Sposi sacerdoti. Un giardino da curare. (45 articolo)

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

LA SPOSA

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

LO SPOSO

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio intimo dell’amplesso. Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perchè loro hanno un cuore pure e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale,  la promessa del per sempre. Un amore che costa, impegnativo, ma un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia.  Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo). Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa. Nei prossimi capitoli di questo percorso andrò ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano

 

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Ci si sposa come si va al McDonald’s.

Oggi ripropongo un mio vecchio articolo. Un articolo secondo me importante.

Voglio condividere un testo dello scrittore francese contemporaneo  Frédéric Beigbeder, tratto dal suo libro “L’amore dura tre anni”. Racconta in modo chiaro e drammatico quella che è la dinamica che tante coppie assumono e subiscono nella loro relazione, che le porta inesorabilmente al fallimento. L’ho voluta condividere perchè trasmette tutta la tristezza e la solitudine che tanti sposi devono affrontare semplicemente perchè non centrano il vero scopo del matrimonio che non è dare valore legalistico e assoluto ai sentimenti, per ottenerne un riconoscimento anche pubblico, ma al contrario dare ai sentimenti un limite, oltre il quale non si possono assecondare, per non cadere nel baratro del fallimento, della precarietà e della irresponsabilità.

Frédéric Beigbeder scrive:

La nostra generazione è troppo superficiale per il matrimonio. Ci si sposa come si va al McDonald’s. Poi, si fa zapping. Come vorreste che si restasse tutta la vita con la stessa persona nella società dello zapping generalizzato? In tempi in cui le star, gli uomini politici, le arti, i sessi, le religioni sono più intercambiabili che mai, perché il sentimento amoroso dovrebbe fare eccezione alla schizofrenia generale?

E poi prima di tutto da dove ci viene questa strana ossessione di ingegnarci ad ogni costo per essere felici con una sola persona?

Su 558 tipi di società umane solo il 24% è monogama, la maggior parte della specie animale è poligama.

Il matrimonio è caviale a ogni pasto: un’indigestione di ciò che adorate, fino alla nausea. “Su, prendetene ancora un po’… Come? Non ne potete più? Ma se lo trovavate delizioso poco fa, che vi succede, si può sapere?”. La potenza dell’amore, il suo incredibile potere, doveva terrorizzare la società occidentale a tal punto da farle creare questo sistema mirato a disgustarvi di ciò che amate.

Un ricercatore americano ha recentemente dimostrato che l’infedeltà è biologica. L’infedeltà secondo questo celebre scienziato è una strategia genetica atta a favorire la sopravvivenza della specie.

Immaginatevi la scena. “Amore, non ti ho tradito per un mio piacere personale, l’ho fatto per la sopravvivenza della specie. Tu puoi anche fregartene ma qualcuno deve pur farsi carico di questa sopravvivenza della specie, se credi che io mi diverta..”

Non sono mai soddisfatto, quando una ragazza mi piace voglio innamorarmene, quando ne sono innamorato voglio baciarla, quando l’ho baciata voglio andarci a letto e quando ci sono andato a letto voglio vivere con lei in un appartamento ammobiliato, quando vivo con lei in un appartamento ammobiliato voglio sposarla, quando l’ho sposata incontro un’altra ragazza che mi piace.

L’uomo è un animale insoddisfatto, esitante tra diverse frustrazioni, se le donne volessero giocare d’astuzia li negherebbero per farsi correre dietro tutta la vita. L’unica domanda in amore è: A partire da quando si comincia a mentire? Siete sempre così felici di rientrare a casa e trovare la stessa persona che vi aspetta? Quando dite ti amo lo pensate sempre? Ci sarà per forza è fatale un momento in cui per voi sarà uno sforzo, in cui i vostri ti amo non avranno più lo stesso sapore. Per me lo scatto è stata la rasatura, mi rasavo tutte le sere per non pungere Annie baciandola di notte e poi una sera lei dormiva già, ero uscito senza di lei fino all’alba, tipico genere di comportamento ignobile che ci si permette con la scusa del matrimonio, non mi sono rasato, pensavo che non fosse grave perché lei non se ne sarebbe accorta, invece significava semplicemente che non l’amavo più.

Leggendo questa breve ma molto interessante riflessione, mi è tornata in mente una ricerca di qualche tempo fa dove Gleeden.com, il sito leader degli incontri extraconiugali, ha condotto uno studio insieme all’istituto IPSOS su un campione di 803 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni per meglio capire il loro comportamento  e fedeltà nella loro relazione affettiva (non esclusivamente matrimoniale). I risultati sono sorprendenti (almeno per me). Il 15% degli italiani tradisce entro i primi mesi della relazione. Al primo anno sono già il 20% fino ad arrivare a uno su tre entro il quinto anno. Altro dato interessante è la differenza di comportamento tra uomo e donna. L’uomo parte più fedele della donna, almeno per i primi tempi, per poi raggiungere e superare la donna nei primi anni di matrimonio. La donna è meno fedele all’inizio per poi, una volta consolidato il rapporto raggiungere una maggior fedeltà dell’uomo, fino a quando dopo circa cinque anni, torna a tradire.

Perchè tutti questi tradimenti? Perchè non si riesce a trovare gioia e anche piacere sessuale all’interno della coppia? Non voglio parlare di sacramento ma semplicemente di relazione affettiva umana. Semplicemente non si è capaci di amare. I ragazzi di oggi conoscono tutto e molto precocemente sul sesso, e ne fanno esperienza. Ma sono esperienze felici e soddisfacenti? Spesso no. Dove imparano i ragazzi quello che sanno sul sesso e sulla relazione affettiva? Imparano dagli amici e soprattutto dalla pornografia, sempre più fruibile in modo anonimo e semplice, dove si beve un modo completamente sbagliato di vivere queste esperienze. L’uomo non impara a vivere quel gesto con la giusta profondità e senza conoscere le giuste dinamiche che guidano il cuore femminile e che caratterizzano il corpo femminile. L’uomo, istruito dalla pornografia non è capace di trasmettere amore ma fa spesso sentire la donna usata e alla fine anche insoddisfatta.  La coppia, così facendo, pian piano corrompe la propria intesa affettiva e sessuale. Trasponendo questa modalità e stile di relazione sessuale nella famiglia, dove ci si ritrova a vivere le fatiche di un’ordinarietà fatta di lavoro, impegno e presto anche figli, è in agguato il deserto sessuale. La donna non sentendosi corteggiata ma usata si nega sempre più spesso e l’uomo vive con frustrazione e disagio questa situazione non comprendendone il motivo. Deserto affettivo e sessuale, d’improvviso i sentimenti spariscono e rimane la gabbia di una situazione che non piace più, che anzi spesso diventa un inferno, pieno di ferite date e ricevute e di sofferenze latenti che avvelenano il rapporto. Da questa situazione al ricercare fuori dalla coppia quello che si è perso, il passo è breve. Noi genitori, se abbiamo capito tutto questo e  cerchiamo tra di noi di vivere la sessualità all’interno di un corteggiamento continuo, fatto di attenzioni e tenerezze, se abbiamo compreso come mantenere sempre viva la nostra relazione sessuale, e se riteniamo fondamentale la felicità dei nostri figli, insegniamo loro cosa significa amare, cosa significa nutrire un rapporto, cosa significa l’amplesso fisico (naturalmente tutto in proporzione all’età del bambino). Non lasciamo questo importante fattore della formazione della persona umana, alla scuola pornografica. Non lasciamo che ci venga scippata l’occasione di insegnare qualcosa di bello ai nostri figli. Solo se recuperiamo la bellezza della sessualità umana, fatta di rispetto, di tenerezza, di dialogo, di conoscenza del proprio corpo e di quello del coniuge, possiamo salvare i matrimoni. E’ inutile parlare di sacramento se lo stesso non si fonda sull’amore umano degli sposi. La Grazia del  matrimonio non è una magia, ma è una realtà soprannaturale che trascende l’amore degli sposi che va vissuto in modo autentico e pieno.

