Sposi sacerdoti. Le piccole volpi che infestano il nostro amore. (38 articolo)

Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
[16]Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i gigli.
[17]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
ritorna, o mio diletto,
somigliante alla gazzella
o al cerbiatto,
sopra i monti degli aromi.

Le piccoli volpi. Sembra un’immagine tenera. Immaginiamo queste piccole volpi all’interno della vigna. Che pericolo possono portare? Non possono certo fare del male. Invece il Cantico ci chiede di prestare attenzione alle piccole volpi. Possono essere letali. Le vigne sono in fiore. Il nostro amore, la nostra intimità, la nostra unità e il nostro essere uno, sono rigogliosi. La nostra relazione è una vigna che profuma, è piena di colore e di bellezza. La nostra relazione sta dando frutti meravigliosi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita. Attenti però alle piccole volpi. Ma chi sono queste piccole volpi? Perchè sono tanto pericolose?

Le volpi sono le piccole mancanze, omissioni e abitudini dannose. Tanti matrimoni scoppiano senza che accadano fatti straordinari. Non ci amiamo più. Quanti dicono così? Tantissimi. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito

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Riconoscersi miseri.

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

Nel Vangelo di oggi c’è una riflessione importante da porre in evidenza. E’ chiara la difformità di comportamento tra il fariseo e la donna che si accovaccia ai piedi di Gesù.

Il fariseo ha un atteggiamento di distacco da Gesù. Chiaramente lo ha invitato, non perchè trova qualcosa di importante per la sua vita in quell’uomo, ma forse per curiosità, o soltanto per poter dire di aver avuto alla sua tavola un personaggio che andava per la maggiore. La donna ha tutt’altro atteggiamento. Entra non dice una parola. Sente di non essere degna di Gesù, non è degna di sedere con lui, di parlare con lui. Come un cagnolino si pone ai suoi piedi in attesa di uno sguardo o di una buona parola. A lei basta poter accarezzare anche i piedi di quell’uomo.  Alcuni identificano questa donna con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, altri con Maria Maddalena. In realtà non è chiaro. Io preferisco pensare che questa peccatrice non abbia volto e non abbia nome affinchè ognuno di noi possa immedesimarsi in lei. In lei oppure nel fariseo. Neanche lui ha nome e volto. Gli atteggiamenti di questi due personaggi indicano, non a caso, le due inclinazioni che possiamo seguire nel nostro matrimonio. Possiamo pensare come il fariseo. Possiamo quindi credere di non avere bisogno di perdono, di sentirci delle persone apposto, di essere migliori di tanti altri, anche del nostro coniuge. Questo atteggiamento non ci può consentire di aprirci all’amore. Questo atteggiamento non ci renderà capaci nè di amare Dio nè di amare il nostro coniuge. La nostra superbia ci porrà sempre su un piedistallo. La nostra sposa o il nostro sposo non saranno mai abbastanza, dovranno continuamente dimostrare di essere degni del nostro amore. In fondo crediamo abbiano fatto un affare a sposare una persona come noi.

La peccatrice del Vangelo ha un atteggiamento completamente opposto al fariseo. E’ consapevole della propria miseria, dei peccati commessi e degli errori fatti. Lo sguardo di Cristo che si è posato su di lei l’ha fatta sentire amata, desiderata e bellissima. Nonostante tutta la sua storia e il disprezzo della sua gente. Ecco, anche noi nel nostro matrimonio possiamo sperimentare lo stesso amore. Quando nonostante i nostri errori, che ci sono tutt’ora, riusciamo a guardarci con lo sguardo di Cristo l’un l’altra, e  sentiamo sulle nostre ferite la freschezza del perdono e dell’accoglienza, nasce in noi il desiderio di fare come la peccatrice. Nasce il desiderio di versare il nardo sui piedi dell’altro/a. Per ringraziare lui/lei e Dio attraverso lui/lei del dono del perdono e dell’amore gratuito, incondizionato e non sempre meritato. Nardo che è segno dello spreco. Attraverso quel gesto la peccatrice vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re della sua vita. La peccatrice, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Solo se ci sentiremo indegni del dono di Cristo e della nostra sposa (sposo) attraverso Cristo saremo capaci di amarci così.  Ogni tanto io e Luisa sembriamo dei matti. Ognuno dice all’altro: Non merito uno sposo/una sposa come te. Credo che questo sia il nostro segreto. Questo è il segreto che ci permette di rompere il vaso di nardo. E voi l’avete rotto?  Oppure siete avari e date qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Vi sprecate in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitate tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che vi unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Sposi sacerdoti. L’inverno è passato.(36 articolo)

«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
[11]Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
[12]i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
[13]Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!

Nel proseguo del Cantico ecco che l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente articolo. L’amato desidera ardentemente la sua bella, ma prestando sempre attenzione a non violentare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sè, ma senza mai forzarla. Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni! Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. E’ un ordine allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare, per rendere visibilie, la forza dell’amore autentico. La forza dell’amore che ci unisce rende il mio richiamo irresistibile. Non per la forza che obbliga, ma per l’amore che attira.

Questa forza irresistibile che attira potentemente il cuore come una calamita è spiegata nei versi successivi.
Come abitudine nel Cantico la natura che circonda i due amati è manifestazione e segno della natura profonda che li costituisce. A significare un’armonia perfetta tra visibile ed invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi  e quanto essi manifestano attraverso il corpo e la tenerezza. L’amore è così. L’amore, quello autentico, crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia. Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. L’amore è svegliarsi da un letargo. Un inverno, però,  non arido. Un inverno in cui è piovuto. Un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera, ci siamo preparati ad accogliere e riconoscere l’amore, un periodo in cui abbiamo preparato il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo ad accogliere di nuovo l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, periodo in cui l’amore non si sentiva e  non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore aveva freddo, non era scaldato dal sentimento e dalla passione per nostro marito o nostra moglie. Che inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi? Mi spiego meglio. Avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia oppure avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? E’ importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. E’ importante continuare a donarsi, anche quando costa tanta fatica, anche quando gli impegni della quotidianità sembrano distruggerti, anche quando l’intimità è sempre più difficile. Solo così, continuando ad amare l’altro/a nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno alla primavera. Alla rinascita della nostra relazione. Perchè se non molliamo la primavera tornerà, questo è certo. Tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata, colorata, tanto più avremo preparato il terreno nel nostro inverno.

Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.

Non due frutti a caso. Fico segno di fecondità e vite segno di gioia e di pienezza. Sta a noi far sì che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma al contrario siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi.

Antonio e Luisa

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  1. Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 

La fede si concretizza nelle opere

Questa domenica c’è una Parola che non può lasciarci indifferenti. Come uomini, come donne, ma soprattutto come sposi. Mi riferisco alla seconda lettura che riprende la Lettera di San Giacomo.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Parole senza possibilità di fraintendimento! Parole che non lasciano scampo e vie di fuga. Parole che ci mettono con le spalle al muro! La nostra è una vera fede, un vero rapporto personale con Gesù, oppure è tutta una sceneggiata? Non è difficile da scoprire. Ognuno di noi può comprenderlo senza difficoltà. Quali sono le nostre opere? Come ci comportiamo in famiglia, nella relazione di coppia, nel rapporto con i nostri figli? Siamo capaci di metterci al servizio? Siamo capaci di morire a noi stessi per innalzare l’altro/a?

La fede senza opere non può esistere. La vera fede senza opere non può esistere. Già, perchè a volte siamo bravissimi a costruirci una nostra fede di superficie, che non ha contenuto. Fatta di una serie di riti che servono a silenziare la nostra coscienza. Magari facciamo anche tanto per la parrocchia o per i movimenti. Coro, caritas, centro di ascolto, ecc. Non è questo che conta. La fede è autentica quando si concretizza principalmente nelle opere che possono rispondere alla nostra vocazione. Quindi al nostro essere marito e moglie, padre e madre. Ciò significa che sto davvero vivendo la Santa Messa se, e solo se, questo incontro intimo con il Signore, e questa comunione d’offerta con tutta la mia comunità, mi aiuta a farmi dono, servizio, sostegno e ascolto per la mia sposa e per i miei figli. Non posso fuggire da questa verità fondamentale della mia vita. Quando mi inginocchio davanti al Santissimo, durante la  consacrazione del pane e del vino eucaristico, sto implicitamente chiedendo di essere capace di inginocchiarmi davanti a Gesù presente, reale e vivo, che abita il mio matrimonio. Inginocchiarmi davanti alle fragilità della mia sposa, ai suoi bisogni, alle sue gioie e ai suoi dolori. Inginocchiarmi per essere tenerezza, cura, servizio e ascolto per lei.

Inginocchiarmi durante la Messa e poi non provare a vivere tutto questo nel mio matrimonio, significa prendere  in giro il Signore e anche me stesso. Sto recitando una bella sceneggiata, ma non ho idea di cosa sia la fede e non ho mai incontrato Cristo.

Concludendo: La mia fede può trasparire solo dal modo con cui amo, rispetto e servo la mia sposa. La Santa Messa non è per questo superflua. Al contrario. Attraverso la Santa Messa, e l’incontro intimo con Gesù, divento sempre più capace di amare la mia sposa. La Santa Messa non è quindi il fine della mia fede, ma il mezzo attraverso cui la mia fede diventa più vera, più forte e più grande, e può, così, manifestarsi nelle opere, nella capacità di santificare sempre più e meglio il mio matrimonio.

Nella lettera di San Giovanni è espresso benissimo, ma in modo differente, lo stesso concetto:  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 

Dopo la Santa Messa di oggi tornate a casa e regalatevi un abbraccio, un bacio, una carezza. Sarà un piccolo gesto, piccolo ma che racchiude tutto il grandissimo significato della nostra fede.

Antonio e Luisa

Una continua scelta tra ciò che è giusto e ciò che è bene.

