La famiglia come rifugio di montagna

Sono una siciliana atipica, perché odio il caldo, il mare mi distrugge e le mie vacanze rigeneranti sono in montagna. In questi giorni regalati in Valtellina, non solo mi sto godendo il fresco, il profumo intenso di alberi e prati, ma anche l’intimità e il calore di famiglie con cui camminare insieme verso il GUSTO DELL’AMORE.

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A fare da collante Don Roberto Secchi, un sacerdote giovane e simpatico, che nella mia fantasia immaginavo grasso, pelato, vecchio e noioso, responsabile della Pastorale Familiare per la diocesi di Como. Prima di cominciare i nostri interventi come relatori, il Don (…lo chiamiamo tutti così) fa il masterchef della Bibbia, guidandoci sul significato dei cibi e dei banchetti nella Parola. Quando parla sentenzia. Il don non si rende conto di quanto è bravo e capace, e di quanta passione e intensità mette in ogni suo intervento. E comincia così. Quanto la mia famiglia è tavola imbandita per le persone che mi circondano e che incontro. Con quale cura e attenzione preparo la tavola per i miei figli, per mio marito. E non si tratta solo della tavola materiale, dei cibi cucinati, ma di ingredienti come l’accoglienza, lo spazio e il calore emotivo per ciascuno. L’altra pomeriggio ho sbottato con mio figlio grande lamentandomi che mentre gli altri bambini delle altre famiglie collaboravano al laboratorio, i miei figli si facevano beatamente gli affari loro. Lui mi guarda e affonda il colpo: “mamma il mondo non è perfetto come lo vuoi tu!”. Figlio 1 madre 0. Quanto spesso le mie aspettative, i miei schemi, il mio bisogno di controllare, diventano gli ingredienti principali della relazione con la mia famiglia, di quel banchetto che diventa solo una rigida porta stretta. Ma non è la porta stretta che porta al paradiso. È la strettoia che chiude la relazione con l’altro quando non è come voglio io. Che spazio do alla personalità di cui ogni figlio, ogni membro della mia famiglia è portatore, e che lo può portare a dire si o dire no a cose che per me magari sono importanti e per loro secondarie. Fosse anche il loro rapporto con Dio, su cui ho aspettative altissime, che loro però hanno il diritto di scoprire, digerire e scegliere, in un incontro personale che possono avere in base alla loro età, e a partire dalla loro libertà e dal modello che io gli offro. Che tavola imbandisco per la mia famiglia. Per i miei genitori. I miei suoceri. Le mie cognate. I miei nipoti. Gli occhi del don brillano quando predica e ci parla dritto al cuore. Possano le vostre famiglie essere come rifugi di montagna, che sono luoghi di passaggio, di ristoro, tra un’impervia salita e una discesa. Possa la mia e la tua famiglia avere sempre un posto vuoto a tavola, apparecchiato per chiunque ha bisogno di conforto, appoggio, sostegno, consiglio. Famiglie aperte che camminano insieme, il cui cibo in sovrabbondanza non è solo per me, ma posso condividerlo con chi mi è prossimo.

Claudia e Roberto Reis

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Il matrimonio è riscegliersi sempre!

Perché il matrimonio è superiore a qualsiasi altro tipo di relazione? Oggi non voglio parlare di sacramento. Voglio limitarmi ad un piano strettamente umano e naturale. Un discorso che credo vada bene per tutti. Nel matrimonio c’è una promessa solenne. Nel matrimonio si promette un amore fedele e indissolubile. Almeno questo è il significato per chi prende con la giusta serietà e consapevolezza ciò che sta promettendo. Non si promette di amare fino a quando tutto fila liscio, si promette di farlo sempre. Una promessa che cambierà tutto. Nulla sarà più come prima. Come si fa a promettere di amare sempre? E se l’amore passa? L’amore non passa mai. Può passare il sentimento, può passare la passione, può passare l’innamoramento, può passare l’intesa, ma l’amore non passa mai. Semplicemente perché l’amore è prevalentemente un atto di volontà. L’amore è mettere il bene dell’altro al centro dei miei pensieri e delle mie azioni. Serve il sentimento per questo? No! Certo è meglio che ci sia, ma non è indispensabile. Cosa significa concretamente? Che nella coppia ci sono periodi di aridità, di difficoltà, di lontananza, di incomprensione, di conflitto. Insomma periodi in cui amare l’altro/a non è semplice, costa fatica e grande forza di volontà. E’ questa promessa che rende il matrimonio l’unica relazione di coppia dove si può intravedere l’amore vero, quello cristiano. Significa alzarsi la mattina e riscegliere la persona che abbiamo accanto, questo quando ci appare come la più meravigliosa, ma anche quando ci urta la sua presenza. Significa risceglierla quando mostra la sua parte peggiore, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Significa risceglierla quando c’è passione, ma anche quando c’è il deserto. Metterla sempre al centro e agire per il suo bene. Può sembrare una richiesta ingiusta e forzata, ma forse perché la vedete solo dalla parte di chi deve fare la fatica di amare. Invece guardatela dall’altra parte. Dalla parte della persona che viene messa al centro sempre, anche quando non se lo merita, anche quando l’altro fa fatica. E’ liberante. Essere amati sempre e comunque. L’innamoramento e la passione vanno e vengono, hanno alti e bassi durante tutta la vita matrimoniale insieme, ma se l’amore resta sempre e comunque, tutto il resto non preoccupa perché si recupera. Diceva un sacerdote: Se vostro marito o vostra moglie vi dice che non vi ama più significa che non vi ha mai davvero amato. Credo sia proprio così.

Antonio e Luisa

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L’amore non è una regola ma sete di pienezza.

Mosè parlo al popolo dicendo: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; ti convertitirai al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te.
Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.”

Oggi mi ha colpito molto la prima lettura. E’ un testo tratto dal Deuteronomio. Mosè sta dicendo ciò che è determinante per la nostra vita. La Legge non è qualcosa di calato dall’alto. La Legge l’abbiamo scritta dentro, nel cuore. Anche nel matrimonio è così. Non è una questione di morale o di regole ammuffite che non sono più al passo con i tempi. Pensare questo è un’illusione che ci porterà sempre fuori strada e a vivere una vita che non è pienamente vissuta. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di una relazione che duri per sempre e che ci chieda di dare tutto. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di essere amati senza condizioni, solo per quello che siamo, senza l’obbligo di dimostrare nulla. Noi abbiamo nel cuore un desiderio di un amore che sia radicale e fedele. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di poterci aprire completamente ad un’altra persona, di mostrarci con tutte le nostre fragilità e debolezze senza per questo temere il giudizio. Abbiamo nel cuore il desiderio di non dover essere sempre perfetti e di poter anche sbagliare trovando nell’altro/a uno sguardo che vada oltre quell’errore e continui a vederci belli/e. Vi rimane il desiderio e la nostalgia di un amore così se non l’avete e provate gratitudine se, invece, l’avete. La Legge di Dio è questa. Essenzialmente questa. E’ ciò che serve per vivere una relazione che sia piena. Una relazione che mostri in filigrana la relazione d’amore che unisce le Persone della Santa Trinità. La Legge è Dio che ci insegna come lui ama affinché noi possiamo avere una guida per provarci a nostra volta. La Legge di Dio non è stata data per la prima volta a Mosè durante l’Esodo. La Legge di Dio è dentro di noi ed esiste da quando esiste l’uomo. E’ l’amore di Dio che si fa Padre e ci educa ad essere degli uomini e delle donne con una vita autentica e piena. Quante volte avrei fatto diversamente, avrei seguito strade diverse. Fortunatamente ho ascoltato Dio e non ho fatto di testa mia. Il mio matrimonio è felice grazie a Dio e nonostante me.

Antonio e Luisa

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In amore non è importante essere spontanei ma autentici.

Spesso quando affronto il tema della corte continua mi viene mossa un’obiezione. Mi capita di scrivere che un gesto d’amore rivolto alla mia sposa non debba per forza piacermi. Alcuni mi rispondono che, se l’intenzione di compiere un determinato gesto non nasce spontaneamente, è falso. Siete davvero convinti di questo? Tutto ciò che è spontaneo è buono? Tutto ciò che non lo è invece no? Una donna si immagina l’uomo spontaneo come l’uomo perfetto. Quello a cui non deve chiedere mai nulla perchè attraverso l’amore lui capisce e anticipa ogni suo pensiero e desiderio. E oltretutto trae anche piacere dall’assecondare quel desiderio. Mi spiace care donne, ma quello non è un uomo spontaneo, quello è un clone fatto a vostra immagine e somiglianza. Se l’uomo fosse davvero spontaneo forse non vi piacerebbe così tanto. Perchè terrebbe atteggiamenti lontani dalla vostra sensibilità. In amore bisogna essere autentici, non per forza spontanei. Autentici cosa significa? Semplicemente esprimere attraverso il corpo ciò che si ha nel cuore. Se ho nel cuore l’amore per la mia sposa il mio corpo deve esprimerlo. Altrimenti resta lettera morta. Come? Nel modo che piace a lei. Essere autentici a volte non è per nulla spontaneo. Spesso non è spontaneo. Perché siamo diversi, molto diversi. Faccio un esempio concreto. La mia sposa si sente amata quando è incoraggiata. Parla il linguaggio delle parole di incoraggiamento per chi conosce il libro I cinque linguaggi dell’amore. Lei ci tiene tantissimo ad essere elogiata quando cucina bene. Io lo so. Ancora oggi dopo 17 anni faccio fatica a ricordarmi di dirle quanto è brava e quanto è buono ciò che ha cucinato. E’ davvero buono, ma non ci penso. Me lo impongo. Non è spontaneo per nulla. A me non interesserebbe e per questo non ci penso. So che, però, lei ci tiene, la amo e se voglio dimostrarle il mio amore devo farlo. E’ per questo un gesto falso? Secondo me no. E’ un gesto lontano dal mio modo di sentire, ma l’importante è che tocchi la sua di sensibilità, non la mia. Così per tanti altri gesti e atteggiamenti. Anche fare l’amore può essere a volte non spontaneo. Non per questo non è un gesto di autentico amore. Ci sono periodi di calo di desiderio dovuti a tantissimi motivi. Resta comunque un gesto autentico se vissuto per rendere felice l’altro. Mi è successo alcune volte di capire che la mia sposa stava facendo fatica a donarsi. Sia bene inteso senza nessuna costrizione o ricatto morale. Un gesto d’amore gratuito. I primi anni di matrimonio ci restavo male. Oggi non più anzi apprezzo molto la sua volontà di mettermi al centro del suo amore anche se le costa un po’ di fatica.

Antonio e Luisa

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La coppia perfetta è fatta da due imperfezioni.

Emis Killa , un rapper italiano abbastanza conosciuto, in uno dei suoi brani più famosi Parole di ghiaccio scrive: non esiste coppia perfetta perchè nessuno è perfetto da solo. Non sono d’accordo. E’ vero proprio il contrario. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a, semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione. Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo. E’ bellissimo potersi mostrare con tutte le nostre debolezze e fragilità ed essere comunque amati. Non ha prezzo. Non dovermi meritare il suo amore, ma sapere di averlo incondizionatamente. E’ una realtà davvero grande che fa del matrimonio, almeno per chi cerca di viverlo così, una relazione liberante e che permette di migliorarsi proprio perché non si è obbligati a farlo. Semplicemente si sceglie di cambiare per gratitudine e per restituire parte di quell’amore ricevuto gratuitamente.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così. Come ha scritto Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino: Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Antonio e Luisa

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L’università dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore? Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio. Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più. Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci. L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

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Il corpo non è per tutti!

