L’intelligenza emotiva nel matrimonio cristiano

Nel cammino del matrimonio, l’amore non è fatto solo di emozioni intense e momenti straordinari, ma anche di una quotidianità che richiede pazienza, ascolto e crescita reciproca. La maggior parte delle coppie si sposa con il desiderio di vivere una relazione bella e feconda, ma poi le cose non funzionano. Perché? Una delle chiavi per vivere un’unione stabile e feconda è l’intelligenza emotiva, ossia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle del coniuge.

L’intelligenza emotiva: una risorsa per il matrimonio

Daniel Goleman, psicologo che ha reso popolare il concetto di intelligenza emotiva, afferma: “Le persone con un’elevata intelligenza emotiva sono in grado di gestire meglio le relazioni, poiché sanno comprendere le proprie emozioni e quelle altrui”. Questo principio si applica perfettamente alla vita coniugale: chi impara a riconoscere e gestire le proprie emozioni evita incomprensioni, risentimenti e conflitti distruttivi. Nel contesto della relazione matrimoniale, l’intelligenza emotiva si manifesta in tre aspetti fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé: sapere cosa proviamo, comprendere le nostre reazioni emotive e saperle esprimere in modo sano e costruttivo.
  2. Empatia: saper leggere e comprendere le emozioni del coniuge, mettendosi nei suoi panni senza giudicare.
  3. Gestione delle emozioni: imparare a rispondere alle emozioni negative con maturità, evitando reazioni impulsive e dannose per la relazione.

L’analisi transazionale: gli stati dell’Io nel matrimonio

Ne ho già parlato diverse volte, ma meglio ribadire il concetto. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha individuato tre stati dell’Io che condizionano le relazioni: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Nel matrimonio, questi stati influenzano profondamente la comunicazione tra i coniugi.

  • Lo stato Genitore porta a giudicare, criticare o proteggere eccessivamente il coniuge.
  • Lo stato Bambino reagisce con emozioni impulsive, come rabbia, paura o euforia.
  • Lo stato Adulto cerca di comprendere la realtà con obiettività e maturità, gestendo le emozioni con equilibrio.

Un matrimonio sano si basa su un dialogo prevalentemente Adulto-Adulto, in cui entrambi i coniugi si ascoltano e rispondono in modo maturo, senza cadere in dinamiche di critica, manipolazione o dipendenza emotiva.

L’intelligenza emotiva alla luce della teologia cattolica

La teologia cristiana offre una prospettiva profonda sull’importanza della maturità emotiva nella relazione di coppia. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32). Questa esortazione implica un lavoro interiore sulle proprie emozioni, che non devono essere negate, ma comprese e trasformate in gesti di amore e misericordia.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, sottolinea che “la famiglia cristiana è chiamata a una continua conversione, che implica anche la crescita nell’amore maturo e responsabile”. Ciò significa che l’amore coniugale non è solo un sentimento, ma una decisione quotidiana che coinvolge mente, cuore e volontà.

Strumenti pratici per coltivare l’intelligenza emotiva nel matrimonio

  1. Ascolto attivo: imparare ad ascoltare il coniuge senza interrompere o giudicare, ma cercando di comprendere ciò che realmente prova.
  2. Gestione della rabbia e dei conflitti: invece di reagire impulsivamente, è utile prendersi un momento per riflettere prima di rispondere.
  3. Espressione dei bisogni e delle emozioni: dire al coniuge cosa si prova in modo chiaro e rispettoso, senza accusare o manipolare.
  4. Preghiera e vita spirituale condivisa: la preghiera aiuta a trasformare le emozioni negative e ad attingere alla grazia per amare con un cuore rinnovato.

Conclusione

L’intelligenza emotiva non è un’abilità innata, ma un cammino di crescita personale e coniugale che si costruisce giorno dopo giorno. Integrare la consapevolezza emotiva con la saggezza della fede cristiana permette di vivere il matrimonio come un’alleanza d’amore autentica e duratura. Come diceva San Francesco di Sales: “Un santo triste è un triste santo”. Questo vale anche per il matrimonio: un coniuge emotivamente maturo, capace di gestire con serenità le difficoltà, costruisce una relazione più forte, serena e felice.

Antonio e Luisa

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Lassù Fino a Te. L’Album dei Ricordi tra Cielo e Terra

Lassù fino a te” è un’espressione utilizzatissima perché ha tanti significati, o meglio: ha un unico significato ma tanti protagonisti, tanti mittenti e altrettanti destinatari. Il pensiero che rivolgiamo “lassù fino a te” può essere indirizzato al papà, alla mamma, al marito, alla moglie, al nonno o alla nonna, al fidanzato o alla fidanzata, allo zio o alla zia, all’amico o all’amica del cuore, al compagno di classe o al collega di lavoro, a vicino di casa, al sacerdote che ci ha guidato per anni, alla persona che ci ha fatto del bene.

“Lassù fino a te” significa che quel qualcuno ha salutato la vita in questo mondo per ricongiungersi a Dio, lasciandoci qualcosa di sé e, soprattutto, consegnandoci dei ricordi. Ricordi che legano Cielo e terra, ricordi che porteremo per sempre, sfidando lo scorrere del tempo e l’appassire della memoria.

“Lassù fino a te” può essere rivolto anche a un figlio. Un “lassù fino a te” che umanamente fa male, molto male perché forse – e sottolineo forse – è sentito e percepito come il più innaturale, il più crudele, il più temibile. È sempre difficile accettare la morte, in qualunque momento arrivi. È dura già solo chiamarla con il suo nome, tant’è che esistono studi ad hoc sull’interdizione linguistica, ossia quella branca della comunicazione che cerca di capire perché certe parole siano pronunciate e certe no e perché si utilizzino espressioni e formule alternative per nominarle.  

“Lassù fino a te” potrebbe essere una di queste, o forse no. Tutto dipende dalla prospettiva cui guardiamo alla morte. Se ci limitiamo esclusivamente a quella del mondo allora è davvero quell’evento estremo, e senza rimedio, che toglie non solo la vita ma il fiato, il pensiero e qualsiasi capacità logica o razionale per accettarla. Per dirla con le parole di San Paolo apostolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15, 19).

Se cerchiamo, al contrario, di inforcare le lenti per guadare con la prospettiva del Cielo, allora tutto non solo sembrerà ma sarà diverso. Non che la morte di una persona cara non ci farà più male ma saremo in grado di avvicinarci a questo evento con cuore aperto, diverso, libero.

È proprio di questa prospettiva che parla “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il mio nuovo libro. “Lassù fino a te” non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un manuale e non è neanche soltanto un semplice album dei ricordi. “Lassù fino a te” è un vero e proprio quaderno operativo da personalizzare, colorare, scrivere, riempire per diventare uno strumento – unico e su misura – nel cammino di elaborazione e guarigione dal lutto da aborto spontaneo per ciascuna mamma, ciascun papà, ciascuna coppia. Il suo essere altamente operativo permette di fondere elementi fondamentali come la memoria e il “fare memoria”, trasformandoli in un vero e autentico dono che vi accompagnerà e farà guardare a ciascun figlio Lassù da una prospettiva completamente nuova.

“Lassù fino a te” non è solo alzare lo sguardo verso il cielo, osservando le carovane di nuvole estive che lo solcano o temendo, quando i colori s’incupiscono, che una grandinata rovinosa distrugga tutto. È imparare al guardare al Cielo – con la C rigorosamente maiuscola – in un allenamento quotidiano all’amore per la vita. Non solo quella terrena, fugace e transitoria, che “al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca” (Sal 90, 6), ma l’attitudine a credere fermamente in Dio, che per primo – morendo in croce – ci ha dimostrato nei fatti che la sofferenza non ha mai l’ultima parola.

Carissime mamme, carissimi papà: coraggio! Mio marito ed io sappiamo cosa significhi perdere un figlio prim’ancora che nasca perché ci siamo passati ormai quasi tredici anni fa. Se ci fossimo arresi alla morte, oggi non saremmo qui a parlarne, a scriverne, a testimoniare che invece è la vita che vince, la Vita vera, quella che Gesù ci ha acquistato a caro prezzo.

Non abbiate paura di ricordare anche gli eventi dolorosi perché, in essi, è nascosto un tesoro di Grazia. Questo nuovo diario desidera essere un piccolo aiuto perché ne sarete, ma soprattutto vostro figlio e vostra figlia in Cielo, protagonisti. Lassù fino a te” vi sta chiamando: ora tocca a voi scrivere il libro più bello che ci sia per i vostri bimbi nati in Cielo .

Fabrizia Perrachon

P.S.: ringrazio dal profondo del cuore quanti acquisteranno, diffonderanno e recensiranno “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il primo quaderno operativo cattolico in Italia scritto da una mamma che ha vissuto l’aborto spontaneo. Lo scopo di questo prodotto editoriale – unico nel suo genere – è aiutare chi sta soffrendo, chi fa fatica a elaborare, chi è ancora bloccato nel dolore: regalandolo farete un gesto autentico di carità che aiuterà tanti cuori a guarire perché tutto sarà fatto con Gesù e Maria, che non lasciano solo nessuno nella sofferenza ma tutti prendono per mano e aiutano a risorgere.

Perché scelgo sempre l’uomo sbagliato?

Pochi giorni fa ci ha scritto una ragazza. Ci ha raccontato della propria sofferenza. Trova sempre uomini sbagliati con cui soffre e non conclude mai nulla. Si sente fallita e si chiede perché le vada sempre male. Vorrebbe un uomo diverso che la amasse davvero. Che è un desiderio sano ma perchè poi non succede? Solo sfortuna? La fortuna è cieca, invece le nostre ferite ci vedono benissimo. Questa ragazza vive una situazione molto comune. Questa ragazza cerca volutamente (ma non consapevolmente) ragazzi che la trattino in quel modo. Cosa intendo? Ora provo a spiegarlo.

L’Analisi Transazionale di Eric Berne ci insegna che ognuno di noi costruisce, fin dall’infanzia, un copione di vita, ovvero una storia inconscia che guida le nostre scelte, relazioni e comportamenti. Questo copione nasce dalle esperienze precoci, dai messaggi impliciti dei genitori e dal modo in cui ci siamo adattati al mondo per ottenere amore e riconoscimento. Se il nostro copione è sano, sceglieremo relazioni funzionali; se invece è disfunzionale, tenderemo a ripetere schemi di sofferenza, anche nelle scelte affettive. Ma perché ci accade questo?

Don Luigi Maria Epicoco ci offre una chiave di lettura profonda: “Non scegliamo sempre ciò che è giusto per noi, ma ciò che ci è familiare. E spesso la familiarità è il luogo dove il nostro cuore è stato ferito.”

La nostra mente cerca conferme, non verità. Se siamo cresciuti in un ambiente dove l’amore era condizionato, dove l’affetto si otteneva a prezzo di sacrifici, tenderemo a scegliere partner che ricreano quel medesimo scenario, pur soffrendone. È come se il nostro inconscio cercasse di risolvere, attraverso la ripetizione, un enigma mai davvero affrontato.

Il ruolo dei messaggi genitoriali e dei giochi psicologici

L’Analisi Transazionale individua tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Il nostro copione è alimentato soprattutto dai messaggi genitoriali interiorizzati, che possono essere sia positivi che limitanti. Frasi come “Non fidarti degli altri”, “Devi sempre dimostrare il tuo valore”, “L’amore è sofferenza” modellano le nostre scelte, portandoci a confermare ciò che abbiamo imparato da piccoli.

In questo processo, spesso mettiamo in atto giochi psicologici: schemi ripetitivi di relazione in cui alterniamo ruoli di Vittima, Persecutore e Salvatore. Ad esempio, chi ha vissuto con un genitore emotivamente distante potrebbe scegliere un partner freddo, nella speranza inconscia di riuscire finalmente a “scaldarlo”, riscattando così la propria infanzia. Ma il risultato è quasi sempre lo stesso: il copione si ripete, confermando la nostra sofferenza anziché liberarcene.

Epicoco lo descrive con lucidità: “Dio non ci vuole incatenati a una storia che si ripete all’infinito, ma liberi di riscriverla con il Suo aiuto. Eppure, a volte preferiamo il dolore conosciuto alla libertà sconosciuta.”

Come spezzare il copione e scegliere diversamente

Uscire da un copione disfunzionale richiede consapevolezza e volontà di cambiamento. L’Analisi Transazionale suggerisce tre passi fondamentali:

  1. Riconoscere il copione – Interrogarsi sui propri schemi relazionali, individuare i messaggi limitanti ricevuti e capire come questi influenzano le nostre scelte.
  2. Attivare l’Io Adulto – Il cambiamento avviene quando smettiamo di reagire automaticamente (da Bambino o da Genitore interiorizzato) e iniziamo a decidere consapevolmente, facendo scelte nuove e più sane.
  3. Accogliere la Grazia del cambiamento – Da un punto di vista spirituale, Epicoco ci ricorda che il cambiamento non è solo uno sforzo umano: “Convertirsi significa accettare di essere amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. È l’amore ricevuto gratuitamente che ci permette di uscire dai copioni di sofferenza.”

La necessità di un sostegno psicologico oltre alla fede

Molti cristiani credono che la preghiera e la fede siano sufficienti per guarire dalle ferite emotive e dai copioni disfunzionali. Tuttavia, pur essendo la fede un elemento fondamentale di sostegno e speranza, è essenziale anche un percorso psicologico adeguato. La grazia divina opera nella nostra vita, ma Dio stesso ci invita a usare tutti gli strumenti a nostra disposizione per crescere e guarire.

Epicoco sottolinea: “La fede non è una bacchetta magica che cancella il dolore, ma una luce che ci guida nel processo di guarigione. E a volte, per guarire davvero, abbiamo bisogno anche di qualcuno che ci accompagni nel cammino.”

Affidarsi a un terapeuta, esplorare le proprie dinamiche interiori e imparare strumenti psicologici di gestione delle emozioni non significa avere poca fede, ma accogliere il dono della conoscenza e della cura. La psicologia e la spiritualità non sono in opposizione, ma possono integrarsi per offrire un percorso di liberazione più completo.

Conclusione

Tendiamo a scegliere chi conferma il nostro copione perché la mente umana preferisce il conosciuto, anche se doloroso. Ma questa non è una condanna. Possiamo interrompere i cicli di sofferenza attraverso la consapevolezza, la crescita interiore e, per chi crede, l’apertura alla grazia divina. Come ci ricorda Epicoco: “L’amore vero non è ripetizione del passato, ma un’apertura nuova, capace di sorprenderci.”

Forse il primo passo per cambiare è proprio questo: permettere alla vita di sorprenderci, scegliendo finalmente con il cuore libero e con il giusto supporto, sia spirituale che psicologico. Ne approfitto – non per fare pubblicità a un workshop ma per condividere un percorso che mi ha fatto davvero bene – per pubblicizzare il weekend Cambiamente, organizzato dagli amici di Amati per Amare. Vi lascio il link.

Antonio e Luisa

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Attenti al lupo

Sal 22 (23) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

Oggi prendiamo in esame una frase tratta da uno dei Salmi più famosi, sarà per le immagini che evoca, sarà perché è stato musicato da più musicisti e con ottimi risultati molto popolari, sarà per l’intensità e la profondità di alcune frasi, in ogni caso ci accodiamo alla lista dei fans di questo splendido Salmo.

La frase a cui ci riferiamo è la seguente: Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Conosciamo diverse coppie che stanno attraversando un momento buio, proprio quella valle oscura descritta sopra, e ci testimoniano quanto sia difficile restare sereni e non temere alcun male; se poi questi momenti non sono vissuti nella fede, non fanno parte di un cammino di crescita spirituale, allora non solo rimane difficile ma diventa impossibile.

Camminare in una valle oscura non è mica uno scherzo, significa che non sai dove stai andando, non vedi la meta, non scorgi il pascolo laggiù… ma noi ragioniamo così perché usiamo il nostro schema mentale di uomini che vogliono sapere tutto prima e nei minimi dettagli, mentre invece la prospettiva del Salmo è quella della pecora che fa parte di un gregge. La pecora non si preoccupa di dove sta, di dove la stia conducendo il pastore, di dove sia il pascolo, e non si preoccupa di tutto ciò proprio perché il conducente non è la pecora ma il pastore.

Cari sposi, qua sorge la prima riflessione per noi: siamo docili come le pecorelle di un gregge oppure vogliamo metterci al posto del conducente, il pastore?

Ora riflettiamo sulla seconda parte della frase: Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. C’è una grande differenza tra il bastone ed il vincastro: il primo è più nerboruto, dritto e corto mentre il secondo è molto lungo e ricurvo alla sommità Il bastone serve al pastore per scacciare i lupi e le altre belve feroci mentre il vincastro è un vimine, nomalmente di salice, tenero e flessuoso, che il pastore usa per stimolare dolcemente le pecore e i teneri agnellini sfiorandoli sui fianche per farli camminare e per tenerli tutti insieme.

