Dall’utero a Lutero.

Questa relazione è bellissima. Un po’ lunga ma si legge tutta d’un fiato. Si percepisce come sia autenticamente vera.

 

(Cella di Noceto, 29-31 ottobre 2016). La relazione aveva ad oggetto «Humanae vitae ed Evangelium vitae: siamo tornati all’anno zero? Riflessioni da un’esperienza dentro la pastorale» ed è stata tenuta alla presenza del cardinale Carlo Caffarra.

Flora Gualdani

Buonasera a tutti, ringrazio gli organizzatori di questo bel corso. Per me è un onore parlare di fronte ad alcuni miei maestri, primo tra tutti Sua Eminenza il cardinale Caffarra. E’ da lui, insieme al professor Sgreccia, anch’esso oggi cardinale, che ho imparato nei primi anni ’80 all’Università Cattolica del Sacro Cuore i fondamentali di quello che diremo in questi tre giorni. Iniziamo con una lode a Gesù per averci riuniti qui. Diciamo insieme: Alleluja! Lode e gloria a Te, Signore Gesù.

Mentre Sua Eminenza ci parlerà dal punto di vista più alto della Chiesa e della teologia, io vi dirò qualcosa dalla mia postazione ostetrica che sta più in basso, sul piano della pastorale: tra i bordi delle strade, le corsie degli ospedali e le sacrestie. Vi racconterò come vedo la situazione delle encicliche Evangelium vitae ed Humanae vitae, come le ho viste trattate ed attuate in mezzo secolo di esperienza.

Questa parte fondamentale della dottrina della Chiesa sta vivendo una situazione difficile. Ed è un capitolo che porta con sé altri pezzi di Magistero come Familiaris consortio, Donum vitae e Veritatis splendor.

Cercherò di fare una specie di anamnesi raccontandovi alcune informazioni, un excursus di episodi e sintomi con cui sono giunta ad una mia diagnosi del problema, e poi vi esporrò alcune linee della terapia che secondo me è necessaria per risollevare questa parte basilare della dottrina.

L’ambulatorio ostetrico è un confessionale speciale, e dopo cinquant’anni mi sono fatta alcune convinzioni precise, ascoltando il cuore e la vita concreta di tante donne. Ad una certa età ti accorgi che con l’esperienza cresce anche la capacità di sintesi e di visione delle cose: è un pò come vedere le realtà dall’alto, dall’oblò di un aereo. Siccome io e il cardinale Caffarra siamo coetanei, può darsi che certe nostre osservazioni siano coincidenti.

DUE PREMESSE IMPORTANTI

Premetto: tutto quello che vi racconterò non è per fare polemica né per giudicare nessuno ma è un’osservazione leale del periodo storico in cui ci troviamo a navigare. Se non prendiamo atto onestamente della realtà dei fatti che ci riguardano, non possiamo muoverci per migliorare la pastorale.

Inoltre, alcune cose che racconterò, anche con dolore, sono frutto di un profondo amore che nutro per la Chiesa cattolica. Ho dato tutta la mia vita e consumato i miei beni per amore della Chiesa. E’ per amore della Chiesa che abbandonai in anticipo la mia amata professione ospedaliera all’inizio degli anni ‘90. Avevo davanti le mie due grandi passioni: l’ostetricia e la pastorale della vita nascente. Ad un certo punto scelsi di servire quella che vedevo messa peggio cioè la Chiesa. Il vescovo di Bangkok, durante la guerra in Cambogia, voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato, dove stava emergendo il degrado morale e la povertà culturale su questi temi.

Il mio piccolo “ospedale da campo” l’avevo già aperto ai tempi del Concilio, nel 1964, tirando su Casa Betlemme e usando il balsamo potente della misericordia. Ne ho parlato lo scorso giugno al convegno “Bioetica, Miseria e Misericordia” organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/07/bioetica-miseria-e-misericordia-lopera-di-casa-betlemme/).

Avevo anche fatto la mia esperienza di “Chiesa in uscita”, incontro alle periferie esistenziali cioè in mezzo alle guerre e ai disastri, negli angoli più poveri della terra: India e Bangladesh, Africa e Cina, dall’Irpinia terremotata all’inferno della Cambogia, poi la Bosnia Erzegovina ai tempi dello stupro etnico.

Cercando di rimanere sempre attenta ai segni dei tempi, ad un certo punto mi accorsi che era urgente aprire un altro reparto nell’ospedale da campo: il reparto della formazione, per aiutare la Chiesa a trasmettere il messaggio dell’Humanae vitae. Per prepararmi frequentai gli ambienti universitari romani a scuola dai giganti, i miei maestri tra scienza e fede. Le loro lezioni le ho riportate a Casa Betlemme che è diventata così una scuola di vita dove sono passati in tanti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati.

E’ un luogo dove la morale si è incarnata e la teoria è diventata prassi. Diverse giovani coppie si sono appassionate di quest’enciclica e sono diventate collaboratrici dell’opera. Alcune sono qua e le ringrazio.

Vi racconto quale fu l’episodio che mi convinse a prendere il treno per Roma, ad andare a scuola dai giganti. Eravamo nell’81 ai tempi del referendum sulla legge 194. Ci fu un convegno della Chiesa aretina dove un ginecologo abortista intervenne interpellando i responsabili. Domandò cosa avesse da proporre la chiesa come alternativa all’aborto. C’era la risposta dell’Humanae vitae ma quella risposta nessuno seppe darla. Mi turbò la gravità di questa omissione. Ma io non ero abbastanza preparata per fare supplenza. Così presi il treno per Roma e andai al Policlinico Gemelli dove incontrai figure come il genetista Jérôme Lejeune, la ginecologa Anna Cappella e la psichiatra Wanda Połtawska.

