Il Perdono Nella Relazione: Un Percorso Quotidiano

Qualche giorno fa abbiamo avuto una discussione di quelle intense, in perfetto stile “vecchi tempi”, antecedente al nostro percorso con Retrouvaille e al cammino di guarigione e ricostruzione del nostro matrimonio.

Sapete quei giorni in cui l’altro vi appare in tutta la sua fastidiosa diversità? Quei momenti in cui la frase più gentile che ci si rivolge è “tu non capisci e proprio non vuoi ragionare” e dire “stai calmo” ha l’effetto esattamente opposto? Ecco, appunto… Peccato che quella sera ci aspettava una testimonianza in un corso per fidanzati, il cui tema era proprio il perdono.

Silenzio e Domande

Il viaggio in auto si è svolto nel silenzio più totale e l’abitacolo si è riempito di domande mute:

  • Non abbiamo ancora capito nulla noi… cosa andiamo a dire a venti (dico venti!) coppie che si stanno preparando al matrimonio ed avranno gli occhi a cuore?
  • Non cambieremo mai… non è servito a nulla toccare il fondo… io non ce la faccio, non ho voglia di fare un passo…

Provvidenziale, nel senso letterale del termine, è stata una tappa a Caravaggio prima di raggiungere il luogo della testimonianza. Sebbene uno dei motivi della discussione fosse proprio la smania di uno dei due (una dei due, per la precisione) di fare mille cose, di andare di qui e poi di là con l’illusione del dono dell’ubiquità, il Santuario era proprio di strada. Mettere nelle mani di Maria la nostra pochezza ha aiutato e ha aperto la strada a ciò che sarebbe avvenuto dopo.

La Testimonianza

Arrivati dai fidanzati, abbiamo iniziato a leggere, come di consueto, la nostra storia. Condividerla non è mai indolore, ma certi passaggi, quella volta, hanno assunto un significato ancora più profondo. Con la voce rotta dall’emozione ci siamo detti nuovamente:

Sono consapevole e sempre più certo che il lavoro iniziato vada fatto ogni giorno e che ogni giorno io debba decidere di amare e di perdonare. Grazie alle testimonianze di molte coppie di Retrouvaille e all’impegno messo quotidianamente per la ricostruzione, ho compreso che posso ricominciare in ogni istante e di fronte a ogni difficoltà.

E ancora:

Ogni giorno ora nasce, alla luce della decisione presa ed anche nei momenti di sconforto, la consapevolezza di aver trovato strumenti nuovi, un metodo e un modo di comunicare efficaci mi aiuta ad avere speranza. Io non voglio più stare male e far stare male gli altri come facevo prima, e questo mi spinge, con l’aiuto del Buon Dio e degli amici di Retrouvaille, a camminare, piano piano, senza correre, ma senza fermarmi.

Un Momento di Grazia

La serata è proseguita con tantissime domande da parte delle coppie che hanno assistito alla nostra riconciliazione in diretta. Del resto, se non si parte raccontando la propria vita e ciò che ci accade, cosa si ha da offrire?

Ci siamo scoperti ancora una volta ironici e capaci di scherzare sull’accaduto, tanto da suscitare spesso l’ilarità del gruppo. Abbiamo sperimentato quanto sia facile tornare alle vecchie abitudini: alla pretesa che sia l’altro a cedere, a innalzare muri tra di noi e a colpire proprio dove sappiamo che l’altro è più vulnerabile e fragile.

La Lezione Appresa

Abbiamo dovuto ricordare a noi stessi che siamo in cammino, che lo saremo sempre, ogni giorno della nostra vita insieme. Pensare di essere arrivati e smettere di prendersi cura del proprio matrimonio sono la stessa cosa.

L’aiuto “da casa” è arrivato puntuale come sempre, mettendo sulla nostra strada la Vergine di Caravaggio e una testimonianza in un corso fidanzati.

Un Epilogo Quotidiano

Tornando a casa in auto, sotto il diluvio, tutto è tornato come prima, anzi meglio di prima: “Stai attento, frena, frena, ti ho detto frena… riesco a leggere la targa di quello davanti…” – e ancora – “Se dici ancora una parola ti lascio sul ciglio della strada.

Giovanni e Silvia (Retrouvaille Italia)

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Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?

Questi interrogativi sono l’incipit di una famosissima canzone italiana di Edoardo Bennato del 1977, conosciuta e ricordata ancora oggi, anche dai più giovani; ritmo incalzante e testo azzeccato sono state il suo successo. Penso che la musica aiuti parecchio a far riflettere e, se lo facciamo attraverso questa coppia di domande, realizziamo che in effetti siamo tutti, inesorabilmente e disperatamente, di fretta. Sempre, ovunque e comunque. Da quando ci alziamo dal letto a quando ci corichiamo, magari anche oltre, scollando compulsivamente pagine e profili sui social. Abbiamo sempre fretta, andiamo sempre di fretta, rispondiamo sempre di fretta.

Anche i rapporti sono ormai dominati dalla velocità, il nuovo metro di paragone per l’efficienza e l’efficacia, a ogni livello e in ogni contesto. Bisogna reagire subito, altrimenti significa che non siamo abbastanza sul pezzo. Bisogna dare subito un feedback, altrimenti ci sarà chi risponderà prima di noi. Dobbiamo agire subito altrimenti c’è chi lo farà al nostro posto. Le conseguenze? Bruciare le tappe. L’età di pensare, conoscere, dire e fare qualsiasi cosa si sta drasticamente abbassando. Ma tutta questa voracità temporale, tutto questo correre, tutta questa rapidità, sarà sempre un bene? Porterà sempre il bene? Ci farà sempre del bene?

Pensiamo alle relazioni sentimentali e a quanti problemi scaturiscano dalla fretta. Per fretta si risponde subito, anche quando si è arrabbiati, scrivendo o dicendo ciò che magari non si pensa. E si fanno danni. Non si ha tempo da dedicare all’altro, ci sono troppe cose da fare e si va sempre di fretta. E si fanno danni. O non ci si sposa proprio o lo si fa troppo presto, prima di conoscersi a fondo. E si fanno danni. Alle prime divergenze ci si separa, si ha la fretta di rifarsi una vita. E si fanno danni.

Sinonimo di fretta è impazienza, che è il contrario di pazienza. Già, la cosiddetta “virtù dei forti”. E noi, uomini e donne di oggi, lo siamo ancora? Siamo ancora pazienti? Siamo ancora forti? O il “tutto e subito” ha travolto anche noi, che volevamo fare i duri (parafrasando l’espressione di un’attuale canzone)? Siamo diventati sterilmente selettivi, passiamo sempre di premura in premura ma, molto spesso, solo per ciò che alla fine ci piace, porta un soddisfacimento immeditato o ci procura un vantaggio economico. Si ha tempo per tante cose ma per Dio no. Invece che al primo, è ahimè messo all’ultimo posto; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

L’unica urgenza che davvero avrebbe la priorità è posta in fondo alla lista dei to do. Eppure, sempre un’altra canzone – la colonna sonora del film spagnolo su Carlo Acutis – ce lo ricorda chiaramente: “El Cielo no puede esperar”. Ecco la santa fretta che dovrebbe contraddistinguerci!  La stessa che ha avuto il discepolo amato, che ha corso talmente veloce, dopo l’annuncio della resurrezione, da arrivare al sepolcro vuoto prima di Pietro. O la fretta di Bernadette, che ha corso dalla Grotta alla casa del parroco pur di portare l’annuncio di Aquerò, come la veggente affettuosamente chiamava Maria.

Il 25 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione, si ricorda anche una delle apparizioni chiave di Lourdes quando finalmente (siamo nel 1858) Maria Santissima svelò chi fosse: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Bernadette, che non conosceva il significato di quelle parole, corse a più non posso da Massabielle alla canonica di Peyramal, ripentendo in continuazione ciò che le aveva detto la Bella Signora, pur di non dimenticarselo.

Quando provo a immaginarmi la scena, mi sembra di vedere gli abitanti di Lourdes che, vedendola così affannata, magari le avranno detto: Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?. Bernadette compie la sua missione, arriva dal parroco, riporta quanto udito, poi tace. Peyramal, fino a quel momento incredulo, resta ammutolito. Crolla. Crede. E diventa strenuo difensore delle apparizioni e della veggente.

Santa fretta di Giovanni e di Bernadette, che ha cambiato il mondo! Santa fretta che non è rimbalzare da un’urgenza all’altra così, senza senso, ma un correre per il Signore, perché il Cielo non può aspettare, la salvezza non può temporeggiare. Non sappiamo quanto tempo abbiamo ancora davanti ma possediamo la capacità di scegliere cosa fare in questo tempo. Che la Quaresima ci aiuti a mettere le giuste priorità.

Fabrizia Perrachon

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San Giuseppe: Un Modello di Stabilità e Amore

Oggi è una festa particolarmente bella, quella di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù e conseguentemente di tutti i papà: è una ricorrenza che mi riporta alla mente tutti i regalini fatti a scuola, le poesie recitate dalle figlie in questo giorno, quando erano più piccole e i ricordi con il mio babbo andato in cielo ormai venticinque anni fa. Su san Giuseppe hanno scritto libri su libri, ma vorrei oggi brevemente soffermarmi su alcune sue caratteristiche che si agganciano particolarmente alla mia vita in questo momento. In un tempo in cui tutto sembra fluido, precario, e provvisorio, Giuseppe ci insegna il valore della stabilità, della fedeltà quotidiana, dell’esserci senza clamore, senza bisogno di apparire: egli non ha compiuto gesti spettacolari, non ha pronunciato nemmeno una parola, ha semplicemente scelto di restare e obbedire.

Quando Maria, sua promessa sposa, si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe prova il dolore del tradimento: aveva un progetto originario per la sua vita, era giovane (il matrimonio a quei tempi era fortemente consigliato sotto i ventiquattro anni), era innamorato di Maria. Così si trova davanti a un bivio esistenziale e secondo la legge, avrebbe potuto farla lapidare: ancora prima di conoscere la verità, decide di ripudiarla in segreto, senza accusarla pubblicamente e senza vendicarsi. Forse proprio per questo suo atteggiamento, Dio invia l’angelo a svelargli il mistero nascosto; l’amore autentico non cerca scappatoie e Giuseppe, sceglie di restarle accanto, obbedendo al messaggero e, rimanendo, diventa custode dell’Emmanuele, del Dio con noi. Io avevo un progetto, una famiglia con tanti figli, ma a un certo punto della mia vita è stato interrotto e anch’io ho dovuto scegliere se restare fedele alla promessa e allo Spirito Santo che parlava al mio cuore, oppure prendere altre strade, sicuramente più facili.

Anche dopo la nascita di Gesù, Giuseppe continua a restare, nella povertà della grotta, nella fuga in Egitto, nella quotidianità silenziosa di Nazaret: non ci viene raccontato nulla di eroico, nulla di eclatante, lavora, protegge, accompagna, guida, semplicemente rimane fedele alla sua missione. Neanche quando Gesù rimane da solo per tre giorni e i suoi genitori lo ritrovano nel tempio, Giuseppe apre bocca, è solo Maria che esprime la sofferenza di entrambi: io, come minimo, avrei detto qualcosa del tipo “Dopo a casa facciamo i conti!”.

Ciò che rende ancora più grande la sua fedeltà è il fatto che, a differenza di Maria, non era stato preservato dal peccato originale, egli ha vissuto nella fragilità umana, con le paure, i dubbi e le difficoltà che ciascuno di noi sperimenta. Eppure, proprio nella sua umanità limitata, ha saputo affidarsi completamente a Dio, lasciandosi guidare dalla Sua volontà, anche lui ha detto il suo “Si”.

In una società in cui molti fuggono di fronte alle difficoltà, abbandonano relazioni al primo ostacolo, Giuseppe ci mostra la bellezza della sua virilità e la forza del rimanere: restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida.

La fedeltà non è staticità, ma una scelta continua, un atto d’amore che si rinnova ogni giorno; restare non significa subire, ma abbracciare con amore e responsabilità la vita che ci è affidata. Così Giuseppe ha amato Maria, così ha amato Gesù, così ci insegna ad amare.

La Fraternità Sposi per Sempre è stata costituita sotto il patrocinio di san Giuseppe: era stato proposto anche san Giovanni Battista che ha perso la vita per difendere il matrimonio, dicendo a Erode che non era lecito che tenesse con sé la moglie del fratello, ma san Giuseppe è lo sposo fedele, quindi più calato nella vita, nella nostra scelta, nella fedeltà nonostante tutto.

I separati fedeli sono chiamati a testimoniare con la vita questa fedeltà a Gesù, nel silenzio, senza tanto sbraitare, controbattere, nella semplicità, questo silenzio che dice tutto e che san Giuseppe proprio rappresenta.

San Giuseppe è stato il custode nell’amore di Gesù, nella sua solitudine di fede, perché è vissuto accanto a Lui sapendo che non l’ha generato, con dubbi, domande, e paure. Secondo la tradizione ebraica il figlio rimaneva con la madre fino a tre anni, dopodiché spettava al padre l’educazione morale e religiosa: Giuseppe ha insegnato a Gesù le preghiere, raccontato tutto ciò che Dio aveva fatto per il suo popolo, Gli hai mostrato come ogni gesto, ogni usanza, aveva un significato sacro.

Qui avviene il compimento della sua paternità, basata su un comportamento e un’educazione pieni di amore. Anch’io, per la mia parte, mi sento custode delle figlie, non potrò farlo ancora per tanto tempo, poiché quella più grande sta finendo le scuole superiori, però fino a quando riesco, non voglio perdere l’occasione di educarle con tenerezza, cercando d’imitare questo grande santo. Rispetto alla solitudine poi, per me riguarda non solo quella di non avere un coniuge accanto, ma anche quella di non essere compreso, a volte anche da tanti cristiani.

San Giuseppe è chiamato anche sposo castissimo, non solo nell’aspetto affettivo, ma per la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso: la felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma di un cuore che si dona, un dono autentico (è una maturazione che supera il sacrificio).

D’altra parte Giuseppe rimane in ombra proprio perché lui è soltanto il riflesso del Padre celeste, non poteva occupare troppo spazio nelle scritture, altrimenti avremmo potuto confonderci su Chi avere come nostro riferimento; tuttavia è bello pensare che tutte le volte in cui Gesù ci parla di suo padre Dio, quello che dice è anche frutto dell’esempio e della relazione avuta con Giuseppe. Anche i separati fedeli dovrebbero essere l’ombra che mette in risalto la luce di cosa sono le nozze. San Giuseppe è un modello assoluto per ogni uomo, compresi sacerdoti e religiosi, ma anche per le donne è un soccorritore come nessun altro: infatti, si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ed è vero, ma io aggiungerei che dietro ogni grande donna c’è stato un grande padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un Intreccio Ordinato

O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo come medicina dell’anima, fa’ che ci asteniamo da ogni peccato per avere la forza di osservare i comandamenti del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Questa è la preghiera di colletta della Santa Messa di ieri, che può sembrare una semplice richiesta di aiuto al Signore per affrontare la grande penitenza quaresimale. Ed in effetti questa preghiera porta con sè anche questo elemento, ma ce n’è un altro che, a ben vedere, sottindende all’austera pratica penitenziale. Ma prima di adddentrarci in esso, ci pare doveroso evidenziare ciò che la Chiesa ci indica attraverso le parole di questa preghiera.

Ultimamente, sui social, circolano numerosi messaggi d’inizio Quaresima che invitano a praticare il “vero digiuno gradito al Signore”, corredati da un lungo elenco di azioni possibili. Non vogliamo avviare polemiche su questi messaggi, poiché non contengono errori in sé. Desideriamo però evidenziare che molti dei gesti proposti, pur essendo lodevoli, sono la conseguenza di altri gesti che li precedono.

Di quali gesti si tratta? Digiuno, preghiera e carità. La carità descritta in quegli elenchi dovrebbe manifestarsi esteriormente come frutto di un sincero cambiamento interiore, reso possibile proprio dal digiuno e dalla preghiera. In assenza di questa trasformazione, si corre il rischio che tali opere restino soltanto un esercizio di filantropia fine a sé stesso o, peggio, un mezzo per dare ulteriore nutrimento all’ego, gonfiandolo di vanagloria nel vanto di simili azioni.

Qual è dunque la strada giusta? Quella proposta dalla preghiera di colletta di cui sopra. Nella sequenza ci sono: la penitenza del corpo, la medicina dell’anima, l’astinenza da ogni peccato, la forza per osservare i comandamenti dell’amore.

Quando la osservi scritta, sembra soltanto una semplice sequenza; quando invece la vivi, diventa un meraviglioso intreccio tra corpo e anima. Per comprenderlo meglio, occorre ripercorrere questa sequenza a ritroso. Proviamoci insieme.

