La Dracma ritrovata (2 parte)

Se vuoi leggere la prima parte clicca qui

Perché tale determinazione?
Ne aveva nove, potevano bastare, magari col tempo ne avrebbe guadagnata un’altra!?
Il libro del Deuteronomio ci apre al significato di questo gesto e di questa determinazione: le dramme da offrire per il sostentamento del Tempio erano due e, quindi, nelle cinque coppie qualcosa sarebbe venuto a mancare. Avrebbe dovuto portare in natura il valore di quella dramma, un peso da sopportare nel viaggio.

La donna, inoltre, sapeva che quella dramma e la ricerca di essa significavano onorare Dio con il Suo stesso modo di amare, poiché Egli aveva scelto quel luogo e quella dramma per amarla, facendosi onorare, facendosi amare da lei! E’ quella moneta la protagonista del brano e la donna lo comprende. La donna è immagine di un amore sponsale e apostolico che annuncia la verità: ognuno di noi è importante, unico e non può essere perso, ognuno di noi può rendere più leggero il cammino quando condivide scambievolmente il suo peso con gli altri. Ognuno di noi è il luogo che Dio ha scelto per essere amato in modo unico e dignitoso, poiché Dio dona la dignità di fare qualcosa per Lui, sempre e nonostante tutto!

Altro richiamo del vangelo è la ulteriore necessità del regno di essere regno di Dio in famiglia. Il monito di Gesù ci fa comprendere la responsabilità di essere e far sentire importanti.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture.

Mt 10, 7-9

Qui sembra esserci uno di quei tanti apparenti equivoci presenti nel vangelo: la donna che cerca il denaro è elogiata da Gesù, ma poi lo stesso Gesù dice di non portare né oro, né argento. Perché?

Al tempo di Gesù c’era una gerarchia nell’alveo delle monete, a seconda dei materiali con cui queste venivano prodotte. C’era il denaro d’argento, il denaro d’oro che equivaleva a venticinque denari d’argento. La disposizione precisa del Signore su cosa non portare, né oro, né argento, unita al fatto che esistevano monete romane di minor valore, fatte di rame e bronzo, come l’asse e il sesterzio, oltre una moneta di rame ebraica come il lepton, ci fa capire che la direttiva di Gesù è relativa non tanto al non portare soldi o al munirsi di mezzi quanto al portare con sé tutto ciò che ha
meno valore: l’apostolicità magnanime sa partire sempre dal minimo, dall’unità di misura più bassa dell’amore, la delicatezza sottile della benevolenza, lepton significa proprio sottile. Facendo un rapido calcolo secondo le stime dell’epoca il lepton valeva mezzo quadrante, perciò centoventotto lepton erano il valore di una dracma.

Ecco perché quella donna si dà tanto da fare, ecco perché Gesù ne parla come se stesse raccontando se stesso. Egli non vede mai solo una persona, ma la sua intensa complessità fatta di emozioni, desideri, speranze, dolori, gioie, ferite, peccati, perdoni e benedizioni. Gesù non si dà per vinto finché non riesce a toccare gli angoli più remoti del nostro cuore e a farli sentire amati e impone ad ogni apostolo di non lasciarsi attrarre dalla ricchezza dell’apparenza, ma di guardare la complessità sottile del cuore.

Ogni famiglia è Regno di Dio in uscita, quando vede in ciascuno non un singolo ma un insieme di ricchezze, quando anche chi ha perso se stesso sa che sarà cercato e ritrovato, quando si ha il coraggio di andare da chi ha perso tutto, forse anche la dignità del proprio amore, del proprio essere padre o madre, moglie o marito come un bimbo che gli dona un soldo che vale più di ogni cosa, vale un “Grazie …Dio ti benedica” per fargli varcare le soglie delle tenebre ed entrare negli atri della speranza: continuare a cercare e farsi amare con la nobiltà e la maestà dei figli di Dio!

Fra Andrea Valori

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La Dracma ritrovata (1 parte)

Varcare il limite delle tenebre, una dignità che può amare sempre e nonostante tutto!


Le luci e i colori della festa ornavano il Natale di quell’anno tanto lontano quanto vicino nel ricordo che faceva capolino nella memoria. Il freddo, per un bimbo ben vestito e curato, era più piacevole che rigido e la meraviglia di quella visione, che incontravo per la prima volta, riempiva a mani piene il mio stupore, la mia gioia nel vedere qualcosa che agli occhi di un bimbo doveva sembrare molto più che stupendo o magnificente: era infatti incredibile. Piazza San Pietro, vestita a festa, con gli ornamenti dell’albero e del presepe, con le decorazioni e le luminarie che avvolgevano la via che ad essa conduce, il tutto insieme al mio babbo e alla mia mamma sembrava traboccare di felicità, perché respiravo la bellezza di essere protetto, di essere voluto, di essere amato, perché quel momento era stato pensato per me.

Eppure spesso, accanto al chiarore del bello che risplende, il dolore del buio guarda attonito e spera che ci sia qualcuno che varchi il confine tra buio e luce per rendere luminose anche le tenebre. Molto spesso siamo capaci di varcare quel limite, anche se non ce ne accorgiamo, e questo, nella innocenza di allora, accadde anche a me! Mentre estasiato osservavo la grandezza di quegli edifici, che avevano attraversato i secoli per farmi dono della loro bellezza, il mio sguardo andò verso una zona d’ombra sotto il porticato, lì dove un uomo rovistava tra le sue cose. Non so cosa cercasse, ma, pur nella mia infantile età, capivo che era un povero, un senza tetto, qualcuno che era veramente un “bisognoso” e che era solo, che stava cercando qualcosa che sembrava avesse perso.

Tutto d’un tratto cessò la sua ricerca, si sedette per terra e, quasi a tradire un gesto di preghiera e di scoraggiamento, portò le mani giunte verso il volto e poi verso le ginocchia. Lasciò cadere il collo su se stesso, sensibile segno del senso di sconfitta, come aspettando il colpo di grazia, poiché non aveva trovato ciò che cercava. Non so perché, ma in quel momento chiesi alla mia mamma qualche spicciolo. Dopo essersi accertata sulle mie intenzioni, lei mi incoraggiò ad andare, vincendo il timore che un bimbo può avere verso una situazione così nuova per lui. Andai incontro a quell’uomo, non dissi nulla: gli sorrisi, stesi la mano e misi quegli spiccioli nella sua. Mi sorrise con una forza che non avevo mai visto, penetrante, nobile, dignitosa e mi disse: “ Grazie …. Dio ti benedica”.

A distanza di quasi trent’anni quelle parole mi risuonano ancora, perché fu una delle benedizioni più belle che abbia ricevuto, che generò in me un sentimento di bene che la meraviglia di prima non poteva in nessun modo eguagliare. Non conoscevo quel povero, ma sicuramente era tutt’altro che povero. Avevo fatto un piccolo gesto, ma certamente le sue parole di benedizione e di ringraziamento erano ridondanti di regalità. In quel momento il mio regno di bambino incontrò un Re, un uomo che cercava ciò che aveva perduto, che soffriva per tutto ciò che aveva avuto e perso, un uomo che sapeva donare molto di più di quanto poteva ricevere: mi donò una benedizione da cui, ancora oggi, mi sento protetto e confortato nel suo indelebile ricordo. Non io diedi qualcosa a lui, ma lui diede tutto a me: mi diede la regalità di chi cerca e sa gioire quando trova, perché il regno di Dio è proprio questo…

“quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Luca 15, 9-10

Ringrazio questo amico per aver condiviso la sua esperienza di Dio fatta molti anni fa e, rispettandone l’anonimato, ne traggo spunto per capire il valore, il prezzo e il costo di una casa misericordiosa e magnanime. Qual è il prezzo della dramma, il suo valore che vedremo contraddistinguere la missionarietà di ogni coppia, di ogni famiglia e di ogni uomo?

La dramma era una moneta di conio greco, probabilmente della zecca stabilita da Alessandro Magno ad Acco, nel nord della Palestina ed aveva l’equivalente valore di un denaro. E’ interessante considerare come la didramma, cioè due dramme, era l’equivalente del mezzo siclo, la cifra con cui veniva pagata la tassa del Tempio. Il libro del Deuteronomio, dando le norme relative al contributo per il Tempio, sottolinea il fatto che, se la distanza tra l’abitazione e il Tempio fosse stata troppa, la decima avrebbe dovuto essere convertita in denaro, per non portare un peso troppo grande durante il viaggio. Ribadisce inoltre, di andare verso il posto che Dio ha scelto! (Cf. Dt 14,24-25).

La donna del vangelo perde una dramma e, pur avendone altre nove, rivoluziona tutta la casa, spazza a fondo, dopo aver acceso una lampada. Entrando nel testo la donna assume l’atteggiamento di chi è determinato a perseguire un fine e non smetterà finché questo non sia portato a compimento. Perché tale determinazione?

Fra Andrea Valori

Continua….

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La Sua Grazia ci sazia

In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.
Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».
Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare».
Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».
Ed egli disse: «Portatemeli qua».
E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.
Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Matteo 14, 13-21

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù. Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Il sesso nel matrimonio è più vero.

