Ho deciso di rispondere pubblicamente a una domanda ricevuta da una nostra lettrice, mantenendone naturalmente l’anonimato. Lo faccio perché credo che la situazione descritta sia molto più comune di quanto si possa pensare e che molte donne, leggendo queste righe, possano riconoscersi almeno in parte nella sua esperienza.
«Mio marito dice di amarmi tanto. Cucina, fa la spesa, sistema la cucina, pulisce il pavimento e si occupa di tante cose pratiche. Però nella tenerezza è assente. E anche la sessualità è veloce, sembra pensare soprattutto a sé stesso e raramente a me. Lui dice di amarmi. Ma come è possibile?»
Questa domanda racchiude una sofferenza che molte donne vivono nel matrimonio. Da una parte vedono un marito presente, responsabile e disponibile nelle cose concrete. Dall’altra, però, sentono di non essere raggiunte nel cuore. Non si sentono ascoltate, desiderate, comprese. Fanno fatica a percepire quella tenerezza che per loro rappresenta una parte fondamentale dell’amore. Così nasce un dubbio doloroso: se mi ama davvero, perché non riesco a sentirmi amata?
Spesso la risposta è che possono essere vere entrambe le cose. Può essere vero che lui ami sinceramente sua moglie e può essere altrettanto vero che lei non si senta amata nel modo di cui avrebbe bisogno. Molti conflitti di coppia nascono proprio da questa apparente contraddizione. Il problema non sempre è l’assenza dell’amore, ma il modo in cui quell’amore viene espresso e ricevuto.
Ognuno di noi arriva al matrimonio portando con sé una storia e un modo di vivere gli affetti che ha imparato fin dall’infanzia. Ci sono persone cresciute in famiglie dove ci si abbracciava spesso e si parlava apertamente delle emozioni. Altre, invece, sono cresciute in ambienti dove l’amore era presente ma veniva manifestato soprattutto attraverso il sacrificio, il lavoro e il senso del dovere. In questi contesti si impara che amare significa fare qualcosa per l’altro.
Per questo alcuni uomini – ma anche donne – sono sinceramente convinti di dimostrare amore quando si occupano della casa, fanno la spesa, risolvono problemi pratici o si prendono cura economicamente della famiglia. E in un certo senso hanno ragione. Questi gesti sono realmente espressioni di amore. Il problema nasce quando il coniuge ha bisogno anche di altro: ascolto, vicinanza emotiva, parole affettuose, attenzioni gratuite e tenerezza. Ha bisogno di sentirsi incontrato nella propria interiorità.
Questo aspetto emerge ancora più chiaramente nella sessualità. Molti uomini non hanno mai imparato a collegare profondamente la dimensione fisica a quella emotiva e affettiva. Non perché siano cattivi o non amino la moglie, ma perché nessuno ha insegnato loro a entrare in contatto con il proprio mondo emotivo. A volte vivono il rapporto sessuale soprattutto come espressione del desiderio fisico e fanno fatica a comprendere quanto per la moglie siano importanti la tenerezza, il dialogo e la sensazione di essere accolta e desiderata come persona.
Questo non significa che il loro comportamento non provochi sofferenza. La sofferenza della moglie è reale e non va minimizzata. Comprendere le origini di un comportamento non significa giustificarlo. Significa soltanto capire da dove nasce per poterlo trasformare. Se una donna vive l’intimità come un momento in cui si sente poco vista o poco ascoltata, è giusto che possa esprimere questo dolore.
Per questo è fondamentale imparare a parlare dei propri bisogni senza trasformarli in accuse. C’è una grande differenza tra dire: «Tu sei egoista» e dire: «Quando viviamo l’intimità in questo modo io mi sento sola». Nel primo caso l’altro si difende. Nel secondo caso gli si permette di entrare in contatto con la nostra sofferenza. Le accuse costruiscono muri. La condivisione sincera delle emozioni costruisce ponti.
Esiste però anche una strada che può aiutare quando parlare diventa difficile. Negli anni abbiamo visto molte coppie riscoprire il dialogo attraverso la preghiera condivisa. Quando le ferite sono profonde e ogni tentativo di confronto rischia di trasformarsi in discussione, può essere utile mettersi davanti al Signore insieme e iniziare a parlare a Lui in presenza del coniuge. Non per fare discorsi spirituali, ma per raccontare il proprio cuore.
Una moglie può dire: «Gesù, oggi mi sono sentita sola». Un marito può dire: «Signore, mi sento inadeguato e non so come amare meglio mia moglie». Oppure: «Padre, aiutami a capire ciò che vive mia moglie». Quando si parla a Dio davanti all’altro, spesso cadono molte difese. Si smette di cercare il colpevole e si inizia a condividere la propria vulnerabilità. L’altro non sente più un’accusa, ma entra in contatto con il nostro mondo interiore.
In questo modo la preghiera diventa un ponte tra due cuori che hanno smesso di comprendersi. Gesù non sostituisce il dialogo, ma può renderlo possibile. Aiuta gli sposi a guardarsi non come avversari, ma come due persone che desiderano imparare ad amarsi meglio.
Naturalmente ci sono situazioni in cui può essere utile anche un percorso psicologico o una consulenza di coppia. Non perché il matrimonio sia fallito, ma perché nessuno nasce capace di amare bene. Molti di noi stanno ancora imparando a gestire emozioni, paure e modelli relazionali ricevuti dalla famiglia di origine. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È spesso un gesto di amore verso il proprio matrimonio.
Forse allora la domanda iniziale non è: «Mio marito mi ama davvero?». Forse la domanda più utile è un’altra: «Come possiamo aiutarci a esprimere e ricevere meglio l’amore?». Perché a volte l’amore c’è già. È sincero e presente. Ma ha bisogno di crescere, maturare e imparare una lingua nuova. Una lingua fatta di ascolto, tenerezza, verità e reciprocità. Una lingua che due sposi possono imparare insieme, giorno dopo giorno, con pazienza e con l’aiuto del Signore.
Antonio e Luisa
Acquista i nostri libri Il dono del corpo La grazia degli imperfetti Sentire per amare