Gelosia nuziale

Cari sposi, uno dei brani di musica classica che preferiva mio papà era il “Dies Irae” di Giuseppe Verdi, tratto dalla sua Messa da Requiem, composta in occasione della morte dell’amico Alessandro Manzoni. Chi l’ha ascoltata non può sobbalzare nell’udire la descrizione uditiva del Giorno del Giudizio Universale con immagini potenti, la tromba che risveglia i morti, la natura stupita e la resurrezione delle creature per rispondere al giudice, mentre il libro della vita svela ogni peccato e nulla resterà impunito.

Leggere la Liturgia odierna e in particolare il Vangelo ci riporta un po’ a questo clima drammatico di sapersi destinati a un giudizio che metterà in luce ogni momento e ogni atto della nostra vita. Ma la figura di Giovanni il Battista, con il suo tono sferzante e sfidante, può sembrare forse stridente con il clima un tanto “sdolcinato” del Natale.

È allora l’occasione per capire meglio cosa si intende per “ira di Dio”. Sappiamo che l’ira di Dio non va intesa come uno sfogo irrazionale e passionale di vendetta o collera emotiva, come ahimé accade a noi quando arriviamo al limite. Ricordiamo cosa dice il Catechismo al riguardo, cioè che Dio non è “adirato” come l’uomo, perché “attribuire a Dio emozioni come la collera non significa che Dio provi tali sentimenti, ma che la sua giustizia rifiuta il male” (CCC 370; cfr. CCC 211, 277).

Quindi l’ira va capita come una manifestazione della Sua santità e giustizia intrinseca in risposta al peccato di ogni persona. Se vedessimo un figlio piccolo azzannato da un cane, come sarebbe la nostra reazione? D’istinto, avremmo una risposta energica davanti a un pericolo imminente: tale è l’ira di Dio, cioè la Sua radicale ripugnanza e opposizione verso tutto ciò che è peccato e ingiustizia.

Ecco come Benedetto XVI chiarisce spesso il significato dell’“ira” biblica: l’ira di Dio è la reazione della sua santità contro il male… non è un sentimento, ma la giustizia che si oppone all’ingiustizia (Udienza generale, 9 maggio 2012). In questo senso, Giovanni Battista, rivolgendosi ai Farisei e Sadducei, li mette in guardia contro il Giudizio che Dio sta per eseguire, invitando a una pronta conversione e a frutti degni di penitenza per sfuggirvi (Mt 3,8).

È molto interessante notare che l’ira di Dio ha un legame con la gelosia di Dio nel vedere che il suo popolo si allontana dall’Alleanza. Tale è senso ultimo degli avvertimenti di Giovanni Battista, il quale, come tanti suoi predecessori, si pensi a Osea, Isaia, Geremia…, hanno utilizzato la metafora sponsale per far comprendere al popolo come la pensa e soprattutto cosa prova Dio nei confronti di Israele: Dio è lo Sposo che ama la Sposa, anche quando questa è infedele e si allontana da Lui. Il peccato della Sposa è causa di profonda “passione” e gelosia nel Cuore divino. In ciò consiste l’ira, come lo sforzo e la volontà di riconquistare ogni persona ad un rapporto di vero amore con Sé.

In questo senso cari sposi, vediamo così l’invito del Battista alla conversione. Non è l’ennesimo dovere che ci autoimponiamo in occasione dell’Avvento, della serie: “stavolta sì che miglioro la mia vita!”. Piuttosto è la naturale conseguenza del sentirmi amato, atteso, voluto, desiderato dallo Sposo Gesù.

L’Avvento per voi sposi può essere l’occasione per cogliere con un accento diverso e più intenso il modo concreto con cui Gesù vi ama e che sia proprio questo a smuovere la vostra volontà e lasciarsi trasformare da Lui. Il Signore è instancabile nell’attendere il nostro “sì”, come ci ricorda Papa Francesco:

E ricordiamoci ancora una cosa: con Gesù la possibilità di ricominciare c’è sempre: mai è troppo tardi, sempre c’è la possibilità di ricominciare. Abbiate coraggio, Lui è vicino a noi e questo è un tempo di conversione. Ognuno può pensare: “Ho questa situazione dentro, questo problema che mi fa vergognare…”. Ma Gesù è accanto a te, ricomincia, sempre c’è la possibilità di fare un passo in più. Egli ci aspetta e non si stanca mai di noi. Mai si stanca! E noi siamo noiosi, ma mai si stanca.

ANTONIO E LUISA

Le parole di don Luca ci ricordano, come sposi, che l’Avvento è un tempo prezioso per rimettere Gesù davvero al centro della nostra vita e del nostro matrimonio. È un invito a tornare alla sorgente, a custodire e approfondire non solo la relazione di coppia, ma prima ancora quella personale con il Signore. Perché solo da un amore ricevuto ogni giorno può nascere un amore donato senza fatica. Quando Cristo non è un dovere ma una presenza viva, anche il donarci l’uno all’altro smette di essere un peso e diventa risposta grata, gioiosa, libera al Suo amore che ci precede e ci sostiene.

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Ma non ti annoi sempre con la stessa donna?

Qualche tempo fa un amico mi ha confidato un episodio che mi ha profondamente colpito. Questo amico fa parte del Rinnovamento nello Spirito, vive la sua fede senza nasconderla, nemmeno sul posto di lavoro. È sposato, ha quasi cinquant’anni, tre figli, e negli ambienti che frequenta viene spesso etichettato come quello “strano”. Strano perché crede, prega, sceglie. Ma anche strano in un modo che attrae: perché porta con sé la luce di una scelta radicale.

Un giorno un collega, suo coetaneo, non sposato, abituato a vivere di relazioni brevi, di avventure e di consumo affettivo, gli si avvicina con una domanda tanto diretta quanto rivelatrice: Ma tu non ti stufi di fare l’amore sempre con la stessa donna? Non è sempre uguale? Non ti stanchi di lei, visto che il tempo non migliora certo il corpo, ma lo rende solo più vecchio e meno attraente?

Ho voluto riportare questa domanda perché, pur nella sua rudezza, è una delle domande più diffuse del nostro tempo. È la domanda di una cultura che riduce l’amore a prestazione, la sessualità a stimolo, il corpo a oggetto. È la domanda di un Io Bambino che cerca il piacere immediato, che teme la frustrazione, che fugge la profondità per non sentire il vuoto. Che non sa entrare in una intimità profonda e autentica.

Rispondere seriamente a questa domanda significa prima di tutto chiarire cosa intendiamo quando diciamo “fare l’amore”. Perché spesso si confonde l’atto sessuale con l’amore stesso. Ma fare l’amore, almeno per me, ad un livello prima ancora che sacramentale, è dare corpo, carne, voce e respiro a ciò che io e mia moglie ci portiamo dentro ogni giorno. È rendere visibile, attraverso il corpo, una comunione che nasce molto prima, nello sguardo, nell’ascolto, nella pazienza, nel perdono, nella scelta quotidiana di restare.

Come potrei stancarmi di questo? Ogni volta è diverso, perché noi siamo diversi. Ogni volta è più vero, perché l’amore nel tempo si purifica, attraversa crisi, si spoglia di illusioni e diventa più essenziale. Non più fondato sull’idealizzazione, ma sulla conoscenza reale dell’altro. Ed è qui che l’Analisi Transazionale ci aiuta a leggere in profondità ciò che accade: si passa dal bisogno infantile di essere appagati al desiderio adulto di donarsi. Dal “prendo per me” al “mi offro a te”.

Nel gesto dell’intimità coniugale entrano anni di storia: entrano le tenerezze e le stanchezze, i litigi e i perdoni, le parole dette e quelle taciute, le paure condivise, le preghiere sussurrate, i figli messi a letto, le mani che si cercano quando tutto pesa. Non entra solo il corpo. Entra tutta la persona. Per questo non è mai uguale. Perché non siamo mai gli stessi.

Il piacere, allora, non è più una semplice reazione chimico-muscolare, una scarica di pochi secondi che poi però lascia spesso il vuoto. Il piacere vero diventa il sentirsi abitati dall’altro. È l’esperienza di essere “a casa” dentro qualcuno. È la gioia profonda di un’unità che non si può comprare, non si può simulare, non si può improvvisare. È un piacere più lento, più pieno, più spirituale perché è anche psicologico e affettivo.

Resta però l’obiezione finale, la più crudele e la più sincera: Ti piace ancora anche se invecchia? Qui si tocca uno dei grandi misteri dell’amore sponsale. Sì, invecchiamo, tutti e due non solo lei. I corpi cambiano. Le forze diminuiscono. Il tempo lascia i suoi segni. Ma accade qualcosa di sorprendente: gli occhi vedono il cambiamento, il cuore vede la bellezza. E non è una bugia romantica. È una trasformazione dello sguardo.

La Psicologia ci direbbe che ciò che vediamo è sempre filtrato dalla nostra storia emotiva. La Fede ci dice che l’amore vero educa lo sguardo a vedere come Dio vede. Io non vedo solo ciò che mia moglie è ora nel corpo. Io vedo tutto ciò che è stata per me: la ragazza che mi ha scelto, la sposa che mi ha accolto, la compagna che ha sofferto con me, la madre che ha generato la nostra famiglia. Questa immagine interiore non appassisce. Anzi, si approfondisce.

È questo che l’uomo di oggi spesso non comprende: crede che la bellezza sia ciò che stimola, mentre la bellezza più vera è ciò che rimane. È la bellezza che nasce dal legame. È la bellezza che cresce dentro una fedeltà. È la bellezza che solo due sposi possono vedere l’uno dell’altra, perché è fatta di carne, memoria, intimità e alleanza.

E qui ritorna anche la dimensione morale e spirituale: la fedeltà non è una rinuncia al piacere, è la sua trasfigurazione. Non è un limite imposto, ma uno spazio protetto in cui l’amore può diventare pienamente umano. L’uomo che si annoia è spesso un uomo che non ha imparato ad andare in profondità. L’uomo che consuma è un uomo che ha paura di restare. L’uomo che resta, invece, scopre ogni giorno un mistero nuovo.

Per questo, se oggi mi chiedessero se ci si stanca di amare sempre la stessa donna, io risponderei che ci si stanca solo di ciò che non si ama davvero. Io oggi più di ieri non desidero che mia moglie. Nonostante il suo corpo sia oggettivamente invecchiato. L’amore vero, quello che attraversa gli anni, non toglie il desiderio: lo purifica, lo umanizza, lo rende eterno. E forse è proprio questo il miracolo più grande del matrimonio.

Antonio e Luisa

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E se Elodie si fosse accorta di essere preziosa

Episodi come quello che ha coinvolto recentemente Elodie durante un concerto (vai alla notizia), al di là del rumore mediatico e delle opposte tifoserie, toccano corde molto più profonde di una semplice disputa tra libertà. C’è chi ha difeso il diritto dell’artista di mostrarsi come vuole, chi quello del reporter di riprendere ciò che è pubblico. Tutto legittimo, sul piano tecnico. Ma io sento che lì si muoveva qualcosa di più intimo, più fragile, più vero. In quel gesto di indignazione, nato proprio nel momento in cui l’inquadratura ha invaso le parti più intime del corpo, io non riesco a vedere solo rabbia o contraddizione. Io ci leggo un moto dell’anima, un sussulto della coscienza che dice, quasi senza filtri: «Io sono preziosa».

Elodie, come tante persone sotto i riflettori, vive dentro un ruolo. Un ruolo che dà successo, visibilità, potere, consenso. Ma i ruoli – lo sappiamo tutti, anche nella nostra vita quotidiana – possono diventare abiti che stringono. All’inizio proteggono, poi soffocano. Si può essere guardati da milioni di persone e, dentro, sentirsi nudi nel modo sbagliato. Si può essere applauditi e, nello stesso tempo, non sentirsi davvero visti. Per questo io non leggo quella reazione come incoerenza, ma come una crepa nel personaggio, uno spiraglio in cui per un attimo è emersa la persona. Come se, proprio lì, qualcosa dentro avesse detto: non sono solo un corpo da consumare, sono una persona da rispettare.

E allora, con profondo rispetto, nasce una domanda che non vuole essere un’accusa ma una carezza della verità: se davvero una persona sente di essere preziosa, prima o poi nasce anche il desiderio di custodire quella preziosità. Non basta chiederne il riconoscimento quando viene ferita. Custodire significa anche interrogarsi su come ci si offre allo sguardo degli altri. Significa, a volte, scegliere di esporsi meno, di raccontarsi in modo diverso, forse anche di perdere consenso, perdere follower, perdere una parte di successo. Sono scelte che fanno male. Ma spesso sono proprio le scelte che salvano l’anima.

Su questo tema, così delicato e così controcorrente, Papa Francesco ha pronunciato parole di grande luce nell’udienza generale del 18 novembre 2020, ricordando la Beata Karolina Kózka, una ragazza di sedici anni che ha dato la vita pur di non subire una violenza. Disse ai fedeli: «Con il suo esempio, ancora oggi indica, specialmente ai giovani, il valore della purezza, il rispetto per il corpo umano e la dignità della donna».

Karolina, come Maria Goretti, è una testimonianza sconvolgente per la mentalità di oggi. Due ragazze giovanissime che avevano una certezza limpida nel cuore: il loro corpo non era una cosa, era parte di loro stesse. Violare il corpo era violare tutta la persona. E proprio perché si sentivano infinitamente preziose, hanno avuto la forza di dire no anche quando il prezzo era la vita. Non erano moraliste. Erano innamorate della propria dignità.

Oggi, molte ferite nascono proprio da qui: il corpo viene spesso usato come moneta di scambio per ottenere attenzione, visibilità, amore, approvazione. Si pensa: Mi mostro, così valgo. Ma è una bugia sottile e crudele. Perché, alla lunga, questo uso del corpo lascia solchi profondi nell’anima. Illude di dare potere, e invece toglie libertà. Illude di dare amore, e spesso lascia solitudine. Per questo dovremmo aiutare i nostri figli – e anche noi adulti – a riscoprire la bellezza del pudore e della castità.

Il pudore non è vergogna. Il pudore è amore per il proprio mistero. È dire: io non sono tutto per tutti. È protezione della propria intimità, che non è qualcosa da esibire, ma da donare. Solo a chi è disposto a camminare con me per la vita. Avere pudore significa sapere quanto si vale. Significa trattarsi con rispetto prima ancora di chiederlo agli altri.

La castità, poi, non è una negazione del corpo, ma la sua verità più alta. È custodire il linguaggio potente dei gesti, perché dicano davvero ciò che il cuore vuole dire. Perché il corpo parla. Nel sesso il corpo dice: sono tuo, tu sei mia, siamo una cosa sola. Ma queste parole sono vere solo quando il cuore è disposto a dirle per sempre. Altrimenti restano gesti che promettono ciò che la vita non mantiene.

Per questo Papa Francesco ci richiama con tanta forza a purezza, pudore e castità: non per imporre regole, ma per insegnarci ad amare senza perderci. Senza tradire noi stessi. Senza ridurre il nostro valore allo sguardo degli altri.

E allora, tornando a Elodie, io continuo a leggere in quel suo gesto un segnale buono, fragile e vero insieme. Voglio illudermi che sia così. Come un’anima che, per un attimo, ha detto: io valgo più di così. Se quella crepa nel personaggio diventasse un cammino di custodita verità, anche a costo di perdere qualcosa, sarebbe un gesto di coraggio immenso. Perché la vera libertà non è poter fare tutto. È poter scegliere ciò che salva. È scegliere chi voglio essere. E avere il coraggio di restare fedele a quella scelta.

Antonio e Luisa

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Aspettare il Natale con il coniuge

Aspettare il Santo Natale con la propria moglie o con il proprio marito è un’esperienza che, se vissuta nella fede e con fede, acquista un significato che va ben oltre la semplice preparazione esteriore alle feste. È un tempo di grazia, un cammino interiore che la coppia può percorrere insieme, vivendo l’Avvento non come una stagione qualunque ma come un’occasione preziosa per rinnovare la propria fedeltà, rinsaldare il vincolo sacramentale e riscoprire la bellezza del “noi” davanti al mistero dell’Incarnazione.

Il Natale, infatti, non è soltanto memoria di un evento accaduto duemila anni fa quanto piuttosto sentire la presenza viva di Dio che continua a venire incontro all’uomo, facendosi vicino nella quotidianità degli sposi. Prepararsi insieme significa imparare a riconoscere questa venuta di Cristo nella vita coniugale: nel gesto semplice del condividere un pasto, nel sostegno reciproco quando la stanchezza o le preoccupazioni si fanno sentire, nella preghiera fatta a due, magari la sera, quando il silenzio della casa sembra favorire l’ascolto del cuore.

Ogni momento può diventare attesa, ogni gesto può essere un segno di quell’apertura al Bambino che nasce. Per una coppia cristiana, l’Avvento è anche un invito a purificare lo sguardo. Il mondo circostante tende a ridurre il Natale a un tempo di consumo e di frenesia, ma gli sposi credenti sanno che la vera attesa non si misura dalle decorazioni o dai regali, bensì dalla capacità di farsi accoglienti a Cristo, che viene nella fragilità e nella povertà.

Attendere il Natale con la moglie o con il marito diventa, allora, un allenamento spirituale, come prendersi per mano e decidere insieme di dare priorità alla preghiera, al perdono, alla riconciliazione. E se anche in questo periodo emergessero tensioni o fatiche è proprio nel “qui e adesso” che si può cogliere l’occasione per vivere la carità reciproca, ricordando che il matrimonio è un sacramento che rende presente l’amore di Cristo per la Chiesa.

La figura di Maria, Madre di Dio, illumina questa attesa. Lei, che ha custodito nel suo grembo il Verbo fatto carne, diventa modello di ogni sposa e di ogni coppia cristiana. Guardando a Lei, gli sposi imparano ad accogliere la vita con gratitudine e a dire il loro “sì” a Dio nei momenti semplici della quotidianità.

Ugualmente se guardiamo a San Giuseppe, “uomo giusto” per eccellenza, che ha accolto senza giudicare, diventando autentico sostegno per la nuova famiglia. Aspettare il Natale con il coniuge, dunque, significa anche guidare dallo sguardo amorevole dei Santi Sposi, pregando perché il Bambino che nasce renda la propria casa un luogo di pace e di speranza.

Il giorno di Natale, la coppia può vivere con particolare intensità l’Eucaristia, sapendo che quella mangiatoia in cui giace il Figlio di Dio non è altro che il segno di un amore che si dona completamente. Ed è lo stesso amore che gli sposi sono chiamati a riflettere, l’uno verso l’altro, nella loro vita matrimoniale. La celebrazione liturgica si trasforma così in culmine e un punto di partenza nello stesso momento: la coppia, che ha atteso insieme, riceve ora la gioia di Cristo che viene a rinnovare il legame e a rafforzare la missione di famiglia cristiana nel mondo.

Aspettare il Natale con la moglie o il marito, in questa prospettiva, non è soltanto un tempo di dolcezza domestica o di preparativi familiari. È un itinerario spirituale a due voci, in cui lo sguardo dell’uomo e quello della donna si uniscono per contemplare lo stesso mistero.

