La preghiera dei fidanzati

«Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi […] Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».- Lc 18

Ora che il progetto della Community Isacco e Rebecca è ormai avviato (vedi in fondo all’articolo) riprendiamo la riflessione sul fidanzamento cristiano. Al centro di questo articolo vi sarà un pensiero sulla preghiera che i fidanzati possono vivere personalmente e in coppia.

Gesù trovava sempre uno spazio più profondo per pregare e stare con il Padre, ritirandosi dalla folla e anche dai suoi discepoli di tanto in tanto. La preghiera è il respiro del cristiano e ciò che alimenta la fede, senza di essa anche quest’ultima rischia di spegnersi o di non progredire. E’ quindi necessario che i fidanzati cerchino di viverla come parte fondante della loro vita personale e di coppia.

Nei primi mesi in cui mi fidanzai, Alessandro mi invitò a riflettere su una questione non banale, ovvero quale fosse l’immagine che io avevo di Dio e se tale immagine fosse veritiera. Si era reso conto che forse non avevo proprio un’immagine completa di Dio.

In effetti mi concentravo troppo sulla rappresentazione iconografica/esteriore di Gesù (penso al bellissimo dipinto della Divina Misericordia), tendendo così a tralasciare non solo l’immagine Trinitaria, ma anche l’idea di Dio come Padre. Nella preghiera mi rivolgevo a un “bellissimo” Gesù per come è stato rappresentato nei dipinti, anche con una certa libertà artistica, tralasciando così di scendere più in profondità.

Ho imparato quindi mentre pregavo ad avere più presente anche Dio Padre e a rivolgermi a Lui con fiducia. Gesù stesso del resto ci vuole portare verso il Padre insegnandoci a rivolgerci a lui come figli e insegnandoci la preghiera del Padre Nostro! Nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 234 leggiamo:

«Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella gerarchia delle verità di fede. Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato ». 

Nel fidanzamento abbiamo imparato ad osservarci vicendevolmente a proposito del nostro stile personale di preghiera che è diverso dallo stile di preghiera di coppia dove abbiamo cercato di realizzare un’armonizzazione reciproca. Alessandro ha un modo di pregare diretto e più sintetico direi, io invece ho bisogno di un tempo maggiore e sono un po’ più prolissa. Questa diversità di stile non è stata facile da accogliere all’inizio, ma quando la sera dopo cena ci vediamo, generalmente la prima cosa che facciamo è proprio pregare insieme una o due decine del rosario oppure pregare la Compieta, in quanto la Liturgia delle ore è la preghiera comune di tutta la Chiesa. Ciò che è essenziale nella preghiera è pregare con il cuore. Ogni tanto apprezziamo scegliere qualche preghiera più specifica che riguarda proprio il cammino di fidanzamento come questa ad esempio:

PREGHIERA DEI FIDANZATI

INSIEME

Ti ringraziamo Signore del nostro amore, tuo splendido dono: ci colma di gioia profonda, ci rende simili a te che sei l’Amore, ci proietta fiduciosi nell’avventura della vita.

LEI

Ti ringrazio Signore per il dono dell’amore di  ……………(dire il nome del fidanzato) Vorrei tanto saperlo accogliere giorno per giorno nella quotidianità fatta di piccole cose e di tante preoccupazioni. Rendimi attenta alle sue ricchezze, riconoscente per la sua presenza, capace di vedere nelle sue fragilità l’occasione per amarlo ancora di più.

LUI

Ti ringrazio Signore per il dono dell’amore di…………… (dire il nome della fidanzata) vorrei essere per lei sostegno sicuro e alleato affidabile. Donami la lucidità per staccarmi dai miei pensieri e dalle mie inquietudini per farle spazio nel mio cuore e nella mente, così da incoraggiarla e sostenerla nei momenti difficili della nostra vita.

Personalmente durante la settimana cerco di partecipare alla messa feriale, generalmente una volta a settimana. Inoltre ho sempre amato particolarmente l’adorazione eucaristica. Ricordo molto bene che prima di conoscere Alessandro tante volte mentre facevo adorazione ho espresso il desiderio di conoscere la persona che il Signore aveva pensato per me. Sono stata esaudita al tempo opportuno. Tantissime grazie per noi e per gli altri passano attraverso l’adorazione eucaristica!

Un saluto e un abbraccio a tutti voi lettori, se lo desiderate scriveteci a eleonoraealessandro4@gmail.com

Eleonora e Alessandro

NOTIZIE SULLA COMMUNITY WHATS APP: PROGETTO ISACCO E REBECCA

La Community WhatsApp dal titolo “Progetto Isacco e Rebecca” raccoglie i desideri profondi di tante persone cristiane in Italia, con il sogno di incontrare altri credenti che condividano i medesimi principi e valori in tema di relazioni e soprattutto la fede. Lascio di seguito il link.

CRITERI PER ENTRARE NELLA COMMUNITY

La community viene amministrata da noi (Eleonora e Alessandro) e da Antonio de Rosa. Nella community cerchiamo di favorire un clima di amicizia prima di tutto tra credenti, e in secondo luogo  di favorire la conoscenza tra persone libere che desiderano conoscersi e vivere un fidanzamento cristiano.

Ci sono anche alcune persone che si sono rese disponibile come REFERENTI sia per il gruppo Senior sia per il gruppo giovani per aiutarci a gestire il tutto. Chiediamo SOLO alle persone non separate di entrare nel gruppo Whats app:  non è possibile entrare se si ha  un sacramento in atto. Possono entrare coloro che hanno avuto la nullità matrimoniale alla Sacra Rota.

ETA’:

Nella community c’è una sezione generale in cui ci sono tutti gli iscritti e due sottogruppi:

  • Senior (dai 45 anni in su);
  • Giovani (gruppo 20-35 anni e gruppo 35-45 anni);. Tanti aderiscono a movimenti di preghiera specifici e sono particolarmente inseriti nella vita delle loro parrocchie.

SOTTOGRUPPI REGIONALI:

Abbiamo creato anche sottogruppi regionali per dare modo agli iscritti di conoscere anche persone della stessa regione e organizzare autonomamente videochiamate.

ATTIVITA’:

Periodicamente vengono organizzate videochiamate dai referenti per gruppo Senior e gruppo Giovani. Oltre a questo verrà proposto un giorno di ritrovo in presenza (probabilmente a Firenze) nel periodo autunnale.

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Com’è dura, a volte, con lo studio dei figli …!

C’è un momento preciso, in ogni famiglia con figli in età scolastica, in cui la giornata sembra cambiare tono. È quando si rientra a casa e si apre l’argomento “compiti”. Bastano poche parole – «Hai studiato?», «Cosa hai da fare per domani?» – perché si inneschi una tensione sottile, a volte esplicita, a volte silenziosa ma comunque presente. È come se, dopo le fatiche di una giornata lavorativa, iniziasse un secondo turno: quello dell’affiancamento scolastico.

Eppure, nessun genitore parte con l’idea di diventare un insegnante a domicilio. Ma tra piani di studio, verifiche, lezioni online, recuperi e insufficienze, spesso si finisce per diventarlo. Alcuni si tuffano con entusiasmo, altri si sentono sopraffatti, altri ancora oscillano tra senso del dovere e frustrazione.

Perché, sì, con lo studio dei figli, a volte è davvero dura. Non è solo questione di compiti da correggere o spiegazioni da dare. Il vero peso emotivo arriva da tutto ciò che ruota attorno allo studio: la motivazione che manca, le distrazioni continue, i malumori, la stanchezza, le risposte brusche, la sensazione che tutto sia una lotta. Ogni giorno sembra un nuovo episodio dello stesso film: uno studente stanco e svogliato, un genitore preoccupato e insistente, e un dialogo che rischia spesso di trasformarsi in discussione.

Molti genitori confessano di sentirsi impotenti: c’è chi si arrabbia, chi si scoraggia, chi finisce per fare i compiti al posto del figlio pur di evitare il conflitto. Altri provano a motivare, incoraggiare, spiegare ma ricevono in cambio solo sbuffi e porte chiuse. Tutto questo si somma alla fatica quotidiana del lavoro, della casa, della gestione familiare. A volte si arriva alla sera esausti, con il dubbio di aver sbagliato tutto, o con il timore di non riuscire ad aiutare abbastanza.

La verità è che non è semplice accompagnare un figlio nel percorso scolastico, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui le aspettative sono altissime e le distrazioni a portata di clic. I ragazzi faticano a concentrarsi, hanno mille sollecitazioni esterne, i social che si attraggono inesorabilmente. E i genitori, nel tentativo di sostenerli, spesso finiscono per litigare tra di loro, rispondersi male, rimpallarsi o rinfacciarsi chissà quali fantomatiche colpe e mancanze.

Eppure, anche nella fatica, c’è spazio per costruire qualcosa di prezioso. Perché se da un lato è vero che lo studio può diventare motivo di tensione, dall’altro può trasformarsi in un’opportunità di crescita reciproca. Non servono grandi gesti: a volte basta sedersi accanto, ascoltare senza giudicare, chiedere “cosa ti mette in difficoltà?” anziché dire “perché non studi?”. Piccoli cambiamenti nel tono, nella postura, nella pazienza.

Capire che ogni bambino ha i suoi tempi, le sue fragilità, i suoi punti di forza. Che l’errore non è una tragedia, ma una tappa. Che un brutto voto non definisce il valore di una persona. E soprattutto, che un genitore non deve essere perfetto, ma presente, con empatia e fiducia.

Molto spesso i ragazzi non cercano semplicemente spiegazioni di matematica, italiano o latino ma comprensione. Non vogliono sentirsi spinti ma sostenuti. Non hanno bisogno di genitori che sanno tutto ma di adulti che li ascoltano, che accettano i loro limiti e li accompagnano a superarli. Certamente, ci saranno ancora giornate faticose. Ore passate a spiegare la stessa cosa. Frasi come “non voglio studiare” o “tanto non ce la faccio”.

La differenza è se riusciamo a vedere oltre la fatica scopriamo che il tempo dedicato allo studio dei figli è anche tempo dedicato alla relazione con loro. Un tempo che educa entrambi: loro a imparare, noi ad accompagnare. E se la strada è in salita, almeno la si percorre insieme.

E allora nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giuseppe da Copertino – patrono degli studenti – il messaggio è: non scoraggiamoci! Tanti Santi hanno avuto difficoltà nello studio (pensiamo appunto a lui, a Giovanni Maria Vianney, a Bernadette) ma questo non ha precluso loro la via al Cielo. Insegniamo ai nostri figli a studiare ma anche ad affidarsi; a imparare ma anche a pregare; a impegnarsi ma anche a confidare in Colui che tutto conosce; a imparare qualcosa a memoria ma soprattutto ad essere riconoscenti a Dio per i doni che ha riversato su di noi.  “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia” (Sal 139). Perché nello studio è nascosto l’amore per il Signore. Trasmettiamo questo! Tutto il resto verrà da sé.

Fabrizia Perrachon

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Guerra tra generi? Perdono tutti

Volevo scrivere questo articolo da tempo, ma ho sempre esitato, perché sicuramente ci saranno persone a cui non piacerà; ora ho deciso di farlo perché sono preoccupato, molto preoccupato.  Purtroppo, pochi giorni fa, è successa una tragedia: una donna ha ucciso un uomo con un coltello, sembra dopo una lite, il corpo è stato ritrovato nel letto. Ma ciò che mi ha colpito ancora più della notizia in sé, sono stati i commenti che ho letto sotto l’articolo online: tante persone, soprattutto donne, scrivevano “Bravissima!”, “Ha fatto bene!”, “Di sicuro se l’è meritato”.

Io mi chiedo: ci rendiamo conto? È morta una persona! Possiamo discutere delle circostanze, della legittima difesa, di eventuali violenze subite, che certo vanno indagate e considerate, ma questo non giustifica mai la gioia di fronte a una morte.

E c’è un dettaglio che pare nessuno voglia vedere: tutto è avvenuto davanti a una figlia che ha assistito alla scena. Quale ferita porterà nel cuore? Forse non basterà una vita intera per guarire. Viviamo in un clima di violenza e di guerra fra uomini e donne. Lo dico con franchezza: lo ritengo persino più pericoloso degli scontri in Ucraina o nella Striscia di Gaza, perché questa guerra la viviamo ogni giorno nelle nostre case, nei tribunali, nelle relazioni. Io sono un uomo, ma questo non significa che difenda gli uomini a priori. Quando un uomo tradisce, abbandona, è violento, io sono il primo a dire che non va bene, che bisogna prendere provvedimenti seri e non mi faccio problemi a dirgli chiaramente che è un poveraccio.

Sono consapevole che nella storia le donne hanno subito tante ingiustizie, umiliazioni e maltrattamenti, ma non è facendole pagare agli uomini di oggi che si risolve qualcosa. Gesù stesso ci ha ricordato che uomo e donna insieme rivelano il volto di Dio e se io fossi contro le donne, sarei contro Dio e contro me stesso.

Lo ammetto, dopo la mia dolorosa esperienza matrimoniale, anch’io ho avuto grandi difficoltà a rapportarmi con le donne: rischiavo di “fare di tutta l’erba un fascio”, ma grazie a tante sorelle della Fraternità Sposi per Sempre ho imparato che la cattiveria non ha sesso. In questi anni ho conosciuto donne straordinarie, che hanno cresciuto i figli da sole, con sacrifici eroici, dopo che il marito le aveva abbandonate, ma ho conosciuto anche donne sposate che per anni hanno tradito il marito, mentendo e mostrando un’egoistica insensibilità. La verità è che il bene e il male non dipendono dal genere: ci sono uomini e donne santi, uomini e donne meschini.

Arriviamo al cuore del problema: la violenza: qui so di muovermi su un terreno minato, ma voglio provare a spiegarmi bene. È opinione comune che la violenza sia unidirezionale: solo gli uomini possono essere violenti. Se guardiamo solo la televisione, viene spontaneo crederlo, anch’io per molto tempo ci ho creduto; poi, vivendole in prima persona e ascoltando tante storie personali, mi sono accorto che la realtà è ben più complessa.

Esiste certo la violenza fisica, dove spesso l’uomo prevale, ma non è l’unica forma, ci sono violenze psicologiche, morali, economiche, affettive, che possono ferire più di un pugno. Umiliare una persona è violenza, tradire chi ti ama è violenza, impedire a un padre o a una madre di vedere i propri figli è violenza, mentire sistematicamente è violenza, portargli via la casa o i risparmi è violenza.

Oggi si parla molto di femminicidio, il termine non mi piace, non perché non riconosca la gravità dei fatti, ma perché un omicidio resta un omicidio, sia che la vittima sia un uomo o una donna. Dovremmo piangere ogni vita spezzata con lo stesso dolore: eppure i giovani crescono con l’idea che tutti gli uomini sono pericolosi, violenti, inaffidabili, poi però ci stupiamo se nessuno vuole più sposarsi, con questa diffidenza reciproca e paura.

C’è un’altra grande contraddizione che non posso non evidenziare: ogni anno nel mondo avvengono circa 44 milioni di aborti. Uccidere un figlio non viene considerato violenza, questa è un’assurdità che grida al cielo.

Oltre alle tragedie e ai titoli di giornale, bisognerebbe chiedersi: cosa c’è dietro tanta violenza? Spesso troviamo separazioni conflittuali, ingiustizie legali, situazioni che distruggono la vita delle persone. Pochi sanno che il nostro sistema giudiziario, così com’è, genera ingiustizie, dolore e rabbia. Conosco diversi uomini che hanno tentato il suicidio perché si sono visti privati di tutto: casa, figli, soldi, dignità e infatti circa il 97% dei sucidi è di persone maschili.

Le separazioni, nella maggior parte dei casi, vengono chieste dalle donne. Quasi mai per motivi di violenza, ma per altri motivi, spesso risolvibili: per sposarsi servono due “sì”, per separarsi basta un “no” (qui sarebbe un discorso complesso e lungo, ma nella stragrande maggioranza dei casi le separazioni sono volute solo da uno dei due).

Personalmente da quasi 12 anni non posso più rientrare nella mia casa, che ho pagato e comprato con mia moglie davanti a un notaio, quella che avevamo arredato e curato con amore. Un giudice l’ha assegnata a mia moglie, come accade quasi sempre, quando ci sono figli minori. Io però ho continuato a pagare metà del mutuo, perché alla banca interessa solo chi ha contratto il debito, non chi ci vive. Vi sembra giusto? Non è violenza questa?

E i padri, che possono vedere i figli solo nei giorni stabiliti dal giudice, che è un estraneo alla famiglia, in quello che viene chiamato “regime di visita”? (una terminologia che ricorda tanto i colloqui in carcere). Quante volte avrei voluto essere con le figlie nel giorno del compleanno, a Natale, a Pasqua… e non ho potuto. Avrei preferito essere picchiato, ma poter stare con loro. Non è violenza questa?

A tutto questo si aggiunge il fenomeno dell’alienazione parentale: quando un genitore, quasi sempre la madre perché trascorre più tempo con i figli, scredita l’altro genitore fino a fargli credere che il papà è responsabile della situazione e del loro malessere, tanto che non lo vogliono più nemmeno vedere.  Non è violenza questa?

E che dire delle false denunce? Ci sono uomini accusati ingiustamente di violenza solo per ottenere vantaggi economici o legali. Basta poco: una denuncia e scatta subito il protocollo rosa, senza che l’uomo venga nemmeno ascoltato e con la possibilità di non vedere più i figli. Anche se dopo anni si scopre che era tutto falso, non ci sono conseguenze per chi ha mentito. Questa è una ferita che resta, ed è una violenza enorme.

A me non interessa per niente avere ragione: io sono padre di due figlie e quello che mi stimola a scrivere queste cose è far riflettere su situazioni di cui nessuno parla e gettare le basi per un mondo migliore, dove anche loro possano vivere serenamente.

Allora la domanda da porsi è: come si ferma questa spirale? Non certo inasprendo le pene, abbiamo già visto che servono a poco, ma bisogna eliminare le ingiustizie e modificare i cuori e le menti: uomini e donne non sono nemici, non è una gara, non è una lotta di potere.

Solo insieme, uomini e donne, possiamo vincere: solo collaborando possiamo testimoniare ai nostri figli che l’amore è più forte della violenza, che la giustizia non è vendetta, che la dignità di ogni persona è sacra.