Attenti al lupo, recitava la famosa canzone, ricordandoci quindi che il bastone non è per noi, ma per i nemici, mentre per noi percorelle c’è il vincastro. Se noi sposi ci mettiamo fra le pecorelle di Dio, vediamo il pastore che cammina davanti al gregge, lo conduce fuori, lo guida verso i pascoli appoggiandosi, soprattutto nei passaggi più difficili al suo bastone che gli dà visibilmente sicurezza. E la sicurezza tranquilla del pastore dà sicurezza e tranquillità anche a noi e a tutto il gregge. Quando vediamo poi il pastore brandire con decisione il suo bastone contro i nostri nemici che vorrebbero disperderci per rapirci e divorarci, allora la mia, la nostra, sicurezza si carica di fiducia e di coraggio. Poi quando vediamo il pastore avvicinarsi e sentiamo che ci sfiora con il morbido vincastro, sentiamo la sua tenerezza incoraggiante e capiamo che egli non è un mercenario, ma è il nostro buon pastore e che noi gli apparteniamo.

Ecco perché il bastone ed il vincastro del Signore ci danno sicurezza nella vita, perché da una parte siamo difesi e dall’altra incoraggiati e guidati.

Coraggio cari sposi, tocca ad ognuno di noi essere per il nostro coniuge come quel bastone e come quel vincastro.

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo: il linguaggio d’amore più immediato

Oggi affrontiamo lo sguardo. Lo sguardo è il modo più immediato per esprimere amore. Anche il Cantico dei Cantici lo evidenzia in diversi passaggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Lo sguardo tra due sposi è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parole: basta un’occhiata per capirsi profondamente. Dopo anni di matrimonio, lo sguardo diventa un dialogo silenzioso che comunica tutto: tristezza, gioia, stanchezza, desiderio, attrazione. Lo sguardo arriva prima di ogni gesto, può avvicinare o allontanare, può far sentire l’altro amato o respinto. San Giovanni Paolo II ci ricorda che: “L‘uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli è rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Redemptor Hominis). Nel matrimonio, lo sguardo è la prima forma di partecipazione a questo amore.

Uno sguardo che rivela bellezza

Se ci si conosce profondamente, uno sguardo dice tutto. Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Per mantenere uno sguardo limpido e sincero sulla propria sposa, bisogna educarlo, proteggendolo da immagini degradanti che trasformano le persone in oggetti. Papa Francesco ci mette in guardia: “L’amore ha bisogno di tempo e di spazio; tutto il resto è strumentale all’amore vero, che rispetta e riconosce la dignità dell’altro” (Amoris Laetitia).

Se lo sguardo è nutrito di rispetto e tenerezza, la sposa vedrà nei tuoi occhi la propria bellezza e non il desiderio egoistico di possederla.

Guardarsi per ritrovarsi

Uno sguardo che nasce dal profondo, arricchito dall’amore e dalla tenerezza vissuti, fa sentire la sposa bellissima e permette al marito di meravigliarsi ogni giorno della sua donna. Don Oreste Benzi scrive: “Sentirete, guardandovi negli occhi, di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona“.

Per questo, ogni tanto, è utile fermarsi e fare un esercizio di meraviglia reciproca:

  1. Prendetevi qualche minuto solo per voi.
  2. Sedetevi l’uno di fronte all’altra, abbastanza vicini da potervi sfiorare.
  3. Guardatevi: osservate il viso, il corpo, i segni del tempo. Non distogliete lo sguardo.
  4. Riempitevi della bellezza dell’altro.
  5. Ripetete dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici: “Quanto sei bella, amica mia, quanto sei bella!” “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!”

Se non ci riuscite, forse avete bisogno di ritrovare un’intesa perduta e di imparare nuovamente il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo. Don Luigi Maria Epicoco ci incoraggia a farlo: “Amare significa riconoscere l’altro e lasciarsi riconoscere. Non c’è niente di più grande di due sguardi che si incontrano e si riconoscono, perché in quell’attimo l’amore prende corpo“.

Lasciamo che il nostro sguardo diventi una preghiera silenziosa, capace di esprimere l’amore di Dio dentro la nostra vocazione matrimoniale.

Antonio e Luisa

Quattro passi verso la libertà del cuore

Cari sposi, come corre il tempo! Il Natale ce lo siamo lasciato dietro poco fa e nel giro di pochi giorni inizieremo l’arduo cammino della Quaresima. In questo senso, la Chiesa, quale saggia Maestra, ci sta già preparando con una Parola centrale in tutto il Vangelo.

Nel contesto biblico, il nemico è spesso visto come chi fa del male, chi perseguita od ostacola il bene. Ognuno di noi può diventare nemico di un altro, può succedere mentre guidi per strada, al supermercato, sul lavoro, a passeggio nel parco…

Ogni volta che siamo offesi, che ci viene fatta un’oggettiva ingiustizia sorge spontaneo il desiderio di rivalsa, cioè di riottenere fisicamente o moralmente il bene perso. Di per sé, l’ira è una reazione emotiva legittima di fronte all’ingiustizia o al male. Il problema è quando diventa disordinata.

L’ ira, nella sua natura, cerca la vendetta; ciò non ha affatto un senso negativo ma significa solo “riscatto, redenzione, liberazione”. Per questo, il massimo teologo cattolico, San Tommaso d’Aquino, nella Somma teologica, sembra giustificare la vendetta quando scrive: “Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito”; ma è lodevole imporre una riparazione “al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia” (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 158, 1, ad 3). In altre parole, quello che stava facendo Davide a Saul non era in partenza sbagliato, essendo stato più volte in pericolo di vita per sua causa. Ma la vendetta è lecita solo se è esercitata da chi ha l’autorità per punire (ad esempio, un giudice o un governante) e se mira alla correzione del colpevole e al bene della comunità, oppure se mira a correggere il peccatore e dissuadere altri dal commettere lo stesso errore. Purtroppo, lo sappiamo bene, essa facilmente diventa illecita se la vendetta nasce dal desiderio di male per l’altro, dalla rabbia o dall’odio, o causa più male che bene, oppure è esercitata senza autorità legittima e infine se invece di correggere il colpevole, lo annienta.

Ma che succede quando l’ingiustizia avviene tra due che si sono promessi fedeltà per tutta la vita, vivono sotto lo stesso tetto e dormono nello stesso letto? La questione si complica enormemente.

Il primo che lo sa è Nostro Signore e nel suo infinito realismo riguardo alla vita matrimoniale, ben più dei migliori counselor e terapeuti di coppia, ha pensato bene di fare un dono speciale nel giorno del matrimonio. Oltre a benedire i coniugi e a renderli fecondi, ha dato loro un Dono speciale: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati(Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13). Il dono è lì sul comodino… bisogna usarlo quotidianamente perché entri in circolo ed aiuti ad arrivare a quel di più nell’amore che non è la giustizia, i piatti della bilancia perfettamente in linea.

So bene per esperienza che è dura, tra l’altro le notizie sulle due guerre attuali ci mostrano giornalmente quanto sembri impossibile perdonarsi. Proprio a tale riguardo vorrei citare per completo un post di Gigi De Palo, presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, di quasi due anni fa:

“Il 20 marzo del 2002 facevo parte di una delegazione di giovani che portava la lampada della pace a Simon Peres e a Yasser Arafat. […] Quando 22 anni fa eravamo lì, ricordo che facemmo un gioco con i giovani palestinesi e i giovani israeliani dove si dovevano indovinare alcune parole attraverso il gioco dei mimi. Giuro non è uno scherzo, ma non riuscimmo a tradurre e a far indovinare agli uni e agli altri la parola “perdono”. Ecco, io credo che – e la situazione folle che stiamo vivendo lo dimostra – non ci possa essere la pace senza il perdono. Perché la “giustizia” non basta quando la situazione è così compromessa. Facciamo incontrare le persone semplici, le mamme che hanno perso i loro figli in questa immensa tragedia. Perdonare non è puerile, è un atto concreto ed è l’unico che può davvero cambiare questa storia. Perdonare è un atto maturo e sovversivo. È l’unica speranza per la pace.

Ma c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni. E l’ho capita in particolare modo da quando sono sposato e sono diventato padre. La pace si impara in famiglia. Perché è un fatto concreto, non un’ideologia. E in famiglia ho compreso che nonostante sui libri ci venga insegnato che giustamente «non c’è pace senza giustizia», nella realtà non basta. Negli anni ho compreso che non può esserci pace senza perdono. È la cosa più difficile del mondo, ma è la sola cosa che risolve definitivamente i conflitti”.

Che forte! È proprio vero: la pace, il perdono, la riconciliazione, la concordia… sono tutte cose che si imparano in famiglia, sono doni che i genitori si fanno per primi a vicenda e da loro scendono sui figli.

Questo è il grande potere sanante del matrimonio, il talento e la marcia in più che esso ha riguardo ad ogni altra relazione, come ci ricorda Papa Benedetto:

Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus caritas est, 2).

Gesù, come già detto, è assolutamente consapevole della difficoltà di quanto sta chiedendo e per questo ci propone una gradazione che rende il cammino più umano:

  • 1) “pregate per coloro che vi trattano male”: il primo passo è sempre offrire al Signore il dolore e la sofferenza e affidare a Lui chi ci fa del male;
  • 2) “benedite”, cioè, pensare e volere il bene nel nostro cuore, anche se non riusciamo ancora a muovere un dito;
  • 3) “fate del bene” e quindi comportarci bene, con gentilezza, con benevolenza, a partire dalle piccole cose;
  • 4) “amate”, a questo punto lo Spirito da dentro di noi ci dà la forza di avere quel cuore grande che sa essere misericordioso e comprensivo anche verso chi ci ha procurato dolore ingiustamente.

Concludo invitandovi sempre a provarci ogni giorno, a non smettere mai di implorare la grazia e ad avere il cuore aperto all’azione del Signore.

ANTONIO E LUISA

L’amore di coppia autentico si misura nei momenti di difficoltà: è vero amore o solo egoismo reciproco? Il Vangelo ci chiama a un amore che va oltre l’offesa, la mancanza e perfino il tradimento, un amore che perdona come Cristo sulla croce. Nella coppia, i momenti di crisi sono opportunità per sperimentare un amore gratuito, che non dipende dai meriti ma dalla scelta di amare sempre. Questo amore è il “cemento armato” che tiene saldo il matrimonio, rendendolo segno della Grazia del sacramento: amare come cristiani significa amare anche quando l’altro si comporta da nemico.

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Processo di nullità: un servizio alla salus animarum

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel recente Discorso alla Rota Romana del 2025, ci offrono un punto di partenza fondamentale per riflettere sulla grandezza e sulla responsabilità del matrimonio cristiano. Egli ci ricorda che la famiglia è il riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità (cfr. Amoris Laetitia, 11) e che l’indissolubilità del matrimonio non è un peso imposto, ma un dono, una promessa di Dio che rende possibile la fedeltà tra i coniugi.

L’indissolubilità: un dono divino, non solo un impegno umano

L’indissolubilità matrimoniale è spesso percepita come un ideale da raggiungere con fatica, una prova di resistenza. In realtà, come sottolinea Papa Francesco, essa è prima di tutto un dono: è la partecipazione a una fedeltà che ha la sua origine in Dio stesso. San Giovanni Paolo II, nel suo Discorso alla Rota Romana del 2002, affermava che ogni decisione giusta sulla validità o nullità di un matrimonio è un contributo alla cultura dell’indissolubilità. Questa cultura non è semplicemente un insieme di regole da seguire, ma una verità che illumina la vita e la vocazione dei coniugi.

San Tommaso d’Aquino insegnava che il matrimonio è un sacramento in quanto segno dell’unione tra Cristo e la Chiesa (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 1). Se Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, il vincolo matrimoniale, sigillato nella grazia, partecipa di questa stessa indissolubilità. L’amore coniugale, quindi, non è solo una realtà umana, ma un’icona vivente di un amore più grande, che trova in Dio la sua fonte e il suo modello.

Il discernimento sulla validità del matrimonio: un servizio alla verità

Se da un lato l’indissolubilità è un dono, dall’altro la Chiesa ha anche il dovere di discernere se un matrimonio sia stato effettivamente contratto validamente. Questo non è un atto di rigidità burocratica, ma un servizio alla salus animarum, la salvezza delle anime, come ha sottolineato il Papa.

Sant’Agostino ci ricorda che “la verità non muta secondo il nostro volere, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci ad essa” (Confessioni, X, 23). Accertare se un matrimonio sia stato validamente contratto significa aiutare i fedeli a vivere nella verità della loro situazione. Se un matrimonio è nullo, riconoscerlo non significa negare l’indissolubilità, ma piuttosto confermarla: solo ciò che è stato realmente unito da Dio è indissolubile. Un’unione viziata da impedimenti o da un consenso difettoso non può essere considerata autentico matrimonio sacramentale.

San Giovanni Paolo II, nella sua allocuzione alla Rota Romana del 1990, avvertiva del pericolo di due estremi opposti: da un lato, un lassismo che svuota di significato il matrimonio dichiarandolo nullo con troppa facilità; dall’altro, un rigorismo che impedisce di riconoscere situazioni in cui effettivamente non vi è stato un vero consenso matrimoniale.

Un cammino di verità e misericordia

Discernere la validità di un matrimonio richiede una grande delicatezza. Si tratta di un compito che richiede non solo competenza giuridica, ma anche una profonda sensibilità pastorale. Ogni persona che si avvicina a un tribunale ecclesiastico porta con sé sofferenze, dubbi, speranze. Come scriveva il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI: “La verità senza amore è cieca, ma l’amore senza verità è vuoto” (Caritas in Veritate, 3).

La Chiesa non può rinunciare alla verità sull’indissolubilità del matrimonio, perché essa è parte della sua missione. Tuttavia, deve sempre annunciarla con amore, accompagnando le persone nel loro cammino, aiutandole a scoprire la bellezza della vocazione matrimoniale e, quando necessario, riconoscendo con giustizia e carità eventuali situazioni di nullità.

Conclusione

L’indissolubilità del matrimonio non è una catena che imprigiona, ma un dono che libera, perché è fondata sulla fedeltà di Dio. Al tempo stesso, il discernimento sulla validità del matrimonio è un servizio alla verità e alla salvezza delle anime. Solo nella luce della verità si può costruire una cultura matrimoniale che sia veramente cristiana, capace di testimoniare al mondo la bellezza e la forza dell’amore coniugale.

San Francesco di Sales diceva: “La verità che non è caritatevole viene dalla crudeltà; la carità che non è vera viene dalla debolezza”. La Chiesa, nel suo discernimento matrimoniale, è chiamata a tenere insieme verità e misericordia, perché solo così potrà davvero servire il Vangelo dell’amore coniugale.

Antonio e Luisa

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Affrontare le crisi: Rompere il copione delle relazioni

Siamo Pietro e Orietta. Durante una vacanza estiva comunitaria abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra e, dopo qualche anno di fidanzamento, abbiamo deciso di sposarci.

La Scoperta dell’Amore
Ci sentivamo certi della nostra scelta, come alpinisti pronti a iniziare una difficile salita sapendo di avere tutto l’occorrente nello zaino. Tuttavia, lungo il percorso ci siamo accorti che ognuno di noi portava nello zaino elementi diversi, frutto delle esperienze vissute nelle famiglie di origine.

Le Nostre Radici Familiari

Il Mio Percorso: Pietro
Io, Pietro, ero figlio unico. I miei genitori, lavorando in proprio, erano molto impegnati nella loro attività. Mia mamma sembrava ricordarsi di me quasi esclusivamente per darmi ordini. Sicuramente mi volevano bene, ma non lo dimostravano, perché per loro era scontato: trasmettere sentimenti non era necessario. Non ricordo gesti di tenerezza tra di loro. Per fortuna, viveva con noi mia nonna materna, che si faceva in quattro per me, facendomi sentire al centro del mondo. Ero combattuto tra il sentirmi insignificante e il considerarmi un principe. Nel mio matrimonio, come conseguenza di quanto vissuto nella mia famiglia di origine, ho portato con me insicurezza, egocentrismo e una certa freddezza nell’esprimere i sentimenti. Inoltre, non mi accorgevo che mia mamma, rimasta vedova, applicava nei rapporti con mia moglie la stessa modalità impositiva e invadente che era solita usare con me.

Il Mio Percorso: Orietta
Io, Orietta, mi sono resa conto di aver portato con me la stessa modalità che mia mamma usava con mio papà, creando difficoltà nella nostra relazione, ovvero la mia tendenza a impormi con Pietro, dicendogli cosa doveva o non doveva fare. Mio papà era un gran lavoratore e, in questo modo, esprimeva il suo amore, anche se non gliel’ho mai sentito dire. Passava molto tempo fuori casa, delegando a mia mamma la gestione della casa e delle figlie. Lei, casalinga, era presente fisicamente, ma non affettivamente, ed era molto rigida nell’educazione di noi figlie. Sicuramente ci voleva bene, ma anche lei, ai miei occhi, non lo sapeva dimostrare: tra di loro non esisteva una vera relazione. Il grande bisogno di sentirmi amata e considerata non ha trovato nella mia famiglia di origine la soddisfazione che cercavo. Non mi consideravo abbastanza brava; mia mamma, pur pretendendo il massimo, non mi gratificava. Così ho sviluppato insicurezza e ho pensato che solo compiacendo gli altri mi sarei fatta amare.