LA QUESTIONE DELL’OBBEDIENZA: DALL’UTERO A LUTERO

Dopo la firma dell’Humanae Vitae si scatenò quello che sappiamo contro Paolo VI e la sua enciclica: il bioeticista Renzo Puccetti ci ha scritto un magnifico trattato (I veleni della contraccezione, ed. Studio Domenicano, Bologna 2013) e stasera nello spettacolo dopo cena ripasseremo alcuni passaggi. All’epoca ero ancora giovane e non riuscivo a comprendere il perché di quella guerra contro l’enciclica. Così, con quella dose d’incoscienza e spirito d’avventura che mi hanno sempre aiutato, presi la mia fiat cinquecento ed andai a Roma a suonare il campanello di Padre Häring, una delle grandi menti che guidava la resistenza internazionale contro l’Humanae vitae. Lo stesso feci a Firenze con don Enrico Chiavacci. Era l’altro illustre teologo moralista che si opponeva a Paolo VI. Entrambi mi ribadirono la bontà della loro tesi. Tra noi ci fu un vivace scambio di idee, faccia a faccia.

Quando mi fui preparata alla scuola dei giganti, come dicevo, feci tesoro delle loro lezioni per aprire a Casa Betlemme il reparto formazione. All’inizio pensavo – ingenuamente – che la mia diocesi avrebbe accolto a braccia aperte questo specifico servizio pastorale, una scuola sull’Humanae vitae. Invece con i miei pastori, nel fare obbedienza, ho dovuto esercitare tanta paziente umiltà, tipicamente femminile. Ci sono voluti quarant’anni per avere la prima approvazione ufficiale di questa opera. Finché accogli le ragazze madri e fai – gratis – una meritoria opera sociale, ti battono le mani e ti danno premi. Quando invece parlavo di morale e del no alla contraccezione, la cosa si faceva complicata. Compresi che se volevo la libertà di parola dovevo parlare in casa mia. E spalancai le porte.

Con tutti i miei vescovi c’è stato un buon rapporto, ma ad un certo punto li ho interrogati sulla loro posizione di fronte all’Humanae vitae. Volevo capire francamente da che parte stavano. Un primo vescovo mi disse che dovevo lasciar perdere con questi insegnamenti «…perché gli sposi lo sanno da sé come fare in camera da letto». Un altro vescovo mi ordinò (alzando la voce) di smettere di andare in giro ad insegnare queste cose, e mi proibì anche di riunire i giovani a casa mia per fare corsi. Si spinse oltre e mi disse: «finché io sarò vescovo, tu non sarai mai espressione della Chiesa». Chiesi spiegazione di cosa non andasse nel mio apostolato ma non ebbi risposta. Feci obbedienza e gli dissi: «Eccellenza, farò quello che mi chiede: stia sicuro che appena torno a casa mi attacco al telefono e disdico tutti gli appuntamenti in diocesi». All’epoca ero ancora pressoché da sola e giravo le quattro vallate aretine, più volte a settimana, per tenere incontri: una fatica da follia. «Per quanto invece riguarda i giovani a casa mia, Eccellenza, le dico che la mia casa se l’è sudata il mio babbo da emigrante, e la bocca me l’ha regalata la mia mamma! Per cui lì sono libera di riunire chi voglio». Per due anni, facendo obbedienza, non andai più in giro a parlare, ma a casa mia gridavo a squarciagola, e i giovani si affascinavano. Poi un vecchio prete mi convinse a riprendere il microfono con questa riflessione: «ma se ogni volta che vai a Roma ai congressi internazionali il Papa vi esorta a proseguire in questo apostolato e poi il vescovo te lo vieta, tu a chi devi dare retta?». In fondo era quello che facevo in ospedale: se un primario e un assistente hanno vedute diverse, io obbedisco al primario. E così ricominciai a parlare in giro.

Un altro vescovo ancora, che mi stimava, mi consigliò di non insistere sull’Humanae vitae, dicendomi: «Vedi Flora, tanto appena muore Giovanni Paolo II, vedrai che queste cose finiranno». Riuscii soltanto a balbettare: «Ma Eccellenza, è la dottrina!». Devo dire che, tra tutte, questa fu la mazzata più forte che ho ricevuto. Il tono era delicato e suadente, ma nella sostanza era come se mi avesse detto: hai sprecato inutilmente la tua vita. Uscii da quel colloquio disorientata, stordita. Per rimanere in piedi di fronte a certe coltellate, ti inginocchi in adorazione silenziosa. E poi riparti.

Un importante sacerdote, educatore e professore di teologia mi spiegò: «Vedi Flora, la morale che insegni tu (quella dell’Humanae vitae) è una morale vecchia, perché guarda al singolo atto». Lui educava i giovani citando Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”. Anche i responsabili della pastorale familiare una volta mi rimproverarono così: «mica pretenderai che tutte le coppie usino i metodi naturali!». Risposi: «quello che pretendo è che tutte le coppie sappiano davvero cosa sono i metodi naturali, il loro reale valore scientifico ed umano, la loro praticabilità».

Poco tempo fa un alto prelato mi disse che questa proposta è “di nicchia”, per poche coppie speciali. Un’altra delle obiezioni che ho ricevuto recentemente dal mondo ecclesiastico sull’Humanae vitae è che sarebbe stata scritta in “un altro contesto storico”, e quindi sarebbe superata. Siamo cioè nella linea di quei pensatori cattolici alla moda che affermano che l’uomo è cambiato, la sessualità è cambiata e quindi sarebbe la dottrina che va adeguata. E non viceversa.

Dopo quarant’anni di cammino in mezzo a queste prove, alla fine è arrivato un vescovo che invece si è presentato a Casa Betlemme ad ascoltare. Si metteva in prima fila a prendere appunti, mettendomi in imbarazzo. Aveva capito l’importanza di questo apostolato, ne vedeva i frutti. Ogni anno portava i suoi giovani sacerdoti da noi per una giornata di formazione su teologia del corpo e Humanae vitae. Nel Natale 2005 volle riconoscere Casa Betlemme come associazione pubblica di fedeli, cioè opera non più mia ma della Chiesa e ci disse: «voi adesso potete andare anche a New York a parlare, e il vostro annuncio sarà a nome della Chiesa». Quel vescovo poi è diventato cardinale e si chiama Bassetti. Il nostro caro Gualtiero.

