Vegliate per amore, non per paura!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.
E’ come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,
perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».

Marco 13, 33-37

Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento sembra quasi esprimere una minaccia da parte di Gesù. Senbra voglia spaventarci. Probabilmente non è questa l’intenzione di Gesù. L’intenzione più intima di Dio è un’altra. Non è una minaccia. Non ci chiede di stare attenti per paura, ma di vigilare per amore. Il padrone non è un padrone cattivo. Il nostro Signore è buono e ci ama. Quindi perchè non dovremmo stare svegli per amore e riconoscenza verso di Lui? Per amore non per paura.

L’Avvento apre l’anno liturgico. E’ l’inizio di qualcosa di decisivo. L’Avvento è l’inizio di qualcosa di strepitoso! La nascita di una vita. La vita per eccellenza. L’ Avvento ci obbliga a fermarci e a riflettere. Non aspettiamo ogni giorno quella vita come dovremmo e non sappiamo guardare a Gesù nella nostra vita in ogni situazione. Una dinamica in cui cadeva spesso già il popolo d’Israele. Durante l’esilio, la schiavitù in Egitto, il popolo si chiedeva il perchè di quell’abbandono da parte di Dio. Gli israeliti non riconoscevano più la presenza di Dio nella loro vita. Ed è un po’ quello che tendiamo a fare anche noi quando la nostra storia è abitata da sofferenza e quando la fatica ci diventa compagna di viaggio. Perchè Gesù, che è Dio d’amore, ci ha abbandonato?

L’ Avvento ci ricorda proprio che Gesù non ci ha abbandonato. E’ un tempo che si ripete tutti gli anni perchè ne abbiamo bisogno. L’Avvento ci permette di rovesciare la prospettiva. Proprio perchè crediamo in un Dio che è amore, qualsiasi cosa ci possa accadere non può sconvolgerci. Perchè quell’amore, quella vita che stiamo aspettando, ha deciso di essere più forte di ciò che ci sta accadendo.

L’ Avvento è questo. E’ l’inizio di un tempo di grazia che ci conduce alla nascita di un bambino. Qualcosa che accade tutti i giorni, come la nascita di un bambino, diventa storia della salvezza. Quel bambino è Dio, si è fatto come me, come te, e ci sta dicendo chiaramente: Tutto ciò che ti può accadere non è più grande di me.

Il nostro cuore diventa grande quando riesce a farsi tanto piccolo da accogliere dentro di sè la presenza di Gesù. Allora tutto cambia. Quella nascita non è più la storia della salvezza, ma diventa finalmente la storia della nostra salvezza.

Antonio e Luisa

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Al posto mio

Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail da parte di una donna. Una delle tantissime persone abbandonate dal coniuge. Con questa mail questa moglie e madre ha voluto lanciare il suo grido. Un grido carico di sofferenza ma non di odio. Non c’è livore nelle sue parole. Vi possiamo invece leggere un sereno abbandono a Gesù che in una situazione tanto dolorosa si è fatto presente e vivo come mai. E’ una poesia dedicata a quella donna che ha preso il suo posto. L’autrice ha per questa persona parole quasi di sorella. Molto bella da leggere e meditare.

Al posto mio

Il nostro “si” abbiamo detto innanzi a Dio eppure tu da tempo ti trovi al posto mio tanto dolore ha provato il mio cuore ma ormai lo consegno al Suo Amore.

Tu del mio sposo hai il sentimento io per sempre del nostro matrimonio custodisco il Sacramento.

Tu vivi al posto mio, chissà che ne pensa DIO!! So che il giudizio non devo darlo io sono mossa da carità di una fraterna correzione nostro Padre dono ci fa’.

Agli occhi tuoi la mia ti sembrerà solo superbia e follia io voglio solo testimoniare la fedeltà mia. La Sua legge dell’indissolubilità se vogliam possiam amar.

Fonte di grazia è quel Sacramento soffoca ogni pensiero di odio per il tradimento e fa’ credere in un possibile ravvedimento.

Sorella mia, nostro Padre paziente aspetta dei suoi figli la conversione giacche’ della famiglia da Lui benedetta non vuole certo la divisione.

Tu e il mio sposo vivete una unione vinti certo da umana passione da essa discende dei vostri figli la creazione siano essi una benedizione. Con la figlia mia e del mio sposo vivano in fraterno amore liberi da questa storia intrisa di dolore.

Possa tu sperimentare il perdono di Dio la tua coscienza ti dirà che non puoi vivere al posto mio.

Puoi farla certo tacere  dirti che non hai nulla da temere loro avevano una crisi coniugale non ho fatto nulla di male.

Perche’ tanto nel cuore affanno  ho fatto quello che in tanti fanno il mio compagno e i miei figli sono un dono quella li’ lo chiama un abbandono.

Far tacere la voce di Dio  non significa che puoi vivere al posto mio. Ah se pensavi alla figlia mia quel di’ che iniziavi a vivere la vita mia.

Ai figli tuoi di grazia riesco a pensare il mio cuore di madre me li fa amare non sia la loro una storia di dolore intrisa qual è quella della mia famiglia divisa.

La figlia mia adolescente freme solo nel suo volto ha i genitori insieme. La prigionia del coronavirus l’ ha soffocata da me per rabbia per un po’ e’ scappata.

Tu l’hai ospitata. Chissa’ se l’hai amata. Di anni ne ho cinquanta da sola di strada ne ho percorsa tanta.

Il ritorno del mio sposo non c’è. la pace che Lui mi offre mi fa andare oltre  non mi vince piu’ il male confido nel bene universale.

Grazie a questa sposa sofferente per aver aperto il suo cuore con tutti noi

Antonio e Luisa

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Lei è la mia promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa.

E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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I quattro cavalieri dell’apocalisse

I quattro cavalieri dell’apocalisse (cit. in Gottman-Gottman, dieci principi per una terapia di coppia efficace) nella relazione di coppia rappresentano quattro atteggiamenti, che se continui e costanti nel tempo, possono far finire il tuo matrimonio in 5-6 anni.

Ricerche scientifiche e studi su tantissime coppie mostrano come il fallimento del rapporto sia dietro l’angolo se CRITICHEDISPREZZO, EVITAMENTO e OSTRUZIONISMO fanno da padroni alle tue interazioni di coppia.

Ma lasciamoci illuminare dalla Parola. Dalla lettera ai Romani di San Paolo 7, 14-25:

 Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato.

In questo brano San Paolo esprime tutto il conflitto del cristiano che sa benissimo quale sia il bene, però continua a fare il male. Il senso di fallimento è dietro l’angolo quando hai ben presente quali sono le coordinate che potrebbero far andare bene le cose, e invece come un citrullo ti ritrovi a fare sempre gli stessi errori. Siamo destinati perciò a soccombere dietro la nostra natura?! Sai qual è il bersaglio, ma continui a mancarlo.

Partiamo dal presupposto che nella comunicazione con l’altro, tutti ogni tanto facciamo entrare qualche “cavaliere”, per cui è impossibile essere perfetti! Anzi diciamo che non è affatto necessario essere perfetti per far si che una relazione di coppia sia felice… Ma descriviamo da vicino questi atteggiamenti: 

CRITICHE: quante volte ti capita di usare la critica per lamentarti di ciò che non ti va. E giù accuse e attacchi all’altro che non fa le cose come vuoi tu, che non soddisfa le tue aspettative. 

DISPREZZO: è l’atteggiamento denigratorio, sarcastico, cinico e a volte sadico con cui colpisci l’altro al fine di mantenere una tua posizione di superiorità e abbassare l’altro disdegnandolo. Serve a mantenere la supremazia del potere, per cui sminuendo l’altro, ti imponi con le tue ragioni. Il problema è che il disprezzo ferisce e colpisce come nessun altro, e a lungo andare intossica l’intimità, fa perdere fiducia e mina il senso di sicurezza e appartenenza reciproco. 

RITIRO ed EVITAMENTO: sono le reazioni tipiche all’attacco dell’altro, per cui devi per forza ribattere e restituire pan per focaccia del tipo: “si però anche tu…”. Oppure mostri indifferenza e silenzio come arma per colpire. 

OSTRUZIONISMO: è il muro di gomma che poni alla soluzione dei problemi. È l’atteggiamento tipico di chi deve mettere i bastoni tra le ruote e ostacola il dialogo o il confronto perché ormai è tardi.

