Le giare a Cana erano solo sei.

Oggi mi soffermo su un particolare delle nozze di Cana. Sappiamo bene il significato dell’acqua e del vino, ma c’è qualcosa forse a cui non abbiamo prestato attenzione. Nulla nel Vangelo è messo per caso e nulla è superfluo. Il Vangelo di Giovanni al capitolo due cita:

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.

Sembra un particolare poco importante. Cosa può raccontarci questa specifica? In realtà è molto importante. Giovanni ci sta dicendo due cose estremamente importanti. Le anfore erano 6 ed erano di pietra. Già queste due caratteristiche aprono a una riflessione fondamentale.  Le giare sono sei. Sono una meno di sette. Sette è il numero della perfezione, della pienezza. Quelle sono solo 6. Come a dire che manca qualcosa nella vita degli sposi. Che non basta l’acqua, il loro amore, per quanta volontà e impegno ci possano mettere. Quelle giare vanno riempite. Non solo! Sono di pietra. Strano per l’epoca. Di solito erano in terracotta o in altri materiali più leggeri. Sono di pietra come sulla pietra è stata scritta la legge di Dio. La legge e il nostro amore di sposi non bastano per vivere in pienezza il nostro matrimonio. Quelle giare vanno riempite, vanno riempite di vino, di Spirito Santo. L’unico modo per farlo è ammettere che non ci bastiamo, che non basta ciò che abbiamo. Allora se ci affidiamo a Gesù e iniziamo una relazione d’amore con Lui, il nostro amore diventerà sempre più bello e vero. Solo amando Gesù potremmo amarci sempre più tra di noi e amandoci sempre più avremo il  desiderio di amare Gesù insieme in un circolo virtuoso che non può che accompagnarci sempre più vicini a Gesù.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Un’astinenza feconda!

Oggi parliamo di astinenza. Già, perché questa epidemia sta modificando anche le nostre relazioni intime. Non è un aspetto secondario del matrimonio. E’ una situazione che riguarda moltissime coppie di sposi. Persone che sono malate, che sono state malate come me, che sono entrate in contatto con persone malate, infermieri e medici. Insomma l’astinenza non riguarda solo me e Luisa, ma un numero elevato di coppie di sposi.

Oggi è un mese che non ho rapporti intimi con la mia sposa e per alcune settimane ancora non potrò averne. Per noi è un tempo molto lungo, lunghissimo. Dio ci sta dando un’opportunità anche adesso, nell’emergenza, nell’impossibilità di avere una vita sessuale normale. Ci sta, anzi mi sta (riguarda soprattutto me), dando l’opportunità di esercitare il mio amore, il mio desiderio verso la mia sposa in modo diverso. Di essere capace di slegarlo dal piacere sessuale. Troppe volte gli uomini sono teneri verso la propria sposa in modo condizionato e non gratuito. In vista dell’incontro sessuale. Questo fa sentire l’amata, che non è cretina, usata. Quella tenerezza appare finta e strumentalizzata. Questi giorni sono un’opportunità grande che Dio mi sta dando per esercitare la vera tenerezza. Senza secondi fini. Per il piacere che il semplice gesto tenero può regalare a me e alla mia amata. Ed è così che quando ci incrociamo in casa, e capita spesso, ci scambiamo uno sguardo, una carezza, una breve parola buona. Ci ascoltiamo. Siamo al servizio l’uno dell’altra. La tenerezza diventa vero linguaggio d’amore che scalda la casa, che scalda noi e i nostri figli.

Non solo! Queste settimane passate e quelle che ancora passerò senza potermi unire alla mia sposa non saranno settimane aride. Al contrario saranno feconde d’amore e di desiderio. Quando potremo di nuovo unirci nel corpo sarà un momento meraviglioso, un momento preparato da un tempo di astinenza ma non povero, ricchissimo di tenerezza e di amore. Sarà come entrare in giardino dove assaporerò i frutti migliori. Mi sentirò come Salomone che nel Cantico sente la sua amata esclamare:

Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Tante piccole chiese davanti alla TV

Ieri alle 18 abbiamo vissuto, credo, un momento meraviglioso e per certi versi unico. E’ vero non possiamo partecipare alla Santa Messa e non possiamo confessarci. Tutto questo ci manca e forse saremo capaci di apprezzarlo maggiormente quando tutto tornerà alla normalità, anche se non sarà più come prima. Tornando a ieri, la preghiera del Papa e la benedizione urbi et orbi sono state come il culmine di una “nuova” vita che stiamo sperimentando, un nuovo atteggiamento, una rinnovata scelta di quelli che sono i valori importanti. Chiusi in casa, ma non reclusi. Al contrario stiamo assaporando una libertà che prima tutti gli impegni, i pensieri, le scadenze, ci impedivano di avere. Stiamo per certi versi sperimentando la bellezza della vita di clausura. Come fanno le suore di clausura ad essere felici della loro scelta? Forse stiamo cominciando a comprendere qualcosa. Stiamo riscoprendo cosa significa essere Chiesa domestica. Stiamo riscoprendo quello che scrive il Papa al punto 86 di Amoris Laetitia:

Nella famiglia, “che si potrebbe chiamare Chiesa domestica” (Lumen gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. “È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita

In questi giorni ci stiamo immergendo in questa realtà. Ci si aiuta di più, ci si dedica più tempo, ci si ascolta di più, ci si perdona quando c’è bisogno. La nostra giornata, poi, è scandita da due attività. Dalla scuola dei figli (e il nostro lavoro da casa) e dalla preghiera. I figli non partecipano alla preghiera sempre, a volte partecipano ma sono svogliati, altre volte va meglio. Sanno però che in determinati momenti della giornata ci si ferma e si apre il cuore a Gesù, per le nostre fatiche, per i nostri sofferenti e i nostri morti. E poi ieri, davanti alla TV, ho assistito a qualcosa di straordinario. Noi in casa, nella nostra piccola Chiesa domestica, come innumerevoli altre famiglie, e lui, il Papa che per tutti noi offriva la sua preghiera a Dio con l’intercessione di Maria, per la nostra salvezza. Papa Francesco ha scritto che La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche.

Ecco ieri ho visto proprio questo. La cattolicità, l’universalità della Chiesa incarnata dal Papa e noi piccola Chiesa domestica, prima e più importante cellula. Nella nostra piccola chiesa possiamo far nascere una piccola luce fatta di amore, di dono e di fede. Una piccola luce che unita a quella di tutte le altre famiglie può diventare una grande luce che può infiammare la Chiesa di Cristo e rinnovare la Terra quando tutto questo passerà. Cerchiamo di essere terreno fertile ora nella sofferenza per raccogliere nella gioia.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Abbiamo solo l’oggi per amarci.

Non so quanti giorni sono che siamo chiusi in casa. Sabato mattina dalla finestra ho visto passare il triste corteo dei camion militari che trasportavano 60 salme in altri cimiteri per essere cremate. Una sensazione strana. Tanta tristezza e senso di abbandono. A Bergamo, la mia città, tutto questo dramma è palpabile e molto più concreto che in altre città. Questo ti porta a pensare. Ho pensato se davvero la mia vita fosse centrata su quello che davvero conta. Se le mie priorità fossero quelle giuste. Ho pensato a quelle persone morte da sole in un ospedale. Morte senza il conforto delle persone care vicino. Magari senza avere neanche avuto la possibilità di salutare i propri cari. Mi è venuta in mente una parabola. Io cosa sto mettendo da parte. Ciò che davvero conta? Ciò che mi posso portare dietro? Perchè questi giorni stanno frantumando tutte le mie certezze. Io ancora giovane e che mi sentivo immortale, con tanto tempo a disposizione, in un mondo dove la scienza può sconfiggere quasi tutte le malattie. D’improvviso questo virus mi ha messo con le spalle al muro. Siamo fragili e impotenti.

Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.  Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Il tempo è adesso. E’ adesso che posso dire alla mia sposa quanto la amo. E’ adesso che posso dirle grazie per tutte le volte che si è donata a me. E’ adesso che posso chiedere perdono per le volte che io non ho saputo donarmi. E’ adesso che posso darle una carezza, parlare con lei delle realtà più profonde, di noi e del nostro amore. E adesso perchè il presente è tutto ciò che abbiamo per amare. Madre Teresa lo spiega molto bene: Ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi: cominciamo.

