Un angelo di nome Olga

Carissimi,

oggi condividiamo la storia di Alessandra e Riccardo.

Buona lettura in loro compagnia!

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Ciao siamo Alessandra e Riccardo, rispettivamente di 23 e 29 anni.
Ci siamo sposati il 15 luglio del 2018 a Cameri (Novara) nella chiesa di Santa Margherita di Scozia.

Riccardo:

Tutti e due siamo cresciuti con insegnamenti cristiani, ma nel periodo in cui ci siamo innamorati eravamo lontani dalla Fede.

Non abbiamo vissuto il fidanzamento nella maniera più consona, infatti inizialmente volevamo sposarci in comune; mia moglie faceva la hostess di volo e aveva girato il mondo, iniziando la sua carriera a soli 19 anni e io il militare.

Lei ha lasciato il lavoro che ha sempre amato e siamo andati a vivere insieme per poter avere la possibilità di stare più vicini, cosa che con i nostri lavori era assai complicata e quel lavoro che Alessandra aveva sempre fatto per passione ha iniziato a pesarle perché la portava sempre più lontana da me.

Dopo 6 mesi di convivenza mia moglie è rimasta incinta e siamo stati molto felici perché le avevano detto che non sarebbe stato facile concepire.

Alessandra:

La gravidanza procedeva bene e a me sembrava impossibile che nella mia pancia ci fosse una nuova vita perché era troppo bello per essere vero.
Ricordo che quando ho scoperto di essere incinta la prima cosa mi sono detta è stata: “è il più bel dono che la vita mi abbia fatto”.

Allo stesso momento ero terrorizzata dall’idea di poterlo perdere così, anche se la mia fede non era viva all’epoca, ho fatto quello che mi avevano insegnato: sono andata in chiesa e ho pregato con sincerità chiedendo a Dio di far nascere il/ la piccolo/a perché ancora non sapevo se sarebbe stato maschio o femmina.

All’inizio del settimo mese di gravidanza però gravi problemi hanno portato al mio ricovero. La diagnosi era tutt’altro che buona. I medici vedevano la mia bambina già morta, ma lei era lì nella mia pancia, scalciava ed era il mio miracolo come la chiamavo.

Sono stata immobile a letto per 10 giorni con la nostra piccola tra la vita e la morte mentre mio marito mi è sempre stato accanto giorno e notte. Mi imboccava perché avevo la flebo nel braccio destro ed ero costretta a stare completamente sdraiata e con le gambe alzate per contrastare la forza di gravità ed evitare che la piccola Olga scendesse sempre più in giù (ero infatti già dilatata di 5 cm e i suoi piedini erano già nel canale del parto).

Riccardo si è sempre preso cura di me…mi ha anche lavata come una bambina nel mio letto perché se non potevo mettermi seduta figuriamoci alzarmi dal letto.

Riccardo:

Il 6/04/18 il sindaco di Pinerolo (dove abitavamo e dove prestavo servizio militare) ci ha sposati con rito civile in reparto.

Solo due giorni dopo, l’8 aprile alle 3:15 di notte è nata Olga, dopo 5 ore di parto ma troppo prematura per sopravvivere ed è subito salita al cielo.

Abbiamo deciso di seppellirla insieme al nonno di Alessandra con cui lei aveva un rapporto speciale, infatti è stato per lei un secondo padre.

Da lì è nato il nostro percorso di conversione. Il seme della fede che era in noi ha iniziato a germogliare e dopo un lungo percorso abbiamo compreso che Olga era un angelo di Dio mandato a salvarci.

Pochi mesi dopo ci siamo sposati in chiesa e abbiamo pregato anche per la nostra Olga.

Il nostro matrimonio è ora più saldo grazie all’esserci aperti alla forza operante dello Spirito Santo.

Ci siamo trasferiti in provincia di Milano, in una villetta di proprietà della famiglia di Alessandra. Ho cambiato lavoro per dedicarmi maggiormente alla mia famiglia.
Alessandra invece è entrata in un’ associazione di volontariato che realizza vestiti ai ferri per i bimbi prematuri nelle terapie intensive.

I suoi Sacchi nanna, cappellini e scarpette sono un abbraccio per quei meravigliosi piccoli miracoli della vita in cui rivediamo la nostra Olga.
La associazione ha anche creato un schema di un sacco nanna a forma di pacchetto regalo che lo scorso Dicembre è stato distribuito nelle terapie intensive neonatali con una poesia dedicata ad Olga e questo sacco nanna è stato chiamato: “il regalo di Olga” così che lei recitando la poesia sarà sempre: “Olga che abbraccia, che scalda e consola i bambini che dal cielo arrivano fino alla terra”.

Questo poter donare questi piccoli manufatti è un modo meraviglioso con cui Gesù ci ha dato modo di ricordarla facendo qualcosa per questi piccini.

(Qui trovi il LINK dell’associazione “Mani di mamma”)

Alessandra:

Sono grata al Signore perché quanto abbiamo vissuto ed il “come” lo abbiamo vissuto è un suo dono.

Olga è stata il dono più grande che lui mi abbia fatto.

Alessandra e Riccardo:

Gli siamo grati per il nostro amore perché a un anno di matrimonio abbiamo vissuto esperienze di vita molto profonde. Tutto questo poteva distruggerci, poteva distruggere il nostro matrimonio e noi come persone, invece per Grazia possiamo dire che questo ci ha portati ad essere veramente una sola carne.

Gli siamo grati perché essere testimoni del suo amore nel mondo è un altro dono bellissimo.
Questa è la nostra storia fino adesso, ci affidiamo al Signore nella speranza di ricevere in dono altri suoi figli.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il nostro matrimonio è pieno solo in Gesù

Non so se lo sapete. Cosa sono gli idoli? La traduzione ebraica di questo termine è molto interessante e può aiutarci a comprendere qualche cosa in più della povertà di chi vive nel culto di qualcosa o qualcuno che non sia Dio. Si, perchè chi non ha Gesù come Signore della propria vita e della propria relazione sponsale, e pensa magari di essere libero e di decidere, in totale autonomia, della propria vita, diventa schiavo di uno o più idoli, sempre. La parola idolo non è legata alla divinità, come verrebbe naturale pensare. È scritto in Lv 19, 4: “Non vi rivolgete agli idoli [אֱלִילִים (eliylìym)]”. La parola eliylìym è collegata con la parola אל (al) che significa “nulla”. Gli idoli sono allora “nullità”. Gli idoli sono il vuoto. L’opposto della pienezza, di ciò che dà senso. Cosa voglio dire? Cosa ci vuole dire Dio attraverso la Parola? Vuole dirci che Lui è nostro Signore, ma non per farci schiavi, ma per liberarci. Lui è un Dio che ci offre la vita e non ce la chiede. Gli idoli al contrario prendono la nostra vita non dandoci nulla, lasciando il vuoto in noi e nella nostra relazione. L’idolo può essere il lavoro, la carriera, il desiderio di una famiglia perfetta, il desiderio di una moglie o di un marito perfetta/o, fatto a nostra immagine. Gesù ci chiede di liberarci e di fare spazio a Lui nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Ci chiede di accogliere ciò che abbiamo e dare il meglio lì dove siamo senza lasciarci distruggere dagli idoli che vorrebbero prendere possesso della nostra volontà e del nostro agire. Solo cercando il Signore della nostra vita oggi, nella nostra famiglia, nella nostra relazione, in nostro marito, in nostra moglie e trovandolo in tutta l’imperfezione che caratterizza ciò che ci circonda, potremo davvero trovare il senso di tutto. Solo dandoci senza condizione a quel marito e a quella moglie potremo fare esperienza di Dio. Perchè Dio è adesso, non nel lavoro che vorrei, non nella carriera che aspiro ad ottenere, non nel marito perfetto che ho nella testa, non nella moglie perfetta che sogno, ma adesso nel luogo dove mi trovo e nella persona che ho accanto. Se non comprendo ciò rischio di buttare la mia vita cercando una perfezione che non potrò mai avere e ritrovandomi con le mani vuote. Con il nulla. Ecco che torniamo all’inizio dell’articolo. L’idolo non ci porta a nulla, Dio ci dà tutto. Cosa vogliamo per noi e per la nostra vita?

