Sposi: missionari nella vita di tutti i giorni

Prima di sposarsi in chiesa, sarebbe bene comprendere in maniera approfondita cosa ci si appresta a fare, l’impegno che si prende e le relative conseguenze: poiché siamo di fronte a una vera e propria vocazione, è indispensabile acquisire una formazione appropriata. Questo non vuol dire diventare teologi o fare una preparazione di almeno cinque anni come i sacerdoti, non è necessario, ma nemmeno ridurre tutto a qualche incontro dopo cena in prossimità del giorno del matrimonio.

Eppure, gli sposi cominciano anche anni prima a organizzare le nozze, fissando la data, la villa, il catering, la musica, il fotografo, la fiorista, la parrucchiera, il viaggio di nozze etc, mentre l’aspetto più importante, quello spirituale che dovrebbe avere la precedenza, viene completamente trascurato o sottovalutato. Così tutto questo influisce sulla stabilità del matrimonio che cresce sulla sabbia e non sulla roccia, portando spesso alla separazione dei coniugi, con numeri preoccupanti negli ultimi tempi.

La formazione non è naturalmente la sola causa di fallimento, ma ritengo che in molti casi possa fare la differenza: poiché anche io ci ho dovuto sbattere il naso prima di imparare certe cose, vorrei evitare che questo accada ad altri. Quindi ho pensato di parlare della missione degli sposi, sconosciuta a tante coppie, prendendo spunto dalle catechesi di don Renzo Bonetti e aggiungendo alcuni miei pensieri. Ora farò una breve presentazione e poi in fondo all’articolo richiamerò i prossimi cinque, sperando che possano essere di aiuto ai fidanzati, agli sposi e ai separati (fedeli).

Innanzitutto, la missione di cui parliamo non è solo umana, ma, poiché avviene una propria effusione dello Spirito Santo, ha il compito di rivelare Dio e il Suo amore. Amoris Laetitia n. 121: Gli sposi in forza del sacramento vengono investiti di una vera e propria missione perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo sta amando la Chiesa”.

Quando si pensa alla missione vengono subito in mente i Paesi poveri dove missionari e volontari si danno da fare per aiutare chi non ha niente; io ritengo che sia altrettanto importante, in questo periodo storico, prendere consapevolezza che la missione matrimoniale degli sposi, come quella sacerdotale dei preti, sono un bene indispensabile per la Chiesa e per tutta l’umanità. Avere la coscienza che il matrimonio non è un fatto privato, limitato alla propria famiglia, ma in grado di generare tantissimi frutti e salvare tante persone, può cambiare completamente la prospettiva della propria vita e di conseguenza le scelte da intraprendere.

L’ho detto altre volte, ma lo ripeto: il livello più alto per un cristiano è il battesimo, perché non esiste niente di più importante che diventare figli di Dio ed essere così immortali. L’ordine (sacerdozio) e il matrimonio sono due sacramenti che specificano la grazia battesimale, proprio con lo scopo di affidare una missione specifica e sono fra di loro complementari (quindi non si aggiunge niente al Battesimo, si va solo a specializzare la rispettiva vocazione).

Leggiamo infatti al n. 32 del documento della C.E.I. 1975 “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio”: L’Ordine e il Matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi dell’alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio.

Per gli sposi, a differenza del sacerdote, si tratta essenzialmente di fare cose semplici, ordinarie in un certo modo (ad esempio posso cucinare per cena qualcosa per la famiglia perché è il mio compito e perché lo devo fare, oppure posso cucinare la stessa cosa con amore e con l’obbiettivo di far star bene gli altri, aiutandoli anche a superare le difficoltà della giornata).

La missione degli sposi viene portata avanti in forza del sacramento del matrimonio e mediante la sua grazia (non perché siamo bravi), perché dal giorno delle nozze c’è fra gli sposi la presenza sacramentale di Gesù, cioè il Signore è presente (anche se il coniuge non lo sa, non ne tiene conto o non vuole tenerne conto) per aiutare e sostenere la coppia.

Infatti, l’indissolubilità si fonda qui, sulla presenza indissolubile di Gesù e non tanto sulle promesse che si scambiano gli sposi, come è riportato su Gaudium et Spes n. 48: La famiglia Cristiana renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo”. Questa Presenza, che rimane anche se uno dei due decide di andarsene, deve portare a costruire, creare comunione e relazioni con gli altri, anche se c’è chi non ama, non è interessato e non ne vuole sapere niente.

Ecco i prossimi cinque articoli che insieme rappresentano la missione degli sposi:

Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore (3 aprile)

Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (17 aprile)

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Essere padri ma quanto è difficile?

Oggi festa del papà. Un articolo un po’ diverso. Un articolo dove non racconto solo la bellezza di essere papà ma anche la fragilità che sento di avere come padre. Io sono papà di 4 bellissimi ragazzi, tre maschi e una femmina, oltre che di Giò che è nato al Cielo poche settimane dopo il concepimento. Io oggi mi sento terribilmente inadeguato. Spesso non mi reputo capace di essere un padre. Non sono capace perché nella relazione con i miei figli non riesco a essere libero. Mi illudo di esserlo ma poi porto dentro quella relazione le ferite del mio bambino interiore che influenzano la mia parte adulta.

Non sono libero quando li consiglio, li sprono, li consolo, quando sto con loro. Non sono libero soprattutto quando mi arrabbio con loro, perché non giudico mai solo il loro comportamento ma anche quello che il loro comportamento provoca in me che non dipende da loro ma da me.

C’è sempre quel bambino dentro di me che mi ricorda la sua relazione con un padre anaffettivo e incapace di mostrare i suoi sentimenti verso il figlio. Un padre che mi ha amato immensamente – questo l’ho capito che ero già grande – ma che non ha mai saputo dimostrarmelo e che mi ha fatto sentire sempre non abbastanza. Un padre normativo che cercava un dialogo con me solo per riprendermi quando non mi comportavo bene.

Io tutto questo l’ho portato poi nel mio essere marito e ancor di più nel mio essere padre. Quanti errori che ho fatto con i miei figli. Ho cercato di insegnare loro la vita e mi sono accorto di aver imparato io tanto da loro. Ho imparato che non sono miei, che non posso decidere io per loro. E l’ho imparato dopo che il mio primo figlio si è ribellato a una mia decisione. Aveva già 16 anni. Ne è nata una litigata furiosa ma alla fine ho capito che dovevo lasciarlo libero di scegliere diversamente da quello che io volevo.

Ho imparato a uscire dai miei schemi. Ma dove è scritto che un bravo figlio deve comportarsi nel modo che io mi aspetto. Un figlio è un mistero che va accolto, amato come è e accompagnato. Un figlio è una ricchezza che non va impoverita con i miei pregiudizi ma va scoperta e aiutata a svilupparsi.

Ho fatto tanti danni ma ciò che mi consola è che ho cercato di insegnare loro ciò che è davvero importante. Ho mostrato loro sì che non sono perfetto, che ho i miei limiti. Attenzione: i figli hanno bisogno di credere di avere un papà supereroe solo fino all’infanzia poi è meglio capiscano che il loro papà è un uomo con i suoi pregi e i suoi difetti. Dobbiamo essere capaci di ammettere i nostri errori con loro e anche di chiedere scusa. L’insegnamento davvero importante è però un altro: la mia forza viene da Dio. Loro sono figli amati da un padre imperfetto come me ma anche da un Padre eterno e capace di amore infinito come Dio. Ecco credo che se sono riuscito a trasmettere loro questo sapranno riuscire nella vita nonostante un padre con tanti limiti come posso essere stato io.

Dio senza di te e senza il tuo costante perdono e amore non sarei mai riuscito a salvare la mia vita figuriamoci ad accompagnare verso la bellezza e la pienezza quella dei figli che mi hai affidato. Grazie anche alla mia sposa che mi ha sempre incoraggiato e sostenuto. Non mi ha mai fatto pesare i miei limiti.

Antonio e Luisa

Come un additivo boost!

Dal Sal 88 (89) Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà, perché ho detto: «È un amore edificato per sempre; nel cielo rendi stabile la tua fedeltà». «Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo. Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono». «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».

Questo Salmo ci accompagna nella Liturgia solenne dedicata al glorioso S.Giuseppe, del quale ha già splendidamente raccontato Fabrizia nell’articolo di ieri, ma noi cercheremo di meditare sulle parole di questo Salmo. Certamente esso si riferisce direttamente al re Davide, che viene definito “eletto”, ma sappiamo come egli sia stato una prefigura del Messia ma anche una prefigura del suo discendente, il nostro amato S. Giuseppe.

Vogliamo però fare un’ulteriore passo di approfondimento senza per questo voler snaturare l’intenzione del Salmo. Proviamo a chiederci: perché Davide era l’eletto? Per vari motivi cari al Signore, soprattutto perché Lui ha guardato al cuore di Davide e non al suo aspetto fisico, contrariamente a ciò che gli uomini solitamente fanno. Certamente essere “l’eletto” non lo ha esentato dai suoi doveri verso Dio, anzi, come tutti i doni divini sono immeritati sì, ma comportano anche un dovere di responsabilità.

Se il Signore ci accorda dei doni, non lo fa per esimerci dalla sua volontà, al contrario ce li dona per compiere meglio e alla perfezione i doveri che comporta la nostra vocazione e/o il nostro stato di vita. Ricordate a tal proposito la parabola dei talenti? Al servo che non ha fruttificato sono arrivate parole di fuoco: “servo malvagio e infingardo (o fannullone o indolente)”.

Dopo tute queste riflessioni introduttorie arriviamo al matrimonio, cioè arriviamo a noi: possiamo definire gli sposi cristiani come degli “eletti”? Sicuramente sì, ma a quali scopi? Diversi: la santificazione dell’altro, la comunione, la generazione e l’educazione della prole… insomma essere un’incarnazione vivente e testimoniato dell’amore di Dio Padre per l’uomo e di Cristo per la sua sposa (la Chiesa), certamente un’incarnazione sempre perfettibile ed incompleta.

Noi sposi dobbiamo essere come una goccia dell’oceano, essa infatti ci dice qualcosa dell’oceano stesso: innanzitutto che l’oceano esiste e anche quale sia la sua composizione interna; similmente gli sposi, sacramento vivente, sono posti nel mondo per essere come quella goccia dell’oceano infinito che è la Trinità.

Dunque possiamo dirci proprio “eletti”, non per i nostri meriti ma per la bontà del Signore che non ha ricusato di servirsi di noi per parlare al mondo, usando i talenti che Lui stesso ci ha fornito, alcuni dei quali sono naturali e altri teologali, ovvero doni di Grazia.

Immaginiamo, a questo punto, rivolte proprio a noi come coppia le parole del Salmo:

 «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».

Che meraviglia sentirsi dire dal Signore tali parole di conforto, di speranza e di incoraggiamento; da parte nostra dobbiamo però invocarlo come Padre e Dio, come roccia di salvezza (salvezza = Gesù).

Coraggio sposi, il Signore ci sprona come quando si mette l’additivo boost (turbo) nel serbatoio della benzina, per entrare con decisione nella seconda parte di questa Quaresima, non facciamo come il servo malvagio della parabola di cui sopra.

Giorgio e Valentina.

19 marzo, San Giuseppe: “Ecco perchè oggi festeggiamo i papà!”

Giuseppe, lo sappiamo, di Maria era promesso

ma qualcuno, tra loro, fece il suo ingresso;

da un sguardo caduto sul suo addome

egli s’accorse che era un pancione:

“Maria che hai fatto?” pensò nel cuore

e si allontanò per diverse ore.

Nel sonno, però, venne un angelo da Lassù:

“Non temere, è arrivato Gesù!

I tuoi piani non stravolgere completamente,

di lui sarai padre veramente, 

qui sulla terra insieme a Maria

come aveva profetizzato perfino Isaia”.

Un po’ sconvolto e un po’ turbato

Giuseppe dalla fidanzata è tornato:

“Maria, una famiglia noi siamo,

insieme a Gesù lo sai che ti amo”.

Fu così che iniziò una grande avventura,

anche se i conti con una mezza sciagura

di fretta e di furia dovette affrontare:

“Veloci a Betlemme a farvi registrare!”.

Giuseppe e Maria si mettono in cammino

anche se è imminente l’arrivo del Piccino;

quanti passi fatti a piedi, senza lamento,

con lo sguaro su Maria vigile e attento.

In città non c’è posto per loro

si sentono dire come in un triste coro;

“Gesù dove nascere potrà?”

“Vieni, c’è una grotta poco più in là”.

E così, forse un po’ impaurito,

Giuseppe solo ha assistito 

alla nascita del Redentore,

nel momento in cui tutte le ore

per un attimo si sono fermate

perché le leggi per sempre erano cambiate. 

“Così tenero, piccolo e delicato,

eppure per il mondo è stato mandato,

per sconfiggere la morte e il peccato 

affinché ciascuno di noi sia riscattato”.

Giuseppe sapeva ma a nessuno diceva

che la sua sposa era una nuova Eva,

madre e figlia nello stesso momento

per dono di Grazia e vero portento.

Quante cose ha dovuto sopportare,

quanto legno ha saputo lavorare,

quanti sguardi d’amore per il fanciullo

anche quando tutto si faceva brullo

e di nuovo, improvvisamente, scappare

perché la vita di Gesù bisognava preservare.

Che dire poi di quel giorno nel tempio 

quando, scambiato per empio,

Gesù sembrava da tutti scappato:

“Con chi mai si sarà allontanato?”.

Ancora un volta, in silenzio e preoccupato,

Giuseppe in marcia si era incamminato,

sempre accanto alla sua Maria:

“Speriamo di trovarlo, mogliettina mia”.

Gesù, invece, tranquillo se ne stava

perché la Legge del Padre ora insegnava:

“Non sapevate che Lui devo testimoniare 

affinché la gente si possa salvare?”

