Sposi sacerdoti. Io venni meno, per la sua scomparsa. (56 capitolo)

Mi sono alzata per aprire al mio diletto
e le mie mani stillavano mirra,
fluiva mirra dalle mie dita
sulla maniglia del chiavistello.
[6]Ho aperto allora al mio diletto,
ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso.
Io venni meno, per la sua scomparsa.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato,
l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.

L’amata riesce finalmente ad alzarsi e ad andare a togliere quella maledetta asse di legno che sbarrava la porta. In quel momento si rende conto della cura e della tenerezza che il suo sposo ha avuto nei suoi riguardi. Le mie mani stillavano mirra. L’amato nel tentativo  smuovere il chiavistello, e aprire così la porta che lo separava da lei, lo ha unto con della mirra. Mirra che nella Bibbia è segno dell’amore esclusivo. Quindi segno della gioia quando l’amore è vissuto e segno del dolore quando questo amore viene meno. Sembra quindi presagire alla sensazione di sofferente abbandono in cui la sposa si viene a trovare. La sua assenza le fa già male. Ha paura che quell’amore, tanto desiderato e che tanta bellezza le ha fatto sperimentare, sia già finito.

Io venni meno per la sua scomparsa. In questa riga c’è tutta la disperazione di chi è consapevole che il suo atteggiamento, le sue paure, la sua incapacità di amare, la sua umanità ferita, la stanno dividendo dal suo amore. Non riesce ad accoglierlo in sè. Quella maledetta porta lo ha allontanato. Lui non c’è più. Chissà dove è andato e se tornerà.

La nostra protagonista non ha che due scelte. Può restare immobile in quella casa e non trovarlo più. Quante volte accade che una persona si chiuda e non permette all’amato di entrare. Non permette quindi neanche alla relazione di decollare e di essere vissuta in pienezza.

Oppure si alza e va a cercarlo. Alzarsi è un verbo di movimento che ci fa tendere verso l’alto. Già questo ci può aiutare a capire come questo verbo in questo contesto significhi alzarsi al di sopra delle proprie miserie. Alzarsi e riprendere in mano la vita. Per un cristiano c’è un significato ancora più grande. Colui che si è innalzato è Gesù. Attraverso la sua croce ci ha mostrato la via per la salvezza e ci ha mostrato il suo amore che redime e che salva. Ecco! La Sulamita del Cantico sta facendo esattamente questo: sta riprendendo in mano la sua vita e la sua relazione.

Questo non è che l’inizio, vedremo nel proseguo come ciò avverrà, ma è una indicazione importante anche per noi sposi. Non dobbiamo lasciarci immobilizzare dalle nostre ferite e dalle nostre miserie. Alziamoci e ribelliamoci. Ri-belliamoci: torniamo ad essere belli per noi e per la persona amata.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio. (55 capitolo)

Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio
e un fremito mi ha sconvolta.

Abbiamo concluso il capitolo precedente con lei che lo sente arrivare, ma inspiegabilmente non si alza per andare ad aprire. Voglio riprendere questo momento perchè potrebbe passare inosservato, oppure essere compreso male. Invece va capito e approfondito perchè è un passaggio cruciale, molto importante per comprendere come siamo fatti e per spiegare il motivo che ci porta a comportarci in determinati modi.

Lui cerca di entrare. La porta è chiusa da dentro come era consuetudine al tempo. Chiusa con una sbarra. Lui prova ad infilare la mano per sbloccare la porta, ma non riesce. Lei non si alza perchè ha paura. Ha paura di aprire al suo uomo. Ha paura perchè lo desidera. Il desiderio la spaventa. Ha paura di abbandonarsi all’amore. Perchè se ti abbandoni non hai più il controllo. Se ti abbandoni sei disarmata. Se ti abbandoni ti stai consegnando. Stai consegnando il tuo cuore e il tuo corpo.

Tante donne fanno fatica ad abbandonarsi. Fanno fatica perchè hanno una storia di amori traditi, di sofferenze non dimenticate, di ferite ancora aperte. L’amore quindi fa loro paura. Vorrebbero lasciarsi andare perchè ne sentono forte il desiderio, ma c’è una parte di loro che non molla il freno. Soffrono per non soffrire. E’ una reazione insensata, ma è molto comune e soprattutto molto umana.

Questo discorso vale per l’uomo e la donna. La donna però lo sente ancora maggiormente. Soprattutto nel rapporto fisico. Come viene vissuto il rapporto fisico nel matrimonio è un segnale importante per capire se c’è da sanare qualcosa nel passato dei due sposi. Spesso molti problemi in questo momento intimo sono sintomo di una persona ferita.

Nel rapporto fisico questa paura provoca nella donna una tensione proprio a livello  muscolare e una incapacità di lasciarsi andare al piacere.  La donna, non so se ci avete mai riflettuto, accoglie dentro di sè l’uomo. L’uomo, invece, entra nella donna. Non è la stessa cosa. Accogliere dentro di sè è molto più impegnativo da un punto di vista non solo fisico, ma anche emotivo e psicologico.  Far entrare dentro il proprio corpo non è un gesto banale e facile. Come invece tutta la mentalità pornografica, che ci ha educato fin da ragazzi, vuole farci credere. Non è un’attività ricreativa. Mette in gioco tutta la persona.

Per questo il mondo insegna qualcosa di completamente sbagliato e non aderente a come davvero siamo fatti.  Il mondo insegna che il rapporto fisico è bello all’inizio. Perchè c’è la passione. Poi, con il tempo, diventa sempre meno coinvolgente e bello.

Tutte balle!!! Dobbiamo avere il coraggio di smascherare questa menzogna. Il rapporto diventa più bello con il tempo perchè ci si apre sempre di più all’altro. Lo si accoglie sempre più profondamente in sè. Il rapporto fisico non si riduce al corpo, ma diventa porta per entrare nell’intimo anche emotivo, spirituale e costitutivo dell’altra persona.

Non comprendere questo significa limitarsi al piacere fisico e spesso, per quanto riguarda la donna,  anche quello viene a mancare. Spesso significa, per la donna, vivere con dolore quel momento.

