pietra e vi metterò cuori di carne (cfr. Ez 11, 19).

Potrebbe sembrare una frase poetica, ricca di significati, pregna di simbolismi, ma è quello che il Signore compie veramente con un cuore che si lascia amare da Lui.

Spesso però si riflette sul fatto che il Signore metterà dei cuori nuovi, ed è giusto e santo, ma per farlo c’è una “conditio sine qua non”, e cioè l’azione che precede questa: strapperò da loro i cuori di pietra.

Se qualcuno ha voglia di farsi strappare il cuore alzi la mano. Visto che nessuno l’ha alzata è meglio riflettere un momento, vi siete mai chiesti perché questo verbo (strappare) e non un suo sinonimo? Avrebbe potuto usare verbi come sostituire, rimuovere, asportare… belli ma non avrebbero reso l’idea della violenza dello strappo, della lacerazione, del ridurre a brandelli.

Cari sposi, volete un cuore nuovo, un amore nuovo creato di sana pianta da Dio? Volete essere destinatari della nuova creazione?

Bisogna essere disposti a subire la violenza dello strappo del nostro vecchio cuore di pietra, che non batte più, che è freddo come la pietra, ove dentro non scorre il sangue, cioè la vita. Coraggio sposi, questa distensione estiva ci aiuti ad essere pronti al trapianto di cuore.

Giorgio e Valentina

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Incantevole come la luna

Con oggi iniziamo il quinto poema del Cantico dei Cantici. E’ iniziamo con una descrizione dove vengono evocate immagini cosmiche e potenti – l’aurora, la luna, il sole – e infine un’immagine militare di grande impatto – un esercito schierato con vessilli alzati.

Chi è costei che sorge come l’aurora, incantevole come la luna, splendente come il sole, maestosa come schiere con i vessilli alzati? (Ct 6,10)

Il quinto poema del Cantico dei Cantici si apre con una contemplazione dell’amore che toglie il fiato. L’amato guarda la sua sposa con occhi pieni di stupore, e il suo cuore si nutre della sua bellezza, che sembra riassumere in sé tutta la creazione. L’immagine dell’aurora, della luna, del sole e di un esercito schierato ci presenta una donna luminosa, affascinante, misteriosa e forte. Ma cosa ci dice questa poesia sull’amore umano e sul mistero del matrimonio cristiano?

Sorge come l’aurora. L’aurora è segno di speranza e rinascita. L’amore, quando è autentico, ha questa capacità: fa nuove tutte le cose. Rinnova lo sguardo, apre orizzonti. Nell’Analisi Transazionale si direbbe che l’amore autentico aiuta a uscire da copioni rigidi: la presenza dell’altro ci spinge a cambiare, a guarire, a rinascere. Ogni sposa che ama diventa per lo sposo un inizio nuovo, una luce che rischiara. Ma questo è anche ciò che lo Spirito Santo opera: è Lui che rende nuove tutte le cose. Così, l’amore coniugale vissuto nella grazia diventa riflesso del Dio che crea e ricrea.

Incantevole come la luna. La luna è dolcezza, ma anche luce riflessa. Così è l’amore della donna: accarezza, illumina, consola. Ma soprattutto riflette. Come la luna riflette la luce del sole, così la donna può riflettere la luce di Dio. Nella sua tenerezza, nello sguardo, nei gesti, l’uomo può scorgere il volto di Dio. E in questo senso, nella teologia cristiana, ogni sposa diventa per lo sposo mediazione concreta dell’amore divino. Come Maria – figura della Chiesa e della sposa – riflette la luce di Cristo, così ogni donna amata e amante diventa specchio della tenerezza divina. Questo amore, fatto di carezze e ascolto, risponde a una fame profonda del cuore umano: quella fame di riconoscimento che l’Analisi Transazionale chiama bisogno di carezze. L’amore coniugale sano sa nutrire questo bisogno reciproco.

Splendente come il sole. Il sole è fuoco, passione, forza creatrice. Qui viene cantata la dimensione erotica dell’amore. Non come semplice istinto, ma come forza che attira e incendia. L’eros è parte del disegno di Dio: se purificato dall’agape, diventa via alla comunione più profonda. Benedetto XVI diceva che eros e agape non si escludono, ma si integrano. Così l’amore umano, nella sua corporeità, diventa immagine dell’Amore che è Dio. Il desiderio fisico, quando è accolto dentro una relazione di dono e fedeltà, non è peccato, ma fuoco che scalda e illumina. La donna, per l’amato, brucia come un sole, ed egli ne resta attratto come da una forza vitale.

Maestosa come schiere con i vessilli alzati. Qui emerge la dignità della donna. Non è solo dolce o bella: è forte. È un mistero che impone rispetto. È come un esercito schierato: non per combattere l’uomo, ma per rivelargli che lei non si lascia possedere. Giovanni Paolo II spiega che dopo il peccato originale l’uomo tende a dominare la donna. Ma nel Cantico accade il contrario: lo sposo onora la forza della sua amata. In lei riconosce una regalità. In termini psicologici, potremmo dire che il loro rapporto è fondato su una posizione di reciproco rispetto: «io sono OK, tu sei OK». Nessuno ha bisogno di mendicare amore. Anzi, chi si sa amato da Dio può amare con forza e libertà.

Eppure, questa forza non esclude la fragilità. Come ci ricorda John Gray, la donna è come un’onda»: anche quando si sente amata, la sua autostima segue un movimento oscillante. Quando è in basso, può emergere in lei una tempesta di emozioni represse. È allora che lo sposo deve amare di più. Non correggere, non fuggire, ma restare. Accogliere. Perché è in quei momenti che la donna ha più bisogno di sentirsi ascoltata e abbracciata. L’amore maturo sa accompagnare anche le discese dell’onda, senza spaventarsi. Proprio come Cristo con la sua Chiesa: la ama anche quando è ferita, la purifica con la pazienza.

Il Cantico dei Cantici ci consegna così un ritratto sublime della sposa, e attraverso di lei, dell’amore. La sposa è aurora, luna, sole, esercito. E lo sposo, guardandola, si scopre trasformato. L’amore lo cambia, lo risveglia, lo purifica. In questa dinamica d’amore reciproco si riflette il mistero della Trinità: un Dio che non è solitudine, ma relazione; un Dio che si dona, si accoglie, si ama.

Ogni sposo che contempla la propria sposa con occhi nuovi, ogni sposa che ama nella verità, diventa immagine vivente di questo amore eterno. E il matrimonio, così, diventa via alla santità, cammino in cui l’altro diventa specchio di Dio e scuola di amore vero.

Antonio e Luisa

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Arricchirsi davanti a Dio

Cari sposi, nel bel mezzo delle ferie chi di noi, almeno una volta, non avrà sognato vacanze esotiche, come solo pochi persone si possono permettere, in isole caraibiche, su yatch di lusso, acque cristalline e ogni confort nell’albergo? Tra un sogno e l’altro, oggi tutta la Parola ha un unico leit motiv: “la tua vita non dipende da ciò che possiedi”.

Sembra una frase un po’ moralistica ma nel contesto del vangelo emerge con forza la sua vera origine. Difatti Gesù sta predicando e sta dicendo cose profonde riguardanti la vita eterna ed ecco una voce fuori coro che lo provoca con una domanda così venale e impertinente. Non si tratta tanto di cattiva educazione quanto piuttosto di un’incomprensione molto simile al comportamento di Marta, la domenica scorsa.

Quest’uomo, che interrompe Gesù nella sua predicazione, dimostra che gli importano più i soldi ereditati che la sapienza del Signore, che le Sue parole di vita eterna. Ancora una volta ci troviamo dinanzi a un cuore chiuso, impermeabile, una persona che con la testa ha tutto chiaro ed è molto probabilmente d’accordo con il Signore ma con il cuore no, con la vita forse ha qualche difficoltà a lasciare spazio alla Grazia.

Ecco allora da dove nasce questa variante di catechesi che il Maestro ha voluto pronunciare e davvero ringraziamo questo anonimo discepolo per far sì che Gesù possa essere stato ancor più chiaro. Sono parole assai importanti in particolar modo per le coppie così esposte a questo tipo di pensieri, soprattutto quando devono fare i conti con una famiglia a carico, i figli, il mutuo, le tasse… e la fede sembra sfaldarsi tra i moduli dell’IMU e della TARI.

Ma il paradosso cristiano in queste circostanze si rafforza ancora di più e sono tanti gli sposi che hanno fatto e fanno l’esperienza di quanto sia vero ed attuale che ciò che conta è arricchirsi davanti a Dio, scommettere sulla presenza di Gesù nella propria vita, darGli sempre un posto di onore e non lasciarsi distogliere dalle preoccupazioni per servirLo e occuparsi del Vangelo.