Ho ricevuto e pubblico volentieri questa lettera. Una lettera che vuole essere una  risposta alla precedente testimonianza di una sposa abbandonata che ho pubblicato alcuni giorni fa (per leggerla cliccate qui)
Cara Sorella (si proprio Sorella perché capisco e vivo la tua stessa esperienza), ho 33 anni, sposata da 6 e separata da 9 mesi.
Capisco in profondità e in radicalità ciò che stai vivendo:  il giorno in cui l’uomo che hai sposato consapevolmente ti dice: “amo un’altra donna, me ne vado di casa” il mondo ti crolla addosso nel vero senso della parola. In tutta la mia vita non ho mai provato un dolore così grande e così lacerante come questo: tutti i miei sogni di famiglia felice, di “amore per sempre” distrutti e calpestati in una frazione di secondo, ma la cosa peggiore è che l’autore di tutto questo è stato l’uomo (e forse lo è ancora) che amo più della mia stessa vita. Per settimane ho pianto tutte le lacrime che avevo, sono arrivata al punto di piangere senza lacrime, sì le avevo finite.
Ma arriva un giorno che devi fare i conti con tutto questo dolore, in qualche modo lo devi “esorcizzare”, non ti può fagocitare, hai una vita meravigliosa da mandare avanti, e aspetta solo te per essere vissuta.
Io da subito ho avuto chiara la scelta di rimanere fedele al mio Sacramento, è stata così forte e così chiara che non ha mai (per ora) vacillato. Per me sono state importanti le parole sentite da un Santo Sacerdote: “Quando celebrate il vostro Sacramento siete sempre in 3: sposo, sposa e Cristo. E anche se entrambi gli sposi vanno in direzioni opposte, Lui resta, resta fedele PER SEMPRE”. Gesù avrebbe potuto scendere dalla Croce, ma non l’ha fatto, ha scelto di morire PER ME, per il mio Matrimonio, per la mia Salvezza, e quindi, chi sono io per scendere dalla mia croce?
Questo non vuol dire che io sono felice di stare sulla croce o che gioisco di questa sofferenza, ma se portata PER Cristo, CON Cristo e IN Cristo davvero la sua promessa del “giogo dolce e il peso leggero” si concretizza. Che cosa voglio dire: nell’ottica della mia resurrezione e della resurrezione del mio matrimonio io sono chiamata a restare su questa croce (STACCE! come dice Costanza Miriano), con i miei limiti, le mie cadute, le mie arrabbiature con Dio (si, cara sorella è “terapeutico” anche arrabbiarsi con Dio).
Il dolore con il tempo cambia colore. La sofferenza rimane, chiaro, ma assume contorni diversi, diventa parte di te, ma no ti sovrasta, non ti “guida”, diventa offerta per gli altri (per la malattia di qualche persona, per i sacerdoti in crisi, per le altre coppie in crisi, per chiunque si affida alla tua preghiera). Il tuo dolore rimane, non te lo toglie nessuno, ma vissuto nella prospettiva della resurrezione (si torniamo sempre lì) anche questa cosa così disumana diventa vivibile.
Ovvio i momenti di sconforto ci sono, sono molti e fanno male e anche dentro di me risuona quel desiderio di “sentirmi amata e rispettata da un uomo” ed è lì e rimane anche quando incontri qualcuno di “interessante”, qualcuno che ti fa dire “però dai, non male questo ragazzo”, ed è lì che inizia la battaglia, il vero discernimento tra ciò che è giusto e sacrosanto (sentirsi amata) e ciò che è bene (amare fino a dare la vita per il mio sposo, anche se lui non mi ama, anzi mi odia con tutto se stesso).
Oggi la strada della fedeltà non è una strada semplice, non è una strada “del mondo”: quante amiche che mi dicono: “ma si sei giovane, trovati un ragazzo che ti ami e che ti rispetti”, ma io in questo non mi ci sento, non mi ci vedo, mi sento di mancarmi di rispetto e se non mi amo e mi rispetto io, come posso pretenderlo dagli altri?
Non ho la ricetta per come rimanere fedeli, io so solo che ogni giorno all’Eucarestia chiedo di rinnovare la mia fedeltà al mio Sacramento, e, per ora, funziona.
Tutto quello che vivo è solo per Grazia di Dio. Io so che Gesù sta soffrendo con e più di me per questa situazione, ma Lui mi ci fa stare perché deve insegnarmi qualcosa, deve guidarmi verso quel progetto meraviglioso che Lui ha su di me e sulla mia vita.
Mio marito tornerà? Nessuno può rispondere a questa domanda. Forse non tornerà mai ma io sento forte che sono chiamata a pregare per lui e per la sua salvezza.
Io non sono una santa, non sono illuminata, sono solo una povera donna peccatrice che vuole fidarsi del suo Signore, di Colui che tutto può.
Grazie
G.M.

I beati amano con l’amore di Dio.

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa?  Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi  con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi,  riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio.  Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. L’amore si nutre nel rispetto. (35 articolo)

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema.

[8]Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
[9]Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.

Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro. La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora.  L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato ad un cerbiatto. Giovane come probabilmente era, ma ha anche un altro significato. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso, non deperirà fino a morire, ma resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei. L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. E’, al contrario,  una persona che, rapita dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Un mistero di un’alterità diversa da lui. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. E’ una regina, è figlia di Re. E’ figlia di Dio. Così, seppur stia bruciando dal desiderio di essere uno con lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a godere della sua presenza e della sua vista. Lo fa per farsi presente, ma attende che sia lei ad aprire, a chiamarlo al di là di quel muro che li divide.

Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone. Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza?

Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità. Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione solo per soddisfare le nostre pulsioni sessuali. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida,  senza più alcun desiderio di unirsi a lui,  e lui che cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. In un altro modo meno impegnativo. Che non richieda grande sforzo e fatica. Rivolgerà lo sguardo alla prostituzione e alla pornografia. Questa è la fine di tanti matrimoni. E’ triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

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Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore Siate amabili Siate amabili (seconda parte) I frutti dell’amabilità Abbracciami con il tuo sguardo

Fedez: un ribelle conformista

Chi non sa che Fedez e Chiara Ferragni si sono sposati? Immagino nessuno. Tutti volenti o nolenti hanno saputo dal web, dai commenti degli amici, dalla televisione,  che due dei volti più noti della nostra società mediatica sono convolati a nozze. Non voglio qui scrivere della cerimonia, del vestito, della location e degli invitati. Potete trovare migliaia di articoli e foto navigando nel web. Mi voglio soffermare su qualcosa che mi ha profondamente colpito e che ha attirato la mia attenzione. Fedez e Chiara sono  lontani anni luce dalla Chiesa e dall’insegnamento della Chiesa. Fedez è l’uomo degli eccessi e del rap maleducato, irriverente e ficcante. Chiara è l’influencer planetaria, donna delle grandi griffe, icona dell’apparire senza sostanza. Non hanno mai fatto mistero del loro ateismo. Si sono sposati civilmente. Non hanno battezzato il figlio Leone. Per loro non significa niente né il matrimonio sacramento né quel po’ d’acqua versato con il battesimo. Eppure Fedez mi ha sorpreso. Da lui mi sarei aspettato altro. Promesse di grandi emozioni, di una vita al limite e spericolata. Invece no. Nulla di tutto questo. Durante la cerimonia ha letto alla sua sposa una lettera, di cui vi riporto un breve stralcio:

Semplicemente, le cose accadono e noi non possiamo fare altro che lasciarci trascinare dalla corrente. Questa è la nostra strada, una strada verso il destino più che verso una destinazione. Abbiamo collezionato tanti momenti indimenticabili che difficilmente si riescono a vivere in un lasso di tempo così breve e nell’abbraccio che ci siamo dati il giorno della nascita di nostro figlio c’era tuta la sincerità, la gioia e la disperazione che due cuori possono contenere, ma anche le nostre liti, gli scontri e le incomprensioni sono momenti che spesso ricordiamo col sorriso.

Bukowski diceva che l’essere umano ha due grandi difetti: l’incapacità di arrivare in orario e l’incapacità di mantenere le promesse. Io non posso garantirti che sarò sempre in orario ma ti prometto che anche se in ritardo ci sarò per sempre.

Fedez l’anticonformista e l’ateo. Fedez, il cattivo della musica,  desidera quello che desideriamo tutti. Promette un amore che duri per sempre. Lo promette con una voce rotta dall’emozione e dal pianto. Questo nonostante tutta la società ci dica che il per sempre è qualcosa di medioevale, di vetusto, qualcosa che va bene solo per quelli come noi, poveri bigotti cristiani. Qualcosa che con il divorzio, legge di civiltà e progresso,  si è voluto strappare anche dai nostri codici civili. Eppure Fedez si ostina.  Fedez desidera, nonostante tutto, il per sempre. Questo perchè possiamo fuggire dagli insegnamenti della Chiesa. Possiamo rigettare quella Legge Rivelata attraverso le scritture, attraverso la Parola, attraverso tutta la Chiesa, ma non possiamo cancellare quello che siamo. Se vogliamo, almeno provare, ad essere felici, non possiamo ignorare la legge naturale, la nostra natura di uomini e donne. Non possiamo cancellare che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, cioè siamo creati per amare ed essere amati. Non possiamo cancellare il desiderio profondo che ci costituisce. Siamo fatti per amare ed essere amati, diceva un’altra Chiara (Corbella). Ed è proprio così. Quella sete di un amore eterno, di un amore radicale, di un amore definitivo, alberga nel nostro cuore. Quella sete che ci provoca nostalgia di una relazione autentica e che ci domandi di dare tutto. Anche uno come Fedez, che ha fatto della sua indipendenza e libertà  da tutti e tutto la sua caratteristica, anche lui ha dovuto arrendersi all’amore.  Il suo cuore gli sta concedendo un’opportunità.  Forse sono un illuso, forse sono solo parole, forse non durerà, ma ho imparato a lasciarmi sorprendere dall’amore. Allora nonostante tutta la povertà di un matrimonio milionario, ma che ha lasciato fuori dalla porta Dio, nonostante questo, chissà! Forse Dio potrebbe rientrare dalla finestra, facendosi trovare in quel desiderio di amore definitivo che lui stesso ha messo nei cuori di Fedez e di Chiara.

Auguri agli sposi. Auguri che questo sia solo l’inizio di un percorso verso l’Amore, un percorso che li conduca a Dio.

Antonio e Luisa

 

La grammatica della sessualità

Dopo dodici anni di matrimonio crediamo fermamente che la sessualità e l’amore sono un cammino nel quale occorre procedere lentamente, che richiede volontà, pazienza e libertà. Sentiamo che è un edificio che costruiamo giorno per giorno, mattone su mattone.

Abbiamo compreso che i Metodi Naturali sono la GRAMMATICA della sessualità: quando apprendiamo la grammatica di un linguaggio, ci educhiamo a comunicare, ad esprimere ad un altro che non è in noi  ciò che è dentro di noi. In questi anni abbiamo sperimentato che nel dialogo ci apriamo all’ altro e accogliendoci reciprocamente scopriamo chi siamo veramente. Se questo è vero in ogni tipo di comunicazione che è sempre in qualche modo una condivisione, cosa succede quando il tema del discorso è l’Amore e l’organo con cui lo si parla è il sesso che condensa in sé il tutto della persona e manifesta ciò che è più celato e intimo in lei?

Prima di conoscerci io, Raffaella, grazie ad un corso che mi ha offerto un Gruppo Missionario ho potuto sin da giovane conoscere e apprezzare la bellezza di questo metodo e attraverso di esso ho conosciuto meglio me stessa.

Ancora single, in seguito ho approfondito i metodi naturali iniziando a vivere da sola questo stile di vita col desiderio di prepararmi per lo sposo a cui mi sentivo chiamata.

La bellezza del metodo mi ha aiutato a capire per poter dire all’uomo della mia vita chi sono, così che mi potesse comprendere ed accogliere più consapevolmente e trovare anche in questo un punto d’incontro.

Ciro, invece, da adolescente e giovane, non ha conosciuto una realtà che aprisse a questa conoscenza e consapevolezza. In casa non se ne è mai parlato e la sua conoscenza sull’argomento “sessualità” si è formata attraverso le chiacchiere tra coetanei e ciò che ha potuto comprendere dalla tv o dalla scuola. Dice infatti: “la mia educazione come quella di tanti si può definire così:  io, speriamo che me la cavo”.

Da fidanzati insieme abbiamo scelto il valore della Castità e volendoci preparare per un possibile matrimonio, Ciro ha recuperato leggendo i libri sui Metodi Naturali e confrontandoci con coppie formatrici del metodo.

Da sposi poi abbiamo sentito, per noi sacro e indispensabile, vivere il primo periodo di matrimonio nella conoscenza reciproca così da poter preparare tra noi un nido accogliente per le vite che il Signore avrebbe potuto affidarci. Vivevamo i nostri amplessi nel periodo non fertile astenendoci da quelli fertili. Dopo poco abbiamo cominciato a vivere nei periodi fertili per accogliere il dono di un figlio. Sia nel periodo fertile che in quello infertile si sperimenta una pienezza perché ci si dona in una totalità tale che nell’estasi culminante, anima, psiche e corpo si riempiono e si rigenerano.