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia. Anche quando vi sentite poveri.

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Il Vangelo di oggi è uno dei più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perchè noi lo ascoltiamo in momenti sempre diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Noi mutiamo e quindi muta ciò che la Parola provoca in noi. Detto questo parto da una riflessione di don Fabio Rosini. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, gli altri non meritano nè considerazione nè rispetto. Non hanno dignità. Sono la feccia. Gesù con la parabola del Padre misericordioso vuole mettere in evidenza la diversa esperienza che fanno del Padre i due figli. Il figlio peccatore che torna ne ha combinate di tutti i colori. E’ vero. Si è comportato malissimo. Ha dilapidato le sostanze del Padre con ladri e prostitute. Però c’è un punto di svolta. Quello che fa dire a Gesù in un’altra circostanza, in Matteo 21: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Quando tocca il fondo comprende tutta la miseria di ciò che è diventato e della vita che conduce. Il peccato lo ha fatto sentire nudo e fragile. Torna a casa e l’abbraccio del Padre lo fa sentire amato come un figlio, come un figlio che ha tradito, disubbidito e che si era perduto. L’abbraccio del Padre diventa per lui occasione di sentirsi amato solo perchè è lui e non per quello che fa o non fa. Un amore autentico e incondizionato. Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha condotto sempre una vita buona. Non lo ha fatto per amore, ma per dovere. Per sentirsi a posto. Questo genera in lui l’idea che il Padre sia un padrone e lui uno schiavo. Tutto diventa pesante. Capite la differenza di relazione che c’è tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia bello, ma può essere un’occasione di rinascita. Anche io quando ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione. Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio? Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio 

pensava ci fosse in me qualcosa che valesse

la pena di salvare

e chi ero io per dirgli che aveva torto

non sono mica Dio

non sono mica Dio

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

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Seconda tappa: benedetta carne.

Nella catechesi della prima tappa (leggi qui l’articolo) abbiamo raccontato di come l’uomo ha perso la comunione con Dio e la possibilità di godersi la bellezza di quel giardino donato, rifiutando i suoi limiti e cedendo a quella bugia che lo vuole convincere che sarà benedetto e felice quando sarà come Dio.

benedetta carne amati per mare.jpg

In questa giornata di marcia, dormiremo in una grande palestra tutti insieme. Finalmente potremo farci una doccia e fare il bucato. Ma la giornata sarà dura: dormiremo da una parte, mangeremo da un’altra, e faremo la catechesi in un altro posto ancora. Mi sento sballottata e instabile. Non ho il controllo della situazione. Dal vangelo di Giovanni 1, 1-14. Dal primo versetto: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”. Mentre l’uomo è ramingo nel cammino, dopo che ha perduto il suo posto nel giardino dell’Eden, Dio compie la sua tenerezza di Padre mandando dal suo seno il Figlio Unigenito. Nell’incarnazione, l’amante si è fatto simile all’amato prendendo tutti i limiti della sua condizione (fuorché il peccato) e le debolezze della carne. Ma questo non è un fatto isolato della Storia, ma un processo continuo, attuale oggi, per cui Gesù è pellegrino con noi nella via, con le sue gioie e i suoi dolori. Non è un Dio distante e lontano, ma vicino e intimo perché Egli è stato PRESSO di noi. Presso di te. Il termine “presso” indica un legame d’amore in cui è impossibile non tenere fisso lo sguardo verso l’altro. Così Dio tiene il suo sguardo su di te quando si è incarnato. L’incarnazione di Dio segna la Verità: che la tua carne (fragilità) è benedetta. Vuoi diventare come Dio?! Allora impara ad accogliere e a stare nella tua debolezza e nelle sofferenze come occasione di relazione verso l’amore di Dio-Padre, perché Gesù ha fatto questo nella sua Storia e questo stare con fiducia in questa intimità lo ha portato a sconfiggere il più grande limite umano: la morte! Tu invece la tua nudità non la sai gestire, perché la vuoi controllare eliminandola o nascondendola. Così in questo terzo giorno di marcia, vorrei tanto eliminare i miei limiti e la mia insofferenza (come faccio nella mia vita del resto…), ma al massimo riesco a nasconderle, tranne durante le catechesi quando piango. Ma giorno dopo giorno, scopro che proprio in quel pianto ho l’occasione di essere vista e amata, non solo da Dio attraverso la sua Parola, ma anche attraverso il sorriso e gli abbracci di chi mi vede e cammina con me. Io ho bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di me. Questo bisogno gli uni degli altri ci rendere perfetti e ciò che soffri, come gestisci i dispiaceri, ti guida all’obbedienza (ascolto profondo alla Verità della vita). Ma non perché sei masochista o hai un Dio sadico, ma perché il dolore fa parte della nostra esistenza, e ha fatto parte dell’esistenza del nostro Dio, che ci ha mostrato sulla sua carne come gestirlo. Questo è stato il suo modo di stare presso te. Se con i figli l’obiettivo e staccarli dalla carne e donarli alla vita, con tuo marito o tua moglie l’obiettivo è essere una carne sola (la carne nella Bibbia indica la fragilità). Una unità nella fragilità, un incastro perfetto nelle imperfezioni della storia personale e del carattere. È un processo continuo lungo tutta la vita, un divenire che spesso va oltre il bianco e nero del controllo illusorio con cui vorremmo impacchettare la vita e l’altro. Nell’amore delle vostre debolezze c’è l’unica possibilità di diventare come Dio. Nel bisogno dell’altro, nelle ferite reciproche, nella comprensione e nell’ascolto, nel perdono. Per diventare come Dio non devi essere RISOLTO, che non vuol dire non lavorare su di te e la tua crescita. Puoi scoprire che in quel limite diventi pienamente uomo, solidale, capace di amare. Gesù si è fatto “disprezzabile” come noi per smentire la tentazione del serpente che la nostra carne è disprezzata! Ci dimentichiamo che ciò che è fallato è già amato! Così posso cambiare comportamenti malsani e trovare un migliore equilibrio emotivo con me e con gli altri, ma c’è una spina nel fianco che fa male e non si toglierà. Essa che è lo spazio della Grazia e dell’amore di Dio che si manifesta pienamente in quella debolezza. Quali sono le debolezze che non accetti di te, di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli. Della tua storia. Quelle fragilità diventano tenebra solo se non sono amate. Le nudità della tua relazione di coppia sono lo spazio per poter chiedere aiuto e ricevere, crescere e maturare in una vita che non puoi darti da solo. Benedetta crisi. Benedetti litigi. Quando posso avere a che fare con le sozzure dell’altro senza darmela a gambe, anche scontrandomi, dicendone quattro, senza abbandonare la relazione, la complicità di essere nella stessa squadra, in quel posto che mi è stato donato. Posso stare al POSTO MIO senza paura dei problemi, anche i più sconvenienti, perché è proprio lì che il mio Dio mi aspetta come un innamorato e la luce del suo Amore rischiara l’oscurità delle paure.

Claudia Viola

Qui trovate il link all’articolo originale

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Sposi sacerdoti dell’amore. Una fiamma dell’amore divino

Di seguito potete leggere un capitolo del nostro libro di prossima uscita. Spero vi aiuti a capire di cosa tratterà il testo e vi affascini, facendo nascere in voi il desiderio di leggerlo.