La differenza fra una coppia felice e una infelice non sta nel fatto di non avere mai questi atteggiamenti (perché sarebbe impossibile), ma nella capacità di dialogare e rimediare quando si è fatta la frittata. Una coppia che sta bene, sa parlare apertamente delle cose brutte che succedono e anzi usa quei momenti per crescere nella confidenza e nell’intimità. Mentre la coppia danneggiata mette sotto al tappeto i problemi, e frequenza e intensità dei “cavalieri” sono troppo frequenti, tanto da superare i momenti di sintonia, complicità e gioia.

Cosa ci dice la Parola di Dio attraverso San Paolo? Che non dobbiamo essere perfetti per essere buoni cristiani o buoni mariti, buone mogli; il punto non è sforzarsi di fare sempre la cosa giusta e mazzolarti quando non lo fai. Piuttosto dobbiamo avere il coraggio di trasformare le nostre debolezze nel vuoto umile che Cristo può riempire con la Grazia del suo amore. Quando sei fragile e fai cavolate puoi scoprire la tua creaturalità di figlio e Dio come Padre. Questo non vuol dire che tu sia esente dalla responsabilità di fare la tua parte. Così attingi forza dalla preghiera, dai sacramenti e cresci umanamente se noti delle ferite irrisolte.

Non esitare a chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta se ti accorgi che hai bisogno e che da solo non ce la fai. Come è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica la Grazia presuppone la natura, e quando la natura è ferita da esperienze passate non risolte e non elaborate, questo può ostacolare l’azione della Grazia. L’Amore di Dio non si può misurare né inquadrare in alcun concetto, né si fa fermare dalla nostra natura. Chiediamo sempre a Lui la forza e il coraggio di crescere in quello che può far fiorire le nostre relazioni.

Roberto e Claudia

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Gli anticoncezionali distruggono il desiderio.

Alcuni giorni fa ho pubblicato una riflessione partendo dal romanzo Il gattopardo. Mi sembra importante ritornare su quella riflessione per spiegarla meglio. Dio ha creato l’uomo e la donna. Dio ha creato il corpo dell’uomo e della donna come macchine perfette. Macchine regolate da leggi altrettanto perfette. La donna per questo non è sempre fertile. La fertilità della donna si concentra in pochi giorni, l’ovulazione dura poche ore. Tutto ciò si ripete in un ciclo che si ripete e che dura per tutta l’età fertile della donna. Non è qualcosa che riguarda solo il corpo della donna. Come sappiamo noi siamo corpo e spirito e sappiamo anche che l’uno influenza l’altro.

Questo ci dice due cose: che Dio non ha pensato, come alcuni spiritualisti sostengono, che il rapporto fisico ha senso, ed è cosa buona, solo quando si ricerca una gravidanza (altrimenti Dio avrebbe reso la donna fertile sempre) e che forse dei momenti di astinenza sono necessari. Sono necessari proprio per noi, per la coppia, per nutrire il desiderio. Sono necessari non solo per non concepire figli ma anche per nutrire il desiderio con un’attesa feconda.

Cosa voglio dire con questo? Gli anticoncezionali distruggono il desiderio. Gli anticoncezionali ci educano a soddisfare ogni nostro desiderio sessuale senza nessun vincolo se non la volontà di entrambi di consumare il rapporto. Senza dover mai attendere. Bastano pochi minuti in qualsiasi momento (tanto lei prende la pillola e lui usa il preservativo). Il desiderio non ha tempo di crescere e di alimentarsi con l’attesa perchè subito viene soddisfatto. Sembra magnifico! Il sogno di tutti. Eppure, se ci pensate bene, non è così positivo come può sembrare. Sapete perchè? Perchè cio che discrimina se avremo o no un rapporto è per l’appunto il desiderio. Che non dipende da noi. Diventa solo un istinto e una pulsione. Non siamo noi a decidere. Ciò significa che se il desiderio cala non avremo più rapporti o li avremo molto diradati nel tempo. Non è forse ciò che accade a tante coppie sposate?

Molti vivono il fidanzamento senza farsi mancare nulla, poi si sposano, arrivano i figli, le preoccupazioni, gli impegni e il desiderio piano piano sparisce portando le coppie al deserto sessuale. Ad un’astinenza senza desiderio. La libertà ha distrutto il desiderio. Dire che il desiderio è qualcosa che non controlliamo è vero solo in parte. Sicuramente c’è una parte irrazionale che non dipende da noi, ma è altrettanto vero che noi possiamo alimentare quella parte irrazionale e aiutarla a crescere e a non spegnersi. Come? Con la corte continua. Prendendoci cura l’una dell’altro con gesti di servizio, di attenzione e di tenerezza. Così il desiderio non soddisfatto per alcuni giorni ha il tempo di crescere e di diventare sempre più forte fino a quando non potrà essere soddisfatto.

Capite ora? E’ importante non distruggere gli equilibri della nostra relazione intima. Per questo i metodi naturali non sono equiparabili agli anticoncezionali. Certo i metodi naturali sono impegnativi. Sono impegnativi per la donna, che deve imparare ad ascoltare il proprio corpo, e sono impegnativi anche per l’uomo, che spesso vede andare in fumo tutti i progetti che si era messo in testa per quella serata. Deve controllare il suo desiderio. Però fanno bene alla coppia. Avere tutto subito alla lunga svaluta l’intimità sessuale. Il fatto di dover assecondare dei periodi di astinenza diventa un nutrimento importante per la coppia. Il fatto di dover attendere alcuni giorni aiuta il marito ad amare la sua sposa senza ricevere in cambio una gratificazione sessuale, fa sentire la sposa amata e accresce il desiderio. Perchè il desiderio non soddisfatto si alimenta sempre più fino a diventare piacere e comunione quando finalmente gli sposi potranno vivere il loro incontro intimo.

Periodi di astinenza sono così necessari per far accrescere il desiderio e non far morire la nostra intimità. Possiamo sintetizzare tutta questa riflessione in un’immagine molto attinente con la natura. L’astinenza durante i giorni fertili della donna è paragonabile all’aratura di un campo. Serve lasciar riposare il terreno, non coltivare nulla per un periodo, per preparare il terreno ad accogliere la nuova semina. Serve a noi sposi a prepararci a desiderare di accoglierci nuovamente. L’astinenza dovuta invece alla mancanza di desiderio è per l’appunto come un campo sfruttato male per anni e che perde la sua fertilità. Non vi si può più piantare nulla. E’ diventato un deserto. Così la relazione di tante coppie di sposi.

Antonio e Luisa

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Ci sono tanti mendicanti d’amore

Oggi, portando il cane a fare una passeggiata, mi è successo di imbattermi in una signora anziana. Era davvero trasandata. Capelli lunghi, bianchi, arruffati. Andatura incerta, sguardo basso, ciabatte ai piedi. Vestita con degli stracci. Non voglio certo giudicarla, non la conosco. Non so il motivo di quella incuria. Non è questo che ora conta. Mi sono messo a riflettere. Osservandola per qualche istante, nel suo incedere lento e sgraziato, ho pensato quanto quel quadro che avevo di fronte fosse fuorviante.

Dietro quegli stracci e quella trasandatezza c’era una donna figlia di Re. Gesù sarebbe morto anche solo per lei, per la sua salvezza. Dietro quegli stracci c’era il vertice della Creazione. Un tramonto in riva al mare, un paesaggio di montagna, la Cappella Sistina valgono immensamente  meno di lei. Almeno agli occhi di Dio. Probabilmente spesso ci dimentichiamo di questo e ci lasciamo influenzare dalle apparenze. Una vita di miseria non può cancellare il sigillo regale che abbiamo sul braccio e sul cuore. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto? Perchè io ne vedo tante di persone che vivono miseramente come quella signora, trasandate che camminano incerte verso il futuro. Magari non esteriormente, magari sono uomini e donne che hanno tanto, che si vestono con abiti firmati e che hanno un conto in banca cospicuo. Sono però miseri dentro. Si sentono miseri. Vedo tanti ragazzi che svendono se stessi in rapporti occasionali per sentirsi amati, vedo donne e uomini sposati che vivono relazioni extraconiugali perchè non sanno trovare amore nel matrimonio. Vedo sempre più persone corrotte dalla pornografia e dalla prostituzione perchè sono sole o sentono la solitudine anche se hanno gente intorno. Matrimoni che saltano, matrimoni che proprio non si celebrano perchè ormai tanti hanno paura del definitivo e cercano di vivere alla giornata in relazioni fragili. Dicono che siamo una società di narcisisti. Incapaci di spostare lo sguardo dall’io al tu per diventare noi.

