LA TORAH…UNA LEGGE CHE TI TOCCA IL CUORE!

Dio parlò tutte queste parole dicendo! Es20, 1

Questa traduzione letterale del versetto introduttivo alle 10 Parole, rilascia subito la forza di quanto si vuole esprimere. Dio non dice qualcosa, Dio grida che ha solo un modo di parlare, il suo modo è QUESTO! Parlarti di sé con le tue parole, cioè la TORAH!

La legge che la tradizione ebraica conosce come TORAH, dischiude in sé il dissolversi di ogni equivoco, poiché tale parola viene da una derivazione del verbo Y’ARAH che significa “centrare il bersaglio”. L’intima accezione sponsale della TORAH si scopre nella grande cura che Dio ha per il particolare. Una persona che custodisce la legge, non ha la saccente presunzione di azzeccarle tutte, ma è colui che prende su di sé la fatica di toccare il cuore dell’altro che ha accanto, magari ammettendo di aver paura o di non riuscire ad essere come vorrebbe.

Toccare il cuore dell’altro è un atto nobile che non si inventa o viene per caso, ma nasce da una preghiera coraggiosa che sa piangere, supplicare, stringere i denti e ringraziare quando tutto ti dice di mettere la parola fine. La Torah tocca il cuore di ogni uomo che prega entrando nel Tempio che è il cuore della persona che ama con le parole del Salmo 117:

Io ho amato poiché il Signore ha voluto ascoltare la mia supplica, ha piantato per me il suo orecchio nel giorno in cui io lo invocherò.

Il Signore contempla le nostre suppliche, e pianta il suo orecchio come si pianta una tenda, come venne piantata la tenda dell’Alleanza e del Convegno. Il Signore conficca il suo ascolto nel terreno duro del nostro non sentirsi capiti, per sostenere una dimora che possa fare da atrio ad un incontro tra due debolezze che non hanno altra forza se non ascoltarsi, e cioè toccarsi il cuore!

 È una benedizione per un uomo avere una donna da cui farsi toccare il cuore attraverso l’arte del sostegno e della fiducia.

È una benedizione per una donna aver un uomo che sia quel picchetto, quel tirante grazie al quale la sua bellezza possa dispiegarsi interamente, poiché semplicemente accolta e preceduta in ogni bisogno.

La TORAH non è solo centrare un bersaglio ma ancor prima il verbo Y’ARAH significa condurre\guidare.

La coppia è una TORAH poiché diventa pienamente sé stessa quando non si fonda su un aut aut selettivo, ma quando la gradualità del condurre assume l’errore, la debolezza e la fragilità come norma del vivere e dell’amare. Non si è veramente veloci finche le tue gambe non si sono rialzate dopo una caduta, non si è veramente fedeli finche non hai fatto della misericordia il tuo unico vanto, non si è veramente forti finche non si è incappati nella nostra debolezza.

L’incontro con ciò che non vorremmo mai incrociare nella nostra vita sembra un imprevisto difficilmente esorcizzabile dalla vita di ogni coppia. Anche il vangelo sembra documentare un tale sgradito compagno di viaggio qual è l’imprevisto. A Cana di Galilea quella giovane coppia non aveva di certo organizzato tutto affinchè alla fine il vino mancasse, e pure è mancato. Anche nell’imprevisto Gesù pianta il picchetto del suo ascolto seguendo l’invito della Madre. Alcuni dicono che nel contesto del vangelo, Gesù sia il vero sposo, e sicuramente lo è. Ma se Gesù assume il ruolo dello sposo, gli sposi del vangelo da chi sono significati? È bello pensare che quegli sposi siano simboleggiati dai servitori che avevano attinto l’acqua, i quali avevano ascoltato la Parola di Gesù, e che vengono così descritti da Giovanni:

                                ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua Gv 2, 9

Si! Quei servi possono diventare icona di ogni coppia che ascolta la Parola del Signore e che sanno, l’uno per l’altra, vedere il miracolo che l’altro\a non riesce a vedere. Quella sposa e quello sposo che davanti ad un pianto disperato per un figlio che sta male, per un fallimento lavorativo, per una rabbia e ferita del passato, sa vedere in chi soffre il miracolo di cui egli stesso si è innamorato e annunciargli ciò che non riesce a vedere: che lui vale molto di più!

Questo è attingere l’acqua, sapere di aver visto un miracolo, questo è toccare il cuore….questa è la Torah! La Parola con cui l’Amore ha deciso di parlare!

Fra Andrea Valori

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Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa

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Ri-conoscersi una meraviglia

Oggi vorremmo tornare sulle parole che il Papa ha rivolto ai fedeli durante l’Angelus di domenica scorsa. I Versetti del Vangelo erano quelli di Mc 6,1-6. Gesù non veniva riconosciuto dagli abitanti del suo stesso paese. Il Vangelo non cita il nome della località in cui si trova Gesù a predicare ma è ovvio che si tratti di Nazareth. All’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti dove tutti si conoscevano, pensavano di conoscersi. Prendendo spunto da questo episodio evangelico il Papa afferma:

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

Noi abbiamo trovato la riflessione di Papa Francesco bellissima e soprattutto molto interessante per noi sposi. In particolare la diversità che il pontefice evidenzia tra il significato di conoscere e quello di riconoscere. Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Voi cosa fate? Credete ormai di conoscervi oppure cercate di riconoscervi ogni giorno? Pensateci: ne va del vostro matrimonio e della vostra gioia.

Antonio e Luisa

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E’ bello sposarsi ma ancor più bello è vivere sponsalmente con Gesù

Ci succede spesso di ricevere messaggi o di confrontarci con alcune persone single. Magari persone che hanno già un’età matura. Quando queste persone ci aprono il cuore e mettono a nudo le loro emozioni, spesso traspare tanta sofferenza, scoraggiamento e senso di abbandono. Perchè Dio mi tratta come una mezza persona? Perchè non posso avere anche io la gioia e l’esperienza di una relazione affettiva profonda come il matrimonio? Perchè Dio ce l’ha con me? Queste sono più o meno i messaggi che ci vengono lanciati.

E’ vero, noi non possiamo comprendere fino in fondo la sofferenza di questi fratelli e sorelle. Noi per loro siamo i fortunati. Meglio dire i “graziati”, in un contesto cristiano come il nostro. Abbiamo cioè avuto la grazia di trovarci e di sceglierci.

Ci sentiamo però di fare alcune considerazioni che sono valide per ogni persona, qualunque sia il suo stato di vita. Valgono per noi sposati, ma valgono anche per i sacerdoti e religiosi, per i single, per i vedovi, per i separati, per coloro che hanno un orientamento omosessuale ecc. ecc.

La nostra vita diventa piena quando scorre nella SPONSALITA’. Siamo tutte creature aperte alla sponsalità e possiamo viverla qualsiasi sia la nostra condiizione. Sponsalità con Gesù. Cosa significa? Significa sentirci amati da Dio. Certamente amati come da un Padre. Non basta però. Amati anche come uno sposo ama la sua sposa. C’è una differenza grandissima tra il sentirsi soltanto figli (che è già tantissimo) di un Padre tenero e misericordioso e il sentirsi un noi con Gesù. Significa fare esperienza di intimità con Dio. La stessa intimità che c’è nella Trinità. Un amore ancora più bello e completo. Un amore dove noi, non solo siamo gli amati, ma rispondiamo all’amore dello Sposo su un piano di parità, come la Sulamita del Cantico dei Cantici. Gesù arde di desiderio per ognuno di noi. Aspetta trepidante la nostra risposta al Suo amore. Vivere la nostra sponsalità può essere davvero liberante. Significa fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in due: è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Comprendete come tutta la nostra vita sia abitata dalla sponsalità con Dio? Ciò che ci può rendere felici non è quindi trovare una persona con cui condividere vita e letto. No! Chi ripone tutte le proprie aspettative solo su questo aspetto affettivo-relazionale poi, spesso, resta deluso. Perchè l’altro non sarà mai in grado di riempire il nostro cuore fino in fondo e di dare soddisfazione al nostro desiderio di infinito. Ci si sposa per donare il nostro amore e non per pretendere che l’altro si faccia carico della nostra povertà.

Tu che sei sposo o sposa. Leggi il tuo amore alla luce della sponsalità con Gesù e il tuo matrimonio sarà libero. Sarai libero di amare l’altro senza aspettarti nulla in cambio ma solo con il desiderio di rispondere all’amore di Gesù. Sarai libero di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa e che ti dà. Un amore misericordioso e incondizionato. Sarai così capace di liberare l’altro dal compito impossibile di donarti una gioia piena ed infinità e di dare senso alla tua vita. Solo Dio può dartii questo. Il matriimonio non salva e può essere un inferno quando si carica di tutte le aspettative di felicità e di senso. La gioia più grande viene proprio dalla consapevolezza di star dando tutto, senza riserve, non da quello che riceviamo. Io Antonio ci ho messo anni per capirlo e ho rischiato davvero di rovinare tutto con Luisa.

Tu che sei single. Apri il cuore. Decentra le tue attenzioni da ciò che ti manca a ciò che sei. Trasforma il tuo desiderio di essere amato in dono di te. Ogni gesto che tu fai può essere sponsale. Ogni volta che ti accorgi del bisogno del fratello, ogni volta che sei pronto ad ascoltare e consolare. Ogni volta che ci sei con la tua presenza. Non sentirti una mezza persona. Se sei capace di donarti agli altri e di avere sempre uno sguardo amorevole, sei già una persona piena, sei una persona già pienamente realizzata. Cambia tutto! Chi è capace di vivere in questo modo non ha bisogno di un’altra persona per avere la pace del cuore. Chi non si piange addosso ma apre il cuore all’amore dello Sposo si riveste dell’abito nuziale ed è una persona con grande fascino per chi lo incontra. Luisa ha passato anni a sentirsi meno degli altri e poco desiderabile. Poi, quando si è aperta a Dio, è cambiato tutto. Io ho visto la sua bellezza perchè lei per prima la vedeva.

Tu che sei sacerdote o religioso. Gesù ti chiede di mostrare al mondo la tua sponsalità con Lui. La sponsalità con Gesù ti permette di farti pane spezzato con ogni fratello e con ogni sorella tu incontri lungo la strada. Probabilmente hai nel cuore quel passo del Vangelo che dice: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Riesci a vedere in ogni persona, anche la più povera e la più misera l’immagine dello Sposo che tanto ti ama e tanto ti ha amato. Non hai bisogno di una donna o di un uomo accanto perchè Gesù ti basta.

Tu che sei persona con orientamento omosessuale. Vivere la sponsalità con Gesù ti permette di sentirti profondamente amato dallo Sposo. Ti fa sentire una persona capace di amare e di essere amata. Una persona capace di vivere quel desiderio d’amore che fa parte dell’umanità di ogni persona nel modo giusto. In modo che ogni tuo gesto sia per il bene dell’altro e non per usarlo. In modo che il corpo diventi mezzo per trasmettere amore e non per vivere una sessualtà che nulla ha a che vedere con la verità del dono d sé. Sei capace di castità e per questo di un amore e un’amicizia più veri e più grandi.