Giovanni Paolo II nella sua bellissima teologia del corpo ha evidenziato qualcosa di fondamentale. Non mi viene in mente un passaggio dove lo esprima chiaramente, ma è una dinamica che si percepisce in tante sue riflessioni. Il matrimonio è il sacramento del corpo. Non è però solo questo. E’ il sacramento della redenzione del corpo. C’è una differenza etica, sostanziale. Cercherò di spiegarmi meglio.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro/a una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è uno degli ambiti dove più di tutti possono manifestarsi l’egoismo e l’istinto di possedere ed usare l’altro a nostro piacimento. Chi ha il cuore chiuso è ripiegato su di sè, è incapace di donarsi e incontrarsi davvero con l’amato/a. Certo, spesso infiocchetta il tutto di finta tenerezza e romanticismo. Ma è qualcosa di falso. Spesso non è neanche consapevole della falsità del suo amore.

Giovanni Paolo ci dice che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione anche in questo ambito. L’eros, incanalato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad uccidere l’egoismo che ci attanaglia il cuore. Piano piano il nostro sguardo dovrebbe decentrarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro/a e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perchè sovente non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e renderci sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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E’ giusto che lei provi un senso di colpa?

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e ha provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto.

Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa, che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento, dovrebbe fare una bella confessione per sentirsi rigenerata e preziosa agli occhi di Dio, e poi dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Piccolo resto.. Non avere paura!

«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

In tempi di CORONAVIRUS mi piace partire da questa parola. La modalità con cui Dio opera nelle vite e nel mondo parte sempre da piccole cose. Questa parola, ad esempio, fa riferimento ad un minuscolo granellino di senapa capace addirittura di sradicare un gelso dalle proprie radici terrene e trapiantarlo nei fondali del mare.

Questo granellino potrebbe essere la nostra fede, semmai credessimo e ci sforzassimo di tendere a ciò. Del resto il Signore non ci sta chiedendo di avere fede come la montagna dell’Everest ma esattamente il contrario, Lui parte sempre dal piccolo, Lui non ci chiede mai ciò che non potremmo dare, Lui vorrebbe solo un piccolo granellino di senapa.

E noi fatichiamo a darglielo perché spesso non sappiamo neppure dove trovarlo. Se anche lo trovassimo forse non sapremmo riconoscerlo. Come questo minuscolo virus che nessuno ancora sa da dove sia partito, come sia partito e soprattutto…..perché è partito? Non bastava tutto ciò di “male” che già abbiamo?

Diverso tempo fa ho ascoltato una persona che, ad un certo punto della sua veneranda età, è stata colpita da una malattia. Avendo avuto la “disgrazia” di incappare nella sottoscritta ho offerto a lei l’unica arma che conosco per sconfiggere il male: GESÙ CRISTO! Questa persona non ha mai voluto fare esperienza di Dio nella sua esistenza, anzi lo ha sempre contrastato, sebbene non lo conosca, come colui da cui prendere le debite distanze. Solo che l’essere umano, nel momento in cui sta per affogare, si rivolgerebbe a chiunque purché possa trovar il minimo respiro e così, in extremis, non avendo risposta alcuna da altri “oracoli” già consultati, mi chiese aiuto sfogando la sua disperazione.

Le dissi ovviamente che avremmo potuto fare tante cose a patto di cominciare una relazione personale col nostro più grande AMICO che non aspettava altro di poter intessere questa “amicizia” e proposi, intanto, una profonda confessione e una preghiera di guarigione sulla malattia in questione. Questo sarebbe stato soltanto l’inizio di un rapporto amicale, così come quando due persone qualsivoglia desiderano conoscersi. Poi doveva iniziare tutto ciò che comporta l’affidarsi.

Chi mi ha già sentito parlare sa, che dico sempre, che Gesù Cristo, appunto come un amico, più lo frequenti e più lo conosci e più lo conosci e più potrà entrare nel tuo cuore e operare in te ciò che di più profondo possa realizzarsi, soprattutto la cosa più importante: LA TUA SALVEZZA, PER SEMPRE!

Dopo la preghiera di guarigione occorreva tutto il resto e soprattutto entrare in amicizia con Gesù, nutrirsi di LUI e confidare che, facendo sempre la sua volontà, potesse comunque iniziare una relazione d’aiuto. Una qualsivoglia preghiera di guarigione e poi niente più è come un atto magico qualunque. Dio non può salvarti senza di te, ci insegna il grande S.AGOSTINO!

Ma la bellezza di Dio è la libertà con cui ci tratta e mai ci obbligherebbe a seguirlo per forza. Così, dopo un po’ di tempo, quando la malattia non è passata, quella persona se l’è presa di più con il Padre Eterno, inquietandosi di non essere stato ancora guarito…. Eppure ciò che ci viene chiesto è semplicemente un granellino di senapa.

Ecco cosa può fare un minuscolissimo prodotto della natura che Dio ha fatto per noi ma spesso ne rimaniamo insensibili e vorremmo che tutto fosse affidato ad altri e basta. Un minuscolo virus è stato capace di annientarci in tutti i sensi, ma un minuscolo granellino di senape avrebbe il potere di agire ed ascoltare ogni singola richiesta e potrebbe regalarci la cosa più importante: LA FEDE!

In nome della paura obbediamo ai comandi, anche per evitare le relative contravvenzioni, ma in nome della fiducia non siamo interessati a seguire l’Uomo di Galilea. Se Dio chiedesse a ciascuno di noi di abbandonare il rapporto con il peccato per liberare tutto il mondo lo faremmo? Eppure in tempo di coronavirus è aumentato, ad esempio l’uso degli strumenti pornografici, i siti, gli adulteri, lo spaccio di sostanze stupefacenti….lo stiamo sentendo da tutti i telegiornali. Tra l’altro i Tg trasmettono ciò che vogliono….pensate a quante altre cose nascoste nelle tenebre che non abbiamo saputo.

Vorrebbero persino cambiare il progetto originario voluto dal CREATORE perché, in realtà, l’odio è per LUI. Ciò che disturba è esattamente il progetto generativo della VITA. Se Dio ha voluto sin dall’inizio che due differentissime persone, l’uomo e la donna, diventassero una sola carne e per suo dono fossero capaci di generare vite su vite….chi sei tu creatura che vuoi tanto tenacemente opporti a questo meraviglioso progetto? Da chi sei ingannato per contrastare l’AMORE ONNIPOTENTE? Perché vuoi sostituire tutto con il tuo “laboratorio”?

Tutti hanno (giustamente) paura di morire di Covid-19. Non tutti però si indignano di tutto l’altro male di cui l’uomo si sta facendo portatore.

Tutti indossano mascherine, spesso anche quando non dovrebbero. Non tutti indossano le armi della fede per convertire il proprio cuore.

Tutti mangiano ( o quasi). Pochi digiunano (per offerta di salvezza).

Tutti rispondono in modo ideologico Pochi danno la loro vita per il bene dell’umanità.

Tutti… Pochi….

E rimarrà quel piccolo resto che, trovando un minuscolo granellino di senapa, lo agguanterà, lo guarderà e urlerà al gelso del peccato del mondo «Spostatiiiii»!

Aumenta la nostra fede Signore Gesù e liberaci dal peccato che ci opprime, ci annienta, opacizza le coscienze e si ripercuote sui più deboli!

Piccolo resto non avere paura, Dio è con te e ti offre il suo prezioso GRANELLINO DI SENAPA!

Cristina.

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Alla mia sposa

Mi hai donato tutto.
La tua tenerezza
per sentire l’amore.
La tua fragilità
per imparare ad essere responsabile.
La tua imperfezione
perché io la possa amare.
La tua inadeguatezza
perché la mia non mi sia troppo pesante.
La tua fortezza
per non sentirmi mai debole.
La tua femminilità
che mi stupisce e mi sorprende sempre.
La tua fecondità
per dare carne e vita al nostro amore.
I tuoi giorni
per dare senso ai miei.
Il tuo sguardo
per allargare il mio orizzonte.
Le tue sofferenze
perché possa consolarle.
Le tue parole
perché possa ascoltarle.
Il tuo perdono
per sentirmi rigenerato.
I tuoi sguardi
per sentirmi desiderato.
Il tuo abbandono
per sentirmi disarmato.
Il tuo corpo,  i tuoi baci e la tua anima
per sentirmi parte di te.
Tutto di te
per fare esperienza di Dio in una sua creatura.

Antonio

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Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Torniamo alle origini del nostro matrimonio!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perchè questo? Perchè in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci? Significa ridonarci lo sguardo delle origini. In tutta la nostra vita. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e con i fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perchè la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio.

Ecco che quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perchè quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro/a con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perchè, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui/lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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Sposi: attenti alla zizzania!

In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.

In questa domenica, la liturgia ci offre la parabola della zizzania. Domenica scorsa ci ha offerto quella del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre. In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro/a, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perchè non è perfetta, non è come noi credavamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto.

La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. E’ non riuscire più a vedere i pregi dell’altro/a, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro/a per quanto di buono l’altro/a fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica.

Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione, (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è potremmo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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L’intimità ha bisogno del suo tempo

Ci sono tanti libri e tanti esperti che ci raccontano come uomo e donna siano diversi. Sono diversi non solo nel corpo. Sono diversi nella psiche, nella sensibilità, nel modo di vivere anche la sessualità. Lo dice la scienza. Con il tempo e con questa attività di blogger improvvisati (che però sta diventando un secondo lavoro) abbiamo raccolto le confidenze di tante persone. Uomini e donne che hanno trovato in noi qualcuno a cui confidare problemi e preoccupazioni. Questo articolo è una risposta molto sintetica e generale ad un problema che abbiamo riscontrato essere comune a tanti.

Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla diversità uomo-donna. Uomo e donna hanno difficoltà a comprendere come l’altro/a viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo diverso da lui/lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari.

L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno.

Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo.

Cosa fare allora? Se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea.

Se sarete capaci di mettere l’altro/a al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà una intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

Antonio e Luisa

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Perchè è così difficile fare l’amore?

Quando il sesso va bene, conta il dieci per cento in una relazione.

Quando va male, rappresenta il novanta per cento della relazione.

(Michael Broohs)

Perché per tante persone è così difficile fare l’amore? Perchè è così difficile abbandonarsi ad un gesto che dovrebbe essere la più grande e bella espressione concreta del loro amore? I corpi nell’intimità fisica diventano manifestazione di un’unità che i due sposi dovrebbero sentire nei loro cuori.

Ci sono tanti motivi. Escluse cause fisiologiche e ormonali mi soffermo su una dinamica fondamentale da cui la coppia non può non essere condizionata. Nell’intimità ti porti tutto. Non è questione solo di corpo, solo di gioco e di divertimento. Il corpo diventa davvero modalità per manifestare tutta la persona nella sua complessità e tutta la relazione sponsale.

Nell’intimità ti porti tutto e costa fatica portarsi tutto, se questo tutto è pesante. Costa fatica abbandonarsi. Costa fatica alla donna senz’altro che, anche per come è fatta fisicamente, è quella che più deve accogliere, ma è difficile anche per l’uomo che fa fatica ad essere tenero quando ci sono tensioni e problemi. Nell’intimità ti porti le piccole e grandi tensioni che nascono dalla convivenza, ti porti le famiglie di origine quando queste si intromettono troppo, ti porti le parole sbagliate, ti porte le indifferenze e le incomprensioni. Ti porti tutti gli errori che nella coppia si fanno.

Come fare allora? Si pensa spesso che il sesso possa allegerire la coppia. Questo può funzionare (in apparenza) all’inizio, ma poi quando passano gli anni, arrivano i figli, aumentano le responabilità e i piccoli e grandi rancori non perdonati si stratificano uno sull’altro, il sesso non basta più. Non solo non basta ma sparisce. Costa troppa fatica e non c’è desiderio. Allora si smette di farlo facendo finta che non sia così importante. Invece è importante si.

L’errore sta proprio a partire dal sesso. Bisogna invece partire dalla relazione. Ritrovarsi, riguardarsi, dialogare. Soprattutto perdonarsi, ma perdonarsi davvero. Solo così si potrà alleggerire la relazione e di conseguenza rendere più semplice l’incontro dei cuori e dei corpi. La medicina è’ semplice da trovare, ma difficile da mettere in pratica. Dare acqua e sole alla pianta del nostro amore. Dare l’acqua della tenerezza, anche se non viene spontaneo farlo. Senza guardare quello che fa o non fa l’altro/a. Decidersi e farlo. Senza desistere o scoraggiarsi. E poi lasciarsi curare dai raggi del sole del perdono. Perdonarsi, farlo tutte le sere, anche per le piccole cose, magari nel calore di un abbraccio.

Così il peso del rancore e delle tensioni pian piano si alleggerirà. Ora non vi resta che alleggerire il peso delle giornate piene di lavoro e di impegni familiari. Altrimenti arriverete a sera che sarete distrutti e non avrete voglia di fare nulla se non di dormire. Trovate tempo di qualità. Trovate significa che va trovato a discapito di altro. Prendetevi un giorno di ferie e dedicatelo a voi. Non è un giorno buttato. Non potrebbe essere tempo speso meglio.

Antonio e Luisa

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (1 parte)

Molti sono i tentavi di riprendere per i capelli situazioni già perse, spesso consideriamo l’ultima spiaggia dei percorsi di recupero, si affollano nella nostra mente mille dubbi misti a domande: forse se avessi cambiato atteggiamento, forse se non avessi parlato in quel modo, forse se me ne fossi accorto/a prima. Pensiamo anche che rivolgendoci al terapeuta o al sacerdote di turno le cose possano cambiare, che la nostra vita nella coppia possa essere guarita, che le nostre sofferenze possano finire e l’ombra inesorabile e avanzante del fallimento possa veder sgretolarsi la mannaia che porta in mano. Cerchiamo e dobbiamo provarle tutte perché amiamo, ma oltre a provarle tutte, il vangelo ci invita a provare il Tutto: preghiamo e facciamo pregare, perché la preghiera può guarire anche dopo tanti anni, anche quando le abbiamo provate tutte con scarsi risultati.
Ma cosa significa pregare?!


Nel vangelo di Luca al capitolo 8 si narra di una donna che, affetta da croniche perdite di sangue, aveva investito molti beni in cure mediche senza migliorare le cose, anzi peggiorandole, secondo la versione degli altri evangelisti. Questa donna per dodici anni aveva speso tutto!
L’evangelista dà un tocco d’interiorità nel descrivere colei che soffriva. Ella aveva speso tutto, ma non semplicemente investendo una somma di denaro. Luca esprime un giudizio su quanto questa donna aveva fatto usando il verbo prosanalisko che vuole dire sperperare, dissipare. Luca ci parla del giudizio che forse la comunità, la famiglia, aveva di lei e al quale, per quella donna, era tragicamente facile credere. Un giudizio spietato, quando si è vittima di una malattia che ti rende impuro: sei maledetto. Maledetto perché nessuno crede che tu stia male, perchè vieni considerato un peso o, soprattutto, perché è Dio che dice che sei fuori! (cf. Lv 15,25)

Quando si è malati spesso si diventa anche pericolosi e colpevoli di aver speso tutto senza aver ottenuto alcun risultato. Questa realtà magari non si verifica davanti a malattie eclatanti, doveve curare il malato fa quasi chic. Tali aberrazioni si innescano davanti a infermità caratteriali, malesseri esistenziali: dubbi, critiche rendono il malato non qualcuno da accudire, ma una cellula tumorale da epurare per salvare la totalità del corpo, della famiglia, della coppia, del gruppo o della comunità.

La protagonista di questo brano rappresenta veramente ogni persona, ogni coppia e ogni famiglia lacerata da dodici anni, simbolo della totalità del popolo con cui Dio ha stretto alleanza, patto fatto di sconfitte, di perdita graduale del proprio valore, della propria dignità. Pensiamo per un attimo a quelle coppie dove un figlio che non arriva diventa la ragione della separazione, dove gli anni di alleanza diventano anni di tradimento, dove il flusso di sangue della negazione dell’altro non è fluente ma chiazzato, meno visibile ma non meno letale, poiché alla fine non si ha più niente di bello da condividere, non c’è più nessuno che si interessi a noi e la nostra bellezza, ciò che eravamo, il nostro entusiasmo viene gettato nella spazzatura in favore della ragione di stato, in favore di una facciata che sia chiama abitudine o solamente amore dipendente. Quella donna aveva dissipato tutto, era colpevole di averci creduto fino alla fine, di aver sperato che qualcuno si sarebbe accorto di lei dicendole che il suo dono era importante, ma quel qualcuno non era mai arrivato, per dodici anni. Nel popolo non si trovò nessuno in grado di salvare chi appartenesse al popolo; anche nella coppia o nella famiglia, spesso anche nella persona, non esiste quel “qualcuno” che possa salvare ciò che fa parte di loro.

Tale tremenda realtà ci lascia impietriti davanti alla truce assurdità che possono essere le nostre relazioni. Possiamo prendere un “io” magnifico e farlo diventare cimelio da pattumiera, ma la forza della grazia e la grandezza dell’Alleanza custodiscono l’incustodito: la donna compie due gesti fortissimi. Nonostante tutto quello che è successo, nonostante gli anni e ciò che quegli anni simboleggiano, nonostante ciò che gli uomini dicono di lei, continua a credere nel bene, continua a non rassegnarsi ad una alleanza vista come una prigione, ma rinnova l’Alleanza come luogo di fiducia capace di superare ed essere più grande di chi ha stipulato quel patto.

Quella donna va da Gesù! Lo tocca! Lo tocca, poiché crede ell’indissolubilità dell’amore, un Amore che si lascia toccare, che si lascia rompere, tagliare, sfilacciare, ma come una corda intrecciata con più fili, con un’anima di acciaio, che le consente di reggere l’urto dell’usura. L’alleanza può essere violata, l’amore può essere tradito, ma rimane sempre indissolubile, perché più grande del nostro cuore, più forte di una condanna, più coriaceo di qualsiasi violenza. L’emorroissa, dopo averle provate tutte, prova il Tutto: prega!

Continua…….

Fra Andrea Valori

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Sposi come i sapienti stolti del Vangelo.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.

Matteo 11, 25-26

Oggi mi soffermo sulle prime righe del Vangelo di questa domenica. E’ una parte molto interessante che permette alcune considerazioni, credo, utili alla vita di tutti. Sembra ci sia una netta contrapposizione tra i piccoli e i dotti, tra gli ignoranti e i sapienti. E’ davvero così? In realtà il discorso è un po’ più complesso. La traduzione non è completamente corretta. E’ più aderente tradurre non che Gesù disse, ma che Gesù rispose. Gesù sta rispondendo al Padre. Questo Vangelo arriva subito dopo un’altra riflessione. Riflessione nella quale Gesù rimprovera coloro che non lo hanno riconosciuto. Non è riconosciuto e loda Dio comunque. Perchè tra Lui e il Padre c’è una vera relazione d’amore. Relazione che va oltre tutto il resto. Ci sono piena fiducia e piena intimità.

