Come spiegare ai ragazzi che la vita ha un senso?

Avevo letto la notizia dei suicidi di tre ragazzi avvenuti tutti nella zona di Milano il primo giorno di scuola.

Una tragica coincidenza secondo i giornali. Episodi non legati tra loro. L’avevo letta ma, ammetto, di non aver voluto andare a fondo della cosa. Perché ho paura di entrare dentro questo baratro di sofferenza. Ho paura perché si tratta di ragazzi che avevano ancora tutta la vita davanti, ho paura perché avevano l’età dei miei figli, ho paura perché come genitore mi sento tanto inadeguato e impreparato ad accompagnare dei ragazzi verso l’età adulta. Quindi, un po’ codardamente, non ho voluto approfondire. Ho voltato la testa dall’altra parte. Michela (redattrice Tau) mi ha chiesto invece di farlo. Allora mi sono immerso. Non tanto nella cronaca di quei gesti disperati. Ho cercato di capire perché questi ragazzi come tanti loro coetanei sembrano essere così fragili.

Ho fatto una breve ricerca on line e ho scoperto come Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5. Le misure restrittive durante la pandemia da Sars-Cov2 hanno impattato significativamente sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti portando ad un aumento delle richieste di aiuto per le forme più gravi di psicopatologia: l’autolesionismo e il comportamento suicidario (fonte: quotidianosanita.it).

Sicuramente la pandemia ha influito. Non c’è dubbio. Non è però la causa principale. Ha influito nel mettere in evidenza un malessere che dipende da altro. Qualcosa che è latente e lavora nel cuore dei ragazzi. Alla fine la domanda è per tutti sempre la stessa: perché sono al mondo? Che senso ha la mia vita?

La mia riflessione non vuole essere psicologica, non ne ho le competenze. Voglio riflettere da uomo cristiano che è anche padre. Cosa posso dare ai miei figli? Come posso aiutarli a rispondere a quella domanda che è decisiva nella vita di ogni uomo?

La nostra società è costruita per dare ai nostri ragazzi competenze sempre più specifiche e complesse. La scuola di oggi è molto diversa da quella che solo pochi decenni fa ho frequentato io. Oggi ci sono molte più opportunità. Oggi ci sono molto più indirizzi di studio, oggi esistono i PDP per i ragazzi con problemi, oggi ci sono attività extracurriculari e si cura l’educazione dei nostri ragazzi da ogni punto di vista da quello civico a quello ecologico e ancora a quello affettivo-sessuale. Oggi si va a studiare all’estero. I nostri ragazzi fanno sport, musica, teatro. Sono nutriti in ogni loro talento e aspirazione.

Eppure i nostri ragazzi sembrano sentirsi spesso poveri e inadeguati. Sono sempre più frequenti episodi di bullismo (dovuti anche alle nuove tecnologie e all’uso dei social). Sono sempre più quei ragazzi che decidono di tirarsi fuori. Ormai non è così difficile imbattersi in qualche alunno che improvvisamente si chiude in camera e non esce più. Cosa sta succedendo? Da padre ho paura perché davanti a tutto questo mi sento davvero piccolo e impreparato. Ho paura che un giorno uno dei miei figli mi dica semplicemente che non vuole più alzarsi e andare a scuola. Cosa potrei fare?

Poi mi rassereno perché è vero che io ho mille difetti e come padre ho sbagliato innumerevoli volte con i miei figli. È vero che continuo a sbagliare ogni giorno e spesso non so come comportarmi con loro. C’è qualcosa che però mi dà speranza: credo che alla fine qualcosa di buono io l’abbia fatto. Ho cercato di dare ai miei figli l’insegnamento più grande: siamo nati perché qualcuno ci ha voluto e ci ha amato. 

Photo by Free-Photos da Pixabay

I nostri figli, come anche noi, vengono al mondo con un desiderio di infinito dentro il loro cuore, desiderio di essere amati in modo pieno e personale. I nostri figli hanno bisogno prima di ogni altra cosa di sentirsi amati per come sono e non per quello che fanno. Hanno bisogno di sentirsi amati anche quando sbagliano. Non significa che qualsiasi cosa facciano vada bene ma significa non identificarli mai con il loro errore. Franco Nembrini, nel suo libro Di Padre in Figlio, raccontava di un confronto avuto in classe, lui è stato insegnante, con degli alunni. Ragazzi di 15 anni. Chiese agli studenti quale fosse il senso della vita. Uno di questi gli rispose: non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata. Lui rimase completamente spiazzato e non rispose nulla. Rimase amareggiato profondamente pensando alla sofferenza che quel giovane doveva aver dentro di sé. 

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e quindi anche per essere capaci di amare.

Io come padre ho un altro compito fondamentale, uno di quelli che può davvero fare la differenza. È importante che io faccia comprendere ai miei figli che c’è un altro Padre che li ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. Come si può spiegare questo a dei bambini? Da ragazzi poi è già molto più difficile. Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio.

Per il figlio (in questo caso maschio o femmina non fa differenza) l’idea di Dio è molto influenzata dal rapporto che instaura con il papà. Un padre violento o che non è capace di incoraggiare il figlio porterà il figlio a pensare a Dio con paura e non con fiducia. Un padre incapace di amare il figlio sempre, ma che condiziona l’amore al comportamento o ai risultati del bambino, facilmente porterà il piccolo a farsi un’idea di Dio come qualcuno sempre pronto a giudicare e a condannare. Queste sono convinzioni che si radicano nella profondità delle persone. Convinzioni che anche da adulti è molto difficile modificare.

Mi rendo conto di questa grande responsabilità che mi è stata affidata da Dio stesso. Nel matrimonio sono consacrato ad essere educatore dei figli, consacrato a riconsegnarli a Lui. È un vero e proprio ministero. Per questo, è importante chiedere scusa quando si sbaglia. Chiedere scusa a loro e a Gesù. Perché capiscano che il Padre che tutto può e che non sbaglierà mai è solo Dio.

Le mie sono solo delle riflessioni che ho buttato giù, pensieri che mi colgono spesso quando osservo i miei figli. Alla fine ciò che conta davvero nella vita di ogni persona è riuscire ad alzare lo sguardo è incontrare quello di Cristo. Attraverso quello sguardo ci si sente amati e preziosi. Si capisce di essere al mondo per un motivo: perché si è amati immensamente. Amati dai genitori e da una storia che ci precede. E anche quando i genitori non sono stati in grado di dare questo amore c’è l’amore di Dio che è morto in croce per la nostra salvezza. Un Dio che ci ha voluto fin dal seno materno Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre (Salmo 138).
Tutto il resto viene dopo.

Ecco: io mi auguro di essere riuscito, con mia moglie Luisa, a trasmettere quello sguardo. Magari ora i nostri figli non ci danno soddisfazione, si lamentano della Messa e delle preghiere e ci fanno il piacere di frequentare la chiesa (almeno per ora), ma siamo convinti che al momento giusto, quando ne avranno bisogno sapranno dove attingere e potranno alzare lo sguardo e fare il loro incontro personale con Gesù, quello che non ti lascia più come prima. Quello che ha permesso anche a me e a Luisa di cambiare la nostra vita e di trovare un senso per tutto.

Antonio De Rosa

Articolo scritto per Tau Editrice (qui l’originale)

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