Giuseppe capisce che l’ora si sta avvicinando

e che quel figlio la storia sta mutando,

“Chissà quanti giorni ancor qui passerà 

prima che in croce trafitto sarà”.

Giuseppe non vide quel grande tormento 

ma dal Cielo senz’altro ne fu sgomento:

guardare il figliolo con cattiveria oltraggiato

e senza pietà percosso e flagellato;

come il peggior criminale mai esistito, 

non gli fu risparmiato nemmeno un dito

ma tutto grondante di sangue e sudore

alle tre tornò dal Padre, il nostro Creatore.

 

Non una parola di Giuseppe è stata riportata

eppure la Bibbia è un’opera accurata;

forse perché è più importante ricordare

non come egli abbia potuto parlare

ma quello che i fatti hanno raccontato:

grande esempio ben proporzionato

tra rispetto, fede e obbedienza,

amore, dedizione ed esperienza.

San Giuseppe fu sposo e papà,

autentico maestro di somma pietà

perché a Maria e a Gesù ha donato 

ciò che mai sarà dimenticato,

tanto appoggio e altrettanta virilità 

il tutto condito da profonda umiltà. 

Ecco perché oggi festeggiamo i papà!

In Giuseppe hanno un’immagine di santità 

a cui tutti sono chiamati:

fatevi forza, non siete scusati!

Questo falegname, com’è scritto nel Vangelo,

vi fa da apripista per il Cielo;

si può essere Lassù, felici e beati,

anche se padri e da anni sposati 

anzi è proprio questa condizione

ad essere sicuro segno di vocazione: 

se moglie e figli con amore e affetto

si portano nel cuore, oltre che sul petto,

per vivere ogni giorno con pazienza e fedeltà 

perche è così che alla vita un sapore si dà.

 

Immagine potente di castità e purezza 

in te abbiamo un modello di saggezza 

e quel giglio bianco e profumato,

semplice simbolo per te usato,

ci ricorda che Dio mai ci abbandona 

pur se la tempesta a volte risuona

perché mai lasciato solo è 

chi confida nell’unico Re. 

Anche se le prove non mancheranno 

tutti in Giuseppe un appiglio riceveranno:

vera impronta del Padre onnipotente

egli è patrono di ogni morente 

perché tra le braccia di Maria e Gesù 

è passato da questa terra alla vita di Lassù,

per sempre in Paradiso beato 

dopo aver tanto faticato.

Anche questo a noi succederà 

se già in vita avremo praticato la carità:

ti preghiamo, Giuseppe, resta a noi vicino 

finché un dì saremo con te, accanto al Bambino.

Fabrizia Perrachon 

L’adultera era già morta, come tanti sposi

Nel Vangelo di oggi viene ripreso un brano molto conosciuto, sicuramente tra i più famosi. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra. Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Gesù ci ricorda una verità cruciale che spesso trascuriamo: Egli non ci giudica in base ai nostri errori, ma ci guarda con amore infinito. Quanto è importante per noi separare la nostra identità dal peccato che commettiamo?

Noi spesso ci comportiamo in modi che non rispecchiano quello di Gesù, ma che assomigliano molto di più a quelli dei farisei che avrebbero voluto prendere l’adultera e lapidarla. Tentano di ucciderla lanciandole addosso delle pietre, pietre che rappresentano la Legge, il decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: “La Legge di Dio ti condanna perché l’hai tradita.” Quante volte, anche noi, in quanto coniugi, usiamo la Legge di Dio come un’arma contro l’altro. Invece, Gesù non lo fa. Gesù si china a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Gesù non la definisce adultera. Egli vede una donna, vede quella donna e lei si sente osservata da Lui in tutta la sua interezza, non solo come colpevole di adulterio.

La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui ci siamo sentiti come l’adultera di fronte a Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui sono come scritte sulla sabbia. Egli non giudica i nostri errori, ma ci osserva con lo sguardo di chi è innamorato e vede la meraviglia della persona, non la bruttura del peccato. Egli ci mostra la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti, nel Vangelo non troverete mai scritto “l’adultera”, ma “una donna sorpresa in adulterio”. Gesù non l’avrebbe mai chiamata “adultera”. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno. Non l’ha uccisa perché era già morta ma con il Suo sguardo le ha restituito la vita.

Antonio e Luisa

Le tre effe

Cari sposi, uno dei ricordi più forti del grande Giubileo del 2000 per me, oltre all’indimenticabile veglia di Tor Vergata, è stata la commemorazione dei martiri della fede del XX secolo al Colosseo. Il testo che faceva da sfondo all’evento fu proprio quello del chicco di grano, come lo è anche nell’odierna liturgia.

In occasione di questo incontro con pellegrini di origine greca, venuti anch’essi a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù utilizza un’immagine mutuata dal mondo agricolo per esprimere una logica di fede nuova: la morte che prepara una nuova vita.

Questa logica ben si adatta alla vita sponsale ed in essa troviamo le tre “effe”. La prima è FEDELTA’. La fedeltà sponsale è appunto promettere di “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa fedeltà implica morire a sé stessi, rinunciare a qualcosa di noi, a volte buono, a volte meno buono, ma in definitiva che mi porta a crescere nella disponibilità e nella donazione reciproca. Nella mia vita sacerdotale ho visto persone trasfigurarsi con il matrimonio, diventare davvero migliori e più mature. Ma questo sempre è costato loro abbandonarsi all’Amore e lasciarsi “potare”.

Quello che sempre mi ha colpito del matrimonio è che non si fonda su rinunce perché esso si fonda su un costante “darsi e riceversi” (Catechismo 1626) e quindi nella misura in cui mi dono, ricevo anche e cresco come persona.

Il dono di sé, la fedeltà nell’amore fino alla rinuncia, apre la via alla FECONDITA’ e quindi ai frutti di bene che la nostra unione produce, sotto la spinta dello Spirito Santo. È questa la Gloria di cui parla Gesù. Egli ha un attimo di turbamento pensando all’imminente Passione ma sa anche che sarà feconda e darà Gloria al Padre. Così anche voi sposi, nella misura in cui vivete una fedeltà combattuta, incerottata e illividita per quanto vi è costata, sapete comunque che essa darà frutto secondo i piani di Dio, senza alcuna ombra di dubbio.

Da ultimo tutto ciò porta ad una conseguenza ineludibile, la terza effe: FELICITA’, ossia la gioia cristiana, uno dei frutti dello Spirito, segno della presenza di Dio in noi, anche in mezzo alle prove della vita. La gioia di aver dato tutto, di non essersi risparmiati nulla, di appartenere completamente a Cristo.

Cari sposi, Gesù oggi ci apre la strada per vivere anche noi questo percorso che, tramite il Calvario, porta diritto alla luce della Risurrezione. Lasciamoci guidare e corrispondiamo generosamente allo Sposo che ci invita.

ANTONIO E LUISA

La felicità cristiana non è una gioia vuota. Non viene da un’euforia effimera. Non viene dall’avere tutto e dal non avere problemi e preoccupazioni. La gioia cristiana viene dal dono. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è relazione d’amore tra le tre Persone. La gioia viene nel morire per l’altro. Viene dal dare tutto. Perchè dando tutto troviamo Dio e il senso della nostra vita. Questo l’abbiamo capito non solo ascoltando delle catechesi ma soprattutto facendone esperienza.

Il vostro matrimonio ha delle mancanze? Meglio così

Beati i poveri in spirito. Ma chi sono i poveri? Sono quelle persone che sentono di non avere tutto. E’ povero chi sente la mancanza di qualcosa. Quindi se sentite una mancanza nella vostra vita non è per forza qualcosa di negativo. Può essere la vostra salvezza.

Vedete, noi riceviamo tante confidenze di lettori o follower che raccontano con sofferenza la loro mancanza di qualcosa. C’è chi sente di non essere amato abbastanza dal marito o dalla moglie, c’è chi non si sente capito dall’altro, c’è chi non avverte di essere prezioso e considerato dall’altro. Questa mancanza è si qualcosa da indagare e sistemare nella nostra relazione ma ha un risvolto molto positivo. Questa mancanza ci sta dicendo che quel matrimonio non ci può colmare di tutto. Ci dice che nostro marito o nostra moglie non ci può riempiere tutto quel desiderio di amore e senso che abbiamo dentro. La mancanza in una relazione può creare un profondo dolore e insicurezza. Tuttavia, è importante comprendere che nessuna persona può soddisfare completamente tutti i nostri bisogni e desideri. 

Quindi ben venga che nel nostro matrimonio non troviamo tutto. Perchè il matrimonio non può essere tutto. Anche quando le cose vanno bene. Perchè il matrimonio resta una relazione tra persone imperfette e finite.

Qundi è importante essere consapevoli di questa povertà che ci caratterizza. Questa mancanza che è ontologica. Quando qualcuno si avvicina a noi esprimendo il proprio disagio emotivo, è importante non solo offrire supporto pratico e guidare verso risorse adeguate, ma anche comunicare la profonda verità che la mancanza può fungere da veicolo per un incontro più intimo con Dio.

La scelta di come affrontare la mancanza è cruciale nella vita di ognuno di noi. È un bivio in cui ci troviamo di fronte, con due strade ben distinte da percorrere. La prima porta a un isolamento, ci allontaniamo emotivamente sempre di più dall’altro. In questo stato, inevitabilmente ci concentriamo sui difetti del marito o della moglie, perdendo tempo prezioso nel lamentarci e nel desiderio di cambiarlo. Questo percorso, solitamente, porta a un sentimento di insoddisfazione e alla solitudine. Dall’altra parte, c’è la strada che ci invita a rivolgere lo sguardo verso chi può colmare quel vuoto in modo completo e duraturo. Chi sceglie questa via si apre alla cura di sé in modo sano, mantenendo una relazione profonda con il Signore per sentirsi amato e protetto dall’Amante perfetto e infinito.

Se la mancanza ci porta tra le braccia di Dio allora avremo fatto bingo. Saremo persone capaci di amare l’altro per come è, con tutti i suoi difetti, perchè avremo trovato in Dio una fonte di amore inesauribile.

Antonio e Luisa

Contemplare per lodare l’amato

Carissimi sposi sicuramente può sembrare un po’ strano sentir parlare di lode in questo tempo di Quaresima in cui la Chiesa da sempre ci richiama ad uno stile penitenziale, ma Papa Francesco ci suggerisce che «La Quaresima non è un tempo triste! Su questo dobbiamo essere attenti. È un tempo di penitenza, ma non è un tempo di lutto. È un impegno gioioso e serio per spogliarci del nostro egoismo, del nostro uomo vecchio, e rinnovarci secondo la grazia del nostro Battesimo».

Prima di condividere con voi qualche “lume” della nostra esperienza di lode quaresimale, diamo uno sguardo al vocabolario: il verbo lodare deriva dal latino laudare, da laus laudis «lode», e vuol dire esprimere con parole la propria approvazione per le qualità, gli atti, l’operato o il comportamento d’una persona; più genericamente, parlar bene di qualcuno o di qualche cosa.

Stando a quanto apprendiamo dal dizionario lodare presupporrebbe l’uso della parola; quindi, l’esternalizzazione di ciò che di buono c’è mediante il linguaggio verbale. Ma per noi la lode è un qualcosa di più, cioè implica prima di tutto il riconoscimento di Qualcosa che costituisce l’Essenza della nostra vita. Questo Qualcosa è una Presenza, e questa Presenza è Dio. Possiamo dire che lodare Dio non significa soltanto esprimere una preghiera o un canto (perché appunto quella è l’espressione) ma riconoscerlo presente nella sostanza della nostra vocazione.

Ora, se la sostanza della vocazione matrimoniale è l’amore coniugale quale segno (imperfetto) dell’amore tra Cristo e la Chiesa non ci resta che stare ai piedi della Croce, poiché è proprio da lì che possiamo riconoscere e contempLare la lode di Dio per noi e, di conseguenza, LODARLO nella nostra vita di sposi; è la Croce che diventa la Parola più eloquente di Dio e ciò che sembra silenzio è, invece, il grande Verbo dell’amore di Dio Padre.

E se, come sposi, fossimo al posto di Maria e di Giovanni? Con le parole di Chiara Lubich faremmo il nostro atto di riconoscenza: «Abbiamo un solo Sposo sulla terra: Gesù crocifisso e abbandonato, non abbiamo altro Dio fuori di Lui». Ogni coppia dovrebbe chiedersi quale Gesù cerca: quello della moltiplicazione dei pani, quello del successo, dei miracoli, degli applausi?

Noi ci affidiamo al Gesù che conosce la sconfitta, il dolore, la perdita, per educarci continuamente alla via della croce perché crediamo sia il più alto percorso che realizza davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Per noi è la più alta via per raggiungere l’unità perché se accogliamo il Crocifisso impariamo ad accogliere anche i rispettivi difetti e peccati, proprio come Cristo che sulla croce ha preso su di sé i peccati del mondo e li ha bruciati nell’amore.

Ecco l’amore che trasforma la lode in una presenza redentiva. Che ogni coppia, il Venerdì Santo, con Maria, possa ripetere il suo “sì” che è diverso da quello della prima chiamata (“Tu sarai madre”): è invece un “sì” infinitamente più grande, è il “sì” delle nozze compiute. Nel dolore tutto è donato, non resta più nulla di nostro. Davvero «Tutto è compiuto!».

ESERCIZIO PER LODARE L’AMATO

Durante la pia pratica della Via Crucis immaginate quella che S. Ignazio di Loyola nei suoi esercizi chiama “la composizione di luogo” della XII stazione e “ascoltate” nel silenzio ciò che il Crocifisso consegna alla vostra coppia.

