Diventare come cibo

Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Il suo agire è splendido e maestoso, la sua giustizia rimane per sempre. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere, gli diede l’eredità delle genti.

Questo Salmo ci aiuta non solo a rendere grazie al Signore con tutto il cuore, ma ne celebra anche la fedeltà attraverso vari passaggi nella preghiera. Ce n’è uno in particolare che ci sembra possa essere adatto a noi sposi: Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza.

Da questa frase si evince come Dio non dia il cibo a chiunque, ma solo a chi lo teme. Dunque dobbiamo chiederci di quale cibo si tratti e di cosa significhi temerLo altrimenti non ne capiamo la profondità.

Innanzitutto, possiamo comprendere il timor di Dio come una sorta di filiale abbandono. È simile a quello che sperimenta il bimbo col nonno. Quando arriva un insegnamento di vita dal nonno, il nipotino di solito ascolta a bocca aperta. Lo fa con stupore, quasi che penda dalle labbra del nonno. A volte si vedono nipotini che eseguono gesti senza conoscerne il significato. Questi gesti vengono ripetuti semplicemente perché lo hanno visto fare al nonno. Oppure, gli è stato detto dal nonno di compiere tale gesto.

Il nostro timor di Dio deve assomigliare un po’ all’atteggiamento di quel bimbo nei confronti del nostro “nonno celeste” che in realtà è il Padre.

Si potrebbero scrivere mille articoli per quanto riguarda il cibo di Dio. Ci basti intuire che il cibo di Dio è variegato. A volte ritroviamo nella Parola di Dio diverse frasi: “mio cibo è fare la volontà del Padre… Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Procuratevi non il cibo che perisce… Perché la mia carne è vero cibo” e altre ancora, ma tra le tante prendiamo quella più classica, ovvero l’Eucarestia.

Il Sacramento del Matrimonio ha diverse affinità con quello dell’Eucarestia. Cari sposi, se volete che il Signore delizi il vostro matrimonio con i Suoi sapori, accostatevi a questo cibo celeste frequentemente. I sapori di Paradiso sono come un antipasto di Paradiso. Per ottenere frutti di vita nuova e di rinnovato amore tra noi, dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di rinnovare sempre il timor di Dio che ci è stato donato nella Cresima.

Coraggio sposi. Ogni Matrimonio Sacramento deve diventare, a sua volta, fonte di cibo per la nostra parrocchia e per tutti coloro che ci sono vicini o che incontriamo. Dobbiamo cibarci di Colui che è l’Amore per ridonarLo nella nostra carne.

Giorgio e Valentina.

Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra

Entriamo ancora di più nella bellezza di questo libro della Bibbia. Il Cantico dei Cantici è poesia ed è meraviglia. Ricordo che tutte queste riflessioni sono tratte dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Clicca qui per leggere gli articoli precedenti.

L’amata

Il mio diletto è per me come un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

L’amato mio è per me come un grappolo di cipro delle vigne di En-ghedi.

L’amato

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei incantevole!

I tuoi occhi sono come colombe.

Abbiamo terminato il precedente capitolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo.

Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo o la nostra sposa ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù, quando ci stupiamo della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù, quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro. Capite ora perché i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?

Torniamo ora al Cantico. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo.

Un desiderio casto emerge. Non è generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere. Nasce dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata dalla nostra relazione. È un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si concepisce un figlio, ma anche quando si genera nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

La traduzione della CEI propone: quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Don Carlo Rocchetta preferisce: quanto sei incantevole! Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione. Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me.

Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico. È una traduzione nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte!

Antonio e Luisa

Giovani ricchi di Cristo

Cari sposi, anni fa, a un mio confratello chiesero di celebrare le nozze di una coppia “vip”. Questo avvenne nel centro di Padova, e per di più nella chiesa più ricercata per i matrimoni. In piena omelia, lanciò alla sposa una semplice domanda: “e tu perché ti vuoi sposare?” e lei, emozionata, rispose: “per essere felice”. Riprese allora il reverendo: “beh, allora cara mia non hai capito gran ché di quello che stai per fare”. Non vi dico le facce di tutti i presenti…

Qualcosa del genere dovette accadere agli astanti della scena che ci presenta il Vangelo. Un bravo ragazzo di parrocchia si approccia a Cristo per fargli una nobilissima domanda, nientepopodimeno che sulla vita eterna, ci mancherebbe.

Ma in realtà questo giovane, sotto mentite spoglie, voleva più che altro qualcosa per sé più che mettersi davvero in gioco. Ecco perché Gesù lo sgama subito. È un giovane che si staglia e si riflette spesso sulle coppie di ieri e di oggi, al momento di approcciarsi al matrimonio. In esso tali “giovani” cercano magari di avere qualcosa per sé. Vogliono trovare gioia, pace, sicurezza. Non che sia sbagliato, per carità. Ma non è il fine del matrimonio. Questo è semmai una grazia che il Signore è ben disposto a concedere purché si abbia chiaro il fine.

Difatti il matrimonio ha lo scopo di offrire un nuovo modo di seguire Cristo. Permette di entrare in relazione con Lui, non più da semplice battezzato, ma in coppia. Se questo baldo giovane era venuto a prendere… Gesù invece gli chiede tutto. È per questo che se ne va triste. Idem nel matrimonio. Chi cerca il matrimonio per crearsi un’oasi di pace e di “serenità” dove farla da padrone si prepari, piuttosto, a combattere.

La grande lezione di Gesù è che per amare davvero, cosa che tutti gli sposi davanti all’altare di certo intendono fare, bisogna però perdere la vita. Noi invece vorremmo mettere d’accordo le varie circostanze della nostra vita, anche quelle avverse, con la fede, di modo che tornino i conti.

Gesù non è venuto a rovinarci e a rattristarci sadicamente al vita. Vuole la nostra fiducia e la decisione a lasciarci guidare da Lui. Per questo, Gesù non risponde alla domanda del giovane su cosa deve fare di concreto. Piuttosto, il Maestro gli propone di seguirLo. Deve iniziare una relazione seria con Lui.

E questo è esattamente quello che è accaduto il giorno della vostra celebrazione. Gesù Sposo vi ha guardati con amore. Con il vostro “sì lo voglio”, avete deciso di mettervi alla Sua sequela in coppia. Avete lasciato ogni cosa alle spalle.

Che meraviglia pensare così il matrimonio! Non è una passeggiata, seppur bella e intrigante, ma sempre in solitario; diviene uno star dietro a Lui, vada dove Gli pare, ma sempre in Sua compagnia, sempre con la certezza che non ci lascerà mai.

Cari sposi, abbiate il valore, il coraggio e la generosità oggi di ripetere in coppia il vostro “sì” deciso al Buon Pastore. Siate certi che sarà sempre la miglior decisione che possiate aver preso. Sarà la fonte della vera felicità.

ANTONIO E LUISA

Io mi sono sposato per essere felice. Non mi vergogno a dirlo. E non mi vergogno ad ammettere che non avevo capito nulla del matrimonio. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo. Non ci rende felici sempre. Sbaglia, si arrabbia e ha comportamenti irritanti. Ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici in pienezza e per sempre. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. Con la consapevolezza di essere amati già così. Perchè trovano in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore di Dio donandosi gratuitamente nel matrimonio. Non chiedete a vostro marito o a vostra moglie di darvi quell’amore infinito di cui avete bisogno. Avreste perso in partenza.

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Sesso e Libertà: Riscoprire l’Intimità Vera

In questi giorni scorrendo le varie notizie sui social è facile imbattersi in qualche post che racconta del Calippo Tour. Detto semplicemente, due ragazze, creator di onlyfans – oggi il mestiere più antico si chiama anche così – per farsi pubblicità vanno in giro per varie città italiane a cercare uomini che desiderino fare determinati contenuti espliciti con loro. Di che contenuti si tratta non serve che lo dica, è abbastanza eloquente il nome del tour.

Ora non voglio soffermarmi sulla questione Calippo Tour. Voglio usare questa notizia per mettere in evidenza il poco valore che oggi la società riserva al sesso e al corpo. Certo questo modo di agire non riguarda tutti. Sono casi limite ma sono comunque un sintomo chiaro. Anche perché pochi si scandalizzano del modo che hanno trovato queste due ragazze per fare soldi. Il corpo è loro e lo usano come vogliono. Non fanno male a nessuno. Questo è un po’ il pensiero comune. D’altronde siamo nel ventunesimo secolo. Bisogna avere la mente aperta.

Noi cristiani dovremmo portare una sensibilità diversa. Non perchè siamo ancorati al medioevo, come dicono tanti. Ma perchè sappiamo l’importanza del corpo e di cosa significa intimità. Almeno dovremmo saperlo.

L’intimità non è fare sesso con qualcuno. L’intimità non è mostrare i propri genitali. L’intimità non è condividere un letto o un orgasmo. Il Calippo tour esprime esattamente questo. Puoi fare qualsiasi gesto sessuale con una persone che era e resterà un perfetto estraneo per te.

L’intimità, don Epicoco lo spiega benissimo in una sua catechesi, è essere libero. Libero di mostrare non il tuo corpo ma tutta la tua persona. Intimità è mostrarti all’altro nella verità di te stesso. Quando lo puoi fare con la certezza che l’altro non ti ferirà ti senti finalmente libero ed amato. Noi siamo pieni di maschere. Proprio perchè siamo feriti. Abbiamo vissuto delle esperienze fin dalla nostra infanzia che ci dicono che non possiamo essere veri. Dobbiamo adattarci a un noi stessi che gli altri si aspettano. Per questo non possiamo sentirci davvero amati.

La fede cambia tutto proprio in questo. Ci sentiamo guardati e amati da un Dio che ci conosce nel profondo e ci vuole bene. Ciò che cambia il cuore delle persone non è la paura del giudizio finale. È scoprire di avere un Padre che ti ama. Così come sei, nei tuoi casini e nelle tue fragilità. Anche quando pecchi, non smette mai di vederti bello, anzi bellissimo. Questo è la libertà e la verità della vera intimità.

Non è il sesso a fare l’intimità. È l’intimità dei cuori e la verità della relazione che danno valore, piacere e pienezza al sesso. Per questo non credete a quelli che vi dicono che per stare con una persona devi andarci a letto. Non serve il sesso per capire se c’è chimica. Basta sentirsi attratti fisicamente per capirlo. Serve piuttosto un fidanzamento fatto bene, che permetta ai due di preparare i cuori e perfezionare quell’intimità che permette loro di essere liberi l’uno con l’altra. Per arrivare al primo rapporto – nel matrimonio – preparati. Dove il sesso diventa un modo per manifestare quel desiderio di voler essere liberi di essere uno con l’altro nella verità di noi stessi. Ma quanto è bello così! Accetto tutto il tuo corpo perché accetto come sei tu, senza bisogno che tu nasconda parti di te.

Poi questo prosegue nel matrimonio. Vogliamo fare l’amore bene? Non smettiamo di custodire la nostra intimità. Non smettiamo di perfezionare la nostra capacità di accoglierci, di perdonarci. Non smettiamo di guardarci oltre i nostri errori. Solo così il tempo che passa renderà il nostro corpo più vecchio ma il nostro amore sempre più forte. Perché il vero piacere del sesso non è l’orgasmo. È l’esperienza di essere accolti nella verità, in corpo ed anima, dall’altro.

Antonio e Luisa

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Sposi da vetrina

E se a metterci sul piedistallo ci pensiamo… noi stessi? Che succede quando, gradualmente, una coppia di sposi inizia la scalata del proprio ego? Quando gli altri o i propri talenti diventano solo un mezzo per emergere e brillare?

Succede che il piedistallo di cartone contraddice le belle parole professate. E questa differenza, ad un occhio attento, risulta evidente.

Continuiamo il capitolo sull’invidia reciproca. Esiste, come ho scritto nel precedente articolo, un rischio di svalutarsi e considerarsi “da meno”. Questo ha un corrispettivo diametralmente opposto: la vetrina da esposizione. Credersi belli, bravi, “di più” e godere dell’ammirazione generale, nutrendo il proprio ego di applausi e lettori.

Voglio premettere una cosa importante: i talenti (ognuno ne ha) vanno fatti fruttare, guai a nasconderli sottoterra! Nessuno si creda povero di essi. Ed è bello che risplenda la Sua gloria attraverso gli infiniti modi e gesti e opere e parole che Egli ispira ai suoi Figli. Largo spazio, dunque, alle coppie che hanno qualcosa da dare, testimonianze da fare, storie da scrivere e via dicendo. Così si nutre il popolo di Dio, si nutre l’annuncio, le membra sono in movimento e la Chiesa prospera. Un tripudio!

Il problema è sempre e comunque questione di cuore. Inizia quando si diventa lusingati e si gongola degli applausi. Ci si offende se non si viene coinvolti in iniziative dove si è sempre stati presenti. Si sgomita per essere i prediletti del parroco. La rabbia emerge quando sembra negato ciò che ci spetta (lo spazio, la nostra presenza…). Abbiamo un problema e si chiama idolatria. Gli idoli diventiamo noi stessi.

Seconda premessa: succede a tutti e sì, se ne esce. Il piedistallo, comunque, durerà poco. È fatto di carta. Va distrutto quanto prima o lo farà la vita stessa, dimostrando quanto le ambizioni stridano con la fede professata.

La ruvidità che utilizzo ha una motivazione molto semplice. Ho visto e vedo coppie che hanno tanto da donare (in termini di testimonianza). Queste coppie sono escluse da altre coppie, semplicemente per paura di perdere il posto faticosamente “guadagnato”. Coppie che non cedono, che non mollano, che non servono più tanto gli altri ma molto loro stesse. E consacrati un po’ tiepidi che, semplicemente, le lasciano fare, perché è quell’usato sicuro che conforta e dà sicurezza. E così, per anni, a guidare una realtà trovi sempre le stesse persone.