Capite quale miseria! Posso assicurarvi che è una situazione molto comune.

Invece noi sappiamo che il matrimonio, se vissuto nella verità e nell’amore autentico, guarisce anche la nostra sessualità. Certo serve impegno da parte della donna che deve lavorare su di se per accogliere sempre di più il suo sposo. Serve anche però l’impegno dello sposo che deve imparare a guardare la sua sposa con uno sguardo che non viola, deve imparare a rispettarla e a corteggiarla. Deve educarsi a cercarla per unirsi sempre più a lei e non per usarla per sfogare istinti e pulsioni.

Costa fatica, ma ne vale la pena. Buon lavoro

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa.

Un aiuto che gli sia simile…ma senza barba.

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». (Genesi 2,18) E dopo queste parole Dio conduce all’uomo “ogni sorta di bestie selvatiche”…beh. Effettivamente tra l’uomo e le bestie selvatiche -soprattutto con l’orango-tango- una certa somiglianza c’è, e non è solo quella fisica.

Entrambi sporcano e si battono il petto per mostrare la forza bruta che li abita…e poi il pelo. Vuoi mettere che il pelo anziché concentrarlo sulla testa lo spargi per tutto il corpo! Beh, sicuramente somiglianza c’è.

Ma se all’uomo gli metti vicino una donna, quello magari si emancipa, si mette a scrivere articoli sui blog e poi ogni tanto passa l’aspirapolvere in casa.

E’ il suono dell’aspirapolvere che inizialmente lo attrae, quel rombo di potenza che parte all’accensione del suddetto elettrodomestico lo carica di virile entusiasmo. Poi magari inizia a scoprire com’è bello e rude strofinare energicamente i piatti con spugnette virilmente abrasive che graffiano più di una pasta lavamani. E vedi questo essere delle caverne che vicino ad una moglie inizia anche a lavarsi…e (alcuni…decisamente sfigati) addirittura si radono il volto.

E il Signore Dio sta li a guardare…e si accorge che questo essere che è la donna che ha messo al fianco dell’uomo fa essere l’uomo una creatura migliore, meno somigliante ad una grande bertuccia (che per carità, ha il suo fascino).

E il Signore Dio è ancora più contento quando vede che questi due si vogliono bene e si aiutano a vicenda nella pulizia della caverna che abitano, nella cura della prole e di ogni altro peluche che abita con loro…

Che poi a pensarci la santità passa proprio da qui, dal collaborare, dall’essere “complici nel bene”, dal riconoscere, accogliere e integrare quelle differenze con l’altro che sono necessarie per l’arricchimento del sé.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2,21-24)

…li ha fatti simili. Capaci entrambe di amare l’altro, di tagliare col passato infantile e di diventare uomini e donne simili a Dio. Ma la donna con meno barba.

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Sposi sacerdoti. Le carezze dell’anima. (53 articolo)

Abbiamo seguito il Cantico dei Cantici nel suo terzo poema, un poema centrale non solo come posizione nell’indice ma anche come temi trattati. Il terzo poema è il momento che ci piace di più, il momento dell’incontro con la sposa, fatto di sguardi, di carezze, di baci e di abbracci fino ad arrivare all’amplesso fisico. Questo stile di vivere l’unione è vincente, perché soddisfa i nostri bisogni più profondi di essere amati e accolti da un’altra persona diversa e complementare. Per noi cristiani, solitamente, la tenerezza porta a condividere anche il momento della preghiera di lode a Dio. Siamo sposati in tre e nella nostra unione vogliamo rendere partecipe e vivo anche Gesù il cui amore, lo Spirito Santo, si intreccia con il nostro di uomini e lo perfeziona.

Diventa così un momento di profonda unione anche la preghiera. Che bello, la sera, quando i bambini sono a letto, ritrovarsi marito e moglie, non da soli, ma alla presenza del Signore e iniziare un dialogo a tre. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le cose belle e chiedere la forza di affrontare quelle difficili e dolorose. Ringraziare Dio per il nostro sposo e la nostra sposa, chiedere perdono per le mancanze che abbiamo avuto durante la giornata. La preghiera così diventa un momento molto intimo e unitivo per la coppia e nel contempo la apre all’infinito di Gesù. La preghiera diventa momento di familiarità con Gesù che non è un ospite in famiglia, ma ne è parte integrante. Anche prima di ogni unione fisica è bellissimo mettersi davanti al Signore e chiedergli di benedire con la Sua Grazia quel momento di profondo amore .

La preghiera diventa così carezza e abbraccio, non per il corpo, ma per la nostra anima.

Don Rocchetta dice che il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altra.

Voglio concludere con la preghiera che Tobia e Sara proclamano a Dio prima di unirsi durante la prima notte di nozze:

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza». Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!».

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La temperanza. (8 articolo)

 

La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2 ) [Cf  Sir 37,27-31 ]. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri” ( Sir 18,30 ). Nel Nuovo Testamento è chiamata “moderazione” o “sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (  Tt 2,12 ).