Quanta povertà! Sazi e disperati diceva il card. Biffi di Bologna. La Chiesa credo abbia questa grande missione. Non intendo solo il Papa e i vescovi. Anche noi siamo Chiesa. Anche noi abbiamo questa responsabilità grande. Con la nostra finitezza e imperfezione possiamo comunque testimoniare qualcosa di fondamentale. Attraverso la nostra vita possiamo far intravedere, a chi lo desidera, una bellezza. Certo con tutti i nostri limiti ma sappiamo che Dio spesso si serve dei più semplici e deboli per mostrarsi. Non a caso non ha scelto come suo popolo gli egiziani o i babilonesi, ma uno sconosciuto piccolo popolo di pastori seminomadi.

Attraverso il nostro matrimonio, vissuto nella fedeltà e alla presenza di Gesù, possiamo aiutare chi si sente più povero di noi a svestire gli abiti del mendicante e a rivestirsi di quelli regali di figlio di Dio. Basta poco. Basta vivere bene il nostro matrimonio. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole. Ecco le famiglie di oggi non hanno bisogno di maestri ma di testimoni. Qualcuno che sia sul loro stesso livello e possa mostrare loro che non solo ce la si può fare ma che sposarsi è bellissimo. Possiamo davvero risvegliare in chi ci è vicino la nostalgia di sperimentare l’amore vero e quindi di incontrare l’Amore stesso che è Dio. Coraggio non tiriamoci indietro. Siamo certamente inadeguati, ma Dio con gli inadeguati può fare grandi cose. Basta  affidare la nostra vita e il nostro matrimonio a Lui.

Antonio e Luisa

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Amerai

La Parola di Dio è un dono meraviglioso perché sempre aperta, sempre nuova, sempre disponibile a dire qualcosa che prima non coglievamo. La Parola si incarna nella storia e nel momento e questo la rende ricca e multiforme. La Parola di Dio oggi ha qualcosa da dirti. È una sorgente sempre pronta per te che desideri stare alla presenza di Dio e con la sua luce discernere nei momenti difficili della vita. Quante volte siamo stati davanti al vangelo di questa domenica

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Mt 22, 34-40

Sono Parole che descrivono l’Amore come punto cardine che precede e segue ogni comandamento. Possiamo amare Dio con tutti noi stessi, con le qualità e le ombre. Non serve essere pronti per amarLo, possiamo farlo adesso, così come siamo. Amare Dio sopra ogni cosa significa porre in Lui e nella relazione d’affetto con Lui le nostre radici, la nostra origine, i pensieri, i ragionamenti, i sentimenti. Significa avere Lui come base sicura da cui scegliere, partire, esplorare.

Amare non ha niente a che vedere con le farfalle nello stomaco, che pure servono per alimentare una relazione affettiva. Quante volte a messa non senti niente, quante volte in preghiera la noia prevale. Questo non è un problema, perché Dio continua ad amarci anche se stiamo alla sua presenza con quelle barriere. Anzi ci ama di più e ci garantisce la sua fedeltà. Perciò possiamo stare in relazione con Dio così come siamo, con le resistenze e le fatiche che proviamo.

Dio prende tutto di noi e spesso la nostra debolezza è il vuoto dove prendere tutto da Lui. Dall’Amore di Dio discende la possibilità di amarci e di amare chi ci è vicino. Amare vuol dire STARE in quello che l’altro porta, creando uno spazio di accoglienza e una porta sempre aperta, anche nel buio di una relazione ferita. Amare vuol dire fare memoria delle cose belle, e dire GRAZIE per quanto si è ricevuto in quella relazione, e far si che il positivo vissuto faccia da terreno fertile per seminare azioni costruttive, gesti di tregua e riconciliazione.

A volte Amare l’altro richiede lavoro personale, preghiera incessante, e tempo per far fiorire i semi di pace piantati. A volte per amare l’altro occorre lasciarlo andare, porre un tempo di distanza e di silenzio; altre volte invece la situazione ti chiede di attivarti e di agire. Fatti sempre una domanda: qual è il BENE per questa relazione? E non parlo solo di relazioni di coppia, matrimoni o fidanzamento, ma anche di relazioni familiari con fratelli, genitori, parenti o amici. E quando tutto si fa nebuloso e non sai che fare, prega per quella persona perché Dio porti pace e benedizione per te e per l’altro. Nella preghiera prevale sempre l’Amore di quel Dio che custodisce ogni cosa.

Claudia Viola

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Perchè un sacramento se il matrimonio esiste da sempre?

Perchè istituire il sacramento del matrimonio, se il matrimonio esiste da sempre? Il matrimonio esiste da sempre ma è stato riportato al suo significato originario da Gesù che lo ha reso indissolubile. E’ stato rinnovato e ricondotto alla verità. Per questo motivo il matrimonio indissolubile è un sacramento della Chiesa. Cerco di spiegarmi meglio. I sacramenti nascono con Gesù. Non esistevano prima della venuta di Cristo. Cosa sono? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù.

E’ vero che il matrimonio esisteva anche prima, ma non era indissolubile. Anche gli ebrei contemporanei di Gesù avevano la possibilità di ripudiare la moglie. Eppure la Chiesa afferma che il matrimonio indissolubile non è solo una legge da rispettare e magari subire, ma è la risposta a qualcosa che ci costituisce. E’ la risposta ad un desiderio che abbiamo nel cuore. Il matrimonio nasce con l’uomo. E’ raccontato già nella Genesi. Qualcosa quindi che anticipa la venuta di Cristo di millenni. Esiste da sempre. E’ proprio inscritto nel nostro essere sessuati maschio e femmina e nel nostro essere creature sociali e bisognose di relazione. Si potrebbe azzardare che Dio ci ha voluti così, diversi e complementari, proprio per farci sposare. Perchè la differenza diventasse alleanza e comunione. Potessimo sperimentare un amore così profondo e totale da essere una scintilla di quello divino.

Perchè allora istituire il sacramento del matrimonio? Non bastava il matrimonio come si era concepito fino ad allora? Evidentemente no. La risposta arriva da Gesù stesso.

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio»

Matteo 19, 3-9

Gesù non si è messo a dibattere con i farisei sul piano della legge. La legge del tempo consentiva il ripudio. I farisei avevano ragione. Gesù cambia prospettiva ed orizzonte. Gesù dice ai farisei di ascoltare il loro cuore e di leggervi la nostalgia, di amare ed essere amati per sempre, che lo abita. Lo ha detto ai fasrisei e lo dice anche oggi ad ognuno di noi. Si, la legge ci consente di divorziare e di cercare un’altra strada, però sappiamo che il nostro cuore desidera un amore radicale. Desidera essere capace di amare e di essere amato senza condizioni e senza limiti, neanche di tempo. Possiamo essere felici solo se saremo capaci di amare dando tutto di noi stessi.

Gesù conosce l’uomo, conosce la fragilità e la caducità che ci contraddistingue. Conosce quanto possa essere difficile per noi amare la persona che sposiamo per sempre. Per questo ci ha fatto un dono. Ci ha donato il sacramento del matrimonio. Durante la sua passione e morte si è offerto al Padre per noi. La Sua offerta ci ha reso capaci di vivere un amore sponsale che ci riporta all’armonia delle origini. Certo, serve la nostra volontà, la nostra fatica e il nostro sacrificio, ma ora sappiamo che amare per sempre ci è possibile.

Solo così possiamo comprendere la grandezza del nostro sacramento. Abbiamo già detto che per essere felici desideriamo amare ed essere amati totalmente, senza condizioni, senza limiti, senza merito. Non ne siamo però capaci. Gesù ci rende capaci e quindi ci permette di sperimentare un amore divino già su questa terra, grazie proprio al sacramento del matrimonio. Ecco a cosa serve il sacramento del matrimonio. Non ci viene chiesto di dare più di quello che possiamo dare, ma ci viene altresì chiesto di non risparmiarci. Se daremo tutto il resto lo farà Gesù e la Sua grazia.

Antonio e Luisa

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Noi siamo abituati a non accontentarci

In questi giorni di insicurezza, nei quali si assiste ad una crescita esponenziale dei contagi da Coronavirus, si susseguono i consigli dati dagli “esperti” per evitare il più possibile di entrare in contatto con il virus. Abbiamo scoperto che anche il sesso è diventato pericoloso. D’altronde presuppone vicinanza e contatto come nessun altra attività visto che c’è una compenetrazione dei corpi.

Ed ecco che arriva il genio. Potete trovare la notizia su diversi quotidiani. Si tratta di una sessuologa che ha stilato le regole per una sessualità sicura. No, non è il preservativo. Quello ormai è un consiglio da principianti. No nulla di tutto questo. Le regole anticovid sono quattro:

  • Igienizzarsi e igienizzare e la stanza
  • Areare i locali consentendo un ricambio di aria
  • Indossare la mascherina
  • Cercare di stare distanziati per quanto possibile

Ci sarebbe da ridere se non fosse che la dottoressa in questione è drammaticamente serie quando offre questi consigli illuminanti. Questi quattro punti hanno il merito di evidenziare quanto sia povera l’idea di incontro intimo e di sesso di tante persone e addirittura, come in questo caso, di chi è professionalmente occupato in questo ambito.