Ecco questi giorni mi stanno insegnando che possiamo rimandare tante cose. Possiamo rimandare il lavoro, la scuola, la corsetta all’aperto, ma c’è qualcosa che non possiamo rimandare: l’amore.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Il nostro matrimonio è lavato nella piscina di Siloe

Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

Il Vangelo di questa domenica è molto lungo e pieno di significato, immagini e spunti. Come al solito Giovanni è quello più carico di significati che vanno oltre la semplice lettura di un avvenimento. Per questo mi limito a commentare poche righe. Il cieco sono io. Il cieco sei tu. Ero cieco prima di incontrare Gesù nella mia vita. Lo ero nonostante una religiosità basata su quanto ho imparato in famiglia e nel catechismo. Una religiosità fatta di riti e di nozioni che non capivo e che non accoglievo di conseguenza. Invece poi è arrivato Gesù nella mia vita. L’ho incontrato proprio quando chiedevo le elemosina, quando la mia cecità non mi permetteva di vedere il senso della mia vita. Ecco proprio la mia miseria mi ha permesso di riconoscerlo. E lui fa qualcosa di grande. I Padri della Chiesa leggono nel gesto di Gesù di sputare a terra, di fare del fango e di spalmarlo sugli occhi del cieco, leggono una nuova creazione. Gesù che è Dio e ci ha creato una prima volta completa l’opera. Non perchè prima avesse fatto qualcosa di imperfetto, ma perchè per portarci alla pienezza della nostra umanità serve il nostro abbandono a Lui. Sant’Agostino poi legge nell’immersione nella piscina di Siloe il battesimo. Quel sacramento che ci dona la fede e ci permette di vedere ciò che prima non potevamo vedere, l’amore di Gesù per noi. Ecco credo che il matrimonio segua questa dinamica. Almeno per me è stato così. Il mio sì a Luisa, seguito da tanti sì alla proposta della Chiesa su come vivere il mio matrimonio, è stato come quel fango che Gesù ha spalmato. Avevo tanti dubbi ma ho detto sempre sì e non sono mai stato deluso. Ho detto sì all’apertura alla vita, ho detto sì ai metodi naturali rifiutando la contraccezione, ho detto sì alla fedeltà e al donarmi come meglio ho potuto alla mia sposa e pian piano ho cominciato a vedere meglio. Ho visto la bellezza di una relazione piena e la luce mi ha illuminato. Ora non tornerei indietro. Non perchè io sia santo ma perchè ho visto la ricchezza che il matrimonio può dare se io e la mia sposa decidiamo di viverlo in un determinato modo, facendo spazio a Gesù. Tutto diventa meraviglia e tutto acquista un senso. Anche la fatica diventa poca cosa in confronto a quanto ottengo in cambio.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Meglio pubblicano che perfetto!

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Di solito commento solo il Vangelo della domenica. Oggi faccio un’eccezione. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuto di giudicare la vita di altre persone, che hanno buttato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose, ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi, ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Un po’ di tempo fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità, ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma prossimi alla nostra sposa e ai nostri figli. Persone capaci di perdonare e di compatire le difficoltà dell’altro/a. Nel senso di patire con. Condividere. Solo così, ammettendo la nostra miseria e sentendoci comunque amati, saremo capaci di accogliere e accettare quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Amare è caricarsi dei suoi pesi.

Ci sono due parole nella Bibbia. Sono molto simili, hanno infatti la stessa radice. Hanno cioè le stesse consonanti. Cambiano le vocali. A seconda della vocalizzazione applicata in lingua ebraica, la radice [KVD] (o KBD) assume diversi significati, quali:

Kavòd = onore, gloria
Kavèd = pesante

Questo mi permette di fare una riflessione sponsale. Quando io onoro, rendo gloria al mio matrimonio? Quando assumo i pesi dell’altro/a. Quando sono felice di poterlo fare per rendere la vita della mia sposa più leggera. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando a mia sposa, e attraverso di lei anche Dio.

Antonio e Luisa.

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo sposo.

Durante la Santa Messa di ieri, il nostro parroco ci ha aiutato a riflettere su un passaggio della prima lettura. Siamo nel Levitico. Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Domenica abbiamo ascoltato una di queste. Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permeto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Il cuore non ci appartiene più!

Una notizia apparsa sui siti di informazione martedì sera mi ha colpito. Nel novarese, una donna di 84 anni si è accasciata per un malore ed è morta durante la funzione funebre per il marito. E’ morta di crepacuore. Non ha retto alla separazione da quell’uomo che aveva sposato nel 1958. Sessantadue anni fa. Una vita. Il cuore non ce l’ha fatta. Il cuore non è solo muscolo. Nella Bibbia la parola cuore viene riportata circa 1000 volte. Uno dei significati più importanti che viene data a questa parola non è nè quello medico nè quello più romantico che ne fa il luogo dove nascono i sentimenti. Il cuore nel nostro Libro Sacro è spesso associato al ricordo. Significa fare memoria. Nella Bibbia il cuore e la memoria sono legati. Anche per noi è così. Non per nulla la parola ricordare presenta un etimologia molto chiara. Deriva infatti dal latino: re- indietro cor cuore. Richiamare in cuore. Strano vero? Anche per i nostri progenitori il luogo del ricordo non era la testa ma il cuore. Quindi, tornando alla nostra storia, il luogo dei ricordi dell’anziana sposa, il suo cuore, non ha retto. E’ scoppiato. E non è un caso isolato. Ho approfondito la questione e ho scoperto dei dati interessanti. Uno studio specifico è stato condotto dagli inglesi alcuni anni fa. Uno studio con un campione molto ampio. Lo studio considera oltre 114 mila persone di età 60-89 anni seguite per sette anni. In questo tempo un terzo dei volontari, a parte quanti sono deceduti, è rimasto vedovo. E qualcuno non ha retto il dolore della perdita morendo a sua volta entro i 30 giorni successivi al lutto. In quel mese il rischio di morte era risultato doppio, nei coniugi superstiti, rispetto a quanti erano ancora in coppia.

Quanto è accaduto all’anziana vedova è qualcosa che richiama in modo specifico la vocazione matrimoniale. Mettimi come sigillo sul tuo cuore. Lui è dentro di lei. In lei è ancora vivo. Lo può trovare nel suo cuore. Lo ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. Lo ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. Lo ritrova, ma non riesce più a toccarlo, a vederlo. E questo è straziante. Non riesce più a sentirlo. Lui c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi.

Il luogo della memoria, il cuore che custodiva una bellezza così grande, è proprio quello che ha smesso di funzionare, che non ce l’ha fatta. L’amore sponsale, quando nutrito e custodito per una vita intera, trasforma il nostro cuore davvero in qualcosa che non ci appartiene più. Non è più nostro, ma appartiene all’amato/a. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20) e ci ripeteva queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi non dovete dire così, ma non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altro.>>

Ecco il cuore non ci appartiene più. Nel nostro cuore non c’è più la nostra presenza ma quella del nostro coniuge. Così, a volte, succede che quando muore la persona con cui abbiamo condiviso la vita, muore anche il nostro cuore. Termino con le parole di padre Ennio, religioso domenicano, che conosceva la coppia: Si amavano molto, li conoscevo bene. Erano una coppia così solida e innamorata che li citavo come esempio. Anche con questo epilogo non è una storia triste, ma di grande amore.

L’amore in questo caso, ne sono sicuro, è stato più forte della morte.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Se lei nell’intimità non prova piacere?

