Cari sposi, con gioia ricordo questa frase pronunciata da Papa Benedetto XVI nell’omelia della Messa di inizio di pontificato, oramai oltre 20 anni fa. Ero seminarista e mi colpì il suo significato ma pensavo si trattasse del fatto che per un cattolico la fede comportava la condivisione con altre persone. Mi ci è voluto tempo e cammino spirituale per cogliere molto di più ed è proprio il Vangelo di oggi che ce lo spiega.
Infatti, se ci è chiaro che la parola “orfano”, di origine greca, vuol dire “senza genitori”, meno evidente è il fatto che l’orfanità – fatto sorprendente, a cui la psicologia ha dato un notevole contributo – sussista anche in presenza dei genitori…
Nessuno di noi ha avuto il padre o la madre perfetta come neanche noi lo siamo nei confronti dei figli (grazie a Dio!). Ecco allora che ciascuno sperimenta inevitabilmente di avere mancanze nel ruolo educativo come anche di soffrire di piccole o grandi frustrazioni nel rapporto con i propri genitori o in quanto genitore. Tali difetti strutturali sono, in senso lato, una forma di orfanità, cioè, non l’assenza totale bensì l’incompletezza intrinseca di ogni cura genitoriale. È qui che umilmente bisogna chinare il capo per poi alzare lo sguardo al Cielo!
Difatti, chi può rivelarci il vero Padre? Solo Gesù è in grado di farlo perché solo Lui è il “volto del Padre” (cfr. Gv 14, 9)! E come conoscere il Padre senza la presenza fisica di Cristo? “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 8). Se, quindi, sperimentiamo l’orfanità o la solitudine o l’assenza di Dio nella nostra vita ricordiamoci di quella frase di Papa Benedetto: “chi crede non è mai solo!”. È un segno che il nostro cuore è assetato di Spirito e solo in Lui troveremo pace e pienezza, troveremo la risposta.
L’esperienza di avere una forma di vuoto dentro di noi può essere l’occasione per decidere di crescere e di mettersi in gioco. Come sappiamo dalla Parola, lo Spirito agisce nel silenzio e nella discrezione (cfr. l’incontro di Elia con Dio in 1 Re 18, 9-14, Gesù che è condotto dallo Spirito nel deserto in Mt 4, 1-11, Paolo che dopo la conversione si ritira nelle steppe attorno a Damasco, in Siria in Gal 1, 17). Pare strano ma lo Spirito ci spinge nei nostri deserti, ci porta a spogliarci del superfluo, ci isola dal rumore circostante. Non lo fa affatto per renderci “orsi” e tipi solitari, il motivo è ben altro. Pur se spirito, perdonatemi la ridondanza, lo Spirito ha bisogno di “spazio” perché possa agire e produrre in noi i suoi frutti, come leggiamo in Galati 5, 5: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”.
Come sarebbe la nostra vita se lo Spirito avesse mano libera per produrre in noi e nella nostra coppia tali frutti? Come sarebbe una relazione nuziale piena di amore, di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mansuetudine e dominio di sé? Sognate con lo Spirito! Sognate la vita che Lui vorrebbe viveste e ogni giorno sta ispirandovi perché sia così!
Ben vengano allora le nostre orfanità e solitudini se ci servono ad aprirci di più al Signore e alla sua azione, se ci fanno capire di quanto abbiamo bisogno dello Spirito per dare sapore e significato alla nostra vita personale e di coppia e se ci aiutano a mollare cose inutili, relazioni tossiche, ambienti superficiali, attaccamenti morbosi…
Sapete bene – e quante volte in questo blog lo si è ripetuto – che è lo Spirito a fare la differenza nella vita di coppia, perché è lo Spirito che vi ha costituiti una sola carne nel sacramento (Catechismo, 1624). Siate sposi innamorati dello Spirito Santo benché sperimentiate momenti o periodi di vuoto e solitudine. Lo Spirito di consolazione agisce comunque e quando lo vorrà, vi farà sperimentare la Sua Dolce Presenza.
Concludo con una citazione di un documento dei vescovi italiani, “Comunione e comunità nella Chiesa domestica, n. 8” in cui i nostri pastori ci ricordano quanto del vostro amore dipenda pienamente dallo Spirito e perciò l’importanza di vivere sempre fedeli e docili alle Sue ispirazioni:
“La radice ultima, da cui scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione della coppia e della famiglia cristiana, non sta dunque nell’amore dell’uomo verso la donna e viceversa, e neppure nell’amore reciproco tra genitori e figli: sta nel dono dello Spirito, effuso con la celebrazione del sacramento del Matrimonio. I1 vincolo più forte, che origina e sostiene la comunione coniugale e familiare cristiana, è dato dallo Spirito Santo. Quel medesimo Spirito che indissolubilmente congiunge, nell’unità personale di Cristo, la sua carne umana alla divinità e vincola a lui capo le membra del suo corpo mistico, viene donato ai coniugi cristiani perché la loro comunione di amore e di vita sia, nella storia, un’imitazione ed una partecipazione della mirabile comunione che è propria del mistero di Cristo”.
ANTONIO E LUISA
Grazie padre Luca. Le tue parole sono liberanti dal senso di colpa che spesso noi genitori abbiamo. A volte le nostre ferite di genitori ci fanno soffrire più di tutto. Sentirsi inadeguati, stanchi, incapaci di dare ai figli ciò che avremmo voluto ricevere noi stessi è una fatica profonda. Eppure proprio lì, dove il nostro orgoglio si spezza, Dio riesce a entrare. Perché finché ci sentiamo forti, autosufficienti, “bravi”, rischiamo di vivere la famiglia contando solo sulle nostre capacità. Invece le nostre mancanze ci costringono ad alzare gli occhi. Ci fanno capire che non possiamo salvare nessuno da soli, né educare bene senza lo Spirito Santo. Ben vengano allora certe orfanità interiori, se ci portano a cercare Dio con più verità. Ben vengano le solitudini, se ci liberano da relazioni tossiche, approvazioni continue e attaccamenti che soffocano il cuore. A volte Dio non toglie subito il vuoto, perché vuole riempirlo Lui. E lì nasce un amore più umile, più vero e più libero.
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