Siamo in estate e fa molto caldo. E’ proprio necessario che le donne vadano in giro mezze nude, perché hanno caldo? Almeno in città. Mi rendo conto che sto affrontando una questione insidiosa e facilmente criticabile. Non mi interessa. Dico sempre quello che penso. Basta andare in giro per le strade di una città qualunque. Scrivo in questo articolo quello che direi a mia figlia. Un articolo quindi che racconta di un padre che non vuole fare il bacchettone, ma proteggere e custodire la bellezza.  Ragazze e anche tante donne mature in giro con pantaloncini sempre più corti che mostrano spesso parte dei glutei, top che sono reggiseni, magliette e canottiere scollatissime. Agli uomini che le guardano resta davvero poco spazio per la fantasia. Gli uomini, invece, pur soffrendo il caldo, devono mantenere un certo decoro, soprattutto al lavoro e durante le cerimonie. Gli invitati maschi ai matrimoni hanno sempre camicia, cravatta, giacca, pantaloni lunghi, calzini e scarpe chiuse. Solo durante il pranzo, è permesso loro di togliersi la giacca e la cravatta. Le invitate, per contro, sono appunto mezze nude.

Alcune donne sembrano non sapere che l’uomo si eccita con la vista. Mettere in mostra tutta la propria “mercanzia” significa volersi far guardare, salvo poi indignarsi se qualcuno lo fa davvero. Ammetto che anche io faccio fatica, quando mi imbatto in certe donne, a mantenere uno sguardo casto, meglio guardare altrove. C’è una sessuologa americana che in modo molto ironico dice:

Gli uomini pensano che più grande sia il seno di una donna più lei sia stupida, in realtà più grande è il seno di una donna più gli uomini diventano stupidi.

Dovete sapere che quando si entra in chiesa è richiesto un abbigliamento consono non solo per una questione di rispetto del luogo. C’è anche un’altra motivazione forse meno conosciuta. La donna scollata distrae gli uomini e anche il sacerdote stesso. Un sacerdote nostro amico, prima di ogni celebrazione importante come comunioni e cresime, raccomanda sempre con molta umiltà di avvisare madrine e parenti di vestirsi in modo adeguato. Sono un uomo e certi abbigliamenti durante la Messa mi distraggono e infastidiscono dice.

Il pudore non è qualcosa da sfigate e complessate. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito o nostra moglie anche se ancora non li conosciamo. Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio va in otri nuovi

Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano

Il Vangelo di oggi mi riporta ad un’omelia di Papa Francesco. L‘omelia del 21 gennaio 2019 a Santa Marta. Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla luce della nostra imperfezione ed inadeguatezza. Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato. Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti, con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così. Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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Ascoltarla è prendersi cura di lei.

C’è un vizio che noi maschi non sappiamo di avere, ma che può dare parecchio fastidio alla nostra sposa. Crediamo di poter risolvere tutti i suoi problemi. Crediamo di avere una lucidità di analisi, un pragmatismo, una concretezza e una elasticità che le donne non hanno. Oddio, sull’elasticità e la concretezza spesso è così, ma non è questo il punto. Il punto è un altro. La nostra sposa ci pone diverse questioni e problemi, che noi possiamo ritenere più o meno importanti. La maggior parte delle volte le consideriamo inezie, diciamo la verità. Non è neanche questo il punto. Il punto è che noi non ascoltiamo. Anzi ascoltiamo il minimo necessario per credere di aver capito il problema e poi cerchiamo una soluzione. Una volta trovata la diciamo e se non la troviamo ci disinteressiamo di quanto nostra moglie ci sta dicendo troncando la discussione o facendo finta di ascoltare, ma pensando ad altro, magari alla formazione della nostra squadra del fantacalcio. In ogni caso non la soddisfiamo, anche quando proponiamo una soluzione. Perché spesso non è quello che vuole. E’ quello che vorremmo noi quando abbiamo un problema, ma non lei, non la donna. Lei vuole prima di tutto essere ascoltata. Per lei è fondamentale, la fa sentire preziosa ed importante. L’aiuta a scaricarsi del problema condividendolo con noi. La cosa bella è che non devo quasi mai trovare la soluzione. La ascolto, le rispondo ogni tanto, in modo da farle capire che sto seguendo, e alla fine trova lei la soluzione. Luisa dice sempre che il mio atteggiamento che più la fa sentire amata è proprio questo: che la ascolto tanto. Più di tante altre cose. Tante volte Luisa mi ha detto: di questa cosa ne parlo solo con te. All’inizio pensavo: che rompimento di scatole. Sempre le solite cose! Ogni tanto potresti anche dirle a qualcun’altro. Oggi no, oggi lo considero un privilegio. Lei mi considera importante. Lei vuole aprirsi senza maschere con me. E’ una cosa meravigliosa. Ci ho messo un po’ a capirlo, e anche ora Luisa ogni tanto mi mette alla prova, chiedendomi di ripetere quello che ha appena detto. Forse è deformazione professionale, essendo lei un’insegnante, ma credo che sia più nella natura della donna in quanto tale. Sono diventato bravissimo, non mi coglie mai impreparato. Con il tempo ho imparato ad ascoltarla pensando ad altro. No, scherzo naturalmente. Ho imparato che per lei è importante e che se le voglio bene, ascoltarla è il minimo che posso fare. Altrimenti di che amore stiamo parlando? C’è un solo caso che la mossa migliore è fuggire o cambiare subito discorso: quando mi chiede se quel vestito la fa grassa. E’ un trabocchetto senza uscita. Qualsiasi risposta sarebbe sbagliata. Quindi meglio fuggire spostando l’attenzione su come stia bene con quella pettinatura o sul fatto che siamo in estate e quindi fa caldo. Un’ultima riflessione. Ascoltare vostra moglie è un afrodisiaco perfetto. Credetemi. Non avrà più mal di testa alla sera. Già perchè sentendosi accolta e amata avrà desiderio di donarsi a sua volta. Spesso non è lei che non ha desiderio, siamo noi uomini che non sappiamo accenderlo. Il suo desiderio passa anche dall’ascolto che noi le offriamo.

Antonio e Luisa

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L’amore nei posti strani: il frigo!

Ok lo ammetto, il titolo suona buffo a dir poco, ma non voglio scrivere un elogio dell’erotismo gastronomico o una retrospettiva su 9 settimane e ½, piuttosto testimoniare che la nostra quotidianità può essere piena di piccoli gesti d’amore e che questi di solito, chissà perché, avvengono in posti particolari. Posti diversi, come diversi sono i tipi di amore: amicizia, filiale, genitoriale, fraterno, sponsale e se ci sono posti in cui si può trovare un solo tipo di amore, come può essere un banco di scuola o il talamo nuziale, ce ne sono altri meno “specializzati”, nei quali l’amore trova più di un’espressione. Che ci si creda o no il frigorifero è un posto in cui si trovano tantissimi tipi d’amore.

L’amore genitoriale e filiale

Nella mia esperienza gli esempi di amore attorno al frigo vengono da lontano: mi tornano a mente i miei genitori negli anni in cui io e i miei fratelli eravamo adolescenti e con un appetito da lupi, loro erano orgogliosi nel vederci mangiare e insieme preoccupati di sfamarci. Già allora vedevo in questa premura un chiarissimo esempio di amore da parte dei miei ed il frigorifero era il luogo in cui passava sia il loro amore di genitori che la nostra gratitudine filiale; questo scambio avveniva con un ritmo scandito dall’arrivo della spesa: il frigo si riempiva e ben presto si svuotava, con una specie di alternanza tra abbondanza e carestia che somigliava alle stagioni. Poco a poco diventò una specie di punto nevralgico della casa: non si passava lì davanti senza una “consultazione”: si apriva, si contemplava il contenuto e si calcolava cosa era più opportuno mangiare a quell’ora (naturalmente non c’erano ore in cui non fosse opportuno mangiare qualcosa). Era anche una specie di cartina tornasole di come andavano le cose in casa, si poteva infatti capire dal contenuto se qualcuno non stava bene, se avevamo bisogno di metterci un po’ a dieta, o se le cose andavano a meraviglia. Era diventato un luogo di scambio amorevole tra genitori e figli, quindi un luogo importante e degno di rispetto (forse non ce ne siamo mai accorti ma quando si diceva “Frigo” si sentiva quasi la lettera maiuscola!).

L’amore tra fidanzati

Questo processo di elezione del frigo a luogo importante avvenne da sé, senza che ne avessi una chiara coscienza, me ne accorsi solo più tardi, quando vidi per la prima volta in TV una serie americana in cui un ospite viene invitato in casa, entra in cucina e senza neanche chiedere il permesso apre il frigo e si prende da bere! Rimasi a bocca aperta, per me era la violazione di uno spazio riservato, quasi intimo, l’accesso al frigo era una concessione riservata a pochi! Concessione che ho ottenuto in un altro importante episodio: il fidanzamento con Valeria, provvidenza e grazia che ha permesso alla mia vita di realizzarsi appieno. Tutto avvenne il 12 aprile del 2001, Giovedì Santo e fu un giorno speciale sotto tanti punti di vista, per me fu anche l’inizio di un riavvicinamento alla fede vissuta e oltre ai dettagli di cronaca più importanti, avvenne un fatto secondario che riguarda un frigo, il suo frigo: dopo il primo bacio l’accompagnai a casa sua, dove lei viveva da sola, comprammo qualcosa per la cena e mi fece accomodare in cucina. Si doveva cucinare per il nostro primo tête-à-tête e chiesi il permesso di aprire il frigo per prendere il necessario, al che mi rispose: <Fai pure ma non c’è niente>, ed io, felicissimo del grande privilegio accordato, aprii il frigo e con enorme stupore vidi che lì non c’era niente davvero! In quel momento le farfalle che avevo nello stomaco si fermarono un attimo… e poi ripresero a volare e a ridere tutte assieme! Ero troppo felice e innamorato, neanche un frigo vuoto poteva farmi scendere dal paradiso, anzi, avevo trovato anche un modo in cui potevo esprimere il mio amore, un vuoto da riempire!

L’amicizia

Nove anni fa una signora della parrocchia, di nome Maria, affrontò una terribile malattia che la portò presto tra le braccia del Padre. Non ho avuto modo di conoscerla bene ma ha lasciato a tutti una testimonianza travolgente: un libretto in cui ha messo citazioni della Scrittura, fotografie candide e intense, il tutto arricchito con parole di una profondità e serenità meravigliose, insomma una piccola opera d’arte dalla quale è emersa una fede incrollabile, una ricchezza di spirito da regina e una leggerezza soave come la coscienza pulita. In questo libretto lei stessa ripercorreva la storia della sua malattia, dando valore ad ogni piccolo gesto concreto d’amore che vedeva intorno a sé. Tra le tante frasi del libretto eccone una che mi rimase impressa: “cortei di amici si presentano con pasti pronti con cui riempono il frigo per alleggerire la logistica familiare: mai frigorifero emanò più calore!”

L’amore sponsale

Sono passati anni di matrimonio e in casa adesso c’è una nuova cucciolata di lupetti affamati e il frigo ne sa qualcosa, anzi, il frigo ne sa abbastanza di tutta la famiglia: all’esterno è pieno di calamite sulle quali si può leggere tanto di noi: viaggi, bollette, preghiere, disegni, un grafico con l’indicazione di quanto è stato “buono” ogni membro della famiglia e altri magneti di cui non ricordo niente. Anche all’interno continua a passare tanto amore, tra genitori e figli in primo luogo ma anche tra moglie e marito. Un piccolo aneddoto di pochi giorni fa all’ora di cena: Valeria doveva accompagnare la primogenita al saggio di ginnastica ritmica, era già un po’ tardi perciò apparecchia a corsa e va al frigo per prendere qualcosa da consumare in poco tempo. Nella fretta le si rovescia il contenitore in cui produce lo yogurt e il latte si sparge per tutto il “f.r.i.g.o.r.i.f.e.r.o.” (in certi momenti, chissà perché, anche l’amichevole “Frigo” torna ad essere un oggetto freddo…), naturalmente i vicini hanno improvvisamente udito una rapida e accorata catechesi su quanto possono essere fastidiose le coincidenze della vita ma dopo qualche istante è cambiato tutto: io le dico <Non ti preoccupare, ci penso io> e lei, calmandosi, va a tavola e me lo lascia fare!