È un’occasione per ritrovare la profondità della vita di coppia e riconoscere che, proprio nella fedeltà quotidiana e nella condivisione sincera, si fa spazio a Dio che viene. Natale, allora, non sarà semplicemente un giorno di festa ma autenticamente un Santo Natale, conferma che Cristo continua a nascere nel cuore degli sposi che lo attendono insieme, con fede, speranza e amore. Perché la culla più bella ed accogliente è il noi sponsale, reso nuovo e fecondo dall’amore incarnato, Verbo che salva il mondo

Fabrizia Perrachon

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Il compiacente: non può mai deludere

Iniziamo oggi il percorso attraverso i sei adattamenti di personalità. Qui puoi leggere l’introduzione generale alla serie. Lo faremo con uno sguardo particolare: quello dell’altro, del coniuge, di chi vive accanto a una persona con uno specifico adattamento. Come aiutarlo ad essere più libero e amato nella relazione? In questo primo articolo entreremo nella vita di chi ha sposato un Pleaser, una persona dallo stile compiacente.

Il Compiacente: la persona che vive per non ferire, per non disturbare, per non creare attriti. Quella che, quasi naturalmente, antepone i bisogni dell’altro ai propri.

Se vivi accanto a un partner così, forse ti sei accorto che è una persona dal cuore grande. Intuisce i tuoi stati d’animo, capta le tensioni prima ancora che tu le esprima, cerca di smussare gli angoli, di ricucire ciò che si lacera. È spesso la colonna silenziosa della coppia, quella che mette pace quando l’aria si fa pesante, che abbassa i toni quando tutto sembra pronto a esplodere. Con lui o con lei è facile sentirsi accolti, compresi, sostenuti.

Eppure, proprio dentro questa bontà si nasconde talvolta una fragilità profonda. Non sempre ciò che appare come dono nasce dalla libertà. A volte nasce dalla paura.

Il Compiacente porta dentro una frase antica, impressa senza parole nella propria storia: “Solo se non deludo nessuno, allora sarò amato”. Da bambino ha imparato che per mantenere il legame era necessario essere buono, adattarsi, non creare problemi. Così oggi, nel matrimonio, continua a proteggere la relazione come meglio sa: rinunciando a parti di sé. Dice “va tutto bene” anche quando dentro qualcosa si spezza. Minimizza i propri bisogni. Si scusa facilmente, anche quando non ne avrebbe motivo. Teme il conflitto come se fosse una minaccia alla relazione, non come una possibilità di crescita.

Se lo ami davvero, prima di tutto è importante che tu non patologizzi questo suo modo di essere. La sua sensibilità è un dono. La sua capacità di ascolto è una ricchezza. Il suo desiderio di pace è un carisma prezioso. Dentro c’è un riflesso di quel Cristo mite che non spezza la canna incrinata. Ma il problema nasce quando questa mitezza smette di essere scelta e diventa automatismo. Quando la bontà non è più libertà, ma strategia di sopravvivenza.

C’è un rischio serio: che il tuo partner, a forza di mettere te al centro, perda se stesso. Che costruisca un amore fatto di silenzi invece che di verità. Che confonda il “dare la vita per l’altro” con il “scomparire per l’altro”. E questo, anche sul piano spirituale, non è Vangelo. Dio non ci chiama a svuotarci della nostra identità per essere amati. Non c’è amore vero senza verità. Non c’è comunione quando uno dei due smette di esistere per paura di perdere l’altro.

Dietro molti comportamenti del Pleaser c’è un bisogno antico: essere accolto senza condizioni. Un bambino interiore che ha imparato presto che l’amore si guadagna. Ma l’amore cristiano, quello che fonda il matrimonio, non funziona così. L’amore non si merita: si riceve. È la logica del Padre che corre incontro al figlio, non perché è stato perfetto, ma perché è figlio. Ed è proprio qui che il tuo partner, senza saperlo, sta ancora camminando: nel passaggio dalla paura di non essere amato alla fiducia di esserlo comunque.

Tu, come coniuge, hai un ruolo delicatissimo in questo cammino. Amare un Compiacente non significa solo beneficiarne la dolcezza, ma anche custodire la sua libertà. Significa creare uno spazio sicuro in cui possa esprimersi senza temere di perdere il tuo amore. Per lui o per lei è fondamentale sentire – non una volta, ma nel tempo – che può dire “no” senza che questo rovini la relazione. Che può essere in disaccordo senza essere abbandonato. Che può mostrarsi fragile senza essere sminuito. Che la sua voce pesa quanto la tua.

Attenzione, però, a un rischio sottile: approfittarsi della sua disponibilità senza volerlo. Il fatto che dica sempre sì non significa che lo desideri davvero. A volte dice sì perché ha paura di deludere. E l’amore cristiano non utilizza mai le paure dell’altro per stare comodo. Al contrario, si prende cura proprio di ciò che nell’altro è più vulnerabile.

Se vuoi davvero aiutarlo a crescere, non spingerlo con durezza. Rassicuralo. Sii fermo nella verità, ma tenero nel modo. Incoraggialo a parlare, anche quando temi di sentire cose scomode. Ringrazialo quando esprime un bisogno, non solo quando si adatta. Mostragli con i fatti che non deve guadagnarsi il tuo amore.

Il cammino del Pleaser non è smettere di essere buono, ma imparare a essere buono nella libertà. Come Cristo, che ha amato fino in fondo, ma senza perdere se stesso. E quando questo avviene, anche il vostro amore cambia volto: non è più un amore costruito per paura del conflitto, ma un amore fondato sulla verità. Quella verità che magari fa tremare all’inizio, ma che, alla fine, rende davvero liberi entrambi.

Antonio e Luisa

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Edith, la Lúthien di Tolkien: il cuore cristiano di un amore che sa di eterno

Il 29 novembre 1971 si spegne Edith Mary Tolkien (nata Bratt), moglie del Professore e figura fondamentale non solo nella biografia di Tolkien, ma anche nel cuore stesso della sua mitologia.

Nata a Gloucester il 21 gennaio 1889, Edith venne al mondo fuori dal matrimonio e assunse il cognome della madre, Frances. Questa ferita iniziale segnò profondamente la sua crescita, al punto che per tutta la vita non volle mai rivelare ai suoi figli l’identità del nonno paterno. A soli quattordici anni rimase orfana anche della madre e fu affidata a un convitto femminile vicino Evesham, dove ricevette un’educazione severa ma solida, e dove poté coltivare il suo talento per il pianoforte, la musica e il canto.

Fu proprio questo talento — elegante, delicato, quasi fiabesco — a colpire immediatamente il giovane Ronald Tolkien quando, anni dopo, si ritrovarono a vivere sotto lo stesso tetto nella pensione di Birmingham. Lui era di tre anni più giovane e ancora studente; lei, già segnata dagli urti della vita, sapeva ridere e suonare con una grazia che sembrava venire da un altro mondo.

Da quell’incontro nacque un affetto profondo, spontaneo, destinato però a scontrarsi con le regole e la fermezza del tutore di Tolkien, Padre Francis Morgan, che giudicò la relazione un pericolo per la carriera del ragazzo. Ronald accettò il divieto fino ai suoi ventun anni, vivendo in silenzio una distanza che pesava su entrambi. Edith arrivò persino a fidanzarsi con un altro uomo, ma quando Tolkien raggiunse la maggiore età e finalmente le scrisse, lei ruppe ogni esitazione. Lo scelse. Lo aspettava.

Si sposarono il 22 marzo 1916, poco prima che Tolkien partisse per il fronte della Grande Guerra. Da lì iniziò un cammino insieme durato più di cinquant’anni, attraversato da difficoltà economiche, malattie, traslochi continui, ma anche dall’arrivo dei quattro figli: John, Michael, Christopher e Priscilla. Edith rimase al fianco di Ronald con quella forza silenziosa che non chiede riconoscimenti: quando lui rischiava la vita in trincea, lei vegliava; quando lui costruiva lingue e mondi inesistenti, lei suonava per lui; quando la fama divenne un peso, lei gli offrì riparo nelle mura di casa.

È noto — e non è affatto un romanticismo postumo — che Edith fu l’ispirazione viva di Lúthien Tinúviel, la più bella fra le elfe. Tolkien stesso lo dichiarò più volte. I ricordi familiari la descrivono come una ragazza dai capelli scuri, dagli occhi luminosi e dalla voce melodiosa. Basta guardare la storia di Beren e Lúthien per riconoscere qualcosa del loro amore: la fedeltà nelle prove, la scelta sempre rinnovata, la bellezza che resiste alla sofferenza.

Negli anni della pensione si trasferirono a Bournemouth per vivere più serenamente. Là, il 29 novembre 1971, Edith morì a ottantadue anni. Tolkien ne fu devastato. Nelle lettere al figlio Christopher la chiamò “la mia Lúthien”, con un dolore che si sente respirare tra le righe. Due anni dopo morì anche lui: ora riposano insieme nel cimitero di Wolvercote. Sulla lapide, sotto il nome “Edith Mary Tolkien”, è inciso Lúthien. Sotto “John Ronald Reuel Tolkien”, Beren.

Non è solo poesia: è il riconoscimento definitivo che ciò che lui scrisse sull’amore fra mortale e immortale nacque prima di tutto dalla vita reale, da lei, da loro.

Ricordare il 29 novembre significa ricordare colei che fu non solo moglie, madre e compagna, ma la radice stessa di una delle storie più luminose della Terra di Mezzo. Perché senza Edith, forse Lúthien non avrebbe mai cantato. E senza Lúthien, nemmeno Tolkien.

Il matrimonio cristiano secondo Tolkien

Il matrimonio, nella visione cristiana che Tolkien trasmise ai suoi figli, non è mai un semplice slancio romantico: è una vocazione. Un atto di volontà che coinvolge tutta la persona, corpo e spirito, e che si alimenta attraverso castità, purezza, abnegazione, dono di sé e sacrificio gioioso. Per Tolkien, l’amore vero è una scelta quotidiana: “L’amore è un atto della volontà. Una volontà che decide di amare anche quando la passione non c’è.”

Questa volontà diventa abnegazione: un chinarsi verso l’altro, sostenendolo e proteggendolo. “Il vero amore implica l’abnegazione. Non è possesso, ma dono di sé.”

La purezza, tanto raccomandata ai figli, non è un moralismo ma un terreno fertile di fiducia reciproca: la castità custodisce l’altro come un tesoro, non come un oggetto. È disciplina del cuore, è rispetto. E non esiste amore senza sacrificio: “Non puoi avere la torta e mangiarla. Se vuoi una relazione profonda, devi scegliere di rinunciare a qualcosa per l’altro.”

Un sacrificio che, nella visione cristiana, diventa paradossalmente fonte di gioia, perché in esso si realizza il Vangelo: chi dona sé stesso trova una vita più piena, come il seme che muore porta più frutto. La passione va e viene: la fedeltà, invece, costruisce. “La fedeltà alla parola data è la radice dell’amore vero.”

E questo Tolkien lo comprese fino in fondo, quando scrisse in tarda età: “Ho amato tua madre per tutta la mia vita. Non sempre facilmente, ma sempre sinceramente.” Una frase che racchiude tutto: non l’amore perfetto, ma l’amore fedele; non l’amore senza croce, ma l’amore che nella croce trova la sua gioia.

Daniele Chierico

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Un’elemosina sui generis

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo ​(Disc. 45, 9. 22. 28; PG 36, 634-635. 654. 658-659. 662) Il Verbo stesso di Dio, […] colui che è termine del Padre e sua Parola viene in aiuto alla sua propria immagine e si fa uomo per amore dell’uomo. Assume un corpo per salvare il corpo, e per amore della mia anima accetta di unirsi ad un’anima dotata di umana intelligenza. Così purifica colui al quale si è fatto simile. Ecco perché è divenuto uomo in tutto come noi, tranne che nel peccato. Fu concepito dalla Vergine, già santificata dallo Spirito Santo nell’anima e nel corpo per l’onore del suo Figlio e la gloria della verginità. Dio, in un certo senso, assumendo l’umanità, la completò, quando riunì nella sua persona due realtà distanti fra loro, cioè la natura umana e la natura divina. Questa conferì la divinità e quella la ricevette. Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. E colui che è la totalità si spoglia di sé fino all’annullamento. Si priva, infatti, anche se per breve tempo, della sua gloria, perché io partecipi della sua pienezza. Oh sovrabbondante ricchezza della divina bontà! Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine, e per dare a me, mortale, la sua immortalità. […]

Questo è un estratto dall’Ufficio che la Chiesa ci offre oggi, anche se molto articolato e più lungo desideriamo soffermarci su un paio di espressioni che ci possano aiutare nel cammino matrimoniale.

Come ben sappiamo, il corpo ricopre un ruolo centrale nel cristianesimo, i riferimenti al corpo sono molteplici sia nelle analogie che si trovano all’interno della Bibbia sia nel Catechismo così come nella Tradizione, basti pensare che quando andiamo a ricevere l’Eucarestia il sacerdote ce la presenta con le parole: “Corpo di Cristo”; oppure basti pensare all’analogia della Chiesa come corpo mistico di Cristo, e così via fino alla recente e famosa “Teologia del corpo” di san Giovanni Paolo II.

Vogliamo solo fissare un paio di concetti sui quali offrire spunti di riflessione in questo inizio di Avvento: immagine di Dio ed elemosina di Dio.

San Gregorio Nazianzeno ci esorta così: Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine, e per dare a me, mortale, la sua immortalità. Senza dilungarci troppo ci basti per ora ricordare che ognuno di noi è fatto ad immagine di Dio anche nel corpo, ma siccome la condizione maschile non è abbastanza per rendere l’immagine di Dio, ecco che il Creatore ha voluto donare all’umanità anche il femminile, come a dire che ognuno dei due sessi non basta a sè stesso per manifestare e significare la comunione che c’è in Dio, per raccontare l’amore che scorre all’interno della Trinità non è sufficiente un solo sesso, poiché il maschile necessita di un “alter” a cui donarsi ed il femminile necessita di un “alter” da accogliere, solo in questa meravigliosa differenza si scopre la comunione totale.

E allora il problema dove sta? Sta nella caducità della condizione umana post-peccato originale, sta nella ferita (concupiscenza) che ancora ci vuol piegare al peccato, quella ferita che ci fa tendere ad essere immagine di noi stessi, sciupando, deteriorando, ferendo, disonorando così la “imago Dei” che siamo noi, non solo noi come singole persone, ma ancor di più quella immagine di comunione di cui sopra, l’immagine più palpabile che abbiamo sotto gli occhi che è la coppia di sposi sacramentati.

Coraggio sposi, in questo Avvento riscopriamo il cammino per ritrovare quella “imago Dei” che siamo come sposi, Lui si è reso mortale per dare a noi, anche noi intesi come sposi, la Sua immortalità!

San Gregorio Nazianzeno spiega anche: Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. Cosa interessa al mondo un dio che si fa povero, addirittura un dio che chiede elemosina? Al mondo niente, ma agli sposi cristiani interessa eccome. Spesso sentiamo parlare di vari statagemmi per uscire dall’empasse di coppia, di vari suggerimenti dal taglio psico-relazionale che vogliono invitarci a cambiare stile di relazione, ci sono tanti libri cristiani e tanti bravi esperti nelle varie discipline che c’è solo l’imbarazzo della scelta, sono tutte occasioni di Grazia per far rinascere la coppia, ma se alla base non c’è l’elemosina di cui parla san Gregorio… campa cavallo che l’erba cresce.

Potranno migliorare i nostri rapporti di coppia, la nostra relazione potrà rifiorire, ma avrà poi il sapore di eternità? Per farlo bisogna che noi mettiamo in atto quei comportamenti di rinascita o di rinnovamento avendo nel cuore l’elemosina della propria umanità al Signore, altrimenti resta solo un bell’amore umano, solo orizzontale.

Quando per esempio il marito decide di smetterla di lamentarsi perché in casa non si fa tutto come e quando decide lui, e comincia a chiedere alla moglie cosa fare per renderla felice oggi… è proprio mettendo in atto questo cambiamento radicale che col cuore deve fare quella elemosina di cui sopra. Similmente quando la moglie decide per esempio di accogliere teneramente il marito quando rientra stressato dal lavoro invece che stargli alla larga e salutarlo come si saluta un collega, ecco che nel fare questo deve fare quella elemosina della propria umanità al Signore.

Cari sposi, questo Avvento è un’occasione di Grazie per imparare questa elemosina sui generis, che in realtà, a pensarci bene assomiglia più ad un investimento. Coraggio!

Giorgio e Valentina

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Le grandi acque non possono spegnere l’amore

Nei versetti di oggi leggiamo che l’amore vero attraversa le crisi come un mare aperto: soffre, cammina, si affida a Dio e diventa più forte insieme. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le grandi acque non possono spegnere l’amore,
né i fiumi travolgerlo» (Ct 8,7).

Questa frase del Cantico dei Cantici è una delle dichiarazioni più potenti sull’amore che la Scrittura ci consegna. Non è una frase romantica nel senso superficiale del termine. È una frase drammatica, realistica, incarnata nella vita. L’amata non sta dicendo allo sposo che andrà sempre tutto bene. Sta dicendo qualcosa di molto più vero: verranno le tempeste, verranno le acque, verranno i fiumi impetuosi… ma se l’amore è autentico, nulla potrà spegnerlo.

Qui l’amore smette di essere solo sentimento e diventa scelta, alleanza, fedeltà nella prova. Le “grandi acque” non sono un’immagine poetica astratta. Sono la sofferenza, le crisi, la fatica, le delusioni, le ferite, tutto ciò che prima o poi ogni coppia incontra nel cammino. Non esiste un amore vero che non abbia attraversato le sue acque.

Per il popolo ebraico l’immagine delle grandi acque è fortissima. Il mare era il luogo del caos, del pericolo, della morte. Evocava paura e smarrimento. Le inondazioni distruggono, travolgono, cancellano. Le acque non accarezzano: mettono alla prova. Eppure l’amata dice: neanche questo potrà spegnere l’amore.

Questo significa una cosa sola: l’amore vero non protegge dalla sofferenza, ma protegge nella sofferenza. Non ci evita il dolore, ma ci impedisce di essere schiacciati dal dolore. Quando l’amore è vissuto nel dono, nella fiducia, nella fedeltà reciproca e davanti a Dio, allora anche ciò che ferisce non ha l’ultima parola. Si può soffrire, si può piangere, si può anche vacillare… ma non si crolla dentro. Perché l’amore dà una forza che non viene solo da noi.

L’amore sponsale, in modo particolare, diventa una forza spirituale: dà pace anche nella tempesta, dà direzione quando tutto sembra confuso, dà senso quando la realtà sembra incomprensibile. Non elimina il male, ma lo attraversa.

E qui l’immagine delle grandi acque ci riporta inevitabilmente al Mar Rosso. Il popolo di Israele è davanti al mare. Dietro l’esercito del faraone. Davanti l’impossibile. Tornare indietro significherebbe tornare schiavi. Andare avanti significa attraversare le acque. Dio apre la via, ma la paura resta. Il popolo cammina con il cuore che batte forte, con il terrore negli occhi, con i passi pesanti. Non è stata una passeggiata. È stata una prova di fede.

Dio apre il mare, ma non cammina al posto loro. La fatica di attraversare la devono fare loro. E così è nella vita. Così è nel matrimonio. Così è nell’amore. Ci sono momenti in cui ti trovi davanti a una situazione che ti supera: una malattia, una crisi, una perdita, un tradimento, una ferita profonda, un fallimento che non avevi previsto. Ti senti piccolo. Ti senti senza forze. Vorresti tornare indietro. Vorresti evitare quella strada.