Tu che sei uno sposo abbandonato e fedele. Per il mondo sei un matto. Perchè restare fedeli ad una persona che ha fatto altre scelte e che magari vive una nuova relazione e una nuova vita? Non sei matto. Hai solo compreso come il tuo matrimonio sia prima di ogni altra cosa una risposta all’amore fedele di Dio. Gesù ha promesso con te il giorno delle nozze ed è ancora lì che come te crede in quella promessa e questo ti dona la pace della sposa che ama il proprio sposo. Incomprensibile, se non con gli occhi della fede. Ma ci sei tu che ci mostri come il matrimonio sia qualcosa che supera le nostre dinamiche umane e terrene. Un amore che profuma di autenticità proprio perchè capace di andare oltre il tradimento e il rifiuto dell’altro.

Ciò che cambia la vita non è il matrimonio e non è vivere relazioni affettive e sessuali, ma prima di ogni altra cosa è scoprire la nostra sponsalità con Gesù. Solo così saremo padroni del nostro corpo e saremo rivestiti di una ricchezza che non è di questo mondo e che non ci fa essere mendicanti d’amore. Siamo già rivestiti dell’abito nuziale, qualsiasi sia la nostra storia e il nostro stato personale di vita.

Antonio e Luisa

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Perchè è bello partecipare ad un matrimonio? .. da invitato

Cinque anni fa abbiamo partecipato al primo matrimonio da fidanzati, matrimonio bellissimo, location bellissima in riva al mare. Ci riaffiorano i ricordi di quel primo matrimonio da fidanzati, ci riaffiorano i ricordi degli altri matrimoni vissuti poi da sposati, del nostro matrimonio.. 

Da poco son ripresi i matrimoni, riprende la possibilità di GIOIRE DELL’AMORE, di FAR FESTA ALL’AMORE..

Ma perché è bello partecipare? 

Abbiamo provato a riflettere alla bellezza incontrata in quei giorni, a rispondere a quell’emozione che viviamo, che ci fa battere il cuore in chiesa e chiedere i fazzoletti a chi ci siede accanto. Ma perché? 

Proviamo a darvi la nostra lettura partendo dagli spunti più semplici a quelli più profondi: 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché amiamo le feste, perché amiamo la gioia, siamo fatti per la felicità non per la tristezza. 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ci si relaziona, si passa del tempo conviviale a tavola con gli altri invitati che siano parenti o persone conosciute quel giorno, il pranzo diventa occasione di dialogo e questo è piacevole perché siamo fatti per le relazioni. 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ci si ferma, per un giorno stacchi dal lavoro, dal quotidiano per far festa! Wow.. quando ti ricapita? (Ti capita tutte le domenica, ma non ce ne ricordiamo più, non sappiamo più gustare la domenica..). La bellezza di staccare dal quotidiano.

Ci piace partecipare perché si dona, a volte un regalo, altre volte del tempo magari aiutando gli sposi nei preparativi o nei giochi per la festa. “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.” 2Cor 9,7

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché qualcuno quel giorno si è preso cura di te, quel giorno non devi neanche decidere, pensare cosa mangiare, perché qualcuno ha già pensato bene per te. Ha scelto tutto per te anche il menù. Ci sentiamo amati come quando da bambini eravamo accuditi dalla mamma. 

Non abbiamo nulla da decidere, anche il posto al tavolo ti è assegnato! Una giornata senza scelte ma solo da vivere. È un privilegio per la mente! 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché .. e qui forse arriviamo ai motivi più belli: PERCHÈ VIVIAMO L’AMORE!

Che tu sia fidanzato, single, consacrato o sposato, quel giorno capita di vivere un’emozione grande che parte dall’attesa in chiesa degli sposi. 

Sei in chiesa per quell’amico, quel fratello, quel parente che finalmente raggiunge un check point bellissimo per la sua vita! sei lì per vedere che l’amore vince! Ancora una volta l’amore vince! 

Attendere quegli sposi in chiesa è come fermarsi e attendere davanti ad un vaso che il fiore sbocci. In quell’attesa vedi la trasformazione della vita, vedi il mistero grande dell’amore. 

L’emozione continua subito dopo quando vedi lei, quando vedi il vestito della sposa che entra in chiesa con musica solenne. Quel vestito segretamente scelto, quella musica che accompagna i suoi passi è emozionante! È emozione che nasce dal vedere un qualcosa di bellissimo e voler dire: “anche io”. 

Quel vestito bianco, è quello che ci è stato dato il giorno del battesimo! Quel vestito bellissimo lo hai indosso anche tu, ricordatelo! La marcia nuziale allora suona ogni mattina anche per me, per te!

La mente vedendo quegli sposi ti dice, anche io vorrei essere lei/lui, anche io vorrei vivere un amore così grande. bello! Poter gioire di un uomo che decide di promettermi amore fedele sempre! Poter dire “wow” al vedere una donna che mi viene incontro vestita come un angelo, che viene incontro per offrirsi a me, per dire Sì alla mia libera richiesta di amore. 

Che bellezza! 

L’amore per sempre, è bellezza che attrae! 

Non c’è stato di vita che non si emozioni nel vedere la grazia e bellezza di due sposi. 

Puoi essere fidanzato e lasciare che i sogni più grandi abitino il tuo cuore. Puoi desiderare in grande, di vivere anche te quell’amore!

Puoi essere sposato e quel vivere il matrimonio diventa, rivivere il tuo amore! Ritornare con la mente a quel giorno, forse pioveva, forse faceva caldissimo, ti ricordi? Ricordi il suo vestito? Com’era il suo abito? .. che fiori avevate? Ricordi quel momento in cui..? …ciò che ci fa ritornare a pensare al nostro matrimonio è l’amore che, nello sposalizio che viviamo ora, esce dai nostri cuori come profumo che inebria la stanza! Sentire il profumo dolce dell’amore che questi due sposi ora si promettono, ci fa tornare alla mente, al cuore, il nostro aroma nuziale. 

Che bellezza! 

Puoi essere single e anche te amerai quel matrimonio, perché forse anche te sogni l’amore e allora corri al pozzo a cercarlo perché il Signore non vede l’ora di colmare di gioia anche il tuo cuore. 

Puoi essere religioso ed è bellissimo vedere come, attraverso due giovani che decidono di promettersi amore e scelgono il Signore quale benedizione e grazia per la loro storia di amore, anche tu  (religioso) possa respirare lo stesso aroma delle tue nozze con Cristo, il giorno della tua consacrazione. Che bello! 

Puoi essere anche un single che spende la sua vita amando come laico, e allora in quel matrimonio puoi rivivere la nuzialità vissuta nel tuo battesimo. Anche per te Gesù si è fatto tuo sposo e anche tu che ami l’umanità come quei due sposi, testimoni in carne come si ama l’altro. 

Che bellezza! 

Ci piace partecipare ad un matrimonio perché ascoltiamo parole di amore, che siamo assetati di sentire, e ci arrivano dalla Parola di Dio scelta e spiegata quel giorno! Quello è il nostro più grande ristoro, che ci dona pace al cuore: il sentire pronunciare da due ragazzi, da un sacerdote, nei canti e nelle letture una parola di amore di cui spesso la nostra vita è vuota. Quello che dà gusto alla giornata non è il risotto o la tagliata ma vedere l’amore che vive! Ascoltare parole d’amore, toccare con mano che gli sposi sono testimoni dell’amore di Gesù, volto di Gesù! 

Ci piace andare ad un matrimonio perché facciamo spazio ed incontriamo Gesù. 

Ad ogni matrimonio, ad ogni festa , Gesù ci chiede di presentarci con l’abito nuziale. (Mt 22, 1-14)  Ci chiede di vivere in pienezza quel giorno di festa, partecipando con gli sposi all’Alleanza Nuziale più grande, più bella: le nozze con lo Sposo. E per farlo ci invita ad avere un cuore aperto ad accogliere quell’Amore che si fa promessa eterna. Per farlo ci invita a riconciliarci con Lui. 

Gesù è con noi ogni giorno! Ogni giorno possiamo ascoltare la sua parola, lasciarci amare ed amare. Ogni giornata possiamo viverla con gioia e in relazione con l’altro. Ogni giorno possiamo donare e compiere gesti d’amore, guardare all’amato con desiderio di amore infinito, per sempre e amore sempre più grande, (mai per qualcosa di meno!). Ogni giorno possiamo lasciare che la provvidenza agisca sulla nostra giornata, possiamo lasciare uno spazio a Gesù fermandoci nel nostro incedere lavorativo quotidiano e far sì che Lui trasformi la giornata in matrimonio! 

Sia ogni giorno, un matrimonio! 

Anna Lisa e Stefano 

Cercatori di bellezza


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Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si, perché Gesù desidera essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. E’ importante ringraziarlo, rendere grazie per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se poi non restano lettera morta, se poi lo cerchiamo qui, vicino a noi, sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è qui, in modo molto concreto e reale. Quando ci svegliamo è qui accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è qui che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per Lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nei fratelli e nelle sorelle. Per questo ci ha posto al nostro fianco un prossimo che più prossimo di così non si può: nostro marito o nostra moglie. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi, permetteteci questa piccola libertà, la preghiera del Padre nostro potrebbe essere riscritta in chiave sponsale in questo modo:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Bello recitarla insieme, guardandosi e poi terminare con un tenero abbraccio. A proposito: oggi avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Ricordate che solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

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Campo di marte. Un’opera che parla agli sposi

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale.

Forti delle loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  Il libro mi ha attratto in particolare per la descrizione che fa delle opere di Chagal, un artista che ha un modo molto intrigante (un mix di onirico e mistico) di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi desidero proporre un quadro famosissimo del pittore franco-russo. Si tratta di Campo di Marte.

Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori, che possono piacere o meno, non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa di più e vedremo come a noi profani si possa incredibilmente schiudere un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro.

La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta, è posta al centro dell’opera, al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. I due sono dentro tutto questo, ne fanno parte, ma sono posti in posizione rialzata rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati, ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno e non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, di quella sofferenza o di quel guaio, ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Concentriamoci ora sulla coppia in primo piano. E’ unita ma è anche diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come avvolti da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Nell’iconografia russa, da cui il pittore culturalmente proviene, Il bianco della donna indica la purezza mentre il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma siano capaci, nonostante questo, di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste. L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

La preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Avete compreso ora come da una semplice, seppur meravigliosa, opera d’arte, possiamo davvero iniziare una riflessione sulla nostra vita. Un modo per cominciare a contemplare ciò che siamo e cosa significa essere sposi in Cristo.

Antonio e Luisa

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Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Oggi proseguo con il tema che ho introdotto con l’articolo di ieri. Credo sia importante completare il discorso con questa ulteriore riflessione che avevo già proposto circa un anno fa in occasione dell’Ascensione di Gesù.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Quindi la vita eterna resta in definitiva un mistero. Non sappiamo praticamente nulla di come sarà e non abbiamo neanche le capacità di poterla comprendere ma una cosa è certa: resterà tutto l’amore. Non solo: sarà perfezionato e potenziato dalla luce di Cristo

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 3 – Il mio amato è mio e io sono sua.

Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. E’ l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

Amoris Laetitia punto 12

Approfondiamo proprio il capitolo due di Genesi. Dio, attraverso quei versetti, ci sta dicendo che la stessa relazione con Lui, o qualsiasi altra cosa su questa terra, non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. In questa vita l’uomo ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il Suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Genesi ci dice come siamo fatti. Siamo esseri relazionali. Senza relazione moriamo. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. Comunione che si manifesta nell’essere una sola carne e nel generare nuova vita che è fatta della nostra unione. I figli hanno il DNA di entrambi i genitori.

Una precisazione importante. La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito, ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Spostiamoci ora sull’ultima parte del punto di Amoris Laetitia. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta: Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà. Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. 

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto: il suo desiderio è verso di me. Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 1 – Un documento frutto di un cammino.

Questo è il primo articolo di una serie che Luisa ed io abbiamo deciso di pubblicare su Amoris Laetitia. Scelta suffragata da uno specifico sondaggio che abbiamo proposto attraverso i nostri canali social e che ci è sembrato confermare un interesse di fondo verso questo documento. Un documento conosciuto solo per alcuni aspetti problematici e divisivi, ma non nella sua parte più interessante per noi sposi: la relazione. E’ un documento così poco conosciuto che Papa Francesco ha ritenuto necessario indire un anno intero di studio sulle riflessioni raccolte in questa esortazione. Anche noi, senza pretese di avere particolari competenze se non la semplicità della coppia che cerca di far tesoro dei consigli che il Papa propone, cercheremo di portare il nostro piccolo contributo.

Prima di addentrarci negli argomenti e nei vari punti dell’Amoris Laetitia, è importante comprendere come il papa è arrivato a scriverla. Oggi intendiamo raccontare come nasce e cosa è Amoris Laetitia. Amoris Laetitia è tecnicamente una esortazione apostolica post sinodale. Significa che Amoris Laetitia nasce al termine di un sinodo sulla famiglia. Anzi dopo due sinodi sulla famiglia.

E’ fondamentale quindi, per capirci qualcosa, fare una cronostoria delle tappe che hanno portato alla pubblicazione del documento il 19 marzo del 2016. Tutto inizia nel 2013 quando il papa spiazza un po’ tutti indicendo un sinodo sulla famiglia. La famiglia è sempre stato un tema difficile e nella nostra Chiesa contemporanea lo è ancor di più. Perchè allora il papa ha scelto un tema tanto divisivo e difficile? Il papa ha sicuramente notato un disallineamento tra il magistero e il sentire di tanti cristiani. E’ innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che l’insegnamento della Chiesa non passa più. Le persone si sposano sempre di meno e hanno una vita sessuale totalmente distante dalla morale cattolica. Esiste uno scisma di fatto tra quanto la Chiesa propone e quanto la gente poi vive effettivamente nelle proprie relazioni affettive. Anche tra i cristiani praticanti.

Il Papa ha compreso che non serve più calare dall’alto una morale e delle regole che la maggior parte delle persone non riesce più a comprendere. Serve una nuova evangelizzazione che da un lato riesca a far sentire accolta ogni persona e dall’altro riesca a far comprendere come la proposta cristiana sia la più bella e la più piena. Senza nascondere tutta la fatica di una relazione profonda e radicale come quella matrimoniale. Parlare di peccato non convince più quasi nessuno ed è una modalità che non funziona più. Ciò che può attrarre l’uomo del nostro tempo è la bellezza di una scelta rispetto ad un’altra. E’ importante parlare alla nostalgia che ogni persona ha nel cuore di sperimentare un amore autentico e non invece far leva sull’obbligo di rispettare scelte morali e regole incomprensibili. Una scelta fatta non per paura ma perchè è la più affascinante. Esattamente come per la fede. Scegliamo Gesù non perchè abbiamo paura dell’inferno ma perchè Gesù è il migliore di tutti ed è bellissimo stare con Lui.

Attenzione. Nessuno mette in dubbio che esista una verità e una morale. Nessuno mette in dubbio il matrimonio indissolubile e fedele tra un uomo e una donna. Il papa semplicemente prende atto di una situazione. Si rende conto che una dottrina non più accolta e sentita parte concreta della vita delle persone diventa qualcosa di lontano e di astratto che serve a poco. Insomma c’è un problema e il papa ha deciso di affrontarlo.

E’ stata proprio questa preoccupazione che ha motivato il Papa. Non esiste quindi una volontà di modificare la dottrina e il magistero, ma esiste il desiderio di avvicinare le persone e di rendere l’insegnamento della Chiesa qualcosa che l’uomo di oggi può accogliere e sentire parte della propria vita, qualsiasi sia il suo stato: single, sposato, vedovo, separato e anche risposato. Non significa dire che tutto vada bene, ma significa dire ad ogni persona che Dio continua ad amarla e che ognuno di noi può intraprendere un cammino di perfezionamento e di avvicinamento a Gesù, qualsiasi sia il suo stato di vita.

Sono stati quindi indetti due sinodi. Uno nel 2014, sotto la forma di sinodo straordinario dal tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, e uno nel 2015, sotto la forma ordinaria dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Al termine di questi due sinodi il papa ha recipito le conclusioni dei padri sinodali, giunte al termine di una discussione libera e franca, e le ha fatte proprie sintezzandole ed ordinandole in un documento riassuntivo, che è proprio l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

In sintesi che documento è? E’ un insieme molto corposo di numeri ordinati e suddivisi per grandi temi, dove il papa affronta il matrimonio e più in generale la morale cristiana inerente la sessualità e le relazioni. L’esortazione si suddivide in capitoli, i quali affrontano argomenti diversi e non obbligatoriamente legati tra loro. Ogni capitolo è come un piccolo libro indipendente. Nei prossimi articoli cercheremo di approfondire quei numeri e quei capitoli che secondo noi sono particolarmente belli, interessanti e significativi.

Antonio e Luisa

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Coniuge o compagno? Non sono la stessa cosa.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiadiamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

Antonio e Luisa

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Restiamo sposi

PADRE LUCA

Una volta mi sono trovato a celebrare un matrimonio di due “pischelli”, come si dice a Roma. Lui 20 e lei 19. Ho esordito così: “quale coppia è più bella secondo voi: una di quelle uscite da «Matrimonio a prima vista» oppure i nonnini che sono giunti alle nozze di diamante?”. I due si sono guardati, poi si sono girati verso l’assemblea e infine la sposa timidamente rispose: “beh, direi quelli più anziani”. E mi venne da ridere.

Nella mia comunità, i miei confratelli mi prendono in giro perché quando guardiamo assieme un film sono quello che commenta: “questo attore è sposato con tizia… la protagonista nella vita reale ha avuto due figli… questo qua ha fatto tale ruolo in quell’altro film” e vengo immediatamente e coralmente zittito. In effetti mi incuriosisce vedere il cast dei film che guardiamo e ciò che noto è che negli studios di Hollywood ci si toglie in fretta l’anello. Vale sia per i più divi come per quelli meno famosi: quasi tutti hanno vite matrimoniali molto brevi. La durata è davvero di qualche anno (se va bene). Ma nemmeno noi del Bel Paese ci salviamo… nel 2014 l’Istat diceva che ci si separa in media dopo 16 anni ma per l’ultimo censimento di fine 2019 addirittura i matrimoni in chiesa sono stati superati per la prima volta nella storia da quelli civili. “Matrimonio finché mi pare” batte “matrimonio per sempre” 1 a 0.

A proposito di matrimonio, nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi amici: “rimanete”. Ma che bello! È una frase proprio da persone che si vogliono bene. Gesù prova davvero tanto affetto per gli apostoli, ben sapendo che lo avrebbero tradito. Sta chiedendo a loro: “restate con me, non staccatevi, restiamo sempre amici, vogliamoci sempre bene…”.

È proprio dell’amore il rimanere, il restare! Non so voi, ma io non mai visto scritto su un muro o sul marciapiede: “Ti amerò per altri 10 anni” oppure “voglio stare con te fino al 2029”. Al contrario, ho sempre letto frasi che parlano di eternità, di infinito, di sconfinatezza… perché questo è l’amore. “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3, 4) dice l’amata all’amato nel Cantico dei Cantici.

Tutti partono bene nel matrimonio, la sensibilità è alle stelle, non si vede l’ora di stare semplicemente assieme senza dover fare chissà cosa, qualsiasi discorso va bene. Ma poi passa il tempo… i figli, il lavoro, le preoccupazioni, i soldi, lo stress della vita…  si sa, fanno ridimensionare le aspettative.

Cosa è più facile dire: ti amo (adesso), oppure ti ho amato finora? L’amore vero è quello perseverante, che sa rimanere, sa durare nel tempo.

Il regista Mike Nichols del celebre film “Il laureato”, con Dustin Hoffman come protagonista, non volle farne il seguito proprio perché sarebbe risultato estremamente noioso far vedere la vita di una coppia stabile. Se la rottura di un legame può sembrare originale, lo stare sempre insieme invece è insipido. Eppure, non c’è niente di più faticoso ma anche appassionante del vivere la quotidianità dell’amore non certamente in modo superficiale e passivo. Questo non lo vuole nessuno. Ma una vita di coppia gioiosa e felice per 30,40,50 è davvero, umanamente parlando, un’impresa notevole e degna di stima e ammirazione!

Torniamo al vangelo. Mi piace dare questa lettura al testo di oggi. Prova ad immaginare che ci siete voi due nell’Ultima Cena con Lui. E Lui vi dice: “cari sposi, rimanete nel mio amore! Io già sono rimasto in voi dal momento della celebrazione, ora chiedo a voi di restare con me”. Non è meraviglioso?

C’è una specie di reciprocità tra noi e Gesù. In più di una occasione sono stati i discepoli a chiedere di restare con Gesù. Pensa ad Emmaus e sul Tabor “facciamo tre tende” (Mt 17, 4). Ma adesso è Lui che chiede di restare con noi. Ci vuole proprio bene Gesù! E questo vale in modo speciale per gli sposi.

Infatti, “Il dono di Gesù Cristo (nel matrimonio) non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 56). Ecco qui un bellissimo collegamento al Vangelo di oggi con il sacramento del matrimonio.

Cari sposi, Gesù è davvero tanto contento di essere rimasto con voi per tutti gli anni del vostro matrimonio, tanti o pochi che siano. Non importa se il vostro amore non è perfetto o non è così “mozzafiato” come agli inizi. L’importante è essere consapevoli che Lui è con voi per continuare a soffiare sulle braci del cuore e a ravvivare la donazione quotidiana. Restate con Lui perché Lui è sempre stato con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi festeggiamo tra poco più di un mese i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo durati quindi oltre la media. Abbiamo scollinato i fatidici 16 anni che secondo la ricerca menzionata da padre Luca è il momento della separazione. A parte gli scherzi è bellissimo sapere e avere fiducia che l’altro ci sarà sempre per noi.

In questi anni ce lo siamo dimostrato diverse volte. Ogni crisi è stata un’occasione per rilanciare e per metterci qualcosa in più: in amore, in determinazione, in capacità di sacrificio e, soprattutto, in fede. Quando le cose sembravano mettersi male ci siamo fidati ed affidati e non siamo mai rimasti delusi.

Come diceva un sacerdote che abbiamo ascoltato un po’ di tempo fa: se arriverete a dirvi che non vi amate più significa che non vi siete mai amati. C’era sentimento, passione, magari grandi emozioni, ma alla prova dei fatti, quando c’era bisogno di metterci soprattutto volontà e sacrificio vi siete tirati indietro.