La temperanza è una virtù sempre meno esercitata. Siamo una società di persone bulimiche. Non ci basta mai. Vogliamo tutto e subito. Siamo bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di sensazioni. Ingurgitiamo tutto, sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, anzi che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a Sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della nostra figliolanza. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e del bisogno che diventa diritto. Siamo soprattutto bulimici di piacere sessuale. Tutto nella nostra società ammicca al sesso. Lo fa la pubblicità, lo fanno i media ed è spesso presente nei discorsi al bar con gli amici. Abbiamo il cervello costantemente bombardato da stimoli sessuali. La temperanza sembra esssere esclusa dalla nostra società del carpe diem. Sa di vecchio e di clericalbigotto. Ogni lasciata è persa. Invece la temperanza è quantomai necessaria. La temperanza mette le cose al loro posto. Mette le giuste priorità in una relazione. La temperanza dice all’altro che non è importante per quello che ci dà o per le sensazioni che ci fa provare, ma è importante e amato semplicemente perchè è lui o è lei. E’ amato incondizionatamente. La temperanza, che nel matrimonio si concretizza con la scelta di avvalersi dei metodi naturali, permette agli sposi di amarsi e di mettere l’altro al primo posto. L’altro! Non il piacere che traiamo da lui/lei. Altrimenti se viene a mancare il piacere o ne troviamo uno maggiore altrove la relazione muore. Quanti si lasciano perchè non sentono più nulla? Troppi. La temperanza permette agli sposi di accogliersi totalmente e di non pretendere che l’altro/a rinunci a una parte del suo essere maschio (preservativo, coito interrotto) o femmina (pillola, spirale e altri) per assecondare il loro desiderio di piacere. La temperanza permette di rispettare completamente la persona amata. L’amore si dimostra anche sapendo rinunciare. Soprattutto oggi dove ogni sacrificio è uno scandalo da scansare.  Non sapete come si sente amata una donna quando il suo uomo è disposto ad aspettare qualche giorno pur di averla completamente senza dover rinunciare a nulla di lei, perchè lei è meravigliosa così com’è. Come invece si sente, presto o tardi, usata in caso contrario. La temperanza è una virtù che permette agli sposi di sviluppare altre forme di tenerezza e di unione. Permette agli sposi di spendere quella carica erotica che magari sentono e sprigionano per donarsi tenerezza in altro modo che non sfoci per forza nel sesso. Baci abbracci e carezze. Questo è un modo di prepararsi nella temperanza e nella verità all’amplesso quando sarà possibile viverlo. Questo è il modo che gli sposi cristiani possono ricercare per non vivere l’astinenza periodica come frustrante,ma al contrario renderla feconda e nutrimento per la relazione. Questa è la strada per vivere un matrimonio che non sia arido e che non scada nella noia e nell’abitudinarietà .

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti. (52 articolo)

Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Ecco, alla fine ci siamo, siamo al momento più intenso, che gli sposi del Cantico, come tutti gli sposi della Terra, desiderano fin dall’inizio: l’abbraccio più abbraccio, l’abbraccio più completo, l’amplesso d’amore tra l’uomo e la donna, i quali per qualche minuto non sono solo un unico cuore ma anche un’unica carne, perché non c’è confine tra lui e lei, ma si è un noi anche nella geografia del corpo. Ma che  differenza di qualità e d’amore ci può essere in uno stesso gesto! L’amplesso può essere il segno tangibile più evidente della comunione tra gli sposi oppure il gesto più egoista e falso che possiamo vivere e far vivere alla persona che diciamo di amare. Se l’amplesso è il gesto culmine di un’esistenza fatta di tenerezza che non è una parola astratta, ma è molto concreta, è fatta di baci, carezze,  abbracci, parole dette e come sono dette, cura e attenzione, allora, e solo allora, tutto acquista un senso. Per l’uomo i preliminari diverranno un proseguire quell’insieme di attenzioni per l’amata, e non una scocciatura da fare per ottenere ciò che vuole. E per la donna non sarà più così difficile abbandonarsi alle attenzioni dello sposo. Dopo essere stata al centro delle attenzioni e dell’amore del marito, per lei sarà naturale donarsi fino in fondo. Vi rendete conto della differenza che c’è tra vivere la tenerezza e non viverla? Costanza Miriano, in un’intervista, asserisce che la maggior parte dei matrimoni arrivano dopo pochi anni al “deserto sessuale”. I rapporti diventano quasi nulli. Le statistiche sono impietose e le danno ragione. Cosa succede? Gli sposi non si amano più? E’ tutto molto più semplice. Non si è curata adeguatamente la relazione e la tenerezza che diventa bellezza nell’unione anche fisica. Gli sposi hanno vissuto i rapporti in maniera distonica: uomini dolci solo quando vogliono ottenere qualcosa e donne sempre meno disponibili a concederla, perchè non si sentono amate e rispettate, e quella dolcezza a singhiozzo del marito appare falsa e ipocrita.

Voglio concludere con un’immagine molto significativa. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere tenero con la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

Antonio e Luisa

TENEREZZA

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa

Non invidiare ciò che non sei. Diventa ciò che sei.

Oggi voglio scrivere di quelle coppie che si sentono più inadeguate. Quelle che guardano la “perfezione” che hanno altre famiglie. Magari con un po’ di invidia. Si vedono brutti e incapaci. Spesso ci capita di vivere con un senso di inferiorità rispetto ad altre coppie il nostro essere famiglia. Non consideriamo mai a sufficienza che partiamo da due prospettive completamente diverse. La nostra famiglia la viviamo dall’interno, ne conosciamo benissimo limiti e pazzie. Tutte le famiglie, ripeto tutte, viste da vicino sono almeno un po’ pazze. Le altre famiglie le guardiamo da lontano, non viviamo la loro quotidianità ed intimità, e per forze di cose ci appaiono diverse da ciò che in realtà sono. Cerchiamo di concentrarci sulla nostra, ammirando le virtù e i pregi delle altre, senza per questo invidiarle. Ogni famiglia è bellissima e diversa. Ogni famiglia regala al mondo qualcosa di unico rispetto a qualunque altra. C’è quella con tanti figli, c’è quella che è risorta da situazioni di sofferenza e difficoltà, c’è quella che si prende cura degli anziani, c’è quella dove si vive fortissima l’unione e la solidarietà e così via. Non perdiamo tempo ad invidiare le qualità delle altre famiglie. Ammiriamole ma non scoraggiamoci, cerchiamo di tirare fuori il meglio dalla nostra senza imitare nessun altra, ma mantenendo la nostra unicità, che è poi la nostra bellezza che possiamo regalare al mondo.  Dio ci ha unito in una nuova creazione, ci ha fatto uno, perchè dalle nostre caratteristiche potesse nascere qualcosa che solo noi possiamo mostrare al mondo, poco importa se non siamo bravi come quella famiglia, se non siamo impeccabili come quell’altra, se la nostra casa è un casino, se i nostri figli urlano o se noi litighiamo. Se riusciamo ad essere ciò che Dio ha pensato per noi saremo bellissimi così, anche nei nostri difetti e nelle nostre fragilità. Per rafforzare quanto voglio esprimere vi presento un cortometraggio rielaborato da parte di due cari amici e sposi: Mirko e Sandra. Sono anche i coordinatori nazionali della nostra associazione (www.intercomunione.it)

Il corto è ambientato negli Stati Uniti durante gli anni delle grande depressione dopo la crisi del ’29.