E invece a volte Dio non ci chiede di evitare il mare, ma di attraversarlo. Non perché la sofferenza sia desiderabile. La sofferenza non è mai un bene in sé. Ma perché a volte è inevitabile. E allora la vera libertà non è scegliere se soffrire oppure no, ma scegliere come soffrire. Con chi soffrire. Con quale cuore attraversare quella prova.

Dietro c’è l’Egitto: le sicurezze, le abitudini, le illusioni, le false protezioni, anche quelle dinamiche che sembrano rassicuranti ma in realtà ci tengono prigionieri. Davanti c’è l’ignoto. Ma è un ignoto abitato da Dio. «Il Signore combatteva per Israele» (Es 14,25). Non sempre lo vediamo, ma Lui è lì.

Ogni crisi nella vita di coppia è un Mar Rosso. Può diventare il luogo in cui l’amore si spegne, oppure il luogo in cui l’amore si purifica, si rafforza, si rende adulto. Può renderci più schiavi della paura oppure più liberi. Può farci chiudere oppure aprire a una fiducia più profonda. Nella prova emergono le vere radici dell’amore: se è fondato solo sul bisogno, si spezza; se è fondato sul dono, attraversa.

Il Cantico ci dice una cosa sconvolgente: se scegliamo di attraversare insieme le grandi acque, nulla potrà spegnere quell’amore. Non perché diventiamo invincibili, ma perché diventiamo affidati. Non perché diventiamo forti da soli, ma perché smettiamo di essere soli. Gesù stesso lo conferma: «Nella vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,19). Non nella fuga, non nell’evitamento, ma nel restare, nel camminare, nel fidarsi.

E qui la testimonianza di Chiara Corbella diventa una delle incarnazioni più luminose di questa Parola. Lei ha conosciuto davvero le grandi acque. Ha seppellito due figli. Ha attraversato il dolore più grande che una madre possa vivere. Eppure non si è lasciata travolgere. Ha lasciato il suo Egitto. Ha attraversato il suo mare. Parlando del piccolo Davide, scrive parole che sono un Vangelo vissuto:

«Davide ha abbattuto il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui.
Ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio per noi, perché lui era solo per Dio.
Ha smascherato la fede magica di chi chiede a Dio solo ciò che corrisponde ai propri desideri.
Ha mostrato che Dio fa miracoli, ma non secondo le nostre logiche.
Ha abbattuto l’idea di chi cerca in Dio solo la salvezza del corpo e non quella dell’anima
».

Davide, vissuto pochi minuti, ha attraversato le grandi acque prima ancora di noi. E attraverso di lui Chiara e suo marito hanno imparato che l’amore non è possesso, non è pretesa, non è diritto. È offerta. Le grandi acque non hanno spento il loro amore. Lo hanno reso più nudo, più vero, più consegnato a Dio.

E allora questa Parola oggi parla a noi, alle nostre coppie, alle nostre famiglie. Verranno le acque. Verranno i momenti in cui ti sembrerà di non farcela. Verranno i giorni in cui pensi che l’amore sia finito. Ma se scegli di restare, se scegli di camminare, se scegli di affidarti, scoprirai che l’amore è più forte di quello che ti spaventa. «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). E se è più forte della morte, allora è più forte anche di tutte le acque che incontreremo lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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Qual è la vostra mèta?

Cari sposi, con tanta gioia iniziamo l’Avvento, un tempo forte di grazia perché particolarmente ricco di occasioni spirituali attraverso cui il Signore Gesù offre a noi credenti aiuto, rinnovamento e crescita interiore. Sono solo tre settimane e mezzo e coincide con un periodo altrettanto intenso per svariati altri motivi: i preparativi del Natale con tutte le visite di familiari e parenti; la preoccupazione per le spese più elevate, tra cenoni e regali; poi, per chi ha figli piccoli, le inevitabili scadenze scolastiche quali recite, feste e colloqui con insegnanti; per non parlare dei pranzi o cene aziendali, il tutto in un contesto di giornate brevi, fredde e grigie, a cui si somma il carico emotivo di una festa che non può non far pensare alla nostra famiglia di origine, ai tempi passati e soprattutto a chi non c’è più.

Gesù però ha scelto apposta di nascere nei giorni più bui e oscuri dell’anno, perché Lui è la Luce che sconfigge ogni tenebra. Non dimentichiamo che nel fondo il motivo vero di tanto caos dicembrino è la nascita di Gesù e, se non possiamo fare a meno di correre come tutti attorno a noi, almeno sappiamo per Chi corriamo, corriamo con Gesù e non lo vogliamo dimenticare mai.

Abbiamo un estremo bisogno di ricordare che la storia che viviamo è già compiuta da Cristo. La sua Venuta 2000 anni fa ha cambiato tutto, anche se la percezione che molto probabilmente abbiamo, fortemente influenzata dal laicismo imperante, non ce lo fa assaporare e non ce ne rende consapevoli. La recente festa di Cristo Re ci ha introdotto all’Avvento, rimembrandoci che il mondo, con tutti i suoi avvenimenti, dalla grande cronaca fino a quel fatto che pare insignificante, è sottomesso a Cristo e può portare a Lui. Per questo la Chiesa ha istituito l’Avvento, come un’occasione di renderci consci che la nostra vita non è una giravolta impazzita ma ha una precisa direzione e una mèta finale: l’incontro personale con Cristo Salvatore.

La Liturgia odierna ci mette in guardia da una rischio reale e assai contagioso: la distrazione che prende forme simili nella superficialità o nell’alienazione. Lo fa utilizzando la vicenda di Noè, un patriarca dell’Antico Testamento, il quale riceve la missione di essere strumento di salvezza per gli uomini e gli animali, dinanzi alla minaccia di un imminente diluvio, ma tutti quelli che lo vedevano, non se ne sono curati affatto.

In tal senso, sono molto chiare le parole di Papa Francesco: la Parola di Dio fa risaltare il contrasto tra lo svolgersi normale delle cose, la routine quotidiana, e la venuta improvvisa del Signore. Dice Gesù: «Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti» (vv. 38-39): così dice Gesù. Sempre ci colpisce pensare alle ore che precedono una grande calamità: tutti sono tranquilli, fanno le cose solite senza rendersi conto che la loro vita sta per essere stravolta. Il Vangelo certamente non vuole farci paura, ma aprire il nostro orizzonte alla dimensione ulteriore, più grande, che da una parte relativizza le cose di ogni giorno ma al tempo stesso le rende preziose, decisive. La relazione con il Dio-che-viene-a-visitarci dà a ogni gesto, a ogni cosa una luce diversa, uno spessore, un valore simbolico (Angelus, 27 novembre 2016).

Chi vive alla giornata o affonda le sue certezze sulle cose che lo circondano corre il grave rischio di trovarsi sguarnito e disorientato quando queste vengano meno. Tutti ricorderemo lo shock della pandemia del Covid, quando, da un momento all’altro, il nostro modo di vivere è stato radicalmente modificato e chi aveva radici salde ha certamente sofferto ma ne è venuto fuori; purtroppo, chi non le aveva, paga ancora le conseguenze.

In cambio l’Avvento ci aiuta ad essere pronti perché ci ricorda qual è la destinazione della nostra vita e soprattutto ci dispone a realizzarla giorno dopo giorno, perché non sappiamo se saremo colti di sorpresa e avremo il tempo di prepararci.

È davvero impressionante la testimonianza di San Carlo Acutis che diceva: muoio felice perché non ho passato la mia vita a sprecare il tempo in cose che non piacciono a Dio. Pertanto, iniziare l’Avvento significa porsi in un profondo esame di coscienza su come stiamo nel rapporto con Cristo e con la sua Volontà. Tutto ciò non deve affatto incutere alcun timore perché, come affermava Papa Benedetto: la vigilanza cristiana non è paura del futuro, ma vivere il presente sotto il raggio della presenza di Cristo (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme alla Risurrezione, cap. sul discorso escatologico).

Come vivono, quindi, due sposi il tempo di Avvento? Con lo stesso spirito della parabola evangelica delle vergini che attendono lo Sposo. L’Avvento ha un profondo significato nuziale perché ricorda a voi sposi che è Gesù la chiave di volta che interpreta il vostro amore.

Nel recente documento “Una caro” la Chiesa afferma una verità bellissima: L’Apostolo, evocando soprattutto il passo della Genesi in cui i due, l’uomo e la donna, formano una carne sola (cf. Gen 2,24), definisce l’intimità d’amore tra marito e moglie come un emblema luminoso della comunione di vita e di carità che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cf. Ef 5,32). Attraverso questa pagina della Lettera agli Efesini, così fragrante nella sua umanità ma anche così densa nella sua qualità teologica, Paolo non si limita a proporre un modello di comportamento matrimoniale cristiano, ma indica nell’unione perfetta e unica tra Cristo e la Chiesa la sorgente originaria del matrimonio monogamico. Esso non è solo un’immagine di quella unione, ma la riproduce e incarna attraverso l’amore dei coniugi. È segno efficace ed espressivo della grazia e dell’amore che sostanzia l’unione tra Cristo e la Chiesa.

Questo per dire che la fonte, la provenienza dell’amore sponsale è Cristo stesso e così il Natale si può comprendere anche come la nascita vera e propria dell’Amore nuziale. Quindi cari sposi, buon cammino di Avvento, certi che Lui non vi farà mai mancare la sua compagnia.

ANTONIO E LUISA

Le parole di don Luca per noi sono state importanti per riflettere sul nostro rapporto. Il tempo di Avvento può diventare anche un tempo per ritrovare una visione autentica del matrimonio. Non si tratta dell’idea greca delle “due metà della mela”, secondo cui l’altro sarebbe ciò che ci completa perché da soli siamo mancanti. La prospettiva cristiana è diversa: ciascuno è una persona intera davanti a Dio. Nel matrimonio non ci si unisce per colmare una mancanza, ma per entrare in comunione. È una comunione che non si chiude su se stessa, ma apre entrambi gli sposi a Cristo, che è il vero Sposo di ciascuno. In questo cammino, l’amore umano diventa via verso l’Amore più grande. L’Avvento ci chiede di fare posto allo Sposo che sta per nascere.

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Beati siete voi, sposi pellegrini, se cercate la verità

BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE CERCATE LA VERITÀ FACENDO DEL VOSTRO AMORE QUOTIDIANO UNA VIA E DELLA VOSTRA VITA UN PERCORSO NUZIALE CHE CONDUCA A CHI È LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA

Carissimi sposi eccoci arrivati all’inizio dell’Avvento, questo tempo di attesa che ogni anno riviviamo in comunione con tutta la Chiesa. È molto significativa l’etimologia, che troviamo sul vocabolario, di attendere: deriva dal latino attĕndĕre «rivolger l’animo a» ed è composta da at «verso» e tĕndĕre «tendere».

Quando si attende qualcuno o qualcosa vuol dire che si è in ricerca, si cerca, si tende l’animo verso… e certamente, come cristiani, sappiamo Chi attendiamo. Ma ciò che, di anno in anno, ci fa riflettere è il seguente interrogativo: in che modo noi, sposi cristiani, aspettiamo Colui che ha detto di essere “ la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6)”? Ecco due possibili passi.

Innanzitutto, facendo del vostro amore quotidiano una via. Così come una via è costituita dal un lastricato di base ed è delineata lateralmente da edifici, così anche la nostra relazione costituisca il “pavimento” sul quale muoviamo i nostri passi e sia ben tracciata dal nostro pregare insieme con le parole del Salmo 121 (il canto dei pellegrini), che la liturgia indica per la prima domenica d’Avvento:

“ Quale gioia, quando ci dissero: «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! ”

E poi, facendo di tutta la vostra vita un percorso nuziale. Riconoscere che ogni giorno vissuto insieme nell’amore donato forma il percorso di santità di ogni coppia di sposi ci rende maggiormente consapevoli di dover attendere la Verità, fattasi carne nell’Emmanuele, con “mani innocenti e cuore pure” (Sal 23, liturgia della quarta domenica d’Avvento). Così la storia di ogni coppia diventa una liturgia quotidiana, fatta di gesti semplici, di fedeltà perseverata, di cadute rialzate insieme. È in questo cammino concreto, feriale, a volte faticoso ma sempre abitato da Dio, che l’attesa si trasforma in speranza viva.

Sicuramente ogni tempo d’attesa è un tempo di crescita personale ma anche di coppia e se ci saranno dei momenti un pò difficili fate risuonare dentro di voi le parole del bellissimo canto “Rorate coeli desuper”, che abbiam fatto nostre:  

Consolatevi, consolatevi, miei sposi: la vostra salvezza arriva presto! Perché vi consumate di tristezza, per il dolore che è tornato ad affliggervi? Non abbiate paura: vi salverò, io infatti solo il Signore Dio vostro, il Santo d’Israele, il Redentore della vostra famiglia.

Buon pellegrinaggio d’Avvento!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Matrimonio e Intelligenza Affettiva: I Sei Adattamenti

Ogni coppia nasce dall’incontro di due storie. Non solo due caratteri, due educazioni, due modi di vedere il mondo, ma anche due bambini interiori che hanno imparato, molto presto, come si sopravvive all’amore, al rifiuto, alla paura, alla mancanza.

Nel matrimonio non entriamo mai a mani vuote: portiamo con noi le ferite, le risorse, i sogni… e anche quelle strategie profonde che da piccoli ci hanno permesso di sentire che, nonostante tutto, avevamo un posto nel cuore di qualcuno.

In Analisi Transazionale queste strategie si chiamano adattamenti di personalità. Non sono maschere cattive, né difetti da correggere. Sono forme di intelligenza affettiva che, da bambini, abbiamo costruito per ottenere amore, protezione, considerazione, o semplicemente per non soccombere al dolore. Il problema non è averle sviluppate. Il problema nasce quando, diventati adulti, continuiamo a usarle automaticamente, soprattutto nella relazione di coppia, dove invece siamo chiamati a incontrarci nell’Adulto, nella verità, e nella spontaneità del Bambino Libero.

Anche la fede ce lo ricorda: Dio non ci chiama a recitare un ruolo, ma a vivere “in spirito e verità”. Eppure, proprio nella relazione più intima — il matrimonio — spesso riemergono le vecchie logiche di sopravvivenza. Non perché siamo cattivi sposi, ma perché l’amore profondo risveglia proprio i luoghi in cui siamo stati più vulnerabili.

Gli adattamenti non sono etichette. Non definiscono chi siamo. Non servono per giudicare il partner. Sono piuttosto lenti di comprensione, strumenti per leggere ciò che accade dentro di noi quando siamo sotto stress, quando ci sentiamo minacciati, trascurati, non visti. Conoscerli significa imparare a guardarci con più misericordia e a guardarci, come coppia, con lo sguardo che Dio ha su di noi: uno sguardo che salva, non che condanna.

In questo cammino di riflessione attraverseremo i sei adattamenti principali dell’Analisi Transazionale, osservando come prendono forma dentro il matrimonio. Non per incasellarci, ma per crescere insieme. Prima, però, serve una mappa. Soprattutto daremo qualche strumento per comprendere come amare meglio l’altro.

Il primo è il Compiacente. È colui che ha imparato molto presto che l’amore si ottiene piacendo, adattandosi, mettendo l’altro al centro. Nel matrimonio è spesso la persona che ascolta, che intuisce i bisogni prima ancora che siano espressi, che si prende cura in silenzio. È una presenza calda, premurosa, profondamente evangelica nei gesti. Il suo rischio è perdersi. Dire sempre sì, evitare il conflitto, sopportare per non disturbare. Dietro c’è la paura di non essere amato per quello che è. Il messaggio interiore è: “Sii buono e verrai accolto”.

Poi c’è il Controllante. È chi ha imparato che per essere amato deve essere forte, impeccabile, irreprensibile. Porta nel matrimonio ordine, stabilità, senso del dovere, affidabilità. È la roccia. Ma spesso fatica a mostrarsi fragile. Critica, corregge, controlla. Perché dentro di sé vive con la convinzione che sbagliare significhi non essere degno. Sotto la corazza c’è un bambino che ha avuto paura di non essere all’altezza.

Il Super-Razionale è colui che ha imparato a sopravvivere spegnendo le emozioni. Quando il cuore era troppo esposto, si è rifugiato nella testa. Nel matrimonio è lucido, stabile, razionale. Sa affrontare le crisi senza perdersi. Ma può apparire distante, freddo, difficile da raggiungere emotivamente. Il suo linguaggio è quello dei fatti, non dei sentimenti. Dentro, spesso, c’è un bambino che ha imparato che sentire era pericoloso.

L’Iperadattato ha imparato che l’importante è non disturbare. Si adegua, si modella, diventa ciò che l’ambiente chiede. Nel matrimonio è collaborativo, flessibile, attento. Ma corre il rischio di annullarsi, di non sapere più cosa desidera davvero. Dice ciò che va bene, non ciò che è vero. Il suo cammino di guarigione passa dal recuperare la propria voce.

Il Ribelle è colui che, per non essere schiacciato, ha imparato a opporsi. Vive di autenticità, di creatività, di libertà. Nel matrimonio porta aria nuova, spontaneità, passione. Ma può diventare impulsivo, autosabotante, incapace di stare nella fatica della stabilità. Confondere la libertà con l’opposizione lo porta lontano dall’intimità vera.

Infine c’è la Vittima Ostile, che ha imparato a resistere in silenzio. Non attacca apertamente, ma trattiene, si chiude, accumula. Porta nel matrimonio profondità, sensibilità, una grande ricchezza emotiva. Ma se non impara a esprimere in modo sano la rabbia e il dolore, rischia di vivere di rancori sotterranei che avvelenano lentamente la relazione.

Nessuno di questi adattamenti è sbagliato. Ognuno racconta una storia. Ognuno ha salvato la vita emotiva di qualcuno. Ma nel matrimonio non siamo chiamati a sopravvivere: siamo chiamati ad amarci da adulti, nella libertà dei figli di Dio. Conoscere questi meccanismi non serve a puntarsi il dito contro, ma a scegliersi ogni giorno con maggiore consapevolezza, a trasformare l’automatismo in scelta, la paura in fiducia.

Nel prossimo articolo entreremo nella vita del primo adattamento: il Compiacente, il cuore che sa amare profondamente… ma che deve imparare, davanti a Dio, a non perdersi per amare.

Antonio e Luisa

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Mio padre non voleva che diventassi suora

È lecito che il volere dei genitori spinga, o al contrario, blocchi la vocazione dei figli? Fino a quando si può parlare di incoraggiamento, o al contrario, di impedimento? Quali sono le responsabilità, o al contrario, i limiti del contesto familiare?

Accogliere la vocazione religiosa di un figlio significa, per un genitore, ascoltare con cuore paziente quella voce interiore che chiede di essere libera nell’amare oltre se stessa. Significa accettare che il cammino del figlio possa chiamarlo a lasciare — non abbandonare — le attese proprie e quelle familiari, fidandosi che quel distacco sia fecondo. Significa comprendere che, come genitori, bisogna essere delle sentinelle che pregano, accompagnano, sostengono e offrono spazio perché la Grazia possa operare, senza forzature.

Quanta bellezza c’è nell’educare ad amare la libertà, nel non possedere, nel non costringere! Quanta verità c’è nel trasmettere ai figli che ogni vocazione è dono, non solo per se stessi, non solo per la famiglia ma per il mondo intero! Ecco la vera fecondità del matrimonio sacramento: la casa che diventa “piccola Chiesa”, luogo in cui si sperimenta che il più grande amore è dare spazio all’altro di essere se stesso dentro la chiamata di Dio.