Dio si rende presente attraverso l’amore umano di tutti gli sposi in Cristo che vivono in pienezza, come nel Cantico, il loro matrimonio. È una fiamma del Signore. È luce di Dio nella vita degli sposi stessi e per il mondo intero. È via di salvezza. Non c’è contrapposizione tra l’amore umano e l’amore di Dio. L’amore così genuinamente ed ecologicamente vissuto dagli sposi, come Dio lo ha pensato per loro, è amore di Dio stesso. Solo prendendo coscienza di questa grande realtà che ci caratterizza, possiamo capire come ogni gesto che ci scambiamo noi sposi sia davvero un gesto sacro. Esprime, ripeto, l’amore di Dio. Come ho già scritto all’inizio di tutte queste riflessioni. Con una differenza: all’inizio poteva sembrare una bella riflessione e basta. Ora no. Dopo aver meditato questo Libro, possiamo comprendere come sia davvero così. Gli sguardi, gli abbracci, l’intimità e tutto ciò che nella vita degli sposi è gesto di dono, di servizio e di tenerezza per l’altro/a è gesto sacro. Un gesto che rende gloria a Dio. L’amplesso degli sposi, quando è vissuto nella verità e nel desiderio di farsi dono, è il più alto gesto d’amore sensibile che gli sposi possono vivere e donarsi l’un l’altra. Rendiamo presente Dio nel nostro amore. È una fiamma del Signore. Quanti ignoranti dicono che la Chiesa è contraria al sesso. Quanti non capiscono che invece ne ha una considerazione altissima. Solo così l’intimità fisica è vissuta appieno. Diventa gesto che rende presente l’amore di Dio. Per questo l’intimità fisica non può essere banalizzata o inquinata da una mentalità sbagliata. Non solo da una mentalità materialistica e pornografica, dove la sessualità è concepita come modo per ricercare e vivere il piacere usando l’altro/a. Esiste anche un’altra “eresia” dell’amore. Quella di alcuni cristiani che considerano il rapporto fisico come qualcosa che abbassa la crescita spirituale sporcando il matrimonio. Qualcosa di necessario esclusivamente per procreare. Quindi quasi tollerato. Quanta miseria in questa concezione dell’intimità. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti. In quanto tale, è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un altro bambino. L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo. Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida. Il concepimento del bambino è il dono del Creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio dà alla coppia. Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Il figlio è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e come tale gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

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Dio si mostra nel nostro amore di sposi

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati. L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa. Da quel momento tutto è cambiato. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così. Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine.

Antonio e Luisa

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La coppia di sposi porta in sè il nome di Dio ma scritto con succo di limone.

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità. Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo. Presupponiamo che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile. Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Antonio e Luisa

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“Agosto: amore mio non ti conosco”..e a Settembre?

di Pietro Antonicelli & Filomena Scalise:

Agosto è terminato da poco. Si torna dalle vacanze e i ricordi delle sessantenni che fanno acqua-gym in mare è ormai -fortunatamente- un incubo lontano. Ma c’è di più.

L’estate con i suoi corpi esposti, con le tartarughe ostentate e con le rughe occultate sbiadisce come una maglietta rossa lavata -per sbaglio da tua moglie- con la candeggina.

“Sic transit gloria mundi” dicevano i latini per sottolineare che le cose del mondo sono effimere…ma poi i latini hanno incontrato gli americani e ne sono venuti fuori tormentoni estivi e balli di gruppo. (Battutaccia!!!)

Succede che ad Agosto gli occhiali da sole nascondono lo sguardo che a volte si perde là dove non avrebbe dovuto neanche posarsi. Succede che alcuni dicono: “Ad Agosto, amore mio non ti conosco!”

…e succede che succedono i guai.

Già, perché il punto forse non è il clima estivo e le birre ghiacciate, il punto è il cuore dell’uomo e della donna.

Scriveva Dostoevskij che il cuore dell’uomo è il campo di battaglia in cui Dio e satana si scontrano.

Come si arriva a Settembre sani e col matrimonio salvo?

Si arriva imparando a custodire il proprio cuore in ogni stagione. E allora non ci sarà agosto troppo caldo o febbraio troppo freddo…se fuggi l’infedeltà e se riconosci innanzi al Signore di avere un cuore adultero anche se non hai mai tradito concretamente il tuo coniuge, allora starai custodendo il tuo matrimonio.

Se credi di essere forte o di custodire il tuo matrimonio con la gelosia, con i ricatti affettivi o con altre alchimie umane…tieniti forte, potrebbe crollare tutto da un momento all’altro.

Chi è fedele nel poco, è fedele nel moltoe chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11)

La fedeltà è un’arte che richiede un allenamento costante, un allenamento fatto di umiltà, Eucarestia, Confessione, preghiera e rinunce.

Una volta ho sentito dire a don Fabio Rosini che “una persona sposata non può fare tutto, non può guardare tutto, non può andare dappertutto.”

E allora forza…custodiamo il nostro matrimonio e chiediamo per quest’opera sovrumana l’aiuto del Signore…e settembre non farà più così paura.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

10 cose che ho imparato nei primi 10 anni di matrimonio

Il 15 giugno abbiamo fatto una bellissima festa per festeggiare i nostri primi 10 anni di matrimonio e abbiamo cercato di tirare un po’ le somme per ricordarci ciò che è importante per i prossimi 10 anni! Di seguito il mio il punto di vista.

1) Non posso cambiare mio marito, ma lui è cambiato lo stesso!

I primi anni di matrimonio, accanto all’entusiasmo per le cose nuove (che bello! vado a fare una lavatrice con la nostra nuova lavatrice nella nostra nuova casa!) e per la vita quotidiana insieme, ci siamo presto accorti che la diversità di idee, aspettative, modi di fare e di pensare, di agire e di reagire (tutto insomma!) ci portavano a stare molto scomodi insieme, a farci soffrire per apparenti banalità. Ovviamente il problema non era tanto scegliere un tipo di mensola piuttosto che un’altro, quanto invece (questo lo abbiamo capito dopo) non sentirci ascoltati e accolti dall’altro. Quanto avrei voluto, in quei momenti, che Tommy fosse diverso, e lui altrettanto evidentemente!

La cosa è bella è che piano piano piano (vedi punto 9) ci siamo ritrovati cambiati, più capaci di stare in relazione tra noi, più attenti all’altro, più disponibili all’ascolto e al dialogo senza fucile già puntato preventivamente contro l’altro.

Non si tratta di magia, ma di disponibilità a mettersi in discussione, in cammino, e tanto lavoro su di sé, spirituale e umano.

Ah, per non destare fraintendimenti: ciò non significa che siamo diventati uguali! Anzi, sempre più differenti, ma quelle differenze non erano più un problema, anzi una risorsa e una pienezza per la nostra coppia.

2) La sessualità ha bisogno di tempo

Questo è un tema molto ampio, che tratteremo sicuramente in modo più approfondito nei suoi tanti aspetti in altri articoli. Qui basti dire che, visto che la nostra vita sessuale è iniziata con la nostra vita matrimoniale, abbiamo dovuto conoscerci anche sotto questo punto di vista. E come la nostra relazione si è approfondita man mano in questi 10 anni, di pari passo così è stato anche per la nostra intimità fisica. Sembra scontato, ma sappiamo che per tante coppie la sessualità è un problema, e purtroppo se ne parla ancora molto poco. Un piccolo segreto, scontato se volete ma neanche tanto, è questo: l’intimità fisica cresce in funzione dell’intimità della relazione.

3) Dai bisogni inconsapevoli alle scelte consapevoli

Quanto mi ha fatto soffrire vedere che quella che pensavo fosse una scelta d’amore, recava in sé, oltre a questo, tanti miei bisogni (parlo dal mio punto di vista, ma ciò riguarda entrambi in modo  più o meno importante) di cui, a 22 anni, età in cui mi sono sposata, non ero minimamente consapevole. Vedere quello che c’era dietro alla facciata di “coppia modello”, è stato piuttosto doloroso, intuire che amare è una cosa diversa da quello che credevo, altrettanto doloroso.