Come facciamo ad avere la forza di osservare i comandamenti del Suo amore? Astenendoci dai peccati. Come facciamo ad astenerci da essi? Dobbiamo guarire l’anima. Con quale medicinan? Con la penitenza del corpo.

Cari sposi, chi meglio degli sposi potrebbe essere la “pubblicità vivente” dei comandamenti del Suo amore? Nessuno. Siamo noi sposi. E per vivere al meglio tale amore, la preghiera di colletta sopra citata ci dà delle indicazioni molto precise.

La bellezza e la forza della Quaresima risiedono anche nel ricordarci quel meraviglioso intreccio in cui le azioni del corpo trasformano l’anima, e quest’anima rinnovata si esprime a sua volta attraverso nuovi gesti corporei, pieni di un Amore nuovo. La preghiera è il collante di questo intreccio, poiché coinvolge insieme corpo e anima: a volte sono le ginocchia a costringere l’anima a inginocchiarsi, altre volte è l’anima che trasfigura il corpo.

Coraggio sposi, abbiamo ancora un po’ di strada quaresimale.

Giorgio e Valentina

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Mi Baci con i Baci della Tua Bocca

La terza modalità che il Cantico dei Cantici ci suggerisce, dopo la voce e lo sguardo, per esprimere tenerezza e amore è il bacio. Un gesto non per tutti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

I mille significati del bacio

Il bacio non ha un significato univoco. Dipende dal contesto, dalla cultura e dalla relazione che intercorre tra coloro che se lo scambiano. Come afferma lo psicoterapeuta Willy Pasini: «Il bacio è una finestra sull’anima e riflette la natura della relazione che viviamo». Sicuramente, si tratta di un gesto impegnativo e profondamente coinvolgente.

Esiste infatti il bacio di amicizia, quello affettuoso dei genitori, il bacio drammatico del tradimento, come quello di Giuda a Gesù, e naturalmente il bacio della coppia innamorata. Generalmente, nella nostra cultura, il bacio presuppone un minimo di conoscenza e intimità: gli sconosciuti raramente si scambiano questo gesto.

Il bacio degli sposi: un gesto unico

Tra tutte queste forme, il bacio degli sposi occupa una posizione speciale. Non è solo espressione culturale, ma prende forza dalla stessa natura del matrimonio. Come afferma don Luigi Maria Epicoco: «Il matrimonio cristiano è vocazione all’unione profonda, è segno della comunione divina. Il bacio degli sposi esprime visibilmente questa chiamata ad essere una cosa sola».

Vi è infatti un simbolismo profondo dietro questo gesto: gli sposi, baciandosi, esprimono il desiderio di unione delle loro anime, vogliono entrare reciprocamente l’uno nell’altra, donarsi in maniera totale. Questo rimanda direttamente alla Scrittura, dove lo Spirito di Dio è rappresentato dal soffio vitale donato nella bocca dell’uomo (Genesi 2,7). È come se Dio avesse donato l’anima all’uomo attraverso un “bacio d’amore” e gli sposi replicano, più o meno consapevolmente, proprio questo dono originario.

Corpo e anima uniti nel bacio

Ricordo quando, alcuni anni fa, visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani, sacerdote impegnato nella pastorale familiare. Un dipinto molto suggestivo catturò la nostra attenzione: rappresentava una coppia di sposi nell’atto di unirsi intimamente e al contempo scambiarsi un bacio profondo. Quell’immagine sottolineava l’unità totale, fisica e spirituale, degli sposi. In quel momento, infatti, essi diventano “una sola carne” (Matteo 19,5) e desiderano permanere in questo abbraccio che li unifica e li avvicina a Dio stesso.

La sessuologa cristiana Mariolina Ceriotti Migliarese sostiene che: «il bacio coniugale esprime una comunione che supera la fisicità e diventa espressione di una totalità. Chi si ama non desidera solo possedere, ma donarsi integralmente». Proprio questo desiderio di dono totale viene espresso attraverso il gesto apparentemente semplice di un bacio.

Paradossi del bacio: fidanzati e sposi

La nostra società, tuttavia, presenta un paradosso singolare: il bacio dei fidanzati, che ancora non condividono quella piena unità sancita dal sacramento matrimoniale, appare carico di intensità, passione e desiderio di unione profonda. Al contrario, il bacio degli sposi che già vivono tale unità, rischia spesso di perdere forza, diventando un gesto abitudinario, privo di significato profondo.

Quando il bacio coniugale perde forza e passione significa che la coppia rischia di dimenticare la propria vocazione all’intimità profonda e autentica, riducendo la relazione ad un’abitudine.

Rinnovare il significato del bacio

Per contrastare questo pericolo, è necessario che gli sposi riscoprano continuamente il valore simbolico del bacio, come un atto che rinnova e ravviva la loro unione spirituale e fisica. Papa Francesco stesso invita gli sposi a riscoprire continuamente la tenerezza del bacio, ricordando che «la tenerezza e il calore di un bacio sono gesti che mantengono viva la fiamma del matrimonio, segni concreti di quell’amore quotidiano che si rinnova continuamente».

In conclusione, il bacio coniugale rappresenta molto più di un semplice gesto di affetto o passione. È un segno sacramentale di unione spirituale, espressione concreta di quel dono totale che gli sposi si sono promessi davanti a Dio. Gli sposi che non si baciano rischiano di perdere il senso profondo della loro unione, riducendosi a semplici compagni di viaggio. Al contrario, coloro che vivono consapevolmente questo gesto rafforzano continuamente il loro legame e si avvicinano al mistero di Dio, sorgente di ogni autentico amore.

Antonio e Luisa

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Trasfigurati cioè trasformati

Cari sposi, stiamo addentrandoci sempre più in questa Quaresima 2025 e sicuramente state sperimentando nuovi soffi dello Spirito, sfide diverse rispetto a un anno fa, situazioni distinte in cui il Signore vi chiama a crescere e a purificarvi.

La Liturgia è assai ricca e densa di stimoli. Anzitutto lo vediamo a partire dalla Prima Lettura, un testo che ci offre uno spaccato della vita di Abramo di un’attualità direi commovente. Abramo è molto anziano e, nonostante quella promessa di discendenza, avuta dai Tre personaggi misteriosi in un afoso pomeriggio d’estate, nulla di nuovo sta accadendo. Abramo si ritrova così, nel cuore della notte, solo con i suoi pensieri, afflitto dal rimorso di aver fallito come marito e padre mancato. Dio non lo lascia mai solo ma lo conduce fuori dalla tenda ed ecco che una volta illuminata da migliaia di stelle lo avvolge da ogni lato. Che spettacolo! Credo che nessun luogo italiano potrebbe eguagliare quella vista di cielo terso, senza un briciolo di contaminazione. Così Abramo fa l’esperienza piena del “desiderio”, della capacità di guardare al Cielo come tensione verso Dio. Dante lo disse in un altro modo: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Inf. XXXIV, 139) cioè, dopo il viaggio nelle tenebre infernali, Dante e Virgilio finalmente rivedono il cielo stellato, simbolo della liberazione e della possibilità di redenzione.

Il Signore lo sta purificando proprio nella sua concezione di famiglia, frutto della mentalità del suo mondo, cioè un clan serrato, che costituiva l’onore e il vanto di ogni uomo e che garantiva la possibilità di prolungare la propria esistenza nei discendenti.

Abramo rappresenta ogni genitore, ogni coniuge che è chiamato a sollevare continuamente lo sguardo all’Alto, verso Dio come il compimento ultimo del proprio destino e della propria missione sponsale e genitoriale e a distogliere in cambio lo sguardo dal basso, ossia da ogni tentazione possessiva e idolatrica nei confronti della propria famiglia, figli o beni.

La seconda lettura è un rincaro di dose, tant’è che essa normalmente viene utilizzata nel tempo di Pasqua. È come se già, in piena Quaresima, avessimo un guizzo di luce della Risurrezione. Anche Paolo ci dice di guardare in Alto, al Cielo come la vera casa, la vera famiglia a cui tendere e ci ricorda che ciò che dobbiamo cambiare non sono le cose che facciamo ma lo sguardo, l’atteggiamento più profondo con cui le vediamo.

E infine, il Vangelo è il suggello finale di ogni lettura. Gesù ha un gesto di tenerezza verso Pietro, Giacomo e Giovanni. Vuole condividere con loro qualcosa di molto intimo e personale, nientemeno che il proprio dialogo con il Padre nello Spirito e la Sua vera identità di Figlio di Dio. Ma che fanno questi tre? Si mettono a dormire, simbolo della loro mentalità pur sempre umana, terra-terra, mondana.

Traducendo tutto ciò in linguaggio sponsale, si comprende che la Trasfigurazione è una chiamata che anche la coppia riceve nel sacramento del matrimonio. Ogni vocazione matrimoniale significa che Gesù vi prende per mano in coppia e vi porta sul monte per farvi sperimentare un’altra qualità di Amore, per arricchirvi di una relazione non più solo umana ma divina.

Lo dicono i vescovi italiani molto bene: «per la grazia dello Spirito Santo, la coppia e la famiglia cristiana diventano “Chiesa domestica”, in quanto il vincolo d’amore coniugale tra l’uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega, nella forza dello Spirito, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sua sposa. In tal modo la coppia e la famiglia cristiana sono rese partecipi dell’amore di Cristo per la Chiesa secondo un modo e un contenuto caratteristico, cioè nella “comunione” dei membri che le compongono e con la realtà dell’“amore” coniugale e familiare» (CEI, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 7).

Ogni coppia è chiamata alla Trasfigurazione, cioè a una trasformazione vera della propria capacità di amare che solo Cristo può donare. Ma, come per Gesù, la Trasfigurazione è l’esito finale dopo la Passione e Morte, anche per la coppia il cammino non può che passare da lì, non può esimersi dal dover continuamente attraversare crisi e sofferenze. Non sorprende che Papa Francesco in Amoris laetitia parli proprio di “trasfigurazione” dopo aver citato la crisi: «in fondo (gli sposi) riconoscono che ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (Amoris laetitia 238).

Il mio augurio e desiderio che oggi vi riconosciate anche voi in quegli apostoli e vi vediate come due semplici discepoli in cammino, chiamati e convocati da Cristo a fare la medesima esperienza che in definitiva porta al Cielo, ad entrare in coppia nella Vera Casa.

ANTONIO E LUISA

Come può una coppia vivere la trasfigurazione nella vita quotidiana? Nei nostri ventitré anni di matrimonio posso testimoniare che guardo Luisa con uno sguardo davvero diverso, unico. Sono certo di scorgere in lei una bellezza che soltanto io posso vedere, e credo profondamente che questo sia vero per tutte le coppie che vivono pienamente il matrimonio.

Nella nostra esperienza, abbiamo capito che la trasfigurazione quotidiana passa attraverso alcuni elementi essenziali: innanzitutto la preghiera condivisa, che ci permette di guardare insieme nella stessa direzione, verso Cristo; il perdono quotidiano, capace di rinnovare ogni giorno la nostra relazione; l’amore nutrito da piccoli gesti quotidiani di tenerezza, cura e servizio reciproco; l’affrontare insieme le difficoltà della vita, che anziché separarci ci hanno resi più uniti e solidali; e infine, senza mai trascurarla, l’intimità fisica che è espressione concreta e profonda della comunione dei nostri cuori.

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Lei non ha Fede. Come Affrontare le Divergenze nell’Educazione dei Figli?

Un lettore ci ha chiesto un consiglio su come affrontare le divergenze con la moglie, che è atea e preferirebbe un’educazione neutrale per i figli, senza favorire un cammino di fede in oratorio e in chiesa.

In un contesto familiare in cui uno dei genitori è credente e l’altro non lo è, le divergenze nell’educazione dei figli possono facilmente trasformarsi in fonte di conflitto e tensione. Tuttavia, attraverso un approccio fondato sul rispetto, la carità e il dialogo, è possibile creare un ambiente sereno e costruttivo per la crescita dei bambini. Gli insegnamenti di don Luigi Maria Epicoco, don Serafino Tognetti e don Fabio Rosini offrono spunti preziosi per orientarsi in queste situazioni complesse. Di seguito approfondiremo cinque punti fondamentali per affrontare questa sfida: testimoniare la fede con la vita, evitare gli scontri attraverso il dialogo, affidarsi al tempo e alla libertà dei figli, trovare valori comuni e pregare con costanza e speranza.

1. Testimoniare la fede con la vita, non con le parole

Don Epicoco sottolinea che la fede autentica non si trasmette attraverso imposizioni o prediche, ma mediante un comportamento coerente e illuminante. Vivere la propria fede significa incarnare quotidianamente i valori cristiani: l’amore, la misericordia, la giustizia e la solidarietà. Quando un genitore credente agisce in modo autentico e coerente, diventa un modello di riferimento per i figli, che percepiscono nei gesti quotidiani la bellezza di una vita orientata verso Dio. Come afferma Epicoco, “la fede non si impone, ma si vive e si trasmette con il cuore“, lasciando che la luce interiore parli più forte di qualsiasi parola.

La ricerca in psicologia dell’educazione evidenzia come il comportamento degli adulti influisca profondamente sullo sviluppo emotivo e morale dei bambini. Studi dell’American Psychological Association, ad esempio, indicano che i modelli di comportamento autentici e coerenti favoriscono la formazione di un’identità solida e resiliente nei giovani. In questo senso, testimoniare la fede con la vita diventa un potente strumento educativo, capace di ispirare e guidare i figli senza forzarne la scelta.

2. Evitare gli scontri, puntando sul dialogo e sulla carità

Le divergenze di visione, se non gestite con attenzione, possono sfociare in scontri aperti che compromettono non solo la serenità del nucleo familiare, ma anche lo sviluppo emotivo dei figli. Don Tognetti ricorda l’importanza del dialogo caritatevole: “un coniuge non credente non è un ostacolo, ma un’occasione per vivere più profondamente la fede“. Il dialogo deve essere improntato alla comprensione reciproca, evitando di trasformare le differenze in battaglie di volontà. È fondamentale mantenere sempre un atteggiamento di ascolto, cercando di capire le ragioni dell’altro senza giudizio, e riconoscere che, al di là delle divergenze, entrambi condividono l’amore per i figli e il desiderio di vederli crescere in armonia.

La psicoterapeuta Susan Johnson, esperta in terapia di coppia, sottolinea come la comunicazione empatica rappresenti la chiave per risolvere conflitti all’interno della famiglia. In particolare, quando si evitano gli scontri e si privilegia un dialogo aperto, si crea un clima di fiducia che permette di affrontare anche le tematiche più delicate. Questo approccio, basato sulla carità e sulla comprensione, non solo riduce le tensioni, ma offre ai figli un esempio prezioso di come si possano gestire le differenze con maturità ed equilibrio.

3. Affidarsi al tempo e alla libertà dei figli di scegliere

Don Fabio Rosini invita a considerare i figli come individui autonomi, capaci di percorrere il proprio cammino nel tempo. Secondo questo insegnamento, è importante riconoscere che il compito dei genitori non è quello di imporre una visione, ma di creare le condizioni affinché i bambini possano crescere in libertà e consapevolezza. In questo senso, “affidarsi al tempo” significa riconoscere che i bambini hanno il diritto di esplorare, di dubitare e di scegliere la propria strada, anche in ambito spirituale.

Sant’Agostino, riflettendo sul libero arbitrio, ci ricorda che “Dio non costringe la sua luce, ma la dona a chi ha il coraggio di cercarla“. Questa prospettiva invita i genitori a non forzare i figli verso una fede che non sentono autentica, ma a fornire loro un esempio e un ambiente ricco di valori, nel quale la spiritualità possa germogliare spontaneamente. La libertà di scelta, supportata dal tempo e dalla maturazione personale, rappresenta un elemento essenziale per lo sviluppo di una fede consapevole e autentica.

4. Trovare valori comuni per educare insieme

Nonostante le differenze, spesso esiste un terreno comune su cui fondare l’educazione dei figli. Valori come il rispetto, l’onestà, la solidarietà, la giustizia e l’amore sono condivisi da molti, indipendentemente dal fatto di credere o meno. Entrambi i genitori desiderano il benessere e la crescita armoniosa dei loro figli, e questo obiettivo condiviso può diventare il punto di partenza per costruire un percorso educativo integrato.

Papa Francesco, in numerose occasioni, ha sottolineato l’importanza del dialogo interculturale e interreligioso, evidenziando come il rispetto per l’altro e la ricerca del bene comune siano fondamentali in una società pluralista. In quest’ottica, anche in ambito familiare, è possibile individuare quegli aspetti comuni che permettono di educare i figli ad essere cittadini responsabili e consapevoli. Creare momenti di condivisione, stabilire regole e valori che riflettano l’amore e il rispetto reciproco, può rafforzare la coesione familiare e dare ai figli strumenti preziosi per la loro crescita personale.