Un ultimo cenno sull’obbedienza: il fondatore di questa fraternità Francescana, Padre Pancrazio Gaudioso, definisce l’obbedienza “la prima delle virtù”. Una decina d’anni fa mi rimproverò pubblicamente: sapeva che da un paio d’anni avevo smesso di andare in giro a formare i suoi novizi su questi temi. Fu molto severo. Io gli spiegavo che, in questo apostolato, il mio timore era anche di dover affrontare le obiezioni autorevoli dei teologi. E lui mi rispose sorridendo: «sono loro che devono aver paura di te!». Feci obbedienza e ricominciai.

Vi ho fatto questa lunga carrellata non per criticare i miei pastori ma, al contrario, per testimoniare quanto è stata feconda l’obbedienza verso di loro. Quanto più costa fatica, tanto più porta frutto. Il fuoco amico è quello che fa più male. Ma c’è sempre la forza dello Spirito Santo che ti sostiene. La pastorale la fanno i pastori e quindi – ripete la Madonna – dobbiamo pregare per loro. Però dobbiamo anche tenere gli occhi aperti, vigilare. E non temere. Io prego ogni mattina per ognuno dei miei sette vescovi. Li ringrazio per le cose che, a modo loro, mi hanno fatto comprendere. Perché certe cose le capisci soltanto se le patisci. A volte mi è sembrato di aver vissuto l’effetto della palla: più la schiacci in basso e più rimbalza in alto.

UN’ALTRA DERIVA: L’ANGELISMO.

Un’altra deriva che ho incontrato nella pastorale la definirei “angelismo”. Tanto agli sposi che ai consacrati spiego che Dio non ci ha dato le ali ma i genitali. Ai consacrati ripeto che sarebbero degli illusi se pensassero che portare un abito, pur prezioso, li preserva dalla concupiscenza.

Con gli sposati capita invece questo. Un primo esempio. Ho frequentato Medugorje fin dai primi tempi. Mi sono resa conto di quanto sia importante ciò che raccomanda la Chiesa su questo luogo speciale di pellegrinaggio: l’accompagnamento pastorale. Ho notato che tanta gente torna infatti con un grande entusiasmo spirituale ma non incarna la propria conversione dalla cintola in giù, nelle scelte della vita morale. Magari continuano a portare la spirale o ad assumere la pillola: per ignoranza, perché non sanno. Così anni fa mi recai dal parroco di Medugorje proponendogli un servizio pastorale con cui aiutare i pellegrini a conoscere il Vangelo della vita. Sono sempre più convinta che è un annuncio fondamentale da portare nei grandi luoghi della fede, dove transita tanta gente. Il parroco era interessato ma mi dirottò dal vescovo di Mostar e così feci, spiegandogli la mia proposta. Dal tenore severo della sua risposta compresi che i tempi non erano maturi. E feci obbedienza.

Un secondo esempio. Agli sposi ricordo che l’utilizzo dei metodi naturali non è di per sé una garanzia di santità coniugale (se usati quale chiusura alla vita), come nemmeno il mettere sù una famiglia numerosa è sinonimo di santità: una famiglia numerosa è auspicabile, ma la perfezione degli sposi cristiani non sta nel numero di figli. Anche uno può essere troppo di fronte a certe situazioni cliniche gravi (l’eroismo non è obbligatorio), oppure – per altri – tre figli potrebbero essere espressione di egoismo.

“Procreazione responsabile” significa cioè apertura ragionevole alla vita, ma apertura: con i metodi naturali che non sono una tecnica cattolica per non fare figli ma uno stile di vita fatto di conoscenza di sé ed esercizio della virtù per amore nella reciproca fedeltà, lasciando a Dio l’ultima parola. E’ quello che ha scritto Paolo VI nell’Humanae vitae al n. 31: le leggi della trasmissione della vita, inscritte nella nostra natura, vanno rispettate con amore & intelligenza. In questo documento, Paolo VI in fondo non ha fatto altro che riproporre in chiave moderna un antico comando biblico: non disperdere il seme ovvero non dividere l’atto. Quindi non si tratta di un’invenzione dei pontefici moderni.

Ho incontrato invece certi ambienti cattolici dove usare l’intelligenza e la ragione viene purtroppo considerato un peccato (un po’ come sosteneva Lutero). Tempo fa una coppia venne a criticare l’uso dei metodi naturali dicendomi che loro non avevano bisogno di imparare la disciplina della continenza, cioè i metodi naturali, perché avrebbero accolto tutti i figli che Dio gli avrebbe mandato. Intenzione perfetta! Io però mi permisi di osservare che anche loro, prima o poi (e per motivi vari) dovranno fare i conti con la castità, il cui esercizio non si improvvisa. Infatti ho conosciuto coppie che hanno avuto tre o quattro gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (l’equivoco sulla “fecondità ad oltranza” fu sottolineato da Giovanni Paolo II anche durante l’Angelus del 17.7.1994), e poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità. Ad un certo punto la donna entra nella paura di un’altra gravidanza e comincia a vivere male l’intimità coniugale, l’uomo si sente rifiutato e cerca i surrogati. E’ una situazione pericolosa perché la coppia può scoppiare.

Di solito a quel punto possono accadere due cose al confessionale: o il prete manda la coppia da noi ad imparare i metodi naturali. Però è una chiamata un po’ tardiva, perché ci troviamo davanti coppie terrorizzate, il cui unico obiettivo è evitare assolutamente un’altra gravidanza. E faranno molta più fatica a fidarsi e così a imparare bene.