Nel corso degli anni e ancora oggi per noi i metodi naturali hanno arricchito il nostro amarci riempiendo del nostro appartenerci tutta la nostra esistenza.

Le bellezze del metodo che abbiamo riscontrato sono tante…

“Nel rispetto della ciclicità, della fertilità della donna, i metodi naturali ci permettono di essere liberi.” dice Ciro, ” Tra di noi non è necessario nessuno strumento o barriera esterna che si frapponga. Sentiamo di vivere la vera spontaneità nel rispetto dell’armonia del nostro corpo. Non come ci vorrebbe far credere la cultura del fast food che dimentica che il corpo della donna ha i suoi tempi e non può essere sempre pronta, e soprattutto, ha bisogno di tempo e spazio per esprimere la sua sensualità per raggiungere un atto soddisfacente e…scusatemi il termine “non cosificante”. Quando ho scelto di mettere le briglie al mio desiderio sessuale ho scoperto che i nostri corpi seguono delle regole, e riconoscendole, abbiamo potuto sfruttarle per lasciare agire l’attrazione sessuale che abita la nostra relazione portandoci senza fatica, il più delle volte a trovare l’incontro sessuale più spontaneo, propizio e ottimale nei momenti opportuni.”

Imparare insieme a Ciro i metodi naturali mi ha fa sentire sempre rispettata da lui e accolta nella mia ciclicità, nel mio essere veramente donna con i miei periodi mensili euforici pieni di estrogeni e i miei periodi in cui vorrei piangere, mi sento giù, in cui cerco solo le carezze delicate, non solo il rapporto intimo. Perché parliamoci chiaro: noi donne non siamo sempre pronte ad un rapporto sessuale, ma se non glielo insegniamo noi agli uomini chi glielo insegna? Se noi donne cominciamo a conoscerci meglio ci rispettiamo per prime. Mi spiace dover dire che noi donne il più delle volte non ci conosciamo affatto. Con questi contraccettivi propinati sin dall’ adolescenza non ci permettono di conoscere la bellezza del nostro corpo e ci fanno sentire quasi un impiccio. Pensiamo di essere sempre fertili e invece lo siamo solo per pochissimi giorni. Pensiamo che sia una colpa essere cicliche e invece non possiamo non esserlo, visto che sono gli ormoni che ci trapassano, a volerlo. I metodi naturali ti danno un NUOVO STILE DI VITA, lo danno prima a me donna e poi io posso trasmetterlo al mio amato. Uno stile di vita che dà pienezza non solo nel rapporto sessuale, ma in tutta la vita sponsale. Ti insegna quanto è bello attendersi nei periodi in cui vuoi o non vuoi un figlio. Ti insegna a dare un nome a quelle emozioni e a quei sentimenti che prima non sapevi. Ti insegna che frapporre tra te e lui qualcosa come un contraccettivo è “separare”, è  creare una barriera, che certamente ora non la vedi, ma con il passare del tempo mostrerà il suo peso perché con il ripetersi di amori “blindati” la barriera diventa sempre più spessa. I metodi naturali non mettono nessuna barriera. Ho compreso e vorrei dire a tutte le donne quanto è importante per un uomo dare il suo seme! E’ Tutto il suo essere, è tutta la sua mascolinità e per questo che dopo il rapporto ha bisogno di assopirsi… ha dato tutto! E per la donna? Quanto è necessario per la donna riceverlo, perché quella è vita, anche in un periodo non fertile, significa rigenerarsi.

Ciro invece racconta: “educandoci all’amore e rispettando i tempi dell’amore che i metodi naturali contemplano, abbiamo scoperto che questo ci allontana dal rischio di cercare l’atto solo come un piacere egoistico. Questo ti da la possibilità di comprendere ancora meglio l’amore che l’altro ha per te nel dono di sé e nell’astinenza intesa come attesa per amore. I metodi ti aiutano anche a distribuire le forze: ti ami a 360°, e nei momenti di attesa oltre ad amarti nella tenerezza (come fidanzati), ami insieme l’umanità che Dio ti pone davanti (figli). A noi ha fatto bene da innamorati provare l’attesa dell’atto sessuale; quest’attesa non è stata vana perché lungo il cammino del matrimonio arrivano sempre dei periodi di astinenza voluti o dovuti. L’allenamento vissuto prima ti permette di affrontare con meno frustrazione questo tempo di attesa e nell’ astenersi ciclico previsto nel metodo, ti aiuta a recuperare quel periodo mai finito di corteggiamento.

Nel cammino della conoscenza del metodo, la temperatura ci ha aiutato a riconoscere i cambiamenti del muco. Le variazioni del muco ci hanno aiutato a conoscere i segnali periodici che il corpo di Raffaella vive quando cambia le varie fasi del ciclo. Sentiamo che tutto questo ci permettere di vivere l’amplesso sponsale come Dio l’ha pensato: una vera liturgia d’amore.

Ecco perché abbiamo desiderato scrivere un piccolo libretto che vi invitiamo a leggere e che si intitola:

“IL MANUALE DEL CORTEGGIAMENTO – ALLA SCOPERTA DI SE STESSI DELL’ALTRO E DELLA FELICITÀ” ed. Effatà

Ciro e Raffaella Piccolo

vedi articolo originale su montedivenere.org

La carità non avrà mai fine

Perdonare vuol dire donare qualcosa di sé. Gesù ci perdona sempre. Con la forza del suo perdono, anche noi possiamo perdonare gli altri, se davvero lo vogliamo. Non è quello per cui preghiamo, quando diciamo il Padre nostro? I figli imparano a perdonare quando vedono che i genitori si perdonano tra loro. Se capiamo questo, possiamo apprezzare la grandezza dell’insegnamento di Gesù circa la fedeltà nel matrimonio. Lungi dall’essere un freddo obbligo legale, si tratta soprattutto di una potente promessa della fedeltà di Dio stesso alla sua parola e alla sua grazia senza limiti. Cristo è morto per noi perché noi a nostra volta possiamo perdonarci e riconciliarci gli uni gli altri. In questo modo, come persone e come famiglie, impariamo a comprendere la verità di quelle parole di San Paolo: mentre tutto passa, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).

Il Papa, ora, si sofferma sul perdono. Altro tema che ho affrontato innumerevoli volte su questo blog. Non mi fermerò quindi sul perdono in sè, ma dirò qualcosa di grande. Parlerò del perdono come profezia dell’amore di Dio che ci è affidata in modo peculiare e specifico in quanto sposi. Il perdono, l’amore che si fa misericordia è la profezia più grande che noi sposi possiamo dare al mondo. La misericordia tra noi è ciò che ci rende profeti. I profeti non erano persone che prevedevano il futuro o che facevano chissà quale magia. I profeti nella cultura e nella religiosità ebraica erano coloro che manifestavano la volontà di Dio. Profezia è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi tutti siamo profeti. Lo siamo in virtù del battesimo. E’ uno dei doni di Gesù. Lo Spirito Santo ci rende profeti. Nel matrimonio questa nostra capacità profetica si traduce, tra le altre cose, nel mostrare l’amore fedele di Dio. L’amore fedele di Gesù che anche sulla croce continua ad amare i suoi carnefici.

Non c’è una situazione più pesante e dolorosa per il cuore di uno sposo o di una sposa dell’essere tradito. Il tradimento è la crocifissione di una persona. Non ho usato questa immagine a caso. Questa situazione ricalca in modo molto aderente quella che è stata la passione e morte di Gesù. La sofferenza più grande per Gesù non è stata la crocifissione fisica, seppur è stata dolorosissima, ma è stata la sofferenza del cuore nel vedere il suo popolo che lo tradiva, nel vedere i suoi apostoli che lo abbandonavano. Ciò che ha profondamente ferito Gesù è stato il vedersi ripudiato. Nonostante questo ha continuato ad amarci. Quando pronuncia quelle parola sulla croce “Perdona loro perchè non sanno quello che fanno”,è l’estremo tentativo che Gesù fa nei confronti del Padre di scusarci fino in fondo, come a dire li amo così tanto che ci passo sopra. Li voglio con me tutti. Questo è l’amore al quale potremmo essere chiamati. Ci sono tante spose e tanti sposi che vivono questo tradimento. Anche se non viviamo queste situazioni sulla nostra pelle, conosciamo certamente persone che vivono queste situazioni drammatiche. Cosa diciamo loro? Usiamo forse le parole del mondo? “Se ti ha fatto questo lascialo, devi rifarti una vita, non puoi restare solo/a devi pensare a te e alla tua felicità”. Noi come cristiani che diversità portiamo? Abbiamo il coraggio di dire: “Guarda, è terribile quello che ti è successo, ma devi confidare che sei sposa/o in Cristo. Gesù non ti abbandona e sei chiamata/o in un modo misterioso a vivere questa tua situazione in modo fedele. Vedrai che se ti aggrappi alla Grazia di Dio, Dio ne trarrà un bene più grande. Che non significa sempre che il coniuge tornerà, ma che in modo conosciuto solo da Dio questo dolore e amore fedele lavora il cuore dell’altro/a, e fosse anche all’ultimo respiro porterà alla conversione e alla salvezza della persona che hai sposato”

Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con un terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Abbiamo il coraggio di dire questo? E ancor prima, ci crediamo a questo?

Mi permetto di fare una piccola critica all’Esortazione Amoris Laetitia. E’ un documento fantastico. Soprattutto nel capitolo quarto dove spiega benissimo le dinamiche dell’amore sponsale. E’, però, mancante di qualcosa. A una giusta attenzione per le situazioni irregolari e di fragilità non è seguito un doveroso riconoscimento a tutti  quegli sposi che nella fatica, nel dolore, nella incomprensione generale e nella solitudine vivono la fedeltà nel ripudio. Quelle persone sono profeti luminosi che dovrebbero essere ringraziati e mostrati al mondo. Stanno mostrando l’amore di Gesù nel momento del sacrificio più alto. Nel momento della croce.

Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

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Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

L’abbraccio del perdono

Dammi tre parole

 

Dammi tre parole.

E’ vero, mi piace dire che nelle famiglie abbiamo bisogno di imparare tre parole – tu [Ghislain] le hai dette – tre parole: “scusa”, “per favore” e “grazie”. Tre parole. Come erano le tre parole? Tutti: [Sorry, please, thank you] Another time: [Sorry, please, thank you] Non sento… [Sorry, please, thank youThank you very much! Quando litighi a casa, assicurati, prima di andare a letto, di aver chiesto scusa e di aver detto che ti dispiace. Prima che finisca la giornata, fare la pace. E sapete perché è necessario fare la pace prima di finire al giornata? Perché se non fai la pace, il giorno dopo, la “guerra fredda” è molto pericolosa! State attenti alla guerra fredda nella famiglia! Ma forse a volte tu sei arrabbiato e sei tentato di andare a dormire in un’altra stanza, solo e appartato; se ti senti così, semplicemente bussa alla porta e di’: “Per favore, posso entrare?”. Quel che serve è uno sguardo, un bacio, una parola dolce… e tutto ritorna come prima! Dico questo perché, quando le famiglie lo fanno, sopravvivono. Non esiste una famiglia perfetta; senza l’abitudine al perdono, la famiglia cresce malata e gradualmente crolla.

