Il terzo modulo del percorso “In Relazione Con Te – Fede, psiche e libertà affettiva alla scuola di Cristo” ci conduce in uno dei momenti più intensi e umanamente sconvolgenti della vita di Gesù: il Getsemani. Dopo aver lavorato, nel primo modulo, sugli Stati dell’Io e, nel secondo, sull’ascolto attivo e sulla comunicazione efficace, arriviamo ora a un livello ancora più profondo delle nostre relazioni: il mondo delle emozioni e delle paure. Perché possiamo imparare a comunicare meglio e conoscere maggiormente noi stessi, ma se non sappiamo riconoscere ciò che proviamo rischiamo continuamente di essere governati proprio dalle emozioni che cerchiamo di ignorare. Nel Getsemani Gesù non ci mostra un uomo incapace di provare paura, ma una persona che attraversa fino in fondo l’angoscia senza lasciare che essa decida al suo posto.
Un Gesù che ha paura
Siamo abituati a pensare alla fede come alla capacità di essere forti. Quasi come se avere paura significasse credere poco, essere tristi fosse indice di scarsa fiducia in Dio e provare rabbia, ansia o smarrimento fosse qualcosa da correggere il prima possibile. Poi apriamo il Vangelo e troviamo Gesù nel Getsemani. Gesù sa che la sua ora è vicina. Porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e non nasconde ciò che sta vivendo. Dice ai discepoli: «La mia anima è triste fino alla morte». Non minimizza. Non spiritualizza. Non dice che va tutto bene perché tanto il Padre provvederà. Gesù sente l’angoscia, la tristezza e la paura di ciò che sta per accadere.
Questo dovrebbe dirci qualcosa di molto importante: provare un’emozione difficile non significa essere deboli e non significa avere poca fede. Le emozioni fanno parte della nostra umanità. Non sono un errore del sistema da eliminare. Sono messaggi che raccontano qualcosa di ciò che stiamo vivendo.
La paura può dirci che percepiamo un pericolo. La tristezza può raccontarci una perdita. La rabbia può segnalare che un confine è stato violato o che qualcosa per noi importante è stato ferito. La gioia ci parla di ciò che sentiamo come buono e desiderabile. Il problema non è provare queste emozioni. Il problema nasce quando non sappiamo riconoscerle oppure quando permettiamo loro di guidare automaticamente le nostre decisioni.
Quando non sappiamo dare un nome a ciò che sentiamo
Nelle relazioni accade molto più spesso di quanto immaginiamo. Pensiamo di essere arrabbiati con nostro marito o nostra moglie, ma magari dietro quella rabbia c’è paura: paura di non essere più importanti, di essere abbandonati, di non essere compresi. Oppure ci convinciamo di essere semplicemente stanchi, mentre sotto quella stanchezza esiste una tristezza che non ci siamo mai concessi di ascoltare.
Quando non riconosciamo l’emozione che stiamo vivendo, essa tende a trovare altre strade per esprimersi. Può diventare irritazione, chiusura, aggressività, silenzi prolungati, controllo, bisogno di approvazione o fuga dalle situazioni difficili. Una persona potrebbe dire: “Non sono preoccupato”, e trascorrere la giornata cercando di controllare ogni dettaglio. Potrebbe dire: “Non sono arrabbiato”, mentre risponde in modo pungente a chiunque gli stia vicino. Potrebbe dire: “Non mi interessa”, mentre in realtà sta cercando di proteggersi dalla possibilità di essere ferito. Imparare a riconoscere le emozioni significa allora iniziare a domandarsi: che cosa sto sentendo davvero?
Gesù non scappa dalla sua emozione
Nel Getsemani Gesù compie qualcosa di estremamente importante. Non nega la paura, ma non coincide con la paura. La esprime al Padre: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice». Gesù porta dentro la preghiera il proprio desiderio. Non recita la parte di chi non prova nulla. Non finge di desiderare la sofferenza. Dice ciò che sente. Poi aggiunge: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu». Qui troviamo una distinzione fondamentale anche per la nostra maturità emotiva: un’emozione può essere vera senza dover necessariamente diventare un comportamento.