Credo che alla maggior parte delle coppie possa succedere questo, in modo più o meno traumatico e più o meno “patologico”. Dopo questo “shock” iniziale, è stato fondamentale fare memoria della storia di Dio con noi, come singoli e come coppia. Lui non poteva essersi sbagliato. Così su una nuova fiducia, è stato importante ri-scegliere, questa volta in modo davvero consapevole, il nostro matrimonio, ma soprattutto fidarci di Dio che era in mezzo a noi e ci teneva per mano.

4) La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia

Fecondità. Parola tanto odiata e tanto amata. Non avendo figli, i primi anni di matrimonio, ma già al corso prematrimoniale, la parola fecondità faceva “rima” con “piano B se le cose non funzionano bene”. Quanto odiavo questo concetto: c’è la fertilità, poi per chi non ha figli c’è la fecondità. Mi faceva proprio arrabbiare. Anche questo è un argomento di vita vissuta molto importante, profondo, ampio, difficile. Troppa roba per condensarla in poche righe. Quello che voglio dire per ora, qui, è questo: ogni coppia è chiamata ad essere feconda, se no, anche se ha 2,3,4,5 figli, rimane in un certo senso “sterile”. La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia. Fecondità è lasciare lo spazio a Dio di agire, assecondare lo Spirito Santo, essere come le pale eoliche che si lasciano attraversare del vento dello Spirito e producono “energia”, cioè vita, cioè quello che Dio vuole generare con noi (ringrazio mio papà che mi ha regalato questa immagine). Chiara Corbella ed Enrico Petrillo lo testimoniano: quanta vita, quanti figli partoriti alla fede e tanto altro, attraverso la loro storia vissuta con Dio.

5) Ci sono momenti molto difficili in cui butteresti tutto all’aria.. non farlo perché, semplicemente, ne seguiranno di molto belli, anche se ti sembra impossibile

Questo è più un mantra di speranza da ricordarsi, portare al cuore e alla mente, per i momenti più difficili. Il Signore fa nuove tutte le cose, chiedi a Lui, arrabbiati, disperati, supplicaLo: non vede l’ora di poterti liberare dalle tue prigioni e dai tuoi sepolcri.

6) Alcune cose è meglio non farle insieme, altre, o insieme o niente.

Su questo punto ci si intende presto con degli esempi. Cucinare ad esempio, è un ambito nel quale io e mio marito agiamo in modo molto diverso per cui insieme è un po’ difficile. Per cui o cucino io e lui non si intromette, o viceversa. Ma questo significa anche che è bene conservare un proprio spazio, fare delle esperienze anche da soli, coltivare la propria differenza per arricchirsi e arricchire l’altro.

Ci sono altre cose poi, che abbiamo imparato che è meglio fare insieme, per il bene della coppia ma anche degli altri. Ad esempio: vi chiedono un servizio in parrocchia? Farlo come singolo o farlo come coppia è tutta un’altra cosa. Se lo fate come coppia, mettete in gioco anche la vostra relazione, il vostro sacramento, e ciò arricchisce enormemente di più il vostro contributo e la vostra “missione”.  Ed è pure una cura preventiva da protagonismi personali, dall’impegno più fuori casa che dentro casa, dall’essere coinvolti in dinamiche sterili e non equilibrate anche rispetto alla propria coppia e famiglia.

7) Meglio non fare troppi progetti ma godere di ciò che la vita ci offre

Anche questo è un mantra da ricordare. La vita che ti viene data da vivere è ora. Troppo tardi quando sarai in pensione, troppo tardi forse anche l’anno prossimo. Ci sono delle possibilità, opportunità, che la vita ti offre ora. Coglierle al volo e goderne è accogliere i doni che Dio vuole farci oggi. Per questo non bisogna programmare troppo: se si è troppo impegnati nel seguire il proprio programma si rischia di non cogliere ciò che di bello e alternativo ci viene messo davanti.

8) Le relazioni, alcune in particolare, sono il bene più prezioso

Non sono quella che socializza facilmente. Mio marito va molto meglio sotto questo punto di vista. Una delle cose più importanti che abbiamo capito in questi 10 anni è che Dio si è manifestato tante volte attraverso le persone che ci ha messo a fianco. Le relazioni in cui si può parlare di sé, delle proprie fatiche e ferite, in cui ci si sostiene a vicenda, si condivide e si cresce nella comunione sono un grande dono di Dio, più prezioso dell’oro, perché non si possono comprare ma sono solo un dono.

9) Non bisogna avere fretta, lo Spirito è maestro delle lente maturazioni

Tante volte ci siamo chiesti cosa Dio desideri da noi e cosa noi con Lui. La risposta non l’abbiamo ancora, però non possiamo non vedere quanto la nostra vita sia cambiata in questi 10 anni. Per chi non ci conosce bene, tutto sembra rimasto uguale: stesso paese, stessa casa, stesso lavoro (almeno uno dei due), nessun figlio ecc… quante cose invece noi e chi ci conosce bene sa che sono cambiate! Dentro di noi, nella nostra relazione, nel nostro rapporto con Dio, nelle nostre amicizie, in quello che facciamo, anche se non sbandierato da nessuna parte. Nella fede non ci sono soluzioni e risposte pronte, bisogna solo mettersi in cammino, in ascolto, e in gioco, e piano piano, piano piano, piano piano, lo Spirito crea e ti fa maturare, e il seme germoglia.

10) Più ti muovi, più ti arricchisci

In questi 10 anni le nostre automobili hanno percorso tantissimi km. Incontri, esperienze, amici da vedere, testimonianze da fare, relazioni, colloqui, esercizi spirituali, seminari, cene. I nostri familiari sanno bene che siamo sempre in giro e si sono rassegnati sia a badare alla nostra gatta mentre siamo via, sia al fatto che spesso manchiamo ai tradizionali pranzi della domenica e affini. È vero, spesso anche io mi sono lamentata di questo essere spesso in macchina, o in treno o anche aereo, ma la verità è che ogni tragitto è stato sempre ricompensato. Quanto ringrazio il Signore di non avermi lasciato nelle mie comodità e nei miei cliché, del sabato a fare la spesa e della domenica a pranzo o dai miei o dai suoceri, con un’alternanza rigorosa.

Lo ringrazio perché ha allargato i nostri orizzonti, ci ha regalato amicizie bellissime, ci ha fatto sentire la sua presenza in mille modi, ci sta guarendo e salvando piano piano.

Questo non significa che debba essere così per tutti, però è vero che più allarghi i tuoi orizzonti, più il tuo mondo diventa ricco.

Ora siamo curiosi di scoprire e vivere ciò che ci riserveranno i prossimi 10 anni.

Giulia e Tommy

Dal blog TEOLOGIA DEL CORPO & more (qui l’articolo originale)

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Meglio il caos intorno ma la pace nel cuore

Non so voi, io all’inizio di settembre cado sempre in una specie di piccola depressione. Si ricomincia! Presto tornerà la scuola. Ci sono i libri da comprare, le riunioni da ricordare, la matita HB, i fogli da disegno F4 squadrati, lisci,  ruvidi, poi c’è il compasso ecc. Tutto come lo vuole l’insegnante di turno. Poi le attività pomeridiane. Hai ancora voglia di studiare pianoforte o vuoi passare al teatro? Va bene il calcio anche quest’anno? E così via. Sono già stanco prima di cominciare. Poi, neanche a dirlo,  se dimentico qualcosa  è colpa mia! Te l’avevo detto di comprarlo!!! Pretendono i marmocchi! Mi sento sempre così inadeguato.