La Crisi e la Rinascita
Durante la nostra vita insieme questi aspetti – che ognuno di noi riteneva normali e assodati per sé, ma sbagliati nel coniuge – hanno contribuito a generare una pesante crisi, portandoci quasi alla separazione. Prima che ciò potesse accadere, un’amica ci ha parlato del programma Retrouvaille. All’interno di questo percorso abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la nostra relazione di coppia, partendo anche dalle esperienze nelle nostre famiglie d’origine. Tale scoperta ci ha permesso di accoglierci maggiormente, rendendoci conto che i comportamenti che ci infastidivano non erano dettati da malanimo nei confronti dell’altro. Questa consapevolezza ci ha reso, inoltre, un po’ più capaci di comunicare i sentimenti spiacevoli che tali atteggiamenti provocavano, dandoci, almeno tentativamente, la possibilità di modificarli.

Nel tempo ci siamo anche resi conto di essere, a nostra volta, una famiglia di origine per i nostri figli. Questo fatto, invece di spaventarci per quanto involontariamente potremmo aver trasmesso loro un modello non adeguato, ci ha reso più certi dell’utilità dell’esperienza che stiamo vivendo in Retrouvaille.

Guardando al Futuro
Non è facendo finta di essere perfetti che possiamo aiutare i nostri figli, ma dimostrando loro che non ci si deve arrendere e che, dietro ogni persona, c’è un’esperienza originaria che, una volta compresa, può essere usata in modo costruttivo.

Pietro e Orietta (Retrouvaille Italia)

Non va mai bene niente

Piove? Che noia, aumenta il traffico, non posso andare in bici, chissà che ingorghi, ecc … Fa caldo? Non lo sopporto, sudo, mi s’incollano i vestiti addosso, mi va giù la pressione, ecc … C’è la riunione in ufficio? Oh no, proprio oggi che dovevo uscire presto, con quel collega antipatico non ce la posso fare, ecc … Il cornicione della pizza è alto? Eh no, ma io lo volevo basso, così farò fatica a digerire, butterò giù troppe calorie, mi si gonfierà la pancia, ecc … Insomma, ammettiamolo: non ci va mai bene niente.

La lamentela, forse ancor più del calcio, è lo sport nazionale. Ci lamentiamo di tutto e del contrario di tutto. Ci siamo trasformati in tanti Brontolo che trovano sempre il difetto piuttosto che il pregio, il negativo piuttosto che il positivo.

Non parliamo poi dell’insoddisfazione nei confronti del coniuge: secondo diverse statistiche, ci sarebbe addirittura un +78% di richieste di terapie di coppia. Motivi? Non sono più felice con lui/lei; non mi capisce; non mi ascolta; non sono più innamorato/a. E’ facile criticare gli altri, i loro comportamenti, il loro carattere, le loro scelte piuttosto che le nostre. È più semplice mettere in croce l’altro piuttosto che il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, la nostra sete del soddisfacimento immediato di tutti i desideri.

A monte di tutto c’è un senso d’insoddisfazione pauroso, nel senso che mette paura constatare un’infelicità così diffusa, una nuova lebbra silenziosa che sta dilaniando i rapporti umani a tutti i livelli. Un vuoto cosmico che si è intrufolato nei nostri cuori, rosicchiandoli dal di dentro. Ma soprattutto, a monte c’è l’aver messo da parte Dio, il trascurare la vita dell’anima, l’aver smesso di dedicare tempo di qualità alla preghiera.

Potente come uno schiaffo in pieno volto è arrivata la notizia, qualche settimana fa, del putiferio mediatico che ha suscitato la mamma influencer Giorgia Mosca annunciando di aspettare il decimo figlio. Il “Baby 10 coming soon!” e la foto di un’ecografia hanno sollevato un polverone.

Ecco – mi sono detta – l’ennesima dimostrazione della schizofrenia cognitiva che sembra averci colpiti. Siamo in pieno calo demografico, e ci lamentiamo. Una coppia aspetta il decimo figlio, e ci lamentiamo. Ma c’è di più: non soltanto esterniamo contrarietà a gogò ma ci permettiamo anche d’insultare chi, in assoluta controtendenza e in totale libertà di scelta, decide di mettere al mondo una creatura.

Giorgia Mosca ha risposto così: C’è chi ci ha detto che siamo matti. Io rispondo che io e mio marito siamo felici così. Che la nostra è una famiglia allegra e felice“. E, a proposito dei commenti al vetriolo: Ci sono rimasta male per tanta cattiveria … Capisco sia una scelta fuori dal comune ma è una nostra scelta, ci rende felici“. Già, la felicità altrui. Quella che, troppo spesso, dà fastidio, suscitando invidie e gelosie. Perché, se io sono triste e infelice, gli altri devono essere allegri e sorridenti?

Sembra proprio che non ci siamo evoluti affatto dall’uomo medio dei tempi di Gesù, il quale già allora constatava: “A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!»”  (Lc 7, 31-34). Non andava mai bene niente duemila anni fa, non va mai bene niente ancora oggi.

È qui che deve scattare il campanello d’allarme, è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Non è che la rabbia, e il fastidio nei confronti di tutto e tutti, nascono dal nostro io interiore, dall’insoddisfazione che abbiamo nei confronti di noi stessi? Gesù ci aveva avvertiti: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7, 20-23).

Un’alternativa è possibile? Certo che sì! Riprendere la vita di fede, ricominciare a pregare e ad amare Dio. In questo modo saremo nuovamente in grado di scorgere il bello dentro e fuori di noi e fare pace con la nostra anima e la nostra coscienza.

Non è immediato, non è scontato ma è possibile. Con Gesù. Allora gli altri e il mondo attorno a noi non saranno più la piantina di Risiko, qualcosa da conquistare e bombardare a tutti i costi, ma il campo in cui seminare amore, pace, empatia, comprensione.

E ben venga se c’è qualcuno felice e spensierato! Perchè posso esserlo anch’io, possiamo esserlo anche noi! Può esserlo il mio matrimonio, la mia famiglia, il mio lavoro, la mia vita! Perché con Dio al centro cambierà tutto. Ma, soprattutto, cambierò io, cambieremo noi.  E ci andrà di nuovo bene la vita.  

Fabrizia Perrachon

Essere Con. Anche nella Separazione

Mi sono imbattuto in questa frase di Jean‑Luc Nancy che mi ha fatto molto riflettere: “Una singola entità non può essere portatrice di significato; è solo attraverso l’essere-con, solo attraverso la presenza dell’altro che il significato è possibile.

Il Concetto di “Essere‑Con”
Jean‑Luc Nancy (filosofo francese, morto nel 2021), pur non essendo stato un credente praticante una religione, ha scritto qualcosa che reputo profondamente vero: l’essere è intrinsecamente un essere‑con, nel senso che l’esistenza individuale è sempre in relazione con gli altri. Secondo Nancy, il significato e l’identità emergono attraverso la co‑esistenza e l’interazione con l’altro, piuttosto che da un’entità isolata.

La Fedeltà nel Matrimonio Cristiano
Questa visione filosofica, che insiste sull’essenza relazionale dell’essere, trova una risonanza profonda nel Sacramento del matrimonio, dove il “con” diventa un elemento non accessorio, ma essenziale. Infatti, la persona che mi è complementare, sia a livello fisico/biologico/sessuale sia mentale/sentimentale, dà significato e spiegazione alla mia identità ed esistenza. Senza l’esistenza della donna non saprei di essere maschio, non conoscierei le differenze e, di conseguenza, le mie caratteristiche; non capirei la funzione dei miei genitali e, così via, fino ad arrivare al modo di ragionare e di prendere decisioni. È l’essere‑con che genera vita e fecondità a tutti i livelli.

Relazioni Orizzontali e Verticali
Il fondamento concreto dell’essere‑con, nel matrimonio cristiano, è la fedeltà. È nella fedeltà che la relazione tra due sposi acquista consistenza e significato: un amore che non si limita a un’emozione passeggera o a un’utilità reciproca, ma si radica nella scelta libera e consapevole di donarsi completamente l’uno all’altro in ogni circostanza della vita. La fedeltà diventa, dunque, un atto di custodia della relazione, proteggendo e alimentando quella comunione di vita e amore che non si esaurisce in un solo istante, ma si costruisce giorno dopo giorno. Essa è il modo concreto con cui gli sposi continuano a dire “sì” l’uno all’altro, anche nelle difficoltà, negli imprevisti e nelle fragilità che il tempo porta con sé.

Parallelamente alla relazione orizzontale con il coniuge, di cui possiamo fare esperienza anche a livello corporeo, deve esistere, anzi prima di tutto, una relazione verticale con Dio. Questa si manifesta ogni volta che partecipiamo alla Santa Comunione o ci mettiamo in adorazione: essere‑con Dio dà significato alla mia vita, facendomi comprendere chi sono, da dove vengo e dove andrò.

Il Legame Esclusivo e Sacramentale
L’essere umano non è fatto per l’isolamento, ma per la comunione. Non esiste una vocazione cristiana che non coinvolga uno sposo terreno oppure lo Sposo: anche le scelte di clausura non possono durare senza una relazione che riempia la vita e dia significato. Nell’ambito delle coppie, l’essere‑con non è un legame che può contemplare più persone, ma solo una: è un rapporto esclusivo, quello che ci fa scegliere la persona con cui vogliamo trascorrere tutta la vita. Ricordo ancora il momento in cui mi sono innamorato di mia moglie: avrebbe potuto passare anche Miss Mondo, ma io avevo solo lei nel mio cuore. Anche ora, quando viviamo fisicamente separati, non posso ipotizzare che questo legame sia venuto meno o pensare di potermi ritrovare in un’altra donna. In realtà, mai come ora ho avuto una così profonda consapevolezza della mia identità di marito, padre e, soprattutto, figlio di Dio.

Posso scegliere di ignorare questa realtà, di chiudere il cuore alla Grazia che scaturisce dal Sacramento, ma il legame sacramentale rimane. Esso non dipende dal mio stato d’animo, dalle mie fragilità o dalle circostanze avverse: è un dono che mi supera e che mi chiama a guardare oltre me stesso. Posso anche essere abbandonato da tutti, ma nessuno potrà bloccare o limitare il mio amore verso gli altri e verso Dio. Si tratta solo di dare la precedenza alla relazione sull’individualismo.

L’Amore che si Rinnova e il Rispetto Reciproco
L’amore si rinnova ogni giorno nell’essere‑con l’altro, anche quando la vita porta il peso della sofferenza e della separazione. Questo avviene, per esempio, attraverso la preghiera per l’ex coniuge e offrendo la propria vita come segno di amore fedele. L’essere‑con si esprime anche nella capacità di mantenere vivo il rispetto per l’altro, soprattutto quando ci sono figli. Un genitore separato, fedele, sa che il significato della propria missione educativa non può prescindere dall’altra figura genitoriale. Anche quando il dialogo diretto risulta difficile o impossibile, il rispetto e la cura per l’altro genitore diventano un modo concreto per testimoniare che l’altro continua ad avere un posto imprescindibile nella propria esistenza.

Conclusione: L’Incarnazione e il “Dio con Noi”
D’altra parte, con l’Incarnazione, l’Emmanuele – cioè “Dio con noi” – è venuto a comunicarci che non siamo mai soli e che l’essenziale è proprio l’essere‑con Lui.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Le Chiavi di Casa

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,22-26) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

Questo è il brano di Vangelo che sentiremo nella Santa Messa di domani, ed è abbastanza significativo che episodi come questo vengano proposti nel tempo che precede la Quaresima, sembra già anticiparne qualche tematica, quasi fosse una pennellata veloce che preannuncia il vero dipinto.

In questo brano vi si possono scorgere diversi temi: la cecità fisica simbolo di un’altra cecità ben più importante, l’imposizione delle mani di Gesù, la discrezione del miracolo compiuto fuori del villaggio, e l’insistenza dei discepoli affinchè Gesù tocchi questo cieco.

La nostra riflessione riguarderà questo “tocco” di Gesù. Si può notare come anche in questo miracolo ci sia bisogno del tocco di Gesù. Certamente Gesù, in quanto Dio, non necessita di gesti esterni ed umani, ma in quanto uomo ha voluto che fosse così.

Se qualcuno non fosse ancora convinto, sappia che il cristianesimo è carne vissuta, non c’è niente di irreale, di fantastico, niente spiritualismi, nulla che non abbia a che fare con la carne viva. E tutto ciò da quando Dio si è fatto carne, poteva sicuramente decidere diversamente, ma ha deciso di farsi uomo, e continua a voler passare dall’uomo per manifestarsi.

Infatti si è legato indissolubilmente alla Sua sposa, la Chiesa, ed ha deciso di rendersi presente attraverso di essa, ovvero di santificarci con i sacramenti.

Ogni sacramento è azione dello Spirito Santo, il quale rende presente Cristo, ma per farlo si serve sia della forma quanto della materia, ovvero di parole pronunciate dal ministro che vengono incarnate in un gesto ed in un elemento materiale (acqua, olio…). Non solo la forma e non solo la materia, e l’una e l’altra insieme.

Nel Sacramento del Matrimonio la forma è il consenso espresso dagli sposi mentre la materia sono le persone stesse degli sposi, uno con la mascolinità e l’altra con la femminilità.

Incontriamo molti sposi che si sentono in crisi, non si sentono così uniti in comunione di amore e di cuori… gratta gratta scopri che hanno una pessima relazione col proprio corpo, ovvero con quella materia attraverso la quale lo Spirito Santo agisce nel Sacramento. Come sopra abbiamo ricordato non ci deve essere solo la forma o solo la materia, e l’una e l’altra; quindi non basta il consenso dato chissà quanti anni fa, bisogna che la materia faccia la sua parte.

Cari sposi, il nostro non è un sacramento per quelli che abitano sulle nuvole, il nostro è un sacramento che è ben radicato in terra, radicato nella mascolinità e nella femminilità. Anche noi possiamo guarire la cecità del nostro coniuge, e per farlo dobbiamo condurlo fuori dal villaggio, lontano da sguardi indiscreti, vale a dire nell’intimità del nostro NOI, della nostra relazione d’amore.

Lasciamo che Cristo abiti nei nostri corpi, noi siamo casa Sua ma dobbiamo darGli le chiavi altrimenti come fa ad agire?

Giorgio e Valentina.

La Tenerezza: Linguaggio d’Amore e Via di Libertà

Come anticipato nel precedente articolo, prima di proseguire con i versetti del Cantico, ci soffermeremo qualche settimana sulla tenerezza e sui gesti che la caratterizzano. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La tenerezza non è solo un’emozione passeggera, ma uno stile di vita, un modo autentico di amare che riflette la dolcezza di Dio. Per gli sposi cristiani, essa rappresenta la via privilegiata per donarsi reciprocamente e contrastare il desiderio di possesso. Come affermava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore vero è dono di sé” e la tenerezza ne è l’espressione più pura e vera. In un mondo in cui l’amore viene spesso confuso con il possesso, imparare a vivere la tenerezza diventa un atto rivoluzionario.

La Tenerezza: Un Linguaggio Corporeo

La tenerezza non è solo un sentimento, ma un vero e proprio linguaggio che si esprime attraverso il corpo. Il corpo, infatti, non è un elemento estraneo all’anima, ma ne è parte integrante. Come sottolineano in tanti tra cui Luigi Maria Epicoco, “noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo“. La corporeità è lo strumento attraverso cui possiamo manifestare amore e accoglienza, rendendoci disponibili all’altro in un dialogo d’amore continuo.

Tuttavia, questo processo non è sempre immediato. Don Carlo Rocchetta osserva che ogni persona ha due possibilità: “fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio, facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile“. Spesso, le ferite del passato, le insicurezze e le esperienze vissute rendono difficile questa apertura. Solo attraverso un percorso di fiducia, rispetto e abbandono reciproco, gli sposi possono imparare ad accogliersi pienamente, superando le barriere interiori che ostacolano l’intimità. Spesso è utile anche della terapia per fare luce.

La Castità: Scuola di Tenerezza

Un elemento fondamentale in questo cammino è la castità, intesa non solo come astinenza prima del matrimonio, ma come un continuo affinamento del rapporto fisico nella vita coniugale. Essa permette di mantenere un’unità profonda tra anima e corpo, favorendo la crescita nella tenerezza. Come spiegava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore casto non è rinuncia, ma un modo per possedere se stessi per potersi donare completamente all’altro“.