5. Pregare con costanza e speranza

La preghiera rappresenta un alleato fondamentale per chi crede e per chi desidera affrontare le difficoltà con fiducia. Pregare non significa imporre una visione religiosa all’altro, ma piuttosto rivolgersi a Dio per cercare sostegno, saggezza e serenità. La costanza nella preghiera permette di rinnovare quotidianamente lo spirito e di affrontare con speranza le sfide della vita familiare.

Papa Giovanni Paolo II, nel suo insegnamento, ha affermato: “La preghiera è l’arma più potente che abbiamo contro le difficoltà della vita“. Questa idea si traduce nel riconoscere che, anche in presenza di divergenze, la preghiera può creare un ponte di speranza e di rinnovamento, capace di unire il cuore dei membri della famiglia. Pregare per il proprio coniuge, per i figli e per l’armonia familiare non deve essere un atto di imposizione, ma un invito alla riflessione e alla ricerca della pace interiore.

Conclusioni

Quando in famiglia esistono differenze di visione in ambito spirituale ed educativo, il dialogo aperto e la carità diventano elementi essenziali per costruire un ambiente sano e accogliente. Testimoniare la fede con la vita, evitando scontri e promuovendo un confronto sereno, permette di dare ai figli un esempio positivo che va oltre le parole. Affidarsi al tempo e riconoscere la libertà dei figli di scegliere il proprio percorso significa rispettare la loro crescita personale, offrendo loro al contempo un modello di vita ricco di valori autentici. Trovare valori comuni su cui basare l’educazione, come il rispetto, la giustizia e l’amore, rafforza il legame familiare e crea le basi per una convivenza armoniosa. Infine, pregare con costanza e speranza diventa un gesto di fede e di fiducia in un futuro migliore, unendo i cuori nella ricerca della verità e della luce.

Questo approccio, che integra gli insegnamenti di Epicoco, Tognetti e Rosini, non solo aiuta a mitigare i conflitti, ma offre anche ai figli l’opportunità di crescere in un ambiente ricco di spunti per diventare cittadini responsabili, capaci di discernere e di scegliere con consapevolezza il proprio cammino di vita. In definitiva, il rispetto reciproco, il dialogo costruttivo e la condivisione di valori universali rappresentano la chiave per superare le differenze e per crescere insieme, nella speranza e nella fiducia in un domani luminoso.

Antonio e Luisa

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Fiducia e intimità

Nel tempo della nostra crisi di coppia ci sentivamo soli e disperati, ma il cammino intrapreso con Retrouvaille ci ha ridato la speranza di ricostruire la nostra relazione.

La rinascita della fiducia
Abbiamo compreso che la fiducia è una delle chiavi dell’intimità. Nella nostra relazione, avere fiducia reciproca significa riuscire a condividere sentimenti, bisogni ed aspettative, anche quelli più intimi, senza il timore di essere giudicati. Impegnarci in questo percorso ha migliorato il nostro stare insieme: oggi siamo più sereni e desiderosi l’uno dell’altra, giochiamo e scherziamo, trascorriamo più tempo insieme ed abbiamo ritrovato l’intimità.

Intimità e sessualità: due concetti distinti
Abbiamo inoltre compreso che esiste una differenza tra intimità e sessualità: la prima rappresenta la condivisione dei sentimenti, mentre la seconda si manifesta come il dono reciproco dei nostri corpi in un amplesso d’amore. Questo ci ha permesso di ricominciare e ricostruire la nostra relazione attraverso piccoli gesti quotidiani e una maggiore apertura l’uno verso l’altra. Nel momento in cui ci siamo aperti reciprocamente attraverso il dialogo, la nostra comunicazione è migliorata e abbiamo cominciato a ricostruire l’intimità perduta.

Gesti quotidiani di affetto
Ad esempio, alzarci prima al mattino per avere il tempo di fare colazione insieme, salutarci con un bacio e un abbraccio, organizzare uscite solo per noi, scriverci un messaggio d’amore oppure telefonare per avvisare di un eventuale ritardo. Raccontarci la giornata soffermandoci, non tanto sui fatti accaduti, quanto sui sentimenti provati, ringraziare per le attenzioni ricevute e chiedere perdono.

Perdono e impegno reciproco
Abbiamo deciso di perdonarci vicendevolmente per le responsabilità e i comportamenti sbagliati che, in passato, avevano causato ferite e incomprensioni, per poter tornare ad avere fiducia. A questa nostra decisione immediata è seguito un periodo di grande impegno, che tuttora ci accompagna, perché le vecchie abitudini sono sempre lì, pronte a riaffiorare.

Il valore della vulnerabilità
Abbiamo deciso di darci fiducia reciproca, accantonando ogni timore. Avendo instaurato la fiducia, ci sentiamo sicuri, come la certezza del giorno e della notte. Abbiamo imparato la tecnica del dialogo e dell’ascolto e siamo riusciti a recuperare fiducia e intimità. Crediamo che questo sentimento sia determinante per essere felici e per poter avere una sana relazione di coppia. Essere tornati intimi ha significato superare la paura di essere vulnerabili e di mostrarsi sinceri l’uno verso l’altra.

Rinascita e continuità del percorso
All’inizio di questo percorso ci siamo sentiti fragili e insicuri, come quando vieni sorpreso da un temporale e non sai come ripararti. Ora, in cammino, ci sentiamo fiduciosi e sereni, come un bambino tra le braccia dei suoi genitori. Il fatto di aver capito che mollare significherebbe tornare indietro alle vecchie abitudini ci spinge a continuare il percorso intrapreso.

Conclusioni
Grazie al programma di Retrouvaille, abbiamo iniziato a parlare delle nostre difficoltà, dei nostri errori e delle nostre mancanze, a comunicarci i bisogni, le aspettative e i sentimenti mai espressi perché ritenuti scontati o poco importanti. Abbiamo cominciato ad apprezzarci vicendevolmente. Questa apertura ha influito positivamente sulla nostra relazione, aiutandoci nella ricostruzione del nostro matrimonio.

Caroline e Federico Conti (Retrouvaille Italia)

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Amare anche dopo la morte: una storia vera

Si può amare anche dopo la morte?  Ci si può sentire profondamente e totalmente uniti al coniuge anche se la sua vita non è più su questa terra? È un’illusione o una realtà? La trama di un bel romanzo o un amore autentico e possibile? Mi sono posta queste domande tante volte in questi quasi diciotto anni di matrimonio che mi legano a mio marito. Che ne sarebbe di me se rimanessi da sola? E se capitasse a lui? In famiglia abbiamo un esempio di lunga vedovanza, vissuta con fedeltà e semplicità di cuore. Una prova dura, durissima, che onestamente non so se riuscirei a sopportare.

Non sono pensieri che faccio spesso ma, qualche tempo fa, il fatto che un caro amico sia rimasto vedovo mi ha costretto a tornarci su. Ci sono amicizie che, nonostante il tempo e la distanza continuano, portando frutti di bene reciproci. Amicizie che danno tanto, che t’insegnano, ti accompagnano. È proprio da una di queste che ho ricevuto un esempio talmente luminoso da non poterlo tenere solo per me, da non poterlo non condividere. E, soprattutto, da non poterlo non farlo qui sul blog, comunità nella quale – da tanti punti di vista – cerchiamo di dar risalto alla bellezza dell’amore vero, l’amore sponsale per Cristo, con Cristo e in Cristo.

A fine dicembre una nostra cara amica è andata in Cielo, dopo una vita spesa nell’accompagnare i pellegrini, soprattutto i giovani, a Medjugorje. Il marito l’ha assistita con infinito amore, prendendosi cura di lei anche nel lungo periodo della malattia. Già questo vuol dire tanto, in una società in cui – troppo spesso – si fugge il dolore, proprio e ancor più quello degli altri. Quello che, però, mi ha davvero colpita sono stati i messaggi che il marito mi ha inviato il 23 gennaio, giorno – guarda “caso” – in cui la Chiesa celebra i Santi Sposi. Ho il suo permesso nel pubblicarli. E lo faccio con tanta riconoscenza e gratitudine. Dunque, ricordando la moglie a poco meno di un mese dalla scomparsa, il nostro caro amico mi ha scritto:

“Io devo convivere con due diversi stati d’animo. Da una parte c’e’ la nostalgia della sua presenza perché passavo quasi tutto il tempo vicino a lei tenendole la mano. Per me era una ragione di vita. Dall’altra parte io ho la certezza che adesso lei è felice, ormai liberata dai condizionamenti della sua malattia, per i quali quella che conduceva non era più una vita”.

“Certo speravo che il Signore me la lasciasse ancora a lungo, ma mi rendo conto che il mio era un desiderio egoistico, per quello che ti ho detto sopra. Per quanto paradossale possa sembrare, posso dire che dal punto di vista affettivo, questo ultimo anno è mezzo in cui lei era allettata e’ stato il più bello della nostra vita a due perché ci ha permesso di prendere coscienza della profondità del rapporto che ci legava”.

“Un motivo di serenità deriva anche dal fatto che io avevo chiesto al Signore di tenermi ancora in vita e in salute fino a quando mia moglie avesse avuto bisogno della mia presenza. Lui mi ha esaudito e mi ha consentito di poterle stare vicino fino all’ultimo. Adesso non ho più preoccupazioni per il futuro. E aspetto che mi venga a prendere per stare di nuovo insieme e questa volta per sempre”.

Brividi. Di commozione, di ammirazione, di affetto. E mi sono chiesta: ma io so amare mio marito così? Chi di noi è così maturo e così libero da amare il coniuge in questo modo, modo che ha poco di umano e tanto di divino? Riusciamo a volere così tanto il bene dell’altro/altra da metterlo davvero davanti a noi, ai nostri desideri, alle nostre speranze, alle nostre aspettative? Con la massima sincerità devo ammettere che questi messaggi sono stati una lezione inaspettata e preziosissima, un bel “tagliando”. Li dono anche a voi affinché, oltre ad essere una testimonianza vera e vissuta, possano aiutare ciascuno a fare una profonda manutenzione del proprio legame coniugale. Perché il “per sempre” non è il titolo di coda di un qualunque sdolcinato film strappalacrime ma l’inizio dell’amore vero. Quello eterno, eppure possibile, del matrimonio cristiano.

Fabrizia Perrachon

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Routine o rituale?

Di primo acchito, non è difficile distinguerli: fare colazione insieme ogni sabato, andare per mercatini la domenica, passare una settimana all’anno partecipando a qualche iniziativa spirituale per coppie. Tutte cose che possono non aver nulla di straordinario, in sé e per sé. Eppure, una cosa differenzia la routine dal rituale: l’intenzione che ci si mette.

È quanto afferma il sociologo Jean-Claude Kaufmann, specialista in dinamiche di coppia e della vita quotidiana, autore de La trame conjugale. Secondo lui, il rituale è una routine vissuta come portatrice di senso: un “momento di costruzione”, un attimo di vita più intensa che permette alle coppie di trasformare la routine in momento di gioia. La potenza del rituale viene dal fatto che «nasce da sé», con naturalità, e diventa un segno che la coppia si armonizza sulla visione della propria vita coniugale.

Routine: il rischio della ripetizione meccanica

La routine è necessaria: regola i tempi, crea stabilità, offre sicurezza. Tuttavia, se vissuta senza consapevolezza, rischia di diventare una ripetizione meccanica, priva di coinvolgimento emotivo. A volte può diventare un peso. Penso alle coppie che, dopo anni di matrimonio, continuano a cenare insieme ogni sera senza più scambiarsi parole significative, con la televisione accesa come unico sottofondo.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, mette in guardia le coppie dal pericolo di un matrimonio che diventi routine priva di amore autentico: «L’amore coniugale autentico tende sempre a crescere». Se una coppia smette di nutrire il proprio legame con gesti di cura e attenzione, rischia di vedere il proprio matrimonio inaridirsi.

Il rituale: quando la routine si riempie di significato

Il rituale, invece, è un gesto che conserva il suo valore simbolico e relazionale. Può essere una semplice abitudine, ma con un’intenzione profonda.

Ad esempio, recitare una breve preghiera insieme prima di dormire, se fatta con il cuore, non è solo un’abitudine, ma un vero e proprio rito. È un modo per affidare, giorno dopo giorno, il matrimonio nelle mani di Dio. In quei pochi minuti, ci si riconnette l’uno all’altro e, soprattutto, al Signore, che è il cuore della nostra unione.

Noi abbiamo un rituale ormai fisso da anni. Il lunedì lavoro in smart. Ne approfitto per accompagnare Luisa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ci sentiamo coppia, sentiamo che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa meta. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. È un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia.

Anche Sant’Ignazio di Loyola sottolineava l’importanza dei piccoli rituali quotidiani, affermando che essi aiutano l’anima a orientarsi verso Dio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi Spirituali). Un rituale, dunque, non è solo un atto ripetuto, ma un gesto che ci aiuta a vivere più intensamente il presente.

Come trasformare le routine in rituali di coppia

La differenza tra routine e rituale sta quindi nella consapevolezza e nell’intenzione con cui si vive un gesto quotidiano. Ma come trasformare le abitudini in momenti significativi?

  1. Dare valore al momento: Non lasciare che le azioni si svuotino di significato. Un bacio prima di uscire di casa non è solo un gesto automatico, ma un segno d’amore. Una cena insieme può diventare un momento di condivisione, spegnendo la TV e raccontandosi la giornata.
  2. Creare spazi sacri nel quotidiano: Pregare insieme, benedire la tavola prima di mangiare, ringraziare Dio per la giornata alla sera. Sono piccoli rituali che rafforzano il legame coniugale.
  3. Scegliere consapevolmente alcune tradizioni: Un’uscita fissa al mese, una passeggiata la domenica mattina, una serata a settimana dedicata solo a noi. Non per dovere, ma per desiderio di stare insieme.
  4. Lasciarsi ispirare dalla liturgia: La Chiesa stessa vive di rituali, che danno forma alla fede. Anche nella vita coniugale, le celebrazioni (anniversari, feste, momenti di preghiera) possono diventare occasioni per rinnovare il patto d’amore.

Il valore sacramentale del rituale

Nel matrimonio cristiano, il rituale assume una dimensione ancora più profonda. San Tommaso d’Aquino parlava del matrimonio come di un “sacramento vissuto”, un segno concreto della grazia di Dio. Non è un caso che la liturgia nuziale sia ricca di simboli e gesti: l’anello, la benedizione, il consenso scambiato pubblicamente. Tutto ciò ci insegna che i rituali non sono solo formalità, ma strumenti per rendere visibile l’invisibile.

Anche Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, esorta le coppie a non trascurare i gesti quotidiani che danno forza all’amore: «Non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. E come si fa? Con un piccolo gesto, con uno sguardo, con una carezza». Questo ci ricorda che i rituali possono essere semplici, ma se carichi di amore e intenzione, diventano potenti strumenti di unione.

Conclusione

Routine e rituale, dunque, non sono sinonimi. La routine è necessaria, ma senza consapevolezza può diventare un peso. Il rituale, invece, trasforma la quotidianità in una celebrazione d’amore. Sta a noi scegliere di vivere il matrimonio non come un susseguirsi di giorni uguali, ma come un viaggio in cui ogni gesto può diventare un segno d’amore e di grazia. E tu, quali rituali vivi nel tuo matrimonio?

Antonio e Luisa

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Poche ciance

Sal 33 (34) Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo. Gridano i giusti e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.

Questo Salmo viene proclamato nella Santa Messa odierna, è una preghiera incoraggiante. Abbiamo cominciato il cammino quaresimale da una settimana, e la Chiesa non perde tempo in ciance sentimentaloidi, non ci dà una pacca sulle spalle con un generico “andrà tutto bene”, ma ci sostiene ed incoraggia a proseguire nel cammino arduo della penitenza.

La Chiesa sa bene che il cuore dell’uomo è facilmente pieno di entusiasmo all’inizio di un cammino, ma ben presto si fanno avanti sconforto, afflizione e delusione per le tante buone intenzioni rimaste incompiute. Torna alla mente il detto che recita così: “Di buone intenzioni è lastricato l’inferno”.

Conoscendo tutto ciò la Chiesa, che ci è madre, ci esorta a non mollare alle prime difficoltà, e lo fa anche con le parole di questo Salmo, del quale prenderemo in esame solo una piccola porzione.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.

Succcede spesso di incontrare coppie che sono come bloccate coi piedi nelle sabbie mobili. Sono coppie bloccate in una situazione relazionale di stallo, non progrediscono mai, anzi, questa immobilità li fa regredire nel rapporto.