Ne ho già parlato in diversi articoli. Il Papa ne ha parlato innumerevoli volte. Lo ripete quasi in modo esagerato. Ripete incessantemente l’importanza di tre paroline per una relazione sponsale e familiare felice: grazie, per favore e scusa. Non mi dilungherò a ripetere ancora quanto ho già scritto in almeno tre articoli precedenti. Mi limiterò a caratterizzarle con una frase.

Permesso è la parola che riconosce nell’altro un mistero, un’alterità piena di dignità che non possiamo possedere, ma solo accogliere e a cui fare dono di noi.

Grazie è riconoscere di aver ricevuto un dono. La presenza dell’altro/a accanto a noi nella relazione sponsale è qualcosa di cui rendere grazie in ogni momento della vita, anche nei gesti più piccoli e scontati.

Per favore esprime il desiderio di essere accolti nell’altro e dall’altro. Per favore esprime il nostro desiderio di non prendere qualcosa con la violenza e la forza, ma di essere accolti nella piena libertà e volontà dall’altro. Nessuna violenza, ma solo la forza del nostro dono gratuito e del nostro linguaggio verbale e non verbale che nel matrimonio deve farsi tenero e dolce per rendere il nostro dono affascinante e desiderato dall’altro.

Comprendete bene come queste semplici tre parole aprano un mondo. In queste tre parole c’è tutto quello che serve per indirizzare un matrimonio verso l’autentico amore e la gioia piena.  Ecco perchè il Papa ne parla spesso. Ha capito che di questi tempi non serve fare tanti discorsi teologici sul significato del matrimonio nella storia della salvezza e della redenzione. Non serve innalzare la nostra umanità al divino. Pochi capirebbero. Serve piuttosto concretizzare tutto il significato trascendente del matrimonio nella nostra quotidianità. Una coppia di sposi che davvero vive e usa queste tre parole nella sua vita matrimoniale manifesta ed esprime meglio di ogni trattato il significato profondo del matrimonio. Racconta con la vita come Dio ama. Una coppia che vive queste tre parole racconta chi è Dio.

Una piccola riflessione anche sulla seconda parte di questo stralcio del discorso. Attenzione alla guerra fredda.

La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

 

L’abbraccio del perdono

Abbiamo appena ascoltato le testimonianze di Felicité, Isaac e Ghislain, che vengono dal Burkina Faso. Ci hanno raccontato una storia commovente di perdono in famiglia. Il poeta diceva che «errare è umano, perdonare è divino». Ed è vero: il perdono è un dono speciale di Dio che guarisce le nostre ferite e ci avvicina agli altri e a lui. Piccoli e semplici gesti di perdono, rinnovati ogni giorno, sono il fondamento sul quale si costruisce una solida vita familiare cristiana. Ci obbligano a superare l’orgoglio, il distacco e l’imbarazzo a fare pace. Tante volte siamo arrabbiati tra di noi e vogliamo fare la pace, ma non sappiamo come. E’ un imbarazzo a fare la pace, ma vogliamo farla! Non è difficoltoso. E’ facile. Fai una carezza, e così è fatta la pace!

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Per noi cristiani non è solo così, o non dovrebbe esserlo. Don Carlo Rocchetta, sacerdote in prima linea nel sostenere le coppie di sposi,  dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento per abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Non solo siamo razionali, siamo spesso tremendamente orgogliosi. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo, che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo, che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale, che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Il Papa parla di fare una carezza. Va benissimo. E’ comunque rompere il muro che divide e ritrovare un contatto fatto di tenerezza. Il gesto che più manifesta il perdono è però l’abbraccio. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Queste realtà non le può insegnare un libro. Anche bello e interessante come quello di Rocchetta. Il libro può solo confermarle. Queste dinamiche dell’amore si possono comprendere solo vivendole, solo facendone esperienza. Quanti musi lunghi i miei primi anni di matrimonio. Poi, pian piano, se ci si abbandona, l’amore ti educa e ti cambia. In questi tanti anni le nostre crisi non ci hanno allontanato, ma al contrario, ci hanno unito sempre più. Già, perchè ora abbiamo un bagaglio di vita, fatto di tanti perdoni che ci siamo donati l’un l’altra. Tanti momenti in cui abbiamo fatto esperienza dell’amore gratuito e misericordioso. Questo bagaglio è prezioso e ci permette di fare subito la pace. Sì, perchè anche se in quel momento il nostro sposo (sposa) ha sbagliato, ci ha magari anche ferito, abbiamo una memoria, una storia di bene. Basta fare memoria di tutte le volte che siamo stati noi a ferire e siamo stati perdonati. Facendo memoria di questo il rancore scompare e quella carezza che il Papa ci chiede di fare diventa non solo facile, ma l’unico nostro desiderio in quel momento.

Antonio e Luisa

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Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

 

 

 

Il contrario di famiglia è solitudine. 

In ogni celebrazione familiare, si avverte la presenza di tutti: padri, madri, nonni, nipoti, zii e zie, cugini, chi non è potuto venire e chi vive troppo lontano, tutti. Oggi a Dublino siamo riuniti per una celebrazione familiare di ringraziamento a Dio per quello che siamo: una sola famiglia in Cristo, diffusa su tutta la terra. La Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una famiglia in cui si gioisce con quelli che sono nella gioia e si piange con quelli che sono nel dolore o si sentono buttati a terra dalla vita. Una famiglia in cui si ha cura di ciascuno, perché Dio nostro Padre ci ha resi tutti suoi figli nel Battesimo. Ecco perché continuo a incoraggiare i genitori a far battezzare i figli appena possibile, perché diventino parte della grande famiglia di Dio. C’è bisogno di invitare ciascuno alla festa, anche il bambino piccolo! E per questo va battezzato presto. E c’è un’altra cosa: se il bambino da piccolo è battezzato, entra nel suo cuore lo Spirito Santo. Facciamo una comparazione: un bambino senza Battesimo, perché i genitori dicono: “No, quando sarà grande”, e un bambino con il Battesimo, con lo Spirito Santo dentro: questo è più forte, perché ha la forza di Dio dentro!

Voi, care famiglie, siete la grande maggioranza del Popolo di Dio. Che aspetto avrebbe la Chiesa senza di voi? Una Chiesa di statue, una Chiesa di persone sole…

Oggi iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di dire qualcosa sul discorso che il Santo Padre ha rivolto alle famiglie durante l’incontro di Dublino.

Cosa mi provocano queste prime righe del suo discorso? Mi rimandano al viaggio che ho appena concluso in Umbria. Ho visitato Assisi, Cascia e Perugia. Durante questo incontro ho avuto la grazia di incontrare Cristina e Marco. Entrambi scrivono su questo blog. Perchè vi riporto questo aneddoto personale? Perchè in entrambi mi ha colpito una realtà. Qualcosa di non visibile, ma perfettamente percepibile. Erano da soli. Giorgio, il marito di Cristina, era occupato a lavorare, mentre Ilaria, la moglie di Marco, era fuori con i figli. Ebbene non erano presenti, ma erano presenti. Cristina portava in sè la presenza di Giorgio. Marco quella di Ilaria. Non so spiegarla bene questa percezione, ma è qualcosa di cui tutti possono fare esperienza quando si avvicinano ad una persona sposata che vive autenticamente la sua vocazione. Io posso dire di aver conosciuto anche Ilaria e Giorgio. Come se in Cristina e Marco abitassero anche i rispettivi sposi. Penso che il Papa intenda questo quando dice che una persona porta con sè, anche nella celebrazione irlandese, tutta la famiglia. L’amore ti cambia, l’amore è l’unica cosa che ci si porta dappertutto anche nella morte. L’amore non è un concetto astratto. L’amore ha un volto. Per noi sposi ha il volto della famiglia. Questo vale per figli, nonni, genitori ecc. Vale anche, e soprattutto, tra marito e moglie, dove l’amore diventa sacramento e relazione sacra. La Chiesa di Gesù non può esistere senza le piccole chiese domestiche.  In famiglia si impara a condividere e compatire. Compatire sembra una brutta parola, ma in famiglia non lo è. Le gioie condivise diventano più belle e più grandi. I dolori compatiti da tutta la famiglia, che è sostegno e balsamo d’amore, sono meno pesanti e più sopportabili. In famiglia si impara inoltre a prendersi cura. Si impara a fare attenzione all’altro. Si impara a cercare di comprendere il punto di vista dell’altro. La famiglia permette di spostare il centro da me ad un tu. Ed è così che l’immagine più bella per definire la Chiesa è quella che usa il Papa in questo discorso: la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una grande famiglia dove si compatisce per ogni fratello (e sorella), dove si condivide la gioia di ogni fratello, dove ci si prende cura di ogni fratello. Se volete comprendere qualcosa della Chiesa, e di come l’ha pensata e voluta Gesù, guardate come si amano i membri di una famiglia. Il contrario di famiglia non è libertà o indipendenza, come molti credono. Il contrario di famiglia è solitudine.

Antonio e Luisa

 

Sono imperfetto e so di esserlo. Ferita che diventa feritoia per la Grazia.

I social sono ingannevoli. E’ facile trasmettere un’immagine di se stessi che non corrisponde a verità. E’ facile passare per un uomo che non esiste.   Cerco di non farlo, ma a volte il messaggio passa comunque. Per questo cerco di scrivere anche pensieri non filtrati. Attraverso quei pensieri si manifesta la parte di me più immatura e più tamarra. Rivendico il diritto di mostrarmi per quello che sono. Un uomo in cammino che sbaglia, che esprime pensieri non sempre cristianamente perfetti. Un uomo che si arrabbia, e che a volte è anche intollerante e facilmente irritabile e irritante. Ho le mie contraddizioni come tutti. Mia moglie, la persona che mi conosce più di tutti, può confermarlo.   Spesso starmi accanto non è stato facile per lei. Il matrimonio è bellissimo per questo. Pensateci bene. E’ commovente.  Una donna, che io vedo meravigliosa (ma vale anche l’inverso), ha deciso in libertà di donarsi completamente a me. Si è data totalmente. Si è data tutta e, cosa ancora più sconvolgente, ha accolto tutto di me, anche quella parte di cui mi vergogno e con cui fatico a convivere. Ha deciso di abbracciarmi nelle mie doti e nel mio positivo, ma ha deciso di fare suoi anche i miei difetti, le mie tenebre e le mie contraddizioni. Si è presa tutto. Ai nostri giorni c’è una grande povertà. Ci si spoglia, ci si mostra nudi e  si fa sesso con persone che neanche si conoscono bene, molte giovani (e anche meno giovani) persone hanno perso completamente il pudore e  si svendono allegramente. Questo porta però a una grande miseria. Porta all’incapacità di mostrare la propria anima. Di mostrarsi per quello che sono senza maschere e filtri. Incapacità dovuta alle tante ferite che fanno sanguinare il loro cuore e  alla loro paura di trovarsi indifese e vulnerabili. Troppe volte mostrare il fianco le ha portate a soffrire e a sentirsi profondamente deluse.  Il matrimonio quando vissuto autenticamente  libera da tutto questo.Nella mia sposa ho la certezza di trovare lo sguardo di Cristo. Di chi non giudica, ma che al contrario compatisce e perdona. Una persona che vuole sostenermi e che vede oltre qualsiasi errore io possa aver fatto. Vede in potenza chi posso diventare con l’amore dato e ricevuto. Così la ferita diventa feritoia. Il balsamo del perdono ricevuto penetra nella ferita che brucia  e arriva dritto al cuore. Diventa energia positiva che mi dà forza, determinazione e desiderio di rispondere a quel perdono con l’impegno di cambiare. Questo è possibile quando Gesù abita la relazione.    Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci vuole perfetti, sa che peccheremo ancora, e che non saremo mai degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita  e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa  imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare  in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto  in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che  ci dona l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

Con la fatica delle mie braccia

Tornando dal mare, percorrendo una stradina stretta, avevo dinanzi un signore in sedia a rotelle che, come me, stava tornando nella propria casa per il pranzo domenicale.
Mentre camminavo dietro a lui tanti pensieri hanno affollato la mia mente, anzi, direi, la mia vita, perché, quando ti impatti con le difficoltà altrui, soprattutto così evidenti, non puoi non riflettere.
Un uomo, un marito, un padre di famiglia e una fatica immensa, soprattutto quando la strada andava leggermente in salita.
Sono anni che quest’uomo “guida” la sua carrozzella e, di certo, è ben esperto perché, per tutte le cose, facili o difficili, ci si allena e ci si abitua persino.
Infatti mentre stavo dietro in tanti nano-secondi mi sono chiesta cosa avrei potuto fare per lui.
Aiutarlo mi avrebbe detto di no perché è stra-abituato e ogni giorno lo fa autonomamente.
Sorpassarlo mi dispiaceva perché mi sarei sentita indifferente nel metterlo alle mie spalle e poi, nei tratti in cui la strada discendeva, lui acquistava velocità, dunque avrei dovuto correre per mettermi davanti. Incredibile, io posso correre, almeno per adesso, mentre lui no, non può .
Affiancarlo non avevo spazio, data la strettezza della strada.