Oggi voglio rispondere ad una domanda intima in modo esplicito. Senza falsi pudori e moralismi. Una sposa privatamente mi ha chiesto se è lecito che durante il rapporto intimo lei possa farsi stimolare genitalmente dal marito visto che durante la penetrazione non raggiunge mai il piacere. Lei ne sente il desiderio. Vorrebbe condividere con lo sposo non solo la gioia dell’incontro, ma anche il piacere fisico che ne dovrebbe conseguire. Nel contempo lo sposo vive male questa situazione. Si sente incapace di darle piacere e così vive con sempre crescente frustrazione un momento che invece dovrebbe essere di comunione e gioia profonda. Lei non è sicura di chiedere al marito di stimolarla. Crede di scadere nella lussuria, nel piacere fine a se stesso. Stanno davvero così le cose? Io avevo già la risposta. Ho chiesto comunque conferma all’amico Piergiorgio Casaccia. Piergiorgio è medico ed ha conseguito un master in Sessuologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II. No, le cose non stanno così. Gli sposi con il matrimonio hanno iniziato un cammino di perfezione. Non solo per quanto riguarda la loro relazione di coppia, ma anche per quando riguarda i loro rapporti intimi. Cosa voglio dire? Che la santità nel matrimonio passa anche da come fanno l’amore. L’amplesso è il loro gesto sacro che diventa una vera e propria liturgia. E’ un gesto che concretizza nel corpo l’unione dei cuori dei due sposi. Essere una carne sola per sperimentare la presenza dell’altro/a nel cuore. Il piacere fisico è voluto da Dio stesso per premiare gli sposi che hanno deciso di donarsi vicendevole e in modo totale. Poi, come tutti i doni di Dio, può essere usato in modo autentico o falso. Ma questo è un altro discorso. Il Catechismo è chiaro su questo argomento. Al punto 2362 troviamo scitto:

Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione

Premesso tutto questo e che, quindi, gli sposi devono cercare di conoscersi sempre meglio e trovare il modo di vivere questo gesto in modo che sia autentico, rispettoso della sensibilità dei due sposi e soddisfacente per entrambi la risposta alla domanda iniziale è semplice. Se lei non sente nulla? Se gli sposi hanno concluso l’atto in modo completo e nonostante ciò la sposa non è giunta al piacere non solo è lecito ma è gesto di carità ed amore da parte dello sposo aiutare la sposa a condividere il piacere che lui stesso ha appena sperimentato. Non è assolutamente peccato ma fa parte dell’essere coppia. Anche San Giovanni Paolo II nel suo Amore e responsabilità afferma: quando una donna non trova nei rapporti sessuali la naturale soddisfazione, legata all’acme dell’eccitazione sessuale (orgasmo) c’è da temere che ch’essa non senta pienamente l’atto coniugale, che non v’impegni la propria personalità totale. Quindi secondo il Papa questa stimolazione è parte integrante dell’atto completo, supplisce per condurre la donna a un piacere necessario per vivere il gesto nel giusto modo.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Spero di aver risposto a quanto richiestomi. Ho deciso di rispondere pubblicamente perchè Piergiorgio mi ha confermato essere un quesito che tante persone gli pongono.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Noi così fragili ed imperfetti siamo luce del mondo e sale della terra?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. E’ già tanto che restiamo sani di mente! Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Noi!! Non è possibile!

Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Spesso guardiamo con invidia quelle famiglie che hanno qualcosa che a noi manca e non valorizziamo e rendiamo grazie a Dio per i nostro punti di forza. Per i nostri talenti.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce! Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo senza implodere nel vostro dolore ma donando l’amore di cui la vostra coppia è colma. Siete luce!Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che vivete in un perenne disordine un po’ schizzato ma nella gioia del dono reciproco. Siete luce! Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che proprio voi siete portatori di una luce abbagliante. La luce di chi è capace di restare fedele anche sulla croce, come anche Gesù è stato capace di fare. Voi che accogliete ed amate un figlio disabile e mostrate al mondo come la fragilità non sia solo sofferenza e difficoltà ma un invito ad amare sempre di più e sempre meglio. Siete luce! Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla. Se lo avete già visto nella modalità che vi offro sono sicuro lo riguarderete volentieri. Io l’ho visto almeno una quarantina di volte.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Benigni peccato! Hai mancato il bersaglio.

Benigni a Sanremo ha parlato del Cantico dei Cantici. Avendo scritto con la mia sposa Luisa un libro sul Cantico (Sposi sacerdoti dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice) mi sono sentito particolarmente interessato al tema proposto dal comico. Ho letto di tutto. Commenti entusiastici, gente scandalizzata, addirittura c’è chi ha accusato il premio Oscar di blasfemia. Ridimensioniamo tutto. Benigni non è un esegeta e si vede. La gente non lo ascolta per comprendere la Sacra Scrittura, almeno lo spero, ma per lasciarsi meravigliare e avvolgere dalla bellezza che traspare spesso da ciò che dice e da come lo dice. Al netto di tutto Benigni ha avuto un grande merito. Quello di portare al pubblico televisivo un testo meraviglioso come il Cantico dei Cantici. Ha avuto il grande merito di svelare la lettura più umana e letterale di questo testo senza per questo renderlo meno bello e meno regale. Non ha avuto, però, il coraggio o la capacità di andare a fondo nel testo e per questo alla fine ha mancato il bersaglio. Si è fermato all’elogio dell’amore erotico, della carnalità dell’amore. Che non è l’amore. L’amore erotico è davvero amore solo quando è parte di un amore totale. Quando è parte di un amore fatto sì di carne, ma anche di dono e di amicizia. Il Cantico dei Cantici è parola di Dio proprio perchè è capace di raccontare l’amore nella sua dimensione più completa. L’Eros è fatto di meraviglia e contemplazione proprio perchè è capace di andare oltre la superficiale dimensione corporea della persona e l’attrazione erotica, e diventa la porta che apre al cuore dell’altro/a. Una relazione che si concretizza nel corpo, nei baci, nelle carezze, negli abbracci fino ad arrivare all’amplesso e alla compenetrazione dei corpi, ma che non si esaurisce alle sole sensazioni corporee. Gesti che non servono ad un effimero e superficiale piacere corporeo, ma che permettono un piacere molto più profondo fatto di relazione, di comunione, di anime che si fondono e di cui l’orgasmo è una parte importante, ma non la sola e non la più appagante. Il Cantico è scandaloso per questo. E’ stato scritto 500 anni prima di Cristo in una società seminomade maschilista e patriarcale. Eppure la donna ha un ruolo attivo, partecipa all’amore perchè l’amore non si subisce ma si accoglie e si dona. Per questo è entrato con difficoltà tra i libri sacri. Per questo per secoli si è preferito evidenziare soltanto il suo significato mistico. L’amore tra Dio e il suo popolo. L’amore tra Gesù e la sua Chiesa, per noi cristiani. Pian piano però la verità sta venendo fuori. Perchè lo Spirito Santo non si può ingabbiare nelle nostre paure e nei nostri tabù. Finalmente tanti autori raccontano oggi il Cantico per quello che è: una meravigliosa relazione d’amore tra un uomo e una donna. Questo non nega la lettura mistica e allegorica del Cantico. Il Cantico continua a raccontare l’amore di Dio. Semplicemente l’immagine che più rappresenta l’amore di Dio, cioè come Dio ama, è proprio costituita dalla coppia di sposi. Guardando due sposi che si amano possiamo comprendere qualcosa di come Dio ama. Quindi una lettura non esclude l’altra, ma al contrario l’una richiama l’altra rendendo l’amore di Dio qualcosa di concreto e di cui possiamo ammirarne il volto. Ammirarlo in quello di due sposi che si amano e si donano l’un l’altra anche nell’amplesso fisico che diventa per loro una vera liturgia del loro sacramento e gesto sacro, gesto voluto da Dio. Gesto con cui fare esperienza di Dio. Dicevo però che Benigni ha sbagliato il bersaglio. Ha scoccato la sua freccia verso la direzione giusta, ma poi la traiettoria ha deviato e non è riuscito a raccontare l’amore del Cantico. Non è riuscito a raccontare la bellezza autentica dell’amore. Bellezza che nasce da un amore fatto di dono, servizio ed amicizia e che si concretizza nel corpo attraverso un amore tenero ed erotico. Solo amando così il corpo dell’amato/a resterà qualcosa da contemplare, una meraviglia di cui non ci si stanca mai perchè sarà trasfigurato da una vita d’amore che gli sposi sperimentano ogni giorno, nella loro quotidianità. Questo è l’amore del Cantico, questo è l’amore che Dio ha pensato per noi, questo è l’amore che voglio sperimentare con la mia sposa. Non quello proposta da Benigni che, seppur raccontato con enfasi e sentimento, mi appare una briciola in confronto a ciò che ho sperimentato in questi 18 anni di vita matrimoniale con la mia sposa. Rendiamo merito comunque a Benigni di averci dato la possibilità di ribadire qualcosa di vero ma poco conosciuto. Come dice Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Non vergogniamoci mai di raccontare quanto è bello amarsi con Gesù. Come è bello fare l’amore e farci amore l’un l’altra.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Essere genitori significa lasciar andare.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

  1. Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.
  2. La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportsare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la colpa per la nostra infelicità.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Uno sguardo ravvicinato alla fede nuziale

Ispirato dal recente articolo di Antonio mi sono messo a contemplare la fede nuziale a modo mio: molto da vicino, usando una lente speciale. Mi piacciono i dettagli e mi è venuta voglia di osservarli (come direbbe Valeria: “sei un po’ pignolino amore mio”). Quindi attrezzi alla mano ho zoomato al massimo e… cavoli! È stato come osservare la faccia della luna! La superficie non assomigliava per niente a quel liscio cerchio splendente che vedevo “da lontano” ma anzi, era piena di solchi, graffi e screpolature, intaccata da centinaia di segni che visti così da vicino facevano orrore. Certo, non mi aspettavo una superficie a specchio, sono passati anni e anche a occhio nudo l’anello è opacizzato ma l’effetto è stato comunque sorprendente, talmente sorprendente che sono rimasto ad osservare quella superficie a bocca aperta per molti minuti. Quanta differenza! È incredibile che lo stesso oggetto possa apparire in due modi così diversi, cambiando semplicemente la distanza dal quale si osserva!

