«Afferralo e non lasciarlo scappare!» (Tb 6,3)
In questo quattordicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo l’evitamento. Ciò che nella coppia eviti per paura non scompare: ti domina; ma se lo affronti, può diventare strada di guarigione. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati.
Il viaggio di Tobia prosegue, ma a un certo punto accade qualcosa di improvviso. Scende al fiume per lavarsi i piedi, un gesto semplice, quotidiano, e proprio lì, nell’ordinario, emerge l’imprevisto: un grande pesce salta fuori dall’acqua e lo aggredisce. La reazione di Tobia è immediata: paura, istinto, desiderio di scappare. È profondamente umano. Quando qualcosa ci sorprende, quando tocca una zona fragile, la prima risposta è difensiva: evitare, allontanarsi, chiudersi. Ma Raffaele interviene con una parola decisiva: “Afferralo”. Non evitarlo. Non scappare. Non lasciare che sia lui a dominare la scena. Prendilo.
È una scena potentissima, perché descrive con una semplicità disarmante quello che accade anche nella vita di coppia. Il “grande pesce” non è solo un animale. È tutto ciò che emerge all’improvviso nella relazione e che spaventa: un conflitto, una ferita, una distanza, una verità scomoda, una fragilità che non volevamo vedere. Il problema non è che il pesce esista. Il problema è cosa facciamo quando emerge.
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui si gioca una dinamica molto chiara: evitamento contro confronto. Il Bambino interiore, quando ha paura, tende a evitare. Si ritira, minimizza, cambia discorso, si distrae, fa finta che non sia importante. È una strategia di protezione che serve a non sentire troppo, ma ha un costo: ciò che eviti non sparisce. Resta. E spesso cresce. L’Adulto, invece, ha un’altra postura: vede, riconosce, affronta. Non perché non ha paura, ma perché sa che evitare non è una soluzione.
Quante coppie vivono così. Il conflitto arriva, un tema delicato emerge, una distanza si fa sentire, e invece di affrontarlo si rimanda. “Non è il momento.” “Meglio non litigare.” “Passerà.” Ma non passa. Si accumula, si sedimenta, diventa tensione di fondo. Il pesce resta lì, sotto la superficie, e più lo eviti più prende spazio. Nella nostra esperienza di accompagnamento di tante coppie, ci è successo spesso di vedere come siano le donne a fare il primo passo, a scriverci, a raccontare che qualcosa non va. Avvertono la distanza, sentono il problema, cercano aiuto. Il marito, invece, più frequentemente tende a minimizzare, a far finta che il problema non ci sia, a spostare l’attenzione altrove. Non per cattiveria, ma per difesa. E questo però genera nelle mogli una grande frustrazione, a volte anche un rancore silenzioso, perché si sentono sole dentro una fatica che vorrebbero condividere.
Il testo biblico è sorprendente perché non propone una soluzione evasiva. Non dice: prega e il problema sparirà. Dice: prendilo. Affrontalo. Entraci dentro. Questo è un realismo profondamente umano e profondamente spirituale insieme. Tobia obbedisce. Affronta ciò che lo spaventa. E proprio lì accade qualcosa di inatteso: ciò che sembrava solo minaccia diventa risorsa. Raffaele gli dice di conservare il cuore, il fegato e il fiele del pesce, perché serviranno più avanti, serviranno per guarire, per liberare, per salvare.
Questo è un passaggio decisivo anche per gli sposi. Le difficoltà della coppia, se affrontate, possono diventare risorse, ma solo se attraversate, non se evitate. Un conflitto può far crescere la relazione, una crisi può rendere più vera la comunicazione, una ferita può aprire a una conoscenza più profonda dell’altro. Ma tutto questo accade solo se si entra nel problema, non se lo si aggira. Qui emerge una verità forte: ciò che eviti ti domina. Se eviti una conversazione, quella conversazione continuerà a vivere dentro di te sotto forma di tensione, irritazione, distanza. Se eviti un tema, quel tema tornerà, magari in modo più duro, più disordinato, più doloroso. Il pesce, se non lo affronti, resta nell’acqua e aspetta.
Nel matrimonio questo si traduce in tante piccole dinamiche quotidiane: silenzi che diventano muri, battute che coprono disagi, routine che nascondono distanze. Non si litiga, ma non ci si incontra più davvero, e questo lentamente consuma la relazione. Affrontare, invece, non significa aggredire. Non significa esplodere o dire tutto senza filtro. Significa portare dentro il dialogo ciò che è vero, anche se scomodo. Significa dire: “Questo mi fa male”, “Qui mi sento solo”, “Questa cosa mi pesa”. È un atto di coraggio, ma è anche un atto di amore, perché evita che il non detto diventi distanza.
Raffaele non elimina la paura di Tobia. Gli dà una direzione. Questa è la funzione dell’Adulto: non togliere l’emozione, ma orientare l’azione. Nel matrimonio, Dio non toglie i “pesci” dalla vita degli sposi, ma li accompagna nell’affrontarli. Suggerisce, attraverso la coscienza, la relazione, la parola, il momento giusto per entrare in ciò che fa paura. E quando una coppia inizia ad affrontare, qualcosa cambia profondamente. Non perché tutto si risolve subito, ma perché si rompe il circolo dell’evitamento. Si torna a essere protagonisti della relazione, non spettatori passivi delle dinamiche. E spesso accade una cosa sorprendente: proprio ciò che faceva più paura diventa occasione di crescita. Il pesce che aggredisce diventa medicina.
Questo non significa romanticizzare la fatica, ma darle un senso. Significa riconoscere che la relazione cresce non evitando le difficoltà, ma attraversandole. Per gli sposi questo è un invito molto concreto: non rimandare sempre, non aspettare che sia l’altro a iniziare, non lasciare che il non detto costruisca distanza. Affrontare non è rompere la relazione. È salvarla.
Perché l’amore vero non è quello che evita il conflitto. È quello che lo attraversa senza distruggersi. Tobia afferra il pesce, e proprio lì, dove c’era paura, inizia la possibilità della guarigione. E forse anche nel matrimonio è così: non è ciò che ti spaventa a distruggerti, è ciò che continui a evitare.
Antonio e Luisa
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