Tutti sogniamo un amore che possa resistere alle tempeste della vita, un amore eterno, che sia per noi un porto sicuro. E spesso si ha la convinzione che questo amore debba arrivare a noi quasi senza sforzo. La vita, in realtà, ci insegna che nulla si ottiene senza fatica. E questo lo sappiamo bene in altri ambiti: sappiamo che per avere un buon lavoro, occorre impegnarsi ogni giorno. Sappiamo che per conseguire un diploma o una laurea, dobbiamo essere costanti nello studio.
Ma per quanto riguarda l’amore, sembra che questo debba arrivare a noi quasi senza sforzo. Nessuna cosa può continuare a vivere se noi per primi non la alimentiamo. E questo ci mette di fronte ad una realtà chiara: l’amore, se non cresce, muore. Nella fase iniziale, quella dell’innamoramento, siamo rapiti dalla bellezza dell’altra persona, tutto in lei ci sembra dolce e magico e siamo entusiasti all’idea di aver trovato una persona con cui condividere la nostra prospettiva di vita. Dopo poco tempo, però, iniziamo a scorgere le differenze, i limiti di quella persona.
E molte relazioni finiscono proprio qui, perché non ci si pone nella condizione di alimentare e rinnovare l’amore. La verità è che l’amore finisce quando smettiamo di curarlo.
L’amore finisce quando rinuncio a vedere l’altra persona come il dono di Dio per me, quando dimentico la bellezza che mi ha fatto innamorare di lei, quando dentro di me si insinua l’accusa, silenziosa e potente. L’amore finisce quando preferisco vedere quello che ci divide rispetto a quello che ci unisce, quando mi chiudo nelle mie ragioni e non investo più nel progetto da costruire. Sono le mie ragioni ad avere la meglio sull’edificazione dell’amore.
La Parola ci dice che colui che divide è l’accusatore, il demonio. Non a caso talvolta la relazione diventa un vero e proprio campo di battaglia in cui non si fa altro che accusarsi delle proprie mancanze. Serve tanta forza di volontà per spezzare quel circuito e tornare al bene che ci unisce. A volte basta un solo sguardo, una parola dolce che ci ricorda quanto di bello abbiamo costruito insieme; altre volte servono più tempo e tanta delicatezza nell’accostarsi all’altro. Abbiamo bisogno di ricordarci quanto di bello stavamo costruendo, quanto stavamo crescendo insieme, nonostante i nostri limiti e le nostre mancanze.
Quando orientiamo il nostro sguardo al bene che ci unisce, allora tutto cambia: ogni divergenza nella relazione è un’occasione da superare, ogni difficoltà diventa la possibilità per crescere insieme, mano nella mano. Affrontare tutto questo insieme regalerà alla coppia dei memoriali preziosi da custodire, momenti in cui facciamo memoria delle prove che abbiamo attraversato e di cui Dio è il testimone prezioso. Il mondo ci insegna che le separazioni sono all’ordine del giorno e la vera magia sta nel custodire l’amore per chi ho accanto, nel preservare l’amore che Dio ci ha messo nel cuore.
Il libro dell’Ecclesiaste ci dice: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore ricompensa per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto”. (Eccle 4, 9- 12)
Questo passo ci ricorda quanto sia prezioso affrontare la vita insieme ad un’altra persona, ci ricorda che se affidiamo il nostro amore a Dio, esso diviene così radicato da non potersi spezzare tanto presto. “Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46): Gesù nel Vangelo non ci chiede di amare chi ci ama ma ci chiede di amare proprio quando costa fatica.
Se siamo in grado di amare solo la bellezza dell’altro, in realtà stiamo amando solo le nostre comodità. Non possiamo lamentarci di non vedere l’amore fiorire nelle nostre vite se noi per primi non siamo disposti a far morire i nostri schematismi e il nostro egoismo. Se non siamo disposti ad accogliere l’altro anche nelle sue fragilità. L’amore vero è quello che accoglie nella sua totalità, quello che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. (1 Cor 13, 7)
Possiamo passare una vita intera a rincorrere la nostra idea di amore, finendo per rimanere intrappolati in una rotatoria in cui riproponiamo, con persone differenti, lo stesso schema comportamentale. Senza imboccare mai una strada, possiamo continuare a sperare che la situazione cambi da sé. Ma nulla può cambiare se noi per primi non cambiamo il nostro sguardo. Attribuire la responsabilità degli eventi agli altri o a quello che accade ci rende spettatori della nostra stessa vita.
Quando realizziamo nel nostro cuore una vera conversione, ovvero un cambiamento di rotta, allora saremo in grado di vedere che le mancanze che imputo all’altro sono anche le mie, che le sue fatiche possono essere strumento di crescita per me e per noi. E allora il nostro sguardo cambierà. Chiediamo a Dio di donarci uno sguardo limpido, uno sguardo nuovo, che non sia più accusatorio ma che possa accogliere e proteggere le fragilità altrui come un tesoro prezioso. Uno sguardo che accolga e preservi la bellezza di chi abbiamo accanto e la relazione che Lui ci ha donato.
Francesca Parlangeli
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