Come ha concluso padre Luca: Restiamo con Lui perché Lui è sempre stato con noi.

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Io guardo Lui, e Lui guarda me!

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi meravigliosa. Una catechesi sulla preghiera contemplativa. Cosa significa contemplare? Perchè essere capaci di contemplare è così importante per noi sposi.

Il Papa si riferisce nella sua catechesi in particolare alla preghiera contemplativa, alla nostra relazione personale con Gesù. Per noi sposi c’è però una seconda dimensione. Una seconda lettura che non esclude la prima ma la integra e le dona ancora più ricchezza è significato.

La preghiera contemplativa è quella che, usando le parole del Papa, “Io guardo Lui, e Lui guarda me!”. È così: nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole: basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.

Nella preghiera contemplativa c’è una relazione chiaramente sponsale. Nella preghiera contemplativa ci riconosciamo amati da Gesù. Guardati e amati. Guardati nella nostra miseria, nelle nostre fatiche, nelle nostre contraddizioni e amati. Gesù ci vede bellissimi e ci desidera ardentemente. Questo sguardo di Gesù ci permette di aprire il cuore e di essere capaci di osservare tutto ciò che è attorno a noi con degli occhi diversi, ci permette di avere uno sguardo contemplativo. Cosa significa? Ce lo spiega ancora il Papa: Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.

Vivere una relazione con Gesù ci permette di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda. Dice ancora il Papa: Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano… 

Capite dove voglio arrivare? Possiamo riuscire a guardare nostro marito o nostra moglie con gli occhi del cuore, con uno sguardo contemplativo, e tutto cambia. Non vedremo più solo un corpo, un corpo che magari, con gli anni che passano, appassisce e si sforma. Vedremo non con gli occhi ma con il cuore. E quel corpo diventerà parte concreta di una bellezza profonda fatta di una vita d’amore che noi sposi ci siamo scambiati in una vita insieme. Saremo capaci di guardare il corpo dell’altro e vederlo trasfigurato dall’amore, trasfigurato dalla bellezza di una persona che si è donata a noi totalmente, senza riserve o condizioni, di una persona che è stata capace di tenerezza, di perdonarci, di prendersi cura di noi, di starci sempre accanto.

E’ così che quel corpo anche dopo anni di matrimonio appare ancora bellissimo. Perchè siamo capaci di contenplarlo e di guardarlo con gli occhi del cuore. Questo è il segreto del matrimonio. Il segreto di una bellezza che non sfiorisce e che profuma di Cielo. Un vescovo parlando alle coppie disse che lo Spirito Santo è il cosmetico più efficace. Lo è davvero. Una persona che ama è sempre bellissima per chi è amato.

Come dice il Papa la contemplazione è Io guardo Lui, e Lui guarda me! Nel matrimonio questo dualità si allarga e si trasforma in trinità (l’amore di Dio non è mai per due ma sempre per tre) Io guardo Lui, e Lui guarda me! Questo mi permette di guardare la mia sposa con il Suo sguardo.

Termino con la chiusa della catechesi:

C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, è il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. E questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

Fa tanto bene alla Chiesa e al matrimonio aggiungo io.

Antonio e Luisa

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Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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Occhio a quel prete, potrebbe essere bello!

Domenica prossima, domenica 25 aprile è una giornata speciale! È la giornata per le vocazioni. Ma questo articolo è per te famiglia! 

Cosa ha da centrare una famiglia con la giornata per le vocazioni? .. la solita richiesta di preghiera per le vocazioni che da sempre ci viene proposta? 

No, Noi vorremmo portarti più in là, oltre. Perché una famiglia non ha solo la preghiera da portare nella sua opera evangelizzatrice per la Chiesa nella giornata per le vocazioni. 

Nei giorni pasquali ci siamo accorti che c’è qualcosa di bellissimo che sta vicino a noi, che è complementare alla nostra bellezza di famiglia, che è immagine di Gesù: il sacerdote! 

Il sacerdote? Nooo! Come il prete? Bello il prete? Ma Il prete quello anziano, quello stanco, quello brontolone, quello che fa quella predica lunga, quello con cui fai fatica a .., quello che non ha voluto… Etc.??? 

Sì! Quel prete! Quel sacerdote!

Ma proviamo ad essere più chiari ad aprire di più le braccia perché sennò le sorelle monache chi le sente! Più che il prete, è proprio la bellezza della vocazione all’ordine, al sacerdozio che racchiude in sè una bellezza che dobbiamo saper cogliere come famiglia! Che dobbiamo amare e testimoniare! Certo forse non è semplice da vedersi, purtroppo è da tanti anni che non la vediamo quella bellezza, e quindi stanno rimanendo le vecchie guardie, a volte anziane, a volte piene di incarichi, oppure a volte troppi giovani e inesperte per parrocchie grandi. 

Nessuno di noi può negare quanto sia importante, bello, di primaria importanza aver un sacerdote che spezza il pane per noi, che trasforma quotidianamente il corpo e il vino in corpo e sangue di Cristo, che ci assolve dai peccati, che amministra i sacramenti, che ci dona parole vive di salvezza, che ha “l’incarico”, di gridare dall’altare nella veglia delle veglie: “Cristo Signore è risorto”, vinta è la morte! 

Guardatelo sotto questa prospettiva di bellezza, il consacrato è colui che per primo annuncia la Pasqua

Lui lo vive nella sua vocazione, nel suo amare Cristo sposo, ci dona parole di speranza vere. In questo tempo particolare che stiamo vivendo la Chiesa con i consacrati ha sempre parlato di speranza, ha sempre predicato Cristo vincitore e Salvatore. Quella vocazione che magari critichiamo, che magari non è come ce l’aspettiamo, che non ci dice quel che vorremo sentirci dire, è testimonianza di vita! I nostri fratelli e sorelle ordinati non appendono lenzuoli alle finestre con la scritta “andrà tutto bene”, predicano per vocazione la speranza, l’accoglienza, l’amore, la vita. Anche là dove c’è la morte, proprio là dove Cristo muore, proprio là in ogni nostra morte, fatica, difficoltà, funerale, il religioso ci raggiunge con parole di speranza, con parole che ci ridonano vita! Wow che bellezza! 

L’ordine è una vocazione che testimonia un amore bellissimo, eppure le vocazioni calano, da anni. Eppure in pochi giovani si affacciano alle porte dei conventi o dei seminari. 

Forse ci spaventa l’ordine, forse anche a noi famiglie viene chiesto di pregare per una vocazione che un po’ spaventa, che ci fa paura. Vocazione non per me, non per chi mi sta vicino. Guai ad avvicinarci a conoscere di più l’Amore, guai ad avvicinarci di più a conoscere la vita di un religioso. 

La Chiesa ci chiede spesso di pregare per le vocazioni. Noi perdonateci, ma vorremmo andare oltre: voi sposi, avete mai detto che bello fare il prete ai vostri figli? agli amici? Avete mai guardato con occhi di bellezza a quella vocazione? Non solo al fraticello di quel paese dove scorrono latte e miele perché vai in vacanza una volta l’anno e là è tutto sempre più bello. 

La vocazione del sacerdote è la vocazione all’amore grande. Se la vocazione di noi famiglie, di noi sposi, è la vocazione che testimonia concretamente nei gesti l’amore di Dio, fatto uomo e donna, comunità, chiesa piccola, chiesa domestica; la vocazione religiosa è colei che ci guida, ci aiuta a conoscere lo Sposo della Chiesa. Molte coppie hanno imparato ad amare da preti, frati e Suore, molti giovani frequentano corsi sull’amore dove ad insegnare l’amore ci sono dei consacrati. Te credo! Se Gesù è amore, e loro si consacrano all’amore grande di Gesù, qualcosa ne sapranno. O no? Eppure ci fa paura, sogniamo tutti l’amore per sempre, ma con un uomo, non con l’Amore con la A maiuscola. Quell’amore che tu sogni è lo stesso, la strada per raggiungerlo è una sola, sia che scegli la consacrazione sia che scegli il matrimonio. I conventi sono le scuole dove si impara l’amore di Gesù. Perché si studia la Parola, si prega, si vive in totale dono per la comunità, si impara il servizio, l’ascolto, si impara a fare spazio all’Amato nel cuore. La famiglia nella sua casa, è scuola di amore fatto carne, parola carne, amore fatto di gesti concreti, amore che si dona tutto, amore che genera vita. Due sposi donano i loro corpi in un gesto di amore totale, il sacerdote spezza quel pane e vino per la comunità, fondamento anche per quell’uomo e donna. 

Capite la bellezza, l’amore che si cela dietro ad entrambe le vocazioni? Vocazione al matrimonio o all’ordine. 

Quanto noi famiglie guardiamo e parliamo dell’altra vocazione raccontandone bellezza? Forse troppo poco diciamo della bellezza dei preti. E quanto forse il sacerdote racconta la bellezza del matrimonio? 

A spiegare la giornata vocazionale, ci vorrebbero non solo consacrati che dicono che è bella la loro “professione”.. (ognuno parla in genere bene della sua). Ma sposi che inneggiano all’altra vocazione, genitori di consacrati che testimoniano come il figlio si sia realizzato nell’amore, uscendo di casa per andare a conoscere Gesù l’amore vero. E viceversa, a spiegare il matrimonio e a risollevarlo dalla crisi di cui parlano i media, ci vogliono cartelli di bellezza negli oratori, coppie chiamate ad essere lampade per la comunità, non a prestare servizi come singoli alle realtà parrocchiali. 

Sarebbe bello che la giornata per le vocazioni sia celebrazione della bellezza del matrimonio, quanto dell’ordinazione sacerdotale. 

In questa domenica vorremmo sconvolgere la vostra prospettiva, chiedendovi di non affidarvi solo alla preghiera, che da se’ può valer già tutto, ma di riconoscere che anche quella vocazione è una via bella per i nostri figli. Riconoscere che è una strada che ci realizza nell’amore! Perché si impara a vivere l’amore! 

Non si può da sposi amare solo la vocazione all’amore matrimoniale, bisogna riuscire ad amarle entrambe e testimoniar la bellezza vicendevolmente. 

Non c’è solo da pregare per le vocazioni, ma da dire bene, dire il bello. 

Che bello vedere un giovane che ha sentito la chiamata di avvicinarsi di più a conoscere l’Amore, che non è rimasto fermo al bar ad attendere che entrasse dalla porta, ma gli è corso incontro. 

Abbiamo tanti amici poi che nel cammino di discernimento in postulato hanno riconosciuto che erano fatti per un amore più esclusivo e hanno fatto un passo indietro, son tornati a casa. Ma son tornati a casa, capaci di amare! 

Domenica non preghiamo solo perché qualcuno bussi al seminario, ma accogliamo la bellezza di quel consacrato, dono per noi, e testimoniamo la sua vocazione all’amore. 


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Credete che questa bellezza è anche per voi.