Non conoscendoci devo spiegare perché questo gesto ha una portata storica: la produzione dello yogurt è una cosa sua, personalissima, dalla quale trae soddisfazione e gratificazione, quindi c’è come un confine invisibile ed invalicabile tra il resto del frigo e l’angolo in cui si trova lo yogurt, inoltre nella cura e nella produzione di qualunque alimento vivo, ad esempio anche il pane fatto con il lievito madre, lei torna a rendere vivo e attuale il suo ruolo di madre e custode della vita, quindi è normale che gli oggetti e gli spazi dedicati a queste cose vengano considerati importanti ed personali. Il fatto che mi abbia permesso di rimediare non è stato solo un atto premuroso da parte mia, ma soprattutto un gesto magnifico da parte sua, perché che con questo solo gesto si è nuovamente rivelata nella sua femminilità, che è tenerezza accogliente e contemporaneamente ha confermato il suo sì a me nella mia mascolinità, che è sentimento e trasporto verso di lei. In piccolo, nei gesti quotidiani, si è ricreata la dinamica naturale dell’amore sponsale.

Questo piccolo avvenimento è stato importante, come tanti nella nostra vita insieme, perché ha celebrato il nostro amore e insieme lo ha alimentato. È importante sapere che si possono trovare tante occasioni e tanti posti dove possiamo fare piccoli, meravigliosi gesti d’amore e se certi posti sembrano strani, come un frigo, questo non ci impedisca di farli, nessuno ha mai rischiato di farsi male trasformando un posto strano in un luogo d’amore.

Ranieri e Valeria

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Amarsi come all’inizio è un fallimento

Il 29 giugno abbiamo festeggiato  il nostro diciassettesimo anniversario di matrimonio. Una data che in tutti questi anni ci ha trovato sempre insieme con il desiderio di ringraziare Dio per il miracolo che ha compiuto nelle nostre vite. Quindi tanta riconoscenza verso Dio, ma non solo. Riconoscenza verso l’altro/a. Per un altro anno ci siamo amati certo, ma cosa significa in concreto? Non è sempre facile volerci bene. A volte, anzi spesso, non è semplice. Significa ascoltare lamentele quando si è stanchi, significa sopportarsi e passare sopra tante cose. Significa semplicemente accogliere l’altro/a. Accoglierlo quando è fantastico nei suoi pregi e nella sua parte migliore e accoglierlo quando non è per nulla fantastico, nelle sue fragilità e debolezze, nelle sue asperità e nelle sue ombre. Perchè farlo? Perchè stare insieme è meraviglioso nonostante tutto questo. E’ meraviglioso perchè forse dovremmo leggere il nostro matrimonio da un’altra prospettiva. Non dalla persona che deve sopportare, ma da persona che è sopportata. Nel matrimonio non c’è, almeno non dovrebbe esserci, finzione. Sono libero di essere io, senza maschere, con tutte le mie stranezze e le mie fragilità. Sono libero perchè sono accolto dalla mia sposa senza dover mostrare ciò che non sono. Ed è meraviglioso. Sentirsi accolto così è davvero qualcosa che riempie il cuore e dona forza e pace. Per questo quando sento qualcuno dire che si ama come il primo giorno penso che qualcosa in quella coppia non funziona. Amarsi come il primo giorno è una sconfitta. E’ come quel servitore del Vangelo che sotterra il talento e non lo fa fruttare. Oggi, dopo diciassette anni, amo la mia sposa molto più di quanto l’amavo il giorno delle nozze. La amo di più proprio in virtù delle nostre imperfezioni e debolezze. Anni di vita insieme, di perdoni reciproci, di accoglienza reciproca ci hanno regalato una relazione libera, senza finzioni basata sull’amorevole sostegno e mai sul giudizio e sulla condanna. Questo non ha prezzo. Certo il nostro amore non è andato sempre verso l’alto, ci sono stati momenti di alti e bassi, ma i bassi con il tempo diventano sempre meno bassi e gli alti sempre più alti. E’ un circolo d’amore che non si chiude mai perché ogni giro, ogni giorno,  ci troveremo un po’ più in alto nel cammino verso l’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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La nostra testimonianza a Fidenza

Vi proponiamo di seguito la testimonianza che abbiamo condiviso non più di dieci giorni fa con un gruppo di famiglie di Fidenza.

Luisa

Siamo sposati da 17 anni e abbiamo 5 figli (Pietro di 16 anni, Tommaso di 14, Maria di 12, Francesco di 10 e Giò, vissuto poche settimane dal concepimento). La nostra coppia è partita male, talmente male che qualcuno, dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci ha detto: «Se ce l’avete fatta voi, ce la può fare chiunque». Ed ecco perché siamo qui, oggi: se ce l’abbiamo fatta noi, ce la può fare chiunque.

Che cosa ci ha salvato da noi stessi, dalla nostra miseria? Ci ha salvato il sesto comandamento, il sesto comandamento inteso BENE. Invece di dire NON COMMETTERE ATTI IMPURI, si può dire: SII CASTO! Tutti siamo chiamati alla castità. I coniugi, ovviamente, sono chiamati alla castità coniugale. Che cos’è la CASTITÀ CONIUGALE? Non è astinenza dai rapporti sessuali. Ripeto, non è astinenza dai rapporti sessuali. Castità coniugale significa vivere bene il rapporto sessuale, ma non solo, significa anche migliorarlo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa innanzitutto conoscere l’anatomia e la fisiologia dell’apparato riproduttore maschile e femminile. A grandi linee, ovviamente, niente di approfondito. Qualcuno potrebbe obiettare: mio nonno e mia nonna non conoscevano l’anatomia e la fisiologia, però, hanno fatto diversi figli e sono stati insieme una vita felicemente. Certo! Però, loro non erano andati a scuola di pornografia. Noi e i nostri figli, invece, sì. Questo non vuol dire che tutti guardiamo video pornografici. Però, è vero che le informazioni sul sesso che circolano provengono dalla pornografia. Nel libro facciamo alcuni esempi al riguardo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa, inoltre, accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Mi riferisco ai metodi naturali o di regolazione della fertilità. La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Antonio

Diciamo pure che i metodi naturali li ho sempre digeriti poco. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Sembrava tutto ok. Mi ero fatto il mio programma per la sera poi d’improvviso quando io ero già nel letto mi chiamava dal bagno. Avevo già capito. Addio progetti per quella sera. Doccia fredda e a nanna. Magari voltato dall’altra parte senza guardarla. Insomma Io mi sono innervosito e ho iniziato ad accusarla e  ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altrochè se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. C’è un pericolo grande che ha toccato soprattutto me all’interno della nostra storia matrimoniale. Io ho avuto sempre una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia io mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Luisa

Due sacerdoti ci hanno autorizzato a usare il profilattico e l’abbiamo usato per circa due anni nei periodi a rischio di gravidanza. Un terzo sacerdote, al quale ci siamo rivolti, ci ha detto che nessun sacerdote può dare un’autorizzazione del genere. Non sapevamo che cosa fare. Nel frattempo, due amici dell’Intercomunione, Giancarlo e Maria, ci hanno chiesto di affiancarli nella conduzione di un corso per fidanzati, affidandoci l’argomento della castità, che per i fidanzati significa astinenza dai rapporti sessuali. Ci siamo sentiti ipocriti a invitare qualcuno a far fatica, quando noi non eravamo disposti a fare fatica. Giancarlo e Maria ci hanno aiutato a tornare ai metodi naturali e di questo gli siamo molto grati.

Antonio

Alla fine l’ha spuntata lei. O meglio l’abbiamo spuntata insieme. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore

Luisa

Che differenza c’è, quindi, tra metodi contraccettivi e metodi naturali, concretamente? Noi abbiamo sentito distanza tra di noi, una certa aridità e, tornado ai metodi naturali, ci siamo ritrovati più vicini, più intimi, più solidali, più disponibili l’uno verso l’altra, più aperti alla vita. Quindi ci siamo aperti alla vita e sono rimasta incinta, ma Giò non ce l’ha fatta. Io avevo già 47 anni, per cui il concepimento di Giò è stato miracoloso. È vero che lui o lei non è qui con noi, ma c’è, la sua anima è in Cielo e speriamo di abbracciarlo un giorno. Siamo cristiani e crediamo nel Dio vivente che resusciterà i nostri corpi alla fine dei tempi.

Prima ho detto che la castità coniugale ci ha salvati da noi stessi, dalla nostra miseria. Io avevo una visione spiritualista del matrimonio, della vita di coppia. Pensavo, cioè, che nel rapporto di coppia fosse importante soprattutto andare d’accordo, armonizzare i caratteri, condividere gli interessi e i progetti. Ritenevo che il rapporto sessuale fosse sì importante, ma fino ad un certo punto, non lo consideravo certo la manifestazione più alta dell’amore sensibile tra marito e moglie. Se mi avessero chiesto se era più importante l’anima oppure il corpo, avrei risposto immediatamente: l’anima! Se ad Antonio avessero fatto la stessa domanda, avrebbe risposto altrettanto immediatamente: il corpo! Queste due posizioni ci avrebbero portato ben presto a un conflitto che forse sarebbe finito con una separazione. Il Signore ha visto che eravamo entrambi completamente fuori strada e ci ha condotto da Padre Raimondo Bardelli, il quale ci ha fatto capire che entrambi avevamo bisogno di conversione, di purificazione, di intraprendere un serio cammino di castità. Io dovevo lentamente scoprire la gioia dell’abbandonarmi a mio marito. Una donna si abbandona solo quando si fida completamente di un uomo, quando sa che quell’uomo che ha promesso davanti a Dio e a tutti di non lasciarla, davvero non la lascerà mai. Il matrimonio è bello proprio perché è indissolubile. L’indissolubilità ci libera dalla trappola della performance, permette di sbagliare e di riprovare, nella certezza che non è importante il risultato, ma è importante cercarsi, avvicinarsi, guardarsi, toccarsi, accarezzarsi, desiderarsi, abbracciarsi, accogliersi. Siamo sempre di fretta, di corsa, viviamo tutti una vita piena di impegni che ci separano fisicamente ed emotivamente dal marito o dalla moglie. Per questo è importante creare le occasioni per incontrarsi, un po’ come fanno gli amanti che devono organizzarsi, programmare gli incontri, scegliere il momento più opportuno.

Inoltre, spiritualisti e materialisti dimenticano che il rapporto sessuale è un gesto sacro, scelto da Dio Padre per creare nuovi figli, pensato da Dio Padre perché gli sposi sperimentino, assaporino, gustino la gioia di donarsi. Il rapporto sessuale non va né sporcato con la lussuria e l’egoismo né sottovaluto o addirittura disprezzato. Il sogno di Dio è che noi ci amiamo come gli sposi del Cantico dei Cantici.

Infine, all’interno del matrimonio ogni rapporto sessuale vissuto castamente riattualizza il sacramento del matrimonio

Antonio e Luisa

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Lascia che i morti seppelliscano i loro morti!