Oppure il prete benedice la loro contraccezione usando la logica del proporzionalismo: «Vi siete già aperti abbastanza alla vita, adesso siete giustificati ad usare la pillola o altro». Da noi in Toscana c’è un detto: “poggio e buca fa pari”. Traduce bene il proporzionalismo, concetto che il Magistero – come sappiamo – ha dichiarato contrario alla morale cattolica.

LA DISINFORMAZIONE E I SUOI DANNI PASTORALI

Uno dei problemi di fondo è la disinformazione su questo capitolo. Un’ignoranza grave di cui ho toccato con mano i danni fuori e dentro le sacrestie (Cfr. Flora Gualdani, Occidente, procreazione e Islam. Testimonianza per il Sinodo sulla famiglia. Parte II, ed. ilmiolibro 2015). Abbiamo un magistero chiaro ed approfondito su matrimonio, famiglia e trasmissione della vita. San Giovanni Paolo II ha prodotto, già da prima del Concilio, un insegnamento magnifico e sterminato per aiutarci a comprendere l’amore umano e la teologia del corpo. Qualcuno ha affermato che quelle riflessioni di Wojtyla su questo campo sono come l’Everest che svetta sopra tante colline. Eppure negli ambienti cattolici, anche ad alti livelli, le sue centoventinove catechesi sull’amore umano sembrano qualcosa di sconosciuto. Il biografo Weigel dice che questo insegnamento giovanpaolino è «una bomba ad orologeria» che, quando finalmente verrà scoperta in tutta la sua grandezza, esploderà producendo effetti spettacolari (Cit. in Y. Semen, La sessualità secondo Giovanni Paolo II, ed. San Paolo, Milano 2005).

Il Santo Padre era particolarmente attento a questo fronte bioetico che considerava fondamentale per la famiglia. Dopo ogni congresso internazionale ci riceveva per informarsi sui progressi sia della scienza che della pastorale a livello mondiale. Così mi è capitato a volte di trovarmi, insieme alle mie maestre, faccia a faccia con san Giovanni Paolo II. Una sera, superando tutti gli appuntamenti in agenda, volle riceverci prima di cena nel suo appartamento.

Nel 1996 spiegò che «è ormai maturo il momento in cui ogni parrocchia e ogni struttura di consulenza della famiglia e alla difesa della vita possano avere a disposizione personale capace di educare i coniugi all’uso dei metodi naturali. E per questa ragione raccomando particolarmente ai Vescovi, ai parroci e ai responsabili della pastorale di accogliere e favorire questo prezioso servizio» (P. Pellicanò, Giovanni Paolo II. Mandato d’amore, ed. San Paolo, Milano 2012).

Dobbiamo domandarci: come sono state recepite le raccomandazioni pastorali di san Giovanni Paolo II? Vi ho accennato qualche episodio della mia esperienza con i pastori. Una volta una coppia venne da me disorientata perché un monsignore aveva detto loro di usare tranquillamente la spirale. Io risposi così: andate dal monsignore e ditegli (a nome mio) che gli aborti della vostra spirale saranno scritti in cielo nel suo registro, non nel vostro. Poi la coppia venne a seguire un laboratorio e alla fine mi ringraziò con queste parole: «Ci hai insegnato a spostare una montagna con la punta del mignolo!». E come loro, tanti altri sono tornati felici a ringraziare. Alcuni per aver raggiunto, con i metodi naturali, la gravidanza desiderata.

Oppure capita di trovare parroci che arruolano, come guide dei fidanzati, coppie di conviventi. Negli ultimi anni la disinformazione si è purtroppo allargata anche sulla questione della PMA. Una sera mi telefonò un frate chiedendo indicazioni su una “provetta cattolica” a cui voleva indirizzare una brava coppia di sposi che stavano soffrendo per l’infertilità. Troppe volte coloro che hanno la grave responsabilità di orientare gli sposi al confessionale, non sono abbastanza preparati e non conoscono, per esempio, le ragioni per cui il Magistero dice sempre no alla fecondazione extracorporea, eterologa od omologa che sia.

La stessa cosa vale per le donne consacrate. Una giovane madre superiora, intellettualmente preparata e monaca di clausura, alla fine di un corso che aveva voluto che io tenessi nel suo monastero, si era resa conto che la propria disinformazione in materia era tanto grave da averla portata a spingere le coppie verso la fecondazione artificiale e ad assumere contraccettivi, senza che lei ne conoscesse i danni. Era convinta di fare opera di carità verso la sofferenza di quelle coppie. La superiora uscì sconvolta di dolore nel prendere coscienza della sua ignoranza: le sue lacrime erano interminabili nel colloquio personale che facemmo. Si meravigliava, piangendo, che nel suo percorso formativo nessuno le avesse spiegato certe cose. Ma anche quella ferita è diventata feconda. Dopo il corso, quelle monache hanno scoperto un nuovo impegno vocazionale, cioè portare tutti questi drammi nella loro preghiera e dare consigli giusti.

Fin dagli anni ’80 ho cercato di portare la teologia del corpo e l’Humanae vitae dentro i conventi e i monasteri, e posso testimoniarvi quanto sia importante la formazione specifica in questo vangelo della sessualità per qualunque donna, prima ancora che per la coppia.

Un anno fa ho tenuto a Roma un corso ad un gruppo di suore cinesi, su invito di don Rocco Huang della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. Sono rimaste completamente affascinate dalla teologia del corpo, tradotta in una vita di consacrazione verginale. La prossima settimana tornerò nella capitale per la seconda edizione di questo corso. Dove parteciperanno stavolta anche sacerdoti della Chiesa sotterranea cinese.

Un’altra annotazione sulla situazione pastorale dell’Humanae vitae è dunque questa: si tratta di un vangelo della sessualità che viene ancora rifiutato e deriso dalla nostra cultura occidentale mentre viene riconosciuto con entusiasmo dai popoli lontani e poveri. Pensiamo a quello che di grande ha fatto Madre Teresa nelle bidonville di Calcutta (cfr. D. Zanelli e M. Bicchiega, Madre Teresa e il fertility day, http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/09/madre-teresa-e-il-fertility-day/), oppure a quello che è successo nella Cina comunista grazie ai Billings (cfr. Mondo e Missione, ottobre 2004).