Ho due riflessioni che ho tratto da questa breve esperienza, la prima nasce dall’immediato accostamento anello-matrimonio: mi sono accorto che anche il matrimonio cambia completamente aspetto dipendentemente dalla distanza di osservazione, solo che le persone sposate di solito non se ne rendono conto. Gli sposi ovviamente vivono il proprio matrimonio da vicinissimo e in questo modo ne vedono ogni minimo difetto, molto chiaramente e molto bene, spesso sembra che questi difetti siano ferite profondissime e bruttissime, tali da sfigurare orribilmente il matrimonio stesso. Possono essere discussioni, incomprensioni, mancanze di gesti d’amore o qualunque altra cosa, ma la particolarità è che anche quando sono piccolezze, solo per il fatto che sono vissute sulla propria pelle, da vicinissimo, le fanno sembrare cose enormi e irreparabili. Eppure basterebbe così poco: fare un passo indietro e guardare tutto l’insieme, così ci si accorgerebbe che stavamo guardando un piccolo graffio quasi trascurabile e che non eravamo capaci di vedere in quanto amore abitiamo ogni giorno. Certo, mica è facile, dovremmo estraniarci proprio nel momento in cui ci sentiamo feriti, avere le mente lucida e non farsi coinvolgere proprio dalle cose più vicine a noi stessi, un compito quasi impossibile. Un ottimo modo di cambiare punto di vista è coltivare l’amicizia con altre coppie di sposi, a me e Valeria ad esempio ha fatto benissimo confrontarci con i nostri amici nell’Intercomunione delle famiglie o in altri ambiti, questo aiuta moltissimo, ci si rende conto che più o meno abbiamo gli stessi difetti degli altri ma quando si guarda una coppia dall’esterno si vede quanto è affiatata, quanto è preziosa, quanto bello e luminoso sia il loro matrimonio. Mal comune mezzo gaudio? No, non è così! Si tratta di avere davanti un esempio di sposi che nonostante i loro piccoli difetti sono splendidi perché sono sposi! E se gli altri sono così allora anche il mio matrimonio splende giusto? SI! Splende! Credeteci se gli altri ve lo dicono, è vero! Gli altri vi guardano da “un passo più indietro” e riescono a cogliere la bellezza in tutto il suo (vostro) splendore! Cercate le altre coppie di sposi, confrontatevi e ammirate quanto sono belle, è la stessa bellezza che si vede in voi!

L’altra considerazione: è vero, il mio anello è pieno di segni, la prima cosa che ho pensato è che fossero brutti e per di più ho pensato che simboleggiassero qualcosa di brutto nel mio matrimonio, ma come li ho fatti? Non li ho fatti forse lavorando? O insegnando ai miei figli o facendo qualche compito in casa? Ma certo! L’anello non lo tolgo mai, proprio mai e naturalmente è segnato da ogni avvenimento trascorso dal momento delle mie nozze in poi. Ci posso leggere tutta la mia vita dal primo giorno di matrimonio ed è un’opera d’arte! In pratica non è scalfito, è scolpito! L’ho fatto amando! Mi tornano a mente le parole di Papa Francesco durante il discorso ai fidanzati a San Valentino del 2014: “…Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria…” è un’immagine bellissima! Mi piace pensare che gli sposi siano gli orefici e che Dio sia colui che ci affida la materia prima, l’oro, per farne un bellissimo gioiello, ed è proprio vivendo quotidianamente che lavoriamo a questo compito, creando con pazienza e dedizione una anello unico e irripetibile, immagine dell’amore di Dio nella nostra personale interpretazione.

Se penso che l’unico modo di non graffiare l’anello è quello di non portarlo, magari lasciandolo chiuso in un cassetto… rabbrividisco, sarebbe come tradire la fiducia di Dio che mi ha affidato l’oro per farne un gioiello, che mi ha donato la mia sposa per crescere insieme nell’amore, ma che avrei ignorato. Invece eccomi qua, a contemplare una superficie piena di segni con l’occhio dell’artigiano che vede prendere forma al suo lavoro, che non vede l’ora di continuare a lavorarci immaginando altri segni, altri giorni, altri gesti d’amore.

Ranieri e Valeria

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Ti riconsegniamo il nostro amore!

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, quando ci prendiamo per mano io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Il Vangelo di questa domenica presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (in alcune traduzioni Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Contemplare la fede che portiamo al dito significa immergersi nell’infinito di Dio.

Oggi una riflessione così di getto che mi è venuta dal cuore mentre contemplavo la fede che porto al dito. Un anello che non è solo da guardare, ma da contemplare perchè racchiude, nella sua semplice perfezione, una verità così grande che è davvero incredibile pensare possa essere racchiusa in quell’oggetto così piccolo.

L’anello nuziale ha diverse caratteristiche ed ognuna di esse ci può dire tanto. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Ci sono tantissime riflessioni che si possono fare contemplando le fedi, davvero tante! Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre Cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettere l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Inciso all’interno c’è la data del matrimonio e il nome dell’altro/a. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro/a. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Se io mi arrabbio…o se si arrabbia l’altro.

Se io mi arrabbio, e uso la mia rabbia per ferire, allontanare ed escludere, è perché ho dei “buonissimi” motivi per perdere la pazienza, e l’altro dovrebbe pure saperlo visto che ricasca sempre negli stessi errori, e visto che gli ho detto o fatto capire tante, troppe volte che certi suoi atteggiamenti e sbagli mi irritano profondamente …

Se io mi arrabbio, è perché “è il mio carattere e non posso farci niente, ma proprio niente”, e l’altro mi “deve” accettare cosi.

Se io mi arrabbio e tratto male l’altro, mi dico che non lo sto trattando male, sto “solo” esprimendo miei sacrosanti diritti (che però non si capisce bene perché io sia convinta che sia meglio urlarglieli e mettere tensione in ciò che dico) e arrivo a convincermi che aumentare la mia rabbia e buttargliela davanti sia ormai “l’unica” cosa da fare per far capire all’altro come mi sento, e che la rabbia espressa da me sia in realtà non tanto aggressiva…

Se io mi arrabbio e decido di usare la mia rabbia facendo finta di niente e scegliendo apparentemente atteggiamenti comunque “gentili” formalmente, ma covando rancore, (e un pizzico di vendetta per sentirmi anche “forte”), e scegliendo atteggiamenti apparentemente innocui ma che mettono muri, inviando il messaggio che l’altro non ha la mia considerazione e attenzione, e lo “merita” di non essere più considerato e avvicinato con amorevolezza, non sto usando ipocrisia e atteggiamenti un po’ subdoli per ferirlo a mia volta, per “punirlo”, ma sto secondo me “solo” usando modi indiretti per fargli capire (ma lo capirà così o si sentirà solo ferito e non amato?) che si sta comportando male, che mi ha fatto dispiacere, e anzi a volte mi giustifico dicendo che non è “educazione” cercare di chiarire, parlare di ciò che mi sta facendo dispiacere … ma mi convinco che sia più “educazione” ignorarlo e se possibile escluderlo in qualche modo con le mie scelte e atteggiamenti. Peccato che poi non solo l’altro a quel punto sta male e reagisce spesso a sua volta male, ma anche che la mia autostima e la mia pace interiore comincino a vacillare e non mi sento più in fondo in fondo contenta di me, e diminuisco in quei momenti la mia risorsa di poter amare e costruire gioia per me stessa e per gli altri, E quello che non faccio agli altri di bene, come un boomerang non lo faccio neanche per me, incattivendo e imbruttendo in quella interazione e situazione il mio cuore.

Se io mi arrabbio, è “normale” che non ho bisogno di dare occasioni all’altro per spiegarsi, per chiarire, per chiedermi scusa, ma sono “buona” se ancora gli parlo comunque, ma dentro me inizio a mettere enormi distanze tra me e l’altro, e chissà perché mi convinco che l’altro tanto non se ne accorge o che comunque se se ne accorge “meglio cosi”…

Se mi arrabbio, e decido di punire, non perdonare, mi sento a volte solo nel giusto, perché mi dico, mentendomi, che “solo” così otterrò un cambiamento e ravvedimento dall’altro.