A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa».
Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Oggi ho deciso di soffermarmi sull’ultima parte del Vangelo che la liturgia ci propone questa domenica. Siamo tornati nel tempo ordinario. Nella vita di tutti i giorni. Il tempo ordinario è il tempo del matrimonio dove lo straordinario è nelle piccole cose. Gesù dice qualcosa di stonato. Almeno all’apparenza. Perché non permette al primo discepolo di tornare a seppellire suo padre e all’altro di congedarsi dai familiari. Qui ci sono diverse possibili interpretazioni. Io ne ho sentita forte una. Mi richiama alla mia vita e alla mia relazione con Luisa. C’è un forte simbolismo. Il padre indica la famiglia d’origine. Ci ricorda che noi abbiamo una storia che ci precede e che ci ha forgiato il carattere nel bene e nel male. Abbiamo ferite, traumi, fragilità che nascono dalla nostra storia. Gesù ci sta dicendo qualcosa di profondamente vero. Se lo abbiamo davvero incontrato non avremo più bisogno di guardarci indietro. Gesù fa nuove tutte le cose! Ciò non significa che le nostre ferite spariranno d’improvviso. Significa però che riusciremo a guardarle e ad affrontarle in un altro modo. Non saranno più qualcosa che può bloccare il nostro cammino. Potranno essere comunque causa di difficoltà e sofferenza, ma noi saremo più forti perchè avremo l’amore di Gesù che ci sostiene e ci dà forza e convinzione di potercela fare. Cosa intendo? Ognuno ha la sua storia e le sue ferite. Io ne avevo una in particolare. Ho avuto un padre bravissimo per tante cose, ma con un grande difetto: soffriva di attacchi d’ira e io avevo paura di lui e delle botte e delle urla che a volte prendevo. Gli ho voluto un mondo di bene, e sono felice di averglielo detto prima della sua morte. Però il danno c’è stato. Questo suo comportamento mi ha causato diversi problemi di autostima. Problemi che con il tempo e con la maturità ho per lo più risolto. C’è un però. Quando ho avuto il mio primo figlio mi sono reso conto di comportarmi allo stesso modo di mio padre. Avevo impresso dentro di me che quel modo di educare, quello che avevo subito, quello che un genitore per farsi rispettare doveva fare paura. Il mio primo figlio ha pagato questa mia incapacità ad essere un genitore autorevole e non autoritario. Ciò che mio ha salvato è stata Luisa, la mia sposa, che, con tanta pazienza e senza giudicarmi mai, ha cercato di farmi capire che stavo sbagliando. E poi la fede. La fede in un Dio che è Padre, ma non come lo ero io, in un altro modo, molto più tenero e vero. Lì è cambiato tutto, non ho lasciato che la mia storia mi segnasse la vita e quella dei miei figli, ma grazie a Gesù e alla mia sposa, ho cambiato direzione. Ho rotto la catena. Non ho lasciato che le mie ferite avessero l’ultima parola, ma ho voluto prendere in mano la mia vita ed aggrapparmi alla grazia del mio sacramento, del mio matrimonio. Ha funzionato. Sono un padre che commette ancora tantissimi errori, ma questo no, grazie a Dio i miei figli non mi vedono come qualcuno di cui avere paura, ma con serenità e fiducia. Credo che il Vangelo di oggi ci dica proprio questo, ci dice che Gesù è venuto a salvarci partendo dalla nostra storia, è venuto a sanare quelle ferite che ci portiamo dentro e non ci permettono di vivere appieno, ma ci lasciano ancora bloccati, morti, incapaci di camminare verso di Lui.

Antonio e Luisa

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Non fingete che il sesso non sia importante!

Gigi Engle. Vi dice nulla questo nome? Probabilmente no. Anche a me non diceva nulla di particolare fino a quando non ho letto sul Messaggero un articolo che la citava. E’ una sessuologa statunitense. Una femminista non credente. Gli articoli del suo blog sono stati condivisi da 50 milioni di persone e i suoi post sui social hanno ottenuto 150 milioni di iterazioni. Lei ama definirsi una sex coach e ha pubblicato articoli su riviste popolari come Teen Vogue, Elle, Men’s Health e tante altre. Insomma non so se sia un’autorità nel campo sessuale, ma sicuramente è una celebrità. Perchè ve la cito? Perchè in un suo recente post sui social ha scritto quello che dico sempre anche io.

A essere sinceri, ci sono troppe maledette coppie là fuori che vivono senza sesso. E quando diciamo “senza sesso” intendiamo le relazioni che non includono alcun tipo di sesso, neanche una volta l’anno. Per alcune coppie “poco sesso” significa… mai sesso.

Poi rincara la dose

Il sesso è una parte cruciale della relazione. E’ un ampio ombrello sotto il quale si passa dall’atto vero e proprio fino a un massaggio sensuale. Fingere che il sesso non sia “un grosso problema” è dannoso quando vi trovate in una relazione.

Infine dà anche la soluzione

Il sesso programmato è un’ottima soluzione per le situazioni “senza intimità” in una coppia. Siediti con il tuo partner e avvia una conversazione aperta e onesta su questo argomento. Se non riuscite a farlo in due e avete bisogno di una terza persona, contattate un sessuologo o un terapeuta. Tutti meritano di essere sessualmente soddisfatti in una relazione

La dottoressa Engle ha centrato il problema e ha fornito un’ottima soluzione. Lo ha fatto da professionista laica e lontana dalla fede. Lo ha fatto da persona preparata professionalmente e di buon senso. Noi vi abbiamo dato la stessa risposta, ancora più completa. Perché i cristiani lo fanno meglio! (cit. Costanza Miriano). Non basta programmarlo, bisogna prepararlo bene. Dobbiamo impegnarci a fondo affinché non sia un gesto scollegato dal resto della vita insieme, ma sia il culmine di una corte continua fatta di tenerezza, cura e servizio e dobbiamo riservare il giusto tempo. Non qualcosa di ritagliato prima di crollare stramazzati dalla stanchezza a tarda notte oppure qualcosa di veloce e rubato tra un impegno e l’altro. Va preparato come uno dei gesti più importanti e alti del nostro matrimonio. Nelle nostre priorità deve essere posto in vetta. Ha la stessa importanza della preghiera per noi sposi perchè è preghiera e gesto sacro.

Ecco quello che scrivevo solo alcuni mesi fa:

E’ importante considerare l’incontro intimo come qualcosa di importante. Che posto ha questa dimensione? Ci impegniamo per trovare il tempo necessario e di qualità per questa espressione del nostro amore e della nostra unità? Oppure lo releghiamo ai momenti liberi, che visto la nostra vita folle e pieni di impegni, si riducono alla sera tardi, quando, diciamolo senza giri di parole, la voglia di abbracciare il cuscino è più forte del desiderio di abbracciare l’amato/a. Come può una sessualità vissuta così non andare incontro a sofferenza se non addirittura morire nel nostro rapporto a lungo andare? Se muore l’unione fisica spesso e segno e preludio alla morte dell’unione affettiva e relazionale. Non è cosa da poco. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. E’ importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità. E’ importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non dite che non avete nessun modo di farlo! Trovate tempo per andare a parlare con gli insegnanti, per andare in palestra, per attardarvi sul posto di lavoro. Questo non è meno importante. Forse lo ritenete voi meno importante. Siate sinceri. Almeno con voi stessi. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Nel deserto per scoprire l’abbondanza

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta».
Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.
Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

ll Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e sull’importanza di mettersi alla sequela di Gesù.

Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Da un altro evangelista sappiamo che sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

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Due metà di una stessa mela! E’ proprio così?

Oggi prendo spunto da una riflessione di Robert Cheaib che potete leggere nel suo libro Il gioco dell’amore. Robert scrive:

Una delle cause di rottura o, almeno, di infelicità delle coppie è l’illusione di completezza. Questa illusione è per forza abbinata e abbonata alla delusione e a un senso perenne di mancanza, semplicemente perchè non esiste all’universo un essere capace di completarti.

Adesso posso leggerla con più serenità, senza sentirmi turbato da queste parole, come invece sarebbe accaduto all’inizio del mio percorso matrimoniale.

E’ stato un percorso di crescita, una maturazione che nel matrimonio mi ha permesso di spostare il centro della mia dipendenza dalla creatura al Creatore, dall’imperfezione alla perfezione e dal finito all’infinito. Attenzione, queste parole non vogliono disprezzare la mia sposa, io la amo e la ammiro profondamente, ma vogliono liberarla da una responsabilità e da un peso che non può sopportare. Se fosse lei a completarmi, non servirebbe il sacramento del matrimonio, basterebbe il nostro amore umano e naturale. All’inizio lei era il mio tutto, anche la mia fede tiepida e fragile dipendeva da lei, dalle sue spinte e dalla sua convinzione. Questo era profondamente ingiusto. Cercare di riempire il mio vuoto, la mia insoddisfazione, la mia ricerca di senso e di infinito, nella mia relazione con lei era fallimentare in partenza. Anche quando le cose andavano nel migliore dei modi e magari non potevo desiderare di più di quello che avevo, c’era sempre un malessere e una sofferenza in fondo al cuore. Non era per sempre, avrei potuto perdere tutto in qualsiasi momento. Non sappiamo cosa ci presenterà il domani, possiamo solo vivere il presente, con la consapevolezza che il presente non dura che un attimo prima di essere già passato. Con il trascorrere del tempo,e anche grazie a quella mia dipendenza iniziale, ho però trasformato la mia prospettiva verso di lei. Ho finalmente incontrato Cristo e ho trovato in lui quello che Luisa non avrebbe mai potuto darmi. Ho trovato in lui una prospettiva eterna e infinita che, in definitiva, è ciò a cui il nostro cuore anela, essendo noi creati a immagine e somiglianza di Dio che è eterno ed infinito. Piano piano mi sono liberato della dipendenza dalla mia sposa. Ho liberato anche lei di un peso che alla lunga sarebbe stato insopportabile, o ameno mal sopportato. Solo quando ho trovato la mia completezza in Gesù, Salvatore della mia vita, ho potuto donarmi in libertà alla mia sposa. Solo quando ci si dona per arricchire l’altro/a e non per riempire una nostra povertà, allora il matrimonio svolta, diventa una gara a prendersi cura dell’altro/a e a metterlo al centro delle nostre attenzioni. E allora comprendi il miracolo. Attraverso questa liberazione dall’altro/a e questo mettersi al suo servizio, a farsi dono, l’altro/a diviene porta di accesso per incontrare Colui che ti dona la pienezza e la vita. Attraverso lo sposo e la sposa incontriamo Gesù che prima non scorgevamo perchè il nostro sguardo era diretto verso il centro sbagliato, verso appunto la creatura e non il Creatore. La mia sposa mi completa con la sua femminilità e alterità, ma non può e non deve rispondere al mio desiderio di infinito amore. E io se le voglio bene non devo caricarla di questo fardello. Solo Dio può e aspetta solo un nostro cenno per darci tutto.

Antonio e Luisa

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Tensione d’amore

Come l’immagine della Santissima Trinità ti può aiutare a cogliere il mistero dell’Amore di Dio, e come puoi riportare questa esperienza nelle tue relazioni. Per tentare di raccontare la relazione fra Padre, Figlio e Spirito Santo, puoi pensare ad una vorticosa relazione d’amore che supera la tua intelligenza e razionalità, ma che ti può ispirare se pensi a questa relazione come una continua tensione positiva di affetto e tenerezza.