I fidanzati che vivono un cammino di castità imparano a esprimere l’affetto attraverso la tenerezza, creando così una base solida per un matrimonio fondato sulla vera intimità. La castità nel fidanzamento insegna ad essere teneri anche quando non è previsto un rapporto intimo. Cosa che diventa importantissima anche nel matrimonio quando ci saranno giorni settimane o anche mesi che non si potranno avere rapporti per i più disparati motivi. La tenerezza diventa allora un ponte tra il rapporto con il coniuge e l’intimità con Dio. Quando gli sposi si amano con dolcezza e rispetto, rispecchiano il modo in cui Dio ama ogni creatura. Come afferma Epicoco, “la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo“.

La Tenerezza Come Via di Libertà

L’amore autentico non è mai un vincolo, ma una liberazione. Papa Francesco, nel suo discorso del 2018, preparato per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta, ha detto: “Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.”

La tenerezza ci educa a donare noi stessi, a non chiuderci nell’individualismo, ma a condividere la nostra vita con l’altro. Non è un semplice gesto affettuoso, ma un vero e proprio impegno quotidiano. Gli sposi che scelgono di vivere la tenerezza costruiscono un rapporto solido, capace di resistere alle difficoltà e di rinnovarsi nel tempo.

Conclusione

Nel matrimonio cristiano, la tenerezza è il segno visibile dell’amore di Dio. Essa non è debolezza, ma forza; non è sentimentalismo, ma linguaggio dell’anima.

Vivere la tenerezza significa imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a rispettarne il mistero e ad accoglierlo senza riserve. Come ho sperimentato nel mio matrimonio, il cammino verso un amore maturo passa attraverso la fiducia reciproca, il dialogo sincero e la costante ricerca della bellezza nell’altro. Solo così l’unione coniugale può diventare specchio dell’amore divino, una testimonianza viva e autentica della gioia dell’amore donato e ricevuto.

Antonio e Luisa

Per amore, mi fido totalmente di Te

Cari sposi, c’è un fatto nel Signore degli anelli che, come tante altri aspetti, contiene un significato simbolico sempre attuale.

Era l’anno 3434 della Settima Era e nell’immensa pianura di Dagorlad, laggiù, tra le colline degli Emyn Muil e la gola di Cyrith Gorgor, si erano schierati in ordine di battaglia due eserciti sconfinati: quello dell’Ultima Alleanza, guidato da Gil-Galad, capo degli Elfi, ed Elendil, Re degli Uomini dell’Ovest, mentre a varie centinaia di metri ecco la masnada degli Orchi con a capo il terribile Sauron.

Dopo ore di lotta furibonda, Isildur, figlio di Elendil, riuscì a tagliare il dito di Sauron nel quale portava il famoso Anello. Ecco finalmente la grande occasione per porre fine al male nella Terra di Mezzo. Ora Isildur ha l’opportunità di cancellare per sempre il ricordo di Sauron e purtroppo, tradendo ogni aspettativa degli Uomini e degli Elfi, invece di distruggere l’Anello gettandolo nel fuoco del Monte Fato, sceglie di tenerlo per sé, corrotto dal suo potere. Questo errore permette all’Anello di sopravvivere e al male di continuare ad agire.

Come sappiamo J. R. R. Tolkien era un credente ed ha intriso il suo capolavoro, Il Signore degli anelli, di una profonda allegoria con la storia della Rivelazione nella sua storia e nei suoi simboli

E difatti, la scena anteriore contiene un riferimento che va assai in linea con quanto leggiamo oggi nella Parola. Isildur, gonfio di entusiasmo per aver vinto la battaglia e forte del possesso dell’anello, si lascia trascinare dal desiderio di potere e di autosufficienza, finendo per divenirne succube, al punto da trovare successivamente la morte.

È interessante vedere come nella prima lettura, la fiducia è sempre legata alla fede nel Signore. Non esiste una persona che confidi totalmente in Dio e poi si appiccichi ai soldi, al potere, alla fama, piuttosto deve fare una scelta radicale a chi donare il cuore. Per questo, nella seconda lettura, Paolo ci ricorda che l’origine della fiducia non è un vago ottimismo ma è Cristo Risorto che sempre vive con noi ogni giorno.

Il Vangelo ci mostra Gesù parlando proprio di questa fiducia perché il portale delle beatitudini è proprio la povertà in spirito, cioè l’essere umili e sapersi fidare di Dio. Esattamente ciò che ha fatto Pietro domenica scorsa quando ha lanciato le reti in un modo del tutto contrario alle più elementari regole della pesca. Fidandosi ha ottenuto molto frutto!

È interessante la declinazione che, di questo brano, fa Luca rispetto a Matteo. Il primo include anche “guai” oltre che “beatitudini”. A chi va diretto il rimprovero di Gesù? Ai ricchi che pensano di non aver bisogno di altro e che fanno delle loro “sicurezze” umane, la loro unica consolazione. Infatti, Luca, nel v. 24, usa un termine tecnico del linguaggio commerciale, il verbo apéchō, che potremmo anche rendere «gli è stata pagata per intero», creando così un contrasto con la «ricompensa nel cielo» di cui parla al v. 23. Come emerge anche da altri passi del vangelo, la ricchezza (intesa in senso materiale) rappresenta per Luca la situazione alternativa alla fede, perché implica la negazione della priorità dell’ascolto della Parola di Dio e della ricerca di Lui nella propria vita. Chiaramente, così intesa, la ricchezza genera idoli ed è per questo che chi segue idoli e non il Signore Gesù, si merita un duro rimprovero.

È bello qui vedere il parallelismo che si crea con la condizione sponsale. Quando una coppia inizia a camminare con il Signore, a fargli spazio nell’ascolto della Parola, a condividersi le cose belle che Gesù ha fatto nella propria vita, la vita nuziale comincia a dare frutti insospettati. Accadono cose nella coppia e attorno alla coppia che dimostrano che non si è affatto soli ma il Risorto comincia a guidare misteriosamente le vite dei coniugi.

In particolar modo, restando sul tema di oggi, è davvero consolante osservare coppie che si fidano di Gesù. Coppie che vivono di Provvidenza, che accolgono una nuova vita, che ritentano a restare insieme nonostante la crisi, che accettano una responsabilità nella chiesa o di cambiare casa, lavoro, città… Sono tanti i modi in cui le coppie che ho incontrato nella mia esperienza mi hanno testimoniato concretamente cosa significa questo fidarsi di Dio.

Mi piace concludere con un brano di Papa Francesco in cui ci rilancia il Vangelo sotto forma di domanda:

“io – ognuno di noi – ho la disponibilità del discepolo? O mi comporto con la rigidità di chi si sente a posto, di chi si sente per bene, di chi si sente già arrivato? Mi lascio “scardinare dentro” dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee? E poi, con la logica delle Beatitudini, al di là delle fatiche e delle difficoltà, sento la gioia di seguire Gesù?” (13 febbraio 2022)

ANTONIO E LUISA

Beati. Questa parola risuona più volte. Per gli ebrei, il beato era chi seguiva la sapienza di Jahvé nella Torah, mettendo Dio e la sua Legge al primo posto. Gesù parla di beatitudine come consolazione, una ricompensa che riempie il vuoto con la Grazia divina. Davanti a incomprensioni e sofferenze, possiamo reagire con freddezza o affidarci a Dio. Pregando, chiediamo il suo aiuto per perdonare il coniuge e trasformare il dolore in amore. Così avviene il miracolo: il matrimonio diventa dimora di Dio, che ci dona tutto per realizzare il suo progetto d’amore.

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Dostoevskij, Bridget Jones e il Dilemma dell’Amore

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij, il cui genio letterario continua a illuminare il nostro pensiero anche a 200 anni dalla sua nascita, ci offre in L’eterno marito (1870) una profonda riflessione sul mistero dell’amore e dell’attrazione. In quest’opera, la figura di Natalia Vasilievna emerge come una fonte inesauribile di fascino, capace di incidere sulla vita dei personaggi e di trascendere persino i confini della morte. Essa diventa il fulcro attorno al quale ruotano le passioni contrastanti di due uomini: Aleksej Velchaninov, l’amante, e Pavel Trusotsky, l’eterno marito.

Natalia, con il suo magnetismo ineguagliabile, non rappresenta soltanto un volto o un nome, ma incarna quel mistero femminile che attira gli sguardi e infiamma i cuori. Aleksej, attratto dalla sua dimensione passionale e trasgressiva, la percepisce come un oggetto del desiderio, mentre Pavel la contempla con occhi colmi di responsabilità e di un amore che guarda oltre il presente, proiettandosi nel futuro famigliare. Come scrive Dostoevskij ne L’eterno marito:

“Non si può non essere incantati dalla sua presenza, da quell’aura che le conferisce un senso di eternità e di verità, capace di far vacillare la ragione degli uomini.”

Questa citazione non solo conferma l’idea che Natalia eserciti un’attrazione irrefrenabile, ma evidenzia anche la duplice natura dell’amore: da un lato, il desiderio passionale che conduce all’immediatezza dell’istinto, e dall’altro, il richiamo di un amore che aspira alla comunione e al dono totale di sé.

Questa dinamica amorosa trova sorprendenti parallelismi con la moderna Bridget Jones’s Diary. Bridget si trova anch’essa contesa tra due uomini dalle caratteristiche opposte: Daniel Cleaver, affascinante ma superficiale, e Mark Darcy, serio e affidabile. Come Natalia, anche Bridget è divisa tra il desiderio di passione e la ricerca di un amore autentico e sicuro. La tensione tra la superficialità del piacere e la profondità dell’impegno si riflette in entrambi i racconti, dimostrando che, a prescindere dal contesto storico, il cuore umano è attraversato dalle stesse lotte interiori.

È in questo contesto che la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II si fa luce, offrendoci una visione in cui il corpo umano non è soltanto materia o semplice oggetto di desiderio, ma diventa segno e strumento del mistero divino. Il Pontefice ci insegna che il corpo è un dono, un simbolo dell’amore che Dio ha per noi e che ci chiama a vivere la nostra sessualità in maniera integrata e responsabile. Come afferma con passione Giovanni Paolo II:

“Il dono del corpo è il dono dell’amore.”

In questo insegnamento, ogni atto d’amore autentico si configura come un’offerta totale di sé, un cammino di comunione che trascende il mero piacere fisico per elevarsi al livello del sacro. La differenza fra Aleksej e Pavel, dunque, si evidenzia come il contrasto fra un amore consumistico e un amore donativo, tra il desiderio egoistico e il vero atto di dono reciproco.

Dostoevskij stesso, nel delineare le figure di Aleksej e Pavel, ci offre una chiave di lettura per comprendere questa dicotomia. Un’altra citazione significativa del romanzo recita:

“Il cuore dell’uomo si divide tra la passione che lo spinge verso l’effimero e la speranza di una comunione che lo renda eterno; in questo conflitto, ogni scelta è una rivelazione di se stessi.”

Queste parole risuonano fortemente con il messaggio della Teologia del Corpo, secondo cui l’amore, per essere pienamente realizzato, deve essere un cammino di auto-donazione e di responsabilità. Non si tratta semplicemente di cedere ai propri impulsi, ma di saperli trasformare in un atto d’amore che unisce due anime in un patto di vita e di fede.

Nel romanzo, Pavel incarna quella dimensione sacramentale del rapporto coniugale: egli vede in Natalia non solo una compagna, ma la madre dei suoi futuri figli, il simbolo di un’unione che dà vita e che trascende la dimensione terrena. Questo ideale richiama fortemente la visione di Giovanni Paolo II, secondo cui il matrimonio è il contesto privilegiato in cui il dono del corpo diventa un atto di creazione e di testimonianza dell’amore divino. Il corpo, in questo senso, si fa strumento di una grazia che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando veicolo di una verità che unisce le persone nella loro totalità.

Al contrario, Aleksej rappresenta quel lato dell’amore che si perde nell’esteriorità, nella ricerca del piacere immediato, senza la consapevolezza del dovere del dono. Il suo sguardo, pur essendo attratto dalla bellezza di Natalia, non riesce a cogliere quella dimensione profonda che trasforma l’amore in un cammino di crescita e di responsabilità. Come osserva Dostoevskij,

“L’attrazione che suscita Natalia non è soltanto una fiamma passeggera, ma un’eco che risuona nell’anima, rivelando i desideri più nascosti e le fragilità dell’essere umano.”

Questa riflessione evidenzia come ogni atto d’amore comporti una scelta: quella di abbracciare il dono del corpo in tutta la sua dimensione, oppure di lasciarsi trascinare da impulsi che possono condurre a una frammentazione dell’essere. La scelta, in definitiva, diventa un atto di fede, un cammino verso la pienezza della vita.

In sintesi, l’incontro tra la visione letteraria di Dostoevskij, la moderna Bridget Jones e la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II ci offre una prospettiva profonda e appassionata sull’amore. Natalia Vasilievna e Bridget Jones, con le loro insicurezze e desideri, diventano il simbolo di un’eterna lotta tra il fascino della passione e la solidità dell’amore vero. I personaggi di Aleksej, Pavel, Daniel Cleaver e Mark Darcy ci mostrano due percorsi possibili: uno che si perde nell’effimero e uno che, pur riconoscendo la passione, la trasforma in un atto di responsabilità e comunione.

Antonio e Luisa

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Simone Cristicchi: Riconoscersi Dentro una Storia d’Amore

Perché la canzone di Simone Cristicchi sta riscuotendo tanto successo e toccando trasversalmente il cuore di tutti, giovani e anziani, uomini e donne? Certo, lui è un poeta nel vero senso della parola, un uomo con una profondità interiore straordinaria che riesce a esprimere attraverso la sua arte. Non ha una voce perfetta, ma comunica con le parole emozioni autentiche, e forse questo è ancora più importante. Ci fa sentire fratelli tutti! Ma in questo caso c’è di più. Simone ha toccato una corda fondamentale della nostra umanità: ha risvegliato quella nostalgia di un amore autentico che tutti portiamo dentro.

Probabilmente non lo avete mai notato. Il quarto comandamento del Decalogo non è posizionato a caso. C’è una motivazione precisa, e comprenderla è fondamentale per la nostra vita, per il nostro matrimonio e per i nostri figli.

I dieci comandamenti si dividono in due parti: i primi tre riguardano la nostra relazione con Dio, mentre i successivi sette concernono i rapporti con le altre persone. Relazione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli: come una croce. Il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, non è solo il primo della seconda parte, ma è il trait d’union tra le due sezioni. Esso rappresenta, come in una croce, il punto di incontro tra la trave orizzontale e il palo verticale.

Perché onorare il padre e la madre viene prima di “Non uccidere”? Non è scontato. Non rispettare i genitori è un comportamento indegno, ma uccidere una persona è enormemente più grave. Eppure, il motivo di questa scelta è chiaro: è fondamentale riconoscerci figli per poter poi accogliere tutti gli altri comandamenti e relazionarci in modo positivo e amorevole con il nostro prossimo.

Riconoscerci figli di Dio e dei nostri genitori. Riconoscerci parte di una storia che ci precede. Anselm Grün dice che chi disonora il padre e la madre sta disonorando anche se stesso, perché rinnega le proprie radici. Siamo venuti al mondo perché due persone si sono amate, e noi siamo frutto di quell’amore. Non siamo qui per caso. Siamo stati voluti e siamo tuttora amati profondamente.

Come canta Cristicchi in “Quando sarai piccola”: “Quando sarai piccola, io sarò con te, quando il tuo passo stanco tremerà vicino a me, quando sarai piccola, e il mondo andrà più in fretta, non preoccuparti, io rallenterò.

Queste parole raccontano una verità profonda: l’amore che ci ha generati non ci abbandona. Ci ha sostenuto nella nostra fragilità di bambini e, con il tempo, sono i nostri genitori a diventare fragili, affinché possiamo prenderci cura di loro. Un cerchio che insegna a donare e ad accogliere, a essere forti per sostenere e deboli per avere bisogno degli altri.

Papa Francesco, parlando dei nonni, ci ricorda che “un popolo che non custodisce i nonni e non tratta bene i nonni, è un popolo che non ha futuro“. Onorare il padre e la madre non è solo una questione di rispetto, ma il fondamento della continuità della nostra storia e identità.

Il quarto comandamento ci dice che la nostra vita è un dono d’amore. Chi si comporta male, spesso, ha alle spalle grandi sofferenze dovute proprio alla mancanza di questa consapevolezza. Non sa di essere amato. Franco Nembrini racconta di un confronto con alcuni studenti quindicenni. Chiese loro quale fosse il senso della vita. Uno rispose: “Non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata.” Nembrini rimase spiazzato e amareggiato, pensando al dolore che quel giovane doveva avere dentro di sé.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e poter amare gli altri. Per questo fare esperienza di Dio e permetterGli di entrare nella nostra vita cambia tutto. Sentirci amati e perdonati è l’unico modo per accogliere il Decalogo non come una lista di divieti, ma come un dono che Dio ci fa per vivere da amati e da amanti, da persone che sanno donarsi senza usare l’altro. Sentirci amati ci fa vivere da persone felici, perché l’amore è la sola cosa che davvero desideriamo.