Ogni coppia è diversa, ogni coppia ha qualcosa da dare. La coppia a voi vicina ha qualcosa che voi stessi non potete dare. Invece, ciò che potete offrire voi, potete offrirlo soltanto voi. Capite quanta ricchezza nascosta sottoterra?

Capite quanto farebbe bene a tutti poter godere del tesoro tutto intero, anziché di un solo denaro? Capite quanto sarebbe bello smontare il piedistallo di carta e tornare, uniti, a servire il gregge?

Qualcuno avrà bisogno dei vostri talenti, come Sposi. Qualcuno avrà bisogno dei talenti che ha un’altra coppia. Qualcuno del modo di comunicare la fede di un’altra ancora… e così via. Il Signore ci ha reso bisognosi gli uni degli altri ma non tutti hanno bisogno di voi.

È Dio che soddisfa i bisogni di ognuno – solo Lui può colmare ogni vita. E qua entra in gioco la scomodissima umiltà, che va rispolverata!

Sì, quell’umiltà capace di cedere il passo. Di tornare a quella frase buffa ma vera: “Dio esiste ma non sei tu. Rilassati!”. E di scoprire che (udite, udite) a fare un passo indietro… non perdiamo niente. Anzi, si guadagna e il guadagno raddoppia, poiché diventa guadagno di tutti. No, non succede niente di brutto a mollare un po’ la presa. Lasciamo che vadano avanti altri. Potrebbero non avere esperienza, ma hanno la voglia di mettersi a servizio. Lo fanno con entusiasmo e un po’ di incoscienza. Quanto bene può fare cedere il posto? Scardiniamo questi idoli e dei piedistalli facciamo carta straccia. Sempre al primo comandamento siamo. Non ci si schioda proprio mai. Non a caso è il primo. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Non rendiamoci idoli di noi stessi, sposi da vetrina, da esposizione: il vero potere è e resta il servizio. Spontaneamente dato, ricevuto, anche lasciato quando serve, con sapienza.

Giada di @nesentilavoce

“L’Onda di luce” del 15 ottobre

Molti sanno che il 15 ottobre si ricorda la grandissima Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo e dottore della Chiesa. Tuttavia, forse in pochi sanno che il 15 ottobre è anche la giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale.

Leggiamo nel libro del profeta Isaia un passo potente, emozionante: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”  (Is 49, 15-16). La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è nata in un contesto completamente laico. Tuttavia, si può arricchirla di speranza cristiana. Questa è un’attitudine, oltre che una virtù. Mi piace definirla come il compimento della promessa di Dio. Non è un’attesa passiva in cui si aspetta che qualcuno faccia qualcosa. È la certezza che quel Qualcuno sta già operando per un Bene maggiore in questa vita e nell’eternità. Concretamente che significa?

Dobbiamo fidarci del Padre anche quando ci sembra difficilissimo. Lo facciamo anche se è dolorosissimo e impossibile. È proprio attraverso le ferite che filtra la luce. È la stessa luce del mattino di Pasqua. Questa luce è passata attraverso i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù.

Umanamente, poi, significa che i primi a dover parlare di queste creature sono i loro genitori. Siamo noi genitori a essere testimoni di un amore che non finisce nelle poche settimane o nei pochi mesi di una gravidanza che non è giunta al termine. Questo amore, trasfigurato e rafforzato, scavalca i limiti e i confini del tempo. Lo fa per come lo conosciamo in un’ininterrotta cordata tra Cielo e Terra.

Da un lato, un certo tipo di propaganda vorrebbe vendere come “diritto” il poter scegliere di spegnere la vita nel grembo, più o meno consapevolmente. Dall’altro lato, migliaia di genitori soffrono per un figlio che vola direttamente Lassù dal pancione della mamma. L’aborto spontaneo, purtroppo, è ancora un tabù. Se ne parla pochissimo. Quello che fa più male è il silenziatore attorno ai bambini non nati. Essi sono persone a tutti gli effetti e portano impresso il sigillo del Creatore: l’anima immortale.

Grazie a Dio negli ultimi mesi mio marito ed io, genitori di Chicco in Cielo, possiamo affermare con gioia che qualcosa si sta muovendo … eccome! Non solo se ne parlerà a gennaio nella Scuola Nuziale. Sempre più coppie, famiglie e sacerdoti esprimono il grande desiderio di fare qualcosa per aiutare chi ci è passato, o chi ci sta passando. C’è anche il desiderio di valorizzare – finalmente – queste creature. Il loro grandissimo numero non può più essere ignorato né dalla Chiesa né dalla società civile.

Quella che ho definito come “cultura prenatale”, insomma, non si è soltanto definitivamente avviata. Sta finalmente suscitando quel cambiamento al quale personalmente auspichiamo da oltre dodici anni. Ossia da quando la fatidica frase Non c’è più battito ha cambiato completamente le nostre vite. Pur nella certezza che il Signore non ci stava togliendo un figlio ma ce lo stava donando in maniera differente.

La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è un’occasione particolarmente favorevole. Permette al mondo di comprendere l’importanza di parlare di questi bimbi e queste bimbe. Non è certo tacendo che si può eliminare il loro passaggio su questa terra. Soprattutto, non si può eliminare il loro essere vivi nel Cuore di Dio. Quel Padre Buono che li ha voluti e chiamati a Sé così presto. Questa Volontà, umanamente difficile da accettare e misteriosa, ha un ruolo determinante nella Comunione dei Santi e nell’economia della salvezza. Se anche non parlo di qualcuno, insomma, questo non significa che quel qualcuno non esista.

Ecco, la giornata del 15 ottobre serve proprio a questo: fermare la frenesia di una società perennemente di corsa e farla rallentare. La giornata invita a pensare a queste esistenze silenziose. Sono così preziose per i loro genitori e le loro famiglie. Sono preziose per l’intera umanità.

Uno dei gesti più semplici ma insieme più concreti di questa giornata è la cosiddetta Onda di Luce, a proposito della quale ho scritto nel mio libro (“Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice):

Un gesto molto significativo da compiere il 15 ottobre è quello chiamato “Onda di luce” e consiste nell’accendere una candela alle ore 19:00 e mantenerla per un’ora: ovunque ci si trovi, seguendo i fusi orari, questa scia luminosa brillerà dunque per ventiquattro ore e renderà visibile ciò e soprattutto chi è invisibile, aiuterà non soltanto a capire che i bambini non nati sono e devono essere parte costituente della società ma anche a far sentire meno soli quanti piangono una simile scomparsa”.

Alle candele accese non facciamo mancare una preghiera, una Santa Messa, un momento di raccoglimento. Quella luce, quindi, non sarà solo una fiammella che, dopo aver brillato, si spegnerà. Sarà un bagliore di Vita e Verità in un mondo sempre più buio. Questo mondo ha sempre più sete e fame di Dio. Solo così l’Onda di luce acquisterà il senso più bello e pieno. Accenderà i cuori non soltanto in una sera d’autunno. Continuerà per sempre, fino a ritrovarsi Lassù. Questi figli sono prima di essere nostri, figli di Dio.

Fabrizia Perrachon

Coppie che invidiano altre coppie

Quella coppia è stratosferica. Testimonianze, raduni, tour… sono davvero un passo avanti! Loro sì che hanno trovato il loro posto nel mondo. Sono chiamati dal Signore. Valgono qualcosa. Mica come noi, scapestrati e pigri, che viviamo alla giornata, fra lavatrici e code in auto… mediocri. Loro, circondati da amici, splendono. Noi al massimo possiamo timidamente sederci in ultima fila. E magari prendercela pure l’uno con l’altra, perché non siamo in grado di brillare di più“.

Ecco, cari sposi. C’è una dinamica in cui rischiamo tutti di cadere. Tendiamo a credere (non a caso uso questo verbo) che ci siano coppie di serie A e coppie di serie B. Sposi fruttuosi e sposi grigi. Sposi “da meno” e sposi che sono “di più”: hanno qualcosa in più, fanno qualcosa in più, dicono qualcosa in più.

Iniziamo a scardinare, pezzo per pezzo, questo piedistallo che ci siamo costruiti. Su di esso facciamo salire gli altri. Come Gesù è nell’Eucarestia (vivo!), così è in mezzo agli Sposi (nella stanza nuziale, nel cibo, nei figli, nei gesti). E Gesù non è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre? Forse in alcune coppie è più presente che in altre? Questa è, permettetemi un termine forte, una bestemmia. Pensare che sia un Dio ‘spezzettato’, che si dà maggiormente a qualcuno piuttosto che ad altri, un Dio che fa preferenze di persone, che premia una coppia anziché un’altra, che muore solo per qualcuno e non per tutti: questo non è il Dio che conosciamo.

Noi sposi abbiamo tutti la medesima dignità. Questa dignità non è data dai nostri meriti. È data dalla presenza stessa del Signore nel Sacramento che abbiamo celebrato. Questa presenza è con noi ogni giorno.

Le grazie e il Bene che vedi, e che certamente molti fanno, sono per tutti. Sono un dono di cui gioire e godere. Sono una manifestazione del Signore per il bene tuo e degli altri, dell’umanità intera. Nulla toglie al valore che ogni coppia di Sposi ha, un valore intrinseco che non è possibile togliere. Dal momento che il sigillo è stato messo, lì resta.

Il dono o l’impegno altrui, per cui a volte può sembrare (erroneamente, ripetiamocelo) che alcuni sposi siano “più sposi” di altri, è capace di beneficare chi lo circonda e moltiplicare anche il nostro Amore. Non per merito, lo ripeto, ma perché è il Signore ad ispirare tanto Bene. La logica del “siamo amati se siamo bravi” è distruttiva. Non saremo mai bravi abbastanza. Non saremo mai impegnati abbastanza. Non saremo mai applauditi abbastanza.

Sei invidioso perché Dio è buono? Non può fare delle sue cose ciò che vuole? Queste domande sono nel Vangelo e con queste Gesù sa rimettere ordine nel nostro animo scombussolato.

Vedo coppie di sposi anziani che vanno a fare la spesa assieme. Poi vanno a Messa. Passano la giornata in casa a fare cose semplici come leggere un giornale o pulire la cucina. Vanno a letto sereni e magari si prendono cura di qualche nipote con gioia. Vedo coppie impegnate in Diocesi, attive nel sociale, pronte ad organizzare ritiri e testimonianze a cui accorrono centinaia di ragazzi. Fra questi due esempi, non vedo differenze. Il Signore gioisce per entrambi allo stesso modo. Ama entrambi allo stesso modo. Santifica entrambi ugualmente con la Sua gloria.

Cari sposi, entriamo nella logica dei figli. Un padre e una madre non fanno preferenze. Scoprono che, con più figli, l’Amore non si divide. Invece, si moltiplica. Da figli, esercitiamoci nella consapevolezza di questo. Siamo amati oltre misura. Tutti, tutti, tutti meritiamo un Dio che è morto crocifisso e Risorto. Destinatari di gioia infinita, grazia a profusione, amore strabordante e frutti in abbondanza. Non tutti sono chiamati a fare le stesse cose. E meno male! Ma siamo chiamati ad abitare il mondo a nostro modo. Ognuno lo fa in modo originale, con la creatività di Dio, lungo la strada ispirata dallo Spirito Santo. Membra di un solo corpo – non esiste membro superfluo, inutile, scartabile!

Giada di @nesentilavoce

It’s wonderful. Un Pensiero di Dio Fatto Carne

Sal 138 (139) Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda. Meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.

Il Salmo della Messa odierna è stato musicato da diversi autori per l’immediatezza del messaggio ivi contenuto, ma anche per la semplicità con cui è espresso dalle parole. Vorremmo soffermarci non tanto su qualche suggestione che ci dona un’espressione o l’altra, quanto sul messaggio nella sua completezza.

Si intuisce subito come questo Salmo possa far bene a tante persone che hanno una bassa stima di sé. Anche se venissero ignorate dal mondo intero, leggendo questo Salmo, dovrebbero percepire quanto siano stimate da Dio. Siamo importanti per Lui al punto che si è degnato di intesserci nel grembo di nostra madre.

Ognuno di noi è come un pensiero di Dio fatto carne. Già questo dovrebbe far scomparire ogni nuvola di tristezza. Per il cristiano non esistono giornate inutili. Ad ogni risveglio basterebbe questo pensiero per affrontare ogni giorno con letizia. Solo il pensiero che io esisto perché Qualcuno mi ha amato e continua a farmi vivere con la Sua presenza fa diventare ogni giorno una bellissima giornata e degna di essere vissuta nella Sua Grazia.

Ma questo è solo il primo strato superficiale che volevamo mettere in risalto. A ben vedere, c’è dell’altro un poco più in profondità.

Se è vero che “mi hai tessuto nel grembo di mia madre[…] hai fatto di me una meraviglia stupenda” vale per ognuno di noi, significa che vale anche per il nostro coniuge, o no? Se ci battiamo giustamente con tanto ardore per difendere il povero, l’immigrato, il carcerato. Difendiamo anche il bambino del (cosiddetto) terzo mondo, il malato, e le vittime delle molte guerre, ecc… perché non dovremmo difendere almeno con lo stesso ardore e passione il nostro coniuge ?

A volte succede che ci ricordiamo del valore della persona solo per chi vive fuori dalle nostre quattro mura. Ma questo non vale anche per i nostri familiari? Ovviamente le nostre sono solo provocazioni per stimolarvi ad entrare in profondità.

