L’alfabeto degli sposi. V come verità e volontà.

Torno con la memoria a circa sedici anni fa. Stavo per promettere amore e fedeltà per sempre alla mia sposa. Stavo per sposarmi. Ero felice, certo, ma ero anche frastornato e avevo paura. Diciamo pure strizza. Era una scelta definitiva, radicale e dalla quale dipendeva la risposta alla mia vocazione.  Quando si avvicina il giorno del matrimonio, quando lo prepari, quando vivi i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi concretizzarsi quel progetto d’amore che prende vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, e non mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, che ha a picchi di sensazioni fortissime,  ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo sedici anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perché sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perché ho promesso di farlo per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perché attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perché la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole, ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo e di una donna.

Quando ci si sposa, la Chiesa ci insegna, che si diventa immagine dell’amore di Dio. Tutto vero. Padre Bardelli lo spiegava però meglio. Si diventa immagine in potenza, non ancora nella concretezza della vita. Si è come il negativo di una fotografia. Solo con una vita di donazione reciproca si può sviluppare quel negativo e mostrare l’amore di Dio in modo nitido e a colori. Un’immagine non può mai essere esaustiva della realtà, soprattutto di quella di Dio, ma può comunque raccontare molto.

Antonio e Luisa

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L’alfabeto degli sposi. V come vera nuziale.

Parto da lontano. Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale La bottega dell’orefice.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).Quella volta decisi di entrare.L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Ho letto e riletto questo passo. Papa Giovanni Paolo è riuscito ad esprimere in modo meraviglioso la bellezza del matrimonio, anche nella drammaticità di una relazione malata. L’anello nuziale segno della nostra unità indissolubile. Uno per sempre. Legati allo stesso destino. Il nostro valore è legato a quello di un’altra persona. La nostra salvezza è legata a quella di un’altra persona. Per questo non è sbagliato, secondo me, fare un parallelismo.  Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello, con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore, che non è una metafora sdolcinata, ma è un atteggiamento concreto: significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi : Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e ci saranno giorni che il giogo non sarà sempre soave e leggero, ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Voglio terminare con una bella opportunità. Forse pochi sanno che Giovanni XXIII ebbe una felicissima intuizione, quando volle regalare agli sposi cristiani un facile e profondo modo di vivere la religiosità in coppia, cioè: legò una “indulgenza speciale” (e parziale) al gesto coniugale del baciarsi almeno una volta al giorno reciprocamente l’anello del matrimonio

Motivò la sua decisione concludendo con queste parole:

è necessario che gli sposi scoprano ogni giorno il significato della fede nuziale che portano al dito, lo bacino ogni giorno promettendosi entrambi il rispetto, l’onestà dei costumi, la santa pazienza del perdonarsi nelle piccole mancanze, e che guardino a queste fedi che portano quale legame di indissolubilità nella quale i figli che Dio vorrà loro mandare, impareranno a crescere nelle sante virtù che tanto piacciono a Dio e rendono felice Gesù, ma che poi rendono felice la famiglia stessa che saprà così testimoniare come si vive da cristiani e come si è felici di superare insieme ogni giorno le difficoltà della vita

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. U come umiltà.

Cosa significa essere umili? Io non sono umile, me ne dolgo, ma non lo sono. Giusto alcuni minuti fa su un social, dove a causa di un post sono stato accusato da una sorella nella fede, non ho resistito e le ho risposto con un altrettanto velenosa affermazione. L’ho fatto con gusto. Le ho dato quello che si meritava, per poi però sentirmi sconfitto e piccolo nel mio crasso orgoglio. Non va bene, ne ho di strada da mettere sotto i sandali ancora. Maestra di umiltà è Maria e, per me,  la mia sposa. La vedo spendersi per i suoi alunni, la vedo dare tutto senza risparmiarsi mai. La vedo alzarsi alle quattro del mattino per preparare le sue lezioni in modo che il pomeriggio possa dedicarsi a me e ai nostri figli. La vedo preparare le lezioni in modo che siano facili e comprensibili per i suoi ragazzi. La maggior parte di loro la apprezza per questo suo impegno che si percepisce. Ci sono sempre, però, studenti che non hanno voglia d’imparare, e come sempre, non è mai responsabilità loro, ma dell’insegnante; così quando arriva qualche genitore che la accusa di non essere abbastanza capace per interessare il suo ragazzo, lei chiede scusa. Io non riuscirei mai. Non solo: torna a casa e ringrazia. Ringrazia Dio per averle dato quella umiliazione, perchè solo così può restare aggrappata a Lui. L’umiliazione è nutrimento per il cuore. Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive:

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA !

Giusto ieri a Santa Marta il Santo Padre ha riflettuto sull’umiltà e ha proprio detto che non ci può essere umiltà senza umiliazione.

Il Papa dice prendendo spunto dalla storia di Re Davide e di Simei:

Sempre — ha riconosciuto Francesco — c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì» che nel brano biblico insulta pesantemente Davide. Ma «Davide dice “no”, il Signore dice “no”, quella non è la strada». Invece «la strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni». E pensare che «forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Insomma, «portare le umiliazioni in speranza». Però, ha specificato il Papa, «se io, davanti a qualsiasi offesa, a qualsiasi umiliazione, mi giustifico subito e cerco di sembrare buono o fare, come si dice, “calligrafia inglese”, questa non è umiltà». E così, ha aggiunto, «pensiamo questo in modo giusto: se tu non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile e questa è la regola d’oro».

Dura davvero da mettere in atto. Boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo?

S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. T come tabernacolo e talamo

Tabernacolo e talamo. Due parole che non sembrano avere molto in comune. Invece sono quasi sinonimi, sono parole che descrivono una sola realtà: la presenza di Dio sulla terra. Tabernacolo non è un concetto cristiano, ma qualcosa che viene da lontano, dal mondo ebraico. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Pensate che gli esperti ci dicono che il sommo sacerdote poteva entrare una volta all’anno e, quando operai dovevano intervenire per manutenzioni venivano calati dall’alto con delle corde per non calpestare quel suolo, tanto era sacro quel luogo. Secondo due Vangeli, quello di Marco e quello di Luca, la tenda che separava il resto del tempio da questo luogo sacro si squarciò alla morte di Gesù, come a significare la ferita inferta dagli uomini alla relazione ed alleanza con il loro Creatore. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo.

