I vostri figli attendendo lo Spirito … imparano l’arte di amare

Continuiamo il percorso mistagogico della confermazione (articolo precedente) con la seconda scena liturgica: l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito. Dopo il rinnovo e la professione di fede, il vescovo impone le mani sui cresimandi, prima chiede all’assemblea di intercedere presso Dio a favore degli eletti e successivamente chiede lui stesso a Dio l’effusione dello Spirito Paraclito nella pienezza dei setti santi doni.

Dalla celebrazione del battesimo fino al momento della confermazione, ogni cresimando vive a suo modo l’attesa del dono dello Spirito. Non è da solo. La comunità cristiana, e più di tutto la comunità familiare, ha l’opportunità di custodire il cresimando accompagnandolo nella fede, nella speranza e nella carità (cfr gli articoli precedenti sulla mistagogia battesimale).

La testimonianza biblica ci offre una situazione di attesa simile a quella dei cresimandi. Dopo la persecuzione al tempo di Stefano, il diacono Filippo predica il Vangelo nella Samaria e molta gente si fa battezzare. «A Gerusalemme, gli apostoli, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14-17).

Immaginiamo la gioia che è esplosa in coloro che, pur avendo accolto la Parola di Dio, ed erano stati soltanto battezzati, hanno visto i discepoli della Chiesa Madre di Gerusalemme. Non facevano parte di una comunità minoritaria e secondaria. Da quel momento rientravano pienamente nel nucleo dei familiari di Gesù di Nazaret, il Cristo, il Vivente. Ma ancora non potevano neppure immaginare cosa potesse significare essere mossi dallo Spirito, cosa che era accaduta ai discepoli il giorno di Pentecoste.

La tradizione cristiana attraverso questo racconto insegna che nella situazione di superamento del confine della comunità originaria di Gerusalemme – quei battezzati si trovavano in Samaria – l’intervento degli apostoli è necessario per includere la comunità appena fondata nella famiglia apostolica. Per essere certi di partecipare pienamente alla famiglia di Cristo è essenziale essere pienamente accolti nella tradizione apostolica. E così, sappiamo anche cosa dovrebbe avvertire ogni cresimando dal giorno del battesimo a quello della cresima, vivendo l’attesa dello Spirito: il desiderio di amare ed essere amato nella compagnia della fraternità ecclesiale per raggiungere la maturità di Cristo.

Cosa vuol dire la “maturità di Cristo”? Fino al Concilio Vaticano II, e quindi anche nei primi decenni della sua recezione, veniva attribuito alla cresima il significato di irrobustimento spirituale. In effetti, questa consapevolezza maturava molto tempo prima. La prima testimonianza ci è offerta da Fausto di Riez(405490) in un’omelia di Pentecoste, documentabile tra il 449 e 461. Egli ad un certo punto dice: «Lo Spirito nel Battesimo dà la pienezza quanto a innocenza, nella Confermazione dà un accrescimento quanto a grazia, poiché in questo mondo, quelli che per tutta la loro vita debbono vincere, avanzano in mezzo ai pericoli suscitati da invisibili nemici. Nel Battesimo siamo rigenerati per la vita, dopo il Battesimo siamo confermati per la lotta. Se dovessimo morire subito, il beneficio della nuova nascita ci basterebbe, ma per vincere, abbiamo bisogno del soccorso della Confermazione. La nuova nascita, da sola, salva quelli che subito entrano nella pace del mondo beato: la Confermazione arma ed equipaggia quelli cui toccano i combattimenti e le lotte di questo mondo».

Al sacramento della Confermazione è stato attribuito la grazia specifica di aumentare la forza per la lotta spirituale (i sette doni dello Spirito). Segno liturgico tradizionale emblematico è stato quello “schiaffetto” da parte del vescovo sul volto per verificare la fermezza del cresimando all’assalto delle forze contrastanti. Il tempo di attesa sarà un tempo di neo-catecumenato per crescere nell’amore verso Cristo e per Cristo, in cui una triplice ‘corporeità’ svolgerà la funzione generativa dell’amore: il ministero del padrinato, la triplice corporeità (della Scrittura, del Corpo di Cristo, e dell’altro cristiano), il proprio corpo adolescenziale.

Il padrino/La madrina sono ‘rappresentanti’ della comunità cristiana, e ancor prima della comunità familiare. Pur se nella storia il suo ruolo è mutato (accompagnatore della fede, garante della richiesta, possibile nuovo padre, legame affettivo e sociale), non può cambiare il focus del suo impegno ad essere la presenza principale di accompagnamento amante verso Cristo e per Cristo.

Il secondo ‘corpo generativo’ è una triplice realtà di ‘corpi’: il corpo della Scrittura Sacra, il corpo eucaristico (avendo invertito l’ordine dell’Iniziazione che ha collocato l’Eucarestia prima della Cresima), e il corpo dei fratelli e delle sorelle. Questi ‘luoghi’ saranno indicatori della presenza amante di Cristo per i suoi discepoli. Ma ancor più interessante è il ‘corpo’ di domande che ogni cresimando porta in sé, cioè l’insieme dei sogni, delle inquietudini, dell’intero mondo affettivo e di tutto ciò che lo caratterizza nella fase esistenziale del momento celebrativo corrispondente di solito al periodo adolescenziale. Tra tutti i suoi desideri c’è però quello predominante dell’amare, della donazione di sé, che ancora non trova stabilità emotiva, risposta vocazionale, progetto definitivo da costruire. Allora, questo tempo di attesa dell’effusione dello Spirito si caratterizza nell’essere tempo favorevole per il discernimento all’autentico amore nuziale (cfr Amoris Laetitia, 280-286).

Il Mistero che liturgicamente si offre in pochi secondi di silenzio e in poche parole pronunciate dal vescovo durante l’imposizione delle mani, in attesa della crismazione, ha il sapore della reciprocità dell’amore realizzatosi durante tutto il tempo di attesa dal giorno del battesimo a quello della cresima. E’ un sapore che istituisce il reale percorso di formazione crismale e sostituisce quello tentato dall’ingegno pastorale. L’arte di amare si trasmette, l’arte di amare si impara, l’arte di amare non è mai del tutto raggiunta.

Don Antonio Marotta

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