Cosa mi salva da tutto questo? Mi salva essere sempre più consapevole che io ho scelto e amo quel casino. Oddio, non il casino in sè, ma chi lo provoca. Chi ha portato tutto ciò nella mia vita. Perchè nonostante tutto, nonostante la casa costantemente in disordine, il caos, il rumore e la stanchezza costante, per noi è la vita più bella del mondo? Semplicemente perchè questo è l’amore, siamo fatti per questo, e anche se arrivo a fine giornata stanco morto, ho il cuore pieno,  ho la consapevolezza che nulla può darmi pace e gioa come la mia famiglia. Meglio vivere nel costante rumore di fondo e avere il cuore nella pace, piuttosto che avere tutta la tranquillità che desidero ma il cuore nel tormento. E ringrazio Dio, perchè senza di Lui niente sarebbe stato possibile. Quindi mi lascio qualche giorno di sconforto e poi avanti tutta perchè come dice Ligabue:

Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’
che andare va bene, però a volte serve un motivo un motivo.

Ecco, io il motivo ce l’ho ed è il solo motivo che possa dare senso a tutto: essere parte di una comunità d’amore dove amo e sono amato. Tutto il resto non è importante e la fatica costa, ma è davvero poca cosa in confronto al valore che la mia famiglia ha per me.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è vero solo quando accoglie anche le povertà dell’altro/a

Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.
Invece quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Dal Vangelo di questa domenica possiamo trarre alcune riflessioni importanti per la nostra vita di coppia. Possiamo leggerlo in chiave sponsale. Chi invito al banchetto del mio matrimonio e della mia relazione con il mio sposo o con la mia sposa? Invito soltanto ciò che è bello, ciò che mi piace, ciò da cui posso trarre profitto oppure accolgo tutto dell’altro/a? Sono disposto ad accogliere il mio sposo o la mia sposa solo nei suoi lati che più mi gratificano, che più mi donano piacere, che più mi fanno stare bene? Sono capace di accogliere l’altro/a quando è povero, quando non riesce a darmi nulla, quando non c’è contraccambio al mio donarmi? Sono capace di accoglierlo/la anche quando lei/lui è storpia/o? Cioè quando è deforme nella sua capacità di amare, quando non mi accoglie, quando è scostante, quando è lontana/o? Sono capace di accogliere l’amato/a quando è zoppo/a, quando non si regge in piedi? Quando non è sostegno per me, ma io devo essere sostegno per lui/lei? Sono capace di accogliere il mio coniuge quando è cieco, quando non vede ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quando si comporta male nei miei confronti, quando mi provoca sofferenza?

Accogliere al proprio banchetto solo la parte migliore dell’altro/a non è difficile e non serve neanche l’amore, basta l’egoismo. E’ accogliere tutto dell’altro/a che diventa complicato e per questo non basta la nostra umanità ferita, ma serve un sacramento, serve la Grazia di Dio che ci fa forti, pazienti e perseveranti. Questa è la differenza tra chi sarà primo e chi sarà ultimo nel Regno dei Cieli. Solo chi avrà imparato a farsi ultimo, a mettere il bene dell’altro prima del suo, sarà pronto ad incontrare e abbracciare Cristo nell’eternità. Il matrimonio è una via privilegiata per imparare come superare l’egoismo e diventare dono per l’altro/a.

Antonio e Luisa

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Il talento più grande è l’amore.

Oggi prendo spunto da un’omelia dell’anno scorso preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che ho cercato di fare mia.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don è partito da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era a posto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio, sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile, non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa

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Portate i pesi gli uni degli altri

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise…

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“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

 

“Portate i pesi gli uni degli altri,

così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Preghiera di un padre qualunque a san Kolbe

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”…

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Questa riflessione superficiale nasce il 14 agosto, memoria liturgica di San Massimiliano M. Kolbe.

M.M. Kolbe è un frate, un uomo che in un campo di concentramento ha chiesto di essere ucciso al posto di un padre di famiglia.

Fu esaudito dai suoi aguzzini. Fu lasciato per due settimane senza cibo e senza acqua. Dopo due settimane, essendo ancora vivo gli fu iniettata una dose di veleno.

I testimoni (ovvero i suoi uccisori) hanno detto che prima di morire ha esclamato: “Ave Maria” e sulle labbra aveva un sorriso.

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“Mamma! Vieni! Mamma!!! Maaaaammmaaaaa!”

E tu – padre – nonché marito di quella donna chiamata con urla “Mamma!!!” dai tuoi figli…sei li e tra un pensiero profondo come il divano che ti inghiotte…vieni accarezzato dalla vocina stridula di tua figlia che richiama su di sé con tutto il fiato l’attenzione di colei che l’ha partorita.

La coscienza ti dice: “Marito, mi sa che qualcuno ha bisogno di aiuto.”

E tu le rispondi: “Mica mi chiamo Mamma io…”

E mentre tu bevi qualcosa e fai 4 chiacchiere con la coscienza per prendere tempo…la bimba urla ancora una volta: “MaaaaaaaammmmmmmaaaaaaAAAA!!!”

E lì, la svolta! Incarni il Vangelo e ti offri volontario! Ed esclami: 

“Figlia mia, prendi me al posto della mamma! Dimmi, di cosa hai bisogno…qui c’è papà!”

Gli angeli esultano, il cielo è in festa…perché un uomo ha donato la propria guancia a coloro che volevano percuotere la guancia di sua moglie…ha scambiato la sua vita con quella di colei che andava verso il patibolo.

Poco importa se poi dopo la bambina ha scelto ugualmente di flagellare sua mamma con un mare di richieste lasciando in vita te.

Tu – marito eroico – ci hai provato a salvare la vita della tua sposa. E questo è già qualcosa.

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San Massimiliano Maria Kolbe, prega per noi padri e madri, mariti e mogli, affinché ogni giorno in piccoli grandi gesti si possa consumare nel Dono la nostra vita. Amen. Grazie!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Le lettere dell’amore. La F.

La parola chiave con la lettera F è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia. L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove gli sposi vanno a Messa insieme tendono a fiorire molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto, tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

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Un amore che apre all’eterno di Dio

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.
Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?
E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.
Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?
Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Parole come quelle del Vangelo di oggi mi hanno sempre messo in crisi. Non possono lasciare tranquilli. Sto costruendo la mia relazione con Gesù? Sono consapevole che tutto ciò che ho su questa terra non mi appartiene? Che posso perdere tutto, anche la mia vita, oggi stesso? Spesso preferiamo non pensare a queste cose. In realtà dovremmo. Non per piangerci addosso o per disperarci, ma per dare il giusto posto ad ogni cosa. Chi c’è al primo posto nella  mia vita? Perché se rispondo sinceramente, e al primo posto non c’é Dio non posso essere nella pace. Perché cercherò il senso della mia vita in quello che ho messo al posto di Dio. Quello sarà il mio idolo. Con una grande differenza! Dio dà la sua vita per noi. L’idolo chiede la nostra vita senza darci ciò che desideriamo nel profondo. Così l’idolo può essere il lavoro, il corpo, il sesso, la ricchezza ecc. Quanti sacrificano la propria vita, e non solo la propria, per uno di questi idoli? Per quanto mi riguarda non ho di questi problemi. Ho un idolo molto più subdolo: la mia sposa. Mettere al primo posto l’amore per la propria sposa può sembrare una scelta buona. In realtà anche lei può diventare un idolo e l’amore per lei essere distruttivo e non generativo. La mia sposa non può stare prima di Gesù altrimenti cercherò in lei ciò che può spegnere quella sete di eterno e di infinito che ho dentro. Naturalmente senza mai riuscirci. Anche per il solo fatto che lei è mortale e posso perderla in qualsiasi momento. In questo caso il matrimonio non dà la vita ma la toglie. Non si riesce a godere neanche  dei momenti belli perché ti assale la paura che tutto finisca. La caricherei di un peso che non può sostenere e di una responsabilità che non è giusto che lei si prenda. Per questo è importante mettere Gesù al primo posto. Solo così posso accogliere il dono della mia sposa con meraviglia senza paura di perderlo. Perché l’amore, che dono alla mia sposa e che da lei ricevo, ha il profumo dell’amore di Dio e apre ad un orizzonte di eternità.