Se dunque anche il mio coniuge è una meraviglia stupenda ed è unito indissolubilmente a me, significa che io sono vincolato ad una persona stupenda. Questa persona è certamente imperfetta ma meravigliosa. Già per il fatto di essere un pensiero di Dio fatto carne. Se poi la persona amata è sacramento di Cristo per me, allora significa che Dio l’aveva da sempre pensata per me, fin dall’eternità. Dio mi ha amato da sempre. Ha deciso di farmi esistere da un momento preciso in poi. Ha voluto farsi molto vicino a me. Voleva farmi sperimentare il Suo amore attraverso una “meraviglia stupenda”. Questa meraviglia è un segno carnale ed efficace della Sua Grazia: questa meraviglia è il mio coniuge!

Coraggio sposi, Dio non si sbaglia mai: il nostro sposo, la nostra sposa è perfetto per amarci. È perfetto per essere amato/a da noi. Non gli/le manca niente per essere sacramento vivente.

Amiamo con riconoscenza il nostro coniuge. Tutto cambierà.

Giorgio e Valentina.

Il mio nardo spande il suo profumo

Adesso arrivano dei versetti meravigliosi che vanno letti e meditati. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati. Gli articoli sono tutti tratti dal testo Sposi sacerdoti dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice). Un testo che cerca di raccontare il Cantico dei Cantici.

L’amata

Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo spande il suo profumo.

Lei lo ha cercato, lui l’ha contemplata. Ora i due sposi sono insieme. Inizia un duetto. È un dialogo intimo da cui si spande come un profumo tutto l’amore. Il desiderio e la meraviglia si stanno generando nel cuore dei due protagonisti. Lasciatevi avvolgere. Immedesimatevi.

Tu, donna, sei la Sulamita che arde d’amore per il suo re. Tu, uomo, sei Salomone che non desidera che stringere in un abbraccio la sua regina. Lei è andata da lui. Lo ha cercato. Anche questo è un gesto quasi di ribellione ai costumi del tempo. Ha preso lei l’iniziativa. Entra nella stanza del re e la stanza è pervasa dal profumo.

Torna il profumo. In questo caso di nardo. Come a dire che la vita del re assume una ricchezza nuova grazie a quella presenza. Il luogo è lo stesso, ma nello stesso tempo tutto è nuovo. Profumo che simboleggia l’amore stesso. Realtà invisibile ma concreta. Il profumo è quello del nardo, essenza molto preziosa. Un amore prezioso e inebriante. Il profumo avvolge la persona del re. Il re è avvolto dall’amore e dal desiderio della sua regina. Lo percepisce chiaramente. Un dialogo senza parole, ma che arriva dritto all’altro. Tutto il mio amore lo effondo per te. Mi rendo bella per te. Dirò di più.

A cosa rimanda il nardo? Chi si comporta allo stesso modo?

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo.

Il significato è lo stesso. La Sulamita, attraverso il nardo, vuole esprimere tutto il suo amore per il suo sposo, per il suo re. Così Maria di Betania. Attraverso quel gesto vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re. Per amare Cristo, la sposa deve amare lo sposo e lo sposo deve amare la sposa. Entrambi devono farlo come la Sulamita e come Maria.

Maria ama senza riserve. Il suo amore è senza limite e oltre il necessario. Tanto che appare quasi uno spreco. Sembra che non sia necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne?

Ci esprimiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione. Oppure, limitiamo tutto al minimo indispensabile? Diamo per scontato l’amore che ci unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Siete riusciti a identificarvi nella Sulamita o in Salomone? Avete assaporato la bellezza di quanto scritto in questi versi ripensando alla vostra vita di coppia? Se è così, avete un matrimonio vivo e meraviglioso. In caso contrario, impegnatevi. Affidatevi a Cristo perché vi dia la capacità di recuperare questa bellezza. A questa bellezza tutti siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Divino restauro del mosaico d’Amore

Cari sposi, la notizia è proprio fresca fresca. A Roma hanno rinvenuto un meraviglioso e raro mosaico. Si trova lungo la Via Appia, a poco più di un metro di profondità. Una equipe di archeologi si è subito messa all’opera. Vogliono riportare agli antichi splendori quello che potrebbe essere il pavimento di una sontuosa domus romana.

Notizie come questa fanno sempre piacere. Il pensare che nel nostro paese ci sono così tanti tesori e che possano essere valorizzati e resi fruibili al pubblico, infonde un sano orgoglio verso la cultura italiana. E se qualcuno ci dicesse che ha trovato il modo per ripristinare e restaurare la coppia umana? Essa è così annerita e arrugginita dall’attuale mentalità liquida. Non ne saremmo per lo meno incuriositi?

Ebbene, in tutte le letture di oggi, Cristo ci mostra la via. In modo particolare, lo fa nel Vangelo. Egli ci guida a ridare lustro alla bellezza dell’essere coppia e sposi.

Viene presentata difatti a Gesù un caso di infedeltà che, per la Torah, meritava il divorzio. Similmente ciò equivale oggi all’andare a cercare le percentuali di separazioni e convivenze secondo l’Istat. Noi come i farisei allora vorremmo chiedere al Signore: che ne pensi di tutto questo? Ciò significa che l’unione fedele tra marito e moglie è giunta ormai al capolino?

Ma Gesù osa andare al di sopra di ogni analisi, diremmo oggi, sociologica o psicologica del motivo di così tanti divorzi e fallimenti. La sua risposta indiretta è appunto il far riferimento al principio, cioè alla Genesi, come abbiamo letto nella prima lettura. In altre parole, Egli ci sta dicendo di ripartire proprio da lì per affrontare la crisi matrimoniale. E cosa vi scorgiamo di così significativo? Già per alcuni forse dire Genesi è associato a Cenerentola o ai Puffi. Tuttavia, il primo libro della Sacra Scrittura contiene verità eterne. Sono ispirate da Dio ma narrate con la mentalità del V secolo a.C.

Riandando perciò alla Genesi, Gesù sta dicendoci che per superare la durezza del cuore, bisogna affrontare quella mentalità egoista e materialista che uccide l’amore. È necessario che l’uomo e la donna ricomincino a stupirsi del dono di essere coppia. Questo è un dono che non si sono dati loro stessi. Adamo, infatti, non appena vede Eva ha un moto di profonda emozione che nasce dal contemplare una meraviglia! Il mondo odierno ha eliminato lo stupore. Questo sentimento è ben di più di un’emozione passeggera. Esso è frutto di contemplazione, di saggezza, di saper andare oltre le apparenze. La coppia può superare la “sclerocardia” solo se riprende a stupirsi di essere un dono di Dio l’uno per l’altro.

In secondo luogo, bisogna ripartire dall’attribuire una pari dignità tra uomo e donna. Questo porta a una complementarità tra loro. È per questo motivo che Adamo riconosce in Eva una sua simile. Come dice Papa Francesco: “L’immagine della «costola» non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità” (udienza 22/4/2015).

Ancora una volta la coppia può vincere e oltrepassare ogni influsso negativo dell’ambiente circostante. Questo accadrà quando cesserà ogni lotta per prevaricare, per dominare, per possedere l’altro. È necessario sforzarsi per cercare la comunione, l’intesa profonda e la vera comprensione reciproca.

Infine, Cristo sottolinea che per amare, prima bisogna lasciare. È necessario svuotarsi per accogliere l’altro. Il matrimonio è una convocazione ad amarsi totalmente. L’atto di lasciare casa avvia una riflessione sulla maturazione autentica. Diventare adulti è fondamentale prima di intraprendere la via del matrimonio.

Cari sposi, Dio vuole unire la vostra coppia. Quell’unione che voi vivete in tutti i sensi è il primo riflesso dell’Unione. Egli intende realizzare quest’Unione con ciascuno di noi per l’eternità. Con la grazia di Dio e tanta pazienza si può già da adesso viverla fedelmente ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Riprendo volentieri le parole di padre Luca. Sapete perché è così bello il matrimonio? Lo è quando diventiamo una sola carne. Una sola carne non si intende solo essere uno nell’intimità fisica. C’è una lettura meno immediata ma molto bella. La carne nella Bibbia indica la fragilità dell’uomo. Ecco! Essere una sola carne significa che diventiamo custodi l’uno della fragiltà dell’altro. Che bello sentirsi amati così!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /39

Siamo ancora al Capitolo XXXIII. Il direttore di un circo compra Pinocchio. Lo obbliga ad imparare la sua parte in un grande spettacolo di salti e balli con sferzate e frustate. Ad un certo punto scorge tra il pubblico la Fatina. Stupito, si ferma ad osservarla. Ma così facendo arriva un’altra dolorosa frustata. Questa gli ricorda di non fermarsi ma di continuare lo spettacolo.

Ed ecco qui il focus di quest’oggi:

Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!… Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò: […]

Sembra ormai giunta la fine per quel povero burattino trasformato in ciuchino. Sembra che il suo destino sia già segnato. Nessuno gliel’ha imposto. Ha fatto tutto da sé, rovinandosi con le proprie mani. Tutto sembra pre-destinato, ma la storia prende un’altra piega, poiché c’è ancora una speranza: le lacrime.

Molti direbbero che finché c’è vita c’è speranza. Ma qui potremmo parafrasare questo famoso aforisma con “Se c’è lacrima c’è speranza”. Quelle lacrime sono il segno che dentro quella bestia è rimasto ancora qualcosa che non sia animale.

È interessante notare come nessuno si accorga che il povero ciuchino piange. Forse perché tutti quelli intorno a lui lo considerano un vero ciuchino e non un burattino. Perciò è impossibile che pianga, che provi sentimenti, emozioni, rimpianti… ed invece…

Traducendolo per la nostra vita: succede spesso che quando ci siamo degradati così tanto da perdere quasi la figura umana, quelli intorno a noi ci considerano spacciati. Quasi identificano la nostra degradazione con la nostra persona. Ma nessuno di noi è quello che fa. Anche se ne combinassimo di grosse, quello che abbiamo fatto di male non ci definirà mai. Noi siamo uomini. Siamo figli di Dio col Battesimo.

Semmai potremmo essere definiti degli uomini (maschi o femmine) che hanno commesso questo e quell’errore. Tuttavia, non siamo il nostro errore o il nostro peccato. Se non ci dà per spacciati nemmeno Dio fino a che non esaliamo l’ultimo respiro, figuriamoci se possono darci per spacciati altri. Queste persone sono uomini come noi.

Cari sposi, quando il nostro coniuge ne combina di grosse, dobbiamo alzare le antenne. Cerchiamo una possibile fessura attraverso la quale far entrare la luce di Dio. Non diamolo mai per spacciato con frasi perentorie del tipo : Non cambierai mai, sei sempre lo stesso, ecc…

Forse lei/lui sta piangendo alla guisa di Pinocchio. Tuttavia, il suo pianto è interno. Il suo grido di dolore è soffocato dal nostro giudizio o da quello di chi lo circonda. Difendiamo il nostro coniuge, abbracciamolo con l’abbraccio misercordioso di Dio (se occorre anche con l’abbraccio fisico), non lasciamolo solo. C’è chi è tornato sui suoi passi grazie ad uno sguardo d’amore misericordioso. Uno su tutti S. Pietro. Coraggio sposi, non diamo per spacciato mai il nostro amato o la nostra amata.

Giorgio e Valentina.

Come i genitori possono rovinare il matrimonio dei figli

I genitori, per quanto spesso animati da buone intenzioni, possono avere un impatto negativo sul matrimonio dei figli. Questo accade in diversi modi. Questo accade soprattutto quando si intromettono eccessivamente o non rispettano i confini tra la coppia e la famiglia d’origine.

Intromissione nelle decisioni. Alcuni genitori tendono a voler controllare o influenzare le decisioni dei figli. Questo può riguardare scelte economiche, educative o personali. Questo può creare tensioni tra i coniugi, poiché il partner può sentirsi sminuito o messo da parte.

Conflitti di lealtà. I figli sposati possono trovarsi divisi tra il desiderio di essere fedeli al proprio coniuge e il desiderio di non deludere i propri genitori. Questo può creare un senso di colpa e pressione che erode la serenità della coppia.

Critiche al partner. Genitori che criticano il partner del figlio, direttamente o indirettamente, possono minare la fiducia. Possono anche destabilizzare il matrimonio. Se un coniuge sente di non essere accettato o rispettato dai suoceri, questo può generare frustrazione e allontanamento.

Dipendenza economica o emotiva. Se i genitori offrono troppo supporto economico o emotivo, i figli possono faticare. Essi non riusciranno a sviluppare l’indipendenza necessaria per affrontare le sfide coniugali. Un’eccessiva dipendenza dai genitori può portare a un rapporto di coppia sbilanciato o immaturo.

Mancanza di rispetto dei confini. Genitori che non rispettano i limiti della vita privata dei figli. Ad esempio, intromettersi nella gestione della casa o dei figli. Questo può creare risentimento e conflitti all’interno del matrimonio.

Per evitare che ciò accada, è importante che i genitori riconoscano il loro ruolo di sostegno. Devono rispettare i confini. Devono anche permettere ai figli di crescere come coppia autonoma. D’altra parte, i figli devono imparare a stabilire e mantenere questi confini. Devono proteggere la loro relazione e affrontare insieme le difficoltà senza interferenze esterne.

Qui però finiscono le “colpe” dei genitori. Ripetiamo, e non ci stanchiamo di farlo, che la responsabilità della relazione è di chi la vive. Non possiamo incolpare i nostri genitori se non siamo capaci di mettere dei confini. Se i nostri genitori si allargano un po’ troppo è perché noi permettiamo loro di farlo. Cosa fare quindi?

Non sposatevi se le dinamiche sono quelle sopraindicate. Il primo consiglio è quello di prevenire prima che curare. Se il vostro fidanzato o la vostra fidanzata è chiaramente in una delle situazioni sopraindicate non sposatelo. Non pensate di poter cambiare le cose dopo. È un’illusione.