Capite cosa significa tutto questo? Il sesso viene ridotto ad un po’ di ginnastica, di solito piacevole per l’uomo, meno frequentemente piacevole per la donna. Infatti la dottoressa poi, nell’intervista video che ha rilasciato a Repubblica, ha fatto un esempio concreto di cosa intenda dire: privilegiare gli accarezzamenti, la stimolazione reciproca e il tutto, purtroppo, è necessario farlo con la mascherina.

Detto in altre parole, l’esperta consiglia la masturbazione reciproca, distanziati e con mascherina. Naturalmente niente baci. A meno che non si sia estremamente sicuri della salute propria e del partner. Il tutto diventa, di conseguenza, un mezzo per raggiungere l’orgasmo. Qualcosa di estremamente povero.

Noi sposi cristiani siamo molto fortunati. Abbiamo, o dovremmo avere, una considerazione molto più elevata e grande del sesso. Per noi è un gesto talmente bello e grande da essere addirittura sacro. Un gesto che è aperto alla vita ed è unitivo. Quindi sempre generativo. Generativo di amore, anche quando non si concepisce un bambino.

Attraverso l’incontro intimo noi facciamo un’esperienza concreta dell’unione profonda dei nostri cuori. Il rapporto diventa relazione, i corpi diventano linguaggio e il tutto diventa comunione. Cara dottoressa quello che lei ci propone è sinceramente una proposta molto misera rispetto ai nostri standard. Noi cristiani siamo abituati alla pienezza e alla bellezza. Non siamo solo alla ricerca di un po’ di piacere corporale e superficiale, ma di un piacere pieno che coinvolga sicuramente il corpo, ma che attraverso di esso possa arrivare fino nella profondità del nostro spirito. Noi siamo abituati a consumare il nostro rapporto. Non come lo intende tanta gente. Non deve essere inteso con l’etimologia cumsumere che significa appunto usare e portare a logorio, ma con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. Portare alla pienezza. Quindi nella sua accezione più nobile. Noi siamo abituati a non accontentarci, cara dottoressa. E se non saremo sicuri della nostra salute, vorrà dire che aspetteremo, perchè non possiamo accontentarci di qualcosa che non sia il tutto.

Antonio e Luisa

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Dio o io?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo 22, 15-21

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare è il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma nel matrimonio faccio da solo. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata solo da me, da quello che mi fa sentire. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà.

Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare valga la pena. Meglio cercare qualcosa di meglio. L’impegno, che una famiglia e una relazione comportano, supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. Quindi la soluzione è chiudere tutto e ricominciare. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione sull’altro/a. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Perchè quella persona che ho sposato non è che un mezzo per avere ciò che io voglio. E’ qualcuno da usare. Come una moneta che riporta l’effige di Cesare. Come le monete che venivano usate per pagare il tributo a Cesare.

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Come le monete che venivano offerte al Tempio. Quelle monete non riportavano l’effige di Cesare ma un segno che rappresentava Dio. Così il fine del mio matrimonio diventa Gesù, e la persona che ho accanto diventa preziosa. La nostra relazione, come la moneta data al tempio, diventa immagine di Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Seconda parte.

In questo articolo proseguiamo l’analisi e la lettura in chiave sponsale del bellissimo testo della canzone Le poche cose che contano di Simone Cristicchi. Cliccate qui per la prima parte.

E’ la fatica e la forza di chi sa perdonare. E’ la fragilità che ti rende migliore. E’ l’umiltà di chi non ha mai smesso di imparare. Perdonare è una fatica ma perdonare è anche la nostra forza. Perdonare significa essere capaci di riconoscerci noi stessi bisognosi di perdono. Solo facendo questa fatica di riconoscerci poveri e bisognosi della misericordia di Dio saremo capaci di mostrare misericordia per chi come noi ne ha bisogno e la desidera.

Di chi sacrifica tutto in nome dell’amore. La fedeltà di chi crede che non è finita. La dignità di portare avanti la vita. Non c’è nulla che è più sacro del nostro amore. Solo Dio che ne è sorgente e fine. Il verbo sacrificare evoca una fatica e una sofferenza. In realtà sacrificare significa soprattutto rendere sacro, rendere di Dio. Rendere a Dio ciò che è suo. Il nostro amore nel matrimonio diventa suo. La nostra vita diventa sua. Ed è per questo che la fedeltà può davvero andare oltre la fine di un matrimonio, di una relazione. Quanti sposi continuano ad amare nonostante siano stati abbandonati. Ecco lì in quella scelta, in quella promessa d’amore mantenuta c’è tutta la dignità di chi va fino in fondo di chi sa che non è finita. Una scelta che porterà frutto in questa vita e anche nell’eternità di Dio.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Noi siamo il senso, la ragione, il motivo, la destinazione. Noi siamo il dubbio, l’incertezza, la verità, la consapevolezza. Noi siamo tutto e siamo niente. Siamo il futuro il passato e il presente. Il senso della nostra vita non è il matrimonio. Certo. Però il senso della nostra vita possiamo scoprirlo nel matrimonio. Il senso della nostra vita è l’amore, l’amore vissuto fino in fondo. Solo l’amore crea (cit. don Fabio Rosini), solo l’amore ci offre uno sguardo e un orizzonte eterno. Solo nell’amore possiamo trovare quelle scintille di luce che squarciano il buio del non senso. Quando ci sposiamo prendiamo tutto. Accogliamo il suo passato accogliendo i suoi pregi e i suoi difetti che si sono plasmati nella sua storia. Accogliamo il suo presente donandoci completamente e accogliamo il suo futuro perchè abbiamo promesso di amarla/o fino alla fine della nostra vita senza mettere condizioni o limiti.

Siamo una goccia nell’oceano del tempo. L’intero universo in un solo frammento. Siamo una goccia nell’oceano. Don Renzo Bonetti spiega così l’amore degli sposi. Una piccola goccia esprime bene l’amore che noi siamo capaci di dare. C’è il sacramento che ci permette di tuffarci nell’oceano dell’amore di Dio. Restiamo una piccola goccia ma acquistiamo la forza e la grandezza dell’oceano intero. In noi c’è l’amore di Dio. L’infinito nella finitezza di due creature.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Prima parte.

Simone Cristicchi ne ha combinata un’altra. Ha composto un altro capolavoro. Sto parlando della splendida canzone Le poche cose che contano. Canzone scritta per la trasmissione in onda in questi giorni su TV2000 condotta dallo stesso Simone con don Luigi Verdi.

In questo articolo ho cercato di analizzare il testo del brano e di rileggerlo in chiave sponsale. E’ una meraviglia. Si percepisce tutta la profondità di questo artista che negli ultimi anni, trascorsi accanto a don Luigi, ha trovato una maturità e una capacità di raccontare la bellezza dell’amore che sono possibili solo a chi ha incontrato Gesù. Iniziamo, buon viaggio!

Ti sei mai guardato dentro? Ti sei mai chiesto del tuo desiderio profondo? La nostalgia che si nasconde dentro te. Che cosa ti abita? Il matrimonio prima di essere un istituto giuridico e religioso è proprio la risposta alla nostalgia che si nasconde dentro il nostro cuore. Noi siamo nati con un desiderio grande nel cuore. Desideriamo amare ed essere amati. Ma veramente. In modo radicale. Desideriamo trovare qualcuno che ci sia complementare con cui entrare in comunione e sperimentare un amore radicale e totale. Un amore che sia indissolubile, fedele ed esclusivo. Tanta sofferenza del nostro tempo è dovuta proprio all’incapacità di comprendere che il cuore dell’uomo (inteso maschio e femmina) desidera radicalità nell’amore. Le relazioni affettive del nostro tempo sono sempre più fluide e precarie. Tutto questo in nome di una libertà che in realtà è un’illusione e ci rende sempre più soli ed infelici.

E’ l’infinita pazienza di ricominciare. E’ il coraggio di scegliere da che parte stare. L’amore sponsale è proprio così. E’ un continuo ricominciare. Ricominciare quando ci si fa del male perchè il male non abbia l’ultima parola, e ricominciare quando le cose vanno bene perchè l’amore matrimoniale non ti permette di vivere di rendita, ma va rinnovato ogni giorno. Va nutrito affinchè non muoia. L’amore è anche il coraggio di scegliere sempre il bene. Quando pronunciamo il nostro sì stiamo facendo una scelta. Scegliamo di rispondere con il bene al male che l’altro/a può farci.