Antonio e Luisa.

Dai anche gli ultimi spiccioli

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

A volte ci sentiamo poveri. Esattamente come quella vedova. Abbiamo relazioni difficili in famiglia. Litighiamo con i figli, ci sono incomprensioni. A volte c’è il peccato e la divisione nella nostra famiglia. Non sembra una casa abitata dal Signore. Ci sentiamo in affanno, sempre inadeguati. Le cadute ci sono e spesso non riusciamo ad essere accoglienti e disponibili verso la nostra sposa (sposo). In quei momenti magari invidiamo un po’ altre coppie che sembrano essere molto meglio di noi. Che sembrano aver costruito qualcosa di molto più solido e bello di noi. Sembrano poter offrire molto più di quello che possiamo fare noi. Eppure qui il Signore ci dona una parola di speranza e di amore. Ci sta dicendo di non temere. Ci sta dicendo di offrire quel poco che abbiamo. Lui lo sa quanto ci costa farlo alcune volte. Lui sa quanto ci costa andare da Lui. Per questo non giudicherà misera la nostra offerta, ma  non potrà che avere uno sguardo di misericordia e compiacimento per noi. Ciò che spaventa Dio non è la nostra miseria. Ciò che lo spaventa è il nostro rifiuto. E’ la nostra incapacità di affidarci e di affidarli quel poco che abbiamo. Perchè solo facendo sua la nostra imperfezione può farne una meravigliosa storia di amore e di resurrezione. Non ci chiede di dare più di quello che possiamo. Ricordiamocelo.

Questo Vangelo ci insegna anche qualcos’altro. Quando nella mia giornata ho dato tutto e mi restano in mano due spiccioli cosa faccio? Me li tengo oppure li offro. Quando torno a casa stanco e mio figlio mi chiede di fare le divisioni con lui cosa faccio? Lo aiuto o lo mando dalla mamma lavandomene le mani? Quando, dopo cena, non ho voglia che di sedermi al computer e la mia sposa mi comincia a spiegare per l’ennesima volta i problemi con i suoi alunni cosa faccio? La ascolto o taglio corto? Tanto sono sempre le stesse cose. Potrei proseguire con tanti altri esempi. La famiglia è così. Per questo è difficile. Ti rende reali e concreti gli insegnamenti evangelici. Lì, devi dare quegli ultimi due spiccioli oppure non va bene, non stai vivendo pienamente la verità della vocazione che hai scelto. Sono cose importanti. Chi non sa donarsi totalmente non riuscirà mai a vivere la bellezza del matrimonio fino in fondo. Il matrimonio è certamente Grazia, ma c’è dentro anche tanta fatica e volontà da parte nostra. Ricordiamocelo. Se fosse solo Grazia non si spiegherebbero i tanti fallimenti e separazioni. Ogni volta che siamo poveri, senza più forze, lucidità e  tempo e non ci restano in mano che due miseri spiccioli. Ogni volta che riusciamo a dare anche quelli, beh Gesù è soddisfatto di noi. Questo è certo. Perché così stiamo imparando ad amare veramente.

Antonio e Luisa

Ho scoperto Dio nell’amore della mia sposa.

Quanti di noi hanno paura? Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. 14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come  l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene.  Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.

C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo dio.  Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.

Antonio e Luisa

Tobia e Sara: due sposi casti.

Se mi seguite da un po’ di tempo avrete sicuramente letto la mia serie di articoli sul Cantico dei Cantici. Oggi voglio parlarvi di un altro libro della Bibbia: Il libro di Tobia. Diverso, molto diverso, ma altrettanto interessante.  Il Cantico tutto Eros e desiderio, la storia di Tobia e Sara è diversa. Attraverso questo  racconto vengono affrontati vari temi tra cui la famiglia di origine, le ferite del peccato, la guarigione, la prova e la sofferenza. Tutti temi che nulla hanno a che fare con la sessualità. Poi, però, c’è un passaggio del Libro. Una volta celebrato il matrimonio, Tobia e Sara salgono nella loro stanza dove trovano il talamo nuziale. Se abbiamo letto la vicenda narrata in questo libro sappiamo come Sara abbia avuto già sette mariti, tutti morti la prima notte di nozze. Ho già scritto un precedente articolo dove racconto qualcosa di questi 7 mariti. Uccisi da Asmodeo, un demone che tormentava Sara. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria.  Ognuno di quei sette mariti, per un motivo o per l’altro, prese Sara come qualcosa di suo, la fece sua. Non la prese per amarla, ma per usarla e godere di lei. Forse non tutti essendone consapevoli. Non cambia la sostanza. Ognuno di quei sette mariti lasciò ad Asmodeo un facile compito. La relazione era quanto di più facile da rompere. Non c’era amore vero.

Tobia non è così. Tobia è diverso da tutti gli altri. Tobia porta Sara nella stanza della loro intimità perchè desidera unirsi a lei non per usarla, ma per concludere in modo autentico quell’unione siglata poco prima su un pezzo di carta. Tobia desiderava essere uno con Sara. Quello che gli dava piacere non era possedere Sara, ma unirsi a lei per essere completamente suo, fusi l’uno nell’altra. Tobia sa che il rischio di fare come gli altri c’è, nonostante le buone intenzioni. La concupiscenza e l’istinto di possedere è sempre presente in ognuno di noi. Per questo fa qualcosa di insolito. Non te l’aspetti in quel momento. Neanche in un racconto biblico. Prende la sua sposa e le chiede di recitare insieme una preghiera, una lode a Dio e una supplica per poter vivere degnamente e nella verità quel gesto tanto importante. Ne esce una preghiera meravigliosa:

Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! [6]Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. [7]Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». [8]E dissero insieme: «Amen, amen!».

In questa preghiera di Tobia c’è tutto il desiderio della castità. Castità coniugale in questo caso. Che non significa non vivere l’eros. Al contrario: significa viverlo pienamente all’interno di un amore autentico. Ed è così che l’eros diviene mezzo per donarsi. L’eros si intreccia con l’agape consentendo all’incontro intimo dei due sposi di elevarsi all’incontro intimo con Dio. L’amplesso fisico ha questo significato profondo. Significato e fine. Attraverso l’unione dei cuori concretizzata nell’unione della carne, si può fare esperienza di Dio, presente in modo misterioso nel noi dei due.

Capite ora come l’amplesso fisico possa distruggere l’unione se vissuto male, ma anche saldarla in modo strettissimo. Non ci sono mezze misure. Il rapporto fisico uccide o rende florida una relazione sponsale. A voi la scelta su quale strada percorrere.

Antonio e Luisa

 

L’amore vince la guerra.

Domenica era il 4 novembre. Una data importante. Esattamente cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa vent’anni. Gente semplice. Molti contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere dei governanti dei vari stati. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?

Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Terza parte.

Oggi termino la trilogia di riflessioni (cliccate qui per le precedenti 1 2). Come tenere viva la passione, come non permettere che la pianta del desiderio che ci porta l’uno nelle braccia dell’altro possa seccare e morire? Mancano gli ultimi due ingredienti: la tenerezza e il tempo che deve essere adeguato e ricercato.

Tenerezza

La tenerezza è descritta benissimo in Amoris Laetitia come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze. Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro

(padre Raniero Cantalamessa) .

Detto in parole più semplici la tenerezza è autentica, ed è operante, quando i due sposi sono riusciti a superare l’egoismo e sono riusciti ad aprirsi all’altro. Tenerezza è un linguaggio globale che gli sposi imparano a parlare quando desiderano sinceramente il bene dell’altro. La tenerezza è un atteggiamento che esprime il desiderio di accogliere l’altro. In un certo senso è complementare e inverso rispetto all’amabilità, che abbiamo già visto nei precedenti articoli. L’amabilità è ciò che ci consente di renderci desiderabili, esprime la nostra volontà di essere accolti dall’amata/o. La tenerezza è ciò che ci rende accoglienti verso l’altro, che le/gli fa capire che è preziosa/o ed importante e che desideriamo accoglierla/o. Molti sposi smettono di parlare questo linguaggio, credendo che sia roba da ragazzini. Non è così. La tenerezza è il linguaggio principale dell’amore. Chi non sa essere tenero non sa amare, o meglio, non è capace di manifestare e trasmettere il suo amore. Gesù era profondamente tenero. Il Vangelo è molto chiaro su questo. Altri uomini confondono la tenerezza con il tenerume. Un comportamento falso che non nasce dal cuore, ma dall’egoismo. Nasce dalla pulsione sessuale, dall’istinto che li porta a ricercare l’appagamento fisico e sessuale e non l’incontro amoroso con la sposa. La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico con la conseguenza che diventa facile vittima della noia, dell’abitudine e dell’insoddisfazione reciproca.