Esiste un altro tabernacolo, non meno importante. Quel tabernacolo è il noi degli sposi. Nell’unione sponsale Gesù è presente in modo misterioso e unico, ma vivo e reale. Per questo si dice che Eucarestia e matrimonio abbiano molto in comune. Entrambi sono sacramenti perenni. Entrambi, a differenza degli altri, mantengono la reale e viva presenza sempre. Come nell’eucarestia c’è la reale presenza di Cristo fino a quando pane e vino non sono consumati, così nel matrimonio resterà la realtà soprannaturale e non visibile fino alla morte di uno dei due sposi. Realtà invisibile, ma operante. Negli altri sacramenti non è così. Nel battesimo Cristo è presente e operante durante il rito, ma poi non più, permangono gli effetti di Grazia. Molto diverso. Questo concetto è stato ripreso e spiegato in modo concreto e non fraintendibile dal nostro vescovo. Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, durante un incontro rivolto ai giovani sposi, fece un gesto molto forte e per certi versi scandaloso. Si inginocchiò davanti a loro e disse che in quel momento stava adorando Cristo come davanti al Santissimo Sacramento.

Arriviamo così al talamo nuziale. Il talamo è il tabernacolo visibile della presenza reale di Cristo nell’unione sponsale. Talamo luogo di incontro della carne e dei corpi che diventa segno visibile dell’invisibile e sacra unione dei cuori operata dallo Spirito Santo con il sacramento del matrimonio. Per questo dissacrare il talamo nuziale è un peccato gravissimo. Non è molto diverso dal prendere l’Eucarestia e gettarla nell’immondizia. L’adulterio è uccidere Cristo nella nostra relazione, è distruggere il nostro patto che non è scritto solo sulla terra, ma anche nei cieli, è distruggere l’alleanza fedele e indissolubile segno dell’Alleanza di Gesù con la sua Chiesa.

Come immagine copertina dell’articolo ho scelto un momento del matrimonio tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo. Bellissima e significativa. Chiara ed Enrico stanno per diventare tabernacolo di Cristo nella loro unione. All’interno del loro Sacer, del recinto sacro delimitato dalle loro due persone ecco Cristo visibile nel vino eucaristico. Un’immagine meravigliosa, sulla quale fermarsi a meditare. Un’icona visibile di una realtà invisibile immensa. Scrivendo queste righe mi venivano le lacrime a pensare a questa grandezza che anche noi possiamo vivere e riconoscere. Una realtà già presente in noi che dobbiamo solo scoprire.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. T come tenerezza.

Tenerezza insieme a misericordia sono le due parole, o ancor meglio, i due concetti più ripresi da Papa Francesco. Riporto due sue riflessioni tra le tante, molto significative:

Tenerezza! Ma il Signore ci ama con tenerezza. Il Signore sa quella bella
scienza delle carezze, quella tenerezza di Dio. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell’amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza! Queste sono due maniere
dell’amore del Signore che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più
piccole: con la tenerezza. E questo è un amore forte, perché vicinanza e tenerezza ci
fanno vedere la fortezza dell’amore

e in un’altra occasione:

il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe

Queste due riflessioni, condivise in momenti diversi, sono molto significative, perchè aiutano a comprendere la tenerezza nelle sue componenti costitutive e profonde che abitano il cuore dell’uomo.

Prima di proseguire, è importante definire la tenerezza. Quale realtà si intende con questa parola tanto abusata? Rispondo con le parole di don Carlo Rocchetta, penso il maggior esperto vivente, che nel suo libro Teologia della Tenerezza scrive:

Il sentimento della tenerezza ci è dato come un ricco potenziale di sensibilità, volto
all’accoglienza e al dono, allo scambio amicale e all’amabilità, ma esige di essere
incanalato nella giusta direzione, in risposta al disegno di Dio sulla nostra vita e sul
mondo.
Vivere l’esistenza con tenerezza non è dunque un dato scontato: suppone un cammino e richiede una disciplina. La tenerezza ha bisogno di incontrarsi con la ricerca della maturità e viceversa. L’una sostiene l’altra e la manifesta. Solo assumendo la tenerezza in un’ottica di questo genere è possibile evitare il pericolo di viverla come una compensazione affettiva o un’acquiescenza ai vuoti del cuore umano, oppure ridurla a dipendenza psicologica o strumentalizzarla a fini di potere sull’altro/a da sé”

Si può quindi dire che la tenerezza, prima che un sentimento, è uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso, e quindi, ci permette di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro/a ed instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il mio corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non ho un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riuscirò ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è quindi sicuramente educarmi a vedere il mio corpo come qualcosa non di estraneo all’anima, ma qualcosa che ne è strettamente legato. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con la mia sposa desidererei essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Mi porto dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso mi rendono molto difficile aprirmi totalmente a lei. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altra e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarmi ad essere finalmente capace di accoglierla in me e di darmi a lei in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Io e Luisa abbiamo vissuto questo. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità. Pensateci bene. Spesso le persone che più si spogliano, che più hanno violentato il pudore e che vivono rapporti disordinati e occasionali sono quelle che faticano maggiormente a svelare la profondità della propria anima alle altre persone. Sono quelle che vestono maschere e armature per difendersi e per la paura di mostrarsi nell’intimo del proprio cuore. E’ una drammatica disarmonia tra cuore e corpo che provoca sofferenza e chiusura.

Il matrimonio non è così. Grazie alla tenerezza ho imparato a guardare la mia sposa con occhi che amano, rispettano, valorizzano e accolgono. Non c’è paura, non c’è prevaricazione, non c’è violenza. Per questo c’è la libertà di essere ciò che siamo, senza paura di giudizio o di abuso da parte dell’altro/a. Qui c’è l’armonia di chi si sente di mostrarsi nudo nel corpo solo dopo essere riuscito a denudarsi nell’anima. Sembrano concetti astratti, ma sono al contrario molto concreti. Non c’è vergogna perchè non c’è giudizio, ma solo accoglienza. Davvero ci si sente liberi di mostrarsi nudi come solo lo sguardo di Dio consente. Neanche nella mia famiglia di origine sono mai stato tanto libero nel mostrarmi con tutti i miei difetti e tutte le mie fragilità. San Giovanni Paolo II dice che il matrimonio è una relazione redenta che consente di tornare alle origini, dove uomo e donna non sentivano la necessità di coprirsi, come invece accadde dopo la rottura del peccato originale. Linguaggio figurato per dire che ciò che ci impedisce di essere liberi è il peccato e la concupiscenza.

Ho parlato di fragilità, si perchè, come dice Papa Francesco nella seconda riflessione che ho riportato, la tenerezza si nutre delle piaghe del fratello e della sorella. E’ proprio lì dove lei è più debole, dove la mia sposa fa più fatica ad accettarsi che io devo amarla e curarla con il mio amore tenero. Giusto ieri sono tornato a casa alla sera, stanco morto. Ho trovato la casa in uno stato pietoso e lei che desolata si dispiaceva del fatto di non essere stata abbastanza brava nel pensare a tutto. Non ho più badato alla mia stanchezza, ma alla sua fragilità di quel momento, e mi sono impegnato per sostenerla ed aiutarla. Bastava un attimo per accendere un litigio. Stanco e nervoso io, stanca e desolata lei. Bastava una parola di troppo. Invece quel momento è diventata occasione di comunione e sostegno. Un amore tenero vissuto nel servizio vicendevole, E’ stato molto bello.