Non c’è futuro se continuiamo a combatterci, il futuro si costruisce riconoscendo che abbiamo bisogno gli uni degli altri, sempre, questo è il messaggio cristiano che non dobbiamo tradire.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Come di mia propria gloria

Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire (Lett. 60, 1-2. 5; CSEL, 3, 691-692. 694-695) Cipriano a Cornelio, fratello nell’episcopato. Siamo a conoscenza, fratello carissimo, della tua fede, della tua fortezza e della tua aperta testimonianza. Tutto ciò è di grande onore per te e a me arreca tanta gioia da farmi considerare partecipe e socio dei tuoi meriti e delle tue imprese. Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli ? Certo non si può immaginare l’esultanza e la grande letizia che vi è stata qui da noi quando abbiamo saputo cose tanto belle e conosciuto le prove di fortezza da voi date. Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede. […]

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica dei Santi Cornelio, papa e Cipriano, vescovo, due amici e fratelli nella fede, martiri della Chiesa del terzo secolo. A qualcuno potrebbe sembrare strano riferirsi ad un papa e ad un vescovo su un blog dedicato al matrimonio sacramento, eppure la Chiesa primitiva è proprio quella che ha messo le fondamenta alla nostra, e fra poco scopriremo qualche motivo.

Abbiamo riportato uno stralcio di una lettera che Cipriano scrive all’amico papa, della quale vogliamo solo sottolineare l’importanza della fratellanza in Cristo Gesù. Infatti questi due amici, pur vivendo l’uno a Cartagine e l’altro a Roma, si sentono vicini nello spirito. E quanta tenerezza sgorga dal cuore di Cipriano verso l’amico papa poiché amano e vivono per lo stesso Cristo:  Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli?

Davanti a tanta unità di cuori non si che può restare affascinati, ma com’è possibile raggiungere tale comunione e tale armonia? Solo se l’amore che i due cuori vivono ha la stessa fonte e lo stesso termine, lo stesso principio e lo stesso fine: Cristo Gesù. Ma se è possibile tale armonia, tale unità e tale comunione tra due amici, quanto più profonda e grande può essere tra due sposi?

Cari sposi, anche noi dobbiamo imparare a rallegrarci nel celebrare le lodi del nostro sposo o della nostra sposa come di nostra propria gloria e non come se fosse un nostro antagonista, quasi un rivale. Via da noi qualsiasi sentimento di questo tipo, non si addice ad una coppia di sposi guardarsi come due nemici, invidiarsi a vicenda per le doti dell’uno o dell’altra.

Al contrario, gli sposi devono fare a gara nello stimarsi a vicenda, gli sposi non solo si sostengono l’un l’altra, ma fanno tutto ciò che è in proprio potere per far fiorire il maschile di lui ed il femminile di lei. Senza confondersi, ma con unità. Cipriano resta vescovo e Cornelio papa, similmente il marito resta maschio e la moglie resta femmina, un’armonia perfetta tra due cuori che imparano a battere all’unisono.

Coraggio sposi, imitiamo i santi martiri Cornelio e Cipriano.

Giorgio e Valentina.

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Il tuo palato è come vino squisito

In questo capitolo scopriremo che il Cantico mostra l’amore sponsale come dono reciproco, non possesso: sguardo che custodisce, grazia sacramentale, fiamma divina redentrice. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dolcemente per il mio amore, fluendo sulle labbra e sui denti!

Chi parla a chi in questo versetto? È lui? È lei? Gli studiosi non sono concordi, e forse non è nemmeno necessario saperlo con esattezza. A me piace pensare che sia un dialogo a due voci, quasi un duetto: lui inizia, lei completa. Un intreccio che dice già molto: l’amore vero non è un monologo, ma un canto corale, dove ciascuno porta la sua parte e lascia spazio all’altro.

Provate a leggerlo così:
Lui: “Il tuo palato è come vino squisito”
Lei: “che scorre dolcemente per il mio amore”

Non è poesia astratta, ma esperienza di concretezza. Lui contempla, lei si dona. Lui guarda, lei accoglie. E in questo scambio si intravede la verità dell’amore umano voluto da Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18).

Un amore che è dono, non possesso

L’uomo ha appena finito di esaltare la bellezza della sua amata. Ma ciò che colpisce è la risposta della donna: tutta quella bellezza è per lui. Non come una costrizione, ma come scelta libera. La donna afferma: “Io sono tutta per te”. E questo non la diminuisce, ma la rende più gioiosa, perché sa che il suo amato è a sua volta tutto per lei.

Si tratta di un dinamismo psicologico profondo: quando ci sentiamo visti davvero, accolti senza paura di giudizio, allora nasce la libertà di donarci. La donna si abbandona allo sguardo del suo sposo perché in quello sguardo percepisce di essere preziosa. Non teme di essere ridotta a oggetto, perché sa che lui non la vuole possedere, ma accogliere. È lo sguardo che Benedetto XVI descrive in Deus Caritas est: «Non è più l’io che cerca se stesso, ma l’io che si lascia conquistare dall’altro e diventa dono per lui» (n. 6).

Oltre il peccato originale

Il Cantico dei Cantici è spesso letto come un ritorno al “principio”, a quella nudità originaria in cui Adamo ed Eva “erano nudi e non ne provavano vergogna” (Gen 2,25). Gli sposi del Cantico sembrano aver superato la ferita del peccato originale. Non devono coprirsi, perché lo sguardo reciproco non ferisce ma custodisce.

È un invito anche per noi sposi. Non possiamo cancellare da soli la nostra paura di essere giudicati, rifiutati, inadeguati. Ma con la grazia del sacramento del matrimonio possiamo cominciare a recuperare quello sguardo redento. È la grazia del Crocifisso risorto che ci rende possibile ciò che umanamente non riusciamo. Come dice san Paolo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

Alla luce di questo, comprendiamo diversamente anche parole difficili di san Paolo: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4). Lette con la mentalità odierna, suonano come possesso. Ma se lette con lo sguardo del Cantico, acquistano un altro significato: nessuno è padrone, entrambi sono dono. Non c’è dominio, ma reciprocità. È il linguaggio della comunione, non della prevaricazione.

Un esercizio per gli sposi

Il Cantico suggerisce un esercizio semplice e potente: contemplarsi. Guardarsi negli occhi, dirsi con le parole la bellezza che si vede, anche a distanza di anni di matrimonio. Non è un gioco superficiale, ma un atto che cura le ferite interiori e i blocchi che ci impediscono di donarci.

Provate a farlo: uno di fronte all’altro, senza maschere, senza paura. Ditevi: “Sei bella, sei bello per me”. Non perché siete perfetti, ma perché siete dono. Come scrive Giovanni Paolo II: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore» (Redemptor Hominis, 10).

Per molti uomini non è spontaneo esprimere a parole ciò che provano. Eppure è vitale: la donna ha bisogno di sentirsi nominata bella, desiderata, unica. Non basta pensarlo: bisogna dirlo. Questo esercizio, praticato con perseveranza, diventa terapeutico: piano piano guarisce, apre alla fiducia, rende capace di uno sguardo nuovo.

Dio nelle vampe dell’amore

Curiosamente, in tutto il Cantico non si nomina mai esplicitamente Dio. Tranne una volta, quando si afferma che “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio” (Ct 8,6). È un dettaglio sorprendente. Significa che Dio non è fuori dalla passione, non è estraneo al desiderio. È già dentro, perché l’amore umano è immagine dell’amore divino.

Lo diceva Dietrich Bonhoeffer: sarebbe di cattivo gusto pensare che l’amore diventi “sacro” solo se i due pensano a Dio durante l’atto d’amore. Dio è presente perché l’amore stesso, in quanto tale, è sua immagine e sua fiamma. Non bisogna aggiungerlo artificialmente: Lui c’è già, come autore di quella passione e custode di quella totalità.

Il Cantico dei Cantici ci consegna una visione integrale dell’amore: corpo e spirito, eros e agape, desiderio e dono. Non c’è contrapposizione, ma integrazione. Il palato che sa di vino squisito non è solo sensualità: è segno sacramentale di un amore che diventa linguaggio del cuore e icona della fedeltà di Dio.

In un tempo in cui spesso la relazione si riduce a consumo, il Cantico ci ricorda che lo sguardo reciproco può guarire, liberare, ridare fiducia. È un cammino che costa fatica, ma che porta a gustare la bellezza di sentirsi dono l’uno per l’altra. Perché – come dice la Scrittura – “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio”.

Antonio e Luisa

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Croce feconda

Cari sposi, oggi celebriamo la festa dell’Esaltazione della Croce, un evento liturgico antichissimo, legato alla dedicazione a Gerusalemme della chiesa della risurrezione – quella che oggi chiamiamo Santo Sepolcro -, il 13 settembre 335. Il giorno seguente con solenne cerimonia si fece l’ostensione della croce, che l’imperatrice Elena aveva ritrovato il 14 settembre 320.

Se pensiamo che la croce era lo strumento di morte più infame del mondo antico, come ce ne testimonia lo stesso Cicerone definendolo “crudelissimum et deterrimum supplicium” (la pena più crudele e terribile), il suo equivalente oggi sarebbe più o meno la sedia elettrica o l’iniezione letale. Ma quale chiesa oserebbe esaltare o anche solo esporre uno di questi strumenti di morte? Eppure, la croce è diventata l’identificativo del cristianesimo. Domandiamoci pertanto cosa celi la festa odierna al punto che uno dei Padri della Chiesa, in una sua omelia, proclamava: “Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro!” (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020).

La risposta è contenuta nella prima lettura, che viene poi ripresa da Gesù nel Vangelo. Il libro dei Numeri ci presenta uno dei vari momenti di insoddisfazione. Per i rabbini ebrei sono 10 le mormorazioni e tutte sono basate fondamentalmente sulla nostalgia dell’Egitto e la paura di entrare in un terreno nuovo e poco conosciuto.

I 40 anni di viaggio nel deserto sono così il simbolo del tempo di conversione, di maturazione dell’amore che il popolo necessita per poter vivere la vita nuova. Questo vagare in una zona relativamente piccola rappresenta il fidanzamento di Israele che si prepara allo sposalizio vero e proprio con il Signore. Ma in cosa consiste tale crescita nell’amore? Nel fatto che il popolo non riesce ancora a fidarsi totalmente di Dio e continua ad avere nostalgia delle false sicurezze che aveva da schiavo.

Ed ecco qui il paradosso: Dio utilizza una mancanza di fede per trasformarla in evento di grazia. Il serpente di bronzo è il simbolo che anche la poca fiducia, se consegnata a Lui, può diventare l’occasione per poi donarsi pienamente a Dio.

Alla luce di questo comprendiamo come Cristo ci inviti a guardare alla sua Croce. Essa è il luogo in cui le nostre paure e timori vengono sconfitti e subentra la pace. Non c’è razionalità che può restare soddisfatta perché la Croce è una sapienza più alta della nostra mente. Come diceva Edith Stein: “Nella croce e solo nella croce è la sapienza che rende beati; ogni altra sapienza è stoltezza” (Scientia Crucis). Un mistero quindi da contemplare in silenzio, in adorazione, chiedendo sempre luce allo Spirito.

Che ha da dire questo a voi sposi? Parlare di croce per voi sposi può sembrare anche un po’ banale. È un fatto evidente che l’amore fedele sia qualcosa di costoso, al punto che la letteratura romantica lo ha più volte canzonato, preferendo le avventure brevi e focose.

Eppure, voi sposi esprimete nella vostra vita l’unione più alta possibile, quella del corpo e dell’anima, riflesso della Trinità. La croce è ciò che permette di esserne segno e richiami perenne, perciò dice Papa Francesco che: “Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi” (Amoris laetitia 72).

Mi consta anche per esperienza che è così, che voi sposi sapete e potete comunicare un amore molto più alto e grande, anche nella croce accolta e offerta. È proprio vero che “l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris consortio 13). Il vostro amore, anche sofferente, rende partecipe non solo voi ma anche chi vi vede dell’amore di Cristo, dell’amore trinitario!

Con umiltà e con fede, cari sposi, oggi vi invito ad offrire allo Sposo ciò che vi sta facendo soffrire nella relazione. Fatelo con la certezza che tutto questo è fecondo e ha sempre un frutto trascendente ed eterno come ci ricorda San Giovanni Paolo II:

«La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8)» (Omelia, 14 settembre 1984).

ANTONIO E LUISA

Ogni volta che guardo la croce appesa in camera, sento che mi parla. Mi ricorda che amare Luisa non è solo emozione, ma scelta quotidiana. Ci sono giorni in cui è facile, e altri in cui significa morire un po’ al mio orgoglio, perdonare quando mi costa, restare fedele anche nella fatica. Ho imparato che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce: il cuore è sentimento, la croce è volontà. Gesù non salì su quel legno per un impulso, ma per scelta. È lì che scopro cosa significa davvero amare.

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Gestire il denaro nel matrimonio: un atto d’amore

Qualche giorno fa una lettrice mi ha scritto chiedendomi un approfondimento su un tema concreto ma spesso trascurato: quale posto abbia l’aspetto economico nel dono totale che gli sposi si fanno nel matrimonio cattolico.

Nel matrimonio cristiano, gli sposi si promettono amore e fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, ma questa promessa riguarda anche la gestione concreta della vita quotidiana, inclusa la dimensione economica. Non è un dettaglio marginale: l’economia familiare diventa parte integrante della comunione di vita. Condividere entrate, risorse, scelte di spesa e sacrifici significa tradurre nella realtà quel “dono totale di sé” che rende il matrimonio un sacramento vivo.

Spesso, soprattutto nelle famiglie di oggi, la questione si fa evidente quando uno dei due coniugi, di solito la donna, decide di rallentare o sospendere la propria carriera per dedicarsi alla cura dei figli e alla vita domestica. In questi casi, il reddito non è più il frutto di un singolo, ma della coppia insieme: chi lavora porta a casa il salario, ma chi si dedica alla famiglia costruisce con altrettanta dignità il bene comune. Papa Francesco lo ha espresso chiaramente: «Il denaro deve servire, non governare» (Evangelii Gaudium), e serve proprio quando è messo a disposizione della comunione e non diventa terreno di divisione.

Don Fabio Rosini, con la sua consueta concretezza, ricorda che l’amore non è un sentimento astratto, ma una responsabilità incarnata: “Amare è avere cura dell’altro in tutto, non a metà. E se la vita dell’altro ha bisogno anche della mia disponibilità economica, questo è amore che si fa concreto”. Non basta, dunque, dirsi reciprocamente affetto; occorre tradurre le parole in scelte quotidiane: un conto corrente condiviso, spese decise insieme, trasparenza nella gestione delle risorse.

Luigi Maria Epicoco, riflettendo sul Vangelo, sottolinea che il dono totale non si limita agli aspetti spirituali o emotivi: “Amare significa mettere sul tavolo tutto di sé, senza zone franche. Anche il portafoglio è parte del cuore”. È una provocazione forte ma realista: quanti matrimoni si incrinano per questioni economiche, per risorse non condivise o per una percezione di ingiustizia? Eppure, l’economia condivisa è linguaggio d’amore: significa riconoscere che “ciò che è mio è tuo” non solo in senso poetico, ma nella gestione quotidiana.

Non si tratta di annullare le differenze: ciascuno può avere sensibilità diverse rispetto al risparmio, alla spesa, alla progettualità. Ma proprio il dialogo sulle scelte economiche diventa un laboratorio di unità: decidere insieme come spendere, come investire, come risparmiare significa imparare a pensare come un “noi” e non più come due “io” paralleli.

La teologia del corpo di San Giovanni Paolo II illumina anche questo: se il matrimonio è “comunione di persone”, allora la comunione non può fermarsi davanti al denaro. È lì che si misura la capacità di fidarsi, di affidarsi, di rinunciare al controllo per accogliere l’altro. La donna che lascia il lavoro per i figli non “perde” potere economico, perché il marito, se vive da sposo cristiano, riconosce che quel reddito è frutto comune, generato da un progetto condiviso.

In un mondo che spesso separa economia e affetti, la famiglia cristiana testimonia invece che l’economia è luogo di amore. È nella gestione del denaro che gli sposi imparano la responsabilità, la sobrietà, la solidarietà verso chi ha meno. È lì che insegnano ai figli il valore del dono, del sacrificio, del non vivere per accumulare ma per costruire legami.

In fondo, la comunione economica è un piccolo sacramento nel sacramento: è segno visibile di un amore invisibile. Quando uno stipendio diventa “nostro” e non “mio”, quando un sacrificio viene vissuto insieme, quando si sceglie di condividere non solo ciò che è bello ma anche la fatica di arrivare a fine mese, allora il matrimonio mostra davvero il volto di Cristo, che “pur essendo ricco, si fece povero per noi” (2 Cor 8,9).

Condividere il denaro non è dunque una questione contabile, ma un atto spirituale, un gesto di comunione e di fiducia reciproca. È parte del “sì per sempre” che gli sposi si donano davanti a Dio. Un sì che, per essere autentico, non lascia fuori neppure l’economia.

Antonio e Luisa

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La preghiera di intercessione nel matrimonio

Molti si chiedono: “Se Dio sa già tutto e non ha bisogno di nulla, perché pregare? E, in particolare, perché pregare per gli altri?” La domanda è legittima, eppure nasconde un presupposto da correggere: la preghiera non serve a convincere Dio, ma a coinvolgere noi.

Dio non ha bisogno, noi sì

Dio conosce le necessità di ogni uomo prima ancora che le esprima (cf. Mt 6,8). Non ha bisogno delle nostre parole. Ma la preghiera di intercessione ci educa ad uscire da noi stessi. Ci insegna a guardare il mondo con gli occhi della compassione. San Giovanni Crisostomo lo dice chiaramente: “Non possiamo pregare per noi stessi se prima non preghiamo per gli altri”. È come se l’intercessione fosse la palestra del cuore: ci allena a non ridurre la fede ad un dialogo privato, ma a vivere la comunione.

Per chi è sposato, questo si fa ancora più concreto. Nel giorno del matrimonio, l’uomo e la donna diventano sacramento della presenza di Cristo l’uno per l’altro. Non solo segno esteriore, ma canale reale della grazia.
Quando uno dei due prega per l’altro, quella supplica diventa il modo in cui Cristo stesso intercede. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, descrive Cristo che ama la Chiesa fino a donarsi per lei (cf. Ef 5,25). È un amore che non si limita a fare, ma anche a pregare, a portare nel cuore.

Ecco perché un marito che intercede per sua moglie, o una moglie che intercede per suo marito, non sta facendo un gesto “in più”: sta esercitando la propria missione sponsale.