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Perchè? Perchè mi ha fatto pensare moltissimo. E’ arrivato solo due giorni dopo che abbiamo proposto alcune riflessioni su Amoris Laetitia ad un gruppo di Bologna che ci aveva contattato. Un incontro che non è è andato proprio benissimo. Per alcuni di loro abbiamo mostrato poca sensibilità mostrando la bellezza del matrimonio. Secondo queste persone è necessario avere pudore nel presentare la bellezza, perché anche la bellezza può far male a chi fa fatica, a chi non ha un matrimonio meraviglioso. Insomma anche la bellezza può essere percepita come una clava che picchia e non come balsamo di speranza.

La risposta ce l’ha data Il Vangelo. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano. Ciò che impediva agli apostoli di credere era solo una cosa: era troppo bello per essere vero!

Così è anche per noi oggi. Non riusciamo a credere che il matrimonio, abitato da Gesù e sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere davvero così bello come la Chiesa ci propone. E’ troppo bello credere che esista un amore che sia proprio così radicale, che sia indissolubile, che sia fedele, che sia gratuito e incondizionato. Non è possibile! Perchè proprio io dovrei farcela? Qualcuno potrebbe pensare che Antonio e Luisa riescono, perchè sono bravi loro, perchè sono stati fortunati a incontrarsi, perchè c’è stata “la giusta congiunzione astrale“. Qualcuno potrebbe pensare che non può essere così per tutti. Qualcuno potrebbe dubitare che Antonio e Luisa davvero vivano quello che raccontano.

Amoris Laetitia è una lettera colma di bellezza e di speranza. Noi vogliamo dirlo senza falso pudore e senza vergogna: il matrimonio è meraviglioso. La notizia è che non siamo perfetti. La notizia è che non solo non siamo perfetti, ma che siamo partiti peggio di tantissimi altri.

Luisa era piena di blocchi e di ferite e per questo non riusciva ad aprirsi affettivamente. Io, Antonio, mi nutrivo quasi quotidianamente di pornografia, e non vedevo l’ora di realizzare su Luisa tutte le mie fantasie. Eravamo questi. Due poveretti che da soli avrebbero combinato ben poco e che hanno avuto la grazia (immensa e immeritata, come tutte le grazie) di incontrare Gesù grazie a un uomo di Dio, il cappuccino Padre Raimondo Bardelli (1937 – 2008), il quale ha preso molto sul serio le catechesi di San Giovanni Paolo II sulla Teologia del corpo e le ha diffuse, portando speranza a noi giovani, feriti e disillusi.

Non dobbiamo aver paura di dire che il matrimonio è per tutti. Il matrimonio è una meraviglia possibile a tutti. Non è solo per una élite di persone. Solo per quelli bravi. No, è proprio per tutti. Affidatevi a Gesù, non abbiate paura. Credete che questa bellezza è anche per voi. Non smettete di crederci e impegnatevi a fondo per farla andare bene. Molte volte le relazioni muoiono e i matrimoni saltano proprio perchè non si crede più che possa essere possibile vivere una relazione bella. Si comincia a pensare di aver sposato la persona sbagliata. Non si lotta fino in fondo. Si molla, perché non ci si crede più.

Non voglio sottovalutare le situazioni e le sofferenze che spesso abitano le relazioni matrimoniali. So benissimo che le situazioni possono essere anche molto pesanti, a volte insostenibili. In alcuni casi, la separazione non solo è necessaria ma anche consigliata dalla Chiesa. Vi dico solo di NON smettere di credere che voi siete una meraviglia e che anche il vostro matrimonio può esserlo. Gesù è morto e risorto per salvare e redimere non solo noi poveri peccatori, ma anche il nostro matrimonio. Crediamoci! Lui ci crede! Non significa che non ci saranno fatiche, problemi, incomprensioni, nervosismi e tutte queste povertà che ci abitano, ma vuol dire che il male che possiamo farci non sarà mai superiore al bene, alla grazia e alla volontà di perdonarci e ricominciare. Ce la possiamo fare e ogni volta che superiamo crisi e difficoltà tutto sarà ancora più bello.

Concludo con le parole di Papa Francesco che sono per noi impulso e incoraggiamento:

Rendo grazie a Dio perché molte famiglie, che sono ben lontane dal considerarsi perfette, vivono nell’amore, realizzano la propria vocazione e vanno avanti anche se cadono tante volte lungo il cammino. A partire dalle riflessioni sinodali non rimane uno stereotipo della famiglia ideale, bensì un interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano sono sfide. Non cadiamo nella trappola di esaurirci in lamenti autodifensivi, invece di suscitare una creatività missionaria.

Amoris Laetitia 57

Antonio e Luisa

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Tommaso non crede che si possa risorgere dal male.

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere.

L’incredulità di Tommaso non è quindi sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Gesù ci ha salvato tutti non perchè ha sofferto o perchè è morto ma perchè in quello che gli è capitato si è donato completamente con un amore incondizionato e gratuito. Ha pagato per noi. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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Quando l’intimità guarisce le ferite

C’è una testimonianza che abbiamo raccolto e pubblicato sul nostro blog che racconta benissimo come il matrimonio possa essere un luogo di guarigione. Guarigione della persona, di tutta la persona. Del suo corpo, della sua psiche e del suo spirito. Una guarigione che avviene attraverso il sacerdozio e che apre alla profezia. Una coppia che vivendo bene l’intimità si è trasfigurata ed ora è pronta a farsi prossima partendo in missione in Brasile. Di seguito la testimonianza di Maria e Silvio.

La sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione? Collegandomi con l’argomento del blog matrimonio cristiano sulla sessualità nel matrimonio, volevo condividere con voi la mia storia che, nelle mani di Dio, è stata trasformata, proprio grazie al sacramento del matrimonio.

Sono cresciuta in una famiglia cristiana caratterizzata da un grande senso del pudore e della riservatezza in ambito sessuale, tant’è che cambiavamo canale anche solo per un bacio trasmesso in TV. I miei genitori mi hanno insegnato la bellezza della preghiera, l’importanza della castità prematrimoniale e del rispetto per il mio corpo. Avevo compreso l’importanza di aspettare la persona giusta, lasciando la mia intimità tutta e solo per il mio sposo.

Quando avevo 14 anni nacque mia sorella Chiara. Poco tenmpo dopo, quando Chiara era ancora molto piccola, si scopri che era affetta da una trombosi al rene e i dottori ci dissero che sarebbe morta. Quel giorno andai in chiesa e, davanti alla Madonna, le affidai la mia vita in cambio della vita di mia sorella. Fu così che Chiara, dopo un mese in terapia intensiva, uscì dall’ospedale Sant’Anna guarita. Dopo tante lacrime e preghiere dei miei genitori. I dottori e le infermiere erano scioccati per il miracolo avvenuto. Passò del tempo e per me tutto fu diverso. Non riuscivo a vivere come le altre adolescenti. Ogni argomento mi sembrava così stupido in confronto a quello che avevamo passato in famiglia. Iniziai le superiori. Una sera d’estate io e una mia amica andammo a salutare degli amici. (Entrambe eravamo prese da due ragazzi belli come il sole). Tra una chiacchiera e l’altra la mia amica si allontanò con Giovanni e io rimasi con Filippo (I nomi sono di fantasia).

Filippo, con la scusa di farmi vedere il suo paese,mi invitò a fare un giro in macchina. Mi accorsi troppo tardi che la strada era ben lontana dal centro. Lontana dalla mia amica. Lontana dai miei genitori. La strada divenne sterrata. Si trasformò in un bosco. Finì in una strada chiusa sotto un cavalcavia. Quella sera Filippo fece tutto quello che un uomo può fare su una ragazza. Peccato che io avevo 15 anni e non volevo arrivare a fare quelle cose. Avevo appena scoperto il primo bacio. Lui era un po’ più grande di me. Molto più alto. Molto più forte. Quel luogo era casa sua. Non ebbi la forza né di urlare né di scappare. Avevo paura. Paura di ciò che i miei avrebbero pensato di me. Pensai a mio padre che qualche giorno prima mi aveva fatto ballare una canzone dei Pink Floyd con il rumore della pioggia. Provai vergogna perché avevo permesso a quel ragazzo di toccarmi. Vergogna perché ero salita su quella macchina. Vergogna perché non ero scappata.

Da quel momento è come se Filippo mi avesse strappato l’anima, come se avesse strappato tutto quello che di bello c’era in me. Quello che era successo era come un tatuaggio sul viso che bruciava su tutto il corpo. Odiavo la mia codardia. Odiavo il mio corpo e odiavo la vita. Entrai in un grande buco. Cercai di farla finita e quando lo stavo per fare sentii una voce: “E SE NON FOSSE PER SEMPRE COSÌ?” Ebbi una visione. Vidi una capanna e un ragazzo che mi sorrideva con un amore immenso che mi diceva: “Un altro giorno comincia”. Aprii la tenda e vidi molti bambini e famiglie tutte insieme. FELICI. Finì la “visione” e io piansi tanto.

Perché ve lo racconto? Perché il Signore ha trasformato questo cumulo di macerie in una casa colorata. Passai 5 anni senza dire nulla a nessuno, finché un sacerdote (che aiutava povere ragazze di strada ad avere un lavoro dignitoso) nella confessione capì cosa stavo vivendo e mi disse: “Ma cara, cosa potevi fare? Avevi 15 anni, avevi paura, quel ragazzo non doveva nemmeno cominciare senza il tuo consenso. Sei una ragazza STUPRATA.

Lo disse ad alta voce. E divenne REALE. Provai un grande sollievo. Da quel momento passavo dalla chiusura, al voler usare i ragazzi prima che loro usassero me. Vivevo il sesso come arma. Vivevo la mia femminilità come arma. E in tutto quel gran caos l’unico pensiero era quella capanna, quel ragazzo, quelle famiglie. Dopo tanto cammino, fatto di alti e bassi, cadute, salite, discese, amori infranti, progetti allontanati, e anche la separazione dei miei genitori, non riuscivo ad accontentarmi. Non mi bastava una vita uguale alle altre. Non mi bastava lo stipendio le bollette, la carriera. Non mi bastava il ragazzo simpatico, il ragazzo buono, il ragazzo di chiesa. Cercavo quel ragazzo, quello della capanna. Un ragazzo che, come me, voleva vivere della provvidenza, nel donarsi, nella missione, nella famiglia aperta. Mi nascondevo, nelle vicende del Signore degli Anelli dove l’amicizia era sincera, l’amore era puro e si lasciavano tutti i confort per distruggere il nemico e rendere migliore la terra.

Quando incontrai Silvio faccia a faccia nella fila al confessionale della Festa della Vita, era una domenica. Parlare con lui fu naturale come bere dell’acqua. Poi non lo vidi per un mese. Era però rimasto nel mio cuore. Ed ebbi molta paura. Avevo 28 anni. Era lui il ragazzo della capanna. Era lui che aspettava la sua sposa nella castità, che voleva la missione, la famiglia aperta. Avevo paura di non essere all’altezza. Paura di ferirlo. Paura di me stessa. Avevo paura che avrei trasmesso anche a lui quel senso di schifo che mi sentivo addosso, come un virus. Avevo paura che dopo il matrimonio non sarei mai stata capace di donarmi completamente. Conoscevo la sua “fama” di grande ragazzo lavoratore, di sincero amico, sapevo che era stato in missione, che aveva passato metà della sua vita in Comunità Cenacolo per scelta di vita.