Se mi arrabbio, e decido che non voglio chiedere “perché” all’altro, è perché altrimenti sarei una “debole”, l’altro non vedrebbe abbastanza il mio grande dolore e delusione.

Se mi arrabbio, e non rivolgo più la parola all’altro, è perché mi convinco che l’altro se mi vuole bene deve essere lui, e solo lui a fare il primo passo di riconciliazione verso di me, preferibilmente chiedendomi pure scusa altrimenti non lo perdono, perdendomi così la possibilità di amare gratuitamente, con la libertà preziosa interiore di non far dipendere il mio stato d’animo e la mia serenità da ciò che fa o non fa l’altro nei miei confronti …

Se invece è l’altro che si arrabbia con me e che mi ferisce, mi allontana e mi esclude, e mi tratta male ogni volta che ricasco negli stessi errori, è “sicuramente” perché è cattivo, cattivissimo, mi odia, non mi sopporta e dice le cose solo per umiliarmi.

Se è l’altro che si arrabbia con me, e nell’arrabbiarsi mi butta davanti la sua grande rabbia e mi tratta male, è “sicuramente” e “solo” perché vuole trattarmi male, è aggressivo e insensibile, e non perché forse ha paura di non essere preso in considerazione nel suo dolore e nelle sue fatiche. Pur sbagliando i modi di esprimermelo,

Se l’altro non mi affronta direttamente, e usa modi indiretti e subdoli per farmi capire che è arrabbiato, è perché in fondo è solo un ipocrita, bugiardo e finto, e non “merita” più neanche la mia considerazione e attenzione, perché troppo perfido e poco chiaro, diretto. Meglio evitarlo per non finire vittima delle sue cattiverie indirette. Invece di provare io per prima, con un po’ di semplicità, e chiarire, parlare apertamente e direttamente, aiutando così anche l’altro e rendersi conto del suo nascondersi, mentire, ferire indirettamente, invece di stimarlo comunque e cercare di aiutarlo ad avere più serenità e coraggio di parlare francamente, non smettere di creare ponti veri, solidi.

Se è l’altro ad arrabbiarsi ed escludermi, non è perché sta soffrendo e sta scegliendo modi non costruttivi per farmelo capire, ma è perché è troppo cattivo, duro, insensibile e anaffettivo …

Se è l’altro a non perdonarmi, ma mi punisce e rimprovera, è perché non è “capace” di perdono, perché non ha capacità di amare come invece io so fare, è perché non capisce niente ed è un “muro” vivente.

Se l’altro si arrabbia, e non mi rivolge più la parola, o cambia atteggiamento verso me, o mi tratta freddamente o non interagisce più con me, allora non vale la pena, secondo me a volte, di cercarlo, di capire cosa è successo, di amarlo comunque, ma trovo a volte “normale” comportarmi di conseguenza, magari aggiungendo pure dentro me la pesante sfumatura del “se l’e’ voluta lui “ questa mia reazione, questa mia passività e scelta di non cercarlo più di far finta di niente finché l’altro non cambia…

Se invece mi arrabbio con Dio, Lui non mi ignora, non si vendica, non mi aggredisce, ma mi corregge con amore, continua ad amarmi gratuitamente, e non fa dipendere il Suo Amore e la Sua attenzione e cura e sollecitudine verso me da come io lo tratto, da se lo ignoro o no, da se lo incolpo o odio, ma mi ama, mi aspetta a Braccia aperte, sempre, con infinita misericordia, sempre con quel suo Sguardo e Sorriso pieni di Amore per me.

Francesca Bisogno

Articolo originale su Albastellata

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Gesù si mostra nella nostra unione sponsale

In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele».
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio». (Giovanni 1, 29-34)

Non sapevo come approcciare questo passo del Vangelo che ci viene offerto dalla liturgia di oggi. Mi è venuto in aiuto padre Livio Fanzaga. Nel suo libro La grandezza dell’umiltà il sacerdote scrive: L’atteggiamento di umiltà radicale di Giovanni il Battista è dato in eredità alla Chiesa per la sua testimonianza nel tempo del pellegrinaggio. Come Giovanni, la Chiesa e ogni cristiano, sono una voce, uno strumento, un umile messaggero, che chiama gli uomini a contemplare Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Redentore del mondo.

Ecco la chiave di lettura più bella per noi sposi cristiani! Riconoscerci imperfetti e pieni di fragilità per mostrare al mondo la grandezza che può operare Dio in noi e nella nostra relazione. Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte e incapaci ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci esige perfetti, sa che peccheremo, e che non saremo sempre degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che ci dona l’uno all’altra. Solo allora saremo immagine di Dio oggi, nella nostra storia, nella nostra famiglia, nella nostra comunità, saremo via per fare esperienza e contemplare Gesù. Gesù si potrà mostrare nel nostro amore. Allora come Giovanni Battista diventeremo profeti. Profeti dell’amore.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Mi basta guardare la gioia della mia sposa

Oggi vi lascio un pensiero secondo me importante. Un pensiero da meditare e interiorizzare. Prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate. Diceva loro qualcosa di molto interessante, che riguarda anche noi sposati. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona».
Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni,
allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole mi hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Buon cammino a tutti e siate immagine di gioia e pace l’uno per l’altra. Soprattutto quando l’altro/a ne ha bisogno.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Posso amarlo/a senza chiedere nulla solo se mi sento amato/a da Dio.

Amare senza condizioni. Quante volte ne ho parlato nei miei articoli. Quante volte ho scritto che l’amore, quello sponsale in modo particolare, necessita della gratuità, della fedeltà e di non porre nessuna condizione per essere autentico. L’ultima volta, come accade spesso, ho trovato un commento critico rispetto a questo tipo di riflessione. Come si fa ad amare così senza per questo smettere di amare se stessi? Come posso accettare determinati comportamenti da parte del coniuge senza venir meno all’amore che debbo avere e conservare per me stesso/a? E’ un’obiezione sicuramente legittima e che mi ha provocato nel cercare di rispondere. La mia risposta non poteva essere troppo breve e sintetica e per questo ho deciso di dedicarle un articolo specifico. Sicuramente la Chiesa ci insegna due atteggiamenti che sembrano essere in contrasto tra di loro.

Noi sposi siamo chiamati ad amare il nostro coniuge come Gesù ha amato la sua Chiesa, cioè ognuno di noi. Noi siamo profezia dell’amore di Dio. Immagine dell’amore di Cristo. Lo siamo non per dovere, ma per Grazia. Cristo che vive il suo vertice d’amore terreno per ognuno di noi non mentre scambia parole e gesti di affetto con i suoi discepoli, ma mentre muore sulla croce abbandonato da quasi tutte le persone che avevano manifestato amore per lui. Non sono rimaste che poche donne e l’apostolo Giovanni sotto la sua croce. Questo è il modello di amore cristiano. Non l’amore romantico, ma l’amore di sacrificio. Non significa sperare di vivere la croce, ma significa non far dipendere la mia volontà di amare da nessuno. Significa tenere fede ad una promessa. Essere fedeli all’amore sempre. Se l’altro non mi da nulla perchè devo amarlo? Se l’altro mi tradisce? Avete ragione, non lo metto in dubbio. L’altro/a non è perfetto e magari, concedetemi il francesismo, è proprio uno/a stronzo/a. Quindi cosa vogliamo fare? Piangerci addosso o cogliere questa occasione per svoltare? Per fare quel salto di qualità che ci può rendere veri cristiani, cioè imitatori di Cristo. Non significa accogliere la sofferenza come dono di Dio. Se l’altro/a è uno/a stronzo/a non è Dio ad averlo fatto/a stronzo/a, ma una sua mancanza, fragilità, peccato, ferita, chiamatela come vi pare. L’amore solo se reciproco non è un concetto di amore cristiano. Per quello non serve un sacramento e non serve la morte di Cristo in croce. Se condizionate il vostro amare l’altro all’amore che ricevete in cambio non state amando davvero. State semplicemente usandovi a vicenda. Il contrario di amore è commercio. E’ dare un valore al vostro amare. Vi riempite vicendevolmente il vuoto del vostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siete voi al centro. Sono io al centro. Perchè anche io non mi pongo come maestro, ma come uomo che vive in questo mondo con tutte le sue fragilità e difficoltà.