PREGHIERA DEGLI SPOSI SOTTO LA CROCE

Oh nostro Sposo,

il calice è pronto,

riempito d’amore fino all’orlo,

come nelle giare traboccanti delle nozze,

come nella barca ricolma di pesci sul lago,

come nelle ceste di pezzi avanzati del miracolo …

Anche ora la misura del nostro amore è senza misura,

come lo Spirito che stai per donare ad ogni famiglia e al mondo assetato.

Il dolore trabocca dagli squarci della tua carne inchiodata,

come dai brandelli di ogni famiglia ferita.

Hai sete, sete ardente come al pozzo di Sicar,

sete di dare il tuo Amore alla nostra coppia

affinché a chiunque daremo da bere la tua Gioia

riconosca che non viene da carne mortale perché viene dall’alto,

sete di consacrarci nella verità.

Oh nostro Sposo,

l’opera volge al termine e le lacrime sono giunte al giubilo della mietitura.

Beati gli sposi che non temeranno di seguirti e non saranno scandalizzati da questo legno insanguinato.

Il chicco di grano sta per dare la spiga e gli uccelli già volano al riparo del grande albero.

Rimarremo muti al tuo grido ma sarà il tuo abbandono a salvarci.

Tutto è pronto nella nostra stanza nuziale.

Sotto le cupe nuvole rosse,

anch’esse bagnate di sangue,

brilla l’olio delle nostre lampade accese.

Le luci del Sabato sono già accese.

Con noi c’è la tua e nostra Madre,

anche lei accoglie in silenzio il tuo ultimo soffio.

È proprio perché c’è lei nulla è perduto,

il tuo sacrificio diventa fecondo.

Nel suo abbraccio il nostro pianto diventa la sorgente zampillante della nostra vita familiare.

Tutto ormai è dato in tal morte feconda.

Solo l’amore resta.

Amen

Una Santa Pasqua di Resurrezione ad ogni coppia di sposi che ha fatto della Croce di Cristo il suo talamo nuziale.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Gli sposi cristiani davanti alla vocazione dei figli: che fare?

Nel rito del matrimonio cattolico il sacerdote formula agli sposi alcune domande tra cui: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?”. La risposta è sempre affermativa ma i novelli coniugi ne sono veramente e pianamente consapevoli? Come si affronta, quando arriva il momento, la vocazione dei figli? E quando essa comporta il sì totale al Signore?

Il matrimonio è una vocazione dalla quale – nel caso in cui generi prole – nascono nuove vocazioni, un seme da cui nasceranno delle piante che a loro volta saranno semi per il futuro di altri essere umani e così via, partecipando fisicamente e attivamente al soffio creativo di Dio; non per niente, se pensiamo all’etimologia stessa del verbo procreare, l’essenza del matrimonio cristiano è proprio quella dell’apertura alla vita, secondo i piani di fecondità che il Signore ha per ciascuna coppia, che non si esaurisce esclusivamente nella fertilità biologica. Gli sposi, quando nel momento della loro solenne promessa davanti a Dio dichiarano di volersi impegnare all’educazione cristiana degli eventuali figli, devono essere consci che uno dei suoi frutti potrebbe essere quello di predisporli a ricevere la chiamata al dono totale della vita a Dio nello sfaccettato panorama degli ordini religiosi, sia maschili che femminili. Ma è davvero così?

Quanti genitori sono effettivamente pronti, e felici, se un giorno il figlio dicesse: «Mamma, papà, desidero diventare sacerdote» o la figlia: «Mamma, papà, mi piacerebbe farmi suora»? In molti casi, purtroppo, la vocazione alla vita religiosa non è accolta con gioia ma si macchia di paura, mille interrogativi e tanti dubbi se non addirittura tramutandosi in un vero e proprio tormento, per coniugi e prole, anche se a monte c’era stato un impegno solenne che dovrebbe rendere tutto questo non solo naturale ma naturalmente gradito. Il matrimonio cristiano, insomma, è davvero una culla accogliente nel caso in cui il Signore chiami i figli a consacrarsi? Ci sono dei percorsi o delle strategie che possano aiutare gli sposi a non essere un ostacolo ma un trampolino di lancio verso quello che Dio vuole dai figli?

Tra le tante proposte esistenti in tutta Italia, mi sento di consigliare ciò che conosco personalmente ossia i progetti che i Padri Carmelitani della provincia ligure propongono da tanti anni, in particolare la “Seminario experience” e il “Monastero invisibile”. Nel primo caso si tratta di due giorni – sabato e domenica – a stretto contatto con la vita dei seminaristi e del seminario del Bambin Gesù ad Arenzano (GE), rivolta ai bambini e ragazzi dai nove ai quattordici anni unitamente ai loro genitori. Per quarantotto ore si condividono tutti gli aspetti della vita in convento: dalle preghiere allo studio, dai momenti di gioco ai pasti, dal servizio caritatevole ai membri della comunità a quello in chiesa, dormendo assieme a loro e sperimentando concretamente come potrebbe essere l’inizio pratico della vita carmelitana; se poi effettivamente la chiamata sarà al sacerdozio, il Signore porrà indelebile questo desiderio nel cuore del singolo nonché aiuterà i padri formatori nel vagliare l’autenticità della vocazione.

In questo modo, però, sia i figli che i genitori sono presi per mano e accompagnati dolcemente verso un discernimento maturo e cosciente, che spazzi via ogni timore e si apra a “quello che Dio vuole da te”.

Il “Monastero invisibile”, invece, è l’impegno a far parte di comunità di preghiera virtuale che, al di là dei confini fisici di un edificio in muratura, prega per le vocazioni, in particolare il primo giovedì di ogni mese. I Padri Carmelitani, sul loro sito internet, mettono a disposizione un sussidio e lasciano la libertà di scegliere l’orario più consono ai propri impegni, articolato sulle ventiquattro ore.

Sappiamo bene che “La messe è molta, ma gli operai sono pochi!” (Mt 9. 37) ed è proprio per questo che la vocazione sponsale deve dedicarsi alla vocazione della prole perché solo così sarà veramente cristiana, realmente fertile e sicuramente produttiva. Certo, molte volte i genitori proiettano sui figli desideri e aspettative che non hanno potuto o voluto soddisfare loro stessi, ma la responsabilità educativa comporta anche la maturità di lasciarli andare se Qualcuno di ben più grande li chiama a partecipare all’avvento del Regno in maniera speciale.

Proprio perché ogni vocazione è necessaria alla realizzazione dei piani di Dio, gli sposi non devono trattenere ma accompagnare i figli quando il Signore bussa alla porta del cuore per seguirLo nella vita religiosa. I coniugi cristiani, insomma, non devono temere di perdere il frutto del loro amore perché Dio non toglie mai ma dona sempre e quel discendete del “virgulto di Iesse”, sacerdote o suora che sia, non sarà un figlio o una figlia in meno ma il compimento della propria vita sponsale che è stata capace di accogliere e far maturare una risorsa preziosissima per la Chiesa intera.

Fabrizia Perrachon 

Per saperne di più sul Seminario di Arenzano (GE): https://www.seminarioarenzano.it/index.php  

Per info sul “Monastero invisibile”: https://www.seminarioarenzano.it/index.php/seminario/monastero-invisibile

I livelli del tradimento

Oggi voglio rispondere a una domanda che mi è stata rivolta da una lettrice. Riguarda il peccato. Mi è stato chiesto: tradire con la mente ha la stessa gravità che tradire con il corpo? Come non pensare ai versetti del Vangelo chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Matteo 5, 28)

Come dobbiamo leggere queste parole che sembrano tanto chiare? Dobbiamo leggere in modo non superficiale. Ci viene in aiuto il card. Ravasi che commentando questo versetto scrive: Non era la semplice emozione istantanea e spontanea di fronte a una persona o a una realtà attraente, bensì una decisione profonda della volontà che pianifica un progetto vero e proprio per conquistare l’oggetto del desiderio, anche attraverso una macchinazione o una tensione psicologica intima o una costante concupiscenza. 

Siete d’accordo che così cambia tutto? Mi permetto di fare alcune considerazioni. Esistono diversi piani di tradimento. Non hanno le stesse implicazioni e non credo neanche la stessa gravità. Come sempre io non voglio fare un discorso strettamente religioso e di peccato ma semplicemente umano per rivolgermi a tutti.

Primo livello. Il pensiero (la tentazione).

Permettetemi di essere chiaro. Essere attratti da altre donne che non siano mia moglie non è peccato. Naturalmente vale anche per mia moglie verso altri uomini. Le tentazioni ci sono e dipendono da una serie di diversi fattori. Non colpevolizziamoci se sentiamo attrazione per altri. Non sono pensieri volontari. Vengono e basta. Spesso dipendono da nostre fragilità o inclinazioni personali. Sono spesso istintive e non volute. Noi commettiamo peccato quando scegliamo di allontanrci dal nostro impegno quotidiano di mettere al centro del nostro amore nostro marito o nostra moglie. Quando lo decidiamo. Quindi arriviamo ora al secondo livello.

Secondo livello Nutrire il desiderio sbagliato.

Se ci fermiamo al primo livello stiamo sereni. Se entriamo invece nel secondo dovremmo prestare invece molta attenzione. Cosa succede nel secondo livello. Succede che quella persona che ci ha attratto prende spazio nei nostri pensieri e nel nostro cuore. Ma qui non c’è solo una dinamica involontaria ma iniziamo a provare piacere nel pensare a quella persona. Ciò può avvenire anche senza che quella persona sappia nulla. Senza che nostra moglie o nostro marito sappia nulla. Attenzione: quando una tentazione entra nel livello due spesso ciò è favorito dalla salute del nostro matrimonio. Se non viviamo un matrimonio sano dove c’è dialogo e cura reciproca faremo più fatica a resistere alle tentazioni. Quindi parte della responsabilità, in caso di cadute, va ricercata nella relazione stessa. Dove sta il peccato? Semplicemente che stiamo togliendo spazio alla persona che abbiamo sposato. In questo tipo di tradimento rientra anche la pornografia. Non stiamo tradendo fisicamente l’altro ma lo stiamo sostituendo. Stiamo dedicando spazio, tempo, energie fisiche e mentali verso qualcosa o qualcuno che ci allontana dalla nostra promessa sponsale. Stiamo sottraendo qualcosa che abbiamo donato all’altro. In questo livello rientrano tante situazioni. Mi viene in mente una sposa che si era rivolta a noi perchè quando faceva l’amore con il marito per eccitarsi pensava ad altri uomini. Siamo nel tradimento mentale. Oppure i sempre più frequesti tradimenti online. Dove non c’è contatto fisico ma semplicemente un corteggiamento o un dialogo allusivo. Capite dove sta il peccato? Peccare sappiamo che significa sbagliare bersaglio. E’ esattamente questo. Dedicare le nostre attenzioni ad altri o ad altro e, così facendo, impoverire sempre di più la nostra relazione sponsale allontanandoci sempre di più l’uno dall’altro.

Terzo livello Metterci il corpo.

Perchè questo è il livello più grave? Perchè è il più profondo. Il peccato è lo stesso del livello due ma le implicazioni sono molto più devastanti. Io credo che la maggior gravità dipenda da due fattori principali. Tradire fisicamente significa aver condotto il tradimento fino alla sua completa attuazione. Significa non aver voluto fermare tutto prima. Ma la cosa ancora più grave è aver vissuto quel tradimento in modo completo, in mente, cuore e corpo. Significa aver compromesso tutta la persona in una relazione che è altra rispetto a quella matrimoniale. Fare l’amore è il gesto che è parte integrante del sacramento del matrimonio. Dopo la promessa in Chiesa serve l’unione dei corpi per rendere il sacramento efficace. Questo proprio perchè nell’amplesso stiamo dicendo, con tutta la nostra persona, il nostro sì a voler essere uniti indissolubilmente. Quando avviene il tradimento fisico stiamo compiendo lo stesso atto unitivo con un’altra persona. Stiamo rinnegando dentro di noi quell’unità che abbiamo promesso all’altro e a Dio. Per questo il tradimento fisico è ancora più grave. Perchè non abbiamo lasciato fuori nulla di noi. Ci siamo dentro completamente. Ed è quello da cui poi è più difficile – quando scoperto – essere perdonati e che porta spesso a separazioni e divorzi.

Antonio e Luisa

Don Antonio: ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare

Mi presento. Sono don Antonio. Un uomo di 46 anni e da 21 sacerdote. Sono parroco di due parrocchie in provincia di Salerno. Ho studiato prima nel seminario di Potenza, e poi presso S. Anselmo a Roma dove ho compiuto la licenza in Teologia sacramentaria. Sono stato educatore nel seminario di Salerno per 9 anni, e dal 2005 insegno teologia dei sacramenti ai futuri sacerdoti. Sono impegnato nella formazione permanente del clero e nell’accompagnamento di fidanzati e coppie sposate. In passato anche della vita consacrata femminile.

Fin da quando ero in seminario, ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare. Devo ringraziare l’impegno pastorale presente in Italia in modo particolare ad opera dei sacerdoti don Renzo Bonetti e don Carlo Rocchetta. Li ho incontrati personalmente una sola volta. Ma grazie ai social sono come dei padri spirituali per la mia formazione pastorale. Sono loro riconoscente per il fatto che “penso la mia vita sacerdotale” sempre in relazione “alla vita familiare” e sono incamminato nel Regno divino “dell’amore sponsale” impegnandomi nella virtù della “tenerezza”.

Qualche tempo fa, un pomeriggio, lessi un commento su questo blog ad un post di Antonio. Era un forte giudizio, ormai diventato comune, su papa Francesco e sul suo collaboratore il card. Fernandez. Si accese un moto interiore e scrissi un messaggio in privato ad Antonio … e conversando anche a viva voce ricevetti la proposta di condividere le mie riflessioni con voi. Io sto con il papa. Questo o quello. Senza magistero papale non c’è Chiesa di Gesù, e allora non c’è neppure Gesù. Quello degli apostoli. Pur sapendo che Gesù agisce anche fuori dai “confini” della sua Chiesa. Ma intanto che io vivo nel suo corpo della Chiesa, non posso stare qui e anche fuori lì. Perciò io sto sempre con la Chiesa.