Sul fronte sanitario, si incontrano purtroppo medici cattolici che quando gli dici dei metodi naturali ti parlano ancora dell’Ogino-Knaus. Medici cattolici e farmacisti che svolgono benemerita attività pastorale, mentre benedicono la pillola del giorno dopo e la contraccezione in genere. Che non parlano dell’abortività, più o meno elevata, di tutta la contraccezione farmacologica.

Trovare un medico che rimane fedele al Magistero e non prescrive la pillola estroprogestinica è cosa rarissima. Ci sarebbe da discutere se certa ignoranza sia colpevole o voluta. Ma non vogliamo giudicare le persone. Su questo punto ho perso per strada, nei decenni, diversi bravi collaboratori medici. Perché qui “cade l’asino”: nell’obbedienza alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda che brucia. E’ il concetto del martirio.

IL MARTIRIO DELLE IDEE E DEL CUORE

Da diversi anni ripeto ai miei collaboratori di prepararsi a quello che definisco il martirio delle idee e del cuore. Il martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, spesso sarete chiamati a trovare il coraggio di rinunciare alla carriera, imparare ad accettare forme di isolamento e tribolazione nel vostro ambito professionale. Molti di voi l’avranno sicuramente già sperimentato. Il martirio del cuore significa che per rimanere fermi nella vostra posizione, dovrete accettare di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana. Del resto Gesù stesso ha precisato che è venuto, con il suo annuncio esigente, a portare divisione anche all’interno delle famiglie.

Per quanto mi riguarda, potrei raccontarvi tanti episodi in cui mi sono trovata a combattere per difendere il vangelo della vita nella mia professione, dentro le corsie degli ospedali. Scontri verbali, a volte durissimi. Quando arrivò la legge 194, in ospedale capirono presto quale era la mia posizione e un gruppo di ardenti volontarie femministe venne ad intimarmi dicendo che non dovevo intrattenermi con le donne che erano in lista per abortire. Era successo infatti che qualche donna, dopo il colloquio con me, era scesa dal lettino di preanestesia ed era tornata a casa. Fecero togliere il crocifisso dalla camera d’attesa ma non era sufficiente: vollero chiamare anche l’imbianchino perché nella parete era rimasta l’ombra del Crocifisso.

Era un clima pesante dove più volte, a fine turno, mi sono ritrovata le gomme dell’auto bucate. O quel giorno in cui l’anestesista mi afferrò infuriato scaraventandomi sopra un lettino: rischiai molto perché il lettino aveva le ruote ed era in cima alle scale del reparto.

Ho passato tutta la vita accanto ai ginecologi dentro i reparti di ostetricia. Diversi di loro inizialmente aderirono all’applicazione di quella legge mortifera perciò infame. Era una legge “voluta dal popolo”: e quindi, ubriacati dall’ideologia del ‘68, loro non si sentivano personalmente responsabili di tutto quel sangue innocente. Con il tempo però alcuni di loro, chi prima e chi dopo, sono entrati in crisi e alla fine hanno preferito cambiare strada: qualcuno l’ho visto cambiare ospedale, qualcun altro cambiare specializzazione. Il sangue caldo che cola sui guanti di lattice è qualcosa che ustiona l’anima oltre che la pelle. Chi invece ha continuato a fare gli aborti, l’ho visto farlo sempre più malvolentieri. Tanto che, nella preparazione degli orari di turno, quando facevano il calendario mensile, ognuno cercava il modo di evitare le mattine dedicate alle IVG. Esattamente lo stato d’animo opposto che provavamo all’uscita dalla sala parto, con il bimbo in braccio, a condividere la gioia delle famiglie. Gioia che permane ancora dopo mezzo secolo quando le incontro per strada.

In certe circostanze ho sentito il dovere morale e professionale di scontrarmi (talvolta in modo molto forte) con i ginecologi abortisti, anche se erano i miei primari. Quando li rimproveravo energicamente, richiamandoli alle loro gravissime responsabilità, sentivo che gli toccavo la coscienza e che gli facevo del bene. Ero il loro tormento. Mi davano ragione, ma mancava loro il coraggio di disobbedire alle “alte protezioni” che avevano alle spalle. Capivo la loro debolezza, perché quel coraggio può venire soltanto dalla forza della fede. A quarant’anni di distanza, devo dire con stupore che ho incontrato lungo i decenni molta più stima professionale (e personale) proprio da parte di quei ginecologi con cui mi ero scontrata apertamente in reparto, piuttosto che da parte di quelli cattolici che avrebbero dovuto sostenermi ma preferivano il dialogo tiepido e conciliante.

Nel difendere il Vangelo della vita si incontrano obiezioni severe ed altre più sottili, mitragliate da cui fai più fatica a difenderti. Su questo punto vi invito a portare sempre con voi una frase profetica scritta da san Giovanni Paolo II nel 1984: «la fedeltà a questi due documenti (Humanae vitae e Familiaris consortio) deve essere spesso pagata a caro prezzo: si è spesso derisi, accusati di incomprensione, di durezza e altro ancora. E’ la sorte di ogni testimone della verità, come ben sappiamo. Con semplice ed umile fermezza siate fedeli al magistero della Chiesa in un punto di così decisiva importanza per i destini dell’uomo» (Discorso ad un centinaio di sacerdoti partecipanti ad un seminario su Humanae vitae e procreazione responsabile, L’Osservatore Romano 2 marzo 1984).