Arriviamo quindi al quesito del commento alle mie riflessioni. Come posso amare me stesso/a nell’amare una persona che non mi dimostra rispetto e fedeltà? Amare me stesso è fondamentale. Non significa essere individualista ed egoista, ma essere consapevole del mio valore e della mia bellezza. Questo valore e questa bellezza vengono meno se li “spreco” verso chi non li merita? No! Perchè non dipende dall’altro/a ma dalla certezza di essere amato da Dio che è morto per me, lo avrebbe fatto anche solo per me. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non solo fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. Questa affermazione va spiegata perchè qui sta tutta la differenza tra chi ama secondo Cristo e chi ama secondo il mondo. Come fare? Attingere all’unico amore che non delude, che non si esaurisce e che è davvero gratuito. Attingere allo Spirito Santo nei sacramenti e alla relazione con Gesù che diventa persona amica e conosciuta. Quindi amare il coniuge che non se lo merita non diventa degradante per il nostro amor proprio, ma al contrario ci unisce sempre più a Cristo e questo ci permette di diventare persone sempre più capaci di amare e di amarsi perchè persone capaci di sentirsi amate da Dio.

Alla fine potrete capire che possiamo amare l’altro senza condizioni e per questo non smettere di amare noi stessi solo se comprendete che il nostro bisogno di amore può essere riempito solo da Gesù. E’ un cammino che anche io sto facendo piano piano con tante difficoltà e resistenze da parte mia. Mi rendo conto però che è l’unica strada per essere felice. Dovete farvi una domanda: chi è al centro della mia vita? Chi o cosa dà senso alla mia vita? Se ciò che dà senso e pace alla vostra vita è l’amore del vostro sposo (o sposa) significa che avete sostituito Dio con lui/lei. Significa che ne avete fatto il vostro idolo. Gli idoli chiedono la vostra vita e non la danno. Solo Dio dà senza chiedere nulla. Vi state illudendo e state sbagliando tutto. Quella persona non potrà mai essere colei sulla quale costruire la vostra felicità, anche solo per il fatto che potete perderla in qualsiasi momento. E’ mortale e finita. Se invece troverete la risposta alla vostra sete di amore e di eternità in Gesù allora il vostro matrimonio diventerà luogo dove restituire quell’amore a Gesù che è presente nell’altro/a e nel matrimonio stesso. Non sarà più l’altro/a a dover riempire il vostro serbatoio perchè sarete attaccati all’acqua corrente dello Spirito Santo che è inesauribile ed infinitamente buona. Allora non avrete bisogno per riempirvi di attingere al serbatoio dell’altro ma sarete pronti a riempirlo del vostro quando l’altro si troverà a secco e non potrà o non vorrà darvi nulla.

Spero di avervi dato una lettura diversa da quella che dà il mondo. Senza la presunzione che voi l’accettiate e la facciate vostra ma sperando che vi provochi una riflessione e vi metta un po’ in crisi. Almeno per me è stato così. Termino con le parole di don Maurizio Botta:

Ai giovani che stanno per sposarsi indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Non sempre il nostro cuore è pronto a ricevere un dono.

Quante volte mi è capitato di ricevere un regalo non gradito; quante altrettante mi si diceva di uno scontrino di cortesia per poterlo cambiare. E quante altre, in effetti, quello scontrino di cortesia l’ho utilizzato. Nel post-matrimonio, io e mio marito ci siamo armati di tutti gli scontrini di cortesia possibili per cambiare quei regali che poco si sposavano – a proposito di matrimonio – con i nostri gusti. D’altronde come biasimare chi avesse eliminato l’opzione “bustarella”, come lista nozze – se così si può definire – noi abbiamo scelto un cafonissimo iban schiaffato sulla partecipazione infiocchettata nel modo più elegante e raffinato possibile per mascherare la cosa (il nostro nido ancora non era pronto né del tutto arredato, e in ogni caso avremmo voluto scegliere noi personalmente cosa ci sarebbe finito dentro). Ma nella realtà ci si misura con una cosa chiamata Vita, e la Vita non dispone certo di scontrini di cortesia, e ad un certo punto la Vita ti sorprende, ti stravolge, ti rigira.  La Vita ti regala una vita che non senti, che non immaginavi di certo ora, che speravi tardasse un po’ ad arrivare perché infondo tu hai tutti i tuoi progetti, devi ancora laurearti, realizzarti (non che ci fossero aspettative di diventare una first lady). E tutto crolla; se sei abituata ad avere tutto sotto controllo poi? Catastrofe. Un figlio ora? A te che sei il Grinch? (come mio marito adora soprannominarmi). Non è possibile. Non è pensabile.

A volte penso ci siano diverse sfaccettature di una stessa cosa, ma della gravidanza viene presa in considerazione sempre e solo la parte “rosa”.  Nessuno ci dice che potrebbe capitare che non ci sentiremo pronte, che non accoglieremo la notizia come è normale che sia. Anche se sei sposata, e anche se nei tuoi progetti un figlio certamente era considerato fin dal principio. Ma subito subito? Eh, subito subito. E via al toto scommesse sul perché qualcuno abbia scelto di affidare questa cosa fragile a te che hai la grazia di un camionista. Ma ehi, qualcuno – o meglio Qualcuno – ha affidato questa cosa proprio a te, anche se a te in questo momento quel Qualcuno non va proprio a genio. Le preoccupazioni e le paure umane prendono totalmente il sopravvento; l’egoismo, che è l’antitesi di ciò che invece sta alla base della maternità perché significa scomodarsi, compromettersi per fare spazio ad una creatura che è “altro da te”, oh l’egoismo vien fuori con tutta la sua prepotenza, perché te non sei disposta a rinunciare a qualcosa “perché sei incinta”. E così non sopporti nemmeno l’idea di essere incinta.

E poi doverlo dire a tutti, e si sa che tutti hanno una propria opinione, tutti sanno tutto ma poi alla fine non sanno proprio niente.

“Lo sai che non puoi mangiare questo?

Lo sai che questo puoi mangiarlo solo se lavato con Amuchina?

Ma lo sapevi che non puoi sollevare pesi?

Non camminare in salita.

Non mangiare troppo.

Non mangiare troppo poco.

Non stancarti.

Non parlare.

Non respirare.”

E qui, miei cari, so bene che l’unica risposta plausibile l’avete pensata anche voi leggendo, proprio come me scrivendo. E poi? Qui sta il bello, qui comincia il combattimento tra te e te stessa, un combattimento vero, concreto e che ti mette con le spalle al muro e ti rende consapevole del fatto che, ehi, non sei invincibile. Qui arriva la consapevolezza che quanto è facile cambiare un regalo che non ci piace con uno “più meglio”.  Ma la Vita no. La Vita non si cambia con lo scontrino di cortesia, perché è un salto nel vuoto, proprio come quando io e mio marito ci siamo sposati. E lì mi ricordo della cieca fiducia che intercorre tra me e Dio, quella fiducia che ha guidato ogni mia scelta, anche la più inconsapevole, e forse questa rientra tra quelle. Quando tutti dicevano che eravamo pazzi a sposarci e noi invece no, non abbiamo mollato mai, forti del nome nel quale camminavamo. Quando, guardandolo negli occhi, ho detto a Michele che lo avrei accolto con la grazia di Cristo tutti i giorni della mia vita, non mi sembrava una cosa tanto infattibile… fino al 12 di Novembre, quando fino all’ultimo momento, con il fiato trattenuto, ho sperato in una sola linea e ne sono apparse due, belle nitide. È lì, in quei neanche cinque minuti di attesa, che ho capito che l’accoglienza è umanamente impossibile, ma miracolosamente salvifica, che una croce può essere qualcosa di bello che accade ma sconvolge tutto e diventa il tuo limite. Perciò, anche se attualmente con un enorme nodo in gola, non posso che essere grata per quello che avrei voluto avere e non ho, per quello che non avrei voluto avere e invece è arrivato travolgendomi come un fiume in piena, per quello che vorrei cambiare di me stessa e che non posso cambiare, per tutti gli scontrini di cortesia che avrei volentieri utilizzato e che mi sono stati strappati davanti agli occhi. A ricordarmi che un dono è un gesto gratuito e che non arriva mai sotto richiesta.

Vittoria Epicoco

Articolo originale sul suo blog vittoriaepicoco.wordpress.com

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Chiedimi se sono felice

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Così, a bruciapelo. Una domanda apparentemente innocua.

“Pietro e Filomena, voi siete felici?”.

