Il cuore e il fegato: guarire usando ciò che ti ha ferito

«Prendi il cuore, il fegato e il fiele del pesce e conservali.» (Tb 6,5)

In questo quindicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo le ferite affettive. Le ferite che nel copione ci hanno fatto difendere dall’amore, dentro un matrimonio vissuto nella gratuità possono diventare il luogo in cui finalmente impariamo a lasciarci amare davvero. Clicca  qui per leggere i moduli già pubblicati.

Nel libro di Tobia c’è una scena stranissima. Una di quelle che, lette velocemente, sembrano quasi favole antiche senza nulla da dire alla nostra vita concreta. Tobia e l’angelo Raffaele stanno viaggiando insieme quando un grosso pesce cerca di aggredire il ragazzo. Raffaele gli dice di prenderlo e di conservarne alcune parti: il cuore, il fegato e il fiele. E aggiunge una cosa sorprendente: proprio il cuore e il fegato serviranno per allontanare il demonio che tormenta Sara.

È un’immagine potentissima. Perché Dio non chiede a Tobia di cercare altrove la guarigione. Gli fa usare proprio ciò che prima aveva fatto paura. Proprio ciò che sembrava minaccioso. Ed è profondamente vero anche nella vita di coppia. Molti sposi pensano che amare significhi arrivare al matrimonio “perfetti”, sani, maturi, senza ferite. Ma non esistono coppie senza ferite. Esistono coppie che nascondono il dolore e coppie che imparano a trasformarlo. La differenza è tutta qui.

Potremmo dire che il copione di vita tende a convincerci che ciò che ci ha fatto soffrire ci condannerà per sempre. Chi è stato rifiutato rischia di vivere aspettandosi continuamente l’abbandono. Chi è cresciuto senza sentirsi visto può diventare ipersensibile alle mancanze del coniuge. Chi ha sperimentato tradimenti, freddezza o umiliazioni rischia di costruire un amore difensivo. E allora succede una cosa dolorosa: la ferita invece di essere curata viene trasmessa. Il marito che non si è sentito accolto diventa chiuso. La moglie che ha paura di non essere amata diventa controllante. Uno fugge. L’altra rincorre. Uno si spegne. L’altra alza i toni. E lentamente il matrimonio smette di essere luogo di guarigione per diventare il posto dove il copione si ripete.

Ma Tobia racconta altro. Racconta che persino ciò che ci ha spaventato può diventare medicina. Il cuore e il fegato non sono dettagli casuali. Nella simbologia biblica il cuore non indica soltanto le emozioni. È il centro profondo della persona. È il luogo delle decisioni, della verità, del desiderio autentico. Il fegato invece, nel mondo antico, era collegato alle passioni, agli impulsi vitali, alle emozioni più intense e perfino alle paure profonde. È come se il testo dicesse questo: la guarigione passa attraverso ciò che hai dentro. Attraverso il tuo mondo affettivo più vero. Attraverso le passioni che ti abitano. Attraverso le parti vulnerabili della tua storia.

Molti sposi cercano di salvarsi eliminando il dolore. Ma spesso la maturità nasce quando smetti di scappare dalla tua fragilità e inizi a darle un significato. Una coppia non guarisce perché improvvisamente spariscono i problemi. Guarisce quando le ferite smettono di essere armi e diventano punti di incontro. Pensiamo a quante persone, dopo anni di sofferenza, diventano più capaci di comprendere il dolore dell’altro. Quanti sposi, dopo una crisi attraversata davvero, imparano finalmente a parlarsi in modo autentico. Quanti, dopo aver toccato il rischio di perdersi, smettono di dare per scontata la presenza dell’altro. La ferita resta. Ma cambia funzione.