Per concludere si può affermare che la nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio, e di conseguenza,  che la tenerezza porta all’intimità con Dio e che Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Antonio e Luisa

 

 

 

L’alfabeto degli sposi. S come spendersi.

Sapete quando la mia sposa mi appare bellissima? Quando, come questa sera,  è distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla , perchè è davvero bella, nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: ” preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. E’ esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che non sempre riesci a  ricordarli tutti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio. Mi torna in mente quanto diceva Chiara Corbella:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

La candela è un’immagine bellissima e concreta di ciò che siamo. Una candela nuova e spenta non si consuma, resta nuova, ma inutile, non fa luce e non scalda. Una candela accesa, piano piano si fa piccola e si consuma perdendo la propria perfezione, coprendosi di strisce di colata di cera, che ricordano tanto le rughe di un viso consumato dalla vita. Ma qui accade il miracolo: consumandosi la candela illumina e scalda chi è vicino, e quella candela accesa appare molto più bella di una candela nuova e spenta. Questa è la bellezza degli sposi che si amano e si donano mettendo se stessi dopo l’altro/a. Essendo felici di spendersi e consumarsi per la gioia dell’altro/a. La mia sposa è ogni giorno più bella, perchè la sua luce illumina la mia vita e il suo calore scalda il mio cuore; ed è vero che esistono tante candele più nuove e perfette di lei, ma non potranno mai sprigionare il fascino e la bellezza che riesce a sprigionare lei quando non si risparmia, spendendo tutto di sè, cuore, corpo e spirito, per la mia gioia e la mia pace. Questo non è solo una riflessione, ma è anche un ringraziamento a lei, vuole esprimere tutta la mia gratitudine e riconoscenza.

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. S come Shekinah

Cosa sono le icone? Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Le icone sono delle rappresentazioni sacre dal carattere misterico e trascendente. Non si esprimono con il linguaggio delle immagini terrestri. Non si può dipingere un’icona senza preparazione. Dipingere un’icona è un’esperienza di trascendenza che va preparata nella preghiera e nel raccoglimento. Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture.

Nell’ Icona ” Nostra Signora dell’Alleanza” (esposta nella chiesa di S. Carlo Borromeo a Londra), la Vergine Maria, che  rappresenta la Chiesa, abbraccia l’uomo e la donna che si
uniscono nel Sacramento del matrimonio confermando la scelta che essi hanno fatto.

Le mani della Vergine Maria sono appoggiate delicatamente sulle spalle della coppia a dire consolazione ed incoraggiamento, ma non forzatura.  I due si tendono le mani come segno che essi hanno liberamente scelto di sposarsi.  Al centro dell’Icona c’è Cristo che tiene le mani agli sposi. Cristo che partecipa direttamente a quell’unione, unione da lui redenta e perfezionata dal suo amore divino.  Tutta la scena è racchiusa in un cerchio, un anello nuziale, segno dell’ininterrotto amore di Dio per questa coppia.
In alto, la mano di Dio Padre e sotto la colomba, segno dello Spirito Santo, per rappresentare la Trinità che è Famiglia, comunione di Amore.

La parte superiore dell’icona è attraversata da un drappo o un baldacchino, a rappresentare la “Shekinah”, la gloria di Dio e la sua presenza. Una coppia sposata rende Dio presente nel mondo per l’amore che essi hanno l’uno per l’altra. E questo amore, espresso sessualmente, rende gloria a Dio, perché è santo. I due diventano uno, analogamente a come la Trinità è unione di persone diverse. Sopra il letto nuziale ci può essere un baldacchino, proprio come può esserci sopra l’altare, perché il letto matrimoniale è anche un altare dove ciascuno offre il proprio corpo per l’altro. In alto, nella nicchia di sinistra, è collocato un libro aperto, segno della Parola di Dio; nella nicchia di destra vediamo invece il calice e il pane Eucaristico, segno di condivisione per la coppia dell’amore di Dio, accolto nel nutrimento e nutrimento del loro amore.  In basso, sia a destra che a sinistra, ci sono due lampade ad olio che stanno ad indicare la preghiera gionaliera della coppia: grazie a questa luce vanno avanti nella loro vita matrimoniale.  Per il cristiano, ogni coppia sposata è un’icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, fino al sacrificio di se stesso.

Anche i colori nelle icone hanno un significato profondo. Lo sfondo è giallo. Il giallo simboleggia l’oro e la luce. In questo caso il matrimonio è riflesso della luce di Dio. L’amore degli sposi è riverbero dell’amore di Dio. Tutto il dipinto richiama Dio. I due sposi indossano entrambi il blu. Il blu è il colore della trascendenza per tutto ciò che è terrestre e sensibile. Gli sposi sono del mondo ma attraverso la loro vita e il loro amore trascendono a realtà divine.La sposa è vestita anche di rosso e bianco. Rosso che simboleggia la vita, la donna che si fa utero, che accoglie dentro di sè la nuova vita, mentre il bianco è di più difficile interpretazione, può avere diversi significati. Mi piace pensare rappresenti il colore di colui che è penetrato dalla luce di Dio. La donna è colei che più riesce ad accogliere Dio dentro di sè e per questo riesce ad essere fondamenta cioè sostegno per tutta la famiglia. Lo sposo invece è vestito anche di oro. Oro che richiama la regalità di Cristo. Uomo che è quindi guida per tutta la famiglia. Ci sarebbe tanto altro da approndire ma penso che già quanto ho scritto sia sufficiente a farvi ammirare con occhi diversi questa icona e anche il vostro matrimonio.

Questa immagine contiene tutti i significati più profondi del matrimonio e indica quelle che sono le priorità della nostra vocazione all’amore. Non serve leggere trattati di teologia per comprendere ciò che siamo basta meravigliarsi e meditare davanti a questa icona.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. S come speranza, fede e carità.

Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge.

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. R come riempire.

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio. ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accoglierci reciproco in una pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Un’ultima riflessione. Se il vostro vino fosse già diventato aceto, se la vostra relazione fosse già cattiva e guastata, non mollate. Impegnatevi per recuperare un amore tenero tra voi e curatevi l’un l’altra, partendo dai piccoli gesti di ogni giorno. Non solo. Offrite il vostro aceto a Gesù. In quel momento non avete altro. Gesù può trasformarlo. Lì, sulla croce, i soldati gli hanno dato aceto e lui ne ha fatto acqua e sangue, Spirito Santo e vita,  che scaturendo dal suo costato hanno rigenerato tutto. Così lui può rigenerare il vostro amore, ma dovete fidarvi di lui e impegnarvi per continuare a riempire quelle giare, con quello che avete. Lui non vi chiede di più.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. R come re e regina.