Intercedere cambia lo sguardo

Don Luigi Maria Epicoco dice: “Pregare per qualcuno significa guardarlo con gli occhi di Dio, e non più soltanto con i nostri.” E qui sta il cuore del cambiamento. Nella vita quotidiana di coppia, quante volte lo sguardo è ferito: dalle fatiche, dalle incomprensioni, dalle differenze di carattere. Pregare per l’altro è chiedere a Dio non tanto di cambiarlo secondo i nostri desideri, ma di convertire il nostro cuore, così da saperlo accogliere e amare nella sua verità.

Santa Monica è l’esempio luminoso di questa dimensione: la sua intercessione costante ha ottenuto la conversione di sant’Agostino. Lei non ha forzato i tempi di Dio, non ha imposto cambiamenti, ma ha perseverato, diventando canale della grazia. Lo stesso vale per gli sposi: la preghiera reciproca li rende custodi l’uno dell’altro. Non è un gesto “più devoto”, ma un atto di responsabilità coniugale.

Dall’“è lecito” al “è fecondo”

Qui tocchiamo un punto delicato: molte volte, nella vita di fede, rischiamo di ridurre tutto al legalismo, al chiedere “è lecito o non è lecito?”. Anche nella preghiera. Come se ci fosse un “minimo sindacale” da garantire. Ma la preghiera di intercessione non è questione di regole: è questione di fecondità. Un matrimonio senza intercessione rischia di chiudersi nell’autosufficienza, mentre l’intercessione apre a Dio, che è la fonte della vita e dell’amore.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, ricordava: “La preghiera familiare ha il suo carattere peculiare: essa accompagna la vita di tutti i giorni, le gioie e i dolori, le speranze e le difficoltà.” Pregare insieme è fondamentale. Ma non meno importante è pregare l’uno per l’altro. È un gesto silenzioso, spesso nascosto, ma che diventa forza segreta.

Quando marito e moglie si intercedono a vicenda, si aprono a una crescita continua. L’intercessione non cambia i problemi con una bacchetta magica, ma cambia gli sposi dall’interno, rendendoli capaci di affrontare le difficoltà non più da soli, ma insieme a Dio.

In fondo, la preghiera di intercessione è la nostra partecipazione al cuore stesso di Cristo. San Paolo scrive che lo Spirito “intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Pregare per l’altro significa lasciarsi abitare da questo gemito di amore che viene dallo Spirito. E nel matrimonio questo è ancora più vero: marito e moglie diventano mediatori di grazia l’uno per l’altro.

Come dice Epicoco: “La vera forza di una coppia cristiana non è nelle sue capacità, ma nella sua capacità di lasciarsi sostenere da Dio.” Ecco allora il senso: Dio non ha bisogno della nostra intercessione, ma noi sì. Perché solo così impariamo ad amare come ama Lui: in modo totale, fedele e fecondo.

Antonio e Luisa

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L’11 settembre della coppia

L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura epocale nella storia contemporanea. Le immagini delle Torri Gemelle che crollano in diretta mondiale non sono solo un simbolo di terrore e vulnerabilità ma anche un archetipo del crollo improvviso e violento di ciò che sembrava solido, invulnerabile, eterno. E se traslassimo questa metafora nel campo più intimo e personale delle relazioni di coppia? Cosa succede quando l’amore — quel grattacielo costruito con pazienza, fiducia e quotidianità — improvvisamente collassa? Esiste, per molti, un vero e proprio “11 settembre della coppia”: un giorno preciso, un momento, una rivelazione che fa crollare tutto.

Come le Torri Gemelle, anche molte relazioni nascono per essere invincibili. Fin dall’inizio, ci raccontiamo una storia di eternità: “questa volta sarà diverso”, “nessuno ci dividerà”, “noi siamo più forti di tutto”. Ci convinciamo che l’amore sia una fortezza inespugnabile, fatta di compatibilità, destino, passione e progettualità.

Ma come ogni costruzione umana, se quell’amore non si basa sulla roccia che è Cristo, presto o tardi si rivelerà per quello che è. Fragile, vulnerabile agli imprevisti, alle crepe invisibili, agli urti esterni e interni. Eppure, continuiamo a vivere nell’illusione di un “per sempre” indiscutibile trascurando o ignorando di tutto la dimensione spirituale coniugale.

L’11 settembre della coppia non arriva mai senza segni premonitori ma spesso non si possono – o non si vogliono – vedere. Una parola non detta, un silenzio che pesa più di mille frasi, uno sguardo che non cerca più l’altro. Poi arriva il momento preciso: un tradimento scoperto, una confessione inattesa, la decisione di lasciare. Come due aerei che colpiscono al cuore le fondamenta della relazione, questi eventi fanno crollare in pochi secondi tutto ciò che sembrava indistruttibile.

È in quel momento che il coniuge — fino a poco prima rifugio, casa, complice — si trasforma in estraneo, in nemico o, peggio ancora, in spettatore indifferente della nostra sofferenza. Quel giorno diventa un punto di non ritorno. Niente sarà più come prima. E spesso, il dolore che segue è così violento da assumere tratti post-traumatici: insonnia, ansia, vuoto, senso di smarrimento, perdita di identità e, peggio di tutto, della fede in Dio. E nell’amore.

Dopo il crollo, restano le macerie. E non sono solo materiali — foto, vestiti, ricordi — pure interiori: la perdita di fiducia, la frattura del senso del sé, la solitudine. Chi ha vissuto un “11 settembre della coppia” sa che la fase successiva non è solo quella del lutto amoroso ma di un vero e proprio terremoto esistenziale. Si mette in discussione tutto: le scelte, la propria percezione, la capacità di amare e lasciarsi amare.

Anche da queste macerie, però, può nascere una nuova consapevolezza. Come a Ground Zero, dove oggi sorge un memoriale, anche nel cuore devastato può sorgere qualcosa di nuovo: un amore diverso, più autentico, per il coniuge che pensavamo perso per sempre. Ma innanzitutto per Dio.

La fede non ci insegna la filosofia del “finchè dura” o del “finchè la barca va”. C’insegna a mettere il Signore al primo posto come cemento armato della relazione di coppia. Ci sono troppo capanne costruite nella sabbia. Troppe torri gemelle in balia del terrorista di turno. Non è bene correre ai rimedi quando – come dice il detto – “i buoi sono scappati dalla stalla”. È da subito, dall’inizio, che la costruzione dev’essere ben disegnata, ben progettata, ben realizzata. Rivolgendosi all’architetto migliore, che ha i numeri per realizzare la progettazione migliore, utilizzando i materiali migliori: Dio. Che, tra l’altro, è pure gratis!

Con i “controlli di sicurezza” di Nostro Signore non saliranno a bordo del nostro amore personaggi poco raccomandabili. Non dovremmo chiudere a chiave la cabina di pilotaggio del cuore. Né passare attimi di terrore puro, nella consapevolezza di stare per schiantarci. Le difficoltà ci saranno ma avremo le giuste armi per affrontarle, combatterle e superarle. Senza panico, senza violenza, senza vittime. Ma con amore, rispetto, fiducia, umiltà. E, soprattutto, lavoro di squadra, lavoro di coppia.

Tutto facile? Tutto semplice? Tutto scontato? No, affatto. Ma reale, possibile, credibile. Perché con Dio, come dopo ogni catastrofe, anche nelle relazioni d’amore c’è la possibilità di rinascita. Non dimenticando, ma ricominciando. Con occhi nuovi. E con il cuore, seppur segnato, ancora capace di battere. Dal 12 settembre della vita in poi.

Fabrizia Perrachon

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Capo e corpo: parti di uno stesso organismo

Nella catechesi del 25 agosto 1982, San Giovanni Paolo II prosegue la sua riflessione sulla Lettera agli Efesini, soffermandosi in particolare sul capitolo quinto. Questa volta il suo insegnamento mette a fuoco il parallelismo tra il rapporto capo-corpo (Cristo e la Chiesa) e quello marito-moglie. Prima di entrare nel vivo, vi ricordo che potete rileggere i capitoli già pubblicati a questo link.

Il capitolo quinto della Lettera agli Efesini ci porta al cuore della visione cristiana del matrimonio. San Paolo – abbiamo già visto nei precedenti capitoli – utilizza una grande analogia: da una parte il rapporto tra Cristo e la Chiesa, dall’altra quello tra marito e moglie. Non è un paragone superficiale: è un modo di dire che l’amore coniugale trova il suo senso pieno solo se visto come immagine e riflesso dell’amore di Cristo.

L’apostolo introduce anche un’analogia supplementare: quella del capo e del corpo. Così come il capo e il corpo formano un organismo unico, anche Cristo e la Chiesa sono uniti in modo vitale, e così marito e moglie diventano “una sola carne” (Gen 2,24). Non si tratta però di annullare le differenze: marito e moglie restano due soggetti distinti, con la propria dignità e libertà. Ma nella loro unione nasce qualcosa di nuovo: un unico corpo, un’unica vita condivisa.

San Paolo scrive: “Le mogli siano sottomesse ai mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa… E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,22-25). Parole che possono sembrare – come già analizzato nel precedente capitolo a cui vi rimando – difficili alla nostra sensibilità moderna, ma che diventano comprensibili alla luce dell’insieme: la sottomissione non è dominio, ma reciproco dono. Se il marito ama come Cristo — fino a dare la vita — e la moglie accoglie questo amore come la Chiesa accoglie Cristo, allora non c’è più spazio per rapporti di potere, ma solo per la logica del dono reciproco.

L’immagine del capo e del corpo aiuta a capire questa reciprocità. Il capo non può vivere senza il corpo, e il corpo senza il capo non avrebbe senso. Sono diversi, ma intimamente uniti. Così marito e moglie: due soggetti distinti, ma chiamati a vivere una comunione che li rende “un solo essere” nella carne, nel cuore e nello spirito.

San Paolo spiega poi che l’amore di Cristo verso la Chiesa non è generico, ma concreto: “Ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola” (Ef 5,26). Qui si allude al Battesimo: come Cristo purifica la Chiesa e la rende bella davanti a sé, così il marito deve avere a cuore la crescita, la bellezza interiore, la santità della moglie. Non si tratta di estetica, ma di far fiorire l’altro con la forza dell’amore.

Questa immagine sponsale ci dice che l’amore cristiano non si ferma al presente, ma guarda lontano. Il Battesimo è l’inizio, ma la meta è la Chiesa “gloriosa, senza macchia né ruga”, la sposa che Cristo presenterà a sé stesso alla fine dei tempi. Allo stesso modo, il matrimonio non è solo vivere insieme giorno per giorno: è un cammino verso una pienezza che si costruisce nel tempo, con pazienza, perdono, sacrificio e gioia condivisa.

San Paolo non annulla le differenze culturali del suo tempo — parla di rispetto, di ruoli, di sottomissione — ma le trasforma radicalmente con la logica dell’amore di Cristo. La “sottomissione reciproca nel timore di Cristo” diventa la struttura portante della coppia. Non più un contratto di potere, ma una comunione che santifica.

In fondo, Efesini 5 ci mostra due cose:

  • Cristo e la Chiesa: Lui ama, dona, purifica; lei accoglie, risponde, si lascia trasformare.
  • Marito e moglie: lui ama fino al sacrificio, lei accoglie e si dona; entrambi crescono insieme e diventano una sola carne.

È questo che rende il matrimonio un sacramento: non un simbolo esterno, ma una realtà in cui Dio agisce. Ogni volta che marito e moglie si amano così, rendono visibile l’amore invisibile di Cristo.

Per questo San Paolo conclude con parole semplici ma decisive: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,31-32).

Il matrimonio, allora, non è solo una bella avventura umana: è un mistero grande, una chiamata a incarnare nella quotidianità l’amore sponsale di Cristo. E ogni gesto — un perdono, un abbraccio, un sacrificio — diventa un frammento di eternità vissuta già qui sulla terra.

Un corpo che cammina

Il capo vede la strada, dà direzione, orienta; ma senza il corpo non potrebbe andare da nessuna parte. Il corpo, con i suoi passi, dà forza e concretezza, rende possibile il movimento; ma senza il capo non avrebbe orientamento. Così sono marito e moglie: due persone distinte, ma unite in un organismo unico. Non si tratta di annullarsi l’uno nell’altra, ma di scoprire che insieme diventano “una sola carne”. Il marito non è padrone della moglie, e la moglie non è accessoria al marito: come il capo e il corpo, hanno bisogno l’uno dell’altra per vivere davvero.

San Paolo, con questa immagine, ci dice che il matrimonio non è un equilibrio precario tra due egoismi, ma una comunione che trova senso solo nell’amore. Cristo è il modello: Lui guida con dolcezza, dona sé stesso fino alla croce, si prende cura della sua Chiesa. E la Chiesa, come corpo, vive grazie a Lui, lo segue e gli appartiene.

Quando gli sposi vivono così, ogni gesto quotidiano — un consiglio dato, un abbraccio, una scelta condivisa — diventa parte di questo corpo unico che cammina insieme verso Dio.

Antonio e Luisa

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Sposi Samaritani

Oggi ci lasciamo interrogare da un brano del Vangelo abbastanza famoso:

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19) Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Per capire meglio questo brano dobbiamo sapere che tra samaritani e giudei non scorreva buon sangue in quanto i giudei si sentivano il “popolo eletto” e disprezzavano perciò i samaritani ritenendoli “stranieri“, anche Gesù infatti apostrofa il samaritano guarito come straniero.

Inizialmente si rimane un poco stupiti che questa volta Gesù non tocchi i malati, ma li mandi dai sacerdoti, però agendo così mostra rispetto non solo della Legge giudaica (secondo cui solo i sacerdoti potevano dichiarare guarite le persone non più affette da lebbra) ma anche del ministero sacerdotale, ovvero della Chiesa, Sua sposa. Questi sono solo alcuni dati che ci aiutano ad inquadrare la scena dentro la realtà in cui avviene, e sono di aiuto per capire le dinamiche che si sviluppano dentro i cuori. Vi invitiamo a tornare ad inizio pagina per rileggere quel brano sostituendo le parole “lebbrosi” con le parole “coppie di sposi”.

Da quale lebbra dobbiamo chiedere a Gesù di guarire, noi sposi? Quale è la “buona notizia” nascosta in questo brano?

Cercheremo di rispondere a questi interrogativi brevemente ma senza fare sconti, e sostituendo gli sposi ai lebbrosi. Un buon punto di partenza sta nel fatto che ci sono sposi che riconoscono di essere malati e di aver bisogno di Gesù, e tra questi ci sono anche sposi “stranieri“, cioè sposi lontani da percorsi di fede o di ordinaria vita di grazia, e questo è un dato confortante, perché forse gli “stranieri” chiedono aiuto a Gesù come ultima spiaggia oppure sono stati ben consigliati dagli altri sposi. E questo già ci aiuta nel capire che forse nella nostra vita conosciamo sposi “stranieri” che vediamo malati e possiamo portarli da Gesù.

Avete notato però che i lebbrosi si tengono a distanza da Gesù cosicché devono parlare a voce alta?

E’ proprio questo che succede alle coppie di sposi “lebbrosi”: la nostra lebbra spirituale è una malattia/condizione che ci tiene a distanza da Gesù, e che ci costringe a gridare a Lui. Quando la lebbra spirituale si insinua nell’animo di una coppia, essa perde il contatto con Gesù, ma inevitabilmente lo perde anche con la società, i lebbrosi infatti erano isolati dalla società.

Quell’intorpidimento spirituale che ci fa trattare Dio come nostro debitore è una lebbra:

  • siamo nati senza deciderlo e ci ci sentiamo i padroni della nostra vita e quindi padroni del nostro coniuge;
  • siamo battezzati e ci sentiamo noi i fautori della nostra fede, come se avessimo capito tutto solo noi a tal punto che ci chiediamo come abbia fatto la Chiesa a sopravvivere senza di noi per quasi due millenni e facciamo noi i salvatori del nostro coniuge;
  • ne combiniamo di tutti i colori, ma quando “parliamo” con Dio invece della lista dei nostri peccati, Gli mostriamo la lista dei nostri “presunti diritti” e “meriti” sicché esigiamo la paga, la sua riconoscenza, e così non chiediamo mai perdono al coniuge perché sarebbe troppo denigrante per noi farlo;
  • ci siamo sposati in Cristo, ma Lui è il terzo incomodo, invece di essere il “Number One”;
  • ecc… ecc… ecc…

Con questi atteggiamenti nel cuore molti sposi vanno da Gesù a chiedere delle grazie, e si sentono sicuri che Gesù li premierà dei loro meriti con la grazia richiesta, a volte Dio la concede per intenerire il loro cuore, per saggiare la loro fede, ma molti si comportano come i nove lebbrosi che non tornano indietro a ringraziare, sicuri che Dio, del resto, stia semplicemente dando loro ciò che è giusto in base ai propri presunti meriti, e si fanno creditori di Dio.

Ma perché a Gesù piace questa riconoscenza/gratitudine del samaritano? Perché essa ci educa a smantellare la nostra presunzione, la nostra superbia, ed a riconoscere che dipendiamo da Lui per ogni nostro respiro : ad ogni respiro dovremmo ringraziare del respiro precedente perché il tempo è un dono. Dobbiamo chiedere al Signore di guarire la nostra lebbra spirituale, che ci tiene lontani da Lui, dai fratelli e tra noi sposi. E questo atteggiamento si riversa nella coppia.

Cari sposi, noi vi invitiamo a recuperare la riconoscenza e la gratitudine tra sposi ed insieme a Dio : prima di addormentarvi stasera, abbracciate il vostro amato/a e ringraziatelo/a per tutte le faccende che ha sbrigato, per tutti i gesti di affetto e di vicinanza che vi ha dimostrato, per i tanti servizi e sacrifici che ha svolto per la coppia, per la casa e per la famiglia; per la pazienza che ha mostrato nel sopportare le nostre debolezze, i nostri sbagli, i nostri difetti.

La riconoscenza/gratitudine ci aiuta a spostare il baricentro da noi stessi per diventare debitori verso il nostro coniuge … al corso prematrimoniale ci insegnarono a dirci reciprocamente “Grazie che ti sei donato/a tutto a me” dopo ogni atto di intimità coniugale: neanche in quel frangente niente va preteso e nulla ci è dovuto perché deve restare un atto libero e gratuito di amore, e vi possiamo testimoniare la libertà e la gioia che dona questo Grazie, una gioia liberante perché ogni più piccolo gesto è vissuto come un dono ricevuto oltre e nonostante i personali limiti.

Coraggio sposi, la riconoscenza/gratitudine ci educa alla libertà e alla fiducia in Gesù, perché c’è solo un medico che può guarire la nostra lebbra spirituale : Gesù.

Giorgio e Valentina.

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Chi è al centro?

