L’alfabeto degli sposi. O come ordinarietà.

L’ordinarietà è il banco di prova. Tante coppie saltano sull’ordinarietà. Ho incontrato alcuni giorni fa una mia vecchia amica che non vedevo da tempo. Facendo due chiacchiere scopro che Federica è in grossa crisi con il marito.  Questa amica  è sposata da alcuni anni con un collega di lavoro. Matrimonio maturo, entrambi ultraquarantenni. Confidandosi con me, ha manifestato tutta la sua delusione e sofferenza. Il matrimonio si è trasformato presto in un incubo.  Stavano così bene insieme, viaggi, interessi comuni, musica, concerti, mostre e musei. Città d’arte e mare. Insomma nello straordinario si trovavano benissimo. Il matrimonio non è questo però. Il matrimonio è vita comune, vita di ogni giorno. Il matrimonio sono le paturnie di una moglie, sono i pigiamoni di flanella, i bambini che stanno male la notte, il marito che lascia il dentifricio aperto e i calzini in giro. Il matrimonio sono le corse la mattina per arrivare in ufficio in tempo alle otto dopo aver litigato già da un’ora con i figli per farli alzare, mangiare, vestirsi e saltare in macchina per andare a scuola. Il matrimonio è questo e tanto altro.

A questo proposito il  nostro parroco nel Natale 2016 si è “inventato” un’altra splendida omelia che voglio riprendere. Una di quelle che ti fanno riflettere e che anche dopo mesi ti restano in testa. Me la sono segnata non a caso. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta  che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama Weekend degli 883. Una canzone degli anni 90,  di quando ero ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme per sentirci in paradiso. Vi riporto un mio vecchio articolo.

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

Antonio e Luisa

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