La giornata di oggi – 27 novembre, festa della Medaglia Miracolosa – ci offre la base ideale per provare a riflettere su tutto ciò. Nel 1830, come oggi, Maria Santissima apparve ad una giovane suora, Caterina Labouré, donandole il prototipo della Medaglia che ha compiuto così tanti prodigi da far esclamare a San Massimiliano Kolbe: Se uno manifesterà anche questo piccolo omaggio soltanto all’Immacolata, cioè porterà la sua Medaglia, Lei non lo abbandonerà più e lo condurrà alla fede.  

La storia vocazionale di Caterina (1806–1876) è spesso raccontata come un percorso semplice verso la chiamata mistica della Medaglia Miracolosa. Se però ci si sofferma sul frammento della sua vita familiare — in particolare sulla resistenza del padre alla sua vocazione — emerge un nodo umano e spirituale di grande intensità: dovere filiale contro chiamata divina, obbedienza terrena contro obbedienza a Dio.

Nel 1815, a nove anni, rimase orfana di madre: quel lutto la costrinse a crescere in fretta e ad assumere responsabilità domestiche, occupandosi della casa e dei fratelli più piccoli. In una società rurale del primo Ottocento, per una ragazza le opzioni praticabili erano poche: matrimonio, lavoro domestico, o — per chi poteva accedervi — la vita religiosa. Il padre, Pierre Labouré, prese una posizione netta contro l’idea che la figlia lasciasse la casa per entrare in convento. Le fonti concordano sul punto che la sua resistenza fu motivata soprattutto da ragioni concrete: aveva bisogno di una figlia che mantenesse la casa e sostenesse la famiglia, e quindi cercò di scoraggiare quella scelta.

Per “mettere alla prova” la determinazione di Caterina (o per allontanarla dalla vocazione), la mandò a Parigi a lavorare nell’esercizio commerciale dei suoi fratelli.  Qui sta una delle chiavi spirituali della vicenda: Caterina non reagì con ribellione; la sua risposta fu il paziente perseverare e una tensione profonda verso l’obbedienza. Pur essendo ormai maggiorenne (nel 1830 aveva 24 anni), ella sentiva che la sua perfezione spirituale richiedeva — paradossalmente — anche la sottomissione al padre: voleva la sua benedizione.

Questo tratto non è un mero aneddoto morale ma la manifestazione di una formazione religiosa radicata nel senso del dovere e del rispetto filiale, che sarebbe poi diventato parte integrante della sua santità di «silenzio e servizio». Dopo anni di attesa e dopo che vari eventi mostrarono che la sua vocazione non era un capriccio passeggero, il padre acconsentì. Caterina entrò al Noviziato delle Figlie della Carità a Parigi, nella Casa Madre di Rue du Bac, nell’aprile del 1830. L’ingresso non fu una fuga ma un’espressione di libertà maturata: lei, pur avendo sopportato il rifiuto e la prova, scelse di chiedere la benedizione e la condivisione del padre — e ottenne infine il permesso.

La vicenda solleva una domanda teologica e morale sempre attuale: quando la chiamata – personale o di un figlio – sembra scontrarsi con responsabilità concrete verso la famiglia, quale criterio adottare? Questa vicenda suggerisce l’importanza del discernimento: Caterina non impose la sua scelta ma la portò avanti con determinazione e preghiera. Ma insegna anche il rispetto per i legami affettivi: il desiderio della benedizione paterna mostra che la vocazione non cancella i legami familiari; anzi, può arricchirli se vissuta con fede e nella fede.

L’iniziale “no” del padre di Caterina Labouré, dunque, non fu la fine della vocazione ma la sua scuola. Fu tramite il conflitto tra obbligo e grazia che la santa imparò a incarnare una vocazione fatta di pazienza, obbedienza e servizio nascosto. Da qui nasce la sua figura, così amata: una santa delle cose semplici, che riassume come la chiamata divina possa dispiegarsi attraverso le realtà più prossime e persino ostili dell’esistenza quotidiana.

Fabrizia Perrachon

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La forza del perdono

Qualche giorno fa ho fatto una testimonianza intitolata “La Forza del perdono”: riporto qui una sintesi di quello che ho detto, perché ritengo che il perdono all’interno della coppia sia indispensabile e da esercitare continuamente.

1. Quando il dolore ti toglie il respiro

Una delle ferite più profonde che si possono vivere in un matrimonio è quella del tradimento. Chi l’ha vissuto lo sa: è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cominciasse a stritolarti, ti manca il respiro, ti fa male perfino il corpo. Ti svegli la mattina e non hai più gusto per niente, anche le cose belle ti sembrano sbiadite. È un terremoto dell’anima e non si esce da lì con due pacche sulle spalle. Il primo istinto è la rabbia, la voglia di vendicarsi, di dire a tutti quello che è successo, di far pagare all’altro il dolore che ti ha provocato.
Ma poi capisci che non serve, non guarisce, non ti ridà la pace. Io, personalmente, ho scoperto che l’unico modo per respirare di nuovo era pregare. Ma non la preghiera fatta di belle parole: era la preghiera dei sospiri, delle lacrime, dei silenzi. E piano piano, dentro quel buio, ho capito una cosa: non ero solo. Qualcuno quel dolore lo aveva già vissuto. E quel Qualcuno era Gesù.

2. La perla dell’ostrica

In uno dei nostri convegni abbiamo regalato un piccolo sacchetto con dei sassolini, una perla e una scritta: Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia, non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma quel dolore in una perla. Il dolore non si cancella. Non possiamo far finta che non sia successo. Però possiamo lasciare che Dio lo trasformi. Se oggi riesco a parlarne con serenità, è solo perché ho sperimentato che il Signore non butta via niente: neanche il dolore più grande. Anzi, proprio da lì può nascere qualcosa di nuovo. Ecco, io quella perla l’ho vista nascere, giorno dopo giorno, nel mio cuore. Credo che il perdono sia proprio questo: permettere a Dio di entrare nel nostro dolore, di lavorarci dentro, di farne qualcosa di nuovo. Da soli non ce la facciamo. Ma se il dolore lo viviamo con Gesù, in Gesù e per Gesù, allora sì, può diventare una perla.

3. Perdonare: un dono che libera noi stessi

La parola stessa lo dice: per-dono, cioè “dono per”. Ma spesso, il perdono non è un dono per chi ci ha feriti, a volte non gliene importa proprio niente e neanche lo vuole. È un dono che facciamo a noi stessi. Perché quando viviamo nel rancore, stiamo male noi, è come portarsi addosso una catena: ci pensi, ti arrabbi, ti viene in mente quella scena mille volte… e dentro non c’è pace. Quando invece decidi — anche solo inizi a desiderare — di perdonare, qualcosa cambia. Non succede tutto in un giorno, ma comincia un cammino di libertà che richiede tempo, mesi, a volte anni, ma ti libera dalle catene e ti dà la vera pace. E spesso, non è mai “una volta per tutte”: va rinnovato ogni giorno. Attenzione: perdonare non vuol dire far finta di niente, perdonare non è dimenticare.

Le ferite restano. Le cicatrici restano. Anche Gesù risorto aveva ancora i segni dei chiodi. Ma quel dolore non pesa più, perché lo hai consegnato a Lui. Chi perdona, in fondo, sceglie di guardare oltre l’errore per vedere la persona. E questo non può avvenire senza un lavoro profondo su sé stessi: riconoscere le proprie fragilità, i bisogni non ascoltati, le paure che si erano sedimentate da tempo. Il perdono, in questo senso, non cancella il passato ma lo redime. È come una cicatrice: non fa più male, ma resta a testimoniare che qualcosa è stato ferito e poi guarito. Bisogna però perdonare di cuore, non tenere pronte le munizioni da scagliare alla prima occasione possibile, o alla prima litigata.

4. Perdonare non è sottomettersi

Ci tengo a dirlo forte: perdonare non significa lasciarsi calpestare. Non significa dare all’altro il diritto di ferirci ancora. Non significa perdere la nostra dignità. Perdonare vuol dire dire: Io scelgo di non lasciarmi distruggere dal male che mi hai fatto. È un atto di forza, non di debolezza. È dire: Tu mi hai ferito, ma io non voglio che questa ferita decida la mia vita.

E questo vale anche per chi, come tanti, vive una separazione. Perdonare non vuol dire dover tornare insieme. Ma anche in quei casi, il perdono è l’unico modo per non rimanere prigionieri del passato.

5. Da perdonati a perdonatori

Nel Padre Nostro diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ecco il punto: non possiamo perdonare davvero se non ci sentiamo perdonati. Chi pensa di essere “a posto”, di non aver nulla da farsi perdonare, fa più fatica a perdonare gli altri, perché il perdono nasce dall’esperienza della misericordia.

Io stesso, se mi guardo dentro, vedo tante piccole infedeltà quotidiane: mancanze di pazienza, parole dette male, egoismi, piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio. Quando ci si sposa promettiamo di onorare e rispettare il coniuge tutti i giorni della vita…….tutti i giorni, capite? Quanti lo fanno davvero? Piccole infedeltà, anche se non si tradisce fisicamente con un’altra persona. Quando sento che Dio non mi giudica ma mi abbraccia, allora sì che riesco, piano piano, a perdonare anch’io.

6. Perdonare se stessi

C’è poi un’altra forma di perdono, forse la più difficile: perdonare noi stessi. Quante volte ci portiamo addosso sensi di colpa che non finiscono mai: Non sono stato capace – È colpa mia – Non merito il perdono. Ma se Dio ci perdona, chi siamo noi per non perdonarci? A volte serve il coraggio di dire: Signore, mi fido del tuo sguardo più del mio. Perché Dio non guarda i nostri fallimenti: guarda i nostri desideri di bene. Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e proprio perché la gente non se lo merita, io perdono (è un atto di fede).

7. Gesù sulla croce

Vorrei chiudere con l’immagine più importante: quella di Gesù sulla croce. Ferito, tradito, deriso…avrebbe potuto sterminarci tutti anche senza dire niente. Eppure dice: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Lì c’è la forza del perdono. Non è il perdono del “forte” che guarda dall’alto in basso il colpevole. È il perdono di chi ama fino in fondo, anche dentro il dolore. E allora forse il segreto è questo: accettare di essere amati, anche quando non lo meritiamo. Solo chi si sente amato davvero può perdonare. Solo chi ha ricevuto misericordia può donarla.

E quando questo succede, quando il cuore si apre, anche la ferita più profonda può diventare — come quella perla dell’ostrica — qualcosa di prezioso, che brilla e che testimonia la forza dell’amore. Non c’è matrimonio senza croce: lo diciamo spesso, ma raramente lo viviamo davvero. Tutti vogliamo un amore che ci faccia stare bene, ma il Vangelo ci propone un amore che ci faccia diventare santi. E la santità passa anche dal perdono.

Piccolo consiglio pratico per le coppie: alla sera, mettetevi uno di fronte all’altra, prendetevi le mani e, guardandovi dritto negli occhi, recitate insieme il Padre Nostro, soffermandovi sulle parole “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” .

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Per amare bisogna sporcarsi le mani

Dalle «Omelie» attribuite a san Macario, vescovo (Om. 28; PG 34, 710-711) […] Una casa, non più abitata dal padrone, rimane chiusa e oscura, cadendo in abbandono; di conseguenza si riempie di polvere e di sporcizia. Nella stessa condizione è l’anima che rimane priva del suo Signore. Prima tutta luminosa della sua presenza e del giubilo degli angeli, poi si immerge nelle tenebre del peccato, di sentimenti iniqui e di ogni cattiveria. […] Guai alla terra priva del contadino che la lavori! Guai alla nave senza timoniere! Sbattuta dai marosi e travolta dalla tempesta, andrà in rovina. Guai all’anima che non ha in sè il vero timoniere, Cristo! Avvolta dalle tenebre di un mare agitato e sbattuta dalle onde degli affetti malsani, sconquassata dagli spiriti maligni come da un uragano invernale, andrà miseramente in rovina. […] Guai a quell’anima che non avrà Cristo in sè! Lasciata sola, comincerà ad essere terreno fertile di inclinazioni malsane e finirà per diventare una sentina di vizi. Il contadino, quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l’abito più acconcio al genere di lavoro. Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, venendo verso l’umanità, devastata dal peccato, prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro, dissodò l’anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i rovi degli spiriti malvagi, divelse il loglio del male e gettò al fuoco tutta la paglia dei peccati. La lavorò così col legno della croce e piantò in lei il giardino amenissimo dello Spirito. Esso produce ogni genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il padrone. 

Abbiamo pubblicato alcune frasi del testo presente nell’Ufficio di domani, anche se ad una prima lettura superficiale potrebbe sembrare una sorta di spauracchio, in realtà vedremo che non è proprio così. Bisogna anche tener conto del fatto che l’omelia è scritta da un vescovo, e quindi è animato dallo zelo per le anime a lui affidate (Vescovo di Gerusalemme dal 313 al 334) per difenderle dall’eresia dell’arianesimo contro la quale lui combatte energicamente, avrà infatti un ruolo fondamentale nella prima stesura del Credo nel Concilio di Nicea del 325. Ecco quindi spiegato il motivo del tipo di linguaggio utilizzato da san Macario, un linguaggio che lungi dall’essere crudele, vuole invece sedurre l’anima alla sequela di Cristo adducendo vari esempi dalla vita ordinaria.

Con vari esempi che non hanno bisogno di spiegazione, san Macario ci sprona ad avere cura della nostra anima, per innalzare la nostra umanità a quella del Figlio di Dio, ma è verso la fine del testo che vogliamo concentrare la nostra riflessione.

Il contadino, quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l’abito più acconcio al genere di lavoro. Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, venendo verso l’umanità, devastata dal peccato, prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro

Cari sposi, il Signore non ha avuto schifo a mescolarsi con gli umani. Lui che è adorato in Paradiso da tutte le schiere degli angeli e dei santi, a Lui si protrano, Lui che è il Signore dei Signori, il Re dei Re, Lui che è il padrone della Creazione, Lui che è Dio e poteva escogitare qualsiasi mezzo per salvarci dalla nostra condizione di peccato, non si è sdegnato di farsi uno di noi.

Gesù non ha paura di sporcarsi le mani per salvarci, è uno che non solo ci mette la faccia, ci mette tutto se stesso. Ma chi gliel’ha fatto fare? Poteva starsene tranquillo sulle sue “nuvolette” a guardare gli umani dall’alto, ed invece no.

I genitori che hanno cambiato tanti pannolini sanno cosa vuol dire sporcarsi le mani per “salvare” il proprio piccolo, ma lo sanno anche quelli che assistono i genitori anziani o i malati che non sono autosufficienti. Per amare bisogna sporcarsi le mani.

Cari sposi, quando avvertite che il vostro matrimonio ha bisogno di cure, quando vi accorgete che la vostra relazione sta marcendo, non abbiate paura di andare da Colui che non ha schifo di sporcarsi le mani con i nostri peccati, con le nostre fragilità, con le nostre debolezze.

Andiamo da Lui come fa il bimbo col pannolino sporco, senza vergogna, ma con la verità del nostro pannolino sporco, solo così potrà salvare la nostra relazione, il nostro matrimonio, solo guardando dentro il nostro pannolino. Coraggio sposi, questo ci insegna anche lo stile di amore che dobbiamo scambiarci. Per amare bisogna sporcarsi le mani.

Giorgio e Valentina

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Intimità e Sacralità: La Fiamma dell’Amore Coniugale

Nei versetti che approfondiamo con questo capitolo per la prima volta in tutto il Cantico viene citato il Signore. Come a mettere la Sua firma. Siamo infatti verso la fine. E si parla di passione, di vampe di fuoco, di fiamma. Perchè così è l’amore di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!

Queste parole arrivano quasi alla fine del Cantico dei Cantici. È come se, dopo un lungo cammino dentro il mistero dell’amore umano, la Scrittura decidesse di mostrare l’ultima verità: l’amore autentico non è tiepido, non è neutro, non è una via di mezzo. L’amore brucia. E brucia sul serio.

1. Amore e passione: non un sentimentalismo, ma una forza

Il testo non parla più semplicemente di “amore”, ma di “passione”. Alcuni esegeti rendono il termine con “gelosia ardente”, quasi a dire che l’amore vero non resta indifferente, non osserva da lontano. L’amore prende posizione. Sceglie. Rimane. La Bibbia non ha paura di usare immagini forti. Gesù stesso, nel libro dell’Apocalisse, dice:

«Poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo,
sto per vomitarti dalla mia bocca.»
(Ap 3,16)

L’amore non tollera la tiepidezza. O scalda… o non è amore. E qui c’è una prima grande verità psicologica: il cuore umano è fatto per relazioni totali, non parziali. Chi ama “un po’” non ama: usa, controlla, trattiene. La persona, per essere viva, ha bisogno di un amore che coinvolga corpo, mente, emozioni, scelte, futuro. Per questo la Scrittura dice: «le sue vampe sono vampe di fuoco». Un fuoco che non distrugge, ma trasforma.

2. Il fuoco dello Spirito: la Trinità dentro l’amore umano

Non è un caso che la Bibbia associ l’amore al fuoco. Lo Spirito Santo, l’Amore tra il Padre e il Figlio, si manifesta come fiamma: «Apparvero loro lingue come di fuoco» (At 2,3). E quando Mosè incontra Dio, lo vede in un roveto che brucia senza consumarsi (Es 3,2). Il fuoco di Dio non distrugge: illumina, purifica, scalda, attira.

Allo stesso modo, l’amore tra gli sposi è chiamato a bruciare senza bruciare: a consumarsi senza consumare l’altro. Questo è un punto teologico meraviglioso: l’amore umano, quando è vissuto nella verità, partecipa dell’amore di Dio stesso.

Per questo, alla fine del Cantico, appare finalmente il nome di Dio: è come se il Signore mettesse la firma su tutto il poema. Tutto ciò che gli sposi si sono detti, cercati, scambiati — desiderio, abbracci, sguardi, baci, unione dei corpi — è via attraverso cui Dio stesso si rivela. Sì: l’amore umano parla di Dio.

3. Il matrimonio: un sacramento che passa attraverso i gesti quotidiani

Se guardiamo questo testo con uno sguardo psicologico, capiamo che l’amore non vive solo di emozioni. Vive di gesti concreti: cura, tenerezza, ascolto, verità, rispetto dei tempi dell’altro.

Quando un marito abbraccia sua moglie con dedizione, senza pretendere nulla, lì passa una scintilla del fuoco divino. Quando una moglie accoglie la vulnerabilità del marito senza giudicarlo, Dio si fa presente. Quando gli sposi vivono la loro intimità come dono, e non come ricerca di piacere egoistico, lì l’amore si fa fiamma che illumina tutto.

Ogni gesto di amore coniugale — psicologicamente sano (libero) e teologicamente vero — è gesto sacro. «Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1Cor 6,20).Lo dice la Scrittura: non c’è niente di banale nel nostro corpo. Tutto è luogo di rivelazione.

4. L’intimità fisica: la fiamma che rende visibile Dio

Arriviamo a un punto spesso frainteso. Quanti dicono che la Chiesa è contraria al sesso! E quanti cristiani, al contrario, vivono l’unione fisica come una concessione, quasi un “male necessario” alla procreazione. In realtà, il Cantico e tutta la Bibbia raccontano l’opposto. L’unione fisica degli sposi è un sacramento vissuto nel corpo. È Eucaristia domestica. Non perché sia “santa” in modo puritano, ma perché è vera, concreta, carnale, ardente. Perché è un gesto di dono totale: io mi consegno a te, e tu a me.