Mettete i confini voi! Insieme! I confini funzionano solo se a metterli sono entrambi i coniugi. Se lo fa solo uno dei due non può funzionare. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non mettetevi in competizione. L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. È importante, quindi, da un lato spronare l’altro, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi. Se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male o cerca di non affrontare il discorso. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie, è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Lei può gestire meglio la situazione. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.

I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. È importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Questo articolo non vuole essere una critica ai nostri genitori. Spesso sono delle persone meravigliose e anche dei nonni premurosi per i nostri figli. Però alcune cose vanno messe in chiaro. Questo è necessario per potersi volere bene in un modo sano e non dannoso per tutti.

Antonio e Luisa

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Signore fa di me uno strumento. La preghiera di San Francesco in chiave sponsale

Siamo alla vigilia del quattro ottobre. È il giorno in cui la Chiesa celebra uno dei suoi più grandi Santi. Si tratta del Patrono d’Italia: San Francesco. Il poverello d’Assisi, come a volte è chiamato, è davvero un esempio mirabile di umiltà. È anche un esempio di fedeltà, pace, fratellanza e amore a Dio. Ha una concezione talmente rivoluzionaria di attenzione per il creato e per il Creatore che, forse, non riusciamo a comprenderlo pienamente nemmeno noi. Siamo uomini di ben ottocento anni dopo. Pur avendo tutto, forse non abbiamo capito ancora niente di quello che è riuscito a comprendere lui del Cielo. Ma anche della Terra.

Parlare di San Francesco vorrebbe dire aprire un trattato teologico. Non ne ho minimamente le competenze. Ciò che, semplicemente, desidero condividere con voi è qualche riflessione alla luce della Grazia che ho potuto vivere poche settimane fa. Per impegni di testimonianza sull’aborto spontaneo e i bambini non nati, sono riuscita ad andare nuovamente ad Assisi con mio marito.

Dico questo perché è la quarta volta che, insieme, torniamo in questo luogo sacro meraviglioso. In questo luogo, si può assaporare la spiritualità di un genio nella fede. Mi piace definirlo un genio che dona a piene mani a chiunque visiti questo paese umbro.

E siccome San Francesco parla al cuore di ciascuno di noi, ecco che possiamo analizzare in chiave sponsale la sua nota “Preghiera semplice”. Che in realtà non è sua. Trattasi in di una preghiera scritta nel ‘900, ma che riassume benissimo la sensibilità e la fede del santo. un Questa preghiera esordisce con l’invocazione “Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Non è forse il primo grande compito che si trovano ad affrontare marito e moglie?  L’armonia di coppia non è forse quel tesoro nascosto? Si può vivere in pienezza solo se la casa è costruita sulla roccia. Questa roccia è Cristo. La pace vera, nella coppia, non è l’assenza di problemi. È la duplice certezza di poter contare sull’altra metà e – insieme – su Gesù. La pace, già: parola usata e abusata. È cantata e strumentalizzata anche da chi non sa nemmeno cosa sia veramente. Viene usata come bandiera di un finto buonismo. Viene usata per un pacifismo esclusivamente di facciata. D’altronde ci aveva già avvisato Gesù, dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). Marito e moglie possono, anzi devono, anelare a essere strumenti della pace del Cielo. Questa pace diventa pace terrena nella fiducia che anche le cose più difficili possono diventare realtà. La pace deve irradiarsi anche verso i figli, i genitori e quanti stanno attorno alla coppia. Solo così, la coppia può dimostrare la solidità di un amore costruito nel Signore.

“Dove è odio, fa ch’io porti amore. Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Dov’è discordia, ch’io porti l’Unione.” Amore, perdono e unione sono i cardini del matrimonio! Potremo definirli la “Trinità sponsale” ossia ciò che rende non solo possibile ma vivo e vero il sacramento. Non è forse vero che per amare bisogna perdonare e che solo attraverso questo binomio ci può essere unione autentica? Non per forza, nella coppia, si è chiamati a perdonare gravi torti o tradimenti. A volte basta un banale litigio per il dentifricio o la tovaglia. Questo può graffiare l’unità familiare e la pace dei cuori. Ecco allora che la fede ci offre strumenti utilissimi di accoglienza e mediazione. Questi strumenti tra noi e la nostra metà sono in grado di superare le piccolezze della vita. Ci permettono di guardare al bene più grande. “Non sono più due ma uno”. L’Unione sacra e sposale del matrimonio appunto.

“Dov’è dubbio fa ch’io porti la Fede, dove è l’errore, ch’io porti la Verità, dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce”. Quante volte un coniuge deve aiutare l’altro nel cammino, come singolo e come metà della stessa parte! Non sempre si viaggia spediti e paralleli. Alcune volte la vita, l’infanzia e il passato causano disallineamenti nella coppia. La maturazione personale e spirituale può fare lo stesso. Se il sacramento è vissuto con piena coscienza, però, per un certo periodo uno dei due potrebbe dover “trainare” l’altro. Questo avviene per riportarlo vicino alla Verità che è il Signore. Dunque un marito può essere esempio di fede per la moglie. La moglie può essere esempio di fede per il marito. Questo avviene in un mutuo scambio simbiotico che porti sempre alla speranza. La speranza è, come mi piace definire, il compimento della promessa di Dio. Che sofferenza se, al contrario, la coppia cade in balia del dubbio, dell’errore e della disperazione! Ed ecco perché la Chiesa è la famiglia di famiglie. Le coppie sono chiamate ad aiutare le altre coppie nei momenti di difficoltà. Con il proprio esempio, devono rendere visibile che la rinascita con Gesù è sempre possibile per tutti. Il dolore non ha mai l’ultima parola se ci nutriamo di Lui. Solo così le tenebre torneranno ad essere luce e la tristezza si muterà in gioia. Crediamo fermamente nella potenza del sacramento matrimoniale!

“Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Poiché: se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna”. Quanto è vero questo, nella coppia! Il primo a dover comprendere l’altro è il coniuge. Il primo che va amato – se si decide con maturità di sposarsi – non sono più io. È l’altro e il “noi” che ne scaturisce. Il donarsi è il più grande gesto che rende marito e moglie una sola carne. Dono che non è, ovviamente, soltanto fisico. Ma totale nel senso più ampio del termine. Al coniuge devo donare affetto, amore, tempo, energie, anni, intelligenza, mente, corpo e anima. Ma anche i difetti affinché siano superati e trasfigurati nella resurrezione. Il Signore rende questa resurrezione possibile nell’impegno reciproco a un miglioramento. Questo è per un bene grande e duraturo a cui la coppia è chiamata. Ossia, la santità dell’unione. Solo così si raggiungerà la Vita Eterna promessa. Potremo dire: grazie, San Francesco. Con le tue parole hai illuminato anche noi sposi di ieri, di oggi e di domani.

Fabrizia Perrachon

Responsabilità nel Tradimento: Chi è Colpevole?

Parlavo con una mia cara amica. Questo è successo pochi giorni fa. Abbiamo discusso riguardo ai tradimenti all’interno del matrimonio. Stavamo ragionando se fosse un atteggiamento prevalentemente maschile o femminile. Sul momento, ho detto che una volta erano gli uomini a tradire maggiormente. Ora, forse, le cose si sono invertite. In realtà, ho riflettuto in seguito, che è una considerazione che, da un certo punto di vista, non ha tanto senso. Infatti, gli uomini tradiscono con altre donne. E viceversa. Quindi, la responsabilità è solo di chi ci prova? O anche di chi non sa dire di no?

Dopo la separazione sono stato oggetto di attenzioni esplicite da parte di alcune donne impegnate/sposate. Ho risposto in modo chiaro che non ero minimamente interessato. Ammetto che, sul momento, mi abbia fatto piacere e che qualche pensiero mi sia venuto. Tuttavia non sarei riuscito fisicamente a tradire mia moglie, perché la ritengo una cosa sbagliata per tanti motivi.

Se ad esempio un uomo sposato s’invaghisce di un’altra donna, quest’ ultima è in grado di dirgli: “Cosa vuoi da me? Lasciami perdere e torna da tua moglie e dalla tua famiglia!“. Anche se questa donna fosse single e non sposata, quindi completamente libera sentimentalmente, frequentare un uomo sposato che ha già una famiglia e magari anche dei figli, la rende colpevole di tradimento. O almeno corresponsabile. È bene ricordare che comunque al di fuori del matrimonio cristiano e cioè senza una promessa di vita, si dovrebbe vivere in castità.

Naturalmente può succedere che le persone nascondano di essere impegnate o sposate. Così si diventa inconsapevoli complici di tradimento. Però credo che le cose si possano tenere nascoste per poco tempo. Questo accade solo se ci si assenta per lunghi periodi da casa.

Capisco bene che faccia sempre piacere quando una persona ti cerca. Ti fa i complimenti e manifesta attrazione verso di te. Ti fa sentire importante e apprezzato. Questo aumenta la tua autostima e la tua considerazione. Tuttavia, la serietà di una persona e la sua integrità e fede si vedono durante le tentazioni.

Conosco persone che dietro l’insistenza, ad esempio, di un collega hanno dovuto cambiare lavoro perché stavano per cedere. Oppure è successo a un separato fedele che per dare un passaggio in auto a una sua amica, questa gli è letteralmente montata addosso. Fortunatamente lui è riuscito a resistere. Per questo il buon senso consiglia di evitare situazioni che possano metterci in difficoltà. A parole siamo tutti bravi, ma sono i fatti quelli che contano.

Se c’è una coppia in crisi, andrebbe aiutata a risolvere i problemi relazionali, comunicativi e personali. Al contrario, accettando le avance dell’uno o dell’altra, si va spesso a dare il colpo di grazia al loro rapporto.

Io non vorrei mai trovarmi nella situazione di avere qualche responsabilità nella fine di una storia d’amore. Non me lo perdonerei mai. Non ci dormirei la notte, specialmente se ci sono dei figli.

Il principio evangelico, infatti, dice non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Come noi non vorremmo che si inserissero altre persone nella nostra famiglia, così sarebbe bene fare verso gli altri. Anzi, in realtà, il principio non è in versione negativa, ma positiva. Cioè, “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Quindi, non si tratta di evitare qualcosa, di non fare, ma di prendere l’iniziativa e andare così incontro agli altri.

In sintesi, se una persona sposata ci provasse con te, non solo non dovresti acconsentire. Dovresti farle anche capire che è un atteggiamento sbagliato. Non è rispettoso. Non è cristiano. Non è portatore di qualcosa di buono.

Naturalmente questa è la teoria. Poi so bene che in pratica è molto difficile. Anzi, è molto probabile essere mandati a quel paese, oppure sentirsi chiedere: “Sei omosessuale?” se non acconsenti. Ad ogni modo, anche se non si dice nulla, è possibile almeno pregare per lei. È possibile anche pregare per la coppia in crisi.

Saper dire di no, rifiutare e non farsi trascinare in qualcosa di sbagliato non è per niente facile. Lo vediamo già nelle prime pagine della Bibbia. Il serpente tenta Eva con successo e poi Eva coinvolge Adamo. Eva non avrebbe dovuto fidarsi del serpente. Adamo avrebbe dovuto ricucire con fermezza lo strappo che si era creato. Invece si è fatto abbindolare anche lui. È diventato così ugualmente responsabile del tradimento.

D’altra parte, uscire con un uomo o con una donna è semplice. Non ci vuole niente. Il difficile è non farlo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Wow, che decisione!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56) Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Oggi è il giorno di S.Teresa di Gesù Bambino (quella di Lisieux). È una santa a cui siamo particolarmente affezionati per diversi motivi. Uno dei quali è il fatto che è una delle figlie di una coppia di sposi santi: i santi Luigi e Zelia Martin.

Si potrebbero scrivere molte righe su queste santità famigliari. Sceglieremo solo un aspetto che ha a che fare con la prima frase di questo brano del Vangelo: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Santa Teresina (così affettuosamente chiamata per distinguerla da S. Teresa d’Avila) ha lasciato diversi scritti. In uno di questi dal titolo “Storia di un’anima“, ella racconta la sua decisione di essere il cuore nel corpo che è la Chiesa. Si rifà alla famosa immagine descritta da S. Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.

Il cuore dell’uomo, nella Bibbia, è la sede delle decisioni intime. È la sede dove tutto si decide, dove si vaglia il bene ed il male. È anche la sede dove c’è il setaccio. Serve per usare il nostro libero arbitrio. Questo ci permette di scegliere per la libertà. Per usare un linguaggio più moderno potremmo definirlo come la stanza dove si riunisce il CDA di un’azienda. Lo potremmo paragonare alla famosa Stanza Ovale della Casa Bianca.

Ora, cosa c’entra la decisione di Santa Teresina con quella di Gesù?

Santa Teresina ha preso la decisione di amare (il cuore appunto) aldilà di ogni costo e oltre ogni confine. O meglio, ha deciso di ri-amare Colui che per primo l’ha amata. Ha preso la decisione di ricambiare quell’Amore che l’ha amata così tanto da dare la Sua vita per lei.

Quell’ Amore sappiamo essere Gesù stesso, e come ci ha dimostrato il Suo Amore? Morendo in Croce per noi, per la nostra salvezza.

Gesù è entrato nella Sua Stanza Ovale (per così dire). Ha scelto di amarci, cioè di salvarci. Il brano del Vangelo ce lo testimonia con la frase che abbiamo selezionato: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Cari sposi, cosa c’entra con noi questa decisione di Gesù?

Vogliamo imitare Gesù, ovvero andare fino in fondo alla nostra decisione? Se siamo entrati nella nostra stanza intima del CDA, il nostro cuore, e abbiamo deciso di amare il nostro coniuge, dobbiamo imitare la fermezza di Gesù. Anche gli sposi hanno una loro Gerusalemme verso cui mettersi in cammino: il proprio Sacramento del matrimonio. E questo Sacramento è per gli sposi ciò che per Gesù è Gerusalemme. È il luogo dove si compie la salvezza. È il luogo dove l’amore si dona tutto fino alla morte in Croce.