Ogni cristiano battezzato, in virtù del battesimo, acquisisce la regalità di Cristo. Ogni battezzato, che si unisce sacramentalmente ad un’altra persona, indirizza, in virtù della consacrazione matrimoniale, la sua regalità battesimale ad una nuova finalità. La finalizza principalmente a viverla con le caratteristiche proprie del suo nuovo stato di sposo o sposa. Questa realtà e verità di fede è proposta nelle chiese cattoliche orientali e, dove è già consuetudine o con l’autorizzazione del vescovo, anche nella nostra Chiesa cattolica romana. E’ proposta attraverso il rito dell’incoronazione degli sposi, rito che si compie durante la celebrazione del matrimonio. Attraverso questo rito la Chiesa vuole evidenziare che, da quel momento, gli sposi partecipano alla regalità di Cristo non più come singoli battezzati, ma come coppia.

Cosa significa in parole semplici e concrete? Regnare per gli sposi in Cristo significa mettersi al servizio del loro amore vicendevole. Essere sottomessi l’uno all’altra usando le parole di San Paolo. Tanto più perfezioneranno il loro modo di amarsi, mettendosi alla sequela di Gesù, e tanto più saranno re e regina del loro matrimonio e della loro piccola chiesa domestica.

Per essere re e regina del nostro matrimonio e della nostra vita dobbiamo metterci al servizio, farci piccoli per innalzare l’altro, abbassarci per rialzarci con lui/lei, accompagnare e rallentare se serve. Non stiamo più correndo una gara individuale, ma una gara di squadra, dove più importante del mio risultato personale diventa quello di squadra, di entrambi. Più impareremo a servire e più saremo re. Più riusciremo ad essere accoglienti, anche verso le imperfezioni e fragilità dell’altro/a, senza giudicare e senza ferire, e più saremo espressione della sovranità di Cristo.

Non solo per regnare, per essere dono, per essere servizio è necessario essere liberi. Essere padroni di se stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro/a si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro/a ma anche con Dio.

Infine per essere davvero re e regine della mia vita e della mia unione sponsale devo comprendere di non avere tutto nelle mie mani, comprendere che posso anche sbagliarmi, che tutto va letto nella prospettiva di Dio, senza limitarmi a un orizzonte che arriva fin dove l’umano può vedere. Essere re e regine significa affidare al vero re della vita tutto ciò che mi è accaduto, mi accade e mi accadrà. Solo così le gioie non dureranno l’effimero di un attimo e i dolori troveranno consolazione.

A questo proposito termino con una riflessione di Chiara Corbella che parlando di Davide (il figlio morto a pochi minuti dalla nascita) disse:

Chi è Davide?
    Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
    abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù. 

Chiara e Davide. Chiara come Davide. Chiara come Davide con queste parole ha dimostrato che una piccola donna come lei era in grado di sconfiggere il male, la malattia e la morte. Per questo Chiara è una vera regina e presto diventerà santa.

Anche noi siamo chiamati ad essere come Chiara. Anche siamo chiamati ad essere re e regina anche se ci sentiamo piccoli e deboli come Davide.

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. Q come quadro.

Propongo un articolo già presentato alcuni mesi fa e che è parte integrante anche del nostro libro L’ecologia dell’amore. E’ importante riproporlo perché non ci può essere matrimonio naturale e cristiano se non ci sposa con l’intenzione di vivere una relazione che soddisfa alcune necessità del nostro cuore. Solo così la nostra relazione sponsale può essere piena, felice e santa.

L’opera che voglio esaminare è intitolata: Ritratto dei coniugi Arnolfini. E’ stata dipinta da Jan Van Eyck nel quindicesimo secolo nelle Fiandre. Rappresenta un matrimonio celebrato secondo gli usi dell’epoca. I due coniugi si scambiano le promesse nella loro abitazione e davanti ai testimoni (che si vedono riflessi nello specchio) e poi andranno in chiesa a ricevere la benedizione del sacerdote.Sacerdote cattolico, siamo ancora prima della riforma. Diciamola tutta. Questo quadro non  spicca, non lascia senza parole come altri di quel tempo. Eppure nasconde un tesoro ai profani come me. Tesoro che mi è stato svelato da un sacerdote esperto di arte. Racchiude in un’immagine tutte le caratteristiche del matrimonio naturale e di conseguenza anche del sacramento. L’amore sponsale per essere autentico necessita di soddisfare quelle che sono le esigenze del cuore di ogni uomo. Cosa possiamo intuire da questo quadro? Prima di tutto osservate le mani che si tengono e che con le braccia formano un’unica forma geometrica, una parabola composta dal maschile e femminile che si completano in una diversità complementare e armoniosa. Ci ricordano l’indissolubilità e l’unità. Un amore che non ha termine e condizione. Da quel momento siamo legati per sempre a quell’uomo e a quella donna. Chi non si sposa con questo desiderio del cuore: che non finisca mai?

La seconda esigenza del cuore è la fedeltà. Nel dipinto a ricordarcelo c’è il cagnolino ai piedi dei due. La fedeltà si lega all’indissolubilità. Con il matrimonio abbiamo fatto dono di noi stessi ad una persona. Dobbiamo essere capaci di esserci sempre anche nella cattiva sorte. E’ quello che l’altro/a si aspetta da noi accogliendo la nostra promessa ed è ciò di cui ha bisogno per sentirsi amato e non usato.

Terza caratteristica è l’unicità.  Un solo uomo e una sola donna. Nel dipinto si vedono solo i due sposi.

arnol

I testimoni sono presenti ma sono visibili solo riflessi nello specchio, come a renderli presenti ma non facenti parte di quell’unione così intima e così forte. I testimoni sono però necessari.

Quarta caratteristica è infatti la socialità. Il nostro matrimonio, la nostra unione non è solo un fatto privato ma è una realtà che investe tutta la comunità e la società civile. Per questo lo stato deve tutelare con le sue leggi il matrimonio.

Ultima caratteristica, non certo per importanza, è la fecondità. La rotondità del ventre della sposa è un augurio di fertilità, una nuova vita imminente. Il rapporto sessuale è l’assenso del corpo al dono totale e al tempo stesso esperienza sensibile della fusione degli sposi. Bello notare come la sposa non sia incinta. Il pittore con un trucco, facendo alzare le pieghe dell’abito all’altezza del ventre, riesce a rappresentare la fertilità senza che la sposa sia ancora incinta perché ancora non si è unita sessualmente con un uomo.