Posso essere arrabbiato senza aggredire. Posso avere paura senza fuggire. Posso essere geloso senza controllare l’altro. Posso sentirmi ferito senza ferire a mia volta. Posso provare un’emozione molto intensa e, contemporaneamente, scegliere ciò che considero buono. La libertà non consiste nel non sentire. Consiste nel riuscire a sentire senza essere completamente trascinati da ciò che sentiamo.
Nelle relazioni le emozioni parlano prima delle parole
Pensiamo a una situazione molto semplice. Un marito torna a casa e trova la moglie fredda e distante. Le chiede cosa sia successo e lei risponde: “Niente”. In realtà qualcosa è successo. Forse si è sentita trascurata. Forse aspettava un messaggio che non è arrivato. Forse ha vissuto una giornata difficile e avrebbe desiderato sentirsi cercata. Ma invece di esprimere quella vulnerabilità, emerge la distanza. Oppure un uomo viene criticato dalla moglie e reagisce immediatamente con rabbia. Potrebbe sembrare semplicemente aggressivo, ma sotto quella rabbia può esserci un’emozione molto diversa: la paura di non essere abbastanza, la sensazione di aver fallito, una vecchia ferita che gli fa percepire ogni osservazione come una condanna. Se ci fermiamo soltanto al comportamento, rischiamo di combattere contro ciò che vediamo. Se impariamo a riconoscere anche l’emozione, possiamo iniziare davvero a comprendere.
Questo non significa giustificare ogni comportamento. Dire “ero arrabbiato” non rende accettabile ferire qualcuno. Le emozioni spiegano, ma non cancellano la responsabilità delle nostre azioni. Proprio per questo imparare a riconoscerle aumenta, e non diminuisce, la nostra responsabilità.
La paura ha bisogno di essere attraversata
Nel Getsemani Gesù non affronta tutto da solo. Chiede ai suoi amici: «Restate qui e vegliate con me». Anche questo è profondamente umano. Quando attraversiamo emozioni difficili abbiamo bisogno di qualcuno che sappia restare. Non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che risolva il problema. A volte abbiamo semplicemente bisogno di poter dire: “Ho paura”, senza sentirci rispondere immediatamente: “Non devi avere paura”. Quella frase viene spesso pronunciata con buone intenzioni, ma rischia di chiudere la comunicazione. Se una persona ha paura, dirle che non dovrebbe averne non elimina la paura. Può invece farla sentire sbagliata anche per ciò che prova. Molto più utile potrebbe essere domandare: “Che cosa ti spaventa?”. Oppure: “Vuoi raccontarmi cosa stai vivendo?”. È ancora una volta l’incontro tra consapevolezza emotiva e ascolto.
Imparare ad abitare ciò che sentiamo
Il terzo modulo di In Relazione Con Te vuole aiutarci proprio a entrare in questo territorio: imparare a riconoscere, nominare e comprendere le nostre emozioni, con una particolare attenzione alle paure che influenzano il nostro modo di stare nelle relazioni.
Quali emozioni ci permettiamo di mostrare? Quali invece abbiamo imparato a nascondere? Quali ci mettono maggiormente in difficoltà? Cosa facciamo quando abbiamo paura? Ci chiudiamo? Attacchiamo? Cerchiamo di controllare tutto? Chiediamo continuamente rassicurazioni? Fingiamo di non aver bisogno di nessuno? Sono domande che possono aprire porte importanti dentro di noi.
Il percorso In Relazione Con Te mette ancora una volta in dialogo il Vangelo con gli strumenti della psicologia per aiutarci non semplicemente a “funzionare meglio”, ma a diventare persone più consapevoli e quindi più libere nelle nostre relazioni. Il Getsemani ci consegna un Gesù profondamente umano. Un Gesù che sente paura, tristezza e angoscia, che chiede vicinanza, che esprime ciò che desidera e che, proprio attraversando quello che sente, riesce a scegliere liberamente.
Forse la maturità emotiva comincia proprio qui: non nel tentativo di smettere di avere paura, ma nell’imparare ad ascoltare la paura senza permetterle di scegliere al posto nostro.
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Antonio e Luisa