Torniamo al testo. Chi sono i sapienti? I sapienti stolti citati da Gesù sono coloro che non riescono a riconoscerlo, semplicemente perchè non rientra nel loro modo di pensare. Non si comporta come vorrebbero. Non parla come vorrebbero. Gli danno del beone e del mangione (pochi versetti prima). Questi sono i sapienti che non possono incontrare Dio perchè troppo pieni di sè e delle proprie convinzioni. C’è una parola in questo brano che è molto esplicariva. Dio rivela. Ciò significa che nessuno di noi, anche il più sapiente di tutti, può conoscere e possedere Dio. E’ un’illusione, un’illusione che ci impedisce di incontrarlo davvero. Un’illusione che finisce con il creare un dio a nostra immagine. Che però non esiste.

Dio rivela e Dio nasconde. Rivela perchè determinate realtà, come ho già scritto, non possiamo farle nostre, restano un mistero, vanno accolte. Dio però nasconde alcune cose. Affinchè possiamo trovarle con le nostre capacità e il nostro impegno. Per questo gli umili e i piccoli insegnano ai sapienti ad accogliere il mistero. I sapienti, dal canto loro, mostrano ai piccoli che non ci si deve mai accontentare ma cercare la verità sempre più in profondità.

Arriviamo ora a noi. Quante volte anche noi nel nostro matrimonio siamo come i sapienti stolti. Ci sposiamo in chiesa, diciamo di credere in Gesù e poi, facciamo come se Lui nel nostro matrimonio non contasse nulla. Si, va bene il crocifisso in camera, ma che scocciatura una Chiesa che ti chiede di vivere una sessualità autentica, aperta alla vita. Senza magari l’uso di anticoncezionali. Che rottura andare a Messa tutte le domeniche. Pregare in famiglia non serve. Questi sono solo esempi. A volte, anche nel matrimonio, ci viene chiesto di fidarci, senza comprendere tutto. Ci viene chiesto di fare scelte che non comprendiamo con la ragione, ma che possiamo comprendere con il cuore. Con un cuore che fidandosi può fare esperienza di una bellezza unica. Chi si fida fino in fondo della Chiesa difficilmente resterà deluso, perchè troverà Gesù. A differenza di chi fa le proprie scelte senza considerare Dio per poi, magari, sorprendersi se tutto va a rotoli.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Se non ci desideriamo allo stesso modo?

Cosa accade quando uno dei due ha più desiderio di unirsi all’altro/a? Sono questioni che sembrano secondarie e poco importanti, ma non è così. Ricordiamo che stiamo parlando di amore e in particolare di sesso e il sesso, in un rapporto di coppia, non è mai un argomento trascurabile. Innesca sempre delle dinamiche che è bene conoscere per non soffrire.

Partiamo da un’ evidenza: chi ha più desiderio è sempre disponibile chi ne ha meno non è sempre disponibile. Quindi chi decide quando fare l’amore è sempre quello che lo desidera meno. Claudia (nell’ultima diretta) ha ben spiegato che, a volte, la mancanza di desiderio nasconde una volontà di voler controllare la relazione da un punto di vista emotivo e psicologico, ancor prima che fisico.

Quindi è bene farsi queste domande all’interno della coppia. Perchè io ho meno desiderio di te? E’ importante comprenderlo proprio per disinnescare dinamiche sbagliate dove l’amore c’entra poco e il sesso diventa un modo per avere il controllo sull’altro/a. Attenzione! Non sempre sono atteggiamenti consapevoli. Per questo è basilare affrontare il problema. Naturalmente questa è solo una delle possibili cause. Una, però, delle meno conosciute, ma delle più comuni.

Ci sono tante altre possibili cause. Ci sono persone che fanno fatica a lasciarsi andare al piacere e al godimento. Che sono più concentrate sul dovere. Magari che sono state educate in maniera molto rigida e repressa. Ci sono persone ferite. Chi è ferito fa una gran fatica ad abbandonarsi perchè perde il controllo. E nella sessualità, quando ci si abbandona davvero, si perde davvero il controllo. Quindi attenzione a giudicare se stessi o l’altro/a quando c’è carenza di desiderio. Il desiderio non è qualcosa di cui abbiamo il pieno controllo.

Anche io ho sofferto i primi anni di matrimonio per questo. Avevo, ed ho tuttora, molto più desiderio di Luisa. Ci stavo male. Luisa era molto rigida e incapace di abbandonarsi. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il suo sincero desiderio di avere desiderio. Scusate il gioco di parole. Questo mi ha fatto sentire profondamente amato. Perchè sapevo che lei desiderava davvero vivere bene anche la sessualità con me.

E’ stato un cammino. Liberare la nostra relazione dai confronti tra me e lei ci ha permesso di fare grandi passi avanti. Io ho imparato a corteggiarla sempre meglio per attirarla a me. Ho imparato ad apprezzare il suo impegno ad abbandonarsi. Anche lei si è progressivamente abbandonata. Si è abbandonata perchè si è sentita amata e si è sempre più fidata. Il matrimonio è stata la carta vincente. Una relazione in cui si mette tutto. Per questo il matrimonio è una continua crescita nell’amore. Anche nell’amore fisico.

Antonio e Luisa

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Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Emis Killa , un rapper italiano abbastanza conosciuto, in uno dei suoi brani più famosi Parole di ghiaccio scrive: non esiste coppia perfetta perchè nessuno è perfetto da solo. Non sono d’accordo. E’ vero proprio il contrario. La coppia può essere perfetta proprio perchè siamo imperfetti.

Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a, semplicemente si basta. 

Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo. E’ bellissimo potersi mostrare con tutte le nostre debolezze e fragilità ed essere comunque amati. Non ha prezzo. Non dovermi meritare il suo amore, ma sapere di averlo incondizionatamente. E’ una realtà davvero grande che fa del matrimonio, almeno per chi cerca di viverlo così, una relazione liberante e che permette di migliorarsi proprio perché non si è obbligati a farlo. Semplicemente si sceglie di cambiare per gratitudine e per restituire parte di quell’amore ricevuto gratuitamente.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così. Come ha scritto Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino: Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Antonio e Luisa

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Il triangolo dell’amore

Durante l’ultima diretta della domenica, quelle dove dialoghiamo con esperti o testimoni della vita matrimoniale, ho riscoperto la teoria di Sternberg, che già conoscevo, ma che avevo un po’ dimenticato. Marco Scarmagnani, consulente familiare, l’ha accennata durante il suo intervento, peraltro molto interessante, vi lascio il link. Questa teoria è molto semplice e concreta ed è sintetizzata graficamente da un triangolo.

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In ognuno dei tre vertici ci sono altrettante caratteristiche della relazione matrimoniale. Tre componenti complementari e imprescindibili in ogni rapporto sponsale. Queste tre componenti sono: Impegno, intimità e passione. Come potete constatare nulla di nuovo. Sono le tre componenti dell’amore che troviamo anche nelle Sacre Scritture. L’Eros, l’Agape e la Philia.

Perchè è importante riprodurre graficamente questo triangolo e colocare il punto dove si trova la nostra relazione? Perchè è un modo molto semplice e immediato per capire lo stato di salute del nostro matrimonio.

Facciamo qualche esempio. Se collochiamo la nostra relazione nel vertice della passione siamo a livello di trombamici (per capirci). C’è solo attrazione fisica e sessuale. In un matrimonio è difficile che la nostra relazione sia collocata in quel punto, ma nel fidanzamento può accadere. In questo caso è bene riflettere sul fatto che forse stiamo perdendo tempo in una relazione senza futuro.

Se collochiamo invece la nostra relazione sul vertice dell’intimità e dell’amicizia, siamo come fratello e sorella. Ci vogliamo bene, dialoghiamo, ci conosciamo ma non ci desideriamo. Questo è un problema, perchè il corpo non è una componente di cui possiamo fare a meno. Se viviamo il nostro matrimonio in questo modo, non sarà mai un’unione completa e soprattutto feconda. Feconda nel senso più ampio del termine. Ci possono essere momenti in cui il nostro amore è così, ma devono essere delle fasi transitorie. Quando arriva un figlio può succedere. Poi però è bene riequilibrare oppure rischiamo che presto o tardi l’amore morirà o, nella migliore delle ipotesi, diventeremo come due persone che si fanno compagnia fino alla morte.

Se collochiamo infine la nostra relazione sul vertice dell’impegno diventa tutto pesante. Fare le cose perchè dobbiamo. Comportarci in un determinato modo perchè abbiamo promesso di farlo. Si ok la lealtà e la fedeltà sono delle ottime qualità e quindi sono qualcosa da perseverare. Perchè, però, privarci del piacere e della gioia dell’amore? Rischiamo davvero di venire schiacciati dal senso del dovere. Guardate che è possibile ritrovare la passione e l’intimità. Basta avere pazienza, parlare la tenerezza e metterci tutta la volontà.

Quindi ora disegnate il vostro triangolo e fate un gioco. Marito e moglie collocate dove secondo voi si trova la vostra relazione. Ognuno metta il suo puntino sul triangolo e poi parlatene, con sincerità e desiderio di migliorare le cose. Perchè nell’amore non basta uno di questi componenti, ma serve l’equilibrio dei tre. Solo così sarete felici e vivrete nella pienezza una relazione meravigliosa, nostante tutte le imperfezioni e fragilità che vi caratterizzano. Una relazione che profuma di eterno.