Negli anni avevo seguito il suo percorso tramite i passaparola, ma mai avrei pensato che il mio ragazzo della capanna fosse proprio lui. Cercai in ogni modo di allontanarlo, spaventandolo con le mie storie, con il mio passato, cercando di essere fredda, distaccata. Volgare. Nulla. Lui era lì. Aveva capito il mio gioco. Ed io ero senza più riserve davanti a lui che mi amava così come ero. A Medjugorje ebbi la risposta dalla Mamma che più mi conosce. “Questa è la strada, Percorrila.” Dissi il mio “Eccomi” e fu solo una grande gioia e una grande pace. Il giorno delle nostre nozze fu il giorno più bello della nostra vita. Come tutti i giorni a seguire.

Nel Sacramento del Matrimonio il Signore ha guarito ogni ferita inferta quella brutta sera di 14 anni prima, e anche tutte quelle che io stessa mi ero inferta da sola negli anni successivi per punirmi. Ogni volta che mio marito ed io entriamo in paradiso, vivendo la nostra intimità in modo pieno, tenero, nel dono reciproco, è come un balsamo che chiude sempre più quegli squarci. Il Signore è stato crocifisso, ed io con lui. Nella sua Risurrezione i buchi dei chiodi sono rimasti ma non c’è più sangue ma Luce, Vita, Perdono, Grazia, Salvezza come nelle mie ferite. Lui passa attraverso mio marito ed io guarisco, mi salvo, trovo pace. Spero davvero che ogni coppia di sposi capisca il dono che hanno nelle mani e nella loro relazione. Nella loro intimità. Che grande vocazione! Che grande avventura! Questa vita va celebrata. Una Chiesa che si muove, una Chiesa che crea vita. E voi giovani abbiate il coraggio di non accontentarvi, ma seguite quella voce. C’è solo questa vita per trasmettere, a chiunque ci conosca, che in Lui tutto è possibile se lo lasciamo agire su di noi. È già un piccolo anticipo di Paradiso. Vi saluto di grande cuore. Mio marito ed io siamo prossimi alla partenza per la tanto sudata Missione in Brasile e la nostra amata capanna tra i bambini. Pregate per noi. Noi pregheremo per voi.

Maria e Silvio

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Gli sposi casti non sanno amare?

Il nostro articolo di qualche giorno fa ha fatto scoppiare un dibattito molto acceso. Centinaia di condivisioni e tantissimi commenti favorevoli o contrari. Alla fine tutta la questione si può sintetizzare in una domanda: la sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione?

Sembra strano ma c’è ancora gente che, forse per dei problemi non superati con il proprio corpo o per un’educazione bigotta, vede nell’amore carnale qualcosa di poco santo. Qualcosa che abbassa lo spirito ad istinto e che poco ha a che vedere con un’anima che cerca l’elevazione spirituale. Una premessa prima di continuare è doverosa: ci rivolgiamo agli sposi. Per i fidanzati o comunque per chi è single la castità va totalmente vissuta in altro modo. Il rapporto intimo è un gesto d’amore solo degli sposi.

Chi ha questo tipo di idea puritana e sbagliata della sessualità corre il concreto rischio di imprigionarsi nell’incapacità di aprirsi al dono di sè nel matrimonio. Non è capace di amare una moglie o un marito. Spesso infatti nasconde dietro una facciata di purezza e integrità grosse ferite e chiusure relazionali. In particolare:

Sottovaluta l’attrazione fisica. L’attrazione fisica è un pilone fondamentale del matrimonio esattamente come lo è l’armonia dei caratteri.

Svaluta l’intimità sessuale nel matrimonio. Sovente ritiene l’intimità qualcosa da tollerare per la procreazione. La ritiene materializzante e crede impedisca il progresso spirituale. Guarda al piacere sessuale come qualcosa di poco spirituale per non dire animalesco.

Confonde la castità con l’astinenza. Crede che non avere rapporti, o averne il meno possibile, sia una scelta più santa e sia più casta. La castità coniugale è invece tutt’altro. Consiste infatti nel vivere nel miglior modo, e soprattutto nella verità tra cuore e corpo, la vita affettiva e sessuale nel matrimonio.

Non valorizza il rapporto sessuale come gesto che realizza il sacramento del matrimonio. Il primo rapporto fisico dopo lo scambio delle promesse sigilla il sacramento del matrimonio. Tutti i successivi sono una riattualizzazione di quel primo e quindi del sacramento. I rapporti intimi degli sposi rendono di nuovo attuale la loro promessa matrimoniale con rinnovati doni dello Spirito Santo.

Svaluta le doti del corpo quali dolcezza, tenerezza e sentimento. La tenerezza è il linguaggio privilegiato degli sposi per manifestare amore. Queste persone sono solitamente incapaci di parlare questa lingua, anche nel rapporto fisico. Pensano ai preliminari come qualcosa di sporco e di cui si può fare a meno. Vivono quindi anche quei pochi rapporti che si concedono senza la giusta preparazione del cuore oltre che, naturalmente, del corpo.

Questo, capirete bene, non è il concetto cristiano di sessualità e di relazione affettiva sponsale. Il concetto corretto è quello biblico. Cioè? L’amore è una realtà che scaturisce dall’io profondo della persona, che si riversa nel cuore e che si manifesta nel corpo e con il corpo. Tutta la persona in anima, cuore e corpo partecipa all’amore.

In questa visione biblica e cristiana, l’intimità degli sposi, con tutta la comunione e il piacere che ne conseguono, riveste un’importanza grandissima: permette loro di sperimentare la fusione dei cuori attraverso il corpo. Cercare di perfezionare questo gesto non solo non è sbagliato o sporco, ma è la strada degli sposi verso la loro santità.

 Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.  (Catechismo della Chiesa Cattolica 2362)

Quindi concludendo ci sentiamo di affermare che l’intimità fisica è qualcosa di bellissimo, voluto da Dio stesso per trasmettere amore e generare vita, che gli sposi devono cercare di vivere al meglio delle loro possibilità Senza falsi moralismi. E’ un dono di Dio. Un talento da far fruttare. La modalità concreta più importante per fare esperienza della comunione dei cuori.

Dio non ci chiede di rinunciare a questo incontro, alla comunione e al piacere. Dio ci chiede di preparare al meglio il nostro cuore. Ciò che può essere sporco non è infatti il gesto, ma il cuore con cui ci accostiamo a viverlo. Ciò che può rovinare questo gesto è il peccato. E’ la lussuria e l’egoismo. Rendere cioè l’altro una cosa da usare e non una persona da amare. San Giovanni Paolo II chiama questo atteggiamento adulterio del cuore. L’intimità può essere il più santo dei gesti come la più sporca delle bugie. Dipende da come noi prepariamo il cuore.

Antonio e Luisa

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La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

La nostra missione è essere ciò che siamo

Gli sposi solo per il fatto di vivere la loro sponsalità possono irradiare e mostrare la loro somiglianza con Dio. Detto in parole semplici: marito e moglie che si vogliono bene nella loro vita di tutti i giorni riflettono attorno a loro la luce stessa dell’amore di Dio. Iniziate a comprendere per quale missione meravigliosa siamo stati scelti? La nostra missione profetica non è quindi fare qualcosa di straordinario, non è proprio nel fare, ma semplicemente è essere sposi. Quando viviamo bene la nostra coniugalità profetizziamo l’amore stesso di Dio. La nostra missione è scritta nella nostra identità. Per essere profeti cerchiamo quindi di essere semplicemente ciò che siamo. Cosa siamo? Ce lo ricorda san Paolo II in Familiaris Consortio al paragrafo 17

Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»! Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo l’interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l’essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall’amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.

Familiaris consortio

Ogni aspetto della nostra chiamata matrimoniale rimanda a questa missione comune a tutte le famiglie: siate amore e viveve l’amore. Se noi sposi ci impegneremo a fondo per vivere la nostra vocazione tutto il resto si collocherà nella giusta prospettiva. Tutto troverà il suo posto e il suo senso. Capite come tutto ciò sia davvero liberante? La nostra missione non è un peso come vogliono farci credere. Tutt’altro! Se comprendiamo quanto sia importante imparare a donarci nel matrimonio non possiamo sbagliarci, non possiamo perdere la rotta, non finiremo per cercare invano quel desiderio di senso che ognuno di noi ha dentro di sè. Non significa che non commetteremo mai errori. Significa che nonostante gli errori avremo sempre presente come e dove indirizzare la nostra vita. Senza questa consapevolezza tutto sarà vano, alzarci al mattino, lavorare, fare e brigare. La nostra priorità deve quindi essere di diventare ciò che siamo: una comunità d’amore e di vita. Guardate che qui si gioca davvero la nostra vita e la nostra realizzazione già su questa terra. In un mondo dove c’è sempre più confusione e disperazione, dove ci si affanna ricercando un motivo per vivere, inteririozzare quella che è la nostra missione ci risolve il problema esistenziale. Ogni fatica e ogni sofferenza solo se collocata nella prospettiva della nostra vocazione e più precisamente in un orizzonte che contempli l’amore di Dio e l’eternità di Dio può diventare sostenibile e può non schiacciarci come invece succede spesso a chi fa affidamento solo sulle sue forze e solo su questa vita.

Questo non significa che tutte le coppie di sposi siano uguali e che tutte debbano vivere lo stesso tipo di vita e di profezia. Abbiamo tutti storie, condizioni, situazioni, pregi e difetti diversissimi tra di noi. C’è però un denominatore comune tra tutti noi sposi: vivere l’amore e la presenza di Dio nella nostra personale condizione e nel nostro matrimonio. Riflettere sulla vita degli sposi santi come sono stati ad esempio i coniugi Quattrocchi o come per noi sono stati Chiara Corbella ed Enrico (anche se lui è ancora in vita) non deve scoraggiarci perchè non siamo come loro. Ci deve spronare a comprendere che anche nella nostra famiglia c’è una nostra personale chiamata all’amore e alla testimonianza. Quindi cari sposi se vivete una situazione difficile e che vi comporta sofferenza abbiate fiducia in Dio e affidatevi. La vostra difficoltà e il modo in cui la affrontate possono diventare luce e speranza per chi sperimenta una situazione simile e non trova vie di uscita. Quanto è importante avere delle coppie che non sono perfette e che sbagliano, ma che sanno dove stanno andando e lo dicono con le loro scelte e con la loro vita. Ci sono coppie che hanno bisogno proprio di voi. Dio può portare il suo sostegno a tanti proprio attraverso di voi. Che bello essere sposi così con questa consapevolezza. Persone originali che formano coppie uniche. Non ci sono due coppie uguali al mondo. Questo è meraviglioso!

Antonio e Luisa

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Dio non chiede sacrifici ma di sacrificarsi con noi

Riprendo la prima lettura di ieri. E’ perfetta per fare una riflessione che noi cristiani, io per primo facciamo davvero fatica ad accettare. E’ una realtà sempre difficile da accogliere, ma che se accolta ci permette di fare quel salto di qualità, ci permette una conversione vera.

Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio

Questo è il Dio di Abramo, questo è il nostro Dio. Non è un Dio sanguinario, non ci chiede sacrifici per sè. Non è quel tipo di divinità venerata nei luoghi abitati da Abramo in quel tempo. Abramo abitava luoghi dove i sacrifici umani esistevamo davvero e probabilmente bambini e giovinetti erano offerti in olocausto per gli dei. Il Dio di Abramo non è così. Il Dio di Abramo ferma la mano del patriarca già pronta a colpire e uccidere il suo unico figlio Isacco. Dio gli chiede altro. Dio si mostra per quello che è. Un Dio che desidera amare prima che essere amato, un Dio che si offre. Chiede ad Abramo di uccidere sì, ma un ariete impigliato in un cespuglio. In altre traduzioni si parla di roveto. Alcuni esegeti vedono in quell’ariete una prefigurazione di Gesù. Gesù offerto per noi. Gesù offerto al nostro posto. Dio offre se stesso. Questo è il nostro Dio. Un Dio che dà la vita e che non chiede la nostra.

Capite cosa significa questo? Il nostro Dio non ci toglie le difficoltà. No! Non fa questo. Spesso noi vorremmo un dio che ci proteggesse da ogni male e da ogni sofferenza. Un dio così non sarebbe altro che un amuleto. Non ci sarebbe una vera relazione d’amore. Ti prego, ti invoco, vengo a Messa, faccio pellegrinaggi perchè tu mi devi togliere ogni male. Questo non è amore, è commercio, è dare per avere. Dio non toglie le difficoltà ma cerca una relazione con noi, la cerca affrontando le nostre stesse fatiche accanto a noi. Spesso nella sofferenza alziamo il nostro grido a Dio: Dove sei? Perchè mi hai abbandonato? Sia chiaro, alzare il nostro grido è umano. E’ sbagliata però la prospettiva. Gesù non ci ha abbandonato. E’ lì con noi, è lì che soffre con noi. Questo cambia tutto. Non ci sarà più nulla che potrà distruggerci e schiacciarci. Ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura sempre di ieri: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Se Dio è con noi nulla potrà essere così grande e così forte da farci disperare. Alzeremo lo stesso un grido, la fatica e il dolore fanno male, ma sarà un grido diverso. Cosa significa questa sofferenza che ci hai dato? Che hai dato a me e a te. L’hai data a me con te. Ogni situazione sarà letta in una prospettiva feconda. Cosa posso fare adesso? Come posso lasciarmi amare da te? Come posso sentire la tua presenza? Come non pensare ad un esempio luminoso come quello della venerabile Chiara Corbella e a come ha saputo affrontare tutta la sua storia matrimoniale con Enrico. Due figli morti alla nascita e poi la sua malattia scoperta quando aspettava Francesco il suo terzo bimbo. Una malattia che l’ha portata alla morte. Una serie di difficoltà che avrebbero steso chiunque. Lei le ha sopportate sempre con la certezza di avere Dio accanto. Un Dio presente nel suo matrimonio sacramento con Enrico. Tanti la vedono come una donna inarrivabile, in realtà ci ha mostrato ciò che tutti possiamo avere se solo riusciamo a costruire una relazione d’amore con Gesù. Non era una donna con i superpoteri, ma una donna che si è lasciata amare da Gesù. Per questo la sua vita mi interpella in modo prepotente. Perchè lei ha mostrato che si può sconfiggere anche la morte e le malattie che sono le cose che più mi spaventano. Per questo la amo tanto e la vedo come una sorella maggiore (anche se era più giovane di me).

Il mio pensiero va anche ad un’altra fatica sempre più comune tra gli sposi. Penso a tutte quelle mogli e tutti quesi mariti che vengono abbandonati. Credo sia naturale per loro chiedersi il perchè di quel fallimento. Perchè se ne è andato/a? Gesù, avevo messo tutte le mie speranze nel matrimonio? Mi fidavo di te Gesù eppure se ne è andato/a. Anche tu Gesù te ne sei andato con lui/lei. Ora mi sento completamente solo/a. Non me lo meritavo. Eppure non è così. Chi ha davvero costruito una relazione con Gesù sa di non essere da solo. Certo non è immediato comprenderlo. La separazione fa male, fa tanto male. Eppure, questo è quello che ho capito parlando con tanti sposi fedeli e abbandonati, piano piano si fa presente una consapevolezza. Queste persone comprendono come non siano loro ad essere sole. Con loro c’è Gesù, Gesù anch’esso abbandonato da chi se ne è andato/a, come lo sono loro Chi se ne va non solo abbandona un marito, una moglie, magari dei figli, ma con quella scelta ha rinnegato anche lo stesso Gesù. Chi comprende tutto questo diventa una persona capace di offrire la sua sofferenza per il bene di chi l’ha tradita, proprio perchè sa che a lei è rimasta la ricchezza più grande che è la relazione con Gesù, che non finisce con un fallimento matrimoniale, ma che al contrario può diventare ancore più forte e bella. Ciò, lo ripeto, non toglie il dolore, non toglie momenti in cui ci si sente soli, ma dà un senso e una prospettiva che riempiono il cuore.

Il nostro Dio è incredibile. Difficile da accogliere quando costa fatica ma meraviglioso per come sa riempire il nostro cuore quando riusciamo ad aprirci al Suo amore.

Antonio e Luisa

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Lo vide e gli disse: Seguimi!

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?».
Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 5,27-32.

Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Levi. Gesù vede oltre. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo.

Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo scruta dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama.

Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Chi è il profeta? ( Sposi profeti 2 capitolo)

Chi è il profeta per noi cristiani? Partiamo dall’etimologia. Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per. Nel nostro caso è colui che parla per Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. La Parola di Dio è viva, eterna e potente e il profeta la traduce in un linguaggio comprensibile dagli uomini del suo tempo. La profezia naturalmente non è un concetto solo cristiano. Non è una nostra prerogativa. Esiste praticamente da sempre. Come è nata quindi la profezia?

Lo possiamo comprendere osservando la storia antica. Nel Medio Oriente, come in ogni civiltà del passato, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone che credeva capaci di intendere e di comunicargli la volontà delle divinità in cui lui e il suo popolo confidavano. Il re aveva bisogno di sapere se avrebbe avuto il favore del suo dio o dei suoi dei. Come non pensare a quello che significava Delfi con i suoi oracoli per i greci. Oppure quanto fossero importanti gli aruspici per gli etruschi, o i sacerdoti per gli egizi. Ogni popolo aveva una consapevolezza dell’esistenza di una o più entità divine che governavano il mondo e aveva bisogno di sapere cosa queste divinità pensavano e volevano da loro. Spesso nell’antichità il sacerdote era anche veggente, profeta o oracolo. Per Israele non era così. Sacerdoti e profeti erano due figure solitamente diverse. I sacerdoti erano coloro che offrivano a Dio riti o sacrifici, mentre i profeti erano coloro che traducevano la parola e la volontà di Dio. Per gli israeliti il prototipo dei profeti è incarnato sicuramente da Mosè. Mosè che è stato un chiamato e un mandato. Dio lo ha scelto per usarlo come messaggero per il Suo popolo. Il nome che gli ebrei davano ai profeti era Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta aveva sempre la consapevolezza e la coscienza di manifestare una realtà che non era sua. Il profeta Amos disse: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Il profeta Geremia aveva coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno: Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Il profeta spesso non nutriva nessun desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Essere profeta (perchè profeta non si fa ma si è) non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo, quando Dio incaricava il profeta di rivelare la Sua volontà, non gli chiedeva solo di parlare in Suo nome ma tutta la persona del profeta diventava Parola vivente. Osea fu chiamato a sposare una prostituta: Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore. Perfino i figli facevano parte della profezia. Ezechiele perdette la moglie, quella che lui chiamava Luce dei miei occhi, e Dio non gli permise neanche di manifestare il lutto. Un atteggiamento che scandalizzò il popolo che non comprendeva l’atteggiamento di Ezechiele. Dio usò in questo modo Ezechiele per far capire al Suo popolo che per i tanti peccati commessi avrebbe perso tutto: Voi farete come ho fatto io: non vi velerete fino alla bocca, non mangerete il pane del lutto.  Avrete i vostri turbanti in capo e i sandali ai piedi: non farete il lamento e non piangerete: ma vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro.  Ezechiele sarà per voi un segno: quando ciò avverrà, voi farete in tutto come ha fatto lui e saprete che io sono il Signore Dio.

Attraverso i gesti e le azioni dei profeti, Dio comunicava con il suo popolo. Un profeta veniva chiamato a profetare quindi con tutto il suo essere. Un’altra considerazione importante. In Israele c’era una grande differenza tra re e profeta. Il re poteva essere eletto, o comunque scelto, dal popolo, come accadde ad esempio per Saul e per Davide. Per il profeta non funzionava così. Il profeta era chiamato direttamente da Dio. Il profeta faceva quindi quello che Dio gli chiedeva. Il profeta doveva essere libero di svolgere la sua funzione senza dover rendere conto a nessuno all’infuori di Dio. A volte doveva rimproverare come Natan verso il re Davide: Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita. Altre volte il profeta incoraggiava come scritto in Geremia o altre ancora prediceva il futuro come in Isaia: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.  Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Il profeta infine correggeva anche le idee del popolo, annunciava castighi o benedizioni. I profeti non cercavano la benevolenza del popolo. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciavano qualcosa di nuovo e non sempre favorevole, sapevano andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia prima di Gesù fu Giovanni Battista. Giovanni Battista era una persona profondamente libera, era una persona talmente libera che non aveva nessuno che lo pagava. Si nutriva di insetti e di miele e si vestiva di abiti fatti di peli di cammello, che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti perdette letteralmente la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico.

Poi venne Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù ha rivoluzionato tutto. Nei prossimi capitoli vedremo in che modo. Intanto ricordiamo che il profeta ha due caratteristiche fondamentali che lo costituiscono: è CHIAMATO ed è LIBERO. Queste due qualità saranno determinanti anche per la nostra profezia di sposi cristiani.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo

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La Quaresima per non essere schiavo

Da quando curo questo blog c’è un articolo che propongo all’inizio della Quaresima. Sempre lo stesso. Credo che in realtà anche io ho bisogno di rileggerlo. Ci tengo particolarmente perchè mi riporta all’inizio del mio cammino con Luisa.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace? Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori, per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo che, seppur lodevole, non ci cambia veramente e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo.

Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace.

Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo.

Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore autentico. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità.

La Quaresima non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa. Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio nasce dal Battesimo (Sposi profeti 1° capitolo)

Oggi inizio una serie di articolo per presentare un aspetto del nostro essere sposi. Approfondiremo l’aspetto profetico. Cosa significa dire che gli sposi sono profeti dell’amore? Nei prossimi articoli cercherò di spiegarlo, come ho già fatto in passato per l’aspetto sacerdotale (dalla raccolta di quelle riflessioni ho poi pubblicato il libro Sposi sacerdoti dell’amore). In questo capitolo introdurrò le basi sulle quali poi costruire tutte le riflessioni successive. Si parte naturalmente sempre dal Battesimo che è sorgente di ogni altro sacramento in quanto ci lega a Gesù come i tralci alla vite.

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Marco 1, 1-8

Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui perchè in comunione con Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Volete capire l’intimità degli sposi? Guardate l’Eucarestia.