Forse perché da giovane le sue rughe, scavate sul Volto, a causa della sua umana fragilità, mi hanno spaventato e allontanato da Lei e quindi da Gesù. Poi ho imparato che puntare il dito significa non amare, non perché si giudica, ma perché si vuole prendere le distanze. Io, prete, attendo dalla famiglia che nasce dal sacramento del matrimonio di essere aiutato ad amare di più questa Chiesa, la Chiesa di oggi, che cresce e si sviluppa a partire dalla Chiesa di ieri, e vuole diventare sempre più per domani la Chiesa di Gesù Cristo.

La famiglia, piccola Chiesa domestica, riflette e incarna l’amore di Gesù per la Chiesa, ma anche quello della Chiesa per Gesù. Perciò, io che sono prete, ho bisogno veramente di questo sano amore della famiglia per la Chiesa, affinché io possa amare la mia chiesa parrocchiale così come il sacramento dell’amore ogni giorno edifica la Chiesa e la società.

Ritornando e concludendo la mia presentazione, con Antonio abbiamo pensato che i miei interventi saranno dei “frammenti sui sette segni”. In questo primo contatto ho voluto dare voce soltanto al frammento sulla mia persona affinché dietro a questa firma – don Antonio Marotta – ciascuno d’ora in poi possa essere certo del mio intento: risvegliare la Chiesa nelle anime (R. Guardini) – fu il messaggio di papa Benedetto XVI nel suo ultimo discorso pubblico – che esplicitato su questo blog significa voler ri-leggere i tratti familiari dei sette sacramenti. La dimensione ecclesiale dei sacramenti. I sette sacramenti per la chiesa domestica.

Don Antonio Marotta

Il nostro Battesimo: un conto in banca

Dal Sal 29 (30) Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me. Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Dopo la Domenica “Laetare” i vari brani liturgici hanno già un poco il sapore della vittoria, quasi fosse un antipasto della tanto sospirata Pasqua, e così anche questo Salmo scelto dalla Liturgia di ieri.

Sicuramente ci sono moltissime persone che potrebbero unire il proprio cuore alla lode di questo Salmo, testimoniando e riconoscendo che davvero è stato così nella loro vita, sono passati cioé da una vita lontano da Dio alla pace di una vita con Lui, molti sono quelli che testimoniano come anche il dolore sia fonte di grandi Grazie dal Cielo.

Su questo argomento una parte non indifferente la fa l’esperienza personale, ma siamo sicuri che solo chi ha avuto conversioni eclatanti oppure Grazie straordinarie siano gli unici che possano fare proprie le parole accorte di questo Salmo?

Non è forse vero che ogni battezzato è rinato dall’acqua e dallo Spirito? Non è vero che è passato dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio? Non è vero che non è più sotto il potere di Satana ma è nato alla vita nuova in Cristo?

Troppi sposi cristiani cominciano a lamentarsi appena aprono gli occhi alla mattina e non finiscono nemmeno quando sono sotto le coperte. Chi si lamenta, non è mai contento nemmeno quando gli accade qualcosa di bello, perché avrebbe preferito qualcosa in più, ogni scusa è buona per lamentarsi.

Il metodo migliore per vincere un vizio è esercitarsi nel suo diretto concorrente, ovvero nella virtù contraria ad esso, in questo caso bisogna esercitarsi nell’arte del ringraziamento. Dobbiamo imitare il salmista che non perde tempo e loda il Signore. Il ringraziamento porta con sé un duplice effetto: ci fa rendere conto dei beni che abbiamo e nel contempo è un atto di giustizia verso Dio.

Troppi cristiani non si rendono conto del dono inestimabile che l’Onnipotente ci ha fatto con il Battesimo, e per questo si lamentano; esso però ci ha riaperto le porte del Paradiso che i nostri antichi progenitori avevano chiuso col peccato delle origini, il Battesimo inoltre ci ha fatto rivivere da morti che eravamo sotto il dominio del peccato, ci ha tolto la colpa del peccato originale, non siamo più schiavi del peccato ma veri coeredi di Cristo, cioè figli di Dio, siamo Suoi familiari.

Cari sposi, questa settimana impariamo a rendere grazie al Signore del dono inestimabile che ci ha fatto col Battesimo. Ci ha impresso un sigillo eterno grazie al quale siamo distinti dagli altri, dal giorno del nostro Battesimo noi Gli apparteniamo e siamo come i tralci uniti alla vite. Certamente abbiamo ricevuto tutto ciò in dono, immeritatamente, però il dono comporta anche il dovere di usarne bene e di farlo fruttificare.

Nel Matrimonio noi abbiamo la grande opportunità di far fruttificare il nostro Battesimo, sicché i doni battesimali dell’uno diventano patrimonio anche dell’altro, abbiamo un conto cointestato nella banca del Cielo. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il gesto specifico del matrimonio? Diventare una sola carne

Una volta, una ragazza mi ha confidato i suoi timori sul futuro, in particolare riferendosi alla relazione che stava vivendo con un uomo. Diceva di vedermi con ammirazione, per aver compiuto il passo del matrimonio, le piaceva l’idea di sposarsi nella vita; in quel momento, però, non si sentiva pronta. “Convivo col mio ragazzo, – mi ha raccontato – ma non lo sposerei e non comprerei nemmeno una casa con lui… perché, anche se stiamo bene insieme e siamo entrambi sistemati lavorativamente, non sono sicura di amarlo”.

Non sposerebbe quell’uomo, non farebbe un mutuo per avere una casa insieme (cose senz’altro importanti e vincolanti), però vive con lui (non è quello che fanno due sposi?) e diventa una sola carne con lui (anche questo, non è esattamente ciò che fanno due sposi?).

Senza voler giudicare quella donna, che con tanta sincerità mi ha confidato una sua fatica (non era felice della sua situazione e avrebbe voluto fare chiarezza) non ho potuto evitare di pensare che era stata creata per qualcosa di più. Diceva di non essere pronta a costruire insieme a quella persona “una casa di mattoni”, però pensava di essere pronta a diventare un corpo solo, edificando una casa mediante la carne.

Eppure, non è forse “il tempio” del corpo il più importante da custodire?
Gesù è stato chiaro quando ci ha detto cosa distingue il matrimonio da ogni altra relazione e non ha fatto riferimento né ad una casa di pietra, né ad un mutuo, né tanto meno ad una firma. Ha detto: “I due saranno una sola carne”. L’atto coniugale è cioè il gesto che distingue l’amore sponsale da tutti gli altri affetti.

Quindi, questo significa che ogni volta che viviamo un atto sessuale con qualcuno lo stiamo sposando? Significa che quella ragazza, senza volerlo, si è sposata con quell’uomo, al quale non sente ancora di volersi legare nella vita? Ovviamente no. Ed è proprio qui che si origina la sua sofferenza.

Se è vero che quel gesto è stato pensato per realizzare, o, se vogliamo, per sigillare un matrimonio, quando tu vivi l’esercizio della sessaulità al di fuori di questa dimensione in fondo avverti che ti manca qualcosa. In fondo sai che stai sprecando un dono, una opportunità. Ovvero l’opportunità di vivere quel gesto unico per dire all’altro: “Io ti accolgo in me, senza riserve, ora e per sempre”.

Ecco cos’è, allora, un atto impuro: dimenticare che l’atto sessuale è stato pensato per dichiarare un amore e un’appartenza reciproca che si verificano prima di tutto nella vita.

Leggendo “L’ecologia dell’amore“, di Antonio e Luisa, ho riflettuto proprio su questo: il matrimonio è il sacramento del corpo. L’amore passa necessariamente attraverso il corpo. E se col corpo viviamo gesti che contraddicono la nostra chiamata ad un amore vero?

Ecco, dove manca coerenza, dove il dono di sè che si realizza attraverso la sessualità non è autentico, avvertiamo un dissidio. Ci manca la pace.

I cristiani, soprattutto quelli che avanzano l’ipotesi che si possa vivere un fidanzamento senza sesso, vengono spesso etichettati come “sesso-fobici.” Eppure, l’unica paura che abbiamo è quella di non vivere con la dovuta sacralità questo atto così grande e potente, bello e fonte di vita.

Se ti accorgi che finora hai sciupato questo dono e vuoi cambiare strada, sappi che è possibile. Non è mai troppo tardi per recuperare la purezza, per ridare alla sessualità il suo valore. Fidati: Dio fa nuove tutte – ma proprio tutte – le cose. Può rinnovare anche te, può ridonarti la verginità del cuore.

Cecilia Galatolo

L’amore vero è donare

Cari sposi, chi è il vero protagonista del Vangelo di oggi?

Sembrerebbe trattarsi di Gesù, il Figlio che salva, che accetta la Croce, che non vuole perdere nessuno… In realtà il vero protagonista, che se ne rimane comunque in secondo piano, è proprio il Padre.

Questo brano odierno, in realtà, lo abbiamo già visto adombrato nella seconda domenica di Quaresima nella scena di Abramo e Isacco. Lì al centro della scena è proprio Abramo che, dopo aver sognato a lungo un figlio, lo consegna fidandosi di Dio. È Lui la prefigurazione del Padre che oggi ci mette nelle mani il Figlio perché sia la nostra salvezza.

Il Padre nei nostri confronti opera quindi un gesto di valore infinito. Si distacca volontariamente dal Figlio, si lascia spogliare di Colui che ama dall’eternità per offrirlo ad ognuno di noi. Se ci pensate, il Padre decide di amare un altro che non sia il Figlio. In occasione della Redenzione il Padre “devia” per così dire la sua donazione dal Figlio a noi. Ed è un gesto definitivo, non è una prova, non fa un tentativo, un esperimento momentaneo… è fatto una volta per sempre.

Qual è stata il gesto più costoso che avete fatto voi sposi nella vostra vita? Quello che vi è costato sangue e lacrime? Per noi il Padre ha penato infinitamente volte di più ma non se n’è pentito e non è mai tornato indietro, cosa che magari noi avremmo o di fatto abbiamo fatto almeno una volta nella vita.

Il vostro matrimonio sgorga proprio da qui. Da questa donazione piena e totale che il Padre fa del Figlio. Sì, perché poi il Figlio copia il Padre nel momento di donarsi alla Chiesa, come ci dice San Paolo in Efesini 5.

Pensateci bene, il vostro “sì” ricalca quel “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il matrimonio è una meravigliosa avventura di donazione sempre maggiore di sé. La pienezza del matrimonio si raggiunge man mano che progredisce il darsi reciproco degli sposi. Non importa che ci siano tante cose esteriori (bellezza fisica, soldi, successo lavorativo, fama sui social…) ma che si cresca assieme in questo essere un regalo gratuito per l’altro.

In questo deserto quaresimale, vi auguro di essere purificati dallo Spirito perché la vostra decisione di vivere assieme vada sempre più coincidendo con lo stile di vita di Dio, che, nel sacramento vuole rispecchiarsi nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Dio si rispecchia in noi come dice padre Luca citando papa Francesco. Non dobbiamo credere però che sia così fin da subito. Il matrimonio, se ci impegnamo a fondo, diventa una palestra che nel tempo ci rende sempre più capaci di amare. Ricordate le pellicole fotografiche di una ventina di anni fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso.

Il matrimonio secondo Pinocchio /24

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

Il Collodi si inventa la morte apparente per poter continuare il racconto, richiesto a gran voce dai piccoli lettori e dall’editore, dobbiamo ringraziare questa insistenza che ci ha permesso di leggere un’opera indimenticabile per l’infanzia e dal grande valore educativo. Si inserisce quindi una nuova figura, la bella Bambina, che potrebbe sembrare distrarre Pinocchio dal suo rapporto con Geppetto.

In realtà scopriremo, nei prossimi capitoli, che questa figura femminile non entrerà mai in conflitto con la figura paterna del falegname, al contrario, la sua funzione sarà quella di aiutare Pinocchio nella relazione col proprio padre.

Come non vedere in questa graziosa Bambina l’immagine della Vergine Maria?

Senza fare nessuna forzatura, la quale andrebbe a snaturare il racconto, possiamo rilevarne alcune caratteristiche che richiamano la Madonna: i capelli turchini, la (sempre) giovane età, la capacità di comandare con garbo e serietà nello stesso tempo, il rispetto con cui tratta Pinocchio da “morto apparente” salvaguardandone la dignità nonostante sia solo un burattino, e lo si denota da come si rivolge al Falco prima e al Can-barbone poi:

– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia. […] – Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui.

Tra le caratteristiche mariane della Fata, ne scegliamo solo una per la nostra riflessione: il rispetto e la delicatezza, il garbo con cui tratta i burattini, ovvero come la Madonna ci tratta nonostante le asinate che combiniamo, per usare un eufemismo.

Ella non ci ripaga secondo le nostre opere, da chi avrà mai imparato?, ma usa sempre parole gentili e rispettose, nonostante i rimproveri ed i consigli accorati siano sempre quelli, quanta pazienza… proprio come fa una mamma comune. Cari genitori, dobbiamo chiederci se anche noi usiamo questo garbo e rispetto nei confronti dei nostri figli, malgrado siamo costretti tutti i giorni a ripetere sempre le solite, identiche cose alle solite, identiche persone… le mamme infatti spesso vengono etichettate dai figli come un disco rotto. Ma non per questo dobbiamo scoraggiarci e smettere con la solita cantilena, fa parte del nostro dovere.

Se pensiamo a quanta fatica si faccia per far entrare un concetto in quelle “zucche vuote”, non è niente rispetto alla fatica che si fa per farlo entrare nel cuore affinché lo facciano proprio e si decidano a viverlo da soli: è un’impresa molto più ardua.