La rarissima Trinità triandrica dentro la Piaggia Colombata (che piace tanto al cardinale Bassetti)-2.jpg

Il Vangelo di questa domenica ti ricorda che la relazione con gli altri, la comunione e l’intesa con le persone che ti circondano è una delle cose più importanti che c’è nella tua vita, perché ti fa bene quando vivi relazioni d’affetto sincero e dolcezza. Invece nel conflitto, nella divisione e nel litigio c’è un contrasto che spesso e volentieri ti porta a soffrire, soprattutto se non li trasformi nell’occasione di una relazione d’amore più profonda con chi ti circonda. Non è una questione morale, non ha niente a che vedere con un comando coercitivo in cui devi andare d’accordo con tutti, ma si tratta dell’urgenza di amare ed essere amati. Non c’è niente di più bello, di più grande e di più complicato su questa terra. Ora volendo mettere il mare in una buca di sabbia, puoi pensare alla Trinità come Dio Padre, di cui il Figlio è la perfetta immagine di Amore. La tensione d’amore che c’è dal Padre (generatore) verso il Figlio (generato) è il cuore dello Spirito Santo (S. Agostino). Ogni cosa nella tua vita è fatta bene, è benedetta, e fa parte di quel cammino che ti porta all’Amore di Dio per te. Tu ora non lo capisci, e il senso di certi passaggi o di certe fatiche ti sfugge perché pensi che siano storture che non ci dovevano essere, punizioni ingiuste. Invece sono l’occasione di avvicinarti sempre di più ad un mistero incredibile, inafferrabile e vertiginoso che è l’Amore di Dio per te. Perché la vita è apprendimento continuo e non sei mai arrivato del tutto, c’è sempre qualcosa da capire, da approfondire, perché è proprio quella mancanza che ti spinge alla relazione con gli altri e alla ricerca di senso, al rapporto con un Dio Padre che ti custodisce. Lo Spirito Santo, che è fuoco dell’amore fra il Padre e il Figlio, ti guida in questo cammino di Sapienza, delizia del Signore, per aiutarti a dipanare la matassa, a trovare la strada giusta per te, a intravedere un ricamo prezioso in quei punti incomprensibili della tua vita o della tua storia e ottenere quella comprensione e quella crescita di cui in quel momento hai bisogno. Ma non si tratta semplicemente di ottenere risposte, ma di gustare una relazione bellissima, intensa, tenera, profonda che ti rigenera il tuo modo d’essere. È come una mano grande e benevola dietro la schiena che ti sostiene e ti incoraggia. Il mistero della Trinità ti ricorda che le tue relazioni sono lo spazio privilegiato in cui la potenza e la forza dell’Amore di Dio si possono manifestare oggi. Nella tensione della relazione IO-TU c’è la scoperta più profonda di sé e dell’Amore, che si manifestano pienamente nella Santa Trinità, relazione per eccellenza fra Padre, Figlio e Spirito Santo. Per farla concreta, è nella relazione con tua moglie, nella tensione con tuo figlio, nell’essere protesa verso tuo marito che si rivela l’Amore crocifisso e risorto di Cristo (apoteosi della rivelazione dell’Amore del Padre). Crocifisso e Risorto, significa che le ferite e la morte che puoi vivere in queste relazioni sono solo di passaggio, perché il fine è manifestare l’Amore, quello che da la vita a te e a chi ti circonda. La croce di Cristo senza risurrezione renderebbe vana la nostra fede. Perciò non scappare dalla relazione, non ti perdere nella relazione, non la idolatrare, ma trasformala nell’occasione di conoscere meglio te stesso, l’altro, di amarti di più, di amare l’altro di più. La Santissima Trinità ti svela la meta delle tue relazioni, del tuo matrimonio, che è la TENEREZZA.

Claudia e Roberto

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Quid est veritas?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

La Verità! Quid est veritas? – domanda Pilato a Gesù. Mi immagino Pilato alzare l’occhio incuriosito, ma per riabbassarlo subito pensando che quel galileo che ha innanzi è un sognatore, un illuso, un idealista. Lui non può credere a quell’uomo. Lui che ne ha passate tante. Lui che ha visto l’ingiustizia e la violenza trionfare più volte. Lui che ha il cuore indurito dalla vita. La verità non esiste e se esiste non viene ascoltata e ricercata. Non siamo un po’ come Pilato anche noi? Il mondo, la violenza, le guerre, le malattie, l’egoismo, i muri, le divisioni non rischiano di renderci cinici? Non rischiano di farci perdere la speranza? Noi abbiamo il nostro matrimonio che ci può salvare da tutto questo. Il matrimonio è un luogo privilegiato dove lasciare libertà di azione allo Spirito Santo, dove imparare ad amare e a lasciarsi amare, dove ammettere che da soli non ce la si fa e dove sperimentare il bene che vince sul male. Dove sperimentare il perdono che vince sul peccato. Dove sperimentare la comunione che vince sul personalismo. Dove sperimentare che dare è altrettanto bello (se non di più) del ricevere. Così giorno dopo giorno lo Spirito ci parla attraverso l’altro/a, ci plasma, ci cambia, ci perfeziona, ci insegna e ci rende sempre più partecipi dell’Amore. Io non sono lo stesso. Il tempo e il matrimonio mi hanno cambiato profondamente ed è cambiata la mia percezione del matrimonio. Mi sono sposato perché Luisa mi piaceva (e mi piace tuttora) e perchè mi faceva stare bene. Con lei stavo bene. Con il tempo questa ha smesso di essere la motivazione principale. Ora l’importante è che lei sia felice. Il suo amore mi ha condotto a desiderare il suo bene prima del mio. Credo che il Vangelo ci voglia insegnare proprio questo: non siete capaci di comprendere tutto e solo facendo esperienza dell’amore potrete aprirvi sempre più perfettamente all’Amore. All’Amore che è Gesù, all’Amore che è via, vita e VERITA’.

Antonio e Luisa

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Un abbraccio per ricominciare

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morte, che le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

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Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Introduco questa breve riflessione con una storia tratta dal libro Abbracciami di don Carlo Rocchetta.

Viveva con la moglie e un figlio in una grande città. Da tempo gli frullava per la testa l’idea di ritirarsi in un luogo solitario per potersi dedicare completamente al culto di Dio. Una notte l’uomo decise di partire, riflettendo tra sé: Chi mai mi ha trattenuto tanto dal partire? Nel silenzio Dio gli sussurrò: Io, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma l’uomo non volle ascoltare. La moglie intanto dormiva, con il figlio stretto al seno. L’uomo li guardò e pensò: Chi siete voi che mi avete ingannato per tanto tempo? – Essi sono Dio mormorò la voce, ma egli era sordo. Il bimbo fece un piccolo gemito e si strinse ancora di più alla mamma. Dio ripeté: Non andartene, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma egli, incurante, prese le sue cose e se ne uscì di casa, mettendosi in cammino nel buio della notte. Dio lo guardò con tristezza e sospirando disse: Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Questa breve storia è molto significativa e si presta a varie letture. Quella che voglio dare io è forse la meno grave, ma la più comune. Tantissimi cristiani praticanti rischiano questa deriva. Cercano Dio nei gruppi di preghiera e nei pellegrinaggi. Frequentano le sacrestie più dei sacerdoti. Si sentono realizzati negli incarichi sempre più importanti che ricoprono in parrocchia, in curia o nei vari movimenti. Tutto questo li porta a sacrificare il luogo privilegiato dove possono incontrare Dio: il loro matrimonio, la loro relazione sponsale. Spesso mi è capitato di riscontrare una grande ipocrisia. Molti nascondono, dietro il desiderio buono di rendere culto a Dio e di servirlo nella comunità, l’incapacità e la non volontà di santificarsi impegnandosi nel matrimonio. Quasi lo considerassero meno importante. La motivazione reale è che curare una relazione quotidiana, totale ed intima come il matrimonio costa tanta fatica. Queste persone tanto sono ferventi fuori tanto sono fredde in casa. Tanto si impegnano fuori tanto si disimpegnano in casa. Tanto sono pronti a sacrificarsi fuori in mille attività tanto si scansano in casa. Attenzione! Servire la comunità trova significato solo se è frutto dell’amore sponsale che diventa fecondo ed esonda le mura di casa per essere condiviso con i fratelli. Non quando diventa modo per giustificare il deserto che si vive nell’intimità della coppia e modo per gratificarsi fuori dell’amore sponsale. Questo non sarà mai culto gradito a Dio e via di santificazione per noi.

Antonio e Luisa

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Non è mai tardi per germogliare

Caro lettore, tu puoi “germogliare” in qualsiasi momento, anche ora!

Ti sembra strano? Ti sembra tardi?

Eppure puoi germogliare,  puoi rinnovare il tuo cuore e te stesso, puoi.

Anche se hai una “certa età” e ti sei etichettato con un grande “ormai”… puoi germogliare. Anche se ti sembra a volte o spesso di essere troppo “schiacciato” o rassegnato a sofferenze, prove, e problemi che secondo te tolgono del tutto la tua libertà per reagire  (e scegliere) diversamente a ciò che stai affrontando.

Si, puoi germogliare.

Anche se non ti perdoni alcuni errori, e ti sembra di non riuscire a fare cose buone, e forse hai una idea di te come persona che non sa fare molto, che non sa amare, che sbaglia troppo spesso. Si, puoi germogliare.

“Anche se”…mettici ogni situazione che ritieni nella tua vita e su te stesso un grande “ormai”, un “è tutto inutile”, un “impossibile”….e aggiungici poi la frase: “posso lo stesso germogliare”… perché è così, è davvero così.

Il germogliare che intendo io non riguarda il cambiare con una bacchetta magica e sicuramente situazioni ed eventi o problemi che hai davanti e nella tua vita, non riguarda un tuo poter diventare perfetto, non riguarda non avere più fatiche, dolori, preoccupazioni, incomprensioni e problemi, o momenti di scoraggiamento.

No.

Riguarda il germogliare, nel senso di cambiare, con piccoli grandi “passi”, (che sono possibili anche se a volte a te non sembra proprio) qualcosa di te e del tuo cuore, dei tuoi pensieri, tanto o poco, ma cambiare per essere più libero, più sereno, più felice: pensa che bello poter davvero guardare con occhi e cuore nuovo ciò che sei e che vivi, gli altri e Dio, pensa che bello poter fare scelte più vicine a ciò che sei veramente, nel profondo di te, fare scelte che ti portano ad amare e quindi a immergerti in una libertà, gioia e pace interiore profonde, che sanno convivere in te anche in mezzo e contemporaneamente a “tempeste”, problemi, paure, dolori…

Cambia la parola “ormai” con “posso”, e cambia in te la parola “impossibile, è tardi”, con “è possibile”…è possibile che tu ci riesca, è possibile che tu possa guardare, scegliere e affrontare qualcosa e te stesso in un modo diverso, più bello e vero. In cosa puoi germogliare? Il germogliare riguarda un po’ tutti gli aspetti di te e della tua vita. Un primo modo secondo me per permetterti di germogliare è iniziare a fare piccole scelte nuove, diverse, in qualche aspetto della tua vita e con gli altri: ad esempio, se non hai mai o quasi mai chiamato tu per primo qualcuno, forse per timore di non essere accettato, se da tanto tempo non parli più con qualcuno, ed eviti di interagire con chi ti ha ferito, preferendo chiuderti ed escluderlo dicendo a te stesso che “lui/lei lo sa il male che mi sta facendo o mi ha fatto, e se mi volesse bene o fosse pentito/a si muoverebbe per primo, mi cercherebbe, cambierebbe, smetterebbe di avere quegli atteggiamenti verso di me”, se da tempo ignori qualcuno perché non si comporta con te come vorresti, perché non ti viene incontro per primo, se da tempo conservi nel tuo cuore rancore, rabbia, per qualcuno, puoi fare qualcosa di diverso.