Cari sposi, ci troviamo oggi davanti ad una delle pagine di maggior esigenza del Vangelo. Per capire il motivo del tono che oggi utilizza Gesù partiamo come sempre dal contesto e ci rendiamo conto che, a forza di miracoli e guarigioni, Lui era divenuto una persona ricercatissima e di fama sempre più crescente.

Questo si traduceva in grandi folle che lo seguivano ovunque. Ma, lungi dal provare gratificazione, Cristo guardava soprattutto al cuore di quelle persone e, proprio per questo, alzava l’asticella, desiderando purificare le intenzioni non sempre ordinate della loro sequela.

Ed ecco allora tale affermazione tassativa e sfidante: chi mi vuole seguire deve rinunciare a tutte le principali relazioni ed ai propri beni. Lui è il Maestro per eccellenza, accogliamo con fede ogni parola ma è pur lecito domandarci: può il “principe della Pace” (Is 9,6), colui che ha detto “che tutti siano uno come io e Te siamo uno” (Gv 17, 21) mettere zizzania e divisione in casa?

E allora se entriamo sempre più nell’esegesi del testo ci rendiamo conto che le cose non sono come sembrano. Difatti, la traduzione letterale dell’espressione italiana “non mi ama più di quanto ami” (v. 24) in latino ha un semplice “odiare”. Al dire degli esperti questo “odiare” risente di un modo di esprimersi semitico che utilizza il contrasto al posto di quello che lingue tradurrebbero con un comparativo di preferenza (amare più di…). Significa che l’evangelista Luca, sotto l’influsso di Paolo, – uno che di cambi radicali di vita ne sapeva qualcosa – mantiene il sapore pregnante di opposizione affettiva tipico della lingua originale. Per cui, il senso dell’espressione non vuol dire affatto chiudere i rapporti con la propria famiglia quanto “abbandonare” per preferire un Altro, o anche, separarsi da ciò che sta più a cuore per poi riaverlo in Cristo, vissuto nel modo migliore.

Qualcuno può scandalizzarsi di questo e nella storia chi ha seguito Cristo è stato spesso definito un matto, uno sciocco, uno sprecato. Ma allora in questo ci aiuta proprio la prima lettura, presa dal Libro della Sapienza, che viene a dirci che il nostro metro di giudizio, la nostra mente, il nostro “buon senso” in fondo è viziato. Bisogna ammettere con umiltà di essere fragili e vulnerabili. Per quanto acculturati, intellettuali e razionalisti, questo fondo di piccolezza rimane e non possiamo liberarcene se non ammettendo che solo con la Sapienza che viene dall’Alto si può vivere una vita piena e si può cogliere il vero senso delle cose.

Dunque, se vogliamo seguire Cristo, abbiamo bisogno della guida dello Spirito Santo e di passare dalla “tenda di argilla” che ci annebbia mente e cuore a Colui che è in grado di farci crescere e progredire come persone. Nel mio ministero sovente mi sono trovato dinanzi a persone cronologicamente adulte ma con la maturità di un ragazzino ed è quello che in ambito psicologico è definito come “adultescenza”, cioè “lo stile di vita adulto psicologicamente non adeguato, fortemente condizionato da comportamenti adolescenziale”. Si tratta di un modus vivendi fatto di procrastinazione di responsabilità, paure dell’impegno definitivo, ricerca continua di novità e gratificazione immediata. Di fatto è il calderone in cui si cuociono le tante fragilità che affliggono la vita di coppia e intere famiglie.

L’appello di Gesù va rivolto particolarmente contro questo sistema di pensieri e comportamenti, affinché ci liberiamo da ogni infantilismo, dall’illusione di trovare da me la soddisfazione della mia vita e la piena autosufficienza. A questo dobbiamo rinunciare per poi mettere Cristo al centro, affidando a Lui il governo della nostra vita. Giustamente Gesù parla di essere previdenti, organizzati come un architetto che progetta una torre e un generale che si prepara alla battaglia. Molto più complessa però è una famiglia trattandosi di un’opera che abbraccia tutta la vita; perciò, come sarebbe possibile affrontarla avvalendosi solo dei propri sentimenti, di sforzo e buona volontà?

Invece la sequela di cui parla Gesù richiede, come presupposto basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore perché le esigenze della sequela sono un forte richiamo alla libertà e all’amore. Si tratta di scegliere di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze fino a mettere in crisi le sicurezze affettive, materiali e soggettive. E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità dello svuotarsi, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza, della vittoria della perdita. Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci satura, ci chiude in noi stessi; la sicurezza, placandoci, ci ottunde, impedendoci di riconoscere la nostra povertà esistenziale che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore e all’esercizio della libertà.

Alla fine della nostra vita ci glorieremo di aver rinuncia alle false sicurezze (i soldi, la salute, la cultura, lo status sociale che si è raggiunto con fatica, la considerazione con cui ci tengono le persone…) per aver optato e preferito Cristo!

Quindi, cari sposi, siate lieti perché Gesù, nel matrimonio, vi chiama certamente a tal sequela perentoria perché vuole portare a pienezza il vostro amore. Di tale chiamata ne è testimone fidato il Magistero quando lo ribadisce con forza: «Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri» (Amoris laetitia, 73); oppure Papa Giovanni Paolo II quando afferma: “La stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo” (Familiaris consortio, 39). Come del resto anche il Catechismo, ai numeri 1533-1535, dice in sostanza che il matrimonio è una via specifica di sequela di Cristo tra le vocazioni cristiane.

Se è scuotente ciò che vi chiede Cristo, non è meno certa e solida la promessa che la Sua Grazia vi accompagna e vi consente di scrollarvi di dosso ogni immaturità e vivere un amore sempre più “cristificato”.

ANTONIO E LUISA

Cristo a volte sembra portare divisione persino nella famiglia di origine o nel rapporto con il coniuge. Questo accade quando l’incontro con Lui ci trasforma e chi ci è vicino non comprende tale cambiamento. Seguirlo non significa aggiungere qualcosa alla vita, ma lasciarsi rinnovare radicalmente. È un cambio di mentalità: imparare a guardare con i suoi occhi e desiderare ciò che Lui desidera. È un cambio di atteggiamento: passare dall’orgoglio alla mitezza, dalla rivalsa al perdono. È un cambio di modalità: non vivere più solo per sé, ma per il bene dell’altro, anche quando costa.

Questa novità spesso non è compresa nemmeno dai più cari, e può sembrare un’incomprensione che divide. In realtà, lì si rivela la forza della sequela: non un amore che esclude, ma che include in modo più autentico. Un amore che, pur tra difficoltà e fraintendimenti, diventa più puro e libero, capace di abbracciare tutti.

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La Vigna di Rachele: sostegno dopo l’aborto

Parlare di aborto non significa solo affrontare un tema etico o sociale. Significa soprattutto guardare al cuore di tante donne che, dopo questa esperienza, portano dentro di sé una ferita profonda e spesso taciuta. La nostra società concentra i riflettori sul “prima”: sullo scontro tra pro vita e pro scelta, sui diritti, sulle libertà. Ma sul “dopo” cala un silenzio assordante. Eppure, è lì che emerge il dolore più grande: quello di chi resta sola con il proprio lutto, spesso senza parole per raccontarlo e senza braccia pronte ad accogliere.

Gli psicologi parlano di un trauma reale, di un lutto da elaborare. Ma a molte donne non viene offerta né la possibilità né lo spazio per affrontarlo. È qui che entra in gioco La Vigna di Rachele, un’associazione che da anni accompagna con amore e professionalità chi ha vissuto l’esperienza dell’aborto. Attraverso un percorso delicato e rispettoso, un’équipe composta da donne che hanno già fatto questo cammino, psicologi e sacerdoti, offre sostegno e speranza.

Ora lasciamo la parola a Valeria, presidente dell’associazione, che ci racconta più da vicino in cosa consiste questo itinerario di guarigione e di riscoperta di sé come figlie amate da Dio.

Dal 10 al 12 ottobre si terrà il prossimo ritiro della Vigna di Rachele a Bergamo, occasione speciale per lenire la ferita dell’aborto volontario nei cuori di quanti soffrono in silenzio, magari da anni.

La Vigna di Rachele è un apostolato internazionale nato circa 40 anni fa negli Stati Uniti, grazie alla psicoterapeuta cattolica Theresa Burke che si rese conto nella sua pratica clinica di quanto l’aborto sia tanto un’esperienza traumatica e impattante sulla vita delle persone quanto un lutto taciuto e anche per questo difficile da elaborare.

La Vigna di Rachele è oggi presente in 50 stati in tutto il mondo tra cui l’Italia dal 2010 prima solo a Bologna e dal 2023 anche a Bergamo. Il cuore della proposta di questo apostolato è il ritiro spirituale di tre giorni rivolto alle donne, agli uomini, alle coppie, a chiunque come madre, padre, sorella, nonno o nonna di un bambino abortito porti nel cuore questa ferita. Sono ben accolti anche sacerdoti, psicologi o altre persone interessate a collaborare, purché disponibili a vivere il ritiro non solo come spettatori ma facendosi toccare dalla grazia di questi giorni.

 Il ritiro è un’esperienza immersiva, che segue un percorso strutturato attraverso diverse letture bibliche e meditazioni e tocca emozioni profonde. Ogni dettaglio è curato e si cerca di offrire ai partecipanti tutta la dolcezza, la cura, l’attenzione che spesso non sentono più di meritare, affinché possano sperimentare la Misericordia, la Speranza, il perdono veramente possibili solo in Cristo. Il ritiro della Vigna di Rachele è infatti un apostolato cattolico che opera in pieno accordo con la Chiesa ed è stato approvato da diversi vescovi nei diversi stati in cui è presente. I partecipanti possono essere però anche non praticanti, atei o di altre regioni, e questo non inficia la profondità della loro esperienza del ritiro, come testimoniato da molti anche qui in Italia.

L’equipe del ritiro è composta dalla facilitatrice, da un sacerdote, da una psicologa o altro professionista della salute mentale e da diversi ex partecipanti, persone cioè che hanno vissuto l’esperienza dell’aborto e hanno partecipato in passato a un ritiro, decidendo poi di collaborare e testimoniando con la loro presenza la ritrovata speranza nel futuro. Fra questi è sempre presente anche un uomo, figura fondamentale di incoraggiamento per gli uomini che partecipano e di confronto positivo per le donne che spesso hanno sperimentato solo relazioni abusive o trascuranti.

Per informazioni e per richiedere i moduli di iscrizione al ritiro di Bergamo del prossimo ottobre scrivere a vignadirachele@yahoo.com o via whatapp al numero 3472625321. Clicca per scaricare la locandina

Antonio e Luisa

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Non ti vedo tutto

Le coppie, nel corso dei secoli, hanno sempre cercato di trovare consigli e suggerimenti utili per vivere al meglio il loro amore. Spesso la saggezza popolare si è tradotta in proverbi che racchiudono insegnamenti semplici ma profondi, capaci di riflettere le dinamiche di una relazione amorosa. Ma che cosa sono quelli che potremmo definire “proverbi di coppia”? E perché è interessante parlarne?

Possiamo definirli come frasi brevi e spesso metaforiche che esprimono verità universali sull’amore, la fedeltà e il rispetto reciproco. Riportati pressoché oralmente e passati di padre in figlio, rappresentano un patrimonio di saggezza popolare prezioso, portatore di massime preziose e di verità che – spesso e volentieri – s’intersecano con la grande Verità dell’amore cristiano.

Il comando: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha dentro di sé l’universo intero! Che nel corso del tempo si è adattato alla semplicità e genuinità delle persone trasformandosi in vari proverbi. Come sappiamo, sono un elemento fondamentale della cultura italiana perché racchiudono in poche parole l’esperienza, la saggezza e i valori di generazioni di persone. Sono come piccole lezioni di vita che si tramandano nel tempo, spesso con un tocco di umorismo, di poesia o di fede.

I proverbi sono molto legati alle tradizioni locali e alle caratteristiche del territorio. Per esempio, in alcune regioni si usano proverbi che parlano di agricoltura o di mare, riflettendo l’economia e la vita quotidiana di quei luoghi. Inoltre, i proverbi sono spesso usati nelle conversazioni quotidiane per esprimere un pensiero in modo immediato e colorito, creando un senso di condivisione e di identità tra le persone. Sono anche strumenti utili per insegnare valori ai più giovani, trasmettendo saggezza in modo semplice e memorabile nello stesso momento.

Nel cuore della provincia di Cremona, tra distese di mais e antiche vie di ciottoli, si nasconde un modo di dire molto originale: “Non ti vedo tutto“. Questa espressione, tipica del dialetto cremasco, può suonare strana, particolare, magari anche incomprensibile a chi non è di zona. In italiano, infatti, non vedere tutta una persona, potrebbe trovare un corrispondente nel detto “avere le fette di salame sugli occhi”. 

Il connotato però, in questo caso, è negativo. Significa essere incapaci di vedere le cose – o le persone – chiaramente, di riconoscere la realtà o di rendersi conto di qualcosa di ovvio. È come se si avesse, appunto, un paraocchi che impedisce di vedere bene ciò che ci circonda. Ma, soprattutto, la natura di una persona, la sua sincerità, il suo carattere, la sua trasparenza.

Il detto cremasco “Non ti vedo tutto“, invece, porta con sé un’incredibile dolcezza. Significa che di una certa persona non è che non si vogliano vedere i difetti ma che l’amore, o l’affetto, ce la facciano vedere in maniera differente. Con tenerezza e delicatezza. Senza accettare passivamente le cose che, eventualmente, non vanno. Ma curandole con l’amore. Bello, vero? “Non ti vedo tutto” significa, insomma, stravedere per qualcuno, con simpatia ed empatia. Provando ad amare quella persona come fa Dio: amando per primo. Come dice San Giovanni Apostolo: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

In questo senso, “Non ti vedo tutto“, diventa come una vera e propria dichiarazione d’amore. È come dire all’altro o all’altra: so che hai dei limiti, delle fragilità, dei lati di te su cui devi lavorare. Però desidero volerti già bene così e poi costruire insieme qualcosa di bello, di vero, di autentico.

Non ti vedo tutto” è come dire che, con i miei occhi innamorati, riesco a vederti come nessun altro è in grado di farlo. Perché non guardo solo l’esteriorità ma l’amore mi rende capaci di vederti dentro, di scorgerti l’anima. “Non ti vedo tutto” è l’equilibrio tra l’accogliere e lo spronare a diventare una persona migliore, con amore e per amore. Dell’altro, o dell’altra, ma soprattutto di Dio.

Il coniuge, infatti, riceve in dono dal Cielo, mediante il sacramento del matrimonio un “super potere”: quello di vedere la moglie, o il marito, in modo unico e speciale, con lenti divine. Perché in quell’amore c’è la Trinità. Perché quell’amore è immagine della Trinità. Gli occhiali speciali che procura Dio alla coppia, allora, sono quelli di un sentimento che è anche preghiera, benedizione, profumo d’eternità. E il “Non ti vedo tutto” è un voler andare oltre il limite dello sguardo unicamente umano. E provare, o meglio, riuscire a vedere l’amore della vita con uno sguardo libero dalle miserie della terra e già proiettato alle meraviglie di Lassù. Non ti vedo tutto, insomma, è come dire ti amo. Ma in modo dolcissimo e originalissimo.

Fabrizia Perrachon

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Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo

Dal 18 al 22 agosto si è tenuto il XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre a Morlupo (Roma) sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani, con il titolo ”Speranza: promessa compiuta”; eravamo in 63 e abbiamo vissuto giorni davvero speciali, in particolare una giornata intera dedicata all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro. C’è stata una frase che ci ha guidato in ogni catechesi, quella di Giovanni 16,33 che dice:

Vi ho detto tutte queste cose perché abbiate pace in me, nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo.

Questa frase, che all’inizio poteva sembrare solo un versetto bello da ricordare, si è rivelata pian piano come la chiave di tutto ciò che abbiamo vissuto. È come se ogni momento del Convegno avesse preso luce da queste parole di Gesù. Ci siamo sentiti abbracciati da una certezza: le tribolazioni ci sono, e non vanno negate, ma non sono l’ultima parola, l’ultima parola è la Sua vittoria.  

Padre Andrea ci ha guidato con pazienza e profondità, partendo da un’introduzione chiara: il Convegno non voleva essere un tempo di “novità” intellettuali o di curiosità teologiche, ma un vero e proprio ritiro spirituale, un tempo per tornare all’essenziale, per “passare dalla testa al cuore”. Ci ha ricordato che la fede cristiana non ha bisogno d’invenzioni, perché da duemila anni annuncia lo stesso Vangelo, ma ha bisogno di essere riscoperta e vissuta ogni giorno, come parola viva che oggi, qui, parla a me, alla mia storia, al mio matrimonio. Quante volte rischiamo di ridurre le catechesi a spettacoli da giudicare (“mi è piaciuto / non mi è piaciuto”), mentre l’unica domanda vera è: cosa vuole dire oggi a me il Signore?

La speranza, ha detto Padre Andrea, non è illusione, ma certezza, perché radicata in una promessa che Dio ha già realizzato. Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”: non è un annuncio sospeso nel futuro, è un fatto presente. Dio mantiene ciò che promette, ma lo fa nel suo stile, cioè chiedendoci di fidarci.

La logica di Dio non è quella del “ti do una garanzia e poi vediamo”, ma quella del “fidati, cammina, e quando guarderai indietro capirai che io ti ho portato dove ti avevo promesso”. Effettivamente io non avrei voluto percorrere questa strada, quella del “non rifarmi una vita”, non mi attirava proprio per niente, ma dopo tanti anni posso vedere i frutti che mi ha portato e che mi sta donando. Dove sarei ora se non l’avessi scelta?

La speranza è la certezza che Dio, poiché mi ama, mi vuole felice, solo che spesso pensiamo: “Dio non mi vuole davvero bene, altrimenti non mi succederebbe questo o quest’altro”. Di solito la gente mi dice: “Dio non può volere questo da te, perché ti vuole felice”, come se sapesse di cosa sta parlando e così ti viene il dubbio che altre strade, apparentemente più semplici, ti portino davvero alla felicità, non quella che ti suggerisce Dio.

Alla fine la maggioranza dei peccati viene commessa perché siamo ingannati dal diavolo che ci fa credere che la felicità sia quella che dice lui: divertirsi sempre, fare quello che ci pare, cedere agli istinti, frequentare chi vogliamo e quando vogliamo, pensare a noi stessi.