Simbolo molto interessante si può notare dietro le mani dei due coniugi che si stringono per testimoniare la loro unione. Spunta l’estremità di una sedia che raffigura un personaggio diabolico. Quello è Asmodeo, il demone che vuole  dividere e separare gli sposi, uniti sacramentalmente da un vincolo sacro.

Cos’altro ci dice di interessante il quadro? Gli sposi sono scalzi, gli zoccoli di lui e le scarpe di lei sono posati sul pavimento. Si sono tolti le calzature come quando si calpesta un luogo sacro, in questo caso la loro casa, luogo della loro intimità, luogo dove vivranno la loro relazione e dove porranno il talamo nuziale. Sopra di loro c’è un candelabro con una sola candela accesa. Questo era un segno tradizionale fiammingo. Una candela sola accesa il giorno del matrimonio e le altre da accendere durante il percorso della loro vita comune, in una relazione da rinnovare giorno per giorno.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. Q come quoziente matematico. (La regola di Rocchetta)

Questa riflessione l’avevo già abbozzata circa un anno fa. Voglio ora riprenderla e cercare di approfondirla meglio. Riflessione che parte da un’intuizione molto interessante di don Carlo Rocchetta e che potete leggere nel suo testo Teologia del talamo nuziale.

A chi mi accusa di voler codificare con delle regole quella realtà molto personale che è la relazione sponsale darò ora motivo per scandalizzarsi ancora di più. Esiste una rappresentazione matematica, sul piano cartesiano, che può dirci e rivelarci come sta il nostro matrimonio. E’ un indice che può mostrarci in modo quasi scientifico la qualità della nostra relazione. Come ogni rappresentazione grafica di questo tipo abbiamo bisogno di valorizzare due incognite che possono assumere un valore positivo o negativo. L’incognita x, quella misurata sull’asse delle ascisse, rappresenta quanto si è aperti e quanto ci si dona all’altro/a. Rappresenta la tenerezza verso l’altro. Più si vivrà intensamente e autenticamente un amore che si fa tenerezza, cura, attenzione e dono  nei confronti dell’altro e più il valore x sarà positivo e alto. Il contrario della tenerezza è la passione. Passione intesa in senso negativo, come purtroppo è spesso intesa e vissuta oggi. Passione come ripiegamento su di sé e sulla ricerca del piacere. Sull’appagamento di pulsioni che ci trasforma in marionette incapaci di controllarsi. Persone incapaci di donarsi perché non padroni di se stesse. Passione che diventa uso dell’altro e non dono all’altro di se stessi. Tante relazioni finiscono quando finisce la passione. Così dicono molti. Un modo carino per dire che dall’altro non si ricava più piacere e come una scarpa vecchia lo si getta e lo si cambia con chi ci può soddisfare meglio. Tutto è incentrato su di sé. Esattamente il contrario dell’amore autentico. La tenerezza è l’attrazione verso l’altro che si fa donazione di sé. La passione è l’attrazione che si fa egoismo, di chi vuole prendere all’altro.  La tenerezza è sguardo che dà valore, la passione è sguardo che vuole rubare e impoverire l’altro. Don Carlo va oltre. Ci spiega che, perché l’intimità sessuale sia vissuta bene e sia nutrimento per l’unione degli sposi, serve che abbia una estensione orizzontale verso la tenerezza (x) e un’estensione verticale (y)  verso l’amore oblativo, verso l’agape, verso l’intimità con Dio Trinità, che costituisce il fondamento di ogni matrimonio sacramento.  Perché un matrimonio sia sano, vissuto nella gioa e nella verità, dobbiamo impegnarci affinché la nostra curva dell’amore sia protesa verso il massimo della tenerezza e il massimo dell’intimità con Dio.

Copy of Copy of Copy of Copy of Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Ca (12)

Penso che ognuno possa verificare nella propria vita l’esattezza di una nuova legge matematica. Dopo la regola di Ruffini ecco ora la regola di Rocchetta (scherzo ma non troppo). Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio (in quanto appartenenti alla Chiesa siamo sposa di Cristo) crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

Alla fine l’amore è tutta questione di chimica, anzi, di matematica, non è vero che dipende dai sentimenti che non controlliamo e a cui siamo sottomessi. Se ci impegniamo a mantenere la nostra curva dell’amore protesa verso la tenerezza dell’uno verso l’altra in ogni situazione della nostra vita insieme e se ci affidiamo alla Grazia di Dio, il risultato sarà sempre positivo e non rischieremo di fallire la missione più importante che Dio ci ha affidato: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. P come preghiera (2 parte)

Per questa parola serve un altro articolo. Non potevo non accennare alla preghiera di coppia. La preghiera di coppia ha molto in comune con la riattualizzazione del sacramento, con l’amplesso fisico. In entrambi i casi bisogna mettersi a nudo, togliere tutte le barriere e aprire il cuore per accogliere l’altro/a in noi e per farci accogliere da lui/lei. Serve una grande intimità per questo tipo di preghiera. Quando se ne parla durante gli incontri o con gli amici spesso si rivela essere ostica e faticosa. Tanti non riescono.

La preghiera di coppia non è un sacramento, ma c’è comunque qualcosa di grande, di trascendente e che interpella ciò che costituisce la nostra unione che non è solo di questo mondo ma sconfina nel divino. Siamo stati consacrati e i nostri cuori saldati dal fuoco dello Spirito. Dio non abita più solo dentro di me ma vive nella nostra relazione d’amore, ha posto la sua tenda, la sua mishkan nel nostro amore, e desidera che io lo cerchi e lo trovi nella mia sposa. La mia sposa è, per consacrazione, mediatrice tra me e Dio. Non posso amare Dio se questo amore non si lega all’amore per la mia sposa. Ed è così che la preghiera di coppia, detta magari in un abbraccio e guardandosi negli occhi, nella pace della notte, quando i bambini ormai dormono e il silenzio è balsamo dopo una giornata di caos ed urla, la preghiera diventa dialogo intimo con la mia sposa e con Gesù.  Così la preghiera diventa richiesta di perdono verso la mia sposa e verso Dio, diventa canto di lode per la mia sposa e per Dio, diventa ringraziamento per lei e per Lui. E’ un’esperienza che unisce tantissimo e aiuta a superare crisi e momenti difficili perchè il mare può anche essere agitato, ma se siamo saldi nella fede e nell’amore, la nostra barca non affonderà. Pregare insieme è attingere alla stessa fonte, alla fonte della Vita e dell’Amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. P come preghiera.