Il Signore Gesù, lo Sposo della coppia, sa bene di quante cose pratiche essa debba occuparsi quotidianamente ma cerca sempre di trovare nel cuore degli sposi anzitutto quella fiducia incondizionata di sapersi fidare di Lui, di metterLo al primo posto, come ci ricorda Papa Francesco commentando questo brano evangelico. E proprio con esso vorrei concludere ed invitare ognuno di voi ad investire le proprie forze ed energie all’edificazione del Regno, l’unica e era ricchezza che inizia in questa vita e rimarrà per sempre:

L’incontro con Gesù vivo, nella sua grande famiglia che è la Chiesa, riempie il cuore di gioia, perché lo riempie di vita vera, di un bene profondo, che non passa e non marcisce: lo abbiamo visto sui volti dei ragazzi a Rio. Ma questa esperienza deve affrontare la vanità quotidiana, quel veleno del vuoto che si insinua nelle nostre società basate sul profitto e sull’avere, che illudono i giovani con il consumismo. Il Vangelo di questa domenica ci richiama proprio l’assurdità di basare la propria felicità sull’avere” (Angelus 4 agosto 2013). 

ANTONIO E LUISA

Non sono mai stato attaccato alle cose terrene. Non perché sia particolarmente virtuoso, ma perché, semplicemente, non sono ricco. Eppure ho scoperto che anche le sicurezze affettive possono diventare un attaccamento. La mia più grande è sempre stata Luisa. L’amore per lei è stato rifugio, certezza, appiglio. Ma è proprio nel sacramento del matrimonio, quando fai davvero spazio a Gesù, che succede qualcosa di sorprendente: impari ad amare senza possedere. È un paradosso: più amo Luisa, più sento che non ho bisogno di lei per essere completo. Perché Gesù è sempre più vicino. E Lui basta. Davvero.

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Il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo

Oggi desidero iniziare una nuova serie di articoli, nati – come sempre – dalla mia esperienza personale. La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II è un’opera straordinaria, ricchissima di bellezza e verità, ma ammettiamolo: non è facile da leggere. Per anni l’ho trovata affascinante ma ostica. Ho provato più volte a leggerla integralmente, ma ogni volta mi sembrava di arrancare tra concetti troppo densi, e finivo per arrendermi.

Così, con semplicità e senza pretese accademiche, ho deciso di riproporre alcuni passaggi fondamentali in modo più accessibile, rinunciando magari a una parte della profondità filosofica e teologica, ma cercando di rendere più chiari i concetti chiave per chi, come me, desidera lasciarsi toccare da queste parole senza scoraggiarsi.

In particolare, ci concentreremo su una serie di catechesi pronunciate da Giovanni Paolo II tra il 28 luglio 1982 e il 4 luglio 1984, in cui il Papa riflette sul sacramento del matrimonio: un tesoro prezioso per ogni coppia che desidera amare sul serio, alla luce del Vangelo.

Iniziamo con la catechesi del 28 luglio 1982 riguardante Il matrimonio come sacramento secondo la lettera di Paolo agli Efesini. Qui potete leggerla integralmente

C’è un passo della Lettera di San Paolo agli Efesini (5,22-33) che da secoli accompagna la riflessione cristiana sul matrimonio. È un testo forte, denso, ricco di immagini e significati: parla di sottomissione, di amore, di unione profonda tra uomo e donna, ma soprattutto lo fa mettendo in parallelo la relazione tra marito e moglie con quella tra Cristo e la Chiesa. Parole che, se lette solo in superficie, possono apparire dure o anacronistiche. Ma se ci si entra dentro con lo spirito giusto, si scopre un tesoro prezioso per ogni coppia cristiana.

San Paolo scrive che il marito è “capo” della moglie, ma subito precisa che il modello di questo “capo” è Cristo stesso, che ha dato la vita per amore. Non si tratta quindi di potere, ma di servizio. L’autorità vera nasce dall’amore che si sacrifica, non da chi alza la voce o impone la sua volontà. Il marito è chiamato ad amare la moglie come il proprio corpo: “chi ama la propria moglie, ama se stesso”.

Ma cosa significa tutto questo nella vita concreta di una coppia? E perché questo brano viene proclamato proprio durante la liturgia del matrimonio? Perché ci fa vedere il matrimonio come un sacramento, cioè un segno visibile dell’amore invisibile di Dio. Il corpo, che è la parte più visibile dell’uomo e della donna, diventa il linguaggio con cui Dio parla. Attraverso l’unione fisica e spirituale degli sposi, Dio continua a dire al mondo: “Io vi amo. Io sono fedele. Io vi dono la vita”.

Come abbiamo già visto in altre riflessioni, tutto parte dal “principio” — da quel “maschio e femmina li creò” della Genesi — e tutto tende verso la pienezza, verso l’eternità. Anche il matrimonio fa parte di questo cammino. È una chiamata non solo ad amarsi, ma a diventare segno di Cristo stesso: gli sposi sono chiamati a rendere visibile l’amore con cui Dio ama il suo popolo, con tenerezza, fedeltà e dono totale.

Papa Giovanni Paolo II, in questa udienza, ci invita a rileggere il brano degli Efesini non da soli, ma alla luce di tutto ciò che Gesù ha detto sul corpo, sull’amore e sulla redenzione. La teologia del corpo ci insegna che il corpo umano ha un linguaggio, una verità da comunicare, una vocazione a diventare dono. Ed è proprio in questa logica del dono che il matrimonio trova la sua verità più profonda: non è possesso, non è contratto, ma alleanza. È comunione, come quella tra Cristo e la Chiesa.

Quando due sposi si amano davvero, non si limitano a convivere: diventano “una carne sola”, una cosa sola in Cristo. E in questo mistero — Paolo lo dice chiaramente — c’è qualcosa di molto più grande: un “mistero grande”, che rimanda all’unione tra Dio e l’umanità.

Questo testo è diventato un classico della liturgia del matrimonio perché dice tutto quello che serve sapere: che l’amore vero è sempre un amore che salva, che purifica, che fa crescere. Un amore che sa passare attraverso le fatiche e le ferite, ma che si nutre di un desiderio profondo di bene per l’altro.

Nel sacramento, Dio non solo benedice l’amore degli sposi, ma si dona attraverso di esso. L’amore tra marito e moglie, vissuto nella fede, diventa luogo di salvezza, strada concreta di santità, via privilegiata per imparare ad amare come ama Dio: senza condizioni, senza calcoli, fino alla fine.

lo specchio del bagno

Immagina una scena molto quotidiana: la mattina, in bagno, uno dei due coniugi si guarda allo specchio. Si lava il viso, si pettina, si prende cura di sé. E mentre lo fa, non si disprezza, non si tratta con durezza: anzi, si dedica tempo, attenzione, cura. Perché? Perché nessuno odia se stesso, ma ciascuno, anche con i suoi limiti, si ama e desidera stare bene.

San Paolo dice qualcosa di molto simile parlando del matrimonio: “Chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura”.

Qui c’è il mistero sacramentale: amare la propria moglie (o il proprio marito) è come amarsi, perché nell’unione sacramentale i due sono una carne sola. Come Cristo ama la Chiesa — cioè noi — così il marito è chiamato ad amare la moglie, e la moglie a rispettarlo come si rispetta la presenza del Signore.

Allora possiamo dire che il sacramento del matrimonio è come uno specchio spirituale: ogni volta che ti prendi cura di tua moglie o di tuo marito, stai prendendoti cura di Cristo, e anche di te stesso, perché siete una cosa sola. Quando invece lo ignori, lo umili, lo trascuri… è come se rompessi quello specchio: non solo non vedi più l’altro, non vedi più nemmeno te.

Il sacramento è uno specchio che ti fa vedere come ama Dio. Ma è anche uno specchio che ti chiama a specchiarti ogni giorno e chiederti: “Sto amando come Cristo ama la Chiesa? Mi sto donando? Sto curando, nutrendo, rispettando l’altro come parte di me?

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano. Tutto è possibile per chi crede /2

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma tu sarai chiamata Mio compiacimento
e la tua terra, Sposata […].- Isaia 62,3

Carissimi lettori, la volta scorsa ci siamo soffermati a riflettere sull’incontro tra Isacco e Rebecca narrato in Genesi e su come la Parola voglia darci indicazioni di saggezza nel ricercare un felice incontro. Inoltre abbiamo lanciato la creazione di una community WhatsApp dal titolo “Progetto Isacco e Rebecca” – clicca per entrare – che potesse raccogliere i desideri profondi di tante persone cristiane in Italia, con il sogno di incontrare altri credenti che condividano i medesimi principi e valori in tema di relazioni e soprattutto la fede.