Quando due sposi si uniscono con amore, libertà e verità, riattualizzano il sacramento del matrimonio. Rendono presente Dio nella loro carne. E psicologicamente? L’intimità vissuta così nutre i livelli più profondi della persona:

  • il bisogno di appartenenza,
  • il bisogno di intimità profonda
  • il bisogno di sicurezza,
  • il bisogno di fiducia,
  • il bisogno di essere visti e scelti.

È un gesto che genera vita anche quando non genera un bambino: genera vita morale, vita emotiva, vita spirituale, vita relazionale. È per questo che la Chiesa chiama gli sposi “ministri del sacramento”: sono loro che lo celebrano, nella vita reale, nella casa, nella carne.

5. L’amore come via di salvezza

Il Cantico dice: «È una fiamma del Signore». Non è metafora. È teologia pura. L’amore degli sposi non è solo per loro. È luce nel mondo. È annuncio. È profezia.

Quando una coppia vive il proprio amore in modo autentico — tra dialoghi, incomprensioni, perdono, tenerezza, ripartenze — sta mostrando al mondo come ama Dio.
Sta compiendo una missione. Sta diventando sacramento vivente. E allora comprendiamo una cosa enorme: l’amore umano, vissuto bene, porta in sé la forza della salvezza.

Il figlio che nasce da un amplesso d’amore è una creatura che viene da Dio attraverso gli sposi. Il matrimonio non è solo simbolo della Trinità: è collaborazione con la Trinità.

Il roveto di Mosè arde senza consumarsi. Così è l’amore quando è vissuto nella verità. Non distrugge. Non brucia l’altro. Non annulla la libertà. Non svuota la persona. È un amore che arde e fa ardere. È una fiamma del Signore dentro la carne umana.

Ogni sposo e ogni sposa è chiamato a custodire questa fiamma, a ravvivarla, a celebrarla, a viverla con rispetto, con coraggio, con verità. Perché in quella fiamma passa Dio. Perché in quella fiamma si rivela il cielo. Perché quella fiamma — l’amore — è la via nella quale Lui ha deciso di farsi trovare.

Antonio e Luisa

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Lasciati guidare

Cari sposi, oggi celebriamo la solennità di Cristo, Re dell’Universo, con un tono di speciale enfasi. Difatti, ricorre il primo centenario dell’introduzione di tale ricorrenza nel calendario liturgico e capire le ragioni per cui Papa Pio XI la volle istituire può gettare luce sul suo significato per noi oggi. Un secolo fa il mondo era appena uscito, estremamente ferito e sconvolto, dalla Grande Guerra (1914-1918) e si stava riprendendo dal punto di vista economico e culturale a gran velocità. Sembrava che l’umanità avesse voltato pagina, con il vento in poppa di progressi in tutti i campi, e i Roaring twenties promettevano un avvenire di serenità e prosperità.

Eppure, la Madonna a Fatima l’aveva chiaramente preannunciato a Lucia nel 1917: La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, nel regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore e poi aggiunse: E ascolterete le Mie richieste, la Russia si convertirà e avrete pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate.

In effetti, il XX secolo è stato di gran lunga più crudele, quanto a persecuzioni, contro la fede cristiana, addirittura rispetto ai primi tempi della Chiesa. E infatti, durante il pontificato di Pio XI si consolidarono politicamente le tre grandi ideologie (fascismo, nazismo e social-comunismo) colpevoli della maggior parte dei casi di violenza e morte per tantissimi credenti.

In sostanza, questo lo scenario in cui il Papa Ratti concepì l’Enciclica Quas Primas nel 1925 con cui voleva ribadire al mondo intero che è solo Cristo il vero re del mondo e che il suo regno non coincide con la regalità umana, piuttosto è un regno principalmente spirituale, universale, sociale e benefico.

Il Vangelo odierno ce lo mostra con una drammaticità commovente. Colui che aveva guarito decine e decine di storpi, ciechi, lebbrosi… colui che aveva riportato in vita i morti, colui che comandava alle onde del lago e ai venti impetuosi, dal cui corpo usciva una forza misteriosa che sanava tutti… ora non è che un povero condannato a morte, per nulla diverso dagli altri due ai suoi fianchi. Che fine hanno fatto la forza e la grandezza di Gesù, in quel povero corpo agonizzante? Lo stesso Gesù non risponde alle provocazioni sarcastiche di fare segni particolari come pure di scendere dalla croce.

Ma quel silenzio di Cristo è assolutamente docente e pregnante di significato, Lui ci sta volendo dire qualcosa che va oltre le parole. Unicamente con l’esempio e la testimonianza di vita, Gesù ci insegna che il vero re è colui che si dona fino a perdere sé stesso, non per possedere e dominare, ma per arricchire l’altro ed innalzarlo. Sotto la Croce “capiamo” le sue parole quando ci diceva di servire con gioia, di mettersi all’ultimo posto, di lavare i piedi, di donare gratuitamente, di perdonare i nemici… ecco i veri segni della regalità di Cristo!

Pensiamo alla storia del mondo ma anche e soprattutto alla nostra storia personale. Quando ci siamo voluti staccare da questo modo di essere di Gesù per seguire altre mentalità, modi di vivere, correnti di pensiero… quali frutti ne abbiamo tratto? La nostra vita forse ha dato frutti migliori e ci ha regalato la pace del cuore?

Guardiamo con grande gioia e gratitudine a Gesù che continua a guidarci con soavità, con bontà, con misericordia, con pazienza. La sua unica forza in quelle circostanze terribili è stato l’amore al Padre e a noi, che lo ha spinto a donarsi fino alla fine della sua vita.

Ecco perché voi sposi siete speciali interpreti della Sua Regalità. Dice Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio che: il compito sociale e politico rientra in quella missione regale o di servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale non possono sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola (n. 47).

Voi sposi avete un dono speciale di imitare e seguire Gesù Sposo e Re, perché potete rendere il vostro servizio abituale quale segno del Suo amore, grazie al sacramento nuziale. Anche voi entrate nel Suo Regno quando unite a Lui l’amore con cui vi servite vicendevolmente, un amore che non passa per nulla inosservato ai vostri figli e a chi vi sta vicino. Come i cerchi d’onda di un sasso caduto nello stagno, quel modo di amarvi diventerà fecondo e contagioso, solo con la testimonianza e il silenzio.

È magnifico pensare che quanto avviene tra le vostre quattro mura, nella discrezione, possa diventare tanto fecondo e negli anni forgiare cuori solidi, menti sane e in definitiva persone integre che a loro volta semineranno il Bene. Cari sposi, dinanzi a Gesù che sta morendo in Croce, abbiate una fede coraggiosa di voler ribadire il vostro “sì” a Lui e di optare ancora una volta per seguire il Suo modo di amare.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio ho capito davvero che la gioia non nasce dall’essere servito o dal sentirmi al centro delle attenzioni di mia moglie. La vera felicità sgorga quando scopro di essere utile, di rendere la vita dell’altro più lieve, più buona, più abitata dal bene. È in quel momento che capisco di essere speciale per qualcuno: non perché vengo messo su un piedistallo, ma perché contribuisco alla sua pace, alla sua crescita, alla sua serenità. Ed è lì che si rivela la nostra vera regalità: donare. E, donando, anche tutta la mia vita trova finalmente un senso: un senso d’amore.

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Dalla privacy individuale alla privacy sponsale

Viviamo in un tempo in cui la parola “privacy” è spesso associata a difesa, distanza, sospetto. Le domande che ci mettono a disagio — Perché non posso guardare il tuo telefono?, Hai bisogno davvero di uno spazio tutto tuo, anche se siamo sposati?, Se siamo una sola carne, perché esiste ancora un ‘mio’ e un ‘tuo’ — non sono nemici della relazione, ma inviti a riflettere su cosa significhi davvero vivere la trasparenza senza perdere la profondità.

Nel contesto di un matrimonio cristiano, si può dare significato nuovo a questa parola: può diventare uno spazio sacro, un dono reciproco, una forma di rispetto che custodisce l’intimità invece di dividerla. 

La privacy non è un bunker, ma una stanza interiore dove ciascuno di noi incontra Dio, si ascolta, si rigenera. Anche Gesù si ritirava in luoghi solitari per pregare. Quel silenzio personale non era fuga, ma nutrimento. Nel matrimonio, questa stanza non scompare: si apre. Non è una cassaforte contro l’altro, ma un giardino condiviso dove si entra con rispetto e si accoglie con fiducia. Intimità con sé stessi non è egoismo, ma capacità di riconoscere e coltivare la propria interiorità — pensieri, paure, desideri, ricordi, fragilità. È uno spazio che esiste anche dentro la coppia, e che non va negato, ma custodito insieme. 

C’è una differenza sottile ma decisiva tra intimità e segreto. La privacy diventa segreto quando ciò che si nasconde mina la fiducia, quando si costruisce una vita parallela fatta di messaggi cancellati, conti separati, relazioni non dichiarate. 

Intimità è uno spazio dove custodisco le mie fragilità e, poco a poco, le dono anche a te. Segreto è ciò che nascondo per paura, e che diventa muro. 

La regola d’oro è la trasparenza scelta come dono: non abolire il silenzio personale, ma renderlo noto e rispettato. Dire “ho bisogno di tempo per me”, spiegare cosa si sta facendo, pregare, scrivere, parlare con un amico, e concordare insieme i limiti che proteggono la sacralità di quello spazio senza generare sospetti. È il passaggio dalla privacy personale alla privacy condivisa, alla privacy di coppia, la privacy sponsale.

Nel matrimonio cristiano, pronunciamo una promessa: Io mi dono a te, tutto di me. Anche ciò che non capisco, anche ciò che mi fa paura. San Paolo scrive che il corpo non appartiene più a sé stesso, ma all’altro. Non si parla solo di fisicità, ma di tutta la vita che diventa reciproca. La privacy non scompare, si trasforma: non è più mia, non è più tua, diventa nostra. Essere “una sola carne” non significa sapere tutto dell’altro, ma vivere nella fiducia. Il controllo pretende accesso immediato e totale, genera paura. La fiducia sponsale si dona, si apre, si racconta, e lascia entrare l’altro per amore.

 Se oggi ti senti invaso, chiediti: l’altro vuole controllarti o conoscerti? 

E se ti senti escluso, chiediti: hai bussato con amore o hai preteso di entrare?

La privacy sponsale non è trasparenza forzata, ma libertà donata. È dire: Non ho nulla da nascondere, e ti lascio entrare, perché so che non mi farai del male. È liberante: non devo più recitare, non devo più difendere spazi personali per paura di perdermi. Nel matrimonio, la vera intimità non è sapere tutto, ma essere tutto, insieme. L’immagine che più ci viene in mente è quella della tenda in mezzo al deserto, una tenda con una fessura che si apre al soffiare del vento dello Spirito Santo, e fa entrare il coniuge in uno spazio intimo, dove posso sentirmi libero di essere me stesso, con i miei talenti e le mie brutture, sentirmi libero di sentirmi accolto così come sono, accolto in quanto amato:  non un muro quindi, ma uno spazio abitato insieme, dove Dio passa e si ferma ad abitare con noi. Questo è lo stile di Cristo: non nasconde, non impone, ma si dona. È lo stesso stile dell’amore sponsale.

Genesi dice che “erano nudi e non ne provavano vergogna”: quella nudità non è solo fisica, ma anche emotiva e spirituale. Significa vivere senza maschere, senza timore di essere giudicati. La privacy sponsale non è difendere un pezzo di me contro di te, ma lasciarti vedere così come sono, anche nelle mie vulnerabilità.

La fiducia non si impone, si costruisce. La libertà sponsale non dice “sei mio”, ma “mi dono a te” e non aspetto di essere perfetto per donarmi

Costruire la privacy di coppia richiede passi concreti: definire insieme ciò che è “nostro” — budget, social, relazioni significative — creare rituali di condivisione come lo sguardo serale, il tempo di preghiera, l’incontro settimanale. Stabilire confini chiari con il mondo esterno, concordare regole digitali senza imposizioni ma con intenzionalità. Se esiste qualcosa di molto personale, se ne parla e si spiega il perché. E quando la vita cambia — figli, lavoro, lutti — si ripensano insieme le regole.

Per aiutare il dialogo, ecco alcune domande da porvi come coppia: c’è qualcosa che considero “solo mio” e che potremmo trasformare in “nostro”? Quali sono i miei momenti di intimità personale di cui ho bisogno? Come te lo comunico? Ci sono aree digitali o relazioni che ti fanno sentire insicuro/a? Come posso rassicurarti? Qual è una pratica concreta che possiamo iniziare per custodire la nostra privacy di coppia? Se scoprissimo un segreto che ferisce la fiducia, qual è il primo passo che vogliamo fare insieme?

Non lasciate che la parola “privacy” diventi arma o alibi. Prendetela come un compito santo: custodire insieme. La privacy, se vissuta come “nostra”, libera dalle maschere e rende possibile una vita in cui non c’è bisogno di nascondere nulla.

Francesca e Dennis Luce Sponsale

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Quando la coppia si scontra con la realtà

Per me mettere al mondo dei figli nel matrimonio è sempre stato il naturale compimento del sogno di vita che avevo da sempre. Dopo aver trovato l’amore in Stefano, avevo tutti gli ingredienti per realizzare ciò che avevo immaginato nei miei pensieri di gioventù, la mia famiglia perfetta. Lui non aveva le mie alte aspettative ma accolse senza indugio il progetto. Desideravamo dei figli educati, non viziati, responsabili, autonomi, affidabili e confidavamo nelle nostre capacità di essere buoni genitori che si sostengono e si appoggiano l’uno all’altro.

Guardando indietro, ricordo la gioia dei primi mesi, la sensazione di camminare sul sentiero luminoso che avevamo desiderato. Ci sembrava tutto possibile: ci sentivamo preparati, convinti che l’amore bastasse a colmare ogni mancanza e a superare ogni difficoltà. Non immaginavamo, però, quanto il diventare genitori potesse mettere alla prova, fino in profondità, la struttura stessa del nostro legame.

Ben presto la vita ci dimostrò che non era tutto così scontato: la nostra relazione di coppia, con la nascita dei nostri due maschi a distanza di soli 20 mesi l’uno dall’altro, si è trasformata in una calendarizzazione di impegni e doveri genitoriali che ci hanno assorbito individualmente e allontanato dalla nostra romanza iniziale. I nostri figli non erano bamboline né soprammobili, da piccoli non dormivano la notte, e richiedevano tutte le nostre energie.

Così, in modo quasi impercettibile all’inizio, il matrimonio iniziò a cambiare volto. La tenerezza spontanea si trasformò in stanchezza cronica, le conversazioni in scambi rapidi e funzionali, le serate insieme in occasioni per recuperare un po’ di sonno. I figli diventavano il centro delle nostre giornate, ma noi due smettevamo lentamente di essere il centro l’uno dell’altra.

I figli sono divenuti la nostra crisi, o comunque una delle cause, un pretesto e anche le vittime naturali e incolpevoli di una relazione di coppia che faticava. I figli hanno fatto emergere la nostra incapacità di condividere, di collaborare, di dialogare e di unirci di fronte alle difficoltà. Ci siamo allontanati, abbiamo perso intimità e intesa, dialogo, abbiamo iniziato a vivere da scapoli sposati, a discutere e litigare con rabbia, ad accusarci e giudicarci di essere i responsabili dei capricci e irritabilità dei nostri figli, delle delusioni come educatori. Il carattere chiuso ed ermetico è stato determinante nella deflagrazione della nostra crisi portandoci ad un definitivo allontanamento sia dal lato fisico che da quello spirituale. Il cuore ferito e deluso, ormai chiuso verso l’altro, si è aperto per uno di noi verso l’esterno a cercare quell’intimità ormai persa fra di noi. Siamo andati vicino a distruggere il sogno della nostra vita.

Questa parte della nostra storia rimane la più dolorosa da ricordare. Non è facile riconoscere quanto ci si possa perdere pur vivendo nella stessa casa, condividendo gli stessi figli. Cresceva in noi la distanza, un deserto emotivo che ci avrebbe potuti schiacciare. È stato il tempo in cui abbiamo toccato con mano la fragilità umana e l’illusione di essere autosufficienti.

Poi abbiamo incontrato Retrouvaille e con impegno siamo riusciti a recuperare il nostro matrimonio che davamo per spacciato e ad ulteriore rafforzamento abbiamo messo al mondo una splendida bambina, per noi vanto e benedetta dal Signore. Proprio i figli così sono stati una risorsa per combattere e voler rinascere nella coppia, quasi a voler dimostrare che non sono stati loro la causa. Le successive difficoltà inerenti alla loro gestione ed educazione, addirittura più impegnative, sono diventate delle sfide quotidiane per noi e con l’aiuto di Retrouvaille le affrontiamo mirando alla costruzione piuttosto che alla distruzione della nostra coppia.

Con il tempo abbiamo imparato che l’amore non è un’emozione spontanea, ma una scelta quotidiana fatta di piccoli gesti, di parole ritrovate, di sguardi che si cercano anche quando costa fatica. Abbiamo imparato a parlare, ad ascoltare, a condividere di nuovo. Soprattutto, abbiamo imparato che la coppia non si custodisce da sola: va nutrita, difesa, sostenuta.

I nostri sguardi ora si incontrano quando qualcosa non va come vorremmo, ma ci guardiamo con occhi diversi sapendo che possiamo uscirne insieme e ci sentiamo rassicurati come quando i nostri figli nell’ora della buonanotte ci dicono “ti voglio bene”.

Oggi sappiamo che la nostra storia non è perfetta, ma è vera. E proprio per questo è diventata più forte.

Silvia e Stefano (Retrouvaille Italia)

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Black Friday ma non dell’amore

Ogni anno, quando arriva novembre, sembra che il mondo tiri fuori il megafono del consumismo e cominci a gridare: Sconti! Occasioni! Affari irripetibili! È il Black Friday, la festa non ufficiale delle carte di credito e dei corrieri che sperano in un giorno di ferie (che non arriverà!). Tra percentuali, countdown e carrelli che traboccano, c’è un certo affanno nell’aria, un entusiasmo collettivo ad accaparrarsi la migliore offerta.

Il rischio è che, a furia di fiondarci sui prezzi stracciati, finiamo per stracciare invece qualcosa di ben più prezioso: il nostro sguardo sulle cose che contano davvero. Sì, perché, se c’è una verità che il Vangelo ci ricorda con la dolcezza di una carezza e la fermezza di un Padre è che il cuore non va mai messo in saldo. Nessun Black Friday dell’amore. Nessun -70% sulla pazienza, nessun prendi due e porti via tre abbracci. Il bene che doniamo, quello autentico, non è una merce e non segue il calendario commerciale.

È curioso come la logica del Vangelo proceda spesso in controtendenza. Dove il mondo corre, Cristo invita a rallentare. Dove il mondo vuole comprare, Cristo invita a donare. Dove il mondo dice “sii furbo”, Cristo dice “sii semplice e vero”. È un ribaltamento che spiazza ogni volta, ma che porta con sé una libertà sorprendente: quella di non dover dimostrare il nostro valore riempiendoci di sacchetti, ma piuttosto di relazioni autentiche. In fondo, quando ci fermiamo un attimo e osserviamo i nostri gesti quotidiani, scopriamo che le cose più importanti non hanno etichetta né codice a barre. Un messaggio sincero costa meno di un dispositivo all’ultima moda ma scalda infinitamente di più. Una visita inattesa illumina più di una lampada smart. Un perdono concesso con fatica ha un impatto più profondo di qualunque spedizione express.