E’ la storia di Will, interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti, rifiutato da tutti e finito in una fiera come fenomeno da baraccone. Deriso, sopravvive senza trovare un posto e un senso nella propria vita. Fino a quando Mendez, il direttore di un circo molto particolare, non entra in quella fiera e i loro sguardi si incontrano. Mendez è Dio, e quando ti guarda con quello sguardo carico di amore e di bellezza la tua vita cambia.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia. E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Buona visione…

Virtù e matrimonio. La fortezza (7 articolo)

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti Introduzione  La fede  La carità La speranza La prudenza La giustizia

“La crostata di mele”, ovvero “il litigio vien mangiando”

…di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise dal Blog “Sposi&Spose di Cristo”

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i 7 nani, capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei piccoli nani:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Poi Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile.

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è: ed è allora che………

“VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 

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Non potrei mai amare una donna di 50

Una notizia circolava sui media e sulla rete qualche giorno fa. Le parole di un certo Yann Moix, che dicono essere un noto scrittore e sceneggiatore francese, hanno fatto molto discutere. Una di quelle notizie frivole che ci mettono un secondo a fare il giro del mondo. In un’intervista alla rivista Marie Claire il bel cinquantenne ha dichiarato:

Potrebbe mai amare una donna di 50 anni?“, “Ah no, non esageriamo, è impossibile“. “Ma si rende conto che è orribile?”, domanda allora la giornalista. E lui risponde: “Dico la verità, a 50 anni non potrei mai amare una donna di 50”. “Ma perché?”, continua l’intervistatrice. “Le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane”. A dire queste frasi in un’intervista a Marie Claire è lo scrittore francese Yann Moix, che di anni ne ha proprio 50 e non è certo Brad Pitt. Non contento, poi ha rincarato la dose:  “Le 50enni per me sono invisibili, preferisco i corpi della donne giovani, tutto qua. Punto. Il corpo di una donna di 25 anni è straordinario, quello di una donna di 50 anni non lo è affatto”. 

E’ impossibile! Per Yann è impossibile. Perchè? Il corpo di una donna di cinquantanni è brutto. Non è desiderabile, anzi probabilmente crede sia orrendo. Quello di una venticinquenne è perfetto. Non è più acerbo e non è ancora passato. E’ al culmine della bellezza.

Stanno davvero così le cose? Mi sento chiamato in causa. Io ho sposato Luisa nel 2002. Io avevo 27 anni e lei 35. Fate voi i conti. Lei ora ha passato i cinquanta mentre io sono ancora abbondantemente al di sotto. Eppure mi piace più ora di prima. Non sono impazzito e ci vedo ancora bene. Le gravidanza e il tempo hanno lasciato segni visibili, eppure è meravigliosa. E’ l’amore che rende tutto più bello. Capite bene che anche tutto l’amore che noi doniamo al nostro coniuge diventa bellezza che trasfigura il nostro corpo e lo rende bello. Almeno ai suoi occhi. Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare. Anche la Madonna  a Medjugorje, durante un’apparizione disse: Io sono bella perché amo. Se volete diventare belli, amate e non avrete tanto bisogno dello specchio. Non importa se crediate o meno a queste apparizioni. Questa frase è autenticamente vera. L’amore cambia anche il mio sguardo. Il mio sguardo non è quello di qualsiasi altro. Il mio è arricchito di tutte la vita insieme, dei momenti belli e di quelli brutti, di tutti i perdoni, i dialoghi, i gesti di servizio e di tenerezza, è anche arricchito di tutti i momenti di intimità, è arricchito dalla nostra preghiera di coppia che è intimità spirituale, è arricchito  dall’amplesso che è la massima intimità corporale tra due sposi. Tutti questi anni anni in cui ci siamo donati l’uno all’altra mi permettono di vedere la mia sposa con uno sguardo diverso. Come photoshoppato. Io non vedo quello che vedono gli altri, vedo la bellezza del suo corpo trasfigurato, arricchito di tutto ciò che lei è, nel suo profondo. Un mistero che non smetto mai di scoprire e che mi rende la vita accanto a lei una meraviglia.

Non mi sento più povero di Yann Moix. Mi sento più ricco. Probabilmente non ha trovato, nella sua vita, che donne che non gli hanno dato nulla oltre il corpo. Più facilmente lui non è stato capace di accogliere, da quelle donne, null’altro che il corpo. In realtà il povero è lui. Io non ho bisogno di cercare sempre nuovi corpi per trovare la bellezza che altrimenti non saprei scorgere. Grazie all’amore che rende tutto sempre nuovo e diverso riesco a scorgere la bellezza quella vera, quella che va oltre un corpo, ma che si trasfigura nel corpo. Non mi sto accontentando. Al contrario sto assaporando la bellezza autentica che si scopre solo con una vita passata insieme e nel dono reciproco del nostro amore.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La giustizia (6 articolo)

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti Introduzione  La fede  La carità La speranza La prudenza

Come Magi in cammino

Un mio articolo dell’anno scorso. Mi ha fatto piacere rileggerlo e vorrei condividerlo con voi.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa.

8 piccoli passi possibili: il Pollice verde per la Felicità Matrimoniale

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

Carissimi, eccoci al nostro appuntamento settimanale!

E’ vero, siamo in pieno inverno…ma non c’è freddo e gelo che tenga per poter compiere questi semplici e piccoli passi pratici per un buon raccolto! Cosa si coltiva? Scopritelo!

Primo passo possibile:

Predisporre il terreno della vostra vita ad accogliere i semi della felicità prestando attenzione all’esposizione: serve molta Luce di Dio!