Antonio e Luisa

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Il limite alla Grazia è nel nostro cuore di sposi.

Il villaggio ai piedi del castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del castellano che leggeva un proclama nella piazza. 

“Il nostro signore beneamato invita tutti i suoi buoni fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda però a tutti un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”

L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietrofront e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi. “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!” – “Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!” – “Io un ditale!” – “Io una botte!”

Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.

“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione. Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”. Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!

“Ah! Se avessi portato più acqua”.

Quella che avete appena letto è una bellissima favola di Bruno Ferrero. Potete trovarla nel libro 365 piccole storie per l’anima. E’ una bellissima metafora di quello che Dio compie nel sacramento del matrimonio. Almeno questa è la mia lettura. Ricorda un episodio della vita di Gesù: le nozze di Cana. Gesù nel matrimonio non compie nessun miracolo senza il nostro impegno. Ha trasformato l’acqua in vino solo dopo che i servitori hanno riempito le giare. Non ha fatto tutto lui. Così è il nostro matrimonio. Lo è all’inizio quando ci sposiamo. In quel momento Dio riversa, attraverso lo Spirito Santo, il Suo Amore nei nostri cuori, per farci capaci di amare come lui. Non può, però, mettere più monete d’oro (Grazia) di quelle che noi possiamo contenere. Il nostro cuore può essere piccolo come un ditale o grande come una botte. Dipende solo da noi. Dipende da come ci siamo preparati nella nostra vita e nel fidanzamento per ricevere la Grazia di Dio nel sacramento. Dipende da quanto abbiamo combattuto l’egoismo attraverso la castità, dipende da quanto siamo riusciti a farci servo l’uno dell’altra. Dipende da quanto siamo stati capaci di spostare l’attenzione da noi all’amato/a. Questa storia non si ferma al giorno del matrimonio. Noi siamo sacramento perenne. Ciò significa che, finchè siamo in vita, nella nostra relazione c’è la reale presenza di Gesù, come nell’Eucarestia (seppur in modo diverso). Ciò significa che la favola non finisce così. Chi è entrato con un ditale alla festa del suo matrimonio può imparare, durante la vita insieme al suo sposo o alla sua sposa, a donarsi, a farsi servo, a farsi tenerezza, a farsi amorevole presenza. Tutto questo trasforma nel tempo il suo cuore da ditale a botte, e Dio non aspetta altro che un cuore più grande per colmarlo del Suo Spirito. Forza! Il matrimonio è un cammino che non finisce mai. E’ un cammino che ci può aiutare ad avere un cuore sempre più grande per accogliere sempre di più Gesù e i suoi doni dentro di noi.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La temperanza.

La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2 ) [Cf  Sir 37,27-31 ]. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri” ( Sir 18,30 ). Nel Nuovo Testamento è chiamata “moderazione” o “sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (  Tt 2,12 ).

La temperanza è una virtù sempre meno esercitata. Siamo una società di persone bulimiche. Non ci basta mai. Vogliamo tutto e subito. Siamo bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di sensazioni. Ingurgitiamo tutto, sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, anzi che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a Sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della nostra figliolanza. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e del bisogno che diventa diritto. Siamo soprattutto bulimici di piacere sessuale. Tutto nella nostra società ammicca al sesso. Lo fa la pubblicità, lo fanno i media ed è spesso presente nei discorsi al bar con gli amici. Abbiamo il cervello costantemente bombardato da stimoli sessuali. La temperanza sembra esssere esclusa dalla nostra società del carpe diem. Sa di vecchio e di clericalbigotto. Ogni lasciata è persa. Invece la temperanza è quantomai necessaria. La temperanza mette le cose al loro posto. Mette le giuste priorità in una relazione. La temperanza dice all’altro che non è importante per quello che ci dà o per le sensazioni che ci fa provare, ma è importante e amato semplicemente perchè è lui o è lei. E’ amato incondizionatamente. La temperanza, che nel matrimonio si concretizza con la scelta di avvalersi dei metodi naturali, permette agli sposi di amarsi e di mettere l’altro al primo posto. L’altro! Non il piacere che traiamo da lui/lei. Altrimenti se viene a mancare il piacere o ne troviamo uno maggiore altrove la relazione muore. Quanti si lasciano perchè non sentono più nulla? Troppi. La temperanza permette agli sposi di accogliersi totalmente e di non pretendere che l’altro/a rinunci a una parte del suo essere maschio (preservativo, coito interrotto) o femmina (pillola, spirale e altri) per assecondare il loro desiderio di piacere. La temperanza permette di rispettare completamente la persona amata. L’amore si dimostra anche sapendo rinunciare. Soprattutto oggi dove ogni sacrificio è uno scandalo da scansare.  Non sapete come si sente amata una donna quando il suo uomo è disposto ad aspettare qualche giorno pur di averla completamente senza dover rinunciare a nulla di lei, perchè lei è meravigliosa così com’è. Come invece si sente, presto o tardi, usata in caso contrario. La temperanza è una virtù che permette agli sposi di sviluppare altre forme di tenerezza e di unione. Permette agli sposi di spendere quella carica erotica che magari sentono e sprigionano per donarsi tenerezza in altro modo che non sfoci per forza nel sesso. Baci abbracci e carezze. Questo è un modo di prepararsi nella temperanza e nella verità all’amplesso quando sarà possibile viverlo. Questo è il modo che gli sposi cristiani possono ricercare per non vivere l’astinenza periodica come frustrante,ma al contrario renderla feconda e nutrimento per la relazione. Questa è la strada per vivere un matrimonio che non sia arido e che non scada nella noia e nell’abitudinarietà .

Antonio e Luisa

Le virtù nel matrimonio. La fortezza.

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La giustizia.

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La prudenza.

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La carità.

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La fede.

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. Introduzione.

La virtù è, detto in parole molto semplici, la capacità che abbiamo di sviluppare in pienezza le doti umane positive che ci caratterizzano. Sviluppando le virtù diventiamo sempre più aderenti ad una vita pienamente umana e libera. Il contrario esatto dei vizi che imprigionano e rendono schiavi. Virtù che, il catechismo ci insegna, si dividono in cardinali (o virtù umane) e teologali (virtù che si riferiscono direttamente a Dio). Detto in altre parole le virtù cardinali possono essere perfezionate attraverso l’intelligenza e la volontà di ogni persona. Le virtù teologali ci sono irraggiungibili e sono dono del Creatore attraverso la Grazia (date attraverso il battesimo e perfezionate durante una vita di fede).

Le virtù teologali sono:

  1. Fede. La virtù dell’essere. Attraverso la fede ci apriamo all’amore di Dio. Accogliamo l’amore di Dio in noi stessi. Realizziamo di essere amati da Dio. Nel matrimonio accogliamo l’amore di Dio nell’accoglienza del nostro coniuge.
  2. Carità. La virtù dell’agire. Attraverso la carità rispondiamo all’amore di Dio. Corrispondiamo al suo amore nell’agire. Come? Amando il nostro coniuge.
  3. Speranza. La virtù dell’avere. Attraverso la speranza abbiamo la vita eterna. Prendiamo coscienza che dalla fede e dalla carità nasce un orizzonte nuovo, un orizzonte eterno ed infinito che conduce a Colui che è Amore Infinito. La speranza nel matrimonio è proprio quella virtù che lo proietta in una prospettiva divina. L’amore sponsale che per sua natura è totale, fedele e indissolubile diventa immagine dell’amore di Dio e lascia intravedere agli sposi la trascendenza dell’amore divino.