Rallentare il passo

Quello sì, quello è ciò che ho fatto e proprio in questa moderata andatura ho potuto pensare ed osservare la fatica di quelle braccia.
È li che quest’uomo concentra ogni sua azione, in quelle braccia, più muscolose di tutto il suo corpo ed è in quelle braccia che risiede la possibilità di muoversi.
Le osservavo dalla mia postazione retrospettiva e notavo come e con quanta forza quelle braccia andavano avanti per muovere le ruote della carrozzella.
Era caldo in quella stradina alle 13,15, sotto il sole cocente dove spesso, tutti noi, trasciniamo l’andatura quasi irriverenti verso il cielo : è caldo, è fatica è sudore.
Quell’uomo silenziosamente faticava con quelle sue braccia tanto che ad un certo punto avrei potuto io urlare al posto suo a gran voce : bastaaaaa, è fatica, non ce la faccio più!
Chissà quante volte lui stesso avrebbe voluto farlo, gridando, e forse è accaduto.
L’avrei gridato per Lui tanta era per me l’ansia di vederlo così faticare.
Solo 100 metri di stradina hanno pervaso la mia testa di tante riflessioni.
Poi ci siamo incrociati, salutati, con tanti sorrisi ci siamo condivisi la gioia di esserci, di godere persino il profumo dell’ambiente circostante. Eravamo sullo stesso piano.Eravamo liberi di poter fare o non fare, dire o non dire, anche perché, se fossimo passati in momenti diversi non ci saremmo neppure incontrati.
Alla fine della strada lui è andato a destra e io a sinistra perché, nel bivio del percorso, le nostre case erano all’opposto e così, ciascuno, ha raggiunto la propria famiglia.
Ecco fratello che mi leggi, torna indietro, all’inizio di questo scritto e guarda la tua vita nella chiamata in cui sei posto.
Se per caso fossi una moglie o un marito, pensa che il dono che hai accanto può essere quell’uomo in carrozzella, uno che fatica perché è incapace, ferito, bloccato oppure abituato, persino nelle schiavitù in cui è intrappolato.

Per sempre al suo fianco

Tu puoi stargli dietro, davanti, sorpassarlo, ignorarlo, oppure puoi anche rallentare il passo tuo per essere poi vicino al suo. Per essere al suo fianco.
Puoi sentire in te tutta la fatica sua se ti poni così dentro al suo vissuto.
Puoi sentirlo così tanto da essere voce unanime nel denunciare la sua stessa stanchezza.
Una cosa però cerca di farla.
Guarda quelle braccia, è l’unica cosa che ha e con esse porta avanti tutto il suo cammino.
Forse non riesce a fare altro ma con le sue braccia può fare grandi cose se vi aiuterete e se ad un certo punto, vi ritroverete al bivio, potrete scegliere se percorrere la stessa strada o andare uno a destra e uno a sinistra.
E così ti lascio l’ultimo abbraccio: quello della Croce.
Gesù è li, con le sue braccia aperte, per prenderti a quel bivio e riportarti al centro della stradina stretta ove il caldo, l’arsura la fatica, le salite e le discese trovano le vere braccia dell’Amore senza condizioni!
Fatti abbracciare e abbraccialo quel crocifisso affinché tu possa camminare finalmente al passo di chi un giorno guardasti negli occhi senza pensare ad altro se non innamorarti!

Cristina Righi

Una foto triste ma bellissima

Tanti giornali e siti di informazione hanno ripreso una foto diventata virale. Una foto all’apparenza soltanto molto triste. Una foto colma di solitudine e sofferenza. Un signore anziano, ripreso di spalle, siede sul bordo di un parapetto. Davanti a lui l’infinito del mare. Con il braccio destro sembra voler abbracciare una cornice. Nella cornice è contenuta la fotografia della moglie. Non guarda il mare. E’ chino su se stesso. Come a volersi concentrare solo sui suoi pensieri. La moglie è morta. Probabilmente era loro abitudine andare al mare insieme. Ora che non c’è più lui è ancora lì, ma non se la sente di rivedere quei luoghi, quei panorami e quel mare che apre al’infinito da solo senza di lei che dava valore, colore e bellezza ad ogni cosa. Ora non è più capace di vedere il bello da solo. Piange. Anche quell’odore salmastro del mare gli ricorda lei. E’ chinato su di sè perchè lei è parte di lui, lei è dentro di lui. In lui è ancora viva. La può trovare nel suo cuore. La ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. La ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. La ritrova, ma non riesce più a toccarla. E questo è straziante. Non riesce più a sentirla. Lei c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi. Ha il cuore a pezzi e sente il bisogno di qualcosa di concreto che possa esprimere ciò che è vivo e presente nel suo cuore. Così si porta la fotografia. Quest’uomo sembra aver perso tutto. Per il mondo è così. Per noi cristiani non è così. Abbiamo la grazia di una prospettiva eterna. Questa immagine così triste attira e  affascina ogni persona. Accanto al sentimento di tristezza  provoca una sensazione di bellezza non ben definita.  Noi sappiamo dare ragione a tutto questo. Quest’uomo ha realizzato ciò che noi tutti abbiamo nel cuore. Un desiderio costitutivo di ciò che siamo, ma che spesso, disillusi, riteniamo impossibile. L’amore eterno. Una relazione unica, indissolubile, totale che vada oltre la morte. Non so nulla di lui. Non so se sia credente o meno. Non importa. E’ riuscito a realizzare la sua vocazione all’amore. E’ stato capace di amare una donna così tanto da farne parte di sè. Padre Bardelli diceva sempre a noi sposi: Il vostro matrimonio sarà santo e realizzato quando arriverete a dire non sono più io che vivo ma lei/lui che vive in me. Questo signore c’è riuscito. Nel suo immenso dolore c’è la vittoria di chi ha dato compimento all’unico e solo senso della vita: amare Dio con tutto il cuore, con tutto lo spirito e tutta la mente. Non che la moglie fosse Dio, ma nel matrimonio si impara ad amare l’altro come Dio desidera essere amato. Ci prepara ad accogliere l’amore e l’abbraccio eterno di Gesù per ognuno di noi.  Dico ogni tanto a mia moglie che spero di morire prima di lei. Non voglio fare l’esperienza di questo dolore, ma mi rendo conto che amare davvero significa mettere in conto anche questa sofferenza. Non so se toccherà a me o alla mia sposa, ma una cosa è certa l’amore che ci siamo donati non andrà perso e il nostro sarà solo un arrivederci. Ci ritroveremo nella gioia eterna e condivideremo l’amore infinito e perfetto di Cristo. Almeno spero che ci sia un posticino anche per noi.

Antonio e Luisa.

Ti farò mia sposa per sempre

Così dice il Signore:
Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

La prima lettura di oggi ci rimanda al deserto. Quando ci sono momenti di crisi, di lontananza e di aridità non dobbiamo ascoltare il mondo. Il mondo ci porta lontano. Spesso gli amici stessi ci consigliano strade che ci consolidano nell’idea che il nostro matrimonio è sbagliato, che dobbiamo pensare alla nostra felicità e a noi stessi prima di ogni altra cosa. Che nostro marito o nostra moglie non meritano il nostro sacrificio e la nostra fedeltà. Dio ci dice di non ascoltare tutte queste parole. Ci chiede di cercare il silenzio, il deserto. Il deserto dove fare i conti con tutte le bestie velenose che lo abitano. Con i serpenti e gli scorpioni che non sono altro che la nostra incapacità di amare. Sono il nostro egoismo, il nostro orgoglio, le nostre ferite che ci induriscono il cuore. Il deserto luogo del silenzio, luogo del nulla. Luogo dove possiamo entrare profondamente in ascolto di ciò che siamo e di Dio in noi. Abbiamo bisogno del deserto per mettere ordine. Solo attraverso il deserto, attraverso la sofferenza e il combattimento del deserto possiamo tornare alla verità, a leggere distintamente quale sia la verità di noi stessi e il progetto di Dio su di noi e sul nostro matrimonio. Non a caso la Parola prosegue: Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.  La vigna curata e rigogliosa è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio e lo manifesta nel suo comportamento.  Israele, il popolo di Dio, siamo anche noi, lo è anche il nostro matrimonio. Ancor più forte l’immagine successiva, l’immagine della valle di Acòr. La valle di Acòr rimanda a Gerico e alle sue altissime e invalicabili mura. Dio ci dice che con lui nulla è impossibile. Anche il matrimonio più compromesso può essere salvo. Che non significa, ahimè, che non ci saranno separazioni, ma che anche nella divisione, se si confida in Dio e si rimane saldi nella fedeltà alla promessa, si troverà senso, pace e salvezza, anche nella sofferenza.

Solo passando attraverso il deserto si può vivere una vera conversione. Almeno per me è stato così. Passare da un Dio padrone che mi impone regole e leggi. Passare da un Dio che mi impone una fedeltà che a volte ho sentito come stretta, a un Dio che mi ama come uno sposo ama la sua sposa. Un Dio che non mi impone nulla, ma mi offre la sua legge, il suo desiderio di vedermi completamente uomo nella mia relazione e nella mia vita. I suo comandamenti sono parole d’amore, sono sussurri di tenerezza e di pazienza che mi insegnano ad essere ciò che davvero sono e di non essere schiavo delle mie errate valutazioni, dei miei peccati e delle mie ferite. Solo dopo aver attraversato il deserto finalmente posso capire e accogliere con gratitudine queste parole: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. 

Antonio e Luisa

Tommaso il gemello: toccare e credere

Oggi, 3 luglio, si legge il Vangelo di Giovanni, al capitolo 20, dove si parla di Tommaso, chiamato Didimo.

Mi sono soffermata a lungo su questa parola perché, per il resto, cioè il toccare e il credere, ormai tutti sappiamo cosa voglia dire in merito alla fede personale.