La settimana scorsa eravamo in Sicilia con trenta coppie di sposi. Abbiamo avuto l’onore di guidare il ritiro spirituale della Parrocchia “Natività del Signore” di Catania.

Il tema che abbiamo proposto alle coppie partecipanti è stato quello del Perdono in Famiglia. Un tema tanto delicato quanto spinoso.

Tutti sappiamo quanto i piccoli rancori abbiano il potere di sgretolare pian piano le relazioni matrimoniali. Pietruzze nelle scarpe che fanno inciampare gli sposi.

E’ stato un percorso in cui tutti i presenti si sono lasciati mettere in discussione…per aprire nuovi spiragli di comprensione, di accoglienza, di Perdono da chiedere e da ricevere.

Ed è così che una coppia può risollevarsi.

Dopo aver proposto una nostra catechesi sul tema, c’è stato il giro di domande.

Ad un certo punto una persona tra i presenti ci chiede: “Voi siete felici?”

Come dicevamo questa è una domanda che mette sempre un po’ in crisi. Già.

Sono felice?

Partono i pensieri e i ricordi. La memoria dei miei fallimenti offusca quella dei miei successi.

La freddezza della ragione, poi, animata dai rancori sta li a spaccare il capello e a mettere sulla bilancia tutti quegli errori del nostro sposo o della nostra sposa e mi suggeriscono tanti buoni motivi per cui non dovrei essere felice.

Sono felice?

Valuto nel giro di pochi istanti tutte quelle cose che non vanno nella mia esistenza e di tutto il male che ho fatto qua e la…forse non sono in diritto di essere felice.

Sono felice?

Guardo negli occhi alcune persone presenti e mi dico: forse se dico di essere felice alcuni se ne sentiranno feriti poiché dicono di non esserlo.

Sono felice?

…nel giro di pochi attimi rispondo “si”.

“Si, sono felice.” La voce mi esce quasi strozzata dall’emozione, dalla paura, dal timore, dall’avere paura io stesso di star dicendo una menzogna.

Sono felice?

Si…nonostante i miei giudizi negativi su me stesso, sulla mia sposa, su tutto il mondo che va a rotoli io dico e riconosco di essere felice.

Si. Sono felice.

Sono felice non perché le cose mi vadano benissimo; non perché il mio coniuge sia un santo o tanto meno perché io sia un santo; non sono felice perché i miei desideri sono tutti appagati…

Sono felice perché in fondo al mio cuore so che sto facendo l’unica cosa che renda felice una persona: donarsi.

Sto cercando di donare la mia vita a Dio attraverso il mio matrimonio con tutti i suoi fallimenti, con tutte le mie fatiche e i miei peccati: io sono qui.

Come su di una barca sto in mezzo alle tempeste di tutti i giorni e mi tengo legato all’albero Maestro…mi tengo legato a Cristo e come Ulisse in mezzo alle sirene non mi butterò in mare non perchè sono forte io, ma perché è forte Colui a cui io voglio stare legato.

Grazie alla Forza di Cristo sono qui. E sono felice. Sono felice di essere qui a donare la mia vita anche a chi mi ferisce perché Cristo ha fatto lo stesso.

Ora giriamo a te la domanda: sei felice?

Buona riflessione.

+++

Se ti è piaciuto quanto hai letto condividilo sui tuoi social…

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui: Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui: Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

+++

Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

L’oro, l’incenso e la mirra degli sposi

Lo so l’Epifania è trascorsa, sono già con la testa alla solita vita da pazzi, ai soliti ritmi forsennati. Tutto è ricominciato all’improvviso e senza gradualità. Insomma, non so voi, ma io sto già boccheggiando. Ma va bene così. E’ la vita che voglio, perchè è abitata dall’amore dei miei cari e di Dio. Siamo ancora però nel tempo di Natale che si concluderà solo domenica con il Battesimo di Gesù. Questo mi permette di soffermarmi nuovamente sull’Epifania. In particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Credo lo sappiate tutti che non sono doni fatti a caso, ma sono portatori di un significato più profondo. Mi immagino Giuseppe quando si è visto arrivare mirra e incenso. Io non sarei stato così felice al suo posto. Avrei pensato come riciclare quei doni. L’oro invece l’avrei accettato volentieri. A parte le battute, cosa vogliono ricordare questi doni? Cosa ricordano a noi sposi? Ogni dono racchiude i tre valori rappresentati dall’oro, dall’incenso e dalla mirra. Ancor di più nel dono matrimoniale dove non offriamo un oggetto ma noi stessi, la nostra vita, il nostro corpo, la nostra attenzione e il nostro tempo.

L’oro è il dono per il re, per la regina. L’oro rappresenta la regalità del dono. Quando mi sono sposato stavo dicendo a Luisa che lei era, e lo sarebbe stata per sempre, la creatura più preziosa per me. Che era figlia di Re. Che non ci sarebbe mai stato persona, lavoro, interesse che sarebbe venuto prima di lei. Solo Dio. Il matrimonio è così. Funziona solo quando c’è consapevolezza di questa regalità in entrambi gli sposi. Non ci può essere famiglia di origine che venga prima, non ci può essere lavoro e interesse economico che venga prima, non ci può essere neanche un figlio che venga prima. Altrimenti davvero rischiamo di rovinare tutto. Invece amando prima di tutto il nostro sposo o la nostra sposa tutto il resto funziona meglio. Daremo il giusto valore al lavoro, ameremo il figlio come frutto del nostro amore sponsale e non come qualcosa di nostro che ci appartiene. Insomma tutto sarà vissuto nel modo giusto senza alterazioni o inquinamenti.

L’incenso è il dono sacerdotale. Il nostro matrimonio è un sacramento. Dal momento del nostro sì, il nostro amore non è più solo nostro ma diventa di Dio. Dio se ne prende carico. Gesù viene ad abitare la nostra relazione. Da quel momento ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altra diventa gesto sacro. Diventa di Dio. Amando Luisa sto amando Dio. La mia carezza è la carezza di Dio per lei. Il mio incoraggiamento è l’incoraggiamento di Dio per lei. Il mio sguardo è lo sguardo di Dio per lei. Anche l’amplesso fisico, la nostra unione intima, acquista un significato sacro. E’ una vera è propria liturgia sacra. Per questo è importante viverla bene, con amore, con il cuore aperto al dono e non all’uso.

Infine la mirra. Questo è il dono forse più indigesto, ma anche quello che mostra la grandezza del dono. Con la mirra dico alla mia sposa che sono pronto alla morte per lei. La mirra è una resina aromatica, che era già conosciuta nell’antico Egitto e in tutto il medio-oriente, Veniva utilizzata per le imbalsamazioni. Nella Bibbia se ne parla anche nel Cantico dei Cantici, in riferimento al suo profumo. Capite l’importanza di questo dono? Il mio matrimonio profuma di Dio, di eterno, di verità se sono pronto a morire per lei. Non significa certo la morte fisica, ma la morte di tante altre realtà che mi caratterizzano. La morte del mio egoismo. Se voglio essere felice il centro deve essere Dio, non io. Dio che non vedo, ma che è presente nel mio prossimo e in particolare nel mio prossimo più prossimo: Luisa. Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci si ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati. L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Devo smettere di pensare che le cose debbano andare come dico io. Devo smettere di desiderare che tutto sia perfetto. Ho sposato Luisa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Sposi: magi in cammino

Come consuetudine all’approssimarsi dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore.

E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

(Luigi Pirandello)

La nostra società occidentale si sta lentamente (sempre meno lentamente) allontanando da Dio. Chi si allontana da Dio non si allontana da un concetto astratto. Si allontana da una relazione reale, si allontana dall’amore. E’ strano perchè l’amore sembra al contrario trovare un posto di rilievo nel nostro mondo. Tutti ne parlano, ma non è l’amore vero. La nostra società chiama amore quello che è solo una pulsione che ci porta a soddisfare le nostre voglie e ad usare chiunque possa essere utile a questo fine. Naturalmente gettando via chi non serve. La cultura dello scarto che Papa Francesco ha più volte condannato non si limita ai grandi temi etici ma è bellamente presente nella nostra vita di tutti i giorni. E’ presente nelle nostre relazioni sempre meno stabili e sempre più fluide. Una ricerca della felicità che è solo un’illusione, perchè la felicità è invece proprio nascosta nelle relazioni stabili, fedeli, dove ci si sacrifica l’uno per l’altra. Perchè proprio oggi questa riflessione un po’ malinconica? Perchè il tempo di Natale deve servire a darci la scossa. Domani è l’Epifania. Domani il Dio bambino si rivela al mondo. L’Epifania deve risvegliare in noi il desiderio di un amore diverso, di una vita diversa, di un matrimonio diverso. Il Natale ha portato Dio nel mondo. Ma se si ferma lì non serve a molto. Il Natale deve essere capace di farci fare il viaggio inverso, portare il mondo a Dio, portare il nostro mondo a Dio. Per questo si ricorda ogni anno. Noi abbiamo bisogno di farne memoria. Altrimenti il tempo che abbiamo su questa terra è davvero un tempo spietato e maledetto. Ogni anno che passa ci ricorda che il nostro tempo su questa terra è sempre di meno. E’ terribile una vita fatta di tempo che passa, di tempo che inesorabile scorre e ti condanna ad una morte sempre più vicina e prossima.