Parliamo nuovamente di sessualità. Non a caso ci sono delle persone che mi accusano di essere fissato. Secondo queste persone ciò che conta nell’amore non è l’eros ma è il sacrificio, è il dono di sè. Cosa è il rapporto fisico se non la più alta espressione (corporea) proprio del sacrificio e del dono di sè. Io sono quindi d’accordo con loro. E’ vero, l‘amore sponsale è una scelta radicale che potrebbe chiederci di abbracciare la croce, come avviene per tanti sposi abbandonati che restano fedeli alla promessa. Siamo davvero sicuri però che l’intimità fisica non c’entra nulla con il sacrificio di Cristo? Vi mostrerò che hanno molto in comune come hanno molto in comune Eucarestia e sacramento del matrimonio.

Ripassiamo un po’ dell’abc della nostra fede. L’Eucarestia è il corpo e il sangue di Gesù. Gesù si fa magiare da noi. Gesù si fa pane e vino per farsi mangiare da noi tanto è grande il suo desiderio che noi diventiamo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote (i sacerdoti ordinati lo sono in Cristo), offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per ognuno di noi.

Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta (offriamo noi stessi) l’uno per l’altra, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Siamo sacerdoti quando puliamo casa, quando cambiamo un pannolino, quando ci diamo un bacio, quando ci abbracciamo e, soprattutto, quando…..eh si, quando facciamo l’amore.

L’amplesso fisico degli sposi rimanda quindi all’Eucarestia. In quel gesto, che diventa gesto sacro, diventiamo offerenti di noi stessi. Attraverso il nostro corpo offriamo tutto di noi all’altro/a, come Cristo ha offerto tutto di sè sulla croce per noi. L’intimità nel matrimonio è elevata a gesto sacramentale. Per questo è importante viverla bene. Per questo è importante vivere questo gesto solo con nostra moglie o nostro marito.

Ho trovato un commento di don Manuel Belli un giovane teologo del seminario della mia città Bergamo che esprime molto bene questo parallelismo tra Eucarestia e sessualità degli sposi: Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’Eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l‘una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’Eucarestia

Capite la grandezza? Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro/a come Gesù si è donato per noi. E’ vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Questo è quello che abbiamo scoperto grazie al nostro padre spirituale padre Bardelli, grazie alla Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II e adesso grazie anche a Papa Francesco. La sessualità non è qualcosa di sporco. Noi possiamo sporcarla quando la viviamo nella menzogna e nell’egoismo. La sessualità va riscoperta come via di santità e di bellezza. La sessualità è un’esperienza meravigliosa che ci introduce nell’amore e nel mistero di Dio.

Antonio e Luisa

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Quando non puoi più crescere fatti piccolo.

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere e cacciarlo/a di casa abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro/a. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro/a non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro/a. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro/a.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Autorealizzazione e dono di sè

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” Lc 9, 23

Quanto è difficile mettere insieme, nella visione cristiana, il concetto di autorealizzazione e dono di sé. Sembra che i due termini facciano a cazzotti perché l’autorealizzazione, così di pancia, sembra richiamare la soddisfazione di sé fine a se stessa, dei propri bisogni, autoaffermazione, focalizzazione su sé; mentre il dono di sé evoca la proiezione sull’altro, prendersi cura e occuparsi dell’altro, mettere l’altro al centro. In una visione cristiana sembra che apparentemente bisogna incentivare il dono di sé a scapito dell’autorealizzazione.

Questo processo, se non lo spieghiamo bene e se non allarghiamo la visuale, se non si chiarisce la portata spirituale ed esistenziale, rischia di distruggere vite e relazioni, anziché edificarle. Allora la domanda che posiamo fare è questa: QUANDO AUTOREALIZZAZIONE E DONO DI SE’ DIVENTANO PECCATO? Cioè quando questi due movimenti, invece di farti fare centro nell’amore a te stesso e all’altro, ti fa deragliare e soffrire?

Affinché l’amore sia fecondo, è importante che tu nella tua vita sia soddisfatto, realizzato, che tu possa portare avanti sogni, desideri, progetti, aspirazioni e ambizioni e che tu possa custodire ed esprimere bisogni ed esigenze. Tutto questo ti fa fare centro quando prenderti cura della tua realizzazione e bisogni ti fa sentire talmente soddisfatto e felice che questa gioia ti viene voglia di riversarla su chi hai intorno. La contentezza che costruisci nell’edificare i tuoi desideri diventa fertilizzante per le tue relazioni. Se invece il centro è il tuo ombelico e l’autorealizzazione diventa un idolo che ti rende schiavo, il fine diventi tu e probabilmente sei disposto a masticarti chiunque pur di portare avanti quello che vuoi. Se prenderti cura di te, dei tuoi sogni, dei bisogni ti stacca dagli altri, allora rischi di sbagliare bersaglio.

Questo discorso non vale se le persone da cui ti stacchi sono i genitori, perché nel processo di desatellizzazione che ogni persona deve fare, ti tocca proprio andare dietro alle cose tue e deludere, per certi versi le aspettative dei tuoi genitori. Ma questo sarebbe un tema a parte. La Parola di Dio illumina questo discorso: lontani da una visione dolorifica delle parole di Luca 9,23, rinnegare se stesso non vuol dire darsi addosso, mettersi da parte sempre, schiacciarsi, reprimersi, castrarsi, snaturarsi, violare la propria identità. Piuttosto smettere di misurare fatti, decisioni e situazioni avendo come unico metro te stesso. Sei tentato a gestirti da solo le cose e che hai il controllo di tutto, pensi di non aver bisogno di nessuno e ti bastano le tue maschere e le sovrastrutture che ti sei costruito per cavartela. Ma Cristo ti dice: “Se tu vuoi fare la strada con me, se tu pensi che io sia un modello da cui prendere ispirazione, allora rinuncia a misurare la vita con l’egoismo e le tue maschere. Prendi in mano le tue fragilità, ciò che ti devasta di più, ciò che ti fa più male e vieni dietro a Me che ho sconfitto la più grande delle fragilità: la morte”. Il nostro Maestro non è un morto, ma un risorto! Questa è la potenza e la speranza della nostra fede!

Ad esempio quando noi come coppia abbiamo vissuto quel lungo periodo di crisi tremenda che più volte abbiamo raccontato, la possibilità di decentrarci e cogliere finalmente l’uno l’esperienza dell’altro, ci ha permesso di risorgere su quelle dinamiche che sembravano solo morte. Se ci fossimo focalizzati solo sull’autorealizzazione di sé in una visione egoistica sbagliata ci saremmo separati. Invece al contrario abbiamo usato il nostro desiderio di sentirci realizzati e felici per lottare e combattere, per trovare una strada che ci facesse sentire finalmente bene, amati e soddisfatti.

Il dono di sé è peccato quando ti odi, ti dai addosso, quando ti metti da parte in una posizione vittimistica, per cui mentre ti dai all’altro accumuli rabbia e rancore oppure ti ammali (somatizzi tutta la rabbia repressa). Quando stai nella sindrome di crocerossina o di principe azzurro, quando stai in un copione di adattamento, il dono di sé diventa un idolo. PER DONARTI DEVI POSSEDERTI. Se sei consapevole di chi sei, cosa vuoi, quali sono le cose importanti, in cosa sei autentico, allora lì senti pienezza e il dono è vero. Se non ti occupi di te, dei tuoi sentimenti, dei tuoi bisogni, delle tue ferite, dei tuoi sogni, di quel Bambino Gesù dentro te stesso, non puoi amare veramente l’altro. Quando invece il dono di te è consapevole, gratuito, magari anche faticoso, e ti senti in pace, ecco che stai facendo centro. Allora si gode insieme e l’autorealizzazione di uno diventa l’esultanza dell’altro. E la gioia è benedizione!

Claudia e Roberto

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Missionari dell’amore

Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 9,16-19.22-23.

Queste parole di Paolo sono quasi un testamento per ogni cristiano. Chi incontra Cristo non può che desiderare di condividere una ricchezza tanto grande con tutti. Così dovrebbe essere anche per noi sposi. Siamo anche noi dei mandati. Siamo dei missionari dell’amore. Lo siamo non tanto con le parole ma con la nostra vita. La nostra missione è diventare ciò che siamo. San Giovanni Paolo II lo ribadisce nella sua esortazione Familiaris Consortio: Famiglia diventa ciò che sei. Aggiungo io: Cosa sei famiglia? Sei una comunità d’amore. Ecco questa è la nostra missione: predicare il Vangelo, la buona notizia, attraverso la nostra vita di sposi. Tutto il resto viene dopo.

San Paolo ci fornisce anche delle coordinate. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno.

Libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Questa affermazione è decisiva. Lo è per ogni uomo e per ogni donna. Possiamo farci servi dell’amore solo se siamo liberi. Non siamo servi dell’altro/a ma servi dell’amore. Non c’è dipendenza affettiva e psicologica verso nessuno. Il nostro asservirci all’altro/a e al suo bene è una nostra libera scelta di sposi. Non per paura di perderlo/a ma per il desiderio di condurlo/a a Dio. Qui c’è tutto il senso della nostra vocazione di sposi. Qui c’è il senso dell’amore che delle volte diventa croce. Una croce scelta per amore e non subita per paura o per debolezza. Solo così può essere sostenibile e non schiacciare. Solo così può essere uno strumento di salvezza per il nostro coniuge e per il mondo intero.

Mi sono fatto debole con i deboli. Questo atteggiamento l’ho sperimentato concretamente in prima persona nel mio matrimonio. L’ho raccontato diverse volte. Luisa si è fatta debole quando io ero debole. Quando ormai 15 anni fa ho affrontato la mia crisi più grande, quando facevo fatica ad accettare le mie responsabilità di marito e di padre, lei si è fatta più debole di me. Ha sopportato il mio atteggiamento distante e freddo e mi ha amato per prima e senza chiedermi nulla in cambio, se non di accogliere il suo amore. Questo suo abbassarsi mi ha permesso di risollevarmi. Questo significa farsi debole con i deboli. Solo così ho compreso quanto fosse grande il suo amore e quanto io fossi fortunato ad averla accanto. Vale naturalmente sempre il primo punto. Può essere un gesto di autentico amore solo quando è libero.

Mi sono fatto tutto a tutti. L’amore sponsale ci chiede di darci completamente. Ci chiede di non tenere nulla per noi. E’ una scelta, non a caso, definitiva. Il matrimonio è fedele e indissolubile. Questa è la sua forza profetica. Diventa davvero immagine dell’alleanza tra Gesù sposo e la Chiesa sua sposa. Un’alleanza che resiste a tutte le infedeltà ed è capace di risorgere ogni volta perchè il bene della relazione sponsale è sempre un po’ più grande rispetto al male. Scegliamo di amarci così non perchè Dio lo vuole o la Chiesa ce lo impone. Nulla di tutto questo. Il desiderio di questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia. Un amore radicale che diventa fecondo per noi e per il mondo intero.

Dio ci ha consacrato (ci ha reso suoi) nel matrimonio e ci ha inviato in missione. Ci ha mandato nel mondo affinchè la nostra relazione possa mostrare il suo amore. Una relazione fatta da due persone fragili e piene di ferite, ma proprio per questo capaci di vedere in quelle impefezioni un’occasione per amare e donarsi l’uno all’altra in modo gratuito e incondizionato.

Antonio e Luisa

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