Quattro funerali e un matrimonio

Il titolo di questa riflessione riprende un famosissimo film degli anni novanta: Quattro matrimoni e un funerale. Qui però si invertono i fattori. I funerali sono quattro per ottenere un matrimonio solo ma autentico e pieno. Quello che segue è la sintesi dell’intervento che io e mia moglie Luisa abbiamo proposto qualche giorno fa alle coppie della parrocchia San Francesco di San Giovanni Rotondo. È stato un momento semplice, ma intenso, in cui abbiamo cercato di condividere una verità che nasce dalla nostra esperienza, dalla fede e dall’ascolto di tante coppie: per amare davvero bisogna morire.

Non è una provocazione né un’espressione spirituale da usare nei momenti più profondi. È una realtà concreta, quotidiana, spesso silenziosa. Il matrimonio non è solo l’incontro tra due persone che si amano, ma un cammino in cui ciascuno è chiamato a trasformarsi. È il luogo in cui impariamo, lentamente, a lasciare qualcosa di noi per fare spazio a un amore più grande.

Gesù lo dice con chiarezza: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà». Questa parola, nel matrimonio, prende carne ogni giorno. Non si tratta di annullarsi, ma di uscire da un modo immaturo di amare per entrare in uno più vero. Perché l’amore non cresce automaticamente: cresce attraverso passaggi, crisi, scelte. E dentro questo cammino ci sono alcune “morti” necessarie, che non distruggono la relazione, ma la fanno maturare.

Ogni coppia attraversa delle fasi. All’inizio c’è l’innamoramento, dove tutto appare semplice e l’altro sembra perfetto. È una fase importante, perché accende il desiderio e mette in moto la relazione. Ma non può durare per sempre. Poi arriva la disillusione, quando iniziano a emergere i limiti, le differenze, le fatiche. Ed è qui che molti si fermano, pensando di aver sbagliato persona. In realtà, è proprio qui che inizia l’amore vero. La terza fase è quella della scelta: quando capisco che amare non è più solo sentire, ma decidere. È in questo passaggio che entrano in gioco le “morti” che fanno crescere l’amore.

La prima è la morte dell’egoismo. All’inizio amare è facile, perché coincide con ciò che ci fa stare bene. Siamo attenti, disponibili, presenti. Ma spesso, senza accorgercene, siamo ancora centrati su noi stessi. Con il tempo, però, arriva un momento in cui l’altro non risponde più come vorremmo, in cui le situazioni diventano più complesse e non c’è più gratificazione immediata. È lì che emerge la domanda decisiva: chi sono quando non mi conviene più amare? Morire all’egoismo significa passare dal “mi fa stare bene?” al “ci fa bene?”. Significa scegliere il bene della relazione anche quando costa. Significa, a volte, rinunciare a qualcosa per custodire ciò che è più grande. L’amore vero non si misura solo in ciò che facciamo, ma anche in ciò a cui sappiamo dire di no.

La seconda morte è quella dell’orgoglio. È forse la più insidiosa, perché entra nella relazione in modo sottile. Quando finisce l’idealizzazione, iniziamo a vedere i limiti dell’altro e dentro di noi nasce una voce che dice: “io ho ragione”. L’orgoglio ci porta a difenderci, a irrigidirci, a voler vincere. Ma l’amore non è una competizione. San Paolo lo dice chiaramente: “l’amore non si gonfia”. Morire all’orgoglio significa accettare che anche noi siamo fragili, che anche noi sbagliamo. Significa smettere di cercare di avere ragione a tutti i costi e iniziare a cercare come restare uniti.

A volte basta un gesto semplice per rompere questo meccanismo. Ricordo un momento difficile della nostra vita, segnato da stanchezza e distanza. Dopo una lite mi ero chiuso, convinto delle mie ragioni. Mia moglie entrò in silenzio, mi portò un caffè e se ne andò senza dire nulla. Quel gesto, così semplice, fece crollare il mio orgoglio. Mi fece capire che l’amore non è dimostrare chi ha ragione, ma scegliere la relazione. Chi ama per primo non è debole: è libero.

La terza morte è quella della volontà, intesa come bisogno di controllo. Non si tratta di rinunciare alla propria libertà, ma di lasciare andare la pretesa che tutto debba andare secondo i nostri schemi. È il desiderio che l’altro sia come lo immaginiamo, che la vita segua i nostri piani. Ma la realtà è diversa, e spesso resiste ai nostri tentativi di controllo. L’amore vero nasce quando smettiamo di voler gestire tutto. Gesù nel Getsemani dice: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua». Non è rassegnazione, è fiducia. Morire al controllo significa accogliere la realtà, accettare l’altro per quello che è, riconoscere che è proprio lì, dentro quella concretezza, che possiamo imparare ad amare davvero.

Infine, c’è una quarta morte, meno evidente ma decisiva: quella legata al nostro essere figli. Non smettiamo mai di essere figli, ma nel matrimonio il nostro ruolo cambia. Non è più primario. Diventa primario il nostro essere sposi e, eventualmente, genitori. La Genesi lo afferma con forza: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie». Quel “lascerà” non è un rifiuto, ma un passaggio. Significa riordinare le priorità, costruire una nuova unità. Questo comporta anche saper mettere dei confini, chiari e rispettosi. Senza confini, la relazione si confonde; con confini sani, ogni legame trova il suo posto.

Queste quattro morti non impoveriscono l’amore, lo purificano. Non tolgono qualcosa di buono, ma liberano spazio. Muore l’egoismo e nasce il dono, muore l’orgoglio e nasce la comunione, muore il controllo e nasce la libertà, muore un certo modo di essere figli e nasce una famiglia nuova. Gesù usa un’immagine semplice e potentissima: «Se il seme non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto». Nel matrimonio questa parola è concreta. Non vince chi ha ragione, non vince chi prende di più, non vince chi controlla. Vince chi ama di più. E ama davvero solo chi, giorno dopo giorno, impara a morire per far vivere l’amore.

Antonio e Luisa

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