Per quanto mi riguarda, essere accusati di durezza è una cosa che vivo ormai da decenni e non mi fa più né caldo né freddo. Ho notato che, quando la verità che andiamo ad annunciare è dura e alcuni non la vogliono ascoltare, spesso aggirano il problema dicendo che sono dure le persone. Quando c’era Giovanni Paolo II, dalle mie parti dicevano che ero “papista”. Oggi so di essere classificata tra quelli “intransigenti” e “integralisti”. Noi, per l’esattezza, vogliamo essere semplicemente integrali cioè fedeli alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda. I marchi e i cartelli che mi porto sulla schiena saranno smeraldi e schegge di diamante a decoro del vestito da sposa con cui un giorno mi presenterò davanti a Gesù.

LA DIAGNOSI SULL’HUMANAE VITAE

Dopo questo excursus sulla mia esperienza pastorale dentro l’Humanae vitae e il Vangelo della vita, vi sintetizzo la mia personale diagnosi del problema in otto punti.

Punto primo. La resistenza contro l’enciclica di Paolo VI e contro gli approfondimenti di Giovanni Paolo II ha purtroppo dato i suoi frutti. E’ da quella resistenza teologica e pastorale che siamo arrivati alla mentalità relativista che oggi va per la maggiore anche dentro le comunità cattoliche: “Credo in Dio ma la morale a modo mio”. Una mentalità cattoprotestante focalizzata sulla morale sessuale. Renzo Puccetti traduce così: «nel grande ospedale da campo che è la Chiesa sembra proprio che l’intero padiglione della clinica morale sia stato chiuso, o peggio, sia stato demolito piazzando le cariche ai pilastri portanti della coscienza e del peccato. Non solo la terapia, ma persino la profilassi è svanita […]» (Prefazione a M. Bicchiega, La Regolazione Naturale della Fertilità: una frontiera della bioetica tra scienza, fede e cultura, Tesi di licenza presso Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Gregorio X” di Arezzo, collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ed. youcanprint 2015, Premio Achille Dedè).

Punto secondo. La “mancata recezione” dell’Humanae vitae è una questione da ribaltare. In certe facoltà teologiche s’insegna che l’Humanae vitae è da considerare fallita perché non è stata recepita. Ma dobbiamo chiederci: perché il popolo di Dio non l’ha recepita? L’esperienza di Casa Betlemme, come vi ho detto, è la dimostrazione che – se si vuole – questa enciclica può diventare vita vissuta. Qui faccio rispondere altri due grandi miei maestri, i medici australiani coniugi Billings, i primi due laici che furono ammessi a partecipare ad un sinodo (dedicato alla famiglia, nel 1980): «Non è la prima volta, nella storia della Chiesa Cattolica, che una crisi all’interno della Chiesa stessa è stata sanata dallo Spirito Santo, che agisce attraverso i laici. Alcuni vescovi, più sacerdoti ed un largo numero di teologi, hanno mancato di informare i cattolici sull’insegnamento ufficiale della Chiesa o hanno dato consigli contrari all’insegnamento della Chiesa mascherandoli come “soluzioni pastorali”» (Lyn e John Billings, Due vite per la vita, ed. San Paolo, Milano 1998, p. 141).

Punto terzo. La contraccezione è una proposta vecchia e il futuro è dei metodi naturali. Quando si dice che Paolo VI con l’Humanae vitae è stato profetico, dobbiamo fare attenzione. Alcuni tendono soltanto a sottolineare che la profezia è stata nel coraggio di porsi contro la politica mondiale antinatalista e neomalthusiana. Ma dobbiamo sottolineare anche l’altra faccia della profezia: nel bel mezzo del ‘68 e davanti alla celebrazione dell’arrivo della pillola (io c’ero ed era come un isterismo di massa), Paolo VI affermò solennemente l’inadeguatezza della soluzione contraccettiva alla questione della “procreazione responsabile” e alla felicità degli sposi. E la storia gli ha già dato ragione. Dal mio ambulatorio posso confermare: la contraccezione è una proposta vecchia, il futuro è dei Metodi naturali (www.confederazionemetodinaturali.it). Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione. I metodi naturali sono la strada autentica per costruire famiglie solide in una società dell’amore liquido. E anche la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza.

Non rassegniamoci da perdenti. E preghiamo – tra l‘altro – perché l’ONU non accetti di dichiarare il 28 settembre la giornata mondiale “dell’aborto sicuro”.

Punto quarto. E’ l’epoca del peccato contro il Creatore. Lo scorso 27 luglio Papa Francesco, incontrando in Polonia i vescovi a porte chiuse, ha affermato di essere d’accordo col suo predecessore Benedetto XVI quando diceva: «Questa è l’epoca del peccato contro il Creatore». Il riferimento era al gender ma io mi permetto di allargare lo sguardo. L’umanità sta accellerando il suo più grave divorzio da Dio. L’uomo si sta staccando sempre più dal progetto originario di Dio sulla famiglia, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, prima con la contraccezione e poi con la tecnologia riproduttiva. Superando le leggi della sua natura, l’uomo si illude di essere libero e di costruire felicità. Ma è il peccato più vecchio del mondo.

Un tempo la vita umana era sacra, intangibile. Oggi invece è sacro l’aborto, è diventato un “diritto umano fondamentale”. Ormai il fronte bioetico si è spostato sull’abortività della contraccezione e sull’inizio della vita. Si allentano le difese della coscienza e si smarrisce il senso del male, che diventa un bene senza pentimenti.

Il figlio era una benedizione e un dono. Oggi è diventato o un errore da evitare, oppure un diritto a tutti i costi. Nella dittatura del desiderio.

Il figlio nasceva da un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Oggi invece sta diventando un bel prodotto commissionato ad un laboratorio, sottoposto a severi controlli di qualità, con procedure di selezione e di scarto.

Il pancione a luna piena di una donna, era un tabernacolo e un mistero: oggi è diventato un contratto d’affitto. E presto ci stamperanno sopra un codice a barre per evitare scambi di provette.

La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana: oggi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno. Fuorché il bambino.