Puoi “stupire” di gioia e libertà  te stesso ritrovando nel tuo cuore e nella tua vita  la voglia, la curiosa amorevolezza per conoscere di più e davvero gli altri, anche chi ti ferisce o sembra ignorarti, anche chi secondo te è “solo” fatto in quel modo, anche coloro dei quali pensi che “tanto non ci si può aspettare di più, sono cattivi, strani, egoisti”; puoi decidere di fare piccoli grandi gesti di attenzione, aiuto, vicinanza, e puoi decidere di farli senza prima aspettare (potrebbe passare molto tempo a volte) che tu sia del tutto sereno, in pace, bravo, capace, perché puoi decidere che può bastare un “granellino di senape” di volontà di amore, di voglia di fare diversamente dalle solite reazioni che scegli e che fanno male prima di tutto a te, e puoi cosi darti la libertà e la gioia di scoprire e sperimentare che spesso nasce e germoglia in te serenità, pace, amore, gioia, anche “mentre” inizi a costruire “strade nuove” per raggiungere gli altri e renderti raggiungibile da loro, si anche raggiungibile, perché forse a volte sei convinto che ti esprimi già abbastanza chiaramente, sia su chi sei e sia su cosa vuoi e su cosa ti ferisce, e forse a volte dai per scontato che gli altri se ti vogliono davvero bene o ci tengono un po’ a te sappiano già come interagire con te, come “raggiungerti”….

Ma spessissimo gli altri, come succedete anche a te, a me, a ognuno di noi, sono a volte ripiegati in loro pensieri, distrazioni, obiettivi, desideri, e quindi ciò che per te è evidente, chiaro, scontato, certo, visibile, di te e di ciò che fai, potrebbe non essere guardato e colto con evidenza, con chiarezza e stessa interpretazione e comprensione da parte degli altri, anche da coloro per te affettivamente importanti. Siamo esseri umani, solo Dio sa davvero sempre capirci subito e chiaramente, tutti gli altri, compresi noi stessi, hanno bisogno di essere “coccolati” e ricoccolati con una amorevole nostra pazienza di farci nuovamente conoscere, esprimerci, comunicare e dialogare anche su ciò che per noi è importante, e su quale significato c’è per noi nei vari aspetti e situazioni della vita, senza spazientirci ogni volta che l’altro o gli altri non ci capiscono, o interpretano in un altro modo, e accettando con amore e pazienza che hanno anche loro  il diritto di avere tempi, gusti, desideri, abitudini, modalità e priorità diverse dalle nostre, non per cattiveria o indifferenza o dispetto verso di noi, ma perché sono diversi, creature amate come noi, e dalle quali possiamo imparare cose, modalità e aspetti nuovi della vita e dell’essere se stessi. Anche questo è germogliare!

Caro lettore, da quanto tempo non costruisci gioia, serenità, da quanto tempo aspetti prima che siano gli altri o l’altro a farti sentire felice, capace, amato? Da quanto tempo non provi a germogliare facendo qualcosa di diverso dal solito “copione” che usi ogni giorno in determinate situazioni e con le persone e te stesso, perfino con Dio? Ognuno ha il nostro “personale” copione, che sembra più facile, veloce, meno faticoso e più efficace da usare con se stesso, con gli altri e perfino con Dio….ma spesso così invece di germogliare ci avvizziamo un po’, ci irrigidiamo, e ci perdiamo tutti tanto, tantissimo della possibilità di dare più bellezza, colore, gioia e pace alla nostra vita e agli altri…

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere che quelle stesse cose, gesti, azioni ripetitive che devi fare ogni giorno, in famiglia, al lavoro, con gli altri, in un gruppo, e dovunque, risplendano di una luce e di un senso nuovo, che porta frutto, in modi misteriosissimi a volte e non evidenti, ma reali, realissimi: puoi metterci cioè amore, e non solo noia o senso del dovere. Puoi germogliare.

Puoi decidere di avere un atteggiamento e sguardo diverso verso le tue perdite, le perdite che nel corso della vita tutti purtroppo dobbiamo vivere: può essere la perdita di una età giovane, la perdita della salute, la perdita di persone care, può essere la perdita di tempi, occasioni e abitudini a cui eravamo abituati, per noi consolidate  e che avevamo deciso in noi che fossero per noi rassicuranti,  e senza le quali crediamo di non poter più essere sereni e fare altro.

Puoi germogliare. Puoi decidere per esempio di guardare gli altri in un altro modo, non per accaparrarti la loro attenzione o per far vedere quanto sei preoccupato ( che spesso all’esterno sembra solo un tuo essere imbronciato, respingente  e chiuso), ma per guardarli come li guarda Dio, con amore, con nuova speranza, con fiducia. Puoi decidere di parlare e agire in un modo diverso, con meno parole distruttive, anche a volte per attirare l’attenzione su di te, o parole amare, provocatorie, e puoi invece decidere di parlare evidenziando il bene e la bellezza di una persona, anche con chi, per esempio con te o in un gruppo, sta parlando alle sue spalle con la scusa che “deve far capire” quanto è spiacevole, strana egoista quella determinata persona: e tu invece puoi fare una scelta diversa:  puoi evidenziare il bene e la preziosità di fondo  di quella persona assente, esprimendo per esempio   il dubbio che potrebbe non avere cattive intenzioni, e facendo  cosi ciò che piacerebbe  fosse fatto per te se qualcuno parlasse male di te alle tue spalle con qualcuno, con la scusa di “avvisarlo” su di te.

Puoi germogliare.

Puoi per esempio decidere di fare qualcosa di diverso con la tua famiglia, con i tuoi figli, con i tuoi parenti, amici, conoscenti, qualcosa che non sia solo un distratto sguardo a loro alzato da un cellulare o computer da cui ti vuoi far distrarre, ma puoi giocare, parlare, costruire, passeggiare, o fare piccoli passi, concreti o interiori, per interagire con te stesso, con gli altri e con Dio in un modo diverso. Puoi germogliare, e per esempio decidere che la tua vita non è solo quell’insuccesso, quel “non risolto”, ma è anche molto, molto di più.

Puoi germogliare.

E Finalmente permetterti di farti conoscere davvero, anche nella tua tenerezza, gioia, amorevolezza, nella tua capacità di comprendere, aiutare, ascoltare, senza aspettare di ricevere tu per primo tutto questo, ma decidendo di gustarti la libertà interiore di amare senza dipendere dal fatto se gli altri ti amano, ti salutano, ti apprezzano e ti considerano o no. Puoi germogliare.

Puoi decidere di dire parole nuove, puoi decidere di cercare tu per primo una persona che vorresti sentire o vedere, anche se è passato molto tempo…. Puoi germogliare, e puoi decidere di capire se davvero Dio è quel dio poco vicino, che vuole solo annullarti o darti dolore, o assente che a volte sei convinto o tentato di credere: puoi decidere di andare alla “caccia al Tesoro”, mettendoti anche ad amare come ci chiede Lui per il nostro bene (un amare che non dipende da se sei sereno, senza problemi, con l’umore giusto, o da quanto e se sei già amato, capito, cercato, ascoltato), e  puoi cosi darti la immensa gioia di scoprire e sperimentare chi è davvero  Dio e che Tesoro è, che Amico e Alleato, che Padre è anche per te, e che è sempre con te davvero, anche quanto credi di essere solo ad affrontare tutto.

Puoi germogliare.

Puoi decidere di valorizzare gli altri invece di criticarli e notare solo i loro difetti e sbagli, puoi decidere di aiutare qualcuno che sbaglia e che non ti capisce smettendo di punirlo, rimproverarlo con durezza, per paura che non capisca e non cambi, puoi aiutarlo mettendoti accanto a lui davvero, amandolo, aiutandolo a correggersi dove sbaglia, con empatia e sincerità, e accettandolo anche quando non vuole capire, correggersi o ascoltarti, anche quando non vuole cambiare: succede anche a te a volte di non voler cambiare, correggerti, ascoltare,  e in quei casi come ti senti se qualcuno vuole farti cambiare per forza, o correggerti con durezza e vendette? Puoi germogliare: puoi decidere per esempio di non dare più concentrazione e importanza al tuo atteggiamento ripiegato su te stesso, togliendoti dalle responsabilità e da ciò che potresti fare perché ti senti l’unico a soffrire e impotente e senza risorse interiori  finché non risolvi prima i tuoi problemi, ma puoi decidere di mettere da parte per amore il tuo ripiegamento interiore per dare spazio agli altri, e usare la tua creatività per dare attenzione, costruire strade nuove e belle per comunicare con gli altri e gli altri tra loro.

Puoi germogliare. Come? Decidendo sostanzialmente di amare, e amando, nel momento presente, dando importanza ad ogni momento presente.

Puoi germogliare: puoi decidere per esempio , quando sbagli o ferisci qualcuno, di ricominciare subito ad amare, di chiedere scusa tu per primo, puoi decidere di non far passare troppo tempo per fare pace, per capire e farti capire con amore.

Puoi germogliare, e decidere di perdonare te stesso, non perché sei perfetto,  non perché non sbagli, ma perché…sei amato, sei amatissimo, sempre, anche ora, in questo momento, nel punto esatto del tuo cuore e della tua vita in cui ti trovi. Puoi germogliare, soprattutto se non conti soprattutto solo sulle tue capacità o sulla tua bravura, perché prima o poi sarai deluso dalle tue imperfezioni e dalle imperfezioni degli altri. Puoi germogliare non perché sei perfetto, non perché sei buono, non perché sei capace o più sensibile o bravo degli altri, ma puoi germogliare perché…Dio ti ama. Dio ti ama davvero. Anche ora. Anche in passato. Anche nel futuro, sempre e per sempre. Dio è l’unico che sa fare nuove tutte le cose, anche il nostro cuore, ogni istante, spesso siamo noi che non ce ne accorgiamo anche perché non Gli crediamo veramente, non lo crediamo veramente possibile, soprattutto se stiamo vivendo dolori e problemi. Nel nostro modo di pensare, spesso crediamo che si possa cambiare, migliorare, amare, germogliare solo se siamo sereni, senza problemi e imprevisti da affrontare contemporaneamente, solo se non ci sentiamo schiacciati da “tempeste” che ci sembrano a volte più forti di Dio e della possibilità che abbiamo di amare anche in quei momenti e periodi. Ma Dio, è meraviglioso, ci ama più di quanto crediamo, ed è l’Unico che sa far germogliare noi e la nostra vita, la tua vita, anche contemporaneamente” a dolori, problemi, tempeste, anche contemporaneamente a contraddizioni e incoerenze nostre  e degli altri. Fidati di Lui! Anche quanto hai paura, anche quando non Lo capisci, anche quando ti credi solo. Fidati, e ricomincia ad amare, ricomincia a germogliare, Con Dio è sempre possibile, anche ora: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? ” (Isaia, 43, 19).

Francesca Bisogno

www.albastellata.it

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La Pentecoste degli sposi

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro;
ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regine 5) Il corpo esprime l’amore.