Cari sposi genitori, dobbiamo imitare la delicatezza di questa bella Bambina dai capelli turchini, la quale usa tanto garbo e delicatezza soprattutto quando Pinocchio si dimostra un burattino e non vive da figlio, ella non gli toglie la dignità.

Quando dobbiamo riprendere i nostri figli, se li trattiamo calpestando la loro dignità e non li rispettiamo, non crescerà la loro autostima né la loro consapevolezza di creature ad immagine di Dio; se, al contrario, li trattiamo con garbo (anche deciso e risoluto) e rispettoso della loro dignità di figli, già questo atteggiamento dirà loro: “Tu vali di più dell’asinata che hai combinato, tu sei fatto per grandi imprese, tu sei capace di fare meglio”. Coraggio sposi, impariamo dalla Madonna chiedendone l’intercessione.

Giorgio e Valentina.

Con cuore di vedova

Sono rimasta vedova a quarantacinque anni con quattro figli ancora in età scolare (all’epoca avevano 19 anni, 17, 15 e 10), dopo vent’anni di matrimonio. Il momento della morte del proprio coniuge è una di quelle cose che non si vorrebbe mai accadessero e se poi arriva troppo presto si aggiunge, al dolore del lutto, la fatica di crescere la famiglia da sole.

Il Signore mi ha dato la grazia di arrivare a quel momento preparata, perché sapevo che la malattia di Francesco era terminale, e il giorno del suo funerale per me era già in cielo. Lui ha vissuto la sua vita matrimoniale spendendosi tutto per Dio e per la famiglia e, quando è arrivata la malattia, l’ha accettata sapendo dove lo stava conducendo. Non ho mai avuto dubbi sulla sua resurrezione perché, come ho sperimentato di persona e scritto in uno dei miei libri: “Vivi la perdita del tuo amato esattamente come hai vissuto l’amore per lui. Il tipo di amore che hai sperimentato in vita diventerà anche il tipo di lutto che sperimenterai quando il tuo sposo morirà.

Quando è iniziata la mia vita da vedova però, mi sono accorta che questa certezza della risurrezione era condivisa da poche persone. Ricordo che, prima di aprire la pagina Facebook (e la sua gemella Instagram) “Con cuore di vedova”, sfogliavo altre pagine Facebook dedicate a chi aveva perso un proprio caro. Alcune avevano tantissimi follower e un sacco di commenti ai post, ma erano tutte improntate soltanto al ricordo del “caro estinto”. Mancava ogni riferimento alla risurrezione che, invece, per me è la testata d’angolo su cui costruisco ogni giorno le mie giornate.

Da qui è nata l’esigenza di testimoniare l’esperienza di risurrezione che Dio ha portato nella mia vita: Dio è rimasto fedele al sacramento del matrimonio donandomi un amore che va oltre la morte. Con questo spirito ho aperto la pagina “Con cuore di vedova” che ad aprile 2024 compirà tre anni.

Tre anni in cui ho proposto post di vario genere – ma sempre improntati alla fede cristiana – indirizzati alle vedove che, come me, stanno portando ogni giorno questa pesante croce.

La vedovanza è un cammino pressoché sconosciuto alla gente perché, in genere, non se ne parla. Così questa pagina, col tempo, è diventata anche un momento di confronto con altre vedove per condividere “come si fa” a sopravvivere a un dolore che sconquassa da cima a fondo e che non passa mai. Come si può ricostruire la propria identità di donna, tornare a sorridere (è il tema della Quaresima 2024 che ho proposto nelle meditazioni settimanali) e crescere una famiglia da sole. Spero che abbia fatto del bene alle persone che l’hanno incrociata anche soltanto per un post.

È anche un’occasione di dare voce a chi non ha voce.

La perdita del proprio sposo è una realtà che, comunemente, non viene toccata in nessun ambito ecclesiale. A parte i rari (e bellissimi) discorsi dei papi alle vedove consacrate, a parte le catechesi dei sacerdoti in occasione della giornata dei defunti, a parte una discreta scelta di libri sul lutto (ma non su come si vive “il dopo”, da sole) direi che manca una realtà che accompagni con costanza chi porta quotidianamente la croce della vedovanza, specifica per loro. Queste pagine web “Con cuore di vedova” sono un modo di dare voce a una realtà che passa sotto silenzio.

Inoltre questa pagina è anche un modo di affrontare la vedovanza alla luce della Parola di Dio. Per me sarebbe impensabile farne a meno: è semplicemente fondamentale. Ed è bello leggere anche le testimonianze che offrono le sorelle di fede vedove: è davvero arricchente e stimolante. Benvengano queste testimonianze perché aprono la prospettiva sulle realtà celesti. Ancora adesso una delle cose che mi fa più soffrire è vedere quante persone, anche cattoliche, anche che vedo a messa, non siano sicure di dove sia l’anima del loro sposo defunto. C’è tanto da annunciare!

Infine un altro obiettivo di questo “servizio” è diffondere gli interventi della chiesa, dei papi, del magistero, dei padri della chiesa, dei laici sul tema della vedovanza, sperando che lettrici e lettori ne possano trarre beneficio, insegnamento, riflessione. Io stessa scrivo le riflessioni che mi suscita la preghiera, o le poesie che mi nascono da dentro. Ci tengo a precisare che ogni cosa che scrivo nasce dalla preghiera.

Vorrei concludere con uno dei discorsi più belli alle vedove, fatto da Papa Pio XII nel 1957. È un po’ la Magna Charta di tutti i documenti successivi:

 “La morte, anziché distruggere i legami di amore umano e soprannaturale contratti con il matrimonio, può perfezionarli e rafforzarli. È fuori dubbio che sul piano puramente giuridico e su quello delle realtà sensibili, l’istituto matrimoniale non esiste più. Ma sussiste tuttora ciò che ne costituiva l’anima, ciò che le conferiva vigore e bellezza, cioè l’amore coniugale con tutto il suo splendore ed i suoi voti di eternità. [.. .] Se il sacramento del matrimonio, simbolo dell’amore redentore di Cristo e della sua Chiesa, trasferisce agli sposi la realtà di questo amore[..], ne consegue che la vedovanza diventa, in qualche modo, il compimento di questa mutua consacrazione[..]. Ecco la grandezza della vedovanza quando è vissuta come prolungamento delle grazie del matrimonio e come preparazione del loro dischiudersi nella luce di Dio!

Vi ringrazio di avermi dedicato questo spazio e di aver consentito di aprire una finestra sul mondo della vedovanza.

Elisabetta Modena vive e lavora in provincia di Verona, ed è scrittrice di narrativa e poesia (pubblica sia con il suo nome, che con lo pseudonimo Judith Sparkle)

Intervista su Tv 2000

Su Aleteia sono apparsi due suoi articoli: 1 2

Ariticolo su Punto Famiglia

Una sua testimonianza è stata raccolta e pubblicata da Cecilia Galatolo nel libro “Vivere il lutto insieme a Dio” per l’editore Mimep docete.

Ha dedicato un libro di poesie a suo marito, con illustrazioni della figlia, dal titolo: “Come un campo di girasoli” (Amazon).

Una donna in particolare non possiamo dimenticare

Nella Bibbia è scritta una cosa importante:
anche se le donne sono proprio tante
una su tutte non possiamo dimenticare
perché la storia ha fatto cambiare.
No, non si tratta di quella che la mela ha mangiato
e così dall’Eden tutti quanti ci ha cacciato,
ma di una ragazza che un giorno lontano
ha reso possibile un grande piano:
che Dio, eterno e onnipotente,
si facesse davvero vicino alla gente.

Questa fanciulla, giovane e pura,
non si è fatta prendere della paura
ma un annuncio totalmente inaspettato
con grande coraggio ha subito accettato.
Qualcosa di nuovo, allora, è successo:
l’uomo non sarebbe più stato sottomesso
alle conseguenze di quel primo peccato
perché Qualcuno ci avrebbe riscattato.
È nata così una nuova umanità,
fatta non solo da grande santità
ma anche da lacrime, sangue e dolore,
che con il loro immenso valore,
hanno scardinato il male e la morte
e permesso pertanto di aprire le porte
a quello che l’uomo da sempre cercava
e a cui con altrettanta costanza anelava:
vivere accanto a Dio con il sorriso
per sempre felice nel Paradiso.

Questo è avvenuto come un soffio di vento,
in silenzio e in gran nascondimento,
non nella casa di un ricco sovrano
con la pancia piena disteso sul divano
ma da una ragazza che con la sua umiltà
ha detto sì con generosità.
È a Maria che tutte le donne devono guardare
se qualcosa di vero vogliono imitare
perché in Lei si uniscono tutte le qualità
per dare valore alla nostra quotidianità.
Le donne sanno essere speciali
non solo perché belle, colte o leali
ma in quanto hanno un modello grandioso
che riesce ad attirare ogni curioso.
In un mondo dove conta solo apparire
ci si può realizzare pur senza trasgredire:
non è importante mostrarsi per ore
ma quello che si porta dentro nel cuore.
L’8 marzo, allora, dobbiamo festeggiare
una donna speciale, che fa ancora sperare:
piena di grazia e di purezza
ci mostra un’eterna bellezza,
senza tempo e senza compromessi,
lontana da illusioni e falsi successi.

Maria è il capolavoro del creato
perché in Dio finalmente ha trovato
il tesoro nascosto, quello prezioso,
dolce, autentico, delizioso
in grado di cambiare la propria esistenza
e trasformarla fin nell’essenza.
In Maria abbiamo la gemma più bella,
madre, avvocata e sorella,
modello per tutte le donne del pianeta,
vero esempio e somma meta,
compendio di grazie e di virtù:
non scoraggiarti e prova anche tu!
Allora davvero sempre festa sarà
perché pieno d’amore il tuo cuore vivrà.

Fabrizia Perrachon 

Fino alla fine. Un libro fuori dal coro

Qualche giorno fa è uscito il libro di un mio caro amico, nonché teologo, Marcelo Fiães che, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II (Roma), ha ottenuto la Licenza in Sacra Teologia (Summa cum Laude, e premio seconda migliore tesi di licenza dell’Istituto per l’anno 2021), con la tesi intitolata “Il significato della separazione fedele”. Da questo lavoro è nato questo libro, Ti amerò fino alla fine (Il significato della separazione fedele nel matrimonio cristiano), nella collana “Saggi” di Mistero Grande, con la prefazione di Don Renzo Bonetti e questa è la sua presentazione:

Il matrimonio è da anni una realtà in crisi, con metà delle coppie che divorzia e intreccia nuove relazioni. I cattolici non fanno eccezione a questo trend e anche fra molti battezzati è diventato usuale “rifarsi una vita” dopo una separazione matrimoniale. Non tutti i credenti, però, ritengono questa una scelta obbligata. Alcuni, nonostante siano stati traditi o abbandonati dal coniuge, decidono di rimanere fedeli al Sacramento delle nozze e non cercano nuovi legami. Perché lo fanno? Qual è il significato di una scelta giudicata come insensata e fondamentalista agli occhi dei più? Cosa spinge i separati fedeli a continuare ad amare chi – per vari motivi – ha voltato loro le spalle? L’autore, a partire da una solida base teologica e dalla viva testimonianza di separati fedeli, propone alcune piste di riflessione per approfondire un tema poco conosciuto e raramente affrontato, anche in ambito ecclesiale. Un libro “fuori dal coro” che ha lo scopo di ricordare come il matrimonio cristiano, anche quando il legame fallisce, non perde il suo valore sacramentale e profetico, poiché conserva l’immagine delle nozze definitive dell’umanità con Cristo.

È un libro che ritengo molto importante, non solo perché ha basi teologiche solide e riporta testimonianze di separati fedeli, ma perché sottolinea il fatto che il Sacramento del matrimonio è efficace e generatore di frutti anche se il coniuge non è più fisicamente accanto. Non è una cosa facilmente comprensibile, perché nella stragrande maggioranza dei casi, i separati fedeli vengono visti come persone menomate che, poverini, sopravvivono in qualche modo, come fossero uccelli ai quali vengano legate le ali.

Questa è una visione errata, perché la capacità di amare e lo svolgimento della missione non sono legati alla presenza del coniuge: quest’ultimo è certamente un aiuto importantissimo nel crescere nell’amore gratuito, nell’unità, nel perdono, nella pazienza, nella tenerezza, nella reciprocità e complementarità, ma nel Sacramento del matrimonio viene benedetta la relazione e, poiché Gesù non divorzia mai da nessuno, qualsiasi cosa succeda, rimane ugualmente in piedi.

Paradossalmente il coniuge a volte può essere non un aiuto, ma un peso nello svolgimento della missione, se si limita tutto solo alla coppia e alla propria famiglia, senza guardare fuori, ritenendo che gli sposi “bastino a sé stessi”: è un atteggiamento che può portare alla fine di una relazione.

I separati fedeli sono chiamati non tanto a svolgere servizi vari in parrocchia o aiuto ai parroci, ma a rendere fruttuoso il loro Sacramento, a essere protagonisti nella Chiesa e per la Chiesa, non per i propri meriti, ma per la Grazia che deriva proprio dal Sacramento: ovviamente mostrano un volto particolare di Gesù, quello ferito, ma che lo Spirito Santo rende efficace, perché continua ad amare nonostante tutto.

Anche Papa Francesco ha voluto sottolineare l’importanza di questa scelta: Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza…..Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano (Amoris Laetitia, 30).

Se qualcuno pensa che questa strada sia percorribile realmente solo da alcune persone, quelle magari particolarmente convinte o con le dovute qualità, sta di fatto mettendo un freno, un limite alla potenza di Dio e allo Spirito Santo: ho visto persone semplici, che non hanno studiato, rimanere fedeli attraverso una fede sincera e un totale affidamento a Gesù, seguendo il desiderio del proprio cuore.