 

Secondo passo possibile:

Zappettate accuratamente con la volontà e la voglia di partire…di andare lontano insieme al vostro coniuge percorrendo insieme piccoli passi possibili.

 

Terzo passo possibile:

Dopo aver ripulito il terreno del cuore dalle erbacce dell’incredulità e della diffidenza, e dissodato dalle pietre dell’indifferenza e delle paure, create dei solchi profondi a tal punto da permettere ad un seme delicato, come quello della Gioia piena, di mettere radici stabili.

 

Quarto passo possibile:

Iniziate la semina della Parola di Dio e della Eucarestia.

 

Quinto passo possibile:

Avendo scelto di coltivare la Santità, ora cercate di tenerla viva. Come? Seguendo la persona di Cristo, innaffiando costantemente con l’impegno concreto nell’Amore, e ripulendo il luogo dalle solite erbacce che cresceranno intorno, dando così Libertà e spazio a quanto state coltivando: la Vita Vera.

 

Sesto passo possibile:

Abbiate cura del vostro orto matrimoniale anche quando sembrerà che non stia accadendo nulla di importante. Infatti, così come per tutte le cose buone della terra, i frutti migliori richiedono tempi lunghi per spuntare, crescere e maturare. Nella certezza della Speranza, continuate a lavorare il vostro orto poiché, anche se non le vedete, pian piano sotto la terra le radici si stanno espandendo. Custodite il vostro orto dalla grandine dei pericoli inutili e zappettate sempre con cura, aggiungendo ogni giorno il concime della preghiera.

 

Settimo passo possibile:

Ecco spuntare il germoglio della Carità nella vostra famiglia! Ora il vostro lavoro è visibile, chiamate tutti ad ammirare e a gioire con voi! Prendete per mano i vostri amici, e, una volta portati vicino ad ogni piantina, potete sussurrare al loro orecchio: “All’ombra dell’amore tra me ed il mio coniuge potrete trovare riparo anche voi!”.

 

Ottavo passo possibile:

Ogni giorno ripetete tutto il processo dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio…date pure libero sfogo alla fantasia e fidatevi dello Spirito Santo; e nella gioia e nella consapevolezza della Comunione con il Signore Gesù, potrete sfamare il mondo con le vostre mani…unite.

…e ora all’opera…buon raccolto a tutti…a piccoli passi possibili!

 

Visualizza l’articolo originale dal Blog di Sposi&Spose di Cristo

Virtù e matrimonio. La prudenza. (5 articolo)

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

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Introduzione  La fede  La carità La speranza

Dio ci parla con la voce della persona che abbiamo accanto.

La prima lettura di ieri ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il mio parroco che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, cioè farlo per Dio, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

Cosa mi porto di quest’anno?

Ogni volta che si fa prossima la fine dell’anno viene quasi naturale riflettere su quello che è stato. Su quello che sono stato io. E’ stato un anno buttato oppure mi è servito per maturare un po’ di più, per imparare un po’ di più ad essere uomo? Per imparare un po’ di più ad amare e ad accogliere l’amore della mia sposa? Come sono stato con i miei figli? Sono stato capace di essere una guida e un padre decente? Sono stato soprattutto capace di trasmettere loro uno sguardo che va oltre l’immanente? Uno sguardo che apre all’amore eterno, incondizionato e misericordioso di Dio? Questa è la dote che mi porterò nel nuovo anno. Solo l’amore. L’amore naturale come padre e come sposo e l’amore divino a cui rivolgere lo sguardo. Null’altro è importante. Ecco perchè ciò che mi porterò nel nuovo anno non saranno i successi lavorativi, il libro pubblicato, le ospitate in televisione e i soldi che ho nel conto corrente (che sono peraltro molto pochi). Tutti ricordi molto belli, ma che non fanno ricchezza umana e spirituale. Ciò che mi porterò sono le carezze di mia moglie. Mi porterò i suoi perdoni per me e i miei perdoni per lei. Mi porterò i litigi con i nostri figli che mi hanno permesso di comprenderli meglio e di rettificare il mio atteggiamento sbagliato con loro. Mi porterò i momenti difficili affrontati insieme che ci hanno reso più forti. Mi porterò i suoi pianti e i suoi sorrisi. Mi porterò le sue parole e suoi silenzi. Mi porterò i momenti speciali, ma forse ancor di più quelli che non hanno avuto niente di speciale se non la sua presenza. Mi porterò gli incontri bellissimi che mi sono stati donati da Dio attraverso questo blog, credo come centuplo in ricompensa della fatica che mi costa curarlo. Penso a Claudia e Roberto. Due persone che non abbiamo visto che per poche ore, ma che ci sono già dentro il cuore. Cristina che ci ha trasmesso tanta forza, convinzione e fede. Donna eccezionale. Penso a Marco che nella sua semplicità ed umiltà ci ha accolto come fratelli. Penso alle tante persone che hanno condiviso le loro gioie e i loro dolori con noi. Penso alle persone incontrate durante i nostri corsi. Mi porterò la loro gioia e le loro lacrime alla fine del corso. Mi porterò le loro testimonianze che mi hanno commosso. Mi porterò tutto questo con la convinzione che non sia stato un anno buttato, ma un anno speso bene. Un anno che mi ha permesso di scoprire un pochino di più l’uomo che sono e che mi ha avvicinato così alla verità e al mio Dio. Nonostante tutte le mie cadute e i miei peccati. Quelli però non me li porto dietro. Quelli li ho lasciati al confessore, li ho lasciati a Gesù che ha già pagato per me.

Antonio e Luisa.