Il Black Friday, allora, può diventare un’occasione per ricordarci che l’amore, quello vero, non si svende e non si misura. Non vendere l’anima al mercato del mondo, perché è troppo preziosa. Qualunque prezzo che il mondo la paghi è sempre irrisorio in confronto al suo valore. Non venderla, perché il mondo non può pagare il suo prezzo che è il sangue di Cristo sparso sulla croce. Diceva San Charbel, il santo libanese conosciuto in tutto il mondo, sulla cui tomba si recherà a pregare il 1° dicembre Papa Leone. Già, non vendere l’anima al mercato del mondo.

Ossia, non fare dei sentimenti un banale Black Friday, non svendere l’amore alla Piazza Affari del mondo. Se lo fai, non è vero amore. Oppure, non hai ancora capito la vera essenza dell’amore cristiano, dell’amore sponsale, del matrimonio sacramento. Perché l’amore vero è abbondante, generoso e sempre gratuito. È quell’amore che il cristiano è chiamato a testimoniare: non scintillante come un’insegna al neon, ma luminoso come una candela, alimentato dal fuoco dello Spirito Santo. L’unico in grado di accendere i cuori con una fiamma che non brucia nè consuma ma che rigenera, alimenta, sostiene, rinnova. Proprio come quella del roveto ardente visto da Mosè.

E così, mentre le offerte lampeggiano sui nostri schermi, possiamo scegliere di accendere una luce diversa, quella della gratitudine. Gratitudine per ciò che già abbiamo, per le persone che ci accompagnano, per i doni discreti che il Signore semina nel nostro cammino senza bisogno di promozioni speciali. E magari, proprio in questi giorni di frenesia, possiamo sorprenderci a fare il gesto più controcorrente di tutti: comprare meno e amare di più.

Perché il Black Friday finirà. Le offerte scadranno, i pacchi si apriranno, gli oggetti si useranno e si usureranno. Ma un amore integro, mai messo a sconto, rimane. Rimane e cresce. Perché non segue il ritmo del mercato ma quello del Cielo.

Fabrizia Perrachon

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UP: quando il romanticismo diventa una trappola invisibile

La sequenza iniziale di Up sembra raccontarci l’amore “perfetto”: tenero, romantico, pieno di piccoli gesti quotidiani e di grandi sogni condivisi. È una poesia visiva che emoziona, commuove, scalda il cuore. È ciò che tutti vorremmo vivere: un amore che dura tutta la vita, che riempie le giornate di senso e i muri di fotografie. Ma se la osserviamo con uno sguardo più profondo — psicologico, teologico e umano — scopriamo qualcosa che il film non mostra: quella coppia non è così sana come appare. Non perché non si amino. Si amano davvero. Ma non crescono.

Una relazione rimasta nella simbiosi

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, la loro è una coppia che non supera mai la prima fase: la simbiosi. È la fase dell’innamoramento, del trasporto emotivo, dell’illusione condivisa. È il tempo del “noi” che diventa così potente da cancellare l’“io”. Questa fase è necessaria, anzi preziosa: è il “cemento fresco” su cui si poggia una storia. Ma non può diventare la struttura definitiva del rapporto.

In Up, Ellie diventa il Polo Attivo: creativa, intraprendente, gioiosa, visionaria. È lei che propone, sogna, trascina. In termini transazionali, incarna il Genitore accudente e il Bambino Libero, pieno di vitalità. Carl, invece, resta spesso nel Bambino Adattato: timido, prudente, dipendente emotivamente da lei. Non oppone mai resistenza, non manifesta un progetto proprio, non esprime una volontà autonoma. Si lascia portare, guidare, colorare.

Il loro rapporto funziona… ma non evolve. Non c’è differenziazione. Non c’è dialogo Adulto–Adulto. Non c’è quel passaggio fondamentale in cui ciascuno costruisce la propria identità, con desideri, limiti, vocazioni proprie. Non c’è la libertà di restare se stessi dentro il legame. È un amore dolce, tenero, intenso… ma bloccato.

Le conseguenze di un amore non differenziato

Una coppia che rimane nella simbiosi può durare decenni senza apparenti problemi. Esternamente sembra una relazione perfetta: ci si sostiene, si sogna insieme, si vive l’illusione di una unità totale. Ma sotto la superficie, uno dei due rischia di vivere attraverso l’altro, e l’altro rischia di vivere per l’altro più che con l’altro. E quando la simbiosi si interrompe, il terreno cede.

È esattamente ciò che accade a Carl. Quando Ellie muore, lui non solo sperimenta il lutto: sperimenta il crollo della propria identità. Non ha progetti propri, non ha radici interiori, non ha un sé autonomo. Tutta la sua vita emotiva era “noi”, ma un “noi” dentro il quale Carl non si era mai formato davvero. Per questo, dopo la morte di Ellie, Carl non sopravvive psicologicamente: si aggrappa al passato, alla casa, alle memorie… perché è lì che ha lasciato il suo “io”.

L’amore cristiano non è fusione: è comunione

E qui entra la grandezza dell’antropologia biblica e cristiana. La cultura greca classica vedeva l’amore ideale come il ricongiungersi di due metà di un’unica mela: io non sono completo, tu non sei completa, ma insieme diventiamo uno. Un’immagine romantica, ma fragile. Se io sono “mezza persona”, avrò sempre bisogno dell’altro per sentirmi intero.

Il cristianesimo supera radicalmente questa visione. Nella prospettiva biblica, la forma perfetta dell’amore non è la fusione, ma la comunione nella distinzione. Il modello non è la mezza mela che cerca l’altra metà. Il modello è Dio stesso.

Nella Trinità esistono tre Persone distinte, libere, uniche — e tuttavia totalmente unite, in una comunione profonda che non confonde e non annulla. Tre in Uno, ma non uno annullando i tre. Un’unità che non è fusione, ma mutua donazione. Un amore fatto di libertà e reciproca presenza, non di dipendenza e confusione di identità.

La coppia cristiana è chiamata a questo: una comunione che custodisce la differenza, non un’unione che la cancella.

Differenziazione e interdipendenza: la via dell’amore maturo

Tradotto in chiave psicologica, l’amore maturo attraversa alcuni passaggi, ne riporto tre fondamentali:

  1. Simbiosi — il tempo dell’incanto, del bisogno, dell’intreccio affettivo.
  2. Differenziazione — il tempo in cui ciascuno comprende chi è, cosa desidera, quali sono le proprie ferite, i propri talenti, la propria vocazione.
  3. Interdipendenza — il tempo dei due adulti che scelgono di sostenersi senza annullarsi, di camminare insieme senza confondersi, di essere uniti ma autonomi.

Carl ed Ellie, pur vivendo un amore autentico, si fermano al primo passaggio. Non arrivano mai alla maturità del secondo, né alla ricchezza del terzo. È per questo che la loro storia è emozionante, toccante, poetica… ma non è un modello reale di amore cristiano, né psicologicamente sano. È più una fiaba romantica che una relazione matura.

La verità che libera

Il matrimonio vero — quello sacramentale, quello adulto — non dice: “Tu sei la mia metà.”
Quella è una promessa impossibile, una trappola affettiva, una illusione. Il matrimonio cristiano dice invece: “Io sono tutto. Tu sei tutta. E insieme siamo uno, senza smettere di essere due.”

La bellezza dell’amore cristiano non sta nella fusione, ma nella comunione. Non nello specchiarsi nell’altro, ma nel camminare con l’altro. Non nel “ti salvo”, ma nel “cresciamo insieme”. Non nel bisogno, ma nella libertà. Non nel riempire un vuoto, ma nel donare un pieno.

L’amore maturo è quello che ci permette di riconoscere l’altro come un mistero distinto dal nostro, e di scegliere la sua presenza come cammino di vita, non come stampella emotiva. Ed è in questo amore — libero, adulto, interdipendente — che la coppia diventa immagine viva della Trinità: unità nella distinzione, comunione senza confusione, dono senza perdita di sé.

Questo è l’amore che dura.
Questo è l’amore che guarisce.
Questo è l’amore che profuma di Vangelo.

Antonio e Luisa

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Come una scossa elettrica

Dai «Discorsi» di sant’Agostino ​(Disc. 21, 1-4; CCL 41, 276-278) «Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria» (Sal 63, 11). […] Ora dunque amiamo nella speranza. […] Ecco perché la Scrittura dice: «Il giusto gioirà nel Signore» e subito dopo, perché questi ancora non vede la realtà, essa aggiunge: «e riporrà in lui la sua speranza».  Abbiamo tuttavia le primizie dello spirito e forse già qualcosa di più. Infatti già ora siamo vicini a colui che amiamo. Già ora ci viene dato un saggio e una pregustazione di quel cibo e di quella bevanda, di cui un giorno ci sazieremo avidamente. Ma come potremo gioire nel Signore, se egli è tanto lontano da noi? Lontano? No. Egli non è lontano, a meno che tu stesso non lo costringa ad allontanarsi da te. Ama e lo sentirai vicino. Ama ed egli verrà ad abitare in te.  «Il Signore è vicino: non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6). Vuoi vedere come egli sta con te, se lo amerai? «Dio è amore» (1 Gv 4, 8). Ma tu vorrai chiedermi: che cos’è l’amore? L’amore è la virtù per cui amiamo. Che cosa amiamo? Un bene ineffabile, un bene benefico, il bene che crea tutti i beni. Lui stesso sia la tua delizia, poiché da lui ricevi tutto ciò che è causa del tuo diletto. Non parlo certo del peccato. Infatti solo il peccato tu non ricevi da lui. Eccetto il peccato, tu hai da lui tutte le altre cose che possiedi.

Questo è uno stralcio di ciò che si leggerà domani nell’Ufficio divino, ed è un bellissimo invito a rallegrarci, a gioire nel Signore, ad esultare nello Spirito Santo, a patto della rettitudine del cuore. Quando la Bibbia menziona il cuore non intende parlare della sede dei sentimenti e degli affetti, piuttosto intende il cuore come la sede della volontà, la sede in cui si decide come orientare il proprio libero arbitrio.

Ecco quindi che i “retti di cuore” sono coloro che hanno una volontà integra moralmente, incorruttibile, seria e decisa per la libertà, ovvero per il bene, per il Bene supremo. Ma siccome la realtà del Paradiso è un bene futuro mentre noi viviamo ancora nel tempo, il Signore per non scoraggiarci ci dà una sorta di antipasto, spiega sant’Agostino: Già ora ci viene dato un saggio e una pregustazione di quel cibo e di quella bevanda, di cui un giorno ci sazieremo avidamente.

Non di rado ci succede di incontrare coppie di sposi angustiati per le tribolazioni che stanno vivendo, quasi come attori passivi di una realtà che li soffoca. Non intendiamo di certo sminuire le situazioni di grande disagio e tribolazione, vogliamo invece aiutare ad avere uno sguardo più ampio, come una sorta di respiro di recupero, una specie di pausa momentanea anche se di pochi istanti, nella quale almeno intuire che l’orizzonte è molto di più della tribolazione che si sta vivendo ora.

E’ san Paolo che ci esorta «Il Signore è vicino: non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6). Qualcuno potrebbe commentare che è facile a dirsi (o scriverlo) ma difficile viverlo sulla propria pelle, ed è proprio qui il punto: sulla propria pelle, cioè nella propria vita, nella propria situazione contingente, non nel mondo dorato di certi cartoni animati odierni in cui il dolore non esiste.

Cari sposi, la modernità ci vuole ammaestrati ad usare il sentire come metro di misura per la vita : ogni scelta giusta o sbagliata che sia per il mondo va bene purché sia “sentita”, non esiste più il male ed il bene, ma esiste solo ciò che senti sia giusto sbagliato. Come fare allora a sentire il Signore vicino? Che metro di misura serve?

Sant’Agostino ci insegna che: Egli non è lontano, a meno che tu stesso non lo costringa ad allontanarsi da te. Ama e lo sentirai vicino. Ama ed egli verrà ad abitare in te. Anche qui bisogna intendersi su cosa sia amare, ed il santo continua: Che cos’è l’amore? L’amore è la virtù per cui amiamo. Che cosa amiamo? Un bene ineffabile, un bene benefico, il bene che crea tutti i beni. Lui stesso sia la tua delizia, poiché da lui ricevi tutto ciò che è causa del tuo diletto. Non parlo certo del peccato. Infatti solo il peccato tu non ricevi da lui. Eccetto il peccato, tu hai da lui tutte le altre cose che possiedi.

Vogliamo Dio vicino? Cominciamo ad obbedire al comando di amarci gli uni gli altri com Lui ci ha amato e ne vedremo delle belle. Da dove cominciare? Dalla propria casa, dal proprio matrimonio, dentro nella relazione marito e moglie deve scorrere l’amore di Cristo come fosse una continua corrente elettrica, chi viene in contatto con noi dovrebbe prendere la scossa. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Le tre morti che fanno vivere l’amore sponsale

Prima di proseguire con i versetti dell’Epilogo ci preme approfondire un concetto importante: quello di morte – non quella fisica tranquilli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una morte silenziosa che nessun corso prematrimoniale riesce a spiegare fino in fondo: la morte necessaria che ogni sposo e ogni sposa devono attraversare se vogliono vivere un amore maturo. Non è la morte che si oppone all’amore, ma quella che ne diventa conseguenza. Perché solo morendo a certe parti di me posso rinascere come marito e come padre, come moglie e come madre.

Gesù lo dice con una chiarezza disarmante: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). E nel matrimonio questo versetto diventa metodo quotidiano: se voglio trovare la mia vita insieme a te, devo accettare di perdere qualcosa di me.

La verità è che ogni matrimonio passa attraverso fasi psicologiche naturali, sane, necessarie.
C’è la fase dell’innamoramento, dove proiettiamo sull’altro il “meglio di noi” e viviamo come se tutto fosse semplice. È la fase in cui io vedo in te quasi un “angelo custode” fatto su misura per me. Poi arriva la fase della disillusione, quando l’altro si rivela diverso da come lo avevo immaginato e io scopro che l’amore non è un sentimento, ma un lavoro. Infine c’è la fase della scelta adulta: quella in cui capisco che posso amare solo se accetto di cambiare, di rinunciare, di crescere. È qui che entrano in gioco le tre morti del matrimonio: tre passaggi interiori che trasformano la coppia da due innamorati a due sposi veri.

1. Morire al mio egoismo: dall’innamoramento alla scelta dell’altro

La prima morte è la più complessa perché tocca ciò che di più infantile abita in noi: l’egoismo strutturale con cui nasciamo tutti. All’inizio della relazione questo egoismo è mascherato. Quando sono innamorato, tutto mi viene spontaneo: ascoltarti, essere gentile, rinunciare, sorridere. Perché?

Perché in fondo, senza accorgermene, sto ancora cercando la mia gratificazione. Sono spinto dal desiderio, dall’entusiasmo, dal bisogno di essere amato. Ma quando la fase dell’illusione svanisce, emerge la parte vera: chi sono quando non ho più gratificazione immediata?

È lì che nasce la morte dell’egoismo. Significa imparare a leggere le situazioni non più con il metro del “mi conviene?”, ma del “ci fa bene?”. Gesù lo ricorda con forza: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). E il mio “più piccolo” non è un gruppo generico di persone: è mia moglie, è mio marito. L’altro, proprio quello con cui vivo ogni giorno.

Ricordo bene quando, anni fa, correre con un’amica stava diventando qualcosa di pericoloso. Non era successo nulla. Ma i segnali c’erano. Dentro di me si apriva quella tensione sottile tra il desiderio di piacere e la coscienza che stavo entrando in un territorio che avrebbe devastato tutto. Avrei potuto concedermi un piacere immediato. Ma poi? Avrei perso tutto ciò che conta.

Ho scelto la via più umile: fuggire. Come Giuseppe davanti alla moglie di Putifarre (Gen 39,12). Ho scelto di rinunciare prima che fosse troppo tardi. Quella rinuncia ha nutrito il nostro matrimonio più di mille gesti romantici. Perché l’amore vero non sempre si vede. Spesso è ciò che non facciamo.

2. Morire al mio orgoglio: dalla disillusione alla relazione vera

La seconda morte è quella dell’orgoglio. Il passaggio che avviene nella fase di disillusione, quando ci accorgiamo che l’altro non è come lo avevamo idealizzato. All’inizio vedo in te la parte più bella. Poi arrivano le prime frustrazioni:

  • “Non mi capisce.”
  • “Non è come me.”
  • “Sbaglia.”
  • “Mi ferisce.”

E l’orgoglio si alza come un muro invisibile. L’orgoglio è la parte di noi che vuole avere sempre ragione, che non sopporta critiche, che vive ogni divergenza come un attacco personale. È quella voce interiore che dice: “Lui deve cambiare”, “Lei deve capire”. San Paolo, quando descrive l’amore, non parla di emozioni. Dice: «L’amore non si gonfia» (1Cor 13,4). Ecco: l’orgoglio gonfia. L’amore sgonfia.

Morire al mio orgoglio significa accettare che anch’io sono fragile. Che io non sono migliore. Che l’altro non mi deve nulla. È un passaggio psicologico essenziale: dalla relazione simmetrica (“io valgo più di te”) alla relazione adulta (“siamo entrambi limitati e ci scegliamo lo stesso”).

Nella coppia tutto cambia quando capiamo che non è importante vincere, ma restare uniti.
La famiglia non è un tribunale dove qualcuno deve essere assolto. È un luogo in cui entrambi possiamo sbagliare, chiedere scusa, ricominciare.

3. Morire alla mia volontà: dalla dipendenza alla libertà reciproca

La terza morte è la più adulta: morire alla mia volontà. È il passaggio che permette alla coppia di entrare nella fase matura: quella dell’autentica intimità. Non intimità fisica — quella è solo un linguaggio. Ma intimità psicologica: quando so accettare che tu sei diversa da me e non ho bisogno che tu sia come vorrei.

Questa morte riguarda il bisogno di controllo. Il desiderio che tutto funzioni secondo i miei piani. La pretesa che l’altro soddisfi le mie aspettative. Gesù nel Getsemani dice: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Lc 22,42). Non è rassegnazione: è affidamento. È la scelta di credere che l’Amore costruisce qualcosa anche quando non lo capisco.

Morire alla mia volontà significa riconoscere che:

  • ho quel lavoro, e lì posso amare;
  • ho quella famiglia, e lì posso servire;
  • ho quella storia, e lì posso crescere;
  • ho quella sposa, con i suoi limiti e i suoi doni, e lì posso diventare santo.

La tua diversità non è un fastidio: è la strada attraverso cui Dio mi educa, mi purifica, mi libera. È così che la coppia passa dalla fase di dipendenza (“ho bisogno che tu sia così”) alla fase adulta (“ti amo nella tua libertà”).

La grande rinascita

Le tre morti — dell’egoismo, dell’orgoglio e della volontà — non tolgono nulla. Creano spazio. Sono le morti che permettono alla coppia di passare:

  • dall’illusione all’amore realistico,
  • dalla fusione infantile alla comunione adulta,
  • dal “ti amo perché mi fai stare bene” al “ti amo perché insieme cresciamo”.