E’ una ferita che diventa feritoia. E’ una matita spezzata che colora ancora. Nel matrimonio non si può fare finta. Le nostre ferite vengono a galla. Ed è proprio in quel momento, quando ci mostriamo nudi senza difese che le nostre fragilità diventano feritoie. Le nostre ferite diventano occasione di essere amati anche nella nostra debolezza. Per chi lo ha sperimentato è una sensazione meravigliosa. Ci si sente amati senza paura di mostrarsi completamente. Perchè chi ci sta di fronte ci guarda non per giudicare ma per accoglierci così come siamo. Paradossalmente è proprio l’amore gratuito che può darci la forza di migliorarci e cambiare alcuni aspetti di noi.

La meraviglia negli occhi quando ti fermi a guardare. La sconfinata bellezza di un piccolo fiore. Fermiamoci a contemplare l’altro/a. Contempliamo la bellezza di ciò che siamo insieme. Riscopriamo la bellezza di ammirarci. Riscopriamo quella meraviglia che ci ha fatto innamorare. Quell’uomo o quella donna che abbiamo di fronte è una meraviglia. E’ facile dimenticarlo presi da tanti impegni e da tanti pensieri. Lui/lei è una meraviglia ed è una meraviglia anche il dono di sè che mi fa quotidianamente senza chiedere nulla in cambio e senza risparmiarsi.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

(continua)

Antonio e Luisa

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Il vino è per la gioia non per l’ubriachezza.

In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

Matteo 21, 28-32

Anche questa domenica il Vangelo ci presenta l’immagine della vigna. La vigna che è il regno di Dio, la vigna che è la nostra relazione sponsale, dove dovrebbe regnare Dio e dove ognuno di noi dovrebbe incontrare Gesù.

Fra Andrea ci offre una prospettiva originale da cui partire per riflettere su di noi e sul nostro matrimonio. La vigna produce l’uva e con l’uva si fa il vino. Il vino non è necessario per vivere, però è importante. Il Vangelo ci dice che anche ciò che non è necessario ed urgente può essere comunque importante. Il vino non è necessario ma è importante per fare una festa, per avere la gioia, per sperimentare nel nostro matrimonio la bellezza.

A me viene in mente l’eros. L’amore più carnale, erotico, passionale. L’amore che non è solo dovere ma diventa piacere. Il piacere di donarsi e di accogliersi. Il vino però detiene altre due caratteristiche che possono essere associate all’eros: è capace di allietare il nostro cuore, se consumato in modo adeguato e controllato, oppure può appesantirlo con il vizio dell’ubriachezza. Con l’eccesso e con la dipendenza.

Ecco l’Eros, pur essendo una manifestazione buona e bella dell’amore, può renderci come il figlio che non vuole andare a lavorare nella vigna (ma che poi ci va). Perchè magari siamo appesantiti dal vizio. Il vizio non è solo contravvenire ad una regola morale o ad un ordine morale, non è solo vestirsi con stracci. Il vizio è una tentazione che tocca le nostre ferite più nascoste. Il vizio è quel diavoletto che ti dice all’orecchio: tu non sei felice, non hai un posto nel mondo, sei un buono a nulla. Solo io posso renderti felice. Abbandonati a me.

Il vizio (in questo caso riguarda l’ambito sessuale, ma può valere per tanti altri comportamenti negativi) ci insinua che la nostra gioia non è nel donarci nella vigna al nostro sposo o alla nostra sposa, ma è abbandonarci al piacere fine a se stesso. Il piacere diventa così un anestetico e non una componente dell’amore e della comunione.

Può essere il piacere sessuale come può essere anche il lavoro, il successo, addirittura i follower su instagram o facebook. Il vizio va guardato negli occhi e affrontato. Riconosciuto come tale e combattutto. E’ importante fare come fa il figlio che prima, appesantito, dice di no, dice di non voler scendere nella vigna. Poi però il Vangelo ci dice che il figlio si pente e torna indietro. Il verbo utilizzato in lingua originale non significa soltanto tornare indietro, ma vuol dire tornare al punto da cui si è partiti. Risalire dove il vizio ebbe origine. Il figlio torna ad essere puro, guarito.

Il matrimonio è questo. E’ la nostra grande occasione di tornare alle origini della nostra capacità di amare. Eliminare non solo il vizio ma anche le ferite che lo hanno generato. Sta a noi, con l’aiuto di Dio, scendere nel profondo della nostra vigna, della nostra relazione e all’interno di essa riscoprirci quell’uomo e quella donna che siamo ma che forse non siamo mai stati in grado di essere.

Antonio e Luisa

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Aquila e Priscilla. Per amore. Solo per amore.

Aquila e Priscilla sono una coppia di sposi. Prima di tutto sono una coppia di sposi. Aquila e Priscilla sono due personaggi citati molte volte negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo. Sono infatti molto vicini proprio all’apostolo Paolo. Sono molto amati e stimati dallo stesso apostolo che ha sempre parole di riconoscenza verso di loro.

Perchè sono così importanti? Sono, credo di poter dire, qualcosa di unico nella Bibbia, almeno nel Nuovo Testamento. Non esiste Aquila senza Priscilla e non esiste Priscilla senza Aquila. Sono sempre citati insieme, come fossero un’unica persona. In realtà sono davvero un cuore solo . Due persone distinte, certo, ma che sono così unite nell’amore verso Gesù che sembrano amarLo con un solo cuore.

Questo è un po’ il significato e anche il frutto del matrimonio. L’amore diventa come fuoco che fonde il cuore dell’uno e dell’altra e all’unisono, i due cuori, amano Cristo e i fratelli.

Ciò che rende la testimonianza di Aquila e Priscilla tanto bella non è tanto il fare, il mettersi a disposizione e l’aprire la loro casa a Paolo e ai cristiani di Efeso, trasformandola in una vera chiesa. Una delle prime chiese. Ciò che rende la loro testimonianza verace e bella è proprio il fatto che, prima che mettessero a disposizione la loro abitazione come chiesa, loro stessi divennero Chiesa. Loro stessi nella loro relazione riuscirono a riprodurre, in piccolo naturalmente, l’amore di Gesù per ognuno di noi.

La loro relazione sponsale traboccava così tanto di amore che divenne generativa. Non riuscivano a contenere solo per loro quell’amore tanto grande che sperimentavano nel dono reciproco e nella presenza di Gesù tra loro, ma sentirono forte la necessità di fare uscire tutto l’amore e tutto il bene. Sentirono il bisogno di aprire la loro casa e di mettersi al servizio dei fratelli. Il loro prima che un servizio è stato un soddisfare un desiderio del cuore. Non un dovere ma un onore.

Ne conosco tantissime di coppie che, come Aquila e Priscilla, si mettono al servizio dei fratelli per amore. Solo per amore. Si chiamano Cristina e Giorgio, Pietro e Filomena, Claudia e Roberto, solo per citare i nostri amici del blog, ma ci sono tantissimi altri.

Credo che nella grande Chiesa di Cristo non possano mancare la testimonianza di coppie feconde e credo che ognuno di noi, sposi cristiani, se davvero vive un matrimonio autentico, senta nel profondo il desiderio di restituire qualcosa della bellezza e della gratuità che ogni giorno riceve attraverso l’amore del coniuge e di Dio.

L’amore è sempre fecondo ed è salvezza per noi e per gli altri.

Antonio e Luisa

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Dove guardi? Non sono in Cielo ma nella persona che hai accanto.

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui/lei e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli. D’altronde Giovanni nella sua prima lettera ha scritto: Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Il nostro coniuge è lì proprio per dare carne e un volto all’amore. Approfittiamone!

Antonio e Luisa

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Ti voglio benedire ogni giorno

Ieri, durante l’omelia, il nostro parroco ci ha fatto riflettere sul nostro matrimonio partendo da una prospettiva molto interessante. È partito dalle parole del Salmo, che naturalmente sono rivolte a Dio, però possono calzare anche per il nostro sposo o la nostra sposa. Quando un matrimonio è vissuto con Gesù presente, quando c’è desiderio di donarsi all’altro/a, quando c’è quella comunione che fa di noi sposi anche fratelli e sorelle nella fede, lì è davvero possibile fare esperienza di Gesù nell’altro/a. Sentirsi amati da Gesù attraverso l’altro/a e accogliere Gesù accogliendo l’altro/a. Il Salmo in questione recita:

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome, Signore, in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Non è forse vero che io desidero benedire Luisa ogni mattina che la trovo accanto a me? Benedico lei e benedico Gesù per avermela donata. Grande è il nostro matrimonio. Grande perchè mi permette di fare un’esperienza d’amore incondizionato e gratuito che è meravigliosa. Una bellezza che può venire solo da Dio. Una bellezza che non si può misurare. Nulla su questa terra può valere di più.