Infatti, anche il peccato originale, quello di Adamo ed Eva, come ci ha ricordato Padre Andrea, nasce proprio da qui: hai un Paradiso a disposizione, sei con Dio, non ti manca niente, ma il serpente ti fa credere che l’unica cosa che ti manca è quella che davvero ti renderebbe felice. Il problema è che su questa terra possiamo raggiungere una gioia per pochi momenti, non una felicità eterna.

La società è piena di false felicità e di false speranze, a cominciare dalle pubblicità che uniscono il prodotto in questione con richiami al piacere e alla felicità che avremmo se lo comprassimo, in modo da unirli insieme. Per questo ognuno di noi dovrebbe vigilare e chiedersi cosa è davvero la felicità, per non scegliere strade sbagliate e non trascorrere la vita nella speranza di vincere alla lotteria.

Alla fine, ciò che abbiamo vissuto è una certezza: la speranza è Cristo stesso, vivo nella nostra vita di sposi. Non è un’idea, non è un ottimismo psicologico, non è una fuga dai problemi, è l’esperienza concreta che Gesù è nella nostra barca, che ci ama, che ci sostiene, che ci salva.

Il matrimonio, ci ha ricordato Padre Andrea, è segno dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore che sa attraversare le tempeste e trasformarle in occasione di grazia. Non si tratta di non avere più problemi, ma di affrontarli con Lui, sapendo che la croce porta sempre con sé una gloria più grande.

Tutti noi, tornando alle nostre case, abbiamo ritrovato le difficoltà che non sono scomparse, ma sappiamo anche che non siamo soli; possiamo dire con San Paolo: “noi ci affatichiamo e lottiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”.

E così, dopo cinque giorni di fraternità, di catechesi, di preghiera, amicizia, giochi e condivisione, possiamo testimoniare che la promessa è già compiuta:

Cristo ha vinto il mondo e se ci fidiamo di Lui, lo vedremo vincere anche nelle nostre famiglie.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Sentinelle operose

Dalle «Omelie su Ezechiele» di san Gregorio Magno, papa (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172) «Figlio dell’uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele» (Ez 3, 16). È da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza. Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco me stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può. Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mia lentezza e negligenza. Forse lo stesso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso. Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalle parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell’ufficio pastorale, l’animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende. […] Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l’elevatezza della vita e l’efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui.

Abbiamo scelto di riportare un passaggio di questa omelia di san Gregorio Magno perché, anche se a prima vista sembra rivolto solo a se stesso, in realtà ci tocca da vicino: neanche noi, come sposi e genitori, possiamo sentirci fuori da questo richiamo. Sicuramente questa omelia è un chiaro monito, una fraterna esortazione ai nostri vescovi ed ai loro presbiteri collaboratori che domani, memoria liturgica di san Gregorio Magno, avranno modo di meditare nell’Ufficio Divino, dal quale il testo è tratto.

Se i vescovi con i loro presbiteri, e ancor di più il papa, hanno il gravoso compito descritto nelle parole dell’omelia, non è però loro compito esclusivo quello dell’evangelizzazione attraverso la testimonianza di vita concreta; poiché nel popolo di Dio a loro affidato c’è una comunità particolare nella quale incessantemente la tensione di ogni minuto è quella di vivere secondo la loro predicazione: la famiglia.

Nella famiglia, piccola comunità e quindi Chiesa domestica, ogni membro si sforza di trasformare in carne gli insegnamenti dei pastori delle nostre anime. La famiglia è la prima cellula di evangelizzazione, la famiglia è il loro primo auditorio, la primissima forma di vita cristiana che noi viviamo e respiriamo fin dai primissimi istanti della nostra vita.

Non dobbiamo mai dimenticare che gli stessi papi, vescovi e presbiteri sono figli, e sono numerosissime le santità sbocciate in seno alla famiglia d’origine, nella quale i vari santi hanno toccato con mano la vita cristiana concreta a partire dai propri genitori. I genitori quindi, hanno il gravissimo compito dell’educazione dei figli che il Creatore ha affidato loro (anche in caso di adozioni, di affidi e di genitorialità spirituale).

Per non farla troppo lunga, la lezione che ci viene da san Gregorio Magno non è tanto sul cosa fare o non fare, poiché i suoi esempi di vita non sono quelli di un papà o di una mamma, ma la sua lezione è sullo stile che dobbiamo tenere nella nostra vita. Gregorio, infatti, dice che quando non era papa e stava in convento la sua quotidianità era ben diversa, e si paragonava ad una sentinella che sta sul luogo elevato (elevato spiritualmente) a vegliare, mentre invece da papa sente il peso delle faccende da sbrigare dovute alla gravità del suo ufficio.

E noi papà e mamme non siamo nella medesima situazione? Quante volte abbiamo la sensazione che ci manchi il respiro nella nostra vita così spesso frenetica? Anche per san Gregorio non è molto diversa la situazione: Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell’ufficio pastorale, l’animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende.

Quindi anche lui vive la nostra stessa tensione tra le esigenze dell’animo e le urgenze dell’ufficio. Egli però non si perde d’animo, e da santo quale era, ci dona la via d’uscita: Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l’elevatezza della vita e l’efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui.

Cari sposi, anche noi siamo destinatari di una Grazia particolare (nel Sacramento del Matrimonio) per compiere santamente il nostro ministero di sposi e genitori; imitiamo questo slancio di san Gregorio cosicché da non sentirci schiacciati sotto il peso delle mille faccende domestiche, anche noi siamo stati incaricati dell’ufficio di sentinella per i nostri figli, però siamo delle sentinelle molto operose. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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La contemplazione che salva l’amore

Riprendiamo dai versetti: ancora una volta troviamo Salomone che non si stanca di contemplare la sua Sulamita. E noi, siamo capaci di custodire questo sguardo di meraviglia verso chi amiamo? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista.

L’amato torna ancora una volta ad elogiare la sua sposa. È una descrizione che non nasce dalla fretta, ma dalla contemplazione: egli la guarda, e nel guardarla la descrive. Non è un elenco oggettivo, è un canto. Nel Cantico dei Cantici, infatti, non assistiamo a una narrazione cronologica, ma a un itinerario di coppia, fatto di ritorni, cadute e riscoperte. È un percorso sponsale che si ripete, come accade nella vita matrimoniale: ci si perde e ci si ritrova, ci si stanca e ci si rinnova. La contemplazione non è un evento unico, ma una disciplina che salva l’amore dal logorarsi.

Qui l’amato parte dai piedi e risale verso l’alto, quasi a dire: non mi basta averti guardata una volta, ti voglio rivedere sempre, ancora e ancora. È il desiderio di ripetizione che non annoia, ma che rigenera. Chi ama davvero non si stanca mai di tornare a sorprendersi dell’altro. La domanda allora ci interpella: noi siamo capaci di questo sguardo? Oppure ci fermiamo al già conosciuto, pensando di non avere più nulla da scoprire?

La regalità dell’altro

Figlia di principe. Salomone riconosce la dignità regale della sua sposa. Non è un possesso, non è un oggetto: è una regina che si dona liberamente. Qui sta un punto decisivo per ogni coppia: io non posso amare davvero se non riconosco la regalità dell’altro. Se penso che mi appartenga, tradisco la logica dell’amore. Il corpo e il cuore del coniuge non si prendono, si accolgono. Non posso pretendere nulla: posso solo donarmi e sperare di essere accolto.

Ogni volta che questo accade, ogni giorno in cui la libertà dell’altro sceglie di donarsi, dovremmo saper ringraziare. Non solo il coniuge, ma anche Dio, che ha reso possibile quell’incontro. “L’amore vero non è mai possesso, ma gratitudine” scrive don Luigi Maria Epicoco, ricordandoci che la gratitudine è l’unico terreno fertile in cui l’amore può crescere.

Il testo biblico parla dei fianchi come di capolavoro di mani d’artista. L’amato riconosce che la bellezza della sposa non è solo sua, ma rimanda a un Altro, all’opera creatrice di Dio. È la stessa esclamazione di Adamo in Genesi: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gen 2,23).

L’uomo, davanti alla donna, non può che meravigliarsi. Eppure, proprio lì si nasconde un rischio: quello di dimenticare che non è stato lui a trovarla, ma Dio a condurgliela. Il Signore Dio plasmò la donna e la condusse all’uomo (Gen 2,22). La relazione sponsale è quindi dono che proviene da Dio, non frutto di una semplice iniziativa umana.

Quando invece ci illudiamo di conoscere già tutto dell’altro, lo riduciamo a proiezione di noi stessi. È il pericolo di confondere la somiglianza con l’identità: l’uomo è definito dal testo biblico ish e la donna è ishah, simili ma non identici. L’altro non è un duplicato di sé, ma un mistero da rispettare.

Il rischio della fusione

Qui tocchiamo un punto psicologico delicato. Quante coppie cadono nella tentazione di sovrapporre all’altro i propri desideri, interessi, sensibilità? In questo modo non incontrano più la persona amata, ma un’immagine di sé stessi. L’altro diventa specchio, non alterità. È la dinamica del possesso: io ti assimilo, ti inglobo, ti annullo.

Eppure l’amore, per essere vero, ha bisogno del contrario: non di fusione, ma di incontro. Non di possesso, ma di accoglienza. Papa Francesco lo ricorda con forza: L’amore autentico non annulla le differenze, ma le valorizza, perché l’altro non è un nemico da domare, ma un dono da accogliere (Amoris Laetitia, 139).

Per questo la Genesi aggiunge subito: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (Gen 2,24). È un versetto apparentemente illogico, eppure è la chiave che impedisce il possesso. Lasciare significa non restare prigionieri delle proiezioni della propria storia familiare, né delle proprie idee preconcette di amore. Significa uscire dal nido delle abitudini e dalla pretesa di conoscere già tutto. Solo chi lascia può davvero incontrare.

Unirsi, allora, non è fusione, ma alleanza: riconoscere che non si è arrivati, ma che si deve camminare insieme, sempre oltre. L’altro non lo possederò mai del tutto, ma lo scoprirò di continuo. E diventare “una sola carne” non indica la perfezione assoluta, ma la capacità di riconoscersi fragili insieme. La carne, nella Bibbia, è il luogo della debolezza: essere una sola carne vuol dire riconoscere il limite e aprirsi alla generazione, non solo dei figli, ma di nuova vita nella relazione.

La meraviglia che custodisce

Alla fine, il Cantico ci ricorda che l’amore vive di meraviglia. Dove non c’è più stupore, l’altro diventa invisibile. Ma se imparo a guardare il coniuge come figlio di principe, come capolavoro di Dio, ogni giorno posso rinnovare la mia scelta. Non è facile, perché richiede di lottare contro l’egoismo che vorrebbe possedere, contro la paura che vorrebbe difendersi, contro la tentazione di ridurre l’altro a un oggetto.

Eppure, proprio lì, nel riconoscere il mistero dell’altro, si apre l’esperienza di Dio. Perché Dio stesso ha messo nell’amore umano il segno della sua presenza. Come scrive San Giovanni Paolo II: L’uomo non può vivere senza amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore (Redemptor Hominis, 10).

Così, il Cantico non è solo un poema d’amore umano, ma un invito a ritrovare lo sguardo originario: quello che sa dire, ancora oggi, davanti al proprio sposo o alla propria sposa, con cuore stupito e grato: Tu sei dono. Tu sei mistero. Tu sei capolavoro nelle mani di Dio.

Antonio e Luisa

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Chi-amati per servire

Cari sposi, oggi in modo speciale rendo lode al Signore per il dono di aver partecipato, per otto giorni completi, agli esercizi spirituali, guidati da un bravo e saggio sacerdote. Con semplicità e passione mi ha preso per mano e mi ha motivato ancora una volta a riconoscermi un figlio amato del Signore e alla sua Presenza tentare di mettere ordine nella vita.

Un punto su cui ha insistito parecchio e che oggi vedo provvidenzialmente al centro della Parola è proprio il tema del “posto”. Non quello “fisso” di Checco Zalone bensì il “luogo” che ha pensato per ciascuno di noi il Signore fin dall’eternità. Quante volte questo sacerdote mi ha sfidato con la domanda: “ti ricordi, vero, chi sei per Dio?”! Ecco qui il nocciolo su cui convergono tutte le letture, e in particolar modo il Vangelo, mettendo in evidenza la priorità dell’essere sull’apparire, la nostra vera identità piuttosto che l’immagine esteriore che proiettiamo sugli altri o le aspettative che essi riflettono su noi.

Siamo, infatti, ben consapevoli di vivere in un clima che ci ossessiona per la performance di risultati visibili e ammirabili da tutti: dal fisico magro e tonico, alla quantità di likes su Instagram, al vestire sempre griffati, fino alle scalate e sgomitate in ambienti di lavoro. Che risultati, o meglio dire, quali frutti porta tutto ciò? Direi piuttosto ansia, affanno di prestazione, frustrazione, depressione… tutte cose che non possono affatto venire dall’Alto.

Gesù vuole liberarci da tutte queste zavorre e pesi inutili per donarci la gioia vera, la pace duratura. Pertanto, oggi ci ricorda che la Sua sequela è la via dell’umiltà. Sono conoscendo a fondo Cristo ci troveremo, faremo davvero pace con noi stessi, con la nostra storia e ci ameremo davvero, a prescindere da tutto ciò che dicano o meno gli altri. Lo affermò chiaramente Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “L’uomo […] non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo incontra, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Ed è per questo che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (Redemptor Hominis, n. 10).

Quindi, in definitiva, il “luogo” a cui fa riferimento Gesù non è tanto un ambito fisico o uno status sociale o ecclesiale, quanto la condizione di figlio amato, di creatura redenta dal Suo Sangue e che conta infinitamente di più di ogni riconoscimento pubblico. Siamo stati fatti a immagine del Figlio e il Figlio è colui che serve, non è venuto ad essere servito.

Infine, non è causale che l’esempio concreto che Gesù sceglie per far capire il suo insegnamento, tra le mille circostanze a cui poteva attingere da fine osservatore qual è, sia proprio il matrimonio. Chi è che viene invitato alle nozze se non colui che vive una relazione di affetto, intimità e amicizia con lo Sposo? Ecco, quindi, che questo vangelo si compie anzitutto per voi sposi, chiamati ad essere servi a imitazione del vostro Sposo che si è cinto di grembiule e ha lavato i piedi.

Un grande teologo, originario di Venezia, il quale partecipò al Concilio Vaticano II e che poi ha speso la sua breve vita e il suo insegnamento proprio per le coppie, don Germano Pattaro, definiva gli sposi “i servi del Signore” (cfr. Gli sposi servi del Signore, EDB, Bologna 1979).

Servi della vita, servi della comunione, servi della fraternità, servi del Vangelo, servi del Regno che deve venire. Che bello quando due sposi concepiscono il proprio amore come un dono non solo per sé stessi ma anche a servizio di altri e si fanno pane spezzato. È Cristo, infatti, il primo a occupare quel posto in fondo, come ci ricorda Papa Benedetto: “ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enciclica Deus caritas est, 35). Voi sposi attingete a quel dono di Cristo Servo, per la grazia matrimoniale, e siete in grado di mettervi al servizio con frutto per il bene di altri.

Per tutto questo, la seconda parte del Vangelo parla proprio di servizio gratuito, di come chi invita a un pranzo è sollecitato di rivolgersi piuttosto a persone bisognose. Chi sono oggi le persone che voi coniugi potete invitare ai vostri banchetti? Voi sposi siete le mani protese di Gesù rivolte a chi non crede all’Amore, chi bestemmia l’Amore, chi è stato ferito per mancanza di Amore. Il vostro amore consacrato, anche se non sarà celebrato sulle prime pagine – quale il recente matrimonio del fondatore di Amazon -, è quella goccia che scava la roccia e che silenziosamente feconda la terra della vostra famiglia e stente le radici e i tralci attorno a sé inseminando e arricchendo le relazioni, ed edificando con l’esempio.

In definitiva, il “posto” di voi sposi è riconoscersi amati incondizionatamente da Gesù, al punto da voler unirsi alla vostra relazione per sempre. E così, diventare capaci di imitarLo metterdosi al Suo servizio per amore.

ANTONIO E LUISA

I genitori, pur amandoci, inevitabilmente sbagliano. Anche io, come padre, ho commesso tanti errori. Sono certo che i miei genitori mi abbiano voluto bene, ma il loro amore, segnato dalle loro ferite, non è sempre arrivato fino a me. Per questo ho faticato ad amare e ad aprirmi a una relazione libera con Luisa: il nostro fidanzamento è stato difficile. Solo quando ho fatto esperienza profonda di essere figlio amato, tutto ha cominciato a cambiare. Senza sentirci amati, non riusciamo ad amare davvero e a donarci con libertà. La terapia aiuta a riconoscere le nostre ferite, ma ancora di più serve fare esperienza dell’amore infinito e gratuito di Dio, capace di guarire e rigenerare ogni cosa. Come ricorda don Luigi Maria Epicoco: “Quando scopri che Dio ti ama così come sei, allora capisci che puoi amare gli altri senza paura.”

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Cosa abbiamo nello zaino?

“BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, QUANDO LO ZAINO DEL VOSTRO CUORE SI SVUOTA DI COSE INUTILI E SI RIEMPIE DI «PERLE SPIRITUALI»”

Ognuno quando parte per un viaggio porta con se almeno uno zaino. Lo zaino è un compagno fedele per chi ama viaggiare ed esplorare nuovi luoghi. Tuttavia, ciò che puoi mettere in uno zaino dipende dalle sue dimensioni e dalla durata del tuo viaggio.

Ma noi sposi, quando abbiamo intrapreso il cammino matrimoniale, quale zaino abbiamo deciso di portarci sulle spalle? E cosa abbiam messo dentro?

Alex Supertramp, il ragazzo protagonista di “Into the wild”, scrisse sul suo diario: «un uomo dovrebbe possedere solo ciò che riesce a trasportare in uno zaino a passo di corsa». Questa frase ci ha fatto riflettere su quanto alcune volte, anche nel matrimonio, lo “zaino del nostro cuore” diventa un peso che ci trasciniamo dietro, giorno dopo giorno, e che dovremmo invece frequentemente aprire, di volta in volta, per analizzare che cosa stiamo trasportando ed eliminare il superfluo.

Anche perchè il giorno delle nozze non possiamo sapere come sarà il percorso, ma abbiamo sempre la possibilità di “regolare il peso” da mettere sulle spalle per correre nella nostra relazione. Nella coppia, così come nella famiglia, tutti (il marito, la moglie, i figli) procediamo lungo le strade delle nostre personali esistenze e, intrecciandole, raccogliamo sensazioni, ricordi, progetti, emozioni, idee, passioni, sentimenti, aspettative, relazioni, voci, timori… Accumuliamo, dentro e fuori di noi, cose su cose gettandone via poche e solo raramente, e dopo anni magari non ci rendiamo nemmeno conto di quanto “lo zaino familiare” sia diventato pesante e ingombrante, di quanto ci ostacoli il cammino, forse fino al punto da schiacciarci al terreno e impedirci di proseguire.