Invece, mi chiedo perché ogni volta che si parla di Tommaso, viene sottolineato che egli sia un gemello.

GV 11,16 dice : “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli..Andiamo anche noi a morire con lui”

GV 14,5 : “Gli disse Tommaso, Signore non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?

Tommaso il discepolo gemello…..ma di chi?

Scendiamo nella vita, perché viviamo quel concreto quotidiano che ci mette in movimento di anima e Spirito verso l’esperienza di salvezza.

Oggi Gesù dice al Gemello Tommaso che può toccarlo, che può stendere la sua mano ma lo fa esattamente otto giorni dopo la prima apparizione. Cioè, Gesù, si rende presente laddove sente il desiderio di essere incontrato, anche se all’occasione propizia si manca all’appuntamento. Arriva dopo e giunge in pienezza perché il numero otto vuol significare proprio questo, è il giorno senza tramonto, il massimo! Possiamo dire la nostra Domenica?

Ebbene sì, Gesù si mette in mezzo, al centro della vita della Chiesa.

Tommaso, nei racconti è un discepolo un po’ incerto, è debole e fragile, del resto non meno degli altri. Nei due passi del Vangelo da un lato ha il coraggio di “andare a morire con Gesù”, dall’altro però gli chiederà “Signore dove vai?” Cioè quale strada dobbiamo percorrere?

Tutti sappiamo che Gesù gli risponderà “Io sono la via, la verità e la vita…”(GV 14,6)

Sembra strano che con piglio e fermezza voglia affiancare Gesù alla resurrezione di Lazzaro, situazione rischiosa e poi, successivamente, benché abbia visto, vacilli nel percorrere una via.

Certo, non credo sia stato facilissimo comprendere la risposta di Gesù. Noi stessi non capiamo, pur non avendo visto, che Lui è la Via, la Verità e la Vita. Magari fosse, non avremmo problemi di fede!!

Benedetta debolezza!

Come non pensare alla vita di una coppia di sposi?

Quante volte, nella debolezza umana reciproca ci sentiamo immersi nel dubbio di Tommaso.

Da un lato vorremmo morire per l’altro ma quando l’altro ci scopre la ferita latente o è lui stesso a ferirci non riusciamo più a trovare la via, la verità e la vita. Diventiamo increduli, scoraggiati e sfiduciati.

Spesso non vogliamo neppure toccare né le piaghe né tanto meno il costato.

La coppia non si confronta più ma si scontra spesso e si diventa divisi, un doppio, in negativo, appunto un atteggiamento da gemelli: uguali nell’offendersi, nel far valere le proprie ragioni, nel voler vincere secondo le umane forze.

Ma Tommaso è gemello perché somiglia a qualcuno.

È un po’ come il significato della parola Santo, cioè il somigliante, anzi, il somigliantissimo.

Di fatto l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Così piano piano, nel toccare e nel riconoscere quel Gesù “poiché mi hai veduto hai creduto”, nel sentirsi accolto, incoraggiato, amato e rafforzato per se stesso si finisce per voler essere come chi ci ama in questo modo e Tommaso è gemello innanzitutto di Gesù.

Ecco come dobbiamo intendere la parola gemello: somiglianti a Gesù!

Se tendiamo a questo, anche nel nostro matrimonio, da gemelli di Cristo noi potremo dire:

Perdonalo, perché non sa quello che fa(Lc 23,34)

Amala, come Cristo ama la Chiesa e ha dato la sua vita per lei(Ef 5,25)

E tanto altro possiamo aggiungere ad imitazione di Cristo e a somiglianza di Cristo perché ciascuno possa essere gemello di Gesù che è l’unica Via, l’unica Verità e tutta la Vita!

Possiamo decidere liberamente a chi vogliamo somigliare sapendo che siamo unici e irripetibili.

Signore fa che possa essere io il Didimo, io il tuo gemello perché, imitando te, essendo come te, tutto sarà possibile e più vedrò e più crederò e a gran voce potrò dire:

Beata me che, senza avere visto, tuttavia ho creduto!

Cristina Righi

Sposi sacerdoti. Siate amabili. Seconda parte. (32 articolo)

Abbiamo scritto nel precedente articolo quanto sia importante rendersi amabile per l’altro. Per essere amabili c’è bisogno di saper mettere l’altro al centro. La persona è amabile quando ama in modo autentico e non quando cerca l’altro per secondi fini o per un tornaconto personale. Per egoismo. Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividerne la gioia, oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro? Guardate che non sono cose di poco conto. Se siamo capaci di essere amabili saremo anche belli per l’altro, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate dall’altro e affascinanti per l’altro. In caso contrario cosa saremo? Antipatici. Persone con cui si fa fatica a stare. Come vogliamo costruire la nostra relazione? Vogliamo fondarla sulla gioia o sulla difficoltà? Vogliamo essere amabili o antipatici l’uno all’altro? L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità è amore verità tra cuore e corpo. L’amabilità è divenire ciò che si è, divenire persone capaci di amare. Significa dar corpo al progetto che Dio ha sulla persona umana. L’amabilità è perfezionamento e impegno nell’arte di amare. E’ mettere a buon frutto i talenti che Dio ci ha affidato. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma nel contempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sè. Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio perchè continuiamo a metterli in atto? E’ nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono perchè continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita perchè continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi  capaci di correggersi per amore. Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Seconda riflessione. E’ importante coltivare interessi comuni, ciò che ci rende affini. Comunione delle menti e dei cuori. Fatto salvo uno spazio di autonomia personale, è impegno degli sposi saper interessarsi e partecipare l’uno di ciò che fa piacere all’altro, e trovare dei tempi per condividere insieme un’attività, un interesse, un divertimento. Non dobbiamo condividere tutto, è evidente, ma qualcosa è importante trovarla. Qualcosa che ci possa unire a livello intellettivo o che piace a entrambi. Può essere il teatro, il cinema, la passeggiata in montagna. Ogni coppia trovi la sua attività preferita.. Il bene superiore del noi non può crescere senza un clima di  scambio, di complicità e di confidenza che ci rende amabili l’uno per l’altro.

Terzo ed ultimo punto. C’è anche un livello spirituale di amabilità. L’amabilità è frutto della nostra comunione con Dio, sorgente di ogni tenerezza perchè Lui è l’amore stesso. Siamo chiamati a condividere la nostra interiorità spirituale tra di noi, in momenti di preghiera comune, dove esercitandoci a pregare insieme cerchiamo di entrare in sintonia con il modo di pregare dell’altro. Pian piano anche qui diventiamo amabili l’uno all’altro. E’ bello pregare con te. E’ bello vivere insieme questo momento di spiritualità.

Termino con due passaggi di Gaudium et Spes che ci fanno capire a cosa siamo chiamati e come l’amabilità sia decisiva e fondamentale in una relazione sponsale autenticamente cristiana ed umana:

E così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.

(…) Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale.

Siate amabili l’uno all’altra e tutto sarà più bello.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore Siate amabili

Papa Francesco al Forum. La santità che perdona tutto.

Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.

Voglio soffermarmi su una frase in particolare:  La santità che perdona tutto, perché ama. Perdonare tutto? Quanti di voi sono d’accordo con questa frase? Immagino pochi. Queste parole di Papa Francesco non  si accordano molto bene al sentire comune dei nostri tempi. Il sacrificio, il perdono e la pazienza non sono più di moda. Il matrimonio cristiano non è più compreso nel suo significato profondo. Non è più accolto come vocazione, come sacramento di salvezza. Il matrimonio è concepito solo come relazione che conduce al benessere personale. Quando non c’è più benessere non ha più senso stare insieme. Questo è il pensiero di tutti o quasi. Il Papa dice altro. Ci chiede di comportarci da perdenti e, concedetemi il termine, da sfigati.  Si, perchè chi perdona un tradimento e si volta dall’altra parte è un perdente. E’ un debole che si lascia ferire e maltrattare dal coniuge forte. Gesù ribalta la prospettiva. Il debole è chi tradisce. Chi perdona è forte. Perchè l’amore è forte come la morte. Gesù è salito su quella croce e si è fatto uccidere come agnello al macello. Gesù ha perdonato chi lo ha tradito. Ha perdonato chi ha ricevuto tutto il suo amore e lo ha ripagato con sputi ed ingiurie. Allora se non crediamo che sia giusto perdonare il coniuge che ci  tradisce dobbiamo avere il coraggio di dire che Gesù è un povero sfigato. Invece no. Sappiamo che non è così. Gesù è Dio. Perdonare è da Dio ed è opera di Dio. E’ una pazzia lo so. Padre Botta dice con un’espressione molto chiara: Gesù o è un pazzo o è Dio. Essere cristiani è una pazzia per il nostro mondo senza Dio. Sempre padre Botta spiega benissimo cosa significa sposarsi e il suo discorso si riallaccia benissimo alle parole del Papa. Matrimonio è santità quando:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Santità è amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Significa perdonare sempre. Significa che se lui/lei si allontana devo amarlo/la ancora di più per riattirarlo a me con la forza della verità e dell’amore.

Antonio e Luisa

La favola dei tre porcellini e il Vangelo di Matteo.

Mentre noi non abbiamo fatto nulla per lasciare le radici cristiane alla base della Costituzione Italiana è curioso altresì scorgere come, quasi tutto, nella nostra vita, trovi ispirazione nella sacra scrittura.

Persino le favole sono ispirate dalla parola di Dio e una di queste, a mio avviso, è la favola dei tre porcellini a tutti perfettamente nota.

(MT 7,24-27) Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

La fiaba è di origine europea, non si conosce esattamente l’autore (forse inglese) e parla di tre porcellini che vennero mandati dalla madre, nel mondo, a costruirsi una casa, ovvero a farsi una vita!

Soltanto uno dei tre personaggi fu talmente “saggio” da costruire una casa di mattoni e riuscì a difendersi dal lupo facendolo morire nella pentola d’acqua bollente.

Esattamente aderente al Vangelo di Matteo:la casa non cadde perché fondata sopra la roccia!

Cosa ha a che fare tutto questo nelle nostre vite, soprattutto in quelle matrimoniali?

Tutto parte da una casa che appartiene addirittura alla casa di noi stessi.

Noi siamo una dimora e quando l’uomo incontra la sua anima gemella trattasi di un’altra dimora ove andare ad abitare. Noi siamo personalmente la casa l’uno dell’altra.

Questo ha fondamento in un’altra importantissima parola della scrittura che è:

(Gen 2,22-24) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: 

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta». 

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Due perfetti estranei, che non erano neppure parenti, improvvisamente, sposandosi, diventano una sola cosa, una sola carne, cioè i parenti più intimi, i più stretti.

Da questo si costruisce la casa che sarà il luogo del rifugio, della protezione, della vita condivisa e di un mondo interno sconosciuto a chi ne rimane fuori.

La casa è anche il luogo ove si tolgono le maschere indossate all’esterno e, seppure tra familiari si dovrebbe essere trasparenti, spesso accade che si mantengano personali segreti.

Spesso si diventa addirittura estranei dentro la propria casa. Un coniuge rinchiuso in una stanza, separato dall’altro. I figli nel loro mondo di crescita adolescenziale si arrotolano a gomitolo nelle loro camerette. E tu, vorresti dialogare e trovi un muro e tu, vorresti gioire e trovi la tristezza.

Come hai costruito questa casa?

Sei il porcellino della paglia? Oppure quello della legna?

Ricordati che il soffio del lupo cercherà di non mancare ed è proprio questo ciò da cui devi difenderti per tenere salda la tua casa, la tua vita.