Tempo

E’ importante considerare l’incontro intimo come qualcosa di importante. Che posto ha questa dimensione? Ci impegniamo per trovare il tempo necessario e di qualità per questa espressione del nostro amore e della nostra unità? Oppure lo releghiamo ai momenti liberi, che visto la nostra vita folle e pieni di impegni, si riducono alla sera tardi, quando, diciamolo senza giri di parole, la voglia di abbracciare il cuscino è più forte del desiderio di abbracciare l’amato/a. Come può una sessualità vissuta così non andare incontro a sofferenza se non addirittura morire nel nostro rapporto a lungo andare? Se muore l’unione fisica spesso e segno e preludio alla morte dell’unione affettiva e relazionale. Non è cosa da poco. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. E’ importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità.E’ importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non dite che non avete nessun modo di farlo! Trovate tempo per andare a parlare con gli insegnanti, per andare in palestra, per attardarvi sul posto di lavoro. Questo non è meno importante. Forse lo ritenete voi meno importante. Siate sinceri. Almeno con voi stessi. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio.

Credo di avervi scritto una ricetta che in fondo al vostro cuore conoscete bene. Non servivo io per insegnarvela. Forse questo articolo può darvi lo spunto e il desiderio di metterla in pratica. Non aspettate. Ne va della vostra felicità.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Seconda parte.

Proseguiamo con gli ingredienti necessari a mantenere la relazione bella, il desiderio vivo e il matrimonio meraviglioso (clicca qui per leggere il primo articolo).

Corte continua, cura, attenzione.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro/a al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo: quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la propria sposa. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

TENEREZZA

Dialogo intimo

Uno dei pregi migliori di Luisa è la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale. Il dialogo è importantissimo. Spesso tanti problemi e motivi di divisione e rigidità tra gli sposi potrebbero essere disinnescati senza troppa fatica.

Con il prossimo articolo finirò la riflessione con gli ultimi due ingredienti

Antonio e Luisa

Perdono e libertà

Il perdono è sicuramente uno dei gesti più difficili e più complicati, ma che più profondamente rimandano a Cristo.

 

Lungi dall’essere un obbligo morale o una legge a cui sottostare, il perdono nella vita di coppia è quanto mai necessario per crescere nell’amore reciproco, ma soprattutto per eliminare quel continuo rodimento e rimuginio interiore che ci fa sentire perennemente vittime abusati dell’altro che non ci capisce e ci fa del male. Il perdono è un cammino a breve termine per le questioni più semplici, a lungo termine per le sofferenze più complicate. Esso ci apre a qualcosa di ancora più importante che è la riconciliazione. Per riconciliarsi occorre che la persona ferita apra lo spazio della possibilità e perdoni, e la persona che ha fatto male ripari secondo il linguaggio d’amore dell’altro. Ma quante volte questa storia del perdono o del perdonare ci apre lo scenario dello zerbino sottomesso che permette all’altro di fare come gli pare?! Soprattutto la donna secondo me rischia di rimanere incastrata nello stereotipo di DONNA-ZERBINO che subisce ogni tipo di atteggiamento menefreghista dell’UOMO-STRAFOTTENTE, salvo poi fargliela pagare con quei tipici atteggiamenti passivo-aggressivi tipo musi lunghi e silenzi interminabili o sfoghi isterici che l’uomo, con una maestria direi forse evolutiva, è capace di ignorare, distratto dalla televisione o dalla gazzetta dello sport. Alla fine il risultato è quello di una solitudine che raggiunge le proporzioni di una voragine di incomunicabilità, piena di dolore, tristezza e dispiacere.

Nella vita di coppia non siamo chiamati a fare gli zerbini. Siamo chiamati ad essere UOMINI e DONNE LIBERI, che nella libertà scelgono di fare un regalo a se stessi e all’altro rompendo le catene del rancore, del covare, dell’astio. La LIBERTA’ è la caratteristica fondamentale di ogni dono d’amore nella relazione.

Nel mio matrimonio ho vissuto parecchio tempo come la donna-zerbino che resisteva senza alternative ad un marito troppo preso da se stesso per accorgersi. La vita insieme era come uno scontrino troppo lungo che tiravo fuori dopo anni di sopportazione, con un conto troppo alto da pagare per mio marito e relativo mio senso di frustrazione e delusione. Mi sembrava di perdonare tutte le volte che si ricominciava, ma non era così perché in fondo covavo rancore e mi sentivo imprigionata in questo stereotipo cattolico della donna che tutto regge e sostiene. Lo devi fare! Questa è la tua croce a vita e te la devi tenere!!! Che prospettiva misera se la relazione di coppia fosse solo questa. Non si può perdonare per paura di perdere l’altro, o per mancanza di rispetto verso di sé, o perché non hai altra scelta, o per paura della solitudine. Ho scoperto qualcosa di più grande nella mia storia che per prima, ha liberato me stessa dalla schiavitù di un cliché riduttivo e dannoso. Questo è uno spazio sacro dentro di me, tutto pieno della mia relazione d’amore con Dio. Li sono sempre amata, preziosa e sostenuta, li niente mi può fare del male e nessun attacco esterno mi può affondare, neanche la strafottenza di mio marito. Quando ho cominciato a pensare a me stessa e al mio valore, senza ribellioni e colpi di testa, ho trovato la pace e mi sono sentita libera di tenere con serenità quei pesi che prima mi distruggevano. E di fronte a quelle fragilità sempre uguali di mio marito ero veramente libera di perdonare, perché mi sentivo libera e amata. Quello che distingue uno zerbino da una persona è la libertà da cui partono le azioni. Mio marito dal canto suo, ha scelto di rispondere positivamente a questo amore che a volte in modo duro, a volte con dolcezza gli ho regalato. Così, la nostra relazione si è davvero trasformata. Ma non sempre tutte le storie vanno così. Ci sono donne che perdonano, e tengono pesi indicibili aspettando un cambiamento che non arriva. Io dedico questo articolo a queste splendide donne cristiane e non, perché non si arrendano mai alla speranza dell’amore, e perché continuino ad amare non da schiave e prigioniere ma da donne libere e piene di Spirito Santo, amate e custodite da Dio. Il Signore ricompensi con la pace il dolore delle vostre ferite.

Claudia Viola e Roberto Reis

Amati per Amare

 

Getta il mantello e sarai rivestito di Gesù.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo.  E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.

Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.

Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Essere fedeli come Cristo grazie a Cristo.

La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.

La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.

Proseguiamo con l’udienza del Papa (qui il primo articolo). Quanti, sposandosi, conoscono il significato di quello che stanno celebrando? Purtroppo i corsi prematrimoniali parrocchiali affrontano tante questioni pratiche, psicologiche, se va bene relazionali. Si spende troppo poco tempo a soffermarsi sul significato del sacramento che si fonda e trova la sua sorgente nel sacrificio redentivo e salvifico di Cristo. Trova la sorgente nel battesimo dei due sposi.  Oggi voglio riproporre un mio vecchio articolo che calza a pennello con questa parte del discorso del Papa. Parleremo di fedeltà.