Allora fermiamoci un momento, facciamo il punto della situazione, e controlliamo il nostro bagaglio! Io moglie, io marito, io figlio/a dallo “zaino del mio cuore” vorrei sicuramente scaricare tutti i pesi inutili, per tenere solo ciò che ho di leggero, utile e importante, e riempirlo di tante “perle spirituali”, come il mercante della parabola del vangelo di Matteo (13, 45-46) che va in cerca finchè non ne trova.

Scegliamo quindi di portare con noi:

la prudenza, ma non le paure. “Siate umili come colombe e prudenti come serpenti” (Mt 10,16)

l’apertura mentale, non il pregiudizio. “Non giudicate, per non essere giudicati” (Mt 7,1)

l’entusiasmo, ma non le illusioni. “Rallegratevi nel Signore, sempre” (Fil 4,4)

il coraggio, non l’incoscienza. “Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore.” (Mt 5,8)

i desideri, la passione e tutti i sogni, lasciando i pesi del passato fuori dalla relazione familiare. “Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.” (Sal 31,25)

le proprie convinzioni, le idee e progetti, non le aspettative altrui. “Vi diranno che non siete abbastanza. Non fatevi ingannare, siete molto meglio di quello che vi vogliono far credere” (San Giovanni Paolo II)

il silenzio, non il rumore. “Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia le porte delle mie labbra” (Sal 140,3)

l’amore, non la diffidenza. “L’amore è paziente, è benigno; l’amore non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto. L’amore non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.” (1 Cor 13,4-7)

Ecco, se il matrimonio è un pellegrinaggio insieme allora è decisamente meglio viaggiare leggeri, senza zavorre nel cuore ma guidati dallo Spirito di Dio.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Mogli siate sottomesse. Una visione patriarcale o forse….rivoluzionaria?

Dopo aver affrontato le prime quattro catechesi della Teolgia del Corpo di Giovanni Paolo II riguardanti il matrimonio clicca qui per leggerle), mi fermo per condividere con voi una mia riflessione. Quando leggiamo il capitolo 5 della Lettera agli Efesini, spesso ci scontriamo con una frase che mette in difficoltà: “Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore” (Ef 5,22). È una di quelle espressioni che, lette oggi, possono sembrare anacronistiche e maschiliste. Molti si fermano qui, giudicando Paolo come figlio di una cultura patriarcale e quindi poco attuale. Eppure, se entriamo nel cuore del testo, ci accorgiamo che proprio qui avviene una delle rivoluzioni più radicali della visione cristiana del matrimonio.

Il contesto patriarcale

Per capire la portata delle parole di Paolo bisogna ricordare che la società del suo tempo era fortemente patriarcale. La moglie era considerata, di fatto, una proprietà del marito, come i figli o i beni della casa. L’uomo decideva, comandava e possedeva. In questo contesto, parlare di “sottomissione” della donna non era affatto una novità: era la regola. La donna non aveva voce.

E allora, perché Paolo riprende proprio questa espressione? Non perché la condivida senza critica, ma perché la utilizza come punto di partenza, per poi rovesciarla dall’interno. Paolo non giustifica la cultura del suo tempo: la usa come trampolino per annunciare qualcosa di nuovo.

Il vero cuore del testo non è al versetto 22, ma al 21: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Qui Paolo introduce una novità assoluta: la reciprocità. Non è solo la moglie a dover “essere sottomessa”, ma entrambi i coniugi sono chiamati a una sottomissione reciproca. Questa è la chiave di lettura: non c’è un rapporto di potere, ma una dinamica di dono. Ed è qui che entra in gioco il verbo decisivo: donare. Paolo non chiede al marito di “dominare”, ma di “dare se stesso”, come Cristo ha dato se stesso per la Chiesa. Questa è una rivoluzione.

L’uomo che si fa dono

In un mondo in cui l’uomo era il padrone, Paolo dice: il marito deve amare la moglie “come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25). Non c’è nulla di maschilista in questo: al contrario, è una richiesta di responsabilità e di amore radicale. Il marito non è il padrone, ma colui che si sacrifica, che serve, che si dona fino alla fine. Se pensiamo alle parole di Gesù nel Vangelo – “Chi vuole essere il primo tra voi, sia il servo di tutti” – capiamo che Paolo non fa altro che applicarle al matrimonio. La vera autorità non è il comando, ma il servizio. Non è dominare, ma donarsi.

La donna che accoglie

E la moglie? Paolo non le chiede di essere passiva o sottomessa nel senso di schiava. Le chiede di accogliere, di fidarsi, di vivere una relazione di comunione. Se il marito è chiamato a donarsi, la moglie è chiamata ad accogliere quel dono, a rispondere con la stessa logica di amore e fiducia. È un reciproco scambio di donazione e accoglienza, dove ognuno rivela un volto del mistero di Cristo e della Chiesa.

Se proviamo a leggere questo passaggio con le categorie dell’Analisi Transazionale, vediamo che Paolo invita a uscire dalle dinamiche di potere – quelle tipiche dei “giochi psicologici” in cui uno domina e l’altro subisce – per entrare in una dinamica adulta, di reciprocità. Il marito non agisce da “Genitore severo”, la moglie non da “Bambino sottomesso”: entrambi sono chiamati a un dialogo da “Adulti liberi”. Questo è il senso profondo della “sottomissione reciproca”: non è annullamento, ma libertà vissuta nell’amore.

Oggi, in una cultura che ha superato il patriarcato ma rischia di cadere nell’individualismo, questo testo rimane profetico. Non dice: “Uno comanda e l’altro obbedisce”. Dice: “Amatevi donandovi reciprocamente, come Cristo ha amato la Chiesa”. È un invito a uscire dalla logica dell’egoismo e dell’orgoglio, per costruire un rapporto dove ciascuno si prende cura dell’altro. Nel matrimonio cristiano non c’è spazio per la sopraffazione: c’è spazio solo per la comunione. E la comunione si costruisce nel quotidiano, nei piccoli gesti che diventano sacramento.

Quando un marito, stanco dal lavoro, si siede ad ascoltare sua moglie senza fretta, lì si compie Efesini 5. Quando una moglie, ferita da una parola, sceglie di perdonare, lì si realizza Efesini 5. Quando entrambi si sostengono nelle difficoltà senza calcolare chi dà di più, lì si manifesta il mistero di Cristo e della Chiesa.

È in quelle piccole liturgie quotidiane – un piatto cucinato, un abbraccio, una parola di incoraggiamento – che si rivela la grandezza di questo testo. Paolo non voleva imprigionare la donna in un ruolo subalterno, ma liberare entrambi in un amore che non si misura sul potere, bensì sul dono.

Efesini 5 non è un manifesto del maschilismo, ma la rivelazione che il matrimonio è immagine viva del mistero di Cristo. San Paolo parte da un linguaggio patriarcale, perché era quello comprensibile ai suoi ascoltatori, ma lo trasforma dall’interno, proponendo una novità inaudita: l’amore sponsale come dono reciproco.

Il marito che ama donando se stesso e la moglie che ama accogliendo e donandosi a sua volta: questa è la vera rivoluzione cristiana. Ed è questa la strada perché ogni matrimonio diventi una piccola Chiesa domestica, dove l’ordinario si trasforma in straordinario, e la vita comune diventa via di salvezza.

Antonio e Luisa

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Genitori e figli nel fiume della salvezza

Possiamo immaginare la vita come un grande fiume che scorre, portando con sé emozioni, sfide e momenti di gioia. In esso genitori e figli sono come due correnti che s’intrecciano, scorrendo in un flusso unico e prezioso. La loro relazione è un vero e proprio viaggio di scoperta, crescita e speranza.

I genitori sono spesso i primi a mostrare ai figli il cammino della vita attraverso l’esempio quotidiano, l’amore incondizionato e la fede. Cercano di offrire la loro esperienza per aiutare i piccoli a navigare nelle acque della vita, spesso agitate da correnti, venti o tempeste improvvise. Come istruttori di vela, insegnano valori come la compassione, la pazienza e la fiducia in Dio. La loro presenza rassicura i figli, facendoli sentire amati e protetti, anche nei momenti più duri.

La vita di genitori e figli, insomma, scorre insieme per un determinato periodo ma, per sempre, nel medesimo fiume: il fiume della salvezza. Se nei tempi umani ci sono indubbiamente un prima e un dopo, nella prospettiva del Cielo tutto si unifica verso la Meta, quella dell’unione eterna con il Creatore. Che non è scontata né una favoletta per bambini.

Dio Padre non vuole spaventarci, dividendoci a prescindere in buoni e cattivi. Il Suo amore è gratuito e per tutti. Ma sta a noi accogliere questo amore, viverlo, testimoniarlo, volerlo. Per dirlo con le parole di Maria Santissima: “Ogni persona adulta è in grado di conoscere Dio. Il peccato del mondo consiste in questo: che non cerca affatto Dio” (dal Messaggio del 3 febbraio 1984).

È naturale, quindi, che i genitori s’impegnino, sperino e preghino non solo per la loro salvezza ma anche per quella dei figli. Verso i quali – non dimentichiamolo – hanno grandi responsabilità. Un esempio mirabile ci è fornito da Santa Monica, madre di Sant’Agostino di Ippona. E’ risaputo che pregò per ben diciassette anni per la sua conversione. Diciassette anni sono seimiladuecentonove giorni. Seimiladuecentonove giorni. Chapeau mamma Monica! A volte noi ci stanchiamo di pregare dopo due, tre giorni, non riusciamo neanche a finire una novena … pregare per seimiladuecentonove giorni significa avere una fede incrollabile, una fiducia incrollabile, una speranza incrollabile. Tutto ciò di cui la società è carente, come se fosse in carestia di abbandono in Dio.

E allora, pensiamo a questa mamma, guardiamo a questa donna, a questa moglie. Sì perché, prima della conversione di Agostino, Monica “strappò” al Padre quella del marito Patrizio. Che si fece battezzare e poi morì l’anno successivo. Era il 372 d.C. e Monica aveva trentanove anni. Fu così che nel 385 Monica riuscì a imbarcarsi per Roma, raggiungendo successivamente il figlio a Milano, dove quest’ultimo occupava una cattedra di retorica.

Il suo profondo amore materno e le incessanti preghiere contribuirono alla conversione di Agostino, il quale ricevette gli insegnamenti catechetici da sant’Ambrogio e venne battezzato il 25 aprile 387. La ritroviamo, poi, insieme al figlio nei pressi di Milano, impegnata in conversazioni filosofiche e spirituali con lui e altri membri della famiglia. Monica partecipò con grande saggezza ai dibattiti, tanto che Agostino decise di riportare nei suoi scritti alcune delle riflessioni pronunciate dalla madre, un fatto piuttosto insolito per l’epoca, in cui alle donne non era generalmente riconosciuto il diritto di intervenire pubblicamente.

Tra esse si ricordano: “Una sola cosa era che mi faceva desiderare di vivere ancora un poco, vederti cristiano cattolico prima di morire“; “Il mio Dio mi ha soddisfatto ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui“; “Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei Tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo”.

Proprio nell’anno del Giubileo della speranza, allora, facciamo conquistare da quella che non è un finta pacca consolatoria sulla spalla ma una virtù. Fidiamoci di Dio anche quando di sembra tutto nero, tutto buio, tutto al ribasso, tutto impossibile. Cerchiamo di dare ai nostri figli il meglio di noi, impegnandoci attivamente e – insieme – affidandoli al Cielo con serenità, proprio come ha fatto Santa Monica. Perché il fiume della salvezza scorre nel cuore di Dio e ne siamo tutti immersi. Dobbiamo solo esserne consapevoli.

Fabrizia Perrachon

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Il capo è quello che si dona per primo

Il 18 agosto 1982, papa Giovanni Paolo II, durante l’Udienza del mercoledì, continua la sua personale analisi della Lettera di san Paolo agli Efesini. Clicca qui per leggere gli approfondimenti delle catechesi già pubblicati.

In questa catechesi il santo polacco su cosa si è focalizzato? San Paolo, nella Lettera agli Efesini, ci consegna un testo che da secoli viene meditato per comprendere il matrimonio cristiano. Egli paragona il rapporto tra marito e moglie al legame tra Cristo e la Chiesa. Non è solo una bella immagine poetica, ma una verità profonda: il matrimonio, vissuto nella fede, diventa segno concreto del mistero eterno dell’amore di Dio per l’umanità.

L’analogia sponsale

San Paolo usa una grande analogia: come Cristo ama la Chiesa, così il marito deve amare sua moglie; e come la Chiesa si dona a Cristo, così la moglie deve vivere in piena relazione col marito. Non si tratta di un discorso di potere o di subordinazione, ma di amore reciproco che diventa segno sacramentale. È un’immagine che illumina in due direzioni: ci aiuta a capire meglio l’amore di Cristo, ma nello stesso tempo rivela la verità più profonda del matrimonio.

Un amore che salva

Il cuore del testo è chiaro: Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Questo dono totale, fino alla croce, non è solo un atto di redenzione, ma anche un gesto sponsale. La Chiesa diventa “corpo di Cristo” perché riceve questo dono, e da Lui prende vita. Così anche il matrimonio: non si fonda su sentimenti passeggeri, ma sulla decisione di donarsi l’uno all’altra, di appartenersi e di costruire insieme una comunione che dura tutta la vita.

Il matrimonio come vocazione

Il matrimonio cristiano è vocazione, cioè chiamata. Non basta volersi bene: occorre imparare a rispecchiare l’amore di Cristo. Questo significa che il marito non è “capo” nel senso del padrone, ma è colui che si assume la responsabilità di donarsi per primo, come Cristo che ha dato la vita. La moglie non è “sottomessa” come in una logica di inferiorità, ma come la Chiesa che liberamente si affida a Cristo. È un gioco di reciproca donazione, dove ciascuno diventa custode dell’altro.

L’essenza sacramentale

Paolo mostra che il matrimonio non è un semplice contratto sociale o una convenzione, ma un sacramento: un segno che rivela e realizza l’amore di Dio. Ogni gesto quotidiano di cura, di perdono, di fedeltà, diventa parte di questo mistero. Nella vita concreta, marito e moglie sono chiamati a rendere visibile ciò che Cristo fa con la Chiesa: custodirla, sostenerla, salvarla.

Una via di santità

Il matrimonio, quindi, è una strada di santità. Amare il proprio sposo o la propria sposa significa partecipare al mistero di Cristo che ama la sua Chiesa. Non è sempre facile: ci sono fragilità, ferite, incomprensioni. Ma proprio lì si manifesta la grazia: la forza di ricominciare, di perdonare, di donarsi ancora. Come Cristo non smette di amare la sua Chiesa nonostante i suoi limiti, così gli sposi sono chiamati ad amarsi con un amore fedele e tenace.

Fatti, non parole!

Immagina una coppia che, dopo una lunga giornata di lavoro e preoccupazioni, si ritrova a tavola stanca e silenziosa. Non ci sono discorsi spirituali, non ci sono gesti eclatanti, ma c’è un piatto preparato, una mano che accarezza, un sorriso che rompe la fatica. Ecco, lì si compie la lettera agli Efesini. Perché l’amore sponsale non è fatto solo di grandi dichiarazioni, ma di gesti quotidiani che diventano sacramento.

Il marito che si china ad ascoltare sua moglie, anche se è esausto, imita Cristo che ha dato se stesso per la Chiesa. La moglie che accoglie con fiducia e perdono, imita la Chiesa che si affida a Cristo. In questo scambio, apparentemente semplice, passa il mistero: Dio stesso si fa presente nella loro relazione.

Così il matrimonio diventa una piccola “chiesa domestica”. Non serve cercare esperienze straordinarie: basta vivere la quotidianità con lo sguardo di Cristo. Ogni gesto d’amore diventa un frammento dell’eterno “sì” di Dio all’umanità. Gli sposi che imparano a riconoscerlo trasformano la loro casa in un santuario, dove l’ordinario diventa straordinario e la vita comune diventa via di salvezza.

Antonio e Luisa

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Partorito due volte

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo (Lib. 9, 10-11; CSEL 33, 215-219) Tuttavia, Signore, tu sai che in quel giorno, mentre così parlavamo e, tra una parola e l’altra, questo mondo con tutti i suoi piaceri perdeva ai nostri occhi ogni suo richiamo, mia madre mi disse: «Figlio, quanto a me non trovo ormai più alcuna attrattiva per questa vita. Non so che cosa io stia a fare ancora quaggiù e perché mi trovi qui. Questo mondo non è più oggetto di desideri per me. C’era un solo motivo per cui desideravo rimanere ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico, prima di morire. Dio mi ha esaudito oltre ogni mia aspettativa, mi ha concesso di vederti al suo servizio e affrancato dalle aspirazioni di felicità terrene. Che sto a fare qui?».

Domani la Chiesa celebra la memoria liturgica di S.Monica, la mamma di S.Agostino, e quindi non potevamo ignorare tale figura nelle pagine di questo blog. Di lei sappiamo attraverso gli scritti del figlio, di cui sopra abbiamo riportato un piccolo stralcio, ma quello che vogliamo oggi mettere in risalto non è certo la sua indomita fede nella Provvidenza, la sua incrollabile tenacia nel chiedere al Signore la conversione del figlio, e nemmeno la sua perseveranza nelle preghiere e nei digiuni per contribuire a tale scopo. Quello che invece vogliamo mettere in risalto è la sua visione della maternità.

Incontriamo quotidianamente mamme tutte indaffarate nel prendersi cura dei propri figli: la salute fisica, i vestiti, il cibo, l’igiene personale, la buona creanza, l’istruzione, la socialità, lo sport, ecc… tutte realtà importanti e di cui prendersi giustamente cura come madri. Ma siamo sicuri che sia tutto qui? Siamo sicuri che la cura spirituale non c’entri nulla e che sia un optional?

Santa Monica ci dimostra che la cura spirituale deve essere prioritaria rispetto al resto, non perché il resto non sia buono, ma perché quest’ultimo venga ispirato, regolato, modellato e orientato dalla cura spirituale.

Quando ordiniamo dei prodotti online, ci sono alcune volte che desideriamo ricevere il pacco con posta prioritaria perché esso ha una certa urgenza per noi. Similmente dobbiamo far arrivare ai nostri figli la cura spirituale come posta prioritaria, il resto poi arriva con posta normale, non è che non arrivi a causa di una presunta poca importanza, arriverà di certo ma con posta normale.