Il nostro matrimonio è la mangiatoia dove è posto Gesù

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

 

Il nostro sì ogni giorno della vita

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì.  Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

 

L’Avvento ricostituente per la famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

Rifulse nei nostri cuori

Sono seduta sul divano e ammiro le luci del Natale. Emozionati, per la prima volta quest’anno siamo tornati a casa pieni di buste e ci siamo messi insieme ad abbellire la nostra casetta. Due cuori, un bilocale, candele e tante luci. Una volta sola in casa mi sono guardata intorno, più vicino a me ho osservato l’albero, il presepe e le lucine che illuminano i mobili e le fotografie, poi ho rivolto lo sguardo fuori e ho visto l’alberello sul balcone, anche lui in festa, e tutto il quartiere, le case di vicini che non conosco, tutte illuminate. Sembra proprio che il Natale sia la festa della luce, anche se ho visto tanti volti spenti in giro per i negozi, ansiosi di comprare i regali e scocciati di dover rispettare la fila in cassa. Sarà che quest’anno vivremo il nostro primo Natale insieme e quindi sono felice anche solo di comprare una pallina e fare una fila chilometrica in cassa, ma poi mi chiedo, perchè illuminiamo tutto se poi dentro siamo spenti? Sembra l’incipit della classica morale pre-natalizia, che noia, penserete. Ma, ragionandoci bene, mi dico che no, non si tratta di semplice morale, ma, ancora un volta di osservazione della realtà, senza giudizio. Vorrei essere solo un piccolo specchio della vita che mi sta intorno e scrivere qualcosa che possa aiutarmi ad assaporare, più che a comprendere, il senso di quello che faccio. Sicuramente bisogna tener conto del consumismo, dello sfarzo, dell’apparenza, ma credo che possiamo andare oltre e ritornare alla domanda, perchè illumiamo tutto? 
Perchè in mezzo alla quotidianità, alle tragedie, alle violenze, ai litigi, all’odio, al rancore, all’indecisione abbiamo bisogno di luce. Abbiamo bisogno di una luce prorompente che illumini i nostri passi. Chi è miope come me lo può capire molto bene, quando la sera è buio puoi anche mettere gli occhiali, ma l’indecisione caratterizzerà sempre il tuo passo. L’unica cosa che potrà aiutarci davvero sarà un bel fanale o la torcia dello smartphone, a quel punto possiamo procedere oltre quello scalino con un po’ di sicurezza in più. Diciamo allora che quando è tanto buio non bastano gli occhiali. Quando non capisco dove andare, quale università scegliere, quando mi chiedo se quel ragazzo è la persona giusta per me, se è meglio perdonare quel torto, se decidere di cambiare città o meno, se continuare ad amare nonostante tutto, se compromettermi, se mettermi in gioco, se buttarmi… ho bisogno di una luce in più. Le tenebre della vita sono tante, ogni giorno mi informo sul mondo e vedo tanta tenebra. A volte, senza andare troppo lontano, proprio nel nostro cuore regnano le tenebre, nel nostro sguardo non si intravede nessuna luce. Se guardiamo negli occhi i nostri fratelli più piccoli, i nostri nipoti, i bambini che incontriamo a fare spesa o quelli che accudiamo, è presente quella luce prorompente. “Il Natale è fatto per i bambini”, questa la frase che si sente molto spesso sotto le feste, ed è senz’altro vero. Probabilmente la magia del Natale, dell’attesa, della sorpresa è propria dei bambini. Ma non credo che sia riservata solo a loro, no. E qui viene il bello. Viviamo come se qualcuno avesse spento la nostra luce interiore, quella che era lì quando eravamo piccoli, era bella lucente, o “luccicante” come direbbe la mia sorellina. Credo che Dio ce l’abbia regalata di default alla nascita. Che fine ha fatto?
La verità è che il tempo che precede il Natale ci mette in crisi per questa domanda qui. Perchè viviamo senza aspettare nulla. Non ci aspettiamo più nulla dalla vita, da quella persona che è sempre la stessa e da noi che siamo così impauriti e rigidi ai cambiamenti della nostra storia personale e universale. Peccato però che se non ci aspettiamo più nulla, non viviamo più. Se non ci aspettiamo più nulla dalla persona che è diventata nostro marito/moglie, non viviamo più quella relazione. La rottura delle relazioni non è sempre da ricercare in tradimenti o grossi errori, a volte basta pensare che lei/lui non cambieranno mai per far morire quella relazione. Se non ci aspettiamo più nulla dalla vita, vuol dire che abbiamo perso la voglia di vedere che cosa c’è dietro il prossimo angolo, perchè abbiamo paura e preferiamo rimanere bloccati nelle tenebre del presente, che tutto sommato sappiamo come funzionano e ci possiamo mettere comodi. Già, ci mettiamo comodi sul nostro presente e pensiamo di avere così in mano il futuro, dal quale però non ci aspettiamo nulla. Che futuro è? E come viviamo il nostro presente? E, visto che credo nel valore delle parole e spesso il loro significato profondo risiede nell’etimologia, apro il vocabolario e scopro che aspettare proviene dal latino “aspectare”, “guardare”, “stare rivolto verso qualche parte”. Torna sempre tutto. Infatti non guardiamo più nulla e non stiamo rivolti verso nessuna parte. Il verbo “aspettare” non rientra nelle nostre azioni quotidiane (poi un giorno cercherò di capire anche perchè i vecchietti che dovrebbero godersi la pensione non riescono a rispettare le file in cassa, ma questo è un altro discorso). Abbiamo lo sguardo ad altezza tangenziale, computer, cellulare. Non pretendiamo di alzarlo leggermente più in su e non ci concediamo il piacere di rivolgerlo verso gli occhi di chi abbiamo accanto. 
Il mio invito per questo Avvento, per quest’attesa che ci porterà al Natale, è di vivere il più possibile l’esperienza dell’attesa quotidiana. Sicuramente l’attesa più importante per un cristiano sarà quella della venuta di Cristo, sarà la Vita Eterna, ma ricordiamoci che il valore di questa vita è inestimabile e unico. Oggi ti aspetto a casa e provo a ritrovare nei tuoi occhi la luce del giorno del matrimonio, proviamoci tutti. Oggi cerco nella stanchezza del tuo sguardo quella luce di bambino. Oggi benedico l’attesa in cassa perchè mi dà l’occasione di osservare ciò che ho accanto e magari in un sorriso o in un volto triste posso assaporare la vita. Oggi cerco di aspettarmi di più da me, cerco di impegnarmi ad amare oltre ogni misura me stessa, gli altri e la mia vita, perchè la misura dell’Amore è amare senza misura (Sant’Agostino sempre sul pezzo). Oggi provo ad aspettarmi quello che gli altri sanno darmi, senza pretendere nulla: questo è il segreto della relazione, aspettare e accogliere ciò che gli altri sono, non ciò che gli altri sanno. Oggi cerco di aspettarmi qualcosa di nuovo da questa vita, che fosse anche solo riscoprire la gioia di svegliarmi e saper abbracciare chi ho accanto (che non è poco, chiediamoci l’ultima volta che l’abbiamo fatto con sincerità). Oggi aspetto che questa luce rifulga nel mio cuore e non solo nel mio salotto, perchè possa illuminare i miei passi e forse anche quelli di qualcun altro.

