Gli sposi bevono dallo stesso calice

Oggi, nel Vangelo c’è un passo che mi ha fatto riflettere molto.

Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa.
Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo».
Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio».

Premetto che quello che scrivo sono solo riflessioni personali senza nessuna pretesa di verità dottrinale, ma mi piace condividere questi pensieri che mi aiutano a comprendere di più la mia vocazione matrimoniale. Sono pensieri sulla Parola che è bussola per il cammino mio e della sposa che Dio mi ha donato.

In questo passo mi ha colpito l’immagine del calice. Bere dallo stesso calice di Gesù per essere come Lui. Il calice mi riporta alla celebrazione del mio matrimonio. Quando io e la mia sposa abbiamo bevuto dallo stesso calice e non ci siamo accorti della profondità di quel gesto. Profondità di Grazia e di significato. Il vino che ci riporta a Cana di Galilea e al primo miracolo di Gesù. La festa stava finendo e il matrimonio si stava intristendo, la gioa stava svanendo. Gesù ridona la pace e la festa diventa più bella e inebriante di prima. Anche noi abbiamo bevuto quel vino nuovo  Un vino molto più buono del miglior vino che noi da soli avremmo potuto offrire. Abbiamo bevuto dallo stesso calice per dire che da quel momento  la festa e la pace non finiranno, perché Gesù sarà nostro sostegno e nostra sorgente. Attraverso quel calice Gesù riversa la sua Grazia nella nostra relazione, perché davvero quella povertà di cui siamo costituiti possa essere rivestita della sua regalità e della sua magnificenza. Il calice, vino nuovo, sangue di Cristo, via di redenzione e di santificazione. Ma il calice non significa solo questo. Il calice è anche quello amaro del Getsemani che porta Gesù a dire:

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà 

Il calice che Gesù offre ai suoi discepoli e a tutti noi è anche quello amaro della sofferenza, del dolore e dell’abbandono. Quando Gesù nel Vangelo di oggi, chiede ai due apostoli se possono bere il suo calice, sta salendo a Gerusalemme, sta camminando verso la sua passione, verso il suo martirio. Bere dallo stesso calice significa proprio accettare dal quel momento che la nostra vita può essere anche una salita verso Gerusalemme. Può essere fatica, dolore e sofferenza, non sappiamo cosa incontreremo nella nostra vita, ma bere da quel calice amaro, insieme, significa promettere a sé e all’altro/a che non verremo mai meno al nostro patto nuziale e che tutto sarà condiviso tra noi sposi. Così riusciremo ad attraversare ogni difficoltà insieme e riusciremo a raggiungere la nostra meta, che è l’abbraccio eterno con Gesù.  Con la sua Grazia e la nostra volontà di restare uniti sempre, nulla ci dividerà.

Come non pensare alla vita di Enrico e Chiara Petrillo? Loro nella foto stanno sostenendo insieme quel calice, fonte di vita, ma anche segno di quello che sarà la loro vita insieme. Grazia e dolore. Pace e sofferenza. Per loro il calice è tutto questo e lo hanno sempre accettato con fede, perché quel calice faceva loro percepire la presenza di Dio che li accompagnava  e l’orizzonte dell’eternità.

Ci sono due riflessioni che esprimono benissimo i due significati del calice. Una detta da Chiara e l’altra che mi ha provocato Enrico.

Chiara disse:

Per ogni giorno c’è la Grazia. Chiedo la grazia di poter vivere la Grazia

Enrico con la sua dedizione, fiducia e amore per Dio e per la sua sposa ha mostrato concretamente cosa significa bere nello stesso calice , anche quando risulta amaro e doloroso. Ha accompagnato la sua sposa finché ha potuto  poi l’ha offerta a chi, come afferma lui stesso, l’ha amata più di lui. Ascoltare Enrico mentre suona e canta al funerale di Chiara è qualcosa di unico. La voce  e lo sguardo non nascondono il dolore della separazione, ma si percepisce chiaramente che non c’è disperazione e rancore verso Dio, ma la consapevolezza di avercela fatta, di aver vissuto una vita buona accanto a lei per prepararsi insieme ad incontrare lo Sposo. Lei già lo vede  e per lui questa è gioia e consolazione. Si riabbracceranno, perché sono stati capaci di bere dallo stesso calice per tutta la loro vita insieme.

Antonio e Luisa

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