Esistono poi le virtù cardinali:

  1. Prudenza. La virtù della collaborazione. La Prudenza è la prima delle Virtù Cardinali. Grazie ad essa il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, è capace di discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male e trova la luce e la forza per conseguire la propria salvezza.E’ la prudenza quella virtù che guida ogni istante il nostro cammino di sposi oltre che di individui. La virtù fondamenta della nostra impalcatura, il collante tra le altre, e la bussola del nostro camminare insieme.
  2. La giustizia consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. Giustizia e matrimonio sembrano a volte in contrasto. In effetti non è così. Semplicemente nella promessa matrimoniale ci siamo impegnati ad un amore gratuito e senza condizione l’uno con l’altra. Amore totale in anima e corpo. Questa promessa a volte ci chiede tanto, ci chiede una fedeltà che ci appare ingiusta, ma in realtà stiamo agendo secondo giustizia. Stiamo dando al coniuge e a Dio ciò che gli è dovuto. Magari che il nostro coniuge non merita, ma che gli è dovuto.
  3. La fortezza assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza nel matrimonio è sostenuta dalla Grazia. La Grazia sacramentale propria del matrimonio. Dio si è impegnato di darci tutti gli aiuti necessari per salvare il nostro matrimonio e per santificarci in esso. A noi è chiesto di metterci tutto ciò che abbiamo. La nostra forza, volontà, intelligenza e cuore. Questa è la fortezza necessaria per superare ogni avversità con l’aiuto di Dio, ma sempre con la nostra partecipazione attiva.
  4. Temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”. La temperanza è una virtù che va educata. Attraverso la temperanza gli sposi prendono possesso del proprio spirito e del proprio corpo. Attraverso la temperanza ci si educa ad amare nella Verità. Ci si libera dalle pulsioni della lussuria. Con la temperanza possiamo finalmente farci dono l’uno con l’altra anche nel rapporto fisico. Come possiamo donare altrimenti il nostro corpo se non lo possediamo, ma al contrario, siamo posseduti da istinti, pulsioni che ci rendono schiavi del piacere fine a se stesso?

Nei prossimi articoli approfondiremo ognuna delle sette virtù.

Antonio e Luisa

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Non ne abbiamo più neanche una goccia!

Ieri Luisa mi ha dettato, come sempre accade, la lista della spesa. Di solito tra noi funziona così. Le telefono, le chiedo cosa manca e poi quando esco dal lavoro mi fermo al supermercato. Come al solito, però, accade un’altra cosa: mi perdo la lista o la dimentico chissà dove, così mi devo arrangiare cercando di ricordare a spanne quello che mi ha dettato. Di conseguenza, non avendo neanche un gran memoria, dimentico sempre di comprare qualcosa. Nulla di grave, lei lo sa e non se la prende neanche più. E’ la nostra famiglia che è così, un po’ approssimativa in tante cose. Tanto che mia suocera continua a ribadire che siamo due spostati (un po’ matti) che si sono trovati e sposati. A me va bene così, non potrei convivere con una maniaca dell’ordine e della perfezione. Io che, quando abitavo da solo, avevo bucce di banana negli armadi (non sto scherzando, è capitato). Sto divagando. Dunque torno a casa e mi accorgo di essermi dimenticato il latte. Il commento di Luisa è stato: Non ne abbiamo più neanche una goccia. Lo ha detto in modo rassegnato, non irritato. Come a dire: lo so che sei così, ma ti amo e prendo anche questo di te. Lì per lì ho fatto spallucce e ho pensato: potranno bere il tè per una volta. Poi però mi sono sentito un po’ in difetto. Non ero stato capace di amarla fino in fondo. Se il latte fosse stato per me non me ne sarei scordato. Così stamattina mi sono alzato di buon ora e, dopo aver portato fuori il cane, sono andato nella vicina panetteria e ho comprato un litro di latte. Non ci crederete, mi sono sentito bene. Ho lasciato il latte sul tavolo e sono corso al lavoro. Luisa dormiva ancora. Sapere che anche quella mattina Luisa avrebbe trovato il latte sul tavolo e avrebbe potuto fare la sua colazione nel modo che piace a lei mi ha reso felice. Credo che il succo dell’amore matrimoniale sia tutto qui. Una piccola cosa, un gesto normale in una vita fatta di tanti gesti normali. Una vita ordinaria. Gesti che hanno, però, un profumo e un sapore che riempiono il cuore. Perché tra gli sposi accade qualcosa di veramente grande. Luisa prende dimora nel mio cuore e io nel suo. Quindi fare felice lei nelle piccole cose è nutrimento per il mio cuore. Il matrimonio è una grande scuola per imparare ad amare. Farsi prossimi spesso rimane una bella parola, ma nel matrimonio acquista un senso che dà sapore a tutta la vita. La vita matrimoniale è meravigliosa perché non servono grandi momenti per sentirsi vivi, ma ogni momento può essere un piccolo tassello per rendere bella e non sprecata una vita intera.

Antonio e Luisa

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Matrimonio felice: come si fa?

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise “Sposi & Spose di Cristo”

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Matrimonio felice? Molto spesso ci fermiamo a guardare l’esteriorità delle cose.

Oggi ti proponiamo un racconto in cui sarai tu a trovare il finale. Buona lettura e buona riflessione.

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Un giorno due statue di marmo decisero di sposarsi. Erano belle, senza un graffio…erano di un marmo splendente.

Si sposarono nella perfezione delle loro forme e poi restarono così per anni, come solo le statue sanno fare: ferme.

Rimasero ferme a fissarsi, una difronte all’altra senza muoversi, per anni.

Un giorno queste due statue compresero di aver realizzato un matrimonio apparentemente perfetto, basato sulla staticità della bellezza giovanile, basato sulle prime emozioni provate al momento in cui si erano conosciute.

Erano fieri di essere incapaci di fare del male all’altro…ma allo stesso momento si erano resi tristemente conto di non essere capaci di fare neanche del bene al proprio coniuge.

Erano due statue ed erano ferme. Immobili.

Molte coppie di sposi umani li ammiravano e quando li vedevano si sentivano un po’ frustrati poiché la loro bellezza  intramontabile faceva sentire tutti gli altri inadeguati poiché al contrario delle statue normalmente le persone invecchiano, non si amano come il primo giorno e a volte si feriscono a vicenda.

Un bel giorno una coppia di sposi umani andò a confidarsi con le statue spose ed esposero i loro problemi e parlarono ampiamente della fatica di volersi bene nel divenire della vita e che erano arrivati alla decisione di separarsi soprattutto perché non provavano più quello che avevano provato il giorno del loro matrimonio.

Diceva la moglie: “Cari sposi statue, che bella coppia che siete! E tuo marito com’è bello!” – disse rivolgendosi alla sposa statua – “Mio marito è così pieno di brutti difetti…è così diverso da me e da come lo vorrei…è così cambiato da quando l’ho conosciuto!!! Era gentile, simpatico, snello…ora è un orso pancione!”

Il marito rispose a sua moglie: “Ah si, io sarei brutto e cattivo! E tu? Cosa fai per la nostra relazione? Sei sempre ansiosa e non mi guardi mai, non ti vuoi fidare di me! All’inizio del matrimonio mi hai fatto sentire il tuo uomo, l’uomo più importante del mondo e poi da quando sono nati i figli non esisto più per te!!!”

Ed andarono avanti a ferirsi come due ubriaconi in un bar che iniziano a litigare e a vomitarsi reciprocamente odio e rancore.

Dopo averli ascoltati per ore, le statue presero la parola dicendo in realtà anche loro non erano poi così felici.