Non si tratta di fare analisi di varie situazioni, poiché ogni coppia è unica, ma si tratta di dare una via d’uscita. Ora non importa quale sia la situazione che vi fa restare impantanati, magari da anni, non importano le cause, gli errori, le responsabilità, le colpe, i peccati, niente di tutto ciò importa in questo momento.

Quello che importa è sapere che se cerchiamo il Signore, Lui ci risponde e che ci libera da ogni nostra paura. A volte tra i vari motivi di stallo relazionale c’è semplicemente la paura di avere paura.

La Chiesa conosce bene il cuore dell’uomo, ed è per questo che all’inizio del cammino matrimoniale pone il Sacramento, per darci tutti gli strumenti della Grazia utili ed indispensabili per il matrimonio.

Gli strumenti della Grazia sono posti all’inizio perché non sono meritori, se fossero meritori ci verrebbero dati alla fine del percorso, invece sono donati all’inizio per renderci capaci ed idonei ad affrontare i pericoli della vita. Uno di questi pericoli è proprio il blocco a causa della paura.

Ma noi non siamo soli, ricordate il consenso matrimoniale ? “…con la Grazia Cristo, prometto…” quindi non siamo soli nello sforzo, se con noi c’è Dio siamo in maggioranza, soleva ripetere spesso don Bosco.

Coraggio sposi, il Signore ci libera dalle nostre paure e ci dona il coraggio di affrontarle e superarle.

Giorgio e Valentina

Fammi sentire la tua voce

Dopo lo sguardo arriviamo ora alla voce. Un altro canale che può trasmettere tenerezza e amore, ma anche freddezza e distacco. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce non è solo suono, ma espressione del cuore. Basta una parola detta nel tono giusto per accendere un sorriso, sciogliere una tensione o trasmettere un abbraccio invisibile.Le parole amabili sono un favo di miele, dolcezza per l’anima e salute per le ossa” (Proverbi 16,24). Ecco perché il modo in cui parliamo al nostro coniuge è essenziale nel cammino del matrimonio.

La voce rivela il cuore

Quando ascolto mia moglie al telefono, capisco subito se è serena o preoccupata. Non servono troppe parole: il tono, il ritmo, il respiro tra le frasi parlano chiaro. La voce non trasmette solo informazioni, ma racconta il mondo interiore. Don Fabio Rosini dice: “Ci sono parole che edificano e parole che distruggono. Le prime sono le uniche che appartengono a Dio”. In un matrimonio, ogni frase può essere un mattone che costruisce o un colpo che sgretola.

Dillo, e dillo con amore

Uno degli errori più grandi che si possono commettere è amare in silenzio. Quanti mariti e mogli danno per scontato l’amore che provano, senza mai esprimerlo? “Non abbiate paura della tenerezza!” diceva Papa Francesco. E la tenerezza passa anche dalla voce: un tono dolce rassicura, un complimento sincero scalda, una parola di stima fortifica.

Quante volte sottolineiamo i difetti, le mancanze, le cose fatte male? Eppure, saremmo capaci di cogliere con la stessa prontezza anche i gesti d’amore del nostro coniuge? “Chi trova una moglie trova una cosa buona, una grazia che viene dal Signore” (Proverbi 18,22). Chi trova un marito fedele, trova una benedizione. Perché non dircelo più spesso?

Le parole che un marito ha bisogno di sentire

Uomini e donne hanno sensibilità diverse, e a volte ci si fraintende senza volerlo. Care mogli, il vostro sposo ha bisogno di sentirsi apprezzato. Ha bisogno di sapere che credete in lui. La vostra fiducia lo rende più forte. “Un uomo può scalare le montagne più alte se ha accanto una donna che lo incoraggia”, scrive padre Serafino Tognetti.

Una mia amica mi raccontava di come rimproverava sempre il marito sul suo modo di pulire casa. Col tempo, però, ha iniziato a cambiare approccio. Ora lo ringrazia per l’impegno, anziché criticarlo per i dettagli. Il risultato? Lui si sente valorizzato e fa le cose con più gioia. Un piccolo cambiamento nelle parole, un grande cambiamento nel matrimonio.

Le parole che una moglie ha bisogno di sentire

E voi, mariti, quando è stata l’ultima volta che avete detto a vostra moglie che è bella? Non solo nel giorno del matrimonio, non solo in occasioni speciali. Luigi Maria Epicoco scrive: “Una donna non smette mai di aver bisogno di sentirsi scelta, desiderata, amata”. La bellezza di una sposa non è solo esteriore, ma è quella luce che brilla quando si sente amata. Non basta amarla nel cuore, bisogna dirglielo. Con parole vere, sentite, dette con dolcezza. La voce del marito può essere per la moglie come l’acqua per una pianta: la nutre, la fa fiorire, la rende radiosa.

La voce che prepara all’amore

Il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore coniugale, e mostra come la parola sia preludio alla comunione dei corpi. “Soave è la tua voce“, dice lo sposo alla sposa. Un complimento detto con calore, una frase sussurrata con affetto, sono il linguaggio che crea intimità e fiducia.

Parlarsi con amore è il miglior modo per prepararsi all’abbraccio coniugale. Quando le parole sono tenere, anche il corpo si sente accolto. Il matrimonio non è solo unione di due persone, ma di due anime che si cercano e si riconoscono anche attraverso la voce.

La parola come dono

Ogni parola detta con amore è un dono. Un dono che non costa nulla, ma che arricchisce chi lo riceve. Un matrimonio che sa parlarsi con rispetto e tenerezza è un matrimonio che cresce. Papa Giovanni Paolo II diceva: “L’amore non è solo un sentimento. È un atto di volontà che si traduce in gesti concreti”. E le parole sono tra i gesti più concreti che possiamo donare ogni giorno.

Allora, oggi, fermati un attimo e pensa: cosa puoi dire al tuo coniuge per fargli sentire il tuo amore? Non aspettare. Dillo. E dillo con il cuore.

Antonio e Luisa

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Purificarci dagli idoli

Cari sposi, la scena di oggi si colloca quando Gesù, poco dopo il Battesimo di Giovanni, vive qualcosa di inedito nel deserto. Gli esegeti sono concordi nel dire il luogo esatto che si trova nella zona poco distante da Gerico, un territorio caratterizzato da un paesaggio arido, collinare e roccioso, dal clima caldo e secco, poco ospitale per fauna e flora. Di conseguenza, se era solo, come facciamo a sapere di una cosa avvenuta nel cuore di Gesù? Evidentemente Cristo ha condiviso con gli apostoli quanto gli era accaduto e tutto ciò senza ombra di dubbio aveva il fine di renderci tutti consapevoli di come agisce il tentatore.

È chiaro allora che Gesù oggi ci sta “allenando” ad affrontare la tentazione, perché, a ben vedere, nessuno se ne può sottrarre e non ci è dato di chiedere a Dio di togliercele. Tanto è così che lo Spirito Santo in persona ha messo Gesù nelle condizioni di essere provato. Quindi anche noi dobbiamo smettere di lamentarci se siamo bersagliati di cattivi pensieri o stimoli negativi, piuttosto vediamolo come una parte integrante della nostra vita cristiana. Giobbe lo ha detto con molta chiarezza: “Militia est vita hominis super terram” (Gb 7, 1). Piuttosto, chiediamo a Gesù la grazia di saper affrontare e vincere ogni tentazione. E il Vangelo odierno, in ciò, cade a fagiolo.

È proprio, Gesù a svelarci la medesima struttura di tutte e tre le tentazioni. Anzitutto, il demonio si approccia a noi sempre usando una cosa buona, lecita e normale per convertirla poi in un problema e in ultima istanza in un idolo. In questi casi è il cibo, poi le proprietà o i soldi e infine l’immagine che vogliamo dare agli altri.

Dice al riguardo Papa Francesco:

«Così fa con noi, il diavolo: arriva spesso “con gli occhi dolci”, “con il viso angelico”; sa persino travestirsi di motivazioni sacre, apparentemente religiose! Se cediamo alle sue lusinghe, finisce che giustifichiamo la nostra falsità, mascherandola di buone intenzioni. Per esempio, quanto volte abbiamo sentito questo: “Ho fatto affari strani, ma ho aiutato i poveri”; “ho approfittato del mio ruolo – di politico, di governante, di sacerdote, di vescovo –, ma anche a fin di bene”; “ho ceduto ai miei istinti, ma in fondo non ho fatto male a nessuno”, queste giustificazioni, e così via, una dietro l’altra. Per favore: con il male, niente compromessi! Con il diavolo, niente dialogo! Con la tentazione non si deve dialogare, non bisogna cadere in quel sonno della coscienza che fa dire: “Ma, in fondo non è grave, fanno tutti così”! Guardiamo a Gesù, che non cerca accomodamenti, non fa accordi con il male. Al diavolo oppone la Parola di Dio, che è più forte del diavolo, e così vince le tentazioni» (Angelus, 6 marzo 2022).

Ecco l’arte del diavolo: tramutare i beni a noi necessari in idoli. Mentre Gesù ci insegna che tutto è un mezzo per fare il bene, il demonio trasforma i mezzi in fini e il risultato è che li fa apparire ai nostri occhi come veri e propri idoli. L’idolo è una falsa sicurezza, uno scimmiottamento di Dio stesso. Il demonio pretende solo di farci distogliere lo sguardo da Cristo e di inchiodare la nostra testa e il nostro cuore in mille preoccupazioni, a volte fittizie. Solo per allontanarci dal nostro Fine ultimo.

E quindi nella vita matrimoniale ciò si traduce in tante modalità. Si può far diventare il coniuge un idolo, il proprio rapporto di coppia un idolo, la carriera, la casa, il benessere fisico… e che dire poi dei figli? Quale grande tentazione di renderli l’obiettivo della vita di coppia!

S. Ignazio di Loyola, celebre, tra le altre cose, per aver plasmato le illuminazioni ricevute da Dio negli “Esercizi Spirituali”, ha dedicato la prima settimana degli stessi al famoso “principio e fondamento”. Ossia, tutto il percorso di crescita negli esercizi presuppone che la persona prima faccia ordine e metta ogni cosa al proprio posto, lasciando Dio come il fine ultimo della propria esistenza.

Domandiamoci ora: ci sono cose o persone che stai convertendo in idoli nella vita di coppia? C’è qualcosa di buono e sacrosanto che però stai considerando più di quello che è?

Quanto bene fa alle coppie scoprire che lo Sposo della coppia è Gesù. Perché inevitabilmente proietta lo sguardo oltre la relazione nuziale e la libera da ogni autoreferenzialità mettendo i coniugi in cammino verso la medesima direzione.

Il cammino della Quaresima è un momento forte di Grazia per andare all’essenziale nella nostra vita di fede, purificandoci da tanti idoli. Come persone e come coppie, coglietela al volo.

ANTONIO E LUISA

Ho fatto il salto di qualità con Luisa quando mi sono posto una domanda. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona.

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Celebrare la Diversità: il Ruolo delle Donne

Donna e Maternità: Un Dono da Accogliere e Vivere

Dire “mamma” o “donna” è, in un certo senso, la stessa cosa. Ogni donna porta dentro di sé una vocazione materna, indipendentemente dal fatto che abbia figli biologici. Essere madri è molto più di un fatto biologico: è un modo di essere, un atteggiamento del cuore. Santa Teresa di Calcutta, che di figli biologici non ne ha avuti, ha espresso questa verità con la sua vita: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore”. L’amore materno non si misura con il numero di figli, ma con la capacità di accogliere, custodire, generare vita attorno a sé.

Viviamo in una società liquida, come direbbe Zygmunt Bauman, che cerca di eliminare le differenze tra uomo e donna. Si diffonde l’idea che amare sia uguale per tutti, che uomini e donne abbiano la stessa sensibilità, gli stessi desideri, lo stesso modo di vivere la sessualità. Ma non è così. “La differenza non è un problema, ma un dono,” diceva Edith Stein, filosofa e santa. “La donna ha un’intuizione particolare, un modo unico di entrare in relazione con il mondo.” Questa differenza è essenziale: è nella diversità che nasce l’attrazione, il completamento reciproco tra uomo e donna.

Maternità e Differenza Femminile

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Sono meno donne? No, perché la maternità non si riduce alla biologia. Madre Teresa non ha partorito, ma è stata madre per migliaia di persone. La Vergine Maria non è diventata madre il giorno dell’Annunciazione, ma lo era già nel suo cuore, nella sua capacità di accogliere e donarsi. L’essere madre è una vocazione spirituale, una disposizione interiore che si esprime nell’amore gratuito e nell’accoglienza dell’altro.

Il nostro stesso corpo ci parla di questa vocazione all’accoglienza. Il DNA femminile è differente da quello maschile, e non avere il cromosoma Y fa una grande differenza. Il nostro corpo è fatto per accogliere: nell’atto d’amore, la donna accoglie dentro di sé l’uomo, nel grembo accoglie la vita. Questo comporta un coinvolgimento più profondo, non solo fisico, ma anche emotivo e spirituale.

Giovanni Paolo I definì Dio come “padre e madre”. La Bibbia usa un termine particolare per descrivere la misericordia di Dio: in ebraico, “misericordioso” si dice rahum, che deriva da rehem, ovvero “grembo materno”. La donna porta in sé questa caratteristica divina: la capacità di accogliere, proteggere e generare. Non solo figli, ma anche speranza, fiducia, amore.

La Donna nella Società e nel Lavoro

Il dibattito sulla donna divisa tra carriera e famiglia è sterile se non si parte dal riconoscimento della sua autentica vocazione. Non si tratta di scegliere tra essere madre o professionista, ma di essere pienamente donna ovunque ci si trovi. Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana nello spazio, ha affrontato critiche per essere partita per una missione lasciando i figli a casa. Ma una madre è tale ovunque sia, se vive la sua maternità con consapevolezza. Non è il ruolo sociale a definire la donna, ma il modo in cui esprime la propria femminilità.

Le aziende che penalizzano la maternità non solo danneggiano le donne, ma privano la società di un contributo essenziale. Studi dimostrano che le aziende che valorizzano il talento femminile, anche in ruoli dirigenziali, ottengono migliori risultati economici e una maggiore capacità di innovazione. Come scriveva San Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità, arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Essere donna significa portare nel mondo una bellezza unica, una capacità di amare che rispecchia quella di Dio. E per questo, con tutto il cuore, possiamo dire: Grazie a te, donna!

Antonio e Luisa

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Il Regno del Tempo Perduto

C’era una volta, nel Regno di Sempre di Corsa, una coppia di sovrani molto amati: Re Filippo e Regina Eleonora. Il loro amore era forte come le montagne che circondavano il castello, e dal loro matrimonio erano nati tre splendidi principini. Tuttavia, col passare del tempo, la loro vita si riempì di impegni: il regno aveva bisogno di loro, i figli assorbivano ogni energia, e la sera crollavano nel letto senza neanche sfiorarsi.

Un giorno, mentre passeggiava nei giardini reali, la Regina incontrò la Fata Saggia, che la osservò con un sorriso dolce ma severo. Maestà, il vostro amore è come un fiore. Se non lo innaffiate, appassirà.

Eleonora sospirò: Lo so, ma non abbiamo tempo! Il regno ha bisogno di noi, i bambini sono piccoli, gli impegni sono tanti… Alla sera siamo troppo stanchi, e alla mattina c’è sempre qualcosa di più urgente.

Saggia scosse il capo. Amata Regina, l’amore tra un uomo e una donna è come il fuoco nel camino: se non lo alimenti, si spegne. Non basta parlarsi, non basta stare insieme. Bisogna toccarsi, abbracciarsi, desiderarsi. Bisogna fare l’amore, perché è il linguaggio segreto che tiene uniti i cuori.

La Regina rimase a riflettere e corse subito da Filippo. Amore mio, la nostra unione è un dono, ma lo stiamo trascurando. Se aspettiamo il momento giusto, non arriverà mai.

Il re annuì e le prese le mani. Hai ragione. Dobbiamo trovare un modo per essere marito e moglie, non solo re e regina, non solo mamma e papà.

Così presero una decisione: avrebbero scelto dei giorni speciali in cui dedicarsi completamente l’uno all’altra. Quando i bambini erano con il precettore, avrebbero lasciato le udienze e si sarebbero ritirati nelle stanze segrete della torre dorata, lontani da tutti, per ritrovarsi come all’inizio del loro amore.

Quando il primo giorno arrivò, si resero conto di quanto ne avessero bisogno. Si abbracciarono, risero, si baciarono come una volta, e si amarono con tutto il cuore. Si sentirono di nuovo uniti, complici, e felici.