Ancora Cristicchi ci offre un’immagine potente dell’amore che ci lega ai nostri genitori e ai nostri figli: “E quando sarai piccola e il tempo sembrerà svanire, negli occhi miei ti specchierai, e ti accarezzerò.

Questo amore che ci tiene uniti, che ci accompagna lungo il cammino della vita, è la più grande testimonianza di chi siamo: figli amati, chiamati ad amare. Onorare il padre e la madre non è solo un comandamento, ma la chiave per comprendere la nostra esistenza, il ponte che ci collega a Dio e agli altri, la radice che ci permette di crescere e di dare frutti d’amore.

Antonio e Luisa

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Il rimedio all’infedeltà coniugale

Love is in the air” in questi giorni! Siamo alla vigilia di San Valentino e il carrozzone commerciale di cuori e cuoricini sta macinando fatturato a tutto spiano. A parte che i veri innamorati non lo sono soltanto adesso ma non possiamo dimenticare quanti, invece, stanno soffrendo per amore. Storie andate male, matrimoni in difficoltà o sfasciati, bugie, tradimenti e tutto ciò che può causare dolore, angoscia, tristezza, separazione. Non è tutto felicità e baci. Questa riflessione ha bussato al mio cuore quando, alcuni giorni fa, ho riletto una storia vera – antica ma sempre nuova – da cui è scaturito qualcosa di grandioso. Il tutto accadde il 16 febbraio 1266 a Santarém, in Portogallo.

Una giovane sposa, tormentata dall’infedeltà del marito e nell’estremo tentativo di riconquistare l’amore di lui, si rivolse a una fattucchiera. Questa le disse di essere in grado di elaborare un potente filtro d’amore che avrebbe ridato al marito la fedeltà e passione originaria; ingrediente indispensabile per una tale prodigiosa pozione era però una particola consacrata che la sposa stessa doveva procurare.

La giovane donna, pur consapevole del sacrilegio, assecondò la richiesta e recatasi nella sua parrocchia, la Chiesa di Santo Stefano, dopo aver ricevuto l’Eucaristia la nascose furtivamente nell’angolo del fazzoletto che portava sul capo. Una volta uscita si diresse velocemente verso casa, ma alcune persone la fermarono chiedendole se si fosse ferita perché vistose gocce di sangue segnavano il suo cammino. La donna capì all’istante da dove venisse il sangue e col fiato in gola corse a casa, nascondendo rapidamente la particola – avvolta in un panno – dentro a un baule di cedro.

La donna parve acquietarsi, venne la sera, il marito rincasò e, dopo aver cenato si coricarono come al solito. Improvvisamente però, nel cuore della notte, furono svegliati da un bagliore di luce che palpitava dentro la stanza e proveniva dal baule della donna. Questa fu allora, costretta a raccontare ogni cosa al marito che rimase attonito a guardare l’ostia luminosa e sanguinante. I due passarono il resto della notte in silenziosa e commossa adorazione godendo anche – almeno così si tramanda – una visione di angeli adoranti il prodigio.

Non appena fu mattina corsero ad avvertire il parroco, la voce del miracolo si sparse e molta gente si recò nell’abitazione per prostrarsi in adorazione e pregare. L’ostia fu riportata in Chiesa con una solenne processione, il parroco la ripose in un reliquiario di cera d’api e la sanguinazione continuò ininterrottamente per tre giorni.

A questo punto si colloca un secondo miracolo che alcuni vogliono datare parecchio tempo dopo e cioè, appunto, attorno al 1340. Un giorno il sacerdote che doveva ispezionare la reliquia contenuta nel vasetto di cera, trovò la cera liquefatta e la particola ben custodita dentro una teca di cristallo a collo stretto, ermeticamente chiusa.

Nella teca è ancora oggi ben visibile il sangue mescolato a residui di cera e nel corso dei secoli sono state raccolte numerose testimonianze di persone che non solo hanno visto nuove emissioni di sangue, ma anche l’immagine del Salvatore. Tra queste quella autorevole di san Francesco Saverio che visitò il Santuario prima di partire missionario per le Indie. Quella fattucchiera, suo malgrado, disse alla giovane donna una grande verità: veramente l’Eucaristia è un cibo potente capace di far tornare nell’uomo la fedeltà e l’amore originario. Di fatto i due sposi di Santarém risolsero il loro problema familiare grazie alla presenza viva e operante di Cristo che li riconciliò con Dio e fra di loro”.[1]

Quanto è potente Dio! La Sua presenza ribalta completamente la situazione: dal male al Bene, dall’infedeltà alla fedeltà, dal dolore alla gioia, dalla divisione all’unità. La casa degli sposi di Santarém – che dal 1684 è diventata una cappella – è il segno vivente di come la roccia su cui si fonda il matrimonio sia proprio Nostro Signore. Senza di Lui, lo sfacelo; con Lui, la fedeltà quotidiana, reale, edificante tra uomo e donna. Il sacramento ferito simboleggiato dalla Particola profanata e sanguinante – si rigenera attraverso il cuore: da quello di Gesù a quello degli sposi, sacerdoti e profeti dell’amore umano, specchio di quello divino. Il passaggio dalla situazione sbagliata, il tradimento, è fulmineo davanti alla presenza Eucaristica: “Chi non ama non ha conosciuto Dio” (1 Gv 4, 8); al contrario “chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7).  

Rimettendo al centro Colui che rende vero il sacramento nuziale, i problemi si risolvono: la riscoperta della fede porta alla riscoperta dell’amore coniugale.  Il marito riconosce Dio così come i suoi errori, idem la moglie; entrambi hanno sbagliato, e tanto, ma il Signore, presente spiritualmente e fisicamente, apre loro gli occhi, del corpo e dell’anima. Santarém, a ragione, è stato definito il Miracolo Eucaristico degli sposi. Che bello scoprirlo, o ricordarlo, proprio a San Valentino! Così potremo donare – o ricevere – il regalo più bello: fare di Gesù il cuore del noi sponsale.

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa della vicenda al link https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/eucaristia/miracoli-eucaristici/santar%C3%A9m-dall-eucaristia-il-dono-della-riconciliazione

Nàaman ed Eliseo: Il Miracolo di Dio nelle Piccolezze e il Mistero Sponsale

L’episodio biblico di Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, narrato nel secondo libro dei Re (2 Re 5, 1-19), è una storia intrisa di profondi significati spirituali. Questo racconto non solo illustra la potenza di Dio, ma invita a riflettere su come Egli si manifesti nelle piccolezze della vita. In chiave sponsale, l’episodio suggerisce che anche nel matrimonio, spesso ritenuto il luogo della quotidianità e delle piccole cose, si cela un miracolo divino, se vissuto con fede e umiltà.

La Storia di Nàaman: Una Lezione di Umiltà

Nàaman era un uomo potente, un capo militare rispettato, ma colpito dalla lebbra, una malattia che lo rendeva impuro agli occhi del popolo. Nonostante la sua posizione, era impotente di fronte alla sua condizione. Su consiglio di una giovane serva israelita, Nàaman si reca dal profeta Eliseo per cercare guarigione. Eliseo, tuttavia, non lo accoglie con cerimonie grandiose, ma gli invia un messaggio: “Va’, lavati sette volte nel Giordano; il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai puro” (2 Re 5, 10).

Inizialmente, Nàaman rifiuta indignato, aspettandosi un miracolo spettacolare degno del suo rango. Solo quando i suoi servi lo convincono a seguire l’indicazione di Eliseo, egli si immerge nel Giordano e viene guarito. Nàaman impara così una lezione fondamentale: il miracolo di Dio si manifesta nell’obbedienza fiduciosa e nelle cose semplici.

Il Miracolo nelle Piccolezze del Matrimonio

Questo episodio biblico può essere declinato in chiave sponsale per illuminare il mistero del matrimonio. Anche nel cammino coniugale, le coppie possono essere tentate di cercare la felicità in gesti grandiosi o in momenti straordinari, dimenticando che il vero miracolo si trova nella fedeltà quotidiana, nei piccoli gesti di amore e servizio.

San Giovanni Paolo II, nella sua “Familiaris Consortio”, scrive: “L’amore coniugale […] è un amore che porta gli sposi a donarsi reciprocamente ogni giorno, senza grandi clamori”. Come Nàaman ha dovuto immergersi umilmente nelle acque del Giordano per sperimentare la guarigione, così gli sposi sono chiamati a immergersi nelle piccolezze della vita quotidiana per scoprire la presenza trasformante di Dio.

L’Umiltà come Chiave del Miracolo

La guarigione di Nàaman è avvenuta solo quando ha abbandonato il suo orgoglio e si è affidato con umiltà alle parole del profeta. Nel matrimonio, l’umiltà gioca un ruolo cruciale. Accettare le proprie fragilità e quelle del coniuge è il primo passo verso una relazione autentica e duratura. Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, afferma: “Non esiste la famiglia perfetta. Bisogna essere umili e realistici, riconoscendo che ognuno di noi è un lavoro in corso” (AL 325).

Questo riconoscimento delle proprie debolezze apre le porte alla grazia divina, che opera attraverso l’accettazione reciproca e la volontà di crescere insieme. Come le acque ordinarie del Giordano si sono trasformate in uno strumento di guarigione, così i piccoli gesti quotidiani, se vissuti con amore e umiltà, diventano strumenti di grazia nel matrimonio.

La Simbologia dell’Acqua

L’acqua del Giordano, simbolo di purificazione e rinascita, richiama il sacramento del Battesimo, in cui si entra in una nuova vita in Cristo. Nel matrimonio, l’acqua può essere vista come metafora della quotidianità: quella stessa acqua che cuoce i pasti, che pulisce la casa, che lava via la stanchezza della giornata. Santa Teresa di Lisieux, nel suo piccolo cammino, esorta a trovare Dio nelle cose più semplici: “Amare è tutto donare e donarsi, senza tenere conto di sé”.

Questo invito si applica perfettamente alla vita matrimoniale, dove ogni gesto ordinario può diventare un atto straordinario di amore.

Nàaman e la Fedeltà nel Matrimonio

La guarigione di Nàaman non è stata un atto istantaneo, ma ha richiesto la ripetizione del gesto di immersione sette volte. Questo numero, nella Bibbia, simboleggia la perfezione e la pienezza. Analogamente, nel matrimonio, la fedeltà quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno, costruisce una relazione forte e duratura. Come scrive Dietrich Bonhoeffer: “Non è il tuo amore che sostiene il matrimonio, ma è il tuo matrimonio che sostiene il tuo amore”.

La Testimonianza degli Sposi

Molte coppie testimoniano che il vero miracolo del matrimonio si trova nel saper accogliere le difficoltà con fede e perseveranza. Chiara Corbella ed Enrico Petrillo, ad esempio, hanno vissuto il loro matrimonio come un’immersione continua nella grazia di Dio. Nonostante le prove, Chiara diceva: “Il Signore mette sempre tutto a posto, basta fidarsi di Lui”. La loro esperienza richiama l’episodio di Nàaman: la fiducia nell’azione di Dio, anche quando essa si manifesta in modo semplice e inaspettato.

Conclusione

La storia di Nàaman ed Eliseo ci insegna che Dio opera nelle piccolezze e che il miracolo si trova nell’umiltà e nella fedeltà. In chiave sponsale, questo episodio illumina il cammino di noi sposi, invitandoci a scoprire la grazia divina nei gesti quotidiani e ordinari. Come Nàaman è stato guarito immergendosi nel Giordano, così noi siamo chiamati a immergerci nell’amore reciproco e nella grazia sacramentale del matrimonio. Alla fine, il miracolo di Dio è sempre presente: non nelle grandi manifestazioni, ma nelle piccole scelte di ogni giorno, che trasformano la vita ordinaria in un capolavoro divino.

Antonio e Luisa

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Una Lourdes diversa

Il sacrificio che ti presentiamo, o Padre, nel devoto ricordo della Madre del tuo Figlio, ci trasformi, per tua grazia, in offerta perenne a te gradita. Per Cristo nostro Signore.

Questa è la preghiera che il sacerdote, nella Santa Messa odierna, recita sulle offerte. Oggi è una ricorrenza molto popolare poiché la memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes è diventata universalmente anche la Giornata del malato. La Liturgia della Chiesa oggi ci aiuta a tenere lo sguardo fisso sulla Madre di Dio e sulle sue bellezze attraverso le letture e le orazioni della Santa Messa.

Nella nostra riflessione vi proponiamo solo le poche parole di questa preghiera offertoriale, la quale ci ricorda che il nostro sacrificio si può trasformare in offerta perenne gradita al Padre. Senza fare una catechesi, ci basti sapere che in un modo a noi misterioso, l’offerta che noi presentiamo al Padre si unisce all’offerta che Gesù fa di se stesso durante la Santa Messa.

Ma qual è l’offerta che noi possiamo fare al Padre?

La nostra vita certamente, però è una risposta troppo semplicistica, noi invece vorremmo provocarvi una riflessione più approfondita. Non vogliamo invitarvi a fare un elenco di cosa si possa offrire al Padre, al contrario, ci chiediamo se qualcosa abbia il diritto di starne fuori.

Se il nostro matrimonio è sacramento, se ognuno di noi è sacramento di salvezza per il proprio coniuge, se ognuno di noi è segno sensibile ed efficace attraverso cui passa la Grazia di Cristo, se ogni nostra coppia è segno dell’amore del Padre verso ogni uomo e della sponsalità che lega indissolubilmente Cristo alla Chiesa Sua sposa, perché mai qualcosa del nostro matrimonio dovrebbe star fuori dalla lista delle offerte presentate al Padre?

Nulla del nostro matrimonio è autorizzato a restare fuori dalla relazione col Padre. La preghiera usa l’espressione “offerta perenne a te gradita“, il fatto che sia offerta dipende da noi ed il fatto che sia gradita dipende anche dal Padre.

Coraggio sposi, l’invito di oggi è quello di fare della nostra vita matrimoniale un offerta perenne, non un giorno sì e dieci no, non solo qualche volta, non solo se ci ricordiamo.

Ci permettiamo di lasciarvi un suggerimento: fatelo all’inizio della giornata, cosicché ogni azione che compiamo durante il giorno si riveste di uno splendore diverso, non ci sarà più un giorno brutto, ci saranno solo giorni offerti. E piano piano anche il nostro cuore comincerà a vivere ogni gesto con questa cura, non ci saranno più gesti banali, perché ogni gesto sarà offerta al Padre, e quando lo sarà ecco che sicuramente diventerà gradito al Padre.

E’ un po’ come se il matrimonio diventi un nuova Lourdes in cui la Vergine Maria tocca le nostre infermità per trasformarle in offerte gradite al Padre.

Giorgio e Valentina.

La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa

Non vergognarti di chi sei

Cari sposi, nel nostro mondo, la scena evangelica ci parla di cose e oggetti a noi poco familiari. Chi, infatti, ha mai maneggiato una rete da pesca? Possiamo solo immaginarlo o magari averlo visto in televisione. Ma la pesca a reti era tra i mestieri più evidenti per Gesù, nativo di un villaggio vicino al grande lago di Genesaret.

Le reti menzionate nel Vangelo sono a strascico o da circuizione e potevano raggiungere una lunghezza di circa 100 metri, con un’altezza tra i 2 e i 4. Per questo motivo, il loro uso richiedeva più mani ed una barca capiente per essere tirate a riva. Composte di fibre naturali, come lino o canapa, necessitavano manutenzione costante per evitare rotture o deterioramenti per l’umidità. Tutto ciò fa capire quanto il pescare in tali condizioni fosse un’attività faticosa, solo per gente esperta ed abile.

Pietro era proprio uno di questi, non per nulla a capo della piccola ditta di pescatori. Oggi è seduto vicino alla riva e, con i suoi colleghi, mentre lavorava stava però ad ascoltare il Maestro nella sua predicazione. Lo faceva con attenzione e rispetto perché Gesù, fino a quel momento, aveva già fatto diverse guarigioni prodigiose. Che onore avere una tale persona vicino a sé!

Ma l’onore presto svanì con quella richiesta così ingenua: “prendi il largo e butta la rete”. Conoscendo il carattere un tanto fumino, gli deve aver provocato un misto di risata e di imbarazzo… Avrà pensato: “Siamo stanchi morti dopo una notte che ci è andata buca e poi lo sa anche un bambino che i pesci ci vedono benissimo. Di giorno, al primo movimento, scappano giù a fondo e chi li prende più? Mah! Come fa a non saperle ‘ste cose?

E poi avvenne l’incredibile. Mai visto un banco di pesci così grande in rete! Se Pietro aveva già intuito che Gesù fosse un grande, ora con quel fatto sconvolgente, gli viene la tremarella alle gambe e, da uomo schietto e diretto, cade in ginocchio davanti a Lui, in un misto di adorazione, riverenza, umiltà.