Quale significato ha questa parola per un cristiano? Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o al proprio  sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato, è dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in Cristo, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Chiediamo di amare come Cristo ed essere testimoni del Suo amore. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

L’Amore che rischia rimane per sempre

Eravamo insieme e stavamo pranzando; ed era davvero un giorno come un altro, non ricordo quale. Era Agosto. Venne fuori un argomento che, oggi, è visto quasi come un tabù: il matrimonio. Ma non era la prima volta. In realtà, noi avevamo cominciato a parlarne circa tre anni prima, cioè quando ci siamo conosciuti. Anzi, è bene che faccia un appunto: io mi presentai a Michele (questo è il suo nome) e poi usai, più o meno, queste parole: “Se stiamo insieme dovremo avere un fine per cui stare insieme”. E non intendevo certo un “obiettivo per arrivare a”, ma piuttosto un “obiettivo da cui partire per”.

Che poi certamente non mi riferivo, nel senso pratico, al matrimonio (ci eravamo conosciuti da circa dieci minuti, pensate quel poveretto -voglio sottolineare, di 23 anni- che cosa ha potuto pensare).  Mi riferivo al vivere una relazione di coppia non in base ad una sensazione, al “stiamo insieme finché dura”, ma di viverla con un fine inteso come PROGETTO.

E siamo partiti. E abbiamo continuato; ma non è stato per niente facile. Perché, diciamocelo chiaramente, non è mai facile scegliere tutti i giorni -e dico tutti i giorni- la stessa persona. Non è facile quando in quella persona, ai tuoi occhi i difetti prevalgono sui pregi, quando ti lasci sopraffare da ciò che senti o non senti, da ciò che ti piace o non ti piace.

L’errore sta nel credere che essere innamorati ed amare coincidano. Da una parte c’è l’emozione della conoscenza di quella persona, di tutte le sensazioni che si provano in sua presenza, e anche in sua assenza; dall’altra c’è la capacità di guardarlo e volerlo aldilà di ciò che mi dà, di ciò che ha…

E viene da sé capire che l’uno si basa su una sensazione, l’altro si basa su una scelta.

E quando ci siamo trovati di fronte all’incapacità di amarci per quelli che eravamo, che siamo, siamo rimasti insieme -nella Fedeltà- per imparare a farlo.  Ed eccoci, alla fine è andata, e siamo arrivati al giorno in cui abbiamo deciso la data del nostro matrimonio. E non tanto come “giorno in cui sposarci”, ma come data entro cui domandarci in quale direzione portare il nostro fidanzamento.  Ed è qui che, quando mi chiedono la data del nostro matrimonio, la risposta -quasi sempre- è: “Da qui ad un anno fate in tempo a lasciarvi, siete innamorati!”.
Io faccio le cosiddette “spallucce”; le motivazioni che ci hanno spinti a decidere di sposarci, sono state proprio i dubbi che nutrivamo l’uno per l’altra, e verso noi stessi. È stato il non sapere di voler continuare la nostra vita insieme, che ci ha fatto decidere di continuarla.  È un paradosso, ma tutto in questo lo è stato: la scelta di una data più di due anni prima e senza una proposta vera e propria, l’uno a qualche mese dalla laurea, l’altra all’inizio del percorso universitario, entrambi senza lavoro; la scelta di un abito 400 giorni prima…

Quando si è di fronte a dei dubbi esistenziali, c’è da chiedersi se si è disposti a fare -INSIEME- un salto nel vuoto. C’è da chiedersi se si è disposti a volere di più, a volere “ […] la parte destra della barca” (Gv 21,6), ma anche a dare di più; se si è disposti ad andare oltre a tutto ciò che ci sembra di sentire o non sentire.

Perché le sensazioni vanno e vengono ma l’Amore, quello fatto di scelte, anche rischiose, quello resta.

Per sempre.

Vittoria Epicoco

Se sei forte fatti servo.

Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere e meditare tutto, come sempre. Quello su cui noi sposi dobbiamo maggiormente soffermarci sono le ultime quattro righe. Quelle senza dubbio più indigeste. Essere il servo di tutti. Essere il servo della persona che amiamo. Sembra una richiesta ingiusta. Qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore. Ricorda maggiormente l’essere usati. l’essere soggiogati, l’essere sfruttati. E’ vero spesso succede questo. Spesso l’egoismo umano porta la parte più forte della coppia a sottomettere l’altra. Questo non è amore. Questo non è quello che ci sta chiedendo Cristo. Gesù ci chiede di farci servi. E’ vero. C’è però una grande differenza. Lui ci chiede di farlo liberamente, di servire in libertà e piena volontà. Non per l’egoismo dell’altro. Non per la prepotenza dell’altro. Solo per amore. Solo per dare concretezza a quella promessa che abbiamo donato al nostro coniuge il giorno del matrimonio. Nessuno ci ha obbligato. Nessuno ci deve obbligare a servire. Così il più forte si farà servo. Non il più debole! Il più forte! Il primo! Quello più avanti dei due. Questo è il paradosso del Vangelo e del messaggio di Gesù. Dio, la potenza assoluta, che si fa servo fino a lavare i piedi di persone indegne. Il più forte che si fa servo non diventa vittima di una prepotenza. Lo sarebbe il più debole. Il più forte che si fa servo diventa sostegno per il debole e per il povero. Il forte che si fa servo diventa forza per l’altro/a. Tutte le volte che il nostro sposo (sposa) è debole. è fragile, è incapace di amare, ricordiamoci di questo passo del Vangelo. L’essere più forti, più giusti, più bravi, non ci dà il diritto di far pesare l’errore e l’atteggiamento sbagliato dell’altro/a. Questa non è correzione fraterna, ma solo ergersi a giudice e a persona migliore. L’essere più forti è innanzitutto responsabilità. E’ il dovere di abbassarci e farci servi di chi è più debole e più fragile. Solo così, dopo esserci fatti misericordia e accoglienza, avremo l’empatia necessaria, la strada aperta verso il cuore dell’altro/a,  per condurlo a comprendere i suoi errori. Questa è la vera correzione fraterna. L’unica che può aiutare il nostro coniuge a progredire verso la strada della salvezza.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. I tuoi seni sono come due cerbiatti. (43 articolo)

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

 

Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo finalmente all’incontro. Entrano nella casa nuziale e lo sposo sempre più impaziente, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. L’articolo precedente ci ha riportato alla memoria l’ingresso della sposa in chiesa. Il primo momento del rito del matrimonio. Oggi il Cantico ci riporta alla prima notte di nozze, il secondo momento del rito del matrimonio, quello che pone il sigillo all’unione. Ci riporta alla prima unione fisica. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Una meraviglia che ogni sposo, credo, abbia potuto sperimentare. Una meraviglia che ancora oggi, dopo anni,  può commuoverci.  Una meraviglia che non passa, che si trasforma e, se possibile, diventa ancora più forte, perchè la bellezza si nutre di amore. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo  che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo del suo re non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con il suo sposo. Il Cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza piena e di stupore autentico.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone

La scuola dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore. Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio.  Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più.  Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci.  L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rinuncia o ricchezza?

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Cosa ci può dire il Vangelo di questa domenica a noi sposi? Tantissimo. Cercherò ora di condividere con voi alcuni passi passi che mi hanno aiutato a riflettere sul mio matrimonio.