E così fecero ogni mese. Il regno non crollò, anzi: la loro unione più forte portò pace e saggezza tra il popolo. Gli abitanti di Sempre di Corsa impararono che programmare il tempo per ciò che conta non significa perdere la spontaneità, ma proteggere ciò che si ama.

E il loro amore, innaffiato con cura e passione, fiorì per sempre.

Morale: L’amore si nutre di parole, ma anche di gesti. Non aspettare che accada, scegli di renderlo vivo.

Antonio e Luisa

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La Via Crucis per la Coppia (Non della Coppia)

La Quaresima è appena iniziata e, come ogni anno, siamo invitati a dedicare maggiore – ma soprattutto migliore – tempo alla preghiera e alla vita dell’anima, alleggerendo l’attaccamento al mondo con qualche digiuno e qualche rinuncia, i famosi “fioretti” che hanno profumato di fede la nostra infanzia.

Per alcuni, però, non c’è distinzione tra il tempo liturgico che stiamo vivendo e l’esistenza quotidiana, troppe volte nominata, vissuta e percepita come una Via Crucis. Quest’espressione latina indica propriamente il “cammino della croce” ossia il tratto di strada percorso da Gesù, flagellato e coronato di spine, sotto il peso del patibulum, lo strumento di tortura e di morte più crudele al tempo dei Romani.  Non ci interessa, in questo momento, disquisire se il Figlio di Dio portò solo la trave orizzontale, quella più corta, o l’intera struttura di legno.

Quello su cui desideriamo riflettere è il senso di un cammino doloroso che molte, forse troppe, coppie si trovano a percorrere. Dal “giorno del sì” al “giorno del forse”, per alcuni, è un attimo. E da lì al “giorno del no” il passo è ancora più breve. Ma perché, vale la pena chiedersi, per tanti sposi la vita coniugale sembra una vera e propria Via Crucis? Perché marito e moglie, che dovrebbero amarsi lungo il corso della vita, si ritrovano su un Calvario che non riescono ad evitare? O si sentono addirittura inchiodati a una croce dalla quale vorrebbero solo scendere?

È proprio riflettendo sul senso della preghiera quaresimale per eccellenza che sono andata a riprendere un librettino di parecchio tempo fa, intitolato “Via Crucis per gli sposi e le famiglie”, edito da Shalom [1].  Lo scoprii nei primissimi anni di matrimonio e mi colpì molto, lo trovai una “genialata”, qualcosa che non conoscevo ma di cui capivo l’estrema utilità. Non perché la nostra unione stesse attraversando una crisi ma perché consapevoli che, se non coltivato e nutrito – di Dio, innanzitutto – anche il matrimonio che sembra edificato sulla roccia più solida rischia di franare come un castello costruito sul bagnasciuga.

E che magari anche i piccoli litigi, le occhiate più acide del solito e qualche risposta al vetriolo, sommate nel tempo, possono causare danni irreversibili. Al contrario, pubblicazioni come questa riescono a far riflettere la coppia sui motivi che rischiano di far vivere il sacramento dell’amore nuziale come un tormento che lo svuota e snatura completamente. Se in Quaresima si prega di più e meglio, ben vengano simili strumenti, in grado di dare un po’ di luce a chi si sente di brancolare nel buio.

Invece che baci, chiodi. Invece che coccole, spine. Invece che abbracci, ferite. Perché? Perché un uomo e una donna devono arrivare a trattarsi così male, a umiliarsi così, a distruggersi così? Come scrisse Don Giuseppe Brioschi nell’introduzione, “Praticare la Via della Croce tra le mura domestiche assume un valore e un significato particolare: è proprio la famiglia, nel quotidiano percorso educativo della convivenza e dell’amore (tra marito e moglie, tra genitori e figli e tra fratelli), la vita ordinaria che conduce la persona umana alla contemplazione dei misteri della vita, della morte, della Resurrezione. […] Tutte le famiglie del mondo portano la propria croce ma se non la portano insieme a Cristo, così come lui l’ha portata, non possono neppure aspettarsi di ottenere gli stessi frutti della croce di Gesù. Porta la croce di Gesù chi, insieme a lui generosamente ed incondizionatamente ama Dio e l’uomo, chi perdona i propri nemici, chi non cerca prove della propria innocenza, bensì si preoccupa di amare e di essere innocente. A questo punto verrebbe da chiedersi: lo facciamo noi nelle nostre famiglie? In verità l’amore, nella propria condizione di vita, deve portare la croce e su di essa essere crocifisso, ma questa non è la fine di tutto. Esso supera la morte grazie alla Resurrezione. Questa è la cosa definitiva e più importante”.

Ci vuole coraggio? Certamente! Ci vuole pazienza? Altrochè! Ci vogliono compassione, misericordia e speranza? Decisamente sì! Ci vuole fede? Naturalmente! Insieme con la certezza di non essere da soli, né come singoli né come coppia. La croce non è la morte ma il passaggio attraverso cui giungere a una vita nuova, rinnovata, più bella e autentica. Crocifissa in Cristo e risorta con Lui.

Le quattordici stazioni, allora, non saranno colpi di un martirio senza senso ma le tappe per ritrovare l’altro e per ritrovarsi insieme. E, così facendo, per ritrovare anche la propria famiglia come immagine della Trinità e cardine della società civile. In questo modo non sarà più la via Crucis della coppia ma per la coppia. Per perdonare e sapersi perdonati. Per gioire e donare gioia. Per amare e riscoprirsi amati.

Fabrizia Perrachon


[1] Per chi fosse interessato, è ancora in commercio e acquistabile a questo link

Un digiuno nutriente!

Oggi è un giorno particolare per la Chiesa, è il mercoledì delle Ceneri, il primo dei quaranta giorni di cammino che ci porteranno all’evento più importante per noi cristiani: la Pasqua.

Quando si deve affrontare un evento importante, che sia un esame, una gara o una presentazione, ci si prepara accuratamente in modo da non arrivare impreparati. Questi quaranta giorni servono proprio a questo, ad arrivare alla Pasqua un po’ più allenati di quando siamo partiti, magari lasciando qualche zavorra lungo la strada. Per farlo e per tornare all’essenziale ci sono degli strumenti che ci possono aiutare, come l’ascolto della Parola, la preghiera, la carità e il digiuno. Vorrei provare a fornire qualche spunto di riflessione su quest’ultimo punto.

Il mangiare è essenziale per vivere, se non lo facciamo, il nostro corpo pian piano deperisce e moriamo: ridurre quello che ingeriamo ci ricorda che sì, il cibo è  fondamentale per noi, ma che esiste un “cibo” ancora più importante, che è quello che alimenta la nostra anima, essenzialmente l’Eucarestia e che, anche se arriviamo a conquistare il mondo, prima o poi dobbiamo lasciare questa terra. Questo vale per tutti, ma per noi sposi, è solo una questione di cibo o un’opportunità per riscoprire l’essenziale nella vita di coppia e in famiglia?

Per qualcuno può essere facile mangiare di meno e per altri un’occasione per rimettersi in forma, ora che si allungano le giornate e in previsione della prova costume di quest’estate: non conta solo il cibo, la cosa importante è diminuire/togliere qualcosa che ci costa fatica, che ci appesantisce nel cammino e che così ci permette di crescere e salire più in alto. Alcuni esempi pratici:

Il digiuno dal superfluo per fare spazio all’essenziale.

Quante volte le giornate passano tra lavoro, impegni, telefonate e social media, lasciando poco tempo per il coniuge? Digiunare, per gli sposi, può significare fare una scelta concreta: spegnere il cellulare a cena per dedicarsi a un vero dialogo, senza distrazioni. Oppure rinunciare a una serata davanti alla TV per pregare insieme, condividere un pensiero, raccontarsi la giornata con attenzione e ascolto.

Il digiuno dalle parole che feriscono.

La vita di coppia non è sempre semplice, a volte, parole dette di fretta possono ferire più di quanto ci rendiamo conto. Un digiuno quaresimale che cambia il cuore potrebbe essere imparare a trattenere una critica, un commento sarcastico, una parola di troppo, scegliendo invece di rispondere con pazienza e amore. Ad esempio, se il marito lascia ancora una volta la tavoletta del bagno alzata, invece di sbottare, la moglie potrebbe semplicemente abbassarla e offrirgli un sorriso. Viceversa, il marito potrebbe scegliere di ringraziare, anziché dare per scontato il lavoro e le attenzioni della moglie.

Il digiuno dall’egoismo: servire l’altro con amore.

Digiunare significa anche privarsi di qualcosa per il bene dell’altro. Che bello sarebbe se, in questa Quaresima, ogni sposo facesse un piccolo gesto concreto per alleggerire la giornata dell’altro! Un marito che si alza dieci minuti prima per preparare il caffè alla moglie, una moglie che sceglie di ascoltare il marito prima di raccontare la sua giornata, un coniuge che accetta di fare un’attività che all’altro piace, anche se non è la sua preferita. Piccole cose, ma che cambiano il cuore!

Il digiuno dalla chiusura: aprirsi al bisogno degli altri.

La Quaresima non è solo un cammino personale, ma anche comunitario, gli sposi sono chiamati a vivere la carità insieme. Perché non trasformare un’uscita al ristorante in un’offerta per una famiglia in difficoltà? O scegliere di visitare una persona sola piuttosto che passare un pomeriggio tra negozi? Insegnare ai figli a condividere un giocattolo con un bambino che non ce l’ha è un modo concreto per trasmettere loro il valore della carità.

Un piccolo accenno anche per chi si trova come me nella situazione di separazione o divorzio: anche in questo caso, nonostante siamo un po’ abituati a digiunare dalla presenza del coniuge negli aspetti fisici e relazionali, possiamo sempre trovare degli aspetti da modificare e migliorare. Ad esempio, proprio ieri sera avrei potuto commentare un sms di mia moglie relativo al comportamento di una figlia, ricordandole che ha proprio preso da lei, ma, dopo essermi morso la lingua, non ho scritto nulla.

Questa Quaresima può diventare per gli sposi un tempo di rinnovamento, non solo personale, ma soprattutto di coppia. Il digiuno non è solo una rinuncia, ma un’opportunità per fare spazio all’amore reciproco.

Scegliamo oggi di iniziare questo cammino con piccoli gesti che ci avvicinano a Dio e tra di noi, vivendo la quotidianità come luogo privilegiato di santificazione e testimonianza cristiana; alla fine, scopriremo che la Pasqua non sarà solo una festa da celebrare, ma una resurrezione del nostro amore sponsale.

Quindi, buon digiuno e buona Quaresima!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Vuoi Regnare? Servizio è la Risposta

Dio onnipotente, servire te è regnare: concedi a noi, per intercessione di san Casimiro, di vivere costantemente al tuo servizio in santità e giustizia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Questa è la preghiera chiamata Colletta, nella quale si fa riferimento al santo venerato oggi: San Casimiro, nato a Cracovia, Principe di Polonia e Granduca di Lituania, patrono della Polonia e della Lituania. Il suo modo di fare il sovrano è quello sottolineato in questa preghiera, vale a dire che il suo modo di regnare è stato quello di mettersi al servizio dei propri sudditi, a cominciare dai poveri.

La Chiesa quindi, oggi ci ricorda che chi si mette alla scuola di Gesù e vuole regnare, per farlo deve servire, ce lo ha dimostrato Gesù stesso con la Lavanda dei piedi. Quando ci si mette alla scuola di Gesù si scopre presto che i suoi canoni sono spesso opposti a quelli dei potenti del mondo, per cui chi ha idee di grandezza e si fa discepolo di Gesù troverà una strada al contrario.

Gli sposi sono dei privilegiati in questo cammino di servizio, poichè si scopre ben presto che nel matrimonio la regola non sei tu stesso, altrimenti il matrimonio non funziona. Dobbiamo subito precisare che non bisogna cadere nel tranello di leggere questo solo con la lente della psicologia, della relazione tra noi o con la lente della pedagogia per quanto riguarda i figli. La relazione tra noi certamente è il piatto forte, ma non è lei la protagonista del nostro matrimonio, altrimenti rischiamo di ridurre il marimonio cristiano a una bella relazione con belle doti umane e poco più , nella migliore delle ipotesi anche benedetto dal sacerdote per conto di un non ben specificato dio.

Ed invece no, il nostro matrimonio è un sacramento, per cui il protagonista è Gesù Cristo, che certamente prende forma nelle nostre vite, maschile e femminile, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità.

Ma se uno ha velleità di regnare come la mette con ‘sta storia?

Beh, se intendiamo regnare come dice il mondo, abbiamo sbagliato maestro, se invece impariamo dal Maestro, allora scopriamo che in realtà il vero Re è Lui, ma noi partecipiamo di questo Suo regnare, poiché il Suo regno non è di questo mondo.

Il Suo regno è un fatto di cuore, di anima, di spirito, di fede, è un regno di quell’Amore Creatore dapprima, Redentore poi ed infine Santificatore.

Ma se vogliamo partecipare del Suo regno dobbiamo passare dal servire, cioè? Vi rispondiamo con le parole di Santa Gianna Beretta Molla, una sposa e mamma, la quale così si esprime in una lettera del 09 Aprile 1955 al suo futuro sposo Pietro:

Pietro carissimo, tu sai che è mio desiderio vederti e saperti felice; dimmi come dovrei essere e ciò che dovrei fare per renderti tale.

Coraggio sposi, le parole di Santa Gianna si commentano da sole, ma come è stato possibile renderle vita vera per lei, anche a noi è stata data la stessa Grazia, lo stesso sacramento.

Giorgio e Valentina

La Pornografia Corrompe lo Sguardo

Nel capitolo precedente abbiamo approfondito uno dei modi più immediati per esprimere tenerezza attraverso il corpo: lo sguardo. In questo capitolo, invece, affronteremo il più grande ostacolo alla formazione di uno sguardo capace di amare con autenticità e tenerezza: la pornografia. A tal proposito, diamo la parola a Luca Marelli, Presidente dell’associazione PURIdiCUORE. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso (…) incantevole” (Cantico 2,14)
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.” (Genesi 2,25)

Quando lo sguardo dell’uomo sulla donna e quello della donna sull’uomo possono posarsi sui corpi, così come Dio li creò, senza vergogna? Il Cantico dei Cantici descrive lo sguardo puro delle origini, ma oggi, in che circostanze può accadere? Vorrei riflettere sui momenti in cui lo sguardo sul corpo è libero dalla vergogna, analizzare come la pornografia lo corrompa e indicare possibili vie per recuperare e custodire la purezza dello sguardo e del cuore.

Lo sguardo puro tra i coniugi

Nell’intimità coniugale, si può vivere l’esperienza di uno sguardo che percepisce l’altro come dono, “come era in principio”. Questo sguardo può avvenire anche nella quotidianità, ad esempio quando ci si spoglia per andare a dormire o ci si riveste al mattino, contemplando il volto e il corpo del coniuge con gratitudine.

L’amore autentico non è un possesso, ma un dono che si rinnova nel tempo”, scrive Luigi Maria Epicoco. Questo sguardo puro è frutto della Grazia di Dio, che si inserisce nell’esperienza quotidiana grazie a un percorso di educazione del cuore, della mente, delle emozioni e del corpo.

Lo sguardo inquinato

Quali ostacoli si frappongono all’azione della Grazia? Immaginiamo un giovane che, per curiosità e ricerca di piacere, fa uso regolare di pornografia, associandola anche a pratiche autoerotiche sporadiche. Questo comportamento, seppur vissuto nel segreto, con il tempo si ripete, radicandosi nella sua vita.

Il cervello, come ci insegna la neuroscienza, è plastico: l’abitudine alla pornografia modifica il modo di percepire l’altro. Un giovane che inizia un fidanzamento con principi morali sani, ma con uno sguardo inquinato da ore di immagini sessualizzate, fatica a vivere la purezza. Nel matrimonio, atteso come “la liberazione”, può scoprire una fame insaziabile, che rende difficili persino le normali richieste di continenza periodica.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita che condizionano il nostro comportamento. L’uso della pornografia può diventare un copione inconsapevole che distorce il significato della sessualità, alimentando un bisogno compulsivo invece di un desiderio autentico di donarsi.

Con il tempo, il corpo del coniuge potrebbe non bastare più: si cercano artifici e stimoli esterni per accendere un piacere che in realtà è lussuria. La lussuria, come afferma Epicoco, “nasce quando si pretende di possedere ciò che invece dovrebbe essere accolto come dono”.

Un cammino di guarigione

La mia esperienza personale conferma questo percorso. Dopo anni di dipendenza dalla pornografia, a quasi cinquant’anni ho riconosciuto la mia schiavitù e ho iniziato un cammino di recupero. Il percorso ha richiesto tempo e non è stato privo di ricadute, ma ho affrontato tre aspetti fondamentali della dipendenza: fisico, emotivo e spirituale.