Non possiamo certo pensare che S.Monica non si sia preoccupata di soddisfare le esigenze corporali dei due figli, chissà quanti pannolini avrà cambiato e quante ninne nanne avrà cantato, quante pappe avrà preparato e quanti vestiti avrà pulito. Ma di certo queste attenzioni amorose saranno state guidate dalla cura spirituale, sostenute da essa, alimentate da essa, per dirla con un’immagine compensibile alle mamme: saranno state impastate e lievitate con essa. A buona intenditrice poche parole.

Care mamme (sia quelle naturali che quelle spirituali che quelle adottive) prendete esempio da S.Monica ed invocatela come aiuto nel vostro delicato e bellissimo ministero materno. In ultima analisi S.Agostino è stato partorito due volte da S.Monica, la prima nel corpo e la seconda nell’anima. Cari mariti, a voi il compito di proteggere tale maternità e di custodirla nonché di sostenerla. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Il mistero della bellezza e il dono del pudore

In questo capitolo non proseguiamo con i versetti. Mi fermo per evidenziare una caratteristica della relazione tra Salomone e l’amata. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Dopo l’ammirazione del coro per la bellezza della Sulamita, è ora l’amato a soffermarsi sui particolari della sua amata. Il coro, nei versetti precedenti del Cantico dei Cantici, aveva celebrato una bellezza che trabocca dalla Sulamita, una bellezza che sembra toccare tutti coloro che la vedono e la contemplano. Ma lo sguardo dell’amato è diverso: non si ferma alla superficie, penetra nell’intimità, cerca i dettagli. La bellezza della Sulamita non è più patrimonio collettivo, ma tesoro custodito nello sguardo dello sposo.

Questa distinzione è fondamentale: ciò che tutti possono ammirare è solo un riflesso, mentre la profondità è riservata a chi ama davvero. È l’immagine dell’intimità autentica: la Sulamita desidera svelarsi solo al suo sposo. Ma, anche in questo, rimane un mistero. Nessuno di noi, infatti, può conoscere se stesso fino in fondo. Perfino la Sulamita non può donare ciò che ancora le resta oscuro, eppure è proprio nel desiderio di donarsi che si conosce di più.

Nasce così un circolo virtuoso: l’abbandono fiducioso allo sposo permette alla donna di scoprire se stessa, e questa conoscenza accresciuta la rende più capace di donarsi. È l’immagine viva del matrimonio: nell’amore reciproco non solo ci si dona, ma ci si scopre, ci si plasma, ci si fa crescere. Papa Francesco, parlando ai fidanzati nel 2014, sintetizzava così: «Il marito ha il compito di far più donna la moglie, e la moglie ha il compito di far più uomo il marito». Non significa cambiare l’altro a nostro piacimento, ma permettere all’altro di diventare ciò che è chiamato ad essere.

Conoscersi attraverso l’altro: uno sguardo psicologico

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, potremmo dire che la relazione coniugale sana consente un dialogo costante tra le parti adulte dei coniugi. Quando marito e moglie si accolgono e si rispettano, si attiva un processo di “ristrutturazione del copione”: ciascuno scopre parti di sé che non conosceva, smette di vivere ruoli infantili o genitoriali distorti e si apre alla libertà di amare da adulto.

Nella simbiosi iniziale della coppia, spesso domina il bisogno di fusione: “Io e te siamo uno”. Con il tempo, però, cresce la necessità di riconoscere l’altro come persona distinta. La Sulamita non si dissolve nello sposo, ma resta se stessa. L’amore vero non annulla, ma fa emergere l’identità. È qui che l’intimità diventa feconda, perché si fonda sulla libertà e non sulla dipendenza.

Il pudore: non debolezza, ma forza

Un aspetto prezioso che il Cantico ci consegna è il pudore della Sulamita. Ella mostra ciò che conosce di sé solo al suo sposo. Questo non è segno di complesso o paura, ma di consapevolezza. Il pudore è spesso frainteso nella cultura contemporanea, che lo vede come un ostacolo da abbattere o come un residuo di tabù moralistici. Ma in realtà il pudore è custodia, è protezione della propria intimità, è consapevolezza che il corpo non è un oggetto da esibire, ma un linguaggio da condividere.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, sottolinea che il pudore “custodisce l’interiorità della persona” e impedisce che essa sia trattata come cosa. In altre parole, il pudore non reprime, ma difende la verità dell’amore. È un confine sacro che dice: “Io non sono merce, io sono dono”. Chi non conosce il pudore, spesso non vive libertà ma mendica amore e riconoscimento: è alla ricerca disperata di conferme, disposto a svendere la propria intimità per ottenere attenzione. È il paradosso di un’epoca in cui il corpo è esposto ovunque, ma raramente custodito. L’assenza di pudore non genera libertà, ma dipendenza dallo sguardo degli altri.

Figli di Re, non mendicanti

Il linguaggio biblico è chiaro: non siamo mendicanti, siamo figli di Re. “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2,9). Questa dignità si riflette anche nel corpo, che non è per tutti, ma per uno solo. Il pudore, allora, non è un limite ma un’affermazione di regalità: custodire la propria bellezza significa riconoscere che essa è destinata a chi sa assumersi la responsabilità di un amore per sempre.

Il corpo, nel progetto di Dio, non è mai ridotto a oggetto. È sacramento, cioè segno visibile dell’invisibile. Nel matrimonio, l’uomo e la donna diventano per l’altro segno vivo dell’amore di Cristo. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (1 Cor 6,19). Chi guarda con occhi puri scopre un santuario, non un oggetto.

Il pudore non si limita al nascondere, ma apre al dono. Non è paura, è attesa. È dire: “Io custodisco me stesso per colui/colei che saprà guardarmi con verità, senza violarmi, ma facendomi specchiare nei suoi occhi”. È l’attesa di uno sguardo che non possiede, ma accoglie; che non consuma, ma custodisce. È in questo che la Sulamita diventa simbolo di ogni sposa e, in fondo, di ogni cristiano: la sua intimità è destinata a chi sa promettere per sempre. In un mondo che teme la promessa, il pudore diventa profezia: solo chi osa il “per sempre” merita di entrare in quel santuario.

Una lezione per oggi

Questa visione biblica e teologica trova riscontro anche in un’osservazione psicologica: la persona che custodisce la propria intimità non lo fa per paura, ma per amore. È una persona adulta, capace di gestire i propri confini, che non mendica attenzioni ma sa attendere e scegliere. Il matrimonio, allora, è la cornice in cui questo dono trova il suo compimento. È il luogo dove il pudore si trasforma in libertà, perché l’altro è diventato casa, rifugio sicuro, promessa mantenuta. Papa Francesco in Amoris laetitia lo dice con forza: «Il corpo dei coniugi, con i segni dell’amore, diventa linguaggio della vita donata». Il pudore non è un ostacolo, ma la condizione perché il corpo parli in verità.

Il Cantico dei Cantici ci ricorda che la bellezza non è mai solo esteriore: la vera bellezza è quella che si svela nel dono reciproco, nella custodia del mistero, nella capacità di far crescere l’altro. La Sulamita e l’amato ci insegnano che l’intimità non si improvvisa né si svende, ma si costruisce passo dopo passo, nell’abbandono e nel rispetto, nel pudore e nella promessa. Non siamo mendicanti che elemosinano sguardi. Siamo re e regine che custodiscono un mistero: il nostro corpo, il nostro amore, la nostra promessa. E questo mistero, custodito nel pudore, diventa splendore di un amore che riflette la stessa luce di Dio.

Antonio e Luisa

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La strettezza di vivere nella sequela

Cari sposi, per alcuni le ferie sono finite e sta per riprendere il tempo dell’ordinarietà tra lavoro, famiglia e tante altre cose abituali. La speranza è che il riposo estivo abbia rigenerato corpo e anima e se la nostalgia può invadere l’anima, la bella notizia è che Gesù vive soprattutto nelle cose di tutti i giorni e non smetterà mai di elargire i suoi doni, in modo particolare a coloro che Glieli chiedono con fede e insistenza.

Oggi il Maestro ci continua a parlare nella Liturgia, anzitutto con la prima lettura che è presa dagli ultimi capitoli del profeta Isaia. Quella parte del libro è stata scritta nel periodo in cui il popolo di Israele era tornato ormai dall’esilio in Babilonia e tale esperienza aveva mutato la precedente concezione di salvezza. Da una visione ristretta – solo chi è ebreo sarà salvo – adesso Israele comprende che egli non ne detiene l’esclusiva ma piuttosto che è stato chiamato per primo ad essere primizia di una moltitudine di popoli. L’autore sacro qui arriva a dire qualcosa di scandaloso se l’avesse scritto per anche solo 100 anni prima, che cioè i pagani aderiranno alla fede mosaica e addirittura potranno diventare sacerdoti di Jahvé! Per cui, appunto, leggiamo che non solo Israele, ma anche gli stranieri e gli emarginati possono aderire all’alleanza con Dio (Is 56,3–8). Questo per noi cattolici ha un importanza fondamentale, perché rende evidente che già l’Antico Testamento contiene un’apertura universale del Vangelo a tutte le genti (cfr. Mt 28,19; Ef 2,11-22).

Questa premessa è assai importante per comprendere il Vangelo. La domanda sulla salvezza che viene posta a Gesù, Gli dà piede per un approfondimento di vitale importanza per noi. Facciamoci anzitutto una domanda: in questa circostanza a chi sta parlando Gesù? È chiaro che si rivolge al suo seguito, quindi non a persone qualunque ma a chi stava credendo in Lui e lo accompagnava cammin facendo fino a Gerusalemme. Traslatando la scena ad oggi, Gesù interpellerebbe i cristiani credenti/praticanti, quelli vicini, chi va a Messa la domenica.

È molto interessante che il Maestro dribbla la questione numerica, tipo la vexata quaestio dei 144.000…, e invece va diritto al nocciolo: la salvezza è direttamente collegata alla relazione vitale, reale e personale con Lui.

È così chiaro nell’affermare questo che il Signore arriva persino a ipotizzare di disconoscere coloro con cui aveva mangiato a tavola – e sappiamo quanto peso abbia per Gesù la mensa e la convivialità – pur di dire che non sono i centimetri di prossimità che fanno un credente ma la relazione di amicizia! Ora spero che a tutti noi inizi un po’ a scottare la sedia in questo momento, a noi che siamo spesso tentati di farci forti delle nostre sacrosante abitudini di fede… appunto, abitudini che possono cancellare l’anima con cui vanno vissute.  Non sono stati proprio i concittadini nazzareni, coloro che avevano visto Gesù in pantaloncini corti, a volerlo sfracellare da un dirupo?

Ed ecco allora chiaro il senso della porta stretta: è dura mantenere l’amicizia con Gesù, perché è un dono da supplicare e non si può mai supporre e ricoprirlo sotto le spoglie della routine. È quindi proprio a noi cristiani che questa porta risulta stretta, perché è la Grazia che continuamente ci deve sorprendere e mai presumere di averla già assimilata. La porta stretta è la battaglia di ogni giorno per accogliere Gesù che passa dalla nostra vita, è un dono sempre da rinnovare e mai considerare un possesso comodo o un’appartenenza scontata.

Di conseguenza per voi sposi, tutto ciò costituisce una vocazione speciale. Papa Francesco, facendosi eco di un Magistero costante, dice che Gesù Risorto “abita” la relazione degli sposi, di ogni coppia che ha ricevuto il sacramento. Lo dice due volte in Amoris laetitia: anzitutto come dato di fatto, dicendo che Egli è con gli sposi, a prescindere dal loro grado di santità (cfr. AL 315) e poi nel senso che quella relazione è chiamata a diventare sempre più una sua dimora (cfr. AL 29). Il senso del verbo “abitare” è lo stesso che Giovanni usa per esprimere il concetto che il Verbo si è incarnato ed è venuto ad “abitare” in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 18), per cui esso riveste un significato assi forte ed esplicito. Parafrasando il Vangelo odierno, voi sposi potreste dire a Gesù: “Signore, noi ci siamo sposati in Chiesa, quindi siamo salvi” ma se questo non comportasse poi una relazione vera con lo Sposo, l’esito e la risposta del Maestro sarebbe la medesima del testo.

Cari sposi, sforzatevi di crescere nell’amore personale e di coppia con il vostro Sposo, con la preghiera, i sacramenti, i sacrifici offerti per amore. Il Papa Francesco chiarisce tutto questo in modo chiaro e con le sue parole vorrei concludere:

«Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo» (Angelus, 21 agosto 2016).

ANTONIO E LUISA

La parola che illumina tutto è relazione. Non è uno slogan, ma il cuore stesso del matrimonio. Lo ricordava padre Luca, richiamando le parole di papa Francesco: l’amore coniugale . come la fede – non vive di automatismi, ma di una scelta che si rinnova ogni giorno. Certo, al centro c’è Gesù, presenza viva che sostiene e feconda l’unione. Ma la sua grazia trova spazio solo in un cuore aperto: capace di accogliere l’altro con le sue fragilità e di lasciarsi sorprendere dalla sua bellezza. Un cuore che non smette di stupirsi davanti al dono della persona amata. Perché l’amore non cresce nei grandi gesti eroici, ma nei dettagli quotidiani: uno sguardo, una carezza, una parola buona, un dialogo sincero. Sono questi atti semplici che rendono vivo il matrimonio, lo custodiscono dalle abitudini sterili e lo trasformano in un segno di speranza per il mondo.

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Dal degrado online alla sacralità del corpo

La chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie” – clicca qui se non conosci la vicenda – ha riportato al centro del dibattito un tema antico e sempre attuale: il corpo della donna trattato come oggetto da esibire. In quel gruppo venivano condivise, spesso senza consenso, foto di mogli e compagne in situazioni private, accompagnate da commenti volgari. Non era pornografia esplicita, ma una forma di esposizione che umiliava la persona, riducendola a merce per ottenere approvazione e riconoscimento da parte degli altri. È vero: non tutte le immagini pubblicate ritraevano davvero la moglie di chi le condivideva, alcune erano prese dai social di sconosciute o da profili di modelle. Ma il fatto che almeno una parte lo fossero davvero apre uno squarcio inquietante: significa che c’è chi sceglie di esporre la propria intimità più preziosa, tradendo la fiducia della persona amata.

La miseria di mettere in piazza l’intimità

Che cosa rivela un fenomeno simile? Prima di tutto, una povertà interiore: chi espone la propria moglie cerca conferme fuori dal rapporto, come se l’intimità non bastasse di per sé. È il segno di un legame vissuto più come possesso che come dono, più come trofeo da mostrare che come mistero da custodire. Dietro l’apparente leggerezza di un “gioco” si nasconde un meccanismo relazionale tossico: la persona amata viene svalutata, privata della sua dignità di soggetto e trasformata in oggetto di vanto. Così l’uomo non solo ferisce la propria compagna, ma tradisce anche se stesso, perché si condanna a relazioni superficiali, basate sul bisogno di approvazione e non sulla libertà.

La Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II offre un’alternativa radicale. Insegna che il corpo non è un accessorio, ma parte essenziale della persona. Attraverso il corpo, uomo e donna si rivelano e si donano. Il matrimonio cristiano è il luogo in cui questo dono trova pienezza: l’intimità fisica non è un dettaglio privato, ma un gesto sacramentale che rinnova le promesse fatte sull’altare. La camera nuziale è, per così dire, un altare domestico. Per questo il pudore non è un tabù antiquato, ma una forma di custodia: protegge la dignità del corpo e ricorda che esso appartiene solo all’amore degli sposi, non allo sguardo indiscreto della piazza.

Relazioni immature e relazioni adulte

Ampliando il discorso è consuetudine in molte coppie giocare inconsapevolmente con il corpo dell’altro come se fosse strumento di potere: “ti mostro se voglio”, “mi nego per punirti”, “ti espongo per vantarmi”. Sono giochi infantili che nascono da insicurezza e bisogno di controllo. È un modo immaturo di proteggersi dalla paura del rifiuto o dell’abbandono.

La maturità affettiva, invece, nasce quando si abbandonano questi giochi e si riconosce che l’altro non è un possesso, ma un dono. Gli sposi che custodiscono la propria intimità scoprono che l’amore non ha bisogno di testimoni: la gioia non sta nell’essere visti, ma nell’essere liberi di donarsi senza condizioni. È qui che fiorisce la vera libertà: quando amare non è più calcolo né strategia, ma scelta quotidiana di fiducia. In una relazione così, il corpo non è strumento di potere, ma linguaggio di tenerezza, segno di un “noi” che cresce e si rafforza nella discrezione, lontano dallo sguardo della piazza.

Il corpo, nella prospettiva cristiana, è linguaggio: attraverso di esso gli sposi si dicono “ti appartengo”, “mi dono”, “sono tutto per te”. Quando questo linguaggio viene portato fuori dal suo contesto – esibito, commentato, ridicolizzato – perde il suo significato e diventa caricatura. Come una lettera d’amore letta ad alta voce in piazza, l’intimità esposta smarrisce la sua bellezza. Ciò che era dono esclusivo diventa spettacolo, e il cuore dell’amore si svuota.

La differenza è tutta qui: nel matrimonio cristiano il corpo dell’altro non è mai possesso né trofeo, ma mistero da custodire. La custodia non è paura, ma scelta di amore. È dire: “tu sei troppo preziosa per essere esposta, troppo sacro per essere profanato”. In un mondo che confonde libertà con esibizionismo, custodire l’intimità appare controcorrente. Eppure è proprio questa discrezione a rendere il rapporto fecondo, capace di crescere negli anni. L’amore che si protegge diventa stabile, profondo, generativo. L’amore che si svende, invece, si consuma presto e lascia vuoto.

Conclusione

Il caso “Mia Moglie” è lo specchio di una miseria culturale che riduce il corpo a merce e l’intimità a spettacolo. La Teologia del Corpo ci ricorda invece che ogni gesto d’amore è sacramento, che il corpo dell’altro è tempio, che il pudore è linguaggio di rispetto e di verità. Lì dove c’è custodia, c’è amore maturo. Lì dove c’è ostentazione, c’è solo fragilità e paura. Per questo il matrimonio autentico non ha bisogno di piazze, ma di stanze segrete in cui due sposi si donano senza testimoni, trasformando l’intimità in un segno vivo della presenza di Dio.