E dobbiamo prendere questa decisione con la stessa fermezza di Gesù. Non dobbiamo usare la scusa che Lui fosse il Figlio di Dio. Lui non ha annientato la propria natura umana con la scusa di avere anche la natura divina. Ha deciso in quanto uomo, la Sua fermezza trova la propria fonte nella fiducia nel Padre.

Coraggio sposi, possiamo anche noi prendere il posto del cuore dentro quel corpo che è la Chiesa. Possiamo anche nella chiesa domestica che è la nostra casa. In fondo Santa Teresina ha preso la stessa decisione di Gesù: amare costi quel che costi.

Giorgio e Valentina.

Assomigli alla cavalla del cocchio del faraone

Riprendiamo la lettura del Cantico dei Cantici. Settimana scorsa (clicca qui per le puntate precedenti) siamo rimasti con l’esclamazione dell coro che si rivolge alla Sulamita con Incantevole tra le donne. Il coro lascia ora la parola allo sposo, a Salomone.

L’amato

Tu assomigli, o amica mia,

alla cavalla del cocchio del faraone

Le tue guance sono belle fra gli orecchini,

il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento.

Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Tu assomigli, o amica mia, alla cavalla del cocchio del faraone. Una donna del nostro tempo con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo.

Non è una cavalla qualsiasi. È la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone, il re più potente del mondo all’epoca. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Fu scritta in una comunità di pastori seminomadi. La natura è la pietra di paragone per ciò che esiste di più bello.

Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia. Questa poesia riempie il cuore di chi l’ascolta o la legge.

Le tue guance sono belle fra gli orecchini, il tuo collo tra i vezzi di perle. Ti faremo trecce d’oro, con grani d’argento. Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento.

Quanto è vera questa cosa anche oggi! La mia sposa per esempio è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sé. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Ciò che la rende felice non è il valore materiale. La fa sentire amata il messaggio che c’è dietro. Le sto dicendo: tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo: tu sei la più bella e la più preziosa e te lo voglio dire attraverso questo dono.

Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Un gesto del genere può causare un dolore profondo. Nella nostra cultura, ma mi sembra di capire anche in quella del Cantico, il gioiello ha un significato di esclusività. Un gesto riservato alla persona amata. Se il marito regalessa un gioiello a un’altra donna, questo atteggiamento farebbe sentire l’amata messa da parte. La farebbe dubitare della relazione stessa. Creerebbe tanta sofferenza e insicurezza. Non è così? Pensateci.

Questo mette in evidenza come le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre aspirazioni siano abbondantemente influenzati dalla società in cui viviamo. Anche il nostro modo di vivere e pensare le relazioni ne è influenzato. Ciò non toglie che è insito in noi il desiderio di un amore esclusivo. Questo vale in ogni tempo e cultura. Questo è parte della nostra natura.

Antonio e Luisa

Il bicchier d’acqua: inizio di santità o naufragio nel nulla

Cari sposi, anche oggi prosegue l’insegnamento di Gesù che invita all’umiltà e alla semplicità evangelica. Gesù pur essendo Dio fatto uomo, riesce a rendere estremamente comprensibile e attuabile la sua Parola. È tutto il contrario delle elucubrazioni e dei ragionamenti complessi, contraddittori e contorti a cui oggi ci abitua la cultura in cui viviamo.

Come si accoglie Cristo nel prossimo? Prima di pensare di immolarsi dinanzi a un plotone di esecuzione, Gesù ci dice: offri un bicchiere di acqua fresca. Cioè, inizia da quello che è più immediato e a tua portata di mano. Poi da lì, a poco a poco, puoi arrivare a grandi azioni di distacco dal proprio egoismo e di generosità.

Fa sorridere tale esempio di Cristo del bicchiere d’acqua. Per un verso, potrebbe far pensare a chi vi si perde per il troppo pensare o non saper stare con i piedi per terra. Dall’altra parte, esso è un lampante invito su come iniziare la via della santità.

Se poi applichiamo tutto ciò alla vita di coppia, è molto rincuorante. È bello vedere che voi sposi potete moltiplicare di gran lunga le piccole dimostrazioni di amore. E così Gesù utilizza un gesto a cui non daremmo peso. Con esso, significa quell’abbondanza di atti di servizio e di accoglienza con cui possiamo riempire le nostre vite.

Gesù in tal modo sta facendo riferimento a una verità che in seguito la Chiesa ha messo in luce. Cioè che proprio l’ordinario nella vita coniugale è la cartina di tornasole. Serve per rendersi conto di quanto e come voi sposi vivete la grazia del sacramento. E siete docili allo Spirito.

Dice infatti Papa Francesco: “Il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo però per conservarlo, ma per farlo crescere. È il cammino di costruirsi giorno per giorno. Ma nulla di questo è possibile se non si invoca lo Spirito Santo, se non si grida ogni giorno chiedendo la sua grazia, se non si cerca la sua forza soprannaturale, se non gli si richiede ansiosamente che effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” (Amoris laetitia 164).

È un numero molto interessante perché si riferisce esattamente al passare del tempo, a quell’abitudine che può arrugginire i rapporti e rendere sterile l’unione di coppia. Ma appunto per prevenire questo rischio il Papa ci ricorda che è nella vita ordinaria dove cresce maggiormente l’amore coniugale. Questo può accadere solo in forza di una supplica continua allo Spirito.

Cari sposi, all’inizio di un nuovo anno, dopo le vacanze estive, dove siamo tornati a fare “le cose di sempre”, vi aiuti questa chiara motivazione di Gesù a sentirvi accompagnati dalla Sua Grazia per camminare con piena consapevolezza nella vostra missione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza quello che dovrebbe essere ovvio ma che spesso, purtroppo, non lo è. I piccoli gesti fanno la differenza. Non dobbiamo aspettare di mettere in atto gesti eroici per vivere il nostro sacramento. Non siamo in un film romanticone strappalacrime. Siamo nella realtà e il matrimonio si custodisce in tanti piccoli gesti quotidiani. Gesti che diventano sacri. Senza dimenticare quelli più graditi per l’altro. Luisa sa che io amo il contatto fisico quindi sa come per me sia importante un abbraccio. Io invece so che per lei è importante sentirsi dire quanto sia importante per me. Piccole cose che fanno però la differenza.

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Amiamo le nostre differenze

Siamo decisamente diversi. Certamente le donne e gli uomini sono molto diversi. Però non è del tutto corretto affermare che siamo diversi. Diverso viene da divergere. Qualcosa di negativo che ci allontana. E per tanti è così. La diversità rende l’altro a volte incomprensibile nella sensibilità e nelle scelte. Invece è bello dire che siamo differenti. Differente viene dal latino fero, portare. Portare la nostra unicità che è altro e arricchirci l’uno della differenza dell’altro. Quanto sarebbe noioso se fossimo tutti uguali, vero? 

Per noi è stato ed è tuttora così. Durante la nostra relazione, grazie alla nostra conoscenza, abbiamo imparato a vedere le nostre differenze come qualcosa di positivo. In questo articolo vogliamo raccontarvi due cose in cui siamo complementari. Voi magari ne avete altre. Ma è bello così!

1. Ottimismo contro realismo

L’ideale è che entrambi siamo ottimisti e vedano sempre il lato positivo di ogni cosa. Ma per noi non è così. Luisa è sempre stata quella più negativa. Quella che di ogni situazione vede sempre la tragedia che si potrebbe compiere. Si preoccupa, si spaventa e pensa al peggio. Io invece cerco di vedere il lato positivo. Vedo sempre una via d’uscita e comunque ho speranza che le cose possano migliorare. Nel nostro caso ci aiutiamo a vicenda. Luisa trova sollievo e speranza nella mia leggerezza. Io resto con i piedi per terra e non sottovaluto le situazioni grazie alla sua pesantezza.

2. Spontaneità vs pianificazione

Io sono quello spontaneo. Quello che si lascia trasportare dalle emozioni del momento. In positivo e in negativo. Luisa è quella ponderata. Quella che pensa a quello che ogni gesto comporta. Due temperamenti opposti eppure possono essere una grande opportunità. La mia spontaneità permette più leggerezza e decisioni rapide. Quante volte Luisa sembrava titubante anche su situazioni sue lavorative e la mia spontaneità le ha permesso di lasciarsi andare. E quante volte lei è stata invece importante per me. La mia spontaneità può esondare nell’irruenza e farmi fare errori anche gravi. Lei riesce sempre a farmi riflettere sulle conseguenze delle mie scelte.

Sicuramente anche tu e tuo marito o tua moglie siete diversi sotto tanti aspetti, proprio come noi. Forse aspetti diversi dai nostri ma è normale sia così. Dobbiamo però garantire che queste differenze siano, per così dire, “sopportabili”. Ciò può avvenire solo nel rispetto reciproco. Se io amo mia moglie e l’ho scelta per la vita dovrebbe essere normale avere stima per le sue idee. Anche quando sono diverse dalle mie. Capite l’errore di tante coppie? La differenza va accolta come una prospettiva che allarga l’orizzonte. Non va vista come un problema che mi impedisce di agire come voglio. Poi nel dialogo si trova la strada insieme. A volte sarà la mia, altre quella di Luisa e altre ancora una terza via, la nostra.

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Istinto sessuale vs impulso sessuale: libertà e desiderio

L’abbiamo scritto molte volte. Dietro il sesso c’è una spinta ormonale notevole. In particolare per i maschi. L’intensità, dopo la pubertà, diventa davvero potente. Spesso la soddisfazione dei desideri che ne derivano è vista come una necessità. Non è così. Non si tratta di un bisogno vitale come sono bere, respirare e mangiare. La privazione di questi ultimi porta alla morte. Tuttavia non si può negare che questo desiderio possa essere molto forte.

E quanto più un desiderio è intenso, tanto più ci si può sentire “obbligati” a soddisfarlo. Non è forse quello che pensano in tanti? Forse anche tu credi che fare sesso sia un bisogno fisiologico. Non è così. So già le obiezioni di alcuni uomini. Ma i testicoli producono continuamente spermatozoi. Dobbiamo scaricare quelli vecchi. Quante volte l’ho sentito dire in gioventù. Lo pensavo anche io. Tra ragazzi è comune fare questi discorsi camerateschi. Tutte scemenze. Non c’è nessuna necessità di fare sesso. Non si muore a praticare l’astinenza e neanche si sta male. Il nostro corpo è una macchina perfetta. Esistono infatti le polluzioni notturne con cui il nostro organismo espelle il seme vecchio per far posto al nuovo. Il nostro corpo non sbaglia. Quello che noi sentiamo non è un bisogno fisiologico ma un desiderio, una pulsione psicofisica.

Può il desiderio prevalere sulla capacità di scelta? Qual è il ruolo che gioca la libertà di fronte al desiderio sessuale?

L’istinto sessuale riguarda gli animali

A livello fisico, sono due i desideri più intensi che un essere umano possa provare. Questi sono quelli legati al cibo e il desiderio sessuale. Dal punto di vista fisico, l’intensità di questi desideri si spiega con il fatto che entrambi mirano alla conservazione. Il primo, alla salvaguardia della propria vita. Il secondo, alla conservazione della specie. E tra i due il desiderio sessuale supera quello di cibo. A livello fisico, è il più intenso.

Non a caso il desiderio sessuale non riguarda solo l’uomo. Non solo gli esseri umani ma anche gli animali provano il desiderio sessuale. Negli animali non si parla però di desiderio. La cosa interessante è che in loro ciò avviene come un istinto. L’istinto è una fonte irresistibile di comportamento: quando un animale sperimenta questo istinto, cerca semplicemente di soddisfarlo. In un animale non c’è possibilità di scelta. Per questo non possiamo imputare nessuna colpa all’animale. Un cane non può essere giudicato moralmente per il suo comportamento sessuale.

L’impulso sessuale lascia l’ultima parola alla libertà

Gli esseri umani non hanno un istinto sessuale come gli animali. Va inteso in modo diverso. Nell’uomo il desiderio non ha mai l’ultima parola, ce l’ha la libertà. Non importa quanto sia forte il desiderio, gli esseri umani possono sempre scegliere. Puoi scegliere di soddisfare il desiderio oppure no; e, se decidi di soddisfarlo, puoi scegliere come farlo. Pertanto, a differenza degli animali, gli esseri umani possono essere giudicati moralmente, civilmente e penalmente. Una persona che abusa sessualmente di un’altra non può giustificarsi affermando semplicemente che non è stata in grado di trattenersi. Non è ammissibile. Perché la persona può sempre scegliere. Ed è per questo che nell’essere umano non è opportuno parlare di istinto, ma piuttosto di impulso sessuale. A differenza dell’istinto, l’impulso lascia l’ultima parola alla libertà. Ma torniamo a noi sposi.

Il desiderio sessuale è sempre positivo. Ed è positivo non solo perché facilita la continuità della specie umana attraverso la riproduzione. Come è per gli animali. Per noi uomini c’è molto di più. Il desiderio ci spinge ad entrare in relazione. Ci aiuta ad uscire dalla solitudine esistenziale per sentirci parte di un noi, di una comunione d’amore. Costituisce un impulso all’amore. Infatti, l’impulso sessuale è ordinato proprio affinché l’amore di coppia possa crescere e rafforzarsi. Parliamo qui di amore inteso non come sentimento, ma come decisione di cercare il bene dell’altro. E sarà proprio l’ordinamento di questo impulso all’amore che ci aiterà ad opporci all’impulso di trattare l’altro come un oggetto. Questo permetterà di valutare come buono o cattivo l’uso che se ne fa liberamente.