Non basta esistere, occorre edificare bene l’esistenza.

Forse devo guarire le ferite della mia vita; forse devo fare un cammino di perdono; forse devo sentirmi bisognoso di aiuto.

Come posso diventare coniuge se non riesco ad abbandonare i legami con la famiglia d’origine?

Come posso diventare una sola carne se le mie schiavitù sono rimaste così “appese” da non permettere che viva una relazione vera ma una egoistica soddisfazione?. Pensa a quante volte sei caduto nell’uso della pornografia quando invece eri chiamato a donarti totalmente alla tua sposa( e viceversa ovvio). Diventare una sola carne è abitare nella casa dell’altro, reciprocamente, non soddisfare un egoistico bisogno che attiene alla fase adolescenziale di una sessualità immatura.Tu non sei chiamato ad amare te stesso ma l’alterità.

Ecco dove la casa non è costruita sulla roccia.

È su questa fragilità della vita e occorre pensare bene a come gettare le fondamenta affinchè tutto non crolli!

Non basterà neppure una casa di mattoni perché, il lupo, cioè il nemico del progetto del tuo Santo matrimonio, tenterà di entrare in tutti i modi per divorarti e soffierà, soffierà fortissimo. Infatti, il porcellino saggio, ha saputo difendere ciò che era suo. Sapeva quale poteva essere il pericolo e ha sconfitto il nemico con la difesa giusta.

Sai qual è la tua unica difesa uomo e donna che non puoi cavartela solo con le forze umane?

È Colui che hai messo al centro del tuo progetto, è Cristo, vera Roccia della tua casa.

Non crollerai se saprai difenderti, usando le armi che il tuo battesimo ti ha consegnato:

La Paternità di Dio

I sacramenti

La preghiera

La tua volontà

Ricorda che i porcellini erano tre ma uno solo ha scampato il pericolo e la vita non è una favola ma un Santo combattimento dove il male lo vince soltanto l’Unico Vero Bene!

Cristina Epicoco Righi

Perle ai porci e matrimonio.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

Gesù, in questo Vangelo, è molto duro. Sembra aver perso la proverbiale mitezza e misericordia verso le persone. In realtà non è così. Gesù sta mettendo in guardia. Paragona le persone che vivono nel peccato e non intendono accogliere la legge di Dio a dei maiali. Non è un’offesa gratuita. C’è un significato profondo. Il maiale  ha certe caratteristiche che richiamano l’egoismo, il comportamento lascivo, la caparbietà e la crudeltà. Uno dei motivi per i quali la carne di maiale è bandita tra gli ebrei deriva da un motivo che in apparenza sembra alquanto bizzarro: non sono ruminanti. Strano vero. Seguite il discorso. Non ruminano, ma al contrario sono voraci e inghiottono tutto ciò che trovano. Questo simboleggia chi non riflette ed è schiavo delle sue pulsioni, dei suoi desideri, emozioni,sensazioni e passioni. Chi non riesce a contenersi e trattenersi. Chi è iracondo e chi  si lascia condurre, si abbuffa di ogni cosa per provare piacere senza pensare alle conseguenze. Schiavi della gola, del sesso e delle emozioni, anche le più dannose. Mangiare il maiale per il popolo ebraico significava alimentare queste passioni malefiche che ci rendono incapaci di controllare il nostro corpo e le nostre azioni, come animali per l’appunto. Chi vive da maiale, ci dice Gesù, non riesce ad apprezzare la perla preziosa. Perla preziosa che richiede sacrificio e costanza, fede e pazienza. La perla preziosa non dà immediato piacere. Può costare a volte sofferenza e pena. Infatti il Vangelo del giorno prosegue:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti. 
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” 

A volte alcuni uomini e alcune donne sono chiamati al martirio. Hanno sposato una persona che vive come un maiale (non voglio essere offensivo, anche io lo ero in parte), schiavo delle pulsioni e della carne. Persone incapaci ed immature. Persone che, oggettivamente, fanno del male a loro stesse e alla persona che hanno sposato.   In questi casi non serve mostrare la perla preziosa, la Parola. Non verrebbe apprezzata e, al contrario, alimenterebbe la rabbia e il risentimento. Saremmo calpestati e sbranati. Non capita questo a tante persone fedeli che vengono ripetutamente tradite e umiliate dal coniuge?

Gesù ci chiede di amare. Sempre e comunque. In un modo semplice, ma difficilissimo: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non ci chiede di non fare il male. Ci chiede di fare il bene e non pone condizioni. Vostro marito vi tradisce? Siate ancora più accoglienti. Vostra moglie è fredda e distaccata? Siate teneri e gentili. Vostro marito è prepotente? Siate umili. Fermi nell’affermare la verità, senza mai scendere a compromessi che vadano contro la volontà di Dio, ma persone sempre aperte e accoglienti verso l’altro. Pronte a perdonare e a cancellare il male subito. Rispondere con un sorriso e con una carezza. Mi rendo conto che è qualcosa di molto difficile, a volte umanamente impossibile. Ricordiamo che siamo sposi in Cristo. Ricordiamo che la croce non la portiamo da soli e chiediamo la grazia di vivere la Grazia  (cit. Chiara Corbella).

La porta è stretta, è una via scomoda, e a volte la salita è impervia, ma chi persevera raggiungerà altezze sconosciute a tanti. La posta in gioco non è solo il matrimonio, ma la vita eterna.

Antonio e Luisa

 

Angelo di Dio, custode della coppia.

La devozione e la tradizione cristiana  ci tramanda che c’è una figura angelica che accompagna ogni uomo per tutta la vita, dal concepimento fino alla morte. Non esiste una verità dogmatica, ma è un qualcosa di molto radicato nella nostra fede. Perchè non pensare allora ad un angelo che si prenda cura di questa nuova creatura: la coppia di sposi?

Una sposa ci ha pensato. Ecco di seguito la bellissima preghiera  scritta da Cristina.

Angelo di Dio, custode della coppia

Ti invoco ora e sempre per il coniuge che è dono.

Concedi al cuore mio di essere accanto al suo.

Donami di vedere la ricchezza che mi sta a fianco

e dona agli occhi suoi di vederla altrettanto.

Presenza di Cristo sono gli sposi uniti

dal Santo Sacramento il giorno di quel SI.

ILLUMINA i loro occhi, Angelo che gli stai innanzi

CUSTODISCI l’ascolto reciproco con parole edificanti

REGGI le loro vite, nella missione a cui sono chiamati

GOVERNA la loro casa e dalle insidie del male difendili.

Sposo che mi fosti affidato dalla PIETÀ CELESTE

Prego per te il tuo Angelo Santo

Dimenticando me stessa fino alla profondità

Pregando e supplicando la via della Santità

Unica meta, percorrendo la strada

Del nostro umile viaggio di sposi

Verso la Vita Eterna

Amen

(Preghiera ispirata da Santa Gemma Galgani)

Cristina

Papa Francesco al Forum. Chi di voi ha avuto più pazienza? (2 articolo)

Poi, un’altra cosa che domando ai coniugi, che fanno cinquanta o sessant’anni: “Chi di voi ha avuto più pazienza?” È matematico, la risposta è: “Tutt’e due”. E’ bello! Questo indica una vita insieme, una vita a due. Quella pazienza di sopportarsi a vicenda.

Sono tutti temi che ho già affrontato. E’ bello constatare come io sia in piena sintonia con il Papa. Quelli che lui cita come punti importanti li ho presi più volte anche io come spunto per una riflessione utile alla coppia.

Per capire cosa il Papa intenda per pazienza possiamo attingere al bellissimo quarto capitolo di Amoris Laetitia. Al punto 93 scrive:

 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura”. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Ecco che quelle persone che nella coppia riusciranno a mettere in pratica questa modalità di pazienza, potranno arrivare a sessant’anni di matrimonio amandosi ancora di più. Avranno vissuto momenti di pura grazia, di misericordia immeritata e di perdono. Avranno sperimentato l’amore gratuito dell’altro. Un amore che unisce tantissimo e riempie di gratitudine il cuore. Sono diventate persone migliori. Questa è la pazienza cara al Papa.

Antonio e Luisa

Il nemico lo abbiamo in casa

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Credo che con queste parole Gesù non ci lasci via d’uscita. Questo Vangelo è difficile ed indigesto. I nemici non sono sempre lontani da noi, Spesso li abbiamo in casa. Nella coppia non si va sempre d’accordo. Ci sono momenti difficili. Ci sono litigi, incomprensioni, freddezze, musi, silenzi carichi di tensione. Si può arrivare al tradimento e a ferire profondamente l’altro/a. Quando l’altro/a ci fa del male, volontariamente o anche solo per superficialità, diventa un nemico nel nostro cuore. Con il tempo si rischia davvero di saltare. Non ci sono spesso grandi battaglie come causa di separazioni e divorzi. Ci sono piccole imboscate, piccole contese. Piccole incomprensioni che con il tempo uccidono sempre di più. A volte si smette anche di litigare. L’altro/a diventa indifferente e invisibile. Lo cancelliamo dal nostro cuore tanto è nemico. Don Antonello Iapicca ha scritto qualcosa che mi ha colpito molto. E’ vero quello che dice. Scrive:

 Certo, hai provato ad amarlo, ma in realtà cercavi di raggiungere l’obiettivo del demonio, cioè conquistare e possedere l’altro, perché la felicità che cercavi era diventare come il dio che ti aveva dipinto lui. Un dio che fa ciò che vuole, riverito, compreso, adorato. E quando i tuoi limiti si sono scontrati con la differenza e i peccati dell’altro hai sperimentato la morte, ti sei impaurito chiudendoti in un cerchio nel quale vorresti difenderti, ma che invece ti avvolge come una prigione. L’obiettivo che ti aveva fissato il demonio era falso; inducendoti a ribellarti e a farti nemico di Dio ha trasformato ogni persona in un tuo nemico. E li hai uccisi per riprenderti la vita che ti hanno tolto, anche stamattina, giudicando tua moglie per esempio.

Questo è il mondo. Questo è il modo dei pagani di vivere l’amore. Pagani che magari si sono anche sposati in chiesa. Una cerimonia non ci rende cristiani. Questo è l’inganno in cui tanti credono e cadono. Cosa differenzia un matrimonio sacramento vissuto alla luce di Cristo da qualsiasi altra unione? Il cristiano sa che il peccato può essere trasformato in amore. Il peccato che allontana, che divide, che crea distanze, ferite e tradimenti può essere un modo privilegiato di vivere l’amore. Possiamo, grazie a Dio e allo Spirito Santo effuso in noi, vivere un amore gratuito e incondizionato. Quell’amore che travolge tutto e può davvero frantumare le resistenze dell’altro. Mi spiego meglio. Io non sono stato un marito facile per la mia sposa. Avevo tanti pregiudizi, tante ferite e peccati che mi avvelenavano il cuore. Non mi comportavo sempre bene con lei, non ero spesso amorevole, ma scontroso e acido. Alla fine ha vinto lei. Mi ha fatto sentire profondamente amato tutte le volte che mi ha mostrato un sorriso, mi ha donato una carezza, mi ha sempre accolto anche nei momenti in cui non meritavo nulla. Questo mi ha cambiato. Mi ha aiutato a capire che lei era nella verità e che in quel momento io stavo sbagliando. Noi sposi cristiani siamo chiamati a questo. Io amo Luisa e lei ama me. Ci siamo scelti per quello che siamo. Ci siamo scelti con tutte le nostre debolezze, le nostre incoerenze e i nostri spigoli. L’amore sponsale va oltre tutto questo. Ogni volta che riusciamo ad amarci profondamente è un’esperienza meravigliosa di unità e di fraternità. Ogni volta che non riusciamo è bellissimo comunque, perchè sperimentiamo la grandezza del perdono e dell’amore incondizionato dell’altro. Ci sentiamo amati per ciò che siamo e non solo per quello che facciamo e che diamo. Credo che questa sia la differenza grande tra un matrimonio autentico e qualsiasi altra unione. Nel matrimonio si acquisisce il modo di amare di Dio. Per Grazia e per dono, non per merito. Il matrimonio diventa una piccola e imperfetta Trinità. Piccola e imperfetta, ma pur sempre una scintilla che mostra il fuoco dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Papa Francesco al Forum. Guardarsi negli occhi. (1 articolo)

Papa Francesco il 16 giugno  ha ricevuto in udienza una delegazione del Forum delle Famiglie. Ne è nato uno scambio molto bello e soprattutto interessante. Papa Francesco, provocato dalla passione del presidente del Forum Gigi De Palo, riposto il discorso formale che aveva pronto, ha risposto a braccio, guidato da quanto lo Spirito gli suggeriva. La risposta del Papa è una meraviglia da leggere e rileggere. Sento il desiderio di rileggerla con voi, approfondendo i punti più significativi.