Antonio e Luisa

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Non per scartare ma per includere!

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Matteo 10, 37-39

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

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La fedeltà: una scelta che nasconde tanta ricchezza.

La fedeltà è ancora un valore? Il matrimonio, che è l’istituto giuridico oltre che un sacramento che più la rappresenta, è ancora qualcosa di importante e fondante la società e la nostra vita?

Alcuni sottovalutano il valore della fedeltà. Addirittura una senatrice del PD nel 2017 ha avanzato una proposta finalizzata ad abolire l’obbligo di fedeltà nel matrimonio civile. L’obbligo di fedeltà, secondo la senatrice Cantini, sarebbe il retaggio di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti tra coniugi. Sarebbe quindi un costrutto culturale e non un’esigenza del cuore umano.

Ho fatto un esperimento. Potete provare anche voi se volete. Ho cercato i sinonimi di fedeltà in google. Il risultato è stato molto interessante. Ne riporto alcuni: lealtà (s.f. inv.), dedizione (s.f. inv.), costanza (s.f. inv.), assiduità (s.f. inv.), tenacia (s.f. inv.), rispetto (s.f. inv.), deferenza (s.f. inv.), credibilità (s.f. inv.), corrispondenza (s.f. inv.). Pensateci! Ognuno di questi sostantivi ci può svelare una diversa prospettiva da cui guardare la fedeltà.

La lealtà ci riporta alla legge. Deriva infatti dal latino legalem, legale, secondo la legge. La persona leale è colei di cui ti puoi fidare, è una persona che antepone la promessa all’io. L’egoismo è una brutta bestia, ma la persona leale riesce a trarre forza e motivazione per opporvisi nella promessa matrimoniale. Così che il vincolo del matrimonio non è catena che imprigiona, ma corda di sicurezza, a cui attaccare il nostro moschettone, che impedisce di farci precipitare.

La dedizione è arrendersi all’amore. Deriva dal latino deditionem. E’ l’atto di darsi vinto. La dedizione è l’atteggiamento di chi è capace di arrendersi all’amore. E’ la qualità della persona che depone le armi, che si mette al servizio, che non pesa ciò che dà con ciò che riceve. La dedizione è l’unica sconfitta che permette di vincere.

La costanza, l’assiduità e la tenacia sono tutte qualità che ci ricordano che la fedeltà non è spontanea, non è naturale. Non viene facile. Costa fatica. Quando ci sposiamo promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della vita. Non tutta la vita. Non basta. Serve rafforzare il concetto. Ogni giorno la fedeltà implica un combattimento spirituale da affrontare e vincere. Ogni giorno.

Il rispetto e la deferenza richiamano il mistero. Queste due caratteristiche della fedeltà ci ricordano che l’altro è prezioso. Ci ricordano che ci ha donato la sua vita affinché noi potessimo prendercene cura e non usarla a nostro piacimento per poi gettarla quando non è più funzionale al nostro piacere. Spesso ci si lascia motivando la scelta con la mancanza di amore. Non ti amo più. Sarebbe più corretto dire: Non mi servi più. Non mi dai più quelle emozioni e sensazioni di prima. Questo non è amore. Non c’è fedeltà in questo atteggiamento, ma solo una relazione basata sul commercio e sul profitto. Anche deferenza è un termine molto interessante. Deriva dal latino de-ferre, portare giù. Potremmo azzardare di tradurlo con inginocchiarsi davanti al mistero del dono totale che riceviamo. Riconoscere nel matrimonio qualcosa di grande.

La credibilità e corrispondenza ci ricordano che la fedeltà non si dimostra solo a parole. Serve che la parola sia abbinata all’agire. Nel rito del matrimonio esistono due diversi momenti entrambi necessari e fondanti il rito e il sacramento. C’è la promessa di amare l’altro in modo totale e per sempre, ma non basta. Il sacramento si conclude ed è efficace solo con il primo rapporto fisico. La promessa del dono totale che si concretizza nell’unione dei corpi. Non basta quindi promettere di amare, ma serve che il nostro corpo diventi parola d’amore fedele. Che il nostro corpo sia mezzo per esprimere la tenerezza, la cura e il servizio dell’uno verso l’altra.

La fedeltà è un valore da cui possiamo prescindere quando ci avventuriamo in una relazione d’amore? A voi la risposta.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La castità (terza parte)

Dopo aver ascoltato le riflessioni di Pietro e Filomena e le nostre passiamo all’ultima coppia: Claudia e Roberto, che hanno impostato l’argomento da un punto di vista più psicologico.

La sessualità è l’energia più potente che abbiamo dentro ed è, per questo, la cartina al tornasole di tutti gli aspetti della nostra personalità. Essendo l’energia più potente, la Chiesa ha pensato bene di farci un regalo. Un regalo di libertà. Non è facile comprenderlo. Anche io Claudia ci sono arrivata dopo una serie di esperienze come i 10 comandamenti o i corsi ad Assisi, ma soprattutto dopo una serie di esperienze andate male. Ho capito che la Chiesa con la castità ci offre un modo per scegliersi nella libertà e non la schiavitù di legarsi.

La sessualità può essere usata per sfogarsi. Viene spesso usata, anche nel fidanzamento, come sfogo emotivo. Sei arrabbiato, frustrato, hai paura, sei teso e butti tutto nel sesso. Puoi usare la sessualità per coprire i problemi. Come anestetico. Qual è il problema? Il fidanzamento è un periodo di verifica, per comprendere se l’altro/a può essere quello giusto per costruire un matrimonio. E’ FONDAMENTALE che i problemi vengano alla luce e affrontati. Ogni anestetico, e il sesso è il più potente, può essere molto deleterio.

Attenzione però! La castità può essere una coperta per nascondere dei problemi personali e relazionali. Spesso capita che una persona abbia paura di entrare in intimità con un’altra. Fa fatica ad essere toccata dall’amato. La castità usata per coprire la frigidità. Invece è bene comprendere, e riguarda soprattutto le donne, che la mancanza di reattività di una donna attraverso il suo corpo è un problema. Va affrontato o sarà causa di grandi problemi e sofferenze poi nel matrimonio dove non ci sarà più la coperta della castità. La castità matrimoniale non sarà più astinenza, ma al contrario richiederà un abbandono completo anche nell’intimità fisica.

Infine la castità è l’opposto del possesso. E’ bene ricordarlo. Spesso una donna usa la sessualità per legare l’altro a sè. Crede che attraverso il sesso lui non se ne andrà. Poi naturalmente tutto ciò si rivela un’illusione. Se ci sono problemi, e il sesso spesso li copre, lui se ne andrà comunque. Dopo averla usata.

Il nostro rapporto con la sessualità è molto influenzato dalla nostra storia, dalla nostra famiglia di origine. Abbiamo avuto genitori freddi che non ci trasmettevano calore e tenerezza anche con gesti e carezze. Avremo difficoltà a vivere un’intimità con un’altra persona. Questo è solo un esempio. Quante ferite che ci portiamo dentro. Quindi, prima che nel rapporto con l’altro, dobbiamo aver chiaro che tutte queste ferite influenzano il rapporto che noi abbiamo con il nostro corpo e che, di conseguenza, influenza anche il rapporto intimo con l’amato.

E’ importante vivere la castità nella sua dimensione della libertà. Comprendere il rapporto che abbiamo anche con il nostro piacere. Con la nostra capacità di godere. Perchè nel fidanzamento, tutti quei gesti di piacere, diventano poi quelli che nel matrimonio possono salvare la relazione. La forza della sessualità incanalata in gesti di libertà, non di possesso, non di sfogo, non volti a legare a sè, ma gesti autentici di dono e di tenerezza può davvero fare la differenza dopo. Gesti come baci, carezze, abbracci. La castità come modo per imparare a guardarsi. Sguardo che diventa contemplazione, capace di godere della bellezza dell’altra persona. La castità come capacità di dialogo. Dialogo profondo dove veramente attraverso le parole si impara a raccontare il proprio cuore e quello che c’è dentro. Sintetizzando la castità permette di portare il rapporto ad un piano superiore. Tutto questo bagaglio ci ha permesso di superare i momenti peggiori di crisi dove la sola corporeità e passione sessuale non avrebbero potuto nulla per riavvicinarci, semplicemente perchè nella crisi la passione e l’istinto non ci sono. Non c’è desiderio di incontrare intimamente l’altro.

Quindi cari fidanzati non bruciate le tappe, non abbiate fretta. C’è una regola fondamentale nell’amore: l’intimità deve andare di pari passo con la responsabilità. Se non si rispetta questa verità accadono i casini. Magari non subito. All’inizio può sembrare anche bello ma poi nel matrimonio prima o poi arrivano. Nel rapporto fisico ci stiamo dicendo attraverso il corpo che ci apparteniamo completamente. Io sono completamente tuo. Io sono completamente tua. Nel fidanzamento diciamo una menzogna se viviamo l’intimità fisica. Ciò è vero solo nel matrimonio cristiano dove davanti a Dio, e con la sua Grazia, promettiamo di donarci ed accoglierci di un amore totale, indissolubile e fedele.

Antonio e Luisa

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Noi valiamo il sangue di Cristo.

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

Matteo 10, 27-32

Il Vangelo di questa domenica è bellissimo. Indigesto, perchè Gesù ci indica una via che non vorremmo percorrere, ma colmo di speranza, perchè Gesù ci dimostra una volta di più che ci ama e ci desidera immensamente, con tutto se stesso, tanto da dare tutto di sè per la nostra salvezza.