Entriamo ancora più nel concreto. In che modo si esercita la castità coniugale? In due modi specifici. Il primo è attraverso il dominio di sè. Esercitando tutte quelle capacità umane per impedire che la parte negativa di me stesso prenda il sopravvento sulle mie azioni,  e che quindi io non riesca a vivere l’amore in pienezza e come vorrei. Frenando e contrastando in sintesi tutte le pulsioni negative contrarie all’amore. Se io sono una persona tendenzialmente irosa e non mi applico a frenare la lingua e magari anche le mani, non posso essere casto nella mia relazione. Non sto vivendo l’amore, ma sto seguendo una pulsione che è contraria all’amore. Se sono una persona particolarmente sensibile al richiamo sessuale e vedo passare una donna particolarmente scoperta, non posso essere casto se comincio a fantasticare e protraggo lo sguardo su quella donna. Anche in questo caso mi sto abbandonando ad una pulsione contraria all’amore verso la mia sposa. E’ importante capire che non è la pulsione in se stessa ad essere un male. Il male è assecondare quella pulsione e non metterle un freno con la forza di volontà che abbiamo e che dobbiamo usare. Questo è il primo aspetto della castità, l’aspetto negativo. Ci viene chiesto di mettere un freno a qualcosa. C’è un secondo aspetto. Questa volta positivo. Un aspetto propositivo che ci vede impegnati a far crescere l’amore. Dobbiamo impegnarci fattivamente e quotidianamente ad esprimere con il corpo (in modo che sia trasmesso e manifestato all’altro/a) l’amore che è presente nel nostro cuore. Il corpo è il mezzo espressivo dell’amore. Molti non hanno ben chiara l’importanza del corpo e pensano all’amore più bello e puro come qualcosa di prevalentemente spirituale. Non è così. Nel matrimonio lo è ancora meno. Vi porto un semplice esempio. Se siete una coppia mettetevi in piedi vicini e di spalle, ma senza toccarvi ed ora senza parlare provate ad esprimervi amore. Riuscite a trasmettere amore all’altro e a sentire l’amore dell’altro? Sicuramente no. Il corpo è importante tanto quanto lo spirito. L’amare certamente prende energia dal cuore, nel nostro mondo interiore, negli affetti e nella volontà, ma se poi non è manifestato attraverso un corpo, rimane lettera morta, rimane desiderio di amore, ma non amore. E’ un’illusione.Un amore senza il corpo non è un amore che si possa dimostrare e rendere concreto. La castità non è altro che l’armonia che costruiamo tra il nostro cuore e il nostro corpo per esprimere in maniera autentica, bella e convincente l’amore all’altro/a.

Antonio e Luisa

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Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni Avevi fame e ti ho sfamato

Per gli sposi la castità non è astinenza

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Sposi re e regine 4) Per gli sposi la castità non è astinenza

Dopo tre articoli introduttivi e generali possiamo ora cominciare ad entrare maggiormente in profondità nel significato della nostra regalità all’interno del matrimonio. Iniziamo a trattare la dimensione regale del sacramento del matrimonio. Abbiamo visto che regnare al modo di Gesù è principalmente servire. Nel matrimonio questo si concretizza nel servire l’amore sponsale. Tanto più noi sposi saremo capaci di amarci l’un l’altra come Gesù ci ama tanto più saremo re e regina del nostro matrimonio, della nostra famiglia e della nostra casa. A questo riguardo è giunto il momento di dare una prima concretezza alla nostra regalità nel matrimonio. Possiamo essere re e regina della nostra unione se siamo casti. Solo la castità vissuta può renderci liberi e degni nella nostra relazione e quindi rivestirci di regalità. La castità non è nulla di castrante o frustrante e nel matrimonio non si traduce nell’astinenza. La castità è tutt’altro.  La castità è crescere nell’amore in una relazione che sia sempre più vera, in una relazione dove le espressioni del corpo siano sempre più aderenti e rappresentanti quello che è lo stato del cuore. Nel matrimonio, per essere più chiari, significa non astenersi dall’amplesso fisico, ma al contrario impegnarsi a fondo perchè questo gesto diventi sempre più espressione d’amore. Cercherò di spiegarmi meglio. Quali sono le caratteristiche specifiche dell’amore coniugale che lo rendono diverso da ogni altro tipo di relazione e rendono l’amplesso fisico un gesto vero e casto? L’amore sponsale è un amore definitivo (dura per sempre), esclusivo (un uomo e una donna, tutti gli altri sono esclusi), totale (non coinvolge solo una parte di me, ma coinvolge tutta la mia persona in anima e corpo e tutta la mia vita) ed è fecondo (genera nuovo amore e nuova vita). Per me sposo, vivere in modo casto non significa altro che perfezionare sempre più queste caratteristiche. Significa quindi rinnovare la mia promessa ogni giorno (amore definitivo), significa non spostare il centro delle mie attenzioni da lei ad altra o ad altro (esclusivo), significa liberarmi dall’egoismo e dal peccato per donarmi sempre più completamente a lei in anima e corpo (totale) e significa avere uno sguardo, verso di lei e verso la relazione, aperto alla vita (fecondo). Essere casti non significa quindi rinunciare a qualcosa, ma al contrario significa vivere pienamente e in modo vero l’amore nella sua integrità e purezza. Tirando le conclusioni comprendete bene come la castità nel matrimonio non possa concretizzarsi con l’astinenza. E’ nell’amplesso fisico che gli sposi possono vivere in verità e in modo casto la loro relazione. L’amplesso è infatti espressione corporea di un dono totale, esclusivo, definitivo e fecondo.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti della serie Sposi re e regina

Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni Avevi fame e ti ho sfamato

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Impariamo a ricordare il bene

Un sacerdote fu trasferito in una nuova parrocchia. Fu invitato a cena da una famiglia. Una di quelle che fanno tanto in parrocchia. Alla fine di quell’incontro volle fare una domanda ai due sposi prima di andarsene. Chiese se anche a loro ogni tanto capitava di litigare e se c’erano momenti di tensione e di crisi. Era rimasto infatti molto colpito dall’amore e dall’intesa che i due sposi trasmettevano a chi li guardava. Rispose prontamente lei: Certo che sì caro don, ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro. Detto questo scomparve in un’altra camera e fece ritorno con in mano un diario. Disse quindi al sacerdote: Vedi questo diario, qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni volta che litighiamo vado in camera, prendo il diario, lo sfoglio e mi viene subito il desiderio di fare pace e di ricominciare.

Cosa ci insegna questo breve racconto? Diciamocelo! Siamo bravissimi a legarci al dito qualsiasi mancanza da parte dell’altro/a e siamo altrettanto bravi a dare per scontate tutte le volte che nostro marito o nostra moglie ci ama, ci dimostra il suo amore, fa qualcosa di gratuito, si fa servizio, si fa tenerezza e cura verso di noi. E’ importante invece che impariamo a ricordare il bene. Non semplicemente fare memoria, ma ricordare. Ricordare è un verbo molto più forte e significativo. Nella sua etimologia riporta al cuore dell’uomo. Al nostro cuore. Significa letteralmente richiamare nel cuore. Rendere attuale e presente il bene che l’altra persona ci ha gratuitamente donato. Con tutti i benefici, la bellezza, la forza, il nutrimento e la pace che quel gesto ci ha dato. Ricordare tutte le volte che la persona amata ci ha guardato con amore, tutte le volte che ci ha carezzato, tutte le volte che ci ha benedetto con le sue parole, tutte le volte che ci ha sostenuto con il suo ascolto, con i suoi consigli e con la sua presenza. Tutte le volte che si è donato/a e ha accolto il nostro dono nell’incontro intimo. Tutte le volte che ci ha perdonato e che ci ha permesso di sperimentare la bellezza di essere amati anche quando non lo meritiamo. Essere capaci di ricordare tutti questi momenti e tutti questi gesti è determinante. Significa costruire un tesoro da spendere all’occorrenza. Da spendere tutte le volte che l’altro/a non sarà capace di darci nulla, tutte le volte che ci sembrerà povero, tutte le volte che ci ferirà e che sarà difficile da amare. Tutte quelle volte attingiamo al ricordo del bene. Attingiamo al tesoretto del nostro matrimonio e sarà più facile non farci dividere da quel non amore, perchè l’amore c’è anche se non si vede e non si sperimenta in quel momento più o meno lungo. C’è in tutti questi gesti che custodiamo come un tesoro. Questa consapevolezza rende più semplice anche perdonare, amare sempre e ricominciare.

Antonio e Luisa

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Sposi re e regina. 3) Avevi fame e ti ho sfamato.

Proseguiamo con l’introduzione alla dimensione regale del matrimonio. Gesù ci insegna che regnare significa servire. Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire. Servire Dio è regnare. Lo dicevano già i padri della Chiesa. Come si serve Dio? Servendo i fratelli, servendo i poveri e i piccoli. Servendo il prossimo. Servendo il più prossimo di tutti:il nostro sposo o la nostra sposa. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace. Essere re e regina  significa compiere nel nostro matrimonio le opere di misericordia. Significa trasformare il nostro matrimonio nel luogo privilegiato dove amare Dio nell’altro/a:

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

 

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Essere re e regina per noi sposi è essenzialmente questo. Una strada semplice da comprendere, ma non facile da realizzare.

Antonio e Luisa

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Introduzione  Gesù ci rende liberi e degni

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Mi han tolto il mantello: la nostra testimonianza

Mi han trovato le guardie che perlustrano la città;
mi han percosso, mi hanno ferito,
mi han tolto il mantello
le guardie delle mura.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate il mio diletto,
che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore!

Noi abbiamo avuto, a differenza di molti, la possibilità di iniziare il matrimonio con una preparazione solida; entrambi avevamo alle spalle un lungo fidanzamento finito, che ci aveva fatto maturare, entrambi avevamo fatto chiarezza sul fatto che intimamente desideravamo una storia d’amore per tutta la vita, inoltre innamorati persi come eravamo l’uno dell’altra, avevamo capito che volevamo fare il grande passo. A tutto ciò aggiungiamo l’aiuto di padre Raimondo Bardelli, una persona con un’incredibile preparazione e vastissima esperienza, che bilanciando un’indomita volontà e una delicatezza amorevole, seppe mettere in luce le nostre debolezze nascoste e ci permise di confrontarci profondamente su tutto, ma proprio tutto ciò che deve esser chiaro prima del matrimonio, ogni aspetto.

In pratica, facendo il parallelo con il capitolo del cantico, assoldammo molte guardie, ben addestrate e dotate delle armi migliori, il nostro matrimonio, costruito come una fortezza inespugnabile, splendida e luminosa, era in grado di farci sentire sicuri e sereni, non si poteva immaginare che qualcosa potesse minacciarlo.

Forti di questa sicurezza iniziammo la nostra vita insieme con la fresca gioia degli sposini e incontrammo i primi ostacoli solo dopo un paio di anni, cercando di diventare genitori. La nostra prima figlia arrivò dopo molto tempo e nell’attesa fummo messi alla prova. Il fatto che non arrivavano figli semplicemente quando lo si desiderava ci feriva, ci scoprimmo un po’ meno sicuri già in quel momento, ma la conferma del test di gravidanza fu un momento liberatorio, su di noi tornava a splendere il sole e vivemmo la nascita e i primi mesi come ogni coppia: travolti dalla gioia, allarmati di tutto e perennemente assonnati.

L’arrivo del secondo, dopo due anni, ci trovava già più preparati, non avevamo tutte le ansie dei genitori senza esperienza, ma dovevamo gestire la casa, il lavoro, il neonato e far da guida all’altra permettendole di affrontare la sua prima rivoluzione diventando sorella; insomma, gli impegni crescevano e noi facevamo molta fatica (avevamo scoperto un nuovo livello di “perennemente assonnati”) ma la fortezza del nostro matrimonio, nonostante tutto continuava ad essere fieramente solida e, grazie all’arrivo dei figli, ancor più ricca.

Fu l’anno successivo che arrivò la tempesta, quando Valeria, dando concretezza a quelle che per settimane erano stati solo suggerimenti e battute casuali, mi disse di volere un altro figlio, disse che era un desiderio ardente nel suo cuore ma che non poteva realizzarlo se anch’io non provavo lo stesso identico desiderio. La mia risposta fu che avevamo stabilito di avere almeno due figli e ci si era arrivati, che le difficoltà erano molte, che non ero certo di farcela economicamente e altre scuse del genere, in pratica che non avevo lo stesso desiderio. Questo fu il momento in cui si consumò la frattura tra di noi: lei vide trasformarsi il suo sposo in un uno sconosciuto che le mostrava indifferenza, si sentiva tradita dalla persona che fino ad allora l’aveva amata più di ogni altra perché io avevo ucciso quell’ardente desiderio di avere un altro bambino, l’avevo pugnalata al cuore.