Lui (Gigi De Palo ndr)  ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano… Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.

Papa Francesco si commuove pensando all’amore sponsale, quello autentico. Un amore che non cessa. Un amore che con il tempo cresce. L’amore non può essere un concetto fermo e statico. L’amore se non cresce muore. E’ come una pianta che va curata e nutrita giorno dopo giorno. L’amore si nutre di tenerezza. L’amore ha bisogno della tenerezza per non morire nel cuore degli sposi. Tenerezza che si concretizza nei gesti del corpo, nella cura e nelle attenzioni. Tenerezza che è anche sguardo. Il papa si sofferma sullo sguardo. Dimostra di essere attento a ciò che è davvero importante. Sa leggere bene il linguaggio non verbale degli sposi. Da come due sposi si guardano si può capire molto. Tanti sposi non si guardano più. La loro vita prosegue su binari paralleli e non si guardano più. Che tristezza. Due sposi che non si guardano più stanno gettando la loro bellezza e la loro ricchezza.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza, ma della assenza, tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno a cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi sappia prendere e coinvolgere. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla, se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora.  Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

 

L’amore da seme diventa albero.

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.
Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.
Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?
Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra;
ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere.
Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Il regno di Dio è l’amore. Dove c’è amore autentico lì regna Dio. Noi siamo quel seme. Siamo creati ad immagine di Dio. L’amore ci costituisce. Amare è ciò che desideriamo e che dona senso ad ogni cosa, alla nostra vita. Il matrimonio è quella terra fertile che accoglie ciò che siamo e ci permette di crescere e diventare grandi.

Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Quella promessa mi sembrava invece così difficile e troppo esigente. Desideravo un amore così bello come quello sposale che fosse per sempre e senza condizioni. Non credevo, però,  di esserne capace. Era troppo per me. Ero un piccolo seme di senape, uno dei semi più piccoli. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Solo quello mi ha dato forza. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui mi avrebbe reso capace e adeguato. Ed ecco che ho visto il mio amore, la  capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di sempre più bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Senza spiegarmi come fosse possibile tanta bellezza. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, e per me,come questo sia possibile,  resta un mistero. Non è merito mio. C’è la mano di quel Dio che ha preso molto seriamente la nostra promessa è l’ha resa sua. Ci ha chiesto solo di dare quel poco che avevamo da offrire, di fidarci di lui e di non mollare mai nelle difficoltà. Il resto lo ha fatto lui. Sono sicuro che se  mai dovessi montare in superbia e credessi di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, credessi di essere io quello bravo e che mi basto, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Detto tra noi è già capitato. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Sono malata d’amore. (30 articolo)

Sostenetemi con focacce d’uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d’amore.
[6]La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
[7]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l’amata,
finché essa non lo voglia.

Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento, mi azzardo a dire, di estasi. Sono, probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sè, un momento di stordimento. Non capisce più chi è. Chiede di aver qualcosa da mangiare perchè si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e mele. Due immagini che rimandano all’amore stesso. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbandonano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore di lui. In questo abbraccio silenzioso, senza aggiungere altro, possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia. Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gazzelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare a quello erotico. Per tutte la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiuro, non svegliatela. Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta e sensibile scaturita dal nostro amore che si è fatto carne. Queste 9 righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che di più bello possono sperimentare due sposi nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di assimilare quel piacere appena vissuto. Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti che vuole significare un’unità appena sperimentata che sta riempiendo il cuore di gioia, di bellezza, di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno? La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che è un qualcosa voluto da Dio per noi, il modo che Dio ha scelto affinchè noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore

Uno sguardo è adulterio?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.

Brutta bestia l’adulterio. Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo subito il tradimento carnale, avere rapporti sessuali con altre persone che non siano nostra moglie o nostro marito. Ed è vero, ma è una spiegazione molto superficiale e limitata, la punta dell’iceberg. L’adulterio è molto di più e comincia molto prima di arrivare a tanto. L’adulterio è una falsificazione. Adulterare  significa esattamente variare in modo illecito. Che sia uno sguardo, un pensiero o un atto vero e proprio. Con il matrimonio il nostro cuore appartiene alla nostra sposa, perché noi lo abbiamo liberamente donato a lei. L’adulterio è cacciarla fuori e riprenderci qualcosa che non ci appartiene più, con l’adulterio torniamo noi al centro del nostro cuore. L’adulterio non è sostituire la nostra sposa con un’altra donna, ma rimettere noi al centro, perché l’altra donna non diventa altro che un oggetto per soddisfarci. Basta uno sguardo a una donna incontrata per strada, magari poco vestita, per farne un oggetto delle nostre fantasie. Una donna poco vestita non è mai, e ripeto mai (non fatevi illusioni), ammirata per la sua bellezza, ma vista sempre come oggetto. Non lo dico perché sono maschilista, ma semplicemente perché l’uomo è fatto così, vista e fantasia sono due chiavi fondamentali della sessualità maschile a differenza di quella femminile, che è basata più sull’affettività e tenerezza. Senza contare poi che la pornografia è diffusissima tra ragazzi e anche tra uomini adulti, e questo non fa altro che accentuare la mentalità che oggettivizza la donna e la trasforma non più in persona ma in corpo se non addirittura in parti di un corpo.

Esiste poi l’adulterio del cuore, ancora più sottile e pericoloso. Sì, perché avviene tra i coniugi stessi. Tutte le volte che ci si accosta alla propria moglie per soddisfare una propria voglia e un proprio istinto, trattandola come oggetto di piacere, stiamo commettendo adulterio, perché non ci stiamo unendo a nostra moglie, ma a un pezzo di carne, a un oggetto al nostro servizio. State sicuri che le donne non sono stupide, lo capiscono benissimo e questo porta sempre sofferenza e divisione tra i coniugi.

Non commettere adulterio non è semplicemente non fare qualcosa, ma al contrario è darsi da fare. Significa purificare il proprio sguardo, il proprio cuore e la propria mente e imparare il dominio di sé, che è indispensabile per potersi donare ad una persona. Se non ci apparteniamo e siamo schiavi di passioni e impulsi, come possiamo donare qualcosa di cui non abbiamo il controllo? Stiamo mentendo a noi stessi e alla nostra sposa (nostro sposo).

Antonio e Luisa

Dare compimento alla Legge.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Questo Vangelo credo possa insegnarci tanto. Perchè Gesù dice che non è venuto ad abolire la legge? Non vuole cambiare nulla della legge, ma al contrario vuole portarla a compimento. Gesù non solo non vuole. Gesù non può cambiare nulla della legge. La legge non è altro che un libretto d’istruzioni che Dio ci ha donato. Un libretto per svelare in profondità quelle che sono le esigenze del nostro cuore. La legge ci rende pienamente umani. E’ Gesù è pienamente uomo. Per questo non può cambiare nulla. Rispettare la legge significa vivere pienamente da uomini. Gesù è venuto a perfezionare la Legge, a portarla compimento. Non è venuto a cancellare il Decalogo, che resta completamente valido, ma a renderlo concretamente vivo nel cuore dell’uomo. E’ venuto a trasformare semplici norme da rispettare,  in apertura e conversione del cuore. Non ha senso seguire i comandamenti, se non come volontà di amare di più e più perfettamente Dio e i fratelli.  Come sappiamo i primi tre comandamenti descrivono il rapporto verticale, con Dio. Dal quarto al decimo si spostano su un piano orizzontale, sul rapporto tra uomini, con il prossimo. I comandamenti sono tutti importanti e non rispettarne uno indica un’ipocrisia di fondo, una incapacità di amare in pienezza.Uccidere, rubare, dire falsa testimonianza sono tutti comportamenti universalmente condannati. Non è un vero uomo chi commette certi gesti e certi delitti. C’è un comandamento che sembra, invece, passato di moda: il sesto.

Il sesto comandamento è spesso sottovalutato e ritenuto meno importante di altri. Come se la sessualità disordinata non fosse un peccato grave, non fosse una mancanza grave di rispetto verso l’altro e verso noi stessi. Non fosse una mancanza di amore.  Sento tanti sacerdoti condannare l’omicidio, le guerre, i furti, la truffa, le estorsioni e tutte queste manifestazioni del male. Giustissimo, ma non vedo altrettanta veemenza contro l’adulterio, i rapporti prematrimoniali, la masturbazione,  la contraccezione e i rapporti omosessuali. Il sesto comandamento è cancellato di fatto. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Un sacerdote, a cui voglio bene, ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: Se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: I fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso, al contrario, che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento, non a caso, è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi gli ha dedicato parte della vita? Non uccide forse la persona a cui aveva invece promesso amore, rispetto e cura.  Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo.

Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato/a senza essersi impegnato definitivamente e  totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro/a. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro/a come oggetto. Anche se sinceramente si crede di amare l’altro in quel modo. Spesso, però, la sincerità non equivale alla verità.

Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo, in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento, non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro/a.

Se crolla il sesto comandamento crolla tutto. La nostra società ipersessualizzata ne è la conferma. Sesso libero e facile, senza troppi pensieri, ma che rende le persone sempre meno capaci di scelte definitive e di fedeltà.  Bisogna recuperare la capacità di rendere giustizia alla verità e saper testimoniare che la sessualità è qualcosa di meraviglioso, ma che va vissuta in un contesto di amore autentico, nel dono totale del matrimonio tra un uomo e una donna. Al di fuori della sponsalità è un gesto falso che esprime la nostra incapacità di amare e il nostro egoismo che usa per interesse. Non è dono, ma violenza, sempre, anche quando si tinge di un sentimento d’amore che non può però essere autentico. Questa è una mentalità che poi si manifesterà in ogni ambito relazionale: lavorativo, affettivo, familiare etc. Rispettare il sesto comandamento significa educarsi al rispetto e alla valorizzazione dell’altro/a. Significa essere responsabile delle proprie promesse e delle proprie azioni.  Non è figlio di un dio minore, ma vera esigenza che Dio ci chiede per amare veramente come Lui ama e come Gesù ci ha mostrato nella Sua vita terrena.

Antonio e Luisa