Paziente è la mia sposa, sempre pronta a sopportare i miei errori. Non mi giudica e comprende le mie difficoltà e fragilità. Misericordiosa la mia sposa che tutto mi perdona. Perdona davvero. Rigenerante è la sua tenerezza, che mi permette di capire un po’ di più l’amore con il quale Dio mi ama.

Sono sicuro che quanto ho scritto non sia un’esperienza solo nostra. Credo che tanti sposi potrebbero tetimoniare lo stesso amore. Non significa che siamo perfetti. Gli errori ci sono e sono anche tanti, ma ciò che rimane, ciò che è più forte, non è l’errore ma è l’amore. Sempre pronti a ricominciare, sempre pronti a chiedere e a dare perdono. Sempre pronti a meravigliarsi della bellezza del matrimonio e di come due persone tanto imperfette possano volersi bene in questo modo, con lo stile di Gesù.

Antonio e Luisa

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La vigna della vocazione

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno.
Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te.
Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».

Matteo 20, 1-16

Una Parola che pone in evidenza ciò che abbiamo nel cuore. La vigna naturalmente è il Regno di Dio, ma per noi sposi può essere anche immagine del nostro matrimonio. L’immagine della nostra vocazione. L’immagine del nostro posto nel mondo e di come vivere in pienezza la nostra vita. Quanti ne sento parlare, con un’invidia malcelata, dell’amico single che ha mille storie, che si diverte e che si porta a letto innumerevoli donne. Lui si che si gode la vita! Viene il dubbio che quegli amici, che invece hanno una famiglia, dei figli, una vita più o meno ordinaria, non capiscano quanto in realtà siano ricchi in confronto agli amici che in fin dei conti non stanno costruendo nulla di concreto e sono soli.

C’è un passaggio del Vangelo che mette in evidenza tutto questo: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.

Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

E ora una parola per coloro che vorrebbero sposarsi, costruire una relazione d’amore bella e piena. Magari sono lì anche loro ad attendere che il padrona della vigna li veda e li scelga. Mi rendo conto che è una situazione dolorosa. Luisa ha atteso anche lei molto prima di incontrarmi. Vi voglio dare solo un consiglio. Non aspettate lì fermi/e che il padrone si accorga di voi. Incominciate a cercarlo voi! Come? Conoscendolo nella Chiesa e donandovi ai fratelli nel modo che più vi piace. Parrocchia, oratorio, volontariato, assistenza. Ci sono molti modi per amare. Solo così inizierete davvero ad amare anche voi stessi/e. Amarsi è indispensabile per lasciarsi amare da un’altra persona e anche da Dio.

Se rileggete il testo, Dio esce a varie ore della giornata. Non sono ore messe lì a caso. Il padrone della vigna esce alle sei del mattino quindi all’ora prima, poi oll’ora terza, ancora all’ora sesta e all’ora nona. Esce in tutti i momenti in cui viene reso culto a Dio. Le ore della preghiera. Come a voler simboleggiare due verità. La preghiera ci apre ad accogliere la nostra vocazione e, ancor più bello, Dio rende culto a noi. Vuole farci pienamente noi. E ciò avviene nell’amore, nel vivere la nostra vocazione. Attenzione però! Dio esce anche alle cinque del pomeriggio. Un’ora calda, verso la fine della giornata. Dove ormai nessuno si aspetta più nulla. Non è un orario di preghiera. Eppure lui esce e chiama chi ormai ha perso le speranze.

Carissimi non smettiamo di credere in Dio e all’amore. Se abbiamo ricevuto la chiamata rallegriamocene e diamo tutto il nostro impegno. Se non l’abbiamo ricevuta prepariamoci perchè Dio è lì che aspetta il momento giusto per farci suoi e donarci la gioia e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa

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Il nostro cuore parla attraverso il corpo

C’è qualcosa di profondamente affascinante nella mistica cristiana. Nella mistica del corpo. Siamo davvero una meraviglia. Il corpo, che per tanti secoli, è stato trattato come un peso, come qualcosa che impedisce una elevazione spirituale, è in realtà ciò che ci permette di dare voce allo spirito. Il corpo permette di dare un volto all’amore. Cosa che non sarebbe possibile senza.

Dio ci ha fatto perfetti proprio perchè siamo sessuati ed abbiamo un corpo. Molti pensano invece che Dio ci ha fatto perfetti nonostante il nostro corpo. Già perchè le passioni, gli istinti, le pulsioni sono spesso associate al peccato e all’egoismo. Che è vero. Non perchè le passioni e le pulsioni siano qulacosa di sbagliato ma perchè quelle pulsioni vanno educate per aprirsi all’altro/a nella verità e non per usarlo. San Giovanni Paolo II in una delle sue famose catechesi sulla Teologia del Corpo ebbe a dire

Il corpo nella sua mascolinità e femminilità, è “dal principio” chiamato a diventare manifestazione dello spirito. Lo diviene anche mediante l’unione coniugale dell’uomo e della donna, quando si uniscono in modo da formare «una sola carne

da Uomo e donna lo creò

Il nostro corpo non è quindi una prigione come sostengono alcune filosofie orientali. Il nostro corpo è invece una porta, un ponte, un trasmettitore. Chiamatelo come volete. Il corpo è quella parte di noi che ci permette di mostrarci nella nostra integrità di persona.

Capite bene che diventa fondamentale nelle relazioni umane. Noi siamo il nostro corpo e possiamo attrtaverso di esso aprirci e mostrarci all’altro/a. Possiamo amarci. C’è una corrente spiritualista all’interno della Chiesa che non ha recepito questa funzione fondamentale del corpo e continua a ritenere che ciò che conta sia l’amore delle anime (intendono quello spirituale ed oblativo). Si vogliono bene, non fanno nulla di male. Per questo alcuni sacerdoti tendono a sottovalutare tante espressioni “d’amore” false del corpo. Rapporti prematrimoniali, rapporti omosessuali, masturbazione e così via diventano espressioni accettate perchè l’importante è che siano spinte dall’amore. Quale amore? Verrebbe da chiedere.

Questo modo di vivere la sessualità falso non può che entrarci dentro e toccare la nostra anima, ferirci profondamente, farci sentire usati e non amati. Quando tocchiamo il corpo di una persona stiamo toccando tutta la persona, non solo un involucro. Tutto ciò che viviamo attraverso il corpo tocca profondamente il nostro cuore. Lo riempie di amore, se quel gesto vissuto attraverso il corpo è vero, lo svuota d’amore se quel gesto è falso.

Un amico sacerdote, quando gli ho accennato della castità, mi ha risposto: la castità non è importante. Ciò che conta è incontrare Cristo. Sono d’accordo che incontrare Cristo sia fondamentale, ma poi, se non abbiamo un cuore puro, uno sguardo puro, un corpo che trasmette l’amore e non l’egoismo, difficilmente resteremo con Gesù. Ci allontaneremo sempre più da Lui e presto non sarà che un lontano ricordo.

Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Antonio e Luisa

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Siamo uno spettacolo!

Vi ripropongo un articolo di circa 4 anni fa. Mi è capitato di trovarlo mentre navigavo per il blog e mi è sembrato interessante.

Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te.

Questo è l’inizio di una delle canzoni di Jovanotti. Una frase forte, diretta che si imprime nella testa. Mi ha colpito perchè è vera. Vale per noi, e vale per tutte le coppie che hanno sperimentato la forza del matrimonio, che hanno sperimentato la Grazia nel matrimonio, che hanno sperimentato la presenza di Dio in loro e con loro. Mi guardo indietro e cosa vedo? Un ragazzo di poco più di vent’anni, fragile e impaurito dalla vita e dal futuro. Ripercorro velocemente tutti i 14 anni del mio matrimonio, tutti gli avvenimeti belli, tutti i momenti  difficili e di sofferenza. Mi guardo indietro e mi accorgo che Dio ha fatto davvero cose grandi.

Il matrimonio mi spaventava. Un amore così radicale che ti chiede tutto. Un amore che non lascia vie d’uscita, che ti impegna per la vita. Se ci pensate bene il matrimonio è una promessa che fa paura. Ci si sente inadeguati a rispondere ad un amore così. Io che non mi sentivo capace di gestire la mia vita dovevo promettere di dedicarmi totalmente ad una donna e ai figli che Dio ci avrebbe donato.  Difficile. Poi arrivano le prove e la tentazione, che ti continua a insinuare il dubbio di essere inadeguato, torna ancora più forte.