Il tempo è tremendo. Sant’Agostino diceva : Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro. Noi viviamo solo il presente, perchè il passato ormai è andato e il futuro non esiste, è solo qualcosa nella nostra testa, ma che ancora si deve concretizzare. Il presente non è che un attimo ed è già volato via, diventato passato. Quante volte ci è capitato di vivere una bel momento, di amore e di gioia, che però passa subito, ci sfugge dalle mani, lasciando magari il ricordo, ma nulla più. Pensiamo anche al matrimonio, può durare 20, 30, 40, 50, forse sessant’anni, ma poi finisce tutto, noi moriamo e della nostra unione non resta che la polvere dei nostri corpi e qualche fotografia. Eventualmente restano i nostri figli, se li abbiamo generati, ma anche loro destinati a divenire polvere nel giro di qualche decennio. Se non si trova qualcosa che supera tutto questo, siamo destinati a diventare cinici, a vivere alla giornata, a cercare distrazioni. Orazio scrive: cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani. Per chi non riconosce Gesù è ancora così. Gesù in quel Natale di circa 2000 anni fa è sceso sulla Terra per dare nuovo valore e significato al tempo. In Lui il tempo diviene qualcosa che si rispecchia nell’eterno. In Lui il tempo che passa assume il valore di un percorso per giungere a una vita ancora più piena, e non un semplice camminare verso il baratro del nulla. Ed è così che Gesù diventa il salvatore delle nostre vite, perchè salva il nostro tempo e lo riempie di eternità. Così anche il nostro matrimonio è destinato a finire su questa terra, ma la relazione tra me la mia sposa non finirà mai, neanche nell’eternità. Non sarà certamente come ora, ma il nostro amore non sarà cancellato. Mi fido della creatività di Dio. Ed ecco che i miei figli non sono nati per morire, ma per vivere per sempre. Solo così non dovremo accontentarci delle briciole, dei piaceri immediati che evaporano subito, ma la nostra vita può essere una continua preparazione ad un abbraccio eterno. L’abbraccio con Dio Padre che ci ha pensato e desiderato fin dall’inizio dei tempi. L’abbraccio con Dio Figlio che si è fatto come noi per salvarci. L’abbraccio con Dio Spirito Santo, che ha abitato il nostro matrimonio sacramento e che potremo gustare in pienezza e per sempre.

Potreste pensare che le parole che ho scritto siano solo le speranze e le illusioni di una persona spaventata dalla morte e dal nulla. Si è vero la morte mi fa paura, ma vi faccio rispondere da chi ha affrontato la morte. La Serva di Dio Chiara Corbella sapeva di avere pochi giorni di vita. Per lei la clessidra del tempo era ormai agli sgoccioli. Il marito Enrico in un’intervista raccontò: ho chiesto a Chiara: hai paura di morire?” “No”, mi ha risposto: “Ho paura del dolore, di vomitare, e di andare in Purgatorio”. Era concreta e cosciente dei suoi peccati e della sua pochezza. Chiara non era un’eroina, una superdonna. Aveva paura del dolore fisico e di andare in purgatorio, di essere separata (seppur temporaneamente) da Dio. Non aveva però paura di morire. Allora la poesia di Pirandello acquista davvero significato e diventa autentica vita vissuta. Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Il bue e l’asinello scaldano anche la nostra famiglia?

Parliamo ancora di presepio. Vorrei soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili. Non possono mancare. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono il bue e l’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroviamo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano? Quella che sto per fare è una riflessione che non ho letto da nessuna parte. E’ un’intuizione che mi è venuta ascoltando l’omelia della Santa Messa nella notte di Natale. La famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura e alla trebbiatura. Il bue è colui che è preposto al lavoro più duro. Un animale che proprio nel suo essere capace di fatica e di sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Anche noi sposi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Lo siamo solo in potenza, però. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne serve per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui sia un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza!

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Sopportatevi a vicenda

Fratelli, rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza;
sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti

Questo passo della seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Colossesi, mi permette di soffermarmi su una parola: sopportatevi.

Prendo spunto dal bellissimo libro di don Fabio Rosini “Solo l’amore crea”. Don Fabio fa una distinzione importante,  spiega la differenza tra tollerare e sopportare l’altro. Naturalmente è un discorso generale, ma che va benissimo inteso anche verso la mia sposa, che è la persona più prossima, quindi colei che maggiormente mi deve sopportare e che maggiormente io devo sopportare. Pensavo fossero due sinonimi, e nel senso comune effettivamente lo sono. Il significato originale è però molto diverso, e mi permette di poter fare alcune considerazioni. Considerazioni che rivolgo primariamente a me stesso, ma che penso possano essere utili a tutti.

Noi tolleriamo il nostro coniuge o lo sopportiamo/supportiamo? State attenti. E’ molto diverso. Molto diversa è la prospettiva e l’atteggiamento in cui ci poniamo. Dire e pensare che io tollero i difetti della mia sposa equivale ad elevarmi, a centrare l’attenzione su quanto io sia bravo. Ma pensa! Nonostante i difetti che ha, le voglio bene comunque, perchè sono io che riesco ad andare oltre la sua miseria. Un atteggiamento bruttissimo  che di amore non ha nulla. E’ solo un’autocelebrazione di me. E’ un giudizio implicito, quando va bene, che diventa esplicito quando non si tollera più. Perchè il tollerante prima o poi sbotta, perchè non riesce più ad accettare le mancanze dell’altro.

Noi dobbiamo invece, io devo invece, sopportare. Sopportare che ha la stessa etimologia e la stessa provenienza di supportare. Supportare: sub «sotto» e portare. Significa spostare l’attenzione da quanto siamo bravi noi a quanto ha bisogno lui/lei del nostro sostegno. Significa portare da sotto per sostenere l’altro, mettersi sotto, al servizio. I suoi difetti non sono da tollerare, ma da comprendere e accettare con pazienza e amore. Un esempio. Luisa è particolarmente disorganizzata. Quando ci sono tanti impegni da programmare e da incastrare nella giornata va in crisi. Questa cosa mi infastidiva parecchio. Tolleravo questo suo difetto e incapacità. Intervenivo io a sistemare e mettere in ordine la giornata, ma glielo facevo pesare. Mi sentivo bravo e non capivo come lei potesse essere così impedita. La tolleravo. Con il tempo ho compreso che lei è fatta così. Mi piace per quello che è. Ha tanti pregi che io non ho e i suoi difetti sono ben poca cosa rispetto alla ricchezza e bellezza che mi dona ogni giorno. Ho smesso di tollerare e ho cercato di sopportare. Sopportare con pazienza. Contento di poter esserle utile e poterle alleggerire la fatica della vita che è tanta. Alla fine l’amore è quello che San Paolo definisce con tanti aggettivi che lo qualificano. L’amore è paziente, benigno, non si vanta e non si gonfia e non manca di rispetto. Tutte parole che caratterizzano chi sopporta e non chi tollera. L’inno si chiude infatti con l’amore tutto sopporta.

Alla fine i difetti dell’altro sono sempre gli stessi. Sta a noi decidere se tollerarli semplicemente, cosa che non ci aiuta né a crescere come persone né a crescere nella relazione, oppure ad amare davvero l’altro sopportando con pazienza ed amore i suoi lati meno amabili.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie

Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

Antonio e Luisa

Cliccate qui per entrare nel gruppo whatsapp

Per acquistare il libro Sposi sacerdoti dell’amore cliccate qui

Per acquistare il libro L’ecologia dell’amore cliccate qui

Iscrivetevi al canale Telegram

Iscrivetevi alla nostra pagina facebook

Iscrivetevi alla pagina facebook dell’intercomunione delle famiglie