«E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Federica Di Vito

Articolo originale

Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

La Parola di questa domenica di Avvento ci mostra tutta la potenza del battesimo. Non di quello di Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla.

Uomo e donna sono estremamente diversi. Lo sono in tutto. E’ bene saperlo per imparare a capirsi e per poter essere davvero d’aiuto per l’altro/a. Prenderò spunto dall’illuminante libro di John Gray Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.

Quando una donna ha un problema da risolvere vuole parlarne con il suo sposo. Per lei è importante farlo. Vuole essere supportata e sostenuta. Non cerca per forza una soluzione dallo sposo. Sa che alcune volte lui non può dargliela o non può sostituirsi a lei. Però è importante che lui ci sia. E’ importante che lui sappia sedersi davanti a lei e la ascolti. L’ascolto è per lei fondamentale per sentirsi amata e per non sentirsi sola nella scelta e nel trovare una soluzione.

Nell’universo femminile, mettere gli altri a conoscenza dei propri problemi è segno di amore e di fiducia. Le donne non si vergognano di avere problemi. Non è la competenza ad alimentare il loro ego (come accade per gli uomini), bensì la comunicazione interpersonale. Esternano apertamente le loro sensazioni di sopraffazione, confusione, impotenza e stanchezza.

L’uomo è profondamente diverso. Quando un uomo è preoccupato, non parla mai di ciò che lo preoccupa. A differenza delle donne, non condividerebbe mai con altri il suo problema a meno che l’assistenza di quella persona non gli sia necessaria per risolverlo. Diventa quindi estremamente silenzioso e si rifugia nella sua caverna privata (si isola dal mondo) per riflettere sul problema ed esaminarlo da ogni angolazione alla ricerca della soluzione. Quando l’ha trovata, si sente molto sollevato, abbandona la caverna ed è pronto al dialogo con la sua donna.

Se non riesce a trovare una soluzione, allora cerca qualcosa che gli permetta di dimenticare i problemi, come leggere il giornale o impegnarsi in un’attività ricreativa. Staccando la mente dai problemi della giornata, riesce gradualmente a rilassarsi.

E’ importante comprendere questa dinamica per evitare contrasti all’interno della coppia. L’uomo spesso tende a sottovalutare l’importanza dell’ascolto in caso la sua sposa abbia problemi che la tormentano. Di solito tende ad ascoltare e poi, se non trova un’immediata soluzione, ritiene inutile proseguire a parlare di quell’argomento. Quindi si disinteressa o addirittura se ne va. La sua donna si sente abbandonata e non capita.

In caso sia l’uomo ad essere turbato, quando è chiuso nella sua caverna, è incapace di dare alla sua compagna l’attenzione che desidera. In quel momento egli pensa esclusivamente a risolvere, da solo, il suo problema. Per lei è difficile accettarlo perché non si rende conto del grado di stress a cui lui è sottoposto. Se alla sera il suo compagno le parlasse dei suoi problemi, riuscirebbe a mostrarsi più comprensiva, ma lui rimane chiuso in se stesso e lei finisce col sentirsi ignorata. Capisce che il suo compagno è turbato, ma erroneamente presume che lui non le voglia bene perché non le parla.

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla. L’incapacità di capire e accettare questa differenza crea nei nostri rapporti degli inevitabili contrasti che a lungo andare possono portare a gravi incomprensioni e sofferenze.

Se invece si impara a conoscere come l’altro/a vive la difficoltà tutto diventa più facile e si può dare un sostegno concreto e gradito all’altro/a

Antonio e Luisa

Santa Lucia martire per custodire la sua vocazione. Cosa può insegnare a noi sposi?

Ieri la Chiesa ha fatto memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue. Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato. Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata. Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore eterno. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

Litigare fa bene alla coppia.

Oggi voglio iniziare con un breve aneddoto. Un missionario si trova ospite di una coppia sposata da cinquant’anni anni e, dopo alcuni giorni durante la cena, chiede loro: Non vi ho mai sentito litigare in questi giorni. Come fate? Qual’è il vostro segreto? Lo sposo risponde:  Beh, vede Padre, ora che mi ci fa pensare ha ragione. Non abbiamo mai litigato. Ogni volta che avverto che stiamo per farlo me ne vado in garage. Solo che così ho passato gli ultimi 50 anni in garage!

Naturalmente questa è una battuta. E’ una storiella però molto interessante per comprendere alcune dinamiche. Un rapporto per decollare ha bisogno di un terremoto a volte. Uomo e donna sono profondamente diversi. Hanno storie diverse, educazioni diverse, un modo si pensare diverso e, non meno importante, esperienze e ferite diverse. Quando ci si sposa si diventa uno, si mette tutto in comune, tutto per l’altro. Si dona tutto e si accoglie tutto. Questo inevitabilmente porta ad uno scontro tra due mondi diversi. Come due placche terrestri ci scontriamo e da questa collisione non può che verificarsi un terremoto. Un terremoto che mette in discussione la relazione e l’altro! Come fa a non capire? Come può comportarsi in questo modo? Come fanno a piacergli certe cose? Non capisce che io ho bisogno di questo e non di quello? Ecc. ecc.