Gesù ci avverte. Abbiate paura non di coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma di ciò che può uccidere il vostro spirito e il vostro corpo. Cosa significa questo avvertimento? Semplicemente che ci possono essere persone che ci uccidono con le loro parole, con i loro gesti, con i loro atteggiamenti. Anche il nostro coniuge lo può fare. Quante volte noi sposi ci feriamo l’un l’altra. Quante volte le nostre parole diventano lame che penetrano la carne della persona che abbiamo promesso di amare e onorare ogni giorno della nostra vita. Quanta indifferenza, quanto orgoglio, quanta superbia, quanto egoismo.

Gesù ci sta dicendo che è vero che nostro marito o nostra moglie possono ucciderci nel corpo, ma l’importante non è questo. Noi lo sappiamo che l’altro/a è imperfetto, ha limiti e parti spigolose, lo sappiamo che può farci del male e sappiamo che lo farà. Lo ha già fatto tante volte. Non esiste la coppia perfetta dove non si sbaglia mai e ci si ama in modo completo e impeccabile. Sappiamo bene che la coppia perfetta non è quella che non sbaglia, ma quella che è capace di trasformare ogni errore in occasione di perdono e di resurrezione.

Gesù ci sta dicendo che non è pericoloso il male che ci possiamo fare l’un l’altra, ma il male subito diventa pericoloso quando penetra in profondità e il dolore, come un veleno, ci uccide dentro. E’ pericoloso quando lasciamo che il dolore ci cambi, non ci permetta più di essere noi stessi, di vivere in pienezza la nostra vita. Lasciamo che il dolore ci impedisca, insomma, di camminare verso una vita che sia sempre più autentica. Tantissime persone non riescono ad uscire da quel dolore che le uccide dentro.

Come fare? Gesù ci dà anche la soluzione. Nessuno potrà ucciderci nello spirito se il nostro spirito appartiene a Gesù. Se ci siamo sentiti guardati e amati da Gesù nessuno potrà mai farci sentire fuori posto o sbagliati, nessuno potrà distruggere la nostra autostima e consapevolezza di quanto valiamo. Nessuno, neanche nostro marito, neanche nostra moglie. Per questo è importante sposarsi non come mendicanti che cercano amore e considerazione, ma come re o regina che desiderano condividere e restituire l’amore che Dio ha per loro. Come re o regine che sanno di valere il sangue di Cristo.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Ora tocca alla famiglia!

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”

Ora tocca alla Famiglia!

Nel Vangelo molte sono le figure che ci somigliano poiché noi somigliamo loro, diverse sono le icone che ci indicano quanto Gesù sia innamorato del paradosso umano e quanto sia legato ad esso da ciò che pervade la sua persona: conoscere e vivere ciò che conosce e vive chi si ama. Il Signore è veramente sposo dell’amore umano, sposo che invita l’amico alle nozze così come invita ogni famiglia ad essere partecipe dell’amore che egli ha, della misericordia con cui egli vuole curare e delle cecità da sanare: “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore .Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.  Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato“”. Lc  4,18-21

Ecco l’invito alle nozze e ogni coppia può essere quel rotolo, quell’annuncio che grida ad altre famiglie, ad altre coppie: “Oggi si è compiuto ciò che tu speravi, oggi puoi ricominciare a credere in lui, a credere in lei!”

Spesso sentiamo iniziare le letture evangeliche della Messa con questa introduzione: “In quel tempo”. Tale semitismo non indica tanto lo spazio temporale, quanto la sostanza, cioè che ciò di cui si narra è accaduto.

In Lc 7,36 accade che un fariseo invita Gesù a pranzo, un pranzo conviviale, in cui si rende onore all’ospite e alla cultura dell’accogliere, un pasto che ha in sé una sua liturgia domestica di cui l’ospite è il celebrante e il celebrato. Ad un tratto, mentre tutti sono seduti, anzi distesi, intorno al tavolo delle portate, entra in scena una donna, epitetata, dalle fonti a cui attinge Luca, in modo raccapricciante.

La donna non era una prostituta, ma secondo la versione originale del Vangelo, lei era il peccato della città. E’ tremendo essere considerati il peccato di qualcuno, cioè il suo peggiore errore, fallimento, sciagura. Questo può avvenire in ogni relazione tanto stretta quanto spinosa, quando non ci si rende conto che chiedere perdono per avere indotto l’altro al male e per aver creato le condizioni del peccato  è veramente la base di un amore che crede nel valore della persona. Come ci sono legami più forti del sangue, così ci sono realtà più forti del peccato e questa donna, nell’oggi dell’eternità, ci fa da maestra.

Come si comporta? Porta con sé un vaso di unguento, si mette dietro, presso i piedi del Signore, scoppia in pianto, bagna con le sue lacrime i piedi del Signore e inizia ad asciugarli con i suoi capelli, li bacia e li unge.

Scoppia in pianto! Dal successivo dialogo tra Gesù e il fariseo si comprende una parte rituale dell’accoglienza, cioè dare all’ospite un catino per lavare i piedi, mentre a metà del pasto i servi passavano per dare emollienti ai piedi degli ospiti con unguenti, in modo non solo da pulirli ma anche da idratarli, visto che la base dei profumi era l’olio e non l’alcool. La  narrazione del dialogo vede Gesù che lamenta la mancanza di questi gesti e attenzioni da parte del fariseo che lo aveva invitato e, dunque, se ne può desumere cosa avesse visto quella donna: due piedi non lavati. Lei scoppia in pianto, il testo greco usa il verbo brecho che indica l’irrompere di una pioggia, il frastuono di un temporale che diluvia: bellissimo!

La pioggia di lacrime viene dal vedere che il Signore, il maestro, colui di cui aveva sentito parlare, era sporco, nessuno l’aveva lavato, era diventato per lei uno specchio, anche lei si sentiva sporca e senza nessuno che si sporcasse per lavarla: è proprio così, per purificare bisogna accettare di sporcarsi le mani e per quella donna nessuno aveva deciso che sporcarsi le mani con lei ne valesse veramente la pena, ma Gesù sì ! Lei scoppia in pianto. Quel pianto è forte, lava il peccato e il senso di colpa, perché trova qualcuno che comunica questa notizia: tu puoi amare ancora, il male che hai fatto non ti rende inutile, quello che dicono di te, che sei il male, è falso, perché sei un bene e io mi faccio lavare i piedi da te!

Inizia ad asciugargli i piedi con i suoi capelli!

I capelli sono tutto per una donna, sono la sua femminilità, la sua bellezza, la sua capacità di indurre a guardare la sua bellezza per poter essere amata per quello che è, ma i capelli possono diventare anche avvenenza violenta, seduzione provocante. I capelli possono significare ciò che una donna sceglie di essere!

Nel Cantico dei Cantici, o anche secondo una traduzione del semitismo il Cantico più bello, i capelli della donna vengono detti belli poiché scendono come un gregge scende e, quindi, avvolge i monti donando alle alture del Gaalad un colore e una sfumatura, essendo ornamento che si fa sostanza.

I capelli di quella donna scendono sui piedi del Signore, li adornano compiendo un atto sponsale: Mio è Gaalad (cf. sal 108). La donna prende su di sé i piedi di Gesù, li accoglie con i suoi capelli, pronuncia un consenso verso il Signore e accoglie Colui che si lascia amare da lei.

Il fariseo è capace di dire tra sé “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”. Dice questo perché crede di conoscere quella donna, Gesù invece che non la conosce, ma sa che nessuno può essere definito un male, lascia che la persona si faccia conoscere e compie l’ennesimo “sì ” sponsale verso l’umanità:

“Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo . 47 Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”. 48 Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”. 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”. 50 Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.

Ma egli disse! Ora tocca alla famiglia dire ad altre famiglie, tocca alla coppia compiere l’annuncio che salva: “Tu non sei il Peccato della tua vita, Ti sono perdonati i tuoi peccati, la tua fede ti ha salvato, va in pace”!

Padre Andrea Valori

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Preghiera semplice degli sposi (seconda parte)

Ecco la seconda parte della preghiera (qui la prima)

Dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. In noi non c’è disperazione. Tante volte c’è però scoraggiamento e un po’ di tristezza. Aiutaci ad essere sostegno l’uno per l’altra. Con le parole, certo. Ancor di più con la nostra presenza. Quando il nostro amato o la nostra amata non sente la presenza e la vicinanza di Gesù, che possa scorgerla in noi, nella nostra fede, nel nostro sguardo e nella nostra vicinanza.

Dove è tristezza, ch’io porti la gioia. Signore fai che la nostra presenza sia calore e luce l’uno per l’altra. Quando l’altro/a non riesce a sorridere, fai che noi gli/le regaliamo il nostro sorriso. Quando l’altro/a non riesce ad essere tenero/a, per la pesantezza e le preoccupazioni che si porta dentro, fai che noi possiamo essere ancora più teneri verso di lui/lei, anche se lui/lei non riesce a darci nulla in quel momento.

Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce. Signore, con la Tua Grazia e con il Tuo amore, aiutaci ad essere testimoni nel mondo di un amore fedele e senza riserve. In un mondo sempre più scoraggiato e cinico, dove le persone sono sempre meno capaci di credere al per sempre, aiutaci ad essere una piccola luce, immagine del Tuo grande fuoco d’amore.

Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto: Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Gesù nostro, con il tuo esempio sulla croce ci hai mostrato come amarci. Hai compreso i tuoi persecutori chiedendo a Dio di perdonarli, anche se loro non hanno voluto comprenderti. Lì sulla croce hai ancora pensato agli altri prima che a te. Hai affidato Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. Sempre uno sguardo verso chi ti sta vicino. Aiutaci ad avere lo stesso atteggiamento tra di noi.

Poichè: Se è: Dando, che si riceve: Perdonando che si è perdonati; Aiutaci a non seguire il nostro egoismo. Aiutaci a comprendere che la vera felicità non è qualcosa che possiamo trovare concentrandoci su di noi, che non possiamo trovare cercando nell’altro/a di colmare quelle carenze affettive e sessuali che ci mancano. Così non saremo mai felici perchè l’altro/a non potrà mai darci tutto quello di cui abbiamo bisogno. Solo donandoci possiamo fare esperienza di un amore autentico, solo nel dono riusciremo ad aprire il nostro cuore a Te che sei vera gioia e senso di tutto.

Morendo che si risuscita a Vita Eterna. Solo morendo a noi stessi, al nostro egoismo, al nostro modo di pensare e vedere le cose, possiamo davvero fare esperienza di un amore tra di noi che sia già un anticipo di eternità e possiamo prepararci all’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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Preghiera semplice degli sposi (prima parte)

C’è una preghiera che mi piace tantissimo. Un po’ perchè scritta da San Francesco (in realtà sembra solo attribuita erroneamente al santo. Trattasi in realtà di una preghiera scritta nel ‘900), un po’ perchè si chiama semplice, un po’ perchè è proprio bella. Tocca i punti giusti. Offre la prospettiva autentica dell’amore che non è altro che prendersi cura dell’altro cambiando se stessi. E’ la legge universale dell’amore tanto che è citata anche da un uomo che cristiano non è: Se vuoi cambiare il mondocomincia con il migliorare te stesso” (Gandhi).

E’ bello cercare di incarnare la preghiera semplice di San Francesco anche nella coppia di sposi, tra me e la mia sposa,  tra voi che leggete. Analizziamo la preghiera insieme e approfondiamo la bellezza del suo testo

Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Posso essere felice non cercando il mio benessere facendo di mio marito o di mia moglie lo strumento che deve rendermi felice. No! Signore fa di me la persona che attraverso il dono di sè può aiutare l’altro/a a sentirsi amato/a e a realizzare il Tuo progetto su di lui/lei

Dove è odio, fa ch’io porti amore. L’odio fortunatamente non c’è tra noi. C’è però incomprensione. Quante volte non ci capiamo, quante volte, anche involontariamente ci facciamo del male. Dacci signore la sensibilità per comprendere il cuore della mia sposa, del mio sposo, affinchè l’incomprensione non ci allontani ma sia occasione per imparare, proprio dai nostri errori, a conoscerci meglio per amarci sempre meglio.

Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Succede di essere feriti. Signore fa che le nostre ferite non siano motivo di rabbia e di rancore. Aiutaci a sanarle alla luce del Tuo Amore e a consentire che attraverso il male ricevuto noi possiamo restituire il bene più grande: aiutaci ad amarci con il Tuo amore misericordioso e incondizionato.

Dove è discordia, ch’io porti la fede. Quante volte anteponiamo le nostre ragioni all’amore. Signore aiutaci a comprendere che aver ragione non serve se poi ciò porta disordine e distrugge la pace tra noi. Aiutaci a guardare a Te, al Tuo amore, e aiutaci ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio rispetto alle nostre limitate ragioni.

Dove è l’errore, ch’io porti la Verità. Signore Gesù sbagliamo tante volte. Aiutaci a comprendere quali sono i nostri errori dell’uno verso l’altra. Aiutaci anche a farci strumento l’uno per l’altra. Che ognuno sia per l’altro/a uno sguardo che lo aiuti a correggere i suoi errori. Uno sguardo che sia sempre di misericordia, mai giudicante.

Antonio e Luisa

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Il Corpus Domini. Lo Sposo ama così tanto da farsi mangiare.

Oggi è la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Arriva subito dopo quella in cui si ricorda la Trinità. Domenica scorsa abbiamo ricordato Dio amore, Dio tre persone, ma un’unica sostanza, un unico amore. Dio come relazione intima e perfetta tra tre persone. Dio che non potrebbe essere che così. Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Dopo aver approfondito tutto questo, oggi ricordiamo che una di quelle Persone si è incarnata, che Dio si è fatto uomo. Non solo 2000 anni fa, ma si rende presente anche oggi in ogni consacrazione. Nell’ostia e nel vino consacrati c’è la reale presenza di Cristo. Cristo che si fa carne. Cristo ci ha amato così tanto da scegliere questa modalità particolare per rendersi presente. Gesù desidera così tanto essere uno con noi che ha scelto di farsi mangiare.

Fedeli di altre religioni non comprendono tutto questo. Ci deridono e forse ci biasimano. Per loro è inconcepibile un Dio così, che si fa piccolo, che si fa carne, che muore per noi e che addirittura si lascia mangiare. Noi abbiamo la grazia di averlo incontrato. Crediamo che tutto questo sia possibile perchè ci siamo sentiti amati e desiderati da Lui. Abbiamo incontrato un Dio che non ci ha imposto la sua signoria. Gesù è mio Signore perchè desidero con tutto il cuore che lo sia. Mi ha conquistato con il suo amore. Mi ha conquistato dando tutto per me. Mi ha conquistato quando non ha mai smesso di aspettarmi, anche quando io rivolgevo lo sguardo ad altro. Lui è il mio Signore perchè gli ho donato il mio cuore dopo che lui mi ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio.

Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata. Anche me e anche voi che leggete. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così dobbiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo.

Non ci dicono questo? Beato quello sposo (quella sposa) che riesce a vivere questo amore, con questa attenzione, questa dedizione e questa cura verso l’altro. Chi riesce è una persona che ha capito cosa davvero conta nella vita, ha capito cosa sia il matrimonio e si sta preparando al meglio ad incontrare quel Gesù che non desidera altro che accoglierlo in un abbraccio nuziale che durerà per sempre.

Matrimonio ed Eucarestia sono due realtà imprescindibili una dall’altra. Almeno per noi cattolici. Sono sacramenti dell’alleanza. Attingendo all’Eucarestia, all’alleanza d’amore tra Gesù e noi, possiamo trovare forza, vita e amore per realizzare al meglio la nostra relazione sponsale. Guardando a come noi sposi ci amiamo (o dovremmo amarci), all’alleanza nuziale  tra un uomo e una donna, il mondo può capire qualcosa di più del mistero dell’Eucarestia. La festa del Corpus Domini è, in fin dei conti, un anniversario di nozze.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (3 parte)

Abbiamo terminato il precedente articolo sul più bello. (Cliccate qui per leggere le prime due parti 1 2) Se l’altro non capisce che c’è un problema? Se non vuole fare nulla per arginare la famiglia di origine? E’ sicuramente un comportamento che genera una ferita nella coppia e nel coniuge che si vede non sostenuto. A volte si sente addirittura amato meno dei suoceri. C’è davvero una sensazione di tradimento. Essere messi dopo quando dovremmo essere al centro dell’amore del nostro sposo o della nostra sposa ci fa stare male.

L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. E’ importante, quindi, da un lato spronare l’altro/a, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi e se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Cosa fare allora? C’è la via più difficile ma l’unica che può dare risultati. Corteggiare l’altro/a. Amarlo ancora di più. La modalità di Dio. Chi è lontano o è schiavo lo ama ancora di più per liberarlo e riattirarlo a sè. Corteggiare anche la famiglia di origine in alcuni casi può essere risolutivo. Non significa adulare ed essere ipocriti, ma deporre le armi. Mostrare di avere una predisposizione positiva e non competitiva. Di non essere un pericolo per il loro “bambino” o per la loro “bambina”

Lo sappiamo è una strada difficile e piena di incognite, dove serve pazienza ed equilibrio. Se avete questo problema ricordate però che avete scelto voi di sposare vostro marito o vostra moglie. Avete preso tutto di lui/lei. Avete preso il pacchetto completo e ora non potete lamentarvi che non è quello che volevate. Non serve. E’ ora di rimboccarsi le maniche e amare più che potete l’altro/a. Per portare in salvo il vostro matrimonio, per liberare lui/lei dalla sua schiavitù e per sanare le vostre ferite. Chiedete la forza a Gesù. Nel sacramento c’è tutta la Grazia necessaria per farcela.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (2 parte)

Riprendiamo il discorso da dove l’abbiamo lasciato (qui la prima parte). Come mettere argine alla famiglia di origine quando questa rischia di rovinare la relazione della coppia di sposi. Partiamo con una domanda. E’ necessario mettere una distanza anche fisica tra noi e i nostri genitori oppure basta una distanza emotiva e psicologica? Non è necessario sempre allontanarsi anche geograficamente. All’inizio del matrimonio forse è però indicato. Anche quando la famiglia di origine non è invadente. E’ importante trovare e custodire il noi della coppia. Fare in autonomia le scelte. Scoprirsi un qualcosa di diverso dai nostri genitori. Si lo sappiamo ma spesso non lo abbiamo coscientizzato in noi stessi.