E’ facile amare quando tutto va per il meglio, quando c’è gioia, passione e intimità. Non serve Dio, non serve il matrimonio. Basta la nostra miseria, i sentimenti ti trascinano senza sforzo e senza sacrificio. Basta la pancia non serve la testa. Quando tutto si fa difficile non è più così. La nostra miseria non basta più e rischi davvero di lasciarti andare e di mollare. E’ molto facile sentirsi intrappolati in una situazione troppo grande e difficile. In quei momenti passa la passione, l’intimità e ci si sente soli anche se cìè pieno di gente che gira per casa. Da questa crisi passano tanti, forse tutti, io ci sono passato. Quello che mi ha dato la forza di perseverare è stata la sicurezza che quella fosse l’unica strada possibile per essere felice, che Dio non mi avrebbe abbandonato mai e che  al fianco avevo una donna straordinaria. Questa certezza, anche nel momento più buio, non mi ha fatto mollare e mi ha dato le motivazioni per tirare fuori forze e risorse che non pensavo di avere.

E’ proprio vero che nel matrimonio uno più uno non fa due ma fa tre. C’è una nuova creazione, dove sono ancora io ma in realtà sono molto di più perchè mia moglie e Gesù sono li con me in un intreccio d’amore e di grazia. Loro abitano il mio cuore, sempre, e io avverto questa loro presenza e ciò mi rende molto più forte di ciò che ero prima. Se ci abbandoniamo a Lui, se perseveriamo nelle difficoltà, se chiediamo la Grazia nel nostro matrimonio tutto sarà possibile e guardandoci alle spalle, guardando la nostra vita non potremo che meravigliarci di ciò che abbiamo saputo affrontare e sopportare. Ogni coppia che ha sperimentato tutto questo può a ragione dire “Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi”!

Antonio e Luisa

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Davvero non c’è differenza tra convivenza e matrimonio?

Succede spesso di ascoltare giovani e meno giovani che affermano che sposarsi è solo un contratto e che ciò che conta è solo l’amore. Che il matrimonio è qualcosa di vecchio. Che oggi basta la convivenza. Quando ascolto questo tipo di discorsi mi intristisco. Quelle persone stanno rinunciando a uno dei doni più grandi che Dio vuole fare loro. Certo è possibile grazie al Battesimo e va nutrito con l’Eucarestia, ma ha una dignità e una grandezza forse sconosciute ancora a tanti.

Nella convivenza non c’è amore gratuito e incondizionato. Di che se ne dica, la convivenza è, nel suo significato costitutivo, precaria. Stiamo insieme finchè stiamo bene. Non c’è nessuna promessa solenne. Come faccio a sentirmi davvero amato con questi presupposti? Io non riuscirei. Mi sentirei sempre sotto esame. Non è questo però il punto che voglio analizzare oggi. Superiamo la relazione umana e entriamo nella trascendenza del sacramento del matrimonio.

Cosa ci regala Dio il giorno delle nozze? Quando abbiamo con la volontà proclamato la nostra promessa e l’abbiamo confermata con il corpo nel primo rapporto fisico, lo Spirito Santo scende su di noi e riempie il nostro cuore di doni. Ma quali sono esattamente?

Il primo dono è il legame coniugale cristianoNon siamo più due ma una carne e un cuore soloQuesta unità d’amore rende noi sposi sacramento vivente e perenne. Nel nostro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi ameremo Dio non più individualmente, ma insieme. Saremo mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restiamo due persone con la propria individualità. Prendo le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: “O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà”. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi.  Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. 

Il secondo dono è la Grazia santificante. Cosa è? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione accademica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. 

Il terzo dono è la Grazia sacramentale. E’ una cambiale in bianco che Gesù ci firma. Non è che la promessa di Cristo di aiutarci, attraverso lo Spirito Santo,  a superare qualsiasi dolore, difficoltà, divisione, rancore, stanchezza o qualsiasi altra situazione noi incontriamo nella nostra vita matrimoniale, per perseverare e perfezionare il nostro amore di sposi ed essere sempre più testimoni e profeti del nostro amore.

Allora perchè se abbiamo tutta questa ricchezza sembriamo così poveri e tanti sposi alla fine si separano e falliscono? Perchè la Grazia di Dio non ci salva da noi stessi e dai nostri errori? La Grazia non è una magia. Lo Spirito Santo per poter entrare in noi e cambiare le nostre debolezze e fragilità ha bisogno di noi. Lo Spirito Santo ha bisogno che  noi apriamo il nostro cuore alla Sua azione. Dobbiamo volere che Gesù abiti in noi e nella nostra unione. Il sacramento del matrimonio non ci assicura nulla senza il nostro impegno. Il sacramento del matrimonio è come una fonte di acqua pura che disseta ma se noi abbiamo un bicchiere bucato non riusciremo nè a bere nè a dissetarci. Questo è il nostro cuore, che se reso bucato dal peccato e dal nostro egoismo, non riuscirà a riempirsi di Dio. Diventa così tutto un’illusione e se le cose non vanno ce la prendiamo con Dio che non ci ha preservato dal fallimento.  

Siamo ricchi! Prendiamone coscienza e impegniamoci a fondo per dare frutto a tutta questa Grazia che ci pervade.

Antonio e Luisa

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L’amore degli sposi chiede tutto o non è vero

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. (MT 22,37)

Questo versetto del Vangelo è per noi. Dovrebbe essere di riferimento a tutti gli sposi. Voi obietterete che questo comando riguarda la nostra relazione con Dio. E’ vero! E’ altrettanto vero che Dio chiede agli sposi di essere amato nella creatura che ci ha posto accanto.

Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare l’amore degli sposi che è vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. Non perchè sia una imposizione. Dobbiamo amarci così perchè Dio lo vuole o la Chiesa ce lo impone. Nulla di tutto questo. Il desiderio di questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Ho un’amica che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completa. Cosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

C’è una canzone degli anni ’80 che esprime benissimo tutto questo. Si tratta di This is the time di Billy Joel. In un verso possiamo ascoltare You’ve given me the best of you And now I need the rest of you. Mi hai dato il meglio di te, ma adesso voglio il resto di te. Voglio tutto perchè solo così posso sperimentare l’amore autentico e pieno, quello che tutti desideriamo nel profondo di noi e che è un anticipo di quello di Dio. Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Chiediamo a Gesù di fare la Sua parte!

Alcuni giorni fa stavo facendo due chiacchiere con un’amica. Quest’amica aveva alcuni problemi con il marito già da un po’ di tempo. Io ero lì, pronto ad ascoltare e a dare i miei consigli. Questa volta però è stata lei a darmi una lezione che mi ha colpito. Mi ha colpito proprio per la verità che ho percepito nelle parole di questa persona.

Certo, se ci sono problemi ci sono anche delle cause da ricercare e risolvere nella relazione. Su questo non c’è dubbio. Però spesso c’è anche un altro aspetto, un’altra dimensione, che tendiamo a dimenticare. Don Fabio Rosini scrive che la psicologia ti può aiutare a trovare il tuo equilibrio ma la felicità e la gioia sono di competenza di altro. Noi diremmo di un altro. Sono frutti dell’incontro con Gesù.

Torniamo a noi. Questa amica non riusciva a provare più quell’attrazione e quella passione che le davano la gioia di amare suo marito. Non si è mai arresa. Ha cercato in tutti i modi di recuperare quanto perso confrontandosi con suo marito e cercando di porre rimedio ad alcuni atteggiamenti e dinamiche di coppia. Ha fatto anche un’altra cosa. Mi ha davvero edificato ascoltarla.

Si è messa davanti al crocifisso, perseverando giorno dopo giorno, e ha “urlato” a Gesù tutta la sua sofferenza. Si è ricordata che Gesù si è fatto carico del suo matrimonio. Ha testualmente detto a Gesù nella preghiera: Tu mi hai messo accanto quest’uomo, tu me lo hai donato nel matrimonio. Ora tocca a te fare qualcosa perchè io possa ritrovare tutta la gioia che ho perso. Io ti prometto di donarmi completamente a te al mio sposo, ma il resto devi farlo tu, io da sola non riesco.

Oggi ho visto il miracolo. Questa persona sembra di nuovo innamorata di suo marito. Hanno ricostruito insieme, si sono impegnati a fondo entrambi, hanno riempito le giare e Gesù ha fatto il resto. Ha trasformato l’acqua nel vino buono. La loro relazione è risorta.