La community viene amministrata da noi (Eleonora e Alessandro) e da Antonio de Rosa. Devo confessare che non pensavo che tale iniziativa avrebbe avuto un tale successo, ma il Signore mi ha un po’ sorpresa questa volta. Siamo arrivati a quasi un centinaio di membri provenienti da varie regioni italiane alla ricerca sia di belle amicizie, sia della persona che potrebbe essere quella giusta per loro.

Nella community cerchiamo di favorire un clima di amicizia prima di tutto tra credenti, e si sente che le basi sono già buone, perché anche solo mettere in contatto tutte queste persone favorisce il loro non sentirsi sole e isolate, cosa che succede facilmente anche nelle nostre parrocchie dove non è detto che il desiderio di un fidanzamento cristiano sia ricambiato.

Qui penso a molti giovani catechisti che purtroppo  scelgono la strada della convivenza, perché non hanno testimoni davanti a loro. I sacerdoti potrebbero forse tornare a parlare con più convinzione di queste cose, soprattutto ai giovani, senza paura di scontentare la massa, ma solo preoccupandosi di annunciare la Verità.  Chi entra nel gruppo WhatsApp si può subito rendere conto che seppure sparse nelle tante parrocchie d’Italia, persone con queste basi valoriali e che cercando  dei fidanzamenti cristiani nel 2025 esistono ancora.

CRITERI PER ENTRARE NELLA COMMUNITY:

Essere liberi o comunque aver ottenuto nullità matrimoniale alla Sacra Rota. Nella community c’è una sezione generale in cui ci sono tutti gli iscritti e due sottogruppi:

  • Senior (dai 45 anni in su);
  • Giovani (fino ai 45); ce ne sono molti e di loro esprimo un grandissimo apprezzamento per la serietà. Tanti aderiscono a movimenti di preghiera specifici e sono particolarmente inseriti nella vita delle loro parrocchie.

SOTTOGRUPPI REGIONALI:

Abbiamo creato anche sottogruppi regionali per dare modo agli iscritti di conoscere anche persone della stessa regione e organizzare autonomamente videochiamate.

ATTIVITA’:

Abbiamo organizzato una videochiamata collettiva a luglio partendo da una riflessione su un brano biblico e poi lasciando spazio alle presentazioni di tutti. E’ in programma una videochiamata collettiva al mese e più avanti ci piacerebbe organizzare un incontro in presenza, probabilmente presso un santuario. La videochiamata è stata particolarmente bella ed è stata occasione prima di tutto di scambio in amicizia tra cristiani. La testimonianza di una persona che ha perso la fidanzata a causa di una malattia ha toccato il cuore di tutti e ci siamo stretti intorno a questa sua grande sofferenza con tanto affetto e rispetto.

Dal prossimo articolo in poi ci sarà sempre uno spazio riservato al “bollettino della community Progetto Isacco e Rebecca”! L’iniziativa è completamente gratuita e noi amministratori la svolgiamo come servizio che possa essere di aiuto agli altri. Chi vuole più informazioni può scriverci a eleonoraealessandro4@gmail.com

ANELLO D’ORO

In questa seconda parte dell’articolo vorrei darvi notizia dell’esistenza di un movimento per incontri matrimoniali gestito dall’Istituto La Casa di Milano.  L’Istituto offre servizi per la famiglia e cura il progetto “Anello d’oro”, un servizio cattolico per favorire l’incontro tra persone che desiderano sposarsi e costruire un rapporto di coppia nel rispetto della dignità e della libertà individuali. Requisito essenziale per accedere al servizio è l’assenza di vincoli civili o religiosi. Le modalità di approccio si basano sul rapporto per corrispondenza nei primi contatti per poi arrivare all’incontro di persona. L’Anello d’Oro (clicca per visitare il sito) non è un’agenzia matrimoniale, anzi, richiede l’impegno personale di ricerca e di scelta fra gli iscritti.

L’Anello d’oro e l’Istituto La Casa di Milano sono nati per iniziativa di un sacerdote paolino, Don Paolo Liggeri, che ha fondato l’Istituto nel 1943, in una Milano che aveva subito i bombardamenti aerei. Il sacerdote aveva capito infatti che  era necessario prima di tutto ricostruire le famiglie prima delle case.

E’ possibile contattare il numero telefonico 02-55189202 da lunedì a venerdì tra le 11:00  e le 13:00 per avere più informazioni. Vi risponderà una delle volontarie, la gentilissima signora Teresa Zuretti. Chi vuole aderire a questo servizio dovrà versare annualmente una quota che andrà a sostegno di Istituto La Casa.

E’ possibile leggere sulla pagina web varie testimonianze di persone che si sono conosciute e poi sposate grazie a questo servizio. Lascio di seguito una delle testimonianze:

RUBRICA COLLOQUI COL PADRE – FAMIGLIA CRISTIANA

Sono la mamma di un ragazzo di 28 anni desideroso di trovare una ragazza per formare una famiglia, ma a causa del suo carattere timido per lui è un vero problema. Ho così pensato che un giornale completo come il vostro dovrebbe avere anche uno spazio per cuori solitari. Lei cosa ne pensa? Mery

Gestire una rubrica di questo genere, garantendone la serietà e l’attendibilità, è un compito troppo grande per il nostro giornale, che già offre molti servizi ai lettori. Nei Colloqui col padre, rubrica di dialogo e confronto con i lettori e tra i lettori su temi morali, religiosi e di attualità, ogni tanto si affronta anche l’argomento della ricerca dell’anima gemella, ma non è possibile fare di più. A tutti quelli che scrivono chiedendo consiglio su questo argomento lasciamo sempre l’indirizzo di un’associazione seria, cattolica, che può essere d’aiuto. L’associazione è “L’anello d’oro” e si trova presso l’Istituto La Casa. TRATTO DA FAMIGLIA CRISTIANA N. 49 / 1999

DON PAOLO LIGGERI: RIBELLE PER AMORE

Vorrei adesso spendere alcune parole per raccontarvi qualcosa sulla vita di Don Paolo Liggeri (1911-1996), fondatore di Istituto La Casa. Natonel 1911 ad Augusta, in provincia di Siracusa, lasciò presto la terra natale, perché ordinato sacerdote a Milano nel gennaio 1935, dove rimase fino alla morte. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale, Milano era al centro di retate nazifasciste contro ebrei e dissidenti politici e, dal settembre 1943, venne anche bombardata. Non solo i perseguitati, ma l’intera cittadinanza subiva le conseguenze della guerra.

Gli sfollati aumentavano e don Paolo Liggeri era intenzionato ad aiutare concretamente tutti coloro che erano in difficoltà. Per questo motivo, dopo i bombardamenti si adoperò per la costruzione di un centro di accoglienza. Così, nacque “La Casa”: un centro di assistenza sociale situato in via Mercalli, nel centro di Milano, aperto ad accogliere i più bisognosi. Divenne presto il punto di riferimento e un luogo di ospitalità non solo per chi aveva perso la propria casa durante i bombardamenti, ma per tutti i perseguitati politici e razziali. Durante questi anni,

Don Paolo Liggeri offrì personalmente rifugio a sfollati e ai giovani renitenti alla leva della Repubblica di Salò e organizzò clandestinamente la fuga e l’espatrio di molti ebrei e  antifascisti. Per queste azioni, venne arrestato dai fascisti il 24 marzo 1944 con l’accusa di aver fornito aiuto agli ebrei e ai fuoriusciti dall’esercito, proteggendoli. Dapprima fu condotto al carcere di San Vittore a Milano e poi deportato nel campo di concentramento di Fossoli, in Emilia Romagna.

Gli anni successivi fu trasferito diverse volte fino alla sua liberazione, il 29 aprile 1945, dal lager di Dachau, in Germania. L’operato di Don Paolo Liggeri per la comunità continuò anche dopo la guerra e durò fino alla sua morte. Dopo la liberazione raccolse la propria esperienza della deportazione e nei lager nel libro “Il triangolo rosso”, edito da La Casa nel 1946.  L’Istituto divenne il primo Consultorio familiare prematrimoniale e matrimoniale in Italia, accreditato alla fine degli anni ’70 dalla Regione Lombardia. Morì a Milano il 3 settembre 1996.

Lascio anche un video di approfondimento sul tema dei sacerdoti cattolici deportati nei lager nazisti, una conferenza dell’associazione ANED (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) del 2022.

Con il  racconto della vita di questo straordinario sacerdote vi salutiamo e… al prossimo mese!