Si avvicina un tale, una persona anonima, senza nome. Quel tale sono io, quel tale è la mia sposa. Gesù sta lasciando un villaggio. Quel tale gli si pone in ginocchio. Prostrato. Non lo ha cercato subito. Ha atteso l’ultimo momento. Come in un impeto del cuore. Questo giovane è una persona che ha tanto, è molto ricco, sapremo poi proseguendo nella lettura. Ha tutto ma non è felice. La sua vita non ha senso. Quante volte mi sono sentito così. Cercavo qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso a tutto, che potesse riempirmi il cuore. Questo ricco avrà sentito parlare tanto di Gesù, di come era speciale, di come parlava, dei miracoli che faceva, e si è gettato ai suoi piedi come tentativo estremo di trovare quel senso. Gesù sembra un po’ freddo e infatti risponde alla sua richiesta: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Gesù vuole capire se quell’impeto che ha portato quel giovane da lui è consapevole, è una scelta definitiva oppure se è solo la disperazione del momento. Gesù vuole far comprendere a quel giovane che solo riconoscendo in lui il Dio della sua vita tutto potrà cambiare. Il giovane ricco potrà finalmente trovare la vera ricchezza.  Questo vale per il giovane ricco. Non solo. Vale per ognuno di noi. Vale per il nostro matrimonio. Gesù ci insegna anche altro.  Non basta osservare la legge. Diventerebbe qualcosa di frustrante e di deflagrante alla lunga. Non si può accogliere la verità e la legge di Dio per dovere, ma solo per amore.  Il salto di qualità della nostra vita e del nostro matrimonio avviene quando decidiamo di osservare la legge perchè comprendiamo che quello è il modo per riamare Dio. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. (Gv 14, 21) Perchè capiamo che attraverso quella legge possiamo crescere nell’amore verso Dio e verso la persona che ci ha donato nel nostro matrimonio. Soltanto se riusciamo in questo cambio di prospettiva e di orizzonte possiamo davvero trovare quello che cerchiamo. Possiamo trovare il tesoro della nostra vita. Possiamo trovare il senso di ogni cosa e la verità che ci costituisce: L’AMORE. 

Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

Antonio e Luisa

L’amore sponsale secondo Fra Cristoforo

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de  I  promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

 

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso che ho riportato all’inizio dell’articolo. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, sia limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Ecco, la lettiga di Salomone. (42 articolo)

Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d’Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s’è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
10 Le sue colonne le ha fatte d’argento,
d’oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d’amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
11 Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. Dietro quell’iniziale “che cos’è”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Non c’è nulla da fare. Forse non ne siamo consapevoli fino in fondo. E’ una verità che però il nostro cuore conosce bene. Ognuno di noi sposi è stato impaziente come lo è  Salomone. Lo siamo stati il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo benissimo che il matrimonio sarebbe stata un’altra cosa, una relazione completamente diversa  da ogni altra vissuta fino a quel momento.  Ora con anni di matrimonio alle spalle c’è un vissuto che mi permette di comprendere come quel momento abbia davvero portato una novità meravigliosa, ma già quel giorno il mio cuore lo avvertiva. Lei era ed è la mia regina. Lo è per ogni sposo. Non è persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. Salomone lo sa bene. Le guardie armate che accompagnano la sposa ci ricordano questa sua preziosità. Non ci ricordano solo questo. Ci ricordano che quella donna, l’amore che ci vuole donare, il desiderio che provoca in noi va custodito come la perla più preziosa della nostra vita. Dio ci ha preparato per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due, sta a noi difendere questa relazione sacra da tutte le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza, e non è cosa facile. Un ultimo significato, non meno importante, che posso intuire è la guarigione e l’apertura all’altro/a. Il matrimonio se vissuto in Gesù può davvero liberarci dalle paure, dalla difese che ci arroccano, dalle nostre ferite che ci rendono incapaci di accogliere l’altro in pienezza, ci rendono incapaci di mostrarci nella nostra umanità e nella nostra fragilità. Con Salomone l’amata non avrà più bisogno di nessun guerriero armato perchè con lui non avrà paura di essere offesa, violata, usata e posseduta. Salomone saprà accoglierla, rispettarla ed amarla. Questo è ciò a cui siamo chiamati nella vocazione matrimoniale. Potremo commettere errori,  ma il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino è fatto col legno del Libano, ossia di cedro, un legno profumato e duraturo: ciò dà il significato di una relazione che non finisce mai. C’è qualcosa di immortale alla base della nostra vita, e questa è la Parola che si è fatta carne, che non passerà. Questo è il nostro matrimonio e il nostro amore che è immagine dell’amore di Dio
Il baldacchino costruito da Salomone ha colonne d’argento e la spalliera, dove appoggia le reni, d’oro. Reni, per il Testo Sacro, è la dimensione del cuore, del sentimento, della vita. La relazione è fatta di fatica, di purificazione estrema perché i sentimenti siano più puri possibile, ed è un percorso, un cammino continuo.
“Il suo seggio di porpora, il suo interno è un ricamo d’amore…:è’ la descrizione del Santo dei Santi e di com’era custodita l’Arca dell’alleanza. Tutto è sistemato in termini ordinati e richiama ad un senso, che è Dio; e dice l’essere custoditi, proprio dalla relazione, come cosa preziosa, la più preziosa come, appunto, l’arca del Signore. Ci ricorda che la nostra relazione sponsale è abitata da Dio. Così come lo era il Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme, così come lo è il tabernacolo delle chiese. Noi siamo tabernacolo di Gesù. Noi conteniamo nella nostra limitata capacità di amare l’infinito amore di Cristo. Si è fatto piccolo per farci grandi, per farci luce per il mondo.

Ora dopo questa descrizione tornate al giorno del vostro matrimonio. Io ricordo Luisa  quando  è entrata in chiesa e con l’abito bianco è venuta verso l’altare verso di me.  In quel momento non riuscivo a contenere l’emozione di sapere che da li a poco lei sarebbe diventata mia, ma non nel senso del possesso, ma nel senso che si sarebbe svelata a me in tutta la sua bellezza e dolcezza e io mi sentivo come lo sposo del cantico che assaporava quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Non conoscevo tutta questa realtà che il matrimonio mi avrebbe aperto, ma il mio cuore già gioiva per qualcosa che avvertiva essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto

L’amore è anche pagare per l’altro

Ieri durante la Messa ho ascoltato il Vangelo. Non l’avevo letto prima come di solito faccio, anche per preparare i miei articoli. E’ stata quindi una sorpresa. Il sacerdote ha proclamato la parabola del buon samaritano. Ascoltata decine se non centinaia di volte. La Parola è però meravigliosa perchè ti parla sempre in modo diverso. Ti dice quello di cui hai bisogno in quel momento. Oggi ho colto qualcosa su cui non mi ero mai soffermato prima.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Quello che mi ha colpito è tutto l’agire del samaritano, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza. Mi hanno svelato d’improvviso qualcosa che già sapevo, ma non con questa chiarezza e senza possibilità di fraintendere. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui. Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. Nel mio matrimonio non ho mai dovuto pagare molto per la mia sposa. E viceversa naturalmente. Non ci sono mai stati grandi dolori o sofferenze che ci siamo procurati l’un l’altra. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa. Per carità! Io non voglio giudicare che fa scelte diverse e cerca nuove relazioni. Io stesso sinceramente non so come mi comporterei. In certe situazioni ti devi trovare. Se mi permetto di scrivere queste righe è perchè ho in mente diverse persone, reali, che stanno pagando giornalmente per l’altro, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti. Giulia, Anna, Paola, Francesco e tanti altri. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

Voglio concludere con le parole del Papa a Santa Marta:

«Ma c’è un’altra cosa — ha proseguito il Pontefice — che forse si può spiegare più avanti, in altre occasioni: alcuni teologi antichi dicevano che in questo passo è racchiuso tutto il Vangelo. Ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: “Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò”». È importante dunque pensarci bene, ha ripetuto il Papa, perché «in questo brano c’è tutto il Vangelo».

Io concludo affermando che ogni volta che paghiamo per il nostro sposo o la nostra sposa, in quel gesto c’è tutto il Vangelo.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Cos’è che sale dal deserto. (41 articolo)

Che cos’è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d’incenso
e d’ogni polvere aromatica?