Adesso ci troviamo nel momento storico cruciale in cui si cerca di convincere la gente a normalizzare tutto questo. Si dice che è in corso una rivoluzione copernicana, dove noi cattolici siamo considerati “i medioevali”. Si dice che è tutto “oblativo”, che affittare l’utero sarà un dono, come lo sarà donare sperma o ovuli: “…per aiutare chi soffre”. E così la dottrina della Chiesa cattolica appare sempre più come un fastidioso intralcio al progresso, cercano di confinarla in un angolo. La Chiesa è sotto assedio. E la gente fatica a comprendere le nostre ragioni: le ragioni del bene dell’uomo.

Casa Betlemme nacque da un’intuizione nel 1964 mentre mi trovavo in Terra Santa, dentro la grotta di Betlemme. A Roma c’erano i lavori del Concilio Vaticano II. Dentro quella grotta mi resi conto che un giorno la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica. E che il terzo millennio sarebbe dovuto tornare a genuflettersi davanti al Creatore: al Dio Bambino.

Punto quinto. Ci si è dimenticati che l’uomo è sempre educabile perché redento da Cristo. Questo è un problema fondamentale su cui san Giovanni Paolo II insisteva molto. Ci siamo dimenticati che con l’evento cosmico ed eterno dell’Incarnazione per la Redenzione, Cristo ci ha donato la Grazia. E Wojtyla tuonò verso i teologi e pastori che stavano montando la resistenza anche contro di lui. Fu un lungo discorso severo e profetico, che è datato 2 marzo 1984 ma sembra scritto per oggi. Lo riprese per intero anche al n. 103 della Veritatis splendor e quindi ce lo dobbiamo rileggere perché è fondamentale: «Sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato graduato alle, si dice, concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere. Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l’uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all’imperfezione dell’atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell’atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell’uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito». La nostra «carità pastorale verso gli sposi», spiegava, «consiste nell’essere sempre disponibili ad offrire loro il perdono dei peccati, attraverso il Sacramento della penitenza, non nello sminuire ai loro occhi la grandezza e la dignità del loro amore coniugale […]. Di questo sguardo più profondo della nostra anima sacerdotale hanno bisogno gli sposi, ha bisogno tutta la Chiesa». Era il periodo in cui san Giovanni Paolo II parlava anche della “legge della gradualità”, cioè del cammino graduale che però non vuol dire “gradualità della legge”, come se l’insegnamento della Chiesa fosse un bell’ideale astratto adatto solo per poche coppie speciali. In questo modo la sana dottrina finirebbe in vetrina, verrebbe elegantemente messa in bacheca con la tecnica dell’imbalsamazione: si lascia intatto l’esterno, ma svuotandola dentro, con le mani abili degli “adattamenti pastorali”.

Punto sesto. E’ calata la fede? Il sesto grande problema è che quando aumenta la paura dell’impopolarità e non si ha più il coraggio di annunciare al mondo certe cose scomode, io credo che sia calata la nostra fede. La mia diagnosi è che c’è in gioco drammaticamente proprio la nostra fede. E’ la mancanza di fede che ci fa cadere nel grave peccato di omissione nell’annuncio. Anche Caterina da Siena era severa quando diceva che «a forza di tacere il mondo è guasto, e la Sposa di Cristo è impallidita».

Punto settimo. La discesa della misericordia chiede il riconoscimento del peccato e il pentimento. Il primo grande dono della misericordia è il pentimento, cioè il riconoscimento del peccato, in modo che il Cuore sanguinante di Cristo possa cancellare quella miseria. Ma insieme al pentimento occorre la volontà di cambiare: solo allora la potenza del sacramento della confessione cancella il peccato. Ma se manca la coscienza del peccato, cioè il pentimento – che è un atto d’amore – manca la base dove far “atterrare” la misericordia di Dio. Oggi osserviamo un pericoloso rischio: somministrare con un certo buonismo una versione un po’ accomodante di misericordia che dimentica il fulcro cioè la gravità del peccato. Il peccato è una realtà tanto grave che soltanto Colui che è offeso (cioè Dio) può cancellarlo. E, per ripararlo, è dovuto venire Lui personalmente e farsi inchiodare.

In conclusione io credo che, nel Vangelo della vita, uno dei compiti più importanti che ci è richiesto è quello di portare la gente a sperimentare la misericordia infinita di Dio, ma dopo aver spiegato – con la nostra voce e la nostra vita – tutte le ragioni per cui comportamenti come adulterio, aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, saranno sempre un peccato agli occhi del Creatore. Sono atti “intrinsecamente cattivi”. Nessuna moda, né maggioranze o trascorrere del tempo, li potrà mai configurare diversamente. Cosa diversa, invece, è il grado di colpevolezza personale, che solo Dio vede. Giovanni Paolo II, da uomo intelligente e grande santo, aveva già previsto questo pericoloso scivolamento e vi ha dedicato un’intera enciclica: «Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita» (Veritatis splendor n. 120).

Punto ottavo. Dalla disinformazione alla confusione. Da qualche anno vado ripetendo una mia preoccupazione: se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Oggi sono in molti a sostenere che il popolo di Dio stia soffrendo di un certo disorientamento.

Un cattoprogressismo dall’ignoranza dottrinale dolosa, produce giustificazioni consolatorie. Cliniche per la fecondazione artificiale dove potete trovare il quadro di Padre Pio, oppure coppie che vanno in pellegrinaggio (accompagnate dal parroco) a raccomandarsi alla Madonna per il buon esito del ciclo di fivet. Di tutta l’enciclica Evangelium vitae io vorrei sottolineare oggi soltanto una frase: «nell’annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere l’ostilità e l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo» (Evangelium vitae n. 82).