Nel 2012, attraverso la psicoterapia, ho compreso come le dinamiche del passato influenzassero il presente. Nel luglio 2014, un evento inatteso mi ha portato a riscoprire l’Amore di Dio, grazie a un’effusione dello Spirito Santo. Questo risveglio spirituale è diventato parte della mia vita quotidiana nella preghiera.

Fondamentali per la mia sobrietà sono stati:

  • Il sostegno di un gruppo di recupero, con cui ho condiviso un cammino di mutuo aiuto.
  • Il rinnovamento della vita spirituale, che mi ha fatto riscoprire il mio essere figlio amato di Dio.
  • L’impegno nel custodire lo sguardo, per non alimentare immagini distorte che inquinano il cuore.

La purezza dello sguardo non è negare la bellezza, ma imparare a vederla come un segno di Dio e non come un oggetto di consumo” (Epicoco).

Recuperare la purezza dello sguardo

In cosa consiste l’uso della pornografia? Nel posare lo sguardo su corpi estranei, dissociati dalla persona, ridotti a strumenti di piacere. Questo uso spezza l’unità tra corpo, mente e anima, trasformando il piacere in una dipendenza e alterando la percezione della sessualità come dono reciproco tra coniugi.

Usare pornografia è come amputarsi le gambe: non entrambe in un colpo solo, ma un po’ alla volta. Ci si rende conto, con il tempo, che anche nella quotidianità lo sguardo è contaminato e la realtà viene filtrata da fantasie autoindulgenti.

Ma la guarigione è possibile. Anche chi si è smarrito può ritrovare il cammino, grazie alla Grazia di Dio. Questo percorso richiede tre elementi essenziali:

  1. Cura psicologica per comprendere e smantellare i meccanismi della dipendenza.
  2. Il sostegno di un gruppo per spezzare la solitudine e la vergogna.
  3. Il rinnovamento spirituale per scoprire il vero significato dell’amore.

Con la preghiera, la meditazione e la disponibilità a rialzarsi dopo ogni caduta, lo sguardo sull’amato può tornare a essere quello puro delle origini. Solo allora si può dire l’uno all’altra: “Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Cantico 5,1).

Antonio e Luisa

Quaresima in vista, frutti abbondanti in palio

Cari sposi, oggi è l’ultima domenica del tempo ordinario perché mercoledì iniziamo il tempo forte della Quaresima. Vedendo i temi trattati oggi, si può dire che, in un certo senso, la Liturgia ci sta già preparando a questo grande momento.

Leggendo il Vangelo, mi è balenato un ricordo degli studi delle superiori, un vecchio proverbio inglese: “Sweep in front of your own door before you complain about the street”, in parole povere: “Pulisci prima davanti al tuo uscio invece di lamentarti della sporcizia della strada”. È, in effetti, fin troppo ovvio il senso delle parole di Gesù di rimuovere la nostra “trave” prima di pensare alle “pagliuzze” altrui.

Ma il senso generale di questo Vangelo va più in profondità e si coglie alla luce di tutte le altre letture. In questa settimana abbiamo iniziato infatti il ciclo del libro del Siracide, un testo di genere sapienziale, in cui un padre vuole educare il proprio figlio ad una vita ispirata alla sapienza. Questo è il punto di vista da cui guardare anche al Vangelo e così si comprende come Esso costituisca un grande invito a vivere secondo la vera sapienza, che in fondo è la luce della fede.

Difatti, può essere saggia una persona che sparla, si lamenta, ironizza e genera chiacchiericcio attorno ai difetti altrui? Evidentemente questa persona non sa, ma soprattutto non vuole, guardare anzitutto dentro di sé. Perché è questo l’atteggiamento del saggio, come ci insegna S. Agostino quando ammette la propria immaturità giovanile: “Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo” (Confessioni 10, 27).

Vivere fuori di sé, distratti da mille altre cose e non stare sul pezzo, cioè sulla propria vita è assimilabile alla persona cieca. Non per nulla è quanto accade a chi ha una trave nell’occhio. Dice san Giovanni della Croce che: “L’anima che non cerca la luce divina rimane nelle tenebre della propria ignoranza”.

Chi invece esamina la propria esistenza e la propria condotta alla luce di Dio, questi sta imbroccando la vera via della sapienza e va per la buona strada. E dove porta questa strada? Alla vita feconda secondo lo Spirito. Ecco perché nel Vangelo poi si parla proprio di frutti e non qualsiasi frutto. Il fico e l’uva sono evidenti sinonimi di fecondità e fertilità, mentre le spine e i rovi il loro esatto contrario. L’ideale della persona saggia non può che essere la vita feconda, la vita che produce frutti buoni per sé e per gli altri.

Per voi sposi, in particolare, è molto interessante e sfidante questo brano del Vangelo. Su di voi è già stata pronunciata una benedizione di fecondità molto esplicita nel giorno del vostro matrimonio: “Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione” (Rito del matrimonio 74). Per voi la fecondità non è un optional, non è riservata ai coniugi Quattrocchi e coppie simili ma tutti voi siete chiamati e avete tutte le grazie per essere fecondi.

E uno dei tanti cammini di fecondità è tramite la parola. Voi coniugi siete chiamati ed avete il dono di vivere una condivisione e un dialogo molto profondo, che scenda fino alle profondità del cuore. Condividersi le paure, le gioie, le speranze, le inquietudini, i desideri… niente di più scontato quando la vita frenetica porta a restare sulle “comunicazioni di servizio” (compiti dei figli, bollette, visite mediche…). Invece il vostro Sposo vi spinge ad arrivare a condividervi e parlare del vostro rapporto con Lui, a quanto Gesù ha fatto oggi per me, cosa mi ha detto nel Vangelo del giorno…

Questo senza dubbio è un sentiero che porta molto in alto, alle vette della vita spirituale e quindi della vera fecondità secondo lo Spirito.

È di certo un cammino costoso ma proprio per questo anche un eccellente proposito di Quaresima per crescere nel vostro amore nuziale e nel vostro rapporto con Gesù.

ANTONIO E LUISA

Siamo tutti mancanti, nessuno è perfetto. Eppure, quando affrontiamo le difficoltà coniugali, tendiamo a focalizzarci solo sui difetti dell’altro. Questo atteggiamento è sterile. Il vero cambiamento inizia dentro di noi: solo lavorando sulle nostre fragilità e aprendoci alla grazia possiamo trasformare il nostro cuore e, di conseguenza, migliorare la relazione. L’amore cresce quando ci assumiamo la responsabilità della nostra conversione quotidiana.

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Beati siete Voi, Sposi Pellegrini

Carissimi sposi e carissime famiglie, come saprete, da poco siamo entrati nell’Anno Santo del Giubileo.

Sicuramente, quando pensiamo all’ anno giubilare ci viene subito in mente l’immagine della Chiesa chiamata a mettersi in cammino, in pellegrinaggio; una Chiesa itinerante nel tempo e nella storia. Del resto tutta la nostra vita non è che una metafora del viaggio.

La parola pellegrinaggio, nel suo significato etimologico deriva dal termine latino peregrinus, a sua volta composto da per+ager cioè attraverso i campi. Contiene quindi, in modo implicito, il significato di intraprendere un viaggio o perché si è costretto o per scelta. Per i campi va colui che non abita in città, è quindi straniero, colui che non è a casa propria e si trova costretto a pellegrinare.

Il pellegrinaggio però può nascere da una scelta personale, data da una precisa motivazione spirituale. In tal caso, chi parte non è costretto a una condizione sfavorevole estrema ma si fa straniero, assumendo fatiche e rischi interiori e materiali pur di raggiungere l’obiettivo spirituale o penitenziale.

Quando ci si mette per via ci si stacca dalla propria casa e dalle proprie cose, si sceglie di portare sulle spalle solo ciò che davvero serve e si tralascia ciò che rende pesante il cammino.

Soffermandoci sul pellegrinaggio cristiano vediamo che esso comporta diversi momenti che definiamo “interiori”: la decisione di partire, la partenza, l’itinerario, l’arrivo alla meta e il ritorno a casa.

Il primo momento, quello della decisione, è il momento più importante dal quale poi dipende tutto il resto. Esso dovrebbe coincidere con il desiderio di convertirsi e andare più decisamente verso Dio. Una decisione simile a quella di Gesù che si dirige “decisamente” verso Gerusalemme (Lc 9,51). Tale momento di decisione può essere comunitario, familiare o personale, e comunque finalizzato a far nascere dentro ogni persona il desiderio profondo di pellegrinare nel senso vero della parola, per non rischiare di ridurre il pellegrinaggio a un viaggio turistico come tanti.

Ecco che, guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, come sposi cristiani e pellegrini, vogliamo condividere con voi durante tutto quest’anno giubilare le Beatitudini che scaturiscono dall’intraprendere insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare.

PRIMA BEATITUDINE:

“BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, QUANDO SCOPRITE CHE CAMMINARE INSIEME VI APRE GLI OCCHI A QUELLO CHE DA SOLI NON VEDETE”

Ma non è questo è il matrimonio? Il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che abbiamo tra noi e ciò lo portiamo avanti facendo riconoscere all’altro la bellezza della reciprocità delle differenze.

Certamente non è un cammino facile, senza conflitti. Non sarebbe umano. È un viaggio invece impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita reale.

Vi invitiamo allora a decidervi di partire insieme, chiedendo al Signore che “Illumini gli occhi del vostro cuore, affinché sappiate a quale speranza vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi riserva tra i santi”(Ef 1,18), per attraversare il vostro matrimonio con speranza!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

L’intelligenza emotiva nel matrimonio cristiano

Nel cammino del matrimonio, l’amore non è fatto solo di emozioni intense e momenti straordinari, ma anche di una quotidianità che richiede pazienza, ascolto e crescita reciproca. La maggior parte delle coppie si sposa con il desiderio di vivere una relazione bella e feconda, ma poi le cose non funzionano. Perché? Una delle chiavi per vivere un’unione stabile e feconda è l’intelligenza emotiva, ossia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle del coniuge.

L’intelligenza emotiva: una risorsa per il matrimonio

Daniel Goleman, psicologo che ha reso popolare il concetto di intelligenza emotiva, afferma: “Le persone con un’elevata intelligenza emotiva sono in grado di gestire meglio le relazioni, poiché sanno comprendere le proprie emozioni e quelle altrui”. Questo principio si applica perfettamente alla vita coniugale: chi impara a riconoscere e gestire le proprie emozioni evita incomprensioni, risentimenti e conflitti distruttivi. Nel contesto della relazione matrimoniale, l’intelligenza emotiva si manifesta in tre aspetti fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé: sapere cosa proviamo, comprendere le nostre reazioni emotive e saperle esprimere in modo sano e costruttivo.
  2. Empatia: saper leggere e comprendere le emozioni del coniuge, mettendosi nei suoi panni senza giudicare.
  3. Gestione delle emozioni: imparare a rispondere alle emozioni negative con maturità, evitando reazioni impulsive e dannose per la relazione.

L’analisi transazionale: gli stati dell’Io nel matrimonio

Ne ho già parlato diverse volte, ma meglio ribadire il concetto. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha individuato tre stati dell’Io che condizionano le relazioni: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Nel matrimonio, questi stati influenzano profondamente la comunicazione tra i coniugi.

  • Lo stato Genitore porta a giudicare, criticare o proteggere eccessivamente il coniuge.
  • Lo stato Bambino reagisce con emozioni impulsive, come rabbia, paura o euforia.
  • Lo stato Adulto cerca di comprendere la realtà con obiettività e maturità, gestendo le emozioni con equilibrio.

Un matrimonio sano si basa su un dialogo prevalentemente Adulto-Adulto, in cui entrambi i coniugi si ascoltano e rispondono in modo maturo, senza cadere in dinamiche di critica, manipolazione o dipendenza emotiva.

L’intelligenza emotiva alla luce della teologia cattolica

La teologia cristiana offre una prospettiva profonda sull’importanza della maturità emotiva nella relazione di coppia. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32). Questa esortazione implica un lavoro interiore sulle proprie emozioni, che non devono essere negate, ma comprese e trasformate in gesti di amore e misericordia.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, sottolinea che “la famiglia cristiana è chiamata a una continua conversione, che implica anche la crescita nell’amore maturo e responsabile”. Ciò significa che l’amore coniugale non è solo un sentimento, ma una decisione quotidiana che coinvolge mente, cuore e volontà.

Strumenti pratici per coltivare l’intelligenza emotiva nel matrimonio

  1. Ascolto attivo: imparare ad ascoltare il coniuge senza interrompere o giudicare, ma cercando di comprendere ciò che realmente prova.
  2. Gestione della rabbia e dei conflitti: invece di reagire impulsivamente, è utile prendersi un momento per riflettere prima di rispondere.
  3. Espressione dei bisogni e delle emozioni: dire al coniuge cosa si prova in modo chiaro e rispettoso, senza accusare o manipolare.
  4. Preghiera e vita spirituale condivisa: la preghiera aiuta a trasformare le emozioni negative e ad attingere alla grazia per amare con un cuore rinnovato.

Conclusione

L’intelligenza emotiva non è un’abilità innata, ma un cammino di crescita personale e coniugale che si costruisce giorno dopo giorno. Integrare la consapevolezza emotiva con la saggezza della fede cristiana permette di vivere il matrimonio come un’alleanza d’amore autentica e duratura. Come diceva San Francesco di Sales: “Un santo triste è un triste santo”. Questo vale anche per il matrimonio: un coniuge emotivamente maturo, capace di gestire con serenità le difficoltà, costruisce una relazione più forte, serena e felice.

Antonio e Luisa

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Lassù Fino a Te. L’Album dei Ricordi tra Cielo e Terra

Lassù fino a te” è un’espressione utilizzatissima perché ha tanti significati, o meglio: ha un unico significato ma tanti protagonisti, tanti mittenti e altrettanti destinatari. Il pensiero che rivolgiamo “lassù fino a te” può essere indirizzato al papà, alla mamma, al marito, alla moglie, al nonno o alla nonna, al fidanzato o alla fidanzata, allo zio o alla zia, all’amico o all’amica del cuore, al compagno di classe o al collega di lavoro, a vicino di casa, al sacerdote che ci ha guidato per anni, alla persona che ci ha fatto del bene.

“Lassù fino a te” significa che quel qualcuno ha salutato la vita in questo mondo per ricongiungersi a Dio, lasciandoci qualcosa di sé e, soprattutto, consegnandoci dei ricordi. Ricordi che legano Cielo e terra, ricordi che porteremo per sempre, sfidando lo scorrere del tempo e l’appassire della memoria.

“Lassù fino a te” può essere rivolto anche a un figlio. Un “lassù fino a te” che umanamente fa male, molto male perché forse – e sottolineo forse – è sentito e percepito come il più innaturale, il più crudele, il più temibile. È sempre difficile accettare la morte, in qualunque momento arrivi. È dura già solo chiamarla con il suo nome, tant’è che esistono studi ad hoc sull’interdizione linguistica, ossia quella branca della comunicazione che cerca di capire perché certe parole siano pronunciate e certe no e perché si utilizzino espressioni e formule alternative per nominarle.  

“Lassù fino a te” potrebbe essere una di queste, o forse no. Tutto dipende dalla prospettiva cui guardiamo alla morte. Se ci limitiamo esclusivamente a quella del mondo allora è davvero quell’evento estremo, e senza rimedio, che toglie non solo la vita ma il fiato, il pensiero e qualsiasi capacità logica o razionale per accettarla. Per dirla con le parole di San Paolo apostolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15, 19).

Se cerchiamo, al contrario, di inforcare le lenti per guadare con la prospettiva del Cielo, allora tutto non solo sembrerà ma sarà diverso. Non che la morte di una persona cara non ci farà più male ma saremo in grado di avvicinarci a questo evento con cuore aperto, diverso, libero.

È proprio di questa prospettiva che parla “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il mio nuovo libro. “Lassù fino a te” non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un manuale e non è neanche soltanto un semplice album dei ricordi. “Lassù fino a te” è un vero e proprio quaderno operativo da personalizzare, colorare, scrivere, riempire per diventare uno strumento – unico e su misura – nel cammino di elaborazione e guarigione dal lutto da aborto spontaneo per ciascuna mamma, ciascun papà, ciascuna coppia. Il suo essere altamente operativo permette di fondere elementi fondamentali come la memoria e il “fare memoria”, trasformandoli in un vero e autentico dono che vi accompagnerà e farà guardare a ciascun figlio Lassù da una prospettiva completamente nuova.