Che può dire una scena del genere per voi sposi? Lo capiamo bene mettendo in parallelo la prima lettura con il Vangelo. È la nostra povertà, il nostro limite, i peccati e le cadute che possono prima o poi farci sentire indegni di essere cristiani o perlomeno di ricoprire un ruolo o una responsabilità nella Chiesa. Come anche ottenere l’effetto di spegnere l’entusiasmo nella vita nuziale. E poi, se iniziamo a compararci con altre coppie che, a nostro parere, sono “migliori”, il gioco del demonio è riuscito e la tentazione di tagliare la tela è a portata di mano.

La Chiesa, almeno nel suo Magistero ufficiale, è invece molto chiara e realista. Dinanzi a situazioni simili Papa Francesco dice: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (Amoris laetitia, 122).

Non cadiamo però nell’errore di pensare che dobbiamo assecondare i nostri difetti. Sentirsi dire “mal comune, mezzo gaudio” non ha mai salvato nessuno dal pessimismo ma soprattutto non ha mai spinto a crescere e ad essere migliori persone se non ad appiattirsi e mettersi in parte.

Invece, guardando le due scene analoghe, di Isaia e di Pietro, essi sì ammettono di non essere degni; ma poi che succede? Riconoscono il primato della Grazia che è capace di purificare ed elevare l’umana debolezza. E questo li rimette in moto fino a dare totalmente la vita al Signore, nonostante tutto.

È commovente pensare che Pietro, fino agli ultimi giorni della sua vita – sebbene la Pentecoste pareva avesse aggiustato ogni cosa in lui -, non ha perso la livrea di testardo e codardo, come la celebre tradizione degli “Atti di Pietro” apocrifi ci attesta. Eppure, ce l’ha fatta, ha dato la vita a Cristo ed è per noi un modello di donazione totale.

Se anche voi siete tentati a volte di fermarvi, di parcheggiare il matrimonio perché “avete faticato tutta la notte e non avete preso nulla” siete nelle condizioni ideali per iniziare ad essere veramente discepoli di Gesù come coppia.

Finché non facciamo l’esperienza di Pietro non possiamo essere seguaci. Mi impressionano nel Vangelo i vari episodi di persone che volevano seguire Gesù che però Lui non accoglie, l’ultimo dei quali è stato l’indemoniato di Gerasa. Una volta liberato come sarebbe stato bello se anche lui, seguendo Gesù con gli altri 12, avesse detto a tutti: “Avevo una Legione di demòni addosso ma Gesù mi ha liberato!”. Ma questo criterio non è stato, evidentemente, sufficiente perché Cristo lo abbai voluto con sé. Nessuno è degno di stare vicino a Cristo e di seguirlo per il semplice fatto di volerlo.

Siate colmi di speranza, quella teologale, perché il dono del sacramento del matrimonio è la garanzia che Gesù oggi e sempre vi chiama a lanciare le reti, nonostante tutto. Sta a voi, come Pietro, essere fiduciosi e confidare nella sua Parola.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è il canto di resurrezione di tante coppie che hanno rifiutato di arrendersi al fallimento, che hanno scelto di lottare quando tutto sembrava perduto. Perché sì, a volte nella notte della vita getti le reti e torni a riva a mani vuote. Ti affanni, ti sforzi, eppure nulla cambia. Il cuore si appesantisce, la speranza si sbiadisce, e la tentazione di mollare tutto si fa assordante. Ma c’è chi resta. Chi non si lascia vincere dal vuoto. Chi si aggrappa alla promessa fatta all’altare, anche quando sembra solo un’eco lontana. E getta ancora le reti. Una volta in più. Non perché ha capito, non perché ha la certezza che funzionerà, ma perché non ha più nulla da perdere.

Gesù ha sempre amato trasformare il poco in abbondanza, la fine in un nuovo inizio. Lo ha fatto a Cana, quando l’acqua diventò vino. Lo fa nei matrimoni che sembrano esauriti, nei cuori che si sono persi, nelle promesse che sembrano svanite. Perché l’amore vero non è solo emozione: è fede. È gettare ancora la rete, credendo che Dio possa riempirla.

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Come riconoscere la necessità di aiuto psicologico

Introduzione: Il percorso psicologico e il suo valore

Abbiamo condiviso insieme, durante l’incontro “L’amore libero e la dipendenza affettiva” organizzato anche dagli autori di questo blog, quanto possa essere importante aprirsi alla possibilità di iniziare un percorso personale psicologico. Il percorso psicologico ha a che fare con una relazione d’aiuto che può toccare diversi livelli in base alla gravità della sofferenza e del disagio della persona. Mentre in passato il percorso psicologico era associato alla malattia psichiatrica, oggi ci si dà la possibilità di fare un percorso psicologico per migliorare il proprio benessere emotivo, relazionale e la propria qualità di vita. Questo per noi cristiani è importante nella misura in cui ci aiuta a lavorare su noi stessi, costruire un’identità salda, volerci più bene e donare questo amore che costruiamo alle persone che ci stanno intorno.

Criteri per decidere se iniziare un percorso psicologico

Durante l’incontro, c’è stato poco tempo per poter condividere con voi dei criteri su cui basarsi per decidere se e quando iniziare un percorso. Il primo criterio fondamentale, sei tu: se senti di aver bisogno di aiuto per mettere mano a delle aree di sofferenza della tua storia o della tua vita, questo già diventa un criterio importante. Se invece hai l’impressione che vada tutto bene, puoi leggere alcune considerazioni qui sotto che fanno da spunto per riflettere e verificare se è proprio così.

Il percorso psicologico: bisogni, obiettivi e il cammino di fede

Un percorso psicologico parte dal bisogno di ricevere appoggio e sollievo in momenti di difficoltà emotive e psicologiche significative che interferiscono con la qualità di vita e le relazioni della persona. Ci sono dei segnali e delle situazioni specifiche. L’obiettivo principale è custodire la salute mentale attraverso una maggiore consapevolezza di se stessi della propria storia delle proprie dinamiche interne, degli incastri relazionali al fine di funzionare meglio. Questo nel contesto di un cammino di fede diventa indispensabile per crescere nell’amore a se stessi e agli altri.

Distinzione tra professionisti della salute mentale

Ma prima di parlare dei criteri, occorre fare una distinzione fra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. Sia lo psicologo che lo psicoterapeuta non dicono alla persona cosa fare, non danno soluzioni né consigli, non fanno interrogatori, non possono imporre i propri valori ma mettono la persona nella condizione di prendere consapevolezza di sé e dei propri processi di blocco per mettere in atto dei cambiamenti che aiutano la persona a vivere meglio.

Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria che ha il compito di prescrivere farmaci in caso di sindromi cliniche complesse. A meno che non abbia una specializzazione in psicoterapia, non può occuparsi di lavorare sulle dinamiche emotive della persona.

Lo psicologo ha una laurea quinquennale in psicologia ed è iscritto all’albo degli psicologi si occupa di diagnosi e relazione d’aiuto con lo scopo di migliorare la capacità dell’individuo di comprendere se stesso e gli altri, di agire in maniera consapevole, adeguata ed efficace. Non ha le competenze per lavorare sulla ristrutturazione della personalità, nel caso di sofferenze più complesse.

Lo psicoterapeuta invece ha fatto una scuola quadriennale successiva alla laurea per cui è specializzato nei disturbi psicologici più complessi come quelli che elencherò qui sotto. Ha una competenza clinica maggiore rispetto alla conoscenza dei meccanismi della mente, ma soprattutto delle tecniche necessarie per cambiare quelle dinamiche che causano grande sofferenza. Né lo psicologo né lo psicoterapeuta possono prescrivere i farmaci.

Sintomi e segnali d’allarme

Alcuni sintomi da tenere in considerazione riguardano ad esempio l’ansia (attacchi di panico) e la depressione, perché se la persona si sente spesso afflitto dall’agitazione e dalla paura oppure da stati di tristezza profondi in cui c’è una perdita del gusto di quello che tipicamente piaceva, questi stati emotivi possono interferire con la qualità di vita della persona e con le sue relazioni.

Relazioni interpersonali e dinamiche familiari

Un altro ambito importante da tenere in considerazione sono le qualità delle relazioni interpersonali e quindi quelle situazioni in cui si ha difficoltà, per esempio a stabilire o mantenere relazioni significative e profonde, oppure se nella relazione ci sono scoppi di ira o incapacità di sentire e condividere le emozioni. Se emergono difficoltà nella genitorialità e quindi ci si rende conto nell’educazione di essere troppo rigidi e severi oppure troppo permissivi e lassi, fare un percorso psicologico può aiutare ad imparare delle modalità più costruttive per un’educazione autorevole nel rispetto di se stessi e del figlio. Quando un figlio presenta un importante sintomo psicologico può essere importante per i genitori andare invece in psicoterapia perché spesso il sintomo che porta il figlio parla del sistema familiare e allora prendere consapevolezza delle dinamiche proiettive può aiutare a far stare meglio il figlio, ma anche a prendersi cura delle dinamiche emotive dei genitori.

Elaborazione dei traumi e gestione degli eventi stressanti

Per chi ha vissuto traumi come un lutto di una figura importante o incidenti in cui qualcuno ha rischiato la vita o abusi fisici o psicologici, oppure ha affrontato eventi stressanti di qualsiasi tipo la psicoterapia può essere una strada preziosa per elaborare il dolore e ammorbidire i sintomi postraumatici.

Dipendenze e comportamenti compulsivi

Un altro ambito importante sono le dipendenze e i comportamenti compulsivi, quindi per esempio i disturbi alimentari, l’abuso di sostanze, le dipendenze da gioco d’azzardo o altre forme di comportamento compulsivo. Spesso queste dinamiche sono sintomi che rappresentano metaforicamente delle sofferenze sottostanti che spesso sono rimosse e che vengono espresse attraverso i comportamenti stessi.

Problemi di autostima e identità

Se spesso ti senti insicuro, fai fatica ad accettare te stesso, ti critichi, ti attacchi e ti punisci, potresti avere difficoltà legate all’autostima e all’identità. Uno psicoterapeuta può aiutare a esplorare pensieri, sentimenti sottostanti, per comprendere il senso di questo schema di funzionamento, al fine di poterlo cambiare in uno schema più funzionale, flessibile e costruttivo.

Il linguaggio del corpo e i sintomi somatici

Il corpo è un mezzo potente con cui la nostra psiche parla. Dolori corporei che non sono altrimenti spiegabili dalla medicina e non hanno cause organiche, potrebbero avere un’origine psicologica perché il corpo urla quello che la bocca non può dire e quindi spesso sintomi corporei come mal di testa, mal di pancia, tensioni varie possono avere un’origine emotiva e possono essere collegati a conflitti interiori non risolti.

Considerazioni finali: Paure, resistenze e il ruolo della fede

Queste sono alcune delle situazioni che possono richiedere un intervento psicologico. Decidere di iniziare un percorso psicologico, non è sempre facile, sono tante le paure e i dubbi. Spesso si attivano tante difese (protezioni) che sono un tentativo di proteggersi ed evitare di cambiare il sistema per mantenere lo status-quo (che per quanto doloroso almeno è familiare e si sa come gestire) e quindi si presentano pensieri come: tanto non serve a niente, la psicologia è una cosa inutile, ma come può una cosa di trent’anni fa farmi ancora male, sono cristiano che altro mi serve!
Per noi è molto importante fare questo servizio nella Chiesa perché spesso il cammino di fede, la preghiera, la relazione con Dio, la Parola, vengono utilizzati per portare avanti copioni rigidi e distruttivi con cui le persone massacrano se stesse e chi sta intorno. Questo non fa fiorire nell’amore ma porta solo inferno e dolore mascherato da religiosità. Prendersi cura di se stesso nella dimensione psicologica diventa il modo di fare verità e discernimento per crescere in un percorso di fede maturo.

Claudia Viola – Psicologa e psicoterapeuta

Papa Francesco: La Castità è la Guarigione del Cuore!

Papa Francesco, nei giorni scorsi, ha parlato con grande chiarezza. In un contesto sociale, cristiano ed ecclesiale in cui il celibato sacerdotale e la castità vengono spesso messi in discussione e criticati, il Santo Padre ha pronunciato parole forti e dirompenti. Ha ribadito con fermezza la necessità della castità per vivere un amore autentico, libero da distorsioni e superficialità.

Il Papa ha affermato:

Sappiamo bene che viviamo in un mondo spesso segnato da affettività distorte, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo. Questo atteggiamento genera relazioni superficiali e precarie, caratterizzate da egocentrismo, edonismo, immaturità e irresponsabilità morale. Si sostituiscono lo sposo e la sposa di tutta la vita con il partner del momento; i figli, che dovrebbero essere accolti come un dono, vengono invece pretesi come un ‘diritto’ o eliminati come un ‘disturbo’. In un contesto del genere, di fronte al ‘crescente bisogno di limpidezza interiore nei rapporti umani’ (Vita consecrata, 88) e di relazioni più umane e autentiche, la castità consacrata offre all’uomo e alla donna del XXI secolo una via di guarigione dal male dell’isolamento. Essa insegna ad amare in modo libero e liberante, senza costrizioni né esclusioni. Che sollievo per l’anima incontrare religiosi e religiose capaci di una relazionalità matura e gioiosa! Sono un riflesso dell’amore divino (cfr. Lc 2,30-32). Affinché la castità sia vissuta nella sua bellezza e non degeneri in aridità del cuore o in ambiguità nelle scelte – fonte di tristezza e insoddisfazione, e talvolta causa di doppie vite – è fondamentale curare la crescita spirituale e affettiva delle persone. Questo deve avvenire fin dalla formazione iniziale e proseguire anche nella formazione permanente. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana. È quotidiana.

Il Papa si rivolge ai consacrati, ma il suo messaggio è attuale per tutti. Non si tratta di un richiamo bigotto a una consuetudine ormai fuori moda. Qui c’è il significato dell’amore. La sostanza dell’amore. La castità non si riduce all’astinenza sessuale, né è una semplice questione di fare o non fare qualcosa. È molto di più: è una scelta consapevole, spesso fraintesa o trascurata. Essa riguarda non solo i religiosi, ma anche gli sposi.

La castità è, prima di tutto, una scelta morale nella sua forma più alta e bella. È la decisione di scegliere il bene, di volere il meglio per sé e per l’altro. Ma cosa significa essere casti nel matrimonio? Il Cantico dei Cantici esprime bene questa armonia tra cuore e corpo con le parole: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio.”

Questi versetti sono profondamente significativi: evocano l’unione tra cuore e corpo, tra l’interiorità e l’azione concreta. L’amore custodito nel cuore si manifesta attraverso il corpo, attraverso le scelte e i gesti quotidiani. Entrambi sono essenziali.

Dire “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” significa affermare: “Ti appartengo, e tu appartieni a me. Non posso essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne.” San Paolo lo esprime con altre parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” Lo stesso concetto, letto in chiave sponsale, si traduce in: “Non sono più io che vivo, ma tu, mio amato sposo, vivi in me, e io in te.”

Questa è la nostra vocazione: essere pienamente prossimi all’altro, spostando il centro della nostra attenzione dalla nostra individualità alla gioia e al bene dell’amato.

“Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio.” L’appartenenza reciproca coinvolge tutta la persona, sia nella dimensione fisica che in quella più profonda e interiore: nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. Tutto ciò che siamo porta l’impronta di chi amiamo.

Ed è proprio qui che la castità assume il suo valore più alto anche nel matrimonio. Lungi dall’essere una negazione del piacere, essa educa gli sposi a un amore più grande e maturo. Aiuta a superare la ricerca di un piacere meramente fisico, basato su fantasie da mettere in pratica e sull’uso dell’altro come mezzo di gratificazione personale.

La castità nel matrimonio guida gli sposi verso un piacere più profondo: quello che nasce dalla vera comunione dei corpi, che non è solo unione fisica, ma diventa unione dei cuori. È il piacere di essere uno, di appartenersi pienamente, di donarsi reciprocamente senza egoismi, nella gioia di condividere tutto. È il piacere della totalità, della fedeltà, della fecondità.

Questo è l’amore sponsale autentico: un amore che desidera tutto dell’altro e si dona interamente. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico. Solo così può essere meraviglioso e pieno. È un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo vivendo così potremo davvero evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

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“Finalmente domenica” di TV2000 e la speranza della porta accanto

La televisione è tra gli elettrodomestici più diffusi, ovunque. C’è chi ne guarda pochissima e chi la tiene sempre accesa, come se il rumore di sottofondo potesse lenire la solitudine o tappare i buchi del vuoto esistenziale. La tv è un’arma, lo sappiamo: può veicolare il bene oppure il male.