Prendere consapevolezza che siamo altro è un passaggio fondamentale. Magari le nostre famiglie di origine possono anche soffrire della nostra scelta, quando decidiamo di metterle un po’ da parte, ma è necessario. Se affrontiamo questo passaggio poi possiamo tranquillamente vivere vicino ai suoceri perchè ci sarà una consapevolezza diversa e i ruoli saranno chiari.

E’ fondamentale capire che non sono loro che devono staccarsi da noi, che sono invadenti, ma siamo noi figli che dobbiamo staccarci da loro. Abbiamo in mano la nostra vita e se noi non vogliamo, i nostri genitori non possono andare oltre ciò che noi consentiamo loro di fare.

Come agire in concreto? Vi diamo alcune regole. Sono proposte da Claudia e Roberto:

  1. Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.
  2. Tra i due sposi è fondamentale ci sia accordo. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.
  3. I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. E’ importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Tutti questi accorgimenti sembrano quasi cattivi verso chi ci ha generato e cresciuto. In realtà mettere paletti è indispensabile per noi, per la nostra coppia e anche per loro. Solo nella libertà si può amare in modo sano. Non nella dipendenza. Mettere un confine tra noi e loro significa custodire la nostra coppia e anche loro dai nostri pesi che magari fanno fatica a sopportare. Se si crea questo tipo di rapporto poi ci sarà anche la serenità e la tranquillità necessarie per prenderci cura di loro quando saranno anziani e avranno bisogno di un sostegno.

Ok tutto chiaro e facile se entrambi gli sposi sono d’accordo. Se mia moglie non capisce? Se mio marito non ci sente? Risponderemo con il prossimo articolo.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (1 parte)

In questo periodo Luisa ed io, con gli amici di Sposi&Spose di Cristo e Amati per Amare, stiamo organizzando delle dirette facebook su vari argomenti inerenti il rapporto di coppia e la famiglia in genere. Ne sta uscendo qualcosa di bello e soprattutto di molto utile. Tante persone ci hanno scritto per approfondire i diversi temi delle serate o semplicemente ringraziare. Per questo abbiamo deciso di mettere nero su bianco i punti principali scaturiti durante le dirette.

In questo articolo ci occupiamo di famiglia d’origine. Grazia o tormento? Croce o delizia? E’ davvero così. La famiglia di origine può essere quel quid in più che sostiene la coppia e la nuova famiglia che si è formata, oppure può essere un fattore disgregante e distruttivo. Oggi parliamo dei problemi causati dalla famiglia di origine senza dimenticare però che spesso i suoceri sono una risorsa e persone meravigliose.

In genesi troviamo scritto  Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2, 24) Dio ci chiama all’autonomia. Per formare davvero una nuova famiglia abbiamo bisogno di abbandonare padre e madre. Come a dire che per unirci davvero tra di noi sposi dobbiamo tagliare il cordone con i nostri genitori. Non significa che non ci saremo più per loro. L’amore resta e forse sarà anche più forte data la lontananza. Però muta. Dobbiamo però essere capaci di metterlo al posto giusto. Non è corretto infatti dire che ameremo di più nostra moglie o nostro marito rispetto a loro, ma che la relazione sponsale viene prima di tutte le altre relazioni. Fare classifiche dell’amore significa già entrare in competizione, invece è importante comprendere che i due rapporti sono su piani differenti. Non in competizione.

Solo così, rendendosi indipendenti, gli sposi potranno davvero onorare i genitori, non come membra ancora dipendenti da essi affettivamente e psicologicamente, ma come uomini e donne liberi e maturi che proprio perchè emotivamente autonomi possono relazionarsi e prendersi cura nel modo giusto di loro.

Cosa fare quindi quando i genitori di uno dei due sposi o di entrambi non vogliono o non sono in grado di stare al loro posto? Diciamo subito che è fondamentale intervenire. Purtroppo tante separazioni sono causate spesso da problemi irrisolti con le famiglie di origine. Claudia (Amati per Amare) dice che serve un processo di desatelizzazione. Processo che inizia già nell’adolescenza ma che è fondamentale mettere in atto quando ci si sposa. Significa smettere di orbitare intorno alla famiglia di origine e avere la forza di staccarsi e di trovare una nuova orbita. Diversa e indipendente. Quando ci si sposa il centro dell’orbita diventa la nuova famiglia. E’ il noi della coppia.

Ci sono due dimensioni da prendere in esame. La dimensione interpesonale. Come coppia come ci poniamo con le famiglie di origine? Poi c’è la dimensione intrapsichica cioè quanto tendiamo a replicare comportamenti e dinamiche della nostra famiglia di origine in quella nuova. Anche comportamenti magari negativi e sbagliati. Nei litigi tra noi coppia spesso non c’è solo il nostro coniuge ma c’è anche la presenza ingombrante di nostro padre o nostra madre. Ci portiamo la nostra storia. Ci portiamo i nostri legami emotivi irrisolti. Litighiamo con lui/lei ma stiamo litigando anche con nostro padre o nostra madre.

Nel prossimo articolo approfondiremo la prima dimensione. Cosa fare quando la famiglia di origine rischia di essere invadente e di creare tensioni che con il tempo possono dividerci? Seguiteci e lo scoprirete.

Antonio e Luisa

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La Trinità? Come due sposi che si amano.

Questa domenica si festeggia la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua. Si festeggia la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente all’altro/a in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

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Commento al Vangelo di fra Andrea Valori

Il piacere è nell’unione

Ciao Antonio e Luisa. Vorrei restare anonima. Una domanda molto personale. Mio marito mi chiede, durante il sesso, di fare cose che non mi piacciono e non penso siano sane. Il sesso anale è una di queste. Lui dice che io sono bigotta e che tutti fanno queste cose. Cosa posso fare?

Carissima c’è sicuramente un problema. Se tuo marito nell’intimità non trae soddisfazione dall’unirsi a te, ma da pratiche sempre più spregiudicate e, consentimi, deviate, c’è un problema. Non sei bigotta. Neanche io voglio fare il bigotto, quello che giudica i comportamenti sessuali delle persone, solo perchè si discostano da quello che prescrivono i manuali di morale. Non credo neanche che i manuali in questione trattino così nello specifico questi argomenti. Almeno io non ne sono a conoscenza. C’è però una domanda fondamentale che ogni coppia si deve porre. Lo deve fare per la propria felicità e realizzazione.

Abbiamo desiderio di unirci all’altro/a, di vivere un’esperienza meravigliosa attraverso il corpo che ci faccia sperimentare fusione e comunione , oppure cerchiamo altro? Cerchiamo di mettere in pratica delle fantasie che abbiamo nella nostra testa, fantasie generate e nutrite da tutta la “cultura” pornografica che ci circonda e che spesso cambia e influenza in modo radicale la nostra idea di sessualità e di sesso? Detto in altre parole: l’unione intima con l’altro/a è il fine oppure un mezzo attraverso cui possiamo dare concretezza a quanto abbiamo visto fare da altri? Detto ancora in modo più chiaro: vogliamo amare o usare l’altro/a?

Dopo tutta questa premessa permettimi di arrivare ad una ovvia conclusione. Chi cerca di usare l’altro/a per ricercare il piacere solo nell’atto sessuale, non ne sarà mai pienamente soddisfatto e cercherà di andare sempre un po’ più oltre per sperimentare nuove modalità. Anche nei matrimoni, lo so per certo, è sempre più presente il sesso anale, perfino, in certi casi, lo scambio di coppia, oppure altro ancora. Non trovando una soddisfazione che può venire solo da un rapporto vissuto per unirsi in una comunione profonda all’altro/a, si cercherà di andare sempre un po’ oltre, illudendosi di avvicinarsi a un piacere da cui ci si sta invece allontanando. Non di rado questo modo di vivere la sessualità porterà la coppia nel tempo all’astinenza e al deserto sessuale. Spesso a lasciarsi. Perchè si rimane delusi e, solitamente, ci si accusa a vicenda.

Faccio un esempio. La nostra amica Luisa è ginecologa. Molto spesso ci rivolgiamo a lei per chiedere consigli ed aiuto quando non sappiamo bene cosa rispondere a certe domande. Lei ci ha confidato che sono sempre di più le donne che durante le visite si lamentano del marito o del compagno. Una lamentava l’insistenza del marito ad avere un rapporto anale con lei. Siate sinceri/e: secondo voi lui voleva unirsi a lei oppure usarla per mettere in pratica fantasie pornografiche? Io non credo ci siano dubbi.

Quindi tornando alla tua domanda ti rispondo chiaramente. Abbi la forza e il coraggio di dire no. Lo devi fare per te, per lui e per la vostra relazione. Parla con lui, iniziate un vero percorso insieme di recupero, che vi porti a vivere il rapporto per quello che è: la modalità più bella e più concreta che abbiamo noi sposi per esprimere attraverso il corpo l’unità dei nostri cuori. Riappropriatevi di una sessualità sana dove il piacere non viene da pratiche sempre più spregiudicate (piacere effimero, che dura molto poco e che non soddisfa mai fino in fondo, se e quando c’è) ma dal vostro amore che viene nutrito in una relazione fatta di tenerezza, cura e dono reciproco. Non c’è nulla di più bello che vivere un rapporto intimo che si consuma (si porta a compimento) nell’abbraccio dei corpi e nello sguardo reciproco che arriva dritto al cuore dell’altro/a. Questo è il vero piacere, molto più grande di un orgasmo provocato da una fantasia, che non unisce ma che rende sempre più soli e distanti.

Antonio e Luisa

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