Nelle sue catechesi sulla Teologia del Corpo, san Giovanni Paolo II esprime perfettamente la necessità di sottomettere l’impulso sessuale alla nostra coscienza. Egli sottolinea l’importanza di questa sottomissione. Per trasformare un impulso in amore. Il papa dice: Nell’ambito erotico, l’”eros” (impulso) e l’”ethos” (realizzazione della verità antropologica) non divergono tra di loro. Non si contrappongono a vicenda. Sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano. In questo incontro, sono chiamati a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos. Questa forma è anche di ciò che è “etico”.

Il card. Raniero Cantalamessa esprime questo concetto in modo ancora più conprensibile affermando che: L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Antonio e Luisa

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Tra moglie e marito non mettere … gli Europei

Tutti conosciamo, e spesso utilizziamo, il detto “Tra moglie e marito non mettere il dito” . Ci siamo mai chiesti – seriamente – che cosa o chi sia questo famigerato “dito”? Si tratta di cose, situazioni o persone? O tutte queste messe insieme?

Come già nell’articolo del 16 agosto scorso (disponibile a questo link). Partiamo dalla separazione tra Álvaro Morata e Alice Campello. Questo ci permette di addentrarci in una riflessione seria e quanto mai urgente.

Il gossip intorno ai due vip non accenna a placarsi. Anzi, nonostante siano ormai passate diverse settimane dall’annuncio, è notizia ancora battuta e dibattuta. Ne parlano sia sui media che sui social. Cucendo e ricamando elementi veri con altri più improbabili, pare però che la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso (leggi Álvaro) sia stato l’out-out della moglie.

Subito dopo la finale Spagna-Inghilterra gli avrebbe urlato qualcosa come “Alla festa per gli Europei scegli: o me e i bambini o la tua famiglia”. Diversi testimoni – tra cui compagni di squadra e giornalisti – hanno dichiarato a suon di stampa che l’influencer italiana ha intimato questa scelta al marito il quale, appesantito da anni di simili “paletti”, abbia rapidamente preso la drammatica decisione.

Naturalmente non è stata la vittoria della nazionale spagnola – di cui Álvaro è il capitano – ad aver fatto capottare il matrimonio. Semmai è stato il pretesto. Ciò che colpisce, ancora una volta, sono le motivazioni. Queste motivazioni hanno portato questa coppia di bellissimi, famosissimi e ricchissimi a distruggere quanto di bello e buono avevano costruito. Hanno costruito tutto questo in otto anni di relazione. Hanno costruito un matrimonio in Chiesa e quattro figli.

E allora mi sono chiesta, penso insieme a moltissime altre persone, se davvero una moglie (o un marito) possa intimare al coniuge una scelta del genere, ponendolo davanti all’ingrato – ma oserei direi ingiusto – compito di dover scegliere tra la famiglia d’origine e quella costruita insieme. Mi spiego meglio: naturalmente possono esserci situazioni difficili e complicate tale per cui l’allontanamento può essere consigliato o consigliabile. Ma, in generale, si può davvero mettere all’angolo la propria metà su una questione di così grande rilevanza per la stabilità relazionale e psicologica non solo del singolo ma dell’intera famiglia? Può, un coniuge, uscire indenne dall’inverosimile scelta tra genitori e moglie/marito?

Certo, bisogna essere chiari e coerenti fin da subito nel sostenere che la nuova famiglia ha tutto il diritto – e il dovere – di edificarsi con i pilastri dell’autonomia e della libertà. Quest’ultima, anzi, è uno dei presupposti principali per la celebrazione del sacramento del matrimonio. Tant’è che la Bibbia ne parla fin da subito, già a partire dal secondo capitolo della Genesi quando, al termine del processo della creazione, Dio Padre proclama: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24).

Un’intimità sponsale inviolabile e sacra. Tuttavia, deve sapersi armonizzare con i vari equilibri familiari e generazionali. Non bisogna dimenticare di avere dei genitori. Se a propria volta lo si diventerà, quei genitori diverranno nonni e i coniugi padri e madri. Quindi, delle nuove creature entreranno a far parte della famiglia e avranno bisogno di una relazione con i nonni. Si può negare, forse, tutto questo? Davvero sposarsi significa tagliare completamente i ponti con le famiglie d’origine o, piuttosto, bilanciare l’indipendenza con l’accoglienza? La coppia viene prima di tutto. La coppia viene anche prima dei figli. Questo non significa però che il resto del mondo, una volta sposati, smetta di esistere. La Chiesa, d’altronde, non è una famiglia di famiglie?

Ci si deve sforzare di andare d’accordo. È semplice quanto è difficile, lo ammetto. Sposarsi non vuol dire cancellare completamente il passato né pretendere che il nostro uomo o la nostra donna faccia altrettanto. Non possiamo dimenticare a piè pari il legame affettivo che ciascuno di noi ha con mamma e papà.

Possiamo, poi, non considerare il grandissimo aiuto – materiale, economico, morale – con cui le famiglie d’origine supportano i nuovi nuclei, soprattutto nella gestione dei nipotini? Il matrimonio non dev’essere una gabbia. A quanto pare, per il bomber spagnolo si era trasformato in una prigione dorata. Non ha visto altra scelta che l’evasione. Da un errore della moglie si è generata quindi un’onda d’urto distruttiva e maligna che ha travolto tutto e tutti. Ha tarpato le ali a una soluzione matura e pacifica che sicuramente si sarebbe potuta trovare. Ha trascinato tre famiglie (la loro e le due d’origine) verso il baratro della divisione e della desolazione. Non saranno certo i soldi a nascondere o lenire quest’ultima. Il rifiuto netto delle opinioni e dei sentimenti degli altri. Il non volerne sentire o sapere dei pareri altrui e l’ingratitudine non hanno mai portato frutti buoni. Questo lo dice la nostra coscienza e lo dimostra la storia.

Equilibrio e buon senso sono la base di ogni relazione umana. Se comportamenti o atteggiamenti dei suoceri fossero realmente fastidiosi o sbagliati, è necessario aprirsi al dialogo con il coniuge. Bisogna spiegarsi con verità ma altrettanto amore. Bisogna cercare sempre di costruire invece che demolire. È importante unire invece che dividere. Dobbiamo essere adulti prudenti invece che bambini capricciosi. “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi” (Rm 12, 16-19). D’altronde se Gesù ha guarito la suocera di Pietro (Mt 8,14) un motivo ci sarà …

Fabrizia Perrachon

Cari genitori, Gesù unge la prole … la prole ungerà voi

Con questo articolo entriamo nella sequenza liturgica del post-lavacro (clicca per leggere i precedenti articoli).

Dopo la triplice infusione dell’acqua, e la partecipazione del battezzando alla Morte e Risurrezione del Signore Gesù, il sacerdote pronuncia la seguente orazione e subito dopo, in silenzio, unge la fronte del battezzato: «Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna».

Con questa preghiera il sacerdote comunica al battezzato che il Padre lo consacrerà per sempre. Con l’unzione che avverrà immediatamente dopo e lo consacrerà come parte del corpo mistico di Cristo. Un giorno di sabato, Gesù stesso, nella sinagoga di Nazaret, disse a tutti che anche lui aveva ricevuto l’unzione nel suo battesimo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4, 18-19). Gesù si presenta al popolo come l’Unto che desidera salvare l’umanità e coinvolgere ogni persona nella relazione filiale.

«E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma. Come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2, 27).

A questo punto della liturgia battesimale la chiesa domestica, che aveva presentato il bambino per il battesimo, riceverà in dono da Cristo stesso non solo più un bambino. Riceverà un profeta, un sacerdote e un re. Le cui mani, la cui bocca, i cui piedi … saranno diventati di Cristo per poter “ungere” dello Spirito di Dio ogni realtà e persona che incontrerà sul suo cammino.

Egli sarà sacerdote per donarsi insieme a Gesù nell’opera di trasformazione della realtà del mondo e consegnarla al Padre. Egli sarà re per servire il prossimo amandolo nell’amore di Cristo. Egli sarà profeta per comunicare la Parola di Gesù come lampada per i passi nel cammino della vita.

Com’è bello sapere che nelle nostre chiese domestiche ci sia questo tesoro di grazia! Ogni membro è sacerdote, re, profeta! Sant’Agostino quando smise di resistere a Dio comprese di averlo cercato fuori, avventandosi sulle sue creature, da quel momento invece riconobbe di averlo incontrato dentro di sé. «Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te» (Le Confessioni, X, 26-27).

Medesima cosa sento di poter dire per la famiglia. In questo tempo è alla ricerca dell’Amore autentico. L’amore non deve più essere liquido, vulnerabile e passeggero. Volgiamo lo sguardo innanzitutto nei tesori battesimali della nostra famiglia. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Gesù sta bussando non solo nella realtà extra-familiare ma proprio nelle relazioni intra-familiari. Liberiamolo per farlo uscire! Ascoltiamolo per dargli retta! Ogni parola e gesto sacerdotale, profetico e regale, di un membro della nostra famiglia, sarà il buon profumo di Cristo (cfr 2Corinzi 2, 15). Dio per spandere il profumo della sua presenza ci chiede di profumare con la nostra persona. «Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole». (Raul Follereau oppure Anonimo del XIV sec.).

Don Antonio Marotta

La Via della Fede: Esperienza e Conoscenza

Sal 118 (119) Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie. Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Osserverò continuamente la tua legge, in eterno, per sempre.

Questo Salmo è una richiesta a Dio di vari doni afinché possiamo essere guidati sulle sue vie. Ci colpisce in particolare la seconda frase: Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie.

Che nesso c’è tra la conoscenza dei precetti del Signore e la meditazione delle Sue meraviglie? Non è forse sufficiente guardare uno spettacolare tramonto per meditare e contemplare le Sue meraviglie? Inoltre, se bastasse sapere a memoria dei precetti per meditare le Sue meraviglie, può forse significare che gli analfabeti non siano in grado di meditarLe?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per non cadere nella trappola di qualche eresia.

Innanzitutto dobbiamo notare una cosa. La conoscenza che intende il mondo semitico non è la conoscenza scientifica o razionale che intendiamo noi occidentali. Basterebbe a tal proposito ricordare come la Santa Vergine risponde all’arcangelo Gabriele quando riceve l’annuncio della sua maternità: “Com’è possibile? Non conosco uomo.” (Lc, 1,34).

La conoscenza a cui fa riferimento anche la Madonna è proprio quella che stiamo considerando. Per noi occidentali la conoscenza rimane per lo più un concetto legato alla razionalità. Per il mondo semitico essa ha più a che fare col cuore che col cervello.

Sembra una concezione lontana da noi. In realtà, la usiamo anche noi per dire che una realtà la conosciamo dal di dentro. Per esempio se andate da un artigiano che ripara o accorda pianoforti, vi dirà di conoscere a fondo questa o quella marca di pianoforte. Questo perché avrà smontato chissà quanti pianoforti in 40 anni o più di lavoro. Stessa cosa dicasi anche per il meccanico delle auto. Avrà smontato chissà quante volte i motori delle auto. Conoscerà tutti i dettagli di ogni marca.

Se avete badato, in questi due esempi abbiamo usato il verbo conoscere. Ma non è legato ad una conoscenza di cervello, di libri letti o di manuali imparati a memoria. È una conoscenza dei motori, piuttosto che dei pianoforti, legata all’esperienza di vita. La frase tipica che si usa è: “Li conosco come le mie tasche”. Questo proprio per indicarne l’esperienza fatta di vita concreta.

Ed è proprio quest’ultima accezione del significato di “conoscenza” alla quale si riferisce il salmista.

Quindi, la frase “Fammi conoscere la via dei tuoi precetti” potremmo tradurla nel nostro linguaggio presente così: “Fammi fare esperienza vissuta (concreta, nella mia vita) della via dei tuoi precetti“.

E di questa realtà vissuta ne sono testimoni diretti i santi. Specialmente quelli che ci hanno lasciato degli scritti. Nei loro scritti sono elencate e descritte nei dettagli le meraviglie che il Signore ha compiuto nella loro vita spirituale e/o carnale.

Come sono giunti alle alte vette della meditazione delle meraviglie del Signore?

Grazie a quella conoscenza esperienziale di cui sopra.

Cari sposi, se vogliamo vivere sulla nostra pelle le meraviglie del Signore, bisogna che ci lasciamo amare da Colui che ci ama, convertire da Colui che solo ci può convertire, prendere per mano da Colui che conosce il nostro vero bene. Dobbiamo fare esperienza di come l’osservanza dei Suoi precetti ci faccia pregustare un pezzo di Paradiso già in questa vita.

Coraggio sposi, basta fidarsi dell’unico degno di fiducia.

Giorgio e Valentina.

Incantevole tra le donne. Interferenze Sociali nell’Amore: Amici e Famiglia

Ci siamo lasciati una settimana fa con una descrizione bellissima e totalizzante dell’amore della Sulamita per il suo Salomone. Clicca qui per leggere le puntate precedenti. Ora la parola passa al coro.

Il coro

Se non lo sai, o incantevole tra le donne,

segui le orme del gregge

e conduci le tue caprette a pascolare

presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai, o incantevole tra le donne.

Risponde il coro. Mi soffermo subito sull’aggettivo incantevole. La traduzione CEI riporta bellissima, don Carlo Rocchetta lo traduce con incantevole. Un aggettivo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona.

Perché chi ama in modo autentico è una persona bella. È bella perché esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità.

Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. È l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

Segui le orme del gregge e conduci le tue caprette a pascolare presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico, il coro ha un ruolo importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che stanno vicino alla coppia del Cantico.

Salomone e la Sulamita non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere coscienza di ciò che sono. Inoltre, aiuta a capire che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così.

Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano reciproco interesse, siamo come tentati di favorire quell’incontro. Vogliamo favorire quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche, la società non è nemica della coppia. Al contrario, desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che sembrano poter generare.

Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi. Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli per gelosia. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

La strada diritta verso Cristo

Cari sposi, oggi Gesù compie un gesto di profonda tenerezza nel dimostrare il Suo affetto paterno verso un bimbo che era lì presente assieme a tutti i discepoli.

Essi stessi dovranno essere rimasti comunque assai sopresi dal gesto insolito in un rabbì dell’epoca. Difatti, il bambino nell’Antico Testamento è un essere incompiuto, perché non ha la maturità di ascoltare la Legge né comprenderla. Ma vi è un altro motivo per cui Gesù fa questo e si evince dal contesto: vediamolo.

Anzitutto, mettiamoci nei panni di Gesù che per la seconda volta ha annunciato di andare verso una morte terribile. Che reazione hanno i discepoli? Forse di rincuoramento? Di vicinanza? Di consolazione? Tutt’altro! Si mettono a discutere su chi è il più bravo… che meschinità! Un colpo molto basso per quel Cuore infinitamente sensibile all’Amore.

Tuttavia, l’aspetto più esaltante della reazione di Gesù è non scadere nella delusione o nella collera. Al contrario, dimostra pazienza e mansuetudine. In modo particolare Gesù sta insegnando a non scivolare nella tentazione della complicazione.

Sì, perché la risposta “cristiana” all’annuncio del Signore sarebbe stata certamente di empatia per condividere il Suo destino mentre quella di Pietro & Co. finisce piuttosto ni ragionamenti tortuosi.

La semplicità cristiana, derivato dell’umiltà, è la capacità di cogliere la volontà di Dio senza devianze o confusioni. Sentiamo alcune voci autorevoli al riguardo.

 “Tendere alla semplicità è andare verso Dio” predicava S. Vincenzo de’ Paoli. Difatti, Dio è semplice e chiaro, come ci insegna il buon San Tommaso d’Aquino, invece, l’artefice di cose e pensieri contorti, ostici e macchinosi puzza di zolfo… Come pure ci ricorda anche l’Imitazione di Cristo: “Beata semplicità, che lascia gli erti sentieri delle disquisizioni e percorre le vie piane e sicure dei comandamenti di Dio!” (Libro IV, 2).

Un’applicazione tipica di come perdersi in mille complicazioni è appunto centrare la vita cristiana e il rapporto con Gesù in ruoli ecclesiali, incarichi parrocchiali, comparazioni tra “prestazioni” nella comunità e in fin dei conti inquinare la relazione col Signore a causa di una mentalità di risultati ed efficienza.

Di certo, vedere che anche i 12 apostoli pativano questa tentazione ci rincuora. Allo stesso tempo, deve metterci in guardia. Se è successo a loro che vivevano a stretto contatto con Gesù, non sarà che anche noi ci possiamo inciampare?

E in effetti, può accadere che questo modus operandi si instauri nella coppia. Questo include anche attribuire valore solo al fare esteriore nella coppia e in famiglia. Chi fa di più per i figli? Chi è più stanco dei due e merita riposo? Chi si spende maggiormente per gli altri? Bisogna certamente donarsi in pieno nella concretezza ma non si può vivere il matrimonio nella competizione e con il “meritometro”. Perciò Gesù mette al centro un bambino, cioè il simbolo della semplicità, dell’umiltà.

Quando gli sposi focalizzano la loro relazione su Cristo Signore, questo li porta a lasciar perdere tante bugie e falsità. Sono le bugie di cui parlano gli apostoli oggi. Si concentrano su Gesù e basta. Essere come bambini per gli sposi significa sapersi decentrare. Devono lasciare spazio al Signore. Devono avere Lui come punto di riferimento e di confronto. Due sposi che guardano a Cristo insieme riescono a sollevarsi da tante piccolezze mondane. Queste sono proprio quelle che fanno affondare la vita di così tante coppie.

Cari sposi, Gesù oggi vi spinge a non lasciarvi confondere da mille pensieri o preoccupazioni. Anzitutto Lui vi chiede di fissare su di Lui il vostro sguardo. Questo per continuare a camminare diritti e risoluti verso la pienezza della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca evidenzia una caratteristica del matrimonio che è fondamentale. La gratuità. Se non impariamo a donarci senza usare il bilancino non stiamo amando ma ci stiamo usando. L’amore è gratuito, l’amore è per tutta la vita. Sapete quando sento di amare davvero mia moglie? Quando scelgo di amarla anche quando non mi conviene. Ci sono dei periodi così. Quando non ha nulla da darmi. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto.

Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni. Occuparmi della casa e darle una carezza. Sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perché il matrimonio è così, è questo. Perché solo così può sentirsi amata perché è lei e non perché ha fatto qualcosa. Non c’è nulla di più bello e liberante di essere amati quando non lo meritiamo. Dio non fa così con noi?

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /38. Il male chiede il conto

Cap XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Per ben 5 mesi l’Omino lascia Pinocchio nella cuccagna, ma poi si presenta quando l’imbestiamento è completato. È interessante notare come l’Omino riconosca Pinocchio e Lucignolo dai loro ragli. Manco fossero parole sensate, riconosce la loro voce. La tristezza sta nel fatto che sembra far da contraltare alla famosa figura del Buon Pastore.

Nell’immagine del Buon Pastore è Lui che conosce le pecore ed esse riconoscono la Sua voce. Qua accade il contrario. Ovvero, è l’Omino che riconosce la voce delle sue prede.

E sembra anche intendere i ragli, perché ormai le parole sensate se ne sono andate.

Purtroppo è esperienza di molti secoli che con la fede si perda anche la ragione. Ci si perde in vaghi ragionamenti. Si rimane invischiati nei piccoli pensieri delle ideologie. Esse non hanno occhi per la realtà. Si nutrono solo di se stesse, dei propri vaghi e tortuosi ragionamenti. Si rimane come ciechi dinanzi all’evidenza della realtà.

Cari sposi, ancora una volta si presenta a noi il mistero del male con la storia del burattino.

Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza su noi stessi, sul nostro matrimonio, altrimenti si finisce come Pinocchio. Facciamo qualche esempio solo per capire come funziona il meccanismo del male non per giudicare nessuno, concentratevi sulle dinamiche dell’Omino.

Lui e lei si separano. Hanno tralasciato di tenere viva la loro relazione sponsale. Per diversi motivi, rinunciano a combattere per ristabilire la comunione. Ognuno va per la propria strada, non senza una certa dose di dolore. All’iniziale smarrimento segue subito la voglia di rinascita, o come insegna il mondo vogliono “rifarsi una vita”.

Cambiano il proprio stato sui social da ‘sposato/a’ all’usuale ‘single’. Cambiano anche modo di vestire. In poco tempo trovano un’altra persona. Con questa persona ritrovano l’entusiasmo giovanile delle prime cotte e delle prime infatuazioni. Si innamorano e vanno a vivere insieme. Sono i primi 5 mesi di Pinocchio al paese dei Balocchi dove tutto è una cuccagna.

Poi però cominciano i guai perché l’Omino ritorna e chiede il conto. Arrivano dispiaceri dai figli (inevitabilmente le peggiori vittime di tutto ciò). Si hanno litigi ed incomprensioni per l’intreccio delle nuove relazioni con i parenti e amici di prima. Di notte si fatica a riposare bene e non si dorme più. Allora si cominciano le pastiglie di melatonina. Poi ci sono gli attacchi di panico, propri o dei figli. E chi più ne ha più ne metta.

Da questo esempio (che abbiamo visto coi nostri occhi) possiamo trarre l’insegnamento. Prima c’è l’iniziale euforia del paese dei Balocchi. Poi arriva il conto dell’Omino. Ed è un conto salato.

Cari sposi, non lasciamoci trarre in inganno dal mondo. Restiamo vigili e saldi nella fede al nostro Sacramento. I momenti difficili e le incomprensioni non mancano. Tuttavia, non saltiamo sul carro dei Balocchi. Restiamo a casa della Fatina buona. Ovvero, restiamo in casa della nostra madre Chiesa.

Coraggio, non desistiamo.

Giorgio e Valentina.

Davanti al bivio abbiamo incontrato Retrouvaille

Quel momento in cui ci troviamo di fronte al bivio. C’è ancora speranza per il nostro matrimonio? O non ne vale più la pena?

Tanti di noi hanno vissuto momenti difficili della vita matrimoniale. Sono momenti bui in cui le ferite sembrano così grandi da minare le basi del rapporto di coppia. Questi momenti oscurano la speranza di un futuro e lasciano posto a delusione e scoraggiamento.

Quando ci sposiamo e ci giuriamo amore e fedeltà, ci vediamo come dei supereroi pronti ad affrontare insieme la vita e le sue tempeste, certi di essere così forti da riuscire a non lasciarcene travolgere: “Noi siamo una coppia perfetta!” ci diciamo…”Quello che succede agli altri a noi non potrà succedere perché siamo forti e uniti!” ci ripetiamo…

Ma poi arriva la Vita: con le sue inquietudini, con i suoi fallimenti, con le sue fragilità, con i suoi tormenti. Noi, marito e moglie, così fiduciosamente ciechi, così certi della stabilità della nostra unione. Siamo profondamente impreparati e ci facciamo travolgere interamente. Come singoli e come coppia, crolliamo come un castello di sabbia all’arrivo di un’onda alta.

Entriamo così nella spirale della crisi: non capiamo bene come e quando sia cominciata. Non comprendiamo come abbia preso il sopravvento su di noi. Non sappiamo come abbiamo fatto a perdere il controllo del timone della nostra nave matrimoniale.

Fatto sta che ci troviamo senza una rotta, in mezzo ad una tempesta di emozioni negative, brancolando nel buio della sfiducia e del “ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?!” e “perché a me? perché a noi?!

Ed ecco qui il bivio: io sposa, io sposo, posso ricominciare da capo, da sola/o?

Posso essere una di quelle persone che, dopo un matrimonio finito, sembrano rinate? Ritrovano la libertà come se non l’avessero mai avuta. Viaggiano senza i figli. Si sentono emancipati perché vivono e fanno tutto da soli.

Posso, io coniuge, ritrovare la serenità e la felicità nell’essere di nuovo single? Anzi chissà forse starei anche meglio. Sarebbe tutto un ricominciare, uno scoprire. Sarebbe un costruire nuovi equilibri, punendo il mio coniuge e allontanandomi da lui/lei.

Ma poi ci sono le altre voci interiori, l’altra strada del bivio: e il mio sogno della famiglia per sempre? E la serenità dei miei figli che vorrebbero coricarsi tutte le sere sapendo che papà e mamma sono insieme. E il mio desiderio di condividere il cammino della vita con il mio coniuge? Posso ancora fidarmi di lui/lei ed essere felice? E se non ci provo di nuovo magari me ne pentirò?!

È a questo punto della nostra vita matrimoniale, di fronte a questo bivio di sofferenza e interrogativi che abbiamo incontrato Retrouvaille. Era una timida luce fioca nel buio pesto della crisi e dello scoraggiamento. Tutti intorno a noi ci proponevano soluzioni o fughe, o strade da percorrere che però non vedevamo nostre e non ci davano speranza.

Abbiamo partecipato al weekend senza grandi aspettative. Piano piano in noi qualcosa si è sciolto. L’olio della speranza ha mitigato le nostre ferite. Ancora oggi, con impegno e volontà, siamo qui. Cerchiamo di integrare queste ferite nella nostra storia personale e in quella matrimoniale. Siamo certi che non siamo mai al riparo dalle tempeste. Possiamo affrontarle con la consapevolezza di essere sempre in cammino per crescere come singoli e come sposi. Il matrimonio è un percorso continuo in cui non si è mai arrivati. Ci permette di sperimentare, pur nelle fatiche umane, la grazia ricevuta il giorno in cui abbiamo celebrato il Sacramento che ci ha fatti una cosa sola!

Veronica & Vito (Retrouvaille Italia)

Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi

Ebbene sì: anche le madri soffrono (e tanto) a volte! Nella maggior parte dei casi, abbiamo un’idea della nostra mamma come donna forte e tutta d’un pezzo. La vediamo resistente alle fatiche. Resistente alle tante incombenze lavorative e familiari. Resistente alla stanchezza e ai momenti di sconforto … Poi, mano a mano che anche noi diventiamo adulti, capiamo che ogni madre è innanzitutto un essere umano. Quindi, è normale che possa attraversare difficoltà, malattia o momenti di tristezza. La mamma è la mamma, lo sappiamo, ma come reagiamo nel vederla soffrire? Qual è il nostro atteggiamento di fronte al suo dolore, di qualsiasi tipo esso sia?