Diceva il marito della statua: “E’ vero, siamo belli e intatti fin dal primo giorno, ma ci manca la possibilità di crescere, di amare un po’ di più, di rischiare e di metterci un po’ in gioco nella vita…”

Entrambe le coppie erano spaesate…

Verso sera passò da quelle parti una coppia di vecchietti che si tenevano per mano. Erano sposati da parecchi anni e le rughe solcavano i loro volti. Erano soliti fare una passeggiata a quell’ora e si sedettero su di una panchina poco distante dalle statue.

Le statue e gli sposi umani decisero di chiedere consiglio a loro.

Vedendoli felici nonostante l’età e uniti nonostante la loro fragile umanità…domandarono ai due vecchietti innamorati: …

  1. immagina (e, se vuoi, commenta) quale consiglio hanno dato secondo te gli anziani alle statue?
  2. immagina (e, se vuoi, commenta) quale consiglio hanno dato secondo te gli anziani alla coppia di sposi umani?

Buona riflessione.

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Grazie,

Pietro e Filomena

Diventare uno!

Oggi riprendo gli insegnamenti del nostro padre spirituale. Padre Raimondo Bardelli ci ha iniziato a un vero cammino verso la pienezza del matrimonio e gliene saremo sempre grati. Come detto riprendo il suo libro più importante sulla spiritualità di coppia: L’amore sponsale. In questo libro affronta diverse tematiche. In questo articolo scriverò della dinamica dell’amore coniugale. Ecco cosa scrive padre Raimondo:

Il donarsi e accogliersi totale degli sposi comporta un coinvolgimento completo della loro identità, cioè abbraccia i corpi, i caratteri, i cuori, le intelligenze e le anime, che unisce profondamente e indissolubilmente in uno.

Cosa significa essere uno in tutte queste diverse dimensioni?

  1. Unione dei corpi. La mascolinità dell’uomo e la femminilità della donna si fondono. Questa realtà è manifestata dall’unione intima dove l’uomo, entrando fisicamente nella donna, diventa uno con lei. Questa esperienza unica è dono di Dio esclusivo degli sposi, affinché possano sperimentare nel corpo ciò che è presente nel loro cuore: un amore totale, esclusivo, fedele e indissolubile. Gli sposi sono chiamati a far fruttare questo talento che Dio ha donato loro. Come? Perfezionando il linguaggio del corpo. Linguaggio intriso di tenerezza e attenzione reciproca.
  2. Unione dei caratteri. Il carattere è l’insieme delle caratteristiche spirituali e psicologiche di una persona. Ciò comporta due diversi atteggiamenti. Il primo riguarda i fidanzati. Il tempo del fidanzamento è il tempo della conoscenza e della valutazione reciproca. E’ importante capire se i caratteri siano compatibili, cioè se si possono armonizzare, se si può creare un’armonia. Secondo atteggiamento riguarda gli sposi. Gli sposi sanno che l’altro/a ha un carattere “inquinato” da difetti. Con il loro amore possono accoglierlo così come è e condurre l’amato/a, pian piano, a desiderare di cambiare le parti del suo carattere meno belle.
  3. Unione dei cuori. Il cuore è quella parte di noi che custodisce i nostri sentimenti e la nostra identità più profonda. Il matrimonio presuppone che gli sposi siano capaci di penetrare l’uno nel cuore dell’altro. Non solo per prendere dimora, ma per conoscere l’amato/a in modo sempre più autentico e pieno. Questo presuppone una grande fiducia dell’uno verso l’altra. Fiducia che significa abbandono e significa deporre le armi, abbassare ogni difesa. Spesso serve un percorso per arrivare a questo risultato. Riuscire è però fondamentale. Riuscire ad entrare nel cuore dell’amato/a significa scorgere tuta la sua bellezza ed innamorarsi sempre più di lui.
  4. Unione delle intelligenze e delle volontà. Gli sposi sono due persone diverse, con intelligenze diverse e con volontà diverse. Il matrimonio mette queste due risorse diverse al servizio di un’unico scopo: perfezionare e arricchire la relazione sponsale. Ciò significa saper mettere in discussione le proprie ragioni e modi di pensare. Significa ascoltare l’altro/a con attenzione e interesse. Significa saper capire quando l’altro/a ha compreso meglio come agire e cosa fare. Significa ammettere di non aver sempre ragione. Anche qualora uno fosse più forte dell’altro, non deve imporre la propria volontà, e se comprende che la soluzione proposta dall’amato/a è migliore rispetto alla sua, deve essere capace di mettere la sua convinzione al servizio dell’altro/a incoraggiandolo/a e spronandolo/a a continuare.
  5. Unione delle anime. Significa mettere in comune la spiritualità. Significa essere consapevoli che abbiamo due cammini personali con il Signore. Significa ammettere che probabilmente c’è chi è più avanti dell’altro. In questi casi non serve correre avanti. Chi è più avanti deve mostrare carità. Deve comprendere le difficoltà dell’altro/a e aspettare i suoi tempi, senza pretendere una intensità e maturità di fede che l’altro/a non può avere in quel momento.

In conclusione l’amore coniugale ci arricchisce di tutta l’umanità dell’altro/a. Ci saranno momenti di conflitto e di difficoltà, ma non smettete di vedere il matrimonio come un’opportunità per essere ancora più uomo e più donna, per essere persone sempre più ricche e capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è riscegliersi sempre!

Perché il matrimonio è superiore a qualsiasi altro tipo di relazione? Oggi non voglio parlare di sacramento. Voglio limitarmi ad un piano strettamente umano e naturale. Un discorso che credo vada bene per tutti. Nel matrimonio c’è una promessa solenne. Nel matrimonio si promette un amore fedele e indissolubile. Almeno questo è il significato per chi prende con la giusta serietà e consapevolezza ciò che sta promettendo. Non si promette di amare fino a quando tutto fila liscio, si promette di farlo sempre. Una promessa che cambierà tutto. Nulla sarà più come prima. Come si fa a promettere di amare sempre? E se l’amore passa? L’amore non passa mai. Può passare il sentimento, può passare la passione, può passare l’innamoramento, può passare l’intesa, ma l’amore non passa mai. Semplicemente perché l’amore è prevalentemente un atto di volontà. L’amore è mettere il bene dell’altro al centro dei miei pensieri e delle mie azioni. Serve il sentimento per questo? No! Certo è meglio che ci sia, ma non è indispensabile. Cosa significa concretamente? Che nella coppia ci sono periodi di aridità, di difficoltà, di lontananza, di incomprensione, di conflitto. Insomma periodi in cui amare l’altro/a non è semplice, costa fatica e grande forza di volontà. E’ questa promessa che rende il matrimonio l’unica relazione di coppia dove si può intravedere l’amore vero, quello cristiano. Significa alzarsi la mattina e riscegliere la persona che abbiamo accanto, questo quando ci appare come la più meravigliosa, ma anche quando ci urta la sua presenza. Significa risceglierla quando mostra la sua parte peggiore, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Significa risceglierla quando c’è passione, ma anche quando c’è il deserto. Metterla sempre al centro e agire per il suo bene. Può sembrare una richiesta ingiusta e forzata, ma forse perché la vedete solo dalla parte di chi deve fare la fatica di amare. Invece guardatela dall’altra parte. Dalla parte della persona che viene messa al centro sempre, anche quando non se lo merita, anche quando l’altro fa fatica. E’ liberante. Essere amati sempre e comunque. L’innamoramento e la passione vanno e vengono, hanno alti e bassi durante tutta la vita matrimoniale insieme, ma se l’amore resta sempre e comunque, tutto il resto non preoccupa perché si recupera. Diceva un sacerdote: Se vostro marito o vostra moglie vi dice che non vi ama più significa che non vi ha mai davvero amato. Credo sia proprio così.

Antonio e Luisa

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