Nel tourbillon mediatico che troppe volte strizza l’occhio a violenza e volgarità, grazie a Dio esiste un canale che fa ancora la differenza e nel cui palinsesto una trasmissione, in particolare, è una boccata d’aria fresca. Sto parlando di “Finalmente domenica”, il programma pomeridiano di TV2000 condotto da Lucia Ascione. Capelli biondi e sguardo penetrante, abbiamo imparato tutti a conoscerla e a volerle bene attraverso lo schermo; con il suo piglio mescolato a una sensibilità non comune, racconta fatti e testimonianze di luce e di speranza. Conduttrice luminosa di nome e di fatto.

Fare una televisione così è una missione e una responsabilità; finché si guarda solo il buio, ci sembrerà sempre notte. Ma se qualcuno ci aiuta a scoprire, o riscoprire, il bello allora saremo spronati a non arrenderci e a ringraziare Dio. Di bene, nel mondo, c’è n’è – e tanto – però resta spesso nascosto. Questo è un messaggio molto importante da trasmettere ai più piccoli e ai più giovani, che rischiano di essere risucchiati da una comunicazione traviata e da influencer dell’orrore.

Finalmente domenica”, al contrario, è un programma per tutta la famiglia perché affronta temi e argomenti importanti per tutte le fasce d’età e dei quali, terminato il programma, si può parlare in coppia e con i figli, approfondendo i contenuti e facilitando l’apertura per un dialogo sereno. “Finalmente domenica” non cerca lo scoop a tutti i costi né accaparrarsi l’esclusiva del vip del momento ma condividere esperienze di fede, conversione, resurrezione che toccano ciascuno, personaggi famosi e persone comuni. È un programma seguitissimo e che funziona perché autentico, tv della porta accanto ancora in grado di lasciarti qualcosa dentro dopo averla guardata.

Finalmente è un avverbio che, in italiano, ha un connotato di positività, allegrezza, gioia: «finalmente ci vediamo», «finalmente mi sono laureato/a», «finalmente andiamo in vacanza» ecc… Finalmente è una fine ma anche un inizio di qualcosa di bello, di qualcosa di nuovo.

Qualcosa di nuovo che è effettivamente andato in onda domenica 2 febbraio, Giornata della vita consacrata e 47esima Giornata nazionale della Vita; la trasmissione, infatti, ha raccontato una storia vera di speranza oltre la morte prenatale. Già contenuta nel libro “Se il Chicco di frumento, è la testimonianza di una coppia di sposi che, dopo aver aspettato per anni un bimbo che non arrivava, lo ha visto andare in Cielo ancora prima che nascesse. Volutamente con la “C” maiuscola, Chicco è figlio di una mamma e di un papà ma, prim’ancora, è figlio di Dio. Come tutti i bambini non nati. Una storia come migliaia, tante come gli aborti spontanei che in tutto il mondo gettano nello sconforto umano più totale.

Ed è qui che interviene l’Onnipotente: basta dirGli un piccolo sì, affidandosi totalmente, che i miracoli avvengono. Non tanto e non solo quelli che possono vantare un documento ufficiale ma quelli quotidiani, veri, possibili. Miracoli di rinascita e resurrezione, miracoli di gioia e di speranza. Gesù ce lo ha detto: “Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17, 20).

La speranza, tema del Giubileo di quest’anno, non dev’essere solo un bello slogan ma un programma di vita. Della nostra vita. Non solamente perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5) ma perché dobbiamo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15). E come si fa a sperare davanti alla morte di un figlio, atteso e desiderato come non mai, che nemmeno vede la luce di questo mondo? Dal lato umano è talmente difficile da risultare quasi impensabile; ma sappiamo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Perché la speranza cristiana non è l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa ma la certezza che Qualcuno – con la q maiuscola, molto maiuscola! – già stia facendo e sempre faccia per il nostro Bene, nel tempo di questa vita e in quello dell’Altra. La speranza cristiana è il compimento delle promesse di Dio nonché virtù teologale che è Suo ritratto e Sua firma.

Le ferite dell’esistenza, allora, non saranno più una pozzanghera di dolore ma un potenziale di Grazia, in cui Gesù e Maria ci aspettano a braccia aperte. Ve lo garantiamo noi, che siamo i genitori di Chicco. Perché per lui, come per tutti i bambini non nati, valgono queste parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

Fabrizia Perrachon con il marito Dario

P.S.: per chi desidera, è possibile rivedere la puntata a questo link

Ne approfittiamo per rivolgere a Lucia, Giuseppe, Milly e a tutto lo staff di “Finalmente domenica” il nostro grazie più grande e sincero; sia per averci ospitati con professionalità ed empatia straordinarie ma soprattutto per aver accolto il messaggio del Chicco, che lega indissolubilmente Cielo e terra nell’abbraccio eterno del Padre.

Una Tradizionale Pratica Africana da Importare

Pochi giorni fa mi sono incontrato con un sacerdote africano per organizzare, insieme alla parrocchia che lui gestisce, il ritiro dei ragazzi che si preparano alla Cresima e che unirà più zone pastorali.

Un’usanza africana sorprendente

Durante la chiacchierata su cosa dire ai genitori riguardo alla scelta dei padrini e delle madrine, ho piacevolmente scoperto questo: in quasi tutta l’Africa, una coppia di sposi accompagna un ragazzo o una ragazza dal Battesimo fino al matrimonio, Cresima compresa. Marito e moglie diventano padrino e madrina per tutta la vita di questo giovane e per tutti i Sacramenti.

Una proposta da considerare

Subito ho pensato: “Perché una cosa così bella non viene fatta anche da noi?”. So che questi articoli sono letti anche da sacerdoti, catechisti, collaboratori della Pastorale della Famiglia e altri operatori pastorali. Credo sia importante prendere in considerazione questa tipologia di accompagnamento cristiano, che non solo è innovativa, ma anche profondamente sensata.

Possibili obiezioni e difficoltà

Immagino già alcune obiezioni: “Ma le coppie oggi sono già piene d’impegni” o “Non è facile trovare sposi disponibili”, oppure è possibile che, per motivi di lavoro, sia necessario andare a vivere lontano e così non riuscire più ad avere un contatto diretto con il giovane per anni. Certamente possono nascere delle difficoltà; tuttavia, credo che se presentiamo quest’opportunità come una missione significativa e arricchente, molte coppie potrebbero rispondere con generosità.

Oltre il semplice rito formale

Troppo spesso il compito di padrini e madrine è relegato a un semplice rito formale, limitato a presenziare durante la celebrazione dei Sacramenti, e per ogni Sacramento vengono generalmente scelte persone differenti. Quanto sarebbe rilevante per un giovane poter contare su una coppia di riferimento che conosce la sua storia personale e spirituale fin dall’infanzia!

Un legame che sostiene la crescita

Questo legame può offrire una guida concreta nelle scelte importanti della vita, come quella della vocazione, la preparazione al matrimonio o la gestione delle difficoltà quotidiane: è una testimonianza preziosa di fedeltà, stabilità e amore cristiano. Penso al potenziale di crescita spirituale di un ragazzo o di una ragazza che riceve, anno dopo anno, il sostegno costante di due persone che vivono il Sacramento del matrimonio come una vocazione autentica.

Un punto di riferimento stabile

Non solo: il bambino, crescendo, avrà – in aggiunta ai genitori – una figura di riferimento maschile o femminile in base alla necessità, una sorta di angeli custodi che, a differenza dei nonni, hanno il vantaggio di appartenere a una generazione più vicina. Ovviamente i genitori rimangono i primi educatori, però è anche vero che con loro non è sempre facile affrontare alcuni argomenti delicati. Una coppia amica che ti invita a casa sua per parlare e che ha già vissuto quell’esperienza sulla propria pelle può fare la differenza.

La fede vissuta nella quotidianità

Inoltre, quanti genitori mandano i ragazzi al catechismo più per tradizione che per fede? Li accompagnano alla Messa e poi li vengono a riprendere appena finita, senza stare con loro, dimostrando così che per loro non ha valore. Invece, se una coppia di sposi sceglie di seguire un giovane, sicuramente lo fa perché ne comprende il valore. Questo cammino diventa un modo per approfondire la propria fede, condividere l’esperienza dell’amore coniugale, prendersi cura di un’altra persona: una sorta di “adozione spirituale”.

Un’opportunità di crescita per tutti

Tale servizio, vissuto con gioia e responsabilità, potrebbe rafforzare il loro stesso matrimonio, rendendolo una testimonianza viva per gli altri fedeli. Questa pratica africana ha anche il pregio di rendere evidente il ruolo fondamentale degli sposi nella trasmissione della fede.

Un segno tangibile della presenza di Dio

In un contesto culturale in cui la fede rischia di essere percepita come qualcosa di isolato e individuale, e con grandi sfide educative e spirituali, un accompagnamento costante e di qualità rappresenterebbe un segno tangibile della presenza di Dio nella vita delle persone e potrebbe portare frutti straordinari nelle nostre parrocchie.

Ettore Leandri

Gli sposi portano la buona notizia

Sal 21 (22) Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva  per sempre! Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. Lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».

Sapete come inizia questo Salmo, e sapete quale uomo famoso lo ha recitato/pregato poco prima di spirare?

L’inizio (dopo il titolo che fa da primo versetto) è questo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, non vi ricorda nessuna scena? Certamente avrete già intuito che il tizio famoso della domanda precedente è nientemeno che il Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce. Come può accadere che un uomo reciti una preghiera che parla di un futuro raggiante e pieno di speranza certa anche se sa di morire da lì a poco?

Ovviamente per rispondere non ci si può trincerare dietro al fatto che quell’uomo fosse il Figlio di Dio e che quindi per Lui tutto risultasse più facile… non è per niente vero poiché la natura umana (tranne il peccato) è stata assunta in pieno e quindi ha dovuto fidarsi del Padre, il Padre Suo.

Ed è proprio su questo punto che vorremmo proporvi di riflettere: come è possibile per noi sposi, credere in un futuro prospero quando intorno a noi il mondo sembra vincere sulla cristianità?

La risposta la troviamo nell’ultima frase del Salmo : al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!». Questa frase è perfetta in bocca a Gesù poiché è Lui stesso quell’opera del Signore, è l’opera della Redenzione. E’ proprio quest’opera il motivo della nostra speranza in un futuro buono per le generazioni a venire. Non c’è notizia più sconvolgente, più dirompente e più urgente di questa:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Gv 3,16-17)

Noi sposi siamo sacramento vivente e perenne di questa notizia sconvolgente, ed essa non è la notiziona del secolo, ma è la notizia dell’Universo, la notizia delle notizie. Noi sposi diveniamo questa notizia vivente poiché il vincolo che ci lega è sacro, in quanto non è solo un vincolo d’amore benedetto da Dio, ma il vincolo è Gesù Cristo stesso.

Coraggio allora, sposi, non stanchiamoci mai di gridare questa notizia al mondo, in primis al nostro coniuge, poi alle generazioni future (i nostri figli) e poi a tutti gli altri. Il mondo sta aspettando questa notizia delle notizie. La nostra stessa vita sponsale è come un’impronta nel tempo del passaggio di Dio in questo secolo.

Giorgio e Valentina.

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa

Un’immagine bellissima. Giardino chiuso tu sei, sorella mia. Cosa vuol dire? In queste parole c’è tutta la potenza di un eros casto. Due parole che sembrano un ossimoro, ma che esprimono la verità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa; giardino chiuso, fontana sigillata! I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, fiori di cipro e di nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con tutte le specie di alberi da incenso, mirra e aloe, con i più preziosi balsami. Fontana che irrora i giardini, sorgente d’acqua viva, ruscelli che scendono dal Libano.

L’amata

Déstati, vento del nord; vieni vento del sud; soffia sul mio giardino, si spandano i suoi profumi. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

L’amato

Sono entrato nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte.

Il coro

Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.

Il Giardino dell’Amore: Un Luogo Sacro

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’amplesso fisico. San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale autentico si esprime e si realizza nella donazione totale e reciproca dei coniugi”.

Il Re e la Chiave del Giardino

Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

È bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perché loro hanno un cuore puro e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. È solo per il re.

Il Re e l’Amore Autentico

Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre.

La Gioia Piena dell’Amore Coniugale

Un amore impegnativo, che costa fatica. Nel giardino, però, il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono alle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perché vuole possedere la sposa, ma perché vuole darsi totalmente a lei. Papa Benedetto XVI scriveva in Deus Caritas Est: “L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni”.

L’Importanza della Castità

Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale, ma vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. San Giovanni Paolo II diceva: “La castità non è il rifiuto della sessualità, ma il suo fuoco autentico”.

La Cura del Giardino dell’Amore

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo).

Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come un ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come un re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza!

Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma di amare la propria sposa.

Nei prossimi capitoli andremo ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

Siamo di Cristo come battezzati e come sposi!

Cari sposi, sono già passati 40 giorni dopo il Natale ed oggi celebriamo una festa che ancora una volta ci fa vivere in “sincronia” con il Signore. Difatti, come tutte le madri, anche Maria, dopo 40 giorni dal parto, obbedisce alla legge mosaica che imponeva un rito di puri­ficazione. Un’usanza, questa, che va collegata alla mentalità di allora, secondo cui, la donna, a causa della maternità, era impedita fisicamente di accedere al culto e da qui la necessità di una mikveh o purificazione.

Ma, oltre a ciò, nel caso di una neomamma di un primogenito, era previsto anche un’altra celebrazione, il Pidyon haben, secondo cui il primo figlio maschio, quale primizia della famiglia, veniva offerto al Signore perché fosse consacrato a Lui e votato al Suo culto. Come non vedere in tutto ciò una prefigurazione del Battesimo che il Signore avrebbe introdotto con la Sua vita!

Anche noi, analogamente a Gesù, siamo stati consacrati al Signore quando il ministro ha detto su di noi: “Dio onnipotente, […] vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, (vostro figlio/a) sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna” (Rito del Battesimo, 118).

Ma che significato ha la consacrazione? Tanto quella di Gesù come quella nostra battesimale? Magari una benedizioncina? Un solenne buon auspicio? Piuttosto, consacrare porta con sé un senso grandioso ed imponente, secondo quanto ci spiega Papa Benedetto: “Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente” (Omelia del Giovedì Santo, 9 aprile 2009).

Che bello! Siamo di Cristo! Gli apparteniamo e non siamo più del mondo, cioè non pensiamo, vogliamo, desideriamo quello che la mentalità comune ci presenta come il massimo della vita e non lo è. Scelte difficili dal momento che in questo mondo ci stiamo “in ammollo” e i suoi criteri, stili e idee ci entrano per osmosi anche se non lo vogliamo o non ne siamo del tutto consapevoli.

E ora passiamo a voi sposi. In effetti, nel celebrare il vostro matrimonio sicuramente ricorderete il momento in cui il celebrante ha detto: “Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità. Voi siete già consacrati mediante il Battesimo” (Rito del matrimonio, 66).

Siete arrivati al matrimonio come figli amati, consacrati personalmente a Cristo – e magari non ne eravate consapevoli -, quindi con il dono di essere liberi di amare, di poter donarvi totalmente. Questo dono l’avete condiviso reciprocamente con la nuova grazia del matrimonio e così siete in grado, non per un merito personale o per essere particolarmente intelligenti, di amarvi fino in fondo.

Essere consacrati a Dio ed aver poi consacrato a Lui il vostro amore significa che riconoscete di essere un dono reciproco e che la vostra stessa relazione è un dono, sebbene sia nata da una scelta volontaria. Nulla a che vedere con la visione, così in voga, che il matrimonio funziona solo se trovi quell’incastro magico, quel compromesso di libertà e quell’accordo tra diritti e doveri et voilà eccovi felici e contenti…

Siete un dono da donare e il vostro amore sta in piedi anzitutto perché c’è Uno che ci ha messo tutto il suo Sangue perché fosse così.

Nella scena appaiono anche due venerandi anziani, Simeone ed Anna, persone dedite oramai unicamente alla preghiera ed al digiuno. Che c’entrano con voi? In effetti molto perché loro due, proprio in virtù di quell’atteggiamento, sono aperti e disposti ad accogliere il dono del Messia. Analogamente voi sposi, dopo aver ricevuto il dono nella consacrazione, non potete dare tutto il frutto che esso contiene senza preghiera e digiuno.

Gesù oggi è proclamato “luce delle genti”, cioè di tutti i lontani, coloro che non sanno cosa sia veramente l’amore. Ebbene, voi sposi, pur con i limiti umani, potete, anzi di fatto già lo fate, essere un riflesso di quella luce di cui il mondo, tutti in verità, abbiamo un grande bisogno.

ANTONIO E LUISA

“L’amore vero comincia quando non ci si aspetta nulla in cambio.” (Antoine de Saint-Exupéry). Padre Luca ce lo ha ricordato con forza: siamo consacrati. Il Battesimo ci ha sigillati in Cristo, ma il matrimonio ci lega ancora di più, non solo tra noi, ma a Dio stesso. Questo significa che il nostro amore non è solo nostro: è Suo, è un riflesso della Sua luce nel mondo. Ogni carezza che consola, ogni servizio donato senza riserve, ogni perdono offerto senza calcoli è Dio che si rende presente attraverso di noi. Non amiamo per essere ricambiati, ma perché il nostro amore è già una risposta al Suo. E così, ogni coppia che si abbandona a Lui diventa un piccolo segno di speranza, una scintilla di eternità in un mondo che ha sete di luce.