Proprio un 19 settembre ma di centosettantotto anni fa – precisamente nel 1846 – due ragazzini, Massimino e Melania, si sono trovati davanti agli occhi una scena straziante. Questo accadde sedici anni dopo le apparizioni della Madonna a Rue de Bac a Parigi e dodici anni prima di quelle a Lourdes. Una donna, splendente di luce, comparire piangente davanti a loro. Immaginatevi quante e quali emozioni avranno scosso i due pastorelli! Questo accadde nei pascoli dell’alta montagna francese di La Salette, località pressoché sperduta, poco distante da Corps (nell’attuale Dipartimento dell’Isère). I due raccontarono nei dettagli quello che accadde, che ripercorriamo nelle seguenti parole:

Prima seduta e piangendo con la testa tra le mani, la “Bella Signora” si alza e parla a lungo. Spiega che piange per l’empietà prevalente nella società e li esorta a rinunciare a due peccati gravi che erano diventati molto comuni: la blasfemia e il non prendere la domenica come giorno di riposo e di partecipazione alla Messa. Predice punizioni spaventose che saranno date se le persone non cambiano e promette clemenza divina a coloro che cambiano. Infine, chiede ai bambini di pregare, fare penitenza e diffondere il suo messaggio. La Madonna disse ai pastorelli, tra le altre cose, che la mano di suo Figlio era così forte e pesante che non poteva più tenerla a meno che il popolo non facesse penitenza e obbedisse alle leggi di Dio. In caso contrario, avrebbero molto da soffrire. Le persone non osservano il giorno del Signore, continuano a lavorare senza sosta la domenica. Solo alcune donne anziane vanno a Messa in estate. E in inverno, quando non hanno nient’altro da fare, vanno in chiesa a prendere in giro la religione. Il tempo di Quaresima è ignorato. Gli uomini non possono giurare senza prendere invano il Nome di Dio. La disobbedienza e l’ignorare i comandamenti di Dio sono le cose che rendono la mano di Suo Figlio più pesante” .[1]

La Chiesa Cattolica ha da tempo riconosciuto la veridicità di quest’apparizione mariana. Tra le tante cose dette da Maria Santissima, mi ha sempre grandemente colpito questa frase: Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi”. E’ una frase dura. È straziante, carica insieme di amore e di dolore. È anche di forza e affetto, come solo il cuore di una mamma è capace di provare!

Una frase rivolta a tutti e a ciascuno di noi, una frase che potrebbe tranquillamente essere pronunciata da una qualsiasi delle nostre mamme, in un momento di umano sconforto. Ma torniamo a Maria: già, quante pene la Madonna ha sofferto nella vita! L’iniziale incredulità di San Giuseppe. Sicuramente, quella di tante persone che non hanno creduto alla sua maternità unica e santa. Il non essere accolti da nessuno a Betlemme (“non c’è posto per voi”). La fuga in Egitto. E, infine, il Calvario.

Quante madri vivono pene altrettanto strazianti e dolorose! Per figli che non nascono. Per figli che muoiono di malattie o incidenti. Per figli dilaniati dalle più terribili dipendenze. Per dispiaceri e fallimenti più o meno velati. Per la precarietà economica. Per un tradimento. Per essere anziane, sole o abbandonate … Potremmo continuare a lungo su questa strada.

Dobbiamo, quindi, essere sinceramente e profondamente riconoscenti nei confronti delle nostre mamme, (senza dimenticare quella del Cielo!), cercando di confrontarle e supportarle, portando un pochino anche i loro pesi, facendo scelte mature e consapevoli per non ferirle, umiliarle o dispiacerle più di quello che, purtroppo, già la vita a volte comporta.

Il dolore, però, non dev’essere il carattere dominante. Con la fede e la speranza si possono cambiare molte cose. Innanzitutto, partendo dai nostri atteggiamenti nei confronti degli altri e delle prove che, talvolta, li e ci colpiscono. Amiamo le nostre mamme, coccoliamole e asciughiamo le loro lacrime, se purtroppo dovessimo vederne scendere! Tutto questo senza dimenticare le parole di Gesù: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa dell’Apparizione al link: https://www.santiebeati.it/dettaglio/91496

Secondi matrimoni e rischio di divorzio: realtà e motivazioni

Negli ultimi anni c’è stato un incremento di seconde nozze. Può succedere d’incontrare persone risposate che manifestino di essere contente della loro nuova situazione. “Finalmente ho trovato un uomo/una donna che mi capisce veramente, con cui vado d’accordo e che mi fa stare bene”.

Ovviamente sto parlando di nozze civili. Per un cristiano cattolico, il Sacramento, se è valido, dura tutta la vita. Questo vale anche con separazione o divorzio. Pertanto, non è possibile risposarsi, tranne, eventualmente, dopo la morte del coniuge.

È logico pensare che, quando una persona decida di risposarsi, sia più matura, anche solo per l’età più grande e che faccia tesoro dell’esperienza accumulata nel tempo. Mi aspetterei quindi che le seconde nozze portino a una stabilità e siano un successo per la coppia.

Invece i dati statistici dicono il contrario: I secondi matrimoni sono più esposti al rischio di divorzio. Mediamente durano meno del primo matrimonio.

Lasciando stare tutto l’aspetto di fede di cui parlo continuamente e che determina le mie scelte, questa cosa mi ha incuriosito. Quindi sono andato a informarmi sulle motivazioni che portano a questo risultato. Ho anche parlato con esperti del settore.

Premetto che molti matrimoni falliscono per comportamenti sbagliati. Ferite provenienti dalla famiglia di origine, egoismo e narcisismo sono frequentemente le cause. Ci sono altre problematiche spesso poco note addirittura al diretto interessato. C’è il forte rischio di commettere sempre gli stessi errori (corsi e ricorsi storici). Non solo, anche nella scelta delle persone, tendiamo a orientarci in un certo modo, secondo i soliti parametri.

Per questo, prima di impegnarsi in un secondo matrimonio, sarebbe indispensabile farsi seguire da uno psicologo/consulente familiare e da un assistente spirituale che facciano riflettere e pongano delle domande a cui nemmeno si era pensato o che si stanno volutamente evitando.

Aggiungo che, a volte, c’è troppa fretta. Si è sulla scia, magari, di un nuovo innamoramento. Il famoso “perdere la testa” spesso è cominciato quando ancora il primo matrimonio non era finito. Oppure è stato addirittura la causa del fallimento.

Bisognerebbe, dopo un divorzio, stare fermi a riflettere per diversi mesi (o qualche anno) su quello che è andato male. Bisognerebbe riflettere sulle responsabilità e sui concorsi di colpa. Inoltre, si dovrebbe risolvere il fardello che uno si porta dietro.

A volte mi viene da sorridere. Ad esempio, tu, donna, come puoi pensare che quell’uomo che è arrivato a tradire la moglie e a far soffrire i figli, non possa in futuro tradire anche te? Con te ha un legame decisamente inferiore. È assurdo. Eppure tutti credono di essere così speciali da non poter diventare a loro volta vittime. Si arrabbiano se succede.

Quando ci si risposa si hanno delle aspettative elevate sulle relazioni e sulla famiglia. Queste aspettative possono venire frantumate alle prime difficoltà o evento imprevisto. In questo caso, la situazione viene amplificata quando sono presenti figli provenienti dalle precedenti relazioni.

Io vedo quanto sia già difficile la gestione delle figlie in seguito alla separazione. Hanno sempre la valigia pronta. Faccio il tassista per andare a prenderle ogni volta e poi per portarle ai vari impegni che hanno. Per fortuna abito in un paese vicino a dove abitano con la mamma, solo quindici chilometri. In un fine settimana posso arrivare a compiere questo tragitto molte volte.

Quasi tutte le coppie al secondo matrimonio hanno già dei figli. Ciò vuol dire che, insieme alle farfalle sullo stomaco, ci sono gli aspetti pratici legati alla gestione di ben due famiglie. Ammetto che in una situazione del genere avrei molte difficoltà. Non avrei il minimo tempo da dedicare ad altre cose o a me stesso. Questo significa anche relazionarsi non più solo con il tuo ex, ma anche con l’ex della tua compagna (o compagno).

Conosco diverse coppie risposate. Non sono rare frasi del tipo: “Il tuo ex dovrebbe dare più soldi, per tuo figlio”. Oppure “La tua ex non porta mai tua figlia a danza e così ci devi pensare tu”. Oppure “Anche quest’anno dovremo portare i tuoi figli in vacanza con noi, perché la tua ex non vuole tenerli in quel periodo”.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è quello economico. I soldi sono uno dei motivi principali di litigio. La coppia, in seguito a una situazione finanziaria più complessa, non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come ripartire il bilancio familiare. Non è detto che abbia gli stessi obbiettivi su come spenderli. Ci sono delle spese fisse da sostenere, quelle stabilite dopo il divorzio. Cioè il mantenimento dei figli, oltre a tutte le loro spese extra (mediche, scolastiche e sportive).

Infine, chi ha già fatto un divorzio, sa a cosa va incontro. Non fa più paura come la prima volta. Se un patrigno o una matrigna non ha mai legato con i suoi figliastri, si sentirà meno in colpa nel dover dividere una famiglia allargata che non ha mai sentito come sua. Certamente ci sono anche coppie in cui tutte queste difficoltà non impediscono di restare insieme per tanto tempo. Tuttavia, si trovano comunque a gestire una situazione decisamente complessa. Insomma, io penso che sia preferibile cercare di risolvere i problemi all’interno della propria famiglia. Questo è vero anche da un punto di vista umano/civile. È meglio farlo senza andare a crearsene di nuovi tramite nuove relazioni e famiglie allargate che poi danneggiano anche i figli.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Zaini Pronti per la Scuola Nuziale

Settembre e i suoi tramonti che racchiudono in sé l’alba dei nuovi inizi. Eccoci qui anche noi pronti, dopo un periodo di digiuno digitale, a iniziare una nuova stagione di articoli facendovi compagnia nella vostra quotidianità.

Ci eravamo lasciati alcuni mesi fa. I nostri zaini erano pronti per percorre le calde vie della Puglia sui passi di Don Tonino Bello. Adesso nuovamente con gli zaini pronti per intraprendere questo viaggio insieme alla Scuola Nuziale. Se ci sentiamo emozionati di far parte dell’equipe? Beh indubbiamente abbastanza ancora sorpresi.

Tutto è nato durante la primavera. Antonio ci contattò a me e Andrea per aderire a questa iniziativa unica nel suo genere. Unica perchè verrà data voce ad argomenti non sempre trattati nei classici gruppi famiglia. Diciamo che andremo abbastanza in profondità.

Come ci siamo preparati e come ci stiamo preparando? indubbiamente con la preghiera. Di cosa vi parleremo? Non vi spoilero troppo. Vi accompagneremo con allegria nel percorrere il sentiero più doloroso e più buio. Vi guideremo nel passaggio da fertilità a fecondità.

Bisogna vivere la Pasqua e vi aiuteremo a vivere la vostra Pasqua. Ogni matrimonio è fecondo. Ad esempio noi abbiamo scoperto che il giorno del nostro matrimonio ricorre l’anniversario di sacerdozio di Don Bosco. Dioincidenza particolare per noi sposi che siamo impegnati in Oratorio con i giovani.

La Scuola Nuziale è importante anche per questo per scoprire e riscoprire i talenti e i doni dei vostri matrimoni. Sarà come la mistagogia del giorno delle nozze. Nell’attesa di incontrarci vi aspettiamo nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria. A presto

Simona e Andrea

NB La scuola nuziale inizierà domani 18 settembre. Fate ancora in tempo a iscrivervi. Clicca qui per scaricare la brochure

Caro problema…

Sal 39 (40) Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza. 

Un Salmo è una preghiera che va recitata e vista nel suo insieme. Cerchiamo però di raccontarvi solo uno stimolo di riflessione che ci ha suscitato. Ogni volta che si recita il tal Salmo si incontrano le stesse parole. A cambiare è il nostro cuore che è pronto a ricevere uno stimolo piuttosto che un altro a seconda del cammino di fede.

Oggi vi vogliamo condividere la riflessione stimolata dall’ultima frase: Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza.

Apparentemente sembra non volerci chissà quale fede per proclamare che il Signore è grande. In quanto Dio Egli deve essere per forza grande. Altrimenti che Onnipotente sarebbe se non fosse grande?

Ma il salmista ci tiene a precisare che a dirlo debbano essere coloro che amano la salvezza del Signore. Ora, proviamo a riflettere, cos’è questa salvezza? O meglio, qual è la salvezza del Signore?

È la salvezza dalla morte eterna, la salvezza dalle conseguenze mortifere del peccato. Inoltre, com’è avvenuta ? Attraverso la Croce di Gesù. Il nome di Gesù significa “Dio Salva” / “Dio è salvezza” tanto che lo chiamiamo Salvatore, quasi fosse un soprannome. Quindi, la salvezza del Signore è Gesù stesso.

Torniamo all’inizio del ragionamento: coloro che amano la salvezza del Signore sono dunque coloro che amano Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Cari sposi, il Signore vi ha scelti come Suo Sacramento perenne. Egli si fida di voi affinché si conosca la Sua salvezza nel mondo. Vi ha scelti quasi come megafoni che diffondono la Sua Parola di Salvezza. Siete come dei moderni modem wi-fi che diffondono il segnale della Sua Parola a tutti quelli che vogliono connettersi a voi.

Ma cosa significa che il Signore è grande ?

Se il Signore è riuscito dal più grande male mai avvenuto (il deicidio, la Croce di Gesù), a tirar fuori il più grande bene mai avvenuto, ossia la Salvezza, cosa volete mai che sia per Lui risolvere uno qualunque dei nostri problemi?

Quanti amano il Signore Gesù ripongono ogni loro fiducia in Lui. Lasciano a Lui il governo della propria vita e del proprio matrimonio. Anche Gesù, come uomo, nel momento supremo della prova, nell’orto degli Ulivi durante la Passione, ha dovuto scegliere di fidarsi o meno del Padre Suo. Alla fine del Suo combattimento ha deciso di fidarsi del Padre. Nella Sua preghiera ha parlato al Padre Suo della prova che lo stava attendendo. Poi ha affrontato tutto con grande forza. Sembra quasi che abbia voluto dire alla Croce che Lui aveva un Padre del Quale si fidava. Allora cari sposi, quando ci si pone davanti un problema, la prima cosa da fare è parlare al Signore del nostro problema, cioè dobbiamo pregare. Ma non basta. Bisogna poi fare il passo successivo, e cioè andare dal nostro problema e dirgli che noi abbiamo un Dio grande.

Non solo : <<Signore, abbiamo un grande problema.>>

Ma soprattutto : <<Problema, abbiamo un grande Dio!>>

Cari sposi, coraggio che il Signore è grande!

Giorgio e Valentina.