 

Ci siamo , finalmente l’attesa è finita. Il corteo della sposa sta arrivando, gli sposi possono finalmente incontrarsi, dopo essersi desiderati per lungo tempo possono finalmente guardarsi anzi ammirarsi e trovarsi finalmente soli. La festa del matrimonio ha inizio. E’ bello notare come tutti i sensi siano coinvolti: c’è la vista, la colonna di fumo che si alza all’orizzonte, c’è l’olfatto, con il profumo e la fragranza di tante essenze, aromi e fiori. C’è poi l’udito con il calpestio, le grida, le risa di questo corteo che si avvicina e che rompe il silenzio del deserto.  Il corteo sale dal deserto, desolato e disabitato senza colori e arriva in una città che fa festa. Il deserto che è immagine potente nella Bibbia.  La Sulamita, ci rappresenta, come ognuno di noi si è dovuta preparare a quell’incontro. Solo attraverso il deserto ha fatto esperienza dei suoi limiti e delle sue fragilità. Come ognuno di noi. Anche io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità a sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Ho abbandonato le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie e non permettevano di essere leggeri e aperti a Dio e all’altro. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola a forma di cuore, che nascondeva però  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Si ora la Sulamita è pronta per accogliere e donarsi al suo sposo. Finalmente in pienezza e verità.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore

La sapienza nel matrimonio è saper restare piccoli.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Perchè i sapienti e gli intelligenti non riescono ad accogliere in loro la verità evangelica? Dio non ha nascosto niente a nessuno. Dio c’è per tutti. Tutti siamo figli suoi. Cosa ci vuole dire Gesù? I sapienti, in questo caso, è una parola usata con un’accezione negativa. Sono coloro che fanno di ciò che sanno il proprio dio. Fanno del loro sapere il loro unico sostegno. La fede è roba da gente ignorante. I sapienti più difficilmente accolgono la verità, più difficilmente accolgono lo stesso Gesù. I sapienti sono pieni di ciò che sanno. I sapienti sono pieni di ciò che fanno. I sapienti si bastano. Non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno di essere salvati. Non ne sentono né il desiderio né la necessita. I piccoli invece non si bastano. Vedono la loro fragilità, la loro inadeguatezza per tante cose della vita. I piccoli cercano la salvezza perché da soli non ce la fanno. Nel matrimonio è esattamente così. Esistono i sapienti. Quelli che non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno della Sua Grazia e dei Suoi insegnamenti. Quelli che, quando le cose vanno bene, è perchè loro sono bravi, hanno capito più degli altri. Quando le cose vanno invece male è colpa dell’altro/a, che non è abbastanza, che non merita di aver al fianco una persona come loro. Tutto il mondo ruota attorno a loro, al loro ego. Poi ci sono i piccoli quelli che sono consapevoli delle proprie miserie. Quelli che ammettono errori e passi falsi. Quelli che non cercano sempre le responsabilità fuori di sé, ma cercano sempre di guardare in faccia la propria imperfezione. Questi, a prima vista, sono i deboli, i perdenti. Non è così! Questa loro consapevolezza li porta a meravigliarsi del dono dell’altro/a. A meravigliarsi della gratuità dell’altro/a. Questa consapevolezza li porta a rendere grazie a Dio e al loro sposo (sposa) per il dono ricevuto, per l’amore gratuito e non sempre meritato. In questo senso il giogo è leggero. Quando si fa esperienza dell’amore di Dio e lo si sperimenta attraverso un’altra creatura (sposo o sposa) tutto è più sopportabile. Quando invece il mondo che ci siamo costruiti a nostra immagine, dove noi siamo centro e dio, quando questo mondo crolla tutto diventa troppo pesante e insostenibile. Non abbiamo più nulla a cui aggrapparci. Solo Dio salva. Noi da soli non possiamo allungarci la vita di un solo secondo. Figuriamoci salvarci.

Antonio e Luisa

Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa

Uno dei rischi più grandi del matrimonio è diventare come fratello e sorella. Dovrebbe essere però spiegata meglio. Non è sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. Perchè dico questo? Perchè l’amore di Filia (amicizia) è importante. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma è qualcosa di molto più profondo. Esiste tra di loro una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

La mia sposa non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei deve essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei deve essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro/a. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci amare completamente dall’altro e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre.

Antonio e Luisa

 

Sono l’amante di mia moglie

L’articolo  pubblicato ieri da Claudia e Roberto mi ha provocato alcune riflessioni che volevo condividere. L’amore che noi sposi ci doniamo vicendevolmente è quanto di più completo ci possa essere nell’ambito dei rapporti umani. Non c’è nessun altra relazione tanto piena e completa quanto lo sia il matrimonio. L’amore sponsale è un amore di sacrificio e di servizio. Il matrimonio è quindi Agape. L’amore sponsale è amicizia. Guai se non siete i migliori amici del vostro sposo o della vostra sposa. Significa che qualcosa non va. Non confidare i nostri pensieri più profondi, le nostre paure, non aprire la nostra anima e il nostro cuore al nostro sposo o sposa per farlo con qualcun’altro/a è già un tradimento della nostra unione. Questo è l’amore di Filia. Poi c’è l’amore erotico. Non meno importante degli altri due. L’eros non è un amore di serie B. E’ una manifestazione dell’amore propriamente umana e necessaria tra gli sposi per non far scadere la relazione in qualcosa di scolorito e senza gioia. L’Agape senza eros diventa spesso un peso e un obbligo. La filia senza eros rischia di renderci per l’appunto fratello e sorella, non sposi in Cristo.  Cosa voglio dire? Riprendendo l’articolo di Claudia e Roberto, l’altro/a non deve solo essere il nostro sposo (o sposa) ma il nostro amante. Luisa mi disse tempo fa qualcosa a cui non avevo mai pensato, ma è un’intuizione profondamente vera. Le coppie di adulteri si incontrano, solitamente, di mattina o di pomeriggio, in una situazione di tranquillità, dove riescono ad appartarsi in solitudine e pace. Lei si presenta in tiro. Vestita e truccata, magari con biancheria intima provocante. Normale che tutto riesca meglio. Pensate invece un marito e moglie con figli piccoli. Spettinati e magari anche un po’ trasandati. Presi da mille pensieri, stanchi morti e con lo stress di non dover fare troppo rumore per paura che i figli possano sentire. Normale che non sempre esca bene. Anzi è un miracolo quando riesce decentemente.  Normale sperare finisca presto per poter finalmente dormire. Magari ci si appisola anche durante.  A me è capitato. Si riduce tutte a qualcosa di frettoloso, quasi un cartellino da timbrare.  Personalmente ci è successo di puntare la sveglia alle 4 del mattino per trovare un momento di tranquillità. Una fatica enorme svegliarsi e un’altra fatica trovare le energie e il desiderio. Lo è stata per me uomo, a maggior ragione per la mia sposa. L’alternativa qual’è? L’astinenza? Sarebbe una cura peggio della malattia che minerebbe le basi del nostro matrimonio. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. Perchè è importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità. Per questo è importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio. Se ci mettete volontà e impegno non avrete bisogno di amanti altri, di persone estranee alla vostra relazione perchè nessuna/o potrà darvi quello che avete già dentro la coppia, quello che vi dà il vostro sposo/ la vostra sposa. L’amplesso per noi sposi cristiani non è un gesto che porta all’orgasmo e basta. Quella è solo una parte. La più immediata e sensibile, ma non la più importante. Per noi l’amplesso è la manifestazione di un’unione profonda. Attraverso il corpo, attraverso l’eros, si sperimenta di essere uno con l’altro e ci si dona completamente all’altro. Il piacere di quel gesto non è qualcosa di meramente fisico, ma qualcosa che investe tutta la persona in anima e corpo. Qualcosa che porta i suoi benefici in pace, unità e amore nei giorni a venire. Per questo non è qualcosa da sottovalutare, ma al contrario da perfezionare.

Io sinceramente non credo che esista una donna con cui posso provare e vivere la stessa bellezza che vivo con mia moglie. Anche nell’intimità. Ricordate sempre che prima di essere genitori siete una coppia di sposi. Curare questa dimensione significa essere anche genitori migliori.

Antonio e Luisa

Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti

Lo so siamo a martedì. Voglio, però, ritornare alla Parola di domenica. E’ troppo importante per noi sposi per non rifletterci sopra. Il Vangelo ci diceva:

Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».

Concetto che si comprende meglio se letto alla luce della seconda lettura tratta dalla Lettera di San Giacomo:

Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete;
chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.