Così a causa di quella ferita che le era arrivata tanto in profondità, il suo cuore ferito reagì e come strategia di sopravvivenza si chiuse diventando freddo, molto freddo. Lei cambiò così tanto che non la riconoscevo più, così come io ero cambiato per lei, lei lo era per me e anch’io vidi lei trasformarsi in una sconosciuta.

Ci trovammo all’improvviso fuori dalla fortezza, soli e disorientati, scoprimmo molto dolorosamente quanto ci mancasse ogni gesto d’affetto, imparammo che anche il più semplice e banale “ciao” detto nella fretta quotidiana, se chi lo dice ti ama, è un tesoro. Noi non avevamo più neanche quello, eravamo mendicanti, continuavamo la vita di tutti giorni nascondendo tutto ai bambini e questo ci feriva ancor di più perché i gesti affettuosi verso i figli erano in bella mostra davanti ai nostri cuori assetati. Le guardie stavano facendo il loro lavoro.

L’aiuto arrivò all’improvviso e dall’alto, quando una sera Valeria chiese agli amici del gruppo di Rinnovamento di pregare su di lei per tutta questa situazione angosciosa che ormai ci tormentava da settimane. Uno dei fratelli lesse un passo tratto dal Vangelo di Matteo “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” e qui non esagero se dico che in lei avvenne un miracolo: ispirata da queste parole di Gesù capì, anzi ricordò che se vuoi veramente essere seguace del Cristo il suo amore per lui deve essere più grande di ogni altro, anche dell’ardente desiderio di avere un figlio e non solo capì questo, ma ricordò che Dio ha creato per gli sposi una via riservata ed esclusiva per realizzare questo amore: farsi amare attraverso il coniuge! Quindi in quel momento specialissimo donato a lei (e a me) Valeria visse un vero rinnovamento nello Spirito e sanata dal soccorso divino della Grazia sacramentale rinacque come sposa e il suo cuore si riaccese d’amore.

Quando tornò a casa mi bastò sentire il saluto per capire, quel semplice, banale ma benedettissimo “ciao” che detto così mi sembrò un coro angelico, così corsi ai suoi occhi dove trovai la più dolce conferma, ci abbracciammo stretti piangendo e dicendoci “Ti amo!” come meglio non si può dire. Quella notte ci addormentammo con una profonda pace nel cuore, un nuovo dono che arricchiva ancor di più il nostro matrimonio.

Successivamente la nostra vita è proseguita incontrando molti altri ostacoli, come tutti abbiamo avuto periodi sereni e felici alternati a momenti di angoscia e difficoltà, ma non siamo più stati così lontani tra di noi. Il Signore ci ha sempre amati e condotti ad amarlo attraverso il nostro coniuge in ogni momento, buono o cattivo, anzi, è stato nei momenti peggiori che ci siamo stretti ancor di più l’uno all’altra.

Ah! Dimenticavo: la nuova effusione d’amore di quel momento era troppo forte perché prima o poi non desse nuovi frutti, così dopo un po’ è arrivata un’altra piccola ospite, un’altra volta ci era stato fatto dono di una vita da custodire e poco importò che dovessimo tornare al “perennemente assonnati”, la nostra fortezza era solida, splendida e una volta ancora più ricca di gioia.

Ranieri e Valeria

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Sposi re e regina. 2) Gesù ci rende liberi e degni.

Nel precedente articolo abbiamo visto come Gesù si svela come Re durante la passione, e come la croce sia l’immagine più alta e più forte della sua regalità. E’ il suo trono. Facciamo un passo avanti. Veniamo a noi. Noi siamo parte di un popolo sacerdotale, regale e profetico in virtù del nostro battesimo. Il popolo di Dio non appartiene ad uno stato particolare, non appartiene ad una etnia particolare, non ad una razza. Si entra a far parte di questo popolo non per sangue e per nascita, ma per fede e per il battesimo. Come dice San Paolo noi nasciamo a vita nuova, diventiamo parte del popolo di Dio. per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo. Cristo è l’unico e vero Re e attraverso il battesimo ciò che appartiene al capo (Gesù) passa al suo corpo (la Chiesa). Anche noi siamo resi capaci di essere re, sacerdoti e profeti. Questa appartenenza ci dona due caratteristiche molto importanti: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, devo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la mia dignità e la mia libertà.  Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo. Il re ha una legge: la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimoni. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge.  Il re  perdona non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito. Attenzione! Riscoprire e riconoscere la mia dignità e la mia regalità non mi serve per innalzarmi sopra gli altri. Non mi serve per sentirmi meglio di mia moglie e di mio marito. Non mi serve per giudicarlo/a, per umiliarlo/a, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna. No! La consapevolezza del mio valore, della mia dignità, della mia regalità mi consente di servire meglio quella persona che ho sposato. Mi consente di liberare il mio amore dall’obbligo della reciprocità! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Antonio e Luisa

Introduzione

Non una legge da subire ma una Parola d’amore di Dio.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi.
Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Non se ne scappa. Anche il Vangelo di oggi ci offre una lettura molto chiara. Non si può partire dalla Legge per rendere santo il nostro matrimonio. E anche quando si parte dalla Legge poi serve comunque un salto di qualità. La Legge di Dio può diventare davvero cardine della nostra vita solo quando posta all’interno di una relazione d’amore. All’interno della relazione d’amore tra noi e Dio. Gesù proprio per questo inizia la sua riflessione dicendo : Se uno mi ama. Don Fabio Rosini spiega benissimo questa verità all’inizio del suo percorso sulle dieci parole. Il primo comandamento non è quello che recitiamo al catechismo Non avrai altro Dio all’infuori di me. Quella è una sintesi. Nell’Esodo troviamo scritto: Dio allora pronunciò tutte queste parole: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me.”

Capite la differenza? Semplice, Dio antepone al comando una premessa importante. Io non ti comando da sconosciuto che impone la propria volontà. Io ti dono queste Parole e te la dono da Dio che ama il suo popolo, che lo ha fatto uscire dal’Egitto, che lo ha liberato dalla schiavitù. Cambia tutto non trovate? Il decalogo diventa così la risposta a una relazione d’amore tra Dio e il suo popolo, tra Dio ed ognuno di noi. Non una Legge da subire ma una Parola che diventa roccia sulla quale costruire il nostro matrimonio nella verità, nella pienezza e nella gioia.

Gesù non vuole opprimerci con  regole, dogmi, consuetudini. Non vuole la nostra obbedienza a precetti vuoti, perché svuotati di ogni consistenza. Non vuole che ci trasformiamo in sepolcri imbiancati. Vi siete mai chiesti cosa intenda con questa immagine? E’ semplice. Al tempo di Gesù i sepolcri venivano imbiancati per renderli più gradevoli e meno impuri. Ma dentro conservavano i resti dei cadaveri. Resti divorati dai vermi. Così siamo spesso noi. Imbellettati in apparenza, ma marci dentro. Gesù non si accontenta. Vuole molto di più. Vuole il nostro cuore. Vuole essere amato come uno sposo. Vuole essere desiderato come uno sposo, perchè Lui ci desidera come nessun altro. Il suo cuore è già tutto per noi. Vuole la nostra felicità e sa che è possibile solo quando esercitiamo la nostra libertà. Gesù è uno sposo innamorato. Sa benissimo che non possiamo amarlo, desiderarlo, cercarlo se il nostro cuore è pieno di altro. Anche i sacramenti, che sono mezzo attraverso il quale Lui ci salva ed effonde lo Spirito dell’Amante in noi, sono inutili ed inefficaci perché il nostro cuore non può accogliere nulla se è pieno del nostro egoismo, se è pieno di noi. Ecco perchè esiste la Legge. Una legge nuova, una legge al servizio dell’uomo e non viceversa.  Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato dice Gesù. Gesù che dice anche Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 

Concludendo possiamo amare Cristo e accoglierlo nel nostro cuore solo se comprendiamo, e di conseguenza ci educhiamo a desiderare,  la purificazione del nostro cuore. Il peccato è brutto e fa male. Solo comprendendo questa verità potremo trovare le motivazioni per combatterlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Non perchè dobbiamo assoggettarci ad una legge, ma perchè solo attraverso quella legge potremo essere liberi di aprirci all’amore dell’Amante ed essere così realizzati e capaci di riamarlo autenticamente in nostra moglie o nostro marito.

Antonio e Luisa

Ci sposiamo in mutande per farci rivestire di Cristo.

Il matrimonio è rivestito di regalità. Il matrimonio è amore che diventa visibile. Ciò è evidente e concreto. Traspare da tutta la persona amata che abbiamo accanto. Non so come spiegarmi bene. Cercherò di farlo con una immagine forse un po’ irriverente. Noi ci sposiamo nudi. Anzi in mutande. Non parlo dell’abito materiale. Per quello c’è gente che spende anche cifre a 4 zeri, ma si sposa comunque in mutande. Perchè il nostro cuore lo è. Durante il rito lo Spirito Santo prepara per noi degli abiti sontuosi. Vuole rivestirci di Cristo stesso. Vuole rivestirci della regalità di Cristo. Vuole rivestirci come figli di re. Questo però non basta. Tante coppie, che si sono sposate davanti ad un sacerdote, che hanno celebrato un sacramento, restano in mutande o rivestite di stracci. Ciò che fa la differenza è il desiderio e la volontà di accogliere quegli abiti da re. Re al modo di Gesù, quindi abiti di un re che si fa servo e che si sacrifica completamente per la sua regina (e viceversa). Ora dopo 17 anni di matrimonio vedo la mia sposa rivestita di una regalità meravigliosa. Spero che anche lei mi veda in questo modo e non ancora in mutande. In questi anni si è donata innumerevoli volte in attenzioni, in tenerezza, in servizio, in cura, in sopportazione, in pazienza. Si è donata senza riserva alcuna. Mi ha sempre messo al centro del suo amore. Ciò non significa che è riuscita sempre. La sua volontà non è mai venuta meno. Ognuno di questi gesti l’ha resa ai miei occhi sempre più bella e preziosa. Ognuno di questi gesti ha permesso allo Spirito Santo di rivestirla e di renderla sempre più meravigliosa. Almeno ai miei occhi. Passa il tempo ma non la sua bellezza. Una bellezza autentica, non costruita sui canoni, sulla giovinezza e sulle misure, ma sull’amore. L’unica bellezza autentica che non teme il passare del tempo. Tanti non si sposano perchè concentrano l’attenzione solo su di sè. Perchè dovrei impegnarmi per sempre e incastrarmi? E se poi non funziona? Il rischio c’è non lo nego. L’amore è anche rischio. Va cambiata però prospettiva. Ho imparato a riflettere in altro modo. Concentro l’attenzione su di lei. Tutto cambia. Lei ha impegnato la sua vita con me. Lei ha deciso di donarsi totalmente a me, di amarmi ogni giorno. Cosa ho fatto per meritarmi così tanto? Pensare alla relazione matrimoniale in questo modo cambia tutto, ti permette di arrenderti a un mistero grande di una alterità che liberamente si fa tua senza condizioni e senza nessun limite se non tutto quello che può darti. Il matrimonio è davvero un mistero grande. Non puoi comprenderlo fino in fondo, ma solo contemplarlo con profonda riconoscenza.

Antonio e Luisa