Un terremoto che all’inizio sembra distruggere tutto, ma che invece è un’occasione per ricostruire più forte e più bello di prima. Ricostruire la relazione capendo ogni volta qualcosa di più l’uno dell’altra. Imparando, ogni volta di più, ad essere empatico con l’altro. A comprendere che l’altro ha una sensibilità diversa.

Capite come in questo modo il conflitto diventa costruttivo e come aiuti la coppia a trovare un equilibrio fondato sul desiderio di unità nonostante le differenze. Un’unità molto più ricca e bella che permette di allargare orizzonti e cuore. Permette di liberarsi di tutte quelle frustrazioni, di tutta quella rabbia e dei rancori che le situazioni irrisolte inevitabilmente creano. Alcune coppie continuano a nascondere i problemi come polvere sotto il tappeto. La casa sembra così impeccabile. Pian piano quella polvere si accumula, l’aria diventa viziata e irrespirabile e, presto o tardi, soffocante.

Per questo è importante confrontarsi e, a volte, anche litigare. Farlo però bene. Senza uccidere con le nostre parole l’altro. Sappiamo bene, quando vogliamo, come far male all’altro, come ferirlo in modo profondo e mortale. Ecco non facciamolo. Dobbiamo anche nel litigio custodire la nostra coppia e voler bene all’altro. Perchè poi si farà pace, ma le parole dette se hanno ferito nel profondo, lasceranno una ferita ulteriore da rimarginare.

Antonio e Luisa

Si vince o si perde entrambi.

Tempo fa ho avuto uno scambio di messaggi con una persona. Con un’amica social.  Spero non si offenda, cercherò di essere vago e di far si che resti anonima. Avevo condiviso da poco una foto della mia famiglia al santuario di Caravaggio. Chiara (nome di fantasia) mi scrive che è sola in casa. Il marito è uscito in  moto e lei non è voluta andare con lui. Non lo ha seguito perchè lei odia le gite in moto. Lui lo sa. Era una delle poche occasioni in cui avrebbero potuto approfittare della mancanza dei figli, fuori casa per una notte. L’ho sentita molto triste e arrabbiata. Il marito aveva preferito la moto a lei. Chiara ha sicuramente le sue ragioni. Il marito poteva essere più sensibile e accomodante verso di lei. Poteva scegliere un’altra attività da fare insieme. Lei era però troppo ripiegata sulle sue ragioni. Sull’egoismo e irragionevolezza di lui. Le ho scritto un breve messaggio dove ho cercato di farle capire che ripiegarsi sui propri mugugni non serve a nulla. Serve solo ad accrescere la rabbia, la frustrazione e la delusione. E’ importante invece chiedersi il perchè del comportamento del marito. Chiedersi cosa lo ha spinto ad essere così duro e irragionevole. Probabilmente lui si è sentito a sua volta incompreso e non amato. Avrà pensato: Chiara lo sa che la moto mi piace tantissimo. C’è una bella giornata e siamo da soli. Perchè non mi accontenta e viene con me?. Il rifiuto di Chiara ha provocato in lui una chiusura e lo ha reso ancora più deciso a non cedere. Un muro causato da un mix di orgoglio e frustrazione. Ed è partito da solo. Con il risultato che entrambi hanno rinunciato a dialogare. Ognuna chiusa nella certezza di aver ragione. Mi è bastato scrivere un breve messaggio a Chiara per farle subito cambiare prospettiva. Ha visto con gli occhi e il cuore del marito e la sua rabbia si è sgonfiata. Si è resa conto che avevano perso entrambi quel giorno perchè si erano lasciati dividere dall’orgoglio e dall’incapacità di leggere la situazione con la testa dell’altro. Sarebbe bastato un dialogo sereno o, magari, anche un litigio costruttivo per trovare una terza via che avrebbe accontentato tutti e due, e avrebbero così passato un pomeriggio in compagnia l’uno dell’altra, e non in compagnia della delusione. In amore, e ancor di più nel matrimonio, non può vincere solo uno dei due. Si vince o si perde entrambi. Affidiamo nella preghiera a Dio questa breve riflessione che credo possa evitare con poco tanta sofferenza.

Antonio e Luisa.

Dio scese su Giovanni non su Tiberio.

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,
sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Quello di questa domenica è un Vangelo che riempie il cuore di speranza. Non è un caso che il Vangelo inizia elencando tutte le persone più influenti e detentrici del potere politico, militare e religioso. Quelli che contano, quelli che sono nella stanza dei bottoni. Quelli sotto cui è la vita di una moltitudine di persone. L’imperatore di Roma Tiberio, il governatore Ponzio Pilato, i tetrarchi Erode, Filippo e Lisània. Infine i sommi sacerdoti Anna e Caifa. Non manca nessuno! Dio non scende su di loro. Dio scende su Giovanni. Scende sul figlio di Zaccaria. Scende su una famiglia normale, ordinaria, che non si distingue da tante altre del posto. Quella famiglia può essere la nostra. In un tempo dove anche nella Chiesa c’è tanta confusione. Dove, nonostante il Papa cerchi si governare la barca nella burrasca, tanti si perdono. Dove non c’è più una parola chiara e netta sull’amore umano, sulla fedeltà, sulla castità e sulla sessualità. In una Chiesa, dove si alzano mille voci che dicono l’una il contrario dell’altra, noi sposi cristiani possiamo essere chiamati a dare testimonianza. Esattamente come Giovanni. Un uomo che non aveva grande potere ma spaventava un tiranno come Erode. Uno che parlava con un’autorevolezza che veniva, non da una forza politica o militare, ma dalla forza della Verità, dalla forza di Dio. Non curiamoci di tutte le voci nella Chiesa, non possiamo farci nulla. Qualcosa che possiamo fare c’è. Facciamo parlare la nostra vita, il nostro matrimonio e la nostra relazione. Solo così potremo cambiare davvero qualcosa.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La carità. (3 articolo)

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

Articoli precedenti

Introduzione La fede

Virtù e matrimonio. La fede (2 articolo)

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

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