“Lassù fino a te” non è solo alzare lo sguardo verso il cielo, osservando le carovane di nuvole estive che lo solcano o temendo, quando i colori s’incupiscono, che una grandinata rovinosa distrugga tutto. È imparare al guardare al Cielo – con la C rigorosamente maiuscola – in un allenamento quotidiano all’amore per la vita. Non solo quella terrena, fugace e transitoria, che “al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca” (Sal 90, 6), ma l’attitudine a credere fermamente in Dio, che per primo – morendo in croce – ci ha dimostrato nei fatti che la sofferenza non ha mai l’ultima parola.

Carissime mamme, carissimi papà: coraggio! Mio marito ed io sappiamo cosa significhi perdere un figlio prim’ancora che nasca perché ci siamo passati ormai quasi tredici anni fa. Se ci fossimo arresi alla morte, oggi non saremmo qui a parlarne, a scriverne, a testimoniare che invece è la vita che vince, la Vita vera, quella che Gesù ci ha acquistato a caro prezzo.

Non abbiate paura di ricordare anche gli eventi dolorosi perché, in essi, è nascosto un tesoro di Grazia. Questo nuovo diario desidera essere un piccolo aiuto perché ne sarete, ma soprattutto vostro figlio e vostra figlia in Cielo, protagonisti. Lassù fino a te” vi sta chiamando: ora tocca a voi scrivere il libro più bello che ci sia per i vostri bimbi nati in Cielo .

Fabrizia Perrachon

P.S.: ringrazio dal profondo del cuore quanti acquisteranno, diffonderanno e recensiranno “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il primo quaderno operativo cattolico in Italia scritto da una mamma che ha vissuto l’aborto spontaneo. Lo scopo di questo prodotto editoriale – unico nel suo genere – è aiutare chi sta soffrendo, chi fa fatica a elaborare, chi è ancora bloccato nel dolore: regalandolo farete un gesto autentico di carità che aiuterà tanti cuori a guarire perché tutto sarà fatto con Gesù e Maria, che non lasciano solo nessuno nella sofferenza ma tutti prendono per mano e aiutano a risorgere.

Perché scelgo sempre l’uomo sbagliato?

Pochi giorni fa ci ha scritto una ragazza. Ci ha raccontato della propria sofferenza. Trova sempre uomini sbagliati con cui soffre e non conclude mai nulla. Si sente fallita e si chiede perché le vada sempre male. Vorrebbe un uomo diverso che la amasse davvero. Che è un desiderio sano ma perchè poi non succede? Solo sfortuna? La fortuna è cieca, invece le nostre ferite ci vedono benissimo. Questa ragazza vive una situazione molto comune. Questa ragazza cerca volutamente (ma non consapevolmente) ragazzi che la trattino in quel modo. Cosa intendo? Ora provo a spiegarlo.

L’Analisi Transazionale di Eric Berne ci insegna che ognuno di noi costruisce, fin dall’infanzia, un copione di vita, ovvero una storia inconscia che guida le nostre scelte, relazioni e comportamenti. Questo copione nasce dalle esperienze precoci, dai messaggi impliciti dei genitori e dal modo in cui ci siamo adattati al mondo per ottenere amore e riconoscimento. Se il nostro copione è sano, sceglieremo relazioni funzionali; se invece è disfunzionale, tenderemo a ripetere schemi di sofferenza, anche nelle scelte affettive. Ma perché ci accade questo?

Don Luigi Maria Epicoco ci offre una chiave di lettura profonda: “Non scegliamo sempre ciò che è giusto per noi, ma ciò che ci è familiare. E spesso la familiarità è il luogo dove il nostro cuore è stato ferito.”

La nostra mente cerca conferme, non verità. Se siamo cresciuti in un ambiente dove l’amore era condizionato, dove l’affetto si otteneva a prezzo di sacrifici, tenderemo a scegliere partner che ricreano quel medesimo scenario, pur soffrendone. È come se il nostro inconscio cercasse di risolvere, attraverso la ripetizione, un enigma mai davvero affrontato.

Il ruolo dei messaggi genitoriali e dei giochi psicologici

L’Analisi Transazionale individua tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Il nostro copione è alimentato soprattutto dai messaggi genitoriali interiorizzati, che possono essere sia positivi che limitanti. Frasi come “Non fidarti degli altri”, “Devi sempre dimostrare il tuo valore”, “L’amore è sofferenza” modellano le nostre scelte, portandoci a confermare ciò che abbiamo imparato da piccoli.

In questo processo, spesso mettiamo in atto giochi psicologici: schemi ripetitivi di relazione in cui alterniamo ruoli di Vittima, Persecutore e Salvatore. Ad esempio, chi ha vissuto con un genitore emotivamente distante potrebbe scegliere un partner freddo, nella speranza inconscia di riuscire finalmente a “scaldarlo”, riscattando così la propria infanzia. Ma il risultato è quasi sempre lo stesso: il copione si ripete, confermando la nostra sofferenza anziché liberarcene.

Epicoco lo descrive con lucidità: “Dio non ci vuole incatenati a una storia che si ripete all’infinito, ma liberi di riscriverla con il Suo aiuto. Eppure, a volte preferiamo il dolore conosciuto alla libertà sconosciuta.”

Come spezzare il copione e scegliere diversamente

Uscire da un copione disfunzionale richiede consapevolezza e volontà di cambiamento. L’Analisi Transazionale suggerisce tre passi fondamentali:

  1. Riconoscere il copione – Interrogarsi sui propri schemi relazionali, individuare i messaggi limitanti ricevuti e capire come questi influenzano le nostre scelte.
  2. Attivare l’Io Adulto – Il cambiamento avviene quando smettiamo di reagire automaticamente (da Bambino o da Genitore interiorizzato) e iniziamo a decidere consapevolmente, facendo scelte nuove e più sane.
  3. Accogliere la Grazia del cambiamento – Da un punto di vista spirituale, Epicoco ci ricorda che il cambiamento non è solo uno sforzo umano: “Convertirsi significa accettare di essere amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. È l’amore ricevuto gratuitamente che ci permette di uscire dai copioni di sofferenza.”

La necessità di un sostegno psicologico oltre alla fede

Molti cristiani credono che la preghiera e la fede siano sufficienti per guarire dalle ferite emotive e dai copioni disfunzionali. Tuttavia, pur essendo la fede un elemento fondamentale di sostegno e speranza, è essenziale anche un percorso psicologico adeguato. La grazia divina opera nella nostra vita, ma Dio stesso ci invita a usare tutti gli strumenti a nostra disposizione per crescere e guarire.

Epicoco sottolinea: “La fede non è una bacchetta magica che cancella il dolore, ma una luce che ci guida nel processo di guarigione. E a volte, per guarire davvero, abbiamo bisogno anche di qualcuno che ci accompagni nel cammino.”

Affidarsi a un terapeuta, esplorare le proprie dinamiche interiori e imparare strumenti psicologici di gestione delle emozioni non significa avere poca fede, ma accogliere il dono della conoscenza e della cura. La psicologia e la spiritualità non sono in opposizione, ma possono integrarsi per offrire un percorso di liberazione più completo.

Conclusione

Tendiamo a scegliere chi conferma il nostro copione perché la mente umana preferisce il conosciuto, anche se doloroso. Ma questa non è una condanna. Possiamo interrompere i cicli di sofferenza attraverso la consapevolezza, la crescita interiore e, per chi crede, l’apertura alla grazia divina. Come ci ricorda Epicoco: “L’amore vero non è ripetizione del passato, ma un’apertura nuova, capace di sorprenderci.”

Forse il primo passo per cambiare è proprio questo: permettere alla vita di sorprenderci, scegliendo finalmente con il cuore libero e con il giusto supporto, sia spirituale che psicologico. Ne approfitto – non per fare pubblicità a un workshop ma per condividere un percorso che mi ha fatto davvero bene – per pubblicizzare il weekend Cambiamente, organizzato dagli amici di Amati per Amare. Vi lascio il link.

Antonio e Luisa

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Attenti al lupo

Sal 22 (23) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

Oggi prendiamo in esame una frase tratta da uno dei Salmi più famosi, sarà per le immagini che evoca, sarà perché è stato musicato da più musicisti e con ottimi risultati molto popolari, sarà per l’intensità e la profondità di alcune frasi, in ogni caso ci accodiamo alla lista dei fans di questo splendido Salmo.

La frase a cui ci riferiamo è la seguente: Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Conosciamo diverse coppie che stanno attraversando un momento buio, proprio quella valle oscura descritta sopra, e ci testimoniano quanto sia difficile restare sereni e non temere alcun male; se poi questi momenti non sono vissuti nella fede, non fanno parte di un cammino di crescita spirituale, allora non solo rimane difficile ma diventa impossibile.

Camminare in una valle oscura non è mica uno scherzo, significa che non sai dove stai andando, non vedi la meta, non scorgi il pascolo laggiù… ma noi ragioniamo così perché usiamo il nostro schema mentale di uomini che vogliono sapere tutto prima e nei minimi dettagli, mentre invece la prospettiva del Salmo è quella della pecora che fa parte di un gregge. La pecora non si preoccupa di dove sta, di dove la stia conducendo il pastore, di dove sia il pascolo, e non si preoccupa di tutto ciò proprio perché il conducente non è la pecora ma il pastore.

Cari sposi, qua sorge la prima riflessione per noi: siamo docili come le pecorelle di un gregge oppure vogliamo metterci al posto del conducente, il pastore?

Ora riflettiamo sulla seconda parte della frase: Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. C’è una grande differenza tra il bastone ed il vincastro: il primo è più nerboruto, dritto e corto mentre il secondo è molto lungo e ricurvo alla sommità Il bastone serve al pastore per scacciare i lupi e le altre belve feroci mentre il vincastro è un vimine, nomalmente di salice, tenero e flessuoso, che il pastore usa per stimolare dolcemente le pecore e i teneri agnellini sfiorandoli sui fianche per farli camminare e per tenerli tutti insieme.

Attenti al lupo, recitava la famosa canzone, ricordandoci quindi che il bastone non è per noi, ma per i nemici, mentre per noi percorelle c’è il vincastro. Se noi sposi ci mettiamo fra le pecorelle di Dio, vediamo il pastore che cammina davanti al gregge, lo conduce fuori, lo guida verso i pascoli appoggiandosi, soprattutto nei passaggi più difficili al suo bastone che gli dà visibilmente sicurezza. E la sicurezza tranquilla del pastore dà sicurezza e tranquillità anche a noi e a tutto il gregge. Quando vediamo poi il pastore brandire con decisione il suo bastone contro i nostri nemici che vorrebbero disperderci per rapirci e divorarci, allora la mia, la nostra, sicurezza si carica di fiducia e di coraggio. Poi quando vediamo il pastore avvicinarsi e sentiamo che ci sfiora con il morbido vincastro, sentiamo la sua tenerezza incoraggiante e capiamo che egli non è un mercenario, ma è il nostro buon pastore e che noi gli apparteniamo.

Ecco perché il bastone ed il vincastro del Signore ci danno sicurezza nella vita, perché da una parte siamo difesi e dall’altra incoraggiati e guidati.

Coraggio cari sposi, tocca ad ognuno di noi essere per il nostro coniuge come quel bastone e come quel vincastro.

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo: il linguaggio d’amore più immediato

Oggi affrontiamo lo sguardo. Lo sguardo è il modo più immediato per esprimere amore. Anche il Cantico dei Cantici lo evidenzia in diversi passaggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Lo sguardo tra due sposi è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parole: basta un’occhiata per capirsi profondamente. Dopo anni di matrimonio, lo sguardo diventa un dialogo silenzioso che comunica tutto: tristezza, gioia, stanchezza, desiderio, attrazione. Lo sguardo arriva prima di ogni gesto, può avvicinare o allontanare, può far sentire l’altro amato o respinto. San Giovanni Paolo II ci ricorda che: “L‘uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli è rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Redemptor Hominis). Nel matrimonio, lo sguardo è la prima forma di partecipazione a questo amore.

Uno sguardo che rivela bellezza

Se ci si conosce profondamente, uno sguardo dice tutto. Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Per mantenere uno sguardo limpido e sincero sulla propria sposa, bisogna educarlo, proteggendolo da immagini degradanti che trasformano le persone in oggetti. Papa Francesco ci mette in guardia: “L’amore ha bisogno di tempo e di spazio; tutto il resto è strumentale all’amore vero, che rispetta e riconosce la dignità dell’altro” (Amoris Laetitia).

Se lo sguardo è nutrito di rispetto e tenerezza, la sposa vedrà nei tuoi occhi la propria bellezza e non il desiderio egoistico di possederla.

Guardarsi per ritrovarsi

Uno sguardo che nasce dal profondo, arricchito dall’amore e dalla tenerezza vissuti, fa sentire la sposa bellissima e permette al marito di meravigliarsi ogni giorno della sua donna. Don Oreste Benzi scrive: “Sentirete, guardandovi negli occhi, di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona“.

Per questo, ogni tanto, è utile fermarsi e fare un esercizio di meraviglia reciproca:

  1. Prendetevi qualche minuto solo per voi.
  2. Sedetevi l’uno di fronte all’altra, abbastanza vicini da potervi sfiorare.
  3. Guardatevi: osservate il viso, il corpo, i segni del tempo. Non distogliete lo sguardo.
  4. Riempitevi della bellezza dell’altro.
  5. Ripetete dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici: “Quanto sei bella, amica mia, quanto sei bella!” “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!”

Se non ci riuscite, forse avete bisogno di ritrovare un’intesa perduta e di imparare nuovamente il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo. Don Luigi Maria Epicoco ci incoraggia a farlo: “Amare significa riconoscere l’altro e lasciarsi riconoscere. Non c’è niente di più grande di due sguardi che si incontrano e si riconoscono, perché in quell’attimo l’amore prende corpo“.

Lasciamo che il nostro sguardo diventi una preghiera silenziosa, capace di esprimere l’amore di Dio dentro la nostra vocazione matrimoniale.

Antonio e Luisa

Quattro passi verso la libertà del cuore

Cari sposi, come corre il tempo! Il Natale ce lo siamo lasciato dietro poco fa e nel giro di pochi giorni inizieremo l’arduo cammino della Quaresima. In questo senso, la Chiesa, quale saggia Maestra, ci sta già preparando con una Parola centrale in tutto il Vangelo.

Nel contesto biblico, il nemico è spesso visto come chi fa del male, chi perseguita od ostacola il bene. Ognuno di noi può diventare nemico di un altro, può succedere mentre guidi per strada, al supermercato, sul lavoro, a passeggio nel parco…

Ogni volta che siamo offesi, che ci viene fatta un’oggettiva ingiustizia sorge spontaneo il desiderio di rivalsa, cioè di riottenere fisicamente o moralmente il bene perso. Di per sé, l’ira è una reazione emotiva legittima di fronte all’ingiustizia o al male. Il problema è quando diventa disordinata.

L’ ira, nella sua natura, cerca la vendetta; ciò non ha affatto un senso negativo ma significa solo “riscatto, redenzione, liberazione”. Per questo, il massimo teologo cattolico, San Tommaso d’Aquino, nella Somma teologica, sembra giustificare la vendetta quando scrive: “Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito”; ma è lodevole imporre una riparazione “al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia” (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 158, 1, ad 3). In altre parole, quello che stava facendo Davide a Saul non era in partenza sbagliato, essendo stato più volte in pericolo di vita per sua causa. Ma la vendetta è lecita solo se è esercitata da chi ha l’autorità per punire (ad esempio, un giudice o un governante) e se mira alla correzione del colpevole e al bene della comunità, oppure se mira a correggere il peccatore e dissuadere altri dal commettere lo stesso errore. Purtroppo, lo sappiamo bene, essa facilmente diventa illecita se la vendetta nasce dal desiderio di male per l’altro, dalla rabbia o dall’odio, o causa più male che bene, oppure è esercitata senza autorità legittima e infine se invece di correggere il colpevole, lo annienta.

Ma che succede quando l’ingiustizia avviene tra due che si sono promessi fedeltà per tutta la vita, vivono sotto lo stesso tetto e dormono nello stesso letto? La questione si complica enormemente.

Il primo che lo sa è Nostro Signore e nel suo infinito realismo riguardo alla vita matrimoniale, ben più dei migliori counselor e terapeuti di coppia, ha pensato bene di fare un dono speciale nel giorno del matrimonio. Oltre a benedire i coniugi e a renderli fecondi, ha dato loro un Dono speciale: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati(Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13). Il dono è lì sul comodino… bisogna usarlo quotidianamente perché entri in circolo ed aiuti ad arrivare a quel di più nell’amore che non è la giustizia, i piatti della bilancia perfettamente in linea.