Antonio e Luisa

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Una seconda possibilità scritta con le cicatrici

Ci sono storie che sembrano finite, amori che paiono spegnersi sotto il peso delle ferite, ma che invece sanno rinascere dalle proprie cicatrici. Questa è la nostra storia, quella di Annalisa e Marcelo, che oggi siamo sposati da 29 anni e abbiamo due figli: uno di 26 e uno di 21 anni. Nel nostro cammino c’è anche un figlio che vive in cielo, presenza silenziosa che ci accompagna e ci ricorda ogni giorno quanto l’amore sia fragile ma prezioso.

Ci siamo conosciuti in un cammino religioso, diventando amici inseparabili: organizzavamo attività, serate in allegria e condividevamo sogni. Nel 1993, durante un pellegrinaggio a Denver per la GMG, Marcelo trovò il coraggio di dichiararsi e lì nacque la nostra storia d’amore. Dopo tre anni di fidanzamento ci sposammo, pieni di entusiasmo e speranza. I primi anni furono ricchi di gioia e leggerezza: ci sembrava di poter affrontare tutto.

Poi arrivarono i figli e con loro le responsabilità e le fatiche. Io, Annalisa, sentivo il peso di tutto sulle mie spalle e non mi sentivo più ascoltata. Io, Marcelo, mi rifugiavo nel silenzio e nella fuga, fino a tradire la fiducia di mia moglie. Arrivammo persino al punto di firmare i documenti della separazione, convinti che fosse la fine.

Eppure, proprio lì, Dio ci donò una seconda possibilità. Un viaggio a Medjugorje, un consultorio e infine l’incontro con Retrouvaille: tappe che ci hanno restituito la speranza. Non fu semplice, ma altre coppie ferite come noi ci mostrarono che non si trattava di cancellare il passato, ma di guardarlo con onestà e ricostruire insieme. Abbiamo imparato che il dialogo è il nostro pane quotidiano, che la trasparenza conta più della perfezione e che l’amore non è un’emozione passeggera, ma una scelta rinnovata ogni giorno.

Oggi, dopo 29 anni di matrimonio, sappiamo che la nostra storia non è perfetta, ma è vera. Ogni cicatrice racconta cadute e rialzate, dolore e rinascita. I nostri figli sono la prova che l’amore, scelto con coraggio e perseveranza, può diventare più forte delle tempeste. Guardando indietro non vediamo solo il dolore, ma anche la forza che ci ha permesso di restare uniti e il dono di poter ripartire.

Se la tua storia sembra crollare, non arrenderti. Non sei solo. Anche quando tutto appare buio, una piccola luce può aprire un cammino nuovo. Forse oggi ti sembra impossibile, ma noi siamo testimoni che la speranza può rinascere anche dalle macerie. Lascia che il dialogo, il perdono e l’umiltà diventino i tuoi compagni di viaggio: scoprirai che ogni passo, anche il più faticoso, può avvicinarti a una vita nuova insieme.

Le nostre cicatrici ci ricordano che si può ricominciare. Se lo abbiamo fatto noi, puoi farlo anche tu. Non smettere di credere che l’amore, con la grazia e la volontà, può sempre sorprendere e rifiorire.

Annalisa e Marcelo (Retrouvaille Italia)

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Agosto … moglie mia ti riconosco!

Per la maggior parte degli italiani le settimane centrali di agosto sono sinonimo di ferie. Anche se, ormai, sono lontani i tempi dei tipici tormentoni nostrani, a colpi di “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” o “Domenica d’agosto, che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto non servirà” . E che dire del detto “Agosto, moglie mia non ti conosco”, dall’omonimo romanzo di Achille Campanile? Tale espressione, però, non è frutto esclusivo dell’opera umoristica dello scrittore romano, ma trae origine da una serie di antichi detti popolari, basati sulla credenza che fosse altamente rischioso per gli uomini avere rapporti sessuali durante i periodi di caldo intenso.

Esiodo, celebre poeta greco, osservava che durante l’estate “le donne sono tutte calore e gli uomini tutta fiacchezza“. Condivideva una visione simile anche Alceo, altro poeta dell’antichità, che scriveva: “Innaffia di vino i polmoni che il solleone è al culmine … quando l’estate tutto incanta propagandosi nell’avvampante bagliore, e fioriscono i cardi, ora le donne sono procaci ma gli uomini sono fiacchi, poiché Sirio brucia il capo e le ginocchia“.

Secondo i greci, dunque, la scarsa propensione degli uomini ai rapporti amorosi nel mese di agosto era imputabile proprio a Sirio, la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Questa stella, associata al caldo intenso di quel periodo, veniva anche chiamata Canicula (piccolo cane), un termine che col tempo è stato appunto associato all’afa e al caldo insopportabile.

Vi erano, però, anche spiegazioni più logiche e pratiche: un concepimento ad agosto avrebbe portato a un parto in primavera, una stagione cruciale per il lavoro nei campi. In quel periodo, infatti, ogni forza lavorativa era fondamentale, compresa quella delle donne. Una partoriente sarebbe stata impossibilitata a svolgere le fatiche agricole richieste ed è per questo che s’imponevano – o quanto meno consigliavano – limiti alle relazioni coniugali. I mariti erano quindi simbolicamente “esiliati” dal talamo nuziale e tenuti a mantenere le distanze dalle proprie mogli.

Col passare dei secoli, usi e costumi si sono trasformati e il proverbio legato al mese di agosto ha assunto un significato diverso. Probabilmente complice anche il famoso film “Quando la moglie è in vacanza” con Marilyn Monroe (famosa la scena del vestito svolazzante), si è radicata l’idea che non frequentare la propria moglie in agosto sia sinonimo di tradimento. Per estensione, il detto ha preso poi il triste significato che, durante le vacanze, si desidera essere liberi di fare tutto ciò che si vuole, senza alcun vincolo che possa limitare le proprie scelte. Liberi anche di dimenticarsi della moglie. O del marito. E di fare ciò che si vuole.  

Tra gli anni Venti e Settanta del Novecento, era comune che le mogli partissero da sole o insieme ai figli per trascorrere le vacanze, mentre i mariti, rimasti in città a lavorare, avevano sicuramente maggiori occasioni per vivere “avventure galanti”. A onor del vero, spesso anche le mogli facevano altrettanto, al punto che i treni del venerdì sera, pieni di mariti diretti verso le località di villeggiatura, venivano soprannominati i “treni dei cornuti“. A partire dagli anni Ottanta, con l’aumento dell’occupazione femminile, si è generalmente scelto di mettersi d’accordo per i periodi di ferie, condividendo insieme il piacere delle vacanze tanto attese e meritate.

Ma noi, uomini e donne del 2025, che si sentiamo tanto evoluti e post-moderni, potremmo forse ancora accettare passivamente tutto questo? Direi che è venuto il tempo per affermare con convinzione il contrario: agosto … moglie mia ti riconosco! Ma anche … marito mio ti riconosco! Perché se è vero che “la fede non va in vacanza” – come ho affermato in un precedente articolo – è altrettanto vero che una relazione matura non può certo squagliarsi al sole come una granita! La bellezza dell’estate, lungi dall’essere una galleria gratuita di lati A e lati B troppo spesso esposti in modo eccessivo, deve diventare la bellezza di viversi. Viversi come coniugi, viversi come coppia. Finalmente con più calma, finalmente con più tranquillità.

E pazienza se ci sarà un po’ di cellulite in più o qualche pancetta di troppo; amarsi è innanzitutto un atto dell’anima e del cuore. Certo, anche la fisicità vuole la sua parte (ci mancherebbe!) ma ben sappiamo anche la bellezza passa mentre sono altre le cose che non devono tramontare. Allora mettiamo tutto alla luce del sole: non tanto e non solo i corpi ma la maturità del nostro essere sposi. E sposi cristiani. E sarà un riconoscersi pieno di gioia.

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Fabrizia Perrachon

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La Comunione dopo il Divorzio: Sfide e Riflessioni Cristiane

Nelle nostre comunità c’è un tema che da qualche tempo provoca discussioni accese e che, purtroppo, tende a creare divisioni anche fra persone che vivono con grande serietà il sacramento del matrimonio: parlo dell’accesso alla comunione da parte di chi vive una nuova unione, dopo una separazione o un divorzio. E’ anche vero che rispetto a qualche anno fa l’argomento si è un po’ attenuato, probabilmente perché le chiese sono sempre meno frequentate, ma ciclicamente ritorna nelle discussioni.

Prima di entrare nel cuore della questione, desidero fare un passo indietro. Vi ricordo che io sono un separato fedele e, per questo, posso accostarmi all’Eucaristia. Questo, però, non significa che io abbia pregiudizi verso chi ha intrapreso una nuova unione. Ma allora chiediamoci: perché desideriamo l’Eucaristia? Per noi cristiani il fine non è un gesto sacramentale, per quanto santo, il fine è amare Dio, gli altri e andare in Paradiso; allora la domanda che dovremmo farci non è “posso o non posso comunicarmi?”, bensì: “questa scelta, questo cammino, questo modo di vivere, mi avvicina a Cristo? Mi fa amare di più il mio coniuge, i miei figli, i miei fratelli?

Ricordo ancora quel percorso che avevamo iniziato nella mia diocesi nel 2016, rivolto alle persone che vivevano una nuova unione. Al primo incontro la sala era piena, ero contento, perché vedevo nei loro occhi il desiderio di essere ascoltati e accompagnati. Dopo neanche mezz’ora, però, uno di loro alzò la mano e chiese: «Padre, ma alla fine di questo cammino potremo fare la comunione oppure no?». Il sacerdote rispose con sincerità, spiegando che non era previsto e da quel giorno non tornò più nessuno; questo mi è dispiaciuto, perché significa che tutto il resto, l’ascolto della Parola, il confronto fraterno, la preghiera condivisa, il riconoscersi peccatori, era percepito come secondario rispetto a una “concessione”.

Il problema allora non sta nella disciplina sacramentale della Chiesa, il problema è che spesso abbiamo perso il senso del dono. L’Eucaristia non è un premio per chi è bravo, non è un diritto da rivendicare, nessuno la merita, nemmeno chi da anni vive fedelmente il proprio matrimonio, partecipa alla Messa ogni giorno e si confessa regolarmente. Se solo ci fermassimo un momento a pensare che in quel pezzo di pane si fa presente il Figlio di Dio in persona, resteremmo senza parole. Ogni respiro che facciamo è già un dono infinito; quanto più lo è il ricevere il Corpo del Signore.

Qualcuno ancora oggi cita Amoris Laetitia per dire che “adesso va tutto bene”, che “la Chiesa ha cambiato idea”, ma questo non è vero. Nel capitolo VIII si parla della necessità di accompagnare, di discernere, di integrare, non di banalizzare. In alcuni casi, precisi e ben accompagnati, la Chiesa contempla la possibilità che una persona in nuova unione, dopo un serio cammino di conversione, possa accedere ai sacramenti, ma questo non è automatismo, non è un “liberi tutti”, è un lavoro serio del cuore e della vita.

Conosco persone che a un certo punto nella loro vita si sono trovate a un bivio: continuare una relazione dopo una separazione e non fare più la comunione o rimanere da soli scegliendo Gesù e hanno scelto la fedeltà. “Se devo ricevere Gesù, voglio esserne degno”, dicevano: non era un divieto che faceva cambiare la loro vita, ma il desiderio di un incontro più grande.

Poi ci sono coppie, risposate, che un giorno hanno avuto la Grazia di capire i loro errori e di riavvicinarsi a Dio, hanno iniziato a rileggere insieme la propria storia, sono andate a chiedere perdono ai rispettivi figli, hanno smesso di giustificarsi e piano piano, accompagnate pazientemente, hanno scelto di cambiare stile di vita (ricordo che per motivi davvero importanti, quali la crescita di figli molto piccoli, coppie riaccompagnate possono continuare a convivere come fratello e sorella e accedere così ai sacramenti, in accordo con un assistente spirituale e al di fuori della propria comunità, per non creare scandalo).

C’è poi un aspetto di cui non sento parlare quasi mai: le conseguenze che tutto questo ha sui nostri figli e sui giovani: i ragazzi sono già devastati dalle separazioni, dai tradimenti, dalla paura di impegnarsi. Se vedono che il sacramento del matrimonio può essere abbandonato e sostituito senza conseguenze, che testimonianza lasciamo loro? Se tolleriamo e giustifichiamo rapporti extra-matrimoniali in presenza di un sacramento valido, stiamo implicitamente dicendo che tutto è relativo; ma il sacramento è un segno reale, incarnato, dell’amore fedele di Cristo per la Chiesa, se perdiamo questo, non rimane più nulla.

Infine, per fortuna noi non siamo chiamati a giudicare nessuno, ma nemmeno possiamo scivolare in un buonismo che concede tutto senza proporre nulla. La vera carità non è “lasciar fare”, è accompagnare, dire la verità con amore, indicare un cammino esigente, ma liberante: se amo un fratello, desidero per lui ciò che conduce alla vita eterna, non ciò che gli evita una fatica temporanea.

Cari sposi cristiani, non vivete il vostro matrimonio in modo abitudinario, non date per scontata l’Eucaristia, non pensate che “essere a posto” significhi automaticamente camminare nella verità. Ogni volta che andiamo a fare la comunione dovremmo tremare e stupirci, invece, lo dico per me stesso, a volte sono preso da pensieri sulle cose che devo fare, su quelle da ricordare e altre distrazioni futili.

Sta a noi far comprendere l’importanza della santa comunione e non far sentire la Chiesa come un tribunale, ma come una casa dove si può tornare con verità e speranza, una casa dove l’abbraccio del Padre non manca mai.

Antonio e Luisa

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L’uno per l’altro, entrambi per Cristo

Nella sua terza catechesi sul matrimonio (Mercoledì, 11 agosto 1982), Giovanni Paolo II riprende la Lettera agli Efesini e, rispetto alla precedente, scende a un livello ancora più profondo di comprensione. Clicca qui per leggere l’approfondimento già pubblicato.

Quando San Paolo scrive agli Efesini sul matrimonio, non si limita a dare “consigli di coppia”. Quello che ci consegna è un vero tesoro: un modo nuovo di comprendere l’amore tra marito e moglie alla luce del mistero di Cristo e della Chiesa.

Il brano centrale è questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21). È una frase che cambia tutto. Non si tratta di sottomissione come dominio o schiavitù, ma di pietas, cioè rispetto profondo, venerazione per ciò che è sacro. Il matrimonio, infatti, non è solo un contratto o un affetto privato: è un sacramento, un segno della presenza di Cristo. E il rapporto tra marito e moglie deve nascere da questa coscienza.

San Paolo parte da una logica reciproca: l’uno per l’altro, entrambi per Cristo. Questo è importante perché, se letto male, il versetto successivo — “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” — rischia di sembrare una giustificazione del dominio maschile. In realtà, Paolo chiarisce subito: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. L’amore del marito non è possesso ma dono totale, fino al sacrificio di sé.

In questo scambio, la “sottomissione” non è unilaterale ma vicendevole: ciascuno si dona all’altro, ciascuno è responsabile della felicità e della crescita dell’altro. Qui sta la rivoluzione cristiana: il matrimonio non è più una struttura gerarchica come spesso lo era nella cultura antica, ma diventa comunione di persone.

San Paolo insiste molto sugli sposi uomini: “Mariti, amate le vostre mogli…”. Sa che il rischio, in una società patriarcale, era di ridurre la donna a dipendenza o a proprietà. L’amore di Cristo, invece, rovescia ogni logica di potere: chi ama diventa servo, si abbassa, si dona. Perciò il marito non è padrone, ma immagine viva di Cristo che si sacrifica per la sua sposa.

Questo non annulla la diversità dei ruoli, che rimane, ma la purifica da ogni abuso. Paolo riconosce che nella sua epoca certi linguaggi e mentalità erano radicati, e infatti parla anche del “rispetto” che la moglie deve al marito. Ma introduce un criterio nuovo e permanente: la reciproca sottomissione nell’amore. È questo il cuore del matrimonio cristiano.

Possiamo dirlo in modo semplice: marito e moglie sono due persone che si chinano l’una sull’altra per lavarsi i piedi a vicenda, proprio come Gesù ha fatto con i suoi discepoli. Nessuno è sopra l’altro, ma ciascuno mette l’altro al centro.

La Lettera agli Efesini ci ricorda anche che questa unione non si esaurisce nei sentimenti: ha una dimensione sacramentale e mistica. Paolo usa un’analogia fortissima: il legame degli sposi è immagine del legame tra Cristo e la Chiesa. “Il marito è capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa, suo corpo”. Non è un “capo” che comanda, ma un capo che guida servendo, che dà vita al corpo con la sua stessa vita.

Così, il matrimonio diventa icona vivente del mistero di Cristo: un amore fedele, fecondo, indissolubile. L’amore sponsale è fatto di gesti concreti — tenerezza, perdono, pazienza, sacrificio — ma racchiude una dimensione eterna: ogni volta che due sposi si donano l’uno all’altro, rendono visibile al mondo l’amore invisibile di Dio.

Oggi, certo, la sensibilità è diversa: la donna ha conquistato un ruolo paritario nella società, e parlare di “sottomissione” può urtare. Ma il principio di fondo non cambia: la reciprocità nell’amore rimane la colonna portante della coppia. È questa reciprocità che costruisce una comunione solida, capace di reggere le tempeste e di generare vita, non solo biologica ma anche spirituale.

Alla fine, Paolo ci mostra che nel matrimonio si incontrano due misteri: quello dell’amore umano e quello dell’amore divino. È per questo che dice: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32). Ogni matrimonio cristiano diventa allora una piccola Chiesa domestica, un luogo dove si tocca con mano la fedeltà di Dio.

UNA DANZA A DUE

Quando danzi da solo, puoi muoverti come vuoi. Ma quando balli con il tuo sposo o la tua sposa, non puoi più pensare solo ai tuoi passi: devi ascoltare la musica, ma soprattutto devi ascoltare l’altro. Se uno cerca di imporre i suoi movimenti, il ballo diventa rigido e faticoso; se entrambi si sottomettono alla stessa melodia e si donano l’uno all’altro, allora la danza diventa armoniosa, bella da vedere e da vivere.

San Paolo, con parole che a volte ci suonano difficili, dice proprio questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Non vuol dire che uno comanda e l’altro subisce, ma che entrambi imparano a lasciarsi guidare dallo Spirito, a mettere al centro il bene dell’altro.

Il matrimonio è questa danza: Cristo è la musica che tiene il ritmo, e gli sposi sono chiamati ad affidarsi, a fidarsi e a muoversi insieme. È così che il loro amore diventa non solo un’esperienza privata, ma un segno concreto e visibile dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

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