Eleonora e Alessandro

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L’ “Anima di Cristo” in chiave sponsale

Il 31 luglio la Chiesa ricorda Sant’Ignazio di Loyola che, “guarda caso” è il mio Santo dell’anno. E, “guarda caso”, proprio quest’anno in cui mio marito ed io celebriamo due decenni da quando stiamo insieme. Era esattamente il 31 luglio 2005 quando ci siamo detti ti amo per la prima volta. Noi celebriamo questo giorno proprio come l’anniversario di matrimonio.

Perché tutto è iniziato quel giorno! Eravamo al Santuario di Loreto (AN) in partenza per il Festival dei giovani di Medjugorje dove, l’anno precedente, c’eravamo conosciuti. Proprio lì, sotto il manto di Maria, abbiamo affidato tutto di noi. Proprio quel giorno, come oggi. Proviamo allora a rileggere in chiave sponsale la profondissima preghiera che compose Sant’Ignazio di Loyola: “Anima di Cristo”. Nella quale tutte le invocazioni saranno modificate nel noi. Perché il noi, in ogni preghiera per coppie che si rispetti, è tanto il minimo comune multiplo quanto il massimo comune divisore.

“Anima di Cristo, santificaci. Corpo di Cristo, salvaci. Sangue di Cristo, inebriaci. Acqua del costato di Cristo, lavaci

Cristo è il centro di qualsiasi relazione di coppia che voglia essere bella, vera, totalizzante, santificante. Senza il perno su cui ruotare non andremo da nessuna parte. Potrà funzionare per un po’ ma non per sempre. L’anima, il corpo, il sangue e l’acqua del costato di Gesù sono il fondamento del matrimonio cristiano. Corpo e sangue di cui li sposi si cibano e si dissetano durante il rito, promettendosi amore eterno, cure reciproche e fedeltà, davanti a Dio e agli uomini. È in quel momento che anche loro diventano sacerdoti, sacerdoti dell’amore umano come riflesso di quello trinitario. Perché non sarà sempre tutto bello; e allora, senza anima, corpo, sangue e acqua del costato di Gesù, come potrà salvarsi la coppia?

Passione di Cristo, confortaci. O buon Gesù, esaudiscici. Dentro le tue ferite nascondici. Non permettere che noi ci separiamo da te

Ecco che, passata la luna di miele, s’affacciano i primi problemi, le prime discussioni, le prime delusioni. Senza Cristo, chi ce lo fa fare di rimanere insieme? «Perché dobbiamo soffrire se possiamo avere un’alternativa di felicità?». «La vita è breve, va goduta! Non passata a inseguire un sogno che non esiste. O che, al contrario, si è trasformato in un incubo». «E’ stato un errore sposarti! Con un altro/un’altra sarò di nuovo felice». Quante brutte tentazioni! Quante provocazioni pericolose il nemico insidia nel cuore! E quanta ancor più grande tristezza se si cade in esse! Ecco perché è proprio la Passione di Gesù a venire in soccorso agli sposi. Nella sua amara agonia, negli insulti, negli schiaffi, nella flagellazione, negli sputi, nella barba strappata, nella coronazione di spine, nel peso della croce, nella salita al Calvario, nelle cadute, nel fianco squarciato dalla lancia, c’eravate voi. C’eravamo noi, carissimi sposi di ieri, di oggi e di domani! Carissimi sposi di sempre e per sempre! Gesù ha sofferto ed è morto anche per noi, per ciascuno di noi, per ciascuno dei nostri noi sponsali. Nascondiamoci nelle Sue ferite. Solo così non saremo mai separati: né da Lui né tra di noi.

Dal nemico maligno difendici. Nell’ora della mia morte chiamaci. Comandaci di venire a te, perché con i tuoi Santi noi ti lodiamo. Nei secoli dei secoli. Amen

Sì: la bella, magnifica, rivoluzionaria e stratosferica notizia è che l’amore coniugale salva e porta in Cielo! Con lo scudo di Cristo che ci difende, il nemico indietreggia e se ne va. Ma la “buona battaglia” va combattuta ogni giorno, scegliendo Dio e il coniuge ogni giorno. Ogni mattino quando ci svegliamo. Ogni momento della giornata, nelle scelte decisioni come in quelle più grandi. Ogni sera quando andiamo a letto. Ogni momento, riprendendo questo ogni giorno, sempre, senza stancarsi, senza paura. Perché il matrimonio salva. Il marito può e deve salvare la moglie. E la moglie può e deve salvare il marito. Impegnandosi ogni giorno con rispetto, spirito di servizio, gioia, speranza, felicità, soddisfazione. Cristo chiama gli sposi a essere missionari dell’amore in una società che ne ha disperatamente bisogno. Cristo chiama gli sposi nell’ora della morte, comandando loro di venire da Lui a lodarlo insieme ai Santi. Ma questa santità, questo desiderio di santità, questa voglia di santità, bisogna averla fin dalla terra. Bisogna averla fin da quaggiù. Bisogna averla dalla prima volta che di diciamo ti amo. Bisogna averla dal giorno del sì fino all’ultimo che ci concederà il Signore. Allora, la vita, non sarà che l’anticipo del domani glorioso cui siamo chiamati. Insieme. “Nei secoli dei secoli. Amen“.

Fabrizia Perrachon

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Mi darai una mano fondamentale nel sostenere tutte le mie numerose attività di evangelizzazione e diffusione della speranza cristiana. Grazie davvero dal profondo del cuore! Fabrizia

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Sarà davvero un Sigillo sul vostro Cuore

Abbiamo deciso di scrivervi con il cuore in mano. Perché quello che vi proponiamo non è semplicemente un “corso” per coppie. È un’esperienza. È un dono. È un sigillo sul cuore. Luisa ed io ci crediamo profondamente, perché questa proposta ha cambiato il nostro matrimonio. E oggi, dopo più di 10 edizioni, siamo ancora più certi che sia uno strumento prezioso per tante coppie, sposi e fidanzati, che desiderano vivere l’amore in modo pieno, felice, vero.

Viviamo immersi in mille impegni, affanni, corse. E a volte, senza accorgercene, perdiamo la meraviglia. Dimentichiamo che essere uomo e donna è una grazia, e che il nostro amore è un riflesso della bellezza di Dio. Ma come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.” (Redemptor Hominis, 10)

Ecco perché questo weekend è pensato per aiutarvi a riscoprire l’amore, a partire dal corpo, dal linguaggio degli sguardi, dei gesti, dell’intimità. Senza paura, senza tabù, con delicatezza, profondità e verità. Parleremo di amore e di tenerezza, di perdono e di desiderio, di liturgia e di piacere, di amplesso, di servizio e di libertà.

Lo guideremo noi, insieme ad altre quattro famiglie e a un sacerdote meraviglioso, padre Luca Frontali, esperto in teologia del matrimonio, laureato all’Istituto Giovanni Paolo II e formatore di Mistero Grande. Con noi anche una ginecologa cattolica, per accompagnare le domande più intime con competenza e rispetto.

Ma cosa rende questo corso unico? Affrontiamo ciò che troppo spesso la Chiesa trascura: il corpo, la sessualità, l’unità sponsale vissuta nella carne. Perché come ricorda papa Francesco: “Il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Anche la sessualità, il corpo, l’erotismo sono un dono di Dio, non un tabù.” (Amoris Laetitia, 74)

La sessualità non è solo un aspetto della vita di coppia: è il suo cuore pulsante, il luogo dove si rinnova il sacramento, dove ci si dona tutto, corpo e anima. E quando è vissuta alla luce della fede, diventa una vera liturgia dell’amore. Sì, perché l’amplesso, vissuto in grazia e verità, è un gesto sacramentale che unisce, guarisce, genera e rinnova. Vogliamo lasciarvi con alcune testimonianze che ci hanno profondamente toccati.

Terry, con le lacrime agli occhi, ci ha detto:

Attraverso il corso ho riscoperto la bellezza del sacramento e del mio sposo. È come se mi fossi risposata di nuovo.

Un’altra sposa, dopo un momento personale con Luisa, ha condiviso:

Abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi consigli. È stato meraviglioso. Ora sappiamo da dove partire.

Ecco cosa ci ha scritto Chiara, mamma di due bambini, dopo il corso:

Mi sentivo distante da mio marito, come se fossimo diventati coinquilini. Durante il weekend ho capito che la nostra intimità non era sbagliata, era solo smarrita. Parlarne insieme, alla luce della Parola e con voi accanto, ci ha ridato coraggio. Dopo anni, l’ho sentito di nuovo mio.

Giovanni e Marta, sposati da vent’anni, ci hanno confidato:

Pensavamo di venire per fare un’esperienza spirituale, ma ci siamo ritrovati nel corpo e nell’anima. Le vostre parole sull’amplesso come sacramento ci hanno toccato così tanto che ci siamo chiesti: ‘Ma perché nessuno ce l’ha mai detto così?’”