La preghiera è fondamentale nella coppia. Si potrebbe affrontare il discorso da diverse angolazioni e sotto diversi punti di vista. Voglio soffermarmi su due concetti secondo me determinanti e spesso sottovalutati. Un primo accenno è dovuto a cosa sia realmente la preghiera della coppia. Attraverso il vincolo coniugale cristiano, dono matrimoniale dello Spirito Santo, Dio ci ha unito anche nell’amarlo. Nel matrimonio Dio ci chiede di essere amato con la mediazione di un’altra persona, attraverso un’altra persona. La preghiera è essenzialmente un dialogo d’amore tra noi e Dio. Un dialogo senza barriere e sincero. Può essere un modo per esprimere gioia, preoccupazione, paura, dolore e anche rabbia. Personalmente mi riesce difficile pregare il rosario, le novene e tutte quelle preghiere dove si recita una formula. Preferisco il dialogo con Dio, l’ascolto, l’adorazione. In quei momenti sento forte la consapevolezza, il desiderio di Dio, che mi chiede di essere amato nella mia sposa. Lui è lì davanti a me, ma è come se mi ricordasse che quello è un momento di Grazia, che non basta, se poi non lo cerco nella mia quotidianità, nella mia sposa.  Così ogni mio gesto di servizio e di amore rivolto alla mia sposa diventa preghiera, diventa direttamente rivolto a Gesù. Nella mia sposa sto amando Cristo. Questo vale per ogni gesto rivolto ad ogni fratello, ma nel matrimonio è ancora più importante. Diventa risposta alla vocazione personale, diventa gesto sacro, diventa profezia dell’amore di Cristo stesso. Amando Luisa sto rispondendo alla mia consacrazione.

Ricordo un passaggio meraviglioso, tratto dal libro Siamo nati e non moriremo più, dove viene raccontata la bellissima storia di Chiara ed Enrico. Storia bellissima nella sofferenza di una giovane mamma che muore di cancro. Solo Cristo permette di vivere in questo modo, questa follia dell’amore. Chiara scopre come tutto sia preghiera nel matrimonio quando è dettato dal desiderio di amare il suo sposo

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Cosa possiamo concludere?

La nostra preghiera contemplativa è autentica e sincera solo quando è accompagnata da una preghiera più operativa, che può apparire meno nobile, ma non lo è. La preghiera che dalla mente prende carne e si trasforma in azione e volontà. Questo non significa che la preghiera contemplativa vada eliminata, che bastano le opere. Al contrario: la preghiera contemplativa assume significato e si arricchisce delle opere. Le opere, invece, si nutrono della nostra preghiera. Madre Teresa, a questo proposito,  disse al Card. Comastri:

Ricordati che Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità. Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri

Le nostre offerte sono gradite a Dio nella misura in cui lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Sarebbe troppo facile e soprattutto sterile. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione o lo smartphone tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

In Giovanni troviamo scritto:

come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?

Spesso la fede può trasformarsi in parole, riti e formule che, se non trovano un fondamento nella vita concreta di relazione, diventano gesti vuoti.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. P come perdono.

Ogni matrimonio che funziona passa attraverso il perdono. Padre Maurizio Botta dice sempre ai fidanzati quando li prepara al matrimonio: Ricordati che quella persona che vuoi sposare è un peccatore come te, non è perfetto. Vuoi sposarlo comunque? Guarda che è un Caino. Veramente.

In questa frase di padre Maurizio Botta c’è tutto. Noi sposiamo un peccatore e una peccatrice che in modo più o meno grave ci ferirà, con cui avremo incomprensioni e cadute. Non sarà perfetto. Quanti danni ha fatto il film Love Story ad una generazione intera. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace.  Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare.

Tant’è che San Paolo lo riporta anche nel suo famoso Inno all’amore.

L’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco riprende questo concetto nel suo bellissimo capitolo quarto di Amoris Laetitia.

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakonsignifica “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Voglio concludere con un aneddoto personale, oggetto di uno dei miei primi articoli.

Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. O come offerenti.

Nell’antichità, molto prima del cristianesimo, i nostri padri avevano comunque nel cuore il desiderio di Dio, e la necessità di mettersi in contatto con lui e cercavano un modo di trovarlo e adorarlo.

Salirono su un monte, perché Dio è nei cieli e il monte è il luogo che più si avvicina a Lui, delimitarono  una zona di terreno con paletti  e quella zona divenne sacra.

Sacra perché tutto quello che vi entrava diventava sacro, di proprietà di Dio. Venivano portati all’interno animali da sacrificare e frutti della terra da donare.

Questa zona sacra era chiamata Sacer. La persona che poteva entrare in questa zona e mediare con Dio, portare le istanze della popolazione e accogliere le risposte di Dio era il sacerdote.

Anche noi sposi, essendo consacrati nel  matrimonio e unti nel battesimo, siamo sacerdoti della nostra unione e della nostra famiglia. Anche noi abbiamo il nostro Sacer. Il nostro Sacer è il talamo nuziale dove sacrifichiamo a Dio noi stessi, donandoci totalmente al nostro sposo e alla nostra sposa. L’atto coniugale diventa così gesto sacerdotale, offerta d’amore e totale elevata a Dio, partecipiamo al sacrificio di Cristo. Il talamo nuziale è per gli sposi quello che per il sacerdote ordinato è l’altare. Sull’altare il sacerdote rinnova il sacrificio di Cristo, stessa cosa avviene tra gli sposi durante l’amplesso fisico.

Vivere bene e nella verità il rapporto fisico non è solo un atto d’amore verso il proprio coniuge, ma è un atto d’amore, un sacrificio verso Dio che ci ha consacrato per essere amore per noi e per il mondo.

Non solo; l’atto fisico, se vissuto in modo autentico, nella verità del gesto, ha due valenze. E’ nutrimento per la nostra relazione e il nostro cuore, incrementando il nostro amore naturale e l’apertura alla Grazia. E’ immagine di ciò che vogliamo vivere: dono reciproco e totale l’uno per l’altra, in ogni situazione della vita, non solo nel talamo nuziale. E’ impegno e rassicurazione vicendevole. Ci vogliamo essere sempre e comunque, l’uno per l’altra. Donarci senza risparmio e senza condizione. Vi rendete conto della bellezza di tutto questo?

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. O come ordinarietà.