Gesù usa un’immagine potentissima: «Se il seme non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Quello che muore in noi — l’egoismo, la pretesa, la superbia — diventa terreno fertile. Diventa spazio per l’Amore. Diventa il modo concreto con cui, ogni giorno, diventiamo sposi. Perché alla fine solo chi sa morire…sa amare davvero.
Antonio e Luisa

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Il fine oltre la fine

Cari sposi, stiamo arrivando al termine dell’anno liturgico e presto inizierà l’Avvento, nel quale ci prepareremo alla solennità della Nascita di Gesù. In questo periodo non è facile, umanamente parlando, utilizzare la parola “fine” quando siamo a novembre, nel pieno del nostro anno o lavorativo o pastorale. Tuttavia, sappiamo bene che il tempo liturgico non coincide per forza con quello cronologico. Anzi, di per sé ciò costituisce un fatto assai positivo e utile perché ci aiuta a vivere senza sprofondare nella routine degli eventi e dei fatti quotidiani ma ci consente di tenere sulla realtà uno sguardo che sa andare oltre l’apparenza.

Proprio alla luce di questo concetto si sviluppa il Vangelo odierno. Le parole di Gesù nascono a seguito di un commento quasi banale, della serie: Come è bello questo tempio! – una frase che sarà uscita spontanea pure a noi, magari visitando splendide opere d’arte, quali San Pietro, la Sagrada Familia, l’Acropoli… ma Gesù afferra la palla al balzo e sfrutta l’occasione per andare in profondità.

Pare che il Maestro abbia qualcosa da ridire su quell’affermazione innocente e viene allora da chiedersi: che c’è di sbagliato nel fare un complimento estetico? Non è stato forse Gesù stesso nel ringraziare e lodare il Padre per la bellezza delle cose?

È interessante che anche oggi, come domenica scorsa, il filo rosso della Liturgia giri attorno al Tempio. Risulta assodato che per gli Ebrei del I secolo esso fosse il luogo centrale della presenza di Dio, il centro del culto e della vita comunitaria e nazionale e, insieme, un segno della promessa di Dio al suo popolo.

Ed ecco quindi che Gesù scorge in quegli elogi sull’architettura e sulla fattura dell’edificio sacro più importante dell’ebraismo un che di compiacimento, quasi a voler considerare le pietre e gli addobbi un motivo di vanto e sicurezza personali.

Il Catechismo ci dice che: Gesù si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini [Cfr. Gv 2,21; Mt 12,6]. Per questo la sua uccisione nel corpo [Cfr. Gv 2,18-22] annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l’entrata in una nuova età della storia della salvezza: «E’ giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21) [Cfr. Gv 4,23-24; 586 Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22].

Cosa vuole comunicarci allora il Signore? Un messaggio fondamentale che emerge dalle Sue Parole è che il credente fonda la sua certezza e la sua speranza solo su Cristo, perché ogni cosa, per quanto bella, splendida e sacra, prima o poi svanirà.

Difatti, la comunità a cui scrive l’evangelista Luca era già a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme dell’anno 70. E tra gli Evangelisti è proprio lui che più degli altri tende a presentare il cristianesimo in una prospettiva di continuità e pienezza rispetto al culto ebraico, con il Tempio che funge da cerniera tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Ma questo al fine di porre l’accento non più sulla grandiosità e sontuosità di quel luogo ma sulla certezza che il giorno del Signore sta per venire.

La distruzione di Gerusalemme dovette essere qualcosa di terrificante e traumatizzante per il popolo ebraico e noi italiani di inizio XXI secolo non abbiamo alcun termine di paragone per comprenderlo. Eppure, Gesù proprio con questo insegnamento si era anticipato al disastro e ci aveva già indicato di fissare lo sguardo su di Lui e non su una costruzione umana, preservando e mettendo in salvo la nostra speranza da ogni delusione umana.

Per cui, in prossimità della fine dell’anno liturgico, siamo invitati a intravedere oltre ad essa, alla fine del tempo, il fine di tutto, cioè Cristo, Signore del tempo e dell’eternità. Non è in fondo quello che ascoltiamo nella Veglia Pasquale? Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A Lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen.

Cari sposi, anche in questo caso la Parola si traduce e si rivolge a voi. Difatti, il matrimonio stesso ha un valore e un senso escatologico, cioè ci parla delle realtà ultime, della Vera Vita che ha da venire. Ce lo ricorda Papa Giovanni Paolo II in Familiaris consortio quando scrive: il matrimonio è profezia dell’Alleanza tra Cristo e la Chiesa (n. 13), quindi ha una dimensione escatologica.

Il matrimonio è un rapporto transeunte e provvisorio perché legato a questo mondo, non possedendo in sé steso un valore ultimo ma un rimando ad Altro. Proprio per questo, il matrimonio mostra la sua bellezza, perché impedisce ai coniugi di diventare schiavi l’uno dell’altro e, dall’altro lato, fa sperimentare loro che la fonte dell’Amore non proviene da loro stessi ma da Dio.

Cari sposi, se siete giustamente orgogliosi del rapporto che avete costruito e fieri di tutto lo sforzo che esso ha implicato per renderlo stabile, ascoltate Gesù che, come ai discepoli che ammiravano il Tempio, vi ricorda che il vostro rapporto non è vincolato alla caducità di questo mondo ma è chiamato ad essere trasfigurato in Cristo, l’Unico che può donargli un valore di infinito.

ANTONIO E LUISA

All’inizio del nostro amore mi capitava spesso di pensare e dire frasi assolute: “Sei il mio tutto”, “Senza di te non vivo”, “La mia vita sei tu”. Parole nate dall’innamoramento, belle ma rischiose. Col tempo ho capito che stavo mettendo sulle spalle di Luisa un peso enorme: quello di dover colmare ogni mia mancanza, ogni mio vuoto, ogni mio bisogno di pienezza. In pratica, stavo rischiando di farne un idolo.

È stato un cammino interiore forte. Nel cuore percepivo come una voce che mi diceva: Guarda la donna che ti ho affidato: è splendida, ma fragile, incompleta… come te. Non può riempire il desiderio di eternità che porti dentro. Solo io posso farlo. Non metterla al mio posto. Questa consapevolezza mi ha liberato. Amare Luisa non significava farla diventare il centro assoluto della mia vita, ma lasciar fare a Dio quel lavoro profondo e, con la sua forza, amarla davvero.

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Pellegrini di speranza. La mappa

Ogni pellegrino, prima di partire, apre la mappa, la distende sul tavolo, la osserva, segue con il dito la strada che dovrà percorrere. La mappa è il segno concreto che non cammini da solo, che qualcuno prima di te ha già tracciato sentieri, ha lasciato segni per giungere con sicurezza a destinazione. Nella vita spirituale questa mappa è la Tradizione della Chiesa.

La Tradizione non è un museo di verità antiche, ma una strada viva continuamente percorsa. La tradizione è la memoria dei santi, la sapienza dei Padri, la preghiera dei semplici, la fede trasmessa da generazione in generazione. È come una grande mappa che tiene insieme le vie, i sentieri che conducono al cuore di Dio. Ogni volta che la apri, ritrovi coordinate affidabili per non smarrirti.

Quando segui la mappa, in realtà stai camminando in compagnia con chi ti ha preceduto: i profeti, gli apostoli, i santi, i testimoni silenziosi della fede che ci hanno lasciato un segno, un frammento di luce, un tratto di strada illuminato. La Tradizione ti invita a non reinventare tutto, ma a lasciarti condurre da chi ha già fatto esperienza del Vangelo nella carne della propria storia.

Molti pensano che la Tradizione sia qualcosa di immobile mentre essa è movimento, è trasmissione, è come la lanterna infuocata delle olimpiadi che passa di mano in mano. La Tradizione come la mappa che pur restando la stessa viene continuamente aggiornata da chi la percorre, così allo stesso modo il tuo camminare nella e con la Chiesa porta ad inserire il tuo passo, la tua esperienza in questa grande corrente di vita che viene da Cristo e va verso di Lui.

In un mondo che cambia rapidamente e che spesso disorienta, la Tradizione offre un punto di riferimento stabile e vitale, ti insegna a leggere i segni dei tempi senza perdere la direzione, ti aiuta a discernere tra le voci che confondono e la Parola che guida. La Tradizione ti radica e ti apre, ti custodisce e ti spinge.

Allora posso dirti che la Tradizione rende possibile il cammino in modo libero, perché solo chi conosce la direzione può permettersi di esplorare la vita, solo chi ha una mappa può perdersi senza paura, sapendo che esiste sempre una via per tornare a casa.

Se ci pensi, ogni pellegrino conosce bene la sensazione di avere in mano una mappa affidabile. Non gli toglie la fatica del camminare, non elimina le salite, i passi incerti, la pioggia o il vento contrario. Ma gli restituisce qualcosa di essenziale: il senso della direzione. Così fa la Tradizione nella vita spirituale. Non ti evita il combattimento interiore, le prove, il dubbio, i deserti. Ma ti assicura che quella strada è già stata percorsa e conduce alla Vita.

La Tradizione, infatti, nasce dalla dinamica dell’amore ricevuto e trasmesso. È l’esperienza viva di un popolo che, di generazione in generazione, custodisce ciò che lo salva. È memoria che diventa futuro. È radice che permette di crescere, perché un albero senza radici può anche fare rumore mentre cade, ma non porterà mai frutti.

A volte, nel nostro tempo, c’è un rischio sottile: scambiare la spontaneità per libertà e la novità per verità. Ma senza una mappa tutto diventa improvvisazione, tutto dipende dal momento, dal sentimento, dall’emozione di un istante. La Tradizione, invece, ti insegna che la fede non nasce da un’intuizione personale ma da un incontro che ti precede e ti supera. Tu non inventi la via: la riconosci. Non costruisci la Verità: la accogli.

E c’è un altro aspetto meraviglioso: nella Tradizione sei tu stesso ad essere inserito come un nuovo tassello, un nuovo sentiero. La tua fede, la tua storia, la tua lotta, il tuo amore quotidiano aggiungono un tratto di luce alla mappa che altri, un giorno, consulteranno. Anche tu diventi un ponte, un segno, un orientamento. E tu, qual è la mappa che stai seguendo oggi? Chi ti sta aiutando a orientarti nel cammino della fede?

Se ti va scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

Fra Luca Bruno

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Feriti ma non distrutti: quando l’infedeltà incontra il perdono

Negli ultimi giorni, alcune dichiarazioni di Michelle Hunziker hanno riacceso il dibattito sul significato del tradimento. Il tradimento non è così importante… conta di più il progetto di vita che si costruisce insieme, ha affermato Michelle, provata da una vita costellata di successi professionali ma anche di fallimenti affettivi. Parole che possono far discutere, ma che invitano a una riflessione più profonda: che cos’è, davvero, la fedeltà? E cosa significa perdonare un’infedeltà senza banalizzarla?

Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è solo l’assenza di un tradimento fisico, ma un orientamento interiore, una promessa che si rinnova giorno dopo giorno. Essere fedeli non significa non cadere mai, ma scegliere ogni giorno di restare nell’alleanza, anche quando le ferite sembrano insuperabili. Tuttavia, il tradimento – di qualunque forma sia – resta una ferita profonda. Non tocca solo la fiducia: attraversa il corpo, i pensieri, l’immagine di sé e dell’altro, la memoria condivisa. È come se una crepa si aprisse proprio nel luogo in cui si sentivano radicati l’amore e la sicurezza.

Quando un coniuge viene tradito, qualcosa si spezza dentro: non è solo la paura di aver perso l’altro, ma la sensazione di essere stati resi invisibili, di non contare più. Il dolore è totale perché l’infedeltà non riguarda solo ciò che si è fatto, ma ciò che è venuto meno: la verità, la trasparenza, la fiducia e il senso di casa nell’altro. È un trauma che il corpo registra: insonnia, tensione, vuoti allo stomaco, pensieri ossessivi. Anche il corpo soffre, perché il matrimonio è un patto incarnato: due vite che si intrecciano, due corpi che diventano segno visibile di un’unione invisibile.

Eppure, proprio lì dove si apre la ferita, può nascere una possibilità di rinascita. È vero: si può perdonare l’infedeltà, ma non si può farlo a cuor leggero. Il perdono non è un gesto impulsivo né un ritorno alla normalità come se nulla fosse accaduto. È un cammino che richiede tempo, consapevolezza, ascolto, coraggio. Perdonare non significa dire “non importa”, ma dire “importa talmente tanto che non voglio che finisca qui”. È una decisione che tiene insieme la verità e la misericordia.

Molte coppie, dopo un’infedeltà, sperimentano un bivio: chiudersi nel rancore o affrontare la crisi come occasione di crescita. In questa seconda via, il perdono diventa una scelta spirituale e insieme umana, un atto di libertà. Lo si fa non per debolezza, ma per amore del progetto di vita costruito insieme, per custodire ciò che è stato buono, per dare un nuovo senso al cammino comune. Chi perdona, in fondo, sceglie di guardare oltre l’errore per vedere la persona. E questo non può avvenire senza un lavoro profondo su sé stessi: riconoscere le proprie fragilità, i bisogni non ascoltati, le paure che si erano sedimentate da tempo.

C’è un passaggio interiore che accompagna chi decide di ricominciare: la scoperta che la fedeltà non è staticità, ma movimento. Non è il semplice “non tradire”, ma l’imparare a custodire l’altro anche quando non si sente amato, a ricominciare anche quando non si ha voglia, a lasciare che la crisi diventi maestra. Ci sono coppie che, dopo aver attraversato la tempesta, trovano un’intimità più vera, una comunicazione più onesta, una vicinanza più matura. Non perché dimenticano, ma perché hanno imparato a guardare la ferita senza fuggire.

Il perdono, in questo senso, non cancella il passato ma lo redime. È come una cicatrice: non fa più male, ma resta a testimoniare che qualcosa è stato ferito e poi guarito. E come ogni cicatrice, racconta una storia di sopravvivenza e di rinascita. Dio stesso entra in questa logica: non ci chiede di essere perfetti, ma di lasciarci trasformare dall’amore. Anche nella coppia, la grazia passa attraverso le nostre crepe.

Chi tradisce, se è davvero pentito, dovrà affrontare un lungo cammino di riconquista della fiducia: fatti, parole, trasparenza quotidiana. Ma anche chi è stato tradito, per perdonare, dovrà attraversare il dolore, guardarlo in faccia, smettere di nasconderlo sotto il tappeto. Il perdono autentico è una ri-decisione reciproca, un atto di libertà che unisce mente, corpo e spirito. E può diventare una rinascita se accompagnato da onestà, da fede e da un lavoro reale sulla relazione.

Nel matrimonio cristiano, tutto questo trova senso nella logica della croce: l’amore che resta, anche quando è ferito; la promessa che non si ritira, ma si purifica. Gesù stesso, amando fino alla fine, ci mostra che la fedeltà non è mai un premio alla perfezione dell’altro, ma un atto di libertà che sceglie di amare nonostante. Questo non giustifica l’infedeltà, ma apre alla possibilità che persino una ferita così profonda possa diventare terreno di grazia.

Chi ama, davvero, non cancella il dolore ma lo trasforma. E se il tradimento ha ferito la carne dell’amore, il perdono può diventare il luogo in cui quell’amore si fa più incarnato, più vero, più umano. Perché la fedeltà non è mai un punto di partenza, ma una meta che si raggiunge insieme, passo dopo passo, anche tra le cicatrici.

Antonio e Luisa

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Ti mangio … di baci

“Ti mangio di baci” è una frase che, al solo pronunciarla, evoca un’immagine vivida di affetto travolgente. Può essere rivolta a un dolcissimo neonato, a un bimbo oppure al nostro amore, fidanzato/a o coniuge. Voler “mangiare di baci” qualcuno ha un significato più profondo della semplice azione in sé perché, a seconda di chi è il destinatario, può racchiudere passione, desiderio, gioco o tenerezza. In questa espressione convivono dolcezza e intensità: il voler “mangiare” di baci l’altro è quasi un bisogno fisico, un’attrazione che spinge a colmare ogni distanza, a non lasciare spazio tra sé e la persona amata. Ma cosa significa davvero questa frase, e perché ha un così forte impatto nella vita di coppia?

Il bacio, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo. Studi di psicologia evolutiva mostrano che il contatto labbra a labbra attiva aree cerebrali legate al piacere, rilasciando ossitocina, dopamina e serotonina — ormoni che alimentano il legame e il benessere emotivo. Il “ti mangio di baci” porta questo gesto a un livello più intenso: è come dire non riesco a saziarmi di te. È un comportamento istintivo, simile al modo in cui una madre riempie di baci il proprio bambino piccolo: un misto di protezione e amore incondizionato. Nella coppia, questo istinto diventa un segnale di forte connessione emotiva e attrazione fisica.

“Ti mangio di baci” non è solo passione ma anche intensa tenerezza. C’è un aspetto giocoso, quasi infantile, che si insinua in questa frase. È il lato spensierato dell’amore: quel ridere insieme, quello stare bene anche in silenzio, quel bagaglio di condivisione di vita che dura da anni.  In molte coppie, “ti mangio di baci” diventa una frase rituale, quasi un piccolo codice segreto. Pronunciarla significa attivare immediatamente ricordi e sensazioni condivise: magari un bacio dato in un momento speciale, o un gesto affettuoso che ha segnato l’inizio della relazione. La forza dei rituali affettivi in coppia è ben documentata: generano continuità, stabilità e senso di appartenenza. Un bacio “appetitoso” improvviso, accompagnato da quella frase, può spezzare la routine quotidiana e riportare l’attenzione sul valore del legame.

Dietro tutto questo, però, c’è molto di più: chi è che, per eccellenza, si dona a tal punto da farsi magiare, letteralmente? “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo” (Mt 26,). Con queste parole, Gesù non si limita a offrire un gesto simbolico ma istituisce un sacramento che diventa il cuore pulsante della vita cristiana, l’Eucaristia. Qui si nasconde una verità radicale: il Figlio di Dio sceglie di farsi cibo per l’uomo. Per gli uomini e le donne di tutti i tempi, da lì in avanti. Per i nostri avi, per noi, per i nostri figli, per i nostri posteri. Per tutti, ovunque e per sempre. Farsi mangiare significa farsi completamente disponibile all’altro, fino a diventare parte di lui. Non è un’offerta parziale, ma totale: non dona solo qualcosa, dona sé stesso. Dal punto di vista teologico, questo è il compimento dell’Incarnazione: Dio non solo si fa uomo, ma si fa nutrimento, entra fisicamente nella nostra vita, si unisce a noi dall’interno.

Nella cultura ebraica, mangiare insieme aveva un valore di comunione profonda. Qui Gesù va oltre: non si limita a sedere alla stessa tavola, ma diventa il cibo stesso. Questo gesto, letto alla luce dell’amore, esprime intimità assoluta perché non c’è unione più completa di quella che passa dal nutrimento. Ma esprime anche il desiderio di rimanere: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). È il contrario di un Dio lontano e intoccabile: è un Dio che si lascia “consumare” perché l’amore, per sua natura, si dona fino in fondo.

Mangiare, biologicamente, significa assimilare ciò che si consuma. Nel caso dell’Eucaristia, il processo si ribalta: non siamo noi a trasformare Cristo in noi, ma è Lui che trasforma noi in Lui. Sant’Agostino lo spiegava così: “Non sarai tu a trasformare me in te, come il cibo del tuo corpo, ma sarò io a trasformare te in me.” In questo senso, l’Eucaristia è un’esperienza di trasfigurazione: non solo ci nutriamo di Cristo, ma diventiamo più simili a Lui. Mangiare qualcuno di baci, allora, si configura come un’espressione di amore altissimo, al di là dell’espressione divertente e divertita. Significa, ancora una volta, che Gesù ci ha insegnato tutto. E che il vero cibo dell’amore è Lui che si fa dono. E noi, piccoli piccoli, se ci doniamo a nostra volta, rendiamo visibile nel concreto questo immenso regalo d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Siamo seminatori d’amore

Negli ultimi anni, parlando con tante coppie e osservando la storia che avanza, mi rendo conto che l’immagine forse più adatta a descrivere la vocazione degli sposi cristiani nel nostro tempo è quella del seme che viene gettato sulla terra.