Ricordiamoci di questa grande risorsa che è la preghiera e la grazia del sacramento delle nozze. Gesù non aspetta altro che un nostro cenno per riempire il nostro cuore del Suo amore

Antonio e Luisa

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Il tatuaggio degli sposi

In questi anni vanno sempre più di moda i tatuaggi. Tatuaggi d’appertutto. Tatuaggi anche sul collo o sul viso. E’ diventato davvero qualcosa di popolare. Lo sapete, cari sposi, che anche noi siamo tatuati? Non sul corpo! Alcuni di voi probabilmente lo sono anche sul corpo, ma voglio parlare di un altro tipo di tatuaggio. Uno che abbiamo tutti. Giovani sposi o vecchi sposi. Non fa differenza.

E’ un tatuaggio che è impresso direttamente sul nostro cuore. E’ un tatuaggio che indica un’appartenenza. Ne troviamo traccia nel Cantico dei Cantici. Verso la fine, al capitolo 8:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore

Ct 8, 6

E’ una frase che probabilmente dice molto più di quello che la maggior parte delle persone comprende ad una lettura veloce e non meditata. Invece è importante meditarla bene perchè questo versetto è davvero il cuore di ogni matrimonio cristiano.

Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta..) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà.

Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua/o e tu sei mio/a. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma sei tu, amato mio sposo, amata mia sposa, che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perchè solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero.

Antonio e Luisa

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Il buon samaritano (Una lettura sponsale) – 1 parte

Non far decidere ad una “sliding doors” ma a chi “sceglie” facendo nuove tutte le cose!
Non si può dire certo che la nostra vita non sia condizionata dagli eventi, e che questi non la determino in modo così profondo attraverso gli incontri che facciamo. Possiamo incontrare la persona giusta al momento giusto e trovarne giovamento, fare la scelta sbagliata nel momento sbagliato e portarcene dietro il peso per anni. Diversi anni fa usci un film commedia incentrato sulla mutevolezza del “destino” determinata dalla imprevedibilità di ciò che può accadere: “sliding doors” un porte scorrevoli che si aprono piuttosto che chiudersi cambiando la vita e il corso della propria storia.
Ecco la misericordia non è una “sliding door”, la misericordia è una porta sempre aperta, con qualcuno che ne custodisce la breccia e ha deciso che, nonostante tutto, quel passaggio sicuro tra i confini della nostra debolezza e le frontiere del nostro dolore, non dovrà mai chiudersi.
Lc 10 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”
E’ bello che vedere che non tutte le domande evangeliche sono domande legittime, domande che purtroppo sono gravide di una falsa giustificazione, ma che sono giustificate dalla difficoltà dell’esperienza del prossimo. Realtà così complessa, quella del prossimo, già testimoniata in modo quasi cinico dalla Scrittura, che nella sua lingua d’origine documenta la parola prossimo con le stesse radicali del termine “male” r’ e inoltre, la parola fratello con le stesse lettere dell’interiezione di dolore “ahime” aḥ. Il prossimo molte volte è il nostro fallimento, un fallimento che ci porta a scendere da Gerusalemme a Gerico, compiendo un tragitto molto più breve di 30 km, curvando il collo con un viso rabbuiato che cerca consolazione dove può trovare solo rapina: la delusione viene rapinata dalla tristezza e la tristezza ti lascia mezzo morto.
Ora la domanda è: chi passerà accanto a te per salvarti, e tu lascerai che qualcuno possa farlo? La sfida che il buon Samaritano, di Colui che è stato chiamato sprezzantemente samaritano, il Signore Gesù, è soccorrere chi è stato colpito dalla persona amata e dare il coraggio della riconciliazione. Uno dei passaggi più liberanti e consacranti nella coppia sta proprio nel lasciarsi risanare da chi ti ha ferito, ricongiungere lo strappo non con un panno grezzo ma tessendo un vestito tutto nuovo: questo è perdonare, questo è chiedere perdono, tutto ciò è lasciarsi perdonare e dire: non voglio farlo più, aiutami! Gesù Samaritano apre gli occhi su una realtà fondamentale: essere capaci di distinguere e capire chi è il proprio nemico. Contestualizzando il brano del vangelo, nel paesaggio che lo racchiude, non è difficile immaginare che l’attenzione piuttosto che rivolgersi ai briganti, è da prestare al luogo dove questi era quasi certo che fossero per tendere l’agguato. Il deserto di Giuda infatti, più volte citato nella scritture e nei salmi, è percorso da un’unica strada che congiunge Gerico e Gerusalemme, e tale via s’infittisce in una coltre di pendii scoscesi e vicoli ciechi dove è ignaro ciò che si possa trovare, oltrepassato il limite delle curve strette che li delimitano. Il Deserto di Giuda è ricco di una fascino contrastante poiché puoi ammirarne la bellezza dalle sommità delle sue alture, così come si ammira un gregge che si muove disomogeneo nella sua spontaneità, ma può risultare spietato quando lo percorri nei suoi sentieri sempre come un gregge che spostandosi calpesta tutto ciò che ha a tiro.

Sal 113,6 Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge?
Una zona di questo deserto, situata sempre tra le due città è chiamata ma’aleh addummim ossia le alture insanguinate. Ciò significate che tutti i personaggi di questa parabola del vangelo sapevano che era rischioso percorrere quella strada, lo fanno per motivi diversi ma una cosa è certa: si stavano spostando da una città ad un’altra affrontando un rischio. Al netto di questo forse dobbiamo cercare di capire non tanto perché i briganti hanno attaccato l’uomo, non tanto perché il levita e il sacerdote non si fermano, o perché quell’uomo volesse passare di li. La cosa interessante su cui interrogarsi è il perché avessero lasciato una città per recarsi altrove. Il vero brigante è chi ti ha fatto prendere una strada pericolosa.
Del levita e del sacerdote conosciamo il percorso ma non la direzione, questo ci concede di cogliere alcuni elementi del loro atteggiamento. Entrambi si stavano muovendo nel loro territorio, tanto che la loro meta non è chiara, tutto era loro, tutto era scontato, erano estremamente sicuri.
L’abbondanza di sicurezza li conduce però lontano dalla loro ragione di vita: stare nel Tempio del Signore.
La città di Gerusalemme e il Tempio, il palazzo del re e la sua rocca forte sono stati sempre accumunati dal descrivere un’unica realtà teologica e cioè il rifugio nella forza e nel baluardo che Dio è cf Sal 46,2—Sal 48,4. Il levita e il sacerdote sembrano aver ormai frainteso la sostanza fondante delle costruzioni simbolo della Città Santa, quindi esse non sono più rifugio per il perseguitato ma diventano lustro aristocratico, vezzo nobiliare, non è più Dio che santifica il Tempio, ma è il Tempio che obbliga Dio a stare lì e perciò tutto orbita verso il Tempio, tutto orbita verso di me. Questo processo è l’antitesi di un cuore misericordioso, poiché espressione di una persona che non è più vera ma costruita. Tale persona all’interno delle relazioni, ha sempre il sorriso stampato sulle labbra e non capisce perché gli altri non ce l’abbiano, questo individuo si presenta come il paradigma di ogni situazione dove ognuno deve comportarsi secondo suoi canoni e capacità, detto personaggio è un instancabile motivatore che non si capacità perché chi è accanto a lui arranchi non sia contento o faccia fatica. Un tale tempra d’umano è simile a chi predica che va tutto bene quando è la sua cecità la causa della sofferenza della coppia, della famiglia o della comunità, è colui che risponde a chi gli dice : “sto male non ce la faccio, le cose non vanno bene” con un “non è vero che stai male, perché io sto bene, va tutto benissimo e poi io sto gestendo al meglio”!
Non è più Dio che santifica il tempio, ma è il Tempio che rende Dio glorioso, non è più la persona che amo la ragione della mia vita, ma è la persona che amo a doversi sentire onorata di far parte della mia vita così perfetta e gratificante, ma così tanto triste da essere straordinariamente sola, invece che lenta faticosa proprio perché piena di amore unico e particolare che non recalcitra nel correre un rischio: sporcarsi le mani con chi è mezzo morto!

(Continua)

Fra Andrea Valori

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L’amore ci fa re e regina

L’amore nasce dalla Signoria, Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà. Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità  diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine. L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo. L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme. L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà. L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme. L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto. L’amore non esiste se non nella concretezza della carne. L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte  perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità, impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

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Accogliersi per crescere nell’amore

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Elogio del matrimonio

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. Mi richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei. Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Dieci parole per un matrimonio felice

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano, voce di Radio Maria e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.

Con il prossimo articolo i successivi 5 punti.

Antonio e Luisa

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