Ed è qui che il matrimonio può diventare uno dei luoghi più potenti di guarigione del copione. Perché questo cambiamento non nasce semplicemente dalla forza di volontà o da tecniche psicologiche. Nasce quando una persona fa esperienza concreta di un amore gratuito. Di un amore che resta. Di un amore che, lentamente, smentisce le antiche convinzioni scritte dentro di noi. Molti portano nel cuore copioni profondissimi: “Se mostro la mia fragilità verrò rifiutato”. “Se sbaglio non sarò amato”. “Devo essere perfetto per meritare amore”. “Se l’altro vede davvero chi sono, se ne andrà”. E così nel matrimonio spesso si recita una parte. Si mostrano le versioni migliori di sé. Si nascondono paure, vergogne, ferite, bisogni profondi. Ci si difende continuamente. Perché il Bambino ferito teme ancora di non essere degno di amore.

Ma quando il matrimonio viene vissuto fino in fondo accade qualcosa di sconvolgente: l’altro continua ad amarti anche mentre vede le tue ferite. Non solo i tuoi punti forti. Non solo la parte bella. Non solo quella sicura. Anche quella fragile. Anche quella impaurita. Anche quella incompleta. Ed è lì che il copione inizia lentamente a rompersi. Perché l’amore gratuito del coniuge diventa esperienza concreta di qualcosa che molti non avevano mai vissuto davvero: “Posso mostrarmi nudo e non essere rifiutato”. È esattamente ciò che accade nel Vangelo dopo la resurrezione. Gesù risorto avrebbe potuto cancellare le ferite della croce. E invece le mostra. Le conserva. Tommaso può toccarle. Perché l’amore vero non ama nascondendo le ferite, ma attraversandole.

Anche gli sposi, col tempo, imparano questo tipo di nudità. Non solo quella del corpo. Ma quella dell’anima. La nudità di chi smette di recitare. La nudità di chi trova il coraggio di dire: “Questa è la mia paura”. “Questa è la mia fragilità”. “Questo è il dolore che mi porto dentro”. E scopre, forse per la prima volta, di poter essere amato comunque. È questa esperienza che trasforma davvero la persona. Perché quando qualcuno continua ad amarti mentre conosce le tue ferite, allora inizi lentamente a credere che forse non sei sbagliato. Che forse non devi più salvarti da solo. Che forse l’amore non è una prestazione ma una grazia ricevuta.

Ed è questa la vera trasformazione spirituale. Noi spesso immaginiamo la santità come assenza di debolezza. In realtà il Vangelo mostra continuamente il contrario: Cristo risorto mantiene le ferite. Non spariscono. Diventano però ferite trasfigurate. Non sono più segno di sconfitta, ma di amore attraversato fino in fondo. Anche nel matrimonio succede così. Ci sono coppie che passano la vita a difendersi. E coppie che, lentamente, imparano a dirsi: “Ora capisco perché reagisci così”. “Ora vedo la tua paura”. “Ora riconosco il bambino ferito che c’è dietro la tua rabbia”.

Questo non significa giustificare tutto. Né restare in relazioni distruttive. Significa però smettere di guardare il coniuge solo come il problema e iniziare a vedere anche la sua storia. Questo è uno dei passaggi più importanti della ristrutturazione del copione: non identificarsi totalmente con la propria ferita. Non dire più “io sono così e basta”. Ma iniziare a scegliere in modo nuovo. Perché il rischio è usare il passato come condanna permanente. Tobia invece insegna che ciò che ti ha ferito può persino diventare luogo di guarigione per qualcun altro.

Ci sono sposi che, dopo aver combattuto contro dipendenze, freddezze affettive, crisi profonde o tradimenti, diventano capaci di accompagnare altre coppie. Persone che proprio grazie alle loro ferite sviluppano empatia, tenerezza, ascolto. Non perché il male fosse buono. Ma perché Dio è capace di trasformare anche il male in uno spazio di redenzione. Questo è il cuore del cristianesimo: non esiste nulla che Dio non possa attraversare. Nemmeno la tua storia più fragile. Nemmeno quella parte di te che ancora ti vergogni di mostrare.

Il cuore e il fegato del pesce diventano così il simbolo di una verità enorme: Dio non spreca nulla. Nemmeno le ferite. E forse molte coppie ricominciano proprio lì. Quando smettono di chiedersi: “Perché ci è successo?” e iniziano a domandarsi: “Come possiamo trasformare questo dolore in amore più vero?”. Perché le ferite non spariscono sempre. Ma possono diventare medicina.

Antonio e Luisa

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