Anche io m’inserisco fra le persone che, senza studi teologici, senza particolari doti e senza la presunzione di capire tutto, si sono messe in cammino giorno per giorno, confidando nella Provvidenza e ottenendo frutti inaspettati, gioie, consolazioni e tanti amici. Grazie Marcelo per questo tuo libro che sarà utile a tanti sposi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Quanta sete abbiamo?

Dai Sal 41-42 (42-43) Come la cerva anèla ai corsi d’acqua, così l’anima mia anèla a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora. Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza. A te canterò sulla cetra, Dio, Dio mio.

Qualche settimana fa, in occasione del famoso giorno di S. Valentino, abbiamo sentito o letto frasi d’amore romantico da strappacuore, al limite del tenerume, alcune ci sono sembrate quasi esagerate, chi le avesse lette tutte si sarà fatto un’indigestione di romanticismo… tanta dolcezza da rischiare il diabete amoroso.

Ma nessuna di queste frasi amorose ha toccato vertici come lo fanno le parole di questo Salmo, forse perché quest’ultime sono state ispirate da Colui che è la fonte dell’amore, anzi, ci dice S. Giovanni, è l’Amore stesso.

Una delle esperienze più vivide dell’umano vivere è quella della sete: tutti abbiamo fatto esperienza di quanto sia preziosa l’acqua dopo che ne abbiamo vissuto la mancanza, quanto è buono e dissetante il primo bicchiere dopo tante ore senza poter bere! Ebbene, il salmista fa riferimento proprio a quest’esperienza corporale per farci meglio comprendere come dovrebbe essere il nostro desiderio di vivere in Dio, o meglio, che Dio possa vivere in noi.

Quando due sposi si amano intensamente sperimentano quella comunione di cuori presente già nella natura, e questa unione è destinata ad aumentare con l’aumentare dell’amore che i due si scambiano, e già questa esperienza ci fa intravedere che la vita non può essere tutta qui, sarebbe troppo riduttivo, e ci si chiede dove sia la fonte di tutto questa bellezza.

Già vivendo questa esperienza naturale i due vivono desiderando che l’altro possa vivere dentro sé in ogni istante; quando uno dei due vive una bella esperienza vorrebbe che l’altro fosse lì, per esempio se sta ammirando un tramonto particolare o un altro spettacolo del creato il desiderio non è solo che l’altro sia lì ma che addirittura possa guardare coi propri occhi, si vorrebbe che i propri occhi fossero una telecamera cui l’altro possa collegarsi come si fa con il wi-fi.

Tutto ciò fa parte dell’amore umano, ma quando la Grazia interviene (ovvero quando il matrimonio diviene Sacramento), prende questa bellezza e la eleva, la perfeziona e la trasfigura ad immagine di Colui che di questo amore ne è la fonte. E’ allora che questo desiderio di comunione sempre più profonda fa diventare la sete della presenza dell’altro in sete della presenza di Dio che nell’altro si manifesta, prende forma carnale in un volto ben preciso: il mio coniuge.

La presenza dell’altro con le sue manifestazioni sensibili ci aiuta ad aprire sempre più il nostro cuore a Colui che di quelle manifestazioni è la fonte, esse sono segno nel tempo di Chi vuole essere ricambiato nel Suo amore eterno.

Il Signore è il primo ad avere sete del nostro amore, ce lo ha dimostrato sulla croce (cfr <<Ho sete>> Gv 19,28), sembra un’assurdità, quasi che a Dio, perfettamente sussistente in se stesso, manchi qualcosa se non lo ricambiamo col nostro amore. Il Salmo ci mette sulla bocca le stesse parole di Gesù sulla croce per farci comprendere con quale intensità dobbiamo vivere il nostro amore a Dio per poter trasfigurare il nostro matrimonio ad immagine del suo amore crocifisso. Coraggio sposi, non lasciamo morire di arsura il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

Gelosia divina

Cari sposi, siamo approdati a metà del nostro cammino quaresimale. Abbiamo iniziato nel deserto per poi salire sul monte della trasfigurazione domenica scorsa ed oggi entriamo con Gesù nel tempio a Gerusalemme.

L’evangelista Giovanni colloca questo fatto nella prima Pasqua di Gesù e appena dopo il primo “segno” compiuto a Cana, discostandosi così dalla narrazione dei Sinottici.

Anzitutto vediamo il contesto in cui avviene il racconto. Siamo poco prima di Pasqua, quindi in piena primavera e per quella grande festa giungevano a Gerusalemme anche centomila persone, procedenti dalla Spagna al Medio Oriente. Ogni pellegrino poi offriva nel tempio generalmente un agnello e si calcola che in pochi giorni venivano immolati circa 18-20 mila agnelli. Immaginate il giro di soldi che questo comportava! E tutto questo trafficare avveniva proprio nel recinto del tempio. Siccome poi i pellegrini venivano da ogni parte dell’Impero Romano era chiaro che ci volevano pure i cambiavalute, come nei nostri aeroporti, che cambiassero i sesterzi, i denari, gli aurei in sheqel.

Un’ultima annotazione importante: la legge ebraica non proibiva affatto questo tipo di attività economica che avveniva appunto attorno al Tempio, nel cosiddetto emporion mentre Gesù è proprio lì che pronuncia il suo discorso e attua la cacciata. Se allora, Gesù non è venuto a cambiare nemmeno una virgola della Legge ebraica (cfr. Mt 5, 18), allora in ciò che dice e fa c’è un senso molto più profondo.

È molto interessante, nel testo greco del Vangelo, vedere come Giovanni, parlando del tempio, non usa il vocabolo comune, che è nàos, ma piuttosto ièron, cioè proprio quella parte intima in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza e dimorava perennemente la Shekinah, la Presenza di Dio.

Detto questo si può già arrivare a un’importante conclusione. Gesù non sta dicendo banalmente di non fare sacrifici nel tempio, difatti essi erano un anticipo del Vero Sacrificio che Lui avrebbe fatto di lì a poco.

La sfuriata di Gesù non è affatto un colpo di testa, un segno di burn out o di accumulo di stress. Piuttosto, la collera di Gesù è quella di uno Sposo che si sente ingannato dalla Sposa e ha appena scoperto i segni del suo tradimento. È come quando un coniuge scopre certi messaggini sul cellulare o alcune chat sul computer oppure siti particolari nella cronologia di Google

Gesù in questa scena sta provando un’indignazione solenne per constatare che il Suo Amore è vilmente svenduto! Tutta quella gente lì stava correndo dietro a cose sacrosante ma in realtà stavano dimenticando per Chi lo facevano. Gesù Sposo, allora, reclama a grida il cuore della Sposa che al contrario è tutta dedita ad affari e sta mettendo in secondo piano l’Amore Vero.

Ecco allora che la parte più interna del tempio è direttamente collegata alla nostra coscienza, all’intimo del nostro cuore. Il Catechismo, difatti, afferma che: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (1777).

Gesù Sposo conosce meglio di chiunque altro il nostro cuore e in questa Quaresima è il più interessato a renderlo puro, cioè, innamorato di Lui. La scena evangelica odierna è esattamente quanto Gesù intende compiere nel cuore di voi sposi, come coppia e singolarmente. E come lo fa?

Anzitutto con i Sacramenti e con lo Spirito. Il Battesimo che abbiamo ricevuto è esattamente il lavacro che ci ha rigenerati e per voi esso è culminato nel Matrimonio, con cui Gesù vi ha uniti a sé in un’alleanza eterna di amore. L’Eucarestia è il Suo Corpo dato per amore che vi rende ogni volta che La ricevente concorporei, consanguinei a Lui. Ed infine lo Spirito è Colui che rende fruttuosi i sacramenti e vi guida in questo cammino di purificazione.

Cari sposi, dobbiamo accettare che il nostro cuore è perennemente visitato da idoli, da intrusi che tendono a farci distogliere dallo Sposo, la vita odierna non fa che bombardarci quotidianamente. Ci distraggono, ci confondono, ci disorientano e vogliono mettersi al posto di Cristo, vogliono rubarci l’anima. Gesù lo sa bene, non si scandalizza, anzi, perciò in questa Quaresima anela profondamente a darvi un cuore nuovo, un orientamento nuovo nella vostra via cristiana.

Lasciamoci guidare, permettiamo che lo Sposo continui a mondarci e a liberarci, anche se può far male, in modo che la vostra fede e il vostro amore sia sempre più simile all’amore con cui Cristo Sposo ama la Sua Sposa.

ANTONIO E LUISA

Gli idoli di cui parla padre Luca non sono necessariamente vizi o distrazioni. Può essere un idolo anche nostro marito o nostra moglie. Gesù è geloso quando facciamo dell’altro il nostro tutto, il nostro dio. In realtà sa bene che solo nella relazione con Lui – mettendo Lui al primo posto – potremo amare davvero l’altro nella gratuità e non fare del nostro matrimonio quel mercato che ha indignato Gesù. Perchè non solo noi siamo tempio di Dio ma lo è anche il nostro matrimonio che è abitato dalla reale presenza di Cristo.

Dio vede in voi una meraviglia

Il Vangelo del padre misericordioso – proposto oggi dalla liturgia – è uno dei passi più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perché lo ascoltiamo in momenti diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Cambiamo sempre e quindi cambia ciò che la Parola provoca in noi.

Detto questo, parto da una riflessione di don Fabio Rosini di un po’ di tempo fa. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, mentre gli altri non meritano né considerazione né rispetto. Non hanno dignità. Sono considerati la feccia.

Gesù racconta la parabola del Padre misericordioso per mostrare la diversa esperienza vissuta dal padre da parte dei suoi due figli. Il figlio peccatore che torna a casa ha commesso molti errori. È vero, il suo comportamento è stato davvero sbagliato. Ha sprecato tutto ciò che il padre gli aveva dato, vivendo una vita dissoluta. Tuttavia, c’è un punto di svolta. Questo porta Gesù a dire in un’altra occasione, in Matteo 21: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio“. Quando tocca il fondo, il figlio comprende la miseria della sua condizione e del modo in cui ha vissuto. Il peccato lo ha reso vulnerabile e spoglio. Tornando a casa, l’abbraccio del padre lo fa sentire amato, nonostante abbia deluso, disobbedito e si sia perduto. L’abbraccio del padre diventa per lui un’occasione per sentirsi amato per ciò che è, e non per ciò che ha fatto o non fatto. È un amore autentico e incondizionato.

Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha sempre condotto una vita onesta. Non lo ha fatto per amore, ma per senso di responsabilità. Per sentirsi in pace. Questo lo fa sentire come se il Padre fosse un padrone e lui un servo. Tutto diventa gravoso. Capite la differenza nella relazione tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia positivo, ma potrebbe essere un’opportunità per rinascere.

Anche io ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione.

Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio?

Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio pensava ci fosse in me qualcosa che valesse la pena di salvare e chi ero io per dirgli che aveva torto, non sono mica Dio, non sono mica Dio.

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

Quando fare l’amore può essere un fioretto quaresimale

Ho ricevuto una mail da Agata (nome di fantasia) che mi ha fatto riflettere. Anche perché simile a un aneddoto che ci raccontava sempre padre Raimondo – il frate che ci ha seguito e dato una regolata da fidanzati – che mi aveva colpito già tanti anni fa.

In questa mail Agata, che conosciamo già da un po’ di tempo e sappiamo che ha problemi a lasciarsi andare nell’intimità con il marito, ci ha confidato di aver scelto per questa quaresima un fioretto diverso dal solito: ha scelto di non avere rapporti sessuali con il marito per tutta la durata della quaresima.

Un fioretto di questo genere può essere davvero gradito a Dio? Lo può essere nella misura in cui ci aiuta a crescere e a perfezionare il nostro matrimonio. Faccio un esempio. Se io sposo faccio fatica a rispettare i tempi dei metodi naturali e sono spesso in difficoltà ad accogliere i periodi di astinenza per esercitare la mia paternità responsabile, ecco che un fioretto di questo tipo può essere positivo. Vissuto però con la consapevolezza che lo sto attuando per essere capace di amare di più e consapevole che mi sta costando fatica perché voglio rendere quella fatica feconda. Soprattutto deve essere condiviso con la mia sposa che non può non essere coinvolta in una situazione che non riguarda me ma riguarda noi.

La comprensione e l’accettazione dei sacrifici necessari nel matrimonio possono portare a una crescita personale e spirituale. Affrontare le sfide con l’obiettivo di migliorare la relazione con il proprio coniuge dimostra un impegno profondo e un desiderio sincero di amore e reciprocità. Questa consapevolezza può portare a una maggiore armonia e intimità, creando così una base più solida per il matrimonio.

Non è proprio il caso di Agata. L’autrice della mail sta usando Dio per coprire una difficoltà che lei e il marito hanno nel vivere l’intimità. A lei non costa nessuna fatica rinunciare al sesso con il marito! Per quaranta giorni ha la “scusa” buona. Anzi, ha trovato il modo di rendere “santa” una scelta che invece è sbagliata per la coppia. Perché li allontana sempre di più! Meno si sta vicini – e l’intimità fisica è il massimo della vicinanza – e meno desiderio si avrà di cercarsi.

Per questo ho dato ad Agata lo stesso consiglio che padre Raimondo diede a quella coppia: che fatica fareste a non fare l’amore? Io in Quaresima vi invito a farlo di più, impegnatevi a cercarvi e a curare la vostra relazione.

Un fioretto ha senso quando fatto per il bene e a volte non ci chiede di rinunciare a qualcosa ma di impegnarci, per amore, a superare fatiche e difficoltà.

Antonio e Luisa

Non si annulla un matrimonio, semmai si dichiara nullo

Questo articolo nasce da due precedenti pubblicati qui sul blog. Nel primo articolo Ettore Leandri – presidente della Fraternità Sposi per Sempre – testimoniava quanto fosse stata feconda per lui la rinuncia a una nuova relazione dopo la separazione dalla moglie sposata sacramentalmente. Nel secondo Giorgio e Valentina, presentando l’esegesi del testo di Pinocchio e citandone il testo originale, scrivevano: “Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra ed i darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare una casina candida come la neve.