Infatti viviamo in un’epoca che potremmo definire “terra di mezzo”, dove tutto sembra incerto, tra il mondo cristiano dei nostri nonni che non c’è più e quello nuovo non ancora nato. A me piacerebbe vedere sempre e in tempi brevi il risultato delle mie azioni, sia nelle cose umane che in quelle spirituali, ad esempio nella preghiera, ma ci sono periodi, come nelle coltivazioni, dedicate alla semina e altre dedicate alla raccolta: ecco, la generazione che stiamo vivendo è chiamata a seminare.

Il seme è la cosa più piccola e fragile che esista, lo prendi in mano e quasi non lo senti, lo butti in terra e scompare. Non dà nessuna garanzia: affidi alla terra qualcosa che non puoi controllare. Eppure Gesù ci dice che Dio lavora anche quando noi non lo vediamo. Nell’invisibilità della vita quotidiana, tra le mille fatiche del matrimonio, dentro le incomprensioni, le fragilità, i limiti reciproci, i figli che crescono, i problemi economici, le ansie del futuro: lì, proprio lì, il Signore fa germogliare qualcosa.

Il seme non cresce perché il seminatore è bravo, il seme cresce perché è vivo, come l’amore. Lo so che a volte può sembrare frustrante darsi tanto da fare per diffondere la fede e non avere risposta o constatare che tutto va avanti apparentemente allo stesso modo, ma dobbiamo avere la consapevolezza che noi dobbiamo fare la nostra parte e la certezza che prima o poi questo seme darà i suoi frutti. In particolare agli sposi è chiesto di:

  • tenere alta la fiaccola della fede in un mondo che ne ha perso il senso,
  • custodire la verità del matrimonio mentre molti la deridono,
  • testimoniare la fedeltà quando tutto intorno si esalta il provvisorio,
  • difendere la vita mentre la cultura dominante la relativizza,
  • esaltare la bellezza del maschile e femminile, anche se gli altri pensano che sia un fattore soggettivo,
  • restare nella Chiesa anche quando la Chiesa stessa soffre e cammina zoppicante.

E tutto questo nel silenzio, come appunto fa il seme quando cresce, nella pazienza, nell’amore quotidiano, nel sacrificio nascosto, nella tenerezza e nella preghiera.

Nessuno applaudirà quando scegli di perdonare tuo marito per l’ennesimo scatto d’ira, nessuno ti farà un monumento perché scegli di restare amorevole con tua moglie anche quando si chiude nel silenzio, nessuno ti loderà perché rimani fedele quando sarebbe più facile mollare: eppure è da qui che nasce il Regno di Dio.

Queste cose le dico perché non vorrei che le coppie “gettassero la spugna” nel mostrare come Dio ama, vedendo come ciò che trasmettono sembri evaporare subito: il seme muore per generare nuova vita, ciò che ora sembra inutile un giorno si rivelerà decisivo, ciò che appare rifiutato un giorno diventerà nutrimento. Il Signore sta costruendo qualcosa attraverso di noi e, anche se stiamo attraversando un “inverno spirituale”, questo è in genere il tempo favorevole in cui i semi germogliano sotto la terra.

Quando arriverà la primavera, forse tra una generazione, forse due, la Chiesa avrà bisogno di radici forti: le radici che noi oggi stiamo piantando. Il nemico tenta le coppie cristiane facendole sentire inutili, anche nell’educazione dei figli:

Non cambia nulla…
Nessuno ti vede…
Non vale la pena…
Tutti fanno il contrario…
È troppo difficile…
Non serve a niente restare fedeli…

Dio invece ti dice: Rimani, continua, affida a me ciò che non capisci, io darò frutto.

Lo scoraggiamento è l’arma con cui il male prova a fermare il bene nascente e anzi è proprio quando non si vede nulla che il seme sta lavorando di più. Forse la nostra generazione non vedrà grandi cambiamenti, forse noi non assisteremo alla rinascita di fede che sogniamo, ma non dobbiamo essere la generazione dei risultati e dei frutti, dobbiamo essere la generazione dei seminatori. Non dobbiamo fare grandi cose, dobbiamo fare piccole cose con amore, ogni giorno, insieme.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Stirpe regale

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa (Disc. 4, 1-2; PL 54, 148-149) […] Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2, 9). Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. […]

Molte volte sulle pagine di questo blog sono state ricordate e parzialmente spiegate le funzioni sacerdotale e regale degli sposi, anche noi oggi facciamo qualche accenno, consci che un articolo possa solo suscitare attrazione ma che poi per affrontare in profondità le questioni sia necessario partecipare a seminari, corsi di formazione, a cui dar seguito con l’impegno costante della propria vita personale e sponsale.

Questa volta tiriamo in ballo un santo del V secolo, casomai qualcuno abbia il dubbio che questi argomenti siano frutto di qualche svitato dell’ultim’ora oppure che la Chiesa se ne sia accorta solo in questi ultimi anni; le cose erano già chiare fin dai primi secoli ma c’era bisogno di un percorso di approfondimento e di studio nelle varie scienze umane che l’antropologia cristiana ha esplorato accompagnata dall’assistenza dello Spirito Santo.

Le letture della Santa Messa di Domenica scorsa ci hanno ricordato che noi battezzati siamo le pietre vive di un edificio spirituale, proprio come l’apostolo Pietro nel brano pubblicato sopra, ma c’è un aspetto che forse è sfuggito a molti e ce lo ho ricordato il Vangelo con l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù: quali mercanti dobbiamo cacciare dal tempio vivo che siamo noi?

Per farlo non possiamo fare tutto da soli, anzi, senza Colui che infligge ai mercanti il colpo finale cadremmo vittime dei nemici in questa battaglia per la vita eterna. Ma noi battezzati non siamo come tutti gli altri, noi abbiamo un sigillo regale: Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Perciò i nemici devono sapere che hanno a che fare con figli del Re dei re perché ci pare che siano ancora più spietati con i battezzati e più aggressivi con gli sposi sacramentati.

Come fare allora questa cacciata dal tempio ? Ce lo spiega san Leone Magno : Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Ovviamente questo papa si riferiva al corpo di ogni individuo, ma per gli sposi c’è un passaggio ulteriore poiché il tempio non è solo il corpo di lui o di lei ma quello dell’una caro come insegna san Paolo: (Ef 5,28-31) Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.

Cari sposi, dobbiamo chiederci chi governa il nostro corpo personale ma anche il corpo della nostra una caro, quel corpo che, unico ed irripetibile siamo noi due. Coraggio allora, non perdiamoci d’animo in questo autunno, le foglie secche cadono lievi e ci ricordano che anche lo Spirito Santo scende così sugli sposi, solo che Lui non è secco e morto come le foglie, anzi, Lui è La Vita.

Noi sposi siamo stirpe regale , non dimentichiamocelo mai.

Giorgio e Valentina.

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Come l’Amore Supera la Morte

In questo capitolo affronteremo dei versetti che ci introducono nel mistero dell’amore e della morte. L’amore, come la morte, è mistero divino: travolge, purifica e, scelto ogni giorno, diventa più forte della morte stessa. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Ci sono parole della Scrittura che, ogni volta che le ascolti, sembrano non finire mai di scavare dentro. Una di queste è: Forte come la morte è l’amore (Ct 8,6). Da sempre mi colpisce questa frase. Mi sarei aspettato di leggere “più forte della morte”, e invece no. Il testo sacro non dice che l’amore la vince, ma che le è pari. Perché?

Forse perché l’amore, come la morte, è una realtà che l’uomo non può dominare. Ci travolge, ci supera, ci porta in un altrove che non controlliamo. La morte e l’amore sono due abissi che ci mettono davanti al mistero di Dio. Sono due soglie. La prima ci conduce a Lui attraverso la fine, la seconda attraverso la donazione.

L’amore non è di questo mondo

Nel Cantico dei Cantici, l’uomo e la donna cercano paragoni per descriversi: il giardino, la colomba, la torre, il profumo, il vino. Tutte immagini terrene, concrete, che però a un certo punto non bastano più. L’amore va oltre le cose, oltre i corpi, oltre la natura. L’amore non appartiene al mondo: viene da Dio. San Giovanni lo dirà in modo chiarissimo: Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,8).

Ecco perché ogni amore autentico è un varco aperto sul divino. È un’esperienza di limite e di infinito insieme. Ci ricorda che siamo fatti per amare, ma non per possedere. Per dare, ma non per dominare. Per unire, ma non per cancellare l’altro.

“Ti amo” significa “voglio che tu viva per sempre”

C’è un’etimologia antica, forse non filologicamente perfetta ma spiritualmente potentissima: amore come a-mors, cioè “senza morte”. Ogni volta che diciamo “ti amo” a nostro marito o a nostra moglie, stiamo in fondo dicendo: voglio che tu viva per sempre. Non che tu non muoia nel corpo, ma che tu non muoia mai nel mio cuore.

Questo è straordinario: l’amore diventa il luogo dove l’altro può continuare a vivere, anche quando delude, anche quando cade, anche quando si allontana. Perché l’amore vero non cancella, non riscrive, ma custodisce. È la scelta di non lasciar morire l’altro dentro di me.

In termini psicologici, è la maturità dell’Adulto che sceglie di non farsi guidare dalle emozioni immediate — la rabbia, la paura, l’orgoglio — ma da una decisione profonda e libera: restare fedele al legame che abbiamo scelto.

L’amore come cammino di guarigione

Quando nel matrimonio attraversiamo la fatica, la noia, i malintesi, non stiamo semplicemente vivendo un “problema di coppia”. Stiamo toccando il mistero stesso della redenzione. Ogni conflitto diventa un crocevia tra due forze: l’amore e la morte. Da una parte c’è la tendenza a chiudersi, a difendersi, a punire. Dall’altra, c’è la possibilità di aprirsi, di perdonare, di ricominciare.

Ogni volta che scegliamo di ricucire invece che accusare, l’amore dentro di noi diventa più forte. Ogni volta che rinunciamo a “vincere” per restare in comunione, l’amore cresce di potenza spirituale. È la stessa logica del Vangelo: Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (Lc 9,24). Nel matrimonio, amare significa perdere un po’ di sé per salvare l’altro, e così salvare il noi. È morire a qualcosa per far nascere qualcosa di nuovo.

Quando l’amore diventa più forte della morte

Allora perché il Cantico non dice che l’amore è più forte della morte? Perché di per sé non lo è. È solo con la nostra libera scelta che può diventarlo. Don Carlo Rocchetta, citando Chouraqui, scrive: Eccoli l’uno di fronte all’altro, questi eterni nemici, l’amore e la morte. Sulla bilancia dell’eternità hanno entrambi lo stesso peso. La libera scelta situa l’uomo di qua o di là, nella luce dell’amore o nell’ombra della morte.

In altre parole: tutto dipende da dove scegliamo di stare. L’amore e la morte hanno la stessa forza, ma solo l’amore scelto consapevolmente, custodito nella grazia, può spezzare l’equilibrio e vincere. Ogni giorno, in ogni gesto — una carezza, un perdono, una parola detta o taciuta — noi scegliamo da che parte inclinare la bilancia.

L’amore coniugale e il mistero dello Spirito

Nel Sacramento del matrimonio, lo Spirito Santo entra dentro questa lotta tra amore e morte. E non come spettatore. Lui diventa il collante invisibile che tiene uniti gli sposi anche quando l’amore umano sembra esaurito. Il legame coniugale cristiano non è solo una promessa morale: è una realtà spirituale. Lo Spirito, dice la teologia, saldando i cuori, unisce i due in un solo amore per Dio. E quando uno dei due non ce la fa più, l’altro può amarlo con la forza che viene da Cristo.

È un mistero bellissimo: i meriti di uno diventano grazia per l’altro. L’amore di uno può sostenere la fede, la speranza e perfino la salvezza dell’altro. Così il matrimonio diventa una piccola chiesa domestica dove la redenzione continua a compiersi, giorno dopo giorno. San Paolo lo dice in modo mirabile: Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2).

Il miracolo quotidiano

Amare nel matrimonio non è solo un sentimento, ma una forma di ascesi. È il luogo dove si impara a morire al proprio egoismo per lasciar vivere l’altro. Ogni “ti amo” detto sinceramente è una piccola risurrezione, un anticipo di eternità.

Quando due sposi scelgono di restare uniti anche nella notte della crisi, quando continuano a pregare insieme, a parlarsi, a perdonarsi, stanno affermando — con la vita — che l’amore è davvero più forte della morte. Non per merito loro, ma perché dentro quell’amore c’è Dio.

Ed è solo lì che la parola del Cantico si compie: Forte come la morte è l’amore. Ma, nella luce di Cristo, possiamo aggiungere: e più forte della morte diventa, quando amiamo fino in fondo.

Antonio e Luisa

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Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare

Cari sposi, qual è la Cattedrale di Roma? Non è San Pietro come spesso si è indotti a pensare, bensì San Giovanni in Laterano. Questa chiesa ha il titolo onorifico di Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, Capo e Chiesa Madre di tutte le chiese dell’Urbe e del Mondo. Difatti, è stata la prima basilica trasformata in chiesa dopo la proclamazione dell’editto di Costantino (313) con cui i cristiani potevano finalmente professare pubblicamente la propria fede.

È allora una festa non solo per questo motivo storico ma perché la Chiesa vuole farci riflettere sul senso teologico e spirituale di un edificio dedicato al culto divino. Da una parte Essa ci ricorda che siamo “romani”, siamo uniti alla figura del Papa come segno di unità, dall’altra che ciascuno di noi, per il Battesimo è tempio dello Spirito Santo e la chiesa è anzitutto fatta da noi, prima che dagli edifici di pietra.

Chiaramente tale festa evoca da subito un senso di famiglia. Difatti, il Concilio Vaticano II, quando vuole descrivere chi è la Chiesa utilizza varie immagini bibliche, tra cui due ci sono particolarmente care: la famiglia di Dio e il tempio dello Spirito (Lumen gentium 6).

Ora vorrei porre una domanda: vi siete mai chiesti qual è l’origine storica della famiglia? Ci sono tante teorie al riguardo e il pensiero filosofico occidentale non ha mai avuto idee concordanti. Si va infatti da una concezione naturale circa l’origine della famiglia causata dal bisogno di riproduzione e di cooperazione tra i sessi. Poi abbiamo uno sguardo contrattuale e sociale, secondo cui essa deriva da un accordo razionale e volontario tra individui liberi, fondato sul reciproco consenso e sul mutuo vantaggio. Infine, abbiamo un’interpretazione storico-economica per cui la famiglia si considera come una mera forma storica che riflette le condizioni economiche e culturali di ogni epoca.

Chi ha ragione? Come credenti dobbiamo interpellare sempre la Rivelazione e lì vediamo, anzitutto a partire dalla Genesi, che il fondamento e il principio della coppia è Cristo stesso, unito alla Chiesa Sposa.

Così oggi la Liturgia ci mostra proprio questa verità da un punto di vista sostanzialmente simile: Cristo è la pietra angolare della Chiesa e con Lui si passa dal Tempio di pietre a tempio del corpo, alla persona stessa, perché il corpo umano, come insegna Giovanni Paolo II, è “sponsale” (Udienza del 16 gennaio 1980). Il seguente passaggio è che il matrimonio stesso, grazie al corpo degli sposi, diviene una visualizzazione della Chiesa difatti il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13).

Ma come la mettiamo quando la barca vacilla e i problemi relazionali sembrano prendere il sopravvento? Quando la nostra casa – pur piccola Chiesa – crepa dai tentennamenti dell’amore? Dove vanno a finire tanti bei discorsi da credenti?

La Parola è molto chiara quando parla del tempio: Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Se è Cristo il pilastro dell’unione sponsale, allora Egli è anche il Garante supremo della fedeltà reciproca. Certamente, quel che il Signore non può fare, perché se l’è autoimposto quale segno del Suo Amore e rispetto per noi, è di violare la nostra libertà. E quindi Dio non vuole privare gli sposi della possibilità di ripetersi ogni giorno, liberamente, “io accolgo te”. Ma così facendo, se la gioca! Perché permette implicitamente che tale libertà possa anche contraddire il Suo progetto.

E allora gli sposi sono chiamati a ricordarsi sempre che il proprio consenso non è mai detto una volta per tutte e men che meno è stato solo uno scambio biunivoco. Piuttosto esso è considerato da Cristo come un vero e proprio “sì” a Lui e da quel momento lo Spirito ha reso gli sposi quale chiesa domestica. Lo ricordava già nei primi secoli uno dei massimi Padri della Chiesa, San Giovanni Crisostomo (344-407) quando scriveva: La casa dei coniugi è una piccola Chiesa. (Homilia in Ep. ad Ephesios XX).

Questa fede e questa certezza può, quindi, essere scudo e baluardo dinanzi alle tentazioni e in mezzo alle prove come anche fonte di gioia e lode nei momenti di gioia e serenità: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8, 31).

Non dimenticatelo mai, cari sposi: la pietra d’angolo, la colonna portante della vostra relazione non è solo il vostro assenso reciproco. Quello è stato solo l’inizio, il permesso dato a Dio perché iniziasse in voi la Sua opera. La stragrande parte della vostra relazione poggia sul dono di Cristo e la Grazia, affinché funzioni, merita sempre la collaborazione attiva perché il tempio della coppia resti sempre saldo.

Che bello sentirsi dire questo dall’autorità del Papa! Abbiamo sempre parlato della inabitazione di Dio nel cuore della persona che vive nella sua grazia. Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale. Così come abita nelle lodi del suo popolo (cfr Sal 22,4), vive intimamente nell’amore coniugale che le dà gloria (Amoris laetitia 314).

Certo, ci vuole fede, ci vuole la consapevolezza di essere abitati da Cristo e di con-vivere con Lui sempre, come ci ricorda un santo sposo, Igino Giordani (1894-1980), cofondatore del Movimento dei Focolari: Se si vive il sacramento del matrimonio, la famiglia è un tempio, è una piccola Chiesa e quello che passa tra moglie e marito è lo Spirito Santo, è lo Spirito di Dio. Dio è amore e visto cristianamente l’amore è veramente scambio di Dio tra i componenti della famiglia (I. Giordani, La famiglia. Pensieri e ricordi, Città nuova, Roma 1994, p. 84).

ANTONIO E LUISA

Leggendo le parole di padre Luca ci viene forte un pensiero. Andare ad adorare Cristo nell’Eucaristia è un gesto prezioso: ci inginocchiamo davanti al Dio vivo, presente nel silenzio dell’ostia. Ma quella stessa presenza abita anche tra le mura di casa, nel modo in cui ci guardiamo, ci ascoltiamo, ci perdoniamo. Ogni gesto di amore, ogni parola che ricuce, ogni silenzio che accoglie è un frammento di adorazione domestica. Cristo non è solo nel tabernacolo, ma nel sacramento che viviamo ogni giorno come sposi. Lì, nel nostro modo di amarci, Egli continua a farsi carne e a rendere la nostra casa un piccolo altare di comunione.

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