L’ordinarietà è il banco di prova. Tante coppie saltano sull’ordinarietà. Ho incontrato alcuni giorni fa una mia vecchia amica che non vedevo da tempo. Facendo due chiacchiere scopro che Federica è in grossa crisi con il marito.  Questa amica  è sposata da alcuni anni con un collega di lavoro. Matrimonio maturo, entrambi ultraquarantenni. Confidandosi con me, ha manifestato tutta la sua delusione e sofferenza. Il matrimonio si è trasformato presto in un incubo.  Stavano così bene insieme, viaggi, interessi comuni, musica, concerti, mostre e musei. Città d’arte e mare. Insomma nello straordinario si trovavano benissimo. Il matrimonio non è questo però. Il matrimonio è vita comune, vita di ogni giorno. Il matrimonio sono le paturnie di una moglie, sono i pigiamoni di flanella, i bambini che stanno male la notte, il marito che lascia il dentifricio aperto e i calzini in giro. Il matrimonio sono le corse la mattina per arrivare in ufficio in tempo alle otto dopo aver litigato già da un’ora con i figli per farli alzare, mangiare, vestirsi e saltare in macchina per andare a scuola. Il matrimonio è questo e tanto altro.

A questo proposito il  nostro parroco nel Natale 2016 si è “inventato” un’altra splendida omelia che voglio riprendere. Una di quelle che ti fanno riflettere e che anche dopo mesi ti restano in testa. Me la sono segnata non a caso. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta  che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama Weekend degli 883. Una canzone degli anni 90,  di quando ero ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme per sentirci in paradiso. Vi riporto un mio vecchio articolo.

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. N come natura.

Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio, prima che essere un sacramento e un mezzo di salvezza e di redenzione che Cristo ci ha donato, è un’esigenza del cuore. E’ la nostra natura umana che desidera ardentemente un amore con le caratteristiche dell’unione sponsale. Un amore vissuto nel dono totale, tenero e incondizionato verso un’altra persona diversa e complementare. Un amore che desidera farsi vita e farsi fecondo. Un amore che chiede di dare tutto e aprirsi ad un’alterità in un incontro intimo e che non sottragga nulla, ma che chieda di darci completamente, in anima e corpo. Che ci chieda di saper non solo dare, ma anche accogliere il dono dell’altra persona. Solo così in un amore fedele e per sempre possiamo nutrire il nostro cuore in una relazione non solo sociale, ma anche sessuale.  Noi spesso dimentichiamo che l’uomo è il vertice del creato. Siamo attentissimi a non sprecare l’acqua, a raccogliere in modo differenziato i rifiuti per favorire il riciclo, ai gas serra e ai cambiamenti climatici, all’inquinamento dei mari e degli ecosistemi. Bellissimo!! Perchè non vedo la stessa attenzione per la salvaguardia dell’uomo e della sua natura? Questo concetto è ripreso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sii. Verità approfondita  anche  dal papa emerito Benedetto XVI nel discorso al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

Cercherò ora di concretizzare questo concetto con un piccolo aneddoto personale.

Oggi sono andato a correre, ci vado spesso, ogni volta che posso, un po’ perché ho passato i  quaranta e sono nel periodo di crisi che ogni uomo vive quando realizza di non essere più tanto giovane, ma anche perché correre in mezzo alla natura è bellissimo. L’ordine perfetto del creato che mi circonda mi parla di Dio, la sua opera mi mostra quanto è infinitamente grande e che anche io sono parte quell’idea perfetta della Sua fantasia, anzi sono il vertice di quella creazione. Oggi, mentre correvo, come spesso mi capita di fare, ho riflettuto sulla mia vita. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio all’altro, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

La Chiesa ha spesso rinunciato a dire queste cose, il mio parroco, a cui voglio bene e stimo tantissimo, dice che la Chiesa in camera da letto non ci deve entrare e che bisogna avere pudore, ma ci sono tantissime persone che per questo soffrono e si dividono. Sta a noi famiglie cristiane testimoniare la bellezza di una scelta d’amore radicale, la bellezza della castità che permette di vivere un amore pieno basato sul dono di sè e non sulla menzogna dell’egoismo.

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. M come morire.

Brutta questa. Cosa c’entra la morte con il matrimonio che è amore e vita? C’entra tantissimo. Solo morendo a me stesso posso aprirmi al matrimonio in modo pieno ed autentico. Cosa significa? Ci sono tre distinte morti che devo riuscire a portare a termine.

Devo uccidere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. M come meraviglia.

Stiamo uscendo dal tempo del Natale. Tempo che ci chiede di guardare con meraviglia un Dio che nasce. Un bambino come tanti, indifeso e fragile. Un bambino che è il salvatore del mondo e della mia vita. Non tutti riescono a meravigliarsi di questa nascita così eccezionale nella sua normalità. Bisogna avere uno sguardo puro, purificato ed educato ad andare oltre le apparenze. Lo stesso sguardo di cui abbiamo bisogno per guardare la nostra sposa nella sua bellezza profonda. Per poter percepire nel suo corpo trasfigurato la bellezza dell’amore dolce e tenero. Vedere l’amore concretizzato nel suo atteggiamento, nei suoi lineamenti, nelle sue espressioni, nei suoi sguardi e nei suoi sorrisi. Questo mi permette di guardare ogni giorno meravigliato la mia sposa, di gustarla e di contemplarla. Sembra impossibile eppure è così. Non è roba da film romantici, è quello che ti regala il matrimonio, se lo vivi in modo pieno ed autentico. Ma non è da tutti. Serve uno sguardo limpido, puro e senza segreti. Lo sguardo non è sempre capace di vedere oltre le prime rughe, oltre il corpo non più giovane e un po’ provato  da quattro gravidanze. Lo sguardo va nutrito; va nutrito di tenerezza, di amore, di attenzioni e della Grazia di Dio. Non si può pretendere di vedere oltre le apparenze, di andare in profondità della persona se nutro il mio sguardo di robaccia, di pornografia o anche soltanto di giovani donne che mostrano i loro corpi perfetti e sensuali in televisione o su internet. Il mio sguardo si inquina, comincia a riempirsi di cupidigia ed egoismo. Basta ascoltare i discorsi tra uomini dopo una partita di calcetto o alla pausa pranzo del lavoro. A me capita spesso di ascoltarli. Provo tristezza. Discorsi che parlano di donne come se fossero pezzi di carne. Discorsi di non più ragazzini, ma padri di famiglia e persone serie. Discorsi che evidenziano uno sguardo non puro sulla donna. Se mi nutro di questo e come se mettessi un filtro tra me e lei. Divento incapace di vederla in tutta la sua vera bellezza, comincerò a fare paragoni, a vedere tutti i limiti fisici di una donna che non potrà mai competere nella fisicità con quelle donne provocanti e impossibili. Inizierò a pensare di meritare qualcosa di più di un corpo non più nel suo splendore fisico. E’ l’inizio della fine. Non sarò più capace di guardarla con quegli occhi pieni di desiderio che tanto le danno forza e consapevolezza della sua preziosità. Lo dico non come un moralista fuori dal mondo, ma come un peccatore che sa quello di cui parla.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza o posso distruggerla. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera L. (seconda parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera L.