So bene per esperienza che è dura, tra l’altro le notizie sulle due guerre attuali ci mostrano giornalmente quanto sembri impossibile perdonarsi. Proprio a tale riguardo vorrei citare per completo un post di Gigi De Palo, presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, di quasi due anni fa:

“Il 20 marzo del 2002 facevo parte di una delegazione di giovani che portava la lampada della pace a Simon Peres e a Yasser Arafat. […] Quando 22 anni fa eravamo lì, ricordo che facemmo un gioco con i giovani palestinesi e i giovani israeliani dove si dovevano indovinare alcune parole attraverso il gioco dei mimi. Giuro non è uno scherzo, ma non riuscimmo a tradurre e a far indovinare agli uni e agli altri la parola “perdono”. Ecco, io credo che – e la situazione folle che stiamo vivendo lo dimostra – non ci possa essere la pace senza il perdono. Perché la “giustizia” non basta quando la situazione è così compromessa. Facciamo incontrare le persone semplici, le mamme che hanno perso i loro figli in questa immensa tragedia. Perdonare non è puerile, è un atto concreto ed è l’unico che può davvero cambiare questa storia. Perdonare è un atto maturo e sovversivo. È l’unica speranza per la pace.

Ma c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni. E l’ho capita in particolare modo da quando sono sposato e sono diventato padre. La pace si impara in famiglia. Perché è un fatto concreto, non un’ideologia. E in famiglia ho compreso che nonostante sui libri ci venga insegnato che giustamente «non c’è pace senza giustizia», nella realtà non basta. Negli anni ho compreso che non può esserci pace senza perdono. È la cosa più difficile del mondo, ma è la sola cosa che risolve definitivamente i conflitti”.

Che forte! È proprio vero: la pace, il perdono, la riconciliazione, la concordia… sono tutte cose che si imparano in famiglia, sono doni che i genitori si fanno per primi a vicenda e da loro scendono sui figli.

Questo è il grande potere sanante del matrimonio, il talento e la marcia in più che esso ha riguardo ad ogni altra relazione, come ci ricorda Papa Benedetto:

Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus caritas est, 2).

Gesù, come già detto, è assolutamente consapevole della difficoltà di quanto sta chiedendo e per questo ci propone una gradazione che rende il cammino più umano:

  • 1) “pregate per coloro che vi trattano male”: il primo passo è sempre offrire al Signore il dolore e la sofferenza e affidare a Lui chi ci fa del male;
  • 2) “benedite”, cioè, pensare e volere il bene nel nostro cuore, anche se non riusciamo ancora a muovere un dito;
  • 3) “fate del bene” e quindi comportarci bene, con gentilezza, con benevolenza, a partire dalle piccole cose;
  • 4) “amate”, a questo punto lo Spirito da dentro di noi ci dà la forza di avere quel cuore grande che sa essere misericordioso e comprensivo anche verso chi ci ha procurato dolore ingiustamente.

Concludo invitandovi sempre a provarci ogni giorno, a non smettere mai di implorare la grazia e ad avere il cuore aperto all’azione del Signore.

ANTONIO E LUISA

L’amore di coppia autentico si misura nei momenti di difficoltà: è vero amore o solo egoismo reciproco? Il Vangelo ci chiama a un amore che va oltre l’offesa, la mancanza e perfino il tradimento, un amore che perdona come Cristo sulla croce. Nella coppia, i momenti di crisi sono opportunità per sperimentare un amore gratuito, che non dipende dai meriti ma dalla scelta di amare sempre. Questo amore è il “cemento armato” che tiene saldo il matrimonio, rendendolo segno della Grazia del sacramento: amare come cristiani significa amare anche quando l’altro si comporta da nemico.

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Processo di nullità: un servizio alla salus animarum

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel recente Discorso alla Rota Romana del 2025, ci offrono un punto di partenza fondamentale per riflettere sulla grandezza e sulla responsabilità del matrimonio cristiano. Egli ci ricorda che la famiglia è il riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità (cfr. Amoris Laetitia, 11) e che l’indissolubilità del matrimonio non è un peso imposto, ma un dono, una promessa di Dio che rende possibile la fedeltà tra i coniugi.

L’indissolubilità: un dono divino, non solo un impegno umano

L’indissolubilità matrimoniale è spesso percepita come un ideale da raggiungere con fatica, una prova di resistenza. In realtà, come sottolinea Papa Francesco, essa è prima di tutto un dono: è la partecipazione a una fedeltà che ha la sua origine in Dio stesso. San Giovanni Paolo II, nel suo Discorso alla Rota Romana del 2002, affermava che ogni decisione giusta sulla validità o nullità di un matrimonio è un contributo alla cultura dell’indissolubilità. Questa cultura non è semplicemente un insieme di regole da seguire, ma una verità che illumina la vita e la vocazione dei coniugi.

San Tommaso d’Aquino insegnava che il matrimonio è un sacramento in quanto segno dell’unione tra Cristo e la Chiesa (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 1). Se Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, il vincolo matrimoniale, sigillato nella grazia, partecipa di questa stessa indissolubilità. L’amore coniugale, quindi, non è solo una realtà umana, ma un’icona vivente di un amore più grande, che trova in Dio la sua fonte e il suo modello.

Il discernimento sulla validità del matrimonio: un servizio alla verità

Se da un lato l’indissolubilità è un dono, dall’altro la Chiesa ha anche il dovere di discernere se un matrimonio sia stato effettivamente contratto validamente. Questo non è un atto di rigidità burocratica, ma un servizio alla salus animarum, la salvezza delle anime, come ha sottolineato il Papa.

Sant’Agostino ci ricorda che “la verità non muta secondo il nostro volere, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci ad essa” (Confessioni, X, 23). Accertare se un matrimonio sia stato validamente contratto significa aiutare i fedeli a vivere nella verità della loro situazione. Se un matrimonio è nullo, riconoscerlo non significa negare l’indissolubilità, ma piuttosto confermarla: solo ciò che è stato realmente unito da Dio è indissolubile. Un’unione viziata da impedimenti o da un consenso difettoso non può essere considerata autentico matrimonio sacramentale.

San Giovanni Paolo II, nella sua allocuzione alla Rota Romana del 1990, avvertiva del pericolo di due estremi opposti: da un lato, un lassismo che svuota di significato il matrimonio dichiarandolo nullo con troppa facilità; dall’altro, un rigorismo che impedisce di riconoscere situazioni in cui effettivamente non vi è stato un vero consenso matrimoniale.

Un cammino di verità e misericordia

Discernere la validità di un matrimonio richiede una grande delicatezza. Si tratta di un compito che richiede non solo competenza giuridica, ma anche una profonda sensibilità pastorale. Ogni persona che si avvicina a un tribunale ecclesiastico porta con sé sofferenze, dubbi, speranze. Come scriveva il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI: “La verità senza amore è cieca, ma l’amore senza verità è vuoto” (Caritas in Veritate, 3).

La Chiesa non può rinunciare alla verità sull’indissolubilità del matrimonio, perché essa è parte della sua missione. Tuttavia, deve sempre annunciarla con amore, accompagnando le persone nel loro cammino, aiutandole a scoprire la bellezza della vocazione matrimoniale e, quando necessario, riconoscendo con giustizia e carità eventuali situazioni di nullità.

Conclusione

L’indissolubilità del matrimonio non è una catena che imprigiona, ma un dono che libera, perché è fondata sulla fedeltà di Dio. Al tempo stesso, il discernimento sulla validità del matrimonio è un servizio alla verità e alla salvezza delle anime. Solo nella luce della verità si può costruire una cultura matrimoniale che sia veramente cristiana, capace di testimoniare al mondo la bellezza e la forza dell’amore coniugale.

San Francesco di Sales diceva: “La verità che non è caritatevole viene dalla crudeltà; la carità che non è vera viene dalla debolezza”. La Chiesa, nel suo discernimento matrimoniale, è chiamata a tenere insieme verità e misericordia, perché solo così potrà davvero servire il Vangelo dell’amore coniugale.

Antonio e Luisa

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Affrontare le crisi: Rompere il copione delle relazioni

Siamo Pietro e Orietta. Durante una vacanza estiva comunitaria abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra e, dopo qualche anno di fidanzamento, abbiamo deciso di sposarci.

La Scoperta dell’Amore
Ci sentivamo certi della nostra scelta, come alpinisti pronti a iniziare una difficile salita sapendo di avere tutto l’occorrente nello zaino. Tuttavia, lungo il percorso ci siamo accorti che ognuno di noi portava nello zaino elementi diversi, frutto delle esperienze vissute nelle famiglie di origine.

Le Nostre Radici Familiari

Il Mio Percorso: Pietro
Io, Pietro, ero figlio unico. I miei genitori, lavorando in proprio, erano molto impegnati nella loro attività. Mia mamma sembrava ricordarsi di me quasi esclusivamente per darmi ordini. Sicuramente mi volevano bene, ma non lo dimostravano, perché per loro era scontato: trasmettere sentimenti non era necessario. Non ricordo gesti di tenerezza tra di loro. Per fortuna, viveva con noi mia nonna materna, che si faceva in quattro per me, facendomi sentire al centro del mondo. Ero combattuto tra il sentirmi insignificante e il considerarmi un principe. Nel mio matrimonio, come conseguenza di quanto vissuto nella mia famiglia di origine, ho portato con me insicurezza, egocentrismo e una certa freddezza nell’esprimere i sentimenti. Inoltre, non mi accorgevo che mia mamma, rimasta vedova, applicava nei rapporti con mia moglie la stessa modalità impositiva e invadente che era solita usare con me.

Il Mio Percorso: Orietta
Io, Orietta, mi sono resa conto di aver portato con me la stessa modalità che mia mamma usava con mio papà, creando difficoltà nella nostra relazione, ovvero la mia tendenza a impormi con Pietro, dicendogli cosa doveva o non doveva fare. Mio papà era un gran lavoratore e, in questo modo, esprimeva il suo amore, anche se non gliel’ho mai sentito dire. Passava molto tempo fuori casa, delegando a mia mamma la gestione della casa e delle figlie. Lei, casalinga, era presente fisicamente, ma non affettivamente, ed era molto rigida nell’educazione di noi figlie. Sicuramente ci voleva bene, ma anche lei, ai miei occhi, non lo sapeva dimostrare: tra di loro non esisteva una vera relazione. Il grande bisogno di sentirmi amata e considerata non ha trovato nella mia famiglia di origine la soddisfazione che cercavo. Non mi consideravo abbastanza brava; mia mamma, pur pretendendo il massimo, non mi gratificava. Così ho sviluppato insicurezza e ho pensato che solo compiacendo gli altri mi sarei fatta amare.

La Crisi e la Rinascita
Durante la nostra vita insieme questi aspetti – che ognuno di noi riteneva normali e assodati per sé, ma sbagliati nel coniuge – hanno contribuito a generare una pesante crisi, portandoci quasi alla separazione. Prima che ciò potesse accadere, un’amica ci ha parlato del programma Retrouvaille. All’interno di questo percorso abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la nostra relazione di coppia, partendo anche dalle esperienze nelle nostre famiglie d’origine. Tale scoperta ci ha permesso di accoglierci maggiormente, rendendoci conto che i comportamenti che ci infastidivano non erano dettati da malanimo nei confronti dell’altro. Questa consapevolezza ci ha reso, inoltre, un po’ più capaci di comunicare i sentimenti spiacevoli che tali atteggiamenti provocavano, dandoci, almeno tentativamente, la possibilità di modificarli.

Nel tempo ci siamo anche resi conto di essere, a nostra volta, una famiglia di origine per i nostri figli. Questo fatto, invece di spaventarci per quanto involontariamente potremmo aver trasmesso loro un modello non adeguato, ci ha reso più certi dell’utilità dell’esperienza che stiamo vivendo in Retrouvaille.

Guardando al Futuro
Non è facendo finta di essere perfetti che possiamo aiutare i nostri figli, ma dimostrando loro che non ci si deve arrendere e che, dietro ogni persona, c’è un’esperienza originaria che, una volta compresa, può essere usata in modo costruttivo.

Pietro e Orietta (Retrouvaille Italia)

Non va mai bene niente

Piove? Che noia, aumenta il traffico, non posso andare in bici, chissà che ingorghi, ecc … Fa caldo? Non lo sopporto, sudo, mi s’incollano i vestiti addosso, mi va giù la pressione, ecc … C’è la riunione in ufficio? Oh no, proprio oggi che dovevo uscire presto, con quel collega antipatico non ce la posso fare, ecc … Il cornicione della pizza è alto? Eh no, ma io lo volevo basso, così farò fatica a digerire, butterò giù troppe calorie, mi si gonfierà la pancia, ecc … Insomma, ammettiamolo: non ci va mai bene niente.

La lamentela, forse ancor più del calcio, è lo sport nazionale. Ci lamentiamo di tutto e del contrario di tutto. Ci siamo trasformati in tanti Brontolo che trovano sempre il difetto piuttosto che il pregio, il negativo piuttosto che il positivo.

Non parliamo poi dell’insoddisfazione nei confronti del coniuge: secondo diverse statistiche, ci sarebbe addirittura un +78% di richieste di terapie di coppia. Motivi? Non sono più felice con lui/lei; non mi capisce; non mi ascolta; non sono più innamorato/a. E’ facile criticare gli altri, i loro comportamenti, il loro carattere, le loro scelte piuttosto che le nostre. È più semplice mettere in croce l’altro piuttosto che il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, la nostra sete del soddisfacimento immediato di tutti i desideri.

A monte di tutto c’è un senso d’insoddisfazione pauroso, nel senso che mette paura constatare un’infelicità così diffusa, una nuova lebbra silenziosa che sta dilaniando i rapporti umani a tutti i livelli. Un vuoto cosmico che si è intrufolato nei nostri cuori, rosicchiandoli dal di dentro. Ma soprattutto, a monte c’è l’aver messo da parte Dio, il trascurare la vita dell’anima, l’aver smesso di dedicare tempo di qualità alla preghiera.

Potente come uno schiaffo in pieno volto è arrivata la notizia, qualche settimana fa, del putiferio mediatico che ha suscitato la mamma influencer Giorgia Mosca annunciando di aspettare il decimo figlio. Il “Baby 10 coming soon!” e la foto di un’ecografia hanno sollevato un polverone.

Ecco – mi sono detta – l’ennesima dimostrazione della schizofrenia cognitiva che sembra averci colpiti. Siamo in pieno calo demografico, e ci lamentiamo. Una coppia aspetta il decimo figlio, e ci lamentiamo. Ma c’è di più: non soltanto esterniamo contrarietà a gogò ma ci permettiamo anche d’insultare chi, in assoluta controtendenza e in totale libertà di scelta, decide di mettere al mondo una creatura.

Giorgia Mosca ha risposto così: C’è chi ci ha detto che siamo matti. Io rispondo che io e mio marito siamo felici così. Che la nostra è una famiglia allegra e felice“. E, a proposito dei commenti al vetriolo: Ci sono rimasta male per tanta cattiveria … Capisco sia una scelta fuori dal comune ma è una nostra scelta, ci rende felici“. Già, la felicità altrui. Quella che, troppo spesso, dà fastidio, suscitando invidie e gelosie. Perché, se io sono triste e infelice, gli altri devono essere allegri e sorridenti?

Sembra proprio che non ci siamo evoluti affatto dall’uomo medio dei tempi di Gesù, il quale già allora constatava: “A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!»”  (Lc 7, 31-34). Non andava mai bene niente duemila anni fa, non va mai bene niente ancora oggi.

È qui che deve scattare il campanello d’allarme, è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Non è che la rabbia, e il fastidio nei confronti di tutto e tutti, nascono dal nostro io interiore, dall’insoddisfazione che abbiamo nei confronti di noi stessi? Gesù ci aveva avvertiti: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7, 20-23).

Un’alternativa è possibile? Certo che sì! Riprendere la vita di fede, ricominciare a pregare e ad amare Dio. In questo modo saremo nuovamente in grado di scorgere il bello dentro e fuori di noi e fare pace con la nostra anima e la nostra coscienza.

Non è immediato, non è scontato ma è possibile. Con Gesù. Allora gli altri e il mondo attorno a noi non saranno più la piantina di Risiko, qualcosa da conquistare e bombardare a tutti i costi, ma il campo in cui seminare amore, pace, empatia, comprensione.

E ben venga se c’è qualcuno felice e spensierato! Perchè posso esserlo anch’io, possiamo esserlo anche noi! Può esserlo il mio matrimonio, la mia famiglia, il mio lavoro, la mia vita! Perché con Dio al centro cambierà tutto. Ma, soprattutto, cambierò io, cambieremo noi.  E ci andrà di nuovo bene la vita.  

Fabrizia Perrachon