E infine, le parole semplici e vere di Davide:

Sono venuto un po’ per accontentare mia moglie. Ma poi, ascoltando gli insegnamenti e soprattutto guardandola mentre pregava con me, ho sentito una tenerezza nuova. Abbiamo fatto pace. Col cuore e col corpo.

Noi siamo certi che Dio abita nella verità del nostro amore umano, anche nelle sue fragilità. E come diceva don Luigi Maria Epicoco: “Dio non ha scelto di amarci in modo disincarnato, ma attraverso un corpo, attraverso una presenza viva e concreta.

Quindi: perché aspettare? I posti sono limitati. E la bellezza non va rimandata, va abbracciata. Perché la bellezza è il volto visibile dell’amore e il nostro cuore non desidera altro che essere amato così, fino in fondo.

Il corso è aperto a coppie di sposi, conviventi e fidanzati e si terrà dal 19 al 21 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme (BS). Se avete bambini potete portarli. Per informazioni o iscrizioni scriveteci, saremo felici di rispondervi: Antonio 3388575865

Clicca qui per andare alla pagina con tutte le informazioni. Ci vediamo lì. Con gioia. Con amore. Con la promessa che sarà davvero un sigillo sul vostro cuore.

Antonio e Luisa

Protetti di qua, liberi di là.

Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo (Disc. 25, 1; CCL 103, 111-112) «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5, 7); dolcissima è questa parola «misericordia», fratelli carissimi, ma se è già dolce il nome, quanto più la realtà stessa. Sebbene tutti vogliano che nei loro confronti si usi misericordia, non tutti si comportano in modo da meritarla. Mentre tutti vogliono che sia usata misericordia verso di loro, sono pochi quelli che la usano verso gli altri. O uomo, con quale coraggio osi chiedere ciò che ti rifiuti di concedere agli altri? Chi desidera di ottenere misericordia in cielo deve concederla su questa terra. Poiché dunque tutti noi, fratelli carissimi, desideriamo che ci sia fatta misericordia, cerchiamo di rendercela protettrice in questo mondo, perché sia nostra liberatrice nell’altro. C’è infatti in cielo una misericordia, a cui si arriva mediante le misericordie esercitate qui in terra.[…]

L’Ufficio delle letture di oggi ci propone la lettura di un brano di questo santo che va dritto al punto senza troppi giri di parole. Naturalmente non possiamo esaurire il tema della misericordia in poche righe, ma ne tratteremo un piccolo aspetto che riguarda il perdono.

Prima di addentrarci in questo delicato aspetto dobbiamo fare una premessa importante sulla misericordia, intesa come La misericordia per eccellenza, cioè Dio stesso: il perdono è un frutto della misericordia, esso non esaurisce tutta la misericordia, ne esplicita un aspetto; nel linguaggio comune, anche quello del nostro omileta di cui sopra, la parola misericordia è intesa proprio nella sua accezione di perdono.

Senza entrare nel filosofico, ci basti pensare che Dio ci perdona poiché è misericordioso, ovvero la sua misericordia anticipa il perdono, Egli ci perdona poiché vede nel profondo del nostro cuore e quindi conosce le nostre miserie e, compatendole, è pronto a perdonarci a patto che noi riconosciamo il nostro peccato, a patto di fare il famoso “mea culpa”; per esempio il risveglio della coscienza è un altro atto di misericordia da parte di Dio, a noi la decisione di accettarla o meno.

Tornando all’accezione di perdono, san Cesario ci rimprovera ricordandoci che quando ci viene usata misericordia ne siamo grati, mentre quando si tratta di usarla nei confronti degli altri siamo un po’ più restii, per usare un eufemismo.

Se siamo davvero sinceri, dobbiamo ammettere che quando riceviamo misericordia, a volte riusciamo ad accoglierla con umiltà e a riconoscere i nostri errori. Ma spesso, più che riceverla con gratitudine, finiamo per pretenderla. Ci rifugiamo nella nostra fragilità, nella nostra miseria, in mille attenuanti, che tra l’altro ci siamo procurati da soli con molta scaltrezza, tanto da mettere l’altro nella posizione di doverci perdonare quasi per forza. E se non lo fa subito, lo facciamo sentire in colpa, come se la sua mancata misericordia fosse un’ingiustizia.

Cari sposi, il perdono è un punto chiave nel matrimonio, senza di quello non si va molto lontani in due, si corre il rischio di camminare in una relazione zoppa, dove l’uno è sempre perfetto e l’altra è sempre manchevole, oppure dove l’una è sempre quella che usa misericordia e l’altro è sempre quello che la deve ricevere perché sbaglia a priori, e molti altri esempi simili.

Ma san Cesario ci mostra la via d’uscita, praticamente ci spiega quale tipo di investimento dobbiamo fare per il nostro futuro: Chi desidera di ottenere misericordia in cielo deve concederla su questa terra. Se in questa terra ci è di protezione, nell’altro mondo ci sarà liberatrice. Quindi lo slogan da tenere a mente è: protetti di qua e liberi di là.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina

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Quando il sogno cade, l’amore può finalmente nascere

Si conclude il quarto poema, e in esso troviamo uno degli insegnamenti più preziosi per la nostra vita di coppia. L’uomo e la donna del Cantico, in fondo, siamo proprio noi. Sono trascorsi millenni, viviamo in epoche e contesti culturali molto diversi dai loro, eppure portiamo nel cuore gli stessi desideri, e attraversiamo le stesse dinamiche d’amore, di attesa, di incontro e di distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è un momento nella vita di ogni coppia in cui il sogno si rompe. Non è un fallimento. È un passaggio. Ed è sacro.

All’inizio dell’amore tutto è meraviglia. Ci si guarda e si pensa: “Siamo perfetti insieme. Finalmente ho trovato chi mi capisce, chi mi completa.” È la stagione della simbiosi. Un tempo dolce, appassionato, che serve per stringere il legame, per sentirsi finalmente a casa. Ma non può durare per sempre.

A un certo punto, qualcosa cambia. Uno dei due inizia a sentire che l’altro non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Che non reagisce come ci si aspetterebbe. Che non sempre capisce, non sempre sostiene, non sempre è lì dove lo si desidererebbe. Nasce la distanza, il senso di estraneità. È il tempo della differenziazione. E può fare male.

Io l’ho vissuto questo passaggio con Luisa, anche se ci abbiamo messo tempo a riconoscerlo. All’inizio, pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi. Pensavo che, semplicemente, bastava volerci bene. Poi sono arrivate le fatiche, le differenze, le incomprensioni. E mi sono accorto che l’immagine che avevo di lei era mia, non sua. E che il sogno che avevo costruito era fatto della mia storia, delle mie ferite, delle mie aspettative.

Solo quando il sogno cade, può nascere la verità.

Come dicono i coniugi Gillini, arriva per tutti quel momento in cui bisogna lasciar cadere l’immagine idealizzata dell’altro. Quel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto non è lì per colmare il nostro vuoto, ma per accompagnarci nel cammino della vita.

Ed è un momento difficile. Perché quando il sogno cade, si fa silenzio. Si avverte un vuoto. A volte si ha la tentazione di fuggire, di pensare: “Forse ho sbagliato persona.” Ma è proprio lì che comincia l’amore vero. Quello che non chiede di essere corrisposto in tutto, ma di essere donato. Quello che non cerca l’ideale, ma abbraccia la realtà.

È la fase della sperimentazione. Si impara a stare accanto all’altro senza perderci dentro, senza annullarci per piacere, senza forzare l’altro a essere ciò che non è. Si impara a dire: “Io sono io, tu sei tu. Eppure scelgo di restare.” Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore non è l’ebbrezza del cuore, ma la decisione della volontà. È stare anche quando il cuore trema, è scegliere anche quando l’altro non corrisponde.”

E proprio in questo tempo – fragile, vero, autentico – si può rinascere. È il momento in cui si inizia davvero a chiamare l’altro per nome, nel senso più profondo e biblico del termine. Non solo “Antonio” o “Luisa”, ma “tu, con la tua storia, con le tue ferite, con la tua bellezza concreta.”

È il tempo del riavvicinamento. Si torna a cercarsi, ma con occhi nuovi. Non per possedere, non per completare un’idea, ma per condividere il cammino. Si smette di pretendere e si comincia a custodire.

E lì, davvero, l’amore matura. Diventa interdipendenza. Non fusione, non dipendenza, non isolamento. Ma una danza in cui ciascuno può essere sé stesso, pur restando in relazione. Come scrive Papa Francesco in Amoris Laetitia: “Ogni persona, con la propria identità, diventa un dono per l’altra.”