L come liturgia. Il matrimonio è un sacramento che si fonda su una liturgia, come ogni altro sacramento. Liturgia che trasforma dei gesti naturali ed umani in qualcosa di sacro, cioè di Dio, che appartiene a Dio. Il sacramento del matrimonio è fondato su due momenti distinti ma legati e imprescindibili. Non si può fare a meno di uno dei due. Senza non c’è sacramento, non c’è matrimonio. Serve lo scambio delle promesse che unisce i cuori dei due sposi. Momento che avviene in chiesa durante la celebrazione. Non basta, Serve l’unione dei corpi. Nell’amplesso fisico i corpi dei due sposi diventano uno, immagine di quell’unione dei cuori celebrata in chiesa. In quel momento avviene l’effusione dello Spirito Santo, non prima. In quel momento il matrimonio è sigillato per sempre e nessuno potrà più dividere ciò che Dio ha unito. Da quel momento ogni nuova unione intima tra gli sposi diviene rinnovazione e riattualizzazione del matrimonio come l’Eucarestia è rinnovazione e riattualizzazione della morte e passione di Cristo. In ogni messa Gesù non muore un’altra volta, ma in modo misterioso viene reso reale e presente nella storia quanto accaduto duemila anni fa. Così nel matrimonio. In ogni amplesso fisico non ci sposiamo un’altra volta, ma rinnoviamo il nostro sacramento nella nostra storia coniugale.

La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I (seconda parte)

Imperfezione. La consapevolezza della nostra imperfezione non è un limite, ma un’occasione. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I.

Con la lettera I farò una sola riflessione, ma che tocca due parole tra loro complementari. Intimità e interezza. Cercherò di spiegare come al contrario del sentire comune l’intimità fisica sia molto più ricca e bella dopo anni di matrimonio spesi in una relazione fedele e autentica rispetto a ciò che si può sperimentare all’inizio di una relazione o peggio ancora in incontri occasionali.

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica, ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Di ciò che è tangibile. Non c’è nulla che mi riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedono tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggettiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Per concludere e rafforzare questa mia riflessione vi racconto un fatto vero, documentato. Accaduto non molti anni fa. Esattamente nel 2011 in Australia. All’epoca aveva suscitato grande clamore.

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai. Questa è la bellezza soggettiva di cui tanto ho cercato di parlare. Bellezza che tutti possiamo sperimentare e vivere a condizione di dare tutto in una relazione fedele e per sempre.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera H.

Trovare una parola con la lettera H non è stato facile. Ancora più arduo trovare una parola che avesse un significato profondo e fosse luce per noi sposi. Ho trovato Habitus.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo.

Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera G (seconda parte)

In realtà questa seconda riflessione sulla lettera G riguarda due parole e non una. Due parole simili, ma con significati in un certo senso inversi e legati tra loro. Grazia e grazie. La Grazia è il dono assolutamente gratuito di Dio. E’ effusione di Spirito Santo. Grazie è, al contrario,  la nostra accoglienza e riconoscenza per il dono ricevuto. Riconoscenza verso Dio e verso il nostro coniuge.

Sentiamo sempre dire che il nostro amore è profezia dell’amore di Dio. E’ immagine dell’amore di Dio Trinità in se stesso e dell’amore di Gesù sposo per la Chiesa sua sposa.

Eppure qualcosa non ci torna. Come è possibile che delle creature finite, fragili e imperfette, come ci sentiamo di essere, possano esprimere un amore così grande?

E’ il mistero di questo sacramento che la Chiesa chiama sacramentum magnum , dove uno più uno non fa due, ma tre.

Gesù viene ad abitare la nostra unione come persona viva e presente in ogni istante della nostra vita, tanto da far inginocchiare un vescovo davanti a due sposi. Si, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi quando guidava la diocesi di Brescia si è inginocchiato davanti a due sposi come si fa davanti all’Eucarestia.

Il matrimonio è come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi arriviamo e doniamo ciò che abbiamo, i nostri pochi pani e pesci, la nostra limitata capacità di farci dono e amore e Lui moltiplica tutto, due, tre , cinque, dieci, cento volte, rendendoci capaci di amare come Lui.

Così ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di essere capaci di sopportare situazioni che prima non avremmo mai sopportato, di spenderci come non avremmo mai pensato di riuscire a fare.

Mi torna in mente una riflessione di Chiara Corbella, che si può leggere nel libro a lei dedicato  Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara, già malata, incontrando una sua cara amica, le confessa che sta facendo fatica. Non cerca più di capire perchè c’è da impazzire, ma si fida con abbandono del suo Dio. Poi, concludendo, dice che quello che sopporta in quel momento non sarebbe riuscita a farlo 10 giorni prima e conclude che la Grazia di Dio cambia tutto. Bisogna chiedere a Dio la grazia di vivere la Grazia.

La Grazia cambia i nostri cuori, la nostra unione e la nostra vita. Dio ci offre la Grazia. Noi possiamo accoglierla con il nostro grazie.

Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Grazia e grazie due parole che non possono mancare nella modalità di amare che cerchiamo di costruire nella nostra unione.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera G.

Con questa lettera le parole guida della nostra relazione sono tantissime. Il mio matrimonio può essere taggato con gioia, gratuità, gratitudine e, naturalmente, Grazia. Con questo articolo approfondirò le prime tre parole. Per farlo ho deciso di condividere una riflessione di alcuni mesi fa della bravissima Cristina Righi.

C’è più gioia nel dare o nel ricevere?

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

L’alfabeto degli sposi. La lettera F (seconda parte).

Come anticipato nel precedente articolo, la seconda parola chiave è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia.

L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove  gli sposi vanno a Messa insieme tendono a resistere molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera D.

Oggi voglio soffermarmi su una dote del corpo. La dolcezza. La dolcezza, al contrario di come comunemente si pensa, non è una dote dell’anima. Certo l’anima, il cosiddetto cuore, ne è la sorgente, ma poi è il corpo che la rende visibile, percepibile e trasmissibile. La dolcezza non ha nulla a che fare con il tenerume e il dolciume di certi atteggiamenti infantili. La dolcezza è l’amore che si fa accogliente, la dolcezza è l’io che si apre a un tu e si rende amabile per nutrire l’altro. La dolcezza è uno specchio che dice alla persona amata io ti voglio, ti desidero e ti appartengo.

Come spiegare, allora, cosa è la dolcezza in un rapporto maturo e autentico? Ho trovato un mio vecchio articolo che esprime benissimo il concetto che voglio passare.

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli che iniziano ad imbiancarsi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Questa è la migliore immagine della dolcezza che ho trovato, e soprattutto sperimentato.

Antonio e Luisa