Spesso il matrimonio è così, è una guerra. Una guerra per assoggettare l’altro, per renderlo nostro, per possederlo. Per renderlo più aderente possibile all’idea del nostro uomo o della nostra donna ideale. Tutti abbiamo in testa come dovrebbe essere  e cosa dovrebbe fare l’altro. Molto più difficile è accoglierlo. Accoglierlo così com’è. D’altronde l’abbiamo sposato/a conoscendolo/a. Abbiamo preso il pacchetto completo. Se l’abbiamo sposato/a con l’idea di cambiarlo/a o senza conoscerlo/a bene è solo colpa nostra. Non possiamo accusarlo/a di essere così. Non possiamo pretendere che lui/lei cambi. Possiamo solo donarci completamente. Possiamo prendere quelle spigolature, quei difetti, quelle cose che non ci piacciano e accoglierle, perchè accogliendo la parte meno bella dell’altro gli stiamo dicendo qualcosa di grande. Stiamo dicendo che il nostro amore è gratuito, il nostro amore è incondizionato. Che lui/lei non deve dimostrare nulla. Che noi ci saremo sempre. Che non deve continuamente dimostrare di meritare il nostro amore. Non sarebbe amore. Vi assicuro che spesso quel cambiamento che non otterremmo mai pretendendolo per forza diviene possibile per amore, per dono. A me è successo così. Non sarei mai cambiato se non per il desiderio di rispondere a quell’amore grande che la mia sposa mi ha sempre mostrato. A volte si è umiliata per me e per questo si è dimostrata molto più grande di me.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Le piccole volpi che infestano il nostro amore. (38 articolo)

Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
[16]Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i gigli.
[17]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
ritorna, o mio diletto,
somigliante alla gazzella
o al cerbiatto,
sopra i monti degli aromi.

Le piccoli volpi. Sembra un’immagine tenera. Immaginiamo queste piccole volpi all’interno della vigna. Che pericolo possono portare? Non possono certo fare del male. Invece il Cantico ci chiede di prestare attenzione alle piccole volpi. Possono essere letali. Le vigne sono in fiore. Il nostro amore, la nostra intimità, la nostra unità e il nostro essere uno, sono rigogliosi. La nostra relazione è una vigna che profuma, è piena di colore e di bellezza. La nostra relazione sta dando frutti meravigliosi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita. Attenti però alle piccole volpi. Ma chi sono queste piccole volpi? Perchè sono tanto pericolose?

Le volpi sono le piccole mancanze, omissioni e abitudini dannose. Tanti matrimoni scoppiano senza che accadano fatti straordinari. Non ci amiamo più. Quanti dicono così? Tantissimi. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito

Riconoscersi miseri.

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

Nel Vangelo di oggi c’è una riflessione importante da porre in evidenza. E’ chiara la difformità di comportamento tra il fariseo e la donna che si accovaccia ai piedi di Gesù.

Il fariseo ha un atteggiamento di distacco da Gesù. Chiaramente lo ha invitato, non perchè trova qualcosa di importante per la sua vita in quell’uomo, ma forse per curiosità, o soltanto per poter dire di aver avuto alla sua tavola un personaggio che andava per la maggiore. La donna ha tutt’altro atteggiamento. Entra non dice una parola. Sente di non essere degna di Gesù, non è degna di sedere con lui, di parlare con lui. Come un cagnolino si pone ai suoi piedi in attesa di uno sguardo o di una buona parola. A lei basta poter accarezzare anche i piedi di quell’uomo.  Alcuni identificano questa donna con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, altri con Maria Maddalena. In realtà non è chiaro. Io preferisco pensare che questa peccatrice non abbia volto e non abbia nome affinchè ognuno di noi possa immedesimarsi in lei. In lei oppure nel fariseo. Neanche lui ha nome e volto. Gli atteggiamenti di questi due personaggi indicano, non a caso, le due inclinazioni che possiamo seguire nel nostro matrimonio. Possiamo pensare come il fariseo. Possiamo quindi credere di non avere bisogno di perdono, di sentirci delle persone apposto, di essere migliori di tanti altri, anche del nostro coniuge. Questo atteggiamento non ci può consentire di aprirci all’amore. Questo atteggiamento non ci renderà capaci nè di amare Dio nè di amare il nostro coniuge. La nostra superbia ci porrà sempre su un piedistallo. La nostra sposa o il nostro sposo non saranno mai abbastanza, dovranno continuamente dimostrare di essere degni del nostro amore. In fondo crediamo abbiano fatto un affare a sposare una persona come noi.

La peccatrice del Vangelo ha un atteggiamento completamente opposto al fariseo. E’ consapevole della propria miseria, dei peccati commessi e degli errori fatti. Lo sguardo di Cristo che si è posato su di lei l’ha fatta sentire amata, desiderata e bellissima. Nonostante tutta la sua storia e il disprezzo della sua gente. Ecco, anche noi nel nostro matrimonio possiamo sperimentare lo stesso amore. Quando nonostante i nostri errori, che ci sono tutt’ora, riusciamo a guardarci con lo sguardo di Cristo l’un l’altra, e  sentiamo sulle nostre ferite la freschezza del perdono e dell’accoglienza, nasce in noi il desiderio di fare come la peccatrice. Nasce il desiderio di versare il nardo sui piedi dell’altro/a. Per ringraziare lui/lei e Dio attraverso lui/lei del dono del perdono e dell’amore gratuito, incondizionato e non sempre meritato. Nardo che è segno dello spreco. Attraverso quel gesto la peccatrice vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re della sua vita. La peccatrice, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Solo se ci sentiremo indegni del dono di Cristo e della nostra sposa (sposo) attraverso Cristo saremo capaci di amarci così.  Ogni tanto io e Luisa sembriamo dei matti. Ognuno dice all’altro: Non merito uno sposo/una sposa come te. Credo che questo sia il nostro segreto. Questo è il segreto che ci permette di rompere il vaso di nardo. E voi l’avete rotto?  Oppure siete avari e date qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Vi sprecate in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitate tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che vi unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Sposi sacerdoti. L’inverno è passato.(36 articolo)

«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
[11]Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
[12]i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
[13]Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!

Nel proseguo del Cantico ecco che l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente articolo. L’amato desidera ardentemente la sua bella, ma prestando sempre attenzione a non violentare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sè, ma senza mai forzarla. Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni! Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. E’ un ordine allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare, per rendere visibilie, la forza dell’amore autentico. La forza dell’amore che ci unisce rende il mio richiamo irresistibile. Non per la forza che obbliga, ma per l’amore che attira.

Questa forza irresistibile che attira potentemente il cuore come una calamita è spiegata nei versi successivi.
Come abitudine nel Cantico la natura che circonda i due amati è manifestazione e segno della natura profonda che li costituisce. A significare un’armonia perfetta tra visibile ed invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi  e quanto essi manifestano attraverso il corpo e la tenerezza. L’amore è così. L’amore, quello autentico, crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia. Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. L’amore è svegliarsi da un letargo. Un inverno, però,  non arido. Un inverno in cui è piovuto. Un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera, ci siamo preparati ad accogliere e riconoscere l’amore, un periodo in cui abbiamo preparato il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo ad accogliere di nuovo l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, periodo in cui l’amore non si sentiva e  non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore aveva freddo, non era scaldato dal sentimento e dalla passione per nostro marito o nostra moglie. Che inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi? Mi spiego meglio. Avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia oppure avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? E’ importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. E’ importante continuare a donarsi, anche quando costa tanta fatica, anche quando gli impegni della quotidianità sembrano distruggerti, anche quando l’intimità è sempre più difficile. Solo così, continuando ad amare l’altro/a nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno alla primavera. Alla rinascita della nostra relazione. Perchè se non molliamo la primavera tornerà, questo è certo. Tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata, colorata, tanto più avremo preparato il terreno nel nostro inverno.

Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.

Non due frutti a caso. Fico segno di fecondità e vite segno di gioia e di pienezza. Sta a noi far sì che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma al contrario siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi.