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Bentornato amore mio: quando a far notizia è una riconciliazione

Per una volta tanto (e grazie al Cielo!) a far notizia è una riconciliazione: stiamo parlando di quella tra Álvaro Morata e Alice Campello. Il 12 agosto 2024 i coniugi avevano spiazzato tutti annunciando la separazione; a distanza di neanche sei mesi tornano a far parlare di loro, in questi giorni, per la riconciliazione.

È una notizia bella non solo – ovviamente – per i protagonisti ma anche per noi perché rompe gli schemi di un gossip troppo spesso malato, che sembra compiaciuto e compiacente quando ci si lascia. Quanti titoloni urlano “separazione vip”, “altra coppia scoppiata”, “sono in crisi”, ecc … Quand’anche, peggio del peggio, a fine anno ogni anno compaiono articoli esplicitamente dedicati alle coppie che si sono lasciate nel corso dei trecentosessantacinque giorni appena trascorsi. Come se separarsi fosse il pegno da pagare per ambire alle vette dell’olimpo vip, precipitando poi  nell’inferno spirituale. Come se uno da una parte e uno dall’altra fosse naturale, quasi scontato. Perché se si sta insieme che notizia è. Assurdo, orribile, tremendo. Eppure queste vicende fanno il botto di audience. Dovremmo farci tante domande. Però oggi non parleremo di buio ma di luce.

Il capitano della nazionale spagnola, nonché attaccante del Milan, e l’imprenditrice e influencer veneta sono “tornati insieme”, hanno avuto il cosiddetto “ritorno di fiamma”, si stanno dando “la seconda possibilità”. Queste sono le espressioni che si leggono ovunque e talvolta fanno sorridere: stiamo parlando di ragazzini poco più che adolescenti, alle prime esperienze amorose, o di coniugi – tra l’altro sposatisi in chiesa – e genitori?

Personalmente preferisco parlare di riconciliazione, termine che deriva dal latino re-conciliare ossia tornare in armonia, riunirsi. Álvaro e Alice si sono ritrovati. E, come loro, tante altre coppie. Notizie che scardinano la perversa macchina trash ma che allargano i cuori di tanti. Di tanti uomini, donne, famiglie, figli. Notizie che, sicuramente, allargano anche il cuore del Padre, quel Dio così buono e innamorato di noi da aver creato e pensato al sacramento del matrimonio.

Mi piace pensare che, quando una coppia si ritrova, in Cielo ci sia festa esattamente come per il ritorno del figliol prodigo. Questo Padre che non molla un istante i suoi figli, che li lascia liberi di fare le proprie scelte – anche quelle sbagliate – affinché se ne rendano conto. E possano tornare, convinti e maturi, sui propri passi. Tornare da Lui, pentiti. E accettare di tuffarsi ancora in quell’abbraccio che ama e perdona. E fa festa.

La coppia che spreca, o rischia di sprecare, la Grazia dell’unione benedetta ma che poi ritorna. Non è un banale “ritorno di fiamma” ma il rimpatrio nell’amore vero: quello di Dio, prim’ancora che quello umano. È il rientro nella potenza di un sacramento che ci avvolge e sovrasta, più celeste che terreno. È il bene che trionfa, che si accorge delle leggerezze, degli egoismi, degli errori e ragiona, con la testa e con il cuore. Tornando a brillare, in un’alba nuova. Per amore e con amore. Nel noi sponsale e nei figli.

Álvaro e Alice non sono i soli: moltissime coppie, dicevamo poche righe più su, si ritrovano. E ripartono, più forti di prima. Non perché siano super eroi, finti e costruiti come quelli della Marvel, ma uomini e donne in carne e ossa che hanno sofferto, e tanto, procurandosi ferite e cicatrici. Però, come dice una frase stupenda: “Il cuore non è di chi lo rompe ma di chi lo ripara. Per questo il nostro cuore appartiene a Dio”. Tutto sta nel riconoscersi piccoli, con difetti e carenze, ma figli del Padre dell’Amore. Non di quello patinato, erotizzato, commercializzato o quant’altro ma di quello vero, autentico, quotidiano. Fatto di sorrisi e di lacrime, di gioie e di fatiche e, soprattutto, della benedizione che il Padre dona nello scambio delle promesse.

Il matrimonio è un sacramento, l’unico che viene amministrato alla coppia, non ai singoli. E che in quel sacramento trova senso, rifugio, riparo, roccia e ragione d’essere. È arrivare impreparati, superbi o superficiali all’altare che fa il danno. Perché, quando infuria la tempesta si scappa o si fa del male all’altro. Se, invece, si è consapevoli che le parole dette quel giorno, davanti al sacerdote, non sono una formula magica o frasette così, dette tanto per far bello un video, ma la salvezza, allora il temporale potrà bagnare ma non marcire.

E l’ombrello della Grazia si aprirà. Bisogna esserne convinti e crederci, coltivando, con coerenza, umiltà e preghiera, il dono ricevuto. Come il fiore più bello mai visto, mai raccolto, mai odorato. Senza cure, muore. Ma se innaffiato, messo in un posto luminoso, al riparo dalle correnti, dal sole cocente e dal freddo, crescerà e darà vita ad altri fiorellini.

Benedette siano tutte le coppie che si ritrovano, mostrando che il sacramento sponsale è più resistente delle burrasche della vita! Che nel loro riconciliarsi, ritrovano Dio accanto a loro. E diventano testimoni del “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 13).

Fabrizia Perrachon

Cari genitori, volete che i vostri figli completino l’iniziazione?

L’articolo di oggi (che segue i precedenti) è una “cerniera” con l’intento di chiudere le riflessioni mistagogiche battesimali ma anche di aprirne altre sull’accompagnamento dei cresimandi. Mi scuso se queste considerazioni potrebbero sembrarci molto teoriche e poco interessanti per il vivere concreto. Sono convinto che riflettere sulle nostre azioni sia un investire a vantaggio di future riformulazioni delle prassi quotidiani ed ecclesiali che avverranno però ancor prima nella nostra mente. Tra teoria e prassi c’è un circolo virtuoso. A maggior ragione se si tratta di quelle parole e quei gesti che riguardano i “punti (Luce) di incontro con Dio”.

La separazione tra battesimo e cresima nella prassi pastorale

La prassi pastorale attorno ai sacramenti del battesimo e della confermazione (da qui IC) ci ha abituato involontariamente a considerarli due realtà diverse, distinte e separate, senza continuità. Il popolo di Dio si è formato una serie di idee “separazioniste”.

Le idee sul battesimo

Tra quelle riferite al battesimo sicuramente ci sono: la necessità di battezzare i bambini nei primi mesi di vita, la sua importanza per “cancellare il peccato originale”, la preparazione catechetica alla famiglia del battezzando, la pastorale battesimale da 0 a 6 anni.

Le idee sulla cresima

Tra quelle della confermazione ci sono: il significato di confermare la fede personale, la necessità per sposarsi in chiesa, il padrino scelto dal cresimando tra i suoi amici e meglio ancora se un familiare, il catechismo esperienziale. Ci sono tante altre convinzioni che variano da comunità a comunità, da persona a persona, e si trasmettono di situazioni in situazioni.

L’importanza dell’unitarietà dell’Iniziazione cristiana

Volendo individuarne una, che è necessaria e allo stesso tempo poco presente nel patrimonio popolare della fede sacramentale, mi riferisco alla cosiddetta unitarietà dell’Iniziazione cristiana in vista dell’Eucaristia. Non spaventiamoci della parolona! Si tratta cioè di considerare innanzitutto i due sacramenti nel loro quadro generale, nell’insieme, prima ancora del loro specifico spirituale e pastorale, e poi si tratta di tenere a cuore il loro scopo ultimo dell’Eucaristia importante per la costruzione familiare della Chiesa ma ancor prima del primato della singola persona.

Riflessioni sul concetto di persona

Per le considerazioni che seguono mi rifaccio in linea generale a G. Busca, attuale vescovo di Mantova, che qualche anno fa ha scritto un bel libro La riconciliazione «sorella del battesimo». Come vivi tornati dai morti, Lipa, Roma 2011.

La persona e la relazione

Chi è la persona? La persona è “ciò che ha il volto rivolto a qualcuno”. Per diventare persona è necessaria la relazione con l’alterità, non si può vivere come un’isola. Per cui è l’intera vita il luogo nel quale si diventa persona, servono tutte le fasi dell’esistenza, le infinite circostanze, servono incontri personali e personalizzati, la prossimità con tutte le continue sfide e fragilità.

La formazione della persona nel cristianesimo

Se la modernità suggerisce di formare la persona secondo il metodo dell’io – scienze umane e antropologiche concentrate sull’analisi dell’io – il cristianesimo sin dall’inizio del suo accadimento ha pensato di formarla con l’Alterità di Dio: Cristo svela l’uomo all’uomo. Il Volto di Cristo è il volto dell’uomo nuovo. La Sua Chiesa diventa perciò lo “spazio” educativo divino-umano animato dallo Spirito che mediante l’Iniziazione Cristiana plasma la persona secondo la forma di Cristo. A maggior ragione questo compito educativo spetta alla chiesa domestica. Solo lei potrà mettere insieme la singola persona in tutte le sue peculiarità e le esigenze evangeliche del Regno, solo lei potrà guardare la prole con gli occhi di Cristo e Cristo presente negli occhi della prole, solo lei potrà decidere quale intervento più educativo nel cantiere artigianale della formazione.

Il ministero coniugale e i sacramenti dell’iniziazione

Il ministero coniugale dovrà mettere a fuoco l’unitarietà e la distinzione dei rispettivi sacramenti dell’iniziazione: il battesimo dona l’immagine di Cristo a cui la cresima offre la grazia per la somiglianza in vista del bacio nuziale – e i due saranno una carne sola – dell’Eucaristia.

Il battesimo

Il battesimo dona l’essere creatura nuova in Cristo. Con il battesimo siamo con-morti, con-sepolti, con-risorti insieme a Cristo. Il battesimo è una piccola risurrezione dell’uomo vecchio, di quello che è chiuso a Dio, le cui componenti sono frammentate e disordinate. Con il battesimo la persona riceve una struttura d’essere nuova. È innestata in Cristo per ricevere un’identità relazionale come dice san Paolo: «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

L’identità relazionale

Papa Benedetto XVI commentando questo versetto ci aiuta a scoprire il significato di “identità relazionale” quando disse: «Il mio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande nel quale il mio io c’è di nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo». Nel battesimo è data l’immagine come forza iniziale infusa da Dio di cui l’uomo potrà disporre per la sua vita e la sua attività creatrice, eppure invoca un perfezionamento per concretizzarsi quotidianamente.

La cresima

La cresima fa crescere nella somiglianza a Cristo. «La cresima pone il suo sigillo al battesimo con quell’unzione invisibile in cui lo Spirito Santo è presente in persona e si unisce a ciascun battezzato in maniera del tutto personale e unica diventando il co-soggetto della vita in Cristo».

La somiglianza come cammino

La somiglianza è il dato-da-compiere. Al dono del battesimo si “aggiunge” quello crismale affinché l’esistenza cristiana sia un cammino di somiglianza all’immagine restaurata in Cristo. Un secondo dono da parte di Dio, quello dello Spirito, e il medesimo compito da parte del battezzato, quello di vivere come creatura in Cristo. Dio nel cammino della persona per diventare cristiana dona l’unzione crismale quale pegno dello Spirito, quale garanzia per realizzare pienamente il suo essere nuova creatura in Cristo.

L’Eucaristia

Unione e trasformazione in Cristo

L’Eucaristia: uniti e trasformati in Cristo. S. Ambrogio commentando il libro biblico del Cantico dei Cantici paragona i due sacramenti dell’iniziazione all’innamoramento dell’anima, o del fidanzamento tra Cristo e l’anima dell’uomo. Nel bagno battesimale l’anima è ripulita, nell’unzione crismale l’anima è adornata con il profumo dello Spirito. Questa preparazione tende alle nozze eucaristiche quando la Sposa sarà introdotta nella stanza nuziale per ricevere il bacio dello Sposo. Quando Cristo introduce alla sua mensa eucaristica e dona da mangiare il proprio corpo trasforma interamente il battezzato in un’anima ecclesiale.

Trasformazione continua

L’Eucaristia celebrata ogni domenica come Pasqua del Signore ci fa diventare come Lui, vuole farci diventare alter Christus per fare della nostra esistenza una caro con Lui.

Un invito alla chiesa domestica

Carissima chiesa domestica, perché vuoi che i tuoi figli completino l’iniziazione? Per togliersi un pensiero, per sposarsi, per farli crescere, perché professino la loro fede, per avvicinarsi alla comunità cristiana, per rispondere alla vocazione, per essere testimoni di Cristo, per diventare soldati di Cristo …? Queste e tutte le altre possibili risposte potranno mai trasmettere il Grande Mistero simbolico nuziale dell’Iniziazione Cristiana? Potrà sopperirvi la testimonianza nuziale della chiesa domestica!

Don Antonio Marotta

Quando i sogni son ben più che desideri

“I sogni son desideri di felicità. Nel sonno non hai pensieri ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà! Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà”. Questo il testo della colonna sonora del film d’animazione “Cenerentola” del 1950. Canzone che ha fatto sognare intere generazioni di bambine e ragazzine (e non solo!), entrata a pieno titolo anche nel patrimonio culturale italiano.

Una riflessione sui sogni, sui loro significati e costrutti ci tratterrebbe per settimane. Nella storia dell’uomo si è detto, scritto, letto e studiato tantissimo a tal proposito. Ricordiamo per esempio, il magistrale dramma filosofico-teologico “La vita è sogno” di Pedro Calderón della Barca. Un altro esempio è il testo poetico “Ultimo sogno” di Giovanni Pascoli.

Anche nella Bibbia i sogni rivestono un ruolo importantissimo. Pensiamo a Giuseppe, figlio di Giacobbe. Egli conquista la fiducia del faraone avendo ricevuto in dono da Dio la capacità d’interpretarli. E, ancora prima di lui, lo stesso Giacobbe che sogna la scala da cui salgono e scendono gli angeli. Non si possono non citare i sogni attraverso cui Dio si manifesta a (San) Giuseppe. Questi sogni guidano Giuseppe nelle scelte più importanti della sua vita. Esse vanno dall’accettazione di Maria alla fuga in Egitto. La dimensione onirica, dunque, non solo fa parte della natura umana ma la completa, la caratterizza, la plasma, la indirizza. Non solamente come elaborazione di fatti già avvenuti ma come una guida, attenta e premurosa, che aiuta a compiere scelte precise. Guida che risponde al nome di Dio. Che comunica, parla, si manifesta nel “mondo parallelo” del sogno.

Per il santo che festeggeremo domani, 31 gennaio, i sogni hanno avuto un ruolo centrale non soltanto nella sua propria esistenza ma in quella di tutte le persone che ne sono entrate (e ne entrano tutt’ora) in contatto: San Giovanni Bosco. Fin dal famosissimo sogno dei nove anni, avvenuto nel 1894, Giovannino capisce che il Signore ha una missione grande da affidargli, umanamente impossibile persino da immaginare. Che cosa può capire un bambino del piano rivoluzionario per la gioventù di tutto il mondo? Eppure è proprio attraverso questa modalità che il Signore dispiega la Sua volontà. Non solo su di lui ma su ciascuno di noi.

Leggiamo la descrizione che ne fece proprio Don Bosco: “All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici» […] Quasi senza sapere che dicessi, soggiunsi: «Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?». «Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza» […]  «Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?». «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.» […] In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano […] A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi: «A suo tempo tutto comprenderai».

I sogni, dunque, possono essere ben più che desideri! Sono la parte più intima, nascosta e indifesa di noi nella quale il Signore, con delicatezza ma altrettanta decisione, decide a volte di entrare per aiutarci, guidarci, indirizzarci, sorreggerci, rivelarsi. In questo modo l’onirico non è solo più un occulto da indagare con prepotenza e arroganza ma un terreno fertile nel quale crescere: nell’interezza della nostra persona e nelle nostre relazioni. Il sogno, dunque, diventa il “luogo altro” in cui poter incontrare il Cielo, essere arricchiti di preziosi consigli, ricevere la propria missione. Qualunque sia il nostro sogno (per la coppia, il matrimonio, i figli, la famiglia ecc…) mettiamo tutto nelle mani di Gesù e di Maria Ausiliatrice, come avrebbe detto Don Bosco. Allora sognare non sarà solo più un’evasione estetica ma una meravigliosa epifania del divino che ci attende. Anche nella notte, sotto le stelle.

Fabrizia Perrachon