Un altro sintomo assai significativo della febbre alta e dello sbandamento: fino a qualche anno fa ogni tanto veniva pubblicata una lettera aperta di teologi e associazioni che si ponevano apertamente in posizione critica e contestavano la Dottrina. Tutti conoscete la famosa lettera dei sessantatre teologi italiani che nel 1989 si accodarono alla cosiddetta Dichiarazione di Colonia, firmata da numerosi e influenti teologi mitteleuropei, sempre su ispirazione di Padre Häring, in dissenso al magistero di Giovanni Paolo II specialmente sulla morale sessuale. Oggi il quadro si è talmente ribaltato che ottanta personalità cattoliche (cardinali, vescovi e studiosi) hanno firmato una “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina”. E le firme sono salite ad oltre seimila. La lettera è stata firmata significativamente il 29 agosto 2016, festa della decapitazione di san Giovanni Battista, martirizzato per avere sostenuto la verità del matrimonio. E tra i primi firmatari c’è il cardinale Caffarra. Sua Eminenza dice che in tempi di confusione o di buio dobbiamo tenere acceso come navigatore di bordo il Catechismo della Chiesa cattolica.

LA TERAPIA

Per concludere, vi espongo la terapia urgente per la cura dei due grandi “decapitati”: il primo e il sesto comandamento. Che riguardano il primato di Dio e la purezza della vita. Decapitati questi, anche gli altri crollano. Occorrono tre linee di azione.

Primo. La Chiesa è chiamata a compiere le opere misericordia corporale insieme a quelle di misericordia spirituale tra cui c’è “istruire gli ignoranti”. Di fronte a tanta diffusa ignoranza su questo capitolo della dottrina, credo che oggi si tratti di una delle più urgenti opere di misericordia. Significa formare formatori e annunciare il Vangelo della vita portando tra la gente tre materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo e procreazione responsabile con i metodi naturali per la regolazione della fertilità. A Casa Betlemme conduciamo questo tipo di apostolato moderno e itinerante, con uno stile che cerca di trasmettere un messaggio di profonda armonia tra scienza e fede. Istruire gli ignoranti significa fare cultura cioè studiare, scrivere e pubblicare, sfornare continuamente articoli e libri come fate voi: per contrastare la menzogna. Tertulliano affermava che un giorno «l’inchiostro degli scrittori sarà prezioso come il sangue dei martiri».

Secondo. Promuovere, vivendola, la parola castità. E’ la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. E’ virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata. C’è chi sostiene che “qualche cornetto ravviva il matrimonio”, e che “qualche vizietto” non danneggia la vocazione e non distoglie dall’apostolato. Invece è proprio la mancanza di castità che porta allo sfascio le famiglie, e ha portato tanti sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Sappiamo di non essere naturalmente casti perché la nostra natura umana, ferita dal peccato, tende alla concupiscenza. Servono la disciplina e la Grazia: la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera. La castità ci matura come persone e ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Eppure non si sente mai parlare della grande ricchezza della verginità. Oggi non si crede più al suo valore, si considera una cosa inutile e disumana.

Anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine. Sulla comunione ai divorziati si discute infatti sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone la fedeltà al sacramento dopo il tradimento. Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità.

Terza pista da seguire nella terapia: la collaborazione fraterna e la rete tra realtà che vivono questo tipo di apostolato nella pastorale. La verità la puoi mitragliare ma non la gambizzi. Lo Spirito Santo non ha paura delle contestazioni e con la sua fantasia suscita lungo i secoli realtà e risposte adatte al momento storico. Le fa nascere e le fa incontrare. E’ il caso dell’opera Casa Betlemme e dell’associazione Vita è. Sono entrambe una risposta ai bisogni dei nostri giorni, e stanno collaborando. Quando l’allora vescovo Bassetti nel 2006, in una visita “Ad limina” dei vescovi italiani, parlò a Benedetto XVI di Casa Betlemme, il Papa gli disse: «Queste sono persone che vivono la Veritatis splendor». Il pontefice spiegava che dobbiamo avere «il coraggio di creare oasi e grandi terreni di cultura cattolica dove si vive il Disegno del Creatore» (Colloquio con i giovani, Roma 6 aprile 2006). Oasi come quelle di Casa Betlemme o come la Fraternità Francescana di Betania, pensata da Padre Pancrazio. La nostra collaborazione sarà una cosa sempre più preziosa per questi tempi difficili. Sta scritto dentro una visione profetica che il filosofo Maritain confidò all’amico Paolo VI: «saranno soprattutto i laici cristiani “semplici”, con la loro vita familiare e di lavoro, con la loro amicizia, la loro cultura e spiritualità, a rendere presente il Vangelo nel mondo futuro. Se nei secoli antichi furono i monasteri a tener vivo il seme del cristianesimo e della cultura in un mondo ostile e imbarbarito, domani saranno le famiglie e le piccole comunità di laici cristiani a costruire una costellazione di focolari per mantener viva la fiamma della fede e della preghiera. Nel migliore dei casi questi focolai di luce spirituale dispersi nel mondo diverranno un giorno come il fermento che farà lievitare tutta la pasta. Nel peggiore dei casi costituiranno una diaspora più o meno perseguitata, grazie alla quale la presenza di Gesù e del suo amore dimorerà, malgrado tutto, in un mondo apostata» (lettera del 14 marzo 1965).

In questa nostra amicizia dobbiamo sempre mettere al primo posto la preghiera, anche comunitaria, per non scivolare nell’intellettualismo o nell’attivismo. Perché per stare in piedi bisogna rimanere in ginocchio. Affidandoci alla protezione e alla strategia sapiente di Maria: la Perfetta Regista della storia e di ogni storia, la Madre Regina.

Concludo riassumendo la terapia con una mia ricetta semplice che fa bene a tutti. Davanti alla malattia delle 3S cioè soldi, sesso e successo, si risponde con la terapia delle 3P: povertà, purezza, piccolezza. Il tutto con una dose sempre abbondante di preghiera. Il risultato è assicurato, non ci sono controindicazioni e non ha effetti collaterali.

Grazie. Alleluja!

FONTE: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/12/dallutero-a-lutero/

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2 Pensieri su &Idquo;Dall’utero a Lutero.

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