Antonio e Luisa

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  1. Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 

La fede si concretizza nelle opere

Questa domenica c’è una Parola che non può lasciarci indifferenti. Come uomini, come donne, ma soprattutto come sposi. Mi riferisco alla seconda lettura che riprende la Lettera di San Giacomo.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Parole senza possibilità di fraintendimento! Parole che non lasciano scampo e vie di fuga. Parole che ci mettono con le spalle al muro! La nostra è una vera fede, un vero rapporto personale con Gesù, oppure è tutta una sceneggiata? Non è difficile da scoprire. Ognuno di noi può comprenderlo senza difficoltà. Quali sono le nostre opere? Come ci comportiamo in famiglia, nella relazione di coppia, nel rapporto con i nostri figli? Siamo capaci di metterci al servizio? Siamo capaci di morire a noi stessi per innalzare l’altro/a?

La fede senza opere non può esistere. La vera fede senza opere non può esistere. Già, perchè a volte siamo bravissimi a costruirci una nostra fede di superficie, che non ha contenuto. Fatta di una serie di riti che servono a silenziare la nostra coscienza. Magari facciamo anche tanto per la parrocchia o per i movimenti. Coro, caritas, centro di ascolto, ecc. Non è questo che conta. La fede è autentica quando si concretizza principalmente nelle opere che possono rispondere alla nostra vocazione. Quindi al nostro essere marito e moglie, padre e madre. Ciò significa che sto davvero vivendo la Santa Messa se, e solo se, questo incontro intimo con il Signore, e questa comunione d’offerta con tutta la mia comunità, mi aiuta a farmi dono, servizio, sostegno e ascolto per la mia sposa e per i miei figli. Non posso fuggire da questa verità fondamentale della mia vita. Quando mi inginocchio davanti al Santissimo, durante la  consacrazione del pane e del vino eucaristico, sto implicitamente chiedendo di essere capace di inginocchiarmi davanti a Gesù presente, reale e vivo, che abita il mio matrimonio. Inginocchiarmi davanti alle fragilità della mia sposa, ai suoi bisogni, alle sue gioie e ai suoi dolori. Inginocchiarmi per essere tenerezza, cura, servizio e ascolto per lei.

Inginocchiarmi durante la Messa e poi non provare a vivere tutto questo nel mio matrimonio, significa prendere  in giro il Signore e anche me stesso. Sto recitando una bella sceneggiata, ma non ho idea di cosa sia la fede e non ho mai incontrato Cristo.

Concludendo: La mia fede può trasparire solo dal modo con cui amo, rispetto e servo la mia sposa. La Santa Messa non è per questo superflua. Al contrario. Attraverso la Santa Messa, e l’incontro intimo con Gesù, divento sempre più capace di amare la mia sposa. La Santa Messa non è quindi il fine della mia fede, ma il mezzo attraverso cui la mia fede diventa più vera, più forte e più grande, e può, così, manifestarsi nelle opere, nella capacità di santificare sempre più e meglio il mio matrimonio.

Nella lettera di San Giovanni è espresso benissimo, ma in modo differente, lo stesso concetto:  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 

Dopo la Santa Messa di oggi tornate a casa e regalatevi un abbraccio, un bacio, una carezza. Sarà un piccolo gesto, piccolo ma che racchiude tutto il grandissimo significato della nostra fede.

Antonio e Luisa

Una continua scelta tra ciò che è giusto e ciò che è bene.

Ho ricevuto e pubblico volentieri questa lettera. Una lettera che vuole essere una  risposta alla precedente testimonianza di una sposa abbandonata che ho pubblicato alcuni giorni fa (per leggerla cliccate qui)
Cara Sorella (si proprio Sorella perché capisco e vivo la tua stessa esperienza), ho 33 anni, sposata da 6 e separata da 9 mesi.
Capisco in profondità e in radicalità ciò che stai vivendo:  il giorno in cui l’uomo che hai sposato consapevolmente ti dice: “amo un’altra donna, me ne vado di casa” il mondo ti crolla addosso nel vero senso della parola. In tutta la mia vita non ho mai provato un dolore così grande e così lacerante come questo: tutti i miei sogni di famiglia felice, di “amore per sempre” distrutti e calpestati in una frazione di secondo, ma la cosa peggiore è che l’autore di tutto questo è stato l’uomo (e forse lo è ancora) che amo più della mia stessa vita. Per settimane ho pianto tutte le lacrime che avevo, sono arrivata al punto di piangere senza lacrime, sì le avevo finite.
Ma arriva un giorno che devi fare i conti con tutto questo dolore, in qualche modo lo devi “esorcizzare”, non ti può fagocitare, hai una vita meravigliosa da mandare avanti, e aspetta solo te per essere vissuta.
Io da subito ho avuto chiara la scelta di rimanere fedele al mio Sacramento, è stata così forte e così chiara che non ha mai (per ora) vacillato. Per me sono state importanti le parole sentite da un Santo Sacerdote: “Quando celebrate il vostro Sacramento siete sempre in 3: sposo, sposa e Cristo. E anche se entrambi gli sposi vanno in direzioni opposte, Lui resta, resta fedele PER SEMPRE”. Gesù avrebbe potuto scendere dalla Croce, ma non l’ha fatto, ha scelto di morire PER ME, per il mio Matrimonio, per la mia Salvezza, e quindi, chi sono io per scendere dalla mia croce?
Questo non vuol dire che io sono felice di stare sulla croce o che gioisco di questa sofferenza, ma se portata PER Cristo, CON Cristo e IN Cristo davvero la sua promessa del “giogo dolce e il peso leggero” si concretizza. Che cosa voglio dire: nell’ottica della mia resurrezione e della resurrezione del mio matrimonio io sono chiamata a restare su questa croce (STACCE! come dice Costanza Miriano), con i miei limiti, le mie cadute, le mie arrabbiature con Dio (si, cara sorella è “terapeutico” anche arrabbiarsi con Dio).
Il dolore con il tempo cambia colore. La sofferenza rimane, chiaro, ma assume contorni diversi, diventa parte di te, ma no ti sovrasta, non ti “guida”, diventa offerta per gli altri (per la malattia di qualche persona, per i sacerdoti in crisi, per le altre coppie in crisi, per chiunque si affida alla tua preghiera). Il tuo dolore rimane, non te lo toglie nessuno, ma vissuto nella prospettiva della resurrezione (si torniamo sempre lì) anche questa cosa così disumana diventa vivibile.
Ovvio i momenti di sconforto ci sono, sono molti e fanno male e anche dentro di me risuona quel desiderio di “sentirmi amata e rispettata da un uomo” ed è lì e rimane anche quando incontri qualcuno di “interessante”, qualcuno che ti fa dire “però dai, non male questo ragazzo”, ed è lì che inizia la battaglia, il vero discernimento tra ciò che è giusto e sacrosanto (sentirsi amata) e ciò che è bene (amare fino a dare la vita per il mio sposo, anche se lui non mi ama, anzi mi odia con tutto se stesso).
Oggi la strada della fedeltà non è una strada semplice, non è una strada “del mondo”: quante amiche che mi dicono: “ma si sei giovane, trovati un ragazzo che ti ami e che ti rispetti”, ma io in questo non mi ci sento, non mi ci vedo, mi sento di mancarmi di rispetto e se non mi amo e mi rispetto io, come posso pretenderlo dagli altri?
Non ho la ricetta per come rimanere fedeli, io so solo che ogni giorno all’Eucarestia chiedo di rinnovare la mia fedeltà al mio Sacramento, e, per ora, funziona.
Tutto quello che vivo è solo per Grazia di Dio. Io so che Gesù sta soffrendo con e più di me per questa situazione, ma Lui mi ci fa stare perché deve insegnarmi qualcosa, deve guidarmi verso quel progetto meraviglioso che Lui ha su di me e sulla mia vita.
Mio marito tornerà? Nessuno può rispondere a questa domanda. Forse non tornerà mai ma io sento forte che sono chiamata a pregare per lui e per la sua salvezza.
Io non sono una santa, non sono illuminata, sono solo una povera donna peccatrice che vuole fidarsi del suo Signore, di Colui che tutto può.
Grazie
G.M.