Questo cammino non è sempre lineare. A volte si ricade, a volte si torna indietro. Ma ogni passo fatto insieme, anche quelli più faticosi, costruisce una relazione più forte. E ci si accorge che l’altro, con tutti i suoi limiti, è un dono prezioso. Non perché è perfetto, ma perché è reale.

L’amore non è una favola, ma è più bello della favola

Viviamo in un tempo che ci ha insegnato a rincorrere l’immagine perfetta: la casa in ordine, i figli sempre sorridenti, il partner che sa sempre cosa dire e quando dirlo. Ma la realtà è un’altra. La nostra famiglia è fatta di imperfezioni, di imprevisti, di giorni no. Ma è vera. E proprio per questo, è più bella della pubblicità.

Scrive il terapeuta cattolico Michele Ferraro: “La coppia non è fatta per essere perfetta, ma per diventare sempre più vera.” E io ringrazio Dio perché con Luisa abbiamo attraversato quel passaggio. Perché abbiamo visto il sogno cadere, ma non ci siamo lasciati. Perché abbiamo imparato ad amarci non per come eravamo nella testa, ma per come siamo, nella realtà.

Se stai attraversando questo tempo di crisi, se senti che l’altro non è più quello che avevi sognato, non spaventarti. Forse è proprio questo il momento più importante. È la soglia dove finisce l’illusione… e comincia l’amore vero. Non è facile. Ma è possibile. E quando si attraversa insieme questa piccola morte, si rinasce. Non si ama più per bisogno, ma per scelta. Non per quello che l’altro ci dà, ma per quello che è.

E a quel punto, ci si guarda davvero negli occhi. E si può dire, finalmente: “Io ti vedo. E ti amo.”

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono intercessori come Abramo

Cari sposi, oggi la Chiesa ci offre una Parola strutturata mettendo in parallelo due brani: il dialogo drammatico tra Dio e Abramo sulla sorte di Sodoma e la risposta di Gesù alla richiesta di un discepolo su come pregare. Che hanno in comune questi episodi? Si può dire che il Signore oggi vuole approfondire con noi il modo con cui preghiamo e soprattutto l’atteggiamento che soggiace alla nostra preghiera.

Vediamo nella prima lettura una conversazione alquanto strana: qui Dio sembra “cedere” alle richieste di Abramo, riducendo gradualmente il numero di giusti necessari per salvare la città, come se Egli fosse debole e facilmente influenzabile. Ma in realtà, niente di tutto ciò, difatti la Chiesa interpreta questo brano non come un segno di passività da parte di Dio ma come una rivelazione della misericordia divina e dell’importanza dell’intercessione. Dio è giusto al tempo stesso che misericordioso e riesce a trovare l’equilibrio per non distruggere il giusto con l’empio. A questo riguardo dice San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 4) che Dio non può cambiare idea ma semmai si esprime in un linguaggio umano, ragion per cui l’apparente “negoziazione” mostra che la Sua misericordia prevale sulla giustizia ma senza contraddirla.

E poi, perché Abramo si prende tutta questa libertà? Perché lui anzitutto si fida oltremodo di Dio. Così facendo, egli rivela essere una prefigurazione profetica di Cristo, l’Intercessore per eccellenza a favore dei peccatori di tutti i tempi. Già si intravede, perciò, un tratto del Vangelo, difatti tutto il colloquio avviene con grande libertà e umiltà da parte di Abramo, ragion per cui Dio ne accetta le richieste, mostrando una relazione personale e non meccanica con l’uomo. Ecco allora che emerge il grande potere dell’intercessione, una delle più alte forme di preghiera perché ci rende simili al Cuore di Cristo, come insegna il Catechismo: “L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù” (CCC 2634).

Quella di Abramo è una preghiera umile, insistente, coraggiosa, ambiziosa… che tocca il cuore paterno di Dio e per grazia ottiene il frutto. Ma in tutto ciò sorgono comunque domande profonde: se Dio sa tutto ciò di cui ho bisogno, perché non me lo dà e punto? Perché mai ho bisogno io di chiederGlielo? E inoltre: perché mettere in mezzo in una persona piccola e fallibile come tutti gli altri? Non era meglio se Dio fosse intervenuto direttamente senza tanti fronzoli? La scena evangelica, con i due esempi fatti da Gesù, è assai eloquente e profonda, perché svela, con parole semplici e riferimenti concreti, come la pensa Dio e come è il Suo Cuore. Egli cerca un rapporto personale con ciascuno di noi. Ogni persona non è un birillo da spostare a suo piacimento ma un essere con dignità infinita e che Egli vuole servire e con cui vuole tessere una relazione vera.

Ma c’è un’altra verità sbalorditiva: il Signore desidera compiere il bene in modo che sembri opera nostra, farina del nostro sacco. Dio, per così dire, si cela normalmente dietro le nostre azioni perché ci ama e perché vuole che il Suo Amore pervada la nostra vita, abbellendola e innalzandola. Per questo, sempre S. Tommaso afferma: “A Dio compete comunicare la sua bontà alle creature non solo nel fatto che esse ricevono la bontà, ma anche nel fatto che la trasmettono ad altre” (Summa Theologiae, I, q. 103, a. 6). Questo significa che la mediazione delle creature (ad esempio, degli angeli, dei santi, degli uomini giusti come Abramo) non sminuisce la potenza divina ma la esalta, perché Dio le rende collaboratrici della sua Provvidenza.

A questo punto, il riferimento a voi sposi è molto più immediato. Sodoma può anche essere il coniuge indurito, chiuso, lontano e l’altro è chiamato, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento, ad essere quell’intercessore che, come Abramo, cerca di smuovere il cuore di Dio. Lo dico pensando a tante belle testimonianze che il Signore mi ha regalato, nel mio percorso sacerdotale, di coppie così in cui ad un certo punto uno ha dovuto remare di più a favore dell’altro. E anche davanti a comportamenti gravi, non si è posto come giudice ma, alla stregua di Abramo, ha imboccato la via della misericordia. In un mondo che insegna “ti amerò finché dura” oppure “ti vorrò bene finché te lo meriti”, voi sposi avete il grande dono e la possibilità di predicare con la vita che una casa, una famiglia si può reggere solo grazie a questo stile di vita, di preghiera reciproca, di misericordia.

Vorrei concludere con un passaggio di Papa Benedetto, che ci regala un approfondimento proprio sulla figura spirituale di Abramo: “Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr. Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini” (Udienza 18 maggio 2011).

ANTONIO E LUISA

Spesso preghiamo perché nostro marito o nostra moglie cambi, diventi più affettuoso, più presente. Ma il primo cambiamento da chiedere è nel nostro cuore: diventare noi, con la grazia di Cristo, fonte di amore gratuito. È questo amore che può toccare e trasformare l’altro. Io ringrazio Dio perché Luisa ha fatto proprio questo: non ha cercato di cambiarmi, ma mi ha amato così com’ero. E quell’amore ha cambiato il mio cuore. È la forza silenziosa del Vangelo vissuto. Quando uno dei due ama così, senza pretese, diventa via di salvezza per l’altro. E l’amore, quello vero, rifiorisce.

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Gesù, guida consapevole: moltiplicare l’amore con ordine e compassione

Dopo il secondo passo compiuto sabato scorso, dove abbiamo trattato le emozioni e i sentimenti, oggi entriamo nel terzo modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è Gesù che ci insegna cosa significa essere leader, come guidare gruppi con amore e verità. Nel racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44 e paralleli), troviamo un’immagine potente di Gesù come leader autentico, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, senza perdere mai il centro. Non si limita a compiere un miracolo: organizza, coinvolge, ascolta, nutre.

Dopo un’intensa attività apostolica, i discepoli tornano da Gesù stanchi e carichi. Egli li accoglie con compassione e propone: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. È il primo gesto da vero leader: riconoscere il bisogno di cura di chi lavora con te. Ma la folla li segue. E Gesù non si infastidisce: “Vedendoli, ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore”. Così decide di fermarsi, accoglierli, e insegnare.

Poi, nel tardo pomeriggio, emerge un bisogno pratico: hanno fame. I discepoli reagiscono con logica difensiva: “Congedali, vadano nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù no: “Date voi stessi da mangiare a loro”. Non è solo una richiesta, è una chiamata a responsabilità. È un modo per far crescere i suoi discepoli, coinvolgendoli nella soluzione.

A questo punto, Gesù organizza. “Fateli sedere a gruppi di cinquanta e di cento”. Non c’è fretta né confusione. Ogni cosa ha un ordine. I pani e i pesci non vengono moltiplicati a caso, ma passano di mano in mano, con fiducia e cooperazione. Il miracolo avviene dentro una struttura condivisa. Nessuno è lasciato solo. Tutti ricevono.