Amici separati e divorziati, soli o in nuova unione, la Chiesa ha sempre ascoltato la vostra sofferenza, diventando quella casina, mettendo a disposizione uno strumento importante come la causa di nullità matrimoniale, strumento da secoli previsto dalla Chiesa, a cui negli ultimi anni hanno fatto più volte riferimento discorsi e documenti sia di Papa Francesco (Esortazione apostolica Amoris Laetitia, Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus) sia di Papa Benedetto (Sacramentum caritatis), nei quali la verifica della nullità del matrimonio è indicata come sostegno e conforto nell’accompagnamento delle persone ferite da separazione e divorzio.

Si tratta di causa di nullità e non di annullamento: la differenza è sostanziale. La sentenza conclusiva del procedimento di nullità si limita a dichiarare la non sussistenza del matrimonio: il consenso espresso dagli sposi davanti al sacerdote non ha generato nessun matrimonio. Non si annulla, perché annullare significa cancellare un’unione sponsale che esiste – e nessuno può farlo – ci si limita a rilevare, constatare, dichiarare che quel matrimonio è nullo, non è mai venuto a esistenza.

Che cosa indaga il processo? L’indagine è sul consenso degli sposi, perché è dal loro consenso che il matrimonio nasce.  La Chiesa presume validi tutti i matrimoni celebrati con la forma canonica, con la manifestazione del consenso degli sposi secondo la formula indicata dalla Chiesa. Nella causa di dichiarazione di nullità si va a verificare se al momento dello scambio del consenso (non dopo), entrambi gli sposi, o anche uno solo di essi, avevano l’intenzione di fare quello che la Chiesa intende per matrimonio.

Gli sposi escludevano uno degli elementi essenziali? Gli sposi (o uno di essi) volevano davvero il matrimonio sacramento, volevano tutti i suoi elementi essenziali, indissolubilità, fedeltà, bene dei coniugi, apertura alla procreazione? Se uno di questi elementi è escluso, quella volontà si indirizza a qualcosa che assomiglia al matrimonio ma non è il matrimonio. Quindi il matrimonio non nasce e la causa per verificarne la nullità potrà essere intrapresa anche dopo decenni.

Accogliendo gli sposi, il sacerdote li interroga sulla loro libertà e consapevolezza. Gli sposi avevano la libertà e la consapevolezza necessarie? Avevano la sufficiente consapevolezza di cosa significa che il matrimonio è un’alleanza tra due persone che si donano reciprocamente e per tutta la vita? Avevano la necessaria conoscenza reciproca per avere tale consapevolezza? Quando la Chiesa va a verificare la validità cerca di capire se gli sposi possedevano tale capacità di valutazione critica o se tale capacità era gravemente compromessa, se i soggetti (o uno di essi) mancassero della capacità di valutare praticamente e concretamente la scelta del matrimonio, gli effetti del matrimonio che stanno per celebrare con quel partner; se avessero la libertà interiore di autodeterminarsi rispetto alla scelta dei diritti e doveri coniugali.

Gli sposi erano capaci di quel dono di se stessi, che è l’oggetto del patto matrimoniale e che si concretizza nel farsi carico dei diritti e doveri coniugali,  in vista della costituzione del matrimonio? Il matrimonio è un impegno concreto rispetto ai suoi obblighi essenziali, è un prendersi cura l’uno dell’altro, della famiglia. Le difficoltà e le crisi non sono escluse ma ciò che la Chiesa analizza nel processo di dichiarazione di nullità non si ferma alle difficoltà insorte nel matrimonio; va a cercare di capire se entrambi o uno dei due avesse problematiche di ordine psichico che lo rendono incapace di quegli obblighi che dal matrimonio scaturiscono, come si riscontra ad esempio in presenza di disturbi di personalità che impediscono la reciprocità.

Sono quindi molteplici le cause per cui può esser dichiarata la nullità di un matrimonio. Come negli ultimi giorni ha rilevato il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI e Arcivescovo di Bologna, proprio “la fragilità psichica” è il motivo che determina la maggioranza delle dichiarazioni di nullità matrimoniale. Il Cardinale ha anche auspicato un incremento delle procedure di nullità,  come strumenti “per guarire da una sofferenza che la separazione porta con sé”. “Non è il divorzio cattolico-ha aggiunto mons. Zuppi- ma un discernimento attento, profondo” per ricercare la verità, da cui può conseguire conforto, pace, serenità e nuove prospettive di vita per fratelli e sorelle sofferenti.

Avvocato nei Tribunali Ecclesiastici Paola Brotini

C’è un giudice in Alabama!

Parafrasando la celeberrima espressione di Bertold Brecht, con grandissima soddisfazione possiamo affermare che c’è un giudice in Alabama (finalmente)! Mi riferisco alla notizia più importante che ho letto negli ultimi giorni, quella relativa alla sentenza emessa dalla Corte Suprema del suddetto Stato americano che ha decretato che anche gli embrioni congelati per la fecondazione artificiale sono bambini quindi essere umani veri e propri

La cosa più curiosa di tutta la vicenda sono i titoli utilizzati nei giornali nostrani: quelli che hanno deciso di pubblicarla hanno usato espressioni come “sentenza shock”, “clamorosa”, “che mette a rischio i diritti riproduttivi”, “sentenza senza precedenti”, “che ostacola la riproduzione assistita” ma anche “scandalosa e inaccettabile”. Secondo voi cosa significa tutto questo? Non è, forse, già stato emesso un giudizio e quindi la diffusione stessa della notizia? I lettori, proprio a partire dal titolo, sono indubbiamente influenzati ad allinearsi al pensiero dominante: in questo modo si vizia forzatamente la loro capacità di giudizio, come se non la possedessero nemmeno. Per questo è fondamentale che ciascuno si formi in coscienza e conoscenza, proprio per liberarsi dalle pressioni di un mainstreaming che ci vuole tutti “zitti e buoni” al cospetto di pseudo-verità distanti anni luce dalla moralità evangelica.

Che ci sia vita umana fin dal concepimento è talmente evidente che, ben prima e ben oltre le assicurazioni scientifiche moderne di un gruppo sempre più nutrito e consapevole di specialisti, è stato scritto diversi secoli prima di Cristo; ora tutto questo viene addirittura fatto passare come shoccante e scandaloso: siamo veramente alla fiera dell’assurdo! Penso che non servano molte parole né commenti perché basta leggere il Salmo 139 per edificarsi e capacitarsi che nel nostro DNA è impresso quello del Creatore e che non servano chissà quali esperimenti per capire che, anche se minuscoli e appena concepiti, siamo creaturine e non un grumo di cellule. “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre […]Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,ricamato nelle profondità della terra.  Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno.” (Sal 139, 13 e 15-16). Che saggezza, che ricchezza la Parola di Dio! Questi sono gli autentici fondamenti non solo della fede cristiana ma della vita umana, che sicuramente si scontrano con la mentalità attualmente dominante ma non dobbiamo indietreggiare perché Gesù ci ha rassicurato: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33).

È di grande gioia e conforto sapere che il giudice dell’Alabama, Tom Parker, ha utilizzato gli stessi riferimenti e detto le stesse cose che affermo da tempo, sia quando parlo con parenti, amici o parrocchiani sia quando vengo chiamata a dare mia testimonianza sull’esperienza dell’aborto spontaneo, vissuto con mio marito quasi dodici anni fa. Questo mi dimostra, una volta di più, ciò che recita un altro Salmo: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.” (Sal 19). Non serve essere dei luminari per assaporare ed apprezzare ciò che dice Dio perché è sufficiente aprire il cuore: questo permetterà di spalancare occhi e orecchie alla Verità e fuggire da quanto cerca di propinarci il sistema dominante, che sembra proprio abbia come obiettivo quello di appiattire l’esistenza ad un misero susseguirsi di fatti dettati solo dal “dio-io”.

A volte sembra che ogni cosa sia sbagliata: hai desiderio di diventare mamma? Sei retrograda perché i figli rovinano la carriera, l’indipendenza e la libertà, si può essere donne pienamente realizzate senza assolvere all’obbligo di diventare madri! Però se vuoi un figlio a tutti i costi, scontradoti magari con situazioni che non lo permettono o forzando il piano della Provvidenza, avanti, accomodati, puoi provare ogni tecnica possibile e immaginabile, congelando perfino embrioni per essere usati a piacere, tanto non sono persone! Vedete che paradossali e assurdi cortocircuiti mentali abbiamo davanti a noi? Ma siamo più intelligenti di così e meritiamo ben altro, sicuramente molto di più del tutto e del contrario di tutto con cui tentano di anestetizzare le nostre coscienze, anche perché basta così poco per smascherare queste assurdità e ripensare completamente al valore sacro della vita, dono unico ed irripetibile di Dio! Abbiamo da secoli la Bibbia, santi sacerdoti e validissimi predicatori, possiamo informarci in ogni modo e con ogni mezzo e, grazie a Dio, abbiamo anche qualcuno che finalmente ha utilizzato la propria autorità umana per aprire il vaso di Pandora e ci ha messo davanti all’evidenza … c’è davvero un giudice in Alabama!

Fabrizia Perrachon 

P.S.: per ascoltare le mie testimonianze è sufficiente accedere ai miei profili social (Instagram e Facebook) oppure collegarsi ad uno dei seguenti link: testimonianza al Santuario del Bambin Gesù di Arenzano, intervista con Paolo Belluccio oppure intervista pubblicata sul canale Il Tempo di Maria. Da sola posso fare poco da insieme possiamo qualcosa di grande e nuovo: dar voce a tutti i bambini non nati!

Incatenati, ma non per sempre

Dal Sal 78 (79) Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, per la gloria del tuo nome; liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo nome. Giunga fino a te il gemito dei prigionieri; con la grandezza del tuo braccio salva i condannati a morte. E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di generazione in generazione narreremo la tua lode.

Abbiamo tratto le nostre riflessioni per tanto tempo dai brani evangelici e dalla cosiddetta Prima lettura, oggi traiamo spunto dal Salmo della Liturgia odierna. Per chi non ne fosse a conoscenza, spieghiamo telegraficamente che il libro dei Salmi fa parte del Vecchio Testamento e contiene 150 preghiere (la loro numerazione/catalogazione dipende dalle versioni della traduzione), praticamente ce n’è una per ogni tipo di situazione dell’umano vivere: gioia e dolore, fatica e riposo, guerra e pace, carestia e prosperità, paura e audacia, e tante altre.

Questo Salmo fa appello alla misericordia di Dio, chiede il Suo aiuto nello stile della Quaresima, ma quello che vorremmo sottolineare è il versetto centrale dove i mittenti della preghiera, ovvero noi, si definiscono “prigionieri” rincarando poi la dose alla fine della frase con l’espressione “condannati a morte“.

Ad un primo superficiale approccio sembrerebbe un’esagerazione appositamente studiata al fine di impietosire colui al quale si rivolge la supplica, ma in realtà nasconde una presa di coscienza reale di chi sia l’uomo. Poiché il nostro interlocutore non è un semplice sovrano, anch’esso umano come noi, ma è il Dio eterno, ecco che allora auto-definirsi “condannati a morte” non è per niente un’esagerazione… e non solo per ribadire la verità fondamentale che la morte fisica è un passaggio obbligato per ogni uomo, ma anche per marcare una linea di confine tra la nostra finitezza di creature e l’eternità infinita del Creatore.

Ma se scendiamo più in profondità scopriamo che forse siamo un po’ tutti dei prigionieri, ma di cosa?

La Quaresima è proprio il tempo ideale per spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo, ovvero il tempo propizio per abbandonare il peccato e vivere da liberi figli di Dio… liberi sì, ma da che cosa?

Liberi dalla schiavitù, che per l’antico Israele corrispondeva all’Egitto, antica prefigura di un’altra schiavitù ben più grave e profonda: la schiavitù del peccato. Ecco allora che comincia a prendere senso quel “prigionieri“, perché siamo ancora nel pieno del cammino quaresimale, e dobbiamo riconoscere ancora una volta in tutta sincerità di non esserci ancora scrollati di dosso molti peccati, abbiamo ancora parecchia strada da fare sulla via della conversione (detta anche penitenza), perciò ci possiamo ancora sentire prigionieri.

E se qualcuno non venisse in nostro aiuto come nostro liberatore noi ci sentiremmo sempre più dei “condannati a morte”, non tanto intesa come morte corporale (da la quale nullu homo vivente po’ scappare) ma come morte dell’anima, che diventa poi la morte eterna nell’aldilà.

Dopo aver pregato questo Salmo avendo riconosciuto il nostro stato di prigionieri e condannati a morte, vien spontaneo chiedere che venga presto un liberatore, ecco perché questo Salmo accompagna così bene la Quaresima in attesa del tanto sospirato Salvatore, l’unico che può liberarci [e che ci libera] dalle catene del peccato.

Cari sposi, anche nel matrimonio possono esserci catene che ci schiavizzano e ci tengono prigionieri molto peggio che in un carcere umano, il quale può mettere in catene solo il corpo, ma l’anima no. Dobbiamo chiedere al Signore di liberarci dalla schiavitù della lussuria, oppure da quella dell’ira, forse da quella dell’invidia o dalla gola… ogni coppia ha la propria lista.

Il primo passo è riconoscere di avere delle catene e guardarle, poi quello di riconoscere che solo Uno può liberarci perché da soli non siamo capaci, solo così si comincia un percorso di guarigione e di libertà, altrimenti il nostro matrimonio resterà sempre dalla sponda egiziana del Mar Rosso.

Coraggio sposi, il matrimonio è uscito direttamente dalle mani del Creatore, e Lui fa solo cose belle.

La bellezza salverà il mondo. (Fëdor Dostoevskij)

Giorgio e Valentina.

Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo

Oggi riprendiamo il Vangelo di ieri che ci ha proposto la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di Quaresima. La Quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è appunto feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto.

Non è importante solo per un individuo, ma anche per una coppia. Abbiamo bisogno di liberare spazio nei nostri cuori per permetterci di riaprire alla meraviglia che siamo. Perché, sì, una coppia di sposi è veramente una meraviglia. Se non riusciamo più a riconoscere questa meraviglia, potrebbe essere il momento di fermarsi un attimo a riflettere sulle nostre vite. Lo so, la nostra vita è così caotica. Abbiamo figli piccoli o grandi, dobbiamo far fronte al lavoro, agli impegni, alle scadenze e alla burocrazia. Sempre di corsa, non c’è mai abbastanza tempo!

E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non riesco a credere che non possiamo trovare un momento per fermarci e guardarsi negli occhi. Fermatevi per raccontarci quanto sia importante la presenza dell’altro/a. Fermatevi per pregare insieme. Fermatevi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro e il suo sguardo che si posa su di noi.

Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La Quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno non proprio urgente e necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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La nostra fede tra i monti Moria e Tabor

Cari sposi, domenica scorsa vedevamo Gesù nel deserto, sospinto lì per fare l’esperienza della prova e tentazione. Si diceva appunto che il deserto è un luogo di passaggio nella Bibbia e non costituisce mai la dimora definitiva che invece è la Pasqua.

Ecco allora che anche oggi tutta la Parola ci presenta un passaggio, un viaggio. Non è in orizzontale ma in verticale, è una salita e poi una discesa da due monti. Nella prima lettura Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio Isacco sul monte Moria mentre nel Vangelo Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Queste due cime, per le vicende che vi accadono, costituiscono due modi ben precisi di vivere la fede.

Vediamo prima di tutto Abramo. Lui è da poco arrivato nella terra promessa, Canaan, un luogo in cui le popolazioni praticavano abitualmente il sacrificio dei propri figli alle loro divinità. Il gesto di Abramo è allora sconvolgente! Dopo tanto penare per avere un figlio, ecco che ora accetta che perisca in modo così cruento! Forse Abramo credeva che il suo Dio fosse come quelli cananei, un Dio assetato di sangue, un Dio che va placato a suon di sacrifici, un Dio spietato ed esigente, che fondamentalmente chiede e non dà, un Dio che non cerca il nostro bene.

Per cui, è affascinante la scena in cui invece Abramo scopre che il suo Dio ha solo voluto purificare ed aumentare la sua già grande fede e abbandono! Abramo sul monte Moria conosce chi è davvero Dio. Un po’ come accadde pure a Giobbe, Geremia, Giona…

Da contraltare a tutto ciò è appunto un’altra salita, quella di Gesù sul Tabor. In questo caso Dio non chiede ma dona tutto di sé. Infatti, Dio Padre non fa altro che donarci Gesù e l’unica cosa che ci chiede è di ascoltarlo. E questo perché il Dono possa essere davvero accolto da noi. In fin dei conti, cosa ci chiede il Padre se non abbandono e fiducia nella sua Parola?

Come cambia la prospettiva di vita tra il Moria e il Tabor! Dovremmo sostare a lungo in contemplazione su tale Parola! Tabor e Moria rappresentano due vissuti di fede che forse abbiamo un po’ sperimentato tutti noi. In questa domenica il Signore ci invita a passare da un Dio che chiede a un Dio che dona sé stesso. E tale passaggio avviene tramite una prova che però diviene così il momento per approdare a un rapporto con il Signore più vero e autentico.

Cari sposi, anche voi, assieme ad Abramo e ai tre apostoli, siete oggi chiamati ad un passaggio importante nella vostra vocazione nuziale. Siete già stati chiamati al matrimonio ma con questa Parola si coglie l’invito ad una “seconda chiamata”. Essa costituisce la maturità nella fede, quella fase adulta da sposi che implica essere disposti a perdere tutto, a mettere in secondo piano le nostre aspettative su o da Dio per accogliere invece Dio come dono.

Così, guardando Abramo si capisce quanto è costato al Padre donarci Gesù, lo stesso Gesù che abita con voi come Dono permanente e vivente di amore.

ANTONIO E LUISA

Noi abbiamo un sacco di aspettative quando ci sposiamo. Le coltiviamo nei confronti del nostro partner e della vita che sogniamo di costruire insieme. Con il tempo ho capito che c’è un passaggio fondamentale nel nostro matrimonio. È importante abbandonare tutte le nostre aspettative per incontrare veramente Gesù. Passare da una fede che cerca di soddisfare le nostre richieste a una fede che ascolta Gesù. In questo modo, il matrimonio diventa incredibilmente sorprendente. Ogni giorno diventa un’opportunità per donarsi reciprocamente, proprio come siamo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è meraviglioso, perché quando la vita ci porta lontano dalle nostre aspettative, sperimentiamo un amore che riempie, rigenera e diventa fecondo per noi e per gli altri. Questo vale per ogni coppia che si affida a Cristo! Ne conosciamo davvero tante.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /23

Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande.

Siamo giunti al capitolo XV che fa un po’ da spartiacque, poiché il Collodi pose al termine la parola “Fine” a quello che riteneva essere l’ultimo episodio stampato sul “Giornale per i bambini”. Per lui Pinocchio era davvero morto: una finale amara ma anche molto suggestiva.

Sembra una stranezza per noi così abituati a tutt’altro epilogo, eppure a ben vedere in questo capitolo “conclusivo” il burattino tocca il vertice della sua umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte. Commentando questo capitolo così si esprime il cardinale Biffi:

[…] l’agonia di Pinocchio, appeso all’albero da tre ore, riproduce l’agonia di colui che è l'<<uomo>> – secondo la parola profetica di Pilato – ed è quindi l’archetipo di noi tutti. Di Cristo in croce riecheggia perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!…l se tu fossi qui!…

La profondità di queste riflessioni non va intaccata con le nostre povere parole, ci ricorda che dietro alla storia del burattino c’è molto di più senza veli troppo spessi, senza per questo assurgerlo ad un testo di spiritualità cristiana.

Vogliamo evidenziare un aspetto: prima di essere raggiunto ed impiccato, Pinocchio intravede un barlume di salvezza:

Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.

Ancora una volta, quando sembra tutto perduto ecco un lumicino di speranza… è proprio così anche nella nostra vita. Ci sono troppi sposi che si danno per vinti ancora prima di cominciare la battaglia. Non esistono crisi matrimoniali che non siano portatrici di salvezza, forse non si risolveranno secondo i nostri piani ma secondo la volontà di Dio, in ogni caso non possiamo rinunciare a metterci mano.

Quando ero un giovane ragazzo mi dilettavo nel giuoco del pallone ed ho avuto la grazia di avere sempre allenatori con la “A” maiuscola, lo facevano con serietà ed erano degli educatori oltre ad insegnarci come si gioca bene; lo sport è stata una grande lezione di vita. Uno dei ricordi che tengo più nel cuore è l’insegnamento che spesso ci ripeteva un allenatore quasi come un tormentone: si gioca al massimo fino a quando l’arbitro non fischia il fine partita. Avevamo perso? non importava molto, la cosa più importante era aver lottato fino alla fine con tutte le nostre forze. Stavamo vincendo? non importava molto, dovevamo giocare con serietà fino alla fine senza mai dare per scontata la vittoria sull’avversario.

Cari sposi, trasportate questo stile di vita dentro il vostro matrimonio: se ravvisiamo un problema nella nostra relazione, se avvertiamo di esserci allontanati l’uno dall’altra, se la routine ha appiattito i nostri gesti d’amore, non gettiamo subito la spugna ancor pima di cominciare… non facciamo come Pinocchio quando fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto” ma lottiamo per riconquistare il nostro NOI anche se quello che vediamo è solo un “biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.”

Quel barlume della casina candida è il segnale che Dio è pronto a darci una mano per uscire dal pantano in cui ci siamo messi da soli, non importa cosa sia successo, conta solo che vediamo una casina candida come la neve, seppur in lontananza ma c’è… non dobbiamo permettere al al verde cupo degli alberi di nascondercela.

Coraggio famiglie, non lasciamoci cadere le braccia altrimenti finiremo come Pinocchio appesi ad un albero dagli assassini del matrimonio… l’arbitro non ha ancora fischiato la fine della partita… il nostro allenatore è in panchina pronto per incoraggiarci: ascoltiamo la sua voce.

NB: lottare fino in fondo con tutte le nostre forze significa chiedere anche l’intervento a Dio con la Sua Grazia perché è Lui la nostra forza.

Giorgio e Valentina.

Donna, conosci te stessa!

Torniamo a parlare di challenge, sfide lanciate sul web e raccolte nella realtà dai giovanissimi: avevamo affrontato nei precedenti articoli la NNN e la DDD per i mesi di novembre e dicembre. Purtroppo, quasi ogni mese ne propone una ed è il caso della FFF: Free Finger Friday. Rivolta solo alle ragazze, chiede di astenersi da qualsiasi tipo di rapporto o piacere per tutto il mese.

Come già ricordato in precedenza, speriamo vivamente che queste sfide virtuali non siano raccolte da nessuno e restino solo argomenti da clickbait per i siti di gossip. Tuttavia, c’è chi le ha pensate e lanciate e, probabilmente, anche chi le ha seguite e diffuse. Scelgo di parlarne per due motivi: il primo è che esistono e non possiamo ignorare il mondo in cui i nostri adolescenti vivono. Ciò che leggono o trovano sul web è un minestrone in cui siamo chiamati a mettere le mani, per non farci trovare impreparati di fronte alle sfide dell’adolescenza. Il secondo motivo è usarle (e non subirle) per parlare di tematiche calde, che possano interessare noi sposi, educatori, genitori. Sfruttarle è ciò che mi propongo, dal momento che non è possibile eliminarle.

In questo caso, soffermiamoci a guardare le ragazze, future donne del domani, noi spose cristiane: quante conoscono veramente il proprio corpo? Quante sanno cosa avviene e come, al suo interno, ogni mese? Quante sanno parlare di fertilità? Quante, più profondamente, conoscono il valore di sé stesse e della verginità (sempre più qualcosa da perdere in fretta)?

Alla donna, interlocutrice del serpente nell’Eden, è affidato molto: l’accoglienza dell’uomo ed eventualmente di un altro essere umano. Accettare l’unione con un uomo significa accettare l’eventualità di una gravidanza (anche quando nel matrimonio si usano i metodi naturali ndr): scindere questi due aspetti, per la Chiesa, è negare la Verità e implica l’uso dell’altro per mero piacere.

Ripensiamo a quanto sappiamo, noi donne, del nostro corpo e di come funziona: chi ci ha veicolato queste informazioni? Dove le abbiamo cercate? Torno spesso al tema del “campo di ricerca” perché se avere domande è sintomo di vitalità, cercarle nei luoghi sbagliati può essere dannoso. Oggi le risposte vengono, oltretutto, offerte da ogni lato. Basta accedere la televisione e si hanno risposte preconfezionate per molti dubbi – prodotti per la casa, shampoo indispensabili, aggeggi tecnologici imperdibili. E ci ritroviamo a desiderare questo o quell’oggetto, quella vacanza, quel vestito. Eppure, nessuno ha fatto domande!

Le risposte offerte prevengono le domande. Marketing spicciolo ma anche dinamica che va a stuzzicare ciò che nell’uomo è molto profondo: il desiderio. Orientarlo è compito suo ma ci sono mille distrazioni che tentano di ricalcolare il percorso.

Tornando al corpo della donna, va da sé che dalla televisione arrivano risposte fuorvianti, schizofreniche, pericolose: devi essere sempre giovane e bella ma anche accettarti per quello che sei; la bellezza non è tutto ma ci sono mille prodotti e creme per migliorare (perché dovresti); non bisogna oggettivizzare il corpo femminile ma poi in ogni talk ci sono vallette seminude. Da questo bipolarismo se ne esce silenziando gli stimoli che non ci aiutano a volerci bene: perché, in fondo, il messaggio è sempre uno. Tu non vai bene così come sei. Non sei abbastanza (e metteteci l’aggettivo che preferite).

Pensate, giovani spose, a quanto questo meccanismo possa essere intrusivo nella vita matrimoniale: non andiamo bene così come siamo, quindi nemmeno per il nostro sposo. Dovremmo cambiare, migliorarci, modificarci. Non potremo mai rilassarci perché a distrarci chissà che succede. Il risultato di tutto questo è un rapporto nevrotico che sfinisce.

Se tu, sposa, impari ad avvicinarti sempre più a Cristo, vedrai che attorno a te questi inciampi si faranno sempre più radi: silenziare il mondo non significa starne fuori. Significa mettere Gesù davanti ai nostri occhi, per evitare di cadere in trappole che ci faranno sempre più fragili e timorose. Ho parlato di televisione ma sono soprattutto i social il principale interlocutore di adulti e ragazzi: cara sposa, hai mai pensato ad un sano detox digitale?

Anche se i contenuti che visualizzi sono cristiani e portano valore alla tua vita, a volte c’è bisogno di far tacere tutto e far parlare Dio. Nessuna pagina ti farà pregare: per quello serve che stacchi internet, prendi in mano il Vangelo, fai un bel segno di croce e lasci che la Parola ti attraversi.

La Quaresima sia un’occasione per fare spazio, silenzio, preghiera. Capire dove cerchiamo le nostre risposte e ricalibrare il tiro quando le accettiamo da luoghi malsani, che non vogliono il nostro bene. Il nostro Matrimonio ne gioverà: perché una buona autostima è lavoro di tutta una vita e ne abbiamo un fondamentale bisogno per non creare rapporti nevrotici. Coraggio, dunque!

Buttiamoci in questo deserto quaresimale con letizia! Buon cammino di Quaresima!

Giada di @nesentilavoce