La lezione per noi: guidare con equilibrio e consapevolezza

Questo episodio ci offre una mistagogia concreta su come vivere relazioni e responsabilità in modo maturo e fecondo. Chi guida un gruppo — una famiglia, un’équipe, una comunità — spesso si trova a fronteggiare bisogni divergenti, emozioni intense, dinamiche complesse. Gesù ci mostra come farlo con equilibrio, discernimento e compassione.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, possiamo leggere questo episodio in chiave formativa:

  1. Stato dell’Adulto attivo – Gesù non agisce per reazione, ma valuta, osserva, sente e decide in modo lucido. Riconosce i bisogni (riposo, cibo, ascolto) e li gestisce in modo realistico. L’Adulto è la parte di noi capace di fare scelte fondate sui dati di realtà, e non sull’ansia o sulle aspettative.
  2. Genitore nutriente e normativo integrato – Gesù sa accogliere (compassione) ma anche dare limiti (organizza i gruppi, chiede ai discepoli di agire). Non si lascia manipolare né fagocitare: è presente, ma non travolto.
  3. Coinvolgimento e corresponsabilità – “Date voi stessi da mangiare a loro” è un invito a passare da spettatori a protagonisti. I discepoli devono imparare a non delegare tutto, ma a mettersi in gioco con ciò che hanno: “Cinque pani e due pesci”. Poco, ma dato con fiducia, diventa moltissimo.
  4. Ordine e struttura – Organizzare per gruppi significa non perdere nessuno, dare forma all’insieme, permettere che tutti possano essere visti e raggiunti. È la base di una leadership che costruisce appartenenza e visione comune, e non solo obbedienza o efficienza.

In relazione con te: diventare pane spezzato

Nel nostro percorso, “In relazione con te”, impareremo anche questo: gestire gruppi e relazioni con uno stile che integri compassione, fermezza e intelligenza relazionale. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni impulsive o sbilanciate a relazioni autentiche, generative, ordinate. Come Gesù, saremo invitati a diventare pane spezzato per gli altri, ma senza svuotarci. Al contrario: condividere moltiplica. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Amare o Possedere? Due modi opposti di stare in relazione

C’è un amore che non è amore, anche se usa le sue parole. È un amore che stringe, che controlla, che dice “ti amo” ma in realtà intende “sei mio”. È l’amore che nasce non dalla pienezza, ma dal vuoto; che non vuole l’altro così com’è, ma lo desidera come vorrebbe che fosse. È l’amore che nasce dal Bambino Interiore ferito che, non avendo ricevuto abbastanza amore gratuito, prova a procurarselo forzando l’altro a darglielo, a corrisponderlo, a non andarsene. Non è amore: è dipendenza emotiva, fame affettiva, bisogno travestito da passione.

Questo tipo di legame nasce quando vogliamo plasmare l’altro a nostra immagine, come se fosse un prolungamento del nostro sé. Lo vogliamo simile, disponibile, prevedibile, modellabile. Non sopportiamo le sue differenze, le sue libertà, le sue sorprese. In Analisi Transazionale diremmo che la relazione è inquinata da copioni disfunzionali: il Genitore Critico prende il controllo e giudica, oppure il Bambino Adattato pretende e si sottomette per paura di essere abbandonato. È un amore che non libera, ma incatena. L’altro non è un dono, ma un mezzo per riempire il mio vuoto.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “Ci sono amori che non amano, ma consumano. Ti stanno addosso come catene, e tu li chiami passione. Ma non è fuoco che scalda, è fuoco che brucia.” Queste parole risuonano vere in tante relazioni oggi: ci si ama senza essersi mai veramente incontrati, perché l’altro è stato ridotto a uno specchio deformante dei nostri bisogni. Si chiede all’altro di colmare ciò che solo Dio può riempire. Si chiama amore, ma è idolatria.

L’amore vero, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro movimento. Nasce non dal vuoto, ma dalla pienezza. Non cerca di modellare l’altro, ma di lasciarsi modellare da Dio. È un amore libero, che non pretende, che non trattiene. È l’amore di chi ha fatto esperienza di essere amato così com’è, e allora può amare l’altro senza volerlo cambiare. È un amore adulto, generato dal nostro Adulto interiore: quello che è presente, consapevole, responsabile. Un io che ha imparato a riconoscere i propri bisogni senza farli pagare all’altro.

In questa logica, l’amore è dono, non possesso. “Amare è lasciar essere l’altro, custodendo la sua libertà anche quando ci costa”, scrive ancora Epicoco. Ed è proprio così: l’amore che nasce da Dio è un amore che sa aspettare, che sa fare un passo indietro, che sa morire a sé stessi per far vivere l’altro. È un amore che si inginocchia, non per sottomettersi, ma per servire.

Il vero amore è sempre un’uscita da sé. È il contrario del bisogno. È entrare nella relazione portando un cuore già abitato da Qualcuno. Quando ci lasciamo amare da Dio, la nostra sete non diventa più una trappola per l’altro, ma una sorgente che disseta anche lui. In Analisi Transazionale, potremmo dire che si attiva un dialogo Adulto-Adulto: due persone libere, capaci di dirsi la verità, di sostenersi, di lasciarsi libere, anche nel dolore.

Ecco la grande differenza: o amo per bisogno, e allora divento tiranno, oppure amo per sovrabbondanza, e allora divento dono. O cerco nell’altro la mia salvezza, e finisco per perderlo, oppure la ricevo da Dio e posso finalmente amare l’altro nella sua verità.

L’amore vero non ha paura della libertà, perché sa che non può essere estorto, solo accolto. È l’amore che non dice: “Sii come voglio io”, ma “Sii te stesso, e io imparerò ad amarti ogni giorno”. È l’amore che sa benedire anche la distanza, anche il silenzio, anche le stagioni difficili. Perché non ha bisogno di vincere, ma solo di restare fedele.

Alla fine, ogni relazione è una scelta: voglio che l’altro mi appartenga, o voglio appartenere insieme a lui a Qualcuno che ci plasma entrambi? Solo il secondo amore è capace di durare. Perché è già eterno. E questo non è solo un ideale da predicare: è una verità che ho sperimentato nella mia carne, nel mio matrimonio con Luisa.

All’inizio, lo confesso, ero un tiranno. Avevo bisogno di lei, disperatamente. Non la vedevo per quella che era, ma per ciò che volevo che fosse: una presenza costante, prevedibile, capace di calmare i miei vuoti, di rassicurare le mie fragilità, di placare le mie paure. E quando non lo faceva, quando non corrispondeva al copione che avevo scritto nella mia testa, arrivavano i silenzi, le ripicche, i giudizi. Ero un bambino che chiedeva amore ma lo faceva come un re offeso, ferendo e chiudendosi.

Poi qualcosa è cambiato. Anzi, Qualcuno ha iniziato a cambiarmi. Ho iniziato a lasciarmi amare da Dio. A lasciarmi guardare da Lui nel mio disordine, senza sentirmi sbagliato. A poco a poco, il mio cuore si è allargato, e il bisogno è diventato dono. Ho cominciato a vedere Luisa, finalmente, non più come una protesi del mio ego, ma come un mistero da accogliere. E ogni giorno sto imparando, a volte con fatica, a non pretendere, a non usare il silenzio come punizione, a restare anche quando l’altro non mi riempie come vorrei.

Oggi, posso dire che sto imparando ad amare davvero. E ogni passo in più che faccio in questo cammino, mi conferma che il vero amore non è conquistare l’altro, ma convertirsi ogni giorno per essere degni della sua libertà.

Antonio e Luisa

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Benedetta Crisi!

Siamo Diego e Nadia e siamo sposati da 31 anni, abbiamo 2 figli di 29 e 25 anni. Per esperienza possiamo dire che la vita insieme non è facile. Anche noi, come tante altre coppie, ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare una crisi di relazione profonda. Vorremmo qui testimoniare quanto per noi l’impegno quotidiano sia stata la chiave per rimanere uniti, per ritrovare un amore che sembrava perduto.

I primi anni di matrimonio sono stati una scoperta continua, parlarsi e capirsi veniva facile e non c’erano incomprensioni. Tra noi c’era complicità ed entusiasmo. Poco alla volta i problemi e le fatiche quotidiane hanno reso meno spontaneo il dialogo e sono iniziati i primi conflitti. Pian piano tutto divenne motivo di scontro, sembrava talvolta di non essere più quelli di prima.

Abbiamo dato per scontato l’amore e finto che andasse tutto bene, mettendo davanti al matrimonio la casa, il lavoro, lo sport, i figli, per ultima la nostra relazione. E’ così che ci siamo allontanati sempre più, fino addirittura a tradirci. Tutto sembrava perduto e impossibile da rimediare, ma Dio non ci aveva abbandonato: un giorno ci fu indicato il percorso di Retrouvaille. Era l’ultima possibilità.

Partecipammo al weekend, dubbiosi e confusi ma, lì si accese una luce che non credevamo di poter vedere. Se altre coppie ce l’avevano fatta, forse anche noi avremmo potuto rinascere! E se fino ad allora non avevamo costruito, ora potevamo iniziare a farlo. Abbiamo deciso di non mollare. Entrambi avevamo il desiderio di ricostruire la nostra relazione ed entrambi abbiamo preso la decisione di impegnarci.

Certo, all’inizio l’impegno era un problema, una vera fatica, perché le ferite ancora sanguinavano e facevano male. Ma Retrouvaille ci ha fornito gli strumenti per ricostruire, partendo dal dialogo e l’ascolto, come gestire in maniera sana i nostri conflitti, il perdono, il ridarsi fiducia. Non siamo “studenti” modello, anzi molte volte ci siamo trovati impreparati ma abbiamo avuto fiducia nel programma e nelle coppie che ci hanno sostenuto lungo il cammino, quando siamo inciampati ed eravamo sconfortati.

Il tempo ha aiutato a consolidare i comportamenti positivi, l’impegno quotidiano ha aiutato a modificare anche gli atteggiamenti. Con pazienza e perseveranza abbiamo visto il nostro rapporto cambiare. Ora siamo carichi e pieni d’entusiasmo, come quando parti per le tanto desiderate ferie verso una meta da sogno. Siamo consapevoli che il risultato per una buona relazione, è dato dalla nostra volontà di impegnarci.

Ad oggi siamo una coppia attiva in Retrouvaille, doniamo la nostra storia perché possa essere un aiuto a chi desidera e vuole uscire da una crisi. In questi anni di servizio ci siamo accorti che sempre più emerge anche nel rapporto di coppia la mentalità “usa e getta”, che fa credere che non serve stare nella crisi e che la separazione risolve un rapporto che appare imperfetto.

Vediamo molte unioni finire di fronte ai primi problemi e difficoltà di comprensione, di comunicazione, ma soprattutto dicono di essere in crisi perché non provano più il sentimento d’amore iniziale. Così, si dichiarano stanchi, convinti che non ci sia amore e si chiedono, perché far tanta fatica per stare insieme? Noi abbiamo capito che la crisi è un’opportunità: per crescere nella relazione, per trasformare il sentimento d’amore iniziale in un sentimento d’amore più profondo e maturo. Ci è voluto un impegno quotidiano, anche contro-voglia talvolta; nella società odierna molti vedono l’impegno come un problema.

Dovete crederci, impegnarsi è la soluzione. Abbiamo pregato insieme. Quando ancora non riuscivamo ad avere un buon dialogo, era il rosario che ci univa. Abbiamo ritrovato la fede ed una energia nuova. Abbiamo sperimentato in questo percorso che la nostra crisi è stato un mezzo per ricostruire una relazione nuova, più forte e soprattutto per riscoprire Dio che ringraziamo per essere in comunione tra di noi e con Lui.

Nadia e Diego (Retrouvaille Italia)

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I sacerdoti mi dicono che devo compiacere mio marito

Oggi voglio condividere con voi la richiesta di una moglie che mi ha profondamente toccato. Nelle sue parole ho colto una grande tenerezza, ma anche tanta confusione. Non sa come orientarsi, e ciò che più mi addolora è che alcuni sacerdoti, anziché aiutarla a fare luce, l’hanno confusa ancora di più. Lei sente nel cuore dov’è la verità, ma chi le sta intorno la spinge verso scelte che non le appartengono, che non sente giuste, e che – con coraggio – rifiuta.

Molti sacerdoti mi dicono che la sessualità tra marito e moglie può comprendere anche sesso anale e rettale per compiacere a lui …. credimi ma io sapevo che non è così…. dov’è la verità? In attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale come mi devo comportare? Scusami se mi sono permessa di scriverti?

Carissima, grazie per il coraggio e la fiducia con cui poni questa domanda così intima. Non sei affatto bigotta, né sbagliata. La tua inquietudine è segno di un cuore che cerca la verità sull’amore, e questo è prezioso.

Ci sono sacerdoti che oggi, nel desiderio di non ferire o escludere nessuno, finiscono per dire che “tra marito e moglie tutto è lecito, purché vi sia consenso”. Ma la verità sull’amore sponsale cristiano è molto più grande e più bella di un semplice “se siete d’accordo, va bene tutto”. Quando ci si ama davvero, non basta acconsentire: bisogna domandarsi se ciò che si fa costruisce o distrugge, unisce o divide, nobilita o degrada.

La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II insegna che l’unione sessuale nel matrimonio è un linguaggio del corpo, che dice: “Io mi dono a te completamente, senza trattenere nulla, né nel corpo né nel cuore”. Ma quando si praticano atti che imitano comportamenti pornografici (come il sesso anale), spesso quel linguaggio viene stravolto. Non è più “mi dono a te”, ma diventa “ti uso per soddisfare un mio desiderio”. E questo cambia tutto.

2. Aspetti fisiologici e sessuologici: cosa dice il corpo

Anatomicamente, il corpo femminile è fatto per l’unione vaginale, che è l’unico tipo di rapporto che può coniugare piacere, apertura alla vita e comunione profonda. L’ano non è un organo sessuale: non produce lubrificazione, non ha la stessa elasticità dei tessuti vaginali, è altamente innervato per la sensibilità al dolore, non al piacere.

Il sesso anale può provocare microlesioni, infiammazioni, infezioni e, a lungo andare, problemi di incontinenza. Non sono parole da moralista, ma dati medici condivisi da molti ginecologi e sessuologi. La nostra amica Luisa, ginecologa, ci dice spesso che tante donne durante le visite piangono raccontando l’insistenza dei mariti su questo tipo di pratiche, vissute come violente, umilianti, non desiderate. Dove c’è amore, non può esserci forzatura. E non basta il consenso per trasformare un atto in qualcosa di buono.

3. Aspetti psicologici: il bisogno di “andare oltre” è un campanello d’allarme

Spesso, chi chiede al partner pratiche spinte o degradanti non è mosso dal desiderio di intimità, ma dalla noia, dalla ricerca di stimoli sempre più forti per provare piacere. È un meccanismo ben noto in psicologia, legato alla desensibilizzazione tipica dell’uso abituale della pornografia.

Quando il piacere viene scollegato dall’amore e dalla tenerezza, diventa un bisogno insaziabile, e la sessualità si svuota del suo senso più profondo. Non unisce più, ma isola. Spesso, questo circolo porta nel tempo all’insoddisfazione, all’astinenza e perfino alla rottura della relazione.

4. La verità del corpo, la bellezza dell’unità

Tu hai scritto una frase bellissima e centrale: “in attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale, come mi devo comportare?”. La tua domanda è già la risposta. Chi ama, accompagna. Ma non cede su ciò che è falso. Dire “no” a pratiche che umiliano, feriscono o degradano non è mancanza d’amore, ma il suo compimento. È difendere la bellezza del corpo e della comunione.

Può essere il momento di parlarne con chiarezza, magari anche con l’aiuto di un sacerdote che abbia a cuore il progetto di Dio sul matrimonio, o di un consulente esperto in sessuologia coniugale. Il punto non è dire: “questo è peccato, questo no”, ma riscoprire insieme una sessualità piena, tenera, creativa, che dia piacere senza mai perdere di vista l’altro come persona e non come strumento.

5. In attesa che lui cresca… non restare sola

Non portare da sola il peso di questo conflitto. Coinvolgilo con dolcezza ma anche con fermezza. Proponigli un cammino comune, un dialogo sincero, magari anche un percorso per coppie cristiane che approfondisca il significato profondo della sessualità. Se lui ti ama davvero, capirà. E se oggi non è pronto, la tua fedeltà alla verità lo aiuterà a maturare.

“La sessualità, vissuta secondo il cuore di Dio, è un linguaggio d’amore, non un luogo di sperimentazione”.

Non cedere alla paura di sembrare rigida. Sei libera di dire no a ciò che non parla d’amore, anche se oggi tanti — perfino alcuni sacerdoti — sembrano confusi. Il tuo corpo è sacro. Il tuo amore è degno di essere espresso in un linguaggio che unisce, non che divide.

E allora sì, abbi il coraggio di dire no. Non per giudicare, ma per custodire. Non per privare, ma per orientare verso un “sì” più pieno, bello e santo. E se oggi ti senti sola, sappi che non lo sei. Noi siamo con te. E Dio, che ha fatto dell’amore un sacramento, è il primo a